Estratti dei tre report

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Estratti dei tre report
LA VITA QUOTIDIANA
DELLA TECNOLOGIA
donne e computer: apprendere nella necessità
a cura di Lara Corradi e Antonia De Vita
Estratti dei report prodotti per il progetto CIAO!Women 2005/2007
Provincia di Genova
Il progetto CIAO!Women (225348-CP-1-2005-IT-GRUNDTVIG-G1), cui capofila è la Provincia di
Genova, ha ricevuto il supporto finanziario dalla Commissione delle Comunità Europee: Direzione
Generale dell'Istruzione e della cultura - Programma Socrates - Azione Grundtvig 1.
La presente pubblicazione rispecchia solamente il punto di vista dei Partners e la Commissione
non può essere ritenuta responsabile per qualsiasi utilizzo delle informazioni ivi contenute.
Nota: questo documento è tratto da:
•
“Babygirls-boomers e tecnologie dell’informazione. Come le donne vivono le tecnologie
informatiche”, A cura di Rita Bencivenga. Progetto CIAO!Women, cofinanziato dal
Programma Socrates dell’Unione Europea, Azione Grundtvig 1. Pubblicazione della
Provincia di Genova, 2007. Edizione Fuori Commercio. (parte 1)
•
“A partire dall’analisi di alcune riviste” relazione redatta nel 2007 nell’ambito del progetto
CIAO!Women cofondato dalla Direzione Generale per l’Educazione e la Cultura della
Commissione Europea e l’Azione Grundtvig del Programma Socrates. (parte 2)
•
“Interviews to experts on women, lifelong learning and ICT” relazione redatta nel 2007
nell’ambito del progetto CIAO!Women cofondato dalla Direzione Generale per
l’Educazione e la Cultura della Commissione Europea e l’Azione Grundtvig del Programma
Socrates. Pubblicato dalla Provincia di Genova, Italia. (parte 3)
•
“Our experience in making a qualitative research in an international context”, relazione
redatta nel 2007 nell’ambito del progetto CIAO!Women cofondato dalla Direzione
Generale per l’Educazione e la Cultura della Commissione Europea e l’Azione Grundtvig
del Programma Socrates. Pubblicato dalla Provincia di Genova, Italia. (parte 3)
Questo documento e gli altri prodotti del progetto
CIAO!Women possono essere liberamente e gratuitamente
scaricati dal sito web: www.ciaowomen.org
Il logo di CIAO!Women è stato realizzato
da Gabriella Ventaglio.
Program Socrates Action Grundtvig Grant Agreement number: 225348-CP-1-2005-IT-GRUNDTVIG-G1
INTRODUZIONE
Lara Corradi e Antonia De Vita
Questo testo nasce dal progetto Ciao! Women - Communication via It for Adults
Online1, un progetto di ricerca durato oltre due anni che ha avuto come capofila la
Provincia
di
Genova,
Servizio
Politiche
del
Lavoro,
Genova,
Italia
(http://www.provincia.genova.it/pal).
Un progetto svolto dai diversi partner, tra cui Studio Guglielma ricerca e
creazione sociale , Verona (http://www.guglielma.it) che ne ha progettato, diretto e
curato la ricerca, in cinque nazioni europee: oltre all’Italia, la Danimarca (Amtscentret for
Undervisning, Aabenraa - http://www.acu.dk), la Bulgaria (Znanie Association, Sofia http://www.znanie-bg.org), la Lettonia (Future Capital Foundation, Riga) e il Portogallo
(Universidade de Évora - NÚCLEO MINERVA, Évora - http://www.minerva.uevora.pt).
Questo documento contiene gli estratti dei report internazionali che sono stati
prodotti durante il progetto; in particolare contiene quelle parti dei report che meglio
aiutano a focalizzare e rendere esplicito sia l’immaginario che sottende il rapporto tra
donne adulte e tecnologie informatiche, sia il reale vissuto e impiego per parte femminile
delle TIC per riorientare le progettualità formative.
È suddiviso in tre sezioni quante le macroaree di ricerca: la prima parte contiene
estratti del report internazionale Babygirls-boomers e tecnologie dell’informazione. Come
le donne vivono le tecnologie informatiche2. In questo report è presentata l’analisi delle
253 interviste narrative realizzate a donne adulte con lo scopo di indagare quali sono i
pregiudizi, gli stereotipi, le false credenze e le aspettative che ostacolano o favoriscono
l’approccio all’uso delle TIC di questo target, in un confronto con l’utilizzo quotidiano che
ne viene fatto.
Nella seconda parte sono riportati gli estratti dal report A partire dall’analisi di
1
Il progetto CIAO!Women (225348-CP-1-2005-IT-GRUNDTVIG-G1) ha ricevuto il supporto
finanziario dalla Commissione delle Comunità Europee: Direzione Generale dell'Istruzione e della
cultura - Programma Socrates - Azione Grundtvig 1.
2
A cura di Rita Bencivenga. Progetto CIAO!Women, cofinanziato dal Programma Socrates
dell’Unione Europea, Azione Grundtvig 1. Pubblicazione della Provincia di Genova, 2007. Edizione
Fuori Commercio.
1
Program Socrates Action Grundtvig Grant Agreement number: 225348-CP-1-2005-IT-GRUNDTVIG-G1
alcune riviste3, il report che contiene l’analisi di alcune delle principali riviste che si
rivolgono ad un target femminile adulo con lo scopo di identificare come le tecnologie, in
particolare le TIC, vengono rappresentate.
Infine, nella terza e ultima parte si trovano gli estratti del report Interviews to
experts on women, lifelong learning and ICT4, che riportano sei delle interviste a figure
esperte che, in dialogo con quanto emerso nelle fasi precedenti della ricerca, sono
risultate le più significative; e gli estratti da Our experience in making a qualitative
research in an international context5, estratti che riportano le riflessioni del team di
ricerca sulla propria esperienza e sul proprio vissuto di ricercatrici in un contesto
internazionale.
Lo scopo di questa pubblicazione è duplice: da un lato si vuole contribuire
ulteriormente, a livello sempre più ampio e capillare, alla diffusione dei risultati del
percorso di ricerca fin qui svolto con il progetto Ciao!Women; dall’altro si vuole fornire un
quaderno di lavoro utile a esperti in progettazione formativa nell’ambito delle tecnologie
informatiche per ripensare i propri modelli alla luce dei risultati della ricerca.
La pubblicazione di questo testo intende infatti essere la prima fase di un
percorso molto più ampio che prevede alcuni incontri, soprattutto nel territorio veronese,
durante i quali esperti di formazione e tecnologie informatiche appartenenti ad enti e
realtà del territorio (Comuni, Aziende Sanitarie e enti di formazione) verranno chiamati a
confrontarsi sulle ipotesi suggerite dai risultati della ricerca. L’obiettivo di questa ultima
fase è creare situazioni concrete nelle quali mettere a fuoco e condividere una
impostazione che modifichi e cambi il modo di fare formazione alle donne adulte in tema
di conoscenze informatiche.
Questo confronto e le riflessioni che da esso emergeranno, costituiranno il punto
di partenza per l’avvio di un corso di formazione sull’uso di pc e rete rivolto a donne
adulte in cui verranno impiegate le ipotesi formative emerse dal progetto Ciao!Women e
3
Relazione redatta nel 2007 nell’ambito del progetto CIAO!Women cofondato dalla Direzione
Generale per l’Educazione e la Cultura della Commissione Europea e l’Azione Grundtvig del
Programma Socrates.
4
Relazione redatta nel 2007 nell’ambito del progetto CIAO!Women cofondato dalla Direzione
Generale per l’Educazione e la Cultura della Commissione Europea e l’Azione Grundtvig del
Programma Socrates. Pubblicato dalla Provincia di Genova, Italia.
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Relazione redatta nel 2007 nell’ambito del progetto CIAO!Women cofondato dalla Direzione
Generale per l’Educazione e la Cultura della Commissione Europea e l’Azione Grundtvig del
Programma Socrates. Pubblicato dalla Provincia di Genova, Italia.
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durante questi ulteriori momenti di scambio di buone prassi tra partner locali. Le realtà
del territorio saranno chiamate, oltre al confronto sulle metodologie formative e sui
risultati delle fasi di ricerca precedenti, ad attingere al loro bacino d’utenza per
coinvolgere donne inoccupate poco esperte nel campo dell’informatica.
3
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Parte 1
Origine del progetto: comunicare online
Rita Bencivenga
Il progetto Ciao!Women ha avuto origine da un Partenariato di Apprendimento6 intitolato
CIAO! - Communication via It for Adults Online.7
Due incontri, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, hanno portato all’ideazione del
progetto CIAO!
Il primo incontro nell’Ottobre del 2000 con Derrick De Kerckhove8 che, durante una
conferenza, ha suggerito al sindaco di Rimini di installare alcuni schermi giganti nelle
strade della città, di collegarli con analoghi schermi in altre città del mondo, e di tenerli
accesi 24 ore al giorno, anche per mesi, per far sì che posti lontani potessero vivere uno
accanto all’altro e le persone potessero vedersi e interagire.
Il secondo, nel Novembre 2000 ad Amsterdam, ci ha fatto conoscere gli esperimenti di
Sugata Mitra9, che in India ha posizionato, senza preavviso, alcuni chioschi multimediali
collegati a Internet in zone poverissime, popolate da bambini e adolescenti che non
sanno né leggere né scrivere, e ha dimostrato, videoregistrando quanto succedeva nei
primi giorni che, senza che ci fosse nessuna interferenza da parte di “esperti” e senza
alcun percorso di apprendimento formale o non formale, i bambini scoprivano
rapidamente come navigare in Internet e memorizzavano percorsi di navigazione utili a
6
Un Partenariato d’apprendimento Grundtvig prevede attività di cooperazione tra
organizzazioni impegnate nel campo dell’educazione degli adulti.
7
Il Partenariato ha avuto una durata di tre anni, dal 2001 al 2004, ed è stato cofinanziato dal
Programma Socrates, azione Gruntvig 2 (Partenariati di apprendimento).
8
“La pelle della cultura” di Derrick De Kerckhove. Convegno “La bussola di Sindbad” Geografie
umane del dialogo: onorare la saggezza, arricchirsi con le diversità. XXVI edizione delle Giornate
Internazionali di studio Centro ricerche Pio Manzù - Rimini 28-30 ottobre 2000
www.piomanzu.com
9 “India, the Internet, and Non-Invasive Education” di Sugata Mitra. Convegno “Doors 6:
Lightness”
RAI
Convention
Centre,
Amsterdam,
11
–
13
Novembre
2000.
www.doorsofperception.com. Nel 2006, Mitra ha pubblicato il seguente Research Report
(disponibile in Internet alla pagina http://mitpress.mit.edu/journals/pdf/ITID0204_pp041-060.pdf
) DANGWAL, JHA, A Model of How Children Acquire Computing Skills from Hole-in-the-Wall
Computers in Public Places. © 2006 The Massachusetts Institute of Technology Information
Technologies and International Development. Volume 2, Number 4, Summer 2005, 41–60.
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ritornare sui siti preferiti anche a prescindere dal testo scritto.
Alcuni mesi dopo, nel gennaio 2001, si è svolto a Manchester (UK) un incontro
organizzato dalla locale agenzia Socrates, cui hanno partecipato enti e organizzazioni
interessati a presentare progetti nell’ambito dell’Azione Grundtvig 2, Partenariati di
apprendimento.
Un gruppo di partecipanti inizialmente composto da cinque Partner10 ha trovato
interessante l’idea di tentare di far comunicare persone che abitano in Paesi diversi, che
non si conoscono, che non hanno necessariamente un interesse verso l’uso di tecnologie
per comunicare o una anche minima conoscenza diretta di Internet e delle possibilità che
offre.
Incoraggiare l’educazione lungo l’arco della vita attraverso le nuove tecnologie: è un
tema attuale, di cui si sente parlare e si legge quotidianamente. L’offerta formativa è
vastissima, le possibilità sembrano moltissime ma, a ben guardare, cosa sappiamo delle
persone adulte che, senza una conoscenza dell’uso del computer o di Internet, dovranno
o vorranno, per motivi lavorativi o legati ad interessi personali, arrivare prima o poi ad
usare degli strumenti tecnologici per comunicare?
Chi si iscrive ai corsi di alfabetizzazione informatica o di riqualificazione professionale ha
già compiuto una parte di percorso: sa (o pensa di sapere) cosa affronterà, ha idea degli
usi che potrà fare di ciò che apprenderà.
A noi invece interessava raggiungere coloro che non hanno dimestichezza con l’uso di
tecnologie, con un’attenzione particolare alle donne, per poter scoprire che idea si sono
fatti della possibilità, ad esempio, di comunicare via Internet, scoprire i loro timori,
dubbi, aspettative non importa se realistici o no.
Per poter parlare con queste persone, difficilmente identificabili, abbiamo deciso di
portare delle postazioni multimediali in posti frequentati dai cittadini per le finalità più
diverse (acquisti, svago, spesa quotidiana) e di collegare online i Paesi che partecipavano
al progetto, in modo da dare alle persone l’opportunità di interagire, di scambiare due
10 Il primo anno il Partenariato era composto da: Associazione Alfabeti, Genova, Italia; Ridge
Danyers College, Hibbert Lane, Marple, Stockport, United Kingdom; Action for Blind People,
Carlisle, United Kingdom; Ikaalinen Adult Education Institute, Ikaalinen, Finland; Teachers
Resource Center, Aarhus, Denmark. Il secondo e terzo anno il Partenariato era composto da:
Associazione Alfabeti, Genova, Italia; Ridge Danyers College, Hibbert Lane, Marple, Stockport,
United Kingdom; Teachers Resource Center, Aabenraa, Denmark; Znanie Association, Sofia,
Bulgaria, Future Capital Foundation, Riga, Latvia.
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chiacchiere sul tempo o sugli acquisti fatti, in tutta libertà.
Abbiamo deciso di privilegiare piccoli negozi, supermercati, bar, centri ricreativi ecc.,
lasciando la scelta ai Partner del progetto ma concentrandoci in ogni caso su posti di
solito frequentati con regolarità per ragioni legate alle attività della vita quotidiana.
Unico vincolo posto è stato quello che le sedi prescelte fossero accessibili a persone
disabili.
L’idea iniziale era quella di lasciare le persone libere di interagire e di chiedere loro in un
secondo momento di rispondere ad alcune domande volte ad esplorare la loro
percezione dell’uso di tecnologie.
Pensavamo che l’analisi delle interviste, unita all’osservazione di quanto sarebbe
successo durante i collegamenti, ci avrebbe permesso di ottenere dati utili a identificare
con quale terminologia, secondo quali modalità, con quali scopi prioritari offrire dei corsi
sulle tecnologie e il loro uso.
La ricerca dei locali in cui installare le postazioni ha portato a identificare a Genova,
Italia, un negozio che vende articoli per la casa e la cucina, le cui proprietarie si sono
interessate al progetto e l’hanno visto anche come veicolo pubblicitario per il loro
negozio, offrendo quindi la massima disponibilità (tramite segnalazione dell’evento sul
sito web del negozio, invio all’indirizzario dei clienti di una lettera che descriveva
l’iniziativa, contatti con i giornali ecc.). In Finlandia, l’associazione Partner del progetto
situata in una cittadina abbastanza piccola aveva nel frattempo identificato come punto
di riferimento il supermercato locale. In base agli orari e ai giorni di apertura dei due
negozi e al fuso orario diverso (un’ora in più in Finlandia rispetto all’Italia) si è deciso un
collegamento di sei ore al giorno, dalle ore 10.00 alle 16.00.
Ai fini della buona riuscita dei lavori abbiamo valutato importante che fosse presente
qualcuno per facilitare l’interazione fra le persone, in grado di tradurre dall’italiano in
inglese e viceversa, ma anche dal finlandese all’italiano e viceversa, per coloro che non
parlano inglese. Grazie ad un contatto con il consolato Finlandese a Genova, avviato per
pubblicizzare il progetto e segnalarlo a persone Finlandesi residenti a Genova, è stato
possibile trovare una studentessa finlandese, in Italia per motivi di studio e lavoro, che si
è prestata ad aiutare l’interazione fra i clienti dei due negozi.
Nei due mesi precedenti il collegamento abbiamo scambiato (via Internet) foto dei
rispettivi negozi che sono state usate per creare dei tabelloni che aiutassero a illustrare il
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progetto durante i giorni dell’incontro online. Inoltre, tramite posta normale, sono stati
scambiati depliant e brochure turistici (Genova e la Liguria da un lato, Ikaalinen e la
Finlandia dall’altro) che sono stati anch’essi messi a disposizione nei negozi.
Le prove tecniche sono durate circa tre ore, per il collegamento si è deciso di utilizzare
Messenger di Hotmail, aprendo due indirizzi e-mail per i rispettivi negozi e utilizzandoli
per il collegamento.
Nel frattempo sono state preparate le domande per le interviste, che sarebbero state
registrate: ci interessava infatti essere certi delle parole utilizzate dalle persone in quanto
avrebbero costituito un elemento importante per l’organizzazione dei corsi sulle
Tecnologie per l’Informazione e la Comunicazione (TIC), permettendo di tenere presente
la terminologia familiare a chi non ha conoscenza nell’uso dei computer o di Internet.
La tipologia dei due negozi ha fatto sì che la maggior parte delle persone intervistate
fossero donne e le interazioni sono state numerose, anche se, in entrambi i Paesi, è
stato necessario stimolare le persone, in quanto spontaneamente erano restie a chiedere
informazioni o ad avvicinarsi ai computer.
Per quanto riguarda le interviste, invece, abbiamo riscontrato la massima disponibilità.
Una seconda settimana di collegamento si è svolta qualche mese dopo, fra Genova e un
piccolo supermercato in Danimarca che si trova a Lindeballe, un piccolo centro ad un’ora
di macchina da Aarhus.
Il negozio serve una comunità di circa cento famiglie, sparse nella campagna circostante.
La direttrice del negozio ha creato in un locale adiacente al supermercato un punto di
ristoro dove i clienti possono sedersi a chiacchierare e a bere qualcosa in occasione delle
visite al negozio. Il locale è attrezzato con due postazioni Internet che i clienti possono
utilizzare gratuitamente.
Dal momento che l’afflusso al negozio danese era ovviamente molto minore rispetto al
supermercato finlandese, abbiamo deciso di effettuare questa volta un collegamento di
durata più breve (due ore al giorno) ma focalizzato a delle attività di scambio
informazioni.
Naturalmente, vista la tipologia di negozi e la clientela di entrambi, la scelta è caduta
sullo scambio di ricette e informazioni sulle rispettive cucine locali.
A seguito di difficoltà con il collegamento video, durante la seconda settimana abbiamo
attivato solo i contatti via testo, cosa che ha sorprendentemente avuto una ricaduta
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positiva, in quanto le persone si sono sentite molto più libere di interagire e molto meno
bloccate dalle difficoltà legate all’uso della lingua inglese.
Grazie alla collaborazione con i partner danesi, che avevano una persona presente al
negozio ed un’altra negli uffici dell’Istituto e alla sollecita preoccupazione del
coordinatore inglese del progetto, che si collegava quotidianamente per avere
informazioni, si sono creati momenti di scambio molto divertenti per tutti. Le persone
chiacchieravano fra loro nei due negozi, le ricette venivano inviate sotto forma di files via
Messenger, con le webcam scattavamo fotografie dei clienti che interagivano e
inviavamo le loro foto durante la conversazione, in modo che le persone vedessero con
chi stavano parlando, contemporaneamente il partner Danese, in ufficio, aggiornava in
tempo reale le pagine del sito web, inserendo le ricette, le foto, le schermate con le
conversazioni.
Il coordinatore inglese, che si collegava dal suo ufficio tutti i giorni per avere
informazioni sui problemi tecnici, ha deciso che, dal momento che era in corso uno
scambio di ricette, tanto valeva metterle a disposizione anche dei colleghi, così le
stampava e appendeva nella bacheca dell’Istituto.
Quando un ingrediente era poco noto, facevamo una ricerca in Internet per trovare delle
foto e inviarle, quanto il nome di un attrezzo di cucina era intraducibile scattavamo una
foto e la mandavamo in rete.
Alla fine della settimana, avevamo raccolto altre interviste, cucinato piatti nuovi, visto le
foto delle persone con cui avevamo chiacchierato, promesso chiarimenti e altre ricette
per le settimane successive.
Le interviste che hanno portato al progetto CIAO!Women
Abbiamo deciso di porre poche domande e di lasciare parlare liberamente le persone,
registrando quando dicevano e trascrivendolo fedelmente.
Ci interessava la terminologia usata da chi non ha confidenza con il web e volevamo che
le persone fossero libere di esprimere liberamente aspettative, dubbi, preoccupazioni.
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Domande
1) Usa Internet?
Se NO:
1b) Cosa pensa si possa fare con Internet?
2b) Che cosa le interesserebbe fare con Internet?
3b) (In base a ciò che sa) c’e’ qualcosa che teme, che la lascia perplesso/a o non le
piace o trova poco interessante?
4b) Intravede delle difficoltà, se incominciasse ad utilizzare Internet? Quali?
Se SI:
1a) Per cosa lo trova utile e/o interessante?
2a) C’è qualcosa che non le piace o che non le interessa in Internet?
3a) Ha incontrato delle difficoltà iniziali nell’utilizzo di Internet?
4a) C’è qualcosa che le piacerebbe fare con Internet e che ancora non fa - perché non è
capace o non sa se sia possibile?
Con alcune persone, al termine dell’intervista, è stato possibile avviare una
conversazione a proposito delle possibilità offerte da Internet, mostrare loro alcuni siti
legati a temi che trovavano interessanti (in genere musei, siti di cucina e di viaggio).
Durante le due settimane sono state raccolte 51 interviste:
Donne Uomini Totali
39
12
Età
26/85
28/66
Usano Internet
26
10
36
2
15
Non usano Internet 13
51
Analisi delle interviste di CIAO! 11
In totale, quindi, cinquantuno interviste: 15 persone (di cui 13 donne) hanno dichiarato
11
Chi fosse interessato a leggere i report integrali del progetto CIAO! Li potrà scaricare dai link
presenti sulla home page del sito www.studiotaf.it
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di non saper usare Internet e 36 (10 uomini e 26 donne) di saperlo usare anche se quasi
tutte le donne chiariscono che sono agli inizi o lo usano poco.
Il fatto di avere molte interviste realizzate con donne è stato positivo, ai fini di quanto ci
interessava indagare. É noto come in generale le donne che usano Internet siano in
numero inferiore agli uomini e come, di conseguenza, molti siti e molti servizi prevedano
un target in prevalenza maschile.
Chi non usa internet
Donne
Le 13 donne che dichiarano di non usare Internet segnalano, fra ciò che pensano si
possa fare con Internet, le cose più svariate, esprimendo spesso l’idea di utilità del
mezzo e l’enorme vastità di argomenti e servizi disponibili. Quanto indicato nella prima
risposta viene in genere rispecchiato nella seconda, in cui viene chiesto di specificare
cosa interesserebbe loro in modo particolare: fra i temi indicati, arte, medicina e salute,
medicina olistica, ricerca di informazioni, gestioni di conti correnti bancari online,
“conoscere parti del mondo lontane, parlare con persone che vivono in maniera diversa
dalla mia”, “prima di tutto chattare con i miei parenti che sono lontani, all’estero”.
Poi “andare sui giornali del mio paese”, “prendere le informazioni che mi interessano”,
informazioni sui viaggi. Una sola intervistata esprime un parere negativo, “ritengo di
avere già abbastanza cose che mi creano problemi, non mi sembra il caso di
aggiungerne un’altra” ma la persona segnala nelle altre risposte di non essere un’amante
della tecnologia, ma piuttosto una “fautrice della manualità” e segnala che comunque
non pensa che incontrerebbe difficoltà nell’apprendere l’uso di Internet e delle tecnologie
collegate.
Tra i timori e le perplessità vengono segnalate la solitudine, legata anche al telelavoro
visto come mancanza di contatti con i colleghi, o, al contrario, “Che invada la famiglia e
tolga tempo da dedicare alla famiglia”, anche se altre voci, forse più realisticamente,
indicano come pericoloso l’uso eccessivo, non l’uso in sé. I temi della privacy vengono
affrontati: “non mi preoccupa che sappiano che sto visitando quel particolare sito” o, al
contrario, “Ho paura per la privacy, ho proprio l’ossessione di essere controllata” oppure
“Invade troppo la vita privata: c’è troppa conoscenza di tutto e di tutti, uno si sente
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osservato”. Una sola intervistata esprime dubbi circa l’uso della carta di credito, due
preoccupazioni per i rischi che possono correre i bambini e una esprime perplessità in
merito ai siti pornografici. In merito alle difficoltà che si potrebbero incontrare
nell’apprendere l’uso di Internet, cinque donne citano difficoltà nei confronti degli aspetti
tecnici oppure cognitivi, alcune parlano di pigrizia, più che di difficoltà oggettive, sei
hanno idee positive a riguardo.
Una sola donna cita difficoltà nella matematica e nel calcolo, cosa che pensa potrebbe
ostacolarla.
Uomini
I due uomini che dichiarano di non saper usare Internet fanno riferimento entrambi
all’interesse che potrebbe rivestire per il loro lavoro e uno cita la possibilità di chattare.
Non segnalano timori o preoccupazioni ed entrambi hanno aspettative positive riguardo
ad apprendere l’uso.
Chi usa Internet
Donne
Ventisei donne dichiarano di saper usare Internet, ma la maggioranza specifica di avere
competenze limitate.
La prima domanda era “Per cosa lo trova utile e/o interessante?” Una risposta riassume
le altre: “Tutto: documentarsi, leggere, informarsi, lavorare, comunicare, capire,
qualsiasi cosa…” In effetti, a fronte di dichiarazioni iniziali di una scarsa competenza, la
gamma di attività che viene indicata è molto ampia, con punte su argomenti quali l’arte, i
viaggi, o, naturalmente, l’uso per motivi di lavoro. La seconda domanda (C’è qualcosa
che non le piace o che non le interessa in Internet?) era, come le altre, volutamente
generica e in nessun modo sono stati dati suggerimenti alle persone o è stata attirata la
loro attenzione su temi specifici. “Lo uso solo per lavoro, perché non ho tempo, cerco di
andarci il meno possibile. Non mi interessa assolutamente stare dietro al computer, non
sono una che si perde a navigare, cerco quello che mi serve e basta” oppure “Internet
non mi piace e non lo uso per scelta: lo trovo freddo, non dà nessun tipo di rapporto
umano, trovo che non sia comunicativo. La comunicazione via e-mail è fredda,
11
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essenziale, non è più lo scritto”, sono due esempi di commenti negativi, ma costituiscono
la netta minoranza.
Per il resto, solo una intervistata cita problemi legati alla privacy (essere “visti” quando si
entra nei siti), due segnalano timori legati a problemi tecnici, cinque affrontano il tema
pedofilia/pornografia, e tre parlano esplicitamente di fastidio nei confronti di immagini di
donne nude o quasi che si incontrano un po’ in tutti i siti.
Due donne segnalano il fastidio di trovarsi in siti che cambiano spesso immagine, o in cui
si ha la sensazione di essere mandati da un link all’altro, con finestre che si aprono
automaticamente.
La terza domanda era relativa alle difficoltà iniziali incontrate nell’uso di Internet. 13
intervistate hanno segnalato di non aver avuto o di aver avuto pochi problemi e di non
avere quasi incontrato difficoltà.
Ovviamente andrebbe approfondito con queste persone il tipo di uso che fanno in modo
da comprendere meglio se si tratta di un’effettiva facilità oppure di un uso limitato delle
possibilità offerte da Internet. Poche donne citano programmi o aspetti specifici, la
maggior parte fa riferimenti ai sistemi di posta elettronica e ai motori di ricerca.
Le difficoltà nelle ricerche, in particolare nell’utilizzo dei motori di ricerca, sono quelle più
segnalate.
Esempio “Un po’ sì: mi ha creato difficoltà il fatto che venga dato questo spettro
amplissimo di possibilità, per cui uno deve ridurre, e poi ridurre ancora. Se fosse
possibile avere due o tre coordinate più specifiche immediatamente e non dover fare
sette o otto passaggi per arrivare proprio a quello che si cerca. Se fossero un po’ più
semplici nella selezione sarebbe molto meglio, perché si perde molto tempo.“
Paradossalmente, donne che hanno dichiarato di essere agli inizi e di avere poca
competenza, danno poi descrizioni abbastanza complesse delle difficoltà che incontrano
nel fare ricerche.
Alcune affermazioni meriterebbero un approfondimento perché potrebbero essere utili
nel diffondere una comunicazione più realistica in merito a Internet “mi spaventa tutto
ciò che è tecnologico, anche se mi rendo conto che è estremamente utile. Io sono più
creativa che tecnologica, quindi preferisco non sviluppare troppo [questo aspetto]”.
La quarta domanda “C’è qualcosa che le piacerebbe fare con Internet e che ancora non
fa - perché non è capace o non sa se sia possibile?” avrebbe potuto dare spazio a
12
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proposte creative, a idee magari originali. Due intervistate citano l’interesse a imparare a
realizzare un sito, un’altra cita il software Acrobat Reader, le altre segnalano di non
avere interessi particolari, anche se molte pensano che ciò sia dovuto a una scarsa
conoscenza del mezzo.
Uomini
Alla prima domanda (Lei usa Internet?) le risposte sono in genere più concise rispetto a
quelle date dalle intervistate. Fra gli usi citati, prevalgono l’uso di posta elettronica e i file
musicali, oltre naturalmente all’uso prettamente lavorativo.
Alla seconda (C’è qualcosa che non le piace o che non le interessa in Internet?) un solo
intervistato cita i siti pornografici, due le difficoltà d’uso dei motori di ricerca, una sola
persona fa una critica a un certo tipo di utilizzo “Non mi piace la gente che finalizza il
tempo libero all’uso di Internet o del computer in generale”.
Un aspetto che differenzia notevolmente le risposte maschili da quelle femminili è il fatto
che gli uomini citano, usando una terminologia corretta, problemi più tecnici “cookies”,
“spamming”, “trading online”, “firme elettroniche standard”, “firewall”. Va ricordato il
fatto che molte donne intervistate dichiaravano di essere agli inizi nell’uso di Internet,
quindi certamente sono meno a conoscenza di aspetti più sofisticati, certamente, però,
quando gli stessi problemi vengono citati, la terminologia per descriverli è diversa.
Solo una persona cita difficoltà nell’apprendimento dell’uso di Internet, in risposta alla
terza domanda.
La quarta domanda, ricordiamo, era “C’è qualcosa che le piacerebbe fare con Internet e
che ancora non fa perché non è capace o non sa se sia possibile?” A questa domanda la
maggior parte degli intervistati ha collegato la risposta ad un uso lavorativo, creare siti
per presentare la propria attività, risparmiare viaggi di lavoro, lavorare da casa. In
genere si avverte una generale fiducia circa il fatto che, anche se non si conosce
qualcosa, nel momento in cui si dovesse decidere di apprenderlo, non ci sarebbero
problemi.
13
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Conclusioni
Nel condurre le interviste volevamo evitare di creare delle gabbie che costringessero le
persone a dare risposte limitate. Non sapevamo quali nostri eventuali preconcetti
avrebbero potuto filtrare nelle domande.
Il numero ridotto di interviste non ha offerto grandi possibilità di analisi, ma ci ha offerto
alcuni spunti di riflessione.
- Innanzitutto sarebbe importante condurre delle ricerche approfondite, con strumenti e
risorse adeguati, al fine di indagare sulla percezione che hanno di Internet gli adulti che
non hanno particolari conoscenze nel settore. Una certa uniformità nelle risposte, specie
da parte di chi non conosce Internet, ci ha fatto desiderare di poter analizzare più in
dettaglio certe affermazioni, mutuate apparentemente da informazioni che circolano sui
mass-media, inevitabilmente generiche e confuse, sia in senso positivo che in senso
negativo.
L’impatto che i mass-media possono avere nel promuovere un uso realistico e
consapevole di Internet è notevole. Sarebbe auspicabile arrivare a definire delle “buone
prassi” sensibili ai discorsi di genere.
- La sensazione generale che affiora nella lettura delle interviste è quella di un approccio
positivo, di grande interesse e disponibilità nei confronti di Internet. Anche la sensazione
di facilità nell’uso sembra essere diffusa: ma potremmo chiederci se si tratta di una
facilità reale legata a una effettiva usabilità o non, piuttosto, ad un uso generico, che,
vista l’abbondanza dell’offerta, “si accontenta” rinunciando ad affrontare alcune difficoltà
che si incontrano in un uso più approfondito o specifico.
All’inizio del nostro percorso ci eravamo domandati: nell’ottica di elaborare proposte
formative, siamo certi di conoscere le esigenze e gli interessi di adulti ancora lontani dal
mondo di Internet?
Siamo certi che useremo una terminologia, che ci focalizzeremo su modalità
organizzative o di contenuto comprensibili, interessanti, in grado di “agganciare” i futuri
corsisti?
Dopo aver analizzato le interviste (nel corso del secondo anno del Partenariato CIAO!),
abbiamo ritenuto opportuno proseguire sulla nostra strada continuando a parlare con le
persone e chiedendo loro di raccontarci le loro sensazioni, paure, timori. Nuovamente, il
materiale raccolto ci ha offerto lo spunto per riflessioni interessanti, ed ha arricchito le
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nostre attività professionali e il nostro rapporto personale con il computer.
Gli spunti e le idee raccolti nel corso dei tre anni di lavoro ci hanno stimolato ad
ipotizzare un progetto di più ampio respiro, che abbiamo deciso di intitolare
CIAO!Women, in quanto rivolto interamente alla percezione che le donne hanno delle
tecnologie informatiche.
15
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Donne e tecnologie
Rita Bencivenga
Il progetto CIAO! WOMEN è volto ad indagare i bisogni educativi specifici di donne
adulte in relazione alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC).
É necessario ideare approcci innovativi capaci di rispondere al bisogno crescente di
facilitare l’accesso di donne che lavorano o che sono fuori dal mercato del lavoro (per
scelta personale o per motivi familiari) a percorsi educativi:
•
tagliati su misura dei loro desideri specifici;
•
rispondano ai loro bisogni;
•
non necessariamente siano mirati ad un uso lavorativo.
D’altra parte, la rivoluzione informatica non può mantenere o peggiorare le
disuguaglianze di genere, né le disuguaglianze esistenti possono permanere alla base di
presunte abilità differenti di donne e uomini nei confronti della tecnologia.
Considerazioni generali
Le numerose ricerche sulla relazione fra donne e tecnologie condotte nell’ultima decade
in numerosi paesi europei ed extraeuropei hanno dimostrato il bisogno di smantellare lo
stereotipo infondato di una distanza fra le donne e la tecnologia.
Però se consultiamo, per fare solo un esempio, il Glossary Of Adult Learning In Europe, a
cura dell’European Association for the Education of Adults (EAEA), e dell’UNESCO
Institute for Education (UIE), Hamburg, 1999, con il supporto della Commissione
Europea, Programma Socrates Programme, troviamo che esso non contiene termini
come "gender", "donne", "discriminazione di genere".
Sfortunatamente la nostra esperienza ci dice come ciò non sia dovuto al fatto che non vi
sono aspetti specifici da considerare in relazione al tema donne e apprendimento, ma
alla mancanza di consapevolezza di queste specificità, mancanza che spesso si traduce in
conseguenze negative per le donne.
Non prendere in considerazione un problema non significa che tale problema non esista.
Inoltre concetti come “computer indossabili”, “artefatti nella co-costruzione di identità”,
“penetrazione della tecnologia informatica negli oggetti della vita quotidiana”, “identità
multiple e differenziate”, ecc. sono tutti temi di attualità per i cosiddetti “esperti”, ma
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sono ancora lontani dai classici schemi educativi per adulti, donne in particolare.
Infine, mentre poche applicazioni tecnologiche sono disegnate tenendo conto di
specificità di genere, le TIC possono indirettamente avere effetti profondi sui ruoli di
genere, l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne.
