Storia del Napoli

Commenti

Transcript

Storia del Napoli
 Athos Zontini
Storia del Napoli
1 Athos Zontini
Nato il primo marzo 1914 a Bagnoli Irpino e scomparso dopo una breve ma fatale malattia il 30 novembre 1992, iniziò la sua carriera sportiva in atletica leggera, stabilendo numerosi record nazionali ed europei nella staffetta 4x400 metri, nel mezzofondo e nei 100 metri piani. Nel 1936 rappresentò l’Italia alle Olimpiadi di Berlino. Debuttò in Serie A nel calcio professionistico con Mister Garbutt, che gli affidò il ruolo di difensore nel campionato 1934-­‐1935 e militò con la squadra partenopea per tre stagioni consecutive, giocando la sua ultima partita contro il Novara il ventotto febbraio 1937. Abbandonò in seguito il calcio per laurearsi in medicina e partecipare alla seconda guerra mondiale dove fu decorato al valor militare. Al suo rientro in Patria, dopo una lunga prigionia nel lager tedesco di Ziegenhein, iniziò a lavorare presso l’Ospedale dei Pellegrini e a collaborare con la squadra del Napoli di cui fu medico sportivo per circa diciassette anni. Fu eletto Assessore alla Sanità durante le elezioni comunali del 1961 e tentò di opporsi alle intemperanze di Lauro, rassegnando, infine, le dimissioni da entrambi gli incarichi. 2 Premessa
La Storia del Napoli che mio padre scrisse nella prima metà degli anni sessanta è un diario ideale della vita trascorsa in azzurro, che coincide, in gran parte, con la sua biografia di atleta, calciatore e medico sportivo. Galantuomo d’altri tempi, non sempre riuscì a condividere i valori della società emersa dal dopoguerra, nuova, ma non necessariamente migliore, i cui ideali erano oramai diversi da quelli della sua giovinezza. La sua storia è dunque il racconto vivo e reale delle tante vicissitudini di cui fu, in parte, protagonista e condivise con lealtà e passione fin dai tempi lontani e gloriosi di Garbutt e Sallustro. Ringraziamenti
Ringrazio mio figlio Martino che mi ha aiutato e sostenuto nelle ricerche e nella fase di pubblicazione, incoraggiandomi a portare a termine il progetto; mia sorella Gemma che, nonostante i suoi impegni professionali, mi ha coadiuvato mettendo a disposizione i ricordi di famiglia di cui è stata custode durante la mia lunga assenza. Ringrazio Gaetano Valente, amico di sempre, fin dalla nostra ormai lontana giovinezza, che mi è stato vicino in questa come in altre occasioni facendomi sentire il conforto di un affetto sincero e, infine, Nicola Schinco, un nuovo amico, appassionato sportivo e collezionista che ha reso possibile con la sua affettuosa ed efficace collaborazione la pubblicazione di questo libro. Leandro Zontini
3 1
C’era una volta
Naples Foot-Ball Club
Il calcio moderno nacque in Inghilterra con la fondazione, nel 1857, dello Sheffield Football Club, primo club calcistico al mondo, nel cui ambito furono elaborate le Sheffield Rules che codificavano le regole del nuovo gioco, per distinguerlo da analoghe discipline e dal rugby in modo particolare. Il virus, che suscitava ovunque ampio consenso e partecipazione, si diffuse in Europa verso la fine del diciannovesimo secolo, trasformando la passione in tifo, epiteto che richiama appunto l’idea di febbre e di delirio. Nacquero così quelli della domenica, i primi malati della nuova pandemia che in poco tempo invase anche la nostra città; già nel 1904, infatti, l’inglese William Poths, impiegato della Cunard Line (un’agenzia marittima che aveva i suoi uffici nel porto di Napoli), coadiuvato da appassionati e sostenitori come Bayon, Anatra, Cattarina, Conforti e Bruschini, fondò il Naples Foot-­‐Ball & Cricket Club, prima rappresentativa calcistica cittadina, che, nel 1906, per meglio evidenziare la sua vocazione, assunse il nome di Naples Foot-­‐Ball Club con Amedeo Salsi presidente. L’ardimentoso esempio del Napoli contagiò la Partenopea Virtus, gloriosa società polisportiva tuttora in attività, che fondò la “Sportiva Napoli” sotto la direzione di Guglielmo Matacena, pioniere e mecenate del calcio partenopeo che gestiva una trattoria al vicolo Tre Re a Toledo, spendendo gran parte dei suoi guadagni per finanziare la squadra. Il seme germogliò in tutta la Campania e da esso spuntarono l’Audace, che vantava tra i suoi giovani migliori Amedeo Casacchia, la Juventus, con i fratelli Padula e Guido Cavalli, l’Elios, con Cappellieri, Siracusa, Faccani e Giovannetti. Nelle file del Naples affluivano, nel frattempo, giocatori stranieri di comprovata esperienza che trasformarono il Club di Salsi in un vero squadrone. La possibilità di poter contare su tante squadre indusse il presidente a varare la Coppa Salsi, primo torneo ufficiale tenuto a battesimo sul campo di Bagnoli. La squadra, composta da Kock, Garozzo, Del Pezzo, Little, Steinegger, Marin, Michele Scarfoglio, Mc Pherson, Chaudoir, Potz e Oesterman, furoreggiò, dispensando goal a palate e travolgendo le rivali con uno scarto clamoroso, anche se il merito, nonostante qualche nome nostrano, andava soprattutto agli stranieri. Scarfoglio proveniva, infatti, dalla Svizzera e Carlo Garozzo dal Cairo; Oesterman e Kock erano tedeschi, Marin danese, Steinegger svizzero –
tedesco, Chaudoir belga, Little, Potz e Mc Pherson inglesi. Quanto erano costati tanti stranieri alle modeste casse del Napoli? Nemmeno un centesimo, in realtà, poiché erano tutti impiegati nelle società estere di navigazione che avevano preso d’assalto il nostro porto agli inizi del novecento. 4 Per mancanza di avversari validi il Naples si vide costretto a imbastire incontri occasionali con squadre di marinai che avevano la ventura sportiva di sbarcare alla vecchia Immacolatella. Capitò così, un bel giorno, a bordo dell’Arabik, la squadra inglese che aveva umiliato i grifoni del “Genoa 1893”, antesignani e campioni del calcio in Italia, che le avevano buscate per tre a zero. Il Naples vinse per tre a due, con goal di Mc Pherson, Scarfoglio e Chaudoir, lasciando gli inglesi a bocca aperta. L’equipaggio dell’Arabik, accorso al campo di Bagnoli con propositi bellicosi, portò, invece, in trionfo, con grande spirito sportivo, i vincitori. Venne poi la coppa Lypton, indetta dall’omonimo industriale di the che aveva base a Palermo, dove, tra l’altro, la maggior parte dei giocatori era di origine maltese; il Naples si aggiudicò la vittoria per due a uno al novantesimo minuto di una partita incandescente che trascinò il pubblico all’entusiasmo più schietto. Per la prima volta nella storia del calcio meridionale l’esito della gara fu comunicato nella stessa giornata con una telefonata al numero 358 di casa Bruschini in Via San Severo alla Pietrasanta dove si erano riuniti i soci del Club blu-­‐celeste. L’Unione Sportiva Internazionale
L’equilibrio tra i giocatori del Naples Football Club, scarsamente affiatati per ragioni etniche e linguistiche, non poteva, tuttavia, che essere precario. Nel 1911 Bayon e Steinegger, provocarono, infatti, una prima scissione che dette vita all’Unione Sportiva Internazionale nella quale affluirono amici e dissidenti con Stolti presidente; il timone del Naples passò dunque nelle mani di Emilio Anatra, socio del Savoia e skipper di grande fama. L’Unione Sportiva Internazionale indossava una casacca blu con collo e paramano bianchi e la sigla USI sul petto; il biglietto per accedere al campo di Agnano costava cinquanta centesimi ma già allora i portoghesi, evitando il botteghino, scavalcavano le “montagnelle” che circondavano il campo per godersi tranquillamente lo spettacolo. La squadra, nelle cui fila confluirono gradualmente molti giocatori di formazioni minori, attratti dal prestigio del Club, poteva ormai contare su atleti come Steinegger, Fowles, lo svizzero Jenni, il portiere Giuseppe Cangiullo, Paduli e De Giuli (ex juventini), Mascoli e i fratelli Matecena provenienti dalla Società Sportiva Napoli. Dopo aver subito cocenti sconfitte nei primi derby cittadini i dirigenti del Naples capirono che, per arginare il pericolo, bisognava attrezzarsi; Gaetano Del Pezzo, in veste di organizzatore, ingaggiò dunque i danesi Thorthenson e Hansen e schierò in porta Guido Cavalli (ex baluardo della Juventus) ben noto per le sue formidabili respinte di piede e di pugno, con la speranza di poter fronteggiare l’agguerrita rivale. La gente cominciava a guardare con maggiore simpatia i pazzi della palla rotonda e correva ad applaudirli, incuriosita, con crescente entusiasmo. Il vento, tuttavia, stava cambiando direzione; sulla bocca di tutti echeggiavano, infatti, le note di una canzone che ci avrebbe accompagnati a Tripoli, “bel suol d’amore”, almeno nelle intenzioni del poeta: l’Italia partiva in armi alla conquista della “Quarta Sponda”. Nel breve intervallo tra l’impresa africana e la Prima Guerra mondiale, il Naples vinse, a Roma, la coppa Noli da Costa e sconfisse la Roman (tre a zero) e la Virtus Juventusque di Livorno (due a zero), schierando in campo Cavalli, Garozzo, Piccini, Dalia, Hellul, Del Pezzo, Bruschini II, Reichlin II, Eastwood, Reichlin I e Bruschini I. Nel maggio 1915, con l’entrata in guerra del nostro Paese, i giovani idonei alla leva militare partirono in massa e i calciatori partenopei non fecero eccezione. 5 Chaudoir, Defendi e Teodoro Capocci non tornano più, mentre, tra i reduci, alcuni non furono più in grado di toccare un pallone, come Eastwood che perse una gamba sul fronte francese. Quelli che furono risparmiati dal destino tornarono all’antica passione al termine del conflitto; le casacche, allora, riaffiorarono dalla naftalina e il pallone riprese la sua corsa sui verdi prati dei campi sportivi. Le porte di pietra
Il 1919 fu l’epoca d’oro della “Villetta”, un’area pianeggiante di fronte Via Caracciolo, dove giocatori affermati non disdegnavano di togliersi la giacca e schierarsi in campi improvvisati con le porte formate da pietre o cataste di libri. Come dimenticare Cassese, Lobianco, Jaquinto, Matarazzo, Gigliesi, Bruschini III e il terzino De Manes, considerato il “re” della Villetta? Come non ricordare Ernesto Ghisi, Parodi, i fratelli De Palma, Osvaldo Sacchi, Gennaro Maisto? La nostra città contava in quel periodo ben cinque squadre che partecipavano al Campionato di Prima Divisione, vale a dire il Naples, l’U.S. Internazionale, la Bagnolese, la Pro Napoli e la Puteolana. L’Internazionale vinse il primo campionato campano del dopoguerra, precedendo in classifica la Puteolana, la Pro Napoli, il Naples e la Pro Caserta. Fu proprio allora che cominciò a fare le prime apparizioni un ragazzetto alto e sottile, con i capelli arruffati e i calzoni corti al ginocchio, il cui nome divenne presto leggendario nell’ambiente sportivo napoletano e nazionale; Attila Sallustro non aveva che undici anni ma le sue sorprendenti qualità calcistiche non sfuggirono a Emilio Reale, Presidente dell’Internazionale e pioniere del calcio partenopeo, che, nel 1921, riuscì ad accaparrarselo. Sallustro e Massimo Pensa erano i ragazzi più in gamba del momento; insieme costituirono un duo rimasto famoso nella memoria dei tifosi e degli appassionati sportivi. Il Naples, sotto la guida affettuosa e tenace del buon Molfesi badò a migliorare i suoi ranghi in vista del Campionato Regionale che, sebbene ricco di emozioni e di agonismo, terminò in pareggio tra i due massimi Club cittadini costretti ad affrontarsi di nuovo sul campo Oncino di Torre Annunziata dove i blu celesti la spuntarono per uno a zero; i giocatori del Club di Agnano, mortificati per lo smacco, si tapparono in casa per sfuggire ai commenti mordaci della tifoseria. La Bagnolese vinse il girone, con sette punti, seguita dalla Puteolana, penalizzata per aver fatto giocare alcuni elementi sotto falso nome; il Naples aveva totalizzato cinque punti e l’Internazionale due. Bagnolese e Naples disputarono quindi le semifinali interregionali con le squadre del Centro Italia. La capolista dovette affrontare il Pisa e la Fortitudo di Roma mentre il Naples dovette battersi con il Livorno e la Lazio, che sconfisse in casa per quattro a due, pareggiando, nel ritorno, per quattro a quattro: un esordio davvero lusinghiero; Fulvio Bernardini difendeva la porta laziale mentre il Naples schierava il quindicenne Ghisi, in posizione di centravanti, e Ninò Bruschini, diciottenne, all’ala destra che infilarono due goal a testa, siglando la trasferta. Bernardini, da quel giorno, non volle più saperne di restarsene tra i pali; e fu la sua fortuna. L’Internazionale, punta nell’orgoglio, ingaggiò l’austriaco Bino Shasa, primo allenatore nella storia del calcio locale, competente dal punto di vista tecnico ma piuttosto indeciso e remissivo, specie con i calciatori più anziani; come trainer di prima squadra non ebbe fortuna. Lasciò invece un eccellente ricordo per la sua opera appassionata e paziente nei confronti delle giovani promesse e fu il primo a intuire le qualità di Sallustro e a infondergli fiducia nei propri mezzi insegnandogli le malizie dell’arte. Le stagioni successive non furono propizie ai due maggiori sodalizi partenopei a causa del crescente antagonismo tra le squadre e tra gli stessi giocatori. 6 Fu, invece, l’anno del Savoia che riuscì a rappresentare i colori regionali nelle semi finali del Campionato Centro-­‐Meridionale. Le due grandi rivali compresero allora che era giunta l’ora di tendersi la mano e concentrare il meglio delle reciproche forze per tentare la scalata alla vetta del Calcio Nazionale; dalla loro fusione nacque l’Internaples, che esordì nella stagione 1923-­‐1924 in casacca azzurra con collo e paramano celesti. 7 2
Associazione Calcio Napoli
Ascarelli
Giorgio Ascarelli, che aveva assunto la Presidenza del sodalizio azzurro, era convinto che il calcio richiedesse studio e disciplina, a prescindere dalle doti atletiche o agonistiche di ciascun giocatore; decise quindi di affidare la squadra alle cure di Carlo Carcano, ex calciatore alessandrino, che portò con sé il giovanissimo Giovanni Ferrari, una delle migliori promesse del Calcio Italiano. Sotto la sua direzione, l’Internaples dominò, incontrastata, il Campionato Regionale di Prima Divisione, riuscendo a segnare ben centotrenta goal! La formazione prevedeva Ferrari alla mezzala sinistra, Ghisi, giunto ormai all’apogeo della fama e della carriera, in posizione di centravanti, e Sallustro all’opposta mezzala; Fariello, (cui subentrò poco dopo Fiorini) giocava all’ala destra mentre l’irruento e velocissimo Osvaldo Sacchi all’ala sinistra. Si vedeva finalmente una squadra capace di suscitare grandi consensi e maggior interesse per il gioco del calcio. Il tifo esplose irresistibilmente; la squadra aveva trovato il sostegno e il calore del generoso pubblico napoletano che per anni ha continuato a lottare con i suoi atleti, accompagnandoli con affetto immutato anche nell’ora della sfortuna e della tristezza. In Campionato gli atleti compirono autentici prodigi; Sallustro era cresciuto per classe ed esperienza mentre Ghisi, con il suo prestigio, galvanizzava i compagni. Nelle semifinali l’Internaples passò ancora di successo in successo superando la pur salda Anconetana per quattro a zero e vincendo contro la gloriosa Fortitudo per tre a uno sul Campo dell’Arenaccia; dopo le semifinali, il sodalizio azzurro dovette affrontare l’Alba di Roma per la finale decisiva del titolo di Campione Centro-­‐Meridionale e fu una vigilia d’armi da cardiopalmo. Nervosismo e stanchezza erano quasi tangibili e, per di più, Carcano era in rotta con la Dirigenza; la squadra, che risentiva dell’atmosfera negativa, scese in campo con i nervi scossi e i muscoli intorpiditi, proprio quando avrebbe dovuto esprimere il meglio di sé. Il comportamento del pubblico romano fu, tra l’altro, particolarmente aggressivo; sul campo volavano, infatti, pomodori, arance marce e oggetti contundenti di varia natura. L’Internaples, disorientata, cercava invano, nella bolgia, di ritrovare il suo profilo migliore; i giocatori si giravano smarriti verso i bordi del terreno di gioco per incrociare lo sguardo del loro allenatore, aspettando inutilmente un consiglio, un suggerimento. Carcano, invece, assisteva rassegnato alla sconfitta, inespressivo e silenzioso, immobile come una statua, con il volto rigato dalle lacrime; l’Alba vinse per sei a uno, facendo crollare ambizioni, sogni e speranze. Per andare in finale si sarebbe dovuto vincere, la domenica successiva, con uno scarto di sei punti in ossequio alla regola del quoziente reti. Fantasie. Sette giorni dopo, all’Arenaccia, l’Internaples riuscì, infatti, solo a pareggiare per uno a uno; il pubblico applaudì ugualmente i suoi ragazzi e rispose alle provocazioni dell’incontro precedente con una furibonda bagarre che condusse alla prima squalifica del Campo della nostra storia calcistica. Carcano andò via portando con sé Giovanni Ferrari che divenne poi una stella di prima grandezza del firmamento nazionale; lo sconforto regnava sovrano in quella calda estate del 1926 ma la Provvidenza stese una mano al Club azzurro che riuscì a evitare la retrocessione per il rotto della cuffia. La Lega aveva, infatti, deciso d’istituire due gironi di sedici squadre; le vincitrici di ciascun girone si sarebbero battute per il titolo nazionale mentre le otto perdenti 8 erano destinate alla retrocessione. Ascarelli sfruttò abilmente l’occasione per chiedere e ottenere un posto al sole per la sua Internaples che, insieme all’Alba e alla Fortitudo, costituì, per l’appunto, la terna vessillifera del calcio centro-­‐meridionale in seno all’eletta schiera degli squadroni del Nord. Accadde, tra l’altro, in quella torrida estate, un evento destinato a marcare la storia del calcio partenopeo; Ascarelli, incoraggiato dagli eventi favorevoli, avanzò, infatti, durante una riunione del Consiglio Direttivo, una storica proposta. “Signori” – disse – “Per ragioni condivisibili all’epoca dei nostri natali, coloro che ci hanno preceduto hanno attribuito alla squadra che oggi rappresentiamo nomi diversi, accomunati, tuttavia, da un accento straniero”. “Propongo, dunque, che il nostro sodalizio si chiami d’ora in poi, e, mi auguro, per sempre, Associazione Calcio Napoli”. La proposta fu accolta all’unanimità, con un lungo, interminabile applauso. Alle soglie del Campionato 1926-­‐1927 si cercò, nel poco tempo a disposizione, di dare alla squadra una struttura adeguata; furono acquistati Kreutzer, famoso centro mediano del Torino (che fungeva anche da allenatore), Giuseppe Pirandello, proveniente dal Palermo, terzino destro d’impressionante potenza, Gariglio I, proveniente dal Brescia, Paolo Innocenti, dal Bologna, Catapano, prelevato dalla Pro Italia di Taranto e De Martino, dalla Stabia. Kreutzer, affiancato da Bino Shasa con il compito di occuparsi della preparazione dei giovani, intuì per primo che Sallustro era un centravanti piuttosto che una mezzala, forte nella manovra e nel dribbling, velocissimo e formidabile nello sfondamento con i suoi tiri improvvisi da ogni posizione e pregevole nel gioco di testa. Il “Veltro” passò dunque al centro della prima linea ed Ernesto Ghisi alla mezzala destra. Al via del Campionato Nazionale il Napoli schierava in formazione Pelvi, Pirandello, Innocenti, De Martino, Kreutzer, Minter (unico giocatore straniero con cittadinanza italiana), Gariglio I, Ernesto Ghisi, Attila Sallustro, Jaquinto, Sacchi. Giocavano in riserva Catapano, Valente, Marra, Costa, Pollio, Ventura, Latella e Gorini. Il debutto fu deludente; la squadra, che mancava di esperienza e di affiatamento, era debole in difesa e nutriva un certo timore reverenziale nei confronti dei più illustri avversari. Lo stesso Kreutzer, che nei primi quaranta cinque minuti di gioco riusciva a tenere in pugno le redini della squadra e della partita, calava di colpo alla distanza. Il continuo succedersi di disfatte provocò, di conseguenza, una crisi paurosa nell’organizzazione della Società e Ascarelli, amareggiato, si dimise; un’improvvisata pentarchia formata da Coppola, Elia, Pichetti, Reale e Zinzaro, dette vita ad un nuovo Consiglio Direttivo, presieduto da Nicola Sansanelli, ma le sconfitte continuarono a succedersi con sconcertante regolarità. La navicella azzurra giunse in porto con cinquantuno goal subiti, nove segnati e un solo punto acciuffato in casa contro il Brescia con cui aveva pareggiato per zero a zero. Il ciuccio di Fichella
Con tipico umorismo napoletano un anonimo avventore del Bar Brasiliano in Galleria, dove si riunivano i tifosi, traendo ispirazione dal primo simbolo dell’Associazione Calcio Napoli (un cavallo rampante in campo blu), affermò un giorno che la squadra poteva essere paragonata più al “ciuccio di Fichella” afflitto da trentatré piaghe e la coda fradicia che al focoso destriero d’imperiale retaggio; nell’aneddotica popolare, infatti, il povero asinello, non riuscendo a trainare al mercato il carretto colmo di fichi, si abbatteva al suolo e non c’era più modo di farlo rialzare, come accadeva al Napoli di quegli anni. I redattori del “Vaco ‘e presse”, un foglio umoristico locale, presero spunto dall’episodio per ritrarre la squadra con 9 l’immagine del ciuccio che, attraverso la vignetta, divenuta nel frattempo famosa, entrò a far parte dell’araldica calcistica nazionale. Contagiato dall’atmosfera di sconforto, il viennese Kreutzer fece pubblico voto di tornarsene a casa a piedi se la squadra avesse mai vinto una partita. E fu di parola. Il Napoli, al termine del Campionato, partecipò, infatti, alla Coppa C.O.N.I., un torneo di consolazione tra le escluse dal girone finale, comportandosi in maniera veramente brillante e vinse, a Roma, contro l’Alba per due a uno, suscitando effusioni di gioia tra giocatori e dirigenti che, prima del rientro, offrirono un simpatico banchetto al quale parteciparono tutti meno il biondo austriaco che aveva tenuto parola, privando però il Napoli del suo centromediano e allenatore in un momento piuttosto delicato. La classifica raggiunta nella Coppa C.O.N.I. non legittimava alcuna speranza di vittoria ma le prove sempre più lusinghiere e incoraggianti degli azzurri avevano un po’ risollevato il morale del pubblico, infondendo nuove speranze nella dirigenza della squadra che vedeva approssimarsi la campagna soci 1927-­‐1928. Bino Shasa, rimasto solo dopo la scomparsa di Kreutzer, assegnò senza esitazioni il ruolo di centro mediano al diciassettenne Attila Sallustro, ignorando obiezioni e perplessità. “Ha il senso della posizione” – sosteneva – è preciso e intelligente nei passaggi, ha un tocco perfetto della palla e tanto fiato per resistere in campo anche più del necessario”. Aveva ragione. Attila giocò nel ruolo assegnatogli con entusiasmo e convinzione, senza far rimpiangere nessuno, nemmeno il disperso viennese. Dopo la vittoria sull’Alba, il Napoli superò il Livorno per uno a zero ma perse, clamorosamente contro l’Alessandria per nove a uno! Si riprese, poi, superando l’Andrea Doria per due a zero, pareggiò a Brescia (zero a zero) e a Napoli, con la Alba, (uno a uno) e perse nuovamente, a Napoli, contro l’Alessandria per uno a due in una partita che suscitò una ridda di critiche e di polemiche. La classifica finale ci vide al terzo posto, a pari punti con il Brescia, con tre vittorie, tre pareggi, quattro sconfitte, dodici goal fatti e diciannove ricevuti. Quel terzo posto e quei nove punti in classifica rappresentavano un netto miglioramento nei confronti del precedente campionato e furono decisivi per la permanenza della squadra nei ranghi della Divisione Nazionale. A norma di regolamento, infatti, il Napoli avrebbe dovuto retrocedere in Prima Divisione ma il successo nella Coppa C.O.N.I. e l’alto senso sportivo dei dirigenti federali permisero nuovamente alla squadra partenopea di continuare a giocare nel girone A della Divisione Nazionale. Il disastro dell’anno precedente indusse i Dirigenti partenopei a correre ai ripari e la campagna acquisti fu condotta con maggiore acuzie e su più vasta scala, puntando soprattutto su giovani promettenti anche se poco conosciuti. Le finanze azzurre, d’altronde, dopo le dimissioni del munifico Ascarelli, non consentivano lussi particolari e, gli incassi, all’epoca, erano piuttosto modesti. Shasa fu licenziato e al suo posto subentrò l’austriaco Rolf Steiger. Furono ingaggiati Costa e Tosini dall’Alessandria, Biagio Zoccola dal Bari, Gariglio II e Innocenti II dal Livorno, Cassese dalla Bagnolese e il centro sostegno Pino Ghisi, reduce dal servizio militare a Roma dove aveva giocato con la Fortitudo. Al via del Campionato il Napoli schierava in formazione Pelvi, Pirandello, Innocenti, Zoccola, Ghisi II, Cassese; Innocenti II, Ghisi I, Sallustro, Costa e Gariglio I. Nella prima partita casalinga gli azzurri superarono la Reggiana per tre a uno ma furono poi sconfitti dal Milan (cinque a uno) e dal Cremona con un desolante cinque a zero. Si sperò che il fattore campo valesse a ridare foga e successo all’undici partenopeo ma anche all’Arenaccia incassammo quattro reti senza segnare nemmeno il goal della bandiera, scatenando amarezze e delusioni, critiche e parole grosse. 10 Il Consiglio Direttivo entrò di nuovo in crisi e Gustavo Zinzaro di fronte a tanti tentennamenti e dimostrazioni di sfiducia prese atto delle dimissioni dell’organo direttivo e assunse con coraggio la carica di Commissario Straordinario. Steiger lasciò il posto a una commissione tecnica composta da Felice Scandone, Mario Argento e Gianni Terrile, ex giocatore dilettante genovese. Dopo due mesi di alterne vicende fu eletto un nuovo Consiglio Direttivo presieduto da Emilio Reale, Gustavo Zinnaro e Pasquale De Rosa, valente chirurgo dell’Ospedale dei Pellegrini e già valoroso terzino dilettante degli anni trascorsi. Alla Commissione tecnica, che pure aveva funzionato nel miglior modo possibile, subentrò l’ungherese Ferenk Molnàr, uomo di grande temperamento ma rude ed esplicito fino all’imbarazzo nell’esprimere giudizi e opinioni tra l’altro non sempre fondati se si pensa al suo “vaticinio” calcistico nei confronti di Attila Sallustro. Il busto di Pippone
Il Napoli, leggermente migliorato, si discostava appena dal fanalino di coda collocandosi al terzultimo posto, con quindici punti all’attivo, ventitré goal segnati e cinquantaquattro ricevuti; che batoste, ragazzi! Milan-­‐Napoli cinque a uno; Cremonese-­‐Napoli cinque a zero; Alessandria-­‐Napoli undici a uno e Torino-­‐Napoli undici a zero sotto il rullo compressore del trio Baloncieri, Libonati e Rossetti! A proposito di questo Campionato, mi piace ricordare un episodio abbastanza indicativo della passione e attaccamento dei giocatori di allora verso i propri colori sociali. In una partita disputatasi all’Ilva, contro la Cremonese, Innocenti riportò la frattura della clavicola sinistra che gli venne curata con apparecchio gessato piuttosto ingombrante. Dopo una ventina giorni, tuttavia, pregò il Professor De Rosa di togliergli il gesso per scendere in campo la domenica successiva contro la Lazio. De Rosa si lasciò convincere e lo accompagnò all’Istituto Ortopedico Salvati, a Piazza Dante, dove gli fu confezionato uno busto di celluloide per proteggere l’osso fratturato. Pippone scese in campo la domenica successiva e cominciò brillantemente la partita, resistendo benissimo negli scontri con gli avversari ma i giocatori laziali notarono qualcosa di strano addosso al terzino azzurro e avvisarono l’arbitro che gli chiese di disarmarsi e terminare la gara senza il busto protettore. Innocenti, incurante del dolore, obbedì prontamente. Era addirittura felice perché, con la sua presenza, il Napoli era riuscito a piegare la Lazio per due a uno! Ciott il proteiforme
Anche quell’anno si disputò la Coppa C.O.N.I. e ancora una volta il comportamento degli azzurri che si classificarono al terzo posto con quattordici punti (sei vittorie, due pareggi, quattro sconfitte, ventinove goal segnati e ventidue subiti) fu particolarmente brillante. Il terzultimo posto nella classifica finale del Campionato comportava, in ogni caso, la retrocessione, ma il presunto intervento di San Gennaro e quello più concreto di alcune Autorità cittadine, convinsero i dirigenti della Federazione Italiana Gioco Calcio a concedere una seconda solennissima scoppola alla squadra partenopea che fu di nuovo ammessa a disputare il massimo Campionato. 11 Giovanni Maresca di Serracapriola, già calciatore militante nell’Internazionale e nell’Internaples, assunse la presidenza della Società azzurra, coadiuvato dal Maggiore Zinzaro e dal Cavalier Emilio Reale. La Cassa Sociale di Piazza della Carità era, tuttavia, più francescana che caritatevole e molti lodevoli progetti restarono in pectore. Il Club si limitò, pertanto, a pochi acquisti, indubbiamente più ragionati di quelli degli anni precedenti. Molnàr fu sostituito da Fisher, un austriaco piuttosto sfortunato che, dopo qualche tempo, decise di andarsene, sostituito dal simpaticissimo Gianni Terrile, giornalista e provetto giocatore dell’Andrea Doria di Genova all’età della pietra del calcio nazionale. Autentico gentlemen, Terrile non assunse mai le arie e le pretese dei grandi trainers. Seppe invece, con molto senso pratico e buona dose di energia, ridare vigore morale e atletico alla compagine azzurra che espresse in quel Campionato un finale sorprendente, ricco di notevoli affermazioni. Andiamo per ordine. Il Campionato italiano di massima divisione 1928-­‐1929 era sempre articolato su due gironi, A e B e, questa volta, al Napoli toccò il girone B. La squadra cercò di potenziare le sue schiere acquistando dal Casale l’indimenticabile Ciott (al secolo Carlo Buscaglia), il giocatore più versatile, eclettico ed estemporaneo che io abbia mai conosciuto, inesauribile motorino capace di ricoprire ogni ruolo con disinvolta maestria. Napoli sportiva lo ricorda ancora oggi per la potenza, l’esuberanza, l’ardore e la caparbia tenacia con cui si batteva in difesa dei nostri colori. A distanza di tanti anni mi sembra giusto esprimere un omaggio affettuoso, anche in nome di tutti gli sportivi napoletani, nei confronti di un atleta grande e generoso come pochi seppero essere. Con lui furono acquistati l’ala sinistra Fenili, dalla Lazio, il centromediano Roggia, dal Novara, Scacchetti, terzino destro, dal Modena, l’ala destra Rizza, dal Brescia e, infine, Valeriani , portiere valoroso, e Federico Stella, dal Palermo. Cominciava così, all’insegna della speranza e dell’avventura, la terza fatica dell’Associazione Calcio Napoli che schierava in formazione Valeriani, Pirandello, Innocenti I, De Martino, Roggia, Catapano, Buscaglia, Ghisi I, Sallustro I, Pampaloni, Fenili. Il ritorno di Ascarelli
Gli azzurri iniziarono il girone piegando il Verona per tre a zero sul campo dell’Ilva di Bagnoli e vinsero, la domenica successiva, contro il Pistoia per uno a zero, sovvertendo i pronostici che li davano per spacciati. La compagine partenopea, che sembrava davvero trasformata, offriva finalmente gioco, spettacolo e soddisfazione. Il dolore, tuttavia, era in agguato. Di ritorno da Roma, dopo una folgorante vittoria sul campo della Rondinella contro la Lazio moriva, infatti, Giuseppe Pirandello colpito, a soli venticinque anni, da una sincope causata da una banale endovenosa. Al suo posto subentrò il poderoso Sacchetti, mentre Ghisi I fu sostituito da Buscaglia con Gondrano Innocenti all’ala destra. Il Napoli cominciò a piacere per davvero, a entusiasmare i suoi appassionati. Superò, infatti, la Fiorentina per sette a due, il Venezia e l’Ambrosiana (entrambi per quattro a uno) e 12 sconfisse in un esaltante crescendo il Verona (tre a zero), il Brescia (quattro a zero) e la Biellese addirittura per cinque a zero. Quell’anno la F.I.G.C. aveva istituito la Divisione Nazionale B, limitando la massima divisione a sedici formazioni, circostanza che aveva scatenato una lotta serrata tra le squadre di centro classifica. Il Napoli era alla soglia dell’ambito traguardo, l’aveva a portata di “piede” eppure non riusciva a raggiungere il traguardo. L’ennesima crisi interna della Società minacciava, infatti, ancora una volta, di compromettere il rendimento della squadra. Mancavano i soldi, l’intesa e l’affiatamento; mancava una guida sicura e un punto di riferimento in seno al Consiglio Direttivo. Mancava tutto, in sostanza, a parte la buona volontà dello sparuto drappello di atleti che continuavano a battersi sul terreno di gioco. Ore tragiche, insomma, fino a quando, nel pieno di tanta amarezza, tornò Ascarelli, come un raggio di sole in mezzo alle nuvole grigie della tempesta. Giocavo con i boys quando il Presidente riprese il timone della squadra, offrendo affetto, esperienza, simpatia e, naturalmente, denaro, senza nulla chiedere in cambio, nemmeno la riconoscenza dei napoletani cui donò uno Stadio costruito a sue spese al Rione Luzzatti che portò il suo nome fino a quando l’umana ingratitudine e i pregiudizi dell’epoca decisero altrimenti. Il ritorno di Ascarelli galvanizzò la squadra che riuscì a superare la crisi terminando il Campionato all’ottavo posto, a pari punti con Lazio. I due Club, legati per consuetudine da rapporti cordiali, furono dunque costretti a lottare per l’agognata vittoria. Noblesse oblige
La battaglia, sebbene accanita, terminò con un nulla di fatto, a reti inviolate da entrambe le parti. Per l’incontro di qualificazione, che ebbe luogo la domenica successiva, fu scelta l’Arena di Milano. La Lazio segnò il primo goal per merito di Spivach ma Sallustro, per niente intimorito, pareggiò le sorti della gara infilando, con eleganza da torero, la porta laziale. Pochi minuti dopo Buscaglia partì in velocissima fuga fin verso la bandierina del corner calciando un lunghissimo cross raccolto di testa da Sallustro e spento sui piedi di Innocenti II che, a volo, mise in rete con rara potenza. Tripudio in campo e delirio sugli spalti dei tifosi napoletani! A venti minuti dalla fine il Napoli conduceva per due a uno. Un giornale dell’epoca (il Mezzogiorno), aveva organizzato un particolare servizio d’informazioni telefoniche durante il corso della partita; in Piazza San Ferdinando, sotto i balconi del giornale, la folla consultava febbrilmente gli orologi con il cuore in gola e il respiro mozzato dall’emozione quando il balcone si aprì per annunciare che la Lazio aveva pareggiato. Un’ondata di gelo calò sulle migliaia di tifosi. Si profilava l’ombra del terzo incontro e, con esso, l’incertezza del risultato. Ascarelli, però, si recò a Roma per perorare ancora una volta presso Leandro Arpinati, Presidente della F.I.G.C., la causa del suo Napoli che aveva comunque raggiunto ventinove punti, dimostrando di sapersi battere degnamente contro avversari più quotati e più esperti. Lazio e Napoli non partirono mai alla volta di Padova, dove l’incontro si sarebbe dovuto disputare, poiché, nel frattempo, la Federazione aveva deciso di aumentare il numero delle squadre della Divisione Nazionale A da sedici a diciotto, consentendo, quindi, a entrambi i Club di restare in serie A. 13 3
Un Mister a Napoli
Willy Garbutt
Perorando la causa del Napoli Giorgio Ascarelli aveva promesso un campo da gioco adeguato e, di ritorno da Roma, si accinse senza indugi a realizzare il programma illustrato ai dirigenti federali. I primi di agosto del 1929 si gettarono, infatti, le fondamenta del nuovo 14 stadio che sarebbe sorto sul terreno acquitrinoso del Rione Luzzatti. I lavori proseguirono a ritmo febbrile, giorno e notte, consentendo, in tempi da record, la realizzazione dell’opera che fu ultimata nel febbraio del 1930, diciassette giorni prima la prematura scomparsa del suo artefice. Avviata la realizzazione del campo, Ascarelli rivolse le sue attenzioni alla campagna acquisti. Una ridda di emissari partì in ogni direzione incrociandosi con osservatori che rientravano per riferire l’esito delle trattative. La sede sociale di piazza della Carità, in quei mesi di canicola, era un cantiere operoso, stracolmo di telegrammi, dove si tenevano riunioni plenarie fino a notte inoltrata. Il Napoli sborsò quell’anno la cifra, iperbolica per quei tempi, di mezzo milione di lire per l’acquisto di nuovi giocatori che avrebbero contribuito a elevare la squadra a stella di prima grandezza nel firmamento nazionale. Vennero giù, infatti, quelli che fecero il grande Napoli che tutti amarono e che restò scolpito nel ricordo e nell’ammirazione del pubblico; con loro comparve l’indimenticabile Mister Garbutt, trainer autorevole e buono al tempo stesso, sobrio nella vita e sul campo; un galantuomo più unico che raro tra i tanti che ho conosciuto al timone della squadra. E ne ho visti parecchi. Il suo talento era, d’altronde, ben noto. Tecnico del Genoa dal 1912 al 1927, William Garbutt aveva allenato squadre nazionali olimpioniche ed era, infine, passato alla Roma, vincendo una Coppa CONI. Con lui vennero giù Cavanna (portiere, dal Vercelli), Marietti (portiere, dalla Fiumana), Vincenzi (terzino destro, dal Torino), Vojak (mezz’ala destra, dalla Juventus), Mihalich (mezzala sinistra, dalla Fiumana) e Perani (ala destra, dall’Atalanta). Il Napoli, così rinnovato, si presentò deciso ad assumere un ruolo rilevante sul palcoscenico della stagione 1929-­‐1930 che si giocava ancora all’Arenaccia, in attesa del nuovo stadio al Rione Luzzatti. Il primo giorno di convocazione per l’inizio degli allenamenti eravamo tutti presenti, vecchi e nuovi, titolari, boys e riserve e con noi c’era Mario De Palma in veste di massaggiatore. Ascarelli e Garbutt arrivarono insieme, come vecchi amici, confabulando e sorridendo. L’inglese si fermò davanti a noi, cacciò via la pipa di bocca, si tolse il cappello e salutò con il suo inconfondibile accento anglosassone mentre il Presidente faceva le presentazioni. “Amici cari e fedeli, ho il piacere di presentarvi il vostro nuovo allenatore”. E’ inutile che vi dica chi sia. Molti lo conoscono già e gli altri impareranno presto. “Vi lascio in buone mani sperando che non vorrete deludermi”. Nato a Hazel Grove (Inghilterra) il nove gennaio 1883, William Thomas Garbutt si era arruolato in giovane età nell’esercito dove, con la squadra degli Artiglieri, giocava nel ruolo di attaccante. Iniziò la sua carriera, dopo il congedo, con la maglia del Reading, giocando nella Southern League dal 1903 al 1905 per poi passare al Woolwich Arsenal con cui debuttò in First Division il ventitré dicembre contro il Preston North End. Con il Blackburn, che lo aveva ingaggiato nel maggio 1908, fece registrare ottantadue presenze in quattro stagioni prima di subire un grave infortunio che compromise la sua carriera. Ritornò all’Arsenal nel 1911 per poi ritirarsi definitivamente nel 1912 e trasferirsi a Genova per lavorare nel Porto. Il trenta luglio 1912, in seguito a una sollecitazione di Vittorio Pozzo, fu assunto come allenatore dal Genoa che guidò dal 1912 al 1927, incarnando il prototipo dell’allenatore professionista. Durante il primo conflitto mondiale combatté sul fronte francese riportando una ferita al ginocchio destro e tre medaglie al valor militare. La consuetudine di designare gli allenatori con il titolo di Mister iniziò proprio con lui che, con un pizzico di snobismo britannico, non desiderava altri appellativi. Lo vidi per la prima volta in quell’estate del 1929, mentre ci passava in rassegna con il suo sguardo penetrante. “Signori, disse, per fare una grande squadra occorrono grandi giocatori, tra i quali emergono, a volte, autentici fuori classe. Se ce ne saranno, me ne rallegrerò. Diversamente, mi 15 accontenterò di giocatori grandi, di coloro cioè che hanno coraggio, entusiasmo e cuore generoso. “Vorrei incontrarvi tutti nella mia stanza per stringere la mano a ciascuno di voi e conoscervi personalmente”. Il suo “personalmente” era, tra l’altro, un grosso quaderno su cui registrava il primo colloquio e il curriculum di ciascuno che comprendeva nome, età, professione, titoli scolastici, ruolo di gioco, attitudine specifica di calciatore, comportamento agonistico, ammonizioni, infortuni subiti, condotta nell’ambiente sportivo e fuori di esso, abitudini alimentari e voluttuarie. I suoi appunti sono stati per molto tempo la nostra biografia. Come eravamo
Un giorno, durante un allenamento, Garbutt si accorse dell’assenza di un giocatore. “Allo, Zontini, dove essere Scauta?” chiese a me che ero allora capitano dei boys. “All’ospedale – risposi turbato– pare che abbia la tubercolosi”. Non disse nulla, ma il suo sorriso si spense. Sapemmo, in seguito, che si recava spesso a trovare il povero Scauta, giocatore di talento che viveva in miseria, per portargli cibo, indumenti, e qualche lira che, con innata eleganza, gli lasciava nello stringergli la mano al momento del commiato raccomandando di “non comprare sigarette”. “Ragazzi”, ci disse un giorno, dopo l’allenamento, “il nostro amico Scauta sta per morire”. “Andiamo a trovarlo in ospedale. “Sono certo che gli farà piacere”. Andammo tutti. Quando ci vide, il volto scavato dal male sembrò ritrovare un po’ di colorito e gli occhi, vivi e lucidi, si velarono di un pianto sottile, tenero e silenzioso come un muto ringraziamento. “Allo Scauta”, gli disse Garbutt per alleviare la tensione, “ è ora di alzarsi da questo letto, basta fare il poltrone, pensa che fra due settimane dobbiamo incontrare il Livorno e tu devi riprendere il tuo posto di terzino….capito?” “ Forza, fare presto a guarire del tutto, ormai stai bene, non ti pare?”. Parlava con tale naturalezza il caro Mister che lo guardammo sbalorditi. Due settimane dopo incontrammo i boys del Livorno sul campo dell’Arenaccia con la fascia del lutto sul braccio; Scauta era morto qualche giorno prima. Gli sarebbe tanto piaciuto giocare quella partita che dedicammo a lui, vincendo per due a zero con un goal di Sallustro III e uno mio. Al via del Campionato il Napoli schierava in formazione Cavanna, Vincenzi, Innocenti; De Martino, Roggia, Zoccola; Perani (Buscaglia), Vojak, Sallustro, Mihalich e Fenili. La squadra cominciò a sorprendere fin dalla prima partita a Torino, sul campo della Juventus che vinse per due a tre dopo un combattimento aspro e incerto fino all’ultimo secondo; la domenica successiva pareggiammo in casa con il Brescia (uno a uno) e nella terza partita riuscimmo a piegare brillantemente il Milan per due a uno; fummo poi sconfitti a Bologna per tre a uno e pareggiammo in casa con il Livorno per uno a uno. Gli azzurri, in effetti, cominciavano a trovare l’armonia e l’affiatamento, la giusta carburazione e il giusto ritmo. Il grande avvenimento dell’annata calcistica era divenuto improvvisamente il trio Vojak, Sallustro e Mihalich, i cui nomi acquistarono presto sapore di leggenda. Periodo aureo
16 Se ne accorse subito la Roma che dovette sostenere l’urto di un Napoli scatenato che andò in vantaggio due volte, con Vojak e Sallustro, e per due volte fu raggiunto. Negli ultimi minuti un tiro formidabile di Fenili entrò nell’angolo alto a sinistra della porta romana, sfondò la rete e passò oltre! L’arbitro non convalidò perché vide il pallone solo fuori della rete. Seguirono discussioni, appello al guardalinee, polemiche ma fu tutto inutile: al fischio finale il direttore di gara confermò, infatti, il pareggio. L’attacco azzurro, considerato, giustamente, come la linea più efficiente e realizzatrice del momento, viveva il suo periodo aureo. Vittima di questo stato di grazia fu il povero Modena che, al termine di una prova superlativa, si ritrovò con due palloni di Sallustro, altrettanti di Mihalich e uno di Vojak in fondo alla rete senza riuscire a segnare nemmeno il goal della bandiera. Dopo ventuno partite di Campionato, unica tra le diciotto squadre della Divisione Nazionale A, il Napoli aveva segnato come minimo un goal a partita. Gli sportivi napoletani, dopo tante pillole amare, erano pazzi di gioia. Ricordo ancora il corteo di migliaia di persone festose che inalberavano cartelli di osanna e gagliardetti azzurri, accalcate alla stazione di Mergellina in attesa del treno che riportava a Napoli la squadra vittoriosa sul Modena; gli azzurri accolti da urla di entusiasmo irrefrenabile furono portati in trionfo tra il delirio della folla. Il “moro” Vincenzi, ci rimise l’orologio (del bisnonno, diceva lui), Roggia una scarpa e Garbutt la famosa pipa che, appena fuori della mischia, sostituì, imperturbabile, con un’altra, pescata dalla tasca dell’impermeabile; sosteneva, infatti, che il vero fumatore doveva averne almeno tre! Vincemmo ancora contro la Triestina (quattro a tre) l’ultima partita del girone d’andata sul Campo del Rione Luzzatti finalmente terminato nel febbraio del 1930; nella prima giornata del Girone di ritorno contro la Juventus lo stadio era un vero spettacolo, gremito di gente in ogni ordine di posti che inalberava grandi drappi azzurri e cartelli Forza Napoli e Ciuccio fa’ tu. E la storica partita fu degna del contesto. Debuttava con la Juventus in Italia la mezzala sinistra Renato Cesarini, il più grande giocatore che io ricordi di aver visto in quel ruolo; l’italo-­‐argentino era un autentico prestigiatore del pallone, funambulo, giocoliere e acrobata al tempo stesso. Aveva fiato, intelligenza, cuore; e tanta classe da poterne vendere la metà. Al suo fianco giocava il formidabile Raimundo Orsi, oriundo argentino, che alternava al calcio il violino nei momenti di malinconia per la sua terra lontana. Addio, Presidente!
