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RASSEGNA STAMPA
martedì 31 marzo 2015
L’ARCI SUI MEDIA
ESTERI
INTERNI
LEGALITA’DEMOCRATICA
RAZZISMO E IMMIGRAZIONE
SWELFARE E SOCIETA’
BENI COMUNI/AMBIENTE
INFORMAZIONE
ECONOMIA E LAVORO
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LA REPUBBLICA
LA STAMPA
IL SOLE 24 ORE
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IL SALVAGENTE
INTERNAZIONALE
L’ARCI SUI MEDIA
del 31/03/15, pag. 15 (inserto Ingrao – la storia di Pietro)
del 31/03/15, pag. 1 (inserto Ingrao – la storia di Pietro)
La Storia di Pietro
Luciana Castellina
Un secolo in una vita. Il cinema, la letteratura, le istituzioni, la
democrazia. Quando una nuova generazione di giovani comunisti porta
nel Pci l’assillo di un confronto con le trasformazioni del capitalismo
italiano
Ricordo ancora nitidamente la prima volta che celebrai un compleanno di Pietro Ingrao:
era il 1965, lui compiva cinquant’anni (un’età che mi parve avanzatissima) ed era mezzo
secolo fa. Con Sandro Curzi, ambedue non da molto usciti dalla irrequieta Federazione
Giovanile, gli regalammo il suo primo paio di mocassini, con una dedica che lo sollecitava
ad essere meno prudente: «Cammina coi tempi, cammina con noi».
Lo ricordo bene perché eravamo in piena battaglia «ingraiana», proprio alla vigilia del
fatidico XI congresso del Pci, quando i compagni che si riconoscevano nelle sue idee (non
una corrente, per carità), uscirono un po’ più allo scoperto per sostenerle; e lui stesso
operò quella che fu definita una inedita rottura. Disse con chiarezza nel suo intervento
congressuale: «Sarei insincero se tacessi che il compagno Longo non mi ha persuaso
rifiutando di introdurre nella vita del nostro partito il nuovo costume di una pubblicità del
dibattito, cosicché siano chiari a tutti i compagni non solo gli orientamenti e le decisioni
che prevalgono e tutti impegnano ma anche il processo dialettico di cui sono il risultato».
Fu, come è noto, applauditissimo, ma tuttavia successivamente emarginato dal vertice del
partito e «relegato» (allora Botteghe Oscure contava più di Montecitorio) alla presidenza
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del gruppo parlamentare e poi della Camera dei Deputati. E noi dispersi in ruoli minori,
fuori dal palazzo.
Lo ricordo bene perché in fondo fu allora che cominciò la storia de «il manifesto», che pure
vide la luce solo quattro anni più tardi. Senza Pietro, che come sempre nella sua vita ha
fatto prevalere sulle sue scelte politiche la preoccupazione di non abbandonare il «gorgo»,
quello entro cui si addensava il popolo comunista. Non per paura, sia chiaro, ma per via di
quello che era il modo di sentire profondo di tutto il partito, il timore di sacrificare l’opinione
collettiva alla propria individuale.
Noi del manifesto alla fine lo facemmo, ma anche perché le nostre responsabilità nel Pci
erano infinitamente minori e dunque il nostro gesto non avrebbe potuto certo avere le
stesse conseguenze di quello di Ingrao. Ma non crediate che sia stato facile neppure per
noi, fu anzi una scelta molto molto sofferta e talvolta è capitato anche decenni dopo di
interrogarsi se non avremmo dovuto restare a combattere dentro anziché metterci nelle
condizioni di essere messi fuori.
(Per favore non reagite, voi giovani, dicendo: ma che tempi, non si poteva neppure
dichiarare un dissenso! È vero, non era bello. E però le opinioni nonostante tutto pesavano
più di adesso, la nostra radiazione fu un trauma per tutto il partito. Ora si può dire di tutto,
ma perché non conta più niente).
Oggi Pietro Ingrao di anni ne compie 100, e noi de il manifesto, se contiamo anche
l’incubazione, 50.
Col tempo si è forse smarrito il senso di cosa sia stato l’ingraismo, e anzi mi chiedo se tra i
giovani della redazione del giornale c’è ancora qualcuno che sa di cosa si sia trattato. Non
fu, badate, solo una battaglia per la democratizzazione del partito, il famoso diritto al
dissenso. C’era molto di più: si è trattato del tentativo più serio del pensiero comunista di
fare i conti con il capitalismo nei suoi punti più alti, di individuare le nuove, moderne
contraddizioni e su queste — più che su quelle antiche dell’Italietta rurale — far leva, non
per «inseguire mille rivoli rivendicativi» (per usare l’espressione di allora), ma per costruire
un vero modello di sviluppo alternativo.
Si trattava della rottura con l’idea di uno sviluppo lineare, col mito della «modernità
acritica», che fu alla base della cultura neocapitalista (e craxiana) di quegli anni. E,
ancora, il tentativo di capire che la crisi italiana non rappresentava una anomalia (un vizio
tutt’ora diffuso), ma poteva essere capita solo nel nesso con il capitalismo avanzato quale
si stava sviluppando nel mondo.
Dal giudizio sulla fase discendevano due diverse linee strategiche e per questo il confronto
non fu solo teorico, ma strettamente intrecciato con il che fare politico: se bisognava agire
per rendere l’Italia «normale», e cioè allinearla alla modernità europea, o invece incidere
su quel nesso anche per risolvere i vecchi problemi e preparare un’alternativa anche alla
«normalità» capitalistica.
La destra del Pci ovviamente si oppose a questa prospettiva. Quando il Pci, dopo la
Bolognina, fu avviato allo scioglimento, proprio su questa necessaria innovazione
costruimmo — questa volta ufficialmente assieme a Pietro Ingrao — il senso della famosa
«Mozione 2» che alla liquidazione del partito si opponeva. Non in nome della
conservazione ma, al contrario, del cambiamento, che non faceva però venir meno le
ragioni dell’alternativa al sistema ma anzi le rafforzava. Le vecchie categorie non
bastavano più e Ingrao è sempre stato attento a non ripetere litanie ma a individuare ogni
volta le potenzialità nuove offerte dallo sviluppo storico, i soggetti antagonisti, a capire
come si formano e si aggregano per diventare classe dirigente in grado di prospettare una
società alternativa. Oggi e qui.
Come sapete, perdemmo.
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Su quel nostro dibattito degli anni 60 — che trovò poi una sistemazione nel 1970 proprio
nelle «Tesi per il comunismo» del Manifesto (che non dissero che il comunismo era
maturo nel senso di imminente, come qualcuno equivocò — e ironizzò -, ma che non
sarebbe stato più possibile dare soluzione ai problemi posti dalla crisi nel quadro del
sistema capitalistico sia pure ammodernato).
Questo fu l’XI congresso del Pci, quello spartiacque delle cui emozioni, passioni,
sofferenze Pietro Ingrao ha dato eco nel suo libro «Volevo la luna».
Nell’anniversario del suo centesimo anno di vita avrei forse dovuto parlare di Pietro Ingrao
ricordandone di più i suoi aspetti umani, la sua personalità, il modo come ha dipanato la
sua esistenza, e non invece andar subito dritta al nocciolo politico della sua vita di
comunista.
L’ho fatto per due ragioni: perché troppo spesso ormai nel celebrare gli anniversari si
tende a ridurre tutto ai tratti del carattere di chi si ricorda, alle sue qualità morali, e sempre
meno a riflettere sulle loro scelte politiche. E poi perché Pietro in particolare, invecchiando,
— e forse anche per via di come sono andate le cose nella sinistra italiana — ha finito per
ricordarsi sottotono, persino con qualche vezzo civettuolo, più come poeta che come
dirigente politico. Che è invece stato e di primo piano.
Poeta non ha in realtà mai smesso di essere, basti pensare al suo modo di esprimersi, mai
politichese, sempre attento a illuminare l’immaginazione e non a ripetere catechismi. Vi
ricordate la sua sorprendente uscita nell’intervento al primo dei due congressi di
scioglimento del Pci, il XIX nel 1990, quando se ne uscì col suo clamoroso «viventi non
umani», per chiedere attenzione alla natura e alle sue speci? Non era forse una poesia,
che come tale suonò, del resto, in quel grigio e mesto dibattito di fine partita?
Pietro non usava il politichese perché ascoltava. Sembra banale, ma quasi nessuno
ascolta. E siccome ascoltava è stato anche ascoltato da generazioni assai più giovani,
quelle che dei nostri dibattiti all’XI congresso del Pci, e del Pci stesso, non sapevano
niente. Penso al Forum sociale europeo di Firenze nel 2002, per esempio, dove il suo
discorso sulla pace conquistò ragazzi che non sapevano neppure chi fosse.
Ascoltava perché della democrazia ha sempre sottolineato un elemento ormai in disuso,
soprattutto il protagonismo delle masse, la partecipazione.
Può sembrare curioso, ma molto del pensiero politico di Ingrao è stato segnato dalla sua
adolescenziale formazione cinematografica. Nei molti anni in cui per via del mio incarico
nella promozione del cinema italiano ho avuto con i big di Hollywood molti incontri e
spesso la discussione scivolava sull’Italia e sul come era stato possibile che ci fossero
tanti comunisti. Un po’ scherzando e un po’ sul serio ho sempre finito per ricorrere ad un
paradosso: «Badate — dicevo — il comunismo italiano è così speciale perché oltreché a
Mosca ha le sue radici qui a Hollywood, che dunque ne porta le responsabilità». E poi
raccontavo loro la storia, tante volte sentita da Pietro, della formazione di un pezzo non
secondario di quello che poi diventò il gruppo dirigente del Pci nel dopoguerra: Mario
Alicata, lui stesso, e anche altri che pur fuori dai vertici sul partito avevano avuto una
fortissima influenza, Visconti, Lizzani, De Santis. Tutti allievi del Centro sperimentale di
cinematografia.
Raccontavo loro, dunque, di Ingrao che mi aveva detto di come la sua generazione, già a
metà degli anni ’30, avesse avuto il suo ceppo proprio nel cinema. E, segnatamente, nel
grande cinema — e nella letteratura — americani del New Deal, tortuosamente conosciuti
proprio al Centro grazie a una fortuita circostanza: l’arrivo, come insegnante, di un
singolare personaggio, Ahrnheim, ebreo tedesco sfuggito al nazismo e chissà come
approdato proprio lì, prima che le leggi razziali fossero introdotte anche in Italia.
«Proprio quelle pellicole — mi disse Pietro in occasione di un’intervista (per il settimanale
Pace e guerra che allora dirigevo) su una importante mostra allestita a Milano sugli anni
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’30 — mostravano cariche di socialità, in cui c’era la classe operaia, la solidarietà sociale,
la lotta. Proprio grazie a quei film, che erano mezzi di comunicazione fra i movimenti
sociali e l’americano qualunque, così diversi dalla cultura antifascista italiana degli anni ’20
— elitaria, ermetica — che avevamo amato, ma non ci aveva aiutato; proprio quei film che
ci aprivano una finestra sull’intellettuale impegnato, noi ci siamo politicizzati. Sono stati il
primo passo verso la politica».
Questo nesso fra cultura e politica è stato un tratto che ha distinto il comunismo italiano. E
Pietro Ingrao ne è stato uno dei più significativi interpreti.
Grazie e tanti auguri, Pietro.
Da Rai - BuongiornoRegione - Tg3 Piemonte del 30/03/15
http://www.rai.tv/dl/tgr/regioni/PublishingBlock-8cbbd8fc-3365-4785-a7ec950b73541553.html?idVideo=ContentItem-3d790dfb-3e99-489d-83056e071dac83f0&idArchivio=Buongiorno
Al minuto 28,36 presentazione del manifesto della laicità, promosso da Consulta Torinese
per la Laicità delle Istituzioni, in collaborazione con Arci Torino
Da Blitz Quotidiano del 31/03/15
Rai. La Controriforma di Renzi, salto indietro
di 40 anni
di Vincenzo Vita
ROMA – Vincenzo Vita ha pubblicato questo articolo anche su Confronti col titolo “Il
governo alla conquista della Rai“. BlitzQuotidiano vi propone l’articolo integrale:
Il progetto di riforma radiotelevisiva di Renzi è una vera e propria controriforma: un
passo indietro di quarant’anni, a prima della legge del 1975 che riformò davvero la Rai. Poi
la ricerca del pluralismo degenerò nella lottizzazione, ma l’attuale progetto non affronta
questo problema. Si vorrebbe una Rai sotto l’egida del «Partito della Nazione».
«Verrà un giorno…», diceva ne I promessi sposi Fra Cristoforo. E chissà se verrà mai
un giorno in cui la questione della Rai assurgerà al rango di grande vicenda industriale,
tecnologica e culturale. Già, perché – come sottolineò lucidamente Raymond Williams nel
1974 – la (radio)televisione è tecnologia e forma culturale. Tuttavia, speranze e profezie
non trovano spazio nella concreta discussione in corso. Il disegno del governo Renzi è
molto, molto di meno. Per riprendere la «leggerezza» di Calvino, si tratta di «sottrarre
peso» ad annunci e descrizioni, separando la sostanza dall’accidente: il poco che rimane
è limitato e terribile. Il baricentro del testo è di fatto uno solo: la conquista da parte
dell’esecutivo della romana cittadella di viale Mazzini. Una vera e propria controriforma.
Un grottesco (oltre che pericoloso) viaggio a ritroso nel tempo: si spostano indietro i
calendari di quarant’anni. A prima della legge n.103 del 1975 che –invece – riformò
davvero l’azienda: indirizzo e vigilanza al Parlamento, decentramento ideativo e
produttivo, ricerca del pluralismo. Certamente, quest’ultimo via via degenerò nella
«lottizzazione» e in parte venne meno lo spirito dei primi anni Settanta. Un vasto
movimento (dall’Arci, alle Regioni, alla mediologia dell’epoca, a partire dal compianto
Giovanni Cesareo) aveva allora portato ad un articolato normativo che, comunque, è
ancora un solido punto di riferimento. Malgrado l’ingerenza dei partiti. Intendiamoci, pur in
quel clima di soggezione, si trovarono a dirigere reti e testate personalità del calibro di
Sergio Zavoli, Andrea Barbato, Emanuele Milano, Massimo Fichera o Angelo Guglielmi,
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per citarne alcuni. Insomma, guai a cancellare con un tasto del computer ogni memoria e i
significativi insegnamenti del passato.
Ora, se mai, si dovrebbe fare un salto in avanti. La Rai va ripensata e forse rovesciata
come un calzino, ma non accedendo al controllo diretto del servizio pubblico da parte del
governo. Oggi, in assenza – tra l’altro – di un sistema politico come quello che ci consegnò
il dopoguerra, non cadremmo neppure in purgatorio, bensì direttamente all’inferno. Una
Rai sotto l’egida del «Partito della Nazione», che si erge a dominus generale con la
revisione della Costituzione e l’Italicum, diventerebbe un elemento chiave di un inquietante
pensiero unico. Ecco, allora, perché è doveroso lanciare un allarme. Siamo in un paese
privo di contrafforti, di bilanciamenti dei e tra i poteri. Non c’è una seria disciplina dei
conflitti di interesse, manca soprattutto nei media un quadro giuridico antitrust; la politica sì
è fatta comunicazione e quest’ultima con Berlusconi ha assunto un ruolo politico
immediato. Senza regole, se non la bruttura della legge Gasparri. Se pure l’azienda
pubblica perdesse definitivamente le residue parvenze dell’autonomia e dell’indipendenza,
i rischi di regime si appaleserebbero davvero. Si mediti su tale deriva, senza preconcetti,
con animo libero e critico.
E poi, come è possibile che all’alba del maggiore cambiamento di natura del
capitalismo, egemonizzato in profondità dalle componenti finanziarie e cognitive, non si
immagini un futuro per la Rai all’altezza del presente-futuro? L’universo «crossmediale»,
figlio del matrimonio tra telefoni e radiotelevisione, tra cavi-fibre e onde hertziane, vive una
condizione densa di opportunità, ma altrettanto segnata da rischi incombenti. Il monopolio
dell’era digitale è appannaggio di pochissimi gruppi sovranazionali, da Google, a Yahoo, a
Facebook; le strutture della distribuzione e della logistica sono nelle mani potenti di
Amazon; l’industria dei contenuti è un oligopolio difficilmente espugnabile, essendo
presidiato da tycoon come Murdoch. E, soprattutto, l’entrata in scena di una notevole
varietà di piattaforme diffusive (che peccato mortale la storia di RaiWay, che potrebbe
essere mangiata dal concorrente!) rende ancor più importante – non meno – la funzione
del soggetto pubblico. Da intendere non come entità clientelare ed assistita, ma come
strumento per l’accesso democratico dei cittadini al bene comune informazione. Senza
discriminazioni e senza accettare il «digital divide». Insomma, non di sola «governance»
vive l’uomo. Che il governo accetti, almeno, il confronto parlamentare, dove sono
depositati progetti francamente migliori.
http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/vincenzo-vita-opinioni/rai-la-controriforma-di-renzisalto-indietro-di-40-anni-2145749/
Da il Mattino.it del 30/03/15
Immigrazione, convegno transnazionale a
Napoli
Incontro dibattito trans-nazionale sul tema dell'Immigrazione in Italia e all'estero. Si
svolgerà il 31 marzo 2015, all'interno del Maschio Angioino, a Napoli il secondo seminario
transnazionale sul tema dei migranti e sulle pratiche locali per l’integrazione. Sarà
L'occasione per fare il punto sulle condizioni degli immigrati nel nostro paese e in
particolare a Napoli, e per mettere a confronto le politiche di accoglienza nei paesi europei
più vicini all'Italia, come Spagna, Belgio, Germania e Francia.
Saranno presenti infatti esponenti delle 5 nazioni, mentre per l'Italia, in particolare per
Napoli, sarà presente l'assessore alle Politiche Sociali del comune di Napoli, Roberta
Gaeta, il presidente della Commmissione Bilancio del comune di Napoli, Elpidio Capasso
e il presidente delle Acli provinciali di Napoli, Gianvincenzo Nicodemo. La sintesi
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dell'offerta europea e dell'accesso ai servizi nei confronti degli immigrati sarà presentata
dai docenti delle Università diNanterre (Francia), di Barcellona (Spagna), del Centre
Bruxellois d'Animation Interculturelle (Belgio) e di quello del Selbsthilfewerk für
interkulturelle Arbeit e. V. (Germania). Inoltre sarà possibile ascoltare la storia vera di
Mhidukulasuriya Viraj e Asanka Edirisinghe, due migranti del territorio napoletano che
racconteranno la loro esperienza abitativa.
“La cura delle persone immigrate è parte centrale del percorso associativo che le Acli di
Napoli hanno deciso di rilanciare con lo scorso Congresso – fa sapere il neo presidente
delle Acli provinciali Gianvincenzo Nicodemo - A cominciare dalle situazioni di
sfruttamento - da parte di italiani e stranieri - e alle Joint venture che su questo si sono
generate con la criminalità organizzata”. La necessità di affrontare il tema dei migranti
diventa sempre più pressante negli ultimi tempi, anche alla luce delle vicende politiche sul
piano nazionale. Ed è proprio intorno al confronto tra le politiche e le pratiche di
integrazione, in particolare relative ai tre ambiti – housing, iniziative e servizi a sostegno
della mobilità lavorativa, integrazione che si svilupperà il confronto tra Italia (in particolare
Napoli e la Provincia), Spagna, Belgio, Germania e Francia ai fini del trasferimento in
ambito locale e nazionale delle migliori pratiche transnazionali. Per realizzare le attività
progettuali la rete dei partner si è dotata di diversi modelli organizzativi: la Cabina di regia,
costituita dai partner italiani di progetto ARCI, ACLI, Patronato ACLI, CNR; il Comitato di
coordinamento scientifico con le equipe di ricerca del CNR e dei Soggetti aderenti esteri:
CBAI Centre Bruxellois d'Animation Interculturelle (Bruxelles), l’Università di Nanterre,
l’Università di Barcellona (Spagna), ACLI – Selbsthilfewerk fur interkulturelle Arbait e. V.