Tenendo presente tutto ciò, ci siamo poste le seguenti domande:
•
nella realizzazione di percorsi formativi, siano essi formali o no formali, per un
target femminile, siamo in grado di capire i bisogni e gli interessi di chi è ancora lontano
dal mondo della tecnologia informatica?
•
Sappiamo usare una terminologia che abbia un senso alle orecchie dei
destinatari?
•
Corriamo il rischio di presentare i corsi e le attività formative in modi che siano
appropriati solo per coloro che hanno confidenza con il mondo dell’informatica ma
escludono coloro che non hanno questa familiarità e che non hanno neanche quelle
conoscenze generiche comuni a tutti coloro che sono nati in un’epoca in cui i computer
erano già parte della quotidianità?
o
E, soprattutto, c’è il rischio che gli stereotipi sulla relazione fra donne e tecnologie
possano influenzare coloro che programmano attività educative?
Abbiamo pertanto ritenuto importante fare ricerche più approfondite, usando strumenti
appropriati, per investigare come donne adulte che non abbiamo conoscenze specifiche
del “mondo delle TIC” lo percepiscono. Volevamo raggiungere che non hanno
competenze specifiche per comprendere la loro idea delle TIC e poter di conseguenza
parlare un linguaggio che fosse in grado di stimolare il loro interesse. Non crediamo che
il tipico corso di alfabetizzazione informatica sia in grado di suscitare questo interesse, m
crediamo che sia possibile basare i percorsi formativi su metodi e contenuti che
promuovano una transizione dall’alfabetizzazione informatica alla comprensione di ciò
che i computer e il loro uso rappresenteranno nella vita di tutti i giorni nel giro di poco
tempo.
Una porta di accesso a questa soluzione ci sembra essere il fatto che è stato dimostrato
come la computerfobia di molte donne fosse inizialmente legata alla mancanza di
prodotti (hardware o software) che potessero interessare le donne in modo particolare.
Cherry Turkle, docente di sociologia al MIT a Boston nel suo libro “La vita sullo schermo:
Identità nell’era di Internet” è stata fra le prime a descrivere come le donne hanno
17
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iniziato ad avvicinarsi alle TIC quando hanno smesso di vedere il computer come uno
strumento di programmazione e hanno iniziato a vederlo come un sistema capace di
facilitare la comunicazione.
Scopi del progetto
CIAO!Women si inserisce in un percorso suggerito dal successo di pratiche sviluppate da
donne nel settore dell’educazione degli adulti e sull’attivazione di processi di
empowerment.
Un salto di qualità è necessario al fine di ottenere la qualità e le opportunità idonee a
donne adulte per diminuire il gender digital divide.
Il progetto ha tre scopi principali:
1)
Sviluppare dei percorsi che facilitino la creazione di corsi che tengano conto di
un’ottica di genere,
2)
Contribuire a cambiare l’immagine delle donne adulte in relazione alle TIC agli
occhi dei media, aiutandoli a superare un punto di vista obsoleto che, a giudicare dalle
interviste realizzate nel partenariato di apprendimento CIAO! (vedi capitolo precedente)
non corrisponde alla realtà;
3)
Introdurre un approccio più avanzato alla formazione permanente nel campo
delle tecnologie che faccia fare un salto di qualità rispetto ai corsi tradizionali ormai
obsolete.
Nei capitoli che seguono viene descritto il percorso di ricerca ed i suoi risultati: abbiamo
identificato otto punti chiave da tenere presenti nella riflessione sui futuri percorsi
formativi.
18
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La mia ferramenta.12 Le donne e i loro rapporti con le
tecnologie informatiche
Lara Corradi e Antonia De Vita
Unione Europea e riflessione femminile: un rapporto difficile.
L’Unione Europea ha ribadito più volte la necessità e l’opportunità di affrontare il
tema delle pari opportunità e, aggiungiamo noi, della differenza di genere. Basta far
riferimento al protocollo di Maastricht per vedere con quale enfasi la questione venga
posta: infatti, da un lato si continuano a sostenere, anche attraverso azioni innovative
rispetto al passato, le azioni positive e le misure di promozione della presenza femminile
nell’istruzione e nel mercato del lavoro; dall’altro, si incentiva l’assunzione dell’approccio
di mainstreaming in tutte le politiche attraverso l’integrazione sistematica della
prospettiva di genere in ciascun asse d’intervento del Quadro Comunitario di Sostegno e
dei singoli Programmi Operativi.
Ma cosa significa, in pratica, tenere conto delle raccomandazioni dell’UE in
relazione alle tematiche di genere e alla promozione delle Pari Opportunità? Quali criteri
seguire nell’organizzare attività di progettazione, ricerca, valutazione, nello stilare
questionari e nel realizzare analisi di bisogni per valorizzare gli aspetti legati al genere?
Come conciliare le esigenze e le peculiarità di tutti, donne e uomini, nelle varie attività
che fanno parte di progetti di ricerca nel vasto campo della formazione e dell’educazione
adulta?
Al fine di farsi carico di questi quesiti e nel tentativo di individuare un percorso in
grado di tenere aperta la questione senza schiacciarla in soluzioni veloci e semplicistiche
che risulterebbero necessariamente riduttive e inefficaci, riteniamo sia importante
trovare il modo di incrociare il sapere guadagnato dalla riflessione delle donne in questi
ultimi due secoli in termini di uso del linguaggio, pratiche, e modelli di educazione adulta
e di formazione, e le direttive europee sopra citate. Tale incontro appare nella sua
assoluta necessità e importanza soprattutto se si pensa ai cambiamenti che l’ingresso
massiccio delle donne ha comportato nel mondo del lavoro, dove si parla di
femminilizzazione del lavoro e dove la forte presenza di imprese sociali, soprattutto a
12
Il termine ferramenta è portoghese ed è stato utilizzato da una donna intervistata per indicare la
tecnologia informatica.
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governo femminile, ha aperto nuovi scenari di cui non è più possibile non tenere conto.
Il taglio epistemologico con cui abbiamo affrontato questo progetto ha posto
dunque al centro, come base e punto di partenza, la categoria della differenza sessuale
come paradigma non neutro nella creazione del pensiero, del discorso, dell’agire in
educazione e nella formazione. Il pensiero della differenza sessuale ha mostrato in
termini di riflessione teorica e di ripensamento di azioni e proposte la necessità di non
neutralizzare la differenza femminile e maschile in un orizzonte emancipazionista, di
parità tra uomini e donne che identifica e schiaccia la libera espressione della differenza
sessuale sulla discriminazione tra uomini e donne e sulla rivendicazione dei diritti.
Indagando i meccanismi apparentemente neutri che stanno alla base dei
dispositivi discorsivi della pedagogia e delle pratiche educative, riteniamo sia possibile far
dialogare e interagire tra loro due mondi che altrimenti seguirebbero binari paralleli che
difficilmente si incontrano. Ci interessa far dialogare i linguaggi e le pratiche politiche e
sociali elaborate dalle donne negli ultimi trent’anni con i linguaggi e le pratiche
istituzionali legati all’UE che hanno fortemente orientato e influenzato le politiche dirette
alle donne. Ci auguriamo così di poter ottenere il risultato per noi forse più significativo:
riuscire ad incrociare e far dialogare tra loro le buone prassi individuate da entrambi
questi importantissimi attori sociali, per rendere più efficaci gli interventi futuri,
relativamente alla ricerca, alla progettazione, alla formazione e all’educazione con e per
donne con effetti positivi validi per orientare la formazione rivolta a donne e a uomini.
La riflessione femminile tra Pari Opportunità e femminismo della differenza
Il femminismo13 vede la sua prima vera formulazione con la pubblicazione nel
1792 a Londra del libro Vindication of Right of Woman, scritto da Mary Wollstonecraft.
Bisogna far riferimento al quadro culturale e teorico illuminista per comprendere il
contesto entro cui questo testo nasce; infatti, l’autrice colloca le istanze di liberazione,
parità sociale e politica delle donne nel più generale contesto del programma illuminista
13
L’uso del termine femminismo in questo contesto e con questa accezione va contestualizzato.
Questo termine compare per la prima volta solo nel 1895 e quindi parlarne per un testo di fine
Settecento risulta anacronistico. Tuttavia questa scelta si giustifica volendo riunire in un unico
termine fasi storiche differenti, così come posizioni differenti e molteplici che negli ultimi decenni
del Novecento sono risultate spesso in conflitto. L’impiego del termine indica dunque quel
movimento di pensiero che si è sviluppato a partire da questo testo, facendosi carico della
differenza sessuale come categoria ontologica dell’essere umano, ma che si è poi declinato in
maniera differente a seconda dei Paesi e delle condizioni storico-culturali in cui si è sviluppato.
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dei Diritti dell’Uomo. Scriveva la Wollstonecraft: “è ora di effettuare una rivoluzione nei
modi di vivere delle donne – è ora di restituir loro la loro dignità perduta – e di far sì che
esse, come parte della specie umana, operino, riformando se stesse, per riformare il
mondo”14. Da questa citazione appare evidente che ciò che viene rivendicato dalla
Wollstonecraft è la possibilità per le donne di avere un ruolo attivo nel cambiamento
della loro esistenza, un ruolo centrale nel migliorare una condizione socioculturale in cui
non solo le donne non godevano di pari diritti e dignità rispetto agli uomini, ma erano
anche, in nome della loro “naturale” inferiorità, escluse completamente dalla dimensione
pubblica del sapere e del potere che veniva invece riservata agli uomini, e relegate senza
alcuna possibilità di scelta nella dimensione privata della cura e degli affetti, in cui la loro
educazione e intelligenza non aveva alcun peso e quindi veniva trascurata. Partendo
dalla semplice constatazione che “appartenere al sesso femminile, nascer donne
piuttosto che uomini, significa trovarsi al mondo in una posizione di inferiorità,
oppressione e svantaggio”15, la Wollstonecraft rivolge una critica molto dura e profonda
alla vis,ione patriarcale della società a lei contemporanea, rea di giustificare e perpetrare
una costruzione socioculturale che si basava e aveva il suo fondamento nella superiorità
maschile e nella conseguente inferiorità femminile. In altre parole, ciò che l’autrice
londinese criticava era la visione sessista del mondo, secondo cui “la differenza sessuale
funziona come principio di discriminazione fra un sesso dominante e un sesso
dominato”16, secondo cui il fatto stesso che il genere umano sia fatto di uomini e di
donne giustifica di per sé il ruolo di dominio del sesso maschile a scapito di quello
femminile, ritenuto inferiore e debole.
Tuttavia, sarebbe un errore ritenere che il sessismo criticato dalla Wollstonecraft
alla fine del Settecento fosse una caratteristica storica esclusiva di quel periodo: infatti,
come sostenuto da molte femministe contemporanee, “esso ha la stessa estensione della
tradizione occidentale e tende a coincidervi. Anzi, è addirittura uno dei fondamenti di
questa tradizione: nel senso che, sin dalla sua origine greca, la supremazia dell’uomo
sulla donna viene praticata e teorizzata come un principio naturale e, pertanto, giusto”17.
14
Mary Wollstonecraft, I diritti delle donne, Penguin, London 1992, p. 133.
Adriana Cavarero, Il pensiero femminista. Un approccio teorico, in F. Restaino, A. Cavarero, Le
filosofie femministe, Paravia, Torino 1999, p. 111.
16
Idem, p. 113.
17
Idem, p. 113.
15
21
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Per tale motivo, la critica femminista e femminile all’ordine patriarcale e sessista nel
corso degli ultimi due secoli continua e affronta di volta in volta ambiti diversi: si va dalla
pedagogia alla filosofia, dalla psicologia al diritto, etc. Ciò nonostante, “l’uomo è, per la
maggior parte dei filosofi, il termine di confronto, il metro di misura, il criterio di identità
dell’essere umano, mentre la donna è caratterizzata solamente in negativo, come ciò che
si discosta da questo ideale”18.
Il movimento femminista degli inizi, ha dovuto concentrare le sue forze nella lotta
per il miglioramento delle condizioni di schiavitù in cui molte donne di quei periodi storici
erano costrette a vivere; ciò “ha ‘costretto’ gran parte del femminismo ‘storico’ fra
Ottocento e Novecento, il quale ha trovato espressione esplicita soprattutto nella lunga
fase delle lotte per il suffragio femminile, a collocarsi entro la ‘gabbia’ moderna della
battaglia per l’uguaglianza dei diritti, a partire dal diritto di voto: tale femminismo si è
proposto di far leva sui principi egualitari di matrice illuminista tipici delle democrazie
moderne e di rivendicare il voto sulla base dell’uguaglianza delle donne con gli uomini”19.
Un’uguaglianza ipotetica e velleitaria che, sebbene avesse avuto una sua importanza e
un suo valore nel preciso momento storico in cui era stata formulata e avesse portato a
innegabili e importanti cambiamenti nell’esistenza di molte donne tra Ottocento e
Novecento, con la Prima e soprattutto la Seconda Guerra Mondiale risulta agli occhi di
molte riduttiva, non significativa, e comunque non sufficiente.
Uguaglianza o differenza?
È per prima Virginia Woolf a mettere in parola e a parlare esplicitamente non più
della necessità di riconoscere l’uguaglianza delle donne rispetto agli uomini, ma di
riconoscere che esiste una differenza femminile che è semplicemente diversa, non
necessariamente inferiore: “forse non si tratta né di un pensiero né di un emozione, ma
di qualcosa di più profondo, di più fondamentale. Di una differenza, forse. E diversi lo
siamo, come hanno dimostrato i fatti, per sesso ed educazione. È da quella differenza,
ancora una volta, che può venirvi l’aiuto, se aiutarvi possiamo, per difendere la libertà,
per prevenire la guerra”20. Una differenza dalla quale ripartire per trovare un nuovo
modo di stare al mondo, un modo che non si fondi più sulla sopraffazione di un sesso
18
19
20
Wanda Tommasi, I filosofi e le donne, Tre Lune Edizioni, Mantova 2001, p. 35.
Idem, p. 15.
Virginia Woolf, Le tre ghinee, Feltrinelli, Milano 1984, p. 141.
22
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sull’altro, ma che sia capace di farsi guidare dal difficile equilibrio tra queste due
differenti espressioni dell’umanità: differenza femminile e differenza maschile.
Simone
De
Beauvoir,
un’altra
esponente
molto
significativa
del
primo
femminismo, sviluppa la sua riflessione collocandosi sul versante del femminismo
paritario in quanto sostiene che non esiste una differenza femminile da valorizzare, ma
l’essere donna non è altro che una costruzione socioculturale che in quanto tale va
modificata: “donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico,
economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è
l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il
castrato che chiamiamo donna”21. È una costruzione che è estremamente difficile da
modificare perché le donne stesse sono complici di questa visione che le pone in una
posizione secondaria, inferiore: “quando l’uomo considera la donna come l’Altro, trova
dunque in lei una complicità profonda. Così la donna non rivendica se stessa in quanto
soggetto perché non ne ha i mezzi concreti, perché esperimenta il necessario legame
con l’uomo senza porne la reciprocità, e perché spesso si compiace nella parte
dell’Altro”22.
Parliamo
di
femminismo
della
differenza
riferendoci
in
particolare
a
quell’esperienza, soprattutto italiana, francese, spagnola e sudamericana, che in
polemica con il più classico femminismo paritario di tradizione nordeuropea e americana,
non legge la differenza femminile esclusivamente come discriminazione sessuale, come
un difetto da colmare, ma come una potenzialità, come una diversità costitutiva che
proprio nel suo essere diversa/differente costituisce una risorsa possibile.
Il paradigma della differenza sessuale deve la sua origine ad un gruppo di
psicanaliste che, criticando l’impianto psicoanalitico tradizionale, in particolare quello
freudiano, constatarono che nel corpus della tradizione vi era un vuoto, un vuoto di
elaborazione e rappresentazione del significato profondo dell’essere donna. A partire da
questa iniziale constatazione, questo gruppo di donne si spinse oltre nella riflessione
arrivando alla conclusione – che poi costituirà anche il punto di partenza per gran parte
della riflessione femminile successiva – che fosse necessario individuare un nuovo ordine
simbolico di matrice femminile. Tali idee si diffusero in gran parte dell’Europa e Sud
21
22
Simone De Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano 1961, vol. II, p. 15.
Idem, vol. I, p. 20.
23
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America, e iniziarono a circolare amplificate e modificate: “negli anni settanta,
comunque, il paradigma della differenza sessuale viene messo a punto in Francia, da
Politique et Psychanalyse, in Italia da alcune femministe raccolte intorno a Carla Lonzi e
al gruppo di ‘Rivolta femminile’: in seguito, l’eredità di tali gruppi è stata raccolta, in
Francia, da Luce Irigaray, Julia Kristeva e Helene Cixous, e, in Italia, da Lia Cigarini e
dalla Libreria delle donne di Milano e da Luisa Muraro e dalla comunità filosofica
femminile ‘Diotima’. Il pensiero della differenza femminile ha inoltre avuto risonanza in
Germania, in Spagna e in America latina”23.
Il pensiero della differenza sessuale: l’esperienza italiana
Il femminismo della differenza parte dalla presa d’atto dell’innegabile differenza
tra uomini e donne: differenza che è analizzata e affrontata nella sua interezza, non
essendo possibile per queste pensatrici ridurla né a semplice dato biologico e tanto meno
a semplice costruzione sociale come il pensiero del ‘gender’ tende a fare24. A partire da
questa differenza iniziale e costitutiva, il femminismo della differenza si interroga sulla
possibilità che questa caratteristica ontologica possa costituire una potenzialità per
entrambi i sessi che costituiscono il genere umano, donne e uomini. È una differenza, un
essere diverse quella di cui si parla nel femminismo della differenza, che pone le donne
fuori/a lato di quella competizione per omologarsi al modello maschile e primeggiare, per
dimostrare di non essere mancanti, inferiori, ma solamente diverse dal sesso maschile a
cui non ritengono più necessario uniformarsi – cosa che invece è molto presente nella
riflessione emancipazionista. A creare resistenza rispetto alla possibile accettazione di
questa nozione di differenza intesa come arricchente, contribuisce il fatto che in
Occidente il concetto di differenza è sempre letto nell’ottica dell’identità, quindi come una
mancanza rispetto ad un modello dato: “Manca, nella modernità, un concetto libero di
differenza, tale che essa non scada subito in essere da meno; manca l’idea di disparità
arricchente, di differenza che, evitando la simmetria mimetica che ben presto si tramuta
23
Wanda Tommasi, I filosofi e le donne, op. cit. p. 27.
Inoltre, ritengo sia importante non considerare la differenza femminile solo come un dato
biologico, ma nemmeno semplicemente una costruzione sociale: “può essere utile la distinzione
fra condizione e differenza femminile: intendo come condizione femminile la storicità della
posizione della donna entro una determinata società […], mentre affermo, con il concetto di
differenza femminile, il senso libero della differenza sessuale. È chiaro che, nel vissuto esistenziale
di ogni donna di ogni epoca, condizione e differenza femminile vanno insieme e che l’una non si
dà senza l’altra”, Wanda Tommasi, I filosofi e le donne, op. cit., p. 19.
24
24
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in competizione, sia fonte di arricchimento per entrambi gli elementi in relazione; manca
perfino, nella nostra cultura occidentale, la parola per disegnare una disparità non
inferiorizzante, e questa assenza è sintomatica di un vuoto di pensiero”25.
Il femminismo della differenza critica e si contrappone all’idea delle Pari
Opportunità proprio in virtù della sua critica al concetto di uguaglianza: così come non
esistono due soggetti completamente uguali e con le medesime opportunità, non esiste
una differenza femminile da superare, da oltrepassare. Emblematico in quanto è
portatore di una falsa idea di uguaglianza, risulta quindi il modello sociale americano: “il
sistema americano si fonda sulla metafora di un rapporto idealizzato tra fratelli
potenzialmente uguali, nel quale l’affetto si mescola con la competizione. In realtà è raro
che due fratelli siano davvero uguali, e le sorelle ancor meno”26.
Dunque, la critica al femminismo paritario da parte del femminismo della
differenza è dovuta al fatto che mentre il primo interpreta e vive la differenza femminile
esclusivamente “come un’inferiorità da cui le donne dovrebbero emanciparsi”27, nel
secondo, usando le parole di Luisa Muraro, una delle rappresentanti italiane più
significative di questo movimento, “la differenza dei sessi differisce da ogni altra
differenza storica o antropologica perché non passa fra due entità rappresentabili come
tali, ma marca di sé l’essere umano senza farne due esseri, e rendendolo, a rigore, un
essere incoerente, non rappresentabile. Quanto a umanità, una donna e un uomo sono
fra loro identici e differenti, al tempo stesso”28.
Dalla differenza di genere a pratiche formative e di ricerca in una prospettiva
non neutra
La femminilizzazione del mondo del lavoro è un concetto molto diffuso nella
letteratura specifica e non solo, che riporta ad un fenomeno molto massiccio e di lunga
durata, come appunto l’ingresso delle donne nel mercato lavorativo. La portata di tale
fenomeno è tale che da più parti, non solo quindi dal mondo femminista
tradizionalmente inteso, ci si è interrogati sui cambiamenti in termini di impegno,
prospettive, paure, desideri, resistenze e ambizioni che questo ingresso massiccio ha
comportato sia nel mercato del lavoro, ma anche nella sfera tradizionalmente indicata
25
26
27
28
Wanda Tommasi, I filosofi e le donne, op. cit., p. 15.
Mary Caterine Bateson, Comporre una vita, Feltrinelli, Milano 1992, p. 22.
Wanda Tommasi, I filosofi e le donne, op. cit., p. 15.
Luisa Muraro, Oltre L’uguaglianza in Diotima, Oltre l’uguaglianza, Liguori Editori, 1995, p. 106.
25
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come privata, cioè nel mondo della cura e nei rapporti familiari.
Lo sforzo di questi anni di molte studiose, scienziate e istituti di ricerca e
formazione è stato quello di individuare pratiche e metodologie formative e di ricerca che
non presupponessero di essere neutre29, che non intendessero negare la differenza che è
data dal nascere uomini o donne, ma che proprio a partire da questa differenza non
meramente biologica, riuscissero a dar conto di diversi modi di esprimersi, di studiare, di
lavorare, di approcciarsi al mondo tecnologico. Il risultato di tale impegno è stata
l’individuazione di alcune pratiche e metodologie che non solo non neutralizzano i saperi,
ma che sono capaci di restituire in una dimensione complessa e articolata uno sguardo
non neutro sul mondo.
Alcune delle metodologie utilizzate dalle scienze sociali sono state individuate
come particolarmente idonee, altre sono state inventate ad hoc per soddisfare le
esigenze di ricerca e formazione che facevano riferimento alle pratiche adottate
all’interno di quel movimento portato avanti dalle donne a partire dagli anni ‘6030.
Tra questa, per il tipo di indagine che abbiamo condotto, abbiamo individuato
nell’intervista narrativa31 la metodologia più idonea ad indagare a livello profondo il tipo
di rapporto che, consciamente o inconsciamente, le donne adulte instaurano nel corso
della loro vita con le tecnologie informatiche, in particolare con l’utilizzo del computer e
dei sistemi di comunicazione informatica come internet e la posta elettronica. La più
idonea per raccontare storie di donne32; essa infatti ci è parsa una delle poche
metodologie in grado di rispettare quei parametri di ricerca e formazione che la
riflessione femminile ha individuato: la centralità dei soggetti e della pratica del partire
da sé33; l’attenzione all’uso di un linguaggio “sessuato”; l’importanza della narrazione34 e
29
Luce Irigaray, Parlare non è mai neutro, Editori Riuniti, Roma 1991.
AA. VV., Donne in formazione. Proposte metodologiche e piste di lavoro (1999), pp. 13-17.
31
Robert Atkinson, L’intervista narrativa, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002.
32
Heilbrun, Scrivere la vita di una donna, La Tartaruga, Milano 1990.
33
“la pratica del partire da sé […] consiste nel trovare le parole per dire il reale e per portarlo alla
sua verità […] è indubbio che la pratica del partire da sé risulta più consueta alle donne che agli
uomini. Sembra che le donne la sentano in continuità con altri aspetti della loro esperienza […] La
pratica del partire da sé crea uno squilibrio simbolico. Introduce qualche cosa di completamente
originale rispetto a questa continuità. Il fatto è che ritorna ai vissuti, ma fa questo per avere una
via di orientamento nel mondo, rifiutando il sapere costituito”, Chiara Zamboni, Prefazione in
Diotima, La sapienza di partire da sé, 1996, pp. 1-3.
34
Cfr. Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione,
Feltrinelli, Milano 1997.
30
26
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delle pratiche biografiche e autobiografiche.35
Infatti, fondamentale è riuscire a far parlare sé stessi e la propria singolarità, dar
voce alle proprie esperienze, capitalizzare un bagaglio di conoscenze che molto spesso
viene sottovalutato, mettendo in parole e facendo i conti con le proprie paure e
aspettative, desideri e bisogni. In questa cornice, una particolare attenzione va data al
linguaggio dal momento che “il linguaggio, in quanto sistema che riflette la realtà
sociale, ma al tempo stesso la crea e la produce, diviene il luogo in cui la soggettività si
costruisce e prende forma, dal momento che il soggetto si può esprimere solo entro il
linguaggio e il linguaggio non può costituirsi senza un soggetto che lo fa esistere”36.
Creare le condizioni perché si possa utilizzare un linguaggio sessuato significa
restituire ai soggetti – sia femminili che maschili – uno sguardo sulla realtà più
complesso e complessivo, che non nega o ritiene irrilevante l’esperienza e il sapere che
deriva dall’essere uomini o donne. Significa in altre parole creare le condizioni affinché
ogni individuo, uomo o donna non importa, possa trovare nel linguaggio uno strumento
efficace ed utile per descrivere la propria esperienza, per dar conto di sé agli altri e alle
altre.
Il bisogno di raccontarsi
Fin dall’antichità, il bisogno di raccontare se stessi, di consegnare la propria
esistenza alla memoria altrui ha trovato svariate forme di espressione, tra cui i miti e le
leggende sono forse i rappresentanti più conosciuti e diffusi. Questo bisogno
nell’antichità aveva un carattere più mitologico e nel medioevo assunse un carattere
religioso -si pensi alle Confessioni di Sant’Agostino- ma è l’avvento della soggettività
moderna e contemporanea a dare ai soggetti, ai singoli individui e alla loro storia
quell’importanza che noi tutti oggi riconosciamo loro. È un processo storico molto lungo
e complesso che arriva ad individuare nella singolarità, nella particolare storia di ogni
individuo un tema centrale su cui soffermarsi per analizzare, capire, formare e
tramandare: “è la società mercantile e borghese, che indebolisce gli ordini sociali
tradizionali, che fa appello alle forme individuali, che laicizza la visione-del-mondo, a
35
Cfr. Duccio Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Cortina, Milano 1996, e
Ferrrarotti, Storia e storie di vita, Laterza, Roma-Bari, 1996.
36
Patrizia Violi L’infinito singolare. Considerazioni sulla differenza sessuale nel linguaggio, Essedue
edizioni, Verona, 1986, p. 10.
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rendere il soggetto sempre più autonomo e, per questa autonomia, sempre più forte.
Quindi ne legittima e ne potenzia l’espressione e il riconoscimento, anche narcisistico,
anche compiaciuto”37.
Diventa fondamentale la narrazione come forma espressiva di sé per tutti, uomini
e donne, come momento essenziale alla propria formazione: “le scritture dell’io sono
strutturalmente problematiche, ma proprio per questo costituiscono un percorso
formativo, in quanto doppiano l’esperienza, la rivivono, le danno un nuovo statuto, una
nuova forma”38.
Le forme biografiche e autobiografiche sono da sempre un genere preferito dalle
donne; c’è in esse una differenza femminile che si esprime e che è strettamente
connessa alle possibilità che questa modalità di scrittura apre alla soggettività e alla sua
libera espressione. L’autobiografia, come pure altre pratiche connesse all’espressione del
sé, sono state tradizionalmente associate alle donne e solo più recentemente largamente
impiegate in campo pedagogico e formativo. E’ dunque particolarmente significativo
considerare l’importanza delle pratiche autobiografiche e delle metodologie ad esse
connesse per indagare quali relazioni intercorrono tra le donne e l’impiego del computer.
37
38
Franco Cambi, L’autobiografia come metodo formativo, Editore Laterza , Roma-Bari, 2002, p. 5.
Idem, p. 18.
28
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L’intervista narrativa
Lara Corradi
Alcune questioni metodologiche
Come anticipato nel capitolo precedente, tra le diverse metodologie per le
ricerche e le indagini qualitative, abbiamo individuato nel metodo autobiografico lo
strumento migliore al fine di condurre la nostra ricerca. Essa è risultata la metodologia
più pertinente per indagare in profondità i vissuti, i sentimenti e i rapporti che le donne
adulte vivono, percepiscono e adottano nei confronti delle tecnologie, oltre o nonostante
gli stereotipi che in particolare su questo tema noi tutti, uomini e donne, abbiamo
ereditato. Andare oltre gli stereotipi è un passaggio fondamentale per riuscire a superare
la retorica contrassegnata da una scarsa autostima che talvolta si incontra nel fare
formazione con donne L’intervista narrativa offre l’occasione di raccogliere delle storie
(di vita o di particolari esperienze) e di indagare ogni questione, ogni affermazione da
più punti di vista; spesso ha il potere di far prendere coscienza chi è intervistato/a di
aspetti di sé e del proprio percorso di cui fino a quel momento non era pienamente
consapevole: “alle storie viene riconosciuto un elevato valore in quanto materiale di
intervento: ovvero come strumento per ‘far accadere delle cose’ nei contesti di vita a di
lavoro”39. Per questo spesso le interviste narrative vengono considerate momenti
formativi sui generis: “l’autobiografia è – nel mondo contemporaneo – sempre più un
processo di formazione, anzi quel processo basico di formazione a cui ogni soggetto è
chiamato, è costitutivamente – nella sua debolezza – vocato”40.
Concentrandoci
sull’intervista
narrativa,
abbiamo
previsto
fin
dalla
fase
progettuale di formare i diversi partner, che, come vedremo meglio nei prossimi capitoli,
abbiamo scelto soprattutto in base al ruolo specifico nel campo dell’educazione adulta
senza richiedere una competenza specifica rispetto a questa metodologia, attraverso dei
laboratori di formazione-autoformazione che hanno costituito il primo momento di lavoro
comune. Per evitare poi che le donne intervistate si sentissero giudicate prima ancora
che ascoltate, abbiamo scelto, quando possibile, di impiegare intervistatrici donne
secondo le indicazioni che derivano dalla tecnica del peer to peer, quindi tra pari, forti
anche
39
40
dell’efficacia
della
pratica
dell’autocoscienza
femminile.
Della
Prefazione di Claudio G. Cortese in Robert Atkinson, L’intervista narrativa, op. cit..
Franco Cambi, Prefazione a L’autobiografia come metodo formativo, op. cit..
29
pratica
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dell’autocoscienza possiamo sottolineare che essa costituì “il punto di partenza di una
politica autonoma che ha consentito alle donne, forse per la prima volta nella storia
occidentale documentata, di tendere alla libertà indipendentemente dalla ricerca
maschile di libertà”41.
Possiamo definire intervista narrativa un colloquio finalizzato alla raccolta di
storie, in cui il ricercatore o la ricercatrice ha il ruolo di intervistatore/trice, e il soggetto il
ruolo di intervistato/a. Già in questa iniziale definizione si aprono alcune questioni che
riguardano il perché riteniamo importante raccogliere storie, il tipo di storie da
raccogliere e la veridicità delle storie raccolte, ovvero se possiamo essere certe che
quelle raccolte sono storie vere.
Riteniamo sia importante raccogliere racconti, storie, narrazioni perché le storie, i
racconti, le narrazioni hanno il grandissimo potere di generare conoscenza, di produrre
sapere. In che senso? Quando un essere umano racconta, è costretto a fare i conti non
solo con l’ascoltatore o l’ascoltatrice senza il quale il suo racconto non verrebbe ascoltato
e sarebbe quindi inutile, ma anche con la realtà stessa che deve raccontare perché, non
potendo raccontare tutto, deve decidere cosa raccontare e come, con quale ordine e
secondo quale logica, e cosa invece omettere e perché. Le storie intervengono quindi nel
rapporto che ogni individuo ha con la realtà, cioè gli consentono di conoscersi e a sua
volta di farsi conoscere.
Una seconda questione concerne invece il tipo di storie da raccogliere. La
letteratura specialistica individua tre principali tipi di materiale di ricerca: la story, la life
story e la history42. La history è la cronaca, il racconto in terza persona in cui si vuole dar
conto in maniera “oggettiva” del materiale raccolto, in cui il ricercatore o la ricercatrice
utilizza parole proprie per raccontare l’esperienza dell’intervistato. Per la nostra indagine,
è la tipologia meno interessante perché sposta l’attenzione dal punto di vista
dell’osservatore, tende a togliergli il ruolo di esperto, a collocarlo lontano dall’esperienza
personale che invece ci interessa raccogliere. È uno dei modi in cui la restituzione di
story e life story può essere presentata. Story e life story invece raccolgono e riportano
la narrazione in prima persona in cui il singolo individuo racconta la propria esperienza o
41
Luisa Muraro, Oltre L’uguaglianza in Diotima, Oltre l’uguaglianza, Liguori Editori, Napoli, 1995,
pp. 107-108.
42
Prefazione di Claudio G. Cortese in Atkinson, L’intervista narrativa, op. cit.
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su un determinato argomento o questione, in questo caso si tratta della story, o durante
la sua intera vita, ed in questo caso stiamo raccogliendo la life story.
Per la nostra ricerca è interessante la story, ovvero appunto il racconto in prima
persona in cui l’intervistata ci racconta la sua esperienza in rapporto all’argomento da noi
precedentemente proposto, ovvero al rapporto che esiste tra donne adulte e tecnologia
informatica in termini di utilizzo, apprendimento, etc.
Terza questione: quelle che stiamo raccogliendo, sono storie vere? Ovvero, la
persona che stiamo intervistando ci sta effettivamente raccontando ciò che pensa? In
effetti, il rischio che qualcuno menta intenzionalmente c’è sempre, e può capitare anche
quando gli si chiede di compilare un questionario. Su questo punto le ricercatrici non
hanno alcun potere di intervento, potere di intervento che invece possiedono sul fronte
delle motivazioni. Infatti, diversi sono i motivi per cui qualcuno decide di mentire: perché
non gli interessa partecipare, perché non ha voglia di farlo, perché non ha voglia di
esporsi su determinati argomenti che magari costituiscono proprio il nostro oggetto
d’indagine. Ritengo che le ricercatrici abbiano un forte potere di intervento per suscitare
motivazione: esse infatti svolgono un ruolo centrale nello spiegare e nel definire il
cosiddetto “contratto iniziale”, ovvero nel presentare il lavoro e i suoi obiettivi, nel
presentare le regole del lavoro e nel verificare l’interesse e la disponibilità effettiva, reale
e concreta dei diversi soggetti contattati nel dedicare tempo e attenzione alle interviste,
quindi alla nostra ricerca. Infine, ci si può chiedere se nel racconto il soggetto distorce
inconsapevolmente la realtà, ovvero se il suo racconto corrisponde alla realtà. In verità,
come molti studi anche recenti dimostrano, il problema dei fatti che esistono in sé e per
sé, indipendenti dal soggetto che li raccoglie è insostenibile. Non esiste una realtà se non
nel momento in cui una persona la osserva e la racconta, e nel momento in cui lo fa, per
quanto cerchi di mantenersi il più oggettivo e imparziale possibile, imprimerà
all’osservazione e al racconto il suo personale sguardo e punto di vista. Sguardo e punto
di vista che variano a seconda di molteplici fattori quali l’età, il sesso, la provenienza, la
formazione, etc.
