Convegno del 17 maggio 2013 Sala degli Olivetani Cam zona 7 via

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Convegno del 17 maggio 2013 Sala degli Olivetani Cam zona 7 via
Convegno del 17 maggio 2013
Sala degli Olivetani Cam zona 7 via A. Da Baggio Milano
Organizzato dall’ass. La Comune di Milano e Cam zona 7 Milano
“Le attività motorie ed espressive nei contesti di disabilità:
le nostre esperienze”
Intervento di Nadia Fiorentino
“Aprire lo spazio personale attraverso il metodo Feldenkrais®”
la mia esperienza nell’universo disabilità
Oggi sono qua per parlarvi particolarmente dell’esperienza d’insegnante Feldenkrais® nell’universo
disabilità, ma vorrei che teneste conto che l’esperienza proveniente da altri ambiti, come quello artistico
per esempio, si riversa, mi sostiene e arricchisce la potenzialità delle lezioni. Detto ciò, l’esperienza
personale che vi riporto fa riferimento specificatamente a lezioni individuali su lettino di metodo
Feldenkrais®, ma anche a di percorsi di gruppo di “teatro-danza d’integrazione tra le varie abilità” o di
“ginnastica ludica per persone con disabilità”, dove il metodo è sempre presente e fortemente
integrato, sia nelle proposte specifiche e sia nella modalità nel pormi a sostegno dell’automiglioramento della persona.
L’idea di parlarvi dello spazio personale è nata raccogliendo in pochi attimi alcuni ricordi di sguardi,
respiri profondi ed emozioni, che ho colto durante le lezioni con i miei allievi. In questa memoria ho così
individuato, nell’aprirsi dello spazio personale, un comune denominatore; anche se la sua
manifestazione è avvenuta in ogni allievo in modalità, tempi e significati differenti che spero di avere
ben interpretato.
Il dottor Moshé Feldenkrais, ideatore del metodo, ha dato lezioni a moltissime persone, tra cui tanti
bambini, con danni cerebrali, o traumatizzate dalla guerra; e dopo di lui, tutti gli insegnanti hanno, chi
più chi meno, avuto a che fare con disabilità anche impegnative… Io non vi parlerò dei risultati ottenuti
dal metodo attraverso altri insegnanti, ma intendo parlarvi della mia esperienza che seppure giovane è
la più autentica che possa riportarvi. Ciò nonostante due parole sul metodo credo siano necessarie.
Il Feldenkrais è un metodo educativo globale, che utilizza il movimento come strumento per lo sviluppo
della consapevolezza del sé, all’interno di un processo di auto-miglioramento permanente. Il dottor
Moshé Feldenkrais partì dal presupposto che la maggior parte degli stimoli che raggiungono il sistema
nervoso proviene dall’attività muscolare e che quindi è il movimento stesso una delle chiavi più
importanti per l’apprendimento. Una delle sue celebri frasi recita così: "Io credo che l'unità di mente e
corpo sia una realtà oggettiva. Non si tratta solo di parti collegate in qualche modo tra di loro, ma di un
tutto che è indivisibile durante il suo funzionamento. Un cervello senza corpo non potrebbe pensare..."