(Germania). Il progetto è cofinanziato da Fondo europeo per l’integrazione di cittadini di
paesi terzi
http://www.ilmattino.it/noi/immigrazione_convegno_transnazionale_a_napoli/notizie/12686
76.shtml
Da Adn Kronos del 30/03/15
Un seminario per rilanciare la Banca del
tempo
Si terrà martedì in biblioteca con le associazioni del sociale e gli amministratori di Comune
e Regione (Ufficio stampa) - Rilanciare, riqualificare e aggiornare la Banca del tempo di
Terni. E' questo l'obiettivo della giornata di lavoro di domani, martedì 31 marzo, in
biblioteca. Con inizio alle 9.30 l’iniziativa prevede un seminario rivolto agli operatori del
territorio e ai soggetti associativi e un laboratorio informativo destinato agli operatori degli
sportelli operativi e informativi. Da tempo esiste sul territorio del Comune di Terni, un
servizio di Banca del tempo, attivato dall’associazione centro socio – culturale Il Palazzone
tramite la stipula di un protocollo di intesa con altre associazioni locali. "Oggi, grazie a un
apposito decreto della Giunta Regionale, si è potuto avviare - dichiara il vicesindaco con
delega al Welfare Francesca Malafoglia - un percorso partecipato finalizzato alla
riprogettazione operativa della Banca del tempo e alla stipula di un patto che sancisca la
collaborazione fra i suoi promotori e l'Amministrazione Comunale, ancorato a principi e
valori condivisi". Il nuovo soggetto aderisce all’associazione Nazionale BdT, pur
mantenendo la propria specificità ed autonomia territoriale in termini di organizzazione e di
funzionamento. In questa nuova fase di riprogettazione, accanto alle associazioni Il
Palazzone, Acli, Arci, Guglielmi, Enaip, Oratorio San Giovanni Bosco, partecipano anche
altri soggetti quali il Cesvol e Terni Donne. "Alla luce di un contesto socio-economico
difficile - prosegue il vicesindaco - è di fondamentale importanza promuovere progetti,
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fortemente sostenuti a livello regionale e inseriti nelle politiche di welfare del territorio
regionale, che si fondano sulla collaborazione fattiva fra enti locali e associazioni, ovvero
partnership chiamate a svolgere sempre più un ruolo da protagonista nell’attuazione delle
politiche comunitarie sul territorio e nell’attivazione di misure e azioni finalizzate a
promuovere il benessere individuale e collettivo, anche attraverso la costruzione di un
sistema a rete dei Servizi, la produzione di beni relazionali nella comunità e la
valorizzazione di beni comuni". Alla giornata di lavoro di domani oltre al vicesindaco di
Terni, parteciperanno, tra gli altri, l'assessore regionale al Welfare Carla Casciari, la
presidente nazionale delle BdT Maria Luisa Petrucci. La scheda 1. La banca del tempo. E’
una associazione di persone che attuano uno scambio reciproco di attività, scelte
all’interno di un elenco, dando ciò che sono in grado di dare e ricevendo ciò di cui hanno
bisogno. Tutti gli scambi sono regolati esclusivamente in termini di tempo secondo un
principio di parità. Il funzionamento è simile a quello di una banca vera e propria con la
differenza che non circola denaro ma tempo. 2. Valori e mission. La Banca del tempo si
basa sulla considerazione fondamentale che le persone sono al contempo portatrici di
bisogni e detentrici di risorse e che, dall'incontro organizzato fra queste, si possano
accrescere le opportunità dei singoli individui vitalizzando la qualità delle relazioni sociali
su base comunitaria: da singoli individui ad una “comunità” di cittadini che agisce, innanzi
tutto, fiducia e reciprocità attraverso una nuova forma di scambio produttivo di valore
sociale documentabile/”misurabile”. 3. Finalità generali. La Banca del Tempo si propone di
sostenere: l’agire etico e solidale basato su un ritrovato senso di fiducia reciproca; una
rete di relazioni che veda il coinvolgimento di soggetti del pubblico e del privato sociale, al
fine di sviluppare una cultura della reciprocità nella Zona Sociale 10; la valorizzazione del
tempo come strumento per la costruzione della cittadinanza attiva; la valorizzazione delle
specificità di ogni singola persona in quanto portatrice di saperi competenze e valori
attraverso incontri e scambi fra le persone di una comunità; stili di vita più sostenibili e in
armonia con gli altri; scambi di servizi e competenze tra gruppi informali e formali; scambio
di saperi anche in ottica di formazione/informazione; l’equità nelle relazioni di genere e le
pari opportunità tra le persone; 4. Destinatari. Il progetto intende rivolgersi a tutta la
comunità locale residente nei Comuni appartenenti alla Zona Sociale 10, si rivolge ai
singoli cittadini, alle famiglie, ai gruppi informali, alle associazioni, alle organizzazioni che
si ispirano a principi di reciprocità, solidarietà, socialità. 5. Partenariato. Questo progetto
prende le mosse dalla significativa esperienza, già attiva da tempo nel nostro territorio,
animata da un gruppo di Associazioni che vedono nell’associazione “Il Palazzone” il
soggetto promotore. Partner: Comune di Terni, CeSVol, Centro Sociale Il Palazzone, Acli
Terni, Parrocchia Don Giovanni Bosco, Arci Terni, Terni Donne, Enaip Terni, Centro
Sociale Guglielmi. SPA -
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ESTERI
del 31/03/15, pag. 6
Raid sauditi, è strage nel campo profughi
Chiara Cruciati
Yemen. 45 civili uccisi in un campo profughi, mentre Houthi e
fedelissimi di Saleh si avvicinano ad Aden. L'Arabia Saudita invita al
dialogo, ma intanto crea l'esercito arabo anti-sciita
Le bombe hanno portato con sé il primo massacro: ieri raid dell’aviazione di Riyadh hanno
colpito il campo profughi di Mazraq, a nord dello Yemen, e ucciso almeno 45 persone.
Secondo l’Arabia Saudita l’operazione aveva come target i miliziani sciiti Houthi che dalla
regione di Haradh, dove si trova il campo, si stavano spostando verso sud, verso lo
strategico porto di Aden. Perché ad Aden che combatte la battaglia per lo Yemen: punto di
transito del greggio del Golfo diretto in Europa e capitale ad interim del governo ufficiale, la
caduta di Aden – dopo quella di Sana’a, capitale ufficiale – in mano al movimento ribelle
Houthi è un’eventualità inaccettabile per il nuovo fronte sunnita anti-sciita.
È ad Aden che si stanno scontrando in queste ore i diversi attori impegnati, volenti o
nolenti, nella guerra per procura tra Iran e Arabia Saudita: da una parte le forze militari
governative del presidente fuggitivo Hadi, sostenute dalla coalizione guidata da Riyadh;
dall’altra i ribelli sciiti, supportati dai fedelissimi dell’ex presidente Saleh, deposto nel 2011.
Testimoni raccontano di esplosioni e colpi di artiglieria alla periferia della città, dopo
l’avanzata Houthi lungo la costa: cinque i civili uccisi nella guerriglia urbana tra le due
parti.
Sarebbero invece 8 le vittime del lancio di razzi contro la città di Daleh, a nord di Aden,
sparati dai miliziani di Saleh. Tra loro due bambini. L’avanzata Houthi non intende
arrestarsi: fonti locali hanno raccontato ieri che le forze fedeli a Saleh, insieme a miliziani
sciiti, sono arrivate a meno di 30 km dalla città costiera. Al conflitto tra governo ufficiale e
ribelli, si aggiungono le tribù sunnite locali, concentrate a sud, la zona più ricca di greggio:
miliziani tribali hanno attaccato i combattenti Houthi in sostegno al presidente Hadi, fonte
di stabilità economica per le tribù sunnite.
Ma a muovere le fila della guerra civile in corso in Yemen è il potente asse Riyadh-Il Cairo
che ha gestito al meglio il summit dello scorso fine settimana della Lega Araba: il
presidente egiziano al-Sisi e re Salman al-Saud hanno ottenuto quanto erano andati a
cercare, una forza militare congiunta araba in chiave anti-Houthi. Ovvero in chiave antiIran, definito dal presidente yemenita Hadi il burattinaio dei ribelli sciiti, ma che per ora si
limita a rispondere a parole: l’accordo sul nucleare non è ancora stato archiviato e
Teheran preferisce concentrare le energie su Losanna, piuttosto che Sana’a.
L’esercito arabo dovrà contrastare le crescenti minacce alla sicurezza della regione, fanno
sapere dal summit, ovvero intervenire su richiesta di qualsiasi paese arabo che affronti
una minaccia alla sicurezza nazionale.
Al bastone re Salman affianca però la carota del negoziato: l’Arabia Saudita è aperta al
dialogo con tutti i partiti politici yemeniti che intendono preservare stabilità e sicurezza del
paese, ha detto il monarca. Un dialogo sponsorizzato «dal Consiglio del Golfo
nell’obiettivo di salvaguardare la legittimità e sconfiggere i tentativi di distruggerla».
Ovvero, tutti sono i benvenuti al tavolo del negoziato purché riconoscano l’attuale governo
del presidente Hadi – voluto da Riyadh – come potere legittimo e abbandonino le armi.
Eppure i ribelli Houthi avevano chiesto più volte in passato l’apertura del dialogo al
governo centrale, accettando in un primo momento anche la nomina del premier Baha, lo
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scorso autunno, pur di garantirsi maggiore riconoscimento politico. Il riconoscimento non è
arrivato, anche su pressione saudita, e la ribellione è diventata l’arma sciita.
Cade Idlib, la roccaforte di Assad in mano ad al Qaeda
Sull’altro fronte aperto in Medio Oriente, l’avanzata Isis, a subire il colpo peggiore è il
governo di Damasco: sabato scorso il Fronte al-Nusra, formazione qaedista siriana, ha
occupato la città di Idlib, a nord ovest del paese. Sui social network account vicini al
gruppo islamista hanno pubblicato foto della statua di Hafez al-Assad, padre dell’attuale
presidente Bashar, attaccata dai miliziani.
Una vittoria consistente per il fronte islamista siriano: Idlib è vicina alla strada che collega
Aleppo a Damasco e alla città costiera di Latakia, altra roccaforte alawita. A preoccupare è
l’alleanza tra gruppi sunniti nata per la presa della città, tra al-Nusra e i movimenti Ahrar
al-Sham e il Jund al-Aqsa. A nord il governo è scoperto: a ovest, a Idlib, c’è al Nusra; a
est, a Raqqa, l’Isis.
Del 31/03/2015, pag. 14
Voltafaccia, bluff e promesse a Losanna
«L’intesa con l’Iran vicina al traguardo»
Teheran: non invieremo l’uranio in Russia. Critiche di Netanyahu alle
molte concessioni Usa
DAL NOSTRO INVIATO
LOSANNA
Sono le ore degli ultimi tatticismi, dei colpi di coda, dei voltafaccia apparenti, dei bluff da
pokeristi consumati, del pessimismo diffuso ad arte, delle concessioni mascherate, tutto
l’armamentario di ogni negoziato diplomatico che si vuole duro, complesso e soprattutto
gravido di conseguenze politiche profonde.
A meno di una clamorosa rottura, frutto di un coup de theatre impossibile da escludere del
tutto, la trattativa sul nucleare iraniano si avvia questa notte alla sua conclusione. E se
differenze sostanziali separano ancora le parti negozianti, un accordo quadro — limiti
robusti alle ambizioni atomiche di Teheran in cambio dello smantellamento cadenzato
dell’embargo internazionale — appare a portata di mano. Anche se poi saranno necessari
mesi per metterne a punto i complicatissimi dettagli operativi.
«La volontà politica di chiudere c’è», ha spiegato Federica Mogherini, l’Alto
Rappresentante per la politica estera della Ue, che ha presieduto la sessione plenaria del
mattino, prima che le delegazioni dei «5+1» e dell’Iran si lanciassero in una frenetica
successione di riunioni tecniche, sessioni bilaterali, conversazioni informali. Un tourbillon
che sicuramente proseguirà a oltranza fino alla mezzanotte di oggi, scadenza indicata per
il compromesso. Secondo fonti occidentali, sono tre i punti più critici ancora da risolvere: la
durata delle restrizioni sulle attività sia di arricchimento che di ricerca e sviluppo dell’Iran,
oltre i 10 anni previsti dalla bozza d’intesa e a quanto pare già accettati da Teheran; il
calendario di smantellamento delle sanzioni e infine il loro ripristino in caso di violazione
dell’accordo da parte dell’Iran.
Soprattutto il primo punto appare controverso. Il regime sciita insiste per poter continuare
una limitata attività di sviluppo e ricerca a fini pacifici. Ma l’impiego di centrifughe di nuova
generazione, molto più veloci ed efficienti, rischierebbe di far saltare i parametri in base ai
quali è calcolato il breakout time . Detto altrimenti, se Teheran decidesse di riprendere il
programma atomico militare, i nuovi macchinari le consentirebbero tempi più spediti verso
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la costruzione di un ordigno. In realtà, si discute ancora su tutto. Ieri, in un apparente
rovesciamento di posizione dell’ultima ora, un vice-ministro iraniano ha escluso
categoricamente che le riserve di uranio a basso grado di arricchimento possano essere
inviate in Russia, per la trasformazione in barre combustibili, come parte dell’intesa. Ma un
funzionario del dipartimento di Stato Usa, al seguito di John Kerry, ha detto che la
questione «non è stata ancora decisa» e che «il processo all’estero delle riserve fissili è
essenziale, per assicurare che le attività dell’Iran restino solo pacifiche».
Oltre a Mogherini, «cautamente ottimista» si è detto ieri sera il ministro degli Esteri cinese,
Wang Yi, secondo il quale «le posizioni si stanno progressivamente avvicinando». E di
«generale volontà di arrivare a una soluzione esauriente di compromesso nei prossimi
giorni», ha parlato anche Sergej Lavrov. Suscitando un piccolo allarme, il ministro degli
Esteri russo è rientrato nel pomeriggio a Mosca, ma la sua portavoce ha spiegato che si
trattava di impegni già presi da tempo e che già oggi Lavrov farà ritorno a Losanna. Da
Teheran, un invito a tenere duro nella trattativa è venuto da uno dei consiglieri della Guida
Suprema: «I nostri negoziatori stiano attenti alle tattiche ingannevoli e abili dei nostri
nemici», ha detto l’ex ministro degli Esteri, Ali Akbar Velayati.
Sullo sfondo restano immutate le inquietudini israeliane, di fronte alla prospettiva di
un’intesa, che restituirebbe Teheran alla comunità internazionale. Ieri il premier Netanyahu
è tornato a mettere in guardia da un accordo, che significherebbe «premiare» la politica
aggressiva dell’Iran.
Paolo Valentino
Del 31/03/2015, pag. 15
Israele-Arabia Saudita quell’asse segreto che
unisce i «nemici»
GERUSALEMME
«I nemici dei miei nemici sono miei nemici» proclama Benjamin Netanyahu nel discorso
davanti ai deputati e ai senatori americani. Parla al Congresso perché Barack Obama
intenda: non ha senso — ammonisce il premier israeliano — smerciare la ricercata intesa
con l’Iran come una decisione pragmatica motivata dall’avere avversari comuni (i
fondamentalisti sunniti).
Eppure gli israeliani sembrano applicare la stessa strategia del presidente americano,
quella che Netanyahu con abilità retorica ha cercato di ribaltare: i nemici dei miei nemici
sono miei amici. Così lo Stato ebraico si ritrova — e coltiva attraverso canali segreti —
alleati inaspettati come l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo (escluso il Qatar).
Tutti insieme convinti che l’accordo con gli ayatollah sul programma nucleare sia
«pessimo». Ahmad Al-Faraj, editorialista del quotidiano saudita Al Jazirah , considera
«Obama uno dei peggiori presidenti nella storia americana» — Netanyahu probabilmente
è d’accordo, non si è mai potuto permettere di dirlo in pubblico — e ha elogiato
l’interventismo e le pressioni del premier israeliano sul Congresso: «Con le sue critiche a
una possibile intesa, perseguita dagli Stati Uniti a scapito degli alleati storici nella regione,
difende anche i nostri interessi. Gli sono grato». L’assenza di relazioni diplomatiche non
ha impedito al ministro Ali al-Naimi di ipotizzare la vendita di petrolio a Israele: «Abbiamo
sempre cercato buoni rapporti con tutti — ha spiegato dopo una riunione dell’Opec a
Vienna — e lo Stato ebraico non è un’eccezione». O non ha impedito al principe Turki alFaisal di scrivere un editoriale per Haaretz . Il capo dei servizi segreti fino al 2001 ha
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scelto il quotidiano pubblicato a Tel Aviv per rilanciare quella che viene chiamata
«l’iniziativa saudita»: le nazioni arabe sarebbero disposte a stabilire normali legami con
Israele in cambio del ritiro dai territori per permettere la nascita di uno Stato Palestinese.
È quello che suggeriscono analisti israeliani come Alon Ben-David, proprio nei giorni dei
negoziati a Losanna. «I Paesi che capiscono quello che sta succedendo in Medio Oriente
— commenta sul giornale Maariv — si sono riuniti a Sharm el Sheikh. Anche Israele
avrebbe dovuto partecipare». Perché, sostiene, gli interessi dello Stato ebraico sono
identici a quelli delle nazioni sunnite che hanno partecipato al vertice in Egitto. «Questi
possibili alleati chiedono però una fermata a Ramallah prima di arrivare a Sharm, uno stop
per far ripartire il processo di pace. È l’opportunità che dobbiamo cogliere per non restare
ai margini di un processo che sta ridisegnando il Medio Oriente».
Sul Mar Rosso è stato deliberato di creare una forza militare panaraba e di continuare le
operazioni in Yemen fino al ritiro dei ribelli. Sono le risposte a quello che viene percepito
come un pericoloso espansionismo persiano e sciita. La pensa così anche Netanyahu e lo
ha dichiarato sempre nel discorso al Congresso: «L’Iran domina già quattro capitali:
Bagdad, Sana’a, Damasco, Beirut. Se non verrà tenuto sotto controllo, ingurgiterà altre
nazioni». Non è la prima volta che israeliani e sauditi si trovano d’accordo su quale debba
essere l’esito di una guerra civile in Yemen. Quando nel 1962 un gruppo di ufficiali
rovescia la teocrazia al potere e riceve il sostegno del leader egiziano Gamal Abdel
Nasser, Riad (preoccupata dai disordini al suo confine sud) e Londra (i britannici non
vogliono perdere il protettorato di Aden) chiedono aiuto — mai riconosciuto ufficialmente
— all’aviazione di Tsahal. Perché sanno che il pilota Aryeh Oz è specializzato nelle
operazioni di rifornimento in zone impervie come le montagne desertiche dello Yemen. È a
lui e al suo Squadrone 120 che lo Stato Maggiore a Tel Aviv dà l’ordine di consegnare
armi e materiali per le milizie rimaste fedeli al re. Il coinvolgimento deve restare segreto,
così uno dei lanci dal cielo viene annunciato ai capi tribali dal monarca deposto, che è
anche leader religioso, come un dono divino. «Se gli israeliani e i sauditi hanno messo da
parte i loro dissensi allora — ragiona Asher Orkaby, docente ad Harvard, sulla rivista
Foreign Affairs — possono farlo anche oggi». Gli obiettivi in Yemen restano comuni anche
dopo 53 anni: questa volta va arrestata l’avanzata di Teheran. «È nel nostro interesse che
i ribelli Houti, sostenuti dall’Iran, vengano sconfitti — commenta Efraim Inbar dell’università
Bar-Ilan al quotidiano Jerusalem Post —. Dobbiamo anche augurarci la caduta di Bashar
Assad in Siria per impedire la creazione di un corridoio sciita attraverso il Medio Oriente».
Del 31/03/2015, pag. 13
Obama e l’eredità avvelenata a Israele
IL PRESIDENTE USA POTREBBE RICONOSCERE LO STATO
PALESTINESE PRIMA DELLA FINE DEL SUO MANDATO
La vittoria di Netanyahu alle elezioni del 17 marzo è stata netta, ma nche le reazioni del
presidente americano e del suo gabinetto abbiamo avuto una svolta senza precedenti nei
rapporti fra i due stati. In campagna elettorale Netanyahu aveva dichiarato che finché lui
sarà primo ministro, non nascerà alcuno Stato palestinese. Obama ha subito replicato che
il premier israeliano non potrà cancellare il suo impegno del 2009 per “due Stati per due
popoli”, e se lo farà, gli americani riconsidereranno la loro politica in Medio Oriente. Il
fresco vincitore Netanyahu ha allora ribadito in una serie di interviste ai media americani il
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suo impegno verso la soluzione tanto sostenuta dal presidente americano. Ma il ping pong
non è finito. Obama ha sottolineato di credere nella prima affermazione del premier
israeliano, ovvero che finché durerà il governo Netanyahu non nascerà uno stato
palestinese. È importante analizzare proprio in quest’ottica il futuro esecutivo israeliano.
