La geopolitica delle lingue

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La geopolitica delle lingue
LE POLITICHE LINGUISTICHE NEL PROCESSO STORICO DI
COSTRUZIONE DELL’EUROPA. IL CASO SPAGNOLO
di Cristiano Procentese*
La prima volta in cui si rapportarono direttamente le minoranze nazionali e linguistiche con un processo
europeo fu al termine della Grande Guerra alla Conferenza di Pace di Parigi. Da una parte si riconobbe che
queste minoranze ebbero un ruolo di primo piano nel processo di destabilizzazione dell’Impero russo, turco
ed austriaco. Dall’altra parte, però, la frammentazione di questi Imperi “liberò” numerose minoranze artefici
di rivendicazioni nazionali e linguistiche che trovarono, almeno in parte, una soluzione nella tesi sul Diritto
di Autodeterminazione dei Popoli del presidente degli statunitense Woodrow Wilson.
Bisogna sottolineare che lungo tutto il secolo XIX la lingua, più della religione si convertì nel criterio
dominante per definire l’appartenenza ad una minoranza etnica. In Germania, ad esempio, la Costituzione di
Weimar del 1919 (all'epoca la più avanzata d’Europa) proclamava che nessuna legge poteva porre alcun tipo
di limitazione allo sviluppo nazionale delle minoranze linguistiche.
L’avvento dei regimi fascisti provocò, poiché si credeva che potesse minarne l’integrità territoriale, la fine
delle aperture nei confronti delle minoranze e la repressione di modelli eterogenei rispetto a quello statale.
Tuttavia, il fallimento del modello instaurato alla fine della Prima guerra mondiale ripropose il problema
delle minoranze etniche e linguistiche. Al termine del secondo conflitto mondiale, però, la difesa delle
minoranze fu parte integrante della costruzione pluralistica e democratica degli Stati europei.
In Italia, ad esempio, la Costituzione del 1947 riconobbe l’esistenza di minoranze di tedescofone, francofone
e di lingua slovena sul suo territorio (rispettivamente: Trentino Alto Adige, Val d’Aosta e, dopo la soluzione
della “questione di Trieste” Friuli Venezia Giulia) e si propose di difenderle.
Ciononostante, dopo i primi passi nel processo di costruzione dell’Europa, per quanto riguarda la politica
linguistica, non si ebbero cambiamenti significativi almeno fino agli anni ‘70.
La firma dell’Atto di Helsinki nel 1975 fu decisiva per migliorare la situazione delle regioni europee e delle
minoranze linguistiche. Il suddetto Atto riconobbe i diritti ed adeguò proporzionalmente la base politica e
giuridica alle minoranze nazionali esistenti nei Paesi e nelle relative regioni dell’Unione Europea.
L’altra via che contribuì notevolmente all’emancipazione delle minoranze fu il processo d’integrazione delle
Regioni nell’Unione Europea. Da un lato, la politica europeista mirava a recuperare le sue “essenze”
culturali, e dall’altro, le regioni erano convinte di rappresentarle e tutelarle meglio degli Stati stessi.
Dal 1975, le tre massime istituzioni europee, la Comunità Europea, il Consiglio d’Europa e la Conferenza
sulla sicurezza e la Cooperazione in Europa, si prodigarono in conferenze, convegni, trattati e protocolli.
Finalmente il 10 novembre del 1994 il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, riunito a Strasburgo
approvò il Documento per la protezione delle Minoranze Nazionali 1.
Il processo di unificazione europea non significa affatto la dissoluzione degli stati membri a vantaggio di un
potere europeo centrale. Per questo motivo il peso delle lingue dei vari Stati continua ad essere decisivo in
1
Il primo febbraio 1995 quarantacinque Paesi Europei ratificarono la propria firma a Strasburgo. Sanmarti. Cfr. Roset J.
Las políticas linguisticas y las lenguas minoritarias en el proceso de construcción de Europa. Universidad de Madrid,
1996, pag.215.
tutte le istituzioni europee.