In altre parole, in questa fase della ricerca sociale ci troviamo in presenza del
principio di indeterminazione di Heisenberg, il fisico tedesco che nel 1932 ricevette il
nobel per la sua formulazione. Secondo questo principio, è impossibile conoscere
contemporaneamente la posizione e l’energia di un elettrone perché, per conoscere la
31
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prima, dobbiamo intercettarlo, per conoscere la seconda, dobbiamo bombardarlo con un
fascio di luce. In entrambi i casi, abbiamo modificato in funzione della nostra ricerca le
condizioni iniziali del nostro oggetto di ricerca, l’elettrone appunto. Lo stesso possiamo
dire per tutte le ricerche che vengono condotte in ambito sociale. Nel momento in cui ci
avviciniamo ad un oggetto di ricerca anche solo per osservarlo, ne modifichiamo le
condizioni di partenza. È inevitabile. La cosa importante è che siamo consapevoli di noi,
del nostro ruolo, della modificazione che il nostro sguardo implica, e che cerchiamo il più
possibile di limitare i cambiamenti che la nostra presenza comporta. Altra cosa
fondamentale è collocarsi, perché il collocarsi, l’esplicitare la nostra storia, i nostri
presupposti e le nostre finalità, permette a noi di capire meglio da dove stiamo
osservando, cosa e perché, e soprattutto consente a chi è intervistato e a chi leggerà il
nostro lavoro di capire ciò che sta capitando, e di comprendere il quadro teorico entro
cui si colloca la ricerca.
L’intervista narrativa e la sua realizzazione
Si definisce intervista narrativa quell’intervista aperta durante la quale al soggetto
intervistato viene chiesto di raccontare in prima persona il suo vissuto o la sua
esperienza attorno ad un determinato tema.
La prima caratteristica di queste interviste è costituita dal ruolo attivo del
ricercatore o della ricercatrice: infatti, il ricercatore o la ricercatrice ha il compito di
facilitare, senza modificare, il contenuto del racconto che sta ascoltando. Facilitare
significa aiutare, favorire il racconto e lo si può fare in diversi modi: annuendo,
sorridendo, facendo delle domande per ottenere chiarimenti. Atkinson43 parla addirittura
di un atteggiamento empatico che si dovrebbe tenere nei confronti di chi si sta
esponendo nel racconto. Se l’empatia rimane un atteggiamento estremo lasciato alle
caratteristiche personali del singolo intervistatore, rimane comunque vero che chi è
intervistato deve sentire che l’intervistatore si interessa veramente a lui e alla sua storia,
perché “se l’intervistato ‘sentirà’ che si prova interesse per lui e che gli si presta
attenzione perché le cose ha da dire sono veramente importanti, si sentirà rinforzato e
rassicurato”44 e l’intervista procederà molto più fluidamente. Ciò che dobbiamo aver
43
44
Robert Atkinson, L’intervista narrativa, op. cit.
Silvia Kanizsa, Che ne pensi?, Carocci, Roma 1993, p. 25.
32
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sempre presente è che stiamo chiedendo ad un essere umano di esporre il suo punto di
vista, e quindi di esporsi apertamente a noi che probabilmente siamo per lui o lei dei
perfetti sconosciuti. E questo non per tutti è semplice.
Inoltre, l’intervistato o l’intervistata non possono sapere se quanto ci hanno
raccontato è sufficiente o se abbiamo bisogno di ulteriori specifiche o chiarimenti. Siamo
noi in quanto intervistatrici che abbiamo il ruolo di regia, che abbiamo la visione
d’insieme e che quindi dobbiamo orientarli, anche con brevi e semplici accenni.
Anche se vi si avvicina molto, non si deve credere che l’intervista narrativa sia
una conversazione: infatti, si differenzia da questa per il ruolo centrale che
l’intervistato/a ha rispetto all’intervistatore/trice, che deve essenzialmente limitarsi ad
ascoltare e registrare ciò che gli vien detto. Ascoltare attentamente è molto difficile: la
prima cosa da fare è non giudicare perché il giudizio-pregiudizio può influire sia
positivamente che negativamente sull’andamento dell’intervista, può portarci anche
involontariamente a leggere una affermazione in una maniera equivoca che avvalora
quanto già ipotizzavamo prima di metterci in ascolto: “quando giudichiamo noi
interpretiamo l’operato, il detto o il vissuto dell’altra persona secondo il nostro
particolarissimo punto di vista, che nasce dalla nostra esperienza, dalla nostra vita, dalla
nostra storia, che possono al massimo essere simili, ma mai identiche, a quelle dell’altra
persona”45.
Da questo si capisce che ogni intervista narrativa, essendo appunto una
narrazione, è diversa dall’altra come diversi sono i soggetti che andremo incontrando.
Dobbiamo avere ben in mente cosa vogliamo sapere, ma non possiamo prevedere
troppo nel dettaglio quando e come riceveremo l’informazione che ci aspettiamo.
A chiusura dell’intervista, una cosa fondamentale è ricordarsi di ringraziare chi ci
ha concesso l’intervista: di ringraziare per il tempo che ci ha dedicato, e per avere messo
a disposizione la sua esperienza per altri. E’ importante fargli/le capire che ciò che è
stato offerto viene considerato e valorizzato alla maniera di un dono.
Fasi dell’intervista narrativa
L’intervista narrativa è strutturata in diverse fasi: 1) la pianificazione o preintervista; 2) la realizzazione; 3) l’interpretazione o post-intervista.
45
Silvia Kanizsa, Che ne pensi?, op. cit., p. 22.
33
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1) La pianificazione
Pianificare un’intervista significa preparare nei minimi dettagli l’intervista. Di
solito, la prima cosa da fare è stabilire il canovaccio base su cui strutturare l’intervista.
Bisogna cioè stabilire in anticipo quali informazioni inerenti il nostro oggetto di ricerca
dobbiamo assolutamente conoscere al termine del nostro colloquio, ricordandoci sempre
che non dovremo mai porre le domande in sequenza –non stiamo somministrando un
questionario o un intervista strutturata-, ma lasciare il più possibile spazio all’intervistata
e al suo racconto.
Per seconda cosa, bisogna decidere chiaramente chi intervistare, ovvero bisogna
decidere chi, in relazione al tema della ricerca, potrebbe secondo noi fornirci indicazioni
utili. Una volta individuate le persone, bisogna verificare che le ipotesi che abbiamo fatto
siano corrette, ovvero che le persone in questione possano effettivamente rispondere
alle nostre aspettative. Oltre a ciò, si deve verificare la loro disponibilità effettiva: in
genere, un’intervista narrativa ha una durata media di un’ora e mezza, bisogna quindi
capire se la persona in questione può effettivamente dedicarci questo tempo nel periodo
che abbiamo a disposizione per realizzare la ricerca. Un’altra cosa essenziale da fare è
presentare chiaramente sia gli scopi della nostra ricerca, che lo scopo dell’intervista.
Bisogna quindi spiegare con precisione qual è il nostro oggetto d’indagine, e cosa ci si
aspetta invece dall’intervista. Infatti, mentre il primo è più generale, il secondo è più
specifico e attiene l’esperienza del singolo. Nel nostro caso l’oggetto della ricerca è capire
che tipo di rapporto le donne adulte assumono nei confronti delle TIC, lo scopo delle
singole interviste è farsi raccontare brevi esperienze durante le quali queste donne
hanno sperimentato questo rapporto. Se non siamo state abbastanza chiare nel definirli,
può verificarsi quello che Cortese46 ha chiamato la “sindrome del buon samaritano”,
ovvero la tendenza dell’interlocutore/trice a rispondere in prima persona ai quesiti della
ricerca, anziché offrire semplicemente i dati di esperienza che spetterà poi a noi
ricercatrici analizzare ed interpretare.
Tutte queste operazioni rientrano in quello che prima abbiamo chiamato il
“contratto iniziale”. Ma la fase di preparazione va un po’ oltre la definizione di questo
contratto. Infatti, un altro aspetto importante è l’individuazione del luogo in cui realizzare
l’intervista, del setting. Sarebbe opportuno coinvolgere l’intervistato/a in questa scelta, in
46
Prefazione di Claudio G. Cortese in Atkinson, L’intervista narrativa, op. cit., p. XXXI-XXXII.
34
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modo da individuare insieme un luogo sufficientemente silenzioso e confortevole in cui
possa sentirsi a suo agio. Potrebbe essere l’ufficio se lavora da solo/a, o la propria
abitazione. È in ogni caso consigliabile evitare luoghi affollati o in cui sia facile essere
interrotti e quindi perdere la concentrazione.
Inoltre, le ricercatrici devono munirsi di un registratore con cui memorizzare i
racconti, ovviamente dopo avere chiesto e ottenuto dalle intervistate il permesso per
effettuare la registrazione. Di fondamentale importanza, pena il non instaurarsi di quel
rapporto di fiducia tra chi intervista e chi è intervistato, chiedere subito il permesso di
registrare l’intervista, spiegando che è anonima e che l’utilizzo delle registrazioni è
puramente interno, è cioè finalizzato a ripercorrere i passaggi che possono essere
risultati poco chiari o che possono essere sfuggiti durante la prima fase di ascolto. Infine,
le ricercatrici dovranno sempre assicurarsi di avere con loro delle pile di ricambio e delle
cassette aggiuntive, in modo che se per un qualsiasi motivo una cassetta non fosse
sufficiente o le pile finissero, potranno averne di scorta. Se utilizzano registratori digitali
devono fare attenzione alla memoria interna: infatti, in quelli di prima generazione che
venivano venduti in Italia, lo spazio di registrazione non sempre era sufficientemente
ampio, ed era comunque necessario poter accedere ad un computer per scaricare il file
contenente la registrazione prima di effettuarne un’altra.
2) La realizzazione
Come sarà ormai chiaro, l’intervista narrativa è un processo collaborativo che
coinvolge sia intervistatore/trice che intervistato/a. È bene ricordarsi di lasciare il
maggior spazio possibile all’intervistata, ponendo il minor numero di domande possibili.
Inizialmente, sarà necessario stimolare l’intervistato/a: con quali domande? Da
evitare quelle domande che implicano una risposta semplicemente affermativa o
negativa perché si rischia di finire in un vicolo cieco. Migliori sono le domande aperte che
suscitano risposte più ampie. Alcuni semplici consigli pratici47: 1) non fare mai più di una
domanda per volta perché si rischia di confondere l’intervistato che deve scegliere a
quale domanda dare priorità; 2) porre domande brevi perché “nelle domande troppo
lunghe l’intervistato si perde”48; 3) porre domande il più possibile neutre, cioè non
connotate né positivamente né negativamente, perché altrimenti il rischio è che chi
47
48
Cfr. Silvia Kanizsa, op. cit. , pp. 92-94.
Idem, p. 93.
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risponde senta nella connotazione anche un giudizio di valore su di sé.
Di fondamentale importanza sarà individuare lo “stimolo iniziale”49 cioè quella
domanda che, con il minimo di parole e informazioni utilizzate per formulare la richiesta,
implica risposte molto ampie (chiedere una presentazione personale o il racconto di un
fatto specifico); oppure degli incipit molto specifici che entrano molto nel dettaglio del
tema dell’indagine lasciando molto spazio all’intervistato/a (farsi raccontare una specifica
esperienza o descrivere una situazione particolare).
Può capitare che durante lo svolgimento dell’intervista la persona intervistata si
interrompa, non proceda facilmente. Occorre allora rincalzarla con consegne informative
e/o valutative50; le prime sono domande che esplicitano la necessità di una ulteriore
spiegazione (non ho ben capito, in che senso, come), le seconde invece rilanciano delle
specificazioni (perché, a che scopo, come mai)51.
3) L’interpretazione
La fase dell’interpretazione a sua volta si divide in due momenti differenti: la
trascrizione e l’interpretazione vera e propria.
La trascrizione deve seguire delle regole base molto semplici: la chiarezza, la
completezza e la concisione52. Ovviamente, per passare dalla registrazione di
un’intervista narrativa a una narrazione fluente sarà necessario intervenire, ma è bene
farlo il meno possibile. L’intervento di editing deve attenere il significato, per questo
bisogna:
• aggiungere parole o frasi che risultano mancanti per la comprensione. In questo
caso le parole aggiunte vanno messe tra parentesi quadre;
• dare importanza a silenzi o pause se si sono verificati, specificandone il senso;
• se necessario, specificare il gesto o il suono significativo (come risate o sospiri)
che hanno accompagnato una determinata frase;
• cancellare parole o frasi estranee (false partenze, esitazioni, frasi retoriche…);
• eliminare e/o correggere incongruenze grammaticali.
Alla fine della trascrizione è bene riascoltare la registrazione per essere certe di
49
Giovanna Granturco, L’intervista qualitativa. Dal discorso al testo scritto, Edizioni Guerini e
Associati, 2004, p. 92.
50
Rita Bichi, L’intervista biografica. Una proposta metodologica, Milano, V e P Università, 2002,
p.114.
51
Giovanna Granturco, L’intervista qualitativa. Dal discorso al testo scritto, op. cit., pp. 93-94.
52
Cfr. Robert Atkinson, L’intervista narrativa, op. cit. pp. 83-88.
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aver riportato correttamente, quindi senza fraintendimenti, il significato originario.
L’interpretazione vera e propria è forse la fase più delicata dell’intervista narrativa
perché chiede alla ricercatrice di mettere in campo la sua soggettività per comprendere e
restituire il racconto ricevuto e analizzato.
Per prima cosa, bisogna avere bene in mente che “l’obiettivo, nell’interpretazione
del racconto autobiografico, è esplorare i dati contenuti in esso”53, sapendo che “noi non
esprimiamo dei giudizi, ma facciamo delle connessioni”54. Quindi, la nostra deve essere
prima di tutto un’analisi conoscitiva, bisogna arrivare a conoscere molto bene il materiale
da trattare, maneggiandolo con estrema familiarità. Inoltre, si deve sempre ricordare che
non stiamo verificando se quanto detto è giusto o sbagliato, ma stiamo cercando di
comprendere le parole raccolte, collocandole in un quadro di riferimento più ampio che
tenga conto della provenienza di ogni soggetto, del suo sesso, del suo bagaglio culturale,
sociale e valoriale.
Diverse sono le metodologie con cui analizzare e affrontare un’intervista narrativa
- possono essere quantitative, qualitative o comparative -, ma tutte devono sempre
essere utilizzate come domande iniziali, come ipotesi di lavoro da verificare e/o
modificare in itinere, mai come certezze iniziali da confermare con le interviste
narrative55.
Una delle forme più appropriate per dar conto della propria analisi delle interviste
narrative è il commentario, cioè un’appendice al racconto delle esperienze che a partire
dalla ricostruzione del background iniziale, possa aiutare il lettore a rapportarsi rispetto
quanto leggerà nell’intervista. Un’altra funzione importante del commentario è quella di
mettere in luce i punti chiave, evidenziando i nodi tematici più significativi, aiutando così
il lettore a muoversi nel racconto secondo un quadro d’insieme che potrebbe non essere
immediatamente percepibile da un osservatore esterno. Inoltre, il commentario fornirà
indicazioni e prospettive che, seppur non già evidenti nel racconto, potrebbero però
enfatizzarne o illuminarne le tematiche e le questioni più rilevanti e significative.
Infine, il commentario è lo spazio per il ricercatore per commentare, per
analizzare il racconto secondo un’ottica e un punto di vista che non necessariamente
53
54
55
Robert Atkinson, L’intervista narrativa, op. cit., p. 102.
Idem, p. 107.
Cfr. Silvia Kanizsa, Che ne pensi?, op. cit., p. 104-105.
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coincidono con quelle dell’intervistato: “come fa il commentatore televisivo, il
commentario al racconto autobiografico può fornirne una preziosa prospettiva oggettiva
su ciò che sta accadendo nel racconto, o sulle modalità con cui il racconto viene
espresso”56.
56
Robert Atkinson, L’intervista narrativa, op. cit., p. 110.
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La ricerca e i suoi risultati
Antonia De Vita e Lara Corradi
Sono state realizzate circa 50 interviste in ogni Paese partner del progetto, per un
totale di 253 interviste.
In Lettonia, tra le 50 donne intervistate 24 vivono in area urbana e 26 in area
rurale. Una di esse ha un basso livello di istruzione (6 anni), 17 livello medio (7-12 anni)
e 23 alto (più di 12 anni). 4 sono disoccupate (tutte donne con disabilità); 42 sono
occupate, 4 fanno un lavoro indipendente. Sono state contattate grazie alla
collaborazione con istituzioni locali e tramite contatti informali.
In Italia sono state realizzate 53 interviste narrative. Tra le intervistate, 22 hanno
un’età compresa fra 35 e 40 anni, 20 fra 41 e 50 e 11 sopra i 50. 30 hanno un livello di
istruzione medio/basso (8 anni), 21 medio/alto (8+5 anni) e 2 alto (8 + 5 + 4/5/6 anni).
28 sono disoccupate e 25 occupate: lavorano come segretarie, cameriere, operatrici di
call center. Molte donne aiutano i mariti nel loro lavoro. Le intervistate sono state scelte
attingendo dalle liste delle iscritte ai Centri per L’impiego della Provincia di Genova,
avvalendosi della collaborazione degli Sportelli Informalavoro che sono dislocati su tutto
il territorio provinciale, tramite canali informali (conoscenti) o tramite associazioni che si
occupano di persone diversamente abili.
In Portogallo, tra le 50 intervistate c’erano 3 donne con disabilità. 11 delle donne
intervistate vivono in aree rurali e 39 in area urbana. Sono state contattate grazie alla
collaborazione con enti regionali o tramite contatti informali. 20 hanno un basso livello di
istruzione (fino a 6 anni), 20 livello medio (7-12 anni) e 10 un livello alto (più di 12 anni).
7 sono disoccupate, 38 lavorano nel settore terziario (lavorando nell’istruzione formale e
non formale), 1 nel settore secondario, 2 sono casalinghe e 2 pensionate.
In Danimarca, le 50 persone intervistate comprendono un gruppo dai 35-55 anni.
Ci sono rappresentanti di tanti tipi di professioni, sia lavoratori autonomi, che dipendenti;
statali e privati. Ci sono persone senza istruzione, con medie e lunghe istruzioni, e
persone fuori dal mercato del lavoro, qui compreso anche disabili. Le persone abitano sia
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in città che in campagna.
In Bulgaria delle 50 donne intervistate, 4 sono donne con disabilità. In generale
le donne sono state individuate in aree urbane e rurali, e hanno un livello educativo
basso, medio o alto.
Realizzate tutte le interviste narrative, le ricercatrici dei vari paesi hanno
proceduto ad una prima fase di interpretazione: cioè, dopo avere sbobinato tutte le
interviste quasi integralmente, le hanno riascoltate per verificare di aver compreso e
riportato correttamente quanto detto dalle intervistate e di non aver tralasciato niente di
significativo. Quindi hanno operato piccoli interventi di editing per rendere più leggibile il
testo; infine hanno suddiviso il materiale lavorato secondo sei grandi nuclei tematici
precedentemente individuati, con una duplice funzione: mentre in fase di realizzazione
delle interviste narrative questi gruppi tematici sono state le linee guida con cui orientare
la conversazione, in questa fase di interpretazione hanno invece permesso di
destrutturare le singole narrazioni per arrivare ed una compartizione più efficace da cui
far emergere similitudini e differenze tra i racconti, e quindi tra i vissuti, delle molte
donne intervistate nei diversi Paesi coinvolti nel progetto.
Nel primo gruppo tematico le ricercatrici hanno riportato dei commenti generali
sulle modalità di reclutamento del target da intervistare, sulle maggiori difficoltà
incontrate, alcune osservazioni e riflessioni generali, etc.
Nel secondo gruppo tematico hanno invece riportato le caratteristiche anagrafiche
delle intervistate, come il livello di istruzione, l’età, l’area di provenienza e la condizione
lavorativa.
Nel terzo gruppo tematico hanno raggruppato tutte le affermazioni che avevano a
che fare con l’uso del computer e della rete.
Nel quarto quelle che riguardavano l’apprendimento all’uso di computer e rete.
Nel
quinto
quelle
relazionate
ai
sentimenti
di
interesse/disinteresse
o
piacere/dispiacere legate all’uso di queste tecnologie.
Infine, nel sesto gruppo tematico le ricercatrici hanno raggruppato tutte le
affermazioni che descrivono il rapporto delle persone più vicine alle intervistate nell’uso
delle tecnologie, soffermandosi in particolare sui sentimenti che in loro suscitava questo
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differente approccio nell’uso delle TIC.
L’equipe di ricerca di Studio Guglielma è intervenuta su questo materiale
semilavorato, analizzandolo e sistematizzandolo. È così arrivata ad ottenere il quadro
completo e dettagliato derivato dai racconti delle esperienze delle singole donne adulte
in rapporto all’uso o all’immaginario delle TIC. Sono dunque emerse numerose
similitudini tra le affermazioni delle donne pure nei diversi paesi, ma anche notevoli
differenze.
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Gli otto nuclei tematici
Non senza una necessità
Per quasi tutte le donne intervistate, il primo approccio all’impiego delle tecnologie, in
particolar modo all’uso del computer, appare strettamente e primariamente connesso
alla dimensione di necessità, all’esistenza di una qualche forma di bisogno che ritengono
possibile soddisfare ricorrendo all’impiego di questi strumenti57. Lo sforzo richiesto per
apprendere nuove conoscenze, è controbilanciato dai benefici ottenibili grazie a queste
nuove conoscenze.
Ho iniziato per necessità (come si dice: l’occasione fa l’uomo ladro), dovevo
mettercela tutta per andare avanti58.
In ufficio (…) uso il computer tutto il giorno perché ne ho bisogno59.
Per contro, quando questa necessità, questo bisogno non viene avvertito, l’approccio
all’uso delle TIC non avviene, o se avviene, rimane un tentativo sterile che viene subito
abbandonato. E lo sforzo e l’impegno richiesti per imparare ad utilizzare le TIC appaiono
come un inutile dispendio di tempo ed energie, inutile perché non poterà nessuna
ricaduta concreta nelle loro esistenze.
Forse potrei imparare di più, ma non mi interessa. Non riesco ad immaginare a che
mi potrebbe servire60.
57
Le diverse citazioni che d’ora in poi riporteremo, sono mutuate indifferentemente dai report
nazionali realizzati nelle diverse Nazioni coinvolte. Durante la fase di realizzazione, anche in
considerazione del fatto che la lingua in cui venivano realizzate le singole interviste era differente
per ogni nazione –ognuna le realizzava nella sua lingua madre e poi arrivavano a chi le
interpretava già tradotte in italiano- , le interviste sono state classificate dalle ricercatrici secondo
un duplice criterio: 1) renderle riconoscibili in quanto appartenenti ad un singolo Paese; 2)
ricondurre le parole di ciascuna ad un nome e una singola donna.
Quindi, il numero progressivo che numera ciascuna intervista permette di associare le parole di
ciascuna alla persona in carne ed ossa, le lettere finali di ricondurle alle diverse nazioni in cui sono
state realizzate. Nel caso di donne con disabilità alla lettera che indica il Paese segue la lettera
che indica il tipo di disabilità.
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Solo se dovessi usarlo per lavoro mi ci metto, ci picchio tanto finché non ci riesco,
ma così onestamente…Non ho questo grosso stimolo61.
Oggi se ne avessi bisogno mi interesserei ma siccome non ne ho… Nel lavoro non
mi serve62.
Nonostante non tutte le intervistate utilizzino regolarmente computer e rete, tutte ne
parlano come di mezzi utili e importanti, come strumenti imprescindibili nelle vite di ogni
essere umano, strumenti che permettono di stare al passo con i tempi. Paradossalmente,
pare che ai loro occhi tutte queste affermazioni risultino vere solo se riferite ad altre
persone, non a loro stesse. Le intervistate infatti paiono convinte di queste affermazioni
solo se pensano a chi, più giovane e impegnato in attività diverse dalle loro, saprebbe
come adoperare questo nuovo bagaglio di conoscenze e abilità. Se pensano invece al
loro caso personale, questo mondo continua ad apparire ai loro occhi inutilizzabile e
quindi inutile.
Per la verità non mi piace e non mi dispiace, perché non c’è stato nulla che mi
abbia fatto entusiasmare con il computer, perché non ho mai lavorato con la macchina. È
utile perché l’evoluzione è necessaria, ma non per me, dal punto di vista personale,
proprio no63.
In primis è la necessità lavorativa ad essere il motore più forte, il motivo e la causa per
cui molte donne adulte, ma non solo, entrano in contatto e familiarizzano con questo
mondo. La necessità di avere un lavoro e di sapersi muovere in questo ambiente da un
lato giustifica e dall’altro muove la necessità di saper utilizzare computer e rete.
Ho ricominciato a lavorare e ho sentito il bisogno di avere e saper usare il
computer64.
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Intervista
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4 IT.
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Ho iniziato ad usare il computer nel 2000 in relazione con un nuovo lavoro65.
Ho cominciato ad usarlo per motivi lavorativi, ci avevano fatto fare dei corsi66.
Il computer è soprattutto ‘strumento’, qualcosa che nei nuovi sistemi organizzativi è
ineludibile e in quanto tale utile, funzionale, facilitante, necessario. Quasi mai scatta una
vera e propria passione, che anzi pare essere esclusa da questo rapporto che le
intervistate hanno istituito con i loro ‘mezzi di lavoro’.
Penso che già il computer non è un lusso, ma una necessità – non solo a casa, ma
anche al lavoro67.
Rende il lavoro più facile68.
Il computer agevola il lavoro, mi ha aiutato tantissimo69.
Non ho computer al lavoro, però ce l’hanno i miei colleghi. Se avessi un computer,
il mio lavoro sarebbe stato tanto più facile e senza sbagli70.
Non posso dire che mi interessa, però è diventato necessario, un mezzo71.
Solo in seconda battuta l’accesso al computer e alle nuove tecnologie informatiche risulta
totalmente positivo, capace di suscitare interesse verso lo strumento in sé e verso le
potenzialità che esso offre (È diventato parte della vita quotidiana. Non lo avrei mai
pensato all’inizio. Oggi non potrei vivere senza72), raramente diventando oggetto di gioco
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Intervista
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e di passione, rimanendo sempre uno ‘strumento utile e funzionale’.
Io non ho mai usato Internet per passare il tempo. Il mio lavoro mi è sufficiente, e
io non lavoro con un computer a casa, dunque qui cerco di usarlo professionale, al
massimo. Non l’ho mai usato per passare il tempo73.
Utilizzo internet principalmente per le necessità di lavoro. […] Riempio meglio il
tempo libero lavorando nel giardino74.
Per la verità i computer non mi entusiasmano, solo quando ne ho bisogno, quando
è necessario,se no solo per curiosità non ci vado. Se lo devo fare lo faccio, non ho
nessun problema e mi piace usarlo. Non ho paura di metterci le mani. Se ho bisogno lo
uso, anche se non so, vado per tentativi, ma solo se ho bisogno75.
Ma esistono anche altre forme di necessità legate per lo più alla sfera dei bisogni
personali: per esempio, nelle interviste raccolte in Portogallo, un ruolo decisivo per un
primo approccio e utilizzo ‘di massa’ al computer è legato alla patente di guida. Infatti, in
Portogallo per superare l’esame e ottenere la licenza di guida è obbligatorio conoscere e
utilizzare gli appositi supporti informatici.
Non uso il computer. L’unico contatto è avvenuto alla Scuola Guida, quando stavo
facendo la patente76.
Emblematico è anche il caso di una donna portoghese che ha dichiarato di aver utilizzato
il computer, in particolare alcuni giochi, per rilassarsi e distrarsi soprattutto in momenti
delicati della sua vita. In particolare, ci ha spiegato che, avendo il vizio del fumo ed
avendo vissuto un momento molto difficile della sua esistenza, era spinta a fumare di
più. Ebbene, è ricorsa ai giochi sul computer per ridurre il numero di sigarette e riuscire
a perdere questo vizio, perché quando giocava non sentiva il bisogno di fumare. In
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questo caso, dunque, l’uso del computer è stato per questa donna un modo per
allontanarsi dalle difficoltà, per trovare un momento tutto per sé in cui potersi concedere
il lusso di non essere sommersa dai problemi della sua vita quotidiana. E infatti, superato
il momento difficile, l’uso del computer e dei giochi si è notevolmente ridotto.
Ho smesso di fumare da poco e mi rifugiavo nel computer, a giocare. Adesso non
lo uso molto [piccola pausa] anche perché adesso il problema del fumo è quasi risolto e
anche la vita a casa è un po’ più stabile [piccola pausa] e allora non l’ho usato così tanto,
non ho neanche molto tempo77.
Inoltre, nello spingere parecchie donne adulte all’utilizzo delle TIC al di là della necessità
lavorativa, un ruolo centrale è costituito dai figli e dalle figlie.
O perché da adulti scelgono o sono costretto a vivere lontani da casa, spesso all’estero,
e quindi le madri sentono il bisogno di trovare mezzi efficaci che permettano di
comunicare con loro. In questi casi, internet e la posta elettronica appaino ai loro occhi
come il mezzo più semplice, veloce ed economico per farlo.
Quello che mi piace di computer e di internet è la comunicazione. La necessità per
la comunicazione. Il figlio andrà a lavorare fra poco all’estero, probabilmente dovrò
pensare al collegamento Internet a casa78.
Oppure perché i figli fin da piccoli ne hanno bisogno per la loro formazione che ormai
non è più pensabile slegata dalle TIC, verso cui dimostrano una facilità e una velocità di
apprendimento sconosciuta alle generazioni precedenti.
Credo di non averne bisogno, i miei figli sì loro ne hanno bisogno, imparano molte
cose e più facilmente, non c’è dubbio che imparano più facilmente79.
Io in pratica non lo uso, per i ragazzi, credo sia uno strumento di lavoro, ma per
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me, francamente, non è così necessario [sorriso] Non è uno strumento di cui abbia
bisogno ogni giorno80.
In questo caso, i genitori si sentono in dovere di mettere i figli nelle condizioni di
appropriarsi di questo mondo e delle possibilità che offre. E così facendo può capitare
che loro stessi vi si avvicinino.
Quando mio figlio ha compiuto dieci anni cominciò ad andare in un vicino club di
computer ed io come genitore dovevo portarlo, prenderlo e tenerlo d’occhio. Allora vidi
che i computer sono attuali e interessanti. Cioè mi è sembrato molto interessante come
materia e mezzo di comunicazione81.
Inoltre, quando i figli sono ancora piccoli, i genitori rivestono un ruolo centrale come
supervisori. Infatti, come vedremo meglio più avanti, in parecchie delle interviste
realizzate le donne menzionano i pericoli di un uso non controllato delle TIC da parte dei
bambini, ancora ignari del mondo e quindi indifesi, rispetto alla reale possibilità di venire
risucchiati dal mondo virtuale o, peggio, dalle diverse reti di pedofili che esistono nella
rete.
Le mie figlie cominciavano ad usare il computer sempre di più a scuola, ed è
importante interessarsi di quello che fanno. Anche per essere al corrente di quello che
può succedere quando navigano in rete. Sono molto più brave di me, ma è importante
che io conosca quel mondo, almeno un pochino82.
Infine, capita anche che i figli e le figlie, non accettando che i loro genitori,
soprattutto le madri, vivano in un mondo così antiquato da non prevedere le moderne
tecnologie, li spingano e li aiutino ad avvicinarvisi. Sono loro i primi maestri, i compagni
o le compagne di studio.
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Mi ripetono sempre che devo imparare di più – soprattutto i figli. Mio marito ha
frequentato un corso più approfondito, e adesso sa più di me. Io sono la più ignorante
della nostra famiglia, però loro m’aiutano tanto e se non c’erano loro non avrei mai
cercato qualcosa83.
Le interviste realizzate in Danimarca rappresentano molto spesso una eccentricità
rispetto a quelle realizzate negli altri Paesi, probabilmente perché in questo Paese c’è
una diffusione massiccia delle TIC a tutti i livelli, e perché questa diffusione, a differenza
delle altre nazioni in cui abbiamo condotto la ricerca, affonda le sue radici nel tempo. E
infatti, nelle interviste qui raccolte si registra che anche per le donne di età compresa tra
i 45 e i 60 anni l’uso delle TIC è connesso alla scuola e agli studi intrapresi. In tutti gli
altri Paesi, questa situazione riguarda le nuove generazioni, non la fascia di età più
adulta: per i giovani, le TIC sono diventate materia di studio, attraverso di esse i loro
percorsi formativi sono facilitati. Ma non è così per la generazione di cinquantenni, forse
nemmeno per i quarantenni, come invece accade nei racconti delle donne danesi.
Ho usato il computer da quando studiavo, saranno 10 anni che lo uso
frequentemente. Internet lo uso da un paio di anni84.
Un apprendimento sia teorico che pratico
Essendo la necessità e in particolare, la necessità lavorativa, la via maestra
dell’accesso al computer e alla rete, emerge che il rapporto con lo strumento diventa
vivo e fruttuoso quando c’è l’occasione di utilizzarlo quotidianamente. Quindi, la
dimensione dell’impiego pratico diventa centrale nel processo di apprendimento e di
‘conquista’ del mondo del sapere informatico.
Se esiste una necessità si impara a farlo. Ho frequentato dei corsi per imparare i
programmi che vengono usati al lavoro, ma è solo quando uno deve davvero usarli che si
impara, altrimenti si perde tempo e basta85.
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[Pensierosa] In verità non si può imparare il computer, se nel quotidiano non c’e’ la
pratica, non si può imparare se non si deve lavorare ogni giorno86.
Le donne che accedono all’uso del computer e della rete attraverso un corso di
alfabetizzazione trovano importante questo ingresso per ‘rompere il ghiaccio’ e
avvicinarsi ad esso. Lo ritengono un canale importante per avere una conoscenza
generale della tecnologia che altrimenti non potrebbero avere.
Mentre prima del corso avevo paura: oddio, cosa ho fatto, non lo toccavo, oggi mi
rendo conto che mi hanno insegnato, Antonio [il docente] mi ha insegnato…Se ti
succede questo fai questo…87
E vorrei fare dei corsi di formazione perché trovo che il computer è molto
interessante e del resto è il futuro, perché oggi senza computer non si fa niente88.
Ci sono tante cose che non so, non posso dire esattamente. Preferirei non
impararle dai libri, ma dal corso. Perché ho letto tante cose nei libri, ma quando chiedo a
qualcuno capisco meglio e più velocemente la materia. E poi è meglio vederlo nella
pratica che nei libri
89
.
Ci andavo su internet prima del corso ma ero meno consapevole di quello che
facevo. Il mio ragazzo mi diceva di fare così e così, e io lo facevo. Al corso mi hanno
spiegato perché ci sono determinate cose, a cosa servono e quindi sai più come muoverti
e eviti anche di andare in certi siti perché hai capito cosa significa quando vedi certe
cose90.
Nonostante il primo contatto con l’uso delle TIC sia per lo più veicolato da un proposta
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teorica legata a corsi di formazione, il salto di qualità nel rapporto tra donne e TIC
avviene sempre ed esclusivamente grazie al loro impiego pratico inserito nella
quotidianità di ognuna.
Ho cominciato sette anni fa, quando andavo ai corsi [a voce bassa] Avevo paura di
premere un pulsante sbagliato. Lì ho imparato un minimo, ci vuole la pratica, se non si
utilizza ogni giorno, i corsi non hanno senso91.
Ci vuole molta pratica, se lo si usa ogni giorno si acquista sicurezza92.
Ho tentato di andare a un corso, però questi corsi non hanno nessun senso
secondo me. Perché lì ci sono venti persone ed un insegnante, che insegna la teoria che
puoi trovare da solo nel manuale93.
E adesso però ho dimenticato tutto perché non lo pratico94.
Inoltre, da molti racconti emerge con chiarezza che per l’apprendimento all’uso e la
maggiore familiarità con questo mondo è di fondamentale importanza, oltre l’aver
seguito dei corsi che prevedevano l’intreccio di teoria e pratica, affidarsi all’autoapprendimento, cioè al non avere paura di procedere per tentativi ed errori e di
continuare a sperimentare.
Facevo 45 Km per andare nella città del distretto per apprendere […] E’ stato per
una settimana, ogni giorno […], non ho imparato bene nulla, poi attraverso l’autoapprendimento ho acquisito le abilità necessarie95.