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Il metodo da lui elaborato porta la persona a migliorare le proprie possibilità psico-neuromotorie,
insegnandole a divenire consapevole di come si organizza nel fare un’azione, a porre attenzione al
processo attraverso il quale l’azione viene portata a compimento, quindi al suo intero tragitto. Una
persona consapevole “di come fa ciò che fa” allora può esplorare strade diverse a risolvere la stessa
azione, cosicché si arricchisce di una gamma di opportunità, che gli consentono di scegliere di volta in
volta quella che sente poter essere la risposta più efficiente; in termini di economia della forza, agio ed
eleganza e in virtù di un muoversi fluido e dinamico e perciò ben organizzato, emancipandosi da un
comportamento meramente abitudinario. Con il Feldenkrais® quindi ci si rivolge alla persona e alle sue
funzioni: cioè a sedersi, alzarsi, protendersi per raccogliere la ciliegia sul ramo più alto, tagliarsi le unghie
dei piedi, fare l’amore, partorire… ma anche lanciare una palla, saltare alla corda, nuotare, cantare o
danzare… cioè funzioni quotidiane e anche performative. Le persone che approcciano questo metodo
sono persone con ridotta mobilità motoria e percettiva a causa di traumi, disturbi neurologici, malattie
degenerative, sindrome da stress ripetuto, come i movimenti ripetitivi, o dal più comune “colpo della
strega”; è molto praticato da artisti specialmente musicisti e danzatori e da sportivi che vogliono
migliorare la propria prestazione ed infine è praticato da chi desidera ritrovare benessere psicofisico…
Data tale varietà di approcci, intorno al metodo e di conseguenza a chi lo insegna, si crea una certa
confusione, e specialmente le aspettative di chi lo avvicina sono spesso altrettanto confuse. Preciso
dunque che l’insegnante Feldenkrais non propone cure e terapie in quanto non è medico, non corregge
perché non da soluzioni pronte ma suggerisce delle esplorazioni, né parla di energie, ma è un insegnante
che educa le persone ad imparare a prendersi cura di se stesse per auto-migliorarsi. Sottolineo che
l’insegnante suggerisce delle esplorazione e non “esercizi”, proprio perché è l’esplorazione che è alla
base delle lezioni; sia che siano lezioni di gruppo dove l’insegnante induce le esplorazioni attraverso la
sola voce per evitare una ripetizione meccanica su base imitatoria, sia che siano lezioni individuali dove
l’insegnante induce l’esplorazione attraverso un tocco delicato e rispettoso.
Quando come insegnante incontro una persona, non mi riferisco alla sua disabilità ma alla persona in
tutta la sua integrità. La sua storia emerge nei suoi schemi motori, nel tono muscolare, nella
disponibilità al tocco, nella disponibilità ad affidarsi, nella sua voce, nella sua respirazione… La lezione
parte da queste osservazioni. La funzionalità o la disfunzionalità di una persona emergono insieme al
suo vissuto personale e quindi all’emotività, all’effettività, alle proiezioni e alle etichette del mondo
attorno a lui. Il corpo registra tutto quanto restituendo una postura, un modo di muoversi, di sorridere,
di guardare che è il frutto di questa memoria. Riferirmi solo al bollettino medico non ha quindi senso ai
fini dell’apprendimento, anche se con ciò non voglio dire che conoscere “quel che si conosce” di una
determinata disabilità sia superfluo. E’ importante però che come insegnante non mi lasci condizionare
dalla conoscenza, cioè che decida a priori che “questo o quello non si può fare” restringendo il campo di
opportunità, ma che invece sappia utilizzarla per pormi in un’ottica di osservazione sensibile, che pur
rimanendo nel globale diventi anche specifica; e possa così proporre esplorazioni che a partire da ciò
che l’allievo sa fare meglio, contribuendo a chiarire e migliorare ciò che fa già, possa poi proporre
esplorazioni graduali e delicate, anche addentrandoci insieme in quella parte di territorio che è data per
inefficiente e che potrebbe avere margini di efficienza, una volta ripulita da abitudini disfunzionali, che
sono magari legate più all’espressione di opportunità ambientali (spazi, arredi, ausili), opportunità di
status (possibilità economiche e culturali) e di interazione parentale e sociale (permessi, etichette, vissuti
emotivi ed affettivi).