Personaggi come Bennett, Liebermann, Deri, faranno grande fatica a sostenere
un’apertura di Netanyahu verso i palestinesi. Il loro elettorato non vede nel compromesso
politico una soluzione attuale e rilevante. Questa compagine politica dice chiaramente al
mondo che le trattative di pace fra Israele e i palestinesi sono finite. Se uno Stato
palestinese non rientra nei programmi politici del nascente governo di Tel Aviv, che senso
ha scomodare l’ 80 enne Abu Ma-zen per l’ennesimo ciclo di trattative senza alcun
cambiamento? Quando Obama dice di voler riconsiderare la sua politica verso la
questione palestinese, ha nelle sue mani mezzi diplomatici molto efficaci. Per esempio, la
decisione dell’amministrazione democratica americana di voler condurre una iniziativa
concordata con l’Unione europea, per riconoscere lo Stato Palestinese nei confini del ‘ 67
e Gerusalemme Est come possibile capitale di questo per ora ancora virtuale stato
(esclusa Gaza di Hamas, che al contrario di Abu Mazen non è disposta a una soluzione
pacifica). Le conseguenze di un riconoscimento del genere presso le Nazioni Unite farà sì
che la maggior parte dei paesi nel mondo riconosceranno lo Stato palestinese, trattandolo
come Stato a tutti gli effetti. In altre parole, non più “Autorità palestinese”, ma uno Stato
riconosciuto globalmente proprio come quello israeliano, mentre Israele si ritroverà a
occupare i territori di uno stato confinante, che gode di legittimità internazionale, senza
una vera ragione politica o bellica. Anche nell’Unione europea, in paesi importanti come la
Gran Bretagna, negli ultimi anni si è parlato della legittimità giuridica di un boicottaggio
economico dell’industria israeliana situata nei territori occupati dopo la vittoria della Guerra
dei Sei Giorni. Vi sono dossier di grandi giuristi europei che sostengono che un tipo di
boicottaggio del genere non violerebbe alcuna legge europea, perché la Cisgiordania non
è riconosciuta dalle leggi internazionali come territorio israeliano. A tale iniziativa si sono
espressi positivamente paesi quali Danimarca, Svezia, Sudafrica, Irlanda. A QUESTO
PUNTO il futuro governo israeliano dovrà trovare una risposta politica alla iniziativa di
riconoscimento e alla minaccia di boicottaggio. Finora i presidenti americani hanno usato il
veto per bloccare iniziative del genere; una volta che l’iniziativa arriverà proprio dall’amica
storica di Israele, è chiaro che il veto su ogni risoluzione Onu non favorevole a Israele non
sarà più automatica come negli ultimi decenni. L’occupazione della compirà mezzo secolo
fra due anni. Non è sorprendente che grandi potenze dello scacchiere diplomatico
mondiale comincino a chiedersi se lo Stato di Israele avrà mai dei confini riconosciuti dal
diritto internazionale, confini definitivi, come ogni altro stato. Pare che questa complessa
sfida caratterizzerà le vicende della politica estera del prossimo governo israeliano. La
retorica che la destra ha usavo in passato in questi casi era di dire agli israeliani che “tutto
il mondo è contro di noi”, e perciò dobbiamo unirci in un no deciso. Verrà tirato in ballo il
pericolo di un Iran nucleare, l’avanzamento del cosiddetto Califfato e il fanatismo politico di
Hamas. Questo tipo di strategia della paura, almeno nell’era di Netanyahu, ha sempre
funzionato. Ma non è certo che reggerà l’urto di un riconoscimento dello Stato palestinese,
dalle dimensioni globali.
del 31/03/15, pag. 6
“Chiediamo l’inchiesta su Israele”
Michele Giorgio
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Territori Occupati. Da Ramallah ieri hanno smentito le indiscrezioni
pubblicate dal "Jerusalem Post" sulla rinuncia palestinese all'indagine
della Procura dell'Aja contro la colonizzazione israeliana. Domani
prevista l'adesione ufficiale della Palestina alla Corte penale
internazionale. Netanyahu prepara la risposta
Tutto è pronto alla sede della Corte penale internazionale dell’Aja, dove domani è prevista
la cerimonia di adesione della Palestina. Oggi il ministro degli esteri dell’Autorità nazionale
palestinese (Anp), Riad al Malki, terrà in Olanda una conferenza per spiegare gli obiettivi
del passo compiuto tre mesi fa dai vertici politici palestinesi tra le forti proteste di Israele,
che teme di subire un’indagine per crimini di guerra, e le critiche aperte degli Stati Uniti.
Tuttavia la vigilia dell’adesione alla Cpi, sollecitata per anni da intellettuali, attivisti ed
esperti legali palestinesi, è segnata dalle indiscrezioni pubblicate ieri dal quotidiano
israeliano Jerusalem Post su una presunta rinuncia, da parte dell’Anp, alla richiesta
immediata di un’inchiesta della procura internazionale sulla colonizzazione israeliana della
Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Rinuncia conseguenza di un accordo non scritto,
ossia in cambio del trasferimento al governo di Ramallah di centinaia di milioni di dollari
palestinesi, frutto della raccolta di tasse e dazi, bloccati da Israele negli ultimi mesi, come
ritorsione per l’adesione della Palestina alla Cpi. Voci che hanno provocato sgomento
anche perchè giunte nel “Giorno della Terra” che ha visto migliaia di palestinesi in
Cisgiordania, a Gaza e in Galilea sfilare nel 39esimo anniversario dell’uccisione da parte
della polizia di sei palestinesi di Israele durante le manifestazioni contro le confisca delle
terre arabe.
«Sono soltanto invenzioni dell’ufficio (del premier) Netanyahu riprese dalla stampa
israeliana: non c’è mai stato un accordo del genere. Si tratta di denaro palestinese e
Israele non ci sta facendo un favore…Ci aspettiamo che la Corte penale internazionale
apra un’inchiesta sugli insediamenti colonici israeliani così come sulla recente guerra di
Gaza», ha reagito con stizza la leadership dell’Anp. Parole che non hanno spazzato via
tutte le ombre. Anche perchè non pochi si sono insospettiti quando venerdì scorso,
all’improvviso, Netanyahu ha deciso di sbloccare i fondi palestinesi, ufficialmente per
“motivi umanitari” ed evitare il crollo dell’Anp. Per il Jerusalem Post invece il via libera al
trasferimento dei fondi sarebbe avvenuto quando l’Anp ha garantito che, almeno per ora,
non chiederà l’incriminazione dello Stato ebraico per la colonizzazione e proseguirà la
cooperazione di sicurezza con Israele.
Se per un verso le sanzioni economiche decise da Netanyahu contro l’Anp rappresentano
un danno anche per gli interessi di Israele – i 130/150 milioni di dollari che Tel Aviv
raccoglie mensilmente con tasse e dazi dovuti ai palestinesi, rappresentanto circa due
terzi del budget dell’Anp e senza quei fondi non può essere assicurato neanche il
coordinamento di sicurezza -, per l’altro è chiaro che l’Anp non ha capacità di resistenza
sul lungo periodo alle pressione di Israele. Sono bastati appena tre mesi di blocco dei
fondi per mettere in ginocchio la struttura amministrativa palestinese e per vedere
scricchiolare le banche in Cisgiordania, che si sono esposte prestando centinaia di milioni
di dollari all’Anp senza alcuna garanzia concreta di rivederli nelle loro casseforti.
Questa condizione conferma la vulnerabilità dell’Anp mentre si affilano le armi legali per la
battaglia alla Cpi che si prevede senza esclusione di colpi. Senza dimenticare che
Netanyahu dovrebbe formare un nuovo governo di destra e portare avanti le politiche di
occupazione. Le notizie che giungono ogni giorno dalla Cisgiordania sono preoccupanti.
L’ultima riferisce che le autorità militari intenderebbero demolire un intero villaggio
palestinese, Susya (350 abitanti), a loro dire sorto illegalmente e su terre di “interesse
archeologico”. Per l’esercito Susya non ha radici storiche. Una affermazione che fa
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sorridere se si tiene conto che le colonie israeliane nella zona sono state costruite dopo
l’occupazione della Cisgiordania nel 1967 in totale violazione del diritto internazionale. «La
decisione dei comandi militari è incredibile», ha commentato l’avvocato Kamar MishrakiAsad, che rappresenta gli abitanti del villaggio «la terra di Susya è dei palestinesi».
del 31/03/15, pag. 7
Tunisi difende la sua rivoluzione. E stavolta
non è stata lasciata sola
Giuliana Sgrena
Senza paura . La sfida dei tunisini alla minaccia terroristica. Ma i danni
provocati da Ennahdha sono gravi. Poche ore prima del corteo la polizia
ha ucciso 9 presunti jihadisti. Tra loro l'algerino Lokmane Abou Sakr,
ritenuto tra gli organizzatori dell’attentato al museo
La Tunisia non teme il terrorismo ed è pronta ad affrontare la nuova sfida per difendere la
sua rivoluzione. Lo hanno dimostrato le decine di migliaia di tunisini che hanno risposto
domenica all’appello a manifestare lanciato dal presidente Beji Caid Essebsi. Per la
seconda volta in una settimana – la prima manifestazione era stata indetta il 24 marzo dal
Forum sociale mondiale – i tunisini hanno invaso il boulevard 20 marzo che da Bab
Saadoun porta al museo del Bardo. Il corteo, formato da donne, giovani, famiglie intere
che sventolavano la bandiera rossa tunisina e cantavano l’inno nazionale, si è trasformato
in una grande festa popolare per ribadire che «la Tunisia è il paese della pace e non c’è
posto per il terrorismo».
Questo almeno è il sentimento diffuso tra la gente che ogni giorno invade le strade della
capitale e frequenta i numerosi bar che negli ultimi tempi si sono moltiplicati nel centro di
Tunisi, dove peraltro il controllo delle forze dell’ordine, anche in vista delle manifestazioni,
resta abbastanza discreto. Nei momenti di concentramento naturalmente la vigilanza
aumenta, con il controllo personale e delle borse: in piazza domenica erano vietate le
macchine fotografiche, un oggetto ormai superfluo con la diffusione dei telefonini.
È difficile capire se quella dei tunisini è una consapevolezza che il terrorismo non si
sconfigge con la paura, oppure se la maggior parte della gente non è nemmeno cosciente
della gravità della minaccia che fino al 18 marzo aveva colpito soprattutto le forze militari
sulle montagne di Chaambi. Proprio qualche ora prima della manifestazione di domenica,
un’unità speciale della Guardia nazionale in uno scontro a fuoco sulle montagne di Sidi
Yaiche (nel governatorato di Gafsa) aveva ucciso nove terroristi della falange Oqba Ibn
Nafaa, una componente di Al Qaeda del Maghreb islamico (Aqmi). Tra le vittime anche
l’algerino Lokmane Abou Sakr, ritenuto uno degli organizzatori dell’attentato al Bardo.
Che non è stato il primo attacco terroristico nella capitale, lo ricorda il grande striscione
che pende da un edificio nei pressi del parlamento con le immagini di Chokri Belaid
(l’avvocato del Fronte popolare assassinato il 6 febbraio 2013) e Mohamed Brahmi
(deputato, colpito a morte, anche lui sotto casa, il 25 luglio dello stesso anno) con sotto
una scritta: «Per non dimenticare».
Eppure proprio quelli che non possono dimenticare perché appartengono alla famiglia
politica delle prime due vittime del terrorismo, il Fronte popolare, non erano presenti alla
manifestazione di domenica, non potendo accettare di mischiarsi con gli islamisti di
Ennahdha che hanno favorito la crescita dei gruppi salafiti e jihadisti in Tunisia.
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Importante la presenza internazionale a Tunisi con i capi di governo di Italia, Francia,
Belgio, Polonia, Algeria, Gabon, oltre al palestinese Mahmud Abbas, e diversi
rappresentanti dei parlamenti.
I politici, ricevuti dal presidente Beji Caid Essebsi, che nel suo breve discorso si è rivolto a
Hollande chiamandolo per errore «Mitterrand», hanno ridotto il loro corteo –
evidentemente per motivi di sicurezza – al percorso che dal parlamento porta al museo
dove è stata scoperta una lapide con i nomi delle vittime che ieri sono salite a 22. Certo
non è stata la manifestazione di Parigi all’indomani dell’attacco a Charlie Hebdo, ma è
comunque importante che la Tunisia non sia stata lasciata sola. Una solitudine già vissuta
dai tunisini durante la rivoluzione e soprattutto nei mesi successivi alla vittoria islamista
nelle elezioni del 2011. Finalmente sembra che l’occidente si sia accorto dell’importanza
del processo democratico avviato qui dopo la rivoluzione, senza spargimenti di sangue. I
tunisini hanno anche saputo reagire al governo islamista premiando un partito laico nel
voto dello scorso anno.
Tuttavia i danni provocati da Ennahdha sono gravi, non riguardano solo l’incapacità di
dare una soluzione ai problemi del paese e di aver investito solo nella reislamizzazione di
un paese con una grande tradizione laica, ma soprattutto di aver collocato nelle istituzioni,
e in posti chiave, islamisti con posizioni spesso estremiste. Il fondatore di Ennahdha, nel
2012, durante un incontro con i salafiti, ripreso in video, invitava i suoi interlocutori ad
avere pazienza perché non si poteva prendere il potere se non ci si assicurava prima il
controllo dell’esercito e di altre istituzioni.
del 31/03/15, pag. 1/30
Fermiamo la Jihad
la marcia di Tunisi dimostra che l’Islam può
essere libero
TAHAR BEN JELLOUN
I POPOLI sono contro il terrorismo. L’11 gennaio a Parigi, il 29 marzo a Tunisi. È
importante che i capi di Stato manifestino alla testa del popolo: non è solo una
dimostrazione di solidarietà, è anche un messaggio alla minoranza criminale che minaccia
la pace dove può.
LA polizia tunisina è riuscita a eliminare nove membri del commando che aveva pianificato
l’attentato al museo del Bardo e anche il loro capo è stato ucciso. Per una volta la Lega
araba ha capito la necessità di unirsi contro il pericolo del terrorismo guidato dal Daesh, lo
Stato islamico, e da Al Qaeda e ha preso decisioni concrete. In questo momento il
problema più urgente è risanare la situazione in Libia. Il guaio è che la Libia non è uno
Stato, non ha nessuna struttura statale e per questo è diventata il rifugio di tutti i terrorismi.
Il caos che regna sul territorio, con cinque tribù e due governi, di cui uno non riconosciuto,
favorisce la nascita di nuovi gruppi terroristi, mettendo in grave pericolo la sicurezza di
tutto il Maghreb.
Il Marocco è nella linea di tiro del Daesh perché partecipa alla coalizione armata per la
lotta contro il cosiddetto Stato islamico. La polizia marocchina, che si è recentemente
provvista di un’organizzazione simile all’Fbi, è in allerta permanente. La settimana scorsa
ha smantellato nove gruppi di terroristi che si preparavano a commettere attentati nel
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Paese, a uccidere personalità in vista e ad attaccare i turisti. Questi gruppi erano
sparpagliati in tutto il Paese, da Agadir a Tangeri passando per Casablanca e altre città.
L’attentato al museo del Bardo è stato vissuto dalla popolazione magrebina come un
crimine contro tutto il Maghreb. Colpendo il turismo, gli assassini cercano di rovinare il
Paese e di sottometterlo al Daesh.
La grande manifestazione di Tunisi, con la presenza di François Hollande e di Matteo
Renzi, tra gli altri, potrebbe spingere l’Europa a cancellare il debito tunisino.
È il momento di rendere concreta la solidarietà affettiva, perché questo piccolo Paese,
l’unico che riesce a portare avanti la propria primavera, ha bisogno di essere aiutato. La
Tunisia è l’unico Paese arabo e musulmano ad aver votato una costituzione rivoluzionaria
che riconosce parità di diritti a uomini e donne e sancisce la “libertà di coscienza”, cosa
che nessun Paese musulmano osa fare. Questo Paese oggi è noto anche per la sua
apertura naturale verso l’Europa, grazie alla sua vicinanza all’Italia e alla Francia, dove
vivono oltre 700.000 immigrati tunisini. È l’unico Paese arabo ad aver rivisto tutti i manuali
scolastici nell’ottica del progresso e della modernità. La manifestazione è, dunque, un
successo della società civile che, come in Marocco, è nelle mani delle donne.
Si parla di intervenire in Libia per riportare l’ordine, per fermare quel caos che permette
l’addestramento dei terroristi (i due assassini tunisini del Bardo erano stati addestrati in
campi libici tenuti da gente del Daesh) e per aiutare il Maghreb a resistere. Se il Daesh
riesce a insediarsi in quella regione, tutta l’Europa ne sarà minacciata direttamente. La
pace nel Maghreb condiziona anche la pace in Europa. Quello che si è visto domenica
nelle strade di Tunisi è il senso della solidarietà europea. ( Traduzione di Elda Volterrani)
Del 31/03/2015, pag. 17
Cameron e la sfida del referendum
La scommessa che spaventa l’Europa
Il premier britannico David Cameron ha incontrato la regina Elisabetta II a Buckingham
Palace per informarla dello scioglimento del Parlamento in vista delle elezioni del 7
maggio. Si tratta di una formalità che mette fine ai cinque anni di governo di coalizione di
conservatori e liberali. «Fra 38 giorni affronterete una scelta difficile», ha poi detto
pubblicamente il leader conservatore, dando il via ufficiale alla campagna elettorale, tra le
più imprevedibili del Paese, con i sondaggi che danno un testa a testa tra i due maggiori
sfidanti, lo stesso Cameron e il laburista Ed Miliband. Il governo resta in carica per
l’ordinaria amministrazione, mentre il Parlamento ha chiuso i battenti. La prima seduta
della nuova legislatura il 18 maggio; il 27 il discorso della Corona nella Camera dei
Comuni. R esisterà l’Unione Europea sino al 2020? Se il Regno Unito dovesse decidere di
uscirne, l’impatto ne potrebbe modificare profondamente la natura e innescare una
disgregazione difficilmente arrestabile. L’esito delle elezioni del 7 maggio è tuttora
apertissimo: il tema dell’immigrazione alimenta l’euroscetticismo di una parte consistente
dell’opinione pubblica, che accusa Bruxelles di aprire le porte a flussi incontrollabili e
reclama modifiche radicali su welfare e occupazione. È un nodo delicato per tutti, ma
soprattutto per i conservatori: impegnandosi in caso di vittoria a indire un referendum sul
«Brexit» — l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue — nel 2017, David Cameron ha fatto una
scommessa che rischia di costare cara non solo a lui.
Se dovesse prevalere a maggio, Cameron dovrà spuntare da Bruxelles argomenti atti a
favorire un ripudio convincente del «Brexit»: solo così potrebbe cercare di mantenere il
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controllo del suo partito. Un successo di stretta misura gli permetterebbe forse di
sopravvivere, in una sorta di libertà vigilata marcato a vista dagli euroscettici al suo
interno. Se dovessero prevalere i no, la sua caduta sarebbe scontata. In entrambi i casi il
partito sarebbe sottoposto a forti tensioni e la sirena dell’Ukip (United Kingdom
Independence Party, Partito per l’indipendenza del Regno Unito) di Nigel Farage potrebbe
attirare buona parte della consistente fronda euroscettica verso un nuovo partito
antieuropeo alla destra dei tories.
I laburisti si sono dichiarati contrari al referendum e, se dovessero vincere loro, il problema
cesserebbe di esistere. C’è chi come Jon Snow (colonna storica di Channel 4 News e uno
dei rarissimi federalisti dichiarati del Paese) teme che la grande stampa tory aprirebbe un
fuoco di fila per costringere il governo ad andare comunque al referendum. Ma l’impegno
europeo del Labour rimane convinto, ancorché non unanime: ci penserebbero i
liberaldemocratici di Nick Clegg, del cui appoggio Ed Miliband avrebbe quasi certamente
bisogno, a prevenire derive negative.
L’idea di dare vita ad una entità politicamente integrata capace di fare sentire la voce
dell’Europa è stata all’origine del discorso europeo, ma non è entrata a far parte della
visione della Gran Bretagna la quale, coerentemente, continua a tenersene lontana. Se
per gli euroscettici della destra tory, come Bernard Jenkin, il termine stesso di «unione
politica» induce al sospetto, per il leader storico degli europeisti del partito, Kenneth
Clarke, esso può solo significare una libera associazione di Stati sovrani, senza strutture
federali che potranno essere forse possibili in un futuro lontano, ma in ogni caso senza la
Gran Bretagna. L’ambasciatore italiano, Pasquale Quito Terracciano, è un osservatore
attento e disincantato della scena britannica: egli ritiene che — differenze sull’euro a parte
— l’Europa di Cameron offra più di un punto di contatto con quella cui pensa Matteo
Renzi. Se fosse così — e ha probabilmente ragione — sarebbe la conferma che il
percorso europeo dell’Italia di oggi è sempre più lontano da quello che ne ha caratterizzato
azione e influenza per decenni.
Il tema della Germania attraversa il dibattito con toni contrapposti che lasciano incuriositi e
perplessi. Peccando forse di troppo ottimismo, Cameron vede in Angela Merkel un alleato
fondamentale, che non vorrà mai rinunciare al contrappeso offerto da Londra al debordare
delle ambizioni francesi. Sul fronte opposto Sir Bill Cash, veterano tory di mille battaglie
anti-europee, sostiene che l’unione politica dell’Europa porterebbe ad una nuova
egemonia tedesca sul continente e la Gran Bretagna non si piegherà mai a un simile
disegno. Al di là dell’iperbole, si coglie in questi discorsi l’eco di sbiadite nostalgie di
potenza e, al tempo stesso, l’immagine della Germania come avversario storico da
contenere, con una forza che non è facile ritrovare altrove.
Il sistema imprenditoriale britannico è tutto schierato per il sì e si prepara alla campagna
per il referendum, contrapponendo allo spettro del dirigismo brussellese l’imperativo di non
tagliare i ponti con un blocco economico fra i più importanti del mondo. Le possibilità di
successo, osserva Lord Adair Turner — il potente ex presidente della Financial Services
Authority — dipenderanno in buona misura dalla capacità di associare a quella
dell’industria le voci di altri settori strategici della pubblica opinione. A questo scopo,
aggiunge, potrebbe tornare assai utile l’esito del recente referendum scozzese.