Fu una partita incandescente. La Juventus partì di scatto galvanizzata da un Cesarini in grande forma presente ovunque fosse la palla e, nel primo tempo, passò in vantaggio con un goal di Munerati e uno di Orsi; nel secondo tempo però, gli azzurri con un gioco brioso e sapiente, riuscirono a superare il famoso trio Combi-­‐Rosetta-­‐Calligaris e a pareggiare con due reti del piccolo grande Buscaglia in vena di prodezze. In vista della trasferta a Brescia (dove vincemmo per due a uno) e del successivo incontro con il Milan, Garbutt aveva deciso di condurre la squadra in romitaggio ad Arona. Nel pomeriggio di venerdì quattordici marzo qualcuno avvertì i responsabili della squadra, che era in visita a Stresa, di mettersi in contatto con l’albergo. Innocenti corse al telefono e ritornò poco dopo, pallido come un fantasma. “Il Presidente è morto”, mormorò sconsolato. “Bisogna rientrare subito per i funerali”. 17 Una peritonite fulminante aveva, infatti, stroncato la vita di Giorgio Ascarelli, a soli trentasei anni. Dopo la mesta cerimonia e l’ultimo commosso saluto, addolorati e confusi, gli azzurri partirono in treno per Milano dove, con il lutto al braccio, sconfissero clamorosamente il Milan a San Siro per tre a zero. Un omaggio postumo al grande Presidente. Napoli milionaria
La gioia per i trentasette punti conquistati e per il quinto posto in classifica era offuscata, naturalmente, dalla scomparsa del vero artefice del nostro successo. Si giunse, nonostante tutto, al Campionato 1930-­‐1931 con Giovanni Maresca di Serracapriola presidente. Il Consiglio Direttivo era composto da Emilio Reale, Andrea Carafa d’Andria, Eugenio Coppola, Davide Pichetti, il dottor Iannuzzi, Pasquale De Rosa, Giusto Sènes, Manfredini, Del Monte, Riccio e Dumontet. La Società acquistò Enrico Colombari, autentico asso del Calcio Nazionale, centro sostegno e laterale ambidestro del Torino, detto “Banco di Napoli”, o “quarto di milione” perché da solo era costato la bella cifra di duecento cinquantamila lire, seguito da Luigi Castello, terzino destro della Dominante di Genova, Aldo Bandini, terzino sinistro del Livorno, Ettore Fontana, mediano sinistro della Dominante, Mariano Tansini, ala sinistra del Milan e Giuseppe Rizza, ala destra del Brescia. L’arrivo di nuovi giocatori e il ricordo ancora vivo del brillante comportamento nel precedente Campionato legittimarono previsioni eccessivamente ottimistiche suffragate dalla stampa sportiva pressoché concorde nel ritenere la squadra in odore di scudetto. La compagine azzurra era formata da Cavanna, Vicenti, Innocenti; Colombari, Roggia, Fontana; Buscaglia, Vojak, Sallustro I, Mihalich e Tansini, allenati da Willy Garbutt che preferiva formazioni d’attacco piuttosto che di difesa. La condotta degli azzurri, che durante il girone d’andata terminarono in seconda posizione, a pari punti con la Roma, non smentì le previsioni. Ricordo, tra le partite più belle, lo scontro con la Juventus a Torino, dove, a sorpresa, sconfiggemmo i Campioni d’Italia per due a uno e la vittoria per due a zero contro il Bologna all’Ascarelli. Alla fine del girone d’andata il Napoli era secondo in classifica con venticinque punti, nove partite in casa, nove vittorie, otto partite fuori casa, tre vittorie contro Juventus, Milan e Casale, un pareggio con la Triestina e quattro sconfitte contro Roma, Genoa, Ambrosiana e Torino. Il girone di ritorno iniziò male, con la partenza per il servizio militare di Attila Sallustro, assegnato prima al Genio di Caserta e trasferito, in seguito, al Distaccamento del Campo Sportivo Militare dell’Arenaccia. Il cambiamento di vita e di abitudini influì sul grado di forma del biondo centrattacco, indebolendo, di conseguenza, l’offensiva del quintetto napoletano. La squadra, alla fine del Campionato, fu squalificata una prima volta per invasione di campo durante l’incontro con l’Ambrosiana, terminato per due a due, e, poi, per la seconda volta, in occasione della sconfitta con il Torino per uno a zero, su un rigore inesistente. Il Napoli precipitò al sesto posto in classifica con trentasette punti, diciotto partite vinte, quindici perse e una pareggiata. Si cominciò a parlare di stanchezza, d’infortuni, di arbitraggi, di mille cose, insomma, che potevano esser vere oppure no, finché Garbutt, stanco di chiacchiere, andò dritto al nocciolo della questione. 18 “ Le ragioni che avete esposto potrebbero essere valide se noi stessimo lottando per la retrocessione. Invece, grazie anche al demerito delle altre squadre, non ci troviamo a questo punto. Il fatto è che voi avete paura! Vi spaventa il peso della responsabilità per il secondo posto conquistato durante il girone d’andata. E chi ha paura, si smarrisce. “Voglio ricordarvi che abbiamo perso contro l’Ambrosiana perché avete abboccato come sciocchi alle provocazioni degli avversari, lasciandovi trascinare in tafferugli, zuffe e indecorosi pugilati che, alla fine, hanno determinato l’espulsione di Colombari, artefice primo della nostra sconfitta”. Colombari, da buon toscano, tentò una reazione di difesa, alzò un po’ il tono della voce, disse qualche sproposito e Garbutt, dopo averlo ascoltato, gli additò l’uscio degli spogliatoi, pregandolo di non presentarsi più in campo fino a nuovo ordine. Atleta di valore e uomo generoso, Rico Colombari capì di aver sbagliato e si presentò qualche giorno dopo per chiedere scusa. Il Mister gli batté amichevolmente col pugno sulla testa ricciuta e tutto finì lì. Il Mister a scuola
A proposito di Garbutt voglio qui ricordare il suo modo d’intendere la disciplina. L’Ascarelli era dotato di tre spogliatoi per il Napoli oltre e altrettanti per gli ospiti . Gli spogliatoi della Prima Squadra erano destinati solo ai titolari e le rispettive riserve mentre gli altri potevano essere usati dalla squadra B e dai boys. Bisognava bussare per accedere allo spogliatoio dei titolari e, rivolgendosi a loro, bisognava chiamarli “signor Vojak”, “signor Sallustro”. Chiunque avesse avuto cose personali da riferire all’allenatore doveva farlo nel suo ufficio perché il campo era destinato esclusivamente all’allenamento. Garbutt s’interessava ai nostri studi, al lavoro, alle nostre ambizioni future, ai nostri hobby. Un giorno mi chiese come andavo a scuola e qual era il mio profitto. Risposi che mi sembrava soddisfacente. Qualche giorno dopo il Professor Ermenegildo La Terza, sportivissimo e colto Preside del Liceo che frequentavo, mi chiamò in direzione per chiedermi come facevo a trovare il tempo per il calcio, l’atletica e lo studio, disimpegnando le tre cose abbastanza bene. ”Volontà”, risposi, stringendomi nelle spalle. “Cerco di conciliare lo studio con lo sport”. Sorrise e mi diede un buffetto sulla guancia. “Torni in classe, e continui sempre così”. Capii il senso di quelle parole nel successivo incontro con il Mister. “Complimenti Athos! “Tre otto, quattro sette, un sei, in matematica credo….” “Professor Bucco, si chiama così? Molto simpatico! “Anche simpatico il Professor Finelli, quello di Scienze……Bella palestra ha la tua scuola, sai!”. Restai di stucco. Era venuto al Liceo per informarsi dei miei studi e della mia preparazione! Faceva così con tutti. Viveva tra noi e con noi, pur mantenendo la necessaria distanza. E ci sentivamo protetti, spronati a fare sempre meglio. Ricordo l’anno degli esami di Maturità. Il giorno che uscirono i quadri di scrutinio lo incontrai davanti al cancello della scuola, tranquillo e sorridente, con la sua inseparabile pipa. “Allô Athos, come stare? Dura fatica, eh? “E ora, all’Università, hai già pensato a quale Facoltà ti vuoi iscrivere?”. Non potei evitare di abbracciarlo. Non ho mai letto il risultato dei mei esami poiché la sua parola valeva più di qualsiasi riscontro. Uno strano torneo
19 Nella nuova stagione calcistica 1931-­‐1932 il Napoli provvide ad altri acquisti tra cui Volante che proveniva dall’Argentina, Vojak II, dalla Juventus, Benatti (il “sorcetto”), dal Lecce, Boltri dal Casale e Bonivento, ex bustocco, dal Vomero. Se ne andarono invece Adamo Roggia e Perani, giocatore brillante e veloce, che interruppe la sua carriera per un grave incidente al ginocchio. I nuovi acquisti non furono decisivi agli effetti della classifica. Volante era certamente un buon centravanti, forte di testa, ma troppo lento per il gioco veloce e ricco d’improvvisazioni del calcio italiano; equivaleva, in effetti, al giubilato Roggia, che però aveva il pregio di una combattività irriducibile; Benatti sostituiva Perani ma il “sorcetto”, piuttosto irriflessivo, non era l’ala destra ideale per quel Napoli; Boltri era un mediano tenace, non molto tecnico ma picchiatore e duro a morire che ebbe alti e bassi nelle sue prestazioni e fece più la riserva che il titolare; Bonivento era ormai alla fine della sua lunga carriera. Il Campionato non fu certo brillante, anche a causa dei problemi finanziari del Club che non erano pochi; la situazione economica si era, infatti, aggravata e, la morte di Ascarelli, il cui mecenatismo restava un fenomeno isolato, peggiorava notevolmente le cose. Nessuno voleva o poteva assumersi l’impegno personale di sanare le falle della Società e la squadra, con trentacinque punti, scivolò al nono posto della classifica. Il Napoli, spavaldo e corsaro contro le squadre più forti, sembrava stranamente rassegnato contro quelle più modeste. Le dispute all’Ascarelli contro il Bologna e la Juventus furono indubbiamente le prove più belle del Campionato. Il Bologna, che non aveva ancora perso una partita, scese in campo sul terreno del Rione Luzzatti con l’aria baldanzosa del conquistatore, suffragata da uno spettacolare goal di Fedullo da trenta metri, a fil di traversa, nel primo tempo; Garbutt, nell’intervallo, elogiò Cavanna, Vincenzi, e Innocenti e i mediani Colombari e Volante, rivolgendosi poi sarcasticamente agli attaccanti. “Pensavo che sareste riusciti a far di meglio contro Monzeglio, Gasperi e Baldi, ma vedo che sono troppo forti per le vostre possibilità. Battersi contro di voi è davvero uno scherzo per gente di quella classe”. Vojak, paonazzo, si strappò l’inseparabile retina dal cuoio capelluto e cominciò a sacramentare in friulano; Sallustro guardava il Mister a bocca aperta, stentando a credere che fosse proprio lui a parlare così; poi di scatto mollò un pugno sul petto del biondo Mihalich. “Adesso gli faremo vedere se è davvero uno scherzo!”. Fu un secondo tempo gagliardo, ricco di prodezze del nostro scatenatissimo attacco che fece vacillare le retrovie avversarie sotto l’urto pressante delle azioni. Poi una fuga velocissima di Transini; Sallustro e Baldi, volando verso l’alto, si contendono la sfera di cuoio ma Sallustro tocca per primo e gira a mezza altezza un pallone smorzato all’accorrente Vojak che tira a volo una cannonata che ha il rombo del tuono. Il portiere bolognese vide la palla solo in fondo alla rete. Uno a uno. Il Napoli continuò sullo slancio fino all’ultimo secondo della dura contesa e, in un’azione tutta personale, Sallustro, scartati tutti gli avversari e superata di prepotenza la roccaforte di Monzeglio e Gasperi, lasciò partire un formidabile affondo che la mano di San Petronio s’incaricò di deviare sulla traversa! Il comportamento degli azzurri contro la Juventus fu ancora più brillante e deciso. Il Napoli tenne il campo da dominatore, galvanizzato da Sallustro che, al centro della prima linea, infondeva ai compagni la volontà di vincere; Combi, Rosetta e Caligaris tremarono sotto i colpi del quintetto partenopeo finché il plurinazionale baluardo juventino finì col crollare. Il povero Combi dovette, infatti, raccogliere due volte i palloni del “veltro” nel fondo della rete. Colombari, Vojak e Sallustro furono convocati in Nazionale per affrontare il quattordici febbraio 1932 la Svizzera sul Campo dell’Ascarelli. 20 4
Il Veltro e la Soubrette
Una sera a Santa Lucia
Il diciotto agosto 1932, al tradizionale raduno della squadra per la preparazione al Campionato, la Dirigenza, impegnata tra l’altro a far fronte al notevole passivo che la Società aveva accumulato, volle offrire ai nuovi acquisti e ai superstiti della precedente stagione un simpatico banchetto in un ristorante della scogliera di Santa Lucia. 21 Ebbi un tuffo al cuore quando Garbutt comunicò la rosa dei titolari perché accanto a campioni come Cavanna, Vincenzi, Vojak e Sallustro, il Mister aveva fatto il mio nome! Ero orgoglioso ed entusiasta come si può esserlo a diciotto anni. Al termine dei discorsi, con mia rinnovata sorpresa, Eugenio Coppola mi rivolse un encomio che non potrò mai dimenticare. “Questa festa sportiva non può terminare prima di aver elogiato e ringraziato il suo più giovane rappresentante che ha vinto domenica scorsa a Bologna due Campionati italiani di atletica leggera dando lustro allo sport napoletano e, quindi, alla nostra Associazione. Athos ha, infatti, eguagliato il record nazionale nei settantacinque metri con ostacoli e ha demolito il record nazionale nei duecentocinquanta. “A questo nostro atleta vogliamo dunque esprimere la nostra ammirazione affettuosa pregando l’allenatore, che lo considera il suo allievo migliore, di offrirgli un segno della nostra stima”. Garbutt, cercando di nascondere la commozione, mi strinse la mano consegnandomi un astuccio azzurro legato da un nastrino a strisce bianche e celesti tra gli applausi e gli abbracci dei miei compagni. Ero confuso, emozionato. Dissi qualcosa che io stesso non ricordo con la gola stretta da un nodo. L’involucro conteneva un cronometro d’oro con bracciale, dove erano incise le mie iniziali, la sigla ACN, e la data. L’ho tenuto sempre con me, come un talismano, finché non me lo portarono via i tedeschi, a Cefalonia, in quel nero settembre del quarantatré. Sallustro innamorato
Garbutt sosteneva che per correre novanta minuti sul campo bisognava allenarsi a correre per centottanta e, di conseguenza, curava molto la nostra preparazione atletica. Eravamo divisi per gruppi, secondo le caratteristiche fisiche di ciascuno e i ruoli di gioco che il Mister riteneva, peraltro, complementari. L’allenamento durava due ore reali, con lunghi giri di pista in souplesse, a ritmo accelerato, a scatti brevi e lunghi, e poi di nuovo in souplesse. Si eseguivano vere e proprie gare di salto misto e corsa ad ostacoli, intervallate da esercizi con la corda e a corpo libero studiati per favorire l’allungamento progressivo dei muscoli in modo da prevenire rigidità, strappi e stiramenti. Poi doccia e massaggio, riservato, in realtà, solo agli anziani. Il buon Beato non esitava, infatti, a “secutare” i più giovani che osavano, anche solo per scherzo, chiedere i suoi servigi. Il giorno successivo ci s’incontrava al bar Daniele del Vomero, alle otto e trenta, per una passeggiatina distensiva e ossigenante verso i Camaldoli. A piedi, naturalmente! Il Campionato prese il via dodici settembre 1932 con il varo del Napoli all’Ascarelli contro la Lazio, favorita nei pronostici; gli azzurri, tuttavia, non si lasciarono impressionare e disputarono una gara eccellente per stile, agonismo e volontà e Sallustro, in vena di prodezze, regalò un grande spettacolo e due goal magistrali allo sbalordito Sclavi. Dopo il successivo pareggio a Trieste, il sodalizio partenopeo cambiò di nuovo presidenza; il ventotto settembre 1932, infatti, Eugenio Coppola passò il timone a Vincenzo Savarese che impose una condotta più austera per tentare di ridurre il disavanzo che ammontava ormai alla ragguardevole cifra di ottocentomila lire. Su questa nuova ammiraglia il vessillo azzurro riprese il Campionato piegando la Juventus sul campo dell’Ascarelli con una staffilata di Sallustro, guizzante come un pugnale, che obbligò il grande Combi a raccogliere la palla in fondo alla rete. La quarta giornata ci vide ospiti a San Siro. Lo stadio traboccava di gente tumultuante e poco ospitale che non digeriva questo Napoli spavaldo e corsaro convinto di poter umiliare le grandi del calcio italiano. L’arbitro Mazzarino, tuttavia, diresse l’incontro con fermezza, senza 22 lasciarsi intimorire dagli umori del pubblico. Gli azzurri partirono come se avessero il fuoco addosso; al centro della mediana debuttava il proteiforme Buscaglia, coadiuvato da Boltri e Colombari. Il trio difensivo era sempre lo stesso di tante partite con Cavanna (il giaguaro), Vincenzi (il leone) e Pippone (la volpe); in prima linea erano invece schierati Benatti, Vojak, Sallustro, Gravisi e Ferraris II, più indemoniati che mai: un bolide di Benatti e due saette di Sallustro varcarono irresistibilmente la rete di Compiani siglando un secco tre a zero. La marcia trionfale sembrava inarrestabile: Napoli-­‐Casale quattro a zero, Padova-­‐
Napoli due a due, Napoli-­‐Fiorentina due a uno, Bari-­‐Napoli due a quattro, Napoli-­‐Torino uno a uno. Giocammo nove partite consecutive al comando della classifica prima di subire, al Littoriale di Bologna, la prima sconfitta per tre a uno per opera dei felsinei, cedendo in questo modo lo scettro alla Juventus. Il peso morale di squadra da battere cominciava a riflettersi sulla compagine azzurra che alternava, ancora una volta, prove scialbe a splendide prestazioni. Il calo di forma di Sallustro, apparentemente inspiegabile, influì notevolmente sul rendimento della prima linea azzurra. Il veltro aveva, infatti, perso smalto e vitalità. Si parlò di precarie condizioni fisiche, di crisi morale, di allettamenti da parte di altre Società (Attila, infatti, non giocava per denaro ma per pura passione). Si parlò di tante cose, insomma, girando intorno all’unica verità che si chiamava Lucy D’Albert, diciottenne soubrette della Compagnia di rivista Molinari, idolatrata e applaudita dalle platee d’ogni rango e d’ogni ceto di cui Attila era follemente innamorato. All’inizio degli anni trenta i salotti napoletani impazzivano per la loro storia d’amore che anticipava la tendenza, ormai diffusa, a fare coppia tra giocatori e dive dello spettacolo. Lucy D’Albert, al secolo Elena Lucy Johnson, di origine russa, era, infatti, una delle più belle e famose soubrette della rivista italiana nel suo periodo di massimo splendore, che condivise il palcoscenico con divi come Totò, Anna Magnani e Nino Taranto, prescelta da autori e registi come Michele Galdieri, Garinei e Giovannini e Daniele Danza che la volle accanto a Delia Scala in Giove in doppiopetto. La storia del Veltro e della Soubrette rappresentava il filo conduttore di tutta un’epoca imperniata sull’ascesa del calcio azzurro e sulle affermazioni del teatro italiano e napoletano in particolare. Per molto tempo non si parlò che di questo e gli autori di rivista misero in scena innumerevoli allegorie calcistiche imperniate sull’indiscutibile talento della soubrette. Lucy e Attila che, insieme, erano sinonimo di bellezza e di gioventù, si unirono in matrimonio qualche anno dopo, in tutta semplicità e riservatezza, realizzando così una felice storia d’amore che continua ancora oggi. Arrivano i brasiliani
Il Campionato batteva, intanto, il solito ritmo infernale. Sallustro tirava avanti alla meglio, conscio del muto rimprovero dei suoi compagni costretti a sopperire alle sue défaillances. Durante l’incontro con il Pro-­‐Patria che vincemmo per due a uno segnò di testa un fantastico goal ma non era ancora lui. Aveva ancora bisogno di riposo e l’occasione propizia giunse durante la preparazione della Nazionale per l’incontro con la Germania previsto il primo gennaio del 1933 che, tra l’altro, vincemmo per tre a uno. Nella mediana nazionale giocava Rico Colombari che vedeva così giustamente premiato il superbo grado di rendimento e di forma con cui stava disputando il Campionato. Vittorio Pozzo, convocandolo, aveva voluto riconoscere in lui il miglior mediano italiano del momento. Dopo questa parentesi internazionale la battaglia riprese il dieci gennaio con Genoa-­‐Napoli, terminato in pareggio per due a due con goal di Vojak e di Sallustro. 23 Partita di mille emozioni, e altrettante incertezze, condotta con estrema decisione e gagliardia da ambo le parti. Garbutt, che per anni aveva allenato il Genoa, ci teneva molto a non perderla. Come premio, dopo la partita, la squadra sostò, per qualche giorno a Varazze, allenandosi sul campo della squadretta locale. Rientrò a Napoli rinfrancata e serena alla vigilia dell’incontro con la Pro Vercelli, conseguendo un’altra splendida vittoria per tre reti a zero, con goal di Benotti, Ferraris II e Sallustro. Poi, ad Alessandria, in un incontro drammatico, perdemmo contro i grigi per due a tre e perdemmo di nuovo a Padova per due a zero. Alla vigilia dell’incontro Sallustro era influenzato ma volle scendere in campo ad ogni costo; dopo la partita si accasciò in treno con un febbrone da cavallo, affranto, tra l’altro, dalla certezza di non poter essere in campo la domenica successiva contro l’Ambrosiana. Aveva, infatti, un conto da saldare con il balilla Meazza, suo eterno rivale e termine di paragone e quella domenica sarebbe stata dunque la volta buona per dimostrare alla tifoseria che Sallustro valeva bene Meazza. La sua assenza, tuttavia, non modificò il risultato; l’Ambrosiana, infatti, venne, vide e prese tre palle in fondo alla rete, con un goal di Randelli e due di Vojak. I dirigenti del clan azzurro, nonostante il Campionato fosse in pieno svolgimento, stavano già pensando al potenziamento della squadra. L’otto febbraio Savarese annunciò l’acquisto di Goliardo, Santillo, Ragusa e Barilotti: quattro brasiliani in una volta sola! Ce n’era a iosa per far esplodere la tifoseria e azzardare pronostici di scudetto. I moschettieri d’oltremare, imbarcati sul “Conte Biancamano”, giunsero a Genova il ventitré febbraio 1933 e furono accolti alla stazione di Mergellina da Garbutt, Savarese e una folla di tifosi plaudenti. Erano simpatici con la loro aria scanzonata, l’andatura dinoccolata e i cappelloni calcati sulla testa. Barilotti e Ragusa esibivano baffoni neri e acuminati che sembravano punte di lancia incollate al labbro superiore. Garbutt, nonostante l’impazienza generale, non volle che cominciassero subito gli allenamenti poiché, a suo avviso, dovevano anzi tutto acclimatarsi e adattarsi alle abitudini locali, all’alimentazione e al metodo della squadra. Il caso Stabile, che appena sbarcato a Genova si era schierato il giorno stesso all’ala destra del Genoa, infilando tre belle pappine nella rete del Bologna, rappresentava, a suo avviso, un’eccezione. E così, i quattro brasiliani fecero i turisti per una ventina di giorni, girando per le vie della città e visitando i dintorni; vivevano in mezzo alla gente e mangiavano all’italiana, assistendo in tribuna ai nostri allenamenti. Trascorsa la “quarantena”, cominciarono anche per loro le fatiche della preparazione e, finalmente, il due aprile debuttarono all’Ascarelli dinanzi ad una folla enorme di tifosi in un’amichevole contro il Novara. L’incontro terminò con un pareggio (tre a tre); avemmo tutti l’impressione, punteggio a parte, che, sebbene volenterosi e disciplinati, i nuovi acquisti non fossero in realtà che calciatori mediocri. Barilotti, il più eclettico dei quattro, aveva un temperamento incostante mentre Goliardo, ben impostato tecnicamente, non era di certo superiore a Bedendo o al formidabile Buscaglia. Ragusa e Santillo furono impiegati per lo più nella riserva. Il Mister poliziotto
Mentre i brasiliani se ne stavano soprattutto a guardare, il Campionato filava a vele spiegate. Vincemmo contro la Lazio per uno a zero con un goal magistrale di Vojak e contro la Triestina per due a zero con un goal di Sallustro, finalmente guarito, e un altro di Ranelli; Buscaglia, duramente colpito a una gamba, fu costretto ad abbandonare il campo. La domenica successiva le buscammo a Torino per tre a zero contro la Juventus; giornata nera dopo una nottata bianca. La squadra aveva preso alloggio, come di solito, all’Hotel Sitea che in quei giorni ospitava anche la compagnia di riviste di Macario con tutto 24 quel ben di dio di ballerine e soubrette che andavano e venivano per i corridoi dell’albergo, prima e dopo lo spettacolo. Le creature si squietarono e persero la pace e il sonno! Garbutt, coadiuvato da Michelangelo Beato, montava la guardia, mandando fumo a tutto vapore, affinché non fossero violate le colonne di Ercole; andò male per tutti, in ogni caso, sia in albergo che in campo. Il Mister era irritato non solo per la sconfitta ma anche per la condotta della squadra che, gingillandosi in inutili finezze, aveva subito goal davvero balordi. Perdemmo di nuovo a Milano per uno a zero, su calcio di rigore, e poi contro il Casale con lo stesso punteggio. Una brutta partita, cattiva, con un pubblico ostile. Cavanna, in un balzo spericolato, riportò la frattura della clavicola sinistra ma, ricevute le prime cure, volle restare tra i pali, lasciando tutti sbalorditi. La sconfitta evidenziò i problemi del nostro quintetto attaccante che sembrava ignorarsi come se non avessero mai giocato insieme. Savarese era furibondo. Tre sconfitte consecutive! La sua ira tuonò senza indugio, decretando un severo ammonimento e una più concreta multa di lire mille da trattenersi sulle competenze mensili. Seguirono Napoli-­‐Padova (uno a uno), Fiorentina-­‐Napoli (uno a zero), Napoli-­‐Bari (due a zero, con goal di Vojak e Ranelli) e, infine affrontammo di nuovo il Torino. Garbutt, paventando anche questa volta incontri eccessivamente ravvicinati, giurò che non avrebbe tollerato intemperanze, ma al Silea non c’era nessuno e la comitiva azzurra poté contare sulla quiete sperata. Sallustro, dopo aver ricevuto la palla dal velocissimo Ferraris II, segnò di testa, elevandosi oltre i pugni di Maina e siglando così il goal della vittoria. I due attaccanti, in grandissima forma, ripeterono un analogo exploit contro il Bologna sconfitto per due a uno, il Pro Patria superato per due a zero e il Genoa battuto per tre a zero I duellanti
Il caldo cominciava a farsi sentire; si era in primavera avanzata ma già i primi bagnanti cominciavano a invadere le spiagge. Tempo di mare, dunque, ma anche d’acquisti; integrarono la squadra, infatti, Visentin, ala destra, che proveniva dall’Ambrosiana e Gino Rossetti, mezzala, che militava con il Torino, indimenticabile protagonista del trio granata con Balonceri e Libonatti. Cominciammo in bellezza battendo l’Alessandria e il Pro Vercelli per due a uno e travolgendo il Palermo con tre goal di Vojak e due di Gravisi. Non restava che affrontare l’Ambrosiana a Milano e poi godersi le vacanze, lontani dalle angosce e dalle prediche dell’allenatore. La comitiva azzurra, durante la trasferta in treno, teneva banco per allegria parlando del sospirato riposo, a parte Vojak che se ne stava in silenzio; quando Garbutt gli chiese a cosa stesse pensando il friulano rispose che, se avessimo vinto a Milano e se il Bologna avesse commesso un passo falso, avremmo certamente partecipato alla Coppa Europa. Il Mister replicò che in tal caso avremmo avuto l’onore di difendere il calcio nazionale, rinunciando naturalmente alle vacanze e che Sallustro avrebbe potuto finalmente pareggiare i suoi conti con il balilla. Gli azzurri si fecero pensierosi finché Ferraris rispose con tutta serietà: “Va bene, Mister, faccia conto di aver già vinto questa partita, se proprio ci tiene”. “Domani, segneremo Sallustro ed io”. Gli rispose un coro di risate e una pernacchia di Beato ma il friulano tenne parola realizzando uno dei cinque goal contro l’Ambrosiana che ne totalizzò soltanto tre. Gli altri furono di Sallustro, Vojak e Gravisi. Il Napoli, tuttavia, non fu ammesso in Coppa Europa, nonostante la vittoria, in ossequio alla regola del quoziente reti che favoriva il Bologna. 25 Se ne andava così anche l’anno calcistico 1932-­‐1933 con un terzo posto in classifica, ex equo con il Bologna, con sessanta quattro reti segnate e trenta sette subite. Il Vomero
E fu quella la stagione di fuoco che vide esplodere il più grande Napoli di tutti i tempi, quello che Garbutt aveva messo su anno per anno, pedina per pedina, cercando di amalgamare pazientemente per affinità tecnica, combattività e tenacia l’undici partenopeo. Si giocava al Vomero poiché l’Ascarelli era sottoposto a lavori di ampliamento e di trasformazione. Ranelli, Maffioli, Fontana, Tacchinardi, Capano (che aveva debuttato a Bologna nell’incontro perso per tre a uno) e Villa (ceduto dalla Sangiovannese) lasciarono la squadra, sostituiti, come accennato, da Visentin, Rossetti e Rivolta, mediano ambidestro dall’Ambrosiana. Il Mister pretendeva dai suoi la perfezione e abituava il quintetto attaccante a calciare il pallone a volo dichiarando in quale angolo della porta lo avrebbe tirato. Non era facile, vi assicuro, ma Gino Rossetti vinse tutte le scommesse. Si cominciò l’otto agosto con il raduno dei giocatori a Sant’Agata dei Due Golfi dove il Cavalier Fiorentino, in veste di organizzatore, aveva predisposto il nostro soggiorno presso la pensione Jaccarino; il silenzio e la quiete del piccolo albergo furono presto interrotti dalla rumorosa allegria della carovana azzurra in fase di ossigenazione e di preparazione atletica. Il buonumore contagiò anche gli altri pensionanti allietati dalle qualità canore di Colombari e di Michelangelo Beato che si producevano in romanze, canzoni napoletane e brani di operette, interrotti, talvolta, dai frizzi e dai lazzi di Sallustro, Pippone, e Cavanna, stonati come campane e, per questo, ribattezzati Trio Les Cani. Garbutt, seduto in un angolo, con la pipa in azione, lasciava correre, divertendosi un mondo. Il ventisette agosto, in occasione dell’incontro contro il Perugia, fu presentata, all’Arenaccia, la nuova formazione composta da Cavanna, Vincenzi, Innocenti, Colombari, Rivolta, Visentin, Vojak, Sallustro, Rossetti e Buscaglia. Mancava Pietro Ferraris, ai ferri corti con la Società per questioni finanziarie, mentre atleti come Marietti, Benatti, Castello, Goliardo, Ragusa, Santillo, Borza, Giraud III (il popolare “Giovannino”) e Gravisi fungevano da riserve. Il confronto con il Perugia terminò con un fiacco uno a zero. Mancava ancora, infatti, l’affiatamento necessario. La domenica successiva venne il Wien che perse per tre a due; una contesa piacevole ma non ancora tecnicamente perfetta. E quindi al palo di partenza per il Campionato 1933-­‐1934. Multe e sanzioni
Le prime partite furono un disastro. La squadra annaspava nell’affannosa ricerca di un’intesa, di uno schema di gioco, di coordinazione tra difensori e attaccanti mentre grandinavano sconfitte e mortificazioni. Triestina-­‐Napoli quattro a uno; Napoli-­‐Genova zero a zero; Ambrosiana-­‐Napoli due a uno (debutto di Alfieri in porta al posto di Cavanna infortunato); Napoli-­‐Livorno zero a zero; Brescia-­‐Napoli uno a uno. Cinque punti in sette partite! Garbutt, esasperato, preannunciò severe sanzioni e, per affrontare la Juventus, decise di rinforzare la difesa sostituendo Visentin e Ferraris con Innocenti e Buscaglia; il successo era dunque affidato al solo trio centrale della prima linea. Il Napoli scese in campo contro i 26 campioni d’Italia schierando in formazione Marietti, Vincenzi e Casillo; Colombari, Bedendo e Rivolta, Innocenti, Vojak, Sallustro, Rossetti e Buscaglia. Una partita epica. La Juventus crollò sotto il peso di una superba rete di Vojack e un goal di Buscaglia. Innocenti, indeciso sull’opportunità di chiudersi in difesa o di continuare all’attacco consultò Garbutt che gli fece cenno di proseguire ma a venti minuti dalla fine, fece arretrare Buscaglia come quarto mediano e Innocenti sulla linea dei terzini, con il compito di marcare Orsi, anticipando, a mio avviso, il moderno catenaccio. Continuammo poi con Napoli-­‐Palermo (tre a zero); Padova-­‐Napoli (tre a uno); Napoli-­‐
Roma (uno a due); Pro Vercelli-­‐ Napoli (zero a zero); Napoli-­‐Alessandria (due a uno). Sallustro, ammonito dalla Società, disse qualcosa che non piacque ai dirigenti e fu relegato tra le riserve; senza di lui, pareggiammo a Torino per zero a zero. La stampa e i tifosi protestarono vigorosamente contro la sanzione giudicata eccessiva e, con l’aiuto del compianto Mario Argento, il veltro rientrò al suo posto di combattimento, giusto in tempo per battere il Milan per uno a zero. Il girone di andata terminò così, con un’altalena di cose egregie e di cose mediocri, una condotta di gioco talvolta estrosa ma più spesso apatica, violenta ed emotiva. Al giro di boa ci ritrovammo al quinto posto, con diciannove punti, diciotto goal fatti e diciotto subiti. La corsa riprese a Roma, con la Lazio; solito derby, stesso clima arroventato, immutata incertezza. Solo Garbutt era sereno e fiducioso. “Lasciare nervi negli spogliatoi, otturare orecchie e aprire bene gli occhi”. “La tradizione avere suoi diritti che andare rispettati: otto volte consecutive noi avere vinto la Lazio. “Questa essere nona volta!”. Vincemmo, infatti, per due a zero. Venne il Bologna e perse per uno a zero e poi andammo a Livorno; una partita spigolosa, piena di falli e di cattiveria. Vincenzi e Colombari, pur essendo di casa, non erano bene accetti in maglia azzurra. E giù botte da orbi. In quel clima rovente e surreale il Mister, ai bordi del campo, guardava divertito i suoi che ci sapevano fare davvero; nel mezzo della sarabanda saltò fuori a un tratto, come da un racconto di Offenbach, la siluette agile ed elegante di Sallustro che, senza pensarci due volte, folgorò in rete il goal della vittoria. Battemmo ancora il Brescia per uno a zero con un goal di Vojak ma perdemmo con La Juventus per due a zero. Sconfiggemmo poi il Palermo, per due a uno, in una specie di duello rusticano e trionfammo a Torino infilando cinque goal contro due degli avversari ad opera di Gravisi, Vojak , Visentin e Rossetti. All’insegna del risparmio, in vista dell’imminente derby al Testaccio contro la Roma, pareggiammo a Padova per uno a uno Il metodo Garbutt
Sveglia alle sette e trenta e colazione alle otto; alle dodici il pranzo e la cena alle venti; alle ventidue e trenta bisognava chiudere gli occhi “perché un atleta deve dormire otto ore abbondanti, altrimenti non recupera a sufficienza e se dorme di più, si alza con il cervello intontito e i muscoli fiacchi”. Lunedì riposo e visita medica per chi ne avesse bisogno; mercoledì, venerdì e sabato, riunione al bar Daniele, alle otto e trenta, e lunghe passeggiate per stimolare il buonumore e l’affiatamento; martedì pomeriggio alle quattordici e trenta (un’ora dopo, d’estate) convegno al campo per gli allenamenti di carattere ginnico e atletico. Cominciavamo con un buon quarto d’ora di esercizi respiratori, saltelli sul posto, movimenti di scioltezza per gli arti inferiori e per il tronco, con particolare riguardo a quelli necessari per l’allungamento e il tono dei 27 quadricipiti, dei flessori e degli adduttori della coscia (alle volte restavamo lunghi minuti a terra con gli arti inferiori in forzata abduzione o posizione dell’ostacolista per dare maggiore elasticità ai muscoli soggetti a lesionarsi durante lo sforzo). In pista s’iniziava a passo sciolto e si accelerava gradualmente con allunghi velocissimi di circa cinquanta metri per ritornare in seguito al ritmo normale. I velocisti non facevano più di otto o dieci giri di pista; gli altri, quindici o sedici di circa cinque cento metri a ritmo medio e sostenuto per fare fiato seguito da cinque o sei minuti di ginnastica respiratoria e, finalmente, si andava alle docce. Il mercoledì pomeriggio alle quattordici e trenta si svolgevano gare atletiche tra calciatori che consistevano in corse di velocità su cinquanta, ottanta e cento metri, intervallate da corse di resistenza sui trecento metri, gare a ostacoli, salto in alto, in lungo e misto; Garbutt assegnava premi ai vincitori. Negli allenamenti eravamo divisi in gruppi omogenei (terzini, mediani e attaccanti) che eseguivano palleggi, passaggi, triangolazioni, calci da fermo, al volo e di testa. Il giovedì si giocava tra titolari e riserve, o contro una squadretta locale, per provare schemi, spostamenti e marcature; quando il Mister ci interrompeva nel corso della partita dovevamo fermarci nella posizione in cui ci trovavamo e lui ci mostrava l’errore o l’impostazione sbagliata nei confronti dell’avversario e dei compagni di squadra. Venerdì riposo; sabato passeggiata distensiva; domenica: nessuno si tiri indietro! 5
Addio Mister!