Con il tempo ho imparato che non è sbagliato fare tentativi, anzi si impara proprio
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così96.
Era tanto difficile per me. Si rovinava. Il computer non si rovinava, ma io sbagliavo
il programma e i comandi. Alla fine ero stufa di questa situazione e ho deciso di istruirmi
da sola. Ho comprato un libro di Word 5.0 – l’ho studiato da un libro che era scritto
benissimo. Ho fatto fronte alla situazione, molto facilmente. Naturalmente occorreva
tanto tempo – per leggere e sperimentare. Però alla fine ho imparato e adesso posso
dire che ho una base solida per lavorare al computer97.
All’inizio avevo paura di rompere qualcosa, ma dopo che ho capito che non si può
rompere niente, ho imparato di più. Ora provo da sola prima di chiedere aiuto98.
C’è poi una notevole differenza nei racconti di chi ora ha una certa familiarità con
le TIC rispetto a chi, dopo un primo incontro, ha abbandonato o perso di vista questo
mondo. Tale differenza si nota soprattutto nella descrizione del primo approccio al
mondo informatico: infatti, quando le donne più esperte raccontano dei loro primi
contatti, spesso avvenuti in periodi abbastanza lontani dal tempo delle interviste, pur
dichiarando di aver provato in quei momenti sentimenti di timore e di paura per la nuova
avventura intrapresa – cosa che le donne che hanno abbandonato l’uso delle TIC
difficilmente ammettono-, non si spiegano da dove arrivassero quei sentimenti, che ora
appaiono loro come immotivati e incomprensibili.
All’inizio avevo paura, è curioso avevo paura di fare una cosa sbagliata e di non
saper tornare indietro, è ovvio che si ha paura quando si comincia99.
Pensavo che fosse difficile. Non avrei mai immaginato di riuscire a usare il
computer e alla fine ci si riesce. Certo, non con la facilità dei giovani, per noi è molto più
difficile, perché non so l’inglese e questa è stata la difficoltà maggiore. Credevo che se
sbagliavo, tutto scompariva. Era un dramma! Quando scrivevo un testo e arrivavo alla
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fine e facevo un errore credevo di perdere tutto, prima di tranquillizzarmi… Mi ero messa
in testa che se si faceva un errore quello si rovinava facilmente, visto che è una
macchina100.
Certamente, per ogni nuova cosa c’è una certa paura, di rovinare o sbagliare,
ma…adesso capisco che non si può rovinare irreversibilmente niente. Attualmente non
sono convinta, ma se qualcosa non riesce, provo più volte finché riesce (si tratta di autoapprendimento)101.
Inoltre, con l’aumentare della familiarità con le TIC, cambia molto anche
l’approccio alla possibilità di seguire dei corsi di formazione: mentre agli inizi dei percorsi
di apprendimento nell’uso delle TIC i corsi apparivano alla maggior parte come la via
privilegiata per appropriarsi di questo nuovo mondo, come ciò che le legittimava e
contemporaneamente le tutelava rispetto alle possibilità di errori e danni, nel procedere
della propria formazione, quando la capacità di utilizzo è già buona, la maggior parte dei
corsi di informatica appaiono inutili, troppo poco specifici e comunque sempre troppo
sovraffollati.
In verità vorrei frequentare un corso sia di Word che di altri programmi. So che
con i programmi si possono fare tante cose, ma non so come farle, a volte mi irrita. È
difficile trovare corsi, ne ho provato uno, pagato di tasca mia, ma non era molto buono.
Eravamo in troppi, perciò c’era sempre da aspettare per avere aiuto102.
Verso una diversa economia di tempo e di vita
Il computer e la rete vengono vissuti come strumenti capaci di velocizzare la
ricerca di informazioni e di semplificare e rendere più agevoli alcune operazioni che
altrimenti richiederebbero numerosi spostamenti e quindi un impiego più massiccio del
tempo.
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Certo Internet è una cosa magnifica – semplicemente così tanta informazione,
risparmio di tempo per andare in biblioteche ed altri luoghi. Semplicemente tu hai
l’informazione davanti a te – basta che tu sappia dove cercarla103.
Del computer mi piace che c’è la velocità, economia del tempo, non bisogna
spendere il tempo per andare in città. Sì, un’informazione celere!104
Particolarmente significativo in tal senso è l’impiego della posta elettronica e la possibilità
di corrispondere con persone care e lontane.
Utilizzo Internet praticamente ogni giorno perché a casa c’è il collegamento. È il
modo più economico di comunicare con gli amici105.
C’è della gente che non riesce a capirlo ma su Messenger, quando si parla, si può
vedere come è l’altra persona, cosa sente, si riesce a trasmettere tutto. Se io lo racconto
a qualcun altro … alle mie amiche, non l’ho raccontato a molti, mi dicono: “ma è
complicato, com’è possibile!”106
La dimensione di economicità del tempo e di semplificazione e velocizzazione di
alcuni aspetti pratici è rilevante, senza tuttavia diventare quasi mai un impiego
sostitutivo nel tempo libero o extra lavorativo.
Non ho tempo. Nel poco tempo libero che ho faccio altre cose, mi piacciono molto i
lavori manuali, l’uncinetto e così via. Non mi ha mai interessato, mia cugina mi dice che
dobbiamo parlare su Internet, al computer, costa meno, ci possiamo anche vedere. Ho
già parlato una volta. Lavoro con telai, non ne ho bisogno107.
Sono io che uso il computer di più. Non scarico musica e filmati, ma so che altri lo
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fanno, non mi interessa. Siamo persone che preferiscono stare all’aperto, perciò se non
c’è un motivo ben preciso non lo usiamo108.
Rispetto alla dimensione del tempo, il lato negativo rilevato è la cronica mancanza di
tempo che molte donne segnalano: tutte riconoscono che una volta che vi si ha
familiarità, il computer e la rete agevolano il lavoro e molte attività umane, ma per
arrivare a questa familiarità con gli strumenti occorre tempo. Occorre tempo per
imparare e per fare pratica. Tempo che molte di loro dichiarano di non avere, immerse
come sono negli impegni lavorativi e familiari.
Quello negativo: [sospiro] il tempo per imparare, e poi ci vogliono i mezzi per
avere il proprio computer109.
È il futuro, perciò prima o poi tocca anche a me impararlo. Bisogna seguire lo
sviluppo, ma ci vuole tempo110.
Mi piace il computer, mi dispiace aver poco tempo libero, potrei usarlo di più nella
vita di ogni giorno se avessi tempo, usarlo in altro modo, ma sia in ufficio sia a casa non
c’è tempo111.
Sono curiosa, ma a casa il tempo è scarso. Tre uomini a casa. Lavoro tutto il
giorno e esco di qui stanca. Stare in aula, in cucina ogni giorno con 6 o 7 ragazzi stanca
e poi ci sono cose da fare a casa e la sera è per riposare, o anche per fare dei lavori che
mi porto dietro, sommari, valutazioni, cose del genere e il tempo è scarso112.
Non navigo mai, mi sembra un perdita di tempo, non trovo mai quello che cerco, e
se ho un problema non c’è mai nessuno che ha tempo per aiutarmi in quel momento113.
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Intervista
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3 P.
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Anche in questo caso, le interviste realizzate in Danimarca contengono una specificità
unica: per le donne danesi, il computer e la rete sono proprio il mezzo che consente loro
di conciliare vita e lavoro, famiglia e carriera. In nessuna delle altre interviste, sebbene
realizzate in Paesi con cultura e storia molto diversi, emerge questa immagine delle TIC
come possibilità di conciliare la propria vita personale con quella lavorativa, senza che né
l’una né l’altra ne risultino penalizzate.
È necessario, al lavoro è un obbligo. A casa è un aiuto perchè si possono fare le
cose più veloci, con una vita quotidiana dove le cose vanno sempre più veloci, c’è
bisogno del computer come attrezzo. Aiuta a accelerare le cose, a volte può sembrare
negativo, ma ormai ci siamo abituati114.
Il computer è importante e facilita lo studio. Senza il computer non era possibile
stare dietro sia alla famiglia che ai bambini, sia al lavoro che agli studi115.
Alcune delle mie colleghe lavorano parte del tempo da casa. L’uso del posto di
lavoro a casa non é solo positivo, uno può sentirsi forzato di lavorare anche quando in
realtà è libero, in quel modo diminuisce il tempo libero. Però ti da anche più flessibilità,
ma uno deve essere capace di maneggiarlo bene. Può essere attraente di scegliere il
lavoro da casa, quando nascono i bambini, ma non é sempre detto che sia la soluzione
migliore116.
Mediazioni viventi
Oltre ad un accesso formale al computer e alla rete, attraverso un corso di
alfabetizzazione, l’uso delle tecnologie è facilitato da alcune mediazioni viventi che il più
delle volte sono costituite da figlie, colleghe e amiche che aiutano e facilitano
l’apprendimento. I figli maschi risultano meno disponibili a impiegare tempo e pazienza
in questa attività di insegnamento e i mariti o i compagni sono decisamente poco
disponibili a mettere in comune questa dimensione con le mogli o le compagne.
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Intervista 16 DK.
Intervista 6 DK.
Intervista 3 DK.
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I bambini mi fanno sedere davanti al computer e mi spiegano. Li guardo: loro sono
sveltissimi con il computer [mentre spiega guarda il computer sullo scrittoio e alza
preoccupata le spalle]. I bambini hanno voglia di aiutarmi. Non hanno mai scherzato con
me. Anzi, se voglio che loro mi spieghino lo fanno senza problemi117.
All’inizio pensavo che il computer era inutile ed un motivo di irritazione. Ma quando
i bambini e mio marito hanno iniziato ad usarlo spesso, ho cambiato idea118.
I miei figli mi hanno aiutato a cominciare le varie cose, ma sempre in relazione con
le mie necessità119.
Forte è poi la collaborazione tra colleghi della stessa generazione, con cui volentieri si
mettono in comune le informazioni e si cercano di risolvere i problemi. È un rapporto che
si concentra sulla necessità di trovare soluzioni semplici ai problemi che quotidianamente
si incontrano sui luoghi di lavoro.
All’inizio il mio direttore era una donna e poi un uomo che mi hanno insegnato con
gran pazienza120.
La base delle nozioni di computer le ho imparato dei miei colleghi121.
Mi ha insegnato la mia ex collega122.
Quando non sappiamo qualcosa chiediamo aiuto l’una all’altra. Quando non so
qualcosa, lo dico subito. Ma alla fine ci riesco sempre, e se non ce la faccio da sola, c’è la
collega accanto123.
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Intervista
Intervista
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Fra colleghe collaboravamo. E c’era sempre chi ne sapeva di più e cosi facevamo
124
tutto
.
C’è anche chi, forse per mantenere vivo questo legame iniziale con le persone che
l’hanno iniziata all’uso delle TIC, non si rende mai completamente autonoma. O forse,
semplicemente, è una questione di pigrizia e queste donne preferiscono lasciar fare a chi
è più esperto e ci mette più passione di quanto potrebbero mettercene loro che, sebbene
padrone dello strumento, vi rimangono comunque sostanzialmente indifferenti.
Trovo la musica che voglio masterizzare e poi chiamo mio marito che fa il resto.
Non ho la pazienza di stare ad ascoltarlo, per me deve essere spiegato in un modo
semplice, altrimenti non capisco. Mio marito è invece molto più tecnico, ed è abituato a
parlare con altri del mondo dei programmatori. Se chiedo qualcosa, ricevo una
spiegazione che dura 10 minuti, e alla fine ho dimenticato che cosa ho chiesto. Perciò
non ho più voglia di chiedere125.
Loro sono più che capaci di fare le foto che servono, perciò lascio fare a loro, sono
anche più bravi. Se io devo mettere delle cose sul computer, metto molto più tempo di
loro, loro lo fanno in un attimo126.
Inoltre, anche il desiderio di comunicare con persone amate ma distanti può diventare
una buona mediazione con questo mondo che attraverso questa nuova prospettiva
appare come una potenzialità e una risorsa.
Il computer è il mio collegamento con amici, vicini e parenti che non sono da me
nel momento. Con il suo aiuto posso mandare un messaggio, posso parlare con qualsiasi
posto del mondo, posso scrivere una lettera, auguri per una festa, posso scrivere
qualche documento ecc.127
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Intervista
Intervista
Intervista
Intervista
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Preferisco mandare una mail che mandare un sms, scrivere una lettera o al limite
telefonare. È molto più pratico con la posta elettronica. È una cosa meravigliosa! A volte
non è facile parlare in altri modi … aiuta le persone a mantenersi unite. La posta
elettronica è più facile. Anche quando siamo tristi (o allegre!), per esprimere un
sentimento qualsiasi, a volte abbiamo voglia di mandare un messaggio a qualcuno, l’ora
non importa128.
Lo uso per comunicare con la mia famiglia (che vive lontano) scambiamo mail, è
molto più facile129.
Il Computer e la rete a volte diventano anche il pretesto per continuare ad essere in
relazione coi figli e le figlie, coi mariti e/o i compagni.
Grazie a mia figlia ogni giorno imparo nuove e nuove cose. Posso sempre
chiamarla e chiederle. Lei m’aiuta tanto. Anche se non sa qualche cosa al momento per
telefono, poi mi scrive una lettera con tutte le istruzioni e la manda per e-mail130.
I miei figli hanno già conoscenza di computer e anche loro mi hanno aiutato. Il loro
rapporto è un po’ ironico [ride e alza le spalle come per dire che “questa è una cosa
normale”]. Ma mi hanno aiutato e rispettano le mie prove per imparare il computer.
Almeno abbiamo un altro tema di cui parlare: è abbastanza interessante della nostra
contemporaneità131.
Magari le donne si avvicinano al computer per riuscire a stare un po’ più insieme
alla persona con cui stanno insieme che alla sera si dedica completamente… almeno da
quello che sento in giro132.
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Capita spessissimo che le donne intervistate abbiano iniziato per i figli e le figlie.
Per la prima volta ho avuto il piacere non solo di avere conoscenze, ma anche di
fare alcune cose più interessanti per me, grazie alla mia figlia piccola, che aveva un gran
desiderio
di
averlo
e
glielo
abbiamo
comprato.
E
mentre
lei
si
occupava
professionalmente, perché ha già imparato la materia, avevo l’occasione di impararlo
anch’io. Era molto interessante, perché io come tutti ho cominciato con piccoli giochi133.
Abbiamo comprato il computer al figlio che andava ai corsi, e doveva fare pratica
[…] Ho imparato di più assieme al figlio, ma non vuole continuare ad insegnarmi, perchè
gli è più facile fare da solo, non insegnarlo a me. Mi dice di frequentare il corso,
probabilmente lo farò134.
Il mio primo incontro con il computer è stato a casa mia, quando lo abbiamo
comprato ai nostri figli135.
Grazie alla presenza costante ed amorevole di figli e figlie molte intervistate sentono di
poter andare avanti nell’apprendimento ed essere tutelate dalla possibilità di commettere
errori irreparabili.
Non c’è la sensazione di paura che potrò rovinare qualcosa, perchè lo faccio con
l’aiuto della figlia minore136.
Nelle interviste effettuate in Bulgaria, una cosa che colpisce per differenza rispetto a
quelle realizzate negli altri Paesi, è che le persone più giovani tendono a prendere in giro
e a scherzare anche piuttosto pesantemente con le persone più vecchie che non
possiedono, o che hanno poche, conoscenze informatiche.
Per esempio i bambini mi hanno aperto una e – mail, e attaccano: ‘ma come mai
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hai dimenticato la tua password!’ Non mi aiutano, solo dicono: ‘Fai da sola!’ e ridono. La
stessa cosa con il cellulare – te lo danno e ti dicono: ‘Hai un libretto leggi – tutto è
descritto lì dentro!’ In altre parole io mi sono istruita da sola, nessuno mi ha aiutato, solo
hanno scherzato con me. Però con i colleghi è un’altra cosa137.
Mio figlio però scherza sempre: ‘mamma, è facilissimo – perché fai cosi?!’ O se
deve mostrarmi e insegnarmi a qualcosa, mio figlio non può! Lo fa in modo che io non
capisca nulla. [fa dei movimenti sulla tastiera come se suonasse il piano], ‘ecco guarda’.
Però io non capisco nulla. E lui dà i comandi da solo e non spiega nulla138.
Ho due figlie già grandi che sono molto brave con la tecnica e non scherzano con
la mia ignoranza in quel campo – piuttosto mi aiutano tanto139.
La tecnologia: pericoli e fantasmi.
Un immaginario sfavorevole avvolge e coinvolge le tecnologie. Un immaginario che
si sostanzia di vissuti che vanno dalla resistenza rispetto ad un qualcosa che si avverte
come estremamente potente e totalizzante, alla percezione di una qualche forma di
pericolo per la propria salute e/o sicurezza. Paura delle tecnica alle volte, in altri casi un
rapporto di inimicizia che significa mancanza di sintonia con lo strumento, altre
percezione di un pericolo verso il vasto mondo aperto dalla rete.
Riesco a vedere che ci sono tante possibilità, ma non ho avuto né tempo né voglia
di impararle ancora, forse sbaglio, perché sicuramente sarà il futuro. Ho sentito dire che
possono succedere tante cose, per esempio che quelli che fanno acquisti on-line
vengono fregati140.
Il computer ha molte cose belle, ma ha anche cose cattive, che non servono a
nulla141.
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Sono dell’idea che non tutto è così sicuro […] Secondo me il computer andrebbe
usato solo con determinate cose, non per tutto142.
In questa prospettiva, anche la dimensione del tempo acquista un peso diverso: tutto
appare troppo accelerato, veloce, in continua evoluzione. Non sono più previsti pause e
tempi di riflessione, tutto deve capitare subito. I tempi di lavoro paiono disumanizzati e
disumanizzanti, pare non esserci più spazio per i tempi a misura di essere umano, fatti
quindi anche di pause e tempi morti, e questo a lungo andare rischia di privarci di una
parte importante della nostra vita.
Però c’è tanta gente che ci esce fuori di testa, nel senso che la nuova malattia di
questi anni: siamo tutti esauriti perché, comunque, il fatto che sia tutto molto veloce, ti
devi adeguare alla velocità143.
A volte ho la sensazione che il computer e internet ti rubano il tempo, per esempio
ci vuole tempo per rispondere a tutti quell’e-mail che ricevi. Tutti pretendono una riposta
veloce, il tempo si è accelerato, anche al lavoro, non esistono più periodi di tranquillità,
quando hai controllato la posta la mattina, non esiste più di aspettare il giorno dopo
prima di rispondere. É un po’ stressante che è tutto così concentrato ed intenso. Ti
stanca, prima c’erano dei momenti tranquilli, ora va tutto veloce. Il computer crea delle
prospettive di risposte veloci, tutto deve sempre andare più veloce, non puoi mai
fermarti, nemmeno un attimo144.
L’utilizzo del computer dovrebbe servire e serve a sveltire il lavoro, ma io vedo che
la maggior parte delle persone lavora un sacco di ore. Anzi, il computer uno magari ce
l’ha anche in casa o ha il portatile e continua a lavorare anche a casa145.
Anche rispetto ai pericoli e ai fantasmi legati all’uso delle TIC, un ruolo
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determinante è svolto dai bambini: è soprattutto nei loro confronti che gli adulti
avvertono tutta una serie di pericoli, alcuni dei quali sono reali, molti altri appartengono
all’immaginario. Tra questi pericoli, vi è la possibilità per bambini e bambine di incorrere
nella pedofilia, di essere attratti verso un mondo da cui loro stessi non sono in grado di
difendersi autonomamente, e i genitori non possono quasi nulla dal momento che questi
contatti si insinuano in una maniera che è difficile da individuare, nei giochi o nei siti
dedicati ai più piccoli.
Anche qui però vi è una differenza tra le madri che hanno familiarità con questo
mondo e quelle che non ce l’hanno: le prime, essendo consapevoli del pericolo costituito
da internet ma essendo altrettanto convinte dell’importanza di poterli utilizzare, ci
raccontano di tutta una serie di meccanismi messi in atto per proteggere i loro figli e le
loro figlie. Si va da particolari filtri, ad orari limitati in cui avere accesso alla rete, alla
supervisione continua durante la navigazione, etc.
Spesso si sente dire che sono successe delle cose brutte ai bambini, quando usano
le chat. A casa nostra abbiamo delle regole per le bambine: abbiamo stabilito quali siti
possono guardare e che possono giocare al computer un’ora al giorno, quando hanno
completato i loro compiti per la scuola, ma non giocano spesso. Internet lo possono
usare in relazione con i loro compiti, per la scuola. Finora non ho mai scoperto che
hanno visitato siti che per loro sono stati proibiti. Ascoltano la radio on-line, ma non
comprano musica146.
Ho molta paura dei siti di pedofili; per questo motivo ho scelto di mettere dei filtri
sul nostro computer personale. A volte ho anche paura degli hacker, specialmente ora
che abbiamo l’ADSL, ma abbiamo dei programmi anti-virus, e bisogna imparare a vivere
con il rischio. A casa abbiamo stabilito delle regole: ovviamente i figli possono usare il
computer per i loro compiti, in più il minore può giocare a Runscape ed usare la chat, ma
devono rispettare degli orari, altrimenti sono capaci di stare li tutto il giorno147.
Tuttavia penso che i bambini si appassionano al computer. Ecco perché noi
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Intervista 15 DK.
Intervista 16 DK.
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abbiamo orari – una mezz’ora di gioco, perché ho amiche i cui figli giocano
fino a
mezzanotte o l’una di notte. Ma penso anche che fa male agli occhi. Non so ma questo è
la mia opinione. Mio piccolo figlio ha dei problemi con gli occhi – qualche allergia – e
quando guarda a lungo lo schermo i suoi occhi diventano rossi. C’è anche un altro
problema: i bambini non sono molto ubbidienti e se giocano a qualche gioco o fanno
un’altra cosa al computer non sentono nulla148.
Voglio controllare mio figlio su che siti va. Non sono lì presente, ma visto che la
cucina è sotto [lo studio] sento quando entra e ad un certo punto faccio finta di niente e
vado su di sopra. Però ci va raramente, quindi sono tranquilla149.
Per contro, le madri che non hanno familiarità con computer e rete, parlano di
questi pericoli, di cui hanno sentito parlare attraverso i media, con toni catastrofici, privi
di una presa sul reale. E di conseguenza, non sono nemmeno in grado di pensare o
proporre strumenti e situazioni che proteggano i loro figli e le loro figlie.
Forse, questo diverso modo di regolamentare l’accesso a computer e rete è un
motivo per cui le madri hanno un atteggiamento molto differente per quanto riguarda il
pericolo di isolamento di chi utilizza troppo internet e il computer rispetto al mondo
reale. Per prima cosa è interessante notare che quasi esclusivamente le madri che non
hanno familiarità con le TIC avvertono questo pericolo come incombente, come qualcosa
che, proprio perchè non controllabile, è dietro l’angolo.
L’altra cosa altrettanto interessante da rilevare è che nei racconti di queste donne,
sono sempre i giovani a perdersi nel mondo di internet, a perdere i contatti con la vita
reale perché immersi in un mondo fantastico. Sono i giovani che rinunciano ai contatti
personali con gli altri coetanei, nel senso che non hanno più il piacere di uscire di casa,
di fare delle passeggiate e incontrare gli amici in carne e ossa, di praticare sport e di
leggere libri.
I giovani stanno troppo tempo davanti al computer, e col tempo diventano malati e
chi sa che cosa, non escono mai fuori e non usano più il loro corpo. Mi fa paura quando
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Intervista 35 I.
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non riesco a comunicare con i miei figli, a volte sembra di parlare con una porta, quando
sono davanti al computer. Mi sembra che il computer abbia preso il potere, e vale per
tante persone specialmente i giovani150.
La tecnologia […] a volte però mette dei paletti. Delle volte piuttosto che andare a
fare una passeggiata dove c’è un po’ di gente… Molti non lo fanno più! Una persona
timida è difficile che la schiodi dal computer per andare in mezzo ad altra gente: il rischio
è questo!151
Il bene è l’economia del tempo, il male…Beh! se qualcuno s’abitua, può essere la
dipendenza [risata] Questo non mi minaccia. Penso che la gente della mia età non sia a
rischio di dipendenza, principalmente capita agli adolescenti152.
Internet è più dannoso che utile. Lo vedo dalle persone che mi stanno vicino: il
figlioccio gioca nel sito internazionale senza mangiare, senza bere, è pallido e gioca, è
computer-dipendente. È molto male, è patologico153.
Ritengo che moltissimi bambini si ammalino della dipendenza dal computer, perchè
la maggior parte gioca con i giochi, che sviluppano l’intelletto, ma sono abbastanza
aggressivi, un’altra parte siede nel sito draugi.lv (un sito lettone) l’intera giornata154.
Forte è anche la percezione di un pericolo per la propria salute: si va
dall’arrossamento degli occhi, al mal di testa, all’incapacità di agire e pensare con la
propria testa.
Qualche tempo fa ero andata ai corsi. [guarda nel vuoto] Forse è una barriera
psicologica, un respingimento, non riesco a capirlo. Dopo essere tornata dai corsi avevo
sempre mal di occhi e di testa. [pensierosa] Forse sono io stessa a pormi così. [rigida]
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Ho deciso che questo per me è nocivo e ho smesso tutto [riferito ai corsi]. Non so da
dove mi viene questa paura155.
É vero che fa risparmiare molto tempo e soldi. Tempo fa però al mio lavoro hanno
tolto l’elettricità: a quel tempo noi abbiamo dovuto fare un gran accertamento di
contabilità. E devo dire che era molto difficile. È venuto il programmista e ha aggiornato
il programma […] Prima di cominciare a lavorare al computer queste cose le sapevo
benissimo. E adesso all’improvviso quando l’elettricità è mancata, avendo una scadenza
per finire il lavoro, e non funzionava neanche la calcolatrice – anch’essa funziona con
l’elettricità... Era tanto difficile per me. Quindi il computer ha molti aspetti positivi, ma
una persona può dimenticare come si calcola a mano e tante altre cose156.
D’altra parte però io non trovo il computer come una cosa utile perché fa male alla
salute – irradia. Il problema non è solo la radiazione, ma le luci e le vibrazioni dello
schermo che sono quelle che fanno male agli occhi. Secondo me però il computer fa
male a tutto il corpo umano. Si tratta anche di movimento cioè la gente non fa tanti
moto quando sta al computer. Secondo me d’ora in poi si vedranno i danni del computer.
E penso anche che questo fatto è ancora un segreto. Quindi penso che come il computer
è utile così è anche dannoso specialmente per la salute157.
Non sono abituata a lavorare a lungo al computer, si rompono i capillari degli
occhi158.
Infine, in qualche intervista le interlocutrici hanno segnalato i danni che le
irradiazioni del monitor possono provocare per la salute di chi sta seduto davanti allo
schermo del computer per tanto tempo.
Chiaro che si danneggia la salute, dipendenza totale, non io, ma i miei alunni, gli
adolescenti sono molto dipendenti. Si danneggia il sistema endocrino a causa del
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computer, perchè la tiroide sta proprio contro il monitor del computer, e viene
attraversata perchè la sedia per computer ha un piede metallico che conduce le
radiazioni159.
Un pericolo che è viene avvertito un po’ ovunque è legato al fatto che i computer
sono visti come i responsabili della perdita e del venire meno di molti posti di lavoro.
In certi campi il computer è fondamentale però ha levato anche tanto lavoro160.
Ho paura che col tempo ci saranno più disoccupati, perché il computer prende
sempre più potere161.
I computer non mi piacciono. Non lo trovo divertente, né interessante, né ora né
prima. L’idea che mi è rimasta da allora è che arrivava un “mostriciattolo” a sostituire la
manodopera. Mi è rimasta questa idea ed è difficile mandarla via. Ciò non vuol dire che
non lo usi162.
So che è utile per le aziende, è molto utile che tutto sia informatizzato, rende più
facile conservare documenti, cercare le cose, ma per la gente è sgradevole, perché molti
perdono il lavoro a causa dei computer. Le imprese vengono informatizzate, ma si
perdono posti di lavoro163.
Un diffuso senso di inadeguatezza
Crediamo sia connesso all’immaginario negativo un diffuso senso di inadeguatezza
che si rileva dalle interviste. Inadeguatezza a cosa? Verso cosa? Paura di rompere, di
sbagliare, e inadeguatezza verso uno strumento che non si conosce ed è tuttavia
ritenuto fondamentale nella società attuale.
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Le nuove tecnologie sono molto importanti, perché oggi è così e uno sente che
rimane indietro, è triste164.
All’inizio era tutto diverso, si viveva benissimo senza computer, senza informatica,
ma oggi no. Non c’è impresa, servizio che non sia informatizzato. E chi non sa
l’informatica, per trovare lavoro, per esempio, non trova niente165.
E oggi non c’è niente che non si faccia con il computer, oggi chi non ne capisce di
computer, non sa niente, è proprio vero. Mi dispiace non saperne di più, ma è anche la
pigrizia, credo [breve pausa] Non è proprio pigrizia, è rimandare a quando avrò tempo166.
Il vissuto di inadeguatezza è strettamente connesso più che alle competenze reali e
all’impiego pratico che delle tecnologie si fa, a quelli che potremmo chiamare ‘i fantasmi
della tecnica’.
Io assolutamente non sono una specialista di computer, nonostante sia davanti al
computer quasi tutto il giorno167.
Infatti, questa paura inspiegabile ha un peso fortissimo nella prima fase di
apprendimento, ma va scemando con l’uso quotidiano e un maggiore apprendimento.
Prima avevo paura di andare per tentativi. Avevo paura di rovinare qualcosa.
[Adesso] mi sento sicura e ho anche aiutato le colleghe che hanno difficoltà, a volte
passo per gli altri uffici e mi chiamano per aiutarle ed io cerco di risolvere il problema168.
Forse non ho formazione per certe cose, ma mio marito mi dice che non ce n’è
bisogno, mi dice che basta solo cominciare a usarlo169.
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Riteniamo che questa paura sia connessa alla differenza femminile nel senso che
nel caso dei primi approcci fatti da uomini della stessa generazione, questi sentimenti
sono totalmente assenti. E infatti nei racconti sia fatti da uomini che da donne, gli uomini
da subito sperimentano in completa autonomia, si lanciano in questa nuova avventura
senza timori.
Mio marito, che non ha fatto nessun corso, va dappertutto e con mia figlia è la
stessa cosa, credo che il problema sia cominciare a usarlo e imparare senza paura170.
Lui [il compagno] prende e va, ma sa già come muoversi. [ride]171
La paura di tentare, di procedere attraverso tentativi ed errori, di mettersi alla
prova
praticamente
senza
nessun
appoggio
teorico
pare
appartenere
quasi
esclusivamente alla generazione delle donne adulte, che infatti riconoscono a figli e
figlie, mariti, compagni, colleghe, sorelle… un coraggio e una spregiudicatezza che non
appartiene loro, almeno in prima battuta. Inoltre, questo tipo di paura pare quasi
totalmente sconosciuta, oltre che agli uomini, alle nuove generazioni di uomini e donne.
Mia sorella non ha niente a che vedere con me perché lavora in un ufficio e senza
aver fatto corsi. Tutto quel che sa è per tentativi, anche quando c’è un problema che
nessuno risolve lei lo risolve, me ne sono accorta. Fa molti tentativi, io non sono così,
non ho questa intraprendenza172.
Quando scrivo o faccio un lavoro ho sempre mia figlia accanto, lei ne capisce di
computer, non ha fatto corsi, ma sa cosa fare173.
Inoltre, c’è una inadeguatezza percepita che riteniamo legata allo stereotipo,
smentito dalla realtà quotidiana, che vede le donne e le tecnologie come mondi separati.
Infatti, alla domanda iniziale se sanno usare il computer, moltissime donne negano,
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dicono di utilizzarlo ma senza competenze specifiche. Cosa che è contraddetta poi dalla
descrizione delle funzioni che utilizzano e delle attività che riescono ad utilizzare.
Personalmente non credo di essere diventata più brava ad usare il computer, però
ammetto che non posso distruggere niente, e perciò ho più coraggio a sperimentare174.
Magari è l’età, l’età c’entra e anche il tempo e la disponibilità. Perchè credo che
l’informatica sia proprio così e se noi non la usiamo, non ci lavoriamo, non impariamo
niente. Mi ritengo in pratica un’analfabeta, perché lavoro soltanto con programmi
specifici, so solo quello che ho imparato con quei programmi175.
Il computer lo uso da quando è uscito [sul mercato], perché nell’azienda dove
lavoravo lo hanno messo subito. Cioè, un minimo lo so fare: è chiaro che non sono un
prodigio del computer, perché non ho la velocità non utilizzandolo spesso176.
Resistenza alla tecnica
Rispetto all’immaginario positivo che circonda le tecnologie informatiche, che le
vede come il nuovo, insostituibile mezzo di comunicazione e lavoro, nelle interviste
registriamo una sorta di resistenza passiva, il desiderio molto forte di non uniformarsi a
questo immaginario, di non rinunciare a quegli aspetti della propria esistenza - come i
contatti umani e la passione per i libri stampati – che in questa nuova grande narrazione
non trovano una collocazione.
Per me come storica in Internet c’è un intero pianeta d’informazione. L’Internet
come mezzo di comunicazione non l’uso e non l’userò perchè per me è importante
vedere la persona direttamente177.
Anche se so che è il mezzo di comunicazione più importante, che la gente risolve
tutto con il computer, tutta la comunicazione e i documenti, nonostante tutto me ne
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Intervista
Intervista
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sento lontana. E in qualche modo, allo stesso tempo vedo che è uno strumento
avanzato, e mi fa paura e quando penso al computer e a macchine simili è un’evoluzione
molto grande, ma è anche un danno per la nostra vita sociale178.
Va benissimo anche la posta elettronica per scambiare foto. Anche se la lettera è
una cosa diversa. Una lettera è sempre una lettera, fa sempre piacere: è una cosa che
scrivi personalmente. È un’altra cosa!179
Non uso la Chat e non navigo senza avere un motivo specifico, so che tanti lo
fanno, ma non mi interessa180.
Io non uso un computer e sono felice di dirlo, perché non sono dipendente da
nessuna tecnica. Io sono decisamente per il loro utilizzo. Noi pensiamo di comprare
presto un computer per nostri figli perché facciano il loro lavoro. Nonostante non mi
serva un computer181.
Penso di conoscere quasi tutte le cose che si possono fare con il computer e
internet. So che si possono scaricare libri (e-books), ma non lo faccio, ma mi piace
leggere in quel modo182.
Molto spesso, questa forma di resistenza non è pienamente consapevole, e si
traduce più con una serie di atteggiamenti poco accoglienti che come una vera e propria
critica rispetto a questo immaginario.
Forse mi piacerebbe e mi potrei interessare ma no, non ho molta pratica. Se
davvero mi piacesse molto, forse avrei già imparato, il computer a casa c’è sempre
stato183.
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La tecnologia per me è il massimo! Mi dispiace che non mi attiri, non mi stimoli, c’è
qualcosa in me che non mi spinge ad andare avanti. Il computer mi fa pensare al
lavoro184.
A casa non l’avrò mai, mi basta la TV e il video. Non vorrei a casa un semiuomo.
[ride]
185
Qui non ho tempo, e a casa succede lo stesso, perché quando c’è mia figlia, che lo
usa, io non ho mai tempo, a volte penso che mi piacerebbe usarlo, ma ho sempre un
sacco di cose da fare, rinvio sempre e non ho mai provato, ma sono curiosa, perché mi
piacerebbe sapere, e mi piace usare tutto quello che ho a casa e mi piace saperlo usare,
mi piace lavorare con tutte le macchine, sino ad ora non è capitato, ma verrà la volta
buona perché credo sia importante, usarlo e saperlo usare186.
Non provo nessuna avversione per le nuove tecnologie. Non mi sono interessata di
più forse perché non è ancora arrivato il momento di farlo187.
Mi piacerebbe imparare, ma come? Non faccio niente per imparare, bisognerebbe
che qualcuno mi stimolasse e dovrei comprare un computer e allora nascerebbe il
piacere del computer188.