Alec Salmond, il leader indipendentista dello Scottish National Party, ha ribadito che in
caso di «Brexit» la Scozia chiederebbe di aderire all’Unione Europea. La secessione
sarebbe inevitabile e il Regno Unito non esisterebbe più. L’Inghilterra, con la coda gallese
e nord-irlandese, rimarrebbe una media potenza ma dovrebbe abdicare ad un ruolo
politico di primo piano, a partire da quello di membro permanente del Consiglio di
Sicurezza, per il quale verrebbe a cadere ogni giustificazione.
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Al pari di altre conseguenze legate al «pasticcio» del referendum, anche questa non è
stata chiaramente percepita da un’opinione pubblica in parte scettica sulla possibilità di
una vera separazione, e in parte indifferente e male informata. Confrontata con
l’imminente realtà di un simile scenario — concorda il Direttore del think tank europeista
Cer (Centre for European Research), Charles Grant — potrebbe risvegliarsi e votare per il
sì. Il «Brexit» produrrebbe i suoi effetti ben aldilà del Regno Unito. Assorbire il
contraccolpo sarebbe per l’Ue un esercizio tecnicamente possibile, ma politicamente
dirompente. Nell’Europa a Ventotto, Londra rappresenta un riferimento essenziale per
quanti auspicano un’Unione impostata sulla libertà del mercato e non una federazione
tendenzialmente sovranazionale. Se tale riferimento dovesse venire meno, uno dei cardini
del dibattito europeo ne risulterebbe fortemente impoverito. Parlare di integrazione
differenziata — l’unica via di crescita possibile — sarebbe più difficile e l’intero impianto
dell’Ue rischierebbe di diventare prigioniero di rigidità che potrebbero mettere a dura prova
le sue regole fondamentali. Sarebbe una manna inaspettata per i movimenti antieuropei di
vario segno che vanno crescendo in Europa e la fine dell’Unione, così come è stata sin qui
concepita, rischierebbe di farsi un’ipotesi concreta.
Accadrà tutto ciò? Probabilmente no, perché il referendum potrebbe non tenersi e, se si
tenesse, il «Brexit» uscirne sconfitto. Dare per scontata una conclusione del genere sin da
ora potrebbe rivelarsi però un errore fatale.
Del 31/03/2015, pag. 13
Dall’astensionismo alla Le Pen
La sinistra ha tradito Hollande
In molti feudi “rossi” gli operai hanno disertato le urne o votato a destra
Leonardo Martinelli
Il dipartimento del Nord, quello di Lilla, terra di operai e industrie: al secondo turno delle
provinciali, domenica, la sinistra l’ha perso. L’Essonne, alle porte di Parigi, periferia
popolare: perduta anche questa provincia. Le Bouches-du-Rhône, l’agglomerato di
Marsiglia, altro bastione storico per i socialisti: caduto, inesorabilmente. Nessuno di questi
dipartimenti è passato al Front National: sono andati tutti all’Ump, la formazione
conservatrice, quella di Nicolas Sarkozy. L’estrema destra, però, ha favorito tale esito
«aspirando» una buona parte dei voti della gauche, quelli dell’elettorato più popolare, che
alle presidenziali del 2012 aveva votato Hollande.
Le ali estreme
«Quasi mai si tratta di una migrazione diretta – sottolinea Jérôme Sainte-Marie, presidente
dell’istituto di sondaggi Pollingvox -. Avviene, invece, per tappe. Quegli elettori passano
prima attraverso il limbo dell’astensionismo. Poi, se ritornano a votare, in tanti scelgono
l’Fn ». Questo avviene anche nel caso del Front de Gauche, l’estrema sinistra di Jean-Luc
Mélenchon, che nel 2012 votò per Hollande e ora lo tratta da traditore. Lo scetticismo nei
confronti dell’euro e certi discorsi battaglieri contro le banche accomunano Mélenchon a
Marine Le Pen: ma anche tra le due formazioni il trapasso, quando c’è, avviene
progressivamente. Ad esempio è stato «digerito» con l’astensionismo alle elezioni
europee o a quelle municipali dell’anno scorso.
Sainte-Marie non dispone ancora di dati nazionali. Ma ha gestito di persona i sondaggi in
alcuni dipartimenti che erano roccaforti storiche della sinistra, nella zona di Parigi e nel
Sud. «Quando ho visto che al primo turno il 50% degli operai ha dichiarato di aver votato il
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Front – sottolinea -, ho dovuto ricontrollare le cifre. Non ci potevo credere. Le loro mogli
sono spesso impiegate di basso livello. Tra di loro l’Fn era al 40% perché le donne fanno
più resistenza a votare per il partito della Le Pen».
I sondaggisti
Una cosa è certa : sondaggisti e analisti concordano sul fatto che nessuno (o quasi) degli
elettori persi dai socialisti è andato verso l’Ump. O diventano astensionisti o votano per
l’Fn. «Anzi, domenica, al secondo turno delle dipartimentali, abbiamo assistito a un ritorno
di voti all’Ump, persi in precedenza proprio a favore dell’Fn», osserva uno dei consiglieri
strategici di Sarkozy (e che non vuole essere citato). «In media nei collegi dove al
ballottaggio l’Ump ha affrontato il Ps, i due terzi di coloro che avevano votato Fn al primo
turno hanno optato poi per il candidato del partito di Sarkozy». Anche Stéphane Rozès,
consulente per Hollande alle presidenziali del 2012, conferma che «non ci sono voti persi
dai socialisti che sono passati all’Ump. Gli elettori delusi dalla sinistra, se non diventano
astensionisti, passano all’Fn».
I guai dell’Eliseo
Rozès è ancora oggi all’Eliseo un «visitatore della sera», come a Parigi chiamano coloro
che alla fine della giornata vengono ammessi alla corte di re François: a cercare di trovare
una soluzione agli svariati problemi che la gestione Hollande si trova ad affrontare. Il
presidente ha annunciato che, malgrado la disfatta delle ultime elezioni, va avanti sulla
sua strada: Manuel Valls come premier non si tocca. Neppure la politica dell’austerità
voluta dall’Europa. «Hollande l’aveva promesso nel 2012: vuole mantenere il modello
socio-economico francese, ma riformandolo, in sintonia con Bruxelles – conclude Rozès -.
La Le Pen promette di conservarlo senza sottostare agli obblighi che arrivano
dall’esterno». I francesi, quelli resi più deboli dalla crisi, le vogliono credere.
del 31/03/15, pag. 1/9
Koronakis: «Una Syriza europea per fermare
l’austerity»
Angelo Mastrandrea
Intervista. Il segretario del partito della sinistra greca Tasos Koronakis:
non accetteremo dall'Ue misure vessatorie, ma il problema vero sarà a
giugno, quando si porrà la questione del debito
Tasos Koronakis ha il physique du rôle dell’altermondialista. Anche ora che è segretario di
Syriza, per questo uno degli uomini più influenti per le sorti dell’Europa, conserva
atteggiamenti e un look non lontani da quelli di un anti-giottino dei tempi di Genova (anche
se, come molti altri suoi connazionali, in quei giorni non andò oltre il porto di Ancona) o di
un Blockupy di ritorno da Francoforte. Quasi a voler ribadire che il partito di cui lui è alla
guida è figlio di quella storia ed è tuttora «un partito di lotta». Barbetta arruffata, camicia
verde fuori dai pantaloni, codino alla Pablo Iglesias, Koronakis (ieri a Roma per una
«prova di unità» al Capranichetta tra le forze che sostengono Syriza in Italia), una laurea
al Politecnico di Patrasso e vent’anni di militanza, dalle proteste contro il Fmi a Praga al
movimento no war, fino alla segreteria dei giovani del Synaspismos, ha ben presente il
ruolo di questo strano animale politico che è Syriza: «Non siamo un partito di apparati,
dobbiamo avere le nostre antenne nella società e promuovere la partecipazione».
Quanto c’è dell’esperienza dei movimenti degli ultimi quindici anni in Syriza?
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Gran parte degli esponenti di questo governo è cresciuta dentro quei movimenti. Syriza
stessa è arrivata ai livelli di oggi dopo il sostegno alle proteste di piazza Syntagma del
2010 ed è sempre stata al fianco delle lotte sociali, anche nei momenti più duri, come nel
2008. È grazie al fatto che abbiamo deciso che la sinistra dovesse assumersi la
responsabilità di governare anche nella crisi che abbiamo potuto costruire un progetto
antagonista.
Anche in Italia sono in corso tentativi di costruire qualcosa di analogo. Sabato
scorso a Roma è scesa in piazza la coalizione sociale promossa dalla Fiom.
Tutte queste manifestazioni danno una grande speranza. Ma in ogni paese le condizioni
sono diverse e spetta alle forze che ci sono decidere come muoversi. Io credo che ci sia
bisogno della partecipazione dei partiti nei movimenti e lì dentro si devono costruire
condizioni di partecipazione.
La presenza italiana in Grecia, nei giorni delle elezioni, è stata la più massiccia e
visibile tra quelle delle sinistre europee.
Voglio ringraziare, a nome di Syriza, la sinistra italiana, che ha sostenuto i nostri sforzi. La
miglior solidarietà che possiamo ricevere in Grecia è che in ogni Paese cambino gli
equilibri, e su questo siamo disponibili a fornire il nostro aiuto. Sappiamo molto bene che i
poteri forti ci attaccano per distruggere la possibilità di un cambiamento in Europa. Per
questo la prima cosa che facciamo, quando andiamo in giro per il continente, è informare
su quello che accade realmente in Grecia. Poi vogliamo aiutare con la nostra presenza le
forze che si organizzano e sostenere l’idea che il nostro è un tentativo di cambiare
l’Europa.
Nel frattempo sono passati due mesi e le trattative con l’Ue non si sono ancora
sbloccate.
Abbiamo già fatto molte cose. Il governo precedente aveva messo in atto una strategia di
soffocamento, che abbiamo superato con l’accordo del 20 febbraio perché abbiamo potuto
slegare il finanziamento dal Memorandum, guadagnare quattro mesi, mettere in dubbio
l’ammontare del surplus primario e cominciare ad applicare il nostro programma di
Salonicco per affrontare la crisi umanitaria e dare la possibilità ai cittadini di pagare i debiti
in cento rate. Da questa misura abbiamo già incassato 500 milioni. Questo permette al
governo di ripartire, ma anche alla gente di respirare. Se l’Ue avesse accettato la prima
lista di riforme saremmo andati anche più spediti, ma evidentemente qualcuno non voleva
che l’accordo fosse applicato. Ora abbiamo presentato una seconda lista di riforme, ma è
chiaro che, così come rispettiamo le regole Ue anche se non siamo d’accordo, allo stesso
modo rispetteremo anche il mandato che abbiamo avuto dal nostro popolo. Non
accetteremo misure recessive e di austerità.
Quali misure state adottando, nel frattempo?
Il nostro obiettivo, in questi primi mesi, è di migliorare la vita della gente. La gente capisce
che in questo momento è in corso una durissima trattativa, per questo abbiamo un grande
sostegno anche da persone che non ci hanno votato. È importante inoltre fare delle
riforme strutturali che ripristinino i diritti e la democrazia, dalla riapertura della tv pubblica
Ert alla riassunzione dei dipendenti pubblici licenziati, fino alla riforma della Pubblica
amministrazione. Un punto molto importante è quello delle frequenze televisive, dove c’è
uno scontro molto forte perché finora i privati non hanno pagato nulla. Vogliamo inoltre
fare una grande battaglia contro la corruzione, i traffici di combustibile, il contrabbando di
sigarette e abbiamo avviato trattative con le autorità svizzere per mettere una tassa sui
capitali all’estero. Abbiamo intenzione anche di tassare i grandi patrimoni e ripristinare i
contratti collettivi di lavoro, affrontare il lavoro nero e dare la cittadinanza ai figli degli
immigrati, nonché chiudere le carceri di massima sicurezza di tipo C. Poi ci sono le misure
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per la crisi umanitaria: vietati i pignoramenti della prima casa, sostegno economico agli
affitti, la corrente elettrica riallacciata a chi se l’era vista staccare.
Proprio oggi il Wall Street Journal ha scritto che i creditori non sarebbero contenti
delle proposte greche.
Siamo in una fase di trattativa dura, ma il governo greco ha deciso di applicare il suo
programma. Per noi non c’è nessuna possibilità di fare una politica che si è dimostrata
sbagliata e inaccettabile per il popolo greco. Ma credo che alla fine potremo trovare una
soluzione soddisfacente per tutti.
Crede che l’area critica del suo partito accetterà l’eventuale compromesso?
Nessuno in Grecia si è sorpreso delle differenti posizioni dentro Syriza. Anche se ci sono
opinioni differenti, abbiamo dimostrato nelle situazioni difficili che possiamo andare tutti
insieme. L’accordo del 20 febbraio non era tutto positivo, si trattava del risultato di una
trattativa difficile. Ma la cartina di tornasole sarà a giugno, quando si porrà il grande
problema del debito.
Cosa pensa che accadrà?
La cosa importante è che riusciamo ad arrivare in una posizione favorevole. Sappiamo
che di qui ad allora ci saranno trattative continue e momenti difficili, ma è già positivo che
nel Consiglio europeo abbiano accettato che le politiche adottate finora hanno creato la
crisi umanitaria: è l’ammissione che si trattava di una politica sbagliata. La Grecia deve
liberarsi dal cappio del debito per poter trasferire le risorse necessarie a far ripartire
l’economia: l’abbiamo chiamato “Patto per la ricostruzione produttiva del paese”. Solo così
possiamo rompere il circolo vizioso dell’austerità e affrontare i grandi problemi della
disoccupazione e della crisi umanitaria.
E se l’Ue non accetta?
Abbiamo ricevuto un mandato ben preciso dal popolo greco: di lottare dentro l’Ue per far
uscire il paese dalla crisi, con una politica completamente diversa da quella applicata
finora. Non vogliamo la rottura, ma non siamo neppure disposti ad applicare la politica così
com’è stata finora. Questo lo capiscono anche a Bruxelles.
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INTERNI
del 31/03/15, pag. 2
L’inespugnabile Italicum
Andrea Fabozzi
ROMA
Direzione Pd. Niente modifiche, niente mediazioni. Renzi non concede
nulla ai dubbi della dissidenza interna. Detta i tempi al parlamento e non
esclude la fiducia (ma non ne ha bisogno). Verso un nuovo strappo in
commissione
«A maggio metteremo la parola fine a questa discussione». Ma anche «porteremo la legge
in aula entro il 27 aprile». Sono le due indicazioni temporali con le quali Matteo Renzi
chiude la sua relazione alla direzione del Pd. E chiude ogni spazio alla minoranza interna
e alle richieste di modificare l’Italicum. Nessuna correzione, perché tornare al senato
sarebbe «un azzardo». E niente indugi in commissione affari costituzionali, dove proprio
oggi l’ufficio di presidenza deve stabilire il calendario delle prossime settimane. Per farsi
spazio, la legge elettorale dovrà ancora una volta superare quella sul conflitto di interessi
(rinviata dall’aula in commissione). Ma le tre settimane utili che ci sono da dopo pasqua a
fine mese potrebbero non bastare. Soprattutto perché in commissione i contrari all’Italicum
sono in netta maggioranza, e hanno poco interesse a correre. Si potrebbe riproporre la
situazione già vissuta sulle riforme costituzionali, quando la minoranza Pd (12
rappresentanti in commissione sui 23 del partito) ha capito di poter fermare il disegno di
legge Renzi-Boschi. Ma, spaventata dall’opportunità, ha scelto di non farlo. Ha «rinviato il
confronto» in aula, dove Renzi non si è confrontato affatto.
Ed ecco allora il doppio avvertimento di Renzi al partito: rispettare la scadenza del 27 vuol
dire mettere in conto di arrivare in aula senza chiudere l’esame in commissione.
Trattandosi di una legge fondamentale come quella elettorale sembrerebbe un eccesso,
non fosse che nel passaggio al senato è accaduto lo stesso. E poi le parole sulla fiducia:
«Ne parleremo», ha detto il presidente del Consiglio. L’ipotesi non è esclusa, ma non
significa che Renzi abbia deciso di porla sulla legge elettorale. Non certo per un rispetto
delle forme — ieri il suo omaggio alla «centralità del parlamento» aveva il tono del
necrologio — ma perché il premier sa che l’Italicum può contare sull’appoggio discreto di
circa un terzo del gruppo di Forza Italia (i seguaci di Verdini) e dunque sarebbe inutile se
non controproducente richiamare la fedeltà di governo. «La fiducia la metto tra di noi»,
dice il premier: è quello che fa da un anno quando minaccia soprattutto i suoi con le
elezioni anticipate.
Proprio sul voto segreto si svolge una parte della rissa tra Renzi e il bersaniano D’Attorre,
accusato di essere un ricattatore per aver minacciato «esiti imprevedibili in aula». Il
regolamento della camera (articolo 49) lo prevede sugli articoli della legge elettorale,
sempre che ne facciano richiesta venti deputati. Ma dal voto segreto, in definitiva, Renzi
potrebbe guadagnare qualcosa tra i deputati berlusconiani in confusione. In ogni caso,
seppure la dissidenza nel partito democratico raggiungesse il punto più alto fin qui toccato
alla camera, che è quello del non voto al Jobs act a novembre scorso (38 voti mancanti su
308), i numeri a Montecitorio sono tali che la legge elettorale in aula non rischia nulla.
Diverso il discorso, abbiamo visto, in commissione. E diverso ancora al senato, dove i 24
voti del Pd che a gennaio mancarono all’Italicum non furono decisivi solo perché all’epoca
il patto del Nazareno era ancora ufficialmente valido. Per la minoranza Pd, allora, si
tratterebbe di condurre al senato e sulla riforma costituzionale quella «guerra di
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movimento» suggerita da D’Alema. Non per nulla Renzi ha cominciato a far circolare la
voce che qualcosa, magari, si può ancora cambiare. Peccato che pochissimo sia ormai
modificabile proprio perché nel precedente passaggio alla camera il governo ha imposto la
blindatura di quasi tutti gli articoli della legge, diventati definitivi dopo due letture conformi.
Le cose stanno così e la riforma costituzionale a questo punto è più facile bocciarla che
correggerla.
La direzione offre un anticipo della propaganda che accompagnerà l’Italicum nei prossimi
due mesi. Renzi insiste a chiamare «candidati di collegio» i capolista bloccati che di collegi
ne avranno una decina a testa. Per fare i calcoli sugli eletti con le preferenze anticipa le
decisioni del suo partito (non faremo pluricandidature) e anche quelle degli avversari
(«utilizzeranno le candidature plurime in quantità industriale»). Solo così può
addomesticare le percentuali e sostenere che con l’Italicum non ci sarà una maggioranza
di «nominati». Ma tralascia il fatto che affidare al capolista blindato l’opzione successiva, e
dunque la scelta dell’eletto, non è proprio la stessa cosa che far decidere gli elettori. Infine,
niente da fare nemmeno per la richiesta di consentire l’apparentamento al secondo turno:
secondo Renzi in questo modo si tornerebbe alle coalizioni e dunque «potevamo restare
Ds e Margherita». Il rifiuto comporta che il premio di maggioranza effettivo sarà assai più
alto del 15% dichiarato, e non esclude affatto la possibilità coalizioni travestite da listoni
(anzi, con i capolista bloccati si possono premiare i piccoli partiti che rinunciano a
ostacolare il grande). Ma di questo non si parla, piuttosto il segretario vagheggia una
prima discussione «sul modello di partito» e una seconda su «cos’è oggi la sinistra». Il
voto unanime che chiude la direzione suggerisce già qualche spunto.
del 31/03/15, pag. 2
L’opposizione evoca la scissione: “La ditta
non c’è più”
GOFFREDO DE MARCHIS
ROMA .
La Ditta non esiste più, «non a caso ieri non l’ha nominata nessuno», osserva Pippo
Civati. La tenuta del Partito democratico stavolta è davvero a rischio, non funziona più
l’antico slogan coniato da Bersani per indicare la fedeltà alla linea, sempre e comunque.
Roberto Speranza mette in guardia: «Rischiamo di perdere un pezzo del Pd. Ma io credo
ancora in una soluzione». Sembra essere l’unico a sperare in un lieto fine. O almeno in
una tregua. «Non c’è più il Pd che abbiamo costruito — drammatizza Alfredo D’Attorre —.
Di conseguenza non c’è più la Ditta. Renzi non ha nemmeno replicato al dibattito in
direzione. Significa che ha già deciso ed è tutto finto, roba buona solo per lo show in
streaming».
Finto o finito? La minoranza non ha partecipato al voto sulla legge elettorale. Il premier
non ha lasciato margini di trattativa e in questo modo i dissidenti si tengono le mani libere
per la discussione in aula. Se l’Italicum è la madre di tutte le battaglie per Renzi, lo è
diventata anche per i ribelli. «Io non so se chiamarla scissione — spiega Civati —. So che
adesso tutti quelli che si oppongono al segretario hanno capito che i margini della trattativa
sono nulli. Chiamiamola rottura, chiamiamola spaccatura. Comunque il Pd è più diviso di
ieri. Lentamente si vede che una parte dei nostri elettori non ci segue più. Forse è il 10 per
cento, forse il 5. Ma è una massa, piccola o grande che sia, in fuga. Per loro la scissione è
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già cominciata. Hanno capito prima di noi parlamentari che non si può dialogare con
Renzi».