La sfida di Vojak
Partimmo il sabato pomeriggio da Mergellina alla volta della Capitale, dove ci aspettava a piè fermo la Roma. Io e Busiello, con il quale condividevo la stanza all’Hotel Marini, non ci nascondevamo le difficoltà dell’incontro. Avevamo da poco terminato la cena, piuttosto frugale, quando Masetti, Gadaldi e Costantino vennero a salutare i loro ex compagni e la squadra in generale nello spirito di un cameratismo d’altri tempi. Vojak e Masetti, ambedue polesani, si abbracciarono e cominciarono in tono scherzoso a stuzzicarsi finché il portiere romanista pronosticò che avrebbe parato ogni tiro, perfino un rigore se ci fosse stato. Vojack, in genere calmo e taciturno, replicò che se gli fosse capitata la 28 palla giusta non sarebbe riuscito a prenderla nemmeno se gli avesse indicato l’angolo della porta dove intendeva infilarla! L’indomani lo stadio Testaccio sembrava un formicaio. Migliaia di napoletani accorsi con trombette e gagliardetti, esibivano ampi striscioni azzurri su cui spiccava bianchissima la scritta Ciuccio fa’ tu!. Si partì di gran carriera con i romanisti scatenati che costrinsero gli azzurri nella loro metà campo; un assalto furibondo. Per venti minuti il Napoli fu alla mercé degli avversari e sembrava dover capitolare da un momento all’altro nonostante il tentativo di riordinare le fila e organizzare il gioco finché Costantino, ricevuto un pallone sui piedi, stringe al centro e batte Cavanna irresistibilmente. Sugli spalti scoppiano tafferugli mentre sul campo piovono oggetti di varia natura tra cui una forbice da sarto che l’arbitro non vede. Garbutt, nell’intervallo, invocava la calma, ordinando alla difesa e alla mediana di tenersi fuori dall’area di rigore per appoggiare la prima linea. Nella ripresa Colombari lancia sulla destra all’indirizzo di Visentin che intuisce e, raggiunta la sfera quasi sul fondo, centra una parabola tesa, al limite dell’area romanista; il pubblico trattiene il respiro e, nel silenzio, irrompe la voce di Vojak che aveva finalmente ricevuto la palla che aspettava. “Te lo faccio là….te lo faccio là….”, grida, indicando al portiere romanista l’angolo superiore sinistro della rete con la mano. Il bolide parte con estrema precisione, infilandosi tra le mani dello sbalordito Masetti che si lancia in uno spettacolare ma inutile tentativo di salvataggio, rialzandosi poi per stringere la mano di Vojak tra gli applausi del pubblico. Costantino sfiora ancora il successo per i giallo-­‐rossi ma è fermato da Colombari che rilancia in avanti; Rossetti raccoglie e fa partire un bolide che striscia sul montante destro della porta e si smorza in fondo alla rete siglando il raddoppio. La vittoria è nostra! Tifosi e dirigenti non stanno nei panni per la gioia; Savarese elargisce mille lire di premio a tutti i giocatori, riserve comprese e offre un soggiorno a Rapallo in attesa della trasferta sul campo del Casale. Al Bristol lottiamo con le zanzare e il desiderio di un tuffo nell’azzurro del mare dove cominciavano ad apparire le prime ondine straniere. Passiamo tutta la settimana senza toccare il pallone, limitandoci a fare qualche esercizio e lunghe passeggiate alla maniera di Garbutt che ci porta a piedi fino a Santa Margherita Ligure! Ci avviamo alla fine del Campionato con Casale-­‐Napoli, vincendo per quattro a uno (Ferraris II, Vojak e Gravisi); sconfiggiamo ancora il Vercelli per uno a zero per merito di Vojack, assistendo ai soliti dispettucci tra Cavanna e Piola, e perdiamo con l’Alessandria per uno a zero; pareggiamo infine per uno a uno con la Fiorentina. L’ultimo atto va in scena a Milano; Garbutt decide di tenere a riposo la prima squadra e invia a San Siro la squadra cadetta composta da Marietti, Innocenti, Santillo, De Nicola, Bedendo, Boltri, Ragusa, Benatti, Busiello, Franzese e Venditto. Non presi parte all’incontro perché disputavo i cento e duecento metri piani ai Littoriali dello Sport. I milanesi vinsero per uno a zero sudando però le proverbiali sette camicie davanti ad un pubblicò ostile ai partenopei e all’arbitro Zorzi di Vicenza che, in seguito a un lancio di pietre, si vide costretto a porre fine alla gara al quarantesimo minuto del secondo tempo. La F.I.G.C. appioppò al Napoli una multa di dieci mila lire per aver mandato in campo una squadra di riserve in un incontro di massima divisione ma gli dette partita vinta ai danni del Milan applicando la sanzione prevista dal Regolamento in base al rapporto arbitrale. La Juventus era Campione d’Italia per la terza volta consecutiva mentre Il Napoli terminava il Campionato al terzo posto, dopo l’Ambrosiana-­‐Inter, con quaranta quattro punti, quaranta quattro goal segnati e trentuno ricevuti. 29 Coppa Europa
Ambrosiana, Napoli e Bologna ebbero così il privilegio di partecipare alla Coppa Europa. A Roma, nel frattempo, cominciava il raduno degli azzurri d’Italia per i Campionati del mondo; Cavanna con sua grande soddisfazione e orgoglio degli azzurri fu convocato in Nazionale. Nel primo turno il Napoli pareggiò a Vienna per zero a zero contro l’Admira sul campo del Prater, schierando in formazione Cavanna, Vincenzi, Castello, Mongero, Colombari, Rivolta, Visentin, Vojack, Sallustro, Rossetti e Ferraris II. La domenica successiva, all’Ascarelli, Il Napoli conduceva per due a zero con una rete di Sallustro e un’altra di Vojak, su rigore, ma poi gli azzurri cominciarono a gingillarsi, ritenendo, forse, di avere in pugno la vittoria. Un primo malinteso tra Rossetti e Rivolta mandò la palla in possesso di Siegel il quale, dopo una fuga velocissima, la passò a Durspekt che insaccò da pochi passi e, dopo un ennesimo malinteso dei nostri, segnò di nuovo al trentaduesimo del secondo tempo. E fu la fine del sogno. La domenica successiva, a Zurigo, l’Admira piegò il Napoli sotto il fardello di cinque reti! La Presidenza tuonò, parlando d’irresponsabilità e di scarso senso del dovere e decise di applicare una multa di millecinquecento lire a ogni singolo giocatore e di duemilacinquecento a Sallustro, revocato inoltre dall’incarico di capitano. Veltro e Levriero
Benatti, Marietti, Ragusa, Goliardo, Barilotti, Borza e Giraud III lasciarono il Napoli che acquistò invece Mongero dal Torino, Stabile dal Genoa, Glovi dalla Bagnolese e il portiere Sentimenti II dal Modena. Al Vomero, dove ci radunammo il ventisei agosto, mancavano solo Ferraris II e Colombari che contestavano i rispettivi ingaggi. I lavori di restauro e di ampliamento dell’Ascarelli, che procedevano febbrilmente, terminarono i primi di settembre, restituendo alla città un terreno di gioco morbido, elastico, del colore della speranza, che metteva addosso la voglia di vincere. Purtroppo, quando fu inaugurato il nove settembre 1934, ospite il Modena, non si chiamava più Ascarelli ma Stadio Partenopeo, in omaggio ai pregiudizi dell’epoca. Ferraris II, tornato a più miti consigli, raggiunse la squadra il dodici settembre alla vigilia della battaglia, mentre Colombari e Sallustro rimanevano sull’Aventino. Il Napoli che schierava in formazione Cavanna, Vincenzi, Castello, Mongero, Buscaglia, Rivolta, Visentin, Vojack, Glovi, Rossetti e Ferraris II cominciò male, perdendo contro l’Alessandria per uno a zero e contro la Juventus per due a uno. Poi, il dodici ottobre, grazie ai buoni uffici di Garbutt, rientrò Colombari e la domenica successiva vincemmo per tre a due contro la Roma, con reti di Ferraris II, Glovi e Rossetti. La squadra cominciava a muoversi meglio, sebbene avesse ancora bisogno di preparazione e d’intesa; dopo il pareggio con il Milan, grazie a due reti di Vojak, tornò anche Sallustro. C’eravamo tutti finalmente, come una volta, ma a Firenze perdemmo per tre a due, dopo una lotta furibonda che ci lasciò esausti e ammaccati nonostante la magnifica prestazione di Sallustro e Visentin La domenica successiva dovevamo incontrare il Brescia ma l’intervallo di riposo non era sufficiente per riprendere vigore e curare le botte ricevute; Garbutt decise dunque di sostituire Cavanna con Sentimenti II, e di farmi giocare al posto di Visentin. 30 “Il levriero all’ala destra”, scriverà Mario Argento commentando la scelta dell’allenatore che intendeva sperimentare una formazione atipica con Rossetti al centro, Colombari e Rivolta alla mediana, Gravisi e Vojak a mezz’ala, me stesso e Ferraris II alle due ali; vincemmo per due a zero, con goal di Colombari e Gravisi. Il pubblico si divertiva per le mie lunghe falcate da velocista. Battemmo poi il Palermo per sei a due con due goal di Sallustro, due di Ferraris II, uno di Vojack e uno di Rivolta e la Sampierdarenese per tre a uno (Sallustro, Gravisi, Ferraris II); vincemmo ancora a Torino, per due a uno ma perdemmo contro la Lazio per tre a uno, (nonostante il rientro di Cavanna e di Buscaglia) e contro l’Ambrosiana per zero a uno; superammo il Livorno per tre a uno con due reti di Sallustro e una di Ferraris II in un incontro burrascoso e scorretto, in campo e sugli spalti, culminato con l’espulsione di Uslenghi e Garaffa e l’intervento della polizia che dovette proteggere gli spogliatoi; con una doppietta di Vojak battemmo invece la Triestina per due a uno, incappando, subito dopo, in una serie di sconfitte con il Bologna (tre a zero), l’Alessandria (quattro a due) e la Roma (quattro a zero); pareggiammo invece per zero a zero con la Juventus. Il comportamento discontinuo del Napoli non era certo una novità ma, questa volta, la situazione era davvero pessima, aggravata peraltro dalla solita crisi finanziaria e dall’atmosfera di apatia che prevaleva tra i giocatori non pagati da mesi; la stampa non fu benevola neppure con Garbutt che sentiva la situazione sfuggirgli di mano. Il Campionato, intanto, proseguiva con risultati modesti: Napoli-­‐Milan zero a uno; Vercelli-­‐Napoli uno a uno; Napoli-­‐Fiorentina uno a uno. L’incontro con la Fiorentina tenne a battesimo il debutto, all’ala sinistra, di Venditto, che ebbe poi la soddisfazione di vestire la maglia azzurra dei cadetti nell’incontro Italia-­‐Austria. Buscaglia lo chiamava “Giovanni il cravattaro” perché amava indossare cravatte vistose “all’americana”. Grazie a Sallustro segnammo l’unico goal della partita contro il Brescia ma i giorni grigi erano in agguato; perdemmo, infatti, contro il Palermo per due a zero e pareggiammo con la Sampierdarenese per uno a uno con un goal di Rossetti. Il ventisei aprile 1935 Francesco Picone, Segretario Federale di Napoli, cercò di comporre i dissidi interni e di rinsaldare le malconce finanze della Società nominando un Comitato Direttivo composto da Vincenzo Savarese, Achille Lauro, l’ingegner Limoncelli, Domenico Gattinara, Domenico Pellegrini Giampietro e Ugo Grimaldi. Il Comitato era affiancato da un Consiglio composto di sportivi, appassionati e personalità cittadine di spicco. La squadra, in quello scorcio di Campionato, tirava avanti alla meglio; pareggiammo a Torino per zero a zero e vincemmo contro la Lazio per tre a zero ( Sallustro I, Sallustro II e Rossetti) ma perdemmo contro l’Ambrosiana per due a uno (Rivolta). L’incontro con la Triestina, pareggiato per zero a zero, si trasformò invece in una vera e propria rissa che condusse, tra l’altro all’espulsione di Colombari. L’indifferenza del pubblico e degli stessi giocatori accolse il pareggio con il Bologna per uno a uno nell’ultima partita casalinga. La Juventus vinse il Campionato con quaranta quattro punti mentre il Napoli si classificava al settimo posto con ventinove punti su trenta partite, trentanove goal segnati e trentotto subiti. Il venti giugno dello stesso anno la FIGC introdusse la Coppa Italia, una competizione a eliminazione semplice, basata sugli stessi criteri della Coppa d’Inghilterra e della Coppa di Francia. Il torneo si sarebbe svolto a latere del Campionato coinvolgendo sessanta quattro squadre di cui sedici di Divisione Nazionale A, sedici di Divisione Nazionale B e trentadue di Divisione Nazionale C. L’otto giugno, fu acquistato dal Livorno Giovanni Busoni, uno dei migliori centravanti italiani del momento, e con questa novità ci avviammo alla stagione 1935-­‐1936. 31 Fritz Caflish, Bruno Decker, Leopolodo De Lieto e Gioacchino Ruggiero, membri del Consiglio, dovettero rimboccarsi le maniche per riorganizzare la Società e mettere ordine in famiglia, disciplinando compiti e mansioni. L’amarezza di Garbutt
Nacque così l’Unione Sportiva Partenopea, un vivaio di giovanissimi, affidato a Ludovico Pierro; per stimolare la campagna abbonamenti Fritz Caflish, vecchia gloria del volante, propose il sorteggio di una Fiat Balilla fra i primi duemila cinquecento soci. Si fece, insomma, tutto il possibile per riaccendere la passione e l’entusiasmo del pubblico deluso e amareggiato per i risultati della passata stagione, sapendo, tuttavia, che anche la migliore propaganda non poteva prescindere dai contenuti: per fare una squadra occorrevano giocatori! Il Club decise dunque di acquistare l’uruguaiano Uslenghi, centromediano, dal Livorno, Fenoglio, terzino ambidestro, dall’Alessandria, Mosele, portiere, dall’Alessandria, Blecich, terzino sinistro, dalla Triestina e Blasevich, mezz’ala sinistra , dal Palermo. Garbutt, ormai in aperto contrasto con i dirigenti, deluso dalla scialba prestazione della squadra e amareggiato dal disinteresse del pubblico, decise di andarsene, lasciando molti rimpianti e un ricordo indelebile in coloro che lo avevano conosciuto e gli avevano voluto bene. Si trasferì in Spagna per allenare l’Athletic Bilbao, che vinse il Campionato nazionale. Rientrato in Italia nel 1936, dopo un breve passaggio al Milan, fece ritorno al Genoa con cui, escluso il periodo bellico, rimase fino al 1948. Durante la guerra visse anni difficili, durante il suo rientro in Inghilterra fu addirittura incarcerato perché proveniente da un Paese nemico. Sua moglie morì sotto i bombardamenti e sua figlia, Maria Concetta Ciletti, adottata in Italia, non ricevette alcun sostegno da parte delle Istituzioni. Genoa e Napoli cercarono con numerose iniziative di sostenere il loro Mister, collaborando per raccogliere fondi in suo favore. La sua partenza coincise con la fine del periodo aureo del calcio partenopeo. Quando lo rividi per l’ultima volta a Londra, nel 1958, mi raccontò che, lasciando Napoli, aveva pianto di nascosto in un angolo dello scompartimento ferroviario; ricordava con nostalgia le ansie e le gioie di quell’epoca, i clamori della folla napoletana, le tante battaglie vinte e quelle perdute. Si spense a Warwich (Inghilterra) il venti quattro febbraio 1964. Addio, caro, insuperato Maestro! La nostalgia di Ulisse
Willy Garbutt fu sostituito dall’ungherese Kàroly Csapkay, soprannominato rotula d’argento perché sosteneva di essere stato operato per frattura della rotula, sostituita, appunto, con una protesi d’argento. Con il Mister andarono via Vincenzi, Visentin, Stabile, Vojack, Bedendo, Gravisi e Alfieri. Il cinque agosto, ci ritrovammo tutti al Vomero, a parte Ferraris II, definitamente allettato dalle offerte di Juventus e Ambrosiana. Il Napoli iniziò il Campionato schierando in formazione Mosele, Fenoglio, Castello; Colombari, Uslenghi, Rivolta; Sallustro, Buscaglia, Busoni, Rossetti e Venditto. Le partite di collaudo contro il Nemzeti (pareggiata per zero a zero) e contro l’Hask di Zagabria (vinta per sette a due), servirono anche come banco di prova dei nuovi acquisti. Mosele, in porta, era coraggioso e sicuro, anche troppo, forse, poiché abusava di uscite, talvolta spettacolari, sui piedi avversari. Fenoglio era un terzino agile, veloce, dotato di 32 notevole elevazione nel gioco di testa che, purtroppo, morì di tifo nel 1940 all’Ospedale di Alessandria. Ulisse Uslenghi, era un personaggio interessante ma tormentato e introverso che si tolse, la vita al suo rientro in Uruguay. Dotato di una potenza fisica eccezionale, sapeva alternare durezza ed eleganza; amava la musica e la pittura. Ogni tanto si armava, infatti, di tavolozza e pennelli e scompariva alla ricerca di un paesaggio o di un volto che stimolassero il suo estro. A Seiano, prima della competizione con il Torino, lo incontrai sulla terrazza dell’albergo mentre dipingeva un tramonto e fui colpito dalla violenza dei colori; mi disse che al suo Paese i tramonti erano proprio come lui li dipingeva. Busoni, di carattere allegro e spensierato, era un atleta di grandi possibilità e un ottimo cannoniere. Chiudevano la lista Blecich, discreto terzino e Blasevich, un atleta generoso e combattivo giunto ormai al termine della sua carriera. Il nuovo assetto non cambiò la condotta del Napoli che continuò ad alternare cose buone a pessime prestazioni; pareggiammo, infatti, con la Sampierdarenese per due a due, con goal di Rossetti e Venditto (debuttava Innocenti al posto dell’infortunato Castello); vincemmo poi a Brescia per uno a zero ma perdemmo a Bologna per uno a zero tra i fischi del pubblico e le stroncature della critica. Quando tutto sembrava ormai alla deriva, sconfiggemmo prima la Fiorentina per quattro a zero con un goal di Rossetti, uno di Sallustro e due di Busoni, e poi l’Alessandria per tre a due ma perdemmo contro il Torino per uno a zero; nel primo tempo giocavo all’ala destra mentre, nel secondo, ripresi il mio ruolo di terzino. Una partita stregata; prendemmo un goal nel primo quarto d’ora e non riuscimmo più a trovare la forza di reagire, peggiorando la situazione ogni volta che cercavamo di rimontare. Busoni, reo di aver mandato tre volte il pallone oltre la traversa, a portiere battuto, a pochi metri dalla porta, ricevette una multa di trecento lire. Il Comandante
Seguirono una serie di sconfitte, anche clamorose, a parte una vittoria contro l’Ambrosiana che perse per due a tre (Buscaglia, Sallustro e Rossetti) e un pareggio con il Genoa per due a due (Buscaglia e Sallustro); le buscammo, infatti, contro la Juventus per uno a zero, contro la Triestina che mise in rete addirittura sei goal e contro la Lazio che riuscì ad infilarne tre. Csapkay mancava di polso e di comunicativa per tenere a freno una squadra di ragazzi valorosi ma poco maturi, che amavano la bella vita e le piacevoli serate all’Alcazar (oggi Trocadero). La presidenza comminò duecento lire di multa a Colombari, mille a Rivolta e l’intero stipendio al povero Zanni e, forse, per effetto della paura, battemmo il Milan per uno a zero. Il Napoli, nel frattempo, aveva acquistato due argentini, Antonio e Nicola Ferrara, che giocavano all’ala destra e alla mezzala. Erano buoni palleggiatori che praticavano un gioco piuttosto lineare. Antonio, affettuosamente soprannominato “turzillo”, entrò subito nelle simpatie del pubblico. Nonostante questo, il Campionato continuò con lo stesso ritmo deludente; Napoli-­‐
Sampierdarena quattro a due; Brescia-­‐Napoli due a zero; Napoli-­‐Roma uno a due; Bologna-­‐
33 Napoli due a uno; Fiorentina-­‐Napoli due a zero; Napoli-­‐Alessandria uno a zero; Torino-­‐Napoli uno a zero; Napoli-­‐Bari due a zero; Ambrosiana-­‐Napoli quattro a due; Napoli-­‐Genova due a due; Napoli-­‐Lazio uno a due e, infine, Napoli-­‐Juventus due a due con goal di Buscaglia e di Busoni. Il pubblico, divertito, applaudiva le prodezze di Tricoli, scatenato come un leone, che ricevette quel giorno l’elogio di Vittorio Pozzo, uno dei migliori tecnici italiani. Verso la fine del Campionato sconfiggemmo il Milan per uno a zero con un goal spettacolare di Venditto che attraversava un periodo di forma eccezionale; timido e taciturno, il mariglianese, specialista nel saettare a volo la palla dalle posizioni più incredibili, univa un’intelligenza calcistica notevole a doti innate di velocità e di controllo. Vestì la maglia azzurra della Nazionale B contro la Svizzera, contribuendo alla vittoria azzurra (due a zero) con uno dei suoi tiri invisibili di cui nessuno a seguire la traiettoria. In casa azzurra Sallustro e Busoni erano ai ferri corti per il ruolo di centravanti; Csakpay avrebbe potuto utilizzare entrambi, affiancandoli, uno al centro e l’altro all’ala, se fosse stato meno miope calcisticamente parlando. Il quindici marzo 1936, stanco per i risultati scadenti della squadra e amareggiato per i commenti della stampa, Savarese passò il timone nelle mani di Achille Lauro, uno dei personaggi più popolari e controversi del calcio napoletano e delle vicende politiche della città. Nato a Piano di Sorrento il sedici giugno 1887, il “Comandante” è stato nella sua lunghissima vita politico, editore e dirigente sportivo; figlio dell’armatore Gioacchino Lauro, fu a sua volta armatore e fondatore della “Flotta Lauro”, una delle più potenti flotte italiane di tutti i tempi, nonché di un vero e proprio impero finanziario. Come uomo politico fu dotato di forte carisma e addirittura venerato da gran parte dei napoletani, tanto che nelle elezioni comunali del 1952 e del 1956 ottenne circa trecentomila preferenze, quota mai raggiunta prima da un candidato alle elezioni locali; fondò nel 1954, il Partito Monarchico Popolare e fu eletto deputato e capogruppo alla Camera. L’armatore, per far fronte al dissesto finanziario, impose, in primo luogo, un regime di austerità inteso a ridurre le spese allo stretto indispensabile; la sede di Toledo fu, infatti, trasferita in un appartamento di tre stanze, in via De Pretis, e relegata, successivamente, in un modesto locale della Flotta . Il Comandante dovette inoltre fronteggiare l’incubo della retrocessione e il calo d’introiti conseguente al malumore dei tifosi che disertavano lo Stadio; la situazione era a dir poco sconcertante. I debiti ammontavano a 265.982,75 lire (una somma enorme per l’epoca) di cui 115.200,05 per saldi ancora dovuti ai giocatori e 44.500 per insoluti di varia natura. Lauro si rese conto che la pratica di frazionare e ritardare gli emolumenti mensili dei calciatori non giovava certo al loro rendimento e che, di conseguenza, bisognava innanzitutto saldare le loro spettanze; decise quindi di eliminare la pletora di giocatori superflui, stabilendo, tra l’altro, che le retribuzioni dovessero essere commisurate al rendimento agonistico. Csapkay, messo in libertà il trenta maggio dello stesso anno, fu sostituito da Angelo Mattea, proveniente dal Messina, cui, peraltro, Vittorio Pozzo affidò, nel 1936, la preparazione per le Olimpiadi di Berlino della Nazionale Goliardica che superò brillantemente la prova battendo l’Austria per due a uno. Il Comandante dedicò, in seguito, la sua attenzione, agli aspetti amministrativi della Società, preventivando una spesa mensile di quarantamila lire, a fronte delle sessantamila del campionato precedente; le quote di abbonamento della campagna soci 1936-­‐1937 furono stabilite in lire mille per i Soci Benemeriti; lire duecento cinquanta per i Soci Ordinari A (Tribune centrali numerate); lire centocinquanta per le Patronesse A e i Soci Ordinari B (Tribune laterali numerate); lire cento per le Patronesse B e i Soci Aderenti; lire sessanta per la Categoria ragazzi (fino a dodici anni, con diritto a qualsiasi ordine di posto). Furono acquistati Ferrara II, ala destra, Ferrara I, mezzala destra Masera, mezzala ambidestra, dalla Pro Patria, Biagi, mezzala sinistra, dal Pisa, Carella, ala destra, dalla Salernitana, Poggi, ala sinistra, dal Bologna e Da Caprile, centromediano, dal Bari. 34 Il credito di duecentocinquantamila lire che Savarese vantava nei confronti del Club, fu in parte onorato con la cessione di Ferraris II e in parte con un prelievo diretto dalle tasche di Lauro che, a conti fatti, aveva già sborsato trecento mila lire, nella speranza che il Napoli potesse finalmente voltare pagina. Applausi per il Mister
Il primo incontro tra vecchi e nuovi elementi della squadra ebbe luogo allo Stadio del Vomero il dieci agosto 1936; il Napoli schierava in formazione Mosele, Fenoglio, Castello; Colombari, Buscaglia, Rossetti; Ferrara II, Biagi, Sallustro, Masera, Venditto. Tra i rincalzi Ferrara I, Tricoli, Glovi, Da Caprile che faranno spesso la loro apparizione in campo, a seconda delle esigenze di forma, d’infortuni o di squalifiche dei titolari. Cominciammo con un pareggio, a Roma, a reti inviolate. Il tandem d’attacco, era formato, a destra, dai fratelli Ferrara mentre al centro Glovi sostituiva Sallustro; pareggiamo di nuovo a Firenze per uno a uno con un goal di Buscaglia su rigore; perdemmo poi contro la Juventus per uno a zero. Debuttava Biagi, con una prestazione veramente positiva e Sallustro tornava al centro della prima linea; una partita sfortunata. Pareggiammo di nuovo contro la Triestina per uno a uno; gli alabardati partirono come razzi, neutralizzati, tuttavia, dalle prodezze di Mosele; dopo i primi venti minuti Buscaglia riprese le redini del gioco, consentendo tra l’altro a Biagi di segnare ma i triestini pareggiarono. L’incontro con il Genoa, pareggiato per zero a zero, si presenta invece piuttosto spigoloso; Venditto passa a Biagi che punta a rete, supera Agosteo e, atterrato da Genta, rotola nella polvere; Bertolio però nega il rigore mentre il pubblico fischia e si agita minaccioso, scuotendo le inferriate e lanciando oggetti nel campo, con conseguente multa di cinque cento lire per contegno irriguardoso nei confronti dell’arbitro. A Milano giochiamo invece una delle nostre partite più belle per tecnica e stile ma subiamo un goal in zona Cesarin; vinciamo poi contro il Novara per quattro a zero con due goal di Ferrara, uno di Biagi e un altro Colombari. La Lucchese però ferma il nostro slancio superandoci per tre a due in un incontro più simile al pugilato che al calcio, dentro e fuori del campo; Castello dà il meglio di se (anche nel sottopassaggio!) e l’arbitro lo ammonisce, costringendo Lauro a intervenire per evitargli la squalifica. Perdiamo di nuovo contro il Bologna per uno a zero, incassando nei primi minuti un goal a freddo dell’indemoniato Reguzzoni; gli azzurri sbandano e, dopo lo stupore, stringono d’assedio l’area bolognese ma Cerasoli resiste. Il pubblico, amareggiato, critica aspramente il comportamento del quintetto attaccante invocando a gran voce il ritorno di Sallustro, assente ormai da diverse settimane. Volano parole grosse, un ombrello si abbate sul cranio di qualcuno, una signora sviene, gemendo, tra le braccia di un cavaliere premuroso……….. La domenica successiva, Sallustro rientrato in squadra, sigla il nostro due a zero contro l’Alessandria con Venditto che metterà poi in rete il goal della bandiera nella partita contro il Bari, persa per tre a uno; anche a Torino incassiamo tre goal. Rossetti, ex granata, vorrebbe sprofondare per la vergogna, anche se dopo l’incontro i suoi antichi compagni corrono ad abbracciarlo in segno d’affetto. Sallustro e Meazza duellano come ai bei tempi nell’incontro con l’Ambrosiana che vinciamo per due a uno; Ferrara II, sfruttando un corner a nostro favore, batte con tiro teso la palla che, carica di effetto, corre lungo la traversa e termina in rete, lasciando Perucchetti di sasso; Buscaglia raddoppia su rigore. Vinciamo ancora contro il Sampierdarena per due a zero un derby tra città marinare e dunque tra armatori. Lauro, che a Genova è di casa, pretende che si vinca ad ogni costo avendo tra l’altro scommesso una bella sommetta che non intende affatto perdere. Vincemmo, infatti, per due a zero, con un goal di Ferrara II e uno di Rossetti. La domenica successiva affrontiamo la Roma; 35 Ticoli, zoppicante, non riesce a fermare D’alberto che segna con un po’ di fortuna. Il nostro quintetto di punta fa più pena che rabbia. Arriva poi la Fiorentina che incassa un goal di testa di Colombari negli ultimi istanti di una furibonda battaglia; nella porta avversaria debuttava il giovanissimo Innocenti, portiere della terza squadra viola. La Juventus invece ce le suona per due a zero e Castello si fa male scontrandosi con Borel II al quindicesimo minuto del primo tempo. Segnano Borel I e Gabetto, il Manolete del calcio italiano. Pareggiamo con la Triestina per zero a zero ma battiamo il Genoa per uno a zero con un goal di Ferrara II e il Comandante vince così la sua seconda scommessa. Il Milan però ferma la nostra serie positiva, battendoci per uno a zero con un goal di Gabardo alla fine del primo tempo. Grande folla allo stadio partenopeo. I rossoneri sono allenati da Garbutt, la cui presenza amplifica l’attesa; la gente ha occhi solo per il suo beniamino che incede elegante, in completo grigio, con il cappello in testa e l’eterna pipa tra le labbra, suscitando un applauso interminabile. Il Mister accenna un saluto, togliendosi il cappello, commosso dall’ossequio del pubblico e dei giocatori di entrambe le squadre. 6
Il tramonto di Sallustro
Tanti auguri
36 La domenica successiva ci attendeva un altro incontro di fuoco con il Novara in lotta per la retrocessione. Mattea, all’ultimo minuto, mi chiese di sostituire Fenoglio; avevo ricevuto un brutto colpo alla caviglia durante una partita con la Rappresentanza Universitaria ma la gioia di poter vestire ancora una volta la maglia azzurra mi fece passare d’incanto ogni dolore; quella domenica di marzo compivo ventitré anni. Il giorno precedente avevo notato che Beato confabulava con Colombari, Castello e Buscaglia e pensai che stessero per realizzare uno dei soliti scherzi al bravo ma permaloso Natale Masera. La domenica mattina, invece, la squadra al completo irruppe nella mia stanza cantando i tradizionali tanti auguri e Castello, mio compagno di linea, mi consegnò, a nome di tutti, un portafoglio di coccodrillo, augurandomi di poterlo riempire, dopo la partita, con il premio che il Comandante avrebbe elargito in caso di vittoria. Fu un incontro terribile, sotto una pioggia torrenziale che aveva ridotto il campo a un pantano; i novaresi cercavano il successo a tutti i costi. Ricevetti un altro colpo al ginocchio ma strinsi i denti e tirai avanti alla meglio; Mosele parò l’impossibile mentre Buscaglia, Castello e Colombari fecero il resto. All’ultimo minuto, con un volo da un palo all’altro, a portiere battuto, tolsi di testa, dalla rete, una cannonata di Rizzotti. Pareggiammo per zero a zero, al cospetto di un pubblico minaccioso, una partita dura e scorretta, durante la quale, tuttavia, l’arbitro Galeati non si era lasciato intimorire. E noi nemmeno. La domenica successiva battemmo la Lucchese per quattro a due con goal di Ferrara II, Venditto e Rossetti e, in seguito il Bologna per due a uno con goal di Ferrara I; sconfiggemmo poi l’Alessandria per due a zero in un incontro che esaltò le doti del grande Rossetti e superammo il Bari per tre a zero con goal di Sallustro che, la domenica seguente, si ritrovò nuovamente, in un incontro tumultuoso, a duellare con Meazza. Un goal di Rossetti e uno di Sallustro siglarono il pareggio con l’Ambrosiana, con buona pace del balilla. Inopinata débâcle, invece, a Roma dove perdemmo con la Lazio per quattro a zero! Giocammo infine l’ultima di Campionato contro la pericolante Sampierdarenese, sul terreno dell’Ascarelli; i liguri tentarono il tutto per tutto, scatenando una battaglia furibonda, controllata da Dattilo con pugno di ferro. Sfiorammo più volte il successo finché l’astuto e flemmatico Spicah, in contropiede, riuscì a infilare due palloni alle spalle del guardiano partenopeo, salvando la squadra dalla retrocessione. Il Bologna vinse il Campionato per la seconda volta consecutiva; retrocessero invece Novara e Alessandria. Il Napoli era al tredicesimo posto con ventiquattro punti, trentuno goal segnati e trentanove subiti. In Coppa Italia perdemmo nuovamente in casa con la Roma per uno a zero; un confronto penoso cui fece seguito un’immediata reazione della Presidenza che inflisse una multa di mille lire a Rossetti, Colombari e Buscaglia, settecento cinquanta a Sallustro, Masera, Castello e Ferrara II e cinquecento a Biagi, Tricoli, Venditto e Mattea; unico encomio a Giuseppe Fenoglio per la sua gagliarda prestazione. Rocco in azzurro