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Ciò che ho potuto osservare osservando me stessa, persone a me più vicine o gli allievi, è che
l’atteggiamento corporeo e il modo di muoverci e d’incontrare il prossimo e approcciare nuove
esperienze è determinato, appunto, dalla propria esperienza di vita con tutto quello che significa: affetti,
emozioni, opportunità, malattia, lavoro,... ma che al contempo l’atteggiamento corporeo determina a
sua volta le esperienze di vita, in una sorta di circolarità che può essere viziosa o virtuosa. Quando un
circolo s’instaura vizioso occorrono buone esperienze di vita a capovolgerlo in virtuoso , ma ancora non
basta; perché la traduzione corporea del vissuto, che pure sembra migliore, a livello muscolare profondo
permane e continua a dare informazioni all’esterno, anche se più subdole e all’occhio del non esperto
meno evidenti. E’ quindi sicuramente importante che anche la lezione Feldenkrais® sia innanzitutto
un’esperienza buona, a partire dallo stabilire una buona relazione, ma anche deve offrire l’opportunità
di far aggiornare la memoria corporea della persona. Una memoria che fluisce nell’essere, nel porsi e
nell’interazione e quindi nel movimento in senso lato, in una modalità che non tradisce ma invece
traduce autenticamente l’intenzionalità della persona. Tutto questo per me ha a già a che fare con
“aprire il proprio spazio personale”.
Il progetto di studio cerco di costruirlo assieme all’allievo, facendo emergere la sua domanda, la sua
motivazione, la sua curiosità all’apprendimento e via, via lo accompagno ad esplorare strategie per la
risposta; e ciò è possibile solo attraverso la relazione di fiducia e affidabilità. Tutto ciò richiede tempi e
approcci diversi per ognuno.
L’incontro, tra me insegnante e l’allievo, quando accade davvero, esprime la sua vitalità, un suo
movimento evolutivo attraverso la danza del condurre e lasciarsi condurre vicendevolmente in accordo
armonico. O come credo avvenga nel musicista l’estensione della sua voce interiore, tramite lo
strumento musicale che vedo come essere a sua volta l’estensione del suo corpo. Ciò che accade, è che
il flusso tra noi diventa circolare in senso virtuoso e la risposta ad uno stimolo è essa stessa un nuovo
stimolo, che genera nuovamente un’altra risposta e così via. Ecco perché stabilire confini tra un
approccio artistico o più specificatamente senso motorio o semplicemente empatico è fuorviante.
C’è l’allievo che accetta il contatto diretto delle mani senza difficoltà ed anzi si lascia condurre
passivamente senza opporre resistenza e c’è l’allievo che ha bisogno di più tempo. Alle volte è questione
di fiducia, alle volte è il tono muscolare troppo alto o troppo basso o il cursore tra tensione e
rilassamento non funziona, alle volte è il carattere più passivo o intraprendente o l’esperienza pregressa
del “te la devi cavare da solo” o al contrario “aspetta che ci penso io” o ancora “per piacere qualcuno mi
coccoli” o “non ho bisogno di nessuno” e così via… Tutto questo ha a che fare con “aprire lo spazio
personale”: spazio alla rilassatezza se c’è tensione; spazio al piacere se c’è solo dovere; spazio per
l’autonomia e l’autodeterminazione se c’è chi si ci sostituisce; spazio per poter manifestare la propria
debolezza o la propria forza…
Ci sono allievi che arrivano con la domanda pronta “voglio migliorare l’equilibrio perché cado in
continuazione… voglio alzarmi e sedermi senza essere aiutato…”, certe volte invece la domanda la
pongono i genitori, i consorti, gli educatori o i medici… poi c’è la domanda che emerge nell’insegnante…:
ma qual è la vera domanda dell’allievo? La sua domanda iniziale è la stessa dopo una, due, tre lezioni?
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La sua domanda coincide con quella di chi l’ha fatta per lui? E’ necessario far emergere la domanda e
quindi la curiosità, la motivazione all’apprendimento. Tutto questo ha a che fare con “aprire lo spazio
personale”: spazio dove la domanda personale può farsi largo; dove la curiosità può muovere lo sguardo
in più direzioni; dove alla motivazione personale è consentito far echeggiare la propria voce.