La lingua ha da sempre costituito un fattore chiave nella formazione di una entità nazionale, statale o
semplicemente regionale. Inoltre è servita anche per difendersi e differenziarsi culturalmente dagli altri
popoli. Attualmente la politica linguistica continua ad essere fondamentale per la coesione delle nuove
istituzioni sovranazionali d’Europa. In questa fase in cui comincia ad aprirsi l’idea di una nuova identità
europea sulla base del plurilinguismo, l'istituzione comunitaria può dare più agevolazioni di quante ne
abbiano date finora i singoli Stati.
D’altra parte le culture regionali costituiscono l’alternativa alla cultura universalista che ci propinano i mezzi
di comunicazione. Non c’è da meravigliarsi quindi, se il Centro Europeo per le Culture Tradizionali e
Regionali abbia richiesto espressamente, già nel lontano1987, che la costruzione europea debba aiutare le
regioni o i comuni a preservare le proprie culture popolari, tradizionali, folkloristiche, dialettali etc. in quanto
parte integrante del patrimonio europeo2.
In Europa dal 1975 fino ad oggi, il panorama delle minoranze linguistiche è cambiato sia dal punto di vista
legale che per quanto riguarda il suo innesto ed uso sociale. Il risultato attuale è quello di un congiunto molto
irregolare, anche all’interno dello stesso Paese, come ad esempio l’Italia dove il trattamento giuridico-legale
e lo sviluppo delle proprie lingue minoritarie non sempre corrispondono.
Il bilancio delle situazione delle lingue minoritarie europee risulta il seguente:
- 11 hanno un certo carattere di ufficialità per cui godono di ampi diritti, per lo meno all’interno del proprio
stato;
- 26 hanno un certo riconoscimento legale o per normativa statale o per leggi regionali;
- 4 minoranze sono protette da trattati internazionali;
- 21 non hanno nessun tipo di riconoscimento legale ed il loro futuro si trova nel migliore dei casi in mano
ad istituzioni private;
- 19 conobbero alcun tipo di sviluppo prima del 1975, o per l’azione dello Stato o per quelle delle proprie
organizzazioni;
- 28 sperimentarono chiari progressi posteriormente al 1975, nonostante alcuni di questi progressi non
assicurarono totalmente la loro sopravvivenza;
- 11 non hanno migliorato la loro situazione e si trovano in fase di estinzione;
- 24 lingue minoritarie hanno qualche presenza, pur lieve che sia, nella vita pubblica o nell'amministrazione
del suo territorio;
- di 37 minoranze con qualche copertura legale, 13 non hanno una presenza significativa nella vita pubblica:
questa cifra dimostra una volta di più la resistenza di molte autorità a permettere l’uso normale ed abituale di
queste lingue nell’ambito amministrativo, compreso in vari casi in quello in cui la lingua possiede una forma
di riconoscimento legale;
- 49 di queste lingue sono insegnate nelle scuole primarie in forma obbligatoria o volontaria: questo dimostra
che il diritto all’insegnamento di una lingua nei primi livelli educativi è uno dei traguardi che si ottiene con
maggior facilità, a volte anche quando la lingua non è riconosciuta;
2
Ibidem, p. 216.
- 9 lingue non godono nemmeno di questo diritto più elementare e vengono apprese esclusivamente per via
orale, nell’ambito familiare o locale;
- 34 lingue hanno accesso all’insegnamento secondario anche se in molte occasioni in condizioni molto
precarie, come lingua opzionale o addirittura come se si trattasse di una lingua straniera. Normalmente nelle
regioni dove si insegnano queste lingua nelle scuole medie superiori si suole anche avere qualche Università
che le insegni;
- 24 lingue minoritarie non sono presenti nella scuola media superiore, ciò limita gravemente non solo la loro
espansione negli ambenti commerciali, scientifici e amministrativi,. ma anche il loro progresso e la loro
evoluzione;
- 42 lingue dispongono di qualche mezzo di stampa, indubbiamente il mezzo più facile da organizzare e
mantenere;
- 16 lingue non hanno nemmeno un bollettino o una rivista che informi regolarmente la comunità linguistica
e dia di conseguenza sbocco ai possibili scrittori autoctoni;
- 24 lingue non ricevono appoggio da nessuna emittente radiotelevisiva.