C’è nella intervistate la sensazione che, abbandonandosi completamente in questo
nuovo mondo e nell’immaginario connesso – che pure avvertono come affascinante ed
utile – saranno poi costrette a rinunciare ad aspetti della loro vita privata che ritengono
fondamentali e a cui non sono disposte in alcun modo a fare a meno.
Non provo alcuna curiosità di saperlo usare! [risata] Non ne ho mai avuto voglia.
C’è gente che se la sente, io no. Se si trattasse di un’altra cosa credo che mi piacerebbe
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imparare, ma questo no! Toccare tanti pulsanti. È come con i cellulari, ho il cellulare,
ricevo e faccio telefonate, ma messaggi … . Il tempo che mi fa perdere. Magari avessi
tempo per altre cose. So che certe cose sono molto più facili con il computer e su
Internet189.
Internet è una cosa grande però ha anche le sue cose negative. Da una parte ci dà
tanta informazione. Ma dall’altra ti fa sentire stupido. Perché? Perché ognuno può
mettere una informazione, ma nessuno è responsabile per la sua verità. In questo modo
si può mettere qualsiasi informazione che non è vera. Così la gente che vuole imparare
può imparare una cosa che è falsa190.
Il computer è diventato l’unico attrezzo che è possibile usare, perciò non è più solo
un attrezzo, ma un obbligo per lavorare, ha aumentato il suo potere. A volte mi sembra
di perdere un po’ della mia creatività, perchè penso solo alle possibilità del computer191.
Ho paura della freddezza, sono tutti oggetti che ci fanno diventare degli automi,
delle macchine. Ad esempio, tu mi parlavi di internet. Se tu mi dovessi dire che noi
facciamo tutto tramite Internet: acquistiamo frutta, verdura, pane… No, no, non mi va
bene. Io piuttosto faccio 10 km ma preferisco andare in fondo a via Sestri perché so che
lì vendono le puntarelle o la pasta che viene da Napoli, e la mia vita è arricchita dalla
soddisfazione di cucinare cose nuove, di parlare con chi ti vende il prodotto e ti dice che
è originale, perché altrimenti tu vai al supermercato che tutto è uguale, ti viene una
tristezza dentro che è da piangere!192
Riesco ad accenderlo, a fare dei lavori ma non provo quell’entusiasmo che hanno
certe persone, e la smania di Internet. Se devo andarci e navigare, ci vado, ma se non
ce n’è bisogno non ho quella curiosità. Lo confesso non ho un grande interesse, proprio
no193.
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L’inglese: una difficoltà oltre la difficoltà
Per le donne intervistate, una difficoltà che si aggiunge alle altre nella possibilità di
apprendimento e utilizzo di computer e rete è costituita dall’impiego nelle TIC della
lingua inglese come lingua universale.
Infatti, in molte ci hanno segnalato che, dal momento che loro non padroneggiano
questa lingua ritenuta irrilevante o poco importante ai tempi della loro formazione,
questo ha costituito per loro un ulteriore ostacolo di non poca entità.
Ciò è vero in dimensione maggiore per i computer di prima generazione che adottavano
l’inglese come lingua ufficiale.
All’inizio, per me, è stato molto difficile, era una scatola che mi stava davanti ed
emetteva messaggi [pausa] che non capivo [pausa] ma poi ho cominciato a capire il
computer. È stato difficile, era tutto in inglese, non c’era niente in portoghese [pausa]
ma ho imparato a conoscerlo!
194
Per noi è molto più difficile, perché non so l’inglese e questa è stata la difficoltà
maggiore195.
Ma rimane vero anche oggi per quei Paesi, come Bulgaria e Lettonia, in cui la
lingua madre prevede l’impiego di caratteri alfabetici differenti da quelli impiegati
dall’inglese.
Anche l’inglese è molto importante. Perché senza questo inglese è impossibile
sedere davanti al computer. E veramente si deve prima imparare l’inglese, e poi mettersi
al computer, o almeno tutte le due cose insieme. Altrimenti non va196.
Certamente c’è una barriera di lingua perchè se non posso fare qualcosa, il
computer getta un testo in inglese, ma non ho le cognizioni così buone per capire, ma
194
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Intervista 21 P.
Intervista 18 B.
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non ho anche nessuna necessità di scrivere197.
Il computer, credo che se sapessi l’inglese, riuscirei a usarlo, quello chiede tutto e
non è così difficile, credo di no198.
Loro [i computer] mi parlano in inglese ed io non so l’inglese199.
Il mio grande problema è che tutto quello che è scritto al computer è in inglese ed
io parlo tedesco, quindi è tanto difficile per me200.
Il mio grande problema finora è la lingua. Se voglio lavorare al computer e a tutti i
suoi comandi, dovrei sapere la lingua inglese201.
Commenti e considerazioni finali
Alla luce del lavoro di ricerca sulle storie di vita e della conseguente analisi
comparativa, possiamo affermare che le narrazioni, e quindi le esperienze, raccolte nei
diversi Paesi coinvolti nel progetto, pur nella loro estrema differenza e complessità, sono
accomunate per il fatto di attraversare, chi più chi meno, otto grandi gruppi di questioni
che possiamo così riassumere:
1) Per il nostro target, l’uso di computer e rete sono vincolati all’esistenza di una
qualche forma di necessità, di un qualche tipo di bisogno che si ritiene soddisfabile
grazie all’impiego di queste nuove tecnologie. Nonostante esistano e siano menzionate
diverse tipologie di necessità, tutte legate alla sfera dei bisogni personali, in assoluto è la
necessità legata al mondo del lavoro il motore e la causa prima che spinge al primo
approccio verso le TIC: quasi tutte le donne intervistate hanno iniziato o perché
computer e rete facilitano il lavoro che svolgono, o perché sul luogo di lavoro è diventato
obbligatorio saper utilizzare certi strumenti e programmi, o infine, perché cercavano di
reinserirsi nel mercato lavorativo in cui l’impiego di queste tecnologie risulta
197
198
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200
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imprescindibile.
2) Il tipo di approccio all’uso delle TIC da parte delle donne adulte intervistate rende
indispensabile l’incrocio di teoria e pratica; infatti, se nel momento iniziale molte di loro si
sentono legittimate e protette nel delicato processo di apprendimento dal fatto di poter
seguire dei corsi specifici, il salto di qualità avviene sempre e soltanto quando c’è la
possibilità/necessità
di
utilizzare
i
nuovi
strumenti
e
le
nuove
conoscenze
quotidianamente.
3) Agli occhi di parecchie delle intervistate, le TIC appaiono come mezzi efficaci per
ottenere le informazioni cercate e per rendere più agevoli e veloci alcune operazioni,
come la prenotazione di viaggi e di spettacoli, oppure le operazioni bancarie e fiscali.
Tutto ciò produce un notevole risparmio di tempo, risparmio che non si traduce quasi
mai in un re-impiego del proprio tempo nell’utilizzo delle TIC per interessi personali, ma
piuttosto nella possibilità di avere più tempo libero da dedicare alle proprie passioni.
Rispetto al risparmio di tempo, una segnalazione che arriva da più parti è che questo è
possibile solo quando si ha una certa familiarità con l’uso di computer e rete, mentre
quando si è ancora inesperte è indispensabile avere molto tempo a disposizione per
imparare e fare pratica. E questa esigenza di tempo pare costituire la causa di numerosi
abbandoni, soprattutto da parte di donne che, oltre a lavorare e occuparsi della famiglia,
non riescono a ritagliarsi uno spazio apposito per dedicarsi all’acquisizione di nuove
conoscenze e saperi.
4) Spessissimo l’accesso alle TIC è veicolato da mediazioni viventi, cioè da un
familiare, soprattutto dalle figlie femmine, ma anche da mariti, amici e colleghi, che
aiutano e facilitano il processo di apprendimento. Queste figure rivestono un ruolo
importante sia come compagne e compagni di studi, ma anche come maestri e maestre
amorevoli e accoglienti, sempre disposti ad aiutare e a fornire spiegazioni. Inoltre,
quando le donne adulte vedono in computer e rete degli strumenti utili per dialogare e
mantenersi in contatto con le persone lontane velocemente e a costi ridotti, la concreta
possibilità di comunicare costituisce anch’essa una buona mediazione per avvicinarle al
mondo informatico.
5) C’è e permane un immaginario negativo che circonda il mondo delle TIC, rispetto
al quale nelle nostre interviste abbiamo registrato via via o la percezione di un pericolo
per la propria salute o per la propria sicurezza, oppure una sorta di resistenza rispetto a
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strumenti che si avvertono come totali e totalizzanti, oppure ancora un rapporto di
inimicizia che si traduce con una non familiarità nei confronti degli strumenti. Rispetto ai
pericoli connessi alla possibilità di utilizzare computer e rete, un peso molto forte è
costituito dalla possibilità, soprattutto per i più giovani, di incappare nelle numerose reti
di pedofili, o comunque di entrare a contatto con persone poco affidabili, oppure nel
rischio di perdersi in un mondo virtuale senza più contatti con la realtà. Oltre a ciò,
computer e rete in molti casi sono ritenuti responsabili della perdita di numerosi posti di
lavoro.
6) Nelle parole delle donne intervistate, molto spesso abbiamo avvertito un diffuso
senso di inadeguatezza, almeno nella prima fase di apprendimento all’uso. Un senso di
inadeguatezza che va scemando con l’aumentare delle capacità delle intervistate di
utilizzare gli strumenti informatici, ma che in alcuni casi pare persistere nonostante il
rapporto con le TIC sia un buon rapporto che si gioca nella quotidianità. È come se
rimanesse sullo sfondo e continuasse ad avere un peso l’immaginario negativo che vuole
le donne e le tecnologie come mondi incomunicabili.
7) Oltre al diffuso senso di inadeguatezza, nelle interviste abbiamo avuto modo di
leggere una sorta di resistenza passiva, più o meno conscia, che parecchie donne
intervistate sembrano mettere in atto nei confronti delle TIC. Resistenza rispetto a cosa?
Rispetto ad un mondo in cui alcuni degli aspetti della propria vita, come il piacere di
uscire di casa e di incontrare gli amici o di leggere un libro stampato, paiono non trovare
più spazio. È come se molte donne avessero paura che aderire a questo mondo e allo
stile di vita che questa adesione comporta, le costringesse a fare e meno di qualcosa a
cui non sono disposte a rinunciare. Raramente questa resistenza è una resistenza
consapevole che si traduce in una vera critica rispetto a questo mondo. Molto più spesso
è una resistenza passiva che si traduce in atteggiamenti poco accoglienti o scostanti
rispetto alle possibilità offerte da computer e rete.
8) Infine, soprattutto per le donne più avanti negli anni, il problema dell’impiego di
una lingua straniera nei comandi e nell’uso delle TIC di prima generazione ha costituito e
continua a costituire un ostacolo che si aggiunge agli altri. Un ostacolo il cui impatto
emotivo continua a rimanere molto forte, e che continua a persistere nonostante nei
computer di ultima generazione questo impiego massiccio della lingua inglese sia quasi
scomparso.
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Da ultimo, un discorso a parte meritano forse le interviste realizzate in
Danimarca. Infatti, questo è un paese che sotto questo aspetto appare totalmente
differente rispetto agli altri: le TIC sono molto diffuse, vengono utilizzate a qualsiasi
livello e, quasi, da chiunque e questo impiego massiccio pare essere un patrimonio
comune della cultura danese ormai da diverso tempo. Questo probabilmente fa sì che
anche l’immaginario sia assolutamente positivo, senza che vi sia tuttavia una eccessiva
esaltazione delle TIC. È un immaginario che si sostanzia di vissuti concreti, in cui anche
gli aspetti negativi, come la continua accelerazione delle nostre vite connessa all’utilizzo
di questi strumenti o il pericolo di perdersi nel mondo virtuale, trovano una loro
collocazione.
Le donne danesi sono le uniche che parlano di computer e rete non solo come di
strumenti utili per il proprio lavoro, ma anche e soprattutto come dispositivi che
consentono loro di conciliare vita privata e lavoro, studio e impegni familiari.
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Parte 2
A partire dall’analisi di alcune riviste
Lara Corradi e Antonia De Vita
La scelta di spogliare riviste femminili per esplorare il rapporto tra donne e
tecnologie
Durante la stesura iniziale del progetto, la ricerca ha previsto una seconda fase di
lavoro nella quale, attraverso lo spoglio di riviste in ciascun paese partner, si potesse
indagare quali rappresentazioni e contenuti emergevano da articoli e testi sulla relazione
tra le donne e le TIC, in particolar modo pc e internet.
La scelta delle cinque riviste è stata orientata dai seguenti criteri:
1) una rivista dalla diffusione ampia rivolta ad un pubblico femminile più
tradizionale, senza esclusione di quello maschile, che trattasse di valori e
famiglia, stili e cicli di vita, casa (esempio italiano: Famiglia Cristina)
2) una rivista più centrata su temi di politica e società, attualità e dibattiti
internazionali per un target medio-alto di persone informate (Espresso,
Panorama)
3) una rivista maggiormente orientata a temi “fashion”, “glamour” (Marie
Claire, Elle) di cui esistono corrispondenti nei diversi paesi e una che affrontasse
le medesime questioni con un taglio più pratico ampliando le tematiche, oltre alla
moda, alla cura del corpo, etc., anche alle relazioni uomo/donna etc. (Donna
moderna, Grazia)
4) una rivista di taglio più apertamente femminile, attenta alla vita e al lavoro
delle donne, alle sue evoluzioni e ai più recenti dibattiti europei ed extra europei
(La repubblica delle donne).
L’ipotesi di base che giustificava la scelta di questa indagine è che grazie alla
dimensione mass mediale si potesse avere una visione di due differenti livelli: da un lato
approfondire le varie rappresentazioni attorno al rapporto tra donne e TIC e dall’altra
monitorare quali iniziative coinvolgono le donne nei loro rapporti con le tecnologie
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(segnalate dalle riviste e pertanto rilevanti).
Per procedere in questo senso ciascun paese, dopo una prima ricognizione del
materiale disponibile sul proprio territorio nazionale -sia dal punto di vista delle
caratteristiche editoriali come la periodicità e il target, che della possibilità di reperire con
facilità le pubblicazioni degli ultimi due anni- e un primo momento di discussione durante
il meeting di Riga avvenuto a giugno 2006, ha individuato cinque riviste molto diffuse nel
proprio paese che corrispondessero il più possibile ai criteri comuni sopra definiti,
facendo in modo che vi fosse omogeneità nella scelta di tali riviste che ad un primo
sguardo possono apparire molto diverse tra loro, per le differenze nella periodicità e nei
tipi di target, dovuti a scelte editoriali proprie di ciascun Paese e che non trovavano
corrispondenze nelle riviste degli altri Paesi oggetto d’indagine.
Ciascun paese ha selezionato e spogliato le seguenti riviste:
Portogallo:
-
-
-
Visao. È una rivista settimanale che segue i principali avvenimenti della politica
nazionale e internazionale e si occupa di vari temi di attualità internazionale. I
principali temi affrontati riguardano società, politica, economia e finanze, cultura,
scienza, sport e medicina. Diffusione: 120 225; Gruppo IMPRESA; sito:
http//www.visaoonline.pt
Famula Crista. È una rivista mensile che si rivolge alle famiglie, si occupa di
argomenti che spaziano dalla religione alla politica, dall'economia alla società.
Diffusione: 20 000; Instituto Missionário Pia Sociedade de S. Paulo; sito:
http://www.familiacrista.com
Unica. Una rivista di opinione che si occupa di temi sociali, politici, economici,
finanziari, di cultura, scienza, sport e medicina. Rivista settimanale del Jornal
Espresso; sito: http://semanal.expresso.clix.pt/unica/
Maxima. È una rivista mensile di moda, gastronomia, servizi di sostegno alla
famiglia, notizie, bellezza, salute e fitness, denaro e carriera, cultura e tempo
libero, arredamento, astrologia. Sito: http://www.maxima.pt
Muhler Moderna. È una rivista femminile, settimanale, di moda, salute, bellezza,
gastronomia, arredamento, cinema e televisione, sessualità e famiglia, astrologia
e attualità Dffusione: 39 250; Gruppo IMPALA; sito: http://www.impala.pt.
Bulgaria:
-
Eva. È una rivista mensile che tratta di moda, stile di vita, bellezza e salute, e di
vari personaggi ed eventi. In essa le lettrici ed i lettori possono trovare le risposte
alle domande più frequenti riguardanti i campi menzionati. La rivista ha un
carattere di divertimento e contiene vari giochi, test e oroscopo. La rivista è
destinata alle donne, ma ha un carattere commerciale e di divertimento. Qui non
ci sono articoli che riguardano le donne ed il loro lavoro, ma solo sullo stile di vita
e sul mantenimento del loro aspetto esteriore. Si trovano però anche molti articoli
su carriere maschili di successo.
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-
-
Jenata dnes ovvero La donna oggi
Jurnal za jenata ovvero La rivista per la donna
Paralleli. La rivista Parallelii pubblica articoli riguardanti lo stile e la bellezza, e
informazioni sulle varie sfere della vita. Contiene recensioni di libri ed album
musicali. I lettori imparano diversi fatti della storia e hanno l’opportunità di
leggere delle notizie attuali riguardanti le stelle del cinema famose. Paralleli
contiene anche consigli per migliorare il vostro aspetto esteriore – dal trucco al
perdere il peso.
Tema.
Danimarca
-
-
-
Famiglie Journalen. Ovvero ‘La rivista della famiglia’ è il settimanale danese più
diffuso e conosciuto da gran parte dei danesi. I lettori abituali sanno che la rivista
negli ultimi anni è stata sottoposta a grandi cambiamenti per apparire come una
rivista moderna, con lo scopo di soddisfare le tante richieste delle lettrici.
Contiene storie interessanti sulla vita dei danesi, romanzi di alta qualità, la posta
dei lettori, rubriche su salute, benessere, ricette e cucito, giardinaggio,
cruciverba, guida TV ecc. Come è stato notato dalla ricercatrice, nel 2004 tale
rivista dichiara di non avere la possibilità di rispondere alle e-mail: c’è un solo
indirizzo e-mail, nella posta dei lettori, mentre ci sono i numeri di telefono e gli
indirizzi postali per ogni argomento. Dal n° 37 del 2004, viene tolta la restrizione
alle e-mail. Nel 2005 nasce una rubrica che si intitola “Utile su Internet” e c’è
anche un indirizzo e-mail per contattare il redattore. Dall’ultimo numero del 2005
ci sono indirizzi e-mail per 4 delle rubriche di buoni consigli. Pian piano ci sono
sempre più siti web nella rivista. Sito: http://www.aller.dk/
Femina. È un settimanale femminile molto radicato nella cultura danese. É una
rivista moderna composta da un misto di moda, arredamento, consigli e tanta
nuove idee; ci sono ricette di cucina, che sono all’altezza delle esigenze della vita
moderna di facile preparazione, nutrienti e sane. Le pagine di bellezza mostrano
tutte le nuove tendenze. Infine ci sono una seria di articoli che parlano di persone
che hanno qualcosa da dire. Gli articoli a tema mettono in discussione diversi
problemi e cercano anche di trovare una via di uscita. Gli articoli parlano
soprattutto di moda, arredamento e argomenti brevi; c’è un articolo fisso che
parla della vita di coppia. Come è stato notato dalla ricercatrice, nel primo
numero che è stato esaminato c’erano indirizzi e-mail per 3 rubriche delle
numerose rubriche. C’erano 2 pagine con gli indirizzi degli inserzionisti, una
pagina con i siti web e una con gli indirizzi e-mail, il resto erano numeri di
telefono. Dal 2006 ci sono collegamenti a pagine web in alcuni articoli e più
indirizzi e-mail. Sito: http://www.femina.dk/
Alt for damerne Il settimanale ‘Tutto per le donne’ si rivolge a donne attive, sia
nel lavoro che nel tempo libero, donne curiose e impegnate, che stanno dietro ai
loro interessi, agli amici e alla famiglia, che vogliono avere sia stimoli che sfide, e
hanno la mente aperta per nuovi input. La lettrice tipo è consapevole, si interessa
dei propri cari e ama viaggiare. É una donna che ama il tempo libero, va al
cinema e a teatro, visita mostre e mangia spesso fuori. Abita tipicamente
nell’area della capitale o in grandi città, ha fra i 20 e i 50 anni. Il commento
dell’esaminatore: nel 2006 una pubblicità su dodici fa riferimento a siti web. L’uso
di computer da parte di donne non è un tema di per sè trattato nella rivista. Ci
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Program Socrates Action Grundtvig Grant Agreement number: 225348-CP-1-2005-IT-GRUNDTVIG-G1
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sono alcuni articoli che parlano di donne e lavoro, spesso storie di donne che
possono essere modello per le altre. Vi sono articoli d’opinione.
Sito: http://www.altfordamerne.dk/asp/frame.asp?side=oplag%20og%20profil.html
Domenica è un settimanale conosciuto per i suoi articoli che sollecitano la
riflessione. Ogni numero contiene interviste a donne famose e dinamiche, 12
pagine di ricette e cucina, 16 pagine di parole incrociate e 8 pagine di guida TV, 4
pagine di “spotlight” di libri, teatro, cinema ecc. e 4 pagine di viaggi. La moda per
la donna matura viene seguita attentamente e si può trovare inspirazione per la
casa nelle pagine di arredamento. Domenica è la rivista per la donna matura che
cerca idee, ispirazioni e intrattenimento. Il commento dell’esaminatore: la rivista
ha un indirizzo e-mail in rilievo sotto l’articolo di fondo del redattore e tratta la
posta dei lettori tramite un loro indirizzo e-mail, spesso ci sono anche riferimenti
al sito web. In fondo a quasi tutti gli articoli ci sono gli indirizzi e-mail di
giornalisti che li hanno scritti. Non ci sono articoli che parlano direttamente di
tecnologia, ma c’è un uso costante di termini tecnici che prevedono una certa
conoscenza. Gli articoli sulle donne e del loro lavoro parlano di donne forti, che
anche in circostanze difficili riescono a farsi valere e vengono viste come esempi
per le lettrici. Sito: http://www.aller.dk/
Henders verden ovvero ‘Il suo mondo’ è un settimanale che prende spunto dagli
interessi delle lettrici: salute e benessere, casa e giardino, cucina e feste, moda e
bellezza, bambini, cucito e piccoli progetti fai da te. Il commento
dell’esaminatore: nella rivista si trova una rubrica fissa con il titolo ‘Computer e
suggerimenti’; ci sono 5-6 brevi notizie con una impostazione fissa, ci sono
suggerimenti di siti web delle lettrici, qualcosa che si può creare grazie al
computer, che riguarda la salute, notizie dal mondo, corsi di computer e novità.
Il contenuto corcorda bene con il profilo ufficiale: “la rivista per le donne attive e
le grandi consumatrici.” Il punto di partenza non è di informare dell’esistenza del
computer e di internet, che viene dato per scontato dalla redazione. Perciò ci
sono brevi notizie e buoni suggerimenti che le lettrici possono sfruttare secondo
le loro capacità. Le qualità tecniche cui si fa riferimento partono da un livello
semplice, fino a arrivare ad un livello avanzato dell’uso di
programmi
professionali. É ovvio che la redazione parte dal presupposto che fra le sue lettrici
ci sono sia principianti che professioniste, e che tutte devono essere soddisfatte.
Negli ultimi numeri ci sono soprattutto riferimenti a siti web d’interesse e novità
dal mondo del computer, invece di istruzioni per l’uso.
Sito: http://www.dmu-mags.dk/PgEgmont/hendes_verden.htm.
Lettonia:
-
Una
Ieva
Italia:
-
Donna moderna settimanale che si presenta come una sorta di “prontuario” per
la donna di oggi che si trova a dover affrontare i molteplici impegni quotidiani:
lavoro, casa, famiglia ma che comunque è sensibile anche alla moda e ai consigli
di bellezza. Il giornale è strutturato in articoli brevi, di veloce lettura. Gli articoli
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che parlano di computer, si uniformano alla linea editoriale del rotocalco,
fornendo consigli molto pratici come indirizzi di siti per poter fare la spesa on line,
pagare le bollette, così come suggerimenti sui programmi utili per la gestire al
meglio le esigenze per sé e la famiglia. Da questo punto di vista si riscontra
un’analogia con quanto emerso nelle interviste, ovvero, l’uso del computer è
sempre finalizzato, riconducibile al soddisfacimento di uno specifico
bisogno/necessità che comunque può anche essere “frivola” (cercare l’indirizzo di
una palestra). Il giornale presenta alle sue lettrici il pc come mezzo per
semplificarsi la vita ma anche per raccogliere informazioni utili per il proprio
tempo libero.
Negli articoli mancano invece momenti di riflessione sul rapporto tra donne e
tecnologia.
La Repubblica delle donne è un giornale particolare in quanto supplemento di un
quotidiano. Da un lato quindi ci sono servizi dedicati alla moda, alla casa, alla
bellezza, alla cucina come in altri periodici femminili, ma dall’altro non mancano
gli spazi dedicati all’approfondimento. La sensazione è che si rivolga ad un
pubblico più colto che non cerca una rivista da leggere in maniera distratta ma
piuttosto ha piacere nel leggere articoli di approfondimento. Grande attenzione al
mondo femminile e all’evoluzione della società. Molteplici sono i temi trattati:
lavoro, tecnologia, vita familiare…Negli articoli vengono sempre paragonati
diversi pareri di esperti ma soprattutto c’è una tendenza a rifuggire quelli che
sono gli stereotipi sulle donne esistenti nell’immaginario comune.
Sito: http://www.dweb.repubblica.it/dweb/index.jsp
Famiglia cristiana è un giornale fortemente ancorato a valori tradizionali. Anche
quando si parla delle donne in carriera all’interno di istituzioni cattoliche –scuole,
associazioni…- si sottolinea come la presenza femminile sia importante in virtù
delle caratteristiche che da sempre vengono associate alle donne come capacità
di ascolto e di cura. Consultando il giornale l’idea è che ci si rivolga ad un
pubblico di lettori fedeli alla testata che ne condividono anche i valori.
L’espresso è un rotocalco che si rivolge prevalentemente ad un pubblico maschile
di elevato livello culturale. Gli articoli sono lunghi e trattano approfonditamente
temi politici e di attualità. Il giornale ha varie rubriche tra cui una dedicata alla
tecnologia in cui fornisce informazioni molto tecniche usando un linguaggio
specialistico. Il giornale parla poco di donne e quando lo fa è per presentare delle
ricerche bizzarre sul comportamento affettivo/sessuale femminile svolte da
università o comunque enti di ricerca specializzati.
Grazia assieme a Gioia si presenta come rotocalco femminile decisamente più
frivolo. La parte più corposa del giornale è dedicata a servizi fotografici
prevalentemente di moda femminile e moda per bambini. Ci sono varie rubriche
estremamente sintetiche, quasi dei piccoli box, mentre gli articoli sono
mediamente una decina per numero e pochi sono quelli di approfondimento.
L’impressione è quella di un giornale di puro intrattenimento, con una quasi
totale assenza di momenti di riflessione.
Gli unici articoli relativi al computer sono del 2006 e coincidono con l’apertura del
blog di Grazia.
Gioia Inizialmente, nell’impossibilità di reperire Grazia, si era pensato di sostituire
questa testata con Gioia, di cui però sono stati visionati solo i numeri dal gennaio
2005 a giugno 2006 –gli unici reperibili. Sebbene in un secondo momento sia
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stato possibile visionare anche Grazia si è pensato comunque di tenere il
materiale raccolto.
Gioia ha una veste simile a Grazia, con molte foto e rubriche e pochi articoli.
Rispetto a Grazia però il giornale sembra puntare maggiormente sul gossip
riferito a personaggi famosi o presunti tali e il formato del rotocalco è
decisamente più scarno.
Il tema donna/utilizzo pc non viene mai affrontato, l’unico accenno è in un breve
articolo che parla del boom dei corsi. Difficilmente vengono affrontati i temi del
lavoro e della formazione, l’unico articolo che affrontava il tema parlava di come
è opportuno andare vestite in ufficio.
Elementi emersi dall’analisi delle riviste
In generale si può dire che in nessuno degli articoli analizzati dai Paesi partner, il
tema della nostra ricerca - il rapporto delle donne adulte con le TIC - è affrontato
apertamente. Il tema è affrontato in maniera del tutto indiretta e dunque il fuoco
dell’analisi si è concentrato per necessità sullo spazio dedicato nei magazines alle
tecnologie informatiche. Abbiamo dunque preso in esame questo aspetto riscontrando
che benché tutti e cinque i paesi avessero in comune la mancata trattazione del tema,
sono tuttavia notevoli le differenze rispetto allo spazio dato alle TIC e alla retorica
relativa al loro uso.
Esemplari, perché antitetiche, le posizioni di Danimarca e Lettonia. Negli articoli
analizzati su riviste provenienti dalla Danimarca, dove l’89% della popolazione usa il pc,
la retorica che circonda l’impiego delle TIC è assolutamente positiva. Vengono esaltate
quali exempla donne forti, in carriera, che nonostante le difficoltà incontrate sul loro
cammino sono riuscite a risollevarsi e a ricostruirsi una vita e lo hanno fatto, spesso,
utilizzando le TIC come alleati per risparmiare tempo, e riuscire a conciliare tempo di vita
e di lavoro. Al contrario, negli articoli esaminati in Lettonia, dove la percentuale di utenti
di pc ed internet è molto più bassa, la retorica è piuttosto negativa, e la cosa su cui si
insiste maggiormente sono i pericoli connessi all’uso delle TIC, paragonate per
pericolosità all’alcol col quale hanno in comune sia la capacità di produrre dipendenza
che di produrre danni fisici.
Tra queste due estremi, si collocano con differenti sfumature e posizioni, gli articoli
contenuti nelle riviste portoghesi, italiane e bulgare.
Nelle riviste portoghesi analizzate, in generale, il tema più diffuso sembra essere il
dibattito sulla differenza di genere, con forti punte rivendicative per la discriminazione
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subita dalle donne in termini di salario e condizioni lavorative. In egual misura si trovano
da un lato articoli che esaltano le potenzialità delle TIC e i vantaggi derivanti dal loro uso
e, dall’altro lato, articoli che mettono in guardia dai pericoli connessi ad un uso
sconsiderato delle TIC, soprattutto per i più giovani. In generale però vi è una lieve
preponderanza negli articoli che propongono una visione positiva, che pare essere spinta
in particolare dai politici, uomini e donne indifferentemente.
In Italia vi è un sostanziale equilibrio tra la visione positiva - che arriva a
paragonare il pc ad un elettrodomestico come gli altri- e quella negativa che mette in
guardia dai pericoli per un uso sconsiderato delle TIC. È interessante notare che in
numerosi articoli di riviste, anche molto diverse tra loro, si trovano consigli pratici per
affrontare questo modo che risulta all’utenza italiana ancora abbastanza sconosciuto – si
va da consigli per smascherare le bufale on line a suggerimenti per lo shopping on line,
etc.
Negli articoli analizzati in Bulgaria la situazione pare essere apparentemente molto
simile a quella riscontrabile in Danimarca, ma con una differenza fondamentale: infatti,
come in Danimarca, anche in Bulgaria quasi tutti gli articoli presi in esame propongono
con insistenza l’immagine di una donna forte, che riesce a conciliare tempi di vita e di
lavoro, e a farsi valere in un mondo di uomini. Ma mentre negli articoli di riviste danesi si
fa riferimento alle TIC come risorsa per queste super-donne, come strumenti utili per
realizzare le loro imprese e rialzarsi dopo momenti difficili, negli articoli bulgari questo
non accade mai e tutto pare essere lasciato esclusivamente alle risorse e capacità
individuali delle singole donne, le cui storie vengono riportate come esempio e stimolo
per tutte.
I risultati attesi e quelli raggiunti
Presentare gli elementi emersi dallo spoglio delle singole riviste mostra quanto il
tema oggetto dell’indagine, il rapporto tra donne e TIC, sia del tutto assente e presente
solo in maniera del tutto trasversale come trattazione singola di aspetti differenti della
vita delle donne da un lato o di impiego delle tecnologie dall’altro.
Lo spoglio ha disatteso l’aspettativa di trovare numerosi articoli sul tema e ci ha
costretti a tornare sull’ipotesi iniziale di una presenza mass-mediatica del tema.
Durante il meeting di Sofia (maggio 2007), a seguito della presentazione dei
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risultati da parte di ciascun partner, abbiamo discusso le ragioni dei risultati attesi.
L’ipotesi più significativa che giustifica l’aspettativa va nel senso di una ‘pervasività’ del
tema a livello mass mediatico e ancor più a livello di diffusione di stereotipi. Detto
altrimenti, la relazione tra donne e tecnologie informatiche è presente in maniera
pervasiva nelle rappresentazioni e negli stereotipi e circola in maniera massiccia anche se
dal punto di vista della ‘presenza reale’ della trattazione del tema nelle riviste selezionate
è del tutto marginale o quasi assente.
Dallo spoglio delle riviste gli elementi emersi mostrano che è molto forte
l’attenzione verso temi che riguardano trasversalmente la vita delle donne e il lavoro
femminile, come pure la conciliazione tra questi aspetti e la forte attenzione su una
dimensione ancora fortemente discriminante tra i due sessi.
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Parte 3
Note di metodologia della ricerca nel contesto di progetti
europei
Lara Corradi e Antonia De Vita
Il progetto Ciao!Women ha avuto un’origine lontana nel tempo in un Partenariato
di Apprendimento202 intitolato CIAO! - Communication via It for Adults Online.203
L’idea su cui questo primo progetto si basava era quella di indagare cosa
effettivamente si conosceva di quelle persone adulte che, pur non avendo una
conoscenza dell’uso del computer o di Internet, avevano deciso o erano state costrette
ad utilizzare gli strumenti tecnologici.
In particolare, interessava raggiungere coloro che non avevano dimestichezza con
l’uso delle tecnologie, con un’attenzione particolare alle donne, per poter scoprire che
idea questo target di utenti si era fatto della possibilità, ad esempio, di comunicare via
Internet o di utilizzare il pc nei luoghi di lavoro, tentando di scoprirne anche i timori, i
dubbi, e le aspettative.
Per poter parlare con queste persone, difficilmente raggiungibili altrimenti,
abbiamo portato delle postazioni multimediali in luoghi frequentati per le finalità più
diverse (acquisti, svago, spesa quotidiana) e collegato online i Paesi che partecipavano al
progetto, in modo da dare alle persone che frequentavano questi luoghi l’opportunità di
interagire in tutta libertà.
Infatti, in un primo momento abbiamo lasciare le persone libere di dialogare, e solo
in un secondo momento abbiamo chiesto loro di rispondere ad alcune domande volte ad
esplorare la loro percezione dell’uso di tecnologie.
L’analisi delle interviste, unita all’osservazione di quanto successo durante i
collegamenti, ci ha permesso di ottenere dati utili ad ipotizzare con quale terminologia,
secondo quali modalità, e con quali scopi prioritari offrire dei corsi sulle tecnologie e il
202
Un Partenariato d’apprendimento Grundtvig prevede attività di cooperazione tra organizzazioni
impegnate nel campo dell’educazione degli adulti.
203
Il Partenariato ha avuto una durata di tre anni, dal 2001 al 2004, ed è stato cofinanziato dal
Programma Socrates, azione Gruntvig 2 (Partenariati di apprendimento).
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loro uso. Ma il numero esiguo delle interviste realizzate in questo primo progetto, circa
50, non ci ha permesso di approfondire ed analizzare queste tematiche come avremmo
voluto, e quindi abbiamo deciso di ideare un progetto di più ampio respiro, che abbiamo
deciso di intitolare CIAO!Women, in quanto rivolto interamente alla percezione che le
donne hanno delle tecnologie informatiche204.
Il progetto Ciao!Women nasce dall’interesse ad indagare i bisogni educativi
specifici di donne adulte in relazione alle tecnologie dell’informazione e della
comunicazione (TIC). Siamo convinte che sia necessario ideare approcci innovativi capaci
di rispondere al bisogno crescente di donne adulte, che lavorano o che sono fuori dal
mercato del lavoro (per scelta personale o per motivi familiari), di accedere a percorsi
educativi che, tenendo conto dei loro desideri specifici, rispondano ai loro bisogni
concreti e tengano conto dei loro impegni e disponibilità.