E una volta emersa la domanda, la curiosità, la motivazione all’apprendimento allora io e l’allievo
proviamo e giochiamo ad esplorare strategie per la risposta che alle volte non arriva; e quindi emergono
la frustrazione, la sfiducia, la stanchezza, la rinuncia, la rabbia… Questi momenti delicati devono trovare
accoglienza, contenimento, definizione ed empatia per poter raccogliere di nuovo il coraggio di osare a
buttare lo sguardo un’altra volta oltre i confini. E’ un po’ come salire su una scala: alle volte si sale un
gradino, poi si sale il secondo e poi al terzo per qualche ragione può accadere di dover tornare al gradino
precedente: al secondo. Poi però si riparte e si riparte dal secondo e non dal primo e perciò un gradino è
già pur fatto. Tutto questo ha a che fare con “aprire lo spazio personale”: sia che il gradino proceda a
rispondere alla domanda iniziale e sia che il gradino proceda a rispondere ad una domanda
inaspettatamente emersa durante il viaggio.
In conclusione posso dire che io non so mai quanto attraverso l‘esperienza della danza vitale che è
accaduta nelle lezioni germogli, si consolidi in vera e propria competenza o in parte si perda negli allievi.
Dipende dalle esperienze successive di ognuno di loro. Ciò che invece so è che è difficile che
un’esperienza sola sia in grado di sostituirsi ad una vecchia se non le si da il tempo per essere rivissuta
più volte e diventare forte come quella vecchia, al punto di avere due scelte di pari forza a disposizione;
e talvolta proprio sul più bello gli incontri sono terminati. Ciò che è buono è che se per un attimo lo
spazio personale di una persona si è aperto, se un pezzettino di strada è stato percorso, la sua memoria
corporea le consentirà di ripercorrerlo più facilmente e velocemente, quando sarà nuovamente
disponibile ad aprire il proprio spazio personale o quando ne avrà nuovamente occasione. Ciò che spero
invece è che le fragilità si trasformino in risorse, che l’invisibile abbia una sua visibilità e che la curiosità e
il desiderio di apprendere sconfiggi la paura dell’ignoto e sento come insegnante che è mio compito
trovare le strategie perché ciò possa avvenire.
Alcune esperienze:
Laura (nome di fantasia) è una donna idrocefalica. Ha un ritardo mentale ed è stata sottoposta anche ad
una serie di interventi alle gambe: La sua domanda è smettere di cadere ogni due per tre. Toccarle la
testa mi spaventa: come reagirà? Del resto non posso ignorare la sua testa che insieme a tutto il resto
“è” lei. Con lei supina sul lettino con la testa su un cuscinetto ho preso coraggio e ho posto le mie mani
sotto di esso e da lì ho cominciato a sollevare la testa attraverso il contatto indiretto. La sua risposta
pressoché immediata è stata un sospiro lungo e pieno che ha ampliato tutta la zona toracica e così la
respirazione, che successivamente si e distribuita anche nell’addome. Ho avuto l’impressione di un gran
sollievo: sostenendo io il peso della sua testa lei ha potuto finalmente liberare quei muscoli che teneva
contratti per sostenerla da sé. Tutto questo mi ha permesso di farle sentire, con più facilità e chiarezza il
movimento dello sterno, delle coste e delle vertebre toraciche ecc. in relazione alla testa e da lì
proseguire nella lezione. Durante gli incontri mi confidava le sue pene, tra cui l’essere schernita per la
deformità, scivolando in un soliloquio continuo intimo con se stessa auto-commiserativo. Una specie di
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litania durante la quale l’attività muscolare si lasciava andare e sembrava diventare un neonato
completamente dipendente, ma bastava un pensiero negativo più prepotente che si irrigidiva
improvvisamente interferendo con il lavoro. Mi sono chiesta quanto potesse esserle utile restare in
quell’atteggiamento “regressivo” e quanto no, e se per caso esacerbasse, quali strumenti avevo io per
contenerlo; e perciò ho creduto opportuno trovare il modo di contenerlo finché ne ero in tempo.