Lauro riteneva che l’atteggiamento d’insubordinazione nei confronti del Club dipendesse in larga misura dagli “anziani” che la facevano da padroni, fomentando, tra l’altro, i nuovi venuti; bisognava dunque svecchiare. Non avvezzo alle mezze misure, il Comandante mise subito in pratica il suo convincimento liquidando Sallustro, Colombari, Rossetti, Ferrara II, Ferrara I e Masera e procedendo all’acquisto di forze nuove quali Filippo Prato, mediano ambidestro, dal Torino, Nicola Nicolosi, ala sinistra, dal Catania, Nicola Riccardi, mediano sinistro, dal Palermo, Giuseppe Gerbi, centravanti, dal Messina, Corrado Tamielli, terzino sinistro, dal Venezia, Nereo Rocco mezz’ala sinistra, dalla Triestina, Germano Mian, ala destra, 37 dalla Triestina, Mario Pretto, mediano ambidestro, dallo Schio e Mario Guerrini mezz’ala ambidestra, dall’Atalanta; Mattea fu riconfermato allenatore. L’iscrizione dei nuovi soci, più cara rispetto all’anno precedente, prevedeva le seguenti tariffe: Soci Benemeriti lire mille, ordinari A trecento, Patronesse A duecento, Soci Ordinari B centocinquanta, Patronesse B e Soci Aderenti cento, signore ottanta e ragazzi fino a dodici anni sessanta. Il primo agosto la carovana azzurra si trasferì a Sant’Agata sui Due Golfi, in romitaggio, per affiatarsi con i nuovi arrivati e caricarsi in vista dei prossimi cimenti. Tra noi c’era anche Paolo Innocenti, addetto all’accompagnamento della squadra in qualità di consigliere aulico per volere di Lauro che lo aveva in simpatia. Del vecchio Napoli, a parte il sottoscritto, rimanevano Buscaglia, Castello, Busiello e Zanni. Prato era un atleta ben piantato, forte, di statura regolare, molto socievole; aveva una facilità straordinaria a ricoprire più ruoli e giocava indifferentemente nella mediana e in attacco. Insieme facemmo coppia di terzini contro l’Ambrosiana in Coppa Italia; Gerbi, elegante e sottile, si muoveva come un ballerino, veloce e armonioso. Era nato a Cecina, in Toscana, e per non smentirsi, quando cominciava a parlare, c’incantava tutti; gli teneva testa solo Nereo Rocco, uno dei più grandi personaggi che abbiano mai calcato i campi di gioco, intelligente e dotato di un fisico eccezionale. Amava il calcio e la vita ed era sempre pronto a scherzare, gareggiando con Beato e Mian. Un giorno quest’ultimo raccontava di essere stato falegname prima di cominciare a giocare e Nereo non si fece sfuggire l’occasione di prenderlo, sia pure garbatamente, un po’ in giro. “Si dice artista del legno, caro Germano; tu sei un discepolo di San Giuseppe”. “ Ma come ti viene ……..”, rispose imbarazzato Mian. “E poi di che t’impicci?”. “Mah”, replicò Rocco. “Siamo compaesani e ci tenevo a farti fare bella figura”. La scommessa di Mian
La preparazione vera e propria iniziò il diciannove agosto all’Ascarelli; il cinque settembre, a ranghi incompleti, pareggiammo un’amichevole contro il Messina. Alla vigilia del Campionato, che iniziava il dodici settembre, incontrammo il Bologna con Glovi in sostituzione di Gerbi che si era ammalato. Il Napoli scese in campo con Mosele, Fenoglio, Castello, Riccardi, Buscaglia, Tricoli, Mian, Prato, Glovi, Rocco e Nicolosi ma la formazione non era ancora affiatata e, nel primo tempo, subimmo tre reti, riscattate nella ripresa da un goal di Prato e due di Glovi; niente da fare invece per Rocco, quasi azzoppato, e costretto a segnare il passo. Poi tocca alla Triestina; Spanghero e Loschi vengono a salutare Rocco (che non giocherà) e Mian, scommette, tra il serio e il faceto, che il “pazzo volante” non toccherà palla né vedrà la via della porta. Sul campo si scatena una battaglia senza esclusione di colpi; Riccardi interpreta troppo letteralmente il ruolo di angelo custode di Colausig e l’arbitro espelle entrambi; Mian, sorvegliato speciale, gigioneggia in attesa del momento favorevole e, appena si presenta l’occasione, bussa due volte alla porta avversaria, come il postino di felice memoria, tra la costernazione dei suoi ex compagni, vincendo la scommessa contro il baluardo triestino; Gerbi segna il terzo goal e portiamo a casa un netto tre a zero. A Roma, invece, perdiamo per due a uno; Da Caprile sostituisce Riccardi mentre Prato si fa squalificare e Gerbi segna l’unica rete azzurra. Pareggiamo poi con il Milan per uno a uno; Pretto debutta a centromediano e Guerrini a mezzala sinistra; Glovi si fa espellere dopo aver ricevuto un calcione da Gianesello. Scarpi, direttore di gara, fa onore al suo nome e arbitra davvero con i piedi! Perdiamo contro la Juventus per due a uno, nonostante un goal di Prato, riscattandoci però a Firenze con tre goal di Nicolosi, Mian e Biagi; Pretto riceve una botta a 38 una caviglia ma resiste fino all’ultimo minuto; con un autogoal di Castello e uno di Meazza perdiamo per due a uno (Nicolosi) contro l’Ambrosiana. Tra gli avversari c’è Ferrara II, il popolare “Turzillo” che si fa voler bene anche a Milano. In casa azzurra le cose volgono al peggio; dissensi e beghe personali non giovano, infatti, all’armonia della squadra. La stampa critica aspramente lo scarso senso di responsabilità dei giocatori inversamente proporzionale ai loro guadagni, proponendo di sostituirli con giovani del calibro di Busiello, De Nicola, Tricoli, Glovi, Zanni e Benardelli che da mesi aspettano in panchina. E, nel frattempo, Mattea, chi sa perché, s’intestardisce a chiudere la squadra in difesa. Ospedale da campo
Bisogna dire, a onore del vero, che anche la sfortuna, in quel momento, si accaniva contro di noi; gli arbitri incappavano sempre in giornate infelici, sviste clamorose e papere monumentali. Mastellari, per esempio, sanzionò a Livorno un rigore che fece ridere perfino il pubblico amaranto e costò l’espulsione di Riccardi; terminammo in dieci la partita perdendo per uno a zero. Un giorno, mentre andavo all’allenamento, Castello mi confidò di essere davvero stufo della situazione, al punto di voler smettere di giocare. Evocava altri tempi, altri uomini, una morale e una dignità sportiva diverse da quelle attuali; ricordava di essere stato per anni nelle riserve, al mio fianco, perché in prima squadra giocavano personaggi di fronte ai quali bisognava togliersi il cappello. “Oggi, invece, tutto è diventato difficile”, diceva. “Ci sono dei momenti in cui ti mettono in condizione di fare certe figure che vorresti davvero nasconderti”. Pareggiamo per due a due con i grifoni di Garbutt, a Genova, dove veniva giù una piacevole acquerugiola che, dopo il goal di Servetti, si trasformò in una doccia gelata; Glovi però, raccogliendo un suggerimento di Rocco, pareggiò i conti dopo qualche minuto con un goal di rara potenza; il Genoa replicò con Scarabello, tornando in vantaggio; la pipa del Mister cominciò a sbuffare come un caminetto fino a quando Rocco, dopo una formidabile respinta di Castello, pareggiò di nuovo le sorti dell’incontro. La pipa si spense, ma, nel sottopassaggio, Garbutt confessò di essere felice per i napoletani che portava sempre nel suo cuore. La stampa, nonostante il pareggio, non risparmiò le critiche: troppi infortuni! Il Club sembrava un ospedale da campo piuttosto che una squadra di football; che cosa avevano Gerbi, Tamietti, Nicolosi e tutti gli altri ammalati? Andammo a Bergamo, per incontrare l’Atalanta e, con l’occasione, si decise, finalmente, di far visitare Gerbi dal Professor Donati che diagnosticò una frattura del menisco. Il responso, tuttavia, fu prontamente ignorato da tutti, Gerbi compreso, nonostante l’autorevolezza dell’illustre clinico. In campo medico, infatti, a differenza di quanto avviene in altre professioni, chiunque sente il dovere di esprimere opinioni non richieste e, generalmente, infondate. L’Atalanta, in ogni caso, segnò due goal e il Napoli fu relegato in romitaggio a Cava dei Tirreni, sotto la guida e il controllo tecnico di Ludovico Pirro, fiduciario di Lauro, che aveva il compito di “mettere a punto” la sregolata condotta della squadra. Unica consolazione per il sodalizio partenopeo fu la convocazione del mediano Riccardi agli allenamenti della Nazionale. La domenica successiva vincemmo contro la Lazio con un goal di Venditto che lasciò Piola e Busani a bocca asciutta. 39 Mister “Piluscio”
Non avemmo il tempo di assaporare la gioia della vittoria poiché la morte di Gianni Terrile, pioniere e animatore del calcio partenopeo, giunse a funestare di nuovo la famiglia sportiva partenopea. Dopo aver battuto il Palermo per due a zero in Coppa Italia riprendemmo gli incontri di Campionato pareggiando per due a due con la Lucchese –Napoli grazie a due sventole di Venditto; incontrammo poi il Liguria (nato dalla fusione della Sampierdarenese e dell’Andrea Doria), vincendo per tre a due, con un goal di Glovi e due di Gerbi. A proposito di questa partita e della situazione sanitaria del Napoli, nel commento del martedì sul “Corriere di Napoli” Mario Argento scrisse testualmente che “Il Napoli è una nave ospedale, ma fa ugualmente il suo dovere”. Nuova parentesi di Coppa Italia; la Roma venne a Napoli schierando in formazione Maselli, Monzeglio, Gadaldi, Frisoni, Bernardini, Donati, Mascheroni, Mazzoni, Michelini, Scaramella e Borsetti. Io giocavo nel mio ruolo abituale di terzino accanto a Fenoglio con Sentimenti in porta; Riccardi, Buscaglia, e Prato erano schierati sulla mediana mentre Mian, Biagi, Rocco, Glovi e Venditto formavano il quintetto d’attacco. Il derby fu una delle più belle partite della stagione. Dopo appena un minuto Fenoglio ci regalò un autogoal pareggiato da Rocco al quindicesimo minuto cui rispose Michelini, al quattordicesimo della ripresa, segnando il secondo goal della Roma. Il vantaggio fu annullato da Mian, dopo sei minuti e andammo ai supplementari. Il Napoli è davvero scatenato in quella grigia giornata d’inverno; Rocco e Monzeglio si danno aperta battaglia mentre la folla, con i giornali distribuiti all’ingresso, accende migliaia di fiaccole che formano un cerchio di fuoco intorno al rettangolo di gioco. Biagi, in possesso della palla, dopo una rapida triangolazione con Riccardi e Mian, segna nel primo tempo supplementare; poi la prima linea azzurra scende a valanga facendo barcollare la difesa romanista. Rocco sta per saettare ma è atterrato da Gadaldi e l’arbitro Scorzoni non esita a sanzionare il rigore e non esita nemmeno Buscaglia che, con una secca legnata, mette in rete il quarto goal! La domenica successiva, tuttavia, perdiamo per tre a uno con il Bari. Lauro esonera Mattea, sostituendolo con Eugenio Payer, un ungherese piuttosto simpatico anche se non molto loquace, vestito con una certa cura, che indossava sempre un soprabito blu e un cappello di pelo lucido che gli valse immediatamente l’appellativo di “piluscio” affibbiatogli dal solito Beato. Le cose, tuttavia, non migliorarono affatto. All’insegna di una certa fobia arbitrale nei nostri confronti, pareggiammo, infatti, a Torino per uno a uno, con un goal di Gerbi; nei quarti di finale della Coppa Italia perdemmo per due a zero contro l’Ambrosiana subendo un goal di Meazza e un altro di “Giuanin” Ferrari; in quell’occasione giocavo in difesa con Prato. Pareggiammo, in seguito a Bologna per uno a uno (Mian) e, finalmente, vincemmo a Trieste per tre a zero; a Roma ci aspettava invece di nuovo un pareggio in conseguenza di un altro autogoal seguito da un goal di Frisoni. Durante l’incontro Gerbi, che nessuno aveva toccato, si accasciò al suolo urlando di dolore: la diagnosi del Professor Donati si confermava nel momento peggior; continuammo a batterci pensando di aver perso l’uomo goal quando Venditto, con due tiri fulminanti che ci riportarono in pareggio, smentì le previsioni. La domenica successiva perdemmo contro il Milan per tre a uno ma pareggiammo poi con la Juventus per uno a uno; Scarpi, confermando la sua pedestre vocazione, rifiutò, infatti, di annullare un goal di Gabetto, in chiarissimo fuori gioco, ma Prato s’incaricò di pareggiare; Payer, chi sa perché, aveva deciso di far giocare Buscaglia a centravanti. Vincemmo a Firenze con tre goal di Mian, Prato e Venditto e pareggiammo con l’Ambrosiana per uno a uno, con un goal di Buscaglia su rigore, e contro il Livorno con lo stesso risultato grazie a un goal di 40 Venditto; perdemmo poi contro il Genoa per due a uno (Biagi); Gerbi, tornato in campo contro l’Atalanta, segnò il goal della. Pareggiamo ancora per zero a zero contro la Lazio, il Liguria e il Torino e vincemmo contro la Lucchese per due a uno con goal di Venditti e Buscaglia, e contro il Bari per uno a zero con un goal di Gerbi. Che sudata, ragazzi! L’Ambrosiana era campione d’Italia e noi al decimo posto con ventotto punti, trenta sette goal segnati e trenta quattro subiti. Nuove speranze
Lauro, a dir poco contrariato, decise di cedere Mosele, Nicolosi, Da Caprile, Glovi, Guerrini e il caro, indimenticabile Ciott. Acquistò, invece, Piccini, Braglia, Romagnoli, Fabbro, Mangolini, Pipan, Negro e Gramaglia, confermando Eugenio Payer allenatore. Gli azzurri d’Italia vinsero, nel frattempo, il Campionato Mondiale a Parigi battendo l’Ungheria per quattro a due. Il ricordo dei nuovi arrivati è ancora vivo nella mia memoria sia per la loro schietta personalità che per la loro classe calcistica. Come dimenticare Achille Piccini, centromediano olimpionico a Berlino, generoso e polemico nello stesso tempo? Come non ricordare il giovane Fabbro, gentile e corretto sul campo e nella vita, a dispetto della sua stazza da gigante? La prima volta che vidi Gramaglia, con i suoi capelli rossicci e il vestito marrone, mi fece pensare ad un sigaro acceso; era un giocatore di rara furbizia e intelligenza, duro come una roccia, che sapeva calcolare al millimetro lo spazio a sua disposizione, dotato, peraltro, di un appetito formidabile. Raccontava Pippone che durante una trasferta in treno, era riuscito a ingollare, per scommessa, quaranta panini farciti! Italo Romagnoli che ricordava Buscaglia e, come lui, poteva ricoprire qualsiasi ruolo, con classe, naturalezza e talento acrobatico, è stato, a mio avviso uno dei più grandi atleti che il Napoli abbia mai avuto; Alfonso Negro, olimpionico a Berlino, era un giocatore di classe, brioso e spumeggiante, ma anche colto e romantico come un cavaliere d’altri tempi. Declamava versi, ogni tanto, alla maniera di Cirano de Bergerac, interrotto dalle prosaiche proteste di Beato che mettevano fine alla sua ispirazione. Il quindici luglio1938 ci ritrovammo in romitaggio a Sant’Agata sui Due Golfi, ospiti della pensione Jaccarino. La preparazione cominciò con qualche partitella di assaggio per provare la formazione standard che debuttò all’Ascarelli l’undici settembre, pareggiando contro la Roma per zero a zero. In campo erano schierati Sentimenti, Fenoglio, Castello, Prato, Piccini, Riccardi, Mian, Romagnoli, Negro, Rocco e Venditto, A Napoli vincemmo contro il Novara per due a uno, con goal di Negro e Venditto, ma pareggiammo a Milano per zero a zero; Prato sbagliò un rigore e Mian si ruppe una clavicola. “Forza Germano, se si rompe ancora, ne mettiamo una di legno!”, suggerì Rocco per rincuorare il compagno. Il successivo pareggio con il Liguria per zero a zero scatenò le prime critiche; partita abulica, povertà di gioco, scarsa forza di penetrazione negli attaccanti, necessità di un sistema di gioco più veloce…..Quanti maestri! E, a proposito d’insegnamento, la Federazione Elvetica introduceva, proprio in quei giorni, l’insegnamento del calcio nelle scuole. Il malumore serpeggiava tra gli azzurri quando perdemmo contro la Juventus per uno a zero; Buscaglia, passato alla vecchia signora, dominava il centro campo. Poi, finalmente, vincemmo contro la Triestina per due a zero, con un goal di Negro e uno di Romagnoli; Tricoli giocava come mediano sinistro con Poggi all’ala, mentre Rocco e Venditto restarono in panchina. A Lucca pareggiammo per due a due ma solo grazie al talento di Sentimenti II in vena di prodezze; Piccini e Biagi erano scesi in campo febbricitanti e a nulla valse l’invito di Payer a farsi sostituire perché i due toscani ci tenevano a giocare. Piccini, cui piaceva 41 scherzare, rassicurò l’allenatore sostenendo che se gli avversari si fossero avvicinati troppo ai malati avrebbero rischiato un’infezione letale…… Negro, tanto per complicare le cose, ricevette un brutto colpo ma continuò, zoppicante, a battersi con coraggio; Romagnoli e Prato s’incaricarono di segnare. Sentimenti, tuttavia, non riuscì a impedire, la domenica successiva, la vittoria per uno a zero del Modena, dove, ironia della sorte, giocava, tra i pali, suo fratello Sentimenti IV, più volte, in seguito, portiere della Nazionale italiana. Lo stadio partenopeo, purtroppo, fu preso d’assalto ed espugnato da un manipolo di scalmanati privi d’ogni senso di dignità civica e sportiva. La Presidenza reagì alla sconfitta appioppando una multa di mille lire a Riccardi, Piccini e Romagnoli, di cinquecento a Pretto e di trecento a Venditto e Poggi mentre Prato, cui si rimproverava di essere venuto meno ai suoi compiti di capitano, fu sostituito da Castello. Le riserve, vittoriose contro la Lazio, ricevettero, invece, un premio di mille lire. La collera del Toro
Il momento era certamente tragico e la squadra sembrava ormai alla deriva. Mancava un allenatore dal polso fermo; c’era ruggine tra i ragazzi e volavano spesso parole grosse suscettibili di degenerare in vie di fatto. Durante una lite Nereo Rocco mandò al diavolo tutti e piantò la squadra in asso ritirandosi a vita privata. Castello era davvero furibondo e la collera del toro poteva essere pericolosa, considerata la sua forza fisica davvero impressionante di cui nessuno poteva dubitare dopo che un giorno, per scommessa, si era caricato sulle spalle un sacco di cemento di un quintale con cui aveva salito e ridisceso le gradinate dell’Ascarelli per cinque volte consecutive! In un’altra occasione, a seguito di un’animata discussione con alcuni dei colleghi più giovani e strafottenti, mancò poco che non si scatenasse davvero; per fortuna, proprio mentre stava perdendo i lumi della ragione, riuscì a sfogare la sua rabbia frantumando con la testa una porta dello spogliatoio; calò il silenzio fino a quando Fabbro, uno dei più valorosi tra gli azzurri, si alzò e gli chiese scusa. Povero Fabbro! Morì vittima della guerra, durante uno spaventoso bombardamento. Aveva soltanto ventitré anni e tanta gioia di vivere. Il derby Roma-­‐Napoli, al Testaccio, terminò con un pareggio; gli azzurri passarono subito in vantaggio con due goal di Biagi nel primo tempo ma furono raggiunti dalla Roma con un goal di Serantoni e uno di Subinaghi; la gara vide un fantastico duello tra Bernardini e Romagnoli che si confermò ancora una volta come uno dei grandi del calcio italiano; a terzino, nella Roma, giocava un altro grande indimenticabile gladiatore, lo scomparso Ferraris IV, epico protagonista di un famoso incontro internazionale contro l’Inghilterra che sfortunatamente perdemmo per tre a due. La domenica successiva perdemmo per tre a due contro il Torino; la forma imperfetta di Gerbi e Mian, inattivi fin dall’inizio del Campionato per infortuni, toglieva mordente al quintetto di punta. A dicembre, Rocco tornò finalmente all’ovile; vincemmo per uno a zero contro l’Ambrosiana, (Venditto), ma perdemmo per tre a uno (Romagnoli) contro il Genoa. In Coppa Italia non riuscimmo a spuntarla contro l’Ambrosiana, pareggiando prima per uno a uno e perdendo poi per uno a zero. L’ira di Achille
42 Alla ripresa del Campionato pareggiammo con il Bari per uno a uno (Rocco) ma perdemmo a Livorno per due a zero, per poi farci travolgere dai sei goal del Bologna durante una partita da oratorio: un autentico tracollo! L’ira di Achille raggiunse il colmo; Presidenza e Consiglio minacciarono di lasciare la squadra in balia di se stessa, sospendendo, tra l’altro gli stipendi mentre la stampa e i tifosi erano inviperiti contro Lauro, De Rosa, Payer, e, naturalmente, contro la squadra. Il Comandante reagì licenziando Prayer, sostituito da Paolo Iodice, lustro e vanto dell’atletismo nazionale. Si ordinò ai giocatori di prendere dimora al Vomero, per controllarli più facilmente, affidando la sorveglianza a Ludovico Pirro in veste di cerbero; Amedeo D’Albora, nota figura di sportivo, fu incaricato di seguire la squadra nelle trasferte e nelle competizioni. Pareggiammo con la Lazio a reti inviolate; Sentimenti, sempre in vena di miracoli, parò perfino un rigore del grande Piola mentre Tamietti si fece male e passò all’ala; Romagnoli, invece, dimostrando la sua vocazione di terzino, arretrò in difesa per marcare Piola che, infatti, non riuscì a spuntarla. Continuammo con risultati alterni: Novara-­‐Napoli zero a zero; Napoli-­‐Milan uno a zero (Rocco); Liguria-­‐Napoli due a zero; Napoli-­‐Juventus quattro a uno, con goal di Piccini e Rocco e un raddoppio di Mian; Triestina-­‐Napoli zero a zero; Modena-­‐Napoli due a uno (Rocco); Napoli-­‐Roma uno a zero (Paone) e, infine, Napoli-­‐Torino zero a zero. Dopo questa incerta galoppata invernale attraverso campi gelati e acquitrinosi, giunse infine la primavera; a Pasqua si giocava a Milano, contro l’Ambrosiana, campione d’Italia. La carovana azzurra, sbarcata all’Hotel Rosa, trascorse la domenica Santa in un clima di ansia e di speranza; Biagi, Piccini e Zanni scommettevano l’aperitivo giocando alla carta più alta, Beato scriveva una montagna di cartoline mentre nel bel sole di primavera, i colombi tubavano e la gente indugiava per le strade meneghine. Allo stadio c’era una folla curiosa venuta a godersi lo spettacolo che si trasformò subito in cavalleria rusticana: “A te la mala Pasqua”, grida il piede di Zanni al venticinquesimo del primo tempo, ma il pallone batte violentemente contro il palo sinistro e rimbalza in campo. I meneghini perdono il buon umore. Mian ha il diavolo in corpo e Rocco spara dinamite sulla porta avversaria che cede due volte; Barsanti accorcia le distanze ma il risultato non cambia e siamo i primi in Campionato ad aver espugnato il campo dell’Ambrosiana. Vinciamo ancora contro il Genoa per due a zero con goal di Zanni e Mian e pareggiamo a Bari, per uno a uno (Biagi). L’atmosfera è triste perché Cesare Grossi è morto in Albania, vittima di un incidente. Venditto, Mian e Biagi, infine, segnano contro il Livorno che riesce, tuttavia, a mettere in rete il goal della bandiera. La squadra finalmente funziona e D’Albora, in odore di portafortuna, trabocca di felicità. A maggio, durante un’amichevole con la Bagnolese, facciamo conoscenza con Banfi, oriundo dell’Uruguay, giocatore valente, che segna l’unica rete. Batosta a Bologna, invece, dove perdiamo per quattro a zero, e pareggio per zero a zero contro la Lazio. Anche per quest’anno, è finita; il Bologna si aggiudica lo scudetto mentre il Napoli, a pari punti con Roma e Liguria, termina, in base alla regola del quoziente reti, al settimo posto, con trentuno punti, trenta goal segnati e trentacinque subiti. Durante i preparativi per il Campionato 1939-­‐1940 ci lasciano Tamietti, Piccini e Poggi. Prayer è sostituito da Baloncieri, allenatore del Liguria, considerato uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi al pari di Meazza e Mazzola. Con lui l’Italia vinse la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam nel millenovecentoventotto, ottenendo il primo risultato di prestigio a livello internazionale. Acquistiamo Cassano, Quario, Rossellini e Pastorino e inizia anche la Campagna Soci. Le quote di abbonamento sono maggiorate di cinque lire; quell’anno, la F.I.G.C. stabilì l’applicazione di un numero sulle maglie dei giocatori per migliorarne l’identificazione. 43 La formazione azzurra, presentata al pubblico il tre settembre 1939 in un incontro sul terreno dell’Ascarelli contro la Lazio, che vinse per due a uno, comprendeva Sentimenti, Fenoglio, Castello, Pastorino, Turchi, Prato, Rossellini, Biagi, Quario (Romagnoli), Rocco e Venditto. La domenica successiva, restituimmo la visita della Lazio perdendo nuovamente, a Roma, per uno a zero su rigore; Castello s’infortunò gravemente al ginocchio. Iniziammo il Campionato con una vittoria contro il Bari, sconfitto per uno a zero e il Liguria, che perse per tre a due, subendo un goal di Biagi e una doppietta di Quario ma poi perdemmo contro la Triestina per due a zero, scatenando i soliti malumori e Turchi, ammonito per scarso rendimento, ne fece per primo le spese. La stampa si chiedeva cosa mai avesse in testa Balonceri che in cinque partite aveva schierato cinque linee attaccanti differenti! Con un tempo da lupi e il campo trasformato in una vasca da bagno riusciamo poi a vincere poi contro il Modena per uno a zero; Mian danzando sotto la pioggia come una libellula infila la palla nella rete modenese, accompagnata da un grumo di fango e una scarpa. Perdiamo in seguito contro il Torino per uno a zero ma ci rifacciamo con la Fiorentina superata per due a uno; Sentimenti è distratto e Frigo ne approfitta per segnare ma il ciuccio, ragliando di dolore, scalcia due volte in rete per opera di Quario e Rosellini. Contro il Genoa tutto lasciava sperare per il meglio dopo l’allenamento con il Trigullio ad Arenzano ma Balonceri s’intestardisce in una tattica strettamente difensiva e perdiamo per due a zero, con buona pace del catenaccio; stessa tattica e stesso errore con il Milan con cui perdiamo di nuovo per quattro a uno! I giocatori, che non hanno ben capito il metodo del Mister, polemizzano tra loro: tu dovevi marcare quello, io quell’altro….perché ti sei fermato in quell’azione, perché, perché…... Lauro scaglia fulmini e tuoni sotto forma di multe e di minacce ma perdiamo ancora contro la Lazio per due a zero, subendo per giunta l’espulsione di Cassano; vinciamo finalmente contro il Novara per due a uno con goal di Quario e di Prato, e pareggiamo (Venditto) contro il Bologna per uno a uno e contro la Juve per zero a zero; debuttava tra i pali il povero Eriberto Braglia che morì di tifo a soli ventuno anni. Non abbiamo fortuna neppure con il Venezia che riesce a infilare due goal nella nostra rete, lasciandoci a bocca asciutta. Il girone di andata termina con il Bologna capolista e il Napoli al penultimo posto con dieci punti, dieci goal segnati e ventiquattro ricevuti. Si riprende con un pareggio, a Bari, per uno a uno con un goal di Rosellino segnato dopo l’espulsione di Mian all’ottavo del secondo tempo; perdiamo invece contro il Liguria per due a zero, contro l’Ambrosiana per uno a zero e contro la Roma per uno a zero, riscattandoci però a Trieste (tre a uno) e a Modena (zero a zero). A febbraio, Luigi Castello decide di andarsene. Che brutta giornata! Era stato mio compagno di linea nella squadra riserve, dove, nonostante le sue qualità, aveva fatto anticamera per anni. Nutrivo nei suoi confronti un debito di gratitudine e di affetto perché mi aveva guidato e insegnato le astuzie del mestiere, proteggendomi, anche moralmente, nelle tante battaglie combattute insieme su tutti i campi d’Italia. Prima di partire m’invitò per salutarmi con sua moglie Bruna e, al momento del commiato, mi consegnò un astuccio di cartone avvolto in un giornale chiedendomi di aprirlo quando fossi giunto a casa; conteneva una marina napoletana di Casciaro, avvolta nel Corriere di Napoli del primo marzo 1939 dove campeggiava la notizia della sua partenza accompagnata da un biglietto. “Auguri per i tuoi ventisei anni! Ti vogliamo bene. “Ricordaci sempre”. Vojack “Mister”
44 Durante il nostro soggiorno al Sitea in attesa di batterci con le riserve del Torino vedemmo comparirci davanti Willy Garbutt con un pacco alla mano. Il Mister ci salutò con affetto congratulandosi con Sentimenti che era diventato padre di una graziosa bambina. “Per la tua femminuccia”, gli disse, porgendogli il dono prima di girare sui tacchi e scomparire oltre il portone. Inaugurando una breve serie positiva riuscimmo a sconfiggere il Torino per tre a uno con goal di Quario, Romagnoli e Biagi, la Fiorentina per due a zero e il Genoa per tre a uno ma perdemmo poi contro il Milan per tre a uno; pareggiammo invece con la Lazio e il Bologna per uno a uno (Quario) e vincemmo contro il Novara per uno a zero (Biagi); perdemmo di nuovo contro la Juventus, per due a uno, sfiorando così l’orlo dell’abisso. A un passo dalla serie B, con un guizzo da giocoliere, battemmo il Venezia per due a zero, riuscendo fortunosamente a salvarci dalla retrocessione. L’Ambrosiana vinse il Campionato e noi terminammo al quattordicesimo posto con ventiquattro punti, ventisei goal segnati e quarantuno subiti. Lauro, stanco di sborsare inutilmente quattrini, lasciò il timone a Gaetano Del Pezzo che assunse la carica di Commissario Straordinario nel giugno del 1940. Il Campionato, a causa dell’entrata in guerra dell’Italia, iniziò il sei ottobre con stipendio dimezzato per i giocatori durante il periodo di ferie. Il Napoli acquistò Busani, Milano e Barrera dalla Lazio, Cappellini e Candregari dal Bari e Monsellato, dal Molfetta. Antonio Vojak, volto noto e caro al pubblico partenopeo, assunse il ruolo di allenatore, affiancato da Vecchina, altro grande giocatore della Juventus, con il compito di curare le squadre minori e creare un vivaio di giovanissimi; Baloncieri tornò al Liguria, Romagnoli alla Lazio e Prato al Battipaglia. La formazione definitiva comprendeva dunque Sentimenti, Braglia, Pipan (portieri), Fenoglio, Cassano, Monsellato (terzini), Pretto, Milano, Tricoli, Gramaglia, Pastore (mediani), Busani, Cappellini, Quario, Cadregari, Biagi, Rosellini, Negro, Venditto e Zanni (attaccanti). Il ventisei agosto ci ritrovammo dunque al Vomero agli ordini di Vojack. Avevamo una gran voglia di correre e di sgambettare anche se qualcuno mancava all’appello; Giuseppe Fenoglio era, infatti, morto di tifo all’alba di quel giorno presso l’Ospedale Civile di Alessandria. Incredibile, assurdo! Avevamo ancora negli occhi la visione del grande fazzoletto bianco che gli bendava la fronte quando scendeva in campo; Sentimenti, Cassano e Quario, in rappresentanza del Napoli, portarono il gagliardetto azzurro ai suoi funerali. Addio Beppe! Se ne andava così, a soli trentuno anni, un amico e compagno di tante avventure calcistiche, di tante ore liete e spensierate; per sostituire una perdita così grave si prese in prestito dalla Lazio il terzino uruguaiano Faotto. 7