Alcune domande ci hanno guidato nell’ideazione del progetto: cosa significa tenere
conto delle raccomandazioni dell’UE in relazione alle tematiche di genere e alla
promozione delle Pari Opportunità? Quali criteri seguire nell’organizzare attività di
progettazione, ricerca, valutazione, nello stilare questionari e nel realizzare analisi di
bisogni per valorizzare gli aspetti legati al genere? Come conciliare le esigenze e le
peculiarità di tutti, donne e uomini, nelle varie attività che fanno parte di progetti di
ricerca nel vasto campo della formazione e dell’educazione adulta?
Al fine di farsi carico di questi quesiti e nel tentativo di individuare un percorso in
grado di tenere aperta la questione senza schiacciarla in soluzioni veloci e semplicistiche
che risulterebbero necessariamente riduttive e inefficaci, abbiamo ritenuto importante
trovare il modo di incrociare il sapere guadagnato dalla riflessione delle donne in questi
ultimi due secoli in termini di uso del linguaggio, pratiche, e modelli di educazione adulta
e di formazione, e le direttive europee. Questo ci ha permesso di individuare nuovi criteri
per la realizzazione di percorsi formativi per rispondere ai bisogni e agli interessi di quelle
donne adulte ancora lontane dal mondo della tecnologia informatica, non facendoci
influenzare dagli stereotipi sulle relazione fra donne e tecnologie e usando una
terminologia specifica che abbia un senso alle orecchie delle destinatarie dal momento
204
Il primo progetto Ciao! è stato coordinato da Rita Bencivenga che rappresenta l’elemento di
continuità nelle progettualità Ciao! Women.
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che i corsi e le attività formative tradizionali rischiano di risultare appropriati solo per
coloro che hanno confidenza con il mondo dell’informatica, ma risultano escludenti per
coloro che non hanno questa familiarità e che non hanno neanche quelle conoscenze
generiche comuni a tutti coloro che sono nati in un’epoca in cui i computer erano già
parte della quotidianità.
Ognuno dei paesi partner del progetto - Italia, Portogallo, Lettonia, Bulgaria,
Danimarca - è stato presente nel progetto nelle differenti fasi di svolgimento della ricerca
attraverso un proprio team di ricercatotrici/ricercatori.
La prima fase della ricerca ha previsto la realizzazione di circa 50 interviste in ogni
Paese partner del progetto205, per un totale di 253 interviste, a donne di età compresa
tra i 35 e i 55 anni.
In Lettonia, tra le 50 donne intervistate 24 vivono in area urbana e 26 in area
rurale. Una di esse ha un basso livello di istruzione (6 anni), 17 livello medio (7-12 anni)
e 23 alto (più di 12 anni). 4 sono disoccupate (tutte donne con disabilità); 42 sono
occupate, 4 fanno un lavoro indipendente. Sono state contattate grazie alla
collaborazione con istituzioni locali e tramite contatti informali.
In Italia sono state realizzate 53 interviste narrative. Tra le intervistate, 22 hanno
un’età compresa fra 35 e 40 anni, 20 fra 41 e 50 e 11 sopra i 50. 30 hanno un livello di
istruzione medio/basso (8 anni), 21 medio/alto (8+5 anni) e 2 alto (8 + 5 + 4/5/6 anni).
28 sono disoccupate e 25 occupate: lavorano come segretarie, cameriere, operatrici di
call center. Molte donne aiutano i mariti nel loro lavoro. Le intervistate sono state scelte
attingendo dalle liste delle iscritte ai Centri per L’impiego della Provincia di Genova,
avvalendosi della collaborazione degli Sportelli Informalavoro che sono dislocati su tutto
il territorio provinciale, tramite canali informali (conoscenti) o tramite associazioni che si
occupano di persone diversamente abili.
In Portogallo, tra le 50 intervistate c’erano 3 donne con disabilità. 11 delle donne
intervistate vivono in aree rurali e 39 in area urbana. Sono state contattate grazie alla
205
I dati sulle donne con disabilità e l’analisi dettagliata delle loro interviste sono riportati nel
capitolo a cura di Piera Nobili contenuto nella versione integrale del testo “Our experience in
making a qualitative research in an international context”.
.
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collaborazione con enti regionali o tramite contatti informali. 24 hanno un basso livello di
istruzione (fino a 6 anni), 24 livello medio (7-12 anni) e 24 un livello alto (più di 12 anni).
7 sono disoccupate, 38 lavorano nel settore terziario (lavorando nell’istruzione formale e
non formale), 1 nel settore secondario, 2 sono casalinghe e 2 pensionate.
In Danimarca, le 50 persone intervistate comprendono un gruppo dai 35-55 anni.
Ci sono rappresentanti di tanti tipi di professioni, sia lavoratori autonomi, che dipendenti;
statali e privati. Ci sono persone senza istruzione, con medie e lunghe istruzioni, e
persone fuori dal mercato del lavoro, qui compreso anche disabili. Le persone abitano sia
in città che in campagna.
In Bulgaria delle 50 donne intervistate, 4 sono donne con disabilità. In generale le
donne sono state individuate in aree urbane e rurali, e hanno un livello educativo basso,
medio o alto.
La seconda fase del progetto prevedeva una seconda fase di ricerca nella quale,
attraverso lo spoglio di riviste in ciascun paese partner, si potesse indagare quali
rappresentazioni e contenuti emergevano da articoli e testi sulla relazione tra le donne e
le TIC, in particolar modo pc e internet. L’ipotesi di base che giustificava la scelta di
questa indagine è che grazie alla dimensione mass mediale si potesse avere una visione
di due differenti livelli: da un lato approfondire le varie rappresentazioni attorno al
rapporto tra donne e TIC e dall’altra monitorare quali iniziative coinvolgono le donne nei
loro rapporti con le tecnologie (segnalate dalle riviste e pertanto rilevanti).
Per procedere in questo senso ciascun paese, dopo una prima ricognizione del
materiale disponibile sul proprio territorio nazionale -sia dal punto di vista delle
caratteristiche editoriali come la periodicità e il target, che della possibilità di reperire con
facilità le pubblicazioni degli ultimi due anni- e un primo momento di discussione durante
il meeting di Riga avvenuto a giugno 2006, ha individuato cinque riviste molto diffuse nel
proprio paese che corrispondessero il più possibile ai caratteri comuni sopra definiti,
facendo in modo che vi fosse omogeneità nella scelta di tali riviste che ad un primo
sguardo possono apparire molto diverse tra loro, per le differenze nella periodicità e nei
tipi di target dovuti a scelte editoriali proprie di ciascun Paese e che non trovavano
corrispondenze negli altri Paesi oggetti d’indagine.
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L’approccio qualitativo della ricerca e la centralità dell’impiego dell’intervista
narrativa, benché sufficientemente conosciuti e diffusi nei paesi europei, hanno richiesto
un profilo abbastanza definito dei ricercatori e delle ricercatrici che avrebbero
materialmente svolto le interviste e le avrebbero trattate. In fase di progettazione, la
formazione richiesta per entrare a far parte dei team di ricerca è una formazione di tipo
umanistico. È preferibile provenire da facoltà di Scienze dell’educazione o di Sociologia o
Psicologia, con una conoscenza di metodologie della ricerca qualitativa e in particolare di
approcci biografici sufficientemente consolidata.
I team così selezionati e formati hanno avuto occasione di incontrarsi per la prima
volta nel workshop tenutosi a Verona nel dicembre 2005 per condividere l’impiego
dell’intervista narrativa come approccio e strumento, e per affrontare assieme tutte le
questioni connesse alle difficoltà riscontrabili nel corso della preparazione dell’intervista,
della realizzazione dell’intervista vera e propria, e dell’analisi finale della stessa
(sbobinatura e trattamento). Inoltre, durante questo primo incontro ampio spazio è stato
dato al tema della differenza di genere, in quanto le diverse equipe non avevano una
competenza specifica su questo approccio. In particolare, molto tempo è stato dedicato
alla condivisione della necessità di individuare un modo per incrociare il sapere
guadagnato dalla riflessione delle donne in questi ultimi due secoli in termini di impiego
del linguaggio, pratiche e modelli di educazione adulta e di formazione, e le direttive
europee che, come è noto, hanno ribadito più volte la necessità e l’opportunità di
affrontare il tema delle pari opportunità e, aggiungiamo noi, della differenza di genere.
Inoltre, molto tempo è stato dedicato alla condivisione del taglio epistemologico
con cui abbiamo affrontato questo progetto; taglio che ha posto al centro, come base e
punto di partenza, la categoria della differenza sessuale come paradigma non neutro
nella creazione del pensiero, del discorso, dell’agire in educazione e nella formazione.
Sulla base dell’esperienza di conduzione e coordinamento dei team nelle cinque
nazioni, nel contesto di un progetto europeo di Educazione degli Adulti che coinvolge
partner di differenti nazioni, le note e le osservazioni di metodologia della ricerca
possono essere così riassunte:
•
Delineare chiaramente le pre-condizioni per la formazione del team di
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ricerca, privilegiando ricercatotrici e/o ricercatori con consolidata conoscenza di
metodologie della ricerca sociale
•
Disporre di maggiori occasioni di incontri in presenza per workshop
dedicati alla costruzione e condivisione delle metodologie che si intendono impiegare
nel corso del progetto
•
Prevedere ampio spazio per la discussione comune in maniera tale che le
differenze culturali trovino espressione e possano diventare una ricchezza per tutti e
non solo un ostacolo al lavoro comune
•
Prevedere
momenti
di
condivisione
e
discussione
approfondita
dell’approccio epistemologico che muove la ricerca, cercando di rendere espliciti ed
evidenti per tutti le scelte messe in campo
•
Co-costruire un linguaggio e un terreno valoriale in comune che renda
possibile uno scambio meno formale di contenuti e risultati e che permetta di far
emergere gli elementi di originalità connessi alle differenti culture di riferimento
•
Rispetto alla differenza sessuale e all’approccio di genere: preferire,
quando possibile, ricercatrici donne che faciliteranno lo svolgersi delle interviste
secondo la metodologie del peer to peer. Prevedere ampio spazio per la discussione
e condivisione del tema che troppo spesso viene dato per scontato e quindi non
viene affrontato in tutti i suoi risvolti e in tutte le sue conseguenze
•
Utilizzare un diario di lavoro e prevedere numerosi momenti di confronto
attraverso un ambiente adatto (web conference etc.) che permettano di confrontarsi
e scambiare sull’avvio del lavoro e sulle difficoltà incontrate
•
Avere presente che l’inglese, sebbene parlato da tutti i partner, non è la
lingua madre di nessuno e quindi è necessario per ciascuno un tempo e uno spazio
per ritradurre i diversi concetti e valori nella propria lingua di appartenenza,
riportandoli così entro la cultura propria
•
Tenere nel giusto conto che l’incontro tra differenti partner implica
l’incontro di differenti culture del lavoro: conciliare diversi tempi e modi di stare nei
luoghi di lavoro può in alcuni casi diventare anch’esso un lavoro senza il quale l’intero
progetto verrebbe meno.
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Ruolo del ricercatore
Rita Bencivenga
Una visione ispirata alla filosofia della differenza
sessuale richiede di ribaltare una visione della società
che diamo spesso per scontata, quella di una società
“neutra” e quindi disponibile ad integrare le donne in
tutti i suoi aspetti, semplicemente ritagliando uno
spazio per fare loro posto ma senza necessità di
modificarsi.
Nelle prime fasi degli scritti che davano voce alle donne o a particolari gruppi di
donne, non ci si ponevano problemi riguardo alla rappresentazione delle esperienze,
pertanto le ricercatrici ponevano domande alle donne su vari aspetti della loro vita e
trascrivevano le risposte delle intervistate. Ma presto ci si rese conto del fatto che
l’esperienza è sempre mediata, che quando si risponde a una domanda si sceglie sempre
di dare una rappresentazione, una interpretazione delle proprie esperienze, non solo, ma
che ciò che le ricercatrici scrivono conseguentemente è ulteriormente mediato dalla loro
esperienza e dalla loro visione del mondo, situata e, spesso, privilegiata. Si tratta quindi
di rappresentazioni o interpretazioni che sono il prodotto di processi sociali che
dovrebbero anche essi essere oggetto di analisi.
Non c’é una relazione diretta tra l’esperienza, la verità e la conoscenza e avere
accesso all’esperienza non significa che abbiamo accesso a (e riproduciamo) qualcosa di
non mediato. Si tratta di cercare di comprendere le interpretazioni all’opera (da parte sia
del ricercatore sia di chi é soggetto di ricerca). Dobbiamo quindi riflettere su come le
nostre soggettività sono costruite attraverso le esperienze del vivere le pratiche
discorsive, come siamo resi ‘genere’, ‘classe’, ecc. attraverso discorsi culturali.
È un approccio che mette in guardia dal considerare l’esperienza come verità, che
evidenzia l’enorme potere di cui é investito il ricercatore nella ricerca convenzionale in
quanto ha la possibilità di imporre la propria interpretazione, ma allo stesso tempo può
sostenere di essere un semplice tramite dell’espressione delle esperienze di altre donne.
Abbiamo
intervistato
anche
donne
con
disabilità,
pertanto
è
importante
sottolineare che un dibattito simile è nato in seno ai disability studies in relazione allo
sfruttamento di persone disabili da parte di ricercatori, e al bisogno di privilegiare una
ricerca emancipatoria. Il pericolo di una ricerca che sfrutta chi è oggetto di indagine ha
portato a sottolineare l’importanza del rendere espliciti il proprio posizionamento e come
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ci si situa, scrivere se stessi nel lavoro, rendendo note le proprie biografie intellettuali e i
paradigmi interpretativi così che i lettori possano facilmente situare e contestualizzare le
loro analisi.
Le teorie post strutturaliste e decostruzioniste criticano la visione del ricercatore
come esperto portatore di obiettività e neutralità, interprete di una realtà esente da
rappresentazioni e indagabile tramite strumenti appropriati. Il decostruzionismo infatti
considera oggetto di conoscenza anche colei o colui che conosce: il Soggetto. Ciò fa
mettere in discussione il ruolo del ricercatore e la sua prospettiva.
In quanto ricercatrice, devo quindi assumermi la responsabilità del mio giudizio, di
ciò che affermo, e per fare questo devo prendere coscienza della posizione che occupo
fra gli altri (in questo caso in particolare fra le donne, fra le persone con disabilità). Sono
consapevole che il mio sapere è condizionato da una molteplicità di fattori che disegnano
una storia e un sapere personali. In questa storia, diversa per ognuno di noi, si
intersecano la ‘razza’206, la nazionalità, l’età, la classe sociale, l'identità sessuale, il
proprio percorso esistenziale, la formazione culturale, il periodo storico in cui si vive, ecc.
Tutto ciò ci permette di poter pensare certe cose ma allo stesso tempo ce ne preclude
altre. Possiamo vedere certi fenomeni, ma altri ci restano nascosti.
Quanto sopra è anche alla base della scelta di parlare in prima persona e non in
terza persona, pratica usuale in documenti che si basano sulle prospettive da me
adottate.
Pensiero femminile e disabilità
Una docente universitaria nel 1988 disse ad una delle autrici e curatrici del libro
Women with disabilities, che le chiedeva come mai fra i temi oggetti di analisi delle
femministe non vi fosse la disabilità: ‘Perchè studiare le donne disabili, visto che
rinforzano gli stereotipi tradizionali di donne dipendenti, passive e bisognose?’207
206
Seguendo le convenzioni sociologiche, scriverò il termine razza con virgolette, ‘razza’, per
indicare che sebbene resti un termine usato allo scopo di distinguere fra gruppi che si
differenziano dal punto di vista culturale, delle caratteristiche fisiche, e in relazione al potere e ai
privilegi, non ci sono, di fatto, razze distinte da un punto di vista biologico fra gli esseri umani.
Come é noto, gli studi di paleoantropologia combinati con gli studi genetici hanno dimostrato che
noi tutti deriviamo da un’unica popolazione di homo sapiens sapiens.
207
Fine, Michelle Adrienne, Asch ed. Women with disabilities: essays in psychology, culture, and
politics. Temple University Press, 1988. xv, 347 p.Temple University Press 1988. p.4.
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Per quanto la visione della docente non sia certamente condivisa né condivisibile
da molte, resta il fatto che ancora oggi, a distanza di quasi vent’anni e nonostante la
grande quantità di testi prodotti dalla ricerca condotta da donne sulla tecnologia, sui
cyborg, sul rapporto con le macchine, sull’utilizzo di tecnologie sul corpo, sulla diversità
ecc. in effetti la riflessione sulla disabilità sia ancora molto scarsa.
Rita Barbuto, direttrice di DPI Italia208 ha recentemente dichiarato che nell’ambito
del movimento delle persone con disabilità, il genere è irrilevante e che la disabilità viene
considerata come un concetto unitario che eclissa tutte le altre dimensioni. Ma c’è di più:
“Allo stesso modo, il pensiero femminista continua ad ignorare e ad escludere le donne
con disabilità. Le donne si sono unite agli uomini, senza o con disabilità, relegando le
donne disabili ad un livello inferiore della loro riflessione intellettuale e politica. Con tutta
probabilità una delle ragioni principali per cui le donne con disabilità sono
sostanzialmente escluse dal movimento femminista è l’impegno a veicolare un’immagine
di donna forte, potente, competente e attraente; infatti, queste donne "indifese", "eterne
fanciulle", "dipendenti", "bisognose" e "passive", non possono che rafforzare lo
stereotipo tradizionale della donna. E quindi la donna con disabilità - considerata da
sempre inadatta a ricoprire i tradizionali ruoli di madre, moglie, casalinga e innamorata altrettanto viene considerata inadatta a ricoprire i nuovi ruoli di una società in cui domina
il mito della produttività e dell’apparenza.”
La visione puramente sociale della disabilità, o la disabilità vista solo come
relaziona sociale oppressiva è stata criticata negli ultimi anni da chi ritiene che la realtà e
l’esperienza fisica della menomazione non abbiano posto in questa visione. Il
determinismo sociale non tiene conto delle differenze individuali, che sono suscettibili di
arricchire la comprensione della disabilità e le modalità politiche per l’inclusione delle
persone con disabilità nello spazio democratico comune.
La disabilità va compresa non solo a livello collettivo, ma anche individuale, e
questa considerazione è alla base delle critiche poste al modello sociale. Un buon
numero di tali critiche sono state formulate da studiose donne, spesso femministe, che
deplorano, inoltre, la doppia esclusione delle donne con disabilità, trascurata sia dal
208
Il testo, del 2006, si può leggere per intero alla pagina web:
http://www.superando.it/content/view/1218/120/.
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modello sociale della disabilità sia dall’approccio femminista209.
Altre critiche sono state indirizzate alla mancanza di riferimenti all’origine etnica e
all’orientamento sessuale delle donne e a seguito di ciò si sono sviluppate riflessioni sulla
possibilità di mediare l’esperienza della disabilità da parte di appartenenti a minoranze
culturali o in una prospettiva di genere.
In conclusione
Il fatto che la rivoluzione femminile sia molto più una rivoluzione simbolica
che una rivoluzione fattuale, certamente, non è meno considerevole.
Fornire agli individui gli strumenti per riflettere sulla propria storia
identitaria e per scegliere con consapevolezza il percorso da intraprendere
e leggere le relazioni tra il soggetto e il contesto di riferimento si
configurano come pratiche volte a promuovere azioni in grado di liberare
le risorse individuali e la capacità di gestire il cambiamento210.
Narrare di sé non ha solo il significato di far sentire le voci di donne che raramente
abbiamo sentito, ma si inserisce in un percorso che ci dice che possiamo cosi creare
nuovi modi di comprendere cosa sia la conoscenza e come la si produca. Ciò ha
ripercussioni sulla nostra ricerca perché ci ricorda che ogni conoscenza è situata, che la
conoscenza è un prodotto sociale legato ad un tempo, ad un luogo, ad un
posizionamento sociale.
I racconti delle donne intervistate, così come ogni altro racconto personale di
esperienze vissute personalmente, non ci danno accesso ad esperienze di vita dirette o
non mediate. Il narrare è una rappresentazione, e comporta interpretazione e selezione
nel momento di narrare, negli stimoli forniti dalle intervistatrici, nella lettura che ne ho
fatto io, ed infine nelle future interpretazioni di chi legge il rapporto.
Nel leggere le interviste dobbiamo tenere presente che nel narrare possiamo
trovarci (di fatto ci troviamo spesso) in condizioni irrimediabili di autoestraneazione, cioè
209 Liz Crow. 1996. «Including all of our lives: Renewing the social model of disability†», in Colin
BARNES e Geof Mercer, éd. Exploring theDivide. Illness and Disability. Leeds, The Disability
Press†: 55-73; Jenny MORRIS. 1992. «Personal and political: A feminist perspective on
researching physical disability», Disability,Handicap and Society, 7, 2: 157-166; Carol,THOMAS.
1999. Female Forms. Experiencing and Understanding Disability. Milton Keynes, Open University
Press.
210 Francesca Marone, op cit pag. 274.
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nell’impossibilità di identificarci e di narrarci, se non attraverso identità assegnate e
simboli che magari non ci appartengono. Per trovare nuove identità e nuovi simboli
dobbiamo scavare dentro le parole, i comportamenti, i luoghi comuni, le ideologie, i
concetti, i saperi, in un percorso lungo e difficile.
Rimisi profondamente in discussione il concetto di cura della persona con
afasia, per sostituirlo con il termine più consono di “supporto alla rinegoziazione identitaria”211
Possiamo ipotizzare percorsi di rinegoziazione identitaria?
Sia il femminismo postmoderno sia quello della differenza hanno mostrato i limiti
dell’approccio egualitario, senza negare l’importanza della lotta per l’emancipazione e
l’uguaglianza, ma soprattutto hanno lavorato per far passare la normalità, la razionalità,
l’eterosessualità, dalla posizione di soggetto universale del discorso a una posizione di
oggetto d’interrogazione e critica.
La lettura delle interviste ci aiuta a riflettere su come è rappresentato oggi il
rapporto fra le donne intervistate e la tecnologia,
e che tipo di rappresentazione
vorremmo per il futuro.
Teresa De Lauretis212 ha parlato di due spinte opposte che lavorano alla produzione
della autorappresentazione del femminismo: una spinta erotica e narcisistica che
accresce l'immagine del femminismo come differenza, ribellione, intervento, self-
empowerment (autopotenziamento), sfida, eccesso, sovversione, slealtà, piacere e
pericolo, e che rigetta ogni immagine di impotenza, di vittimizzazione, sottomissione,
acquiescenza, passività, conformismo, sesso debole ed una spinta etica che lavora a
favore della comunità, della responsabilità, del potere collettivo, della sorellanza, dei
legami femminili, dell'appartenenza ad un mondo comune di donne che condividono ciò
che Adrienne Rich ha chiamato "il sogno di un linguaggio comune".
211
Alessandra Tinti, Una storia da riscrivere. in “Educazione, teatro e persone con afasia,
un’esperienza alla riconquista del sé”. L.APH. Learning and Aphasia, 2007. Disponibile anche
online alla pagina www.aphasiaforum.com/sitolaph/tools.htm
212
Teresa De Lauretis, Il femminismo e le sue differenze. In Mediterranean, rivista semestrale ed.
da
MEDiterranea
MEDIA
n.
2
(disponibile
online
all’indirizzo
http://www.medmedia.org/review/index.htm).
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Audre Lorde213 concluse così un seminario di poesia tenutosi nel 1989 a Stanford:
«Stare insieme alle donne non era abbastanza, eravamo diverse. Stare
insieme alle donne gay non era abbastanza, eravamo diverse. Stare
insieme alle donne nere non era abbastanza, eravamo diverse. Stare
insieme alle donne lesbiche nere non era abbastanza, eravamo diverse.
Ognuna di noi aveva i suoi propri bisogni ed i suoi obiettivi e tante e
diverse alleanze. La sopravvivenza avvertiva qualcuna di noi che non
potevamo permetterci di definire noi stesse facilmente, né di chiuderci in
una definizione angusta ... C'è voluto un bel po' di tempo prima che ci
rendessimo conto che il nostro posto era proprio la casa della differenza
piuttosto che la sicurezza di una qualunque particolare differenza»
Possiamo tentare di uscire dall'insieme dei processi attraverso cui attribuiamo e
costruiamo i significati e i valori, dalle modalità valutative con cui percepiamo le cose del
mondo e gli altri, in altre parole dal nostro ordine simbolico e di significazione, per
guardarlo da lontano e osservarne la struttura?
213 poetessa e scrittrice statunitense che con il suo impegno sociale ha sfidato
omofobia, sessismo e classismo. Testo citato in De Lauretis, op cit
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razzismo,
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Il pensiero della differenza sessuale: un approccio di ricerca
Antonia De Vita
Lo sforzo di questi anni di molte studiose, scienziate e istituti di ricerca e
formazione è stato quello di individuare pratiche e metodologie formative e di ricerca che
non presupponessero di essere neutre, che non intendessero negare la differenza che è
data dal nascere uomini o donne, ma che proprio a partire da questa differenza non
meramente biologica, riuscissero a dar conto di diversi modi di esprimersi, di studiare, di
lavorare, di approcciarsi al mondo tecnologico. Il risultato di tale impegno è stata
l’individuazione di alcune pratiche e metodologie che non solo non neutralizzano i saperi,
ma che sono capaci di restituire in una dimensione complessa e articolata uno sguardo
non neutro sul mondo.
Alcune delle metodologie utilizzate dalle scienze sociali sono state individuate come
particolarmente idonee, altre sono state inventate ad hoc per soddisfare le esigenze di
ricerca e formazione che facevano riferimento alle pratiche adottate all’interno di quel
movimento portato avanti dalle donne a partire dagli anni ‘60.
Tra questa, per il tipo di indagine che abbiamo condotto, abbiamo individuato
nell’intervista narrativa la metodologia più idonea ad indagare a livello profondo il tipo di
rapporto che, consciamente o inconsciamente, le donne adulte instaurano nel corso della
loro vita con le tecnologie informatiche, in particolare con l’utilizzo del pc e dei sistemi di
comunicazione informatica come internet e la posta elettronica. La più idonea per
raccontare storie di donne; essa infatti ci è parsa una delle poche metodologie in grado
di rispettare quei parametri di ricerca e formazione che la riflessione femminile ha
individuato: la centralità dei soggetti e della pratica del partire da sé; l’attenzione all’uso
di un linguaggio “sessuato”; l’importanza della narrazione e delle pratiche biografiche e
autobiografiche.
Infatti, fondamentale è riuscire a far parlare sé stessi e la propria singolarità, dar
voce alle proprie esperienze, capitalizzare un bagaglio di conoscenze che molto spesso
viene sottovalutato, mettendo in parole e facendo i conti con le proprie paure e
aspettative, desideri e bisogni. In questa cornice, una particolare attenzione va data al
linguaggio dal momento che “il linguaggio, in quanto sistema che riflette la realtà
sociale, ma al tempo stesso la crea e la produce, diviene il luogo in cui la soggettività si
costruisce e prende forma, dal momento che il soggetto si può esprimere solo entro il
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linguaggio e il linguaggio non può costituirsi senza un soggetto che lo fa esistere”..Come,
quindi, una donna con la sua soggettività trova espressione nella lingua italiana che
prevede un io parlante universale, cioè maschile? Creare le condizioni perché si possa
utilizzare un linguaggio sessuato significa restituire ai soggetti – sia femminili che
maschili – uno sguardo sulla realtà più complesso e complessivo, che non nega o ritiene
irrilevante l’esperienza e il sapere che deriva dall’essere uomini o donne. Significa in altre
parole creare le condizioni affinché ogni individuo, uomo o donna non importa, possa
trovare nel linguaggio uno strumento efficace ed utile per descrivere la propria
esperienza, per dar conto di sé agli altri e alle altre.
Raccontarsi: una preferenza femminile
Le forme biografiche e autobiografiche sono da sempre un genere preferito dalle
donne; c’è in esse una differenza femminile che si esprime e che è strettamente
connessa alle possibilità che questa modalità scritturaria apre alla soggettività e alla sua
libera espressione. L’autobiografia, come pure altre pratiche connesse all’espressione del
sé, sono state tradizionalmente associate alle donne e solo più recentemente largamente
impiegate in campo pedagogico e formativo. E’ dunque particolarmente significativo
considerare l’importanza delle pratiche autobiografiche e delle metodologie ad esse
connesse per indagare quali relazioni intercorrono tra le donne e l’impiego del pc.
Le dimensioni della narrazione del sé, nelle forme strettamente biografiche o di
narrazione hanno fortemente segnato gli approcci epistemologici della ricerca qualitativa
degli ultimi decenni mostrando la grande fecondità di paradigmi scientifici che non
tendano ad oggettivare l’oggetto di studio ma ad entrarvi in relazione rinunciando alla
neutralità del ricercatore, del tutto astratta e chimera di un approccio positivista.
L’espressione della soggettività – sempre sessuata – si è così dimostrata una
risorsa fondamentale per tutte quelle metodologie e pratiche impiegate in contesti e
azioni formative rivolte in particolare a donne.
Far parlare la differenza nel dilemma dell’uguaglianza
Il femminismo della differenza parte dalla presa d’atto dell’innegabile differenza tra
uomini e donne: differenza che è analizzata e affrontata nella sua interezza, non essendo
possibile per queste pensatrici ridurla né a semplice dato biologico e tanto meno a
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semplice costruzione sociale come il pensiero del ‘gender’ tende a fare. A partire da
questa differenza iniziale e costitutiva, il femminismo della differenza si interroga sulla
possibilità che questa caratteristica ontologica possa costituire una potenzialità per
entrambi i sessi che costituiscono il genere umano, donne e uomini. È una differenza, un
essere diverse quella di cui si parla nel femminismo della differenza, che pone le donne
fuori/a lato di quella competizione per omologarsi al modello maschile e primeggiare, per
dimostrare di non essere mancanti, inferiori, ma solamente diverse dal sesso maschile a
cui non ritengono più necessario uniformarsi – cosa che invece è molto presente nella
riflessione emancipazionista. A creare resistenza rispetto alla possibile accettazione di
questa nozione di differenza intesa come arricchente, contribuisce il fatto che in
Occidente il concetto di differenza è sempre letto nell’ottica dell’identità, quindi come una
mancanza rispetto ad un modello dato: “Manca, nella modernità, un concetto libero di
differenza, tale che essa non scada subito in essere da meno; manca l’idea di disparità
arricchente, di differenza che, evitando la simmetria mimetica che ben presto si tramuta
in competizione, sia fonte di arricchimento per entrambi gli elementi in relazione; manca
perfino, nella nostra cultura occidentale, la parola per disegnare una disparità non
inferiorizzante, e questa assenza è sintomatica di un vuoto di pensiero”214.
È per prima Virginia Woolf a mettere in parola e a parlare esplicitamente non più
della necessità di riconoscere l’uguaglianza delle donne rispetto agli uomini, ma di
riconoscere che esiste una differenza femminile che è semplicemente diversa, non
necessariamente inferiore: “forse non si tratta né di un pensiero né di un emozione, ma
di qualcosa di più profondo, di più fondamentale. Di una differenza, forse. E diversi lo
siamo, come hanno dimostrato i fatti, per sesso ed educazione. È da quella differenza,
ancora una volta, che può venirvi l’aiuto, se aiutarvi possiamo, per difendere la libertà,
per prevenire la guerra”215. Una differenza dalla quale ripartire per trovare un nuovo
modo di stare al mondo, un modo che non si fondi più sulla sopraffazione di un sesso
sull’altro, ma che sia capace di farsi guidare dal difficile equilibrio tra queste due
differenti espressioni dell’umanità: differenza femminile e differenza maschile.
Il femminismo della differenza critica e si contrappone all’idea delle Pari
Opportunità proprio in virtù della sua critica al concetto di uguaglianza: così come non
214
215
Wanda Tommasi, I filosofi e le donne, Tre Lune Edizioni, Mantova 2001, p. 15.
Virginia Woolf, Le tre ghinee, Feltrinelli, Milano 1984, p. 141.
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esistono due soggetti completamente uguali e con le medesime opportunità, non esiste
una differenza femminile da superare, da oltrepassare. Emblematico in quanto è
portatore di una falsa idea di uguaglianza, risulta quindi il modello sociale americano: “il
sistema americano si fonda sulla metafora di un rapporto idealizzato tra fratelli
potenzialmente uguali, nel quale l’affetto si mescola con la competizione. In realtà è raro
che due fratelli siano davvero uguali, e le sorelle ancor meno”216.
Dunque, la critica al femminismo paritario da parte del femminismo della differenza
è dovuta al fatto che mentre il primo interpreta e vive la differenza femminile
esclusivamente “come un’inferiorità da cui le donne dovrebbero emanciparsi”217, il
secondo, usando le parole di Luisa Muraro, una delle rappresentanti italiane più
significative di questo movimento, “la differenza dei sessi differisce da ogni altra
differenza storica o antropologica perché non passa fra due entità rappresentabili come
tali, ma marca di sé l’essere umano senza farne due esseri, e rendendolo, a rigore, un
essere incoerente, non rappresentabile. Quanto a umanità, una donna e un uomo sono
fra loro identici e differenti, al tempo stesso”
218
216
.
Mary Caterine Bateson, Comporre una vita, Feltrinelli, Milano 1992, p. 22.
Wanda Tommasi, I filosofi e le donne, op. cit., p. 15.
218
Luisa Muraro, Oltre L’uguaglianza, in Diotima, Oltre l’uguaglianza, Liguori Editori, Napoli 1995,
p. 106.
217
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Interviews to experts on women, lifelong learning and ICT219
Rita Bencivenga
Introduzione
Per realizzare questo rapporto, I Partner hanno concordato alcune tracce iniziali
per gli intervistatori. Naturalmente queste sono state considerate come indicazioni e i
Partner sono stati liberi di adattare le interviste alle persone intervistate.
Argomenti generali indicati:
- La situazione attuale delle TIC [Tecnologie dell’Informazione e della
Comunicazione] e le attese per il futuro prossimo nel punto di vista degli
intervistati e/o
- Linee
guida
per
l’attenzione
alle
problematiche
di
genere
nell’organizzazione di attività educative (formali e non formali) per adulti
in
merito alle nuove tecnologie.
Fasi seguite dagli intervistatori:
-
Gli esperti hanno ricevuto una breve descrizione del progetto, per
capire i motivi del loro coinvolgimento.
-
Qualche volta gli otto punti emersi dalle 250 interviste sono stati
usati per descrivere in breve i principali risultati del progetto. Ogni
intervistatore, in base alle proprie competenze individuali, ha scelto uno, due
o più degli otto punti proposti.
-
Le interviste sono state spedite nuovamente all’esperto per essere
controllate e verificate.
Sunto degli otto punti emersi dalle 250 interviste
1) Necessità (in particolare in campo lavorativo) - utilità – validità - applicabilità
L’utilizzo delle tecnologie, in particolare del PC, sembra essere prevalentemente
legato alla effettiva necessità più che alla voglia di scoprire un nuovo strumento o al
piacere del gioco e del divertimento. Per le donne, la prima opportunità di venire a
contatto con il computer è generalmente legata a necessità di lavoro. Il PC è considerato
essenzialmente uno strumento, qualcosa di indispensabile nella nuova struttura
219
Questo testo non contiene la versione integrale di tale report, ma solo alcune estratti. In
particolare, sono state selezionate solo le interviste ad esperte che ci sono parse le più
significative.
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organizzativa del lavoro e quindi utile, funzionale, facilitante, necessario.
Una volta iniziato ad usare il computer per le ragioni citate, il secondo impatto è
positivo le donne, infatti, cominciano ad interessarsi al PC e alle sue potenzialità. In ogni
caso, esso non diventa un oggetto legato alla sfera del gioco o dell’interesse, rimane
semplicemente uno strumento utile e funzionale.