- 50 minoranze linguistiche ricevono aiuto da qualche associazione o istituzione pubblica o privata;
- 8 minoranze mancano di qualsiasi tipo di organizzazione sociale che promuova la loro “normalizzazione “.
Di solito corrispondono alle cosiddette “isole linguistiche 3.
LA SITUAZIONE IN SPAGNA
La vittoria del generale Francisco Franco nel 1939 significò il ritorno ad un radicale monolinguismo
castigliano, proibendo l’utilizzo delle lingue minoritarie in tutti gli ambiti dell’Amministrazione statale,
relegando di fatto le suddette lingue nel contesto strettamente privato. Ciononostante, si mantennero diversi
settori, sia di ordine politico che culturale e linguistico, contrari a questa politica di assimilazione. Il basso
clero cattolico, ad esempio, ebbe un ruolo di primo piano, nella difesa delle lingue regionali. Di fatto si
impegnò organizzando corsi di lingua, aprendo scuole con lingua propria e promuovendo diverse attività
culturali.
Dopo la promulgazione della Costituzione attuale, agli inizi degli anni ‘80 le regioni spagnole gradualmente
cominciarono ad approvare il proprio Statuto di Autonomia.
Tuttavia l’amministrazione periferica dello Stato Spagnolo adottò con lentezza il bilinguismo nei territori con
lingua co-ufficiale, tendenza che si tentò di accelerare nel 1988 con una proposta di legge presentata dal
Partito Nazionalista Basco nel Congresso dei Deputati 4. Secondo la Legge del Regime Giuridico delle
amministrazioni Pubbliche e del procedimento amministrativo del 1992, i cittadini hanno il diritto di
rivolgersi all'Amministrazione dello Stato con sede in una Comunità Autonoma bilingue nella lingua coufficiale scelta dall’interessato.5
3
San marti Roset J. M., .Las políticas linguisticas y las lenguas minoritarias en el proceso de construcción de Europa,
Universidad de Madrid 1996, pp. 308-314.
4
Cfr Aguirreaz K. I. Y., EDUARDO C,. La normativa sobre el euskera.. Revista Vasca de Administracion pública” nº
13, 1985.
5
Ciononostante, la legge precisa chiaramente che la lingua dell’amministrazione statale è il castigliano. Centro de
Più concretamente, nel 1994 il Senato realizzò una profonda riforma che permise per la prima volta l’uso,
limitato però alle questioni relative alla Comunità Autonoma, delle lingue regionali co-ufficiali in una
istituzione statale.
Da allora, nella maggior parte dei territori bilingui, il processo di “normalizzazione” linguistica nelle regioni
con lingua propria, (cominciato agli inizi degli anni ‘80) si è convertito in uno dei più dinamici di tutta
l’Europa occidentale.
LA”NORMALIZZAZIONE” LINGUISTICA DEL CATALANO
Nel 1979 un nuovo Statuto di Autonomia regionale ristabilì i diritti linguistici del catalano in regime di coufficialità con il castigliano (che erano stati aboliti dal regime di Francisco Franco). Per quanto riguarda le
altre zone di lingua catalana all’interno della Spagna, le Isole Baleari ottennero un regime analogo nel
febbraio del 1983. Per la Comunità Valenziana il discorso è più complesso, in quanto con lo Statuto di
Autonomia del 1982 venne riconosciuta la lingua valenziana come lingua propria della Comunità. Fino ad
allora veniva considerata (da molti filologi ancora oggi) una varietà dialettale del catalano. Attualmente,
quindi, in questa zona, nonostante i tentativi di disgregazione linguistica da parte di alcuni gruppi
nazionalistici valenziani, coesistono, insieme al casigliano, il catalano ed il valenziano.
