Il significato della memoria nella costruzione dell`identità

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Il significato della memoria nella costruzione dell`identità
Michele Fatigato
Il significato della memoria nella costruzione dell’identità
di Michele Fatigato
Ho provato sentimenti difficili a descriversi – tra emozione, incredulità, rispetto – una notte estiva di alcuni anni fa, quando, attraversato un tunnel con alcuni
controlli di sicurezza, mi sono trovato dinanzi a quello che gli israeliani non vogliono si chiami più Muro del Pianto, ma, solo, Muro orientale del Tempio.
Era lì, nella notte calda di Gerusalemme, oggetto reso vivo dalle decine di
credenti – quasi tutti ebrei dell’Est Europa, con i loro vestiti neri, i cappelli, i peoth
che, a riccioli, gli coprivano lateralmente il viso – che, con ritmi ognuno diverso
dall’altro, dondolavano recitando la Torah, ridotti a contenitori parlanti di una
memoria plurimillenaria.
Eppure, condotto ad essere solo un muro di contenimento dalla furia devastatrice di Tito, da duemila anni esso non regge più i Portici di Erode e ha visto,
addirittura, trasformare la spianata da sé stesso mantenuta, nel luogo di riconoscimento massimo di un’altra religione, il luogo dell’Assunzione in cielo del Profeta
di Allah.
Dalla Diaspora in poi, ebrei, in tutti gli Stati, che andavano costruendosi nel
lungo periodo dal 1° sec. al 20° sec., hanno conservato nella memoria collettiva del
popolo, quel muro e l’hanno pianto, come parte della propria storia, resa vivida dal
ricordo.
La memoria, dice Nietzche, è diversa dalla storia, o meglio dalla storiografia.
Mentre quest’ultima, pur tra le mille difficoltà legate alla scelta individuale
delle fonti, cerca di ricostruire, quanto più è possibile, gli eventi, che si sono susseguiti, nulla cercando di tralasciare, la memoria è di per se stessa selettiva, moltiplica
i significati intrinseci degli eventi, li scarnifica, li sottrae al rigido andamento della
storia, ponendoli sul piedistallo dei sentimenti.
Ho citato il Muro di Gerusalemme, ma tanti altri luoghi ed eventi, in tante
altre situazioni, hanno svolto e svolgono per popoli e uomini diversi, lo stesso compito di catalizzatori della memoria collettiva.
Non a caso, tra le malattie che più consideriamo devastanti, che più impressionano, la demenza senile è da noi vista come particolarmente atroce.
Nel mentre si cancellano, poco a poco, i ricordi e la memoria diviene lavagna
vuota, l’essere umano, colpito dal male, cessa d’essere individuo, perdendo la sua
identità.
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La comunità umana, siccome il singolo uomo è, dunque, preziosa, perché
irripetibile, in quanto dotata di propria identità.
Nella costruzione dell’identità di un popolo, l’Architettura ha svolto sempre
un ruolo fondamentale. La antropizzazione della Natura, la modificazione di luoghi e il loro adattamento alla vita sociale dell’uomo si sono condensati, in più di
cinquemila anni di presenza umana storica, in opere, monumenti, città, edifici e
luoghi collettivi. In essi i popoli e gli uomini si riconoscono e, non a caso, per il loro
possesso si sono, spesso, avuti conflitti sanguinosi.
È, dunque, un percorso arduo e difficile quello della costruzione di una identità collettiva di una comunità, perché essa è spesso fatta di perdite e riconquiste,
costruzioni ed abbandoni. Come Troia, essa è fatta di strati diversi, tra cui si trovano, certo, i gioielli del Tesoro di Priamo, ma si leggono anche i segni degli incendi
distruttivi.
Il riconoscimento dell’Architettura, della Città, come apparato culturale, l’una
è luogo di deposito della prima, l’altra, non appartiene, purtroppo, al senso comune.
Abbiamo assistito, a partire dal secondo dopoguerra, non certo imbelli, ma,
comunque, incapaci a fermarla, alla nascita di una, tutt’affatto nuova, cesura tra
Città e Architettura.
