Fortunato il popolo che non ha bisogno di tecnici (in

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Fortunato il popolo che non ha bisogno di tecnici (in
Com’è stato possibile chiedere l’innalzamento dell’età pensionabile per milioni di lavoratori o
avanzare l’oscena proposta di modifica del pensionamento anticipato, chiamata APE, che prevede in
alcuni casi penalizzazioni ovvero la stipula a carico dei lavoratori di una sorta di “mutuo” bancario,
quando un politico come il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi ha cumulato 30 mila euro/mese
di pensione Bankitalia con 4000 euro dell’Inps e 19.054 euro dell’indennità da parlamentare, che
oggi sono reversibili ai suoi familiari? La domanda sorge legittima dalla constatazione di come
ingenti patrimoni, accumulati sulla pelle del popolo, si trasmettano di generazione in generazione
nel più assoluto disprezzo di milioni di lavoratori e pensionati italiani che versano in condizioni di
grave indigenza, nella più assoluta e tacita connivenza di ogni organo di informazione e di tutte le
componenti politiche.
Anzi, sollevare la questione suonerebbe come un caso di lesa maestà nei confronti di un personaggio
incensato dalla casta con disgustoso e acritico conformismo. Frutto dell’arrogante intangibilità di
una classe politica che si perpetua e si autocelebra ipocritamente. E’ sufficiente fermarsi alla sintesi
dell’intervista rilasciata dal presidente della Repubblica, in prima pagina sul Corriere della Sera del
18 settembre, nella quale Mattarella per incensare Ciampi rilegge in modo truffaldino alcuni tragici
trascorsi della storia repubblicana, per smascherare tutte le falsità di questa casta di nuovi farisei,
sacerdoti di una finta religione democratica che da 71 anni profitta del Paese.
“CIAMPI TECNICO E POLITICO CI SALVO’” è il titolo di questo articolo favolistico nel quale
Mattarella, nel tratteggiare la figura del presidente emerito, parla della sua “autorevolezza” e della
sua “serenità di valutazione” che “salvarono il Paese dalla bancarotta” assicurando una “transizione
pacifica verso nuovi assetti”.
I nuovi assetti, di cui parla Mattarella, furono quelli dell’aggancio alla moneta unica: un risultato,
ottenuto col cambio a 1936,27, che ai tedeschi servì per finanziare la riunificazione e che negli anni
ci è costato moltissimo.
Ma già precedentemente Ciampi aveva avuto modo di influire pesantemente sugli assetti politico
economici del Paese.
Nato a Livorno nel 1920, Ciampi cominciò a 24 anni il suo impegno politico, quando da ufficiale del
Regio esercito, in rotta dopo l’otto settembre, si rifiutò di aderire alla repubblica di Salò e,
approfittando di una licenza, si diede alla macchia. Questo atto “eroico” gli valse dei preziosi meriti
partigiani che in questa Repubblica fanno sempre curriculum. E che la tempra fosse quella dell’eroe
Ciampi lo dimostrò anche anni dopo, in occasione di una visita all’U.I.C. (Ufficio Italiano dei Cambi)
nella sua veste di Governatore della Banca d’Italia, allorchè contestato da un gruppetto di
sindacalisti e impiegati si squagliò tremebondo da un’uscita di servizio. Comunque sia, entrato non a
caso nel Partito d’azione, dopo la guerra vinse un concorso alla Banca d’Italia, aderì alla CGIL e,
sebbene fosse laureato in lettere e privo di ogni nozione di economia, in trent’anni scalò tutte le
posizioni. Diventò Governatore nel 1979, nel momento più critico: l’istituto infatti era stato appena
sconvolto dal caso Sindona e dall’arresto di Paolo Baffi.
All’epoca, com’è noto, gli italiani amavano investire nel mattone e assicurarsi una casa rifuggendo
dunque la speculazione finanziaria, fatta eccezione per i tradizionali BOT e BTP, strumento di
risparmio, ma questo desiderio di concretezza della popolazione non coincideva con quello delle élite
finanziarie avvezze a vivere di rendita.
Da qui la ricerca un modo con cui dragare ricchezza prodotta dal popolo e dall’economia reale verso
la finanza speculativa che vive parassitariamente ed è diretta da uno sparuto gruppo di apolidi.
Fino ad allora, la Banca d’Italia era un organo tecnico direttamente dipendente e controllato dal
Tesoro dello Stato e nel suo operato doveva sottostare a determinate decisioni politiche.
Ereticamente
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Il ministro del Tesoro Andreatta decise di conferire alla banca di emissione il più totale controllo
sull’offerta di moneta, liberandola dall’obbligo di sottoscrivere i titoli del debito pubblico (con cui si
teneva sotto controllo il disavanzo) per rafforzare il potere d’acquisto del denaro stesso da parte
dell’emittente e dunque il potere in mano al sistema bancario.
Verosimilmente, su tali questioni, le posizioni del dott. Baffi non erano gradite.
Esattamente nel Marzo del 1979 un’indagine della Procura di Roma, che si verificherà poi infondata,
travolse la dirigenza Bankitalia di allora: il direttore Mario Sarcinelli varcò le porte del carcere,
mentre al Governatore dott. Paolo Baffi, venne risparmiata l’umiliazione del carcere solo in
considerazione della sua età.
Entrambi gli imputati furono prosciolti nel 1981. Giusto il tempo necessario per attuare la
separazione tra Banca d’Italia e Tesoro disposta dal tesoriere Nino Andreatta, che ha portato l’Italia
alla perdita della ricchezza reale attraverso l’intermediazione bancaria nel frattempo divenuta di
proprietà straniera in attuazione di un processo di vendita di ampie quote azionarie sul mercato, che
aveva portato in particolare alla privatizzazione del Credito italiano, della Banca Commerciale
Italiana, dell’Istituto Mobiliare Italiano, della Banca di Roma, della Banca Nazionale del Lavoro e
dell’Istituto San Paolo.
Il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, causò il raddoppio del nostro rapporto debito/pil in soli dieci
anni, strappandoci la sovranità monetaria e ponendo l’Italia su un piano di inferiorità rispetto ai
mercati finanziari. Da allora non siamo più un vero Stato, avendo perso uno dei suoi attributi
fondanti, la moneta.
Le redini dell’istituto centrale passarono dunque ad Azeglio Ciampi, decisamente più accomodante e
con lui la decisione di Beniamino Andreatta fu accolta in un attimo e il divorzio divenne effettivo.
Con un semplice scambio epistolare tra Ciampi ed Andreatta, la nostra Banca fu dispensata
dall’obbligo di sostenere la spesa pubblica nazionale, saltando il Parlamento affinché non vi fosse
alcun dibattito e gli interessi contrari non potessero coalizzarsi.
Poco tempo dopo, nel 1992 Ciampi, ormai Governatore di Bankitalia, dilapidò 48 miliardi di dollari in
una assurda difesa della lira, che era sotto attacco da parte di Soros. Soros aveva alle spalle i
Rothschild, che dal 1989 avevano aperto a Milano la Rothschild Italia SpA, il cui direttore, Robert
Katz, era diventato direttore del Quantum Fund di Soros proprio alla vigilia dell’attacco. Il venerato
maestro Ciampi, che sapeva come stavano le cose, avrebbe dovuto rinunciare fin dall’inizio alla sua
difesa, salvando i 48 miliardi di dollari. Invece la fece ad oltranza: cosa che costò ai contribuenti
italiani 60 mila miliardi di lire (due o tre stangate alla Prodi) che in parte (almeno 15 mila miliardi di
lire) finirono nelle tasche di Soros. E cosa ancora più grave, Ciampi prosciugò quasi totalmente le
riserve in valuta di Bankitalia. Così, quando alla fine la lira fu svalutata del 30% – come i Rothschild
e le banche d’affari USA volevano, per poter comprare a prezzi stracciati le imprese dell’IRI – non
c’erano più soldi per la difesa della italianità di quelle imprese. La svendita era stata accuratamente
preparata da Giuliano Amato che, appena diventato capo del governo, aveva trasformato gli enti
statali in società per azioni, in vista delle privatizzazioni, in modo che le oligarchie finanziarie estere
potessero controllarle diventandone azioniste, e poi rilevarle per il classico boccone di pane.
Il piano era stato probabilmente elaborato nella famosa riunione sul Britannia del giugno ‘92, panfilo
della regina d’Inghilterra, su cui era salito Mario Draghi, allora funzionario del Tesoro. La cosa fu
così sporca che Ciampi una volta prosciugate le riserve, offrì le sue dimissioni. Ci fu anche
un’inchiesta. Nel ‘96 la Guardia di Finanza indagò se “influenti italiani abbiano operato illegalmente
dietro banche e speculatori”, ricavando un guadagno accodandosi a Soros nella speculazione contro
la lira. Secondo Il Mondo del dicembre ‘96, la “lobby a favore di Soros”, secondo gli inquirenti,
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comprendeva Prodi, Enrico Cuccia (capo di Mediobanca per la Lazard) Guido Rossi, Isidoro
Albertini, Luciano Benetton, Carlo Caracciolo, Carlo De Benedetti.
Naturalmente, le procure insabbiarono. Gli indagati erano tutti padri della patria, venerati maestri,
riserve della Repubblica.
Nell’agosto 1993, il governo Amato, approvò una legge che stravolse radicalmente il criterio
prudenziale della specializzazione temporale e istituzionale, ovvero della distinzione tra attività
bancaria a breve (aziende di credito ordinario) e attività bancaria a medio-lungo termine (istituti di
credito) che era stato introdotto con la riforma bancaria del 1936, su iniziativa di Alberto Beneduce
e Donato Menichella.
La banca, con la nuova riforma, poté esercitare attività di raccolta di risparmio, attività d’esercizio
del credito e ogni altra attività finanziaria, compresa quella sui valori derivati (swaps, options,
futures), tesa al conseguimento di un reddito di gestione. Fu consentito alla nuova generazione di
banche “universali” di raccogliere risparmio senza limiti di durata, utilizzando ogni tipo di
strumento, comprese le obbligazioni, e di poter erogare prestiti senza alcuna limitazione tecnica o
temporale e senza vincoli. Si confermò la possibilità di assunzione di partecipazioni anche industriali
e di detenere il controllo delle Società di intermediazione mobiliare, oltre a svolgere le stesse attività
finanziare operate dalle Sim.
Con ciò, la casta politica mondialista e antinazionale operò un passo decisivo verso la totale
finanziarizzazione dell’economia, la rapina del risparmio, lo strangolamento delle imprese e
l’ulteriore indebitamento dello Stato.
Nel 1993, dopo lo sfacelo del governo Amato, Scalfaro scelse Ciampi per Palazzo Chigi. Il suo
governo tecnico durò un anno e riuscì a dare una sistematina ai conti pubblici. Alle elezioni del 1994
Silvio Berlusconi diventò premier e Ciampi se ne andò a fare il vicepresidente della Banca dei
regolamenti internazionali. Venne richiamato al governo due anni più tardi da Romano Prodi, che gli
affidò Tesoro, Bilancio e Finanze, accorpati in un unico superministero dell’Economia. Con Prodi,
come ministro del Tesoro, Ciampi, grazie all’eurotassa e a un trucco contabile operato con una
fittizia compravendita tra B.I. e U.I.C. delle riserve auree del Paese, riuscì ad abbassare il deficit al
di sotto della soglia massima consentita dal Trattato di Maastricht e a traghettare l’Italia nell’euro.
Ma con un cambio decisamente malfatto.
Nel 1999, infine, Massimo D’Alema al suo secondo mandato fece in tempo, appena 11 mesi prima
d’essere giubilato, a far eleggere a presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi, a quel punto
presentato facilmente come un uomo equilibrato ed equidistante, dopo l’infame settennato di Oscar
Luigi Scalfaro, uno dei peggiori presidenti mai avuti dal Paese.
In realtà, il settennato di Ciampi fu del tutto scialbo, ma egli raggiunse tra la gente livelli di
popolarità mai visti dai tempi di Pertini riportando in auge alcuni valori diffusi ingenuamente nel
popolo: ripristinò la parata del due giugno e pretese che la nazionale di calcio cantasse l’Inno di
Mameli, fece restaurare il Vittoriano e rese omaggio alla sacralità della bandiera. Ma lo fece a suo
modo, con un algido senso della legalità repubblicana privo di ogni slancio comunitario e con
riferimenti a una tradizione patriottarda di stampo massonico risorgimentale, ricca di ampollosa
retorica ma avulsa da ogni slancio lontanamente improntato a uno spirito nazionale identitario ed
eroico.
In sostanza, la vicenda di Ciampi si inquadra nella consuetudine tutta italiana di quei governi
“tecnici” affidati a personaggi che sembrano apparire dal nulla nei momenti difficili della storia
nazionale, che operano con disinvoltura e freddezza chirurgica per eseguire compiti nel campo
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politico ed economico e poi lasciare la scena tra applausi dei grandi media, beatificazioni dei
leccatori professionisti di regime e assunzione tra i padri della patria antifascista. Il tutto per
scoprire, dopo qualche tempo, che queste “risorse del Paese” (mai passate per le urne) hanno
letteralmente saccheggiato un popolo di ogni risorsa, sovranità, dignità e libertà. Gente come Amato,
Draghi, Andreatta, Dini, Maccanico, Barucci, Mario Monti e naturalmente, il venerato e ora
compiantissimo Ciampi. Compiantissimo però, è bene precisare, da tipi come Roberto Benigni. Il che
è tutto dire.
Enrico Marino
Ereticamente
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