Le macerie dell’Ascarelli
45 Non ti pago!
Il Napoli acquista ma non paga. La Federazione ammonisce il Club azzurro e fissa al dieci settembre il termine ultimo per onorare gli impegni pena l’estromissione dal Campionato; debuttammo, nonostante tutto, il nove settembre al Torneo Italo Balbo, vincendo contro la Sangiovannese per nove a zero; il giorno seguente però un altro lutto funestava la famiglia azzurra: morì, infatti, all’Ospedale Militare di Napoli, il giovanissimo portiere partenopeo Eriberto Braglia, anche lui di tifo! L’undici settembre il C.O.N.I. nominò Presidente l’Avvocato Tommaso Leonetti confermando l’incarico di commissario tecnico a Gaetano Del Pezzo. Il Napoli affrontava il torneo di massima divisione schierando in formazione Sentimenti, Faotto, Pretto, Gramaglia, Fabbro, Milano, Busani, Cappellini, Barrera, Quario, Rossellini. Iniziammo subito con un paio di batoste prima contro il Milan (quattro a zero) e contro la Fiorentina (due a zero) esibendo una difesa di carta velina; riuscimmo poi a pareggiare con la Lazio (uno a uno) con un goal di Quario e con la Juventus, per due a due, con goal di Milano e di Busani; Pretto e Galbetto però si fecero espellere dall’arbitro Pizziolo e Quario fu squalificato per due domeniche mentre il Club incassava una multa di mille lire. Vincemmo poi contro il Genoa per due a uno con un tiro micidiale di Barrera e uno di Rosellini e pareggiammo con ben quattro goal per ciascuno contro il Bologna offrendo, finalmente uno spettacolo attraente e ricco di emozioni. Barrera apre la giostra ma Puricelli pareggia di testa; poi è la volta di Rosellini che mette a segno due staffilate; Reguzzoni accorcia le distanze ma Andreoli pareggia e Rosellini ci porta di nuovo brevemente in vantaggio fino al successivo pareggio di Reguzzoni. Che partita, ragazzi! La nostra difesa, tuttavia, dopo la morte del povero Braglia, è davvero sguarnita e Sentimenti, da solo, non può fare miracoli. La Presidenza decise allora di acquistare dalla Lazio il portiere Blason; vinciamo a Novara per due a zero ma perdemmo per uno a zero contro l’Ambrosiana e il Livorno e contro la Triestina per due a zero. E così via, sempre con il cuore in gola, tra alti e bassi, partite piacevoli e scontri drammatici, come quello con la Lazio perso, a Napoli, per uno a zero; la gara fu sospesa al trentottesimo del secondo tempo per un’invasione di campo che ci costò la squalifica, una multa di cinquecento lire e la sospensione di Evaristo Barrera. Finimmo così all’ottavo posto, con trenta punti, quarantuno goal segnati e quarantotto ricevuti; retrocessero il Bari e il Novara mentre il Bologna vinse lo scudetto. Le nostre amarezze non facevano che cominciare; il successivo Campionato fu, infatti, quello della retrocessione. In ossequio a utopiche velleità nazionalistiche che riflettevano il clima della tragedia in atto, il Club commise errori fatali, cedendo giocatori di classe, considerati anziani o stanchi, in cambio di brocchi. Molti di noi, in ogni caso, erano già partiti per i fronti di guerra. Verso la fine del 1940 Biagi, Negro, Zanni ed io eravamo disseminati tra Grecia e Libia. Il Napoli affrontò il Campionato con una nuova formazione, acquistando Berra, Meanti, Menti, Paoletti, Verrina, Dugini e Solbiati e cedendo Rosellini, Quario, Cappellini, Faotto, che tornò alla Lazio, e Pipan che andò in prestito allo Stabia. Restarono Sentimenti, Blason, Cassano, Pretto, Gramaglia, Fabbro, Milano, Busani, Barrera (in una posizione piuttosto controversa), Venditto, Cadregari, Pastore, Di Costanzo, Del Prete, Capolino e Tricoli. Le forze azzurre si radunarono il venticinque agosto in previsione del debutto fissato il quattordici settembre, a Castellamare di Stabia, dove segnammo due goal e ne incassammo altrettanti. La formazione azzurra prevedeva Blason (Sentimenti), Pretto e Cassano; Paoletti, Fabbro e Milano; Busani, Solbiati, Cadregari, Dugini e Menti. 46 Il ventotto settembre sconfiggemmo il Mater per due a zero con Berra al posto di Pretto; il 4 ottobre pareggiamo con la Roma per uno a uno schierando la stessa formazione con la variante di Paoletti al posto di Fabbro e Venditto che sostituiva Menti; perdemmo poi per due a zero contro il Palermo un incontro valevole per la Coppa Italia; vincemmo infine contro il Siena per quattro a uno l’ultima partita di collaudo. Leonetti, nel frattempo, si dimise lasciando l’incarico a Luigi Piscitelli. Prima Retrocessione
All’inizio del campionato dovemmo affrontare la Roma incassando subito cinque sventole che ci spedirono a casa con le pive nel sacco; ci rifacemmo con il Milan, che perse per due a uno con un goal di Cadregari e un altro di Busani, ma incassammo altre cinque pedate a Bergamo dall’Atalanta. Un giornale dell’epoca definì il nostro attacco “claudicante”, intendendo, forse, “paralitico”. L’acquisto in extremis del centravanti Barsanti dall’Ambrosiana non cambiò di molto le cose; eravamo ormai terzultimi, con ventitré punti, davanti al Livorno e al Modena che ne avevano diciannove. Per evitare la bocciatura avremmo dovuto vincere a Genova dove, invece, incassammo tre goal mentre il Livorno, a San Siro, infilava due reti nella porta milanista; rissa sugli spalti e botte da orbi; l’arbitro Zelotti aggrava le cose infliggendoci una multa di mille lire per comportamento scorretto nei suoi confronti. La Roma dunque è Campione d’Italia; il Napoli, penultimo con ventitré punti, trentadue goal fatti e cinquantuno subiti, finisce in serie B, in compagnia del Modena; massima divisione invece per Bari e Vicenza. Terzo Campionato di guerra; arriverà davvero Colombari? Per il momento resta Vojack. La formazione è immutata a parte Ganelli, mezzala destra, che proviene dal Torino, Pipan che rientra, per fine prestito, Viani e Arcari II, acquistati dal Livorno; rientra anche Tamietti ma partono Blason e Cassano. Il ventisei agosto, allo Stadio Partenopeo, Vojack presenta la formazione che comprende Sentimenti II (Pipan), Pretto e Berra; Milano (Tricoli), Fabbro e Granaglia; Busani, Cadregari (Ganelli), Viani II, Verrina, Arcari III (Venditto). I risultati sono favorevoli fino all’ottava giornata, quando il Pisa ce le suona per due a zero; una partita scorretta durante la quale incassiamo due rigori e l’espulsione del bollente Pretto. Stessa musica e tre belle bastonate a Pescara, sette giorni dopo; ancora intontito, il Napoli ospita lo Spezia, imbattuto capolista del girone e siccome non c’è due senza tre, cade per la terza volta perdendo per due a uno; poi, finalmente, il cerchio si spezza e vinciamo contro l’Anconetana per due a uno. Proprio in quei giorni Corrado Tamietti, terzino olimpionico a Berlino, lascia il Napoli e abbandona lo sport. Si ritira nella sua Torre Pellice, dove eserciterà la professione di commercialista. Addio Corrado! Non dimenticherò le tante battaglie combattute insieme. Perdiamo ancora contro il Cremona per uno a zero ma vinciamo per due a uno sia contro il Brescia sia contro l’Udinese (con Verrina in veste di giustiziere che trasforma due punizioni). Nel gennaio 1943 la Società nomina una Commissione Tecnica composta da Guido Cavalli, Agostino Gamba, Domenico Mancuso e Giuseppe Mensitieri per coadiuvare il Presidente. Perdiamo contro il Modena per tre a zero ma vinciamo a Siena per due a zero; gli azzurri segnano nel primo tempo e dominano nella ripresa, nonostante l’espulsione di Gramaglia e, per nostra fortuna, Sentimenti para un rigore all’ultimo minuto. Il comportament o della squadra è davvero imprevedibile: battiamo l’Alessandria per due a uno e il Novara per 47 tre a zero ma pareggiamo con il Fanfulla per zero a zero! Nel frattempo arriva Manni dal Modena e parte Fabbri per il servizio militare. Anche da noi, quell’anno, si parlava molto del così detto sistema, un metodo di gioco teorizzato e applicato negli anni trenta da Herbert Chapman, allenatore dell’Arsenal, che vinse due titoli inglesi e una Coppa nazionale. Le squadre italiane opponevano una certa resistenza all’innovazione, preferendo il vecchio metodo di gioco; a parte il Napoli, s’intende, che non applicava né l’uno né l’altro. Il buon Vojack non aveva la minima idea di queste cose; sapeva soltanto che bisogna portare la palla in fondo alla rete e, stanco di chiacchiere, se ne andò a metà Campionato, lasciando l’incarico, e i relativi grattacapi, a Paolo Innocenti che, per prima cosa, tentò di restituire un po’ di fiducia ai giocatori. La situazione cominciò a migliorare e avremmo anche potuto vincere nell’ultima partita casalinga contro il Modena, e quindi salvarci, ma non avemmo fortuna; Sentimenti non era in forma e incassò il goal decisivo per la nostra permanenza in serie B. Per esigenze belliche, il Campionato 1943, che non fu mai disputato, si sarebbe dovuto svolgere su tre gironi misti con la partecipazione di squadre di A e B, vietando, il passaggio definitivo dei giocatori da un Club all’altro, ma consentendo il prestito, per un solo anno, limitatamente a cinque giocatori. La maggior parte dei giocatori, considerati gli eventi, si rese irreperibile, dileguandosi chi sa dove; del Club non restava che il nome, finché non si perse anche quello. La sorte più triste fu quella dello Stadio Partenopeo dilaniato dagli incessanti bombardamenti che sconvolsero Napoli; il campo e la struttura dell’impianto sportivo erano ormai ridotti a un inutile, spaventoso colabrodo e quel poco che la guerra aveva risparmiato fu oggetto di saccheggio; Ascarelli non avrebbe creduto ai suoi occhi! La ripresa
Dopo cinque anni di devastazioni, la guerra, finalmente, volse al termine; la città era quasi distrutta ma la vita ricominciò poco a poco; le ragazze napoletane dimenticarono il tedesco e impararono la lingua dei vincitori. Riprese anche il desiderio di svago di cui il calcio era una delle espressioni più popolari e già verso la metà del 1944 nacquero la Società Sportiva Napoli e la Società Polisportiva Napoli. Arturo Collana ed Enrico Marcucci, oggi direttore de “Il Mattino”, dettero vita alla prima cercando di riprendere contatto con simpatizzanti ed ex giocatori. Le riunioni si svolgevano nel bar di Paolo Innocenti, in attesa di trovare una sede meno provvisoria, individuata, in seguito, in Via De Pretis; la Sportiva Napoli iniziò perfino a disputare qualche partita amichevole. La Società Polisportiva Napoli, con sede al numero dieci dell’Angiporto Galleria, vide la luce il primo maggio 1944 per impulso di Luigi Scuotto, Mario Spinetti, Luigi De Manes, Leopoldo Pappacoda e Raul Carsana cui si aggiunsero, in un secondo momento, Renato Lombardi, Sante Smedile, Ottavio Nappa, Renato Campora, Renato Magiapia, Mario D’Onofrio, Gaetano Picardi e Massimo Botti. La Polisportiva che comprendeva sezioni separate di Atletica leggera (Nappa), di Calcio (De Manes), di Pallacanestro (Pappacoda)e di Scherma (Spinetti), trasferì, nell’ottobre del 1944 la sua sede al numero quattordici di Via Monte di Dio nello storico palazzo del Duca Serra di Cassano, dove, prima della guerra, usavano darsi convegno l’aristocrazia di mezza Europa. Arturo Collana intuì la necessità di far convergere le due squadre e, infatti, il diciannove gennaio del 1945, l’Assemblea dei soci della Polisportiva Napoli diede mandato a una commissione composta da Scuotto, Botti, Nappi, Campora Smedile e Pappacoda, di procedere alla fusione da cui nacque l’Associazione Polisportiva Napoli. Il vecchio Napoli 48 metteva a disposizione la sua cospicua attrezzatura calcistica mentre l’organizzazione e l’amministrazione, tradizionale punto debole del Club azzurro dopo la scomparsa di Ascarelli, erano affidate alla giovane Polisportiva, abilmente guidata da Gino Scuotto. Il ventotto gennaio dello stesso anno, per volere del Comitato Regionale della F.I.G.C., iniziò il Campionato regionale misto cui partecipavano dieci squadre tra cui Napoli e Salernitana, provenienti dalla serie B, Stabia, Scafatese, Torrese, Frattese e Casertana, inquadrate in serie C, il Portici, che giocava in Prima Divisione, l’Internaples, appena costituita, e la P.M.I. composta di militari. Guidato da Gigi De Manes, il Napoli scese in campo schierando Corghi, Maneo, Puzo, Di Giovanni, Pastore, Pretto, Gerbi, Furnari, Rosellini, Capolino, Venditto. Durante il Campionato furono acquistati Mazzetti I, mezzala destra della Udinese, Galassi e Mascilini, rispettivamente centravanti e mezzala del Perugia. L’inizio non fu molto brillante; una sola vittoria contro l’Internaples per zero a uno e poi una serie di pareggi con la Frattese, il Portici e la Casertana. Le squadre avversarie potevano, infatti, contare su calciatori di tutto rispetto che, a causa della guerra, avevano trovato sistemazione presso i vari sodalizi campani. Lo Stabia, per esempio, disponeva di Chellini, Dolfi, Del Medico, Dapas, Menti (quello stesso che poi passò al Torino e fu plurinazionale); l’Internaples aveva Pastore, Glovi, Di Costanzo, Del Prete e il Portici Romagnoli, De Nicola, Busiello. Vincenzo Savarese, coadiuvato da Luigi Scuotto, fu eletto Presidente durante la prima assemblea dell’Associazione Polisportiva Napoli che ebbe luogo il ventuno febbraio 1945. Il torneo regionale continuò con alterne esibizioni contro la Torrese (due a zero), la Salernitana (uno a uno) e il P.M.I. (uno a uno). La squadra, priva di disciplina e d’impegno, era sostanzialmente, allo sbando. Dopo una multa severa, raddoppiata nei confronti di Pretto, il buon De Manes cedette il comando a Paolo Innocenti ma la musica rimase la stessa e incassammo tre goal dallo Stabia. L’arbitro che si finse morto
Il Napoli disputava i suoi incontri sul campo di Piazza Nazionale ma Gino Scuotto era riuscito ad ottenere che si costruisse un campo nell’Orto Botanico che fu inaugurato con un pareggio contro la Frattese dove giocavano gli ex azzurri Rossi, Busani e Nicolosi; vincemmo contro il Portici per due a uno e contro la Casertana per cinque a zero; sconfiggemmo poi la Torrese per tre a zero e la Scafatese per tre a due in attesa del grande derby contro la Salernitana. Un incontro drammatico ma anche involontariamente umoristico; il Napoli segna per primo ma la Salernitana pareggia e gli animi si accendono in campo e ancor di più sugli spalti. L’arbitro Stampacchia suda freddo per cercare di tenere in pugno la tenzone; poi, all’improvviso, il fattaccio: rissa tra i giocatori e sulle gradinate finché, nel clamore, esplodono colpi di arma da fuoco e l’arbitro, nello sgomento generale, si accascia al suolo. E’ stato colpito? Neanche per sogno! Finge di essere morto, nella speranza di placare i contendenti, riuscendo parzialmente nel suo scopo; mentre, infatti, lo trasportano a braccia negli spogliatoi, il terzino azzurro Puzzo, rinomatissimo per la durezza del cranio, si sfila la maglia e fende la folla, aprendosi un varco a poderose testate! Il Comitato regionale sospende l’attività calcistica a tempo indeterminato per i gravi incidenti accaduti, tra l’altro, non solo a Salerno; impossibile, dunque, trovare un arbitro disposto a dirigere la successiva partita a Scafati. Una rappresentanza del Comitato Regionale composta da Argento, Mazza, Gamba e Canna si recò dunque a Roma presso l’Organo Centrale 49 della FIGC in attesa di ulteriori provvedimenti. Nelle more, fu organizzato un torneo a quattro cui parteciparono Fiorentina, Livorno, Napoli e Stabia, che vinse per sorteggio. Il Campionato Regionale riprese il diciassette giugno 1945 con Napoli-­‐Stabia pareggiato con tre goal a testa che consentirono allo Stabia di qualificarsi campione campano del torneo regionale misto. Il dieci luglio del 1945, i rappresentanti delle squadre di serie A e B appartenenti alla Lega Sud si riunirono nella sede del CONI e decisero che il successivo campionato sarebbe stato disputato a girone unico, ammettendo alla partecipazione Fiorentina, Livorno, Pisa, Siena, Anconetana,Roma, Lazio, Mater, Pescara, Bari, Napoli, Salerno e Palermo. Per disputare il Campionato, tuttavia, bisognava far fronte alle spese relative che ammontavano alla bella somma di seicentomila lire, non poche per l’epoca; e bisognava trovarle al più presto. La bohème
Entrò dunque in campo un nuovo manipolo di appassionati e sportivi come Giuseppe Muscariello, Alfonso Cuomo, Vincenzo Romano, Egidio Musolino, Giuseppe Amato e Pasquale Russo. Una Commissione Straordinaria composta da Scuotto, Re e Lonardi s’incaricò di ricostituire il sodalizio azzurro prendendo contatti, nel frattempo, con il Comando Alleato per ottenere lo stadio del Vomero e risolvere dunque il problema del terreno di gioco. La Commissione dovette anche occuparsi di acquisti e trasferiment; furono confermati Sentimenti, Pipan, Pretto, Pastore, Verrina, Ganelli, Di Costanzo, Busani, Berra, Milano e ceduti tutti gli altri. Russo e Scuotto, presidente in pectore, si misero allora in viaggio per la Penisola, puntando verso Nord a bordo di una macchina che suscita ancora nel ricordo dei protagonisti fremiti di paura; le gomme, infatti, erano così lisce che dovettero essere protette con le cinture dei pantaloni! La malconcia vettura si rivelò, tuttavia, un utile giaciglio, poiché i letti delle poche locande disponibili, infestati d’insetti d’ogni genere, camminavano da soli! Disavventure a parte, i due scrutatori tornarono a casa con buoni risultati assicurandosi un bel nucleo di giocatori tra cui Raffaele Sansone, mezzala e allenatore, Michele Andreolo e Franco Mazzetti, provenienti dal Bologna, Lustha, dalla Juventus, Rosi Mari, dal Livorno, Luigi Gallanti, dal Fanfulla, Carlo Barbieri, dal Carpi, Baldi dal Torino e Michele Giraud dal Savoia di Torre Annunziata. Il costo globale dell’intera stagione si aggirava intorno ai sette milioni. L’abbonamento alle Tribune Centrali costava tremila seicento lire, ridotte a duemila quattrocento per signore e ragazzi; i Distinti erano in vendita a duemila quattrocento lire, ridotte a mille quattrocento per signore e ragazzi. L’Assemblea dei Soci, in vista del Campionato Centro Sud 1945-­‐1946 elesse il nuovo Consiglio Direttivo composto da Vincenzo Savarese, Pasquale Russo, Luigi Scuotto, Giuseppe Caputo, Franco Smedile, Giovanni Re e Luigi Lonardi. Il Vomero
Il Campionato iniziò il quattro novembre; la nostra formazione comprendeva Sentimenti, Pretto, Berra, Baldi, Andreolo, Rosi, Busani, Gallanti, Lustha, Verrina e Barbieri, allenati da Raffaele Sansone, con Pipan, Pastore, Di Costanzo, Ganelli, Milano e Giraud II in riserva. Il torneo fu però funestato, durante l’incontro Napoli-­‐Bari, terminato per uno a zero in nostro favore, dal crollo di una tribuna che cedette sotto la spinta della folla entusiasta per il goal di Lustha, provocando la morte di alcuni spettatori. 50 Il Napoli si classificò primo (con ventotto punti, ventotto goal segnati e dieci subiti) e fu ammesso con Roma, Bari e Livorno a disputare il girone finale contro il Torino (che vinse lo scudetto), la Juventus, l’Internazionale e il Milan, posizionandosi al quinto posto con tredici punti, diciannove goal segnati e ventisette ricevuti. L’anno calcistico 1946-­‐1947 vide il primo torneo a girone unico del dopoguerra. Il ventitré agosto 1946, L’Associazione Polisportiva Napoli si costituì in Società a Responsabilità Limitata (con un capitale di trecentocinquantamila lire) in seguito al fattivo interessamento di Armando Andreassi. La campagna acquisti vide la partenza di Meanti, Baldi, Pipan, Gallani e Cadregari e, soprattutto, l’arrivo di Italo Romagnoli, uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, formidabile sia in attacco sia in difesa. Il problema della sede non poteva più essere rimandato; Scuotto, con un atto di forza, prese possesso di una delle due palazzine dello Stadio della Liberazione (alias Vomero), quella che ospita, oggi, il Comando dei Carabinieri; l’altra, più funzionale, con accesso diretto agli spogliatoi e al campo di gioco, era utilizzata da una squadra di partigiani che l’abile Gino però convinse a scambiare con la nostra, considerata, da quel momento, la palazzina azzurra per antonomasia fino al mese di agosto del 1964. I soci, a turno, dovevano piantonare giorno e notte i locali per evitare che fossero occupati dalla folla dei sinistrati che avevano perso le loro abitazioni per effetto delle devastazioni belliche. Gli azzurri avevano dunque trovato la loro sede dove regnò per anni il compianto Paolo Uccello, il più simpatico e dinamico Segretario Sociale che io abbia conosciuto. Il Campionato Italiano di Calcio, disputato a girone unico, riprese, dopo due anni di traversie, il ventidue settembre 1946. Il Napoli schierava in formazione Sentimenti (Chellini), Pretto e Berra (Romagnoli); Rosi (Nespolo), Andreolo (Santamaria), Pastore (Morgia); Busani, Di Costanzo (Ganelli), Di Benedetto, Verrina, Barbieri. Il gioco degli azzurri, allenati da Raffaele Sansone affiancato da Attila Sallustro in qualità di direttore sportivo, impostato essenzialmente sul metodo, era piacevolmente spettacolare; Barbieri, Busani e Romagnoli dominavano incontrastati fino a quando quest’ultimo fu costretto a lasciare l’attività agonistica per un grave infortunio al ginocchio nel dicembre del 1946; quel giorno era di turno al Vomero il grande Torino di Valentino Mazzola, Gabetto, Loick, Bacigaluppo e Maroso che tutti ricordano. Fu una partita all’insegna della correttezza e della cavalleria; il Napoli cercava di contrastare i campioni d’Italia mettendocela tutta, per niente intimorito dal prestigio degli avversari; segnò Gabetto ma Andreolo pareggiò, su punizione; gli azzurri poi andarono in vantaggio con una prodezza di Berto Busani, incitati dalla folla al culmine dell’entusiasmo. L’impresa aveva il sapore dell’impossibile e, infatti, il sogno durò giusto il tempo impiegato da Gabetto per fulminare di nuovo la porta partenopea, atterrando come un falco su un allungo di Castigliano. La prestazione della squadra, nonostante il pareggio, era comunque notevole e il risultato encomiabile; il Napoli cercava, naturalmente, di difendere il risultato con ogni mezzo e fu durante una di queste azioni che il volo di Romagnoli, levatosi in alto, come una libellula, per respingere di testa il pallone, restò incompiuto poiché il ricciuto terzino, urlando di dolore, si accasciò al suolo piegato su se stesso. Pur avendo smesso da tempo di giocare, ero sempre rimasto vicino alla mia squadra con cui, tra l’altro, avevo occasionalmente collaborato. Quel giorno, dunque, accorsi a soccorrere il povero Romagnoli e mi resi conto, fin dal primo esame ai bordi del campo, che si era fratturato il menisco. Il rimedio, a mio avviso, non poteva essere che chirurgico; mi guardarono tutti un po’ increduli, pensando che avessi azzardato la diagnosi, ma Italo, dopo aver girato mezza Italia per consultare nomi più illustri del mio, dovette infine operarsi, come avevo previsto, al Rizzoli di Bologna. L’episodio segnò il mio ritorno tra gli azzurri in veste di medico sportivo, durato poi fino al 1964. 51 Il primo febbraio 1947 la Segreteria azzurra comunicò al pubblico e alla Stampa il mutamento della denominazione sociale che da Associazione Polisportiva Napoli divenne Associazione Calcio Napoli, con delibera dell’Assemblea Straordinaria omologata dal Tribunale di Napoli il venti febbraio 1947. Il Napoli terminò il Campionato classificandosi al sesto posto, con trentasette punti, cinquanta goal all’attivo e cinquantanove subiti. La Campagna acquisti 1947-­‐1948 fu affidata a Raffaele Sansone che partì per il Sud America con un portafoglio di circa sei milioni, alla ricerca di nuovi talenti, accompagnato da un certo Ladislao Klein, sedicente allenatore e mediatore sportivo, che sparì insieme al denaro ricevuto. Fu ingaggiato Naim Krieziu, ala destra della Roma, albanese di nascita, atleta e professore di educazione fisica, diplomatosi presso l’Accademia della Farnesina; Gucciardi, Capolino e Carola provenivano, invece, dal vivaio azzurro. Il ventitré settembre 1947 arrivarono dall’Uruguay Rodrigo Candales, terzino sinistro del Nacional di Montevideo, Roberto La Paz, centravanti del Sudamerica di Montevideo e Angelo Cerilla, centromediano del Rionegro. Al via del Campionato, iniziato il quattordici settembre, il Napoli schierava in formazione provvisoria Chellini (Sentimenti), Pretto, Soldani (Pastore); Rosi, Santamaria, Di Costanzo (Nespolo); Krieziu, Spartano (Ganelli), Di Benedetti, Verrina e Barbieri. L’inizio fu disastroso; perdemmo, infatti, a Torino per quattro a zero, nonostante gli applausi a scena aperta al bravo Chellini, e perdemmo di nuovo a Genova per tre a due contro i grifoni; pareggiammo poi con la Lazio ma perdemmo a Firenze nonostante il debutto di Andreolo e di Candales: nove goal subiti e due soli punti in cinque partite! Il Consiglio Direttivo si riunì d’urgenza, il diciannove ottobre, per esonerare Raffaele Sansone e affidare l’incarico ad Attila Sallustro in attesa di Vecchina. Con il Vicenza le cose andarono anche peggio; riuscimmo, infatti, a collezionare una multa di trecento mila lire e la squalifica del campo per una domenica in seguito all’indegno comportamento del pubblico che tentò d’invadere il campo dopo la decisione arbitrale di annullare una rete di Di Benedetti in evidente posizione di fuori gioco. L’incontro con l’Alessandria ebbe luogo, pertanto, a Pescara, dove subimmo un’altra sconfitta per due a uno e la squalifica di una giornata per Di Costanzo e Pastore rivelatisi pugili piuttosto che giocatori. Nel successivo incontro con la Juventus debuttò Roberto La Paz con grande soddisfazione dei tifosi, ammirati dai funambolici virtuosismi del negrito che non cambiarono, tuttavia, il modesto pareggio a reti inviolate; il pubblico, esasperato, chiedeva a gran voce, le dimissioni della Dirigenza azzurra, auspicando il ritorno di Lauro. 8
Eraldo in campo
Seconda retrocessione
52 Il Consiglio direttivo si dimise il sette gennaio 1948, passando le consegne a Vincenzo Savarese che rifiutò l’incarico, assunto poi dal dottor Martusciello. Il Napoli, nel frattempo, risvegliatosi dal letargo, era riuscito perfino a segnare cinque goal al Modena, grazie anche alle prodezze di Candales che sfoggiava, per l’occasione, la gran classe di cui era dotato; l’uruguaiano era un giocatore di gran carattere, freddo e raffinato nelle situazioni critiche, signore per nascita, appassionato di tele e di colori. Passo breve, però, dal paradiso all’inferno: durante la partita casalinga contro la Roma, nel rispetto della tradizione, spuntò, infatti, dall’estrema sinistra giallo-­‐rossa l’argentino Bruno Pesaola saettando due lingue di fuoco che il portiere azzurro non riuscì nemmeno a vedere; il Club reagì appioppando cinquemila lire di multa a Pretto, Ganelli, La Paz e Pastore; la tifoseria napoletana, al culmine del malumore, chiedeva minacciosamente le dimissioni della Dirigenza e il ritorno di Lauro. Vecchina, sostituito da Arnaldo Sentimenti, chiese, prudentemente, di essere esonerato, seguito alla fine di gennaio, dal Presidente Russo cui subentrò Muscariello in veste di Commissario Straordinario; spirava un vento di tragedia, dentro e fuori il campo. Il cinque febbraio ci lasciò, infatti, a soli ventotto anni, un altro ex azzurro che morì di tifo all’Ospedale di Chiavar; Luigi Cassano aveva giocato con noi prima della guerra per passare poi alla Sampdoria. La primavera non fu migliore dell’inverno fino alla famosa Inter-­‐Napoli terminata per uno a zero grazie alle sviste dell’arbitro Bonivento che giunse perfino ad annullare un impeccabile goal di La Paz al quarantaquattresimo del primo tempo senza poi essere in grado di giustificare la sua decisione; i nostri reagirono energicamente ottenendo l’espulsione e la squalifica di Barbieri. Il ricorso alla Lega e il successivo intervento alla F.I.G.C. non ebbero alcun effetto; pollice verso contro i partenopei, classificati al diciottesimo posto, con trentaquattro punti, e destinati, dunque, a sprofondare di nuovo in serie B. Le umiliazioni proseguirono con un’inopinata polemica condotta dalla Lega nei confronti di Muscariello, accusato d’illecito sportivo e condannato a vita a non ricoprire cariche sportive; Ganelli fu invece accusato di tentativo di corruzione nei confronti di Taiti, Cappello e Arcari, del Bologna, e Paolo Innocenti fu squalificato per tre anni. Il Napoli, nonostante le proteste, retrocesse all’ultimo posto, provocando le dimissioni in massa del Consiglio Direttivo e la nomina di un Comitato Direttivo provvisorio presieduto da Egidio Musolino e Gino Scuotto. Durante la stagione 1948-­‐1949 fu ingaggiato, “Farfallino”, al secolo Felice Placido Borel, ex centravanti della Juventus, in veste di Mister; terminata la campagna acquisti la squadra schierava in formazione Chellini e Mazzetti (portieri); Soldani, Cappellini Pretto, Pastore, Capolino (terzini); Rosi, Santamaria, Di Costanzo, Cerilla, Gerlin, Manola (mediani); Krieziu, Spartano, Brighenti, Suprina, Barbieri, Rosignoli, Busani, La Paz, Iacobini (attaccanti). La preparazione iniziò il diciotto agosto allo Stadio del Vomero sotto la guida di Paolo Iodice per la parte atletica e di Borel per la parte tecnica; debuttammo il dodici settembre in un’amichevole contro la Lazio vinta per tre a uno con goal di Brighenti, Suprina e Rosignoli. A inizio di Campionato, con due goal spettacolari di Ivo Suprina, pareggiammo per due a due con la Cremonese malgrado l’espulsione di Brighenti (squalificato per aver preso a pugni un avversario) che scatenò i commenti sfavorevoli della stampa. Vincemmo su rigore a Venezia (uno a zero) per fallo nei confronti di Suprina che reagì senza troppi complimenti, facendosi espellere; il pubblico protesta, fischia, lancia fiori e confetti sul terreno di gioco ma l’arbitro non si commuove e fa appioppare una multa di settanta mila lire alla Società partenopea; perdemmo poi per uno a zero contro la Spal, a Ferrara, dove Roberto La Paz difese a cazzotti le sue caviglie (facendosi squalificare per una giornata) e terminammo con un irrilevante pareggio con lo Spezia a reti inviolate da entrambe le parti. 53 Sistema, metodo e mezzo sistema
Andammo avanti con esibizioni prive d’interesse, povere di contenuto agonistico e tecnico, cosparse di qualche vittoria, eccessivamente celebrata, di molte sconfitte e altrettanti pareggi, ma anche di multe, equamente dispensate a tutta la squadra, allenatore compreso. L’ennesima Commissione Speciale nominata nel frattempo ebbe l’arduo compito di vigilare sul comportamento dei giocatori per assicurare un minimo di disciplina in tutta quella baraonda; si andava a braccio, per dirla tutta senza riuscire a dare un senso concreto a concetti come sistema, mezzo sistema e metodo che restavano vane parole. Il Consiglio, non sapendo cosa fare, licenziò Borel, ben lieto, tra l’altro, di tornarsene a Torino, e Paolo Iodice, che, a sua volta, tirò un sospiro di sollievo lasciando volentieri il posto a Gigi De Manes. L’atmosfera era sempre più minacciosa; in via Santa Brigida i tifosi aggredirono fisicamente Giuseppe Caputo che avrebbe dovuto farsi portavoce delle loro richieste ma il Consiglio tenne duro e convocò Domenico Mattioli, presidente della Salernitana, per chiedere la sua collaborazione. Le cose sembrarono migliorare; si cominciò a giocare con più impegno e maggiore disciplina, anche se il bel gioco era lontano da venire. Quell’anno, peraltro, il mondo dello sport fu funestato dalla tragedia di Superga che costò la vita all’intera squadra del Torino mentre rientrava da Lisbona dove aveva disputato un incontro amichevole con il Benfica; a causa del maltempo, infatti, il trimotore delle Avio Linee Italiane si schiantò contro il terrapieno posteriore della Basilica di Superga. Il Campionato, nonostante il lutto, riprese; anche Gigi de Manes, che nel frattempo aveva perso dodici chili, alla fine gettò la spugna e fu sostituito da Vittorio Mosele, ex baluardo azzurro dei tempi migliori, che non riuscì, tuttavia, a migliorare la squadra né sul piano agonistico né su quello morale. Litigiosità e malumori esplosero nuovamente durante la partita con il Verona, persa per tre a uno, che si trasformò in un incontro di boxe cui partecipò anche il massaggiatore Scarpitti; perfino l’aristocratico Krieziu scoprì che il suo sangue, dopotutto, era rosso come quello degli altri. Morale della favola, restammo in Serie B, al sesto posto, con quarantacinque punti, quarantatré goal segnati e quaranta incassati; Como e Venezia furono promosse mentre Pescara, Lecce, Parma e Seregno scivolarono in Serie C. Il Sergente di ferro
Con il Campionato 1949-­‐1950 iniziano, a mio avviso, gli anni ruggenti del calcio nostrano. Egidio Musolino aveva capito che il primo problema da risolvere era quello dell’allenatore; occorreva un personaggio carismatico, qualcuno che avesse un passato sportivo di prestigio, dotato di grande passione e idee chiare; scelse Monzeglio che, all’epoca, allenava il Pro Sesto. Eraldo era stato un glorioso terzino allevato alla scuola del grande Caligaris, baluardo del famoso Bologna “che fa tremare il mondo”. Eravamo stati tante volte avversari. 54 Aveva cominciato a giocare nel 1924 con la maglia del Casale per poi passare, nel 1926, al Bologna con cui disputò duecento cinquantadue incontri in nove Campionati, collezionando dieci presenza nella Coppa dell’Europa Centrale prima di trasferirsi alla Roma, dal 1935 al 1939, dove terminò la carriera; giocò trentacinque partite in Nazionale laureandosi campione del mondo nel 1934 e nel 1938 e, in occasione del Mondiale, conobbe Benito Mussolini che gli affidò l’incarico di allenare i suoi figli. Dopo Garbutt è stato, a mio avviso, uno dei migliori allenatori che il Napoli abbia mai avuto; aveva un carattere piuttosto difficile, una dialettica impetuosa e una franchezza eccessiva, talvolta imbarazzante. Morbosamente geloso della sua squadra, non tollerava intrusioni suscettibili di turbare il clima un po’ mistico instaurato all’interno della compagine; il suo temperamento lo portava spesso a strafare e a prendere posizione anche in materie estranee alle sue competenze. Io stesso ho dovuto più volte confrontarmi con le sue pretese diagnostiche, sostanzialmente infondate; lo zelo eccessivo lo induceva, talvolta, a scavalcarmi, dimenticando che dedicavo il mio tempo alla squadra per mera passione e a titolo puramente grazioso. A prescindere da polemiche e manie, Monzeglio esercitava un certo fascino che derivava anche dai suoi trascorsi sportivi; amava ripetere che “non è l’allenatore che fa grande una squadra, ma sono i giocatori che fanno grande la squadra e l’allenatore”. Egidio Musolino, trasformatosi in commesso viaggiatore, percorreva intanto la Penisola da un capo all’altro in cerca di giocatori validi. Furono dunque acquistati Delfrati e Ragona, dal Cosenza, Vultaggio e Dagianti, dalla Salernitana, Morelli dal Benevento, D’Alconzo, dal Siracusa, De Andreis, dalla Lazio, Gramaglia, dalla Sampdoria, Brandimarte, dal Torino, Zanolla, dal Torino, Astorri, dall’Atalanta, Usberti, dal Brescia, Benedetti, dall’Olimpico di Marsiglia e Paolo Todeschini, dalla Lazio, cui avevo rilevato, durante la visita medica, un’accentuata tachicardia. Batticuore
Todeschini ammise con grande lealtà, che la Lazio lo aveva messo in lista di trasferimento proprio per i suoi malanni fisici; costatai, dopo un esame più approfondito, che aveva semplicemente le tonsille ammalate e, nonostante le solite perplessità della Dirigenza, dopo un consulto col Professor Zappacosta, riuscii a farlo operare da Gino Musso a Villa Amedeo; tornò in ottima forma, pronto per la ripresa del Campionato. Durante la sua brillante carriera è stato, tra l’altro, allenatore dell’Italia Olimpica, con Nereo Rocco, e tecnico del Milan nella stagione 1961-­‐1962, in coppia con Giuseppe Viani. Il raduno per l’inizio del Campionato era fissato per l’otto agosto 1949 e, il sedici, si giocò il primo allenamento; il ventidue De Andreis riportò una contusione al ginocchio e il venticinque rientrò Gramaglia, ex azzurro, dalla Sampdoria; Mario Rosi andò in clinica per frattura della gamba destra, mentre, proprio in quei giorni, Ivo Suprina cominciò a fare i capricci per dissidi finanziari, avanzando, tra l’altro, un reclamo alla lega; il ventitré settembre Augusto Capolina, altra vittima del menisco, entrò in clinica per farsi operare. Nella prima partita amichevole il Napoli schierava in formazione Chellini, Soldani, Delfrati; Todeschini, Vultaggio, Di Costanzo, Krieziu, Dagianti, Ragona, De Andreis e d’Alconzo. Pareggiamo ad Alessandria per due a due con goal di De Andreis e Krieziu; l’arbitro annullò altre due nostre reti, suscitando fischi e disapprovazione da parte dello stesso pubblico alessandrino, vincemmo a Prato per tre a uno con goal di Dagianti, Todeschini e D’Alconzo, ma perdemmo contro l’Udinese per tre a due. Il sedici ottobre Suprina, con grande soddisfazione di Monzeglio, torna all’ovile e Usberti, ala ambidestra del Brescia, accetta l’ingaggio. A Modena pareggiammo per zero a zero (opponendo Vultaggio all’ex azzurro 55 Brighenti) ma vincemmo a Taranto per due a uno con goal di D’Alconzo e Todeschini; perdemmo poi contro la Spal per due a uno (De Andreis); a Legnano Suprina tornò al comando del quintetto azzurro regalandoci due fantastici goal: vincemmo per quattro a uno con due reti di D’Alconzo e Krieziu; poi, incredibile ma vero, incassammo cinque reti dallo Spezia! Musolino riuscì, nel frattempo, ad accaparrarsi Mario Astorri, lo “sceriffo”, ceduto al Napoli dall’Atalanta; attesa febbrile per il derby contro la Salernitana che vincemmo per uno a zero con un goal di Soldani su rigore a quattro minuti dalla fine; l’Empoli, complice la pioggia e ancor di più l’arbitro, che negò un evidente rigore, riuscì a sconfiggerci per uno a zero ma pareggiammo con la Reggiana per due a due sul campo neutro del Cremona, con un goal di De Andreis e uno di Astorri; pareggiammo di nuovo a Livorno, per zero a zero; le triglie livornesi non abboccarono alle nostre avances e anzi, innervosite, se la presero con il povero Soldani, fomentando Vultaggio che, alla fine, si fece espellere. Niente da fare nemmeno a Siracusa, dove non riuscimmo a portare a casa che un modesto zero a zero. Fuga di La Paz
Nel dicembre del quarantanove Musolino, deciso a tutti i costi a riportare la squadra in massima divisione, comunicò da Milano di aver ingaggiato Federico Zanolla, proveniente dal Torino; il buon Egidio riteneva di aver concluso un grande affare, ignorando probabilmente il comportamento piuttosto balzano del giocatore che influiva considerevolmente sulle sue qualità calcistiche. Anche Roberto La Paz non scherzava in materia di stranezze; decise, infatti, di lasciare il Napoli di punto in bianco per traferirsi all’Olimpico di Marsiglia, facendo, tra l’altro, intascare al Club azzurro un milione settantasette mila lire e ottocento centesimi (gli spiccioli derivavano dal cambio tra valuta estera e Am-­‐lire). Gino Scuotto, eletto nel frattempo Assessore allo Sport, comunicò in conferenza stampa che il Comune aveva reperito i fondi necessari per l’acquisto del suolo in zona flegrea dove sarebbe sorto il nuovo stadio e, addolcito dalla circostanza, anticipò la strenna natalizia. Il Napoli, come la Befana, elargiva intanto goal a destra e a manca. Dagianti, che si era fratturato il perone a Pisa, decise di farsi curare a Roma con scarsi risultati. Quando lo visitai, mi accorsi che bisognava “smontare” tutto e rimettere le cose a posto. Il Napoli, in ogni caso, continuò a vincere e Suprina a compiere prodigi, appoggiato dalla spalla pirata di Todeschini, vero motore di una squadra lanciata ormai sulle ali dell’entusiasmo. La scalata
Continuando la nostra serie vittoriosa sconfiggiamo il Siracusa per uno a zero, la Cremonese per tre a uno, il Brescia per cinque a zero (tre bordate di Suprina, una di Krieziu, seguito da Astorri, e una di Aldo Brandimarte); continuiamo a vincere contro il Fanfulla per quattro a uno e il Vicenza per uno a zero; la scalata è quasi compiuta. Leo Brandi, cantante supertifoso, spopola con “In Serie A!”, una canzone da lui stesso composta sulla musica della più celebre “M’aggia curà!” di Cioffi e Pisano. 56 Incontriamo infine il Catania in uno scontro di vulcani in un delirio di folla; segna di forza Suprina ma i catanesi pareggiano; Suprina, da vero scugnizzo, improvvisa due o tre finte poi allarga sulla sinistra e aspetta la palla che puntualmente arriva superandolo però di qualche metro e con un balzo felino insacca in rovesciata all’indietro proprio sotto la traversa il goal della vittoria. Musolino e Monzeglio vengono portati in trionfo mentre i tifosi invadono pacificamente il campo, solidali nella gioia e nella riconoscenza alla squadra del cuore. I goliardi dell’Ateneo napoletano offrono un berretto a Egidio Musolino, mentre ’O ricciulillo, al secolo Gennaro Meterangelis, considerato il “Re di Forcella”, scende in campo preceduto dalla banda del pazzariello, tenendo per la briglia un asinello addobbato di azzurro e di bianco. Siamo primi in classifica con sessantuno punti, settantasei goal segnati e trenta quattro ricevuti. Musolino, lungi dal cullarsi sugli allori, riparte in cerca d’acquisti per il successivo Campionato e torna con il carniere pieno, portando a casa, Silvio Formentino, dal Genoa, Leandro Remondini, dalla Lazio, Giuseppe Casari, dall’Atalanta, Amedeo Amadei, dall’Inter, Farnese Masoni, dalla Cremonese, Antonio Bacchetti e Giuseppe Gaggiotti, dal Brescia; a parte il fuggitivo La Paz, ci lasciano invece Morgia, Ragona e D’Alconzo. Nella prima partita contro la Fiorentina il Napoli schiera in formazione Casari, Vultaggio, Soldani, Todeschini, Remondini, Gramaglia, Krieziu, Formentin, Amadei, Bacchetti e Masoni; di fronte a trenta mila tifosi vinciamo per tre a due con goal di Bacchetti, Krieziu, e Remondini su rigore. Pareggiamo, invece con l’Atalana per due a due; segnano Krieziu e Remondini e viene annullata, inopinatamente, una nostra rete. Prima battuta d’arresto con il Bologna che ci supera per due a zero in un clima di scorrettezze che costò l’infortunio di Remondini e l’espulsione di Bacchetti; una grandinata di palloni da parte del trio GRE-­‐NO-­‐LI (Gre, Nordhal e Liedholm) ci aspetta invece a Milano dove perdiamo per cinque a tre; perdiamo di nuovo contro l’Inter per quattro a tre; i tifosi aspettano al varco Amadei, ex nero-­‐
azzurro, incuriositi tra l’altro dall’antica rivalità tra lui e Lorenzi; Gramaglia gioca a centromediano e Granata in posizione di laterale destro e, per l’occasione rientra anche Bacchetti, un altro ex. La folla di sessantamila spettatori straripa da tutte le parti ed è costretta a invadere pacificamente la pista per assistere alla contesa sotto la vigilanza della Celere. Il Napoli che a Milano è stimato e rispettato schiera in formazione Casari, Delfrati, Vullaggio, Todeschini, Gramaglia, Granata, Krieziu, Formentin, Amadei, Bacchetti e Masoni. L’Inter passa in vantaggio con un goal con Rossetti seguito da Wilkes e da Lorenzi che ne segna due ma il Napoli risponde con due goal di Bacchetti e uno di Masoni (detto “spazzolino” per i capelli cortissimi) che però si scontra con Blason, che, nel secondo tempo, lo aggredisce con un calcio a freddo; il fallo, ignorato dall’arbitro, viene fischiato dallo stesso pubblico milanese; Vultaggio si fa male a una caviglia ma la lotta continua fino all’ultimo secondo tra l’entusiasmo del pubblico che scandisce ammirato il nome di Masoni. Pareggiamo per uno a uno contro il Genoa; una partita mediocre sotto un cielo grigio; perdiamo poi per uno a zero contro la Lucchese l’incontro che segnò la fine della carriera del giovane e brillante Masoni; Mike aveva già segnato su rigore per i lucchesi ma, sull’uno a zero, fu assegnato un rigore anche a nostro favore al trentasettesimo del primo tempo, battuto da Amadei; il bolide torna in campo dopo aver rimbalzato sulla traversa e “spazzolino” si lancia sul pallone per prenderlo al volo ma compie una giravolta su stesso, accasciandosi al suolo, senza essere stato spinto né toccato. Quel movimento brusco e veloce di avvitamento gli ha fatalmente leso i legamenti del ginocchio sinistro. Chirurghi e calciatori