Ebbene prendermi cura della sua testa è stato il modo più efficace ed immediato per indurre un cambio
nel suo schema e osservare un rientro in un presenza più adulta, capace di affidarsi ma anche di
prendersi cura di sé attraverso l’esser presente a se stessa in quel preciso momento e l’equilibrio via via
è migliorato. Credo che il suo spazio personale si è aperto con quel sospiro, nel sentire che poteva
permettersi di non difendersi da un tocco gentile e rispettoso e che poteva entrare ma anche uscire da
un certo stato, senza restarci imprigionata.
Gianpiero (nome di fantasia) è un uomo con ritardo mentale, ipovedente ed incapace di parlare, se non
con suoni e “quasi parole” e comunque in grado di comunicare piacere, gioia, consenso, dissenso,
chiusura e altro. L’atteggiamento corporeo, manifestazione della sua storia personale, ha contribuito a
determinare, una postura che ne ha compromesso il cammino, costretta la respirazione e lo inducono a
mantenere gli arti trattenuti verso di sé con un tono muscolare alto ed il tronco ricurvo, mettendolo a
rischio di un aggravamento fisico nel tempo, con conseguente perdita progressiva di autonomia. Vaga
nella stanza in continuazione o si siede senza rilassarsi; la relazione si è stabilita, e da lì poi sviluppata,
specialmente attraverso il picchiettare ritmico delle sue mani sulle mie. Con quest’uomo è stato davvero
molto significativo il percorso che spaziava dall’attivare una relazione buona attraverso momenti e
proposte che definirei “artisticamente empatiche” e che mi consentisse di contattarlo fisicamente in
modo più specifico, trasportandolo poi in una lezione individuale Feldenkrais®; che gli permettesse di
sentire il suo corpo, farsene un’immagine più dettagliata e globale insieme, scoprendo potenzialità di
movimento che si sono poi riversate ancora nelle risposte alle proposte “empaticamente artistiche”.
Lavorare in maniera specifica sulla prono-supinazione e flesso-estensione delle braccia, o sui
movimenti cardinali delle scapole o differenziare dita, mano, polso, avambraccio, braccio, scapola ecc.
ha avuto seguito in un movimento danzato quando in contatto le mie mani con le sue, dirigevo le sue
braccia ora morbide e fluide o lasciavo che mi dirigesse. Contattare le sue coste, lo sterno, la colonna
ecc. ed esplorare insieme i movimenti del torace, si è tradotto successivamente in una camminata
enfatizzata in flessione laterale o una camminata alternata avanti in estensione e all’indietro in
flessione: una vera danza! Nei suoi occhi che mi hanno “guardata” felici ho scorto l’apertura del suo
spazio personale che gli ha concesso una danza in cui gli è stato possibile coinvolgere tutto il corpo, dal
centro alla periferia, imparando a fidarsi a lasciarsi guidare e a partecipare enfatizzando l’indicazione.
Virginia (nome di fantasia) è una signora di circa 60 anni che per lunghissimo tempo è stata internata in
ospedale psichiatrico e confinata a letto, forse anche per un problema deambulatorio a causa di un anca
compromessa da un’artrosi. La signora è diventata obesa e incontinente, dato che per non farla alzare le
hanno messo il pannolone e la “pigrizia” che pare facesse parte del suo carattere, si è esasperata. Si
sentiva perseguitata e passava da scoppi di pianto improvvisi, perché “nessuno mi vuole bene”, a
declamare poesie scritte da lei. Era convinta di essere “cattiva” proprio perché nel letto la obbligavano a
starci e non volevano occuparsi di lei nemmeno portandole la padella e quando la cambiavano, il
personale era musone e sbrigativo. Del suo essere cattiva mi chiedeva costantemente conferma mentre
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cercavo di fargli sperimentare opportunità di movimento che non andassero ad infierire sull’anca
dolorosa, stimolando in lei una risposta di autonomia che si è ben tradotta nel controllo degli sfinteri e
nel passaggio a lezioni di gruppo. Un giorno ha smesso di chiedermi conferma e ha detto: “ non sono
cattiva, perché tu sei gentile con me e mi muovi piano”. Penso che al di là del suo evidente aprirsi di
spazio personale di autonomia, dentro di lei, ancora più importante, si sia fatto spazio anche per
un’immagine buona di se stessa.