2) Approccio: teoria/pratica
Nonostante la spinta verso il computer nasca, per molte donne, da esigenze
lavorative, tuttavia le interviste rivelano che il rapporto con lo strumento diviene più vivo
quando c’è occasione di usarlo giornalmente e l’effettivo utilizzo diviene rilevante.
Le donne che cominciano ad usare il computer e Internet attraverso un corso
considerano questo momento iniziale importante per “rompere il ghiaccio” e per
avvicinarsi alle nuove tecnologie. I progressi nell’uso e nel rapporto con il computer non
sono, tuttavia, legati all’approccio teorico dei corsi ma all’effettivo utilizzo nella vita di
ogni giorno.
3) Risparmio (di tempo): rendere più veloce e semplificare
Il PC ed Internet sono percepiti, dalle donne intervistate, come strumenti capaci di
rendere la ricerca di informazioni più rapida; strumenti in grado di semplificare e rendere
più agevoli compiti che, altrimenti, necessiterebbero di molte ore di lavoro per essere
svolti. Particolarmente importante è l’uso di e-mail e la possibilità di comunicare con
persone significative che sono distanti. Questi aspetti sono rilevanti, tuttavia il computer
e internet non sostituiscono le normali attività del tempo libero o dell’extra lavoro.
4) Mediatori (soprattutto figlie e amiche)
Oltre all’avvicinamento formale al computer e a internet attraverso i corsi, l’uso
delle tecnologie è facilitato da mediatori, molto spesso figlie o amiche, che aiutano e
facilitano l’apprendimento.
I figli maschi mostrano minore disponibilità a dedicare tempo e pazienza a questa
attività di insegnamento; mariti e colleghi, d’altra parte, non sono assolutamente
disponibili a mettere in comune questo settore. Esiste una competizione tra maschi e
femmine sull’uso della tecnologia?
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5) Pericoli della tecnologia/resistenze verso la tecnologia
Un immaginario negativo circonda le nuove tecnologie. Un immaginario alimentato
da esperienze realmente vissute che vanno dalla semplice resistenza all’uso, alla
percezione di un vero e proprio pericolo. Talvolta si tratta di mera paura della tecnologia,
talvolta di ostilità dovuta a scarsa sintonia con lo strumento, altre volte si tratta
addirittura della percezione di un pericolo nel vasto e rischioso mondo della rete.
6) Inadeguatezza
Noi crediamo che il diffuso senso di inadeguatezza che emerge dalle interviste
possa essere legato ad un immaginario negativo. Inadeguatezza rispetto a che cosa?
Paura di arrecare danni, di commettere errori e senso di inettitudine nei confronti di uno
strumento poco conosciuto ma percepito come essenziale nella attuale società. Questa
idea di inadeguatezza è legata alla “minaccia della tecnologia” piuttosto che alle reali
competenze e al loro utilizzo pratico?
7) Immagine negativa di contro ad un utilizzo efficace
L’utilizzo quotidiano regolare del PC indica alle donne che sono in grado di usarlo.
É un rapporto concreto e pratico legato alla dimensione della “vita reale” che le donne
comunemente hanno. Nonostante questo, l’immaginario negativo che circonda le donne
e la tecnologia rimane inalterato
8) Problemi legati all’uso della lingua inglese nei vari software, in Internet ecc.
Per alcune delle donne intervistate, soprattutto quelle tra i 45 e i 55 anni, imparare
ad usare il PC ed Internet rappresenta una difficoltà doppia, dal momento che c’è
necessita di conoscere un po’ di inglese per poterlo fare (in alcuni casi i software più
usati nel loro paese sono in inglese e non nella loro lingua madre).
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Lucia Bertell, Italia.
Progettista sociale e della formazione.
Domanda: Nella sua esperienza di corsi di formazione all’impresa con donne adulte che
rapporto ha riscontrato tra le donne e le tecnologie?
Le donne arrivano ai nostri corsi dopo una lunga assenza dal mercato del lavoro o una
permanenza in situazioni, che per svariate ragioni, considerano insoddisfacenti. C’è in
loro un grande bisogno e desiderio di sentirsi ‘più adeguate’, di aggiornare le loro
competenze, di sentirsi al passo con i cambiamenti e di percepirsi come in gradi di stare
nel mercato del lavoro secondo le richieste che ne emergono. E da questo punto di vista
saper usare il computer è un segno che va in questo senso.
Contemporaneamente,
lavorando assieme, emerge che c’è anche una sorta di resistenza ad adeguarsi alle
aspettative ‘del mercato’.
Nei corsi di formazione finanziati dall’Unione Europea per molti anni il modulo legato alle
conoscenze informatiche è stato sempre presente. In generale c’era un entusiasmo
circolante nella opportunità di poter essere guidate in un percorso di apprendimento o di
alfabetizzazione ai programmi più diffusi, soprattutto nelle principianti. Risultava meno
interessante e poco stimolante per le partecipanti che avevano già una conoscenza
dell’uso del computer e di internet. Il livello di coinvolgimento e di apprendimento
dipendeva molto dalla capacità dell’insegnante di diversificare i vari livelli di conoscenze e
soprattutto di intercettare gli interessi più vicini.
Generalmente ho sempre percepito un grande interesse a usare il pc soprattutto per
poter fare cose considerate utili per gli obiettivi del corso o per altri interessi di lavoro.
Molto spesso le donne si sono divertite a produrre prodotti legati alla comunicazione
della loro futura impresa!
Domanda: Entrando nel merito quali osservazioni emergono dalla sua esperienza rispetto
alla pratica consolidata di proporre la conoscenza dell’uso del pc come modulo a sé in un
percorso formativo?
La proposta di un modulo a sé non è mai stato una buona scelta nella mia esperienza. In
questo modo si privilegia una impostazione che poco si amalgama con le proposte
complessive e in questa operazione di isolare le competenze informatiche il più delle
volte non si considerano i diversi livelli di conoscenza e soprattutto si rende molto
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astratta la proposta. Pur avendo sempre scelto insegnanti competenti e capaci di far
apprezzare l’impiego del computer e di internet, è sempre stato molto difficile non
ricalcare un copione già scritto. Il programma partiva con degli elementi generali e
inesorabilmente si arrivava al programma Word o Excel o altri, proposti in una modalità
di alfebatizzazione di base che io trovo poco convincente.
Io sono una appassionata di tecnologie e da autodidatta ho imparato moltissime cose;
ho una capacità in tal senso e pur sapendo che non tutte condividiamo la stessa
passione trovo un po’ mortificante questo modo elementare e un po’ semplicistico di
presentare la tecnologie.
Domanda: Che cosa intende?
Intendo dire che i corsi impostati in una maniera così astratta ed elementare sottendono
forse una visione dei soggetti (donne in questo caso) in formazione mortificata dall’idea
che si stanno formando dei ‘soggetti deboli’, fuori dal mercato o in difficoltà a rimanerci.
Ne consegue che si debba partire da zero per far rimontare uno svantaggio legato anche
alle competenze informatiche etc. E’ una visione tutt’altro che neutra e penalizzante.
Come se dalle donne non ci si aspettasse una competenza che può essere avanzata.
Domanda: Come proporrebbe l’impiego delle tecnologie a donne principianti o già avanti
nelle conoscenze?
Partirei da un livello che apre in verticale le cose semplici e quelle complesse: insieme e
da subito. Abbandonerei una visione ascendente e didattica per cui si debba passare,
passo dopo passo da tutti i programmi più noti e scontati per arrivare poi, u n giorno a
cose più appassionanti e difficili. Per far questo è necessario agganciare i contenuti e la
proposta didattica agli interessi reali delle donne, ai loro bisogni e alle loro necessità
lavorative o esistenziali. Si tratta di intercettare una motivazione forte e a partire da
questo aprire delle conoscenze. In questo modo si potrebbero orientare le donne in
formazione, da subito, su cose che interessano e che le incoraggino a superare una sorta
di pregiudizio negativo verso l’uso del computer. Alcune donne conservano infatti una
autovaluzione negativa nei confronti delle loro possibilità di uso e impiego del computer
ma molte altre invece imparano a gestire le cose più importanti e utili per le necessità
lavorative e a provare anche un divertimento e una leggerezza.
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Anna Maria Piussi, Italia.
Prof.ssa di Pedagogia presso l’Università di Verona e co-fondatrice
della Comunità filosofica Diotima
Domanda: nella sua riflessione più che ventennale sui temi della differenza sessuale in
educazione, più recentemente si è occupata di tematiche che riguardano il rapporto tra
donne e tecnologie l’uso e l’impiego che ne fanno anche per comunicare a distanza. Ci
può dire qualcosa a questo proposito?
Per un certo tempo ho pensato che le nuove tecnologie della comunicazione e
dell’informazione, pur rappresentando una grande opportunità per l’apprendimento
informale, autogestito o a distanza, non fossero in grado di competere con offerte,
formali o non, di insegnamento/apprendimento in presenza. Confesso di aver anzi nutrito
in proposito molte perplessità.
Quest’anno ho aderito alla proposta di tenere uno dei moduli del “Master on line en
Estudios de la Diferencia sexual” del Centro de Investigación de Mujeres DUODA
dell’Università di Barcelona, e, devo dire, solo per fiducia nei confronti di alcune delle
organizzatrici, colleghe di quell’Università, con cui sono in relazione politica e scientifica
da anni. Il Master, che ha riscosso un notevole successo in Spagna e in molti paesi
ispanofoni (America Latina), è alla sua quinta edizione. E’ rivolto a donne e uomini
interessati ad accostarsi a o ad approfondire il pensiero della differenza sessuale in vari
ambiti di riflessione e di ricerca, e la postura simbolica desiderata e perseguita è quella
del partire da sé, di tradizione femminista.
Domanda: ci può raccontare, a partire dalla partecipazione a questo master on line, quali
riflessioni ha maturato?
Prima di addentrarmi nella breve riflessione su questa esperienza in corso e sugli effetti
da esso prodotti, ricordo un passaggio storico-simbolico solitamente trascurato. Il grande
interesse sorto negli ultimi decenni attorno alla cultura autobiografica e biografica è
certamente dovuto a molti fattori, tra cui la caduta delle “grandi narrazioni” che ha
stimolato l’attenzione alle microstorie e alle scritture personali anche come occasioni di
autoconoscenza e di autoorientamento nelle società dell’incertezza. Tuttavia non è da
dimenticare l’origine non remota di questa esplosione di interesse per la dimensione
soggettiva, per le narrazioni autobiografiche, per le scritture del partire da sé,
rappresentata dalle pratiche femminili-femministe di autocoscienza diffusesi per contagio
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dalla metà degli anni ’60 in tutti i paesi occidentali.
Ritornando al master on line: la struttura del corso è relativamente semplice e
apparentemente non si discosta molto dalla didattica tradizionale. Ciascun modulo mette
a disposizione alcuni testi redatti da una docente, frutto del suo lavoro di ricerca, sui
quali viene richiesto ai partecipanti di svolgere, in sequenza, esercizi e commenti
redigendo scritture a partire da sé e dalla propria esperienza.
La docente-tutor
interagisce per e-mail con ciascuna, ciascuno degli iscritti, secondo scansioni temporali
prefissate ma non troppo rigide, il tutto nell’arco di circa sei-otto mesi. Il corso prevede
alcuni momenti di chat, la valutazione continua e finale, la redazione di una tesina e, in
caso di valutazione positiva, l’assegnazione di crediti.
Le/i partecipanti – una quindicina di donne e due uomini, di età diverse – vivono
attualmente per lo più in Spagna, ma alcune in Argentina, in Messico, in Costa Rica, e
una in Alaska. Il corso è in fase avanzata ma non è ancora concluso, e finora non le/li ho
mai incontrati di persona.
Fin dall’inizio della mia interazione a distanza con loro ho colto elementi di grande novità
e interesse. Nonostante la fatica di rispettare, se pur in modo flessibile, i tre
appuntamenti mensili previsti per lo scambio on line (lettura degli esercizi individuali,
miei commenti e risposte), è venuta emergendo fin dal primo momento una dimensione
di piacere che ho sentito, se pur in modo variabile, condivisa da tutti. Rispetto all’attuale
logica della didattica universitaria presenziale “mordi e fuggi” - moduli brevi e tempi
contratti – il corso ha offerto l’occasione di creare, a distanza, un contesto simile a “una
stanza tutta per sé” (Woolf, 1980), uno spazio-tempo di pensiero e di parola in cui
linguaggi consumati ritrovano qua e là il proprio senso originario o si aprono a nuovi
sensi,
grazie alla mediazione della scrittura. Una scrittura motivata e sostenuta dal
desiderio di mettersi in gioco, di allargare e approfondire la propria comprensione del
mondo, anche del proprio mondo interno, nello scambio tra noi: in un movimento di
andata e ritorno (“de ida y vuelta”, come ha scritto una corsista) che, partendo dai temi
affrontati nei miei testi (differenza sessuale e libertà femminile/maschile nella scuola,
nel lavoro, nella maternità), e passando per le trasformazioni provocate dal loro riflettere
in sintonia con il loro sentire, li riconduceva via via a contatto con la propria esperienza
potenziandone gli elementi di libera intelligenza, in una circolarità non conchiusa.
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Domanda: il pregiudizio iniziale è stato dunque superato con inaspettate sorprese?
Mi sono velocemente ricreduta su alcuni luoghi comuni, che io stessa coltivavo da
quando le tecnologie informatiche e telematiche hanno fatto irruzione nelle nostre vite:
ad esempio che le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione siano
responsabili del raffreddamento delle relazioni umane, e che risultino limitanti lo spazio e
le potenzialità della scrittura. Al contrario, senza accorgermene mi sono trovata immersa
in un ambiente “caldo”, molto più caldo delle fugaci relazioni con le/gli studenti che
incontriamo in presenza nelle nostre aule universitarie.
Non solo: la necessità di comunicare attraverso la scrittura, e solo quella, in un contesto
didattico così particolare, mi ha fatto scoprire che l’”oralità di ritorno” (Ong, 1986) in cui
siamo immersi anche in forza delle tecnologie telematiche non annulla la scrittura ma la
contamina, spesso anche vivificandola. La scrittura on line per esempio, acquista
modalità nuove e antiche allo stesso tempo: in primo luogo la forma dialogica, che fa di
un testo l’elemento di una tessitura frammentaria e infinita a più mani e a più menti, e
contribuisce a creare un con-testo condiviso e condivisibile in modo aperto. E ancora:
molti elementi “presenziali” entrano nello scambio scritto on line, tanto da potervi
cogliere quasi tangibilmente la carnalità dell’oralità (Martini, 2004: 134): il dinamismo
del pensiero che si fluidifica e si elabora in situazione, in modo vivo e personale anche se
frammentario e incompiuto; la vicinanza all’esperienza e al mondo emotivo di chi scrive e
forse di chi legge; i passaggi introspettivi che toccano la materia del proprio io ma ne
sfumano la centralità in una tessitura a più voci, in un’avventura aperta agli imprevisti; le
riflessioni retrospettive che preludono, a volte, a cambiamenti di sé anche profondi, a un
ritorno a sé e alla propria storia trasformati dallo scambio comunicativo con altre e altri.
Domanda: quali guadagni ha registrato in termini di scrittura e apprendimento in questa
comunicazione a distanza?
Con il tempo i miei testi, che rappresentavano il materiale base del corso, sono in
qualche misura usciti trasformati dalle incursioni di senso e di pensiero dei partecipanti a volte anche caotici ma raramente immotivati – , sono stati attraversati e messi alla
prova dalle loro esperienze di vita e dai loro saperi, in parte così diversi dai miei, sì da
dar luogo a saperi mobili e in divenire.
Ma in modo analogo, anche i loro percorsi di conoscenza e autoconoscenza ne sono
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usciti modificati almeno un po’, certo per alcune di più. Via via che i loro esercizi sui miei
testi procedevano, e le mie risposte-commenti entravano in sintonia con il loro voler dire
più vero, a volte attraverso spiazzamenti non indolori, aumentava anche il loro interesse
e la loro capacità a distanziarsi dalla rappresentazione iniziale di sé e della propria vita.
Calandosi nella situazione di apprendimento condiviso e di creazione relazionale di
pensiero, a contatto con le questioni da me presentate e discusse, e sentendosi
autorizzate/i a narrare le proprie esperienze e riflessioni, mostravano piacere e
disponibilità a interrogare la propria esperienza, la propria esistenza e i propri desideri. I
testi da loro prodotti si sono fatti via via più originali, più fedeli a sé e alla propria voce:
si sono aperte crepe nel tessuto senza smagliature e un po’ convenzionale dell’inizio,
varchi da cui esporsi con la scrittura a giudizi autonomi, a parole e gesti di libertà, vuoti
su cui sporgersi verso un divenire possibile, un altrove forse solo intravisto, intuito o
desiderato. E la loro scrittura si è fatta più esigente, più capace di misurarsi con conflitti
e contraddizioni interni ed esterni, più rigorosa nel dire le proprie verità fatte di luci e
ombre, e al tempo stesso sostenuta dalla scoperta del piacere dello scrivere e del farsi
leggere, accompagnata dalla lievità di chi si riconosce titolare dell’esperienza narrata e
della riflessione proposta.
A questo credo abbia contribuito lo stile della nostra comunicazione. Ho scelto infatti
intenzionalmente come forma dello scambio scritto quel movimento del dare-riceverericambiare-rilanciare che è la movenza della vera conversazione: un transito di andata e
ritorno, dalla sfera del cosiddetto “privato” alla sfera del “pubblico” e viceversa, e tra
piani diversi della propria esperienza, in un movimento circolare e aperto alla
trascendenza del senso; uno scambio, dunque, che non si esaurisce nell’inviare e
ricevere informazioni, ma va molto oltre. La conversazione, quando è tale, non si basa
solo sulla disponibilità ad ascoltare, sulla fiducia e sul rispetto, ma anche sulla capacità di
mettere a repentaglio le proprie e le altrui opinioni per la scommessa di un di più di
senso. Dunque la conversazione così intesa è anche un rischio, un’avventura, un
cammino condiviso e non tutto prevedibile, in grado di cambiare almeno un po’ le nostre
vite: “la conversazione cambia il modo in cui vediamo il mondo, e cambia anche il
mondo”(Zeldin, 2002: 28). E i loro testi sempre più si sono rivelati con-testi, scene vive e
sensibili
disegnate da un’economia simbolica personale e relazionale insieme. Anche
l’alternanza tra brani autobiografici (narrazioni di episodi esemplari, di paesaggi interiori,
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di personaggi significativi, di svolte importanti della propria vita ecc.) e scritture
riflessivo-argomentative sembrava rispondere a necessità e ritmi interni del pensiero nel
suo farsi e del corpo nel suo emozionarsi: e cominciava a riflettere una competenza
simbolica220 guadagnata o riguadagnata, una capacità di connettere esperienza e
significazione, di pensare e parlare a partire da sé e non dal simulacro del sé, di dire la
vita così come la si è conosciuta e così come si presenta, unita a una ricerca di senso
mai conclusa: in definitiva, e certo non per tutti allo stesso modo, una scrittura della
trasformazione di sé, grande o piccola che fosse.
Come se lo spazio-tempo del corso on line avesse consentito di trovare, almeno per
alcune, alcuni, quella mediazione di ritorno a sé e alla propria lingua, quella possibilità di
far fare una nuova esperienza al corpo e alla mente, che la scrittura a certe condizioni sa
offrire disegnando un giro più lungo.
Riferimenti bibliografici
Cosentino Vita (cur.) (2006), Lingua bene comune, Città Aperta, Troina.
Maragliano Roberto (2004), Pedagogia dell’e-learning, Laterza & Figli, Bari.
Martini Ornella (2004), Essere studente on-line, in R. Maragliano (cur.).
Ong J.Walter (1986), Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, tr. it., Il Mulino,
Bologna.
Woolf Virginia (1980), Una stanza tutta per sé, tr. it., Il Saggiatore, Milano.
Zamboni Chiara (2006), Un’estranea intimità, in V. Cosentino (cur.).
Zeldin Theodore (2002), La conversazione. Di come i discorsi possano cambiarci la vita,
tr. it., Sellerio, Palermo.
220
Competenza simbolica è espressione molto usata nel pensiero della differenza sessuale. Chiara
Zamboni (2006) ne propone i significati essenziali, ricordando che essa ha a che fare con una
posizione simbolica piuttosto che con il sapere: la si può insegnare facendola sperimentare, non
come si insegna un sapere. Essa non è padronanza della lingua, ma è saper abitare la lingua, che
sta tra interno ed esterno di noi stessi, in libertà e in fedeltà al proprio voler dire più vero, in un
rapporto vivo con le parole e con il reale, senza farsi schiacciare dal peso delle convenzioni e dei
significati coatti. Conclude Zamboni, sottolineando il valore trasformativo della competenza
simbolica: “La competenza simbolica, quando è guidata dal desiderio di verità e dall’amore, può
essere dolorosa e rivoluzionaria al medesimo tempo” (p. 180).
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Radosveta Drakeva, Bulgaria
Data
26 settembre 2007
Nome
Radosveta Drakeva
Età
46
Formazione
Master Universitario in lingua e letteratura bulgara; Laurea
in lingua inglese; Diploma post laurea in Gestione della
formazione;
Professione
Esperta in educazione degli adulti e in software didattici
Stato civile
Coniugata, con 2 figli – 24, 21
Brevi note biografiche
Non così semplice come sembra
Sono nata nell’era precedente allo sviluppo dei PC, sono cresciuta quindi con libri di
fiabe, bambole di porcellana con vestiti colorati, e lucenti mosaici in plastica sparsi per
tutta la casa.
Ho frequentato la scuola secondaria a Sofia; la English Language School, questo
probabilmente ha influito positivamente, non solo perché, in seguito, non ho mai avuto
problemi con l’inglese (compreso l’inglese informatico), ma anche perché il modello
educativo della nostra scuola era abbastanza aperto ed eravamo spinti a leggere molto,
a sperimentare novità anche al di fuori della scuola e a non temere ambiti sconosciuti.
Il retroterra della mia istruzione universitaria viene da una facoltà umanistica. Ho
conseguito il diploma di laurea in Lingua e letteratura bulgara presso l’Università di Sofia.
Ho conseguito, inoltre, diversi diplomi post laurea in Teoria della Formazione e in
Gestione e Marketing della Formazione.
Ho anche una specializzazione in “Informatizzazione dei Sistemi Sociali” conseguita
presso l’istituto internazionale MASHAV in Israele. Per evitare ogni equivoco è bene
precisare subito che in quella sede non abbiamo mai toccato un computer. Si trattava di
un programma di management.
Ho iniziato a lavorare nel 1984 in una scuola a Sofia come organizzatrice di attività extra
scolastiche per studenti (lo faccio ancora come attività di volontariato ormai da parecchi
anni); facevo inoltre l’insegnante di inglese nella materna e nella scuola primaria. Cinque
anni dopo, nel 1989 sono diventata la vice-preside della scuola. Nel 1993 fu allestito il
primo laboratorio di informatica nella scuola, iniziammo, quindi, a trasferire in formato
digitale tutta la documentazione scolastica e a sviluppare il primo database per studenti
e docenti per facilitare l’ordinario lavoro d’ufficio (e per trascorrere ore un po’ più
divertenti, a battere su una tastiera piuttosto che a scrivere su carta).
Nel 1998 un progetto PHARE per la Bulgaria ha indetto una gara d’appalto per lo
sviluppo di un sistema informatizzato di gestione della scuola per le 100 scuole pilota
aderenti al progetto. Con l’amministratore del laboratorio informatico esaminammo
attentamente il bando e ci accorgemmo che ciò che veniva richiesto era molto simile al
sistema che avevamo sviluppato per la nostra scuola. Inviammo quindi la nostra
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candidatura ed ottenemmo l’incarico, da quel momento la mia vita lavorativa ha seguito
due direzioni....
Una volta portato a termine il progetto sono passata dall’istruzione nella scuola
secondaria, all’istruzione e formazione degli adulti e al sistema CVET. Al momento lavoro
in un ente formatore per adulti; abbiamo varie proposte extra scolastiche, e
partecipiamo a molti progetti ed attività di cooperazione nell’ambito della Comunità
Europea. In qualità di esperta sono coinvolta in molte attività di sviluppo e consulenza
sia a livello nazionale sia europeo, mi sto occupando di molti progetti con la National
Agency for Vocational Education and Training [Agenzia Nazionale per l’Istruzione e la
Formazione Professionale]. Sono anche impegnata in molti progetti di assistenza tecnica
PHARE per lo sviluppo di idee e documenti di indirizzo politico, per quanto riguarda la
formazione degli adulti e l’apprendimento permanente.
Il software sviluppato con il progetto PHARE nel 1998, inoltre, è ancora in uso. Il sistema
è piaciuto al Ministero dell’istruzione che intende utilizzarlo in tutte le scuole, quindi, ci
stiamo ancora lavorando. Due anni dopo fu chiaro che non era possibile avere solo due
persone che si occupavano del sistema, altre persone si unirono a noi e dopo un po’
fondammo una azienda indipendente; l’azienda attualmente occupa 10 esperti a tempo
pieno che gestiscono progettazione e assistenza. L’azienda sviluppa il software
gestionale delle scuole secondo il sistema MES (si occupa di database per tutte le scuole,
gli asili e le università; catalogazioni varie, comparazione e analisi di dati ecc.).
Sviluppiamo, inoltre, sistemi informatici per altri segmenti dell’istruzione e della
formazione e alcuni strumenti didattici multimediali.
Sono tuttora l’executive manager della società. Anche se ho una certa conoscenza del
linguaggio della programmazione, non scrivo più programmi veri e propri. La tecnologia
si sviluppa rapidissimamente e ha ormai superato le mie competenze; tuttavia mi occupo
ancora dell’analisi dei sistemi, della progettazione di database e dell’interfaccia logica
dell’utente.
E non ho una sola certificazione che indichi che sono in grado di usare un computer.
Le TIC e le donne – nel passato e adesso (Può dirci, per favore come ha iniziato, se ha
trovato ostacoli e quali motivazioni l’hanno spinta?
Quale è la sua opinione sull’utilizzo delle TIC da parte delle donne, e sul rapporto tra
donne e tecnologia?)
Adesso torniamo al passato...
Ho iniziato ad occuparmi delle TIC nel 1992. A quel tempo ero la vice-preside della
scuola; dovevamo ricevere 10 computer “Pravetz221 8” per gli studenti e un computer
“Pravetz 16” per l’insegnante. Il “Pravetz 16” arrivò e fu messo nel mio ufficio ma, a
causa di un errore amministrativo, i 10 “Pravetz 8” non arrivarono mai.
L’unico computer della scuola stette a fianco della mia scrivania da aprile fino a giugno; a
settembre “gli” dissi che se non avesse iniziato a fare qualcosa di utile sarebbe finito in
soffitta.
221
Una marca di computer molto diffusi, prodotti in Bulgaria prima del 1990
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Il giorno seguente chiesi al marito di una delle mie colleghe che lavorava con “grandi
macchine calcolatrici” di venire a vedere che razza di macchina avessi nel mio ufficio. Lui
venne, accese il computer, lo schermo si illuminò di nero e verde, digitò qualcosa sulla
tastiera (forse un comando “dir c:”), sullo schermo comparve una lunga serie di simboli
verdi in una linea continua ed esclamò:
“Che bella macchina! Funziona alla perfezione! Approfittane!”
“Ma ...- balbettai – che cosa devo farci?”
Il giorno dopo si presentò con 2 floppy da 5 pollici, uno con editor PE2, l’altro con MS
Word 5, entrambi con anche i caratteri cirillici... Questo fu l’inizio di tutto.
Ho scoperto veramente il computer, per la prima volta, quando mi sono resa
conto di poter scrivere sulla pagina precedente di un testo senza cancellare
tutto il resto, oppure di poter aggiungere o sostituire ovunque parti di testo.
La seconda volta è stato quando scovai il comando “save as” [salva con
nome].
La terza volta quando scoprii la differenza tra zero, null e una stringa vuota.
Ma questo accadde molto tempo dopo.....
Così, in quindici minuti, produssi un numero enorme, più di trenta, “circolari
per l’inizio dell’anno scolastico”. L’anno precedente ci avevo impiegato un
giorno e mezzo. (Naturalmente per la stampa delle trenta nuove circolari ci
vollero tre giorni perché dovettero essere trasferiti su floppy e dati al marito
della mia collega, ma questo è un altro discorso.)
Nel 1992 avevo 32 anni ed ero considerata una delle “giovani e promettenti” dirigenti
scolastiche della regione. Nessuno, quindi, si sorprese quando arrivai all’Ufficio Scolastico
con tutta la documentazione “stampata a computer”, tuttavia giudicarono la cosa
abbastanza insolita. Adesso, 15 anni più tardi, tutti i dirigenti scolastici del paese si
presentano all’Ufficio Scolastico con 200 pagine di documentazione scolastica stampata
con software sofisticati, e con un database aggiornato con i dati relativi a tutti gli
studenti e agli insegnanti. La documentazione, in formato elettronico, viene raccolta
presso il Ministero dell’istruzione ed usata per programmare il piano economico della
scuola (ammetto le mie colpe; tutto questo è il risultato dei miei esperimenti sul sistema
gestionale informatico della scuola.....).
In ogni caso, mi ritengo una persona fortunata; all’inizio del mio rapporto
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quotidiano con il computer lavoravo con un giovane collega, che dava lezioni
di informatica ai bambini, ed aveva un atteggiamento molto positivo verso i
computer. Non si stancava mai di ripetere ai dirigenti, agli insegnanti
(soprattutto alle donne!) e agli studenti di stare tranquilli, che niente di
irreparabile poteva succedere. Si comportava come se usare il computer fosse
la cosa più naturale al mondo e ci incoraggiava a non aver paura di provare222.
Quando non avevamo la soluzione ai problemi ci invitava a non rinunciare e ad
andare a leggere la guida in linea. Più tardi, con il boom di internet, ci invitava
a consultare “Zio Google”.
In realtà, ho sempre trovato piacevole utilizzare i computer e i vari dispositivi
ad essi collegati. Mi sono sempre sentita a mio agio davanti allo schermo di un
computer e non ne ho mai avuto paura. Quando riesco a fare un documento
bello anche esteticamente, o a trovare informazioni interessanti, o a produrre
un programma intelligente, mi sento totalmente serena e sicura di me.
Talvolta questo è un modo per mettermi alla prova e vedere se sono ancora
capace di svolgere il mio lavoro.
I miei figli sono cresciuti con il computer, usare il computer per loro è naturale come
respirare. Non per merito mio, ma usare il computer quotidianamente nel mio lavoro, e
essere un dirigente di un’azienda che produce software, mi ha sempre consentito di
sapere, sui computer, sempre qualcosa più di loro (non mi riferisco ovviamente a giochi,
torrent o hacking, purtroppo). C’è una specie di guerra non dichiarata: da un po’ di
tempo stanno cercando di dimostrare di saperne più di me ☺
All’inizio del 2000 ci fu un giorno solenne per i miei figli e i loro amici, quando la loro
madre apparve online su un canale IRC per cercare di scoprire dove era sua figlia, e se
sarebbe tornata a casa prima delle otto.
Mi rendo conto che i computer hanno contribuito enormemente a garantirmi
autorevolezza e rispetto nei confronti dei miei studenti, degli amici dei miei
figli e dei miei figli stessi.
Nel mio ambiente sociale e lavorativo, l’uso del computer è ritenuto un must. Si pensa
che chiunque debba saperlo usare; e possedere gli accessori più recenti garantisce una
222
...é bene ricordare che stiamo parlando del 1995, 1996, quando i computer in Bulgaria erano
ancora considerati un “extra”
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forma di rispetto. Come nel resto del mondo nel campo dell’istruzione, in Bulgaria le
donne sono predominanti, tutte le mie colleghe sanno utilizzare i computer ad un livello
accettabile rispetto alle necessità del lavoro quotidiano (in realtà, ne conosco una che
non sa utilizzare affatto il computer e chiede alla sua segretaria di scrivere tutte le sue
lettere, ma non lo ammette, e si comporta come se fosse un’esperta di computer). Nel
mio ambiente non ho mai percepito atteggiamenti negativi o accuse di comportarmi, per
quanto riguarda questo aspetto, in modo scorretto. Non è un argomento in discussione;
come è normale che tutti sappiano leggere e scrivere, ci si aspetta anche che tutti
sappiano usare un computer.
- Le TIC come fattore sociale:
So che esistono i siti di incontri online, ma non ne ho mai visitati....
Ad esser seri ☺, le TIC hanno cambiato il modo di comunicare. La mia povera cassetta
delle lettere (quella vera, che si trova sulla porta di casa) riceve soltanto pubblicità e
fatture dell’acqua e della luce... Nessuna sensazione intima, non è neppure necessario
scrivervi nome e cognome, è sufficiente scrivere “appartamento 8”....
E contemporaneamente mi sembra del tutto naturale inviare un messaggio ICQ alla
collega che mi abita di fianco, o inviare una mail a qualcuno che a mala pena conosco.
Le TIC rendono tutti i contatti sociali e personali molto più facili perché non hanno
alcuna limitazione formale. É così naturale cliccare il tasto “invia”!
I “nuovi adepti delle TIC” distruggono rapidamente ogni limite esistente,
percepiscono la libertà di comunicazione delle TIC come una violazione del
protocollo della formale vita quotidiana. E tentano, così, di sfuggirle.
Gli utenti più esperti delle TIC, invece, raramente osano comportarsi così; sanno già che
sfuggire potrebbe essere pericoloso.
- Le TIC in campo didattico:
Potrei rispondere a questa domanda in un’unica riga.
“Fai una ricerca su Google”.
Questo è il modo in cui si impara adesso, e non dipende dall’età.
In età scolare, si cercano informazioni da copiare e incollare per fare i compiti.
Nella normale attività lavorativa, si ricercano documenti o normative, tutte le novità della
nostra professione, le notizie della giornata. O l’oroscopo.
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Tutto questo è una variazione sul tema “stai connesso, risparmia tempo e impara di più”
Lo chiamano “Apprendimento permanente informale”.
Non lo prendiamo troppo seriamente, ma funziona e ci sta progressivamente cambiando.
Qualche volta è necessario fermarsi e guardarsi con attenzione per assicurarci
di non essere cambiati troppo.
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Ulla Gjørling, Danimarca
Chief Consultant.
Dati Personali:
Nata nel maggio 1964, 2 bambini
Formazione nelle tecnologie dell’informazione: Esperienza nell’utilizzo didattico delle
nuove tecnologie dal 1993. Principali aree di intervento: all’inizio ha preso parte alla
produzione e acquisizione di software educativo, nell’ultimo periodo la sua attenzione si è
rivolta alla progettazione e realizzazione di percorsi di formazione integrativa per docenti
e formatori.
Posizione professionale:
Chief Consultant – Niras, http://www.niras.com/ dal 2007.
National investigator per uTeacher – un progetto europeo sul profilo professionale dei
docenti riguardo alle TIC http://ulearn.itd.ge.cnr.it/uteacher/
Chief Consultant – UNI-C, 2000 – 2007.
EPICT (European Pedagogical IT-license) [Patente pedagogica Europea sulle TIC]
http://www.epict.org/
Sund-IT http://www.sund-it.dk/
Il
progetto
Gymnasium-IT
(istruzione
secondaria
di
secondo
grado),
http://www.gymnasie-it.dk/.
Webmaster - Aarhus chapter of Ladies Circle http://www.lc19.dk/
Future webmaster - Ladies Circle Danmark http://www.ladiescircle.dk
Intervistatore/trice: Quale di questi 8 punti attira la sua attenzione? Per iniziare, le
tecnologie dell’informazione sono un male necessario?
Non possono essere un male in nessun caso – piuttosto sono semplicemente
un mezzo di comunicazione tra le persone. Non le ho mai percepite come
qualcosa di diverso.
Intervistatore/trice: Per quanto riguarda l’approccio alle tecnologie dell’informazione, è
necessario frequentare dei corsi o ci sono altri modi per avvicinarsi a queste?