Se è una conta, i numeri sono decisivi. Le minoranze unite, che ieri hanno dato un primo
timido segnale di compattezza evitando di votare in direzione, stanno valutando le truppe
di cui dispongono alla Camera. Il dato oscilla tra 100 e 110 deputati, un terzo del
gigantesco gruppo parlamentare, un piccolo esercito sufficiente a mandare sotto il governo
e a rovinare i piani di Renzi: approvare l’Italicum prima delle regionali dribblando un
possibile ritorno del testo al Senato. Ora Fassina dice che il loro “no” all’Italicum non
influisce sul governo, non lo indebolisce perché «le materie di rango costituzionale vivono
di vita propria». Figurarsi. Non è quello che pensa Renzi, il quale affida alle sorti della
legge quelle del governo e della legislatura. Ovvero, se si verifica un incidente in aula si
torna a elezioni. E non ci crede tanto neppure Fassina che evocando lo slogan bersaniano
lo rottama: «La Ditta funziona quando il capo sa ascoltare davvero, oltre che decidere».
Se il capo si comporta come Renzi, l’azienda si scioglie. O diventa un’altra cosa.
La battaglia dell’Italicum punta, nelle intenzioni della minoranza, a dimostrare che il Pd ha
subito una «mutazione genetica». L’occasione è proprio il voto in aula. Nel caso arrivasse
il soccorso azzurro di una ventina di deputati fedeli a Denis Verdini, nostalgico del patto
del Nazareno, sarà la prova che il Partito democratico si è spostato verso la destra più
invisa a un certo elettorato. È il modo per dimostrare che a sinistra lo spazio si allarga e si
può costruire qualcosa. Semmai, la scissione la fa Renzi accettando la stampella di
Verdini.
In un clima incandescente, sul terrazzo della sede Pd da cui si accede alla sala della
direzione, il premier viene accusato delle peggiori intenzioni. «Si tiene aperte due caselle
ministeriali (Affari regionali e In- frastrutture ndr) promettendo posti a tutti per guadagnarsi
il favore di pezzi di minoranza », dice un bersaniano. Altri sospettano una “compravendita”
di deputati. Esplicitamente insinuano il dubbio che voglia andare a elezioni presto,
lasciando da parte la riforma costituzionale. A Speranza, in un incontro recente, Renzi ha
spiegato che basta una decreto ministeriale per estendere l’Italicum anche al Senato non
riformato. «Ecco, appunto», chiosa il bersaniano.
Le minoranze si preparano a usare tutte le cartucce. Compreso il richiamo a Sergio
Mattarella, extrema ratio di una lotta feroce. «Renzi ci ha sempre chiesto di fidarci di lui —
ricorda Francesco Boccia —. Stavolta sia lui a fidarsi di noi, del Pd». Sono i tentativi finali
di trovare un compromesso, contando su una marcia indietro del premier alla vigilia del
voto in aula, previsto dopo il 27 aprile. Speranza, leader di Area riformista, proverà fino in
fondo. Chiede 20 giorni di tempo per decidere. Mette a disposizione la sua poltrona di
capogruppo, se è un problema di teste da tagliare. Cuperlo garantisce una solidità del voto
al Senato in cambio di modifiche condivise che riportino il testo a Palazzo Madama.
Posizione distinte sulle quali i renziani contano per spaccare il fronte del no e avere i voti
necessari subito. Ieri, a fatica, è passata la proposta di Civati che ha portato tutte le
minoranze a astenersi dal voto in direzione: «A suo modo ha funzionato perché è stata
finalmente una giornata di chiarezza ». Ma le carte sono tutte da giocare. Anche quella del
voto di fiducia che ieri Renzi non ha smentito. E che ridurrebbe la quota 100 dei dissidenti
a numeri molto inferiori. Ma lascerebbe lo stesso una ferita insanabile.
del 31/03/15, pag. 1/31
LA BUSSOLA
NADIA URBINATI
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LA VECCHIA Sinistra parlava al singolare. Aveva una dottrina che dettava la via, una
leadership granitica e (nei Paesi comunisti) personale, una classe sociale compatta e
omogenea per forza o, nel migliore degli scenari, per propaganda.
LIBERARE la Sinistra dal linguaggio singolare, scioglierla dal vincolo del consenso
unanime e dal verticalismo è stato un lavoro difficile e nei fatti mai compiuto, realizzato
parzialmente grazie prima di tutto al successo e alla tenuta della democrazia elettorale.
Perché più gli elettori si sono sentiti liberi di andarsene e cambiare partito, più la Sinistra
che parlava al singolare si è indebolita.
«Non lascio ad altri il monopolio della parola sinistra», dice adesso il segretario del Partito
democratico. Ma governare il pluralismo non è per nulla facile. La difficoltà sta nel riuscire
a tenere insieme la lealtà ad alcuni valori e principi di giustizia e l’interpretazione sui modi
e la strategia della loro realizzazione. Come ci ha spiegato Thomas Piketty in un articolo
su Repubblica, le politiche neoliberali che hanno in questi anni ammagliato i partiti di
Sinistra dell’establishment mettono in seria discussione la possibilità di tenere viva
un’unità di discorso in forza, non di fedi a una dottrina o una leadership, ma della ragionata
condivisione e della competente realizzazione di politiche ispirate ai valori e ai principi che
sono tradizionalmente della Sinistra e che, non per caso, sono anche quelli che meglio
realizzano le promesse della democrazia. La Sinistra deve accettare la sfida del pluralismo
interpretativo senza cedere alla tentazione di affastellare tutto quello che gli esperti di
comunicazione suggeriscono per vincere nei sondaggi e conquistare la maggioranza.
Vincere per che cosa? Cercare di costruire maggioranze solide per avviare quali politiche?
La Sinistra post-singolare non ha ancora appreso a rispondere con convinzione e
coerenza a queste domande. E le Sinistre si moltiplicano. Collidono tra di loro proprio
perché si è frantumata la linea interpretativa capace di dare un’unità di discorso e di intenti
alla pluralità delle opinioni. A frantumarsi è la capacità di competere per il meglio, ovvero
su come rendere possibile la giustizia sociale, su quali politiche adottare per affermarla o
difenderla, su quali siano le parti della società che la rivendicano o perché ne sono state
private o perché non l’hanno ancora goduta. Diventando plurale, la Sinistra non deve
diventare un agglomerato indistinto: questo non è un obiettivo facile, ed è in effetti proprio
quel che sembra oggi più difficile da ottenere a giudicare dalla fioritura delle Sinistre,
soprattutto sociali (a Sinistra della Sinistra parlamentare), come ha ben argomentato da
Marc Lazar qualche giorno fa su questo giornale.
Da quando esiste (ovvero da quando funziona la competizione politica per il consenso
elettorale), la Sinistra si è proposta come una forza che parteggia per quella parte di
società che rappresenta bisogni più universali ed è per questo sorgente di diritti. Scriveva
Antonio Gramsci parlando dei partiti dell’establishment del suo tempo che essi erano
incapaci di «spirito pubblico» e di politiche nazionali perché incapaci di «sentire» la
sofferenza o i bisogni delle moltitudini, di comprendere il significato della «solidarietà
disinteressata ». Tradotto in linguaggio contemporaneo, il problema della Sinistra è di
accettare troppo acriticamente il modello neoliberale, di identificare occupazione con
qualunque lavoro, di dissociare il lavoro dai diritti, diritti sociali ma anche di libertà dal
dominio che il potere economico diseguale rende fatale.
La Sinistra plurale ha di fronte a sé un compito arduo e per nulla immune da rischi di
divisioni e di abbandoni: quello di tenere la bussola orientata verso il benessere dei molti e
non dei pochi e di farlo senza buttare alle ortiche i diritti. E ancora Piketty: «Dagli anni 80
in poi, la progressività dei sistemi fiscali si è drasticamente ridotta, con una riduzione su
vasta scala delle imposte applicabili ai redditi più elevati e un graduale aumento delle
tasse indirette, che colpiscono i più poveri». Un benessere interpretato con il linguaggio
dei diritti e della solidarietà sociale, fondato su politiche sociali e servizi pubblici: sono
queste le parole che dovrebbero tornare ad avere piena legittimità nella Sinistra plurale.
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del 31/03/15, pag. 12
Berlusconi avvia il repulisti Romani sotto
processo “Il gruppo non lo vuole più”
“E ora vediamo se lui o Verdini aiuteranno il governo” Regionali, vicina
l’intesa con Salvini. Ultimatum di Alfano
CARMELO LOPAPA
ROMA .
Processo a Paolo Romani. E minaccia di avvicendamento alla guida del gruppo al Senato.
Ad Arcore raccontano che non sia piaciuto affatto lo sfogo di sabato del pur fedelissimo
berlusconiano contro il partito in cui «non funziona più niente», a rischio «dissoluzione» e
in cui il leader dovrebbe «cedere sovranità ». La citazione di Matteo Renzi ieri in direzione
pd («Ho sentito Romani fare dichiarazioni sorprendenti, significa che là dentro sta
succedendo qualcosa») ha avuto l’effetto della classica goccia che fa traboccare il vaso di
un partito, Forza Italia, già con la tensione al top.
«Il nostro no all’Italicum e alle riforme resta fuori discussione — si è lasciato andare in
serata il leader Berlusconi, reduce dal consueto lunedì tra famiglia e vertici aziendali —
Vediamo se Romani o Verdini o altri si sognano di votare in dissenso, in aiuto al governo».
Il rischio di nuovi strappi, magari di scissione e nascita di nuovi gruppi, è dietro l’angolo,
l’ex Cavaliere lo sa bene. E così il “repulisti”, meglio, il processo di rottamazione interna al
momento rinviato a dopo le regionali del 31 maggio («Ma non nascerà nessun Forza
Silvio», fa sapere una nota ufficiale), potrebbe avere un prologo a giorni. «Una buona
parte del gruppo parlamentare al Senato non si riconosce più nella guida di Romani», è il
minaccioso messaggio che filtra dalla cerchia più ristretta del capo. Circolano anche i nomi
di possibili sostituti se si andasse all’elezione di un nuovo capogruppo: quello di Lucio
Malan, in seconda battuta di Annamaria Bernini. Paolo Romani, contattato in serata,
ostenta assoluta serenità. «Ho pranzato con Giovanni Toti, non mi risulta e non credo
proprio che un’eventualità del genere sia presa minimamente in considerazione — spiega
— Detto questo, ho letto la vostra intervista alla Bergamini che invita anche me a fare
autocritica. Penso debbano farla altri, non certo io che ho detto le cose come stanno».
Brunetta su Twitter: Renzi dice che sta accadendo qualcosa che non immaginava? «Ha
ragione: se ne accorgerà». Giovanni Toti conferma la chiusura al premier: «La destra
francese vince perché non insegue l’estrema destra, giusto, ma soprattutto vince quando
non insegue la sinistra».
Il clima è un po’ questo dentro Forza Italia, Berlusconi rimetterà piede a Roma oggi per
una 36 ore a Palazzo Grazioli in cui cercherà di tenere insieme i cocci (e non è escluso
veda per un chiarimento proprio Romani). Resta il nodo irrisolto delle regionali. A un passo
ma ancora non chiuso l’accordo con Salvini sul Veneto e sulla Liguria, sembra fatto quello
con Alfano e i suoi per le Marche. E presentando ieri il nuovo soggetto Area popolare con
Cesa e Quagliariello «lontano dagli estremismi della Lega», proprio Alfano ha lanciato un
vero e proprio ultimatum a Berlusconi: «Attenderemo questa settimana, che è decisiva. Se
Fi deciderà di stare dietro alla Lega e di non costituire con noi area moderata, ci riuniremo
in Campania e prenderemo le nostre decisioni». Come dire, l’accordo con Caldoro non è
affatto scontato. Per Forza Italia la situazione si complica ancor di più in Puglia. I
sostenitori di Raffaele Fitto si riuniscono a Bari e al termine il deputato Antonio Distaso
spiega che il gruppo chiede «15 candidati su 50 in lista». Dalla sede di San Lorenzo in
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Lucina rispondono già picche, anche perchè risulterebbe che «nessuno degli uscenti è in
regola con i contributi al partito». E sempre in tema di soldi (che mancano) Berlusconi su
Facebook lancia un appello per il 2 per mille Irpef a Fi: «Io ho già firmato, ora tocca a te.
Non ti costa niente».
del 31/03/15, pag. 5
Expo tra ritardi, rassicurazioni e veline
Luca Fazio
Profezie. A un mese esatto dal taglio del nastro c'è chi teme una
figuraccia mondiale e chi semina il panico prefigurando scenari
apocalittici. Il "movimento" milanese intanto si interroga su come
gestire al meglio una fase di lotta che dura sei mesi senza farsi mettere
fuori gioco dalla prevedibile retorica degli scontri di piazza
Qual è la paura a un mese dall’ora zero? Anche se il procurato allarme è roba da codice
penale, non si arrestano le notizie che circolano attorno all’Expo. Figuriamoci le veline. Ce
ne sono un paio velenose. Una, clamorosa, verrà dimenticata. L’altra, invece, come una
profezia che si auto avvera, ci accompagnerà fino al primo maggio. E anche oltre.
Ma andiamo con ordine. Se anche il Corriere della Sera spara ad alzo zero contro i vertici
di Expo, deve esserci qualcosa che non funziona. E se si rischia di arrivare al giorno
dell’inaugurazione con il Padiglione Italia ancora da ultimare, il contrattempo potrebbe
trasformarsi in una figuraccia mondiale (sarà un caso, ma il presidente della Repubblica
avrà altro da fare il giorno del taglio del nastro). Sotto il titolo “Un ritardo che non è
scusabile”, il giornale di via Solferino, dopo aver scritto che Raffaele Cantone ha
riscontrato “i problemi maggiori” proprio nei “due progetti che più di ogni altro dovrebbero
rappresentare il nostro paese” (il Padiglione Italia e l’Albero della Vita), ieri ha concluso
dicendo “non vorremmo che l’Expo passasse alla storia quale prova dell’italica incapacità
a rispettare gli impegni”.
Scandalo? Per niente. Del “disfattismo” dell’editorialista non resterà traccia, perché la
notizia è già stata sepolta da una tonnellata di curiosità propagandistiche impreziosite da
numeri, amenità e manifestazioni di entusiasmo che non lasciano spazio a obiezioni. Tutti
incrociano le dita, ma basta una dichiarazione del commissario di Expo Giuseppe Sala per
rimettere le cose a posto: “Palazzo Italia è in ritardo ma riusciremo a finirlo, la verità la
scopriremo il primo maggio”. Nel frattempo ci si rallegra perché quel giorno i cancelli
dell’Expo apriranno al mattino e il primo ad entrare sarà “il signor nessuno”. Democratici.
Poi ci sono notizie, le veline dei servizi, con cui lo sparpagliato “movimento” che si sta
mobilitando sarà costretto a fare i conti per non finire imbrigliato in una logica auto
distruttiva. Sono i report catastrofisti che d’ora in poi riempiranno le pagine dei giornali (ieri
La Stampa).
Il primo maggio, questa la sintesi, Milano sarà invasa da un’orda di barbari pronti a tutto,
compreso “il blocco nero più temuto dalle forze di polizia di tutta Europa”. Un’onda d’urto in
grado di produrre danneggiamenti “dieci volte superiori a quelli del G8 di Genova”. Dunque
ci sarà un gran da fare per le polizie del governo Renzi e sembra che a qualcuno non
dispiaccia affatto una situazione fuori controllo. Il parallelo con Genova, se la memoria non
inganna, dovrebbe invitare i commentatori a rivolgersi alle polizie piuttosto che ai
manifestanti: per chiedere più professionalità, meno pistole fuori dai finestrini, meno
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torture, meno infiltrati vestiti da blocco nero, per pretendere una gestione della piazza
almeno non da “macelleria messicana”.
Lasciamo perdere il 2001. La situazione è diversa e il “movimento” che cercherà di
ritrovasi per la mayday/no expo day non è paragonabile all’esperienza di quattordici anni
fa.
Questo non vuol dire non prendere atto che gli allarmismi agitati da qualcuno servono
proprio a creare quel clima di paura che aiuta a preparare il peggio. Inutile nasconderlo, un
problema di gestione della piazza e di prospettiva politica esiste. Di questo stanno
discutendo le diverse anime del “movimento” milanese, sapendo che sarà difficile in un
solo mese superare una fase di debolezza senza porsi almeno un obiettivo per sottrarsi
con intelligenza a un gioco pericoloso imposto da altri: la rabbia esiste e la piazza non può
che essere di tutti coloro che ci vogliono stare. Ci sono problemi di natura “tecnica” che
riguardano la composizione del corteo (che si vuole più aperto possibile) e il percorso da
concordare con la questura. In più, si sta ragionando su come gestire la complicata
giornata del 29 aprile — quando i fascisti sfileranno a passo d’oca per ricordare Sergio
Ramelli ucciso 40 anni fa — e su come garantire la riuscita del corteo studentesco previsto
per il giorno successivo.
Ma la discussione più interessante è quella sul futuro. La fiera dura sei mesi e c’è ancora
tempo per porsi un obiettivo che vada al di là della pur dura e legittima opposizione di
piazza. L’Expo si fa. Sarà sicuramente più popolare e meno “antipatico” della Bce o del
Fmi. Il dopo però è tutto da scrivere.
Chiedersi come proseguire per portare a casa qualcosa, uno spazio, un padiglione, una
“fettina di torta”, forse potrebbe servire a non farsi mettere fuori gioco ancora prima di
cominciare.
Del 31/03/2015, pag. 5
Droni, soldati e telecamere
Il piano per difendere l’Expo
Rischio antagonisti e attacchi terroristici: la sicurezza costerà 7,2
milioni di euro
Previsti sistemi anti hacker, mura alte tre metri e 108 apparecchiature a
raggi X
Fabio Poletti
I «no Expo» lo stanno ripetendo in tutte le salse: «Non vogliamo fare la guerra civile».
Polizia, carabinieri, esercito, servizi segreti e la struttura di sicurezza di Expo - «Expo
command & control centre», il nome che fa tanto Baghdad - gli credono meno di zero. E si
preparano alla cinque giorni di mobilitazione a cavallo dell’inaugurazione di Expo 2015.
Dal 29 aprile quando ci sarà la prima manifestazione antifascista nell’anniversario della
morte di Sergio Ramelli all’assemblea del 3 maggio al «Campeggio internazionale»
nell’area di Rho-Pero, passando per il primo maggio, inaugurazione con Matteo Renzi e
contromanifestazione degli «arrabbiati», D-day dell’evento.
Telecamere e rete blindata
Se poi ci mettiamo pure il rischio fondamentalismo islamico - «Expo e Giubileo sono due
obiettivi», dicono gli uomini della security - si capisce perché nella periferica via Drago da
mesi si stanno lucidando i monitor collegati alle 500 telecamere puntate sul sito. Per non
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parlare delle altre 2000 telecamere accese in città, da quelle della metropolitana a quelle
dei varchi per l’area C, tutte collegate con la palazzina blindata come Fort Knox e con
sistemi anti hackeraggio dove i tecnici di Selex, Cisco, Accenture, Telecom, Samsung e
Came compiono gli ultimi controlli. A capo della struttura c’è Ottorino Panariello, un ex
manager Telecom arruolato in Expo con l’incarico di direttore generale Division Business
Planning & Control con il compito di coordinare la sicurezza nel sito grande come 170
campi da calcio, assistere anche sotto il versante sanitario i 300 mila visitatori al giorno e
fornire assistenza logistica ai 145 Paesi partecipanti. Sotto di lui un ex militare dell’Arma
ma la sicurezza sarà coordinata da Prefettura, Questura e Carabinieri.
Mura di tre metri
Con una telecamera attiva ogni 40 metri, Milano sarà sotto l’occhio perenne di un Grande
Fratello. Il sito sarà circondato da mura e reti alte 3 metri e 15 centimetri. Gli accessi
pedonali per i visitatori sono 4 con 162 tornelli e 108 apparecchiature a raggi X con
rilevamento antiesplosivo per controllare le borse, più di quante ce ne sono
complessivamente a Malpensa, Linate e Fiumicino. Per radiografare i passeggeri ci
saranno altri 450 archetti elettronici.
Duemilaseicento uomini
La sicurezza passiva sarà garantita da droni. Ma il lavoro più grande sarà quello degli
uomini in servizio per la sicurezza. Il sito è stato diviso in 84 quartieri. Ogni padiglione avrà
un responsabile della sicurezza. Gli accessi saranno controllati da guardie giurate, da 52 a
719 in base agli orari. Si vogliono evitare intromissioni. Come quelle degli antagonisti che
un paio di mesi fa hanno scritto su un muro «No Expo», a un passo dai padiglioni di CocaCola e McDonald’s, le multinazionali ritenute il simbolo di quello che non dovrebbe essere
l’esposizione dedicata al nutrimento del pianeta. Ma il grosso sarà garantito da 1300
poliziotti, 700 tra carabinieri e finanzieri e 600 soldati. Mobilitati 24 ore al giorno fino alla
fine di ottobre. Costo del piano a bilancio di Expo: 7 milioni e 200 mila euro.