Carlo (nome di fantasia) è un ragazzo con ritardo mentale in carrozzina a cui posso insegnare per pochi
incontri. Sta seduto accasciato sulla sinistra, non utilizza la mano sinistra e ha un tono muscolare alto e
usa una forza eccessiva in ogni gesto. Mi chiedo come agganciarlo, come stimolare in lui una
motivazione per esplorare la possibilità di modulare la forza di presa e rilascio e usare anche la mano
sinistra, nonché sono preoccupata dalla postura a sacco vuoto. Il rapporto nasce facilmente: gioca,
ascolta, partecipa, accetta il contatto e mi prende anche in giro. Giocare con la palla gli piace e dunque
recupero la motivazione all’apprendimento da questo piacere. Si evidenzia subito una disorganizzazione
che si traduce in un’azione disfunzionale: la mira viene a mancare, il lancio è sempre violento e la palla
finisce oltre me costantemente. Procedo facendogli da specchio cinestesico con le mie mani, per
richiamare la sua attenzione al corpo e poi inizio a differenziare le parti specialmente del tronco e degli
arti superiori. L’idea sottostante è quella fargli sentire di “avere” quelle parti del corpo e di come sono
connesse tra loro attraverso il movimento riferito all’azione di tirare la palla. Continuo con una serie di
esperienze dove sente che la forza può essere modulata, come un cursore che si sposta dal minimo al
massimo e viceversa e ho visto l’interesse accendersi attraverso un’attenzione molto alta. Questo l’ha
aiutato a lasciare un po’ il tono muscolare e ad affidarsi maggiormente quando le mie mani avevano
l’intenzione di dargli informazioni precise, e ci ha consentito di avere un’esperienza e un linguaggio
comune di riferimento durante il gioco della palla che è molto migliorato, ma anche ad introdurre la
danza di contatto in cui i due partner duettano alternando il ruolo di protagonista. Credo che per questo
ragazzo migliorare la propria competenza nel gioco della palla e utilizzare la nuova risorsa per accogliere
una nuova proposta abbia significato un’apertura del suo spazio personale.
Luca (nome di fantasia) è un ragazzone con cui posso lavorare per poche ore. Di lui so che ha un ritardo
mentale, che è pigro e sovrappeso. Emerge subito che non sa dare alla palla un impulso tale da non
lasciarla cadere a terra ma che arrivi invece a destinazione, che non oppone resistenza se lo spingo mani contro mani- e se lo guido mi viene dietro consenziente ma se gli chiedo di guidarmi non riesce.
Inoltre piega le braccia verso di sé ma non è in grado o non si permette di estenderle. In questo gesto
non ho avuto l’impressione di un atteggiamento di difesa, né di impotenza, quanto di passività; pur
tuttavia ho tenuto in sottofondo, tutte le domande aperte poiché potevo sbagliarmi. Dopo vari tentativi
di agganciarlo andati a vuoto le lezioni si stavano configurando più come una opportunità di fargli fare
esercizio ginnico al fine di perdere peso e acquisire tono muscolare, piuttosto che di vero
apprendimento. Ho cercato di fargli sentire attraverso il tocco, la relazione tra l’intenzione di lanciare la
palla e l’organizzazione del movimento delle braccia, differenziando i movimenti di mano- polsoavambraccio- braccio- spalla- scapola ecc. per poi integrare nel gesto le varie parti, facendogli sentire
anche la dinamica di slancio-sospensione-caduta delle braccia. Il lancio della palla è migliorato e da lì ho
dedotto che nel gioco di condurmi non c’era dunque una impossibilità fisica al movimento ma
probabilmente solo intenzionale. Prova e riprova con varie indicazioni “intuitive e creative” ad un certo
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momento ho avvertito una flebile risposta e alla fine dell’ultimo incontro improvvisamente è successo
l’inaspettato e questo ragazzo ha cominciato a stendere le braccia e ad allontanare le mie mani e via via
sempre di più fino a darmi un impulso tale, che ho potuto enfatizzare la perdita di equilibrio all’indietro;
e questo finalmente gli ha reso l’idea di “a che gioco giochiamo” e così ha continuato a sperimentarsi
con gioia e siccome non parla con le parole, ma si esprime bene lo stesso, ha mostrato con soddisfazione
all’educatrice di riferimento di avere “i muscoli”! L’idea sottostante è stata quella di stimolare una
motivazione per cui il tono muscolare doveva essere coinvolto. Credo che per questo ragazzo l’emergere
della motivazione sia stata davvero importante per dargli l’opportunità di aprire il proprio spazio
personale all’apprendimento di nuove competenze che ampliassero il suo potenziale d’azione.
Eleonora (nome di fantasia) è già una nonna e “non è considerata una persona disabile”. Ha male
dappertutto e specialmente alla schiena per un paio di ernie e perciò tutti corrono per lei e si
preoccupano. Non ama il movimento ma su insistenza della famiglia prova una lezione e ne rimane
entusiasta e fissa una serie di appuntamenti. Esce baldanzosa avendo imparato a scendere dal lettino
senza provare il solito dolore “dappertutto”. Torna un paio di volte e nel frattempo inizia anche le lezioni
di gruppo e impara alla svelta. Troppo probabilmente. Mi chiama e mi da disdetta degli appuntamenti
successivi. Avrò osato troppo? Ha per caso intuito che così apprendendo poteva essere autonoma e
marito e figli e nipoti non correvano più da lei? Forse il suo spazio personale si è aperto troppo alla
svelta e si è spaventata o forse la dinamica famigliare è tale che non può sottrarvisi o chissà…magari
invece il seme di queste lezioni germoglierà più avanti e tornerà a prendersi cura di sé.
CV Nadia Fiorentino
Nadia Fiorentino (1963) abilitata educatrice d’infanzia, insegnante Feldenkrais® professionista ai sensi
della legge del 14/1/2013 n. 4
(A.I.I.M.F. Associazione Italiana Metodo Feldenkrais®
www.feldenkrais.it), animatrice musicale C.E.M.B. (Centro Educazione Musicale di Base) insegnante di
Massaggio Infantile e socia dell’ A.I.M.I. (Associazione Italiana Massaggio Infantile www.aimionline.it);
già educatrice attraverso il movimento, insegnante di danza e danza-teatro con esperienza di lungo
corso nelle scuole dell’obbligo in veste di esperta in laboratori a progetto e in scuole artistiche private;
performer, autrice e regista teatrale per una compagnia teatrale che si rivolge al pubblico dell’infanzia e
dell’adolescenza; oggi si propone principalmente in percorsi di gruppo ed individuali di Feldenkrais®,
teatro-danza integrato tra le varie abilità e Massaggio Infantile, nonché in percorsi trasversali
d’integrazione tra le proprie competenze, a sostegno della crescita e del benessere psico-fisico in un
ottica di auto-cura e fiducia nelle proprie risorse e capacità affettive e relazionali, rivolgendo particolare
attenzione alla maternità, alla genitorialità e alla disabilità.
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