Per la maggior parte delle persone di mezza età o più anziane è necessario partecipare a
corsi o essere in qualche modo avvicinate da altri alle tecnologie dell’informazione. Le
generazioni più giovani, invece, raccolgono lungo il loro percorso le necessarie
conoscenze e competenze.
Intervistatore/trice: Grazie. Nel momento in cui una donna si avvicina alle nuove
tecnologie, normalmente è assistita in questo da una figlia o da un’amica in
contrapposizione al marito o ad un figlio maschio?
I figli maschi e gli uomini, qualche volta, fungono da ostacolo. Se
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consideriamo la nostra esperienza con la patente pedagogica sulle TIC,
notiamo subito che quando le donne hanno accesso al proprio PC o al proprio
laptop progrediscono di più e più in fretta rispetto a coloro le quali usano il PC
di casa che è il “PC di famiglia”. In quest’ultimo caso, la gerarchia degli utenti
del PC di famiglia, di solito, prevede che il figlio maschio sia l’utente
principale, seguito dal padre, dalla figlia, e la madre occupa solo il quarto
posto. Quando la madre riesce finalmente ad accedere al computer, c’è
sempre qualcuno che le mette fretta per usare il computer, oppure il desktop
è stato modificato e non è più come l’ultima volta che lo ha usato; in questo
caso è sempre imbarazzante chiedere dove sono scomparsi i suoi indirizzi o i
suoi file. In questo modo alla madre è spesso precluso l’uso del PC e l’utilizzo
delle tecnologie dell’informazione.
Intervistatore/trice: Per quanto riguarda la resistenza all’utilizzo del PC, si può parlare di
tecnofobia nei confronti delle tecnologie dell’informazione?
Sono convinta che questo problema non esista quasi più. Tra gli anziani, forse, la
tecnofobia esiste ancora in pochi casi e in continua diminuzione. Sono rimasti in pochi a
vivere con ansia le nuove tecnologie, e comunque l’atteggiamento di starsene a guardare
a braccia conserte sembra del tutto scomparso.
Intervistatore/trice: Che cosa può dirci della paura del vasto e incontrollato mondo di
internet?
Non credo che vi siano molte persone
che abbiano paura ad andare in internet. La
paura è piuttosto rivolta a ciò che i giovani possano incontrare nella rete, l’incontro con
pedofili, la possibilità di essere vittime di bullismo o abusi sociali da parte di altre persone
tramite l’accesso ai siti per giovani in Internet. Non si tratta, pertanto, di paura di
Internet in sé e per sé, si tratta piuttosto di genitori timorosi che ostacolano i loro figli
nell’utilizzo di internet, impedendo un uso creativo del mezzo per la paura di
conseguenze negative.
Intervistatore/trice: Che cosa possiamo dire della sensazione di inadeguatezza e di
scarsa autostima delle donne?
Devono sapere come affrontare il problema e a che cosa stanno andando
incontro prima di fare questo passo, questo credo sia generalmente
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l’approccio femminile.
Intervistatore/trice: L’utilizzo giornaliero delle tecnologie dell’informazione mostra alle
donne che sono competenti, tuttavia, esiste ancora una corrente di pensiero che ritiene
le donne del tutto inadatte alle tecnologie dell’informazione.
Esiste ancora questo modo di vedere?
Dipende da luogo a luogo. Se posso generalizzare, gli utenti più competenti e
creativi delle tecnologie dell’informazione in ambito didattico, sono senza
dubbio donne di mezza età! Ciò è contrario alla percezione generale. Le donne
tendono ad essere più orientate all’utilizzo pratico, mente gli uomini tendono
ad essere dei fissati tecnologici. Lavorare sulla quantità e con strumenti poco
raffinati, questo spiega perché così tanti uomini sono degli “smanettoni”
mentre la maggior parte dei consulenti sulle tecnologie dell’informazione sono
donne.
Quando si incontrano problemi con i mezzi tecnologici, le donne tendono a
pensare: “che cosa ho sbagliato?” mentre gli uomini pensano: “questa
robaccia non funziona”. Generalmente donne e tecnologia è un’accoppiata che
non ha ancora sfondato in ambito lavorativo. Probabilmente questo avverrà
soltanto quando le giovani leve inizieranno ad entrare nel mercato del lavoro.
Intervistatore/trice: Siamo arrivati alla questione lingua – le donne non conoscono
l’inglese.....
Questa è una vera e propria sciocchezza. In effetti per alcuni anziani può avere un
effetto di estraniamento sentire, all’interno dei notiziari televisivi, che su internet
possiamo trovare approfondimenti alle notizie. La domanda che nasce spontanea è se
non sia possibile vivere nel nostro paese senza una connessione internet. Ovviamente è
possibile, quando un anziano naviga online, però, può dover fare i conti con la lingua
inglese che potrebbe causare più di un problema; esaminando l’attività online dell’utente
medio danese, comunque, ci accorgiamo che i siti più visitati sono di gran lunga quelli in
lingua danese.
Intervistatore/trice: Quale è la vostra opinione sul punto di vista delle riviste femminili su
“Donne e tecnologie dell’informazione?
Devo ammettere che la mia conoscenza nel campo delle riviste femminili è marginale.
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Leggo queste riviste troppo raramente per farmi un’idea chiara del loro punto di vista
sulle donne e le tecnologie dell’informazione. Tuttavia nella mia comunità online di
donne è chiaro che le cosiddette “donne forti” usano il web e l’e-mail e che Internet
rappresenta una fonte d’informazione pienamente utilizzata. Il rovescio della medaglia è
rappresentato da quella moltitudine di donne che ancora non ha un proprio indirizzo
mail, e ne condivide uno con il proprio marito. Per questo motivo molte mail provenienti
dalle varie Hellen sono contrassegnate dal nome “Peter Smith”.
Intervistatore/trice: qual è la sua opinione sulla situazione attuale delle tecnologie
dell’informazione in questa area?
La mia area di competenza è l’uso didattico delle tecnologie dell’informazione.
Sono certa che, dato l’attuale quadro politico, le nuove tecnologie e la
didattica
non
saranno
priorità
come
lo
sono
state
fino
a
adesso.
L’orientamento adesso è che gli insegnanti debbano arrangiarsi da soli. Sono
stati organizzati corsi per loro, è stata fornita loro assistenza e sono state
istituite funzioni di supporto, adesso, quindi, i docenti devono mostrare di
essere in grado ed aver voglia di camminare sulle loro gambe. L’utilizzo delle
nuove tecnologie, come strumento personale e professionale nell’attività
didattica, è considerato una competenza di base che ogni insegnante deve
avere.
Intervistatore/trice: Ha un’idea di quale potrebbe o dovrebbe essere una strategia
corretta, nell’organizzazione di attività rivolte agli adulti nel campo delle tecnologie
dell’informazione (ad esempio formazione permanente) affinché queste possano essere
rivolte sia a uomini sia a donne?
Il problema principale, in merito alle proposte rivolte agli adulti nel campo
delle nuove tecnologie, è semplicemente rendersi conto che le donne non
trovano interessanti le cose che lo sono, invece, per gli uomini. Gli uomini,
inevitabilmente, prenderanno possesso della tastiera e per le donne non vi
sarà possibilità di accesso. Quindi, se il corso è rivolto ad entrambi i sessi, è
necessario che ci siano computer per tutti. Oltre a questo, sembra che per le
donne sia fondamentale che l’interfaccia utente (desktop e posizione delle
icone) rimanga la stessa da una sessione all’altra
Intervistatore/trice: Grazie per l’intervista.
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Arta Ciša, Lettonia.
Data
01 agosto 2007
Nome, cognome
Arta Ciša
Età
38 anni
Qualifiche
Laureata in scienze delle comunicazioni e in pedagogia
professionali
Professione
Giornalista, insegnante
Stato civile
Sposata, 3 figli
Quando ha cominciato a lavorare col PC, con internet e com’è stato all’inizio?
Per quanto mi ricordo, penso che si trattasse del 1993. Tornavo al lavoro (ero
giornalista) da un congedo maternità. Tutti stavano già lavorando col computer. Io
stessa avevo un PC che mi stava aspettando; prima lavoravamo tutti con le macchine da
scrivere. I miei colleghi mi mostrarono come funzionava e m’insegnarono quali comandi
utilizzare. Scrissi la sequenza di comandi su un foglietto di carta ed è così che li ho
imparati.
Si ricorda di qualcuno in particolare fra i colleghi che le diedero le prime istruzioni e di
quali emozioni si ricorda che sorsero durante quel periodo di apprendimento?
Si trattava di un collega e mi spiegò tutto in maniera estremamente semplice. Era
veramente tutto facile. All’epoca assistevamo ad una vera e propria invasione
informatico-tecnologica. Non mi azzarderei a dire che sarebbe altrettanto facile per me
imparare i concetti informatici del giorno d’oggi, ma allora ne avevo bisogno per il lavoro.
Si trattava di qualcosa che doveva essere fatta. Questo periodo di formazione – se così
lo possiamo chiamare – durò più o meno un mese. Elaboravo metodi per apprendere più
facilmente – scrivevo le informazioni su un blocco d’appunti e, se avevo bisogno di
qualcosa, guardavo sulla pagina corrispondente e basta. Quando apparivano invece sullo
schermo dei messaggi che non capivo (erano in inglese) erano i miei colleghi a venirmi in
aiuto.
Molte donne avevano paura di rompere o danneggiare il computer in qualche modo; era
così anche per lei?
In realtà ero più interessata che impaurita, no, non mi sentivo in soggezione. Più tardi,
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con gli anni, erano mio marito e I miei figli a insegnarmi sempre qualcosa di nuovo. Mio
marito mi ha spiegato come funziona PowerPoint e mio figlio mi ha iniziato alla
navigazione su internet. Non ho mai frequentato alcun tipo di corso e non lo farò mai
visto che è possibile imparare tutto lavorando in maniera autodidatta.
Non è inusuale che siano stati marito e figlio ad essere i primi insegnanti d’informatica.
La maggioranza delle donne ha però dichiarato un certo imbarazzo al momento in cui
dovevano chiedere un aiuto al marito, poiché di solito e istruzioni erano date mal
volentieri ed in maniera poco chiara.
Beh, forse non siamo una famiglia tipo, visto che non abbiamo mai avuto problemi di
comunicazione Inoltre io e mio marito lavoriamo insieme (è mio socio in affari) e
impariamo l‘uno dall’altro. Mio marito ha un opinione paritaria riguardo ruolo delle donne
e non riesco nemmeno ad immaginarmi che gli sia mai capitato di proferire parole di
scherno o offensive riguardo alle donne Per questo non ho alcun problema a chiedere
aiuto a mio marito o a mio figlio per questioni legate alla tecnologia.
La sua formazione informatica era legata solo al lavoro o ne ha avuto bisogno anche per
altri scopi?
In linea di massima tutto ciò che ho studiato a che vedere col mio lavoro. Uso la mail a
scopo privato solo in rari casi. Vivo secondo il principio: se ho un qualsiasi tipo di
problema, non è difficile trovare qualcuno che mi aiuti a uscirne fuori.
Qualcuno ha lanciato l’idea di iniziare le donne all’uso del computer basandosi sulle loro
reali necessità, qual è la sua opinione al proposito?
È giustissimo. Mia sorella, per esempio, è una donna in carriera di 53 anni. Quest’anno
ha comprato un computer e vuole imparare ad usarlo. Il suo più grave errore è stato
quello di sedersi di fronte al suo laptop iniziando a maneggiare qua e là. È impossibile
arrivare a far funzionare tutto subito, è l’approccio sbagliato. Bisogna avanzare per gradi.
Per prima cosa devi sapere cosa vuoi imparare esattamente, scegliendo tra tutte le
possibilità che ti offre un computer. Lei dà lezioni alle infermiere e deve preparare del
materiale di presentazione. Ha bisogno d’imparare ad usare internet, deve apprendere a
copiare documenti, a separare un testo per una presentazione in PowerPoint, ecc.
S’impara decisamente meglio così che “seguendo il manuale d’istruzioni punto per
punto.”
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Le moderne tecnologie hanno cambiato il suo modo di vedere le cose, la suo scala di
valori?
La mia scala di valori non è mutata, per quel che riguarda il mio modo di vedere le cose,
invece, devo dire di sì. Il computer è un sistema universale che fornisce alla vita un
nuovo ritmo, alzandone il livello qualitativo. Le cose si ottengono più velocemente. Una
volta ciò richiedeva molto più tempo. L’uso delle nuove tecnologie migliora le capacità
del personale lavorativo in quanto, tramite esse, s’imparano una marea di nuove cose
utili.
Lei ha elencato molti aspetti positive. Qual è l’altra faccia della medaglia nell’uso delle
tecnologie?
Direi che l’uomo è ancora padrone del proprio mondo, non esiste una matrice, ogni
singolo individuo è libero di scegliere di quanta tecnologia ha bisogno d’introdurre nella
propria vita. Mi piace vedere i giovani lavorare liberamente alla tastiera, cambiare
repentinamente programma, usare il mouse alla velocità della luce. Queste sono capacità
ereditate dal periodo in cui si soffriva di “computermania”. È una cosa superata. Io
permetto ai miei figli un uso libero del PC, ma non posso parlare di dipendenza, sebbene
resti dell’opinione che per altri la cosa potrebbe diventare un problema; e questo,
qualora il computer diventasse l’unico amico.
Per che cosa usa maggiormente il computer e internet?
Non sono membro di draugiem.lv, mi piace ancora chiamare la gente al telefono. Il PC è
il mio strumento di lavoro, senza il quale sarei perduta. Negli ultimi anni i mass-media
sono cambiati in maniera significativa proprio a causa dello sviluppo della tecnologia
moderna. 20 anni fa il ritmo normale delle notizie era scandito settimanalmente.
L’informazione quotidiana risultava difficile. L’informazione non riguardava qualcosa
accaduto oggi, ma qualcosa che era accaduta ieri o il giorno prima. Solo i veri
professionisti potevano permettersi di azzardare previsioni per domani o dopodomani.
Oggi non è assolutamente un problema redigere un quotidiano dal momento che non è
più necessario essere presenti sul luogo di cui stai scrivendo (a meno che tu non sia un
fotografo); puoi chiamare qualcuno al telefono, comunicare attraverso internet e
sviluppare grazie a ciò una grande quantità di notizie. Inoltre è possibile aggiungere una
foto istantaneamente, cosa che avrebbe preso un’intera giornata in passato.
Ha notato un qualche problema riguardo le donne comprese fra un’età di 35 e 60 anni e
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il loro rapporto con la tecnologia?
Il problema è che le donne hanno vissuto a lungo fuori dal mondo tecnologico e ora,
improvvisamente, devono tuffarsi dentro un sistema che ha già funzionato per anni. Per
tutti è normale avere problemi se, cambiando ambiente di lavoro, si devono apprendere
cose nuove. In alcuni casi.
Quale consiglio darebbe alle donne per incoraggiarle a usare le nuove tecnologie?
In realtà tutto dipende dal datore di lavoro, perché è lui che sa cosa le donne hanno
bisogno d’imparare a fare tramite il computer. Non ci sarebbe alcun problema se la
domanda fosse: “impara a lavorare su Excel”. E non: “Sai come si lavora al computer?”
Se qualcuno me lo chiedesse, risponderei di no, visto che non so usare InDesign, ecc. Gli
annunci d’impiego dovrebbero specificare esattamente quali competenze sono richieste
per il lavoro. Le donne si organizzerebbero allora a frequentare dei corsi o a imparare il
necessario in maniera autodidatta.
Mass-media: la rivista Ieva si è data da fare per dare una formazione tecnologica alle
donne. Vantaggi e conseguenze pratiche?
Non penso che funzionerà; la gente non lo legge. Le donne che non usano il computer
gireranno automaticamente pagina, quelle che lo usano non lo leggeranno in quanto
sanno già cosa fare e non hanno problemi. Queste piccole cose che Ieva sta già facendo
(come fare acquisti su internet, come prenotare biglietti online) dovrebbero essere
fornite a più piccole dosi, non impiegando da 3 a 5 pagine. Non è il formato della nostra
rivista.
Quali idee ha lei per poter migliorare la situazione delle donne lituane in relazione all’uso
delle moderne tecnologie?
Vorrei sottolineare che la motivazione è la molla che spinge ogni persona a fare
qualcosa; se lo si vuole fare, lo s’impara. Tentare di motivare qualcuno a volere
qualcosa…. Mi sembra un po’ strano. Normalmente la motivazione viene da una
necessità interna. Imparare qualcosa perché si è capaci, è semplicemente assurdo. Ai
tempi dell’Unione Sovietica era esattamente la stessa cosa riguardo l’apprendimento
delle lingue. Qualcuno le studiava? Naturalmente no, visto che non ne facevano corrente
uso, ma quando le persone avevano bisogno di andare all’estero, allora sì che le
imparavano: usandole.
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Penso che sia spinte da una situazione contingente, sia motivate da bisogni personali, le
donne di ogni età impareranno ad usare i computer ed è addirittura possibile che alcune
di loro non ne abbiano nemmeno bisogno.
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Mónica Aldeia, Portogallo.
Data
4 Maggio 2007
Nome, Cognome
Mónica Aldeia
Età
33 anni
Qualifiche
Dottorato in Scienze dell' Educazione
Professione
Docente con mansioni tecnico-pedagogiche e di controllo
Stato Civile
Divorziata
Nota biografica.
Inizia gli studi superiori all' Istituto Scuole Superiori a Beja, dove consegue il
Diploma di Insegnamento nelle Scuole Elementari e la laurea in
Portoghese/Francese. Quando fece il suo ingresso nel mondo del lavoro, iniziò con l'
insegnamento agli adulti (professione che svolge tuttora), oltre alle attività scolastiche
con bambini e adolescenti. Ha frequentato un corso di Sviluppo Personale e Sociale,
ricoprendo la posizione di formatrice in classi formate da persone dalle medie in su, che
ha suscitato in lei un interesse nelle questioni interpersonali, e nei diritti umani, in base a
cittadinanza e sesso delle persone.
Il Master ed il Dottorato hanno integrato il suo livello di preparazione da docente,
attraverso una proposta formativa nell' apprendimento elettronico. Dato che la
tecnologia può spezzare molte barriere che non permettono agli adulti di abbracciare i
loro studi, specialmente le donne che sono obbligate a conciliare i turni di lavoro, gli
impegni di vita personale e familiare e l' educazione continua, questa è stata l' area di
maggiore interesse (software educativo e strumenti di apprendimento elettronico).
Quando ha prestato servizio presso la Direzione Regionale dell' Economia di Algarve, ha
lavorato con gruppi di persone disagiate e famiglie di un solo genitore (il sostegno alle
donne separate o alle madri senza partner è stato socialmente effettuato in diversi modi
- salute, educazione scolastica, lavoro...).
Ti ringraziamo per la tua disponibilità. Divideremo questa intervista in due parti. Prima di
tutto, vorremmo che ci descrivessi la tua prospettiva sulla situazione attuale delle
Tecnologie di Informazione e Comunicazione e le aspettative future. A tale scopo,
abbiamo preparato alcune domande.
Come vedi il ruolo di tali tecnologie oggi?
Le tecnologie sono sempre più importanti e fanno parte della nostra vita. Ne facciamo
uso a casa, al lavoro, a scuola. I ragazzi usano la tecnologia quasi nei primi anni di
educazione scolastica e durante tutto il loro processo educativo, e, in molti casi, anche
quando decidono di lasciare la scuola ed entrare nel mondo del lavoro. Sempre più
spesso, le professioni richiedono alcune abilità riguardo le nuove tecnologie. Mi sono
accorta di questo mentre lavoravo come formatrice di adulti. La gente cerca, sempre più
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spesso, corsi base, intensivi e brevi, per acquisire le capacità basilari il prima possibile.
Questo succede, ad esempio, con adulti giovani, persone in età attiva ma anche persone
fra i 50 e i 70 anni. Le tecnologie o l' informatica, dal punto di vista degli utenti, sono fra
le materie di cui si sente più il bisogno nell' insegnamento agli adulti. In linea generale,
vogliono imparare ad usare Word, linee chat e vari messenger per comunicare. Quindi la
tecnologia diventa parte della nostra vita, non ne possiamo essere esclusi... è quasi
come se fosse un'estensione del nostro corpo, o delle nostre dita.
Riguardo al progetto CIAO ed il tuo pubblico target (donne adulte di bassa/media
istruzione), pensi che in qualche modo diverse forme di tecnologia, Internet e computer,
possano promuovere l' immagine della donna o interagire nel ruolo della donna?
Il ruolo inteso come contributo offerto dalla donna? Sì, credo di sì. Potrei sembrare un
po’ discriminatoria, ma ciò che accade realmente è che la tecnologia rivolta alle donne è
spesso il robot da cucina, la “bacchetta magica” e tutto ciò che è legato alla cura della
casa e, in questo caso, non si tratta di questo, ma si tratta invece di Internet, delle
Tecnologie di Informazione e Comunicazione, non di macchine elettriche usate in cucina.
Ancora oggi, nelle coppie, la donna si trova ancora un po’ nell'ombra rispetto all'uomo.
Spesso sentiamo: "il computer di mio marito". Nei corsi, molte di loro usano l'indirizzo email del marito.
Per quanto riguarda la tecnologia, credo che molte donne rimangano spesso
all'ombra dei loro mariti e anche dei loro figli, maschi o femmine che siano. Al
giorno d'oggi, non vediamo differenze nell' uso delle tecnologie. Credo che le
donne sui trent' anni siano probabilmente più tecnologicamente dipendenti e
se hanno qualche tipo di aiuto, esse non fanno un grosso sforzo, a meno che
non sentano che è necessario.
Che cosa ti aspetti dallo sviluppo delle tecnologie, ovvero quali potrebbero essere le
conseguenze e il loro ruolo nel futuro?
Credo che occorra essere attenti, poiché ci affidiamo troppo alla tecnologia ed alle
macchine. Se lavoriamo con Internet e riscontriamo che non funziona, ci
sentiamo smarriti e la stessa cosa accade con le cosiddette "case intelligenti".
Credo che dobbiamo essere regolari ma equilibrati nell'uso della tecnologia, in
modo da compensare in altri modi quando viene meno. Deve sempre esserci
qualche tipo di meccanismo alternativo per non essere dipendenti dal suo uso.
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Secondo le conclusioni tratte dalla prima fase del progetto Ciao!Woman, le donne che
sono state intervistate hanno enfatizzato alcuni aspetti pratici della tecnologia, nonché l'
utilità e la funzionalità del computer. In quali modi ti identifichi con questi punti di vista?
E inoltre, prevedi che vi siano dei cambiamenti in futuro? Perché?
Il punto principale, ed anche quello con cui mi identifico, hanno a che vedere con il
senso pragmatico e funzionale della tecnologia. La tecnologia deve essere utile, al fine di
risparmiare del tempo in alcune attività. Essa è al mio servizio per liberarmi da alcuni tipi
di mansioni che altrimenti sarebbero state lente da compiere. L' aspetto pragmatico è
quello più importante per me.
Prevedi che vi siano dei cambiamenti in futuro?
Credo che in termini di futuro, la tecnologia servirà ancora di più a tale scopo,
per facilitare la nostra vita, il nostro lavoro. La tecnologia nasce per farti
risparmiare tempo e per risolvere le questioni, nel più breve tempo possibile. Inoltre,
nasce anche per la sua flessibilità. Vedo la tecnologia anche nella flessibilità delle
mansioni. Mi riferisco, ad esempio, all' apprendimento elettronico, all' apprendimento a
distanza; questa tecnologia consente un' enorme flessibilità, non ci sono barriere
geografiche o transitorie. Con un computer e l' accesso a Internet abbiamo anche
superato la barriera economica.
Pensando alle tecnologie, si possono prevedere alcuni cambiamenti. Che dire della sua
evoluzione?
Vedo la tecnologia in molte aree. Mi riferisco ad aree molto importanti, come la
medicina. Esiste già la consultazione a distanza - la tele-medicina, e anche le operazioni
chirurgiche a distanza. Ritengo che sia straordinario, e nel futuro si migliorerà anche di
più, e questo è un gran beneficio. In termini educativi penso che sia anche molto
importante, essa espande moltissimo le capacità di organizzazione, e la gestione del
tempo: ci rende liberi, e questo permette di mettere in risalto gli aspetti pedagogici e
incoraggia le relazioni interpersonali senza dimenticare il contatto diretto. Se mettiamo
insieme queste due parti, credo che non si possa che averne vantaggi.
Vedo una gran evoluzione ogni giorno sempre più veloce, le attrezzature sono sempre
più sofisticate, più tecnologiche, ci sostengono e facilitano la nostra vita.
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Puoi dirci qualcosa riguardo il ruolo delle tecnologie per le donne?
Prima dicevo che le donne sono ancora molto dipendenti dall' uso che gli uomini, i loro
compagni, fanno della tecnologia. Credo anche che le donne di domani (le ragazze
attuali
che
sono
già
indipendenti
tecnologicamente)
non
permetteranno
la
differenziazione dell' uso tecnologico fra i sessi. Le persone useranno la tecnologia
secondo le necessità lavorative o familiari, a prescindere dal proprio sesso.
In qualche modo, un certo immaginario negativo riguarda le tecnologie e la relazione che
le donne hanno con le tecnologie. Le donne hanno qualche reticenza iniziale, ne sono
spaventate, hanno paura ad usarle. Come credi che si possano spiegare queste
sensazioni? E' una questione di generazione, di cultura?
Credo che le donne vi resistano per ragioni culturali, è quasi come la
trasposizione della condizione sociale della donna. Attraverso la storia, le
donne hanno sempre dovuto combattere per avere il diritto di votare, per
avere
il
diritto
a
delle
funzioni
di
direttiva,
per
avere
un
lavoro.
Tradizionalmente, il loro ruolo era a casa.
Ci sono ancora molte donne che si sentono sicure solamente in presenza di
altre persone, hanno timore che possano danneggiare il computer. Credo che
questo sia condizionato dalla cultura poiché le donne hanno avuto differenti
ruoli durante i decenni. Di solito, gli uomini hanno dovuto occuparsi di
mansioni maschili, tecniche. Gli uomini hanno avuto il potere della decisione
ed il potere tecnico. Le donne hanno avuto invece ruoli femminili, come quello
affettivo.
Credo che sia una questione culturale, l'uomo con la tecnologia, e le donne
con gli affetti, le relazioni umane, la casa e l'educazione dei figli.
Cosa possiamo ancora fare? Come possiamo dissipare questa paura? Quale dovrebbe
essere la strategia?
Credo che debba essere fatto un pò tramite la forza, diciamo per bisogno.
Quando cerchiamo di raggiungere un determinato livello nel mondo del
lavoro, sempre più competenze tecnologiche sono richieste, e se non vengono
acquisite possiamo perdere opportunità di lavoro. Le donne sono "obbligate" a
sviluppare abilità, per perdere il timore, non per perdere le opportunità, così
da poter aiutare i loro figli.
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Onestamente, credo che le donne abbiano anche maggiore abilità di controllo,
sono più curiose, cercano i dettagli. Gli uomini sono invece più generalisti.
Queste caratteristiche femminili sono molto positive per sfruttare le
tecnologie.
La seconda questione di cui vorremmo parlare è relativa all'educazione, e, poiché lavori
nel campo dell’ educazione degli adulti, vorremmo che ci dicessi cosa pensi riguardo gli
orientamenti, i suggerimenti per organizzare le attività di insegnamento nelle Tecnologie
di Informazione e Comunicazione rivolte alle donne adulte. In breve, quali orientamenti e
suggerimenti segnaleresti per raggiungere tale organizzazione, quali strategie per
rompere il ghiaccio, ad esempio.
Ho alcune idee personali a proposito. Da quando ho iniziato a lavorare (quando avevo 22
anni) ho ricevuto subito un'educazione per adulti. Era molto diversificata, nel campo
delle relazioni interpersonali, le tecnologie e con adulti di differenti età, adulti anziani e
adulti attivi e inoltre con donne di differente condizione sociale, persone di differenti
gruppi sociali, alcuni di loro provenienti da gruppi a rischio, come donne che avevano
subito violenza domestica o donne sieropositive. La mia esperienza nell’ educazione mi
aiuta ad organizzare il mio insegnamento.
Credo, perciò, che sia necessario considerare l’età delle persone quando
organizziamo un corso per adulti collegato alle tecnologie a causa dei ritmi di
lavoro; il livello di educazione dovuto al livello linguistico da usare, inoltre
dobbiamo prestare anche attenzione al livello socio-culturale. L’aspetto delle
dinamiche di gruppo è qualcosa per me indispensabile, credo che sia davvero
importante "rompere il ghiaccio". D'altronde, con le donne tutto parte dalla
relazione interpersonale e conoscere i colleghi e gli insegnanti è molto
importante per il successo dell'educazione. Credo che le donne siano molto
sensibili e, se riusciamo a coinvolgere una persona emotivamente, darle
fiducia, questa si sentirà più sicura nello svolgere attività che altrimenti
avrebbe rifiutato.
Cerco sempre di includere le dinamiche di gruppo. Credo che esse siano
importanti anche in questo tipo di educazione con i computer, quando siamo
sedute per diverso tempo davanti al computer. Per persone che non ne sono
abituate questo è molto noioso, è necessario smuovere le persone con
qualcosa... abbiamo bisogno di una bella risata per rilassare un gruppo di
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persone stanche.
Per sintetizzare un po’, se possibile, che tipo di attività, in quale contesto, e che tipo di
educazione ritieni sia più efficace per questo gruppo di donne adulte?
Credo
che
dovremmo
investire
nelle
attività
pratiche,
con
qualche
componente teorica, ma sempre compensate da una parte pratica: insomma...
manipolare, usare! Non dovrebbe richiedere molto tempo, dobbiamo essere in
grado di gestire le attività quotidiane. Dovremmo sempre fare una valutazione
dei bisogni e questi devono corrispondere alle necessità del gruppo. In quanto
al metodo, preferisco un workshop o un ciclo di studi. Quest’ ultimo credo sia
ottimo per le donne poiché l’apprendistato è svolto in comune, a vicenda.
Quale tipo di materiale e risorse potrebbero essere più appropriate per queste persone?
Poiché si tratta di un corso di tecnologia, credo che dovremmo abbandonare il
rapporto con la carta, gradualmente, ma non totalmente. Dobbiamo investire
nella produzione di contenuti in formato digitale. Alla gente piace ricevere CD
o DVD da portare a casa ed essere in grado di avere accesso a documenti,
immagini e video. Credo che i formati debbano essere diversi e digitali.
Le materie dovrebbero corrispondere ai bisogni delle persone. L’educazione su
Internet è molto importante: ad esempio, l’uso e la sicurezza che li aiuta a
mantenere il passo con i figli. Un aiuto per usare la banca online è anch' esso
importante. Internet è una delle materie interessanti, esplorare il suo
potenziale, imparare a ricercare e consultare in sicurezza.
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L’equipè di lavoro
Progettazione e coordinamento dell’intero progetto Ciao! Women
Rita Bencivenga, Provincia di Genova
Direzione e coordinamento dei gruppi di ricerca
Studio Guglielma ricerca e creazione sociale
Direzione e coordinamento:
Antonia De Vita, Università di Verona
Ricerca e coordinamento:
Lara Corradi, Studio Guglielma ricerca e creazione sociale
Il team di intervistatrici
Sei intervistatrici hanno intervistato 253 donne di età compresa fra i 35 e i 55 anni.
Senza la loro preziosa collaborazione, il lavoro sulle interviste narrative e sulle riviste non
esisterebbe. Ecco i loro nomi:
Ivita Dambeniece, Riga, Lettonia
[email protected]
Marinela Festas, Èvora, Portogallo
[email protected]
Vicência Maio, Èvora, Portogallo
[email protected]
Birgitte Nielsen, Aabenraa, Danimarca
[email protected]
Lia Orzati, Genova, Italia
[email protected]
Virjinia Petkova-Tasheva, Sofia, Bulgaria
[email protected]
Le interviste alle figure esperte sono state realizzate da:
Kenneth Reimer, Senior Consultant Master of Art
CVU Sønderjylland - University College
Center for Undervisningsmidler
Birkelund 1 - 6200 Aabenraa - Denmark
Antonia De Vita Senior Researcher
Università di Verona
Responsabile della Ricerca
Studio Guglielma ricerca e creazione sociale
Via Magellano 8 - 37138 Verona- Italia
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Presentazione
Studio GUGLIELMA ricerca e creazione sociale è una società cooperativa a governo
femminile che si ispira al pensiero e alle pratiche delle relazioni tra donne, e sostiene
legami e creazioni sociali capaci di modificare l’esistente in un orizzonte di giustizia
sociale; è retta e disciplinata secondo il principio della mutualità senza fini di
speculazione privata; la cooperativa ha lo scopo di procurare alle socie e ai soci
continuità d’occupazione lavorativa e di contribuire, tramite l’esercizio in forma
associata dell’impresa, al miglioramento delle loro condizioni sociali, culturali,
professionali, economiche, promovendo: la partecipazione delle/degli stesse/i alla
gestione dell’impresa nei suoi aspetti sociali, tecnici ed economici; la condivisione di
spazi e tempi di vita e di lavoro, di impegno sociale e politico concordati tra le/i
socie/soci.
Studio GUGLIELMA è nata dal desiderio di alcune donne che si sono incontrate
nell’esperienza di Mimesis associazione universitaria di cultura e servizi di Verona.
Studio GUGLIELMA svolge attività di progettazione e creazione sociale attraverso
metodologie di attivazione/partecipazione e strumenti quali la ricerca, la formazione e
l’educazione, la consulenza, l’organizzazione nei settori: dell’impresa sociale e del
terzo settore; dei processi comunicativi in ambito sociale e di impresa; del lavoro;
della rigenerazione sociale e urbana; della cultura. Svolge le proprie attività per e in
collaborazioni con enti e aziende pubbliche e private, enti locali, società cooperative e
associazioni, associazioni di categoria, scuole, università, gruppi, libere aggregazioni
e singoli individui.
Via Magellano 8 – 37138 Verona
telefono e fax 045.8309946
e-mail [email protected]
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Indice
Introduzione
1
Parte 1
Origine del progetto: comunicare online
4
Le interviste che hanno portato al progetto CIAO!Women
8
Analisi delle interviste di Ciao!
9
Conclusioni
14
Donne e tecnologie
16
Considerazioni generali
16
Scopi del progetto
18
La mia ferramenta: le donne e i loro rapporti con le tecnologie informatiche
19
Unione Europea e riflessione femminile: un rapporto difficile.
19
La riflessione femminile tra Pari Opportunità e femminismo della differenza
20
Uguaglianza o differenza?
22
Il pensiero della differenza sessuale: l’esperienza italiana
24
Dalla differenza di genere a pratiche formative e di ricerca in una
prospettiva non neutra
25
Il bisogno di raccontarsi
27
L’intervista narrativa
29
Alcune questioni metodologiche
29
L’intervista narrativa e la sua realizzazione
32
Fasi dell’intervista narrativa
33
La ricerca e i suoi risultati
39
Gli otto nuclei tematici
42
Commenti e considerazioni finali: gli otto nuclei tematici
74
Parte 2
A partire dall’analisi di alcune riviste
78
La scelta di spogliare riviste femminili per esplorare il rapporto tra donne e
tecnologie
78
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Elementi emersi dall’analisi delle riviste
83
I risultati attesi e quelli raggiunti
84
Parte 3
Note di metodologia della ricerca nel contesto di progetti europei
86
Ruolo del ricercatore
92
Pensiero femminile e disabilità
93
In conclusione
95
Il pensiero della differenza sessuale: un approccio di ricerca
98
Raccontarsi: una preferenza femminile
99
Far parlare la differenza nel dilemma dell’uguaglianza
99
Interviews to experts on women, lifelong learning and ICT
102
Introduzione
102
Lucia Bertell, Italia
105
Anna Maria Piussi, Italia
107
Radosveta Drakeva, Bulgaria
112
Ulla Gjørling, Danimarca
118
Arta Ciša, Lettonia
122
Mónica Aldeia, Portogallo
127
L’equipè di lavoro
133
Presentazione di Studio Guglielma
134
136

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