57 L’incidente condizionò seriamente la carriera di Masoni. Mi resi conto durante la visita che i legamenti esterni del ginocchio si erano lacerati; dopo aver rimosso i fluidi in eccesso, provvidi a ingessare l’arto e prescrissi venti giorni di assoluta immobilità, giudicando il giocatore guaribile entro sessanta giorni. Masoni, un po’ prima di Natale si recò a Pisa per passare le ferie in famiglia e approfittò dell’occasione per farsi visitare a Firenze da Scaglietti; il “chirurgo dei calciatori” avanzò l’ipotesi di una probabile lesione del menisco, invitandolo a farsi ricoverare presso il suo Istituto per eseguire gli accertamenti necessari e giungere quindi a una diagnosi precisa. A gennaio, Monzeglio, di ritorno da un incontro con l’Udinese, si fermò a Roma per chiedere il parere del Professor Zappalà che decretò la lesione del menisco esterno, e decise per l’intervento immediato; il dieci febbraio Masoni tornò a Napoli con il ginocchio ancora dolorante e chiese il mio parere. Lo invitai, ovviamente, a rivolgersi al Professor Zappalà. Riconfermato per il Campionato 1951, Masoni riprese a giocare ma, durante un incontro con il Lecce subì una nuova distorsione. Mi resi conto che questa volta si era davvero fratturato il menisco superstite, quello interno, che Zappalà non gli aveva asportato; chiese in quell’occasione di essere affidato alle mie cure ma, naturalmente, rifiutai. Il dieci marzo Masoni si ricoverò nuovamente, a Roma, accompagnato dal sottoscritto; Zappalà m’invitò cortesemente ad assisterlo nell’intervento e io, con altrettanta cortesia, rifiutai. A maggio riprese con prudenza gli allenamenti; il ginocchio migliorò progressivamente ma non sarebbe mai più stato quello di un calciatore. Torniamo al Campionato; dopo il Lucca arrivò il Como e prese una stangata memorabile, perdendo per sette a zero; segnarono Todeschini, Amadei, Astorri, Formentin, Krieziu e Bacchetti, in vena, quel giorno, di prodezze; perdemmo poi con la Juventus per tre a due un incontro all’insegna del bel gioco; a due minuti dalla fine Amadei riceve un pallone da Astorri e segna, di forza, il terzo goal napoletano, quello del pareggio, ma l’arbitro decreta un fallo immaginario, accolto da una salva di fischi perfino dallo sportivissimo pubblico torinese. Ci rifacciamo a Novara, vincendo per tre a zero con goal di Soldani, Bacchetti e Amadei e pareggiamo con la Roma (zero a zero) con migliaia di tifosi napoletani sugli spalti che sparano mortaretti al suono delle trombe; quattro a zero, invece, ai danni della Sampdoria con due goal di Astorri e due di Bacchetti e infine un altro pareggio con il Pro Patria (uno a uno), con un goal di Remondini su rigore. Nella stessa giornata Ivo Suprina, che aveva tanto contribuito alla conquista della Serie A, stanco di fare la riserva, non si presenta all’appuntamento con il Bari della squadra B, facendosi appioppare una multa di quaranta mila lire. Incontriamo la Lazio che ce le suona per tre a uno; solito derby all’insegna solito della tensione; la Lazio è molto forte in quella stagione perché ha trovato, tra l’altro, la sua punta di diamante in Dionisio Arce, estroso e abile centravanti paraguaiano acquistato nel 1949. Il Guarany, nomignolo proveniente da un’operetta brasiliana, scommise con i giornalisti che lo intervistavano che la Lazio avrebbe vinto l’incontro, impegnandosi, in caso contrario, a offrire la cena a tutti i presenti. La pioggia aveva trasformato il campo in una palude ma Arce mantenne parola, segnando il primo goal; Bacchetti accorciò le distanze ma l’esito della partita era ormai segnato. Continuiamo a batterci in Campiomato con una serie di risultati favorevoli e qualche scivolone: Torino-­‐Napoli zero a zero; Napoli-­‐Triestina due a uno (segna Krieziu e raddoppia Formentin su passaggio di Amadei); Palermo-­‐Napoli zero a uno (Krieziu); Udinese-­‐Napoli zero a uno (Krieziu); Napoli-­‐Padova uno a zero (Amadei); Fiorentina-­‐Napoli due a zero; Napoli-­‐Atalanta zero a zero; Napoli-­‐Bologna quattro a uno: ritorna il bel gioco di Bacchetti; Formentin segna un goal formidabile, seguito da Astorri e da Remondini su rigore, mentre Vanz s’incarica di marcare un’autorete; Milan-­‐Napoli due a uno, con un goal di Amadei su 58 rigore; Napoli-­‐Inter zero a quattro all’insegna del catenaccio ambrosiano con inesorabile contropiede affidato a Nyers che da solo segna tre goal. 9
Anni ruggenti
59 Scompare Musolino
Il ventidue febbraio 1951 Egidio Musolino, protagonista della rinascita azzurra, chiuse gli occhi per sempre, stroncato da un infarto. L’incendio del ristorante D’Angelo in via Aniello Falcone cui aveva assistito dal balcone di casa qualche ora prima lo aveva sicuramente turbato, anche se i familiari riferirono che si era addormentato normalmente; aveva quaranta tre anni ed era, in apparenza, nel pieno del vigore. Due giorni dopo, sul terreno di Marassi, gli azzurri piegarono il Genoa per due a uno con goal di Remondini e Krieziu; i genovesi applaudirono sportivamente in omaggio allo scomparso Presidente, sostituito, nel frattempo da Gino Scuotto e Alfonso Cuomo. Nel frattempo Casari e Amadei vengono convocati per la Nazionale italiana che incontrerà il Portogallo a Lisbona. In Campionato vinciamo contro la Lucchese per uno a zero (Astorri) e contro il Como per uno a due (Astorri e Bacchetti) ma pareggiamo poi con la Juventus per uno a uno; e poi arriva il Novara che ce le suona per sei a zero grazie anche alle prodezza dell’ormai quarantenne Silvio Piola che si scatena e segna due goal, imitato da Renica, Pesaola e Arangelovich. Riusciamo appena a pareggiare con la Roma (zero a zero) e incassimao tre sventole dalla Sampdoria (tre a uno) mentre Amadei, Bacchetti e Astorri ci regalano un tre a uno contro il Pro Patria; pareggiamo ancora con la Lazio (zero a zero), con la Triestina (uno a uno) e con il Torino (uno a uno) grazie a un goal di Krieziu e un’autorete di Remondini, riscattandoci infine con un netto tre a zero contro il Padova per merito soprattutto di Amadei punto nell’orgoglio per non essere stato convocato in Nazionale. Anche la quarantanovesima edizione del massimo Campionato si avvia ormai alla conclusione. La squadra è piaciuta, nonostante i momenti critici e le giornate di abulia; grandi giocatori come Amadei, Krieziu e Bacchetti hanno ancora una volta confermato la loro stoffa di campioni. Dopo aver sconfitto l’Udinese per due a uno e aver perso contro il Padova, gli azzurri si classificano al sesto posto con quarantuno punti, cinquanta sette goal segnati e cinquantadue ricevuti mentre, per la prima volta, la Roma retrocede in serie B in compagnia del Genoa. Segnali di crisi
Per affrontare il Campionato 1951-­‐1952 l’Assemblea Straordinaria dei Soci elegge Alfonso Cuomo alla presidenza e conferma Monzeglio allenatore; i problemi, tuttavia, sono sempre di ordine finanziario e, nella speranza di ottenere finanziamenti adeguati, si pensa dunque di avvicinare nuovamente Lauro che non è insensibile alle esigenze della Società azzurra e della tifoseria anche per ragioni di propaganda politica. Si procede dunque con maggiore serenità alla campagna acquisti; raggiungono la squadra Ferruccio Cassin, dell’Arezzo, Stefano Mike, in prestito dal Bologna, Giulio Castelli del Genoa (pagato quaranta milioni!), Jeno Eugen Vinyei, del Pro Patria, Luciano Comaschi, del Crotone, Flavio Cecconi e Dionisio Arce, della Lazio, Salvatore Martire, del Barletta, Luigi Amicarelli, dell’Acerrana, Manlio Scopigno, della Salernitana, Biagio Dreossi, dell’Arezzo e Renzo Giovannini del Torino. Se ne vanno, invece, Remondini, Soldani, Zanolla, Suprina, Rosi, Di Costanzo, Gaggiotti, Vultaggio, Tirittico, Morselli e Mazzetti II mentre Domenico De Nicola, ex calciatore azzurro, noto per la sua passione e competenza, ha il compito di allenare i boys e prendersi cura del vivaio; Lauro viene eletto Presidente Onorario per il contributo dato alla campagna acquisti. 60 Il dieci agosto inizia il romitaggio presso l’albergo San Elmo al Vomero; si gioca una partita di presentazione contro il Columbia, che vinciamo per sette a zero e un’altra contro il Pro Patria, vinta ugualmente per quattro a zero che vide, peraltro, il rientro di Masoni. Il Campionato iniziò il dieci settembre con un pareggio contro l’Udinese per uno a uno proprio grazie al nostro “spazzolino” che anche autore del primo goal contro il Bologna, sconfitto per quattro a uno (Masoni, Cecconi, Mike e Amadei). Gli azzurri schieravano in formazione Casari, Delfrati, Vinyei, Granata, Gramaglia, Castelli, Mike, Bacchetti, Amadei, Cecconi e Masoni; a guardarli giocare sembrava di vedere il Napoli di Ascarelli e Garbutt, spavaldo, senza accorgimenti tattici e difensivi, aggressivo e lucido nella manovra: bravo Eraldo, unico difensore, oramai, del bel gioco in Italia! Durante l’incontro con il Padova, che vincemmo per due a zero, Cecconi si fratturò una tibia mentre, al diciassettesimo del primo tempo, avanzava inarrestabile verso la rete patavina; stretto da due avversari, riuscì, tuttavia, a sganciarsi riprendendo la corsa verso la rete avversaria, fermato però da un tuffo spericolato del portiere romano che si risolse in un urto è violento. Costatata la gravità della lesione, disposi quindi il ricovero in ospedale; Cecconi decise di farsi operare dal sottoscritto e dopo l’intervento riportò un trauma “psicologico” che vale la pena ricordare. Flavio era, infatti, convinto che, nonostante la riabilitazione, il ginocchio fosse ancora rigido. Per dimostrargli il contrario dovetti anestetizzarlo e piegargli la gamba, lasciandolo in quella posizione fino al suo risveglio! Giocò altre quattro stagioni con il Palermo cui, nel frattempo, era stato ceduto. Continuiamo la corsa con alterne vicende: Napoli-­‐Lucchese due a zero (Masoni e Formentin); Sampdoria-­‐Napoli due a uno (Amadei); Napoli-­‐Inter uno a zero (Granata); Napoli-­‐Pro Patria quattro a uno (Amadei, Todeschini, Arce, Formentin); Torino-­‐Napoli zero a due (Astorri e Todeschini); Napoli-­‐Milan zero a due (e quattro mila lire di multa ad Arce per scarso rendimento); Napoli-­‐Padova uno a due (Casari non “vede” un goal di Giardi da quaranta metri e uno di Bravi su punizione da fuori area); Lazio-­‐Napoli uno a zero; Napoli-­‐
Triestina zero a zero; Como-­‐Napoli due a quattro (due stangate dello “sceriffo” Astorri e due del polacco Vinyei). Mike prende una pallonata in pieno addome e dopo la partita avverte dolori e nausea; appendicite acuta e conseguente intervento che mi vede, ancora una volta, protagonista. Privo di Cecconi, di Mike, Bacchetti, Masoni e Todeschini, il Napoli, non riesce a fare gioco contro le zebre juventine e incassiamo un rigore per opera di Mari; Astorri pareggia ma Hansen raddoppia, siglando il definitivo due a zero. Segue un intermezzo amichevole con il River Plate. Gioca Masoni ancora titubante e Martire, in posizione di centravanti, che segna. Gli argentini vincono con un goal di Labruna e uno di Gomez. A Ferrara Casari para un rigore ma incassa due goal; Amadei segna, Krieziu colpisce la traversa, Formentin bisticcia con l’arbitro e subisce due domeniche di squalifica. Hasse Jeppson
Dopo questa partita Baccheti si presentò in Sede baldanzoso per chiedere il pagamento anticipato di tutti i suoi compensi fino alla fine del Campionato, sostenendo che un rifiuto 61 avrebbe potuto nuocere alla sua vena e influire sul mordente…… Il Club rispose picche e Bacchetti non si presentò più agli allenamenti subendo una multa di quaranta mila lire, la sospensione dai premi e il deferimento alla Lega. In Campionato si continua con risultati alterni: Napoli-­‐Fiorentina due a quattro (gioca Masoni ancora timoroso per il suo ginocchio e segnano Astorri e Amadei); Legnano-­‐Napoli due a quattro (ancora Masoni all’ala sinistra; Segnano Amadei, Astorri e Krieziu; sempre assente Bacchetti la cui sospensione era stata intanto ratificata dalla Lega); Napoli-­‐Udinese uno a due; Napoli-­‐Bologna uno a uno (Arce); spettacolari parate di Casari a Padova, dove vinciamo per uno a zero (Krieziu) e ottimo esordio di Luciano Comaschi che sostituisce Vinyei; Lucchese-­‐Napoli zero a zero; Napoli-­‐Sampdoria uno a zero (Astorri); Inter-­‐Napoli tre a zero riscattata però da un quattro a due contro l’Atalanta dove giocano Jeppson e Soerensen, autori dei goal. Il Napoli adotta per la prima volta uno schieramento a mezzo sistema, con Gramaglia su Jeppson, Vinyei libero e Granata arretrato. Segnano Formentin, Vinyei, Amadei e Astorri. Nel prosieguo di Campionato Piola regala al Novara (che vince per uno a zero) l’unica vittoria sul terreno del Napoli; pareggiamo invece con il Pro Patria-­‐Napoli per zero a zero (debutto di Giovannini a mediano sinistro e Martire centravanti) e stravinciamo contro il Torino co un netto quattro a zero (ritorno di Arce in prima linea; segnano Astorri, Gramaglia e Amadei; Castelli subisce una distorsione al ginocchio sinistro e viene ingessato); pareggiamo ancora con il Milan per zero a zero (grossolana svista dell’arbitro Pieri che non vede due goal di Mike e infortunio di Arce nei primi minuiti di gioco) e vinciamo per due a uno (Mike) contro il Padova e contro la Lazio (debutto di Scopigno a terzino e goal di Mike e Amadei). Il ventinove aprile 1952 si riunisce l’Assemblea Straordinaria degli Azionisti per decidere lo scioglimento e la liquidazione della Società affidata ad Alfonso Cuomo; per salvare il Napoli occorrono consistenti sacrifici e Lauro dà il buon esempio rinunciando a un credito di cinquanta milioni e impegnandosi a versarne altrettanti per condurre a termine la gestione. Il resto dei soci si adegua e rinuncia all’ammontare complessivo dei crediti, stimato in altri cinquanta milioni; si decide dunque di creare una nuova Società che emetterà azioni di mezzo milione alfine di costituire il capitale necessario per la campagna acquisti. La Juventus vince il Campionato mentre il Napoli si classifica al sesto posto con quaranta due punti, sessanta quattro reti segnate e quaranta quattro subite. Durante la pausa estiva la Dirigenza è in gran fermento. Lauro, cosciente della popolarità derivante dalla sua partecipazione alle vicende del Napoli, si reca, in compagnia di Monzeglio, a Milano dove, all’albergo Gallia, si svolge la borsa calcistica nazionale e decide, con un gesto clamoroso, di acquistare per centotrentacinque milioni di lire il fuoriclasse Hans Jeppson, prontamente ribattezzato dalla tifoseria napoletana Banco di Napoli, poiché da solo valeva quanto l’intero capitale del più importante istituto di credito cittadino. “Gesù, è caduto il Banco di Napoli!”, esclamò, infatti, una voce nella folla tra il serio e il faceto, quando lo svedese cadde, atterrato da un avversario, durante uno dei primi incontri disputati. Hans Olaf Jeppson, detto Hasse, nato a Kungsbacha (Svezia) il dieci maggio 1925, era stato centravanti della Nazionale Svedese ai Campionati del Mondo del 1950 a Rio de Janeiro e, in seguito, aveva giocato per il Charlton Athletic di Londra, approdando al calcio italiano con l’Atalanta nel 1951; era un ragazzone alto e simpatico, colto, amante della musica e, soprattutto, del tennis di cui era stato campione nazionale studentesco. Hasse era un centravanti all’antica, amante dello spettacolo, intelligente e freddo; uno dei migliori, con Sallustro e Vinicio, che io abbia visto giocare in maglia azzurra; assieme a lui fu acquistato Giancarlo Vitali, ala sinistra, dalla Fiorentina, per ventisei milioni; si diceva che avesse un piede in disordine ma, visitandolo, riscontrai che si trattava solo di una vecchia frattura perfettamente calcificata. 62 Il “Petisso”
Durante quella memorabile stagione fu acquistato Bruno Pesaola, argentino di nascita ma oriundo per origini perché i genitori erano nativi di Macerata. Proveniva dal Novara ma aveva militato, in precedenza, nei ranghi della Roma, dove, peraltro, aveva subito un infortunio piuttosto grave alla tibia. Il petisso, nonostante la modesta statura (che gli valse appunto l’appellativo), era un atleta dotato di una potenza muscolare impressionante, velocissimo, irreprensibile nel controllo della palla, con uno sviluppo toracico e una capacità respiratoria che raramente ho visto in altri giocatori; è stato uno degli elementi più preziosi che il Napoli abbia mai avuto, formidabile goleador coraggioso, altruista e sagace. Al raduno che si tenne l’otto agosto 1952, le forze calcistiche partenopee comprendevano dunque Casari e Dreossi (portieri); Vinyei, Comaschi, Delfrati, Scopigno (terzini); Castelli, Gramaglia, Granta, Sessa, Cassin (mediani); Vitali, Formentin, Jeppson, Amadei, Pesaola, Astorri, Krieziu, Masoni, Amicarelli. Ci lasciarono invece Bacchetti, acquistato dall’Udinese, Arce, dalla Sampdoria, Mike, che rientrava al Bologna per fine prestito, Todeschini e Cecconi ceduti al Palermo, Giovannini, al Bari, e Martire al Maglie. Monzeglio radunò la nuova squadra all’Hotel Parker di Napoli per un periodo di vita collegiale e di acclimatamento che consentì di raggiungere un buon livello di affiatamento fisico e morale, dando inizio alla preparazione con due sedute atletiche giornaliere. Il debutto avvenne il primo settembre in un’amichevole contro il Kapfenberg di Vienna, sconfitto per cinque a uno con tre reti di Jeppson, una di Pesaola e una di Castelli, seguita da un successivo incontro contro la svedese Idrotts che incassò nove goal. Mi ha fatto un goal!
Ispirato dal contesto partenopeo, il bergamasco Casari, detto per la sua stazza “il gigante buono”, scoprì di essere un poeta e compose una canzonetta musicata da Acampora e Dura che Pino Cuomo lanciò nelle manifestazioni canore di Piedigrotta. Il brano che strizzava l’occhio alla professione del suo autore s’intitolava “M’ha fatto un goal” e merita di essere integralmente riportato. “Salendo su dalla collina che da Mergellina in Paradiso va, mi viene incontro una biondina, una bambolina dai capelli d’or. Mi blocco davanti a due occhi turchini Che mi fan sospirar…….. M’ha fatto un goal Una bella bambina con gli occhi ha spezzato La rete del mio cuor M’ha fatto un goal Scavalcando il terzino Un bel tiro ha sfondato La porta del mio cuor….. 63 Uh! Mamma mia che tiro! Che tiro, mamma ma’ I’ comme l’arreparo ‘Nu tiro ‘e chistu ccà? M’ha fatto il goal Una bella bambina: Con gli occhi ha sfondato La porta del mio cuor……. M’ha fatto un goal M’ha fatto un goal M’ha fatto un goal Il quattordici settembre, con Casari compositore e Monzeglio direttore d’orchestra, prese il via il Campionato di massima divisione con una prima vittoria contro l’Atalanta che perse per due a zero; gli “ex” di Jeppson lo accolgono immusoniti e non gli risparmiano scorrettezze e ostruzionismo ma Amadei e Vitali s’incaricano di portare a casa il risultato e ristabilire il rispetto in famiglia. Pareggiamo poi a Marassi contro la Sampdoria per zero a zero al cospetto della folla delle grandi occasioni venuta soprattutto per Jeppson che però non è ancora in forma; la squadra sembra slegata ma in compenso i blu-­‐cerchiati picchiano come matti! Grande vittoria in seguito contro l’Udinese, sconfitta per quattro a uno: con i friulani c’è Bacchetti che gioca in modo esemplare e corretto; Menegotti segna ma la gioia è breve perché Amadei reagisce e mette in rete il goal del pareggio seguito da Vitali che ne aggiunge altri tre. Doccia fredda invece contro a Milano, contro l’Inter che vince per cinque a uno: il catenaccio funziona e il contropiede dà i suoi frutti soprattutto con una squadra che gioca lealmente come la nostra; segnano Lorenzi e Nyers mentre Jeppson è l’autore del nostro unico goal. Perdiamo ancora contro la Lazio per due a uno, complice anche un po’ di sfortuna; Jeppson, infatti, si fa male dopo aver segnato il primo goal e Amadei subisce uno stiramento, lasciando spazio a Larsen che infila due palloni. Vinciamo contro il Pro Patria per uno a zero accompagnati da una salve di fischi per tutta la partita fino a quando Formentin, a cinque minuti dalla fine, trova la via del goal! Colpo basso
Jeppson che pure segna un gola spettacolare, non riesce a evitare la nostra sconfitta per due a uno contro la Fiorentina durante un incontro all’insegna della scorrettezza; Magnini, infatti, colpisce duramente Pesaola che resta fuori campo per qualche minuto e rientra poi in pessime condizioni, mentre Cervato pesta il suo ex compagno Vitali. Pareggiamo poi per zero a zero con il Palermo dove giocano gli ex azzurri Todeschini e Cecconi; la curiosità iniziale del pubblico si trasforma in rabbiosa intemperanza che ci costa una bella multa di trentamila lire. E, finalmente il riscatto: Napoli-­‐Milan quattro a due! La folla dimentica i precedenti malumori e si entusiasma, vedendo il famoso trio Gren, Nordhal, Liedholm travolto irresistibilmente; Jeppson, scatenato, segna due goal, seguito da Amadei, mentre Zagati ci regala un autogoal. Soffrendo le pene dell’inferno Monzeglio allenta di continuo il nodo della sua cravatta finché al terzo goal di Jeppson, colto da un collasso, sviene tra le mie braccia; quando riaprì gli occhi, era intontito e aveva la bocca amara, assaporando, probabilmente, il fiele delle tante critiche che erano state mosse al suo sistema di gioco considerato privo di accorgimenti tattici. Nei 64 giorni successivi ricevette numerose testimonianze di affetto e solidarietà di cui aveva più che mai bisogno dopo il colpo basso che Lauro, nel frattempo, gli aveva tirato scaricando su di lui la responsabilità della campagna acquisti e dell’andamento della squadra nel corso di un’intervista ad Agostino Panico del Corriere dello Sport. “Caro dottore è facile gettare un sasso in piccionaia ma il tempo è il solo galantuomo che io conosca e chiarirà molte posizioni che oggi sembrano oscure”, mi disse in seguito il povero Monzeglio che non aveva capito con chi aveva a che fare; decise di dare le dimissioni alla vigilia dell’incontro casalingo con il Palermo, ma Lauro era fuori sede; ci provò alla vigilia dell’incontro con il Milan (vinto per quattro a due) ma Lauro gli chiese di restare. 10
La riscossa
La profezia di Monzeglio
65 Il Campionato riprese con Como-­‐Napoli perso per due a uno (Vitali) cui fece seguito l’incontro con il Novara (perso nuovamente per due a tre), noto come il “giallo dello spogliatoio” che condusse alla squalifica di Casara, Comaschi, Castelli e Granata accusati di aver insultato un guardialinee. Pur giocando a ranghi ridotti, vinciamo poi contro il Bologna per tre a uno: San Petronio questa volta non riesce a fermare le staffilate di Pesaola, Jeppson e Amadei che infilano di seguito la rete rossoblù. Vinciamo ancora a Torino per due a uno: Sentimenti III parte alla carica e segna, ma il Napoli pareggia con Vitali; il gioco si fa duro quando Amadei sbaglia un rigore; Monzeglio, che si agita troppo, incassa una multa di diecimila lire, seguito da Vitali che ne colleziona una di sei; Jeppson, alla fine, ristabilisce la calma siglando il goal della vittoria. Monzeglio profetizza il futuro del Napoli analizzando il comportamento dei tifosi e della squadra. “Voi, a Napoli, non farete mai nulla di buono dal punto di vista calcistico perché basta un minimo errore, un nonnulla, e la gente comincia a fischiare, a scalmanarsi, mettendo a terra il morale dei ragazzi che, per reazione, cercano di strafare, peggiorando le cose. “In trasferta, ovviamente, il problema non esiste”. Il girone di andata si conclude con un pareggio contro la Triestina per uno a uno (Formentin al quarantacinquesimo del secondo tempo) e una bella batosta con la che vince per cinque a due; alla beffa si aggiunge il danno di settantacinquemila lire di multa per lancio di mortaretti; vinciamo poi contro la Spal per uno a zero (Castelli) e contro la Juve per tre a due; i bianconeri non perdevano a Napoli da dodici anni. Hansen e Praest segnano i primi due goal ma Pesaola accorcia le distanze e subito dopo pareggia; Amadei, al quarantaquattresimo del secondo tempo, sigla infine la rete della vittoria. E il Napoli incassa altre diecimila lire di multa per i soliti mortaretti. Lauro, nel frattempo, chiede una riforma dello Statuto della Società azzurra che prevede l’abolizione della carica di Vice Presidente e la costituzione di un Consiglio e di una Giunta, presieduta, quest’ultima, dallo stesso Comandante coadiuvato da Cuomo, Caputo, Scuotto, Muscariello e Savarese. Siamo al giro di boa del girone di ritorno che comincia con Atalanta-­‐Napoli pareggiata per uno a uno; Jeppson ogni volta che gioca contro la sua prima squadra italiana si scatena come un demonio e mette in mostra i suoi numeri migliori; per noi segna Ciccio Formentin. Vinciamo poi contro la Sampdoria per due a uno; Formentin segna per primo ma i blu-­‐
cerchiati pareggiano. I tifosi azzurri, come al solito, cominciano ad agitarsi ma, a nove minuti dalla fine, Amadei infila un capolavoro nella rete genovese. Comaschi si è davvero battuto come un leone, meritando l’epiteto e guadagnando la convocazione per la Nazionale Militare. Pareggiamo con l’Udinese per uno a uno; Pesaola, generoso e instancabile, mette a segno una cannonata imparabile al trentaseiesimo del primo tempo ma i friulani si riscattano con Moro su rigore; perdiamo con l’Inter per uno a zero sotto una pioggia fitta che trasforma il terreno in una palude dove gli interisti sono maestri. Skoglund e Nyers compiono vere prodezze in area azzurra, innervosendo Comaschi che finisce per farsi squalificare con grande soddisfazione di “Veleno” Lorenzi che, liberatosi del suo mastino, sigla la vittoria nerazzurra. Vittorio Pozzo scuote malinconicamente la testa in Tribuna, deluso da un calcio incapace di offrire spettacolo, dove conta solo il punteggio. La musica cambia, invece, con Napoli-­‐Lazio che vinciamo per tre a zero; debutta Amicarelli al posto di Formentin. Vitali segna due goal e Amadei uno; colpiamo cinque pali e vediamo due reti annullate! Il portiere laziale non riesce a controllare il suo livore nei confronti di Jeppson, assoluto padrone del campo, e gli sferra un calcio incassando però tre domeniche di squalifica. 66 Si continua con una serie di pareggi: Pro Patria Napoli uno a uno (Formentin); Napoli-­‐
Fiorentina zero a zero (debutta Cassin in mediana al posto di Castelli); Palermo-­‐Napoli zero a zero, nel rispetto della tradizione (non perdiamo, infatti, a La Favorita dal lontano 1934); Milan-­‐Napoli due a due; gli azzurri s’impongono per il volume e la piacevolezza di gioco in una lotta aspra ma senza cattiveria durante la quale l’arbitro ci annulla due goal. Vitali si eleva sopra una piramide di uomini e segna di testa una rete formidabile mentre Formentin, tanto per non smentirsi, sigla il secondo goal tra gli applausi del pubblico; il Napoli è davvero la più bella squadra vista a San Siro. Jeppson segna contro il Como l’unico goal della giornata e della nostra vittoria; stesso risultato contro il Novara-­‐Napoli ma la partita degenera in rissa in campo e sugli spalti, dove il pubblico sfoga la sua ira: un sasso colpisce alla testa l’arbitro Bellè, reo di non aver concesso un rigore inesistente; segna Vitali che, dopo il goal, restituisce i calci subiti e si fa espellere insieme a Baira e Pombia. Il ventiquattro aprile 1953 si disputa Napoli-­‐Bologna, che termina per quattro a uno. Per Bruno Gramaglia non è un giorno qualunque perché compie trenta quattro anni e, a parte qualche Campionato di guerra, è stato sempre in maglia azzurra. Era venuto tra noi nel lontano 1938, a soli diciannove anni dimostrando subito la sua personalità tenace, volitiva e intelligente. Abbiamo giocato insieme tante partite e ho sempre ammirato il suo temperamento agonistico e la sua serietà professionale. Bruno è tra i pochi anziani che militano ancora in serie A. Il Mattino, facendosi portavoce dell’affetto e della riconoscenza del Club e dei tifosi, gli ha offerto una medaglia d’oro in segno di riconoscimento. In questo clima, Gramaglia e compagni trovano l’entusiasmo e l’estro per travolgere il Bologna sotto il peso di quattro reti siglate da Pesaola, Castelli, Vitali e Jeppson durante una partita briosa e appassionante. Bel calcio a Torino, dove vinciamo per tre a zero con reti di Vitali, Pesaola e Jeppson collocandoci al terzo posto in classifica; vinciamo ancora per tre a due a Trieste dove, prima della partita, Paolo Innocenti consegna alla squadra alabardata una Coppa offerta da Lauro in memoria della sciagura di Superga; segnano Pesaola, Vitali e Jeppson; il Napoli rallenta il ritmo ma senza ostruzionismo: gioca e lascia giocare! Continuiamo con un pareggio con la Roma (zero a zero) e una batosta contro la Spal che infila quattro reti nella nostra porta (quattro a uno); una partita imperniata sugli errori di Casari, distratto, probabilmente, dal confronto con Bugatti che il Napoli si è già assicurato per la stagione successiva. Pareggiamo ancora con la Juventus (uno a uno); i torinesi applaudono questo Napoli un po’ guascone ma generoso che si butta nella mischia senza paura. Per noi segna Hansen e Vitali raddoppia ma l’arbitro, annulla il goal. Terminiamo così al quarto posto con quarantuno punti, cinquanta tre goal segnati e quaranta tre ricevuti; l’Inter è Campione d’Italia mentre Como e Pro Patria retrocedono. Comaschi, Vitali, Formentin e Amadei conquistano la maglia azzurra nella Nazionale giovanile che incontrerà la Grecia ad Atene. Il cognac di Bugatti
Durante l’anno calcistico 1953-­‐1954 il Napoli può contare su una discreta compagine di giocatori tra cui Bugatti, Casari, Dreossi e Morselli (portieri); Comaschi, Vinyei, Delfratti, Del Bene (terzini), Gramaglia, Sessa, Ferraro, Castelli, Granata e Giovannini; Vitali, Formentin, Jeppson, Pesaola, Amadei, Ciccarelli, Cassin, Amicarelli, Musci e Martire (attaccanti). Masoni è 67 stato invece ceduto in prestito al Novara per un anno; Astorri va al Monza e Cecconi al Verona, dopo il rientro dal Palermo; ci lasciano anche Krieziu e Scopigno. Il sette agosto Monzeglio convoca i suoi atleti alla Palazzina Azzurra del Vomero. Bugatti, in pantaloni corti e camiciola nera aperta sul petto, arriva tra i primi a bordo di una rombante fuori serie Fiat 1400 di colore amaranto, accompagnato da un suo cugino; sul sedile posteriore della macchina sono sparsi giornali, una borsa da viaggio e qualche bottiglia di cognac: troppo per il buon Eraldo che si lancia in una delle sue proverbiali filippiche, lasciando di stucco il povero Ottavio. Il cugino sparì, portandosi via il cognac, ma l’episodio fu, probabilmente, all’origine della sostanziale antipatia tra i due che esplose poco dopo, durante un allenamento. Monzeglio redarguì Bugatti, poco attento, a suo avviso, e incapace di scattare come avrebbe dovuto fare un portiere che si rispetti e Ottavio, sacramentando, replicò che gli sembrava un’idiozia metterlo lì tra i pali di fronte a palloni calciati violentemente da tutte le parti, a rischio della sua incolumità e senza giovamento alcuno per il senso della posizione e il reperimento del pallone. Le urla di entrambi superarono il perimetro dello Stadio! Il ventitré agosto la squadra debuttò in un incontro preparatorio contro il Rapid di Mentone vincendo per dieci a due; il trenta agosto fu il turno del Messina che prese cinque goal, seguito dal Marzotto che ne incassò sei. Il Napoli cominciava ad affiatarsi. Il sei di settembre, infatti, pareggiò per due a due contro i venezuelani del Caracas, diabolicamente veloci. Alla vigilia dell’inizio ufficiale del Campionato Giuseppe Casari, non resistendo all’umiliazione di non essere più titolare, se tornò al Bergamo, dove era iniziata la sua carriera di portiere che lo aveva portato fino ai Mondiali di Rio de Janeiro. Il Campionato inizia con una netta vittoria contro il Palermo per tre a zero (Bugatti conquista la folla con i suoi interventi spettacolari; Pesaola fila come il vento e travolge i rosanero con due reti poderose, imitato da Formentin) e contro l’Atalanta travolta da un clamoroso sei a tre; Jeppson ce l’ha proprio con la sua antica squadra e segna quattro goal, lasciando a Vitali gli altri due mentre Granata litiga con Rasmussen e l’arbitro espelle entrambi, squalificandoli. I mortaretti di protesta ci costano cinquantacinquemila lire di multa. Il Napoli rallenta pareggiando poi con la Spal per uno a uno (Amadei) e con il Milan che vince per uno a zero; i milanesi adottano un’accorta tecnica di copertura, superando i partenopei nell’impostazione di gioco a metà campo e bloccando l’attacco, favoriti dall’arbitro Massai che non concede un rigore grosso quanto una casa! Trionfo, invece, a Roma, contro la Lazio, dove non vincevamo vent’anni: Vitali segna di prepotenza il primo goal, seguito da Jeppson che ne segna due e da Granata che completa la quaterna, lasciando in trance i tifosi avversari. Ospitiamo in seguito la Triestina, vincendo per uno a zero; i rosso-­‐alabardati, intimoriti di dover giocare contro una squadra così prolifica di goal, si chiudono in difesa con catenaccio a doppia mandata, schierando nove uomini in area di rigore ma Jeppson, in agguato, aspetta il momento buono e non se lo lascia scappare. Pareggiamo invece con la Sampdoria per uno a uno un incontro all’insegna del nervosismo in campo e sugli spalti; Comaschi e Baldini hanno uno scambio di vedute troppo vivaci e l’arbitro li espelle; Baldini segna per i genovesi e qualche sconsiderato inizia una sassaiola che costerà al Napoli centocinquantamila lire di multa; Formentin, finalmente, riesce a pareggiare. Contro la Fiorentina che supera per uno a zero (un goal piuttosto fortuito), crolla invece il mito dell’imbattibilità degli azzurri in trasferta; recuperiamo però contro l’Udinese sconfitta per due a uno; debutta Giovannini al posto di Castelli e Amadei sigla entrambe le reti. La buona stella però comincia a volgerci le spalle e perdiamo per due a zero contro l’ Inter mentre pareggiamo per zero a zero, a Bologna, una partita mediocre, all’insegna della paura. Qualcosa non va. Il quintetto di punta, a parte Amadei, non riesce a concludere. 68 Jeppson al tappeto
Bugatti, Pesaola, Ciccarelli e Vitali furono comunque convocati in Nazionale B che incontrò a Istanbul la Turchia ma Bugatti, infortunato, dovette rinunciare. L’incontro in casa con il Legnano fu sospeso per impraticabilità del campo, sfatando anche il mito della città del sole. Incontriamo poi la Roma pareggiando per zero a zero; all’Olimpico sembra di essere a Forcella! Ovunque si sente parlare napoletano e i mortaretti esplodono al termine della partita fortunatamente senza danni. Pareggiamo ancora per uno a uno (Vitali) con il Novara dove gioca ancora il grande Piola e vinciamo per uno a zero (Jeppson) il recupero contro il Legnano. Vinciamo poi, almeno sul campo, contro il Genoa, per tre a due con due goal di Amadei e uno di Jeppson ma Righi (cui sarà conferito nel 1964 il premio “Giovanni Mauro” per il miglior arbitraggio) quel giorno non è in forma; non vede, infatti, una serie di falli grossolani in area genoana e convalida un goal rosso-­‐blu in netto fuori gioco, scatenando l’ira dei tifosi che varcano i reticolati scontrandosi con le forze dell’ordine. Al quarantasettesimo del secondo tempo Amadei mette in rete un rigore finalmente concesso a nostro favore ma l’arbitro, considerando la gara conclusa al quarantaduesimo del secondo tempo, chiede di non omologare il risultato. La Lega decretò dunque la vittoria del Genoa (per due a zero!) infliggendoci una multa di trecento mila lire e la squalifica di Vinyei per due domeniche. Perdiamo ancora, con grande delusione dei quaranta mila presenti, contro la Juventus (uno a due) malgrado un bellissimo goal di Jeppson che però è troppo solo; debuttava Delfrati al posto di Viniyei, con Martire all’ala destra. Pareggiamo poi a Palermo per due a due con un goal di Jeppson e uno di Amadei su rigore; unica nota lieta, la convocazione di Comaschi nella Nazionale giovanile contro l’Inghilterra a Bologna (tre a zero). A Bergamo, contro l’Atalanta, pareggiamo per uno a uno; Annovazzi interpreta alla lettera il compito di marcare Jeppson e lo stende al tappeto, con un paio di destri, al decimo del secondo tempo; l’arbitro espelle entrambi e Amadei s’incarica di segnare il nostro unico goal. Vinciamo ancora contro la Lazio per due a uno; segna per primo Amadei, trasformando in goal una di quelle punizioni che lui solo sapeva tirare, e Jeppson raddoppia, segnando, la domenica successiva il goal del pareggio contro la Triestina (uno a uno) tra gli applausi del pubblico, compreso quello di parte avversa. Nonostante le prodezze di Gramaglia, perdiamo contro la Sampdoria per uno a zero; l’attacco è abulico, inconcludente e, per di più, Jeppson subisce una distorsione alla caviglia destra. Contro la Fiorentina (zero a zero) debutta Cassin in posizione di centravanti che segna un goal perfettamente valido annullato, inspiegabilmente, dall’arbitro Bernardi; Amadei e Ciccarelli giocano, rispettivamente, a mezzala destra e sinistra con Vitali e Pesaola alle due ali. A Udine giochiamo una bella partita senza tatticismi e pareggiamo per tre a tre; segnano Vitali, Cassin e Stucchi (autorete) mentre Comaschi si fa squalificare per due domeniche. Dopo quest’incontro, il Napoli va a ossigenarsi a Massalubrense, ospite della pensione Franceschiello. Comaschi invece è a Bruxelles impegnato con la Nazionale Militare. Il salutare riposo ci consente di travolgere la capolista Inter per due a uno; Jeppson al centro della prima linea conduce abilmente il gioco e Ceccarelli sigla i due goal della vittoria. Il pubblico, non riesce a frenare il suo entusiasmo e spara mortaretti e botte a muro che ci costeranno altre diecimila lire di multa. Forfait di Gramaglia
Vinciamo ancora contro il Bologna per due a uno con un rigore di Amadei e un goal di Jeppson, entrato ormai in un vero e proprio stato di grazia ma perdiamo contro il Legnano per 69 uno a zero. Dopo otto anni sconfiggiamo finalmente la Roma per uno a zero; clima da derby e goal del grande Amadei: “Anche tu, Amedeo, figlio mio”, sembra recriminare la Roma al suo ex attaccante. I mortaretti, questa volta, ci costano cento mila lire! Il Napoli, galvanizzato dalla primavera, sconfigge il Novara per cinque a uno con due goal alla vichinga di Jeppson, uno di Ciccarelli, uno di Vitali e un’autorete di Pombia. Gramaglia non si presenta alla partenza per Genova dove pareggiamo per zero a zero un incontro arbitrato da Bellè, buon allievo di Righi, che supera, forse, in partigianeria. Jeppson caracolla verso la rete avversaria e sta per saettare quando un difensore lo stende a terra con una sgambata; rigore, direte voi. Invece no! L’arbitro fa segno di proseguire tra i fischi dello sportivissimo pubblico. Poi, a un tratto, in una discesa genoana nella nostra area, sibila il fischietto arbitrale decretando un invisibile rigore contro di noi. Bugatti para una staffilata dagli undici metri, respingendo il pallone e lanciando un epiteto pasoliniano all’indirizzo del direttore di gara. La partita finisce a reti inviolate tra gli applausi del pubblico mentre l’uscita di Bellè è salutata da una salve di fischi da parte del pubblico della Lanterna. Perdiamo poi l’ultima di campionato per tre a due contro la Juventus; l’Inter è Campione d’Italia mentre il Napoli deve accontentarsi del quinto posto con trentotto punti, cinquanta due goal segnati e trentotto ricevuti. Retrocedono Legnano e Palermo; promossi invece Catania e Pro Patria. La campagna acquisti per il Campionato 1954-­‐1955 vede l’arrivo, dal Brescia, di Celso Posio, Odoardo Pizzi e Remo Bertoni; Piero Golin proviene dal Cagliari e Brenno Fontanesi, dal Crotone; Armando Trerè, costato quindici milioni e Rodolfo Beltrandi, venti milioni, vengono dalla Roma. Ci lasciano invece Ferraro, Cassin, Formentin, Dreossi, Delfrati, Amicarelli e Morselli. Gramaglia non si presenta al raduno del dieci agosto avvertendo per telefono che non ne vuole più sapere di giocare né con il Napoli né con altre squadre. Asserisce di essere “stanco, stufo e vecchio”, ma proprio quel giorno Leone Boccali pubblica un suo profilo descrivendolo come un raro esempio di serietà professionale e di genuina passione e Bruno cambia idea. Anche Armando Trerè, il centromediano ultra trentenne acquistato dalla Roma, non arriva puntuale al raduno, sostenendo di non voler trasferirsi a Napoli e di aver deciso, tra l’altro, di abbandonare l’attività calcistica. Anche lui cambiò idea dopo aver ricevuto il consistente premio d’ingaggio. Il Napoli annovera nei suoi ranghi Bugatti, Fontanesi, Comaschi, Vinyei, Del Bene, Castelli, Gramaglia, Trerè, Granata, Posio, Giovannini, Vitali, Ciccarelli, Amadei, Jeppson, Golin, Pesaola, Masoni, Pizzi e Bertoni IV. Si debutta in amichevole contro la Roma, vincendo per quattro a due (Jeppson, Vitali e Posio); il cinque settembre la squadra si esibisce nuovamente contro l’Olympiackos di Atene, vincendo per cinque a uno, con due goal di Jeppson, due di Golino e uno di Amadei. Vinciamo ancora contro l’Avellino e contro il Maccabi d’Israele per sette a uno in entrambi i casi; durante l’incontro però Amadei e Gramaglia s’infortunano. La folla nemica
Il campionato inizia il diciannove settembre con Genoa-­‐Napoli, pareggiata per uno a uno; Posio, a letto con la febbre, è sostituito da Golin; Vinyei commette autorete ma Vitali pareggia le sorti dell’incontro mentre Pesaola incassa una brutta botta alla caviglia. 70 Si prosegue sconfiggendo l’Udinese per tre a uno; Masoni rientra per sostituire Pesaola; il Napoli impone la sua classe con due goal di Jeppson e uno di Vitali. Confermando la nostra superiorità all’ombra delle due torri, vinciamo per tre a uno anche contro il Bologna che spera ardentemente di sfatare la tradizione; gli azzurri però impartiscono una lezione di bel gioco e s’impongono con due goal di Vitali e uno di Jeppson tra gli applausi sinceri e ammirati dei bolognesi. Il Torino invece riesce a piegarci abbastanza facilmente per due reti a zero anche perché Masoni non gioca per via del ginocchio e Pesaola è ancora dolorante; anche il Milan ce le suona con lo stesso punteggio e la folla, esasperata, copre d’insulti i suoi beniamini a ogni minimo errore innescando così un circolo vizioso. Pareggiamo poi con la Roma (zero a zero) con la Juventus (uno a uno) ma perdiamo contro il Novara per due a uno (Vitali); nelle fila avversarie giocano gli ex azzurri Formentin e il “Guarany” Arce, autore di uno dei goal della nostra sconfitta. Lauro esplode in una scenata violenta negli spogliatoi accusando di abulia e di scarso senso del dovere Jeppson che gli risponde per le rime, affermando di soffrire ancora per la contusione alla gamba sinistra e di aver continuato a giocare nonostante tutto. Monzeglio s’inserisce nella querelle chiedendo di essere esonerato dall’incarico perché, a suo avviso, il pubblico gli è oramai ostile, qualunque cosa si faccia. Il Comandante rifiuta annunciando l’ennesimo romitaggio a Ostia, assortito di una multa di sessantamila lire; mi trovavo a Brindisi, in quel frangente, per impegni professionali. Pareggiamo poi con la Spal per uno a uno; la vittoria, dopo il goal di Amadei, sembrava nostra ma a cinque minuti dalla fine Olivieri riesce a pareggiare. Sul campo di Valmaura, fino allora imbattuto, riusciamo invece a piegare la Triestina per due a zero con goal di Vitali e Ciccarelli. Grazie a un goal di Amadei che segna su rigore pareggiamo poi per uno a uno con la Fiorentina; Brugola è in gran forma ma non ha fortuna, mentre Jeppson zoppica vistosamente; finito l’incontro, infatti, mi chiede di visitarlo, lamentando un dolore acuto alla coscia sinistra. Rilevo subito un grosso ematoma in corrispondenza del quadricipite sinistro ma Lauro e Monzeglio sembrano piuttosto scettici; per convincerli estraggo dal muscolo novanta centimetri cubici di liquido ematico avvertendo gli sbalorditi presenti che Jeppson non potrà giocare se non dopo aver ricevuto le cure necessarie. “Jeppson parte per il romitaggio!”, tuonò Lauro che non sapeva rinunciare all’ultima parola. “Affare vostro”, risposi, stringendomi nelle spalle, “In ogni caso, non potrà giocare”. Jeppson fu invece spedito a Roma per essere visitato da Zappalà che gli prescrisse fanghi e radioterapia pronosticando che avrebbe potuto giocare fin dalla partita successiva, salvo poi fare marcia indietro; quando Monzeglio mi comunicò che la mia diagnosi era stata confermata, mi limitai a ricordargli che, come noto, in patria nessuno è profeta. Durante la clausura ostiense giunse a Napoli Rodolfo Beltrandi (Foffo per gli amici), ventiquattrenne mezzala della Roma acquistata per venti milioni. Perdemmo in ogni caso l’incontro con la Lazio per due a una (una brutta partita, durante la quale Castelli si fece male accrescendo le fila degli infortunati e perdemmo di nuovo a Napoli contro l’Inter per uno a due; il Vomero, decisamente, non sembrava portare bene agli azzurri; Beltrandi debuttava alla mezzala con Amadei in posizione di centravanti; Posio segnò per noi il goal della bandiera. Alla fine dell’incontro, lo stato maggiore napoletano si riunì negli spogliatoi dove Monzeglio, alla presenza di Lauro, Cuomo e Scuotto, ribadì di essere pronto ad andarsene per il bene della squadra. Il Comandante, dopo aver rifiutato le sue dimissioni, mi chiese conto dello stato di salute della squadra; stilai dunque il relativo bollettino sanitario confermando, in primo luogo, che Jeppson non avrebbe potuto giocare per almeno tre settimane. A fine anno ci rifacciamo battendo il Pro Patria per due a zero; il Napoli, formato “fuori casa” parte in quarta; Posio, eroe della giornata, segna il primo goal e sta per segnare il 71 secondo quando viene atterrato in area di rigore consentendo a Amadei di trasformare in rete la massima punizione accordata dall’arbitro. Pareggiamo poi con l’Atalanta per uno a uno; Amadei segna una splendida rete ma gli orobici pareggiano; Posio, per le sue ottime prestazioni, è convocato nella Nazionale Primavera contro gli Inglesi a Londra. Ancora un due a due con la Sampdoria (vincevamo per due a zero nel primo tempo con goal di Vitali e Beltrandi) e il pareggio casalingo provoca un’ennesima riunione dei vertici azzurri durante la quale Lauro decide di affiancare Scuotto a Monzeglio, sostenendo, per indorare la pillola, che avrà un ruolo esclusivamente consultivo senza interferire con le direttive dell’allenatore. Finalmente, battiamo il Catania per due a zero; non vincevamo al Vomero da sei domeniche! Una partita dura e piuttosto combattuta; Posio si scontra con il portiere Bardelli che si frattura la clavicola; Comaschi prende una zuccata e si procura un grosso ematoma all’occhio; Gramaglia si fa male alla caviglia, Pesaola si busca una pedata alla gamba e Amadei uno stiramento dei tendini là dove non batte il sole. Scuotto però non è in panchina perché, secondo i bene informati, non ha apprezzato il comportamento di Monzeglio (e della squadra in generale) nei suoi confronti e pretende opportuni chiarimenti. Vinciamo ancora contro il Genoa per tre a uno; l’ex azzurro Stefano Mike milita nelle fila dei grifoni; rientra Jeppson ma Amadei è a riposo per lo stiramento inguinale; Vitali, Posio e Beltrandi, che segnano un goal ciascuno, sono i protagonisti indiscussi della contesa. L’assenza di Jeppson e di Amadei condiziona però l’incontro con l’Udinese che vince per tre a zero; senza di loro il Napoli perde di peso e di penetrazione. Peccato! Non perdevamo da cinque anni sul terreno del Moretti. C’è tristezza quell’anno in casa azzurra, per la morte, a soli quarantuno, anni dell’ex centromediano Egidio Turchi. 11
Eraldo furioso
Mannaggia Jeppson!