Un discorso a parte merita la Comunità aragonese. Infatti, la parte orientale della regione in larghissima
maggioranza parla il catalano, mentre nelle restanti zone l’aragonese è la lingua più diffusa. Poiché fino al
1994 le competenze in materia educativa appartenevano al governo centrale, nel 1986 i governi della
Catalogna e di Aragona firmarono un Convegno di cooperazione sull’insegnamento della lingua catalana
nelle province orientali aragonesi. Attualmente lo statuto di autonomia aragonese stabilisce che le diverse
modalità linguistiche (quindi anche il catalano) godano di speciale protezione. 6
Data la gran diffusione del catalano (Catalogna, la parte settentrionale dell’Aragona, Andorra, alcune zone
meridionali della Francia, Comunità Valenziana, Alghero 7) si sono formate al suo interno delle grandi varietà
dialettali così suddivise: quella orientale, parlata nella provincia catalana di Lerida e nell’area valenziana;
l’occidentale, parlata a Girona e nelle Isole Baleari.
Mentre il catalano di Barcellona e della vicina Tarragona occupa una posizione intermedia, più vicina alla
variante occidentale (detta “standard”).
In Catalogna il Catalano è egemonico nell’amministrazione regionale e municipale, mentre il castigliano lo è
in quella periferica dello Stato. Le relazioni tra le due amministrazioni si realizzano in entrambe le lingue.
Nel commercio e nell’industria, per quanto riguarda le aree a maggior valenza turistica, continua il
predominio del castigliano, mentre per quanto riguarda la contabilità e la documentazione interna, si va
sviluppando sempre più una tendenza ad usare il catalano, anche nelle relazioni con il pubblico. La Chiesa
stessa utilizza maggiormente il catalano rispetto al castigliano. Il Parlamento catalano utilizza per i suoi
dibattiti e le sue pubblicazioni quasi esclusivamente la sua lingua propria (catalano).
Investigaciòn Sociològicas: conocimiento y uso de las lenguas en Espana, Madrid 1994.
6
Cfr. Al Valle de Arán, La singularidad de una situación plurilingue, pp. 222-226.
7
Ad Alghero in Sardegna è presente una varietà di catalano arcaico parlata soprattutto nelle aree rurali e tra i pescatori
più anziani.
Il valenziano ha subito un processo simile a quello catalano ma di minor intensità ed impatto sociale, mentre
nelle Baleari il catalano accusa un forte calo rispetto al castigliano, dovuto in gran parte al flusso di emigranti
di madre lingua castigliana, al movimento turistico (che nella stragrande maggioranza dei casi non conosce
nemmeno l’esistenza di questo idioma e di conseguenza si esprime, sia pure in maniera approssimativa, in
spagnolo) e di una politica linguistica meno intensa di quella della Catalogna.
Lo Statuto di Autonomia concede pieni poteri in materia educativa, permettendo così di inserire nei piani di
studio delle istituzioni scolastiche ed universitarie la lingua propria. Di fatto il catalano passa ad essere la
lingua veicolare del sistema educativo, lasciando però ai genitori la possibilità di scegliere la lingua materna
dei bambini nei primi anni dell’insegnamento.
L’obbiettivo, perfettamente riuscito, del governo catalano è stato quello di fornire un’istruzione obbligatoria
al termine della quale tutti gli studenti siano in grado di utilizzare senza problemi, a livello scritto e orale, sia
il castigliano che il catalano. Tuttavia, quando cominciò questo processo di “normalizzazione" nel 1978,
poiché il catalano era vistosamente pregiudicato, si son dovute adottare delle misure complementari a
vantaggio di quest’ultima lingua. Uno dei metodi adottati è quello della cosiddetta “politica d’immersione”,
la quale consiste nell'impartire nei primi due anni di scuola obbligatoria tutte le lezioni in catalano, per
facilitare il bilinguismo agli alunni di lingua castigliana. Inizialmente una delle difficoltà maggiori è stata
quella dell’applicazione concreta, poiché più della metà dei professori era di lingua madre castigliana 8
Nelle Università, invece, la lingua ufficiale è il catalano. Tanto i professori quanto gli studenti sono liberi di
utilizzarlo insieme al castigliano, poiché si suppone che sia gli uni che gli altri conoscano entrambe le lingue.
Nella Comunità valenziana tutte le scuole hanno l’obbligo d’insegnare il catalano per almeno 4 ore alla
settimana, mentre l’utilizzo del valenziano a scuola ,almeno fino a una ventina d’anni fa, non raggiungeva il
10%. Nell'Università vige la libertà di lingua ma c’è ancora un certo predominio del castigliano.