Fenomeno appunto nuovo, nato dalla somma di condizioni storiche, alcune
di carattere economico-sociale, si potrebbe dire, oggettivo, quali le lacerazioni dei
tessuti urbani causate dalla guerra in Europa, l’innescarsi di fenomeni centripeti
verso le città dai piccoli centri, la tumultuosa crescita demografica, lo spostamento
di milioni di persone dalle aree meno favorite dell’Europa, verso le zone a forte
industrializzazione, altre di carattere culturale, interne alla disciplina dell’architettura, quali la crisi del Movimento Moderno, trasformatosi, nelle opere degli epigoni,
nell’International Style, il fallimento della figura dell’architetto quale magister della città moderna (emblematico il caso di Brasilia di O. Niemayer), la confusione
babelica delle lingue architettoniche, il prevalere di un approccio di carattere
pianificatorio-urbanistico, rispetto ad uno più propriamente architettonico, per
quanto attiene il disegno della città.
Non possono essere sottaciute altre concomitanti cause politiche che hanno
causato anche effetti nel campo culturale: la nascita dei due blocchi contrapposti,
Occidente-Oriente, America-Unione Sovietica e la derivante compulsione a schierarsi, interrompendo i circuiti culturali, trasformando la cultura in sfida, più che in
confronto.
L’attuale koinè, figlia della crisi dell’impianto politico post bellico, non appare essere, come quella ellenistica, un crogiolo di culture diverse, memori di se stesse, ma un’incitazione fraudolenta ad una sorta di pensiero unico, che tende a basarsi
– parafrasando il noto comico Guzzanti – su poche idee, purché confuse.
E poiché l’Uomo non può vivere senza memoria, come difesa conservatrice
dall’avanzare del pensiero unico, appaiono in tutto l’Occidente movimenti politici e
culturali, che presentandosi come difensori delle specificità, nella realtà, contrap34
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pongono all’unico aspetto positivo della koinè attuale, rappresentato dal forte desiderio di integrazione e modernità, la sola difesa dei privilegi delle aree forti del
pianeta, in nome di una pretesa cristianità, contro la richiesta delle zone deboli e
povere di partecipare in maniera attiva alla redistribuzione delle ricchezze.
Appare necessario, per gli intellettuali, che ritengono loro compito partecipare alla costruzione di una nuova modernità, sapersi attribuire un compito all’interno delle proprie discipline.
Anche l’Architettura, intesa come campo disciplinare, deve essere un terreno
di misura di tale impegno.
Essa appare come un lenzuolo einsteiniano in cui le tensioni provocate dalle
diverse esperienze dei migliori, generano attrazioni gravitazionali verso di loro,
impedendo la nascita di un sistema di relazioni reciproche. Maggiore è il riconoscimento internazionale dell’opera del maestro, maggiore diviene la fuga imitativa verso
la sua esperienza, maggiore diviene il distacco da altre esperienze ed impossibile
appare il risalire la china del fosso gravitazionale, per cercare di condividere o di
conoscere altri approcci disciplinari.
Ancora più dura è l’esperienza italiana, dove un’intera generazione di architetti, affacciatasi all’esperienza dagli inizi degli anni ’70, è stata bruciata dall’insipienza
del sistema politico ed è stata condannata all’inazione, alla ripetizione degli stereotipi,
al cannibalismo professionalistico, alla ricerca della protezione, pur di minimamente sopravvivere. Né, tampoco, le Facoltà italiane d’architettura sono state capaci di
divenire il luogo della produzione culturale d’avanguardia, vere e proprie scuole di
tendenza, capaci di riaccendere il faro dell’attenzione della comunità nazionale sulla necessità umana dell’architettura.
Appare, oggi, necessario invertire il senso di marcia e imporsi l’obiettivo di
realizzare la riconquista della centralità dell’architettura, intesa come messaggio
sociale di comuni valori estetici, come riaffermazione del valore della Città.
In questo impegno disciplinare e culturale, per il valore significante che essa
ha, dobbiamo saper ripartire anche dalla valorizzazione e ricostruzione dell’identità collettiva.