72 Pareggiamo in casa con il Bologna per uno a uno; manca Posio, ancora febbricitante. Pivatelli segna per il Bologna ma Amadei pareggia con un goal superbo; poi comincia la sfortuna: Amadei si fa male ed è sostituito da Pesaola che a sua volta cade, slogandosi una caviglia, imitato da Beltrandi colpito al piede destro. Masoni ricompare all’attacco ma con tutti questi infortuni il Napoli è davvero nei guai. Chi mettere in squadra? Chi mandare in campo? Monzeglio, preoccupato, mi chiede ragguagli e non posso che ripetere uno sconfortante bilancio. Ciccarelli: venti giorni di riposo (strappo al bicipite destro); Hasse Jeppson: fuori gioco per quindici giorni (lussazione della clavicola sinistra); Bruno Pesaola: idem (distorsione del collo del piede); Rodolfo Beltrandi: cinque giorni di riposo (contusione con ematoma al dorso del piede sinistro); Amadei: quindici giorni per trauma lombare. Conforti e Russo, miei valenti colleghi, riescono a rimettere in piedi Beltrandi, compiendo un piccolo miracolo, ma la buona notizia non serve a placare l’ira di Eraldo che esplode all’improvviso contro il povero Jeppson, accusato di “stanchezza colposa”. Monzeglio, in realtà, non riusciva a digerire i successi tennistici di Hasse che eccelleva anche in questo sport e ancor meno la sua relazione con Silvia Lazzarino (undici volte campionessa d’Italia) che occupava spesso le pagine dei principali rotocalchi. La sfuriata fece rapidamente notizia nei circoli sportivi e i giornali parlarono apertamente di dissidio. Lauro cercò di minimizzare pretendendo, tra l’altro, la pubblicazione di una lettera chiarificatrice, firmata dello stesso Jeppson, che ribadiva i suoi più cordiali rapporti con l’allenatore. In previsione delle trasferte a Torino e Milano, Monzeglio schierò in formazione Bugatti, Comaschi, Vinyei, Castelli, Trerè, Granata, Vitali, Beltrandi, Masoni, Posio e Golin. Perdemmo con il Torino per uno a zero e pareggiamo con il Milan per uno a uno con un goal di Golino all’inizio del primo tempo; il Napoli, complice il rientro di Jeppson, impartiva una lezione di bel gioco proprio a quel Milan al comando della classifica. Vinciamo invece a Roma per due a zero un derby davvero infuocato; Jeppson segna un goal magistrale che manda la folla in visibilio, seguito da Golino, che raddoppia. Pareggiamo con la Juventus uno a uno e perdiamo per due a uno, a Novara, un brutto incontro arbitrato scorrettamente; Campanati, infatti, è prodigo di rigori a nostro danno. Al rientro scoppia la folgore sotto forma di una multa di duecento cinquanta mila lire all’inconsapevole Hasse per “determinato continuo cattivo rendimento”, assortita dalla minaccia di esclusione dalla rosa di prima squadra. Brutti tempi! Tira vento di calunnia e di cospirazione. Faccio fatica a capire perché ritengo che Jeppson sia il più grande centravanti della storia del Napoli, paragonabile solo ad Attila Sallustro. Pasqua di resurrezione con Napoli-­‐Spal che vinciamo per due a uno (Jeppson segna un goal fantastico imitato da Vinyei) e con Napoli-­‐Triestina, vinta per quattro a zero, con goal di Jeppson, Beltrandi e Posio; anche l’Inter incassa quattro goal segnandone uno solo durante un bell’incontro dove Bugatti è il vero eroe della giornata; ci riposiamo, infine, a Firenze con un modesto pareggio a reti inviolate. Jeppson, nel frattempo, annuncia di voler tornare in Svezia appena cessati i suoi impegni di Campionato, e smettere di giocare, almeno in Italia; Lauro incarica Innocenti e Amadei di sondare il terreno ma Hasse rifiuta qualsiasi proposta. Vinciamo ancora contro la Lazio per due a uno (Masoni sostituisce Jeppson e segna, imitato da Comaschi) e contro l’Atalanta per uno a zero; Jeppson, appena rientrato, segna il goal della vittoria ma se ne vede annullare un altro e Pesaola addirittura due. La folla applaude, nonostante tutto, perché la vittoria colloca il Napoli al terzo posto in classifica; il risultato coincide con il quarantanovesimo compleanno di Monzeglio. 73 I cinque goal della Sampdoria (contro due nostre reti per opera di Jeppson e Ciccarelli) fanno però crollare i sogni di gloria e a nulla serve il successivo pareggio con il Catania per uno a uno (Pesaola). Il Campionato termina con la vittoria del Milan mentre noi scivoliamo al sesto posto con trentotto punti, cinquanta goal segnati e quaranta ricevuti. Bocciate Udinese e Catania; promosse, invece, Padova e Vicenza. Vinìcius de Menezes
Il successivo Campionato 1955-­‐1956 vide l’arrivo del ventitreenne brasiliano Luìs Vinicio, al secolo Luìs Vinìcius de Menezes, acquistato per sessanta milioni dal Botafogo con cui aveva fatto il suo esordio nel Campionato Carioca l’11 novembre 1951, costituendo con il fuoriclasse Garrincha e l’italo-­‐brasiliano Da Costa, un formidabile trio d’attacco; nel 1953 aveva già segnato tredici goal in ventidue partite. I dirigenti napoletani che avevano intuito la sua classe e le sue possibilità dopo averlo osservato nell’estate del 1955, intendevano affiancarlo ai più anziani Amadei, Jeppson e Pesaola. “’O lione”, infatti, si mise in luce fin dal suo esordio nella squadra partenopea andando in rete dopo appena quaranta secondi nell’incontro Napoli-­‐Torino; arrivò secondo nella classifica cannonieri del 1956-­‐1957 con diciotto reti (realizzando perfino un “poker” a Palermo) e quarto nella classifica 1957-­‐1958 con ventuno goal al suo attivo; il sei dicembre 1959 inaugurò lo Stadio San paolo con un fantastico goal in semi sforbiciata che permise al Napoli di battere la Juventus per due a uno. Nel 1960, dopo cinque stagioni in azzurro e sessantanove reti segnate, passò al Bologna dove gli fu, tuttavia, preferito il giovane Harald Nielsen; amareggiato, rientrò dunque in Brasile nell’estate del 1962 ma fu richiamato dal Lanerossi Vicenza con cui continuò a giocare con ottimi risultati segnando nel Campionato 1965-­‐1966 ben venticinque goal che gli valsero il titolo di capocannoniere. Nel 1966 Helenio Herrera chiamato da Helenio Herrera lo chiamò alla corte dell’Inter ma, dopo appena un anno, tornò al Vicenza, dove, ormai trentacinquenne, concluse la sua carriera oltrepassando la quota di centocinquanta reti in serie A. Insieme con lui arrivò il diciannovenne mediano Elia Greco (Greco II) acquistato dal Legnano; Masoni, Delfrati, Vinyei, Del Bene, Gramaglia, Martire e Morselli finirono invece in lista di trasferimento. Jeppson, sempre fermo nel suo proposito di abbandonare il calcio, non si presentò al raduno del sei agosto e tornò all’ovile solo quando Lauro, esasperato, minacciò di denunciarlo alla Lega per infrazione di contratto. Il Napoli, tra l’altro, aveva deciso d’introdurre una tecnica di gioco nota come modulo del doppio centravanti che il tandem Vinicio-­‐Jeppson avrebbe dovuto impersonare facendo tremare prima e crollare poi le difese avversarie. Cominciarono così i primi allenamenti e le prime sperimentazioni. Vinicio era un giocatore spumeggiante, molto mobile, dotato di un dribbling eccezionale, di cui spesso abusava provocando l’ira di Monzeglio che, per questo, giunse perfino a punirlo, imponendogli tre giri di campo a ritmo sostenuto; l’episodio, percepito dal brasiliano come un’offesa personale, fu alla base della sua sostanziale antipatia nei confronti dell’allenatore. Cominciammo con un’amichevole contro la Roma che vincemmo per due a uno con un goal fantastico di Vinicio e uno altrettanto bello di Beltrandi; la formazione azzurra comprendeva Bugatti, Comaschi, Greco, Trerè, Granata, Vitali, Amadei, Vinicio, Posio e Pesaola. Il volo di Hasse
74 Jeppson, prima di essere indotto a più miti consigli, aveva intavolato trattative con l’Inter per riscattare la sua lista e trasferirsi a Milano; gli incontri con i dirigenti interisti avvenivano a Roma e fu appunto durante uno di questi spostamenti che, il dieci settembre 1955, a mezzanotte circa, accadde il famoso incidente che riempì le cronache dei giornali dell’epoca. La sua Alfa 1900 viaggiava sul nastro di Latina ad andatura sostenuta quando, all’improvviso, un cane si parò al centro della strada; l’autista sterzò bruscamente e la macchina, dopo una paurosa sbandata, uscì di strada e si capovolse nel prato sottostante; sbalzato via dal sedile, dopo un volo di dieci metri, Jeppson rotolò sul terreno ma fu trattenuto parzialmente dai rami di un albero che attutirono il colpo. L’autista, appena ventitreenne, morì sul colpo, mentre Hasse fu trasportato all’Ospedale di Latina e soccorso nel modo migliore dal Professor Santini e dai suoi collaboratori. Mi recai immediatamente al suo capezzale con l’amico e collega Conforti, riscontrando fratture varie e, soprattutto, una commozione cerebrale che impose un periodo di osservazione e di assoluto riposo. Lauro, naturalmente, mordeva il freno, e, appena possibile, convocò Jeppson a Palazzo San Giacomo dove il colloquio degenerò subito in lite. Il Comandante affidò allora le trattative al conte Vaselli che riuscì a mettere pace concordando un ingaggio di ventitré milioni per altri due anni, assortiti da una licenza di alcuni giorni da trascorrere in Svezia per ritemprare le forze e rimettersi dal trauma subito. Il diciotto settembre iniziammo il Campionato pareggiando con il Torino per due a due (con il già ricordato goal di Vinicio al quarantesimo secondo di gara) ma poi perdemmo contro il Novara per uno a zero; una brutta partita, dove fioccarono multe contro Greco, Granata, Trerè, Castelli e Comaschi per proteste verso l’arbitro. Vincemmo in seguito contro il Genoa per due a uno (Amadei e Ceccarelli) e pareggiammo con il Milan per zero a zero. Il quattro ottobre Jeppson riprese gli allenamenti in vista del tanto atteso tandem atomico con Vinicio; e cominciarono i primi malumori. Chi avrebbe giocato a centravanti? Jeppson, ovviamente, perché il ruolo di ala o di mezzala si addiceva meglio a Vinicio, più giovane, più mobile, più sbarazzino. Il duo debuttò al Vomero il sedici ottobre 1955 nell’incontro Napoli-­‐Pro Patria con il risultato davvero atomico di otto a uno! Vinicio segnò tre goal, Jeppson due, Posio, Castelli e Beltrandi uno a testa. Dopo l’esplosione della domenica precedente pareggiammo con la Roma per uno a uno e vincemmo contro l’Atalanta per due a uno; sembrava di assistere a una corrida piuttosto che a un incontro di calcio. Vinicio segnò entrambe le reti azzurre e Bugatti, dopo cento quarantasette partite consecutive, si fratturò la mano destra. Pareggiamo poi con il Bologna per tre a tre una partita brutta e fallosa, arbitrata male dal direttore di gara (Maurelli) che, non amandoci, fischiò un rigore inesistente al quarantasettesimo della ripresa; i tifosi, inviperiti, tentarono d’invadere il campo scatenando tafferugli e scontri con la polizia che si conclusero con un bilancio di centoquaranta feriti. Il ministro Tambroni ordinò un’inchiesta al termine della quale Maurelli dichiarò, tardivamente, di voler ritirarsi; morale della favola, la Lega omologò il risultato, squalificando il Vomero per due domeniche e infliggendo una multa di ventiquattro mila lire a Comaschi e una di diciotto a Trerè. Vincemmo in seguito contro la Sampdoria per tre a zero (e quarantamila lire di multa) ma pareggiammo ( a Bari) con la Juventus per uno a uno con un goal di Vinicio che però si fece male al ginocchio; pareggiammo ancora con la Lazio per uno a uno (Jeppson); una brutta partita piena di cattiverie: l’arbitro espelle Martegani che ha sferrato un pugno sul naso di Greco mettendolo al tappeto e, poco dopo, squalifica anche Comaschi. Vinciamo ancora con la Spal per due a uno: contro di noi gioca Vinyei che segna su rigore e pareggia il goal di Vitali realizzato fulmineamente in apertura di gioco, ma Vinicio, appena rientrato, raddoppia. Incontriamo a Roma la Fiorentina e perdiamo per due a quattro: i viola sono davvero forti; per noi segna Vitali e poi Jeppson su rigore; pareggiamo con il Vicenza per zero a zero ma perdiamo contro la Triestina per due a uno e, contro l’Inter, sul campo del Vomero, per 75 due a zero: Liverani convalida un goal di Masei del tutto irregolare ed espelle Comaschi che protesta; Lorenzi raddoppia e la folla copre l’arbitro d’insulti accompagnati dal lancio di oggetti di ogni genere, ottenendo la squalifica del Vomero per un’altra domenica. Gli ammutinati del Napoli
Negli spogliatoi, dopo la sconfitta, tira un’aria di burrasca che investe prima Vinicio, accusato di condotta inadeguata e quindi Jeppson, minacciato di sanzioni finanziarie per scarso rendimento; Monzeglio sembra non voler capire che, dopo l’incidente di Latina, è già un miracolo che Hasse stia ancora in piedi. Cerco di spiegare che, a parte la commozione cerebrale, lo svedese ha subito un’importante contusione alle vertebre e una probabile compressione del midollo spinale; la sera stessa, a sorpresa, Lauro sospende Monzeglio per un mese, lasciando tutti perplessi. Il Comandante, che considerava l’allenatore come una sua creatura, aveva, infatti, lasciato correre in più occasioni le sue intemperanze, tollerando perfino di farsi estromettere dallo spogliatoio dove era entrato fumando e discutendo con il suo abituale codazzo nel bel mezzo di un sermone; Monzeglio, rosso come un peperone, intimò agli estranei di andare a fumare e chiacchierare altrove perché “qui abbiamo da fare”. Un episodio analogo accadde dopo il pareggio con il Bologna; Lauro aveva cominciato a insultare la squadra nel suo fiorito linguaggio portuale quando Eraldo tuonò paonazzo: “Qui dentro comando io e i rimproveri sono una mia prerogativa”. “Finita la partita, sarà padrone di fare quello che vuole, compreso mandarmi via!”. Vi lascio immaginare! La decisione di Lauro era in realtà maturato in seguito ad una specie di congiura ordita da Castelli, Trerè, Pesaola, Granata, Amadei e Vitali che contestavano il metodo di gioco di Momzeglio, rimproverandogli, per esempio, l’uso a oltranza dello schema difensivo libero che favoriva il bel gioco ma non il risultato. Il Napoli, in fondo, era l’unica squadra senza battitore libero. I congiurati, a riprova della loro buona fede, esposero apertamente le loro idee al diretto interessato, che, dopo averli ascoltati, rispose che non avrebbe cambiato una virgola alla tattica di gioco e la sua intransigenza condusse quindi a un inevitabile cambio della guardia. Il ventitré gennaio 1956, infatti, Lauro convocò Amadei nel feudo di Via Crispi e gli chiese di accettare la guida tecnica della squadra. Monzeglio, dopo sette anni, dovette accontentarsi di una medaglia d’oro e di un guidoncino con i colori del Napoli, consegnatigli a Palazzo San Giacomo. Amadei cominciò in bellezza nel suo duplice ruolo di attaccante e allenatore vincendo contro il Padova per uno a zero (Granata su rigore) e contro il Torino per quattro a uno, con goal di Pesaola, Vitali e Vinicio che infilò due volte la rete avversaria. La squadra, espiata la squalifica, tornò al Vomero e, per volontà del Comandante, si esibì qui e là su campicelli di provincia che ricordavano il Far West, con tanto di stalle come spogliatoi, in omaggio all’avvicinarsi delle imminenti elezioni amministrative. Amadei cominciò a imbronciarsi quando perdemmo a Novara per zero a due in ossequio alla legge degli ex (Formentin); perdemmo ancora contro il Genova per tre a uno (Vitali) ma poi giocammo una delle partite più belle mai viste al Vomero battendo il Milan per due a zero; Vinicio, sebbene contuso, rimase in campo segnando due fantastici goal all’esterrefatto Buffon; tra i pali della nostra porta giocava, applaudito, Fontanesi. Pareggiammo poi, per zero a zero, con il Pro Patria ma, la domenica successiva, perdemmo contro la Roma per due a uno (Posio) e, in seguito contro l’Atalanta per tre a zero, con autoreti di Comaschi e Ceccarelli, sotto una pioggia battente; alla grandine si aggiunsero i fulmini laurini e una multa collettiva raddoppiata nei confronti di Jeppson. Perdemmo ancora contro il Bologna per tre a uno, ritrovandoci così in zona retrocessione; per colmo di sfortuna si fece 76 male anche Greco ma poi la disperazione prese il sopravvento e vincemmo contro la Sampdoria per tre a uno grazie a Jeppson, Vitali e Pesaola. Il rovescio di Hasse
Vinicio, dopo l’infortunio di Bari, continuava ad accusare dolori al ginocchio; Lauro mi chiese quindi di accompagnarlo a Firenze da Scaglietti che lo rispedì al mittente dopo aver costatato che il ginocchio non aveva nulla. Dopo la partita contro la Juventus che riuscimmo a sconfiggere per uno a zero, Jeppson, autore del goal, si mise a letto con la febbre, imitato da Ciccarelli; Vinicio, in compenso non accusava più dolori alla gamba per effetto, forse, della scarrozzata a Firenze. In quei giorni giunge a Napoli un certo Malandrino (di nome e di fatto) che chiese cinque milioni per un ingaggio di due anni; sparì appena intascato il malloppo sfatando il leggendario fiuto laurino per gli affari. Posio e Pesaola, nel frattempo, erano stati convocati in Nazionale B e Comaschi in Nazionale A. Il sonnolento incontro con la Lazio (perso per uno a due) ci costa altre tre giornate di squalifica del campo a causa dei soliti tafferugli sugli spalti. Il ritorno del tandem Jeppson-­‐Vinicio, che ha ben poco di atomico, ci vede poi protagonisti di un pareggio, a Livorno, contro la Spal per due a due (Vitali) con conseguente romitaggio a Montecatini e convocazione di Beltrandi. Pareggiamo di nuovo contro la Fiorentina per zero a zero (ma Vitali si fa male in uno scontro con Magnini) e finalmente vinciamo contro la Triestina (a Lucca) per tre a due; pareggiamo, infine, (ad Arezzo) a reti inviolate, con il Lanerossi Vicenza. Superiamo poi la Triestina (tre a due) con due reti di Jeppson e una di Golin, salvandoci dalla retrocessione. Si torna a casa in vista di una tournée elettorale ad Avellino e poi si riparte per il Nord ad affrontare l’Inter (che ce le suona per tre a zero) e il Padova con cui pareggiamo grazie ad una staffilata di Comaschi (uno a uno). A fine Campionato la Fiorentina di Fulvio Bernardini è prima in classifica; il Napoli è al quattordicesimo posto con trentadue punti, quarantasei goal segnati e quarantanove subiti. Novara e Pro Patria retrocedono in serie B mentre Udinese e Palermo salgono in massima divisione. A fine giugno, Luciano Comaschi sposa a Sorrento la signorina Rita Saracino; Lauro partecipa alle nozze in veste di compare d’anello. All’inizio del successivo campionato 1956-­‐1957, dopo quattro stagioni in azzurro, Jeppson se ne va con cinquantadue reti al suo attivo, collocandosi tra i migliori cannonieri della massima divisione; passò al Torino con cui ha militato una sola stagione prima di ritirarsi definitivamente. Il Napoli annoverava quell’anno nelle sue fila Bugatti e Fontanesi (portieri), Comaschi, Greco, Del Bene, Bertoni IV (terzini), Morin, Posio, Franchini, Trerè, Granata, Andronico, Pizzi, Geronazzo, Di Meo e Romagnoli (mediani), Vitali, Brugola, Pesaola, Vinicio, Moro, Amilcarelli, Molinari, Storchi, Beltrandi e Ciccarelli. La formazione di base prevedeva la presenza in campo di Bugatti, Comaschi, Greco; Morin, Franchini, Posio; Vitali, Beltrandi, Vinicio, Pesaola e Brugola. Si comincia con una vittoria contro l’Atalanta per due a zero (Vitali e Vinicio) e contro la Triestina (due a uno con goal di Beltrandi e una grande prestazione di Bugatti). Pareggiamo poi con l’Inter per uno a uno (Ciccarelli) ma travolgiamo il Milan con cinque reti contro tre! Vinicio entusiasma i sessantamila spettatori di San Siro segnando già nel primo tempo due goal, seguito da Posio e da Pesaola che ne segna altri due. Pareggiamo poi contro il Bologna (zero a zero) il Lanerossi (uno a uno), il Padova (uno a uno) e la Lazio (zero a zero) e finiamo col perdere per due a zero contro la Spal; pareggiamo di nuovo contro la Fiorentina (uno a 77 uno) e perdiamo contro l’Udinese per due a uno (Beltrandi); Griggi espelle Franchini al trentacinquesimo del primo tempo e squalifica Moro per tre domeniche; continuiamo a perdere contro la Juventus per uno a due e Lauro sfoga la sua collera contro il povero Amadei: “Se non vuoi prenderti responsabilità, ci penserò io a formare la squadra per Roma….. Sono anche capace di far giocare Comaschi a centravanti, hai capito?” Vinicio, dal canto suo, ricomincia a fare capricci. Il Professor Zappacosta, dopo averlo visitato, non diagnostica nulla tranne “piccoli disturbi funzionali emendabili con specifica terapia”. Bugatti e Pesaola sono convocati per la Nazionale B che incontrerà a Cagliari la Spagna, perdendo, tuttavia, per uno a zero. In vista dell’incontro con la Roma andiamo in romitaggio a Frascati che si rivela di buon auspicio perché vinciamo per tre a uno, ripetendo dopo ventidue anni la prodezza del 1934; Vinicio, dimentico dei suoi malanni immaginari, segnò, infatti, due goal formidabili seguito da Brugola; poi fu la volta del Torino che, nonostante l’arbitraggio mediocre, perse per due a uno con due splendidi goal di Pesaola. Il ruggito del leone
I fuochi d’artificio di Palermo non influiscono sul mediocre pareggio (zero a zero) mentre i numerosi errori contro il Genoa determinano la nostra sconfitta (uno a due) e il conseguente romitaggio a Grottaferrata: la marcatura su Abbadie e Carapellese non funziona; Pesaola sbaglia un rigore e prendiamo due pali. Vinciamo poi contro la Triestina per due a uno (Moro e Vinicio) ma perdiamo contro l’Atalanta (due a zero), l’Inter (tre a uno) e il Bologna, (due a uno); Moro segna su rigore ma Posio accusa i primo sintomi di un’appendicite che dovrò operare. Pareggiamo contro il Milan per due a due (Vinicio) e vinciamo contro il Lanerossi per uno a zero e contro il Padova con lo stesso risultato (Brugola). Dopo un ulteriore romitaggio, pareggiamo con la Lazio per uno a uno (Moro su rigore), vinciamo contro la Spal (uno a zero) e prendiamo una formidabile batosta dalla Fiorentina che infila quattro goal; peggiori in campo Vinicio, Morin; Comaschi, ammonito da un arbitro decisamente prevenuto, incassa una multa di cinquanta mila lire e se la prende con tutti in un’intervista alla stampa ruggendo contro il Club, colpevole, a suo avviso, di scelte sbagliate nella campagna acquisti, di cattiva conduzione e di pessima organizzazione; il “leone” contesta gli addebiti a Brugola, e, alla fine, accusa di opportunismo perfino i suoi compagni di squadra. Vinciamo poi contro l’Udinese per due a uno (Beltrandi e Vinicio) e stavamo pareggiando con la Juventus quando Hamrin, a tre minuti dalla fine, andò in rete infrangendo le nostre speranze; perdiamo ancora contro la Roma (due a uno) e contro la Sampdoria (uno a zero); pareggiamo con il Torino e con il Palermo (uno a uno in entrambe le partite) e ripartiamo per una breve tournée elettorale in Sardegna. Il Genoa si salva dalla retrocessione battendoci per uno a zero nell’ultima di Campionato; il Milan è capolista e noi al dodicesimo posto con trentadue punti, trentanove goal segnati e quarantuno subiti. Vinicio inaugura la serie dei matrimoni convolando a nozze, il ventidue giugno, con Flora Piccagli nella chiesa di San Francesco di Paola, testimone Achille Lauro; Hasse Jeppson, il ventisei dello stesso mese, sposa Emma De Martino con una sobria cerimonia celebrata nella Cappella di Santa Maria delle Grazie al Pizzo d’Oro sul Monte Faito; il ventinove è, infine, la volta di Sergio Morin che impalma a Monfalcone la signorina Gabriella Massotto. 78 12
Momenti di gloria
L’Asiatica
Durante la stagione calcistica 1957-­‐1958 vestono la maglia azzurra Beniamino Di Giacomo, centravanti, e Carlo Novelli, ala ambidestra, acquistati dalla Spal, Giampiero Betello, 79 centromediano, dal Palermo, Gino Bertucco, mezzala sinistra, dal Verona, Amedeo Gasparini, ala sinistra, dal Brescia, Silvano Palestini, portiere, dal Molfetta, Dolo Mistone, dal Gladiator, per fine prestito. Naim Krieziu è allenatore in seconda. Ci lasciano invece Pizzi, Ciccarelli, Amicarelli, Vitali, Trerè, Granata, Geronazzo e Moro. Il raduno preparatorio è fissato per il sette agosto presso l’albergo Quattro Stagioni di Rieti ma, tra i convocati, mancano il marinaio Greco, il bersagliere Di Giacomo e l’ammalato Novelli. In casa azzurra, come spesso accade, c’è aria di tempesta. Gli azionisti chiedono la revoca di Alfonso Cuomo dall’incarico di amministratore rimproverandogli la mancata presentazione dei bilanci annuali e delle scritture contabili. A Rieti gli azzurri fanno una partitella con la squadra locale (vinta per sette a uno) per cominciare a provare l’inquadratura di gioco, seguita da un incontro un po’ rissoso a San Benedetto del Tronto (tre a tre) durante il quale Pesaola si fa espellere per la prima volta in vita sua e Vinicio riporta una ferita al sopracciglio. Il ventisette agosto si torna a casa per disputare un’amichevole con il Messina che vinciamo per due a zero (Vinicio e Gasparini). La squadra, tuttavia, appare ancora un’incognita. Intanto, proprio alla vigilia del Campionato, muore, a Frascati, il padre di Amadei che sarà dunque sostituito in panchina da Naim Krieziu. Sconfiggiamo poi il Genoa per quattro a zero con goal di Vinicio, Di Giacomo, Franchini (su rigore) e Brugola che sembra ringiovanito. Il Napoli schiera in formazione Bugatti, Comaschi, Greco; Morin, Franchini, Beltrandi; Brugola, Di Giacomo, Vinicio, Bertucco e Novelli. L’asiatica che imperversava quell’anno anche nel nostro Paese, affievolì, tuttavia, gli entusiasmi della vittoria. Il martedì successivo, infatti, si misero a letto Franchini, Brugola, Betello e Posio seguiti a ruota da Di Giacomo e Morin. Amadei mi chiese consiglio per le convocazioni a Milano ed io decisi di far partire tutti, a parte Posio che aveva la febbre a quaranta, pensando di poter curare alla meglio convalescenti e febbricitanti, coadiuvato da Michelangelo Beato. Il Club, pur non chiedendo il rinvio della partita, fece presente alla Lega le eventuali difficoltà in cui ci si sarebbe trovati se l’Asiatica avesse continuato a imperversare. La domenica dell’incontro Milano era squarciata da lampi e scrosci di pioggia che non miglioravano certo la situazione. Riuscimmo, nonostante tutto, a pareggiare (due a due) con un goal di Brugola e un autogoal di Maldini. A Torino invece vincemmo per tre a zero, con due goal di Vinicio e uno di Di Giacomo; Bugatti, con la sua prestazione, si confermava come miglior portiere italiano del momento. Vincemmo ancora contro l’Atalanta per quattro a due; nel ritmo travolgente dell’incontro Vinicio segnò due volte, seguito da Novelli e Di Giacomo (che, ferito al sopracciglio, dovette uscire per nove minuti); debuttavano Del Bene e Posio. Vittoria eclatante a Verona con tre goal di Di Giacomo, due di Novelli e uno di Franchini su rigore che ci consentono di portare a casa un magnifico sei a zero seguito da un altrettanto eloquente quattro a zero contro il Padova grazie alle prodezze di Pesaola, Franchini (su rigore), Vinicio e Brugola. In vista dell’incontro della nostra Nazionale con l’Irlanda a Belfast furono invitati agli allenamenti Bugatti, Comaschi, Di Giacomo e Pesaola. Andiamo a Roma per incontrare la Lazio ma la nostra marcia è davvero poco trionfale e perdiamo malamente per quattro a uno; Lauro, furibondo, minaccia multe a tutto spiano. Stesso copione contro la Fiorentina che mette in rete quattro palloni contro uno (Vinicio). Dopo la partita, un gruppo di tifosi provoca Comaschi e lo aggredisce. Il Club spedisce tutti in romitaggio a Massalubrense. Va meglio poi contro la Spal che incassa due goal (Vinicio) e non riesce a replicare ma pareggiamo a reti inviolate contro la Roma che, come noi, ha paura di perdere e poi Juventus-­‐ Napoli uno a tre! Bugatti ha la febbre ma vuole giocare ad ogni costo mentre Posio sostituisce Pesaola. Una partita all’insegna del bel gioco e della corretta combattività. Gianni Agnelli, prima dell’incontro, vuole stringere la mano a Bugatti, che definisce il vero erede di Combi, consegnandogli una medaglia d’oro commemorativa del grande portiere juventino. Ottavio ha 80 di che essere soddisfatto. John Charles, cavalleresco centravanti bianconero, dichiarerà, infatti, di “non aver mai visto un portiere così”. Posio, considerato il miglior uomo in campo, vive il suo momento di gloria, riuscendo, tra l’altro, a neutralizzare il grande Sivori. La stampa osanna il Napoli, considerato ormai la “Stella del Sud”. Giornata nera invece contro il Bologna; si fa male Gasparini seguito da Franchini e Di Giacomo (che sbagliano due rigori) e, alla fine, perdiamo per uno zero; perdiamo ancora con la Sampdoria (tre a zero), pareggiamo con l’Alessandria (zero a zero) ma surclassiamo l’Udinese (tre a zero), con due goal di Posio e uno di Di Giacomo, riuscendo a battere anche l’Inter per uno a zero; Pesaola infila in rete un goal di rara potenza che smentisce tutti pronostici circa la sua longevità calcistica, dimostrando di essere ben lontano dal viale del tramonto. Show di Vinicio a Vicenza con tre reti nella porta del Lanerossi che riesce a segnare il goal della bandiera; mediocre prestazione invece a Genoa dove perdiamo per due a uno; contro il Milan però vinciamo per uno a zero (Pesaola); Greco si fa male al quinto del secondo tempo aggiungendo il suo nome alla lista degli infortunati che si allunga ogni giorno di più. La partita contro il Torino, che perdiamo per quattro a tre, inizia male con un autogoal di Morin che poi, innervosito, si fa espellere e squalificare per due domeniche. Santelli raddoppia per il Torino; nel secondo tempo segnano Pesaola, Vinicio e Posio ma Santelli pareggia e Armano, al quarantatreesimo, mette a segno la rete del successo torinese. Stavamo invece vincendo contro l’Atalanta (due a uno) quando, a due minuti dalla fine, arriva il pareggio avversario. Lauro, furibondo, proclama a urlacci la stupidità degli azzurri e per rafforzare il concetto infligge a tutti una multa di cinquanta mila lire. Romitaggio a Treviso in vista delle due trasferte venete che perdiamo sia contro il Verona per quattro a tre (Bertucco, Pesaola e Vinicio) che contro il Padova per tre a zero; il Napoli tenta un modesto catenaccio ma l’avversario è veramente forte. Rocco elogia Vinicio che, tuttavia, a suo parere, è “troppo solo”. La solitudine di Vinicio
Aveva visto giusto. La solitudine di Vinicio dipendeva dagli stessi fattori che avevano condotto al fallimento del famoso tandem con Jeppson. Entrambi, infatti, erano troppo divi per poter accettare una vera collaborazione sul campo e nessuno dei due avrebbe mai rinunciato allo scettro di mattatore e idolo della folla. L’effimera intesa non poteva, quindi, che degradarsi e alla fine dissolversi nell’indifferenza reciproca a detrimento del risultato e del gioco di squadra. E la storia si stava ripetendo. Di Giacomo voleva, a tutti i costi, il numero nove sulla maglia e mise il broncio vedendosi assegnare l’otto, per poi diventare addirittura idrofobo quando, alla fine, non ottenne che il sette……Era molto giovane ma sapeva il fatto suo e voleva emergere in fretta, ritenendo di poter diventare il futuro centravanti della Nazionale se non ci fosse stato Vinicio a sbarrargli la strada. E poi c’era Novelli, un’ala sbarazzina, spumeggiante, velocissimo e con un senso della rete davvero invidiabile. Uno scugnizzo, insomma, in cerca di popolarità e di gloria. Anche lui non poteva legare con Vinicio, guardato a vista da troppi mastini e sempre strettamente marcato. Cercarlo, sul campo, era fatica sprecata. Luìs, insomma, non poteva contare sui compagni di squadra, era isolato, proprio come Jeppson prima di lui. Il paragone però finisce qui perché nessuno dei protagonisti aveva ereditato la classe e l’eleganza dello svedese e il conflitto terminò con una brutta storia di pugni e di ceffoni. Trionfa il nervosismo nello scontro con la Lazio pareggiato per uno a uno (Pesaola su rigore); Tozzi da un pugno a Greco e rimedia un calcione che gli lacera una gamba; Posio si busca una testata che gli spacca il sopracciglio destro, tra le proteste fin troppo vibrate del pubblico e la Lega infligge sessantacinque mila lire di multa al Napoli che, a sua volta, 81 sanziona Brugola e Del Bene per scarso rendimento. Va meglio con la Fiorentina che battiamo per tre a uno; esce Brugola ed entra Di Giacomo all’ala sinistra; Vinicio segna due goal, seguito da Novelli. In difesa giocano Bugatti, Greco e Posio e, finalmente, si torna a vincere dopo cinque domeniche di amarezze e delusioni. Bugatti,nel frattempo, è convocato in Nazionale per giocare contro il Prater, a Vienna (che vince per tre a due); nelle more, Lauro spedisce il Napoli in tournée elettorale tra gli aranceti siciliani, per giocare a Palermo e Catania. Durante la trasferta però Greco, Betello, Novelli e Comaschi subiscono stiramenti muscolari piuttosto seri. Il Campionato continua con una vittoria contro la Spal per due a uno (Vinicio e Pesaola) e un netto quattro a zero contro l’Alessandria siglato da Brugola, Pesaola, Bertucco e Morin. Alla vigilia del derby con la Roma (due a zero a nostro favore), Mario Riva ospitò la squadra al “Musichiere”, invitando a cantare anche Vinicio che, imperturbabile, si produsse in una romantica “Statte vicino a me pe’ n’ata sera” tra lo scrosciare degli applausi che continuarono il giorno seguente per festeggiare la nostra vittoria. Superiamo in seguito anche la Juventus per quattro a tre; uno spettacolo formidabile con occupazione pacifica del campo da parte di migliaia di tifosi che non avevano trovato posto nelle Tribune. Concetto Lo Bello si preoccupa ma poi, saggiamente, decide di lasciar correre. Il Napoli schiera in formazione Bugatti, Greco, Posio; Morin, Franceschini, Beltrandi; Di Giacomo, Bertucco, Vinicio, Pesaola, Brugola. Sul lato opposto campeggia invece il famoso trio Boniperti-­‐Charles-­‐Sivori. Lo spettacolo inizia con un goal di Vinicio e un autogoal di Greco; Brugola raddoppia ma Stacchini pareggia; Pesaola regala un autogoal agli avversari ma Bertucco porta a casa la vittoria. Al fischio finale la folla invade pacificamente il campo per portare in trionfo i suoi beniamini; siamo al secondo posto, appena dietro la Juventus! Pareggiamo poi a Bologna per uno a uno (Brugola) e perdiamo contro la Sampdoria per uno a zero; il pubblico accusa i suoi eroi di essersi venduti e qualcuno tenta perfino di aggredire Beltrandi all’uscita degli spogliatoi; per Bugatti, che subisce un infortunio, sarà l’ultima partita. Il vero disastro però ci aspetta a Udine, dove perdiamo per sette a zero! Fontanesi debutta in porta e subisce un autogoal di Franchini e un altro di Comaschi; Amadei è affranto ma Lauro non demorde e spedisce la squadra a Taranto, per giocare una delle solite partitelle elettorali da cui si rientra con l’abituale bilancio d’infortuni. Vinciamo ancora contro l’Inter (uno a zero) ma perdiamo clamorosamente contro il Lanerossi per quattro a zero! Adesso è davvero finita. La Juventus è Campione d’Italia mentre noi ci ritroviamo al quarto posto, con quaranta punti, sessantacinque goal segnati e cinquantacinque ricevuti che ci consentono di disputare la Coppa Italia dove però non abbiamo fortuna; Atalanta e Verona retrocedono in Serie B. Menischi, matrimoni e svenimenti