Nelle isole Baleari il decreto del bilinguismo è identico agli altri due, ma i risultati sono nettamente inferiori.
Questo è dovuto in parte al fatto che circa la metà dei centri d’insegnamento non rispetta le disposizioni in
questione9.
Dal punto di vista non strettamente educativo è importante notare la crescita editoriale di libri riviste e
pubblicazioni in catalano in questi ultimi anni.
Nel 1939 il regime proibì di pubblicare libri in catalano, e di fatto appena nel 1960 si riprese a stampare un
numero considerevole di copie. Oggi la situazione è molto cambiata, si pubblicano 4 periodici
completamente in catalano (“Avui”, “Nou Diari”, un edizione de “el Periodico” che esce anche in castigliano
e “Punt Diari”), numerose riviste, bollettini, pubblicazioni, siti internet e molto altro ancora.
Inoltre, esistono due emittenti di radio pubblica, (Catalunya Ràdio e Radio 4) e 3 canali televisivi (TV3,
Televisiò de Catalunya e Canal 33 oltre a la TV privata 8 tv e TV3 a pagamento, che trasmettono
completamente in catalano). A Valenzia esiste un’emittente radiofonica ed una televisiva che emettono
programmi preferibilmente in catalano10.
Il Governo catalano, infine, dispone di un ufficio che si occupa esclusivamente di relazioni culturali con
8
Cfr. anche i risultati dell’indagine elaborata dall’Università di Barcellona disponibili presso gli archivi di quest'ultima.
Sanmarti Roset J. M., op. cit., p. 70.
10
Cfr. Pueio M., En la comunitat lingüística catalana. Biblioteca lingüística catalana. Universitat de València 1996.
9
l’estero, affinché si sviluppi e si diffonda anche negli altri Paesi europei la lingua e la cultura catalana. 11
LA “NORMALIZZAZIONE LINGUISTICA” DELL’ EUSKARA
Dopo molti anni di proibizione e persecuzione durante la dittatura, la lingua basca è divenuta finalmente, nel
1978 e nella regione di Navarra nel 1982, l’idioma ufficiale, insieme al castigliano, della Comunità
Autonoma del Paese Basco. Mentre nel territorio basco francese, dovrebbe essere riconosciuta a breve,
poiché pare che la Francia, finalmente, si sia decisa a firmare la Eurocarta delle lingue regionali 12.
Durante il periodo della cosiddetta transizione politica (fine anni ‘70 - inizio ’80 del secolo scorso) il tema
dello status legale dell'euskara fu quello che più spesso apparve nelle rivendicazioni dei partiti nazionalisti
soprattutto per quanto concerne la sua introduzione nell’insegnamento. Non bisogna dimenticare, infatti, che
a parte la tolleranza tenutasi nei confronti delle ikastolas (scuole con tutte le materie d’insegnamento solo ed
esclusivamente in basco) la norma vigente era un decreto del maggio del 1975 che permetteva
l’insegnamento del basco come materia facoltativa 13.
Nel aprile del 1979 fu firmato il Decreto del Bilinguismo, in cui si stabiliva l’introduzione dell'euskara nelle
zone di lingua basca14 (dove almeno una parte della popolazione è solita esprimersi in euskara) come materia
di studio obbligatoria nei piani di studio del livello prescolare, nella scuola primaria e negli istituti di
formazione professionale di primo grado, con la possibilità di esonero però per gli alunni (previa
autorizzazione dei genitori) con residenza temporale nel Paese Basco.
La situazione in Navarra è differente. Qui la prima lingua ufficiale è il castigliano, in regime di co-ufficialità
con il vascuense solo nelle zone bascofone, nelle restanti zone dove l’euskara (per motivi principalmente
storici) non si è diffuso il decreto affermava che la lingua basca sarebbe stata inserita progressivamente, con
le stesse modalità seguite nella parte bascofone, seguendo le necessità socio-pedagogiche esistenti e
rispettando il volere dei genitori.
Nel novembre del 1992 il Parlamento basco (a maggioranza nazionalista) approvò una “Legge di
Normalizzazione sull'uso dell’Euskara” per regolare l’uso di questa lingua nell’amministrazione,
nell’insegnamento e più in generale, nella società. Inoltre si attribuì all’Accademia di lingua Basca un
carattere di istituzione consultiva in materia linguistica ai fini di riconoscere l’unità della lingua che si
parlava in territorio basco e in quello navarro 15. Il governo di Navarra cominciò a prendere misure di
protezione nei confronti dell’Euskara creando un Servizio di Insegnamento dell’Euskara e un Servizio di
Traduzione all’interno dell’Amministrazione. La “normalizzazione” dell’Euskara necessitava prima di tutto
la sua unificazione e codificazione definitiva per superare i sette dialetti principali della lingua orale. Si creò
così l’euskara batua o euskara comune, che si convertirono nelle lingue veicolari, nei mezzi di
11
Io stesso ho frequentato un corso di lingua e cultura catalana alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli
Studi di Trieste.
12
Discorso del professor Etxeberria Balerdi tenutosi all’Università di Santiago de Compostela in occasione della
seconda conferenza su A educacion intercultural como desafio politico y social. 1-2 dicembre 1998.
13
Azurmendi M J., “XII Congreso de Estudios Vascos, Relaciones entre las lenguas, los parlantes y la educación,
Bilbao” 1993, pag. 262.
14
Territori dove almeno una parte della popolazione è solita esprimersi in euskara.
15
Txurra R. L., XII Congreso de estudios bascos en el sistema educativo, Cultura educación y estudios vascos, p. 80.
comunicazione, nell’amministrazione e nell’insegnamento16.
Bisogna tener presente che questa lingua è diffusa in maniera molto eterogenea nelle quattro province del
territorio. Si passa da una concentrazione massima in Guipùzcoa (43% di bascofoni) fino alla minima in
Alava e Navarra (17% circa).17
Al contrario che il catalano o il galiziano, lingue neolatine, le difficoltà propriamente linguistiche per
apprendere l’Euskara sono molto maggiori, limitando la sua diffusione. Tra la popolazione residente nel
Paese Basco e in Navarra.
In Navarra, la comunità bascofona, minoritaria, non vide regolata l’uso della sua lingua fino al 1986 a causa
delle polemiche tra i partitari di un'unione istituzionale e politica con il Paese basco e i difensori di un
territorio navarrense differenziato.
A causa di questo dislivello linguistico, dovuto in parte al flusso di migrazione interna, si formarono quattro
modalità scolastiche:
- modello A, tutto in castigliano eccetto la materia di lingua basca;
- modello B, insegnamento dell’euskara e del castigliano suddiviso al 50%;
- modello D, tutto in euskara eccetto la materia linguistica in castigliano;
- modello X, tutte le materie esclusivamente in castigliano;.
Gli ultimi dati sulla situazione linguistica dell’euskara evidenziano palesemente una crescita nel numero dei
parlanti nel Paese basco, mentre in Navarra, la situazione linguistica permane stabile e nella zona basca
francese questa lingua è addirittura quasi a rischio estinzione.
Nell’Università del Paese Basco vige il principio di libertà di lingua sia per gli alunni che per i professori,
tuttavia, la stragrande maggioranza delle lezioni viene impartita in castigliano. Il processo di
“normalizzazione” nella società si può dire che cominciò nel 1982, anno di creazione delle due emittenti
radiofoniche e televisioni pubbliche che trasmettono quasi esclusivamente in euskara.
Inoltre dal 1990 esce un periodico esclusivamente in euskara (“Egunkaria”) e diversi bilingui (Deia, Egin.
etc.).
LA “NORMALIZZAZIONE LINGUISTICA” DEL GALIZIANO
Lo statuto di autonomia della Galizia stabilisce che il galiziano è la lingua propria della Comunità in regime
di co-ufficialità con il castigliano, impone ai poteri pubblici regionali l’uso ufficiale delle due lingue, così
come l’insegnamento e la promozione della lingua galiziana 18. Per sviluppare questi principi il Parlamento
galiziano (a maggioranza conservatrice) approvò nel 1983 una “legge di normalizzazione linguistica” simile
a quella delle altre comunità bilingui. Questa politica è diretta da un dipartimento specifico
dell’amministrazione galiziana: la Direzione Generale di Politica Linguistica.