Del 31/03/2015, pag. 6
Antiterrorismo, allarme sugli 007 in carcere
NEL DECRETO ALL’ESAME DEL PARLAMENTO C’È UNA NORMA CHE PERMETTE
A UOMINI DEI SERVIZI DI ENTRARE NELLE CELLE. CON UNA BLANDA
AUTORIZZAZIONE
Questa è una storia di “gelosie investigative”, di allarme terrorismo, di autorizzazioni poco
informate. E del sottile filo che lega una cella del 41 bis con la caccia ai tagliagole dell’Isis.
Quando stamattina a Montecitorio i deputati italiani riprenderanno a discutere delle norme
scritte dal governo, per prima cosa dovrebbero provare a smettere di pensare che
riguardino solo chi indossa gli abiti del jihadista. Forse, allora, saranno più lucidi nel
valutare le misure di sicurezza straordinarie che si apprestano a varare. Stralciata – dopo
l’allarme lanciato dai giornali – la proposta di consentire l’accesso remoto ai computer dei
sospettati, c’è un altro fronte su cui sarebbe il caso di andare cauti: i “colloqui personali
con detenuti e internati”, una delle novità investigative introdotte dal decreto. La scadenza
2016 e il confine tra criminali Si tratta della possibilità per i funzionari dei Servizi di
intrattenere, nell’ambito delle indagini per terrorismo, conversazioni all’interno degli istituti
penitenziari. È una norma eccezionale, con durata limitata al 31 gennaio 2016, ma che ha
già fatto drizzare le antenne a chi si occupa di antimafia. Perché, dicevamo, colui che può
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disporre di informazioni utili all’attività antiterrorismo non è necessariamente un barbuto
vestito di nero. Anzi, soprattutto quando parliamo di logistica e di finanziamenti, il confine
con gli ambienti della criminalità organizzata nostrana si assottiglia. Così, il campo di
indagine dell’intelligence italiana può facilmente allargarsi a quello della malavita: mafia,
camorra e ‘ ndrangheta. E qui veniamo alle nostre carceri. E al rischio che il personale dei
servizi possa avere un lasciapassare oltre le celle dei sospetti terroristi. Il sì disinformato e
l’emendamento ko I colloqui investigativi, così come le intercettazioni preventive (che
esistono dal 2005), saranno sempre e comunque autorizzati da un giudice. E a un giudice
ne andrà riferito l’esito. Ma il governo ha voluto – almeno per il momento – che a disporre
il via libera sia il procuratore generale della Corte d’appello di Roma, su richiesta del
presidente del Consiglio o, in sua vece, del Direttore generale del Dipartimento delle
informazioni per la sicurezza, l’organismo che coordina i servizi segreti. Non esattamente
una scelta che “blinda” la fondatezza dell’autorizzazione. Spiega il Procuratore nazionale
Antimafia Franco Roberti, in audizione alla Camera: “Il procuratore generale della Corte di
appello di Roma, non disponendo di una banca dati, non disponendo di conoscenze, non
facendo processi, salvo i casi di sua competenza territoriale, che tipo di controllo potrà mai
esercitare su queste richieste autorizzatorie di servizi?”. Roberti inquadra la scelta in
questo contesto: “Si vuole evitare un controllo. Lo dico criticamente, ma con rispetto. Si
vuole evitare questo controllo da parte di chi potrebbe esercitarlo in modo più incisivo
perché dispone della conoscenza”. La scelta più logica sarebbe stata quella di attribuire il
potere di autorizzazione alla Procura nazionale antimafia, che ora è investita anche
dell’antiterrorismo, ma l’emendamento firmato dai Cinque Stelle Sarti e Tofalo è stato
bocciato. “Vedete – insiste Roberti – le gelosie investigative, le gelosie della conoscenza,
sono esiziali, come nelle indagini contro le mafie, così nelle indagini contro le
organizzazioni terroristiche. La conoscenza dev’essere condivisa, fatta circolare tra tutti i
soggetti, e questo lo può fare un ufficio che disponga della conoscenza”. Non è un caso
che, finora, la possibilità di fare colloqui investigativi in carcere fosse consentita al
procuratore antimafia o alla polizia giudiziaria e non ai servizi di intelligence. Il caso del
Protocollo e il divieto aggirato Come sappiamo, il divieto è stato variamente aggirato e
sullo sfondo resta aperta l’ipotesi che, tra servizi e boss, siano stati siglati patti
inconfessabili: a Roma è in corso un processo sull’accordo segreto (il cosiddetto
Protocollo Farfalla) che il Sisde stipulò con l’amministrazione penitenziaria per gestire le
informazioni provenienti dai penitenziari di massima sicurezza senza informare i pm
competenti. Sono questi precedenti che hanno mandato in allarme i commissari antimafia.
Il Pd Davide Mattiello ha notato lo “squilibrio tra potere esecutivo e potere giudiziario” e ha
ricordato che “la norma, una volta fatta, se non è sufficientemente definita, può essere
usata per questo e per quello”. Claudio Fava, vicepresidente della commissione, si è
premurato di domandare “se queste norme non modificano il divieto di contatti tra
personale che opera per conto dei servizi di sicurezza e i detenuti, soprattutto quelli in
condizione di 41-bis”. L’assemblea del boss e le celle impermeabili La risposta del capo
dell’Amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, ahinoi, è stata secretata. In compenso,
Consolo – alla guida del Dap da tre mesi – fotografa senza tabù tutte le falle del carcere
duro, dai blackout nella videosorveglianza a Parma fino alla “assemblea di boss al 41 bis”
(definizione di Giuseppe Lumia, Pd): “Due stanze – racconta Consolo – si fronteggiano
nello stesso corridoio, o peggio abbiamo una stanza sopra e una sotto con possibilità di
comunicare da un piano all’altro o da pareti contigue”. La commissione antimafia da tempo
lavora per un “check up” al 41 bis. Ma, conclude Mattiello, “puoi anche fare le celle
impermeabili, ma se poi non è chiaro chi e perché può entrare a fare dei colloqui…”
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Del 31/03/2015, pag. 8
Sisma a L’Aquila, Gabrielli vuole indietro i
soldi
A POCHI GIORNI dall’anniversario del terremoto de L’Aquila del 2009, la Protezione civile,
guidata da Franco Gabrielli, ha chiesto ai parenti delle vittime che si sono costituiti parte
civile nel processo ai membri della commissione Grandi Rischi la restituzione dei soldi
delle provvisionali, decise dal giudice dopo la condanna in primo grado. Devono restituirle,
“senza indugio” allo Stato, con l’aggiunta delle spese di giustizia e degli interessi legali
perchè il primo verdetto è stato ribaltato in Appello con l’assoluzione di sei esperti e una
sola condanna. Le parti civili avevano incassato complessivamente 7, 8 milioni di euro,
disposti dal giudice Marco Billi come risarcimento immediatamente esecutivo. E lo Stato
non ha aspettato, prima di chiedere i soldi indietro, l’esito del ricorso in Cassazione.
Del 31/03/2015, pag. 8
Ustica, schiaffo di Stato “Non date
risarcimenti”
MAURILIO MANGO, L’AVVOCATO CHE RAPPRESENTA IL GOVERNO, PRESENTA
APPELLO: “LE RICHIESTE DEI 18 PARENTI DELLE VITTIME SONO PRESCRITTE O
INFONDATE”
Altro che muro di gomma. Questa volta i familiari delle vittime della strage di Ustica si
schiantano contro un muro di marmo. Per 35 anni hanno avuto diritto solo a brandelli di
verità sulla morte di mogli, figli, fratelli, sorelle, padri e madri. Per 35 anni si sono scontrati
con uno Stato indifferente, subalterno a quei Paesi (Stati Uniti e Francia) che pure
avevano e hanno cose da dire sui misteri della sera del 27 giugno 1980. Uno Stato
nemico, complice, che ha depistato le indagini, le ha inquinate, ostacolate, rendendo
difficile il lavoro dei magistrati che si ostinavano a cercare la verità. Ora, quello stesso
Stato li sbatte di fronte a una durissima realtà: non hanno diritto ad alcun risarcimento,
devono farsene una ragione e mettere anche mano al portafogli per pagare le spese
legali. Dura lex sed lex. Ma all’italiana. LA RICHIESTA dell’avvocato dello Stato Maurilio
Mango alla Corte d’Appello di Palermo è netta: bisogna rigettare le richieste di
risarcimento per “prescrizione o infondatezza”. I 18 familiari di alcune vittime che ancora si
ostinano su questa strada, devono pagare “le spese di lite oltreché quelle prenotate a
debito”. L’avvocatura dello Stato, che dipende dalla Presidenza del Consiglio, si sofferma
poco su cavilli di leggi e norme, entrando a piedi uniti nei processi. Non c’è la prova regina
che ad abbattere il DC 9 sia stato un missile, questo lo sostengono i giornali e i familiari
delle vittime. Le ricostruzioni giudiziarie e mediatiche sulla strage “sono state talvolta
influenzate dal progressivo formarsi e consolidarsi di un immaginario collettivo che ha
individuato la causa del disastro nell’abbattimento dell’aeromobile da parte di un missile,
con la conseguente responsabilità delle amministrazioni derivante dall’omesso controllo
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dello spazio aereo”. Insomma, che quella notte si sia combattuta una battaglia aerea nei
cieli di Ustica, lo dicono giornalisti fantasiosi, studiosi in vena di dietrologie, familiari.
Processi, sentenze, relazioni di Commissione d’inchiesta parlamentare, valgono zero.
Meno ancora le rivelazioni fatte da Francesco Cossiga, all’epoca della strage presidente
del Consiglio, nel 2007. L’ex capo dello Stato parlò di un missile a “risonanza e non ad
impatto” lanciato da un aereo partito dalla portaerei Clamenceau con l’obiettivo di colpire
un velivolo su cui viaggiava il leader libico Gheddafi. I PROCESSI sono stati fatti male,
afferma in soldoni l’avvocato Mango, perché “in mancanza di elementi tecnici hanno
supplito i mezzi di informazione, che denunciando (spesso senza alcun riscontro) trame e
complotti internazionali” hanno convinto l’opinione pubblica che a causare l’abbattimento
del DC 9 sarebbe stata una battaglia aerea. Nessun atto di guerra e meno che mai nessun
complotto, “rimasto misteriosamente senza colpevoli e segreto, nonostante avesse
coinvolto almeno un centinaio di persone”. E allora, appello. Scelta molta diversa da quella
presa ai tempi del governo Letta, che impedì il ricorso in Cassazione contro la condanna al
risarcimento, per 1, 2 milioni di euro ciascuno, ai familiari di tre vittime della strage. ‘ “Sono
allibito, questa è una operazione dal punto di vista politico incredibile, inspiegabile”. Paolo
Bolognesi, deputato del Pd e presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della
strage di Bologna, non si dà pace. “Voglio sapere se l’Avvocatura ha agito
autonomamente, oppure se ha risposto a un input del governo. Aspetto una risposta
immediata da parte della Presidenza del Consiglio e del ministro della Giustizia. Questo è
un ricatto ai familiari delle vittime di tutte le stragi, da Bologna a Ustica, da via dei
Georgofili a Piazza della Loggia. Vogliamo sapere se questo Stato e questo governo
vogliono la verità o se l’obiettivo è un altro: imporre il silenzio a chi vuole giustizia. Finitela
lì, basta, accontentatevi delle verità parziali. Lo ripeto, non credo che quello
dell’avvocatura sia un gesto spontaneo”. Inutile chiedere lumi al Guardasigilli Orlando, “il
ministro è impegnato alla direzione del Pd, forse risponderà domani (oggi, per chi legge,
ndr)”, ci dicono da via Arenula. Silenzio anche da Palazzo Chigi. E imbarazzo per la
contraddittorietà del ricorso rispetto alle sentenze, l’ultima all’inizio di questo mese, con la
condanna a risarcire con un milione di euro i familiari di quattro vittime, sentenza
successiva a quella di ottobre che imponeva il risarcimento di oltre 5 milioni per gli eredi di
14 vittime. Se Daria Bonfietti, che ha speso una vita intera a battersi per avere un pizzico
di verità sulla notte di Ustica, giudica “vergognosa e inaccettabile la posizione
dell’Avvocatura dello Stato, che non tiene conto delle precedenti sentenze della
Cassazione, e torna a parlare di bomba a bordo”, c’è chi esprime soddisfazione. Lo fa l’ex
capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica militare Leonardo Tricarico, “è una richiesta che
condivido e sottoscrivo. I risarcimenti vanno in senso contrario alla verità acclarata da tre
gradi di giudizio, che hanno visto la produzione di migliaia di pagine di testimonianze e
perizie”. Amen, si rassegnino i familiari degli 81 morti di Ustica, ancora una volta lo Stato è
contro di loro.
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LEGALITA’DEMOCRATICA
Del 31/03/2015, pag. 2
Ischia, le mazzette del sindaco pd
NAPOLI
Ci sarebbe stato un giro di tangenti dietro l’assegnazione dei lavori di metanizzazione di
alcuni comuni di Ischia. Tangenti che la cooperativa che ha ottenuto l’appalto, la Cpl
Concordia, avrebbe pagato finanziando l’attività imprenditoriale del sindaco Pd di Ischia
Giuseppe Ferrandino.
Condotta dal pm della Procura di Napoli Henry John Woodcock e affidata ai carabinieri del
nucleo Tutela ambiente del colonnello Sergio De Caprio, il «Capitano Ultimo», l’inchiesta,
avviata circa due anni fa, è giunta ieri a una importante svolta con l’emissione — da parte
del gip Amelia Primavera — di 11 misure cautelari: 8 ordinanze di custodia in carcere, una
ai domiciliari e due obblighi di dimora. In cella sono finiti, tra gli altri, Ferrandino, suo
fratello Massimo, il presidente della Cpl Roberto Casari e Francesco Simone, responsabile
delle relazioni istituzionali per il gruppo cooperativistico.
Secondo le indagini, la Cpl avrebbe ottenuto di impiantare, e successivamente gestire, la
rete di distrubuzione del metano nei Comuni di Ischia, Lacco Ameno, Forio e Casamicciola
grazie alla «sponsorizzazione» del sindaco Ferrandino, stipulando in cambio una
convenzione («fittizia» secondo la Procura)con l’albergo «Le Querce» gestito dalla
famiglia Ferrandino, che prevedeva il versamento di 165 mila euro nel 2013 e di identica
cifra nell’anno successivo per il fitto permanente di sette camere. Inoltre verrebbe
individuata come pagamento di tangente anche l’assunzione in qualità di consulente
presso la Cpl di Massimo Ferrandino e la vacanza in Tunisia offerta al sindaco. La scelta
della meta non appare casuale in quanto proprio in Tunisia la Cpl avrebbe importanti
conoscenze, funzionari di banca e di dogana con i quali sarebbe in stretto contatto Simone
(ex socialista da sempre vicino alla famiglia Craxi), e addirittura interessi economici occulti:
la Procura ipotizza infatti che tramite l’appoggio di una società locale, la Tunita,
riconducibile allo stesso Simone, che sarebbe al centro di un giro di false fatturazioni, la
cooperativa abbia creato fondi neri e sia riuscita, grazie proprio alle presunte complicità
doganali, a far rientrare clandestinamente ingenti cifre in Italia.
In Campania la Cpl è particolarmente impegnata: il pentito dei casalesi Antonio Iovine l’ha
indicata come interlocutrice dei clan in provincia di Caserta(e il presidente Casari è già
indagato dalla Direzione distrettuale antimafia) e ha importanti commesse con enti pubblici
anche a Salerno, alla Provincia e alla Asl, ottenute, secondo quanto un teste sostiene di
aver saputo dallo stesso Casari, grazie all’interessamento dell’ex deputato del Pdl
Pasquale Vessa. Nelle carte dell’inchiesta — ricca di intercettazioni telefoniche — è citato
anche il nome dell’esponente del Pd Massimo D’Alema, che non è indagato, e sono riferiti
alcuni episodi relativi alle sue attività imprenditoriali ed editoriali. La Cpl ha infatti
acquistato 500 copie di un suo libro (comprate copie anche di un libro dell’ex ministro
dell’Economia Giulio Tremonti) e duemila bottiglie di vino prodotte dall’azienda di cui è
titolare sua moglie. In una intercettazione, Simone parla poi dell’utilità di investire nella
Fondazione Italianieuropei, di cui D’Alema è presidente.
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del 31/03/15, pag. 1/11
“Il nostro non è più sconforto, è sconcerto” dice Lusetti, presidente di
Legacoop. Perché “da anni ormai”, lamentano i soci, ogni inchiesta
svela ruoli illegali delle cooperative
Ischia, Mose, Expo le Coop sotto shock “Ora
è troppo, va ripulito il sistema degli appalti”
MICHELE SMARGIASSI
NON più tardi di dieci giorni fa, a Bologna, davanti a duecentomila persone, il presidente di
Legacoop Mauro Lusetti leggeva al microfono un brano della lista dei nomi delle 1.050
vittime innocenti delle mafie. Era sul palco di “Libera”, l’associazione che da anni martella
un concetto: mafia e corruzione sono due facce della stessa medaglia. Meno di un mese
prima, l’ex presidente di Cpl, una delle cooperative più antiche e nobili d’Emilia, Roberto
Casari, da ieri agli arresti nell’inchiesta per corruzione a Ischia, veniva indagato per
concorso esterno in associazione mafiosa per l’appalto degli impianti gas a Casal di
Principe, provincia di Gomorra. Non c’è bisogno di aggiungere molto. «Non è sconforto,
ormai è sconcerto», sospira Lusetti.
Cosa sta succedendo all’impresa rossa? Ormai, quasi ogni volta che un’inchiesta solleva il
coperchio di una pentola d’appalti o grandi lavori, dal bollore salta fuori una cooperativa.
Cose diverse, gravità diverse, esiti giudiziari diversi, ma è uno stillicidio. Expo milanese:
indagato un dirigente Manutencoop di Bologna per turbativa d’asta. Mose veneziano:
indagini sul ruolo delle cooperative venete del CoVe-Co, attraverso il Consorzio Venezia
Nuova, nell’inchiesta sui lavori della diga anti-maree. Sfumata solo per prescrizione
l’inchiesta sul “Sistema Sesto”, che mise nei guai l’ex presidente della Provincia di Milano
Filippo Penati: coinvolto il potente Ccc bolognese con sospetti di giri di denaro per
consulenze fittizie. Per non parlare dell’inchiesta romana “Mafia Capitale” sull’intreccio di
corruzione e minacce per favorire la cooperativa sociale “29 giugno”. E spunta una
cooperativa, il colosso Cmc di Ravenna, anche nel “sistema Incalza”: per il gip fiorentino
Angelo Pezzuti avrebbe corrisposto al potente funzionario ministeriale, «dal 1999 al 2008,
compensi per 501 mila euro » nell’ambito dei lavori per la linea Alta Velocità tra Firenze e
Bologna.
«Se questo è il paese più corrotto d’Europa, l’onda non risparmia nessuno», scuote il capo
Lusetti. Salito meno di un anno fa al vertice della confindustria rossa con il proposito di
«fare pulizia ». Ora gli sembra un lavoro di Sisifo, ma non vuole mollare. «Proprio in questi
giorni stiamo girando a tutte le cooperative il protocollo sulla legalità definito col Ministero,
e chi non lo firma è fuori». Un firma non costa niente, presidente. «Sì, ma milioni di
cooperatori, migliaia di cooperative lavorano onestamente. Non copriremo nessuno,
neanche dirigenti storici. Chi ha sbagliato paga ».
La parola d’ordine sembra essere “le responsabilità sono individuali”. Quelle penali di
sicuro, ma quelle morali? Davvero sbagliano solo gli individui, nel sistema dell’impresa
condivisa? Quando un imprenditore privato trucca un appalto, si arricchisce
personalmente. Quando lo fa un manager cooperativo, perché lo fa? Lanfranco Turci era
presidente di Legacoop negli anni incandescenti di Tangentopoli, e conosce la risposta:
«Ci possono anche essere arricchimenti personali. Spesso è per ragioni di prestigio, o per
dare lavoro alla cooperativa. Ovviamente è illegale. Ma vent’anni fa me lo sentivo ripetere
spesso, “ho rischiato per il bene dei soci”, era una spiegazione, anche se non giustificava
nulla».
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Al netto delle disonestà private, nel mondo cooperativo è quella giustificazione morale che
va spezzata, allora. Adeguarsi all’andazzo per il bene dell’ideale, non può funzionare.
Stefano Zamagni, economista cattolico studioso dell’etica degli affari: «Sono tutti
delinquenti, i cooperatori che corrompono? Non credo. Ho conosciuto dirigenti che non ci
dormivano la notte, che piangevano, “devo pur far lavorare la mia gente”… Ma il
cooperatore che corrompe non è più un cooperatore, neanche se pensa di farlo per motivi
nobili. Lo dicono i sacri principi di Manchester…». Lusetti conferma: «La scusa “devo pur
lavorare” è inaccettabile, chi pensa che possa valere si sbaglia, sarà cacciato via dal
nostro mondo». Ma aggiunge: «Non possiamo neppure rimanere schiacciati nella tenaglia:
o sono onesto e perdo il lavoro, o mi omologo alla disonestà corrente, a costo di demolire
la reputazione mia e dell’idea cooperativa. Noi useremo la scopa, ma è il sistema degli
appalti che è sporco, è il mercato che va ripulito, servono regole capaci di stroncare la
corruzione ovunque».