Se però cadessimo nella trappola del facile messaggio vernacolare, faremmo
un grave errore regressivo e conservatore. Dobbiamo ricostruire le identità, accettando e favorendo, nel contempo, lo scolorimento delle specificità.
Di cosa hanno bisogno le nostre Città?
La prima risposta che mi viene da fornire ad una domanda, così complessa, è:
di vita.
Esse hanno bisogno, in pratica, di ciò di cui hanno bisogno tutti gli organismi. Perché mai i centri storici delle nostre città, della Città Europea, ai nostri occhi, pur nelle loro diversità, non ci paiono alieni e, in qualsiasi di essi noi ci troviamo, da Oporto a San Pietroburgo, noi sentiamo di esserne parte? In primo luogo,
credo, perché esiste una comune cultura europea in cui la Città ha un ruolo preminente, a differenza degli Stati Uniti o dei paesi dell’Estremo Oriente. Poi, perché la
Città storica, in essa comprendendo anche la città del XIX secolo, pur con tutti i
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suoi limiti, è viva. Viva perché le residenze e gli spazi collettivi sono fortemente
interrelati tra loro, viva per la presenza di un mix funzionale estremamente ricco,
viva perché stratificata, spesso costruita su se stessa, inglobando anche parti più
antiche. In poche parole viva, perché costruita con la visibile presenza del sapere
architettonico, posto al servizio di una volontà estetica della comunità.
Lukacs aveva colto la crasi realizzatasi nel XX sec. tra coscienza collettiva e
volontà estetica. Essa può ancora essere ricucita. Alla domanda: “Come vorrebbe
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che fosse costruita
la città del futuro?” Renzo Piano ha risposto, una volta: “Come
quella del passato”. È l’oggi che va superato; l’oggi delle nostre periferie senza senso, dei centri storici abbandonati o trasformati in contenitori di Mac Donald, usa e
getta. L’oggi della politica insipiente, che ha rinunziato alla promozione della cultura e che usa ed osa far passare per mecenatismo, ciò che, invece, è solo comparaggio.
Non posso chiudere queste brevi note, senza guardarmi intorno. Ripartire
dunque dal valore della memoria collettiva, cemento dell’identità collettiva: come
questo mi pare difficile a realizzarsi in questa nostra città di Provincia, e non perché, appunto, sia di provincia, ma perché Foggia sembra essere una città colta dal
male inguaribile di non conservare memoria di sé! Sarà forse perché, in fondo, la
nostra città è cresciuta troppo in fretta ed è difficile trovare un foggiano, la cui
famiglia lo sia anch’essa, da più di due generazioni.
È una città senza una borghesia colta, che accetta da anni di essere priva di un
Teatro sufficientemente ampio, che è fuori da tutti gli eventi culturali nazionali, la
cui stessa nuova Università, invece di puntare alle nicchie di eccellenza, appare si
stia costruendo come nuovo esamificio di massa.
Quando ho visto abbattere degli edifici di origine settecento-ottocentesca,
lateralmente al Municipio, ho notato che poche voci si sono alzate e per di più
molte d’esse a sola difesa dell’esistente, rievocando immagini e ricordi a carattere
popolaresco. Nessuno ha chiesto: abbattete? E con cosa sostituite ciò che avete
abbattuto? E perché? E che rapporto di architetture, che devono dialogare tra loro,
intendete realizzare con il Municipio? E come volete risolvere la piazza? In pratica,
come volete che sia questo pezzo di città? Il grave danno inferto alla città non è aver
solo la lesione da essa subita al tessuto storico, ma soprattutto il dover subire la
pacchiana imitazione di un finto neoclassico!
Non v’è dunque speranza per questa città di provincia? Non so darmi una
risposta.
Forse una speranza c’è: essa risiede nel non disperdere più alcuna risorsa
umana ed intellettuale, nel non accettare più il ricatto della politica bucaniera, che
vuole ridurre l’intellettuale a tecnico di parte, per usarlo un po’ e poi accantonarlo,
scegliendosi il nuovo amico.
Sì, una speranza c’è. Bisogna puntare in alto.
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