In questi ultimi anni il galiziano è entrato prepotentemente nella vita pubblica regionale, nonostante in alcuni
settori, come quello imprenditoriale, giuridico o legato all’Amministrazione Centrale, si continui ancora a
16
Sanmarti J. M. op. cit. Pag.72-73.
Ibidem pag. 74.
18
Parlamento de Galizia. Ley 3/1983 do 15 de xuno,de normalizaciòn linguistica.
17
praticare un certo monolinguismo castigliano. Ciononostante, da oltre vent'anni, nei dibattiti del Parlamento
autonomo si è imposta la lingua galiziana, chiaro sintomo del suo progresso e della sua crescita sociale.
L’introduzione del galiziano agli inizi degli anni ‘80 nella scuola fu lenta per mancanza di decisione da parte
delle autorità scolastiche, e in certa parte, per la resistenza dei genitori degli alunni che consideravano il
castigliano come una lingua di prestigio. 19 Avvalendosi delle competenze piene in materia educativa, la
Comunità Autonoma galiziana ha varato la cosiddetta “Legge di Disciplina Linguistica”. Per quanto riguarda
l’insegnamento vi si stabiliscono i seguenti aspetti normativi:
- il galiziano è la lingua ufficiale dell’insegnamento in tutti i suoi livelli;
- la Giunta della Galizia deve regolare il normale impiego delle lingue ufficiali nei diversi livelli di
insegnamento;
- i bambini hanno diritto di ricever il loro primo insegnamento nella loro prima lingua materna;
- le autorità educative devono adottare le misure necessarie per favorire il progressivo utilizzo del galiziano
nell’insegnamento;
- la lingua galiziana è materia di studio in tutti i livelli d'istruzione non universitari;
- come obbiettivo dell’insegnamento, le amministrazioni educative devono garantire che, alla fine dei due
cicli d'insegnamento in cui è obbligatorio il galiziano (scuola dell’obbligo e scuola media superiore), gli
alunni conoscano e abbiano un dominio, scritto e orale, del galiziano allo stesso livello del casigliano;
- le autorità educative promuovono la conoscenza del galiziano da parte dei professori con lo scopo di
garantire la progressiva valorizzazione della lingua nell’insegnamento curriculare;
- per dar corso a questi aspetti normativi la Legge di Disciplina Linguistica ha previsto le seguenti autorità:
commissione coordinatrice per la riorganizzazione linguistica; Uffici provinciali di organizzazione; centri di
risorse e coordinamento dei docenti di galiziano.
Fino a non molti anni or sono, le disposizioni di base sulla lingua nella scuola stabilivano che nella scuola
materna le lezioni venissero impartite in galiziano o in castigliano a seconda della lingua materna
predominante nella scolaresca. Per quanto concerne la scuola dell’obbligo si stabilisce l’insegnamento del
galiziano, almeno nell’area delle scienze sociali, mentre per gli studi di formazione professionale e di scuola
media superiore l’insegnamento di questa lingua deve essere impartito in almeno due materie, a scelta, in
ogni annualità tra le quattro stabilite ufficialmente (castigliano, galiziano e due lingue straniere). 20
Nelle Università regionali il galiziano ha fatto progressi notevoli. Lo stesso si può dire nell’amministrazione
e nelle istituzioni regionali dove per poter entrare a farne parte bisogna dimostrare la conoscenza della lingua
galiziana.
Anche la Galizia possiede un emittente televisiva pubblica, Televisione Galizia che trasmette quasi
esclusivamente in galiziano, lo stesso si può dire dell’emittente statale radiofonica Radio 4 di Radio
Nazionale di Spagna.
19
20
Cfr. Jardón M., La normalización lingüística, una anormalidad democratica. El caso gallego. pp. 44-51.
Augustin Requejo Política de educación de adultos, Tórculo edicións, Santiago de Compostela,1994, pp.17-18.
CONCLUSIONI: IL DIBATTITO APERTO SULLA FUTURA EUROPA PLURILINGUE
Il tema delle lingue minoritarie continua ad essere centrale nel processo di costruzione dell’Unione Europea.
Processo tutt’altro che stabile, che nella sua evoluzione coinvolge altri Paesi europei che non molti anni fa
sembravano molto distanti dalla Comunità Europea. Non solo, alcuni Stati che credevano di aver risolto
problemi inerenti il proprio ordinamento politico e linguistico interno sono dovuti intervenire nella polemica
attraverso numerose conferenze, convegni, dibattiti etc. che si sono succeduti in questi anni. È innegabile che
oggigiorno il tema linguistico e forse lo stesso tema legato all’identità nazionale sono tornati a far parte delle
preoccupazioni dei governanti dei paesi europei ed extraeuropei. Ci troviamo, insomma, al cospetto di un
dibattito storico ben lungi dall'esaurirsi: il problema linguistico e forse lo stesso tema legato all'identità sono
entrati a far parte delle preoccupazioni dei governanti dei paesi europei ed extraeuropei.
La Spagna, come si è detto, è il Paese che in questi ultimi anni, per quanto riguarda la tutela e lo sviluppo
delle proprie lingue regionali, ha fatto i maggiori progressi. Emblematico è il caso dell'euskera, che nel Paese
Basco spagnolo risulta essere la lingua co-ufficiale dello Stato insieme al castigliano (con un aumento di
interesse nelle nuove generazioni), mentre nella zona basca francese, nonostante venga parlato dal 27% della
popolazione, non gode praticamente di nessun tipo di riconoscimento ufficiale e viene ancora considerato
alla stregua di un dialetto.
È evidente che le ragioni della disparità di trattamento, dipendono principalmente dalla paura di alcuni Stati
“centralisti” di perdere una parte della propria egemonia. D’altronde oggi sembra assodato che la lingua
differenziata ha costituito un elemento chiave anche se non l'unico nell’espansione dei moderni nazionalismi
sia dell'Europa occidentale che di quella centrale ed orientale.
Attualmente il criterio dominante nelle rivendicazioni autonomiste e separatiste è l'etnolinguistico, poiché la
lingua può essere usata per esprimere e simbolizzare la cultura originaria di un popolo. Le ricerche effettuate
in questo campo dimostrano che il tipo di lingua scritta "standardizzata" che può essere usata per
rappresentare l'etnia o una nazionalità di un popolo è una costruzione storica abbastanza recente (XIX secolo
o addirittura più tardi) e in alcuni casi, come per esempio accade tra serbi e croati, fino a non molto tempo
addietro non veniva nemmeno fatta una distinzione etnolinguistica 21. Il problema di ostinarsi a voler
considerare uno Stato come un'entità omogenea è un grave errore di prospettiva storica, in quanto
l'omogeneità nazionale tale come la conosciamo noi è un fatto abbastanza recente. Inoltre non è detto che il
plurilinguismo sia sinonimo di disgregazione geopolitica: in Svizzera o in Belgio, per esempio, il
plurilinguismo è uno dei fattori chiave dell’unità nazionale.
Concretamente questo significa che la Svizzera trova la garanzia della sua forza e della sua coesione civica
proprio nella diversità linguistica, cioè proprio laddove i grandi Stati tradizionalmente hanno trovato un
elemento di debolezza e di fragilità interna. Ovviamente ciò non significa che tutti gli Stati debbano seguire
il modello svizzero.
Ogni Paese presenta aspetti e problematiche del tutto peculiari che, ovviamente vanno affrontate in maniera
distinta. La Spagna ad esempio ha dimostrato di saper dare delle risposte adeguate al compito, non facile, di
21
Cfr. Sanmarti Roset j. M., Las politicas ...op. cit., .349.
difesa, sviluppo e valorizzazione delle lingue proprie e delle specificità regionali.
Auguriamoci soltanto che l'Italia, soprattutto in virtù dell'attuale legge di tutela linguistica 482 del 1999,
sappia proporre una politica altrettanto valida di difesa e soprattutto di sviluppo, dentro e fuori le aule
scolastiche, delle proprie lingue minoritarie.