Sembra di sentire i buoni propositi dell’era di Mani Pulite. Ma forse il paragone non regge.
Ai tempi di Tangentopoli, diverse cooperative cominciarono a scivolare in un sistema
strutturato di corruzione e spartizione governato dal sistema dei partiti, nel quale spesso,
più che pagare tangenti, erano la tangente che pezzi del Pci esigevano come loro fetta
della torta: a voi le mazzette, a noi appalti per le “nostre” cooperative. Oggi quel sistema
organizzato non c’è più. Al suo posto c’è una corruzione polverizzata, in rapporto uno-auno, «i corrotti ora prendono soldi per proprie fortune personali, vent’anni fa andavano
soprattutto ai partiti e alle correnti», ricorda Turci.
E quel fine che giustifica i mezzi, poi, forse non li ha mai giustificati davvero. «Ho gestito
per cinquant’anni cooperative che avevano a che fare con la politica», racconta Luciano
Sita, patriarca cooperativo, storico ex presidente di Granarolo. «Vedevo girare nelle mani
dei concorrenti privati buste piene di soldi, che io non avevo e non avrei comunque dato.
Ma le mie cooperative sono rimaste ugualmente in piedi. Abbiamo dovuto lavorare di più.
Chi si adagia sulla corruzione invece dimentica la competizione, l’efficienza. Quindi alla
fine crolla lo stesso. Chi cerca scorciatoie, in una cooperativa, non salva niente, rovina
tutto».
del 31/03/15, pag. 6
Nelle carte i soldi spesi per D’Alema “Quattro
bonifici alla sua fondazione gli compravano
pure il vino e i libri”
DARIO DEL PORTO CONCHITA SANNINO
NAPOLI .
«È contento tuo fratello che viene il compagno D’Alema? ». Marzo 2014: il sindaco di
Ischia Giuseppe Ferrandino, candidato alle Europee con il Pd, attende l’arrivo dell’ex
premier sull’isola. «È un segnale forte che ti appoggia tutto il partito», dice Francesco
Simone, responsabile delle relazioni istituzionali di Cpl Concordia. Nelle intercettazioni
della Procura, un filo rosso lega i personaggi arrestati nell’inchiesta, come i fratelli
Ferrandino, a protagonisti di spicco della scena politica romana. Emergono riferimenti
all’acquisto di centinaia di copie libri di D’Alema e Tremonti, contatti politici con i
sottosegretari del governo Renzi, Luca Lotti e Simona Vicari. E colloqui per appalti in
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Vaticano con Angelo Proietti, l’imprenditore già coinvolto nel caso dell’appartamento da
8mila euro al mese di Tremonti, ristrutturato dalla Edil Ars.
MA L’EX LEADER NON È INDAGATO
«Per comprendere fino in fondo il sistema affaristico organizzato e gestito da Cpl
Concordia — argomenta il giudice di Napoli Amelia Primavera — appare rilevante
soffermarsi sui rapporti intrattenuti tra i vertici della cooperativa il politico che è stato per
anni il leader dello schieramento di riferimento» della società: «Ovvero, l’onorevole
Massimo D’Alema». La Fondazione da lui presieduta ha ricevuto da Cpl contributi per
complessivi 60mila euro in tre anni. La società ha poi comprato copie del suo libro e 2mila
bottiglie del vino prodotto dalla moglie.
L’11 marzo 2014, i due manager della Concordia Francesco Simone e Nicola Verrini
parlano dell’ex premier, che non risulta indagato. «È molto più utile investire negli
Italianieuropei dove D’Alema sta per diventare commissario europeo... capito», dice
Simone. Quindi aggiunge: «D’Alema mette le mani nella merda, come ha già fatto con noi
ci ha dato delle cose». Nel corso di una perquisizione del novembre scorso negli uffici
della Concordia, gli investigatori hanno sequestrato i bonifici effettuati nel 2011, 2012 e
2014 da Cpl in favore della Fondazione Italiani Europei, ciascuno per l’importo di 20mila
euro. Un ulteriore bonifico da 4.800 euro per l’acquisto di 500 copie del libro “Non solo
euro” scritto da D’Alema. «Fa piacere al presidente, spero», chiede Simone alla segretaria
della fondazione in una telefonata del 21 marzo 2014.
Emblematico lo scambio tra il manager e l’impiegata di Italianieuropei.
Simone: «Ovviamente noi ogni tanto compriamo libri, questa è un’eccezione. Ovviamente
usufruiamo dello sconto della casa editrice».
Segretaria: «Noi avevamo pensato al 10 per cento».
Simone: «Così poco? La Rizzoli e la Mondadori ci fanno il 40».
Segretaria: «Il 40 addirittura... «. Poi il manager ritira l’obiezione e «mostra la sua
disponibilità a pagare il prezzo richiesto ». Ma non è tutto. Cpl acquisterà anche 2mila
bottiglie di vino prodotte dall’azienda della moglie del leader pd. Circostanza confermata
dalle fatture e anche da Simone nell’interrogatorio del 6 novembre scorso, quando
sostiene: «Fu Massimo D’Alema in persona, in occasione di un incontro casuale tra me,
lui, il suo autista e il presidente Casari, a proporre l’acquisto dei suoi vini». In Cpl sono
state acquisite altre due fatture per l’acquisto di due libri scritti dall’ex ministro Giulio
Tremonti, 7.440 e 4644 euro. Si parla anche di contributi a un’altra fondazione «no 20, ma
anche 200». Il nome non è indicato: «Sono in corso approfondimenti».
“PER I VOTI PARLERÒ CON LOTTI”
A gennaio 2014, il sindaco di Ischia lavora alla sua candidatura alle Europee. «Punta in
alto, Giosi!», lo incita un’amica. Ferrandino, si legge nella sintesi dei carabinieri, «dice che
i voti li deve prendere in Campania e che deve parlare con Luca Lotti », attuale
sottosegretario a Palazzo Chigi. Il nome di Lotti (che non è indagato) era già affiorato in
un’altra telefonata dell’inchiesta sulla metanizzazione di Ischia, ritenuta non rilevante dai
magistrati, in cui parlava con il generale della Finanza Michele Adinolfi: i due si conoscono
da quando Lotti era capo di gabinetto di Renzi al Comune di Firenze e l’ufficiale era
secondo comandante interregionale anche della Toscana.
“LA VICARI IMPEGNATA PER NOI”
Nel novembre 2013, si sblocca lo stanziamento di nuovi fondi da parte del governo per la
metanizzazione. Simone invia una mail a Casari e Verrini evidenziando, scrive il giudice,
«che proprio il sottosegretario Simona Vicari, il cui intervento era stato da loro stessi
invocato, è la persona che si sarebbe impegnata a far assegnare 140 milioni di euro
(distribuiti in 20 milioni per sette anni) per il completamento delle opere di metanizzazione
dell’Italia del Sud. Stanziamento di cui beneficerà evidentemente anche la Cpl». Stando a
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quando riportato da Simone, continua il gip, il sottosegretario «si sarebbe personalmente
impegnata a far rimuovere durante i vari passaggi tra i due rami del Parlamento, la parola
“nei limiti”, riferita dal dettato della norma alla cifra di 140 milioni».
L’APPALTO IN VATICANO
Nelle intercettazioni compaiono molteplici riferimenti alle mosse dei manager della
Concordia per accaparrarsi appalti. Il 26 febbraio 2014, il dirigente Simone chiede
all’imprenditore Angelo Proietti di vedersi «in Cpl a largo del Nazzareno, via del Bufalo».
Chiuso il telefono, le cimici nel suo ufficio registrano le sue considerazioni su Proietti
affidate a un collega: «Questo era l’uomo di Balducci... è il numero uno al Vaticano».
Aggiunge — si legge nel brogliaccio — che era stato coinvolto nello scandalo della casa di
Tremonti, poi dice: «Il 90 per cento dei lavori in Vaticano li fa lui, Angelo Proietti... e
adesso c’è in ballo finalmente l’efficientamento energetico del Vaticano».
del 31/03/15, pag. 8
L’inchiesta di Ischia imbarazza il Pd “Siamo
preda delle lobby”
FRANCESCO BEI
ROMA .
Sul palco si discetta di Italicum. «Ma in sala e nei corridoi — ammette Gennaro Migliore —
si parlava di Ischia. Io mi sento cuocere, questa roba mi brucia dentro». Lunedì
pomeriggio, a via Sant’Andrea delle Fratte si allontanano alla spicciolata i membri della
direzione Pd, confusi tra i turisti. La mazzata è pesante, l’arresto del sindaco Giosi
Ferrandino, presidente dell’Anci Campania e supervotato alle europee (oltre 80 mila
preferenze), il coinvolgimento di una delle più importanti coop rosse emiliane, le telefonate
su D’Alema. Ce n’è abbastanza per deprimere e terrorizzare un partito alle prese con una
difficile campagna elettorale.
Antonio Misiani, tesoriere del partito nell’era Bersani, trangugia un caffè nero e sospira:
«Una brutta faccenda, non c’è che dire. Ecco cosa succede quando si abolisce il
finanziamento pubblico, i partiti finiscono preda degli appetiti delle lobby». Ma il problema,
ormai, sembra aver raggiunto un livello endemico per il Pd. Che, a torto, riteneva se
stesso immune da questi scandali. «Errore, perché quando hai troppo potere, quando
vieni percepito come l’unico partito spendibile per il governo, quando da nessuna parte si
vede un’alternativa credibile, è chiaro che chi vuole fare affari si rivolge a te. Una brutta
faccenda, ripeto: dovremo d’ora in poi tenere non due ma quattro occhi aperti ». Una
vigilanza che evidentemente è mancata. E se anche Renzi ritiene in privato che si tratti di
una vicenda circoscritta e che valga comunque la presunzione d’innocenza, pure dal palco
riconosce il problema. Anzi, annuncia che si farà una direzione ad hoc «per un momento
di riflessione comune su come ci stiamo muovendo sui territori. Con le luci e le ombre che
ci sono». Ombre soprattutto.
Fosse solo Ischia. Un mese fa è stato arrestato l’ex sindaco di Casavatore, Salvatore
Sannino, del Pd. Ex sindaco solo perché, con lungimirante accortezza, pochi giorni prima
dell’arresto la giunta del comune confinante con Casoria era stata sciolta. E sempre per
restare in zona, una settimana fa l’Antimafia ha arrestato a Eboli due esponenti del Pd
perché, in cambio di certificati di residenza falsi per far lavorare le donne rumene nei
campi, chiedevano voti alle primarie Pd regionali e nazionali. È intervenuta pure l’Interpol.
Poi ci sarebbe la questione di Vincenzo De Luca, con il suo strascico di inchie- ste e la
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condanna. Ma lo stesso Migliore, che pure contro De Luca era pronto a candidarsi alle
primarie, invita a «non fare di tutta l’erba un fascio, perché nel suo caso si tratta di una
questione amministrativa».
Ma comunque, e per l’ennesima volta, è inevitabile farsi la domanda: esiste una questione
morale nel Pd? Se lo chiedono in molti. «Io faccio politica alla “spera-in-dio” — sussurra
Pippo Civati affrettando il passo lontano dal Nazareno — e spesso vado in rosso sul conto
corrente, faccio una vita normale, prendo il treno e gli autobus. Ma qui dentro c’è gente
che vive in certe case... che gira con certe macchine... ma come fanno? certi stili di vita mi
fanno pensare». E poi, secondo Civati, c’è il grande tema delle fondazioni politiche legate
ai singoli capicorrente. «È inutile che facciamo il discorso sulla trasparenza dei bilanci dei
partiti e poi ognuno si fa la sua fondazione per fare come gli pare».
Com’era forse inevitabile, dato lo scontro mortale in corso tra minoranza e maggioranza,
nel Pd il caso Ischia per alcuni diventa il caso Renzi. E per altri invece è il caso della
vecchia “Ditta”, troppo contigua al sistema coop rosse-appalti. «D’Alema - confida un
renziano - si è difeso con le stesse argomentazioni di Lupi, se la prende con le
intercettazioni. Questa schifezza oggi ci casca addosso a noi perché al Nazareno c’è
Renzi, ma è tutta roba loro». Basta spostarsi di qualche metro e Alfredo D’Attorre, dopo
l’assalto di telecamere e taccuini, si abbandona a una considerazione opposta: «Questa di
Ischia è una vicenda inquietante. Ferrandino era il sindaco di un comune importante, è
stato candidato alle europee fortemente sostenuto dalla segreteria nazionale, tanto che ha
preso decine di migliaia di preferenze ». E chi vuole capire capisca.
Sulla direzione del Pd scende la sera, dopo il voto all’unanimità sulla relazione del
segretario, sindaci, assessori e parlamentari sciamano nei ristoranti della zona. Mercedes
e Audi con l’autista intasano piazza San Silvestro. Decisamente troppe.
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RAZZISMO E IMMIGRAZIONE
del 31/03/15, pag. 21
Roma, incendio doloso contro i rom
Panico nel centro d’accoglienza alla Rustica: cento evacuati tra cui
moltissimi bambini e due neonati Il sindaco Marino: “Episodio grave e
non casuale”. L’ombra di Mafia Capitale sulla struttura in
smantellamento
RORY CAPPELLI
ROMA .
Cento persone, tra cui 62 bambini, due emodializzati, tre donne al quarto mese di
gravidanza, e due neonati, uno di tre mesi e l’altro di 40 giorni. Finiti nel panico e poi in
mezzo alla strada quando nel cuore della notte tra domenica e lunedì è scoppiato un
incendio all’interno del centro di accoglienza di via Armellini, a La Rustica, zona a est di
Roma. Le fiamme altissime sono partite dal primo piano della zona sovrastante gli uffici,
un’area abbandonata, vuota di persone e cose, e hanno raggiunto il terzo piano e da lì il
solaio e il tetto. Per gli investigatori questo è il motivo che fa pensare a un incendio doloso
o colposo: sono proprio i vigili del fuoco ad argomentare che per sviluppare un incendio di
questo volume e di questa portata il materiale deve essere stato veramente tanto,
voluminoso e corposo. Ma saranno le indagini a stabilirne definitivamente le cause e le
modalità.
Morti o feriti non ce ne sono stati soltanto perché lo stabile è una ex fabbrica ristrutturata,
tutta in cemento armato. Riportata in vita in epoca Veltroni, è stata poi destinata, con lo
sgombero in epoca Alemanno degli insediamenti rom di Ponte Mammolo, Casilino 900 e
La Martora, a diventare centro accoglienza. Ieri notte gli ospiti si sono riversati in strada
assistiti dalla Protezione civile di Roma Capitale che ha fornito coperte, sciarpe, berretti,
venti sacchi a pelo e d’acqua.
A gestire il centro anche la cooperativa Domus Caritatis, coinvolta nell’inchiesta Mafia
Capitale. Anche su questa coincidenza gli investigatori vogliono vederci chiaro. Ieri mattina
è arrivata a La Rustica anche l’assessora alle Politiche sociali Francesca Danese, che
sembra aver preso con grande serietà la questione nomadi, rom, sinti e camminanti, e
anche tutto il disagio vissuto dagli emarginati della città, per comprenderne le difficoltà, ed
arrivare a possibili soluzioni: è rimasta a lungo sul posto, seguendo le operazioni e
assistendo e parlando con le famiglie, con i bambini e con le donne.
Di sicuro una novità, soprattutto pensando alle storie scoperte proprio dalle inchieste di
Mafia Capitale e tutte cucite sulla pelle dei migranti e dei nomadi. Forse non a caso la
Danese si è trovata minacciata e sotto scorta. Di certo, dice, «stiamo andando verso una
politica dell’accoglienza completamente diversa. Per esempio, stiamo lavorando per
spostare le persone che vivono qui: il centro ha un contratto con il Comune fino a fine
aprile. Poi la gestione attuale scade. E una nuova gestione certamente non avrà costi così
elevati e qualità della vita delle persone così bassa. Insomma — conclude — stiamo
affrontando il problema dell’accoglienza a Roma in tutte le sue sfumature».
Anche il sindaco Ignazio Marino è intervenuto sulla vicenda: «Esprimo preoccupazione —
ha detto — davanti a un episodio grave e non casuale che arriva in un momento in cui
questa amministrazione sta smantellando un sistema su cui aveva investito anche la
criminalità organizzata. Ricordo, a questo proposito, che mettere le mani in questo mondo
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ha costretto da qualche settimana sotto scorta l’assessore alle Politiche sociali Francesca
Danese a causa delle minacce ricevute ».
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WELFARE E SOCIETA’
Del 31/03/2015, pag. 19
Opg, oggi l’ultimo giorno
“Le Regioni non sono pronte”
L’allarme dal Piemonte: il passaggio alle residenze sarà lento
Giuseppe Buffa
«Il Piemonte non è pronto. Neppure la Toscana, la Lombardia, l’Emilia. Domani non
cambierà granché». Giovanni Geda, primario a Biella, è uno dei tanti psichiatri impegnati a
traghettare pazienti dagli ospedali giudiziari, che sulla carta chiudono oggi, alle «Rems», le
residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Che però non esistono. Biella,
possibile meta dei 46 detenuti piemontesi (oggi in gran parte all’«Opg» di Castiglione delle
Stiviere), potrà accoglierne solo una dozzina: «Non ce ne stanno di più - spiega Geda -. In
Piemonte sono previste due Rems: ad Alessandria e a Bioglio, un comune della nostra
provincia. Nessuna delle due è pronta».
Alternativa provvisoria
Come sistemazione provvisoria la Regione ha pensato al vecchio ospedale Degli Infermi,
abbandonato 4 mesi fa: «Bisognerà adattare la palazzina che ospitava Psichiatria aggiunge il primario -: ma occorrono mesi e non c’è posto per molti pazienti». Più di trenta
se li prenderà Torino, anche se di deciso non c’è nulla: le Asl attendono ordini dalla giunta
Chiamparino.La falsa partenza non cruccia gli esperti: «Ci sono stati ritardi e rinvii sostiene Giovanni Geda -, ma che gli “Opg” vadano superati è fuor di dubbio. Con le
Residenze sarà più facile rieducare e curare gli internati, e la riforma mira proprio a
questo. Se poi non siamo in grado di partire subito nessun dramma: faremo le cose
gradualmente. Che è anche il modo migliore per evitare pasticci».
Paura irrazionale
In Italia gli «Opg» sono sei, con 700 internati. Un popolo di reclusi che alimenta fobie, ma
che è diverso da come lo si immagina: «Non sono tutti serial killer - spiega Geda -: anzi, gli
omicidi sono relativamente pochi. La gran parte dei detenuti è lì perché non ha rispettato
gli obblighi di firma o l’ordine di presentarsi ai servizi psichiatrici per farsi curare. Anche chi
ha compiuto delitti molto gravi, comunque, se curato bene cessa di essere pericoloso per
gli altri». L’assassino, o il “cannibale” sono rari. Più frequenti gli stalker, che perdono poco
facilmente la tendenza a perseguitare le donne o le loro vittime. Mentre i killer, secondo
l’esperto, quasi sempre si recuperano con successo: «Mi preoccupano di più - dice il
primario biellese -, i detenuti comuni, come rapinatori o truffatori».
Non tutti i 700 degli ospedali giudiziari finiranno nelle Rems. Più di 200 saranno dimessi o
spostati in comunità. Ma non c’è il rischio, secondo il primario, che i killer sanguinari
tornino liberi: «I malati pericolosi non possono uscire. Possono farlo, al massimo, quelli
completamente guariti. Inutile creare allarme, anche per non emarginare ancor di più le
persone recluse».
Personale sanitario
Quando saranno pronte le Residenze, a occuparsi dei pazienti sarà solo personale
sanitario: medici, psicologi, infermieri, educatori, assistenti sociali. Nessun agente di
polizia, al massimo le guardie giurate: «Per la Rems di Biella - spiega ancora Giovanni
Geda - abbiamo previsto un rapporto di un operatore per malato, forse di più. L’assistenza
sarà ottima. Dovremo anche assumere personale, ma nella Residenza manderò medici e
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infermieri più esperti, non quelli appena arrivati. È un modo nuovo di trattare i detenuti
psichiatrici». Conclude Geda: «L’era degli Opg è superata, come il concetto della
reclusione a vita. Bisogna andare oltre. C’è gente che s’è fatta 10 per aver insultato un
poliziotto. Ora si cambia».