Il dodici giugno asporto il menisco esterno di Bugatti e il ventitré dello stesso mese sbarazzo Novelli di un’appendice ormai inservibile e potenzialmente pericolosa. Il quattro luglio è la volta di Morin cui devo asportare il menisco mediano; le tonsille di Di Giacomo cadono invece sotto il bisturi del Professor Ferretti, mentre quelle di Posio, che chiudono la serie, fanno i conti con le mani esperte del Professor D’Avino. Durante l’intervallo estivo Cesare Franchini sposa a Napoli la signorina Anna Tania nella chiesa del Redentore. Le brevi vacanze finiscono presto ed eccoci alla vigilia del Campionato 1958-­‐1959 che si apre con l’acquisto di Costantini, dalla Spal, Vitali, dall’Alessandria e di Emanuele Del Vecchio, dal Verona; il raduno è fissato per il diciotto 82 agosto a Rieti. Amadei convoca Bugatti, Fontanesi, Greco, Del Bene, Comaschi, Costantini, Franchini, Beltrandi, Morin, Betello, Del Vecchio, Bertucco, Vitali, Di Giacomo, Vinicio, Novelli, Pesaola e l’allenatore in seconda Naim Krieziu. Manca Posio, ancora convalescente; Bugatti, dal canto suo, lamenta un dolorino al ginocchio da me operato innescando le abituali maldicenze. Il tandem Vinicio-­‐Del Vecchio suscita grandi attese e nere previsioni per tutte le difese italiane. Emanuele (o Emanuelle) Del Vecchio, brasiliano, classe 1934, era, in effetti, un giocatore di gran classe, padrone della palla, preciso nei passaggi, veloce e ritmico nell’azione, e, a dispetto di un fisico piuttosto esile, duro ed energico ma instabile dal punto di vista psicologico, fino a diventare aggressivo e rissoso. Sette volte centravanti della Nazionale brasiliana, amava ricordare che Pelé era stato sua riserva, quando giocava nel Santos. Dovetti operarlo d’urgenza per un’appendicite cancrenosa i cui sintomi si erano manifestati durante il primo allenamento, agli inizi di settembre; mentre era a cena con Pesaola al ristorante “La Bersagliera”, svenne all’improvviso e fu trasportato alla Clinica Flegrea dove tutto si risolse per il meglio. Il Campionato ebbe inizio il ventuno settembre con l’incontro Genoa-­‐Napoli che pareggiamo per tre a tre; Posio, Vincio, Bugatti e Comaschi mancavano all’appello ma il Napoli riuscì ugualmente a cavarsela pur perdendo, in seguito, contro il Milan per uno a zero. Vincemmo invece contro la Sampdoria per tre a due; Monzeglio (che allenava la Sampdoria) non se la sentì di assistere all’incontro mentre Bugatti, costretto a riprendere il suo posto tra i pali per un infortunio di Fontanesi, era guarito d’incanto; segnarono Del Vecchio, Pesaola e Di Giacomo ma i pareri sul tandem brasiliano non erano concordi. Contro la Juventus, invece, incassammo due reti; Del Vecchio giocava all’ala sinistra ma nessuno gli passava la palla; Pesaola si fece male mentre Posio, grazie alle sue eccellenti prestazioni, conquistò un posto in Nazionale B e il grado di Capitano degli azzurri per l’incontro contro la Spagna a Saragozza. Vincemmo in seguito contro il Vicenza per uno a zero con un goal di Bertucco al novantunesimo (Del Vecchio, relegato all’ala sinistra, era furibondo); pareggiammo poi per zero a zero un incontro con la Lazio che costò la carriera al povero Guglielmo Costantini e vincemmo infine a Padova per due a uno con goal di Beltrandi e Vinicio. L’odissea di Costantini
Costantini, opportunamente curato riprese a giocare per alcune settimane, finché, nel gennaio del 1959, durante un allenamento, si lussò nuovamente la spalla. Lauro mi chiese se ritenevo opportuno un intervento chirurgico che avrebbe ridotto i tempi d’inattività del giocatore previsti in almeno sei mesi. Sconsigliai l’operazione, ritenendola inutile o addirittura dannosa, ma il Comandante, contrariato, spedì Costantini a Bologna, da Scaglietti, che, il trentuno gennaio, effettuò l’intervento. Tre mesi dopo, l’esimio ortopedico affermò che l’arto aveva ancora bisogno di cure che si protrassero, infatti, fino al mese di agosto dello stesso anno. Costantini debuttò in Campionato il quattro ottobre al Vomero contro il Genoa (che vinse per uno a zero) e giocò ancora contro il Milan che ci sconfisse per tre a uno ma in entrambe le occasioni risultò evidente che non era per niente guarito. Nel gennaio 1960 Costantini consultò nuovamente Scaglietti che rilevò la presenza di aderenze intrarticolari e decise di procedere a un nuovo intervento presso la Clinica Salus di Bologna; in aprile Costantini tornò a Napoli, dopo otto mesi di assenza, per giocare nell’ultima partita di Campionato contro l’Inter (persa per tre a uno), che coincise purtoppo con la sua ultima presenza in maglia azzurra. Scaglietti, visitandolo nel settembre dello stesso anno ammise che non c’era più nulla da fare; Costantini abbandonò definitivamente il calcio nel 1962 dopo 83 essere stato ceduto al Pisa ed aver tentato un’ultima esperienza in Canada con il Toronto Italia. Fumo di Londra
Nel novembre del 1959, in una pausa del Campionato, il Napoli fu invitato a Londra grazie all’interessamento di Gigi Peronace, general manager della squadra del Birmingham, già noto per aver portato in Italia campioni come John Charles e Tony Marchi; debuttammo a Sheffield, dove perdemmo per sei a zero, contro la squadra locale. L’undici novembre giocammo ancora a Glasgow, in Scozia, contro i Rangers, e perdemmo di nuovo per cinque a due. Rientrati in Italia vincemmo contro la Roma per tre a zero con due goal di Del Vecchio e uno di Vinicio, ma perdemmo poi a Torino per due a zero. Il malumore di Del Vecchio cominciò ad attenuarsi perché finalmente il tandem con Vinicio cominciava a funzionare; entrambi, infatti, segnarono i goal della vittoria. Seguirono tre pareggi di fila a reti inviolate con Spal, Triestina, e Alessandria e Lauro spedì tutti in romitaggio a Grottaferrata, minacciando severe sanzioni se a Bologna non si fossero ottenuti risultati positivi. Il Presidente rosso-­‐blu, dal canto suo, non intendeva certo lasciarsi sopraffare e la tensione influenzò dunque l’incontro dove volarono più pugni che pallonate: Del Vecchio si azzuffò con il portiere Santarelli, poi con il terzino Rota, cui ruppe il naso con un colpo di testa. “Sangue e arena” terminò alla fine in parità con un goal di Maschio e uno di Del Vecchio, squalificato per due domeniche. Seguirono Inter-­‐Napoli (uno a uno); Napoli-­‐Udinese (uno a uno); Napoli-­‐Bari (uno a due) e Fiorentina-­‐Napoli persa per quattro a uno (Vinicio). Lauro, nel frattempo, aveva offerto il ruolo di general manager della compagine azzurra a Gigi Peronace che accettò a condizione che il Comandante s’impegnasse a non mettere piede sul campo e starsene tranquillo in Tribuna a godersi lo spettacolo. La richiesta, come prevedibile, estinse ogni interesse nei suoi confronti. 13
Amadei, Frossi e l’affare Gratton
Dottor Sottile
84 Il Campionato continuò con un pareggio contro il Genoa (due a due con autogol di Bruno e rete di Del Vecchio). Lauro convocò allora Giuseppe Muscariello, Ciro Musolino e Luigi Scuotto per chiedere il loro parere a proposito dello scarso rendimento della squadra. I consiglieri fecero presente che, vista la situazione, si sarebbe dovuto parlare di rimedi piuttosto che di cause che, peraltro, erano molteplici e, in parte, già note. Il vero problema da affrontare era quello della permanenza di Amadei che, da parte sua, fece presente di essere pronto ad andarsene senza però rinunciare ai compensi maturati fino al termine del contratto; capita l’antifona, Lauro propose allora di affiancargli i tre consiglieri cui sarebbe stato demandato il compito di essere “più vicini” alla squadra. Poi però incassammo sei reti dal Milan e Lauro convocò seduta stante Vinicio, accusandolo, in mia presenza, di divismo; mi chiese se vi erano ragioni mediche suscettibili di spiegare il suo calo di forma che, però, a mio avviso, non sussistevano. Luis era stanco e depresso; avrebbe dovuto allontanarsi un po’ dall’ambiente e riposarsi, lontano dalle chiacchiere e dalle polemiche. Il Comandante, per tutta risposta, chiese un consulto con il Professor Zappacosta che confermò la mia diagnosi. Pareggiammo con la Sampdoria (zero a zero); Comaschi si fece espellere per scorrettezze (ricambiate) nei confronti di Cucchiaroni e, in vista della sua probabile squalifica, Amadei cominciò a interessarsi seriamente al giovane e brillante terzino delle riserve Dolo Mistone. Pareggiammo di nuovo per zero a zero con la Juventus: Posio colpì di testa l’occhio di Charles e Pesaola fu espulso per proteste a seguito di uno scontro con Colombo. Vincemmo finalmente contro il Vicenza (due a tre) con un goal di Del Vecchio e due di Morin che però si fece male al ginocchio (quello che io non avevo operato) e tornammo in romitaggio a Sorrento dove, al Circolo dei Forestieri, Fulvio Bernardini consegnò ad Amadei il Seminatore d’oro. Pareggiammo ancora con la Lazio per uno a uno (Di Giacomo) e con il Padova per zero a zero. Vinicio riapparve negli allenamenti del giovedì applaudito dalla folla che testimoniava il suo affetto esibendo cartelli con la scritta “Vendetevi l’anima ma non Vinicio”. Derby di (mala) Pasqua a Roma dove le buscammo addirittura per otto a zero! Bugatti piange, Amadei allarga le braccia, scoraggiato. Cosa succede? Gli azzurri si azzuffano tra loro opponendo il clan di Comaschi a quello, minoritario, di Vinicio. La catastrofe si concluse con un ulteriore romitaggio a Sorrento e una multa per tutti di sessantamila lire raddoppiata nei confronti di Amadei. Altra multa per di quattrocentomila lire una sassaiola che investe il campo nell’incontro con il Torino che vinciamo per tre a uno; nell’incontro successivo con la Spal (uno a uno) debutta debutta Dolo Mistone che si azzuffa con Oltramari e viene espulso, seguito da Beltrandi che protesta contro l’arbitro Mori; in nove, subiamo il pareggio a quattro minuti dalla fine con un goal in netta posizione di fuori gioco. Mori risponde alle proteste di Pesaola parafrasando il Re Sole: “Il regolamento sono io!”. Le intemperanze proseguono negli spogliatoi, dove si svolge un round di box tra Novelli e Amadei mentre Greco e Vinicio devono essere separati dai compagni. La stampa si fa interprete di ciò che ormai è chiaro a tutti: Amadei non è più in grado di tenere in rotta il timone della squadra. Lauro scaglia folgori a destra e a manca e ammonisce in particolare Novelli, Greco e Vinicio, disponendo poi che i calciatori debbano essere presenti al Vomero obbligatoriamente almeno due volte al giorno, dalle nove alle dodici e dalle quattordici e trenta alle diciannove. Dopo cinque mesi, finalmente, Del Vecchio spezza l’incantesimo e vinciamo al Vomero contro la Triestina per uno a zero ma perdiamo la domenica successiva contro l’Alessandria per due a uno; vinciamo invece contro il Bologna (quattro a due) con goal di Vinicio, Vitali, Del Vecchio e Di Giacomo. 85 Le notizie relative a un possibile accordo con Annibale Frossi che circolavano agli inizi di maggio, passano in secondo piano perché il ventidue di quel mese morì Arturo Collana, giornalista e direttore del più eminente dei fogli sportivi dell’epoca; la domenica successiva, prima dell’incontro con l’Inter, i capitani inviarono in Tribuna due fasci di fiori e fu osservato un minuto di silenzio; vincemmo per uno a zero con un goal di Del Vecchio. La settimana seguente dovetti operare d’urgenza Dolo Mistone che accusava violenti dolori addominali durante un allenamento per un’appendicite gangrenosa Per l’incontro con l’Udinese Lauro avrebbe voluto far giocare Posio ma Amadei aveva già deciso di utilizzare Schiavone e il povero Celso resta in Tribuna; pareggiammo per uno a uno con un goal di Di Giacomo al ventiquattresimo del secondo tempo. Pareggiammo ancora con il Bari (zero a zero) ma perdemmo contro la Fiorentina per tre a due; l’incontro, trasformatosi in una rissa, si concluse con l’espulsione e squalifica di Del Vecchio per fallo su Orzan e una multa di settecento mila lire. Su queste note, anche il Campionato 1958-­‐1959 giunse al termine con il Milan campione d’Italia e noi al nono posto con trentaquattro punti, trentanove goal subiti e cinquanta ricevuti. Annibale alle porte
L’anno calcistico 1959-­‐1960 iniziò con un bouquet di fiori d’arancio; Luigi Brugola sposò, infatti, il primo luglio, la signorina Liliana Lepre nella chiesa di Piedigrotta. La principale novità della campagna acquisti fu l’arrivo, in veste di allenatore, di Annibale Frossi, ex ala sinistra, plurinazionale e olimpionico a Berlino nel 1936; la forte miopia che lo costringeva a portare occhiali da vista, perfino in campo, e una laurea in legge brillantemente conseguita, gli valsero l’epiteto di “dottor sottile” che alludeva anche alle sue teorie difensive. Furono acquistati Pacifico Cuman, portiere, dall’Alessandria, per trenta milioni, Gennaro Rambone, ala ambidestra, dal Catanzaro, per sedici milioni, Amodeo, ala ambidestra, dalla Juve Domodossola per un milione duecentomila e Gian Felice Schiavone, terzino destro, dal Brescia; furono invece ceduti Betello, Novelli, Del Bene, Molinari e Fontanesi. Frossi, al momento di accettare l’incarico, chiese di poter aver al suo fianco Giuliano Grandi (allenatore in seconda) e, incoraggiato dal consenso di Lauro, propose l’allontanamento di Comaschi, ritenuto incapace di adattarsi al suo modulo di gioco (e, soprattutto, reo di aver fatto commenti poco piacevoli sul suo conto). Il Comandante nicchiò, facendo presente che si sarebbe potuto impiegare Schiavone nel ruolo di terzino titolare. Amadei, dal canto suo, si ritirò in buon ordine conservando il ruolo un po’ vago, di osservatore. L’undici agosto, in occasione del primo raduno, Lauro presentò la squadra al nuovo allenatore affermando che la compagine non poteva certo considerarsi da scudetto ma neanche da buttar via, nonostante l’indisciplina mostrata nel precedente campionato; Frossi replicò che sarebbe stato inflessibile in materia disciplinare e, tanto per passare dalle parole ai fatti, multò Di Giacomo per non aver curato a tempo debito lo strappo inguinale che lamentava al momento della convocazione. Si debuttò in amichevole contro il Cirio (uno a uno) e poi, per la Coppa Italia, al Vomero, contro la Sanbenedettese sconfitta per quattro a zero con tre goal di Vitali e uno di Vinicio; a Bari, però, perdemmo per uno a zero. Il venti settembre, all’inizio del Campionato, Frossi schierò in formazione Bugatti, Comaschi, Greco; Morin, Franchini, Posio; Rambone, Bertucco, Vinicio, Di Giacomo e Pesaola. 86 In ossequio alle sue teorie la squadra assunse un sistema di gioco sostanzialmente difensivo, arroccato in metà campo, con l’attacco affidato quasi esclusivamente al contropiede e a qualche sporadico exploit individuale; puro catenaccio, dunque, che Frossi riteneva di poter attuare con calciatori abituati a giocare in tutt’altro modo: per applicare il principio, peraltro condivisibile, del “primo non prenderle”, bisognava, infatti, avere giocatori adeguati a un modulo di gioco che il Napoli, invece, ignorava. Friulano piuttosto algido e poco incline all’umorismo, Frossi rifiutò di trasformarsi nel cavaliere servente del Comandante, di partecipare alle sue levate mattutine per la “passeggiata solare” e, infine, di sedere in panchina a fianco dell’augusto personaggio, commettendo errori che si sarebbero rivelati fatali anche a prescindere dallo sciovinismo di parte della squadra nei suoi confronti. Iniziammo il Campionato perdendo per tre a zero contro la Spal che giocava con cinque esordienti e con Novelli dal dente avvelenato e perdemmo nuovamente contro la Fiorentina (due a uno) e contro il Genoa (uno a zero). L’incontro fu un vero giallo; Barison segna al ventiduesimo del primo tempo; al quarantesimo della ripresa Vinicio è atterrato in area di rigore ma, cadendo, riesce ugualmente a colpire la palla e a segnare il pareggio proprio nello stesso momento in cui l’arbitro De Marchi fischiava il fallo. E’ goal? Non è goal? L’interrogativo suscita violente discussioni e alterchi sul campo mentre la folla impazzisce di rabbia sugli spalti. De Marchi però concede solo un rigore (affidato a Comaschi) che prende il palo e rimbalza in campo, consentendogli di tirare nuovamente e, questa volta, fare centro; l’arbitro, ovviamente, annulla il goal per fuori gioco. La folla si rivolta e minaccia l’invasione del campo contenuta a stento dalle forze dell’ordine che fanno ampio uso di lacrimogeni e getti d’acqua lanciati dagli idranti; De Marchi lascia lo stadio ben accucciato nella macchina di Lauro. Il Napoli parte in ritiro per Grottaferrata in attesa delle decisioni della Lega che decreta la vittoria del Genoa, squalificando il campo per una domenica e infliggendo una multa di cinquecentomila lire alla Società e una di novemila a capitan Pesaola. La domenica successiva perdemmo penosamente contro il Milan per tre a uno; Vinicio e Del Vecchio s’ignorano completamente. Quattro partite, quattro sconfitte: le folgori laurine non avrebbero tardato ad abbattersi sul povero Frossi, trattenuto peraltro a Milano per ragioni personali. Tale circostanza consentì al Comandante, di “suggerire” alla Dirigenza l’emanazione del seguente comunicato diramato il dodici ottobre 1959: “In seguito alla delicata situazione sportiva della squadra, la Presidenza del Napoli ha deciso di concedere una licenza al dottor Frossi, momentaneamente assente per ragioni di famiglia, affidando, nel frattempo, la conduzione della squadra al Signor Amedeo Amadei”. Cuomo si era illuso di poter concedere a Frossi un’altra opportunità ma l’armatore fu irremovibile; rispose, infatti, a un perplesso giornalista che lo intervistava di aver fiducia in Amadei: “Ogni mattina viene a fare colazione con me”, precisò, senza rendersi conto dello scivolone implicito nella risposta. Frossi rientrò a Napoli la sera del dodici ottobre e, sbalordito per il suo esonero, dichiarò ai pochi giornalisti che lo attendevano alla stazione di “essere stato onesto nel suo lavoro”. “Salto” disse, “per una sola partita, quella contro la Spal. Non credo, infatti, che a Firenze ci siamo comportati male. Giocavamo in dieci per l’incidente di Del Vecchio. “A Milano, contro i Campioni d’Italia, non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso e la partita con il Genoa è stata, francamente, rubata”. “Comunque non ho ricevuto nessuna comunicazione ufficiale e domani sarò in campo”. Non arrivò mai al Vomero; fu invece invitato l’indomani mattina da Lauro che confermò le sue decisioni, pregandolo di considerarsi in temporanea licenza e invitandolo a formare, sulla carta, lo squadrone del Napoli 1960-­‐1961. 87 L’avventura del “dottor Sottile” era durata esattamente quattro settimane. Amadei, riprese le redini della squadra e annunciò, per prima cosa, di non serbare alcun rancore nei confronti dei giocatori, congiurati compresi, augurandosi di poter andare d’accordo con tutti. Freud al Vomero
La defenestrazione di Frossi non era bastata a placare l’ira di Achille che non riusciva a mandar giù le quattro sconfitte consecutive, arrovellandosi alla ricerca di una ragione, finché le sue instancabili meningi non gli suggerirono l’idea di ricorrere alla psicoanalisi per capire cosa ci fosse davvero nella testa di quei ragazzi. E fu così che il dodici ottobre la mole gigantesca dello psicologo Luigi Ammendola prese posto nella palazzina del Vomero. Le consultazioni iniziarono subito; i giocatori dovevano recarsi quotidianamente nel suo studio per essere scaricati d’ogni grave fardello e degli angustiosi pensieri che ottenebravano le loro menti in modo da riportare novello vigore alle atletiche membra ormai libere dalle catene dei patemi spirituali. La trovata di Lauro suscitò l’ilarità generale, a Napoli e nel resto d’Italia; risero i Club avversari, la stampa, il pubblico e perfino gli stessi pazienti. Ammendola, dopo aver ammesso che i ragazzi erano sanissimi, chiese a me per quale motivo non giocavano bene, passando così dalla farsa al burlesco. Risposi che avrebbe dovuto rivolgere la domanda all’allenatore e non al medico sociale. Il nostro Freud si rese conto che era giunto il momento di tagliare la corda, non prima, naturalmente, di aver incassato il lauto compenso pattuito con l’illustre stratega che lo aveva ingaggiato. Vincemmo per uno a zero contro l’Atalanta, a Livorno, grazie ad un goal di Del Vecchio, e pareggiammo per zero a zero contro il Palermo che da venticinque anni non riusciva a vincere contro gli azzurri alla Favorita. Guido Postiglione, giovane centravanti napoletano, debuttò durante una parentesi di Coppa Italia che perdemmo contro il Bologna per uno a zero. Pareggiammo poi con la Lazio per zero a zero e vincemmo contro il Lanerossi Vicenza per tre a uno (con goal di Comaschi, Vitali e Del Vecchio che s’improvvisò anche pugile mettendo al tappeto l’avversario Agnolin); pareggiammo in seguito contro l’Udinese per zero a zero. Il nuovo Stadio di Fuorigrotta era, nel frattempo, terminato e il Napoli chiese al CONI di potervi giocare prima del collaudo la partita inaugurale contro la Juventus, disputata effettivamente il sei dicembre 1959; trent’anni prima l’Ascarelli era stato inaugurato proprio con la Juventus, quella di Combi, Rosetta e Calligaris. Lo stadio di Fuorigrotta che per l’epoca era abbastanza moderno e poteva ospitare ottantamila spettatori stabilì in quell’occasione un record d’incasso di sessantotto milioni. Arbitrava Joni di Macerata; la formazione azzurra comprendeva Bugatti, Comaschi, Mistone; Beltrandi, Greco, Posio; Vitali, Di Giacomo, Vinicio, Del Vecchio e Pesaola. Vitali segnò al sesto del primo tempo, seguito da Vinicio al diciottesimo del secondo tempo con un fantastico goal in semi sforbiciata; Cervato, su rigore, accorciò le distanze al quarantaquattresimo del secondo tempo senza, tuttavia, modificare la vittoria del Napoli per due a uno. Pareggiammo poi con l’Alessandria per uno a uno su un campo impossibile, con un goal di Di Giacomo ma perdemmo con il Bari (uno a due) con un goal di Rambone che debuttava all’ala destra; al ventiquattresimo del primo tempo Pesaola nell’entrare di testa su un pallone ricevette un calcio al viso da parte di Baccari ma continuò stoicamente a giocare fino al 88 termine del primo tempo; nell’intervallo, tuttavia, decisi il suo immediato ricovero; un goal di Erba al novantesimo decise le sorti dell’incontro. Vincemmo in seguito contro la Sampdoria per due a zero ma incassammo una solenne batosta contro il Bologna che mise in rete quattro goal (per noi segnò Di Giacomo) nello sfortunato incontro che vide l’esordio di Amedeo Gasparini. Saudade
Perdemmo ancora contro il Padova per due a uno con un goal di Del Vecchio; i patavini, vittoriosi per la prima volta in trasferta, espugnarono Fuorigrotta al novantesimo minuto, con un goal di Brighenti, che siglò anche la prima vittoria del Padova contro la roccaforte azzurra negli ultimi cinquanta anni. Lauro, negli spogliatoi, se la prende un po’ con tutti, ma insinua che, alla fine, il problema dipende da un solo uomo; Vinicio, capita l’antifona, chiese di essere esonerato. Fu subito chiaro che si stava ripetendo nei suoi confronti quello che era già successo con Jeppson. Lauro radunò la squadra e chiese se ci fossero particolari lagnanze o dissidi nei confronti di Luìs; tutti professarono sentimenti amichevoli verso di lui, più volte esortato, peraltro, a non intestardirsi nel gioco individuale, a passare la palla, senza voler per forza cercare, da solo, la via del goal, lasciando spazio a chi era in condizioni fisiche e morali migliori delle sue. Il “Comandante” allora convocò Cuomo, Amadei, Uccello e il sottoscritto per parlare, in sua presenza, della forma del brasiliano e, soprattutto, della sua saudade; Luìs affermò di non sentirsi gradito nella squadra in contrasto con Amadei che contestava, invece, il suo comportamento. Vinicio ribadì comunque la sua posizione chiedendo di essere messo a riposo e Lauro non se lo fece ripetere due volte. Tutto risolto allora? Forse, ma chi lo avrebbe sostituito e, soprattutto, come avrebbe fatto Amadei a formare la squadra per la prossima trasferta? Mistone era a letto con trentanove di febbre, Bertucco era indisponibile perché agli ordini della Nazionale Militare e Vitali si riposava dopo l’operazione di appendicite. In questo frangente vedemmo comparire, con grande stupore, Annibale Frossi, convocato da Lauro che voleva proporgli di allenare il Genoa di Gadolla. Frossi asserì, tra l’altro, che avrebbe preferito restare a Napoli ma il “Comandante” replicò che anche da Genova avrebbe conservato il ruolo di osservatore. La squadra schierava in formazione Bugatti, Comaschi,Schiavone; Morin, Greco, Beltrandi; Di Mauro, Pesaola, Di Giacomo, Del Vecchio e Gasparini. Perdemmo in seguito contro la Roma per tre a zero e pareggiammo per uno a uno con l’Inter; Di Giacomo segnò a sette minuti dalla fine mentre Comaschi, colpito al ginocchio, dovette starsene a riposo per tre settimane. Pareggiammo di nuovo (due a due) contro la Spal cui l’arbitro Ferrari assegnò due rigori piuttosto incerti che Morbello realizzò pareggiando i goal di del Vecchio e Vinicio; Pesaola era a letto con l’influenza che in seguito colpì anche Vinicio, Gasparini e Schiavone. La domenica successiva perdemmo clamorosamente contro la Fiorentina per quattro a zero e Lauro, esasperato, spedì la squadra in romitaggio a Formia; Del Vecchio rifiutò di partire, sostenendo di dover assistere sua moglie, ormai prossima al parto ma il “Comandante” reagì appioppandogli una multa di cinquecentomila lire che lo fece prontamente rientrare nei ranghi. Al Miramare però lo attendeva un’altra amara sorpresa: la sua rata di reingaggio, infatti, non era arrivata. Il brasiliano, idrofobo, piantò tutto in asso per tornarsene a Napoli ma fu prontamente deferito alla Lega; ricondotto alla ragione, il focoso attaccante si mise in treno 89 per Genova, dove era atteso per l’incontro con i rosso-­‐blu pareggiato per zero a zero, ignorato peraltro da Amadei che non lo volle formazione. Continuammo con una serie di pareggi, diverse sconfitte e una vittoria; Atalanta-­‐Napoli uno a zero; Napoli-­‐Palermo due a uno (Di Giacomo e Del Vecchio); Lazio-­‐Napoli due a uno (Del Vecchio); Lanerossi-­‐Napoli zero a zero; Napoli-­‐Udinese uno a uno (Del Vecchio); Juventus-­‐
Napoli quattro a due (Di Giacomo e Del Vecchio); Napoli-­‐Alessandria uno a uno (segna il nostro “ex” Vitali); Bari-­‐Napoli uno a uno (Di Giacomo); Napoli-­‐Sampdoria uno a uno (Di Giacomo); Napoli-­‐Bologna due a zero (Postiglione e Vinicio) e infine Napoli-­‐Roma uno a zero con un goal di Del Vecchio su rigore; assistevano al derby novanta mila spettatori entusiasti per la vittoria che ci salvò dalla retrocessione. Perdemmo anche l’ultima di campionato contro l’Inter per tre uno (Vinicio); Costantini rientrava in squadra dopo otto mesi e Cuman debuttava tra i pali. Con la Juventus Campione d’Italia, il Napoli si classificò al quattordicesimo posto con ventinove punti, trentatré goal segnati e quarantotto subiti. Retrocessero Alessandria, Genoa e Palermo, mentre Torino, Lecco e Catania passarono in massima divisione. L’affare Gratton
All’inizio del Campionato 1960-­‐1961 Lauro, Cuomo e Muscariello partirono alla volta dell’Hotel Gallia di Milano, Borsa del Calcio italiano per la campagna acquisti e, poco dopo, si diffuse la prima notizia sensazionale della stagione: Vinicio era stato ceduto al Bologna. Il brasiliano aveva giocato con i colori del Napoli per cinque stagioni, segnando sessantanove reti in azzurro; fu secondo nella classifica cannonieri del 1956-­‐1957, con diciotto reti, e quarto nel 1957-­‐1958 con ventuno. I tifosi protestarono ma Lauro minimizzò asserendo che il giocatore aveva fatto il suo tempo e che aveva ormai bisogno di cambiare aria. Nella stessa occasione, aggiungendo un centinaio di milioni, furono acquistati Pivatelli, Mihalic e Bodi. Il secondo scoop riguardava invece l’acquisto dalla Fiorentina, per novanta milioni, del ventottenne Guido Gratton, mezzala destra, undici volte nazionale. I calunniatori di mestiere diffusero la voce, naturalmente infondata, che avevo ricevuto denaro per dichiararlo idoneo alla visita medica cui doveva sottoporsi per la ratifica del contratto. Sebbene la maldicenza fosse poco credibile poiché il giocatore era perfettamente sano e nessuno avrebbe potuto dimostrare il contrario, l’episodio evidenziava, a mio avviso, il crescente degrado morale dell’ambiente calcistico. Presto o tardi, dunque, avrei dovuto valutare il prosieguo della mia collaborazione con l’Associazione Calcio Napoli. Oltre i già menzionati Pivatelli, Mihalic e Bodi, il Napoli acquistò Juan Carlos Tacchi, e Antonio Girardo, dall’Alessandria, Giorgio Maioli, mezzala sinistra, dal Verona, Santo Barbato, ala destra, dal Crotone e, come già riferito, Guido Gratton. Andò via, invece, Bruno Pesaola, che passò al Genoa, seguito da Morin, Del Bene, Vitali, Beltrandi e Rambone. Il raduno era fissato il diciotto agosto all’Hotel Jolly di Sulmona per il rituale romitaggio d’inizio campionato; il quattro settembre debuttammo a Sulmona contro una squadretta locale, segnando quattordici goal e l’undici giocammo a Crotone dove Pivatelli 90 mise in rete tre goal; il quindici settembre pareggiammo in amichevole contro l’Alessandria per uno a uno e Amadei cominciò a imbronciarsi; il diciotto perdemmo in Coppa Italia contro la Roma per due a uno e l’umore di Amadei peggiorò notevolmente nonostante l’exploit di Tacchi che riuscì a ripetere, a venticinque anni di distanza, la prodezza di Ferrara II, segnando direttamente dal calcio d’angolo; il ventuno perdemmo infine l’ultima amichevole contro la Salernitana per tre a uno e Amadei perse definitivamente le staffe: “Ora è troppo, si comincia a esagerare!”. Il ventotto settembre iniziò il Campionato. Amadei aveva schierato in formazione Bugatti, Greco, Schiavone; Posio, Mihalic, Girardo; Di Giacomo, Gratton, Pivatelli e Di Giacomo. Cominciammo subito con una sconfitta contro il Lane Rossi Vicenza per tre a due con goal di Del Vecchio e Pivatelli; pareggiammo poi con il Torino per uno a uno (Del Vecchio) e con la Lazio sempre per uno a uno con un goal di Tacchi, ma poi superammo il Bologna per due a zero: Vinicio e Pivatelli si ritrovarono faccia a faccia in posizione ribaltata. Gratton, dopo Tacchi, mise in rete il secondo goal della giornata; Mistone, al suo debutto, mostrò subito la classe di cui era dotato. Il primo ottobre dovetti operare al menisco Gasparini che ricominciò a giocare, del tutto ristabilito, il sei gennaio 1961 in un’amichevole contro il Cirio. Vincemmo contro la Roma per tre a due con goal di Di Giacomo, Del Vecchio e Pivatelli e contro la Spal, ancora per tre a due (debuttava Maioli), ma pareggiamo con la Sampdoria (zero a zero) e con il Milan (uno a uno con un goal di Tacchi); superammo infine la Fiorentina per uno a zero (Di Giacomo); assistevano all’incontro settantamila spettatori; Postiglione, al suo debutto, si rivelò il migliore uomo in campo assieme a Dolo Mistone. Vincemmo ancora a Bari per uno a zero (Greco) e pareggiammo con l’Atalanta per uno a uno (Sbarbato); il “Comandante” voleva che Posio sostituisse l’influenzato Greco ma Amadei fece giocare Schiavone; perdemmo infine per uno a zero contro il Catania che tra l’altro giocava con nove uomini. La situazione cominciava a farsi precaria malgrado la benedizione dello Stadio San Paolo impartita dal religioso Emanuele Ros (amico del grande portiere iberico Riccardo Zamora Martìnez). 91 14
Zona Cesarini
La strategia dei maccheroni
Lauro, nonostante la crisi, confermò la sua fiducia ad Amadei pur avendo già pronto uno dei suoi tipici colpi di scena; il dodici gennaio 1961 annunciò, infatti, presentandolo allo Stadio del Vomero, che Renato Cesarini sarebbe stato il nuovo Direttore Tecnico della squadra. Affiorarono alla mia mente i ricordi di un altro pomeriggio del lontano 1930, quando la mezzala argentina (nato a Senigallia ma vissuto a Buenos Aires) debuttò per la prima volta in Italia, all’Ascarelli, con la maglia bianconera, proprio nella sfida contro il Napoli (ventitré marzo 1930), terminata in pareggio (due a due). Con la Juventus, