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Il nome di Dio
Il nome nella Bibbia.
Il nome indica, nella logica biblica, l'essere stesso, il preminente carattere di
chi ne è l'oggetto.
Quando il primo uomo venne all'esistenza, la Scrittura dice: «E l'Eterno Iddio
formò l'uomo dalla polvere (afar) della terra (adamah)» (Genesi 2:7). E quella
creatura venne chiamata Adam (il terreno) perché era stata formata dall'adamah
o terra. L'adamah è specificamente il terreno fertile, quello che in latino è
chiamto “humus”, da cui deriva l'italiano “uomo”.
Un altro esempio lo possiamo vedere dal nome che, successivamente l'uomo
('Ish = Uomo maschio) Adamo, diede alla sua compagna ('Isshà = Uomo
femmina o donna, perché tratta dall'uomo), e cioè Eva (chawwàh) che significa
“colei che dà la vita”.
Infine il nome fra i più conosciuti è quello di Gesù (ebraico Yehoshua,
abbreviato Yeshoua) che significa “Yahweh salva”, cioè colui che porta o è la
salvezza di Yahweh, e quindi il Salvatore.
Il nome divino nelle Scritture ebraiche.
h d h y
H W H Y
(La scrittura ebraica si svolge da destra a sinistra).
Che cosa significa YHWH? Sembra che derivi dalla forma verbale “essere”.
In Esodo 3:14, Dio dice: «IO SONO colui che SONO», intendendo non solo che
Egli esiste, ma che esiste in assoluto per Sé stesso, increato ed al di fuori del
tempo e dello spazio. Tutte le altre esistenze hanno avuto un principio o inizio e
quindi per tutto il tempo passato prima della loro esistenza esse NON ERANO,
mentre Dio può affermare di ESSERE SEMPRE in ogni passato e in ogni futuro,
«ab eterno, in eterno» (Salmo 90:2).
Inoltre, nell'Essere divino è anche il concetto di causa dell'esistenza di ogni
altra cosa. Ogni essere vivente può dire di esistere da quando e come Dio ha
voluto che fosse, e di continuare ad esistere in virtù della volontà divina, e che
sarà finché Dio vorrà. Solo Dio può affermare «IO SONO colui che SONO» o, come
altri traducono, «SARÒ quel che VORRÒ ESSERE». Naturalmente quando è l'uomo a
riferirsi a Dio, egli lo chiama: COLUI CHE È.
Perciò, nel nome YHWH dobbiamo non solo vedere il concetto di esistenza
increata e creatrice, ma anche il concetto di eternità: per questo motivo i
traduttori biblici hanno sostituito YHWH con ETERNO o SIGNORE (cioè Padrone,
Possessore, in quanto Dio Creatore).
Essendo Dio l'Esistente nell'eternità (passata e futura, se riferita al nostro
senso del tempo, ma in realtà al di fuori del tempo e dello spazio, in quanto Dio è
anche Colui che ha creato il tempo e lo spazio ed ogni cosa), è evidente che Egli
è l'Eternità e l'Infinito, è la Fonte di ogni altra esistenza, è Unico nella Sua
Divinità, è Incorruttibile, è Immortale, è la Fonte di ogni energia (Onnipotente),
di ogni Sapienza (Onnisapiente), dell'Amore e della Giustizia, perciò Egli,
l'Essente è SANTO.
Ora, tutti questi attributi divini, che formano l'essenza divina, sono come le
sfaccettature di un diamante, e questo Unico Diamante che brilla di luce propria è
YHWH, nome ineffabile di Dio.
Quanto è difficile per noi mortali, capire l'essenza divina! Per spiegare, solo in
maniera imperfetta e pallidissima Chi e Che Cosa è Dio, occorrono moltissime
parole. Ma tutti questi tentativi umani di spiegare l'essenza divina, Dio
comunicandosi, li concentra in una sola parola: YHWH, IO SONO, cioè IL TUTTO,
IL TOTALMENTE ALTRO, L'INCONOSCIBILE.
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La pronuncia esatta di YHWH è andata perduta, dimenticata nel tempo,
soprattutto perché nel timore di pronunciare il nome di Dio in maniera vana, essa
fu sostituita dalla parola Adhonày (Signore) o Eloah (Dio, al singolare; da non
confondere con Elohim = Dio al plurale).
Anche nella lettura delle Scritture, gli antichi ebrei evitavano di pronunciare il
nome di Dio quando esso compariva nel testo, sostituendo la pronuncia con
quella di Adhonày (Signore).
Essendo la Scrittura ebraica formata da sole consonanti, la sua lettura non
era sempre facile e la correttezza fonetica veniva assicurata dai dotti scribi e dai
sacerdoti tramandandola a viva voce.
A causa delle vicissitudini storiche d'Israele, specialmente dopo il grande
esilio del 70 della nostra Era, con la dispersione dei superstiti ebrei fra le varie
nazioni gentili, fu necessario provvedere a tramandare la giusta pronuncia della
lettura mediante l'inserzione nella Scrittura ebraica consonantica di alcuni segni
ortografici indicanti anche le lettere vocaliche.
Questo accadde verso il VII secolo della nostra Era per merito di studiosi
ebrei detti Massoreti (o Masoreti). Dalla scrittura consonantica si passò, quindi,
alla scrittura sillabica.
Accadde così che, nella lettura, quando compariva il nome di Dio con le sue
quattro lettere consonanti YHWH (detto anche tetragramma), normalmente letto
come se fosse scritto Adhonày (Signore), oppure Eloah (Dio), secondo l'uso
massoretico, fu possibile essere guidati alla giusta pronuncia dai rispettivi segni
vocalici posti sotto o sopra alle consonanti del tetragramma, e cioè:
- quando al tetragramma YHWH erano inserite le vocali a-o-a (di Adhonày),
si presentava come Yahowah e si doveva leggere Adhonày (Signore);
- quando al tetragramma YHWH erano inserite le vocali e-o-a (di Eloah),
si presentava come Yehowah e si doveva leggere Eloah (Dio).
La forma Yehowah fu introdotta nelle versioni della Bibbia in altre lingue e
adattata alla pronuncia in ogni lingua. In italiano, ad esempio, assunse la forma
Ieova o Geova.
Va precisato che in merito alla pronuncia originaria del nome divino non vi è
certezza assoluta. Comunque, gran parte degli studiosi oggi ritiene che il nome di
Dio in ebraico debba essere Yahwèh e che si debba pronunciare “Iauè”. Non
pochi sostengono che sia Yehowah.
Noi accettiamo tutte le versioni, perché pensiamo che, al di là della pronuncia
(in qualsiasi lingua), con questo nome ci si rivolge all’unico e vero Dio.
Nelle Scritture il nome di Dio è scritto quasi settemila volte, ma oggi, nella
quasi totalità delle traduzioni, esso viene sostituito con i titoli Signore o Eterno.
Il terzo comandamento.
Questo comandamento vietava (e vieta) di usare il nome di Dio invano, non
di non usarlo affatto (Esodo 20:7; Deut. 5:11). Ma il timore di poter usare il
nome divino in modo indegno portò, in Israele, alla tradizione di evitare di
pronunciarlo completamente. C'è da chiedersi quando è sorta questa tradizione,
questo divieto umano e non scritturale. Difficilmente si può stabilire.
L'uso del nome divino nel V. T. ed ai tempi di Gesù.
In tutto l'Antico Testamento si riscontra che il nome di Dio era usato dagli
Ebrei che erano in grazia di Dio:
1) Nelle conversazioni. Alcuni esempi:
- Abigail, nella sua conversazione con Davide pronunciò il nome
sacro ben otto volte! E Davide due volte. (1 Samuele 25:23-35).
- La regina di Sceba, parlando con Salomone, pronunciò il nome
divino due volte (2 Cronache 9:7).
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- In una brevissima conversazione fra Geremia ed i Giudei il nome di
Dio venne pronunciato otto volte! (Geremia 42:1-6).
Nei saluti. Un solo esempio basta:
Boaz salutò i suoi mietitori: «Yahweh sia con voi!». Ed essi gli
risposero: «Yahweh ti benedica!». (Ruth 2:4).
Nelle preghiere. Un esempio:
Il re Ezechia, nella sua breve preghiera al Signore,
pronunciò il santo nome ben sei volte! (2 Re 19:14-19).
Nei discorsi spirituali. Nei suoi quattro discorsi al popolo d'Israele
Aggeo pronunciò il sacro nome parecchie volte! (Libro di Aggeo).
Nei Salmi e nei canti. Nei soli Salmi 29 e 34 Davide scrisse,
pronunciò e cantò il nome divino ben 34 volte! (18 e 16 volte).
Ai tempi di Gesù, in Israele, questo uso santo, del nome di Dio era stato
abolito da qualche legge nazionale? Oppure si scoprì qualche norma della Legge
di Mosè che lo vietasse? Non si legge niente in merito.
Non si legge neanche, né nel V. T. né nel N. T., di qualcuno che sia stato
lapidato per aver pronunciato il nome di Dio invano. Verosimilmente, vi saranno
stati casi del genere, in particolar modo riferiti a giuramenti falsi fatti chiamando
in causa il nome divino, scoperti e quindi puniti. Ma va detto che nessuna norma
della Legge mosaica stabiliva che il nome sacro non dovesse essere pronunciato
santamente.
Perché la maggior parte degli Ebrei non usava il nome di Dio? Non sembra
che il vero motivo per cui gli Ebrei comuni non pronunciavano il nome sacro fosse
perché troppo “scrupolosi” nell'osservanza del comandamento. Evitavano la
pronuncia del santo nome più per paura di farlo invano (se non per vero e
proprio terrore) che per scrupolosità. E si comportano così tuttora!
A questo punto possiamo chiederci: Tutti gli Ebrei evitavano di pronunciare il
nome sacro? No, perché, come abbiamo visto, il santo nome veniva usato molto
spesso. Ma da chi veniva usato il nome di Dio? La risposta è semplice: da quelli
che, nella santità, non avevano timore di farlo. Tutti gli altri, la maggior parte,
non lo pronunciavano per paura di farlo indegnamente.
Gesù pronunciò il nome di Dio?
Luca 4:17-19 in riferimento ad Isaia 61:1-2. Perché Gesù non doveva
pronunciare il nome divino, leggendo detto testo ebraico nel rotolo di Isaia?
Forse perché riteneva giusto doversi attenere alla tradizione? Proprio Lui, che
aveva rimproverato aspramente gli Israeliti che, osservando le tradizioni
annullavano la Legge di Dio? O forse perché sapeva che la tradizione vietava di
pronunciarlo, pena la lapidazione? O forse perché era indegno di pronunciarlo?
Non crediamo si possano dare risposte affermative a tali interrogativi.
Riferendoci sempre ai testi suddetti, chiediamoci:
- Il fatto che “gli occhi di tutti erano fissi su di Lui” e che “tutti gli rendevano
testimonianza, e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua
bocca” (Luca 4:20-22) non è una conferma che i presenti reputavano legittima e
santa la lettura della profezia di Isaia 61:1-2 ed anche la pronuncia del nome
divino da parte di Gesù? Ciò, come abbiamo visto, in considerazione del fatto che
il sacro nome veniva usato dai santi nella vita quotidiana.
- Dato che, per la tradizione ebraica, era meglio evitare la pronuncia del
nome divino, Gesù forse rischiò la lapidazione pronunciando il nome di suo Padre,
leggendo il citato passo di Isaia? Ma in base a quale legge? Egli manifestò forse
una condotta di vita non santa, per cui qualcuno poteva accusarlo di pronunciare
il nome di Dio invano?
- Ma, se non avesse pronunciato il santo nome, non avrebbe rischiato, invece,
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di essere accusato dai soliti scribi e Farisei, i quali avrebbero potuto dirgli: “ Vedi,
tu che ci rimproveri di annullare la Legge in nome delle tradizioni, anche tu fai lo
stesso!”? Cosicché, proprio da un eventuale simile comportamento di Gesù,
avrebbero avuto la conferma e la giustificazione ad osservare le tradizioni al di
sopra della Legge di Dio.
Lo stesso ragionamento vale per il testo di Marco 12:29-30 (riferito a Deut.
6:4-5) e per tutte le citazioni del V.T. fatte da Gesù, dove è scritto il sacro nome.
È vero, i Giudei cercavano di sorprendere il Signore a dire o a fare qualcosa di
illecito per poterlo accusare, “afferrare” e condurre al giudizio del sinedrio; ma
nessuno poteva “afferrarlo” per aver pronunciato il nome divino invano, e
nessuno poteva, per questo, condannarlo in base a delle tradizioni anziché in
base alla Legge di Mosè.
Perciò, siamo persuasi che Gesù, come tutti i santi, pronunciò il nome divino.
Ovviamente, anche i discepoli di Gesù usarono santamente il nome di Dio.
Il Vangelo di Matteo.
Il Vangelo di Matteo fu scritto “nella lingua e nei caratteri ebraici”, come
testimonia Gerolamo. Esso contiene più di cento citazioni del Vecchio
Testamento in cui vi è il nome divino.
Matteo, da apostolo e da ebreo, sicuramente riportò il nome divino nel suo
Vangelo, citando i passi ove esso era contenuto. Ma chi tradusse, in seguito,
il Vangelo in greco evidentemente sostituì il nome di Dio col titolo “Kyrios”
(Signore).
L’importanza del nome di Dio.
Vi è chi sostiene che non è tanto importante pronunciare, conoscere e far
conoscere il nome divino, dato che lo si può chiamare Signore, Padre o più
confidenzialmente Abbà (Papà) e in altri modi.
Siamo d’accordo, ma fino ad un certo punto. Chiediamoci: Come mai Dio
ha fatto scrivere il suo prezioso nome nelle Scritture quasi settemila volte? E
perché nel terzo comandamento Egli parla proprio del suo santo nome, anche
se ordina di non pronunciarlo invano?
Il nome del Signore, è vero, si deve santificare soprattutto ubbidendo alla
sua volontà, qualunque sia il modo in cui chiamiamo Dio; ma questa non
deve essere una giustificazione a non pronunciare affatto il sacro nome. Dio ci
vieta di pronunciarlo invano, non di non pronunciarlo assolutamente.
Qualcuno può osservare: Ma che cosa cambia, se si chiama Dio col suo
nome o in altri modi? Si prova forse qualcosa di più in seno al cuore?
Rispondiamo che ciò bisognerebbe chiederlo al re Davide, il quale, come
già detto, nei soli Salmi 29 e 34 pronuncia il nome divino ben 34 volte!
L’ipocrisia umana.
Oggi, come già detto, nella quasi totalità delle traduzioni della Bibbia, il
nome divino viene sostituito con i titoli “Signore” o “Eterno”. E sia nel mondo
cattolico che in quello protestante non viene mai pronunciato. Forse per
eccesso di zelo, come gli antichi Ebrei?
No. Non viene pronunciato perché con la dottrina trinitaria hanno fatto di
Gesù e del Padre un solo dio. Perciò, il nome divino lo hanno sostituito con
quello di Gesù. E, ovviamente, chiunque usa il nome di Dio, come noi, diventa
oggetto del loro biasimo.
Contestano e criticano aspramente chi usa la forma italianizzata “Geova”
del sacro nome Yahweh, perché è sbagliata. E siamo d’accordo con loro. Ma,
incredibilmente, non fanno lo stesso discorso con la forma italianizzata “Gesù”
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del nome Yehoshua, che è pure sbagliata. Il nome di Dio non lo accettano, il
nome di Gesù, invece, l’accettano. Noi accettiamo qualunque forma dei nomi
di Dio e di Cristo, ma preferiamo quella ebraica.
Riteniamo che pronunciare santamente il nome di Dio sia anche un atto di
amore, di riconoscimento dell'unico Sovrano dell'universo rispetto ai falsi dèi. E
se è un atto d'amore, “nell'amore non c'è paura” (1 Giovanni 4:18).
Tutti i figliuoli di Dio che pronunciano in modo santo il nome sacro non
commettono nessun peccato e non violano nessuna legge. Come faceva Davide,
che nei suoi Salmi lo pronunciava a... raffica!
Forse (e magari senza il forse), invece, il non pronunciarlo mai per la paura o
il dubbio di farlo invano, fa sconfinare nel peccato, perché “il dubbio è peccato”
(Romani 15:23).
E forse anche il comportamento ipocrita del seguire la corrente tradizionale
del non pronunciare mai il nome divino o di averlo quasi in abominio, come
certuni, fa sconfinare nel peccato, perché l'ipocrisia è peccato.
Naturalmente, disapproviamo chi fa del nome santo straccio da piedi,
usandolo spesso quando non dovrebbe essere usato.
Le tradizioni non devono sostituire i comandamenti. L'apostolo Paolo, come
Gesù, era favorevole alle sane tradizioni (1 Corinti 11:2). Gesù disapprovava il
fatto che i Giudei in molti casi sostituivano le tradizioni alla Legge, spesso
violandola (Matteo 15:3).
Nel caso del nome di Dio, come già ragionato, la tradizione non deve
sostituire il comandamento, né la paura deve avere il sopravvento sulla certezza
di sentirsi figli spirituali di Dio, santi, per i meriti di Cristo e, come tali, aventi il
diritto di pronunciare il nome del Padre.
Sappiamo bene che nessun uomo è degno e santo di per sé. La santità non ci
è concessa per meriti che non abbiamo, ma per il sangue di Cristo. Egli,
purificandoci, ci rende degni, giusti e santi agli occhi di Dio. Per mezzo di Lui
abbiamo acquisito il diritto di diventare figliuoli spirituali di Dio, con tutti i
privilegi connessi, fra cui anche quello di pronunciare senza timore, nella santità,
il prezioso e divino nome.
Il nome di Dio nel Regno.
Nel Regno di Dio, i santi porteranno in fronte il nome divino, proprio come
i santi sacerdoti ebrei. Vedi Esodo 28:36-38 e Apocalisse 3:12; 14:1; 22:4.
Dio stesso dice: «E farò conoscere il mio nome santo in mezzo al mio popolo
d'Israele, e non lascerò più profanare il mio nome santo; e le nazioni conosceranno
che io sono Yahweh, il Santo in Israele» (Ezechiele 39:7).
Allora, tutta la creazione conoscerà il sacro nome di Dio e lo santificherà e
glorificherà in eterno!
Santo Galvano