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BENI COMUNI/AMBIENTE
del 31/03/15, pag. 5
Scorie, la Sardegna si ribella
Costantino Cossu
Governo. L’isola teme di essere scelta come sito per la realizzazione del
deposito nazionale del materiale radioattivo
«Basta pane avvelenato»: un grande manifesto con queste tre parole campeggia sul
profilo Facebook del «Comitato sardo contro le scorie nucleari», che si batte contro la
localizzazione in Sardegna del deposito nazionale del materiale radioattivo proveniente
dagli impianti nucleari dismessi. Ventisei associazioni ambientaliste, pacifiste,
indipendentiste e di tutela della salute hanno indetto due giornate di mobilitazione, per
domani e dopodomani, in vista della ormai prossima pubblicazione della mappa delle
possibili localizzazioni del sito che dovrà custodire i materiali radioattivi. La Sogin è la
società di stato cui è stato affidato il compito di smantellare gli impianti nucleari italiani e di
gestire i rifiuti radioattivi, quelli provenienti dalle centrali ma anche quelli prodotti da altre
attività industriali o di ricerca.
Lo scorso 2 gennaio una lista dei luoghi considerati potenzialmente idonei a ospitare le
scorie è stata consegnata dalla Sogin all’Istituto superiore per la protezione e la ricerca
ambientale (una struttura governativa). Tenuta finora segreta, la lista sarà rivelata
dopodomani. E circolano voci, non confermate, che la Sardegna sarà la prima scelta.
Il calendario della mobilitazione prevede due «Giornate dell’attesa»: musica e spettacoli
nel piazzale di via Roma a Cagliari davanti alla sede del consiglio regionale. La notte si
dorme in tenda. Mentre per il 19 aprile è in programma un «No-nukes-Day» in tutta la
Sardegna. «Quella contro le scorie è una battaglia che combatteremo con determinazione
estrema — dicono i portavoce del comitato — Con un referendum i sardi hanno già votato
contro la localizzazione in Sardegna del deposito nazionale. Questa terra non ospiterà
alcuna scoria».
Accanto alle associazioni c’è anche l’Anci, l’associazione dei comuni italiani: «Non siamo
una componente del comitato — dice il presidente regionale Pier Sandro Scano– ma
aderiamo all’iniziativa. E’ un no drastico e totale quello che arriva dai comuni della
Sardegna, tutti, nessuno escluso. Se il governo dovesse prendere la decisione di stoccare
nell’isola le scorie nucleari, noi siamo pronti a scendere in piazza con tutti i 377 sindaci
sardi». «Chiediamo — aggiunge Ennio Cabiddu, ex sindaco di Samassi, un piccolo paese
vicino a Cagliari — che il consiglio regionale dichiari tutta l’isola territorio denuclearizzato.
Altrettanto possono fare i sindaci per i loro comuni».
Del comitato contro le scorie fa parte anche l’associazione Medici per l’ambiente, il cui
presidente, il radiologo Vincenzo Migaleddu, spiega che cosa significhi lo slogan «Basta
pane avvelenato»: «Secondo i dati ufficiali dell’Istituto superiore di sanità, la Sardegna è la
regione più inquinata d’Italia, persino più della Campania. Le aree contaminate sono pari,
nell’isola, a 445 ettari; in Campania siamo a 345 ettari. In Sardegna 41 comuni dei 377
dell’isola sono compresi nei due «Sin» (siti di interesse nazionale) individuati dal ministero
dell’Ambiente a Porto Torres e nel Sulcis-Iglesiente. Poco più di un sardo su tre vive in un
sito contaminato, contro una media italiana di uno su sei». E nei «Sin» la mortalità è più
alta. «Sempre secondo l’Istituto superiore di sanità — spiega Migaleddu — in 44 dei 57
’Sin’ italiani si sono riscontrati diecimila decessi per tutte le cause e quattromila per tutti i
tumori in eccesso rispetto ai riferimenti medi regionali. E’ una conferma del fatto che nella
stragrande maggioranza dei ’Sin’» il rischio sanitario è reale».
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«L’estensione di 445 ettari in Sardegna, come nel resto della penisola, corrisponde —
spiega ancora il presidente di Medici per l’ambiente — all’estensione dei territori comunali
compresi in ciascun “Sin”, siti dove si segnala la presenza di aree fortemente inquinate da
sostanze tossiche che vanno ad impattare anche sui territori circostanti; le popolazioni
comprese nei siti sono esposte ai veleni per inalazione o per ingestione. I composti chimici
nocivi entrano nelle catene biologiche e alimentari, con effetti diffusi in un’area molto più
vasta rispetto all’estensione del luogo di maggiore inquinamento, ad esempio una fabbrica
chimica o un inceneritore o una discarica». «Oltre a tutto questo — dicono i portavoce del
Comitato no scorie — bisogna considerare le servitù militari, non comprese nei “Sin” ma
altrettanto inquinate. Aree vastissime, in Sardegna, devastate dai giochi di guerra.
Aggiungere i rifiuti nucleari sarebbe intollerabile». Proprio ieri al porto di Sant’Antioco si è
tenuta una manifestazione dei movimenti pacifisti contro lo sbarco dei mezzi militari arrivati
l’altro al seguito della Brigata meccanizzata Aosta, che sarà impegnata in esercitazioni
nella base di Teulada da dopodomani fino al 26 aprile.
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INFORMAZIONE
del 31/03/15, pag. 32
Nell’epoca delle breaking news, tra testi e filmati sempre accessibili la
Rete ha abolito il tempo E una notizia di ieri torna nuova solo perché
ripresa per errore da un tweet Come è accaduto nel caso della morte
dello scrittore Chinua Achebe
L’eterno presente del web
MAURIZIO FERRARIS
TUTTI ricordiamo (o possiamo ritrovare sul web) le immagini dei rapiti di un tempo, che
tenevano in mano il giornale per dimostrare che nel giorno tale erano in vita: il giornale era
il segno dell’attualità, “essere sulla prima pagina”, in francese, significa “essere all’ordine
del giorno”. Un giorno, appunto, non di più, ecco la regola classica della notizia, e la
misura dell’attualità, che è come la rosa di Ronsard. Adesso, sui social media, non è più
così, come sottolinea The Atlantic di pochi giorni fa (ma potrebbe essere anche di due
anni fa). E come ha dimostrato la vicenda tragicomica dell’obituary dello scrittore Chinua
Achebe. Ripostato sui social network la scorsa settimana, ha spinto a credere che l’autore
nigeriano, scomparso due anni fa, fosse appena morto. Su Twitter ci sono caduti in tanti,
compresa Susan Rice, National Security Advisor della Casa Bianca. I lettori non badano
alla data della notizia, ma a quella del commento, per cui se per ipotesi commentassi ora
la caduta di Saigon chi legge dopo di me potrebbe convincersi che Saigon è caduta nella
primavera del 2015. Soprattutto se chi legge è dotato dello stesso strepitoso anacronismo
(per dirla non troppo alla buona) che ha indotto i concorrenti all’ Eredità a dire che Hitler è
salito al potere nel 1948 (secondo Ilaria), nel 1964 (secondo Matteo), nel 1978 (secondo
Tiziana).
Nel cuore della modernità, anzi, della iper-modernità (cosa è più moderno del web?) il
tempo si azzera e assistiamo all’eterno ritorno di tutte le cose. Come accade su You Tube,
dove video di decenni diversi convivono senza distinzioni. Diventano “nuovi” ogni volta che
si caricano. Certo, non verrà mai il giorno in cui Ilaria, Matteo e Tiziana avranno
letteralmente ragione, ma non è difficile pensare a un giorno in cui il cancellierato di Hitler,
il rapimento di Moro e Tangentopoli saranno pressappoco sullo stesso piano, insieme alla
caduta di Costantinopoli e alla deposizione di Romolo Augustolo, con un effetto di
appiattimento della storia simmetrico all’appiattimento della geografia nella famosa
immagine di Saul Steinberg del mondo visto dalla Nona Avenue di Manhattan.
Non sarebbe la prima volta nella storia. Gli uomini di quello che bizzarramente definiamo
come “medioevo” non solo non hanno saputo di essere medievali, ma non hanno
nemmeno mai immaginato una frattura tra il loro presente e la tradizione antica: Carlo
Magno non pensava che il suo impero fosse davvero diverso da quello di Costantino.
Sono stati i moderni (loro invece ben consapevoli di esserlo) che si sono sbizzarriti nel
delineare un tempo aggressivo e progressivo, una attualità che è destinata a sparire per
far posto ad altra attualità, una moda che è sempre in punto di morte. Un tempo pieno di
storicizzazioni che consegnano il presente al passato e di rivoluzioni che fanno spazio
all’avvenire.
Altri tempi. Già il postmoderno (40 anni fa, e sembra ieri) giocava sulla contemporaneità di
tutto con tutto, e tutto è destinato a ritornare, persino (ciclicamente) i calzoni a zampa. Ora
però siamo in una nuova fase, in cui la frase “ora però siamo in una nuova fase” appare
sottilmente insensata. Non solo l’attualità diviene una mascherata di tutti gli stili e di tutte le
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epoche, come suggeriva il postmoderno (e prima di lui l’eclettismo e lo storicismo
dell’Ottocento), ma letteralmente passato e presente si trovano sullo stesso piano. Lo
storico tedesco Leopold von Ranke aveva detto che tutte le epoche sono ugualmente
vicine a Dio, ed era parsa una sbruffonata. Adesso sono tutte ugualmente vicine al
postatore, per il quale Napoleone e Porta Pia, Eisenhower e Westmoreland diventano
contemporanei. Questo non è un risultato dell’ipertrofia storica, come nell’Ottocento e nel
postmoderno, ma piuttosto di una scomparsa della storia. Dico “scomparsa” e non “fine”,
perché il tempo continua a passare e a portare delle novità, malgrado il diverso avviso di
Francis Fukuyama. Solo, è come se il pas- sato restasse in rete, cioè (a ben vedere)
smettesse di essere passato, e di fare storia. Da cosa dipende tutto questo?
Nel breve, indubbiamente, dal web, che non è un apparato di comunicazione destinato a
trasmettere l’ultima notizia, ma un gigantesco sistema di registrazione in cui il nuovo viene
immediatamente stoccato accanto al vecchio e al vecchissimo, creando una straordinaria
fantasmagoria in cui tutto — gli eventi di oggi come quelli di dieci giorni fa o di diecimila
anni fa — è presente: nessuno ha mai adoperato il web per accendere il camino, come
avveniva con i giornali del giorno prima — un atto che rende meglio di ogni altro il senso
dell’attualità.
Ma se veniamo alle strutture profonde, c’è qualcosa di ancora più decisivo. Sino a non
molte generazioni fa il passato era lungo, ma non lunghissimo. Nei primi decenni del
Settecento l’età della Terra era stimata a qualche migliaio di anni, e quando Napoleone,
alla vigilia della battaglia delle piramidi, dice ai suoi soldati che loro che quaranta secoli di
storia li guardano, dice ancora qualcosa di importante. Tuttavia negli ultimi due secoli le
età della Terra si sono dilatate enormemente e veniamo ad apprendere che qualche
migliaio di anni è, al massimo, l’età della scrittura, prima della quale ci sono state antichità
sterminate: i quaranta secoli delle piramidi sono preceduti da mille secoli di vita nella valle
del Nilo, che le hanno preparate, e questi da trentamila secoli in cui si è sviluppata la
socialità umana. Poco più che uno sbadiglio rispetto al milione di secoli in cui si è
sviluppata la socialità delle termiti, che a loro volta erano sorte su una terra già decrepita.
Il passato non ha più, per così dire, un volto umano, è talmente lungo da superare
l’immaginazione e la curiosità, e il presente si impone come tutto quello che c’è,
azzerando il futuro (avete notato che la fantascienza è in declino?). Questa è la teoria, che
il web mette in pratica. Il fatto che sui social network un evento incominci a far data nel
momento in cui ha un commento la dice lunga a questo proposito. Il parere del postatore
conta più della notizia (anzi, è la notizia: il commento è datato con scrupolo paranoico:
giorno, ora, minuto). Nel momento in cui il presente dispiega tutto il suo “inaudito
privilegio” (come diceva Husserl, non sapendo quanto aveva ragione), è fatale che ci si
senta infinitamente più importanti di ciò che è accaduto nel passato, prossimo o remoto. Si
arrangino le Piramidi, si arrangi Alessandro Magno, e soprattutto chi se ne frega delle nevi
di una volta, io ho 1000 richieste di amicizia e 1000 follower!
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ECONOMIA E LAVORO
del 31/03/15, pag. 4
Uffizi, ok alla clausola sociale. Cgil: “E ora
per tutti gli appalti”
Antonio Sciotto
Il museo. Accordo con il ministro Franceschini, revocato lo sciopero di
Pasqua indetto con la Uil. Cristian Sesena (Filcams): «Al cambio di
commessa si deve mantenere il posto: lo prevede la nostra proposta di
legge»
I lavoratori degli Uffizi ce l’hanno fatta: sono riusciti a ottenere dal ministro Dario
Franceschini l’ambita clausola sociale che permetterà di garantire i loro posti di lavoro. Il
titolare dei Beni culturali ha convocato i sindacati ieri a Roma, dopo che questi avevano
minacciato di scioperare nei giorni di sabato 4 e domenica 5 Aprile (Pasqua), e ha firmato
un protocollo che impegna la Consip (agenzia che bandisce le gare pubbliche) a inserire la
clausola nel prossimo appalto, previsto a settembre.
Lo sciopero era stato indetto da Filcams Cgil e Uiltucs Uil, mentre la Fisascat Cisl aveva
deciso di non aderire (un po’ lo schieramento che abbiamo visto, curiosamente, negli ultimi
mesi sul Jobs Act). Come spiega Massimiliano Bianchi, segretario della Filcams di
Firenze, «non solo abbiamo ottenuto la clausola sociale per il mantenimento dei posti al
cambio di appalto, ma anche la conservazione degli stessi livelli contrattuali». La nuova
gara dovrebbe essere indetta dalla Consip il prossimo settembre.
L’attuale appalto per i servizi di biglietteria, guardaroba e bookshop (e non per la custodia
delle opere d’arte, in genere di competenza dei dipendenti pubblici) è gestito dalla Opera
Laboratori Fiorentini, e dà lavoro a 350 addetti (la gran parte a tempo indeterminato, ma
c’è anche una minoranza di tempi determinati e cocoprò). L’ultima assegnazione, spiega
Vanessa Ceccarini, delegata Filcams, risale al 1997, e poi nel 2007 non è stata indetta
una nuova gara. Sono dunque 15 anni che Opera ha in gestione gli Uffizi, ma anche la
Galleria dell’Accademia (dove sono esposti il David e i Prigioni di Michelangelo) e altri
musei statali.
«Temevamo per il nostro posto, perché non è scontato che nelle gare pubbliche, al
cambio di appalto, si preveda una clausola sociale. E nel nostro settore non è
obbligatoria», conclude la delegata Cgil. «Franceschini ci aveva già promesso a voce che
avrebbe inserito questa garanzia — aggiunge il segretario Bianchi — ma noi lo abbiamo
voluto nero su bianco, e ora la Consip non potrà indire la gara senza tenerne conto».
«Ho incontrato i sindacati e abbiamo firmato il protocollo che conferma l’impegno che
avevo già assunto», ha dichiarato il ministro Franceschini. «Nella lettera inviata alla
Consip — ha poi aggiunto — mi ero impegnato perché nelle future gare, non solo quelle di
Firenze, che finalmente regolano il sistema delle concessioni dei servizi aggiuntivi nei
musei, sia tenuta presente la clausola sociale che tutela i lavoratori».
Soddisfazione per l’accordo è stata espressa dal sindaco di Firenze, il renzianissimo Dario
Nardella, che aveva chiesto al ministro dei Beni culturali di «considerare la precettazione»
dei lavoratori in sciopero «pur di garantire l’apertura dei musei». Allo stesso modo,
avevano definito «disastrosa» la protesta anche i commercianti della città, riuniti nella Fipe
Confcommercio, che ieri hanno tirato un sospiro di sollievo.
Cristian Sesena, segretario nazionale Filcams, ha ricordato come la lotta dei lavoratori
degli Uffizi si inserisca in quella più generale, condotta dalla Cgil anche per mezzo di una
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proposta di legge, per la riforma degli appalti: «Si devono definire regole certe nella
gestione dei cambi di appalto, anche per arginare l’illegalità. La Filcams, con la Cgil, si sta
facendo promotrice di una raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare
“Gli appalti sono il nostro lavoro. I diritti non sono in appalto”».
del 31/03/15, pag. 5
Lavoro, in aumento anche le cessazioni
Nel primo bimestre i contratti stabili in più sono 45.703 - Effetto
rimbalzo dopo la frenata di fine 2014
ROMA
L’aumento di contratti a tempo indeterminato registrato a gennaio e febbraio è dipeso
essenzialmente dalla trasformazione di rapporti a termine e da un effetto “rimbalzo” visto
che negli ultimi tre mesi del 2014 le attivazioni di contratti stabili sono scese gradualmente
(117.396 a ottobre, 88.382 a novembre, 74.303 a dicembre) in attesa dell’entrata in vigore
dei forti incentivi fiscali varati con la legge di Stabilità 2015.
Al netto delle cessazioni, i nuovi contratti a tempo indeterminato nei primi due mesi
dell’anno sono pari a 45.703 (il saldo tra attivazioni e cessazioni nei primi due mesi del
2014 segna meno 18.934 rapporti). Si tratta di «segnali veri o di segnali di fumo», per
ripetere le parole dell’editoriale di Luca Ricolfi pubblicato su questo giornale domenica
scorsa?
I dati resi noti ieri dal ministero del Lavoro rispondono solo parzialmente alla domanda. E’
certamente positivo l’aumento del numero di rapporti stabili. Ma nei primi due mesi del
2015 (nel confronto tendenziale) crescono anche le cessazioni di contratti a tempo
indeterminato: da 243.655 del 2014 a 257.945 di gennaio-febbraio di quest’anno. Anche le
cessazioni di contratti a termine segnano un incremento (di circa 54mila unità) e ciò sta a
dimostrare come una fetta consistente di rapporti temporanei si sia trasformata in rapporti
stabili (potendo contare sulla robusta decontribuzione triennale operativa dal 1° gennaio
2015 - nel limite delle 8.060 euro annue).
A gennaio sono stati attivati 165.246 contratti a tempo indeterminato (contro i 124.752 di
gennaio 2014). A febbraio le attivazioni “stabili” sono state 138.402 (contro le 99.969 di
febbraio 2014). Il ministero del Lavoro non va però più avanti di così, e continua a non
rendere noto il dato di marzo 2014. Un elemento di valutazione importante invece, come
sostiene anche Ricolfi. Visto che il dato del primo trimestre 2014 - noto da tempo - parla di
418.396 contratti a tempo indeterminato complessivi attivati, e pertanto ciò lascerebbe
presumere che nel solo mese di marzo 2014 le attivazioni “stabili” siano state pari a circa
200mila contratti (un numero di gran lunga superiore ai dati singoli dei primi due mesi del
2015 - e quindi con l’effetto di ridimensionare i commenti positivi fatti finora dal Governo).
Certo, il dato di marzo 2014 va poi confrontato con quello di marzo 2015. E qui oltre
all’incentivo fiscale gioca anche il nuovo contratto a tutele crescenti con la riscrittura
dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori operativo dallo scorso 7 marzo, che di fatto
sterilizza la reintegrazione trasformandola in un indennizzo monetario crescente con
l’anzianità di servizio.
In totale a gennaio e febbraio 2015 sono stati attivati 1.382.978 rapporti di lavoro (847.487
sono a tempo determinato - cioè il 61,2%). L’incidenza dei contratti a tempo indeterminato
(sul totale attivazioni) è del 21,9%. Un segnale di una prima, parziale, inversione di
tendenza. Finora la percentuale di rapporti stabili ruotava intorno al 15%-16%, prima della
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crisi si è arrivati anche a punte del 25%. Ecco perchè «per parlare di ragionevole successo
delle politiche dell’Esecutivo bisognerebbe arrivare ad almeno il 30% di attivazioni stabili»,
sottolinea l’economista del lavoro, Carlo Dell’Aringa. E a livello statistico è necessario
attendere il “consolidamento” del trend, aspettando, per esempio, il dato trimestrale
dell’Istat che tiene conto dell’intera forza lavoro.
Non c’è dubbio però che rispetto alle attivazioni 2014 ci sia stato un incremento 154.920
contratti. Ad aumentare però sono stati solo i contratti a tempo indeterminato e
determinato. L’apprendistato continua invece a diminuire (da 34.482 attivazioni a gennaiofebbraio 2014 si scende a 33.531 attivazioni nei primi due mesi del 2015) e ciò sconta
probabilmente un effetto “cannibalizzazione” rispetto ai nuovi robusti incentivi previsti per i
contratti a tempo indeterminato dalla legge di Stabilità 2015. In diminuzione anche i
contratti di collaborazione (più che altro per i disincentivi normativi varati dalla legge
Fornero). Anche se qui si è attesa di capire la generale sorte dei cococo quando sarà
definitivamente varato il Dlgs di riordino dei contratti (si è ancora in attesa del visto della
Ragioneria generale dello Stato).
Nei primi due mesi del 2015 aumentano anche le cessazioni di contratti di apprendistato
(28.714 a fronte delle 25.841 dei primi due mesi del 2014). In totale le cessazioni a
gennaio-febbraio 2015 si attestano a quota 924.340 (nello stesso periodo 2014 si sono
fermate a quota 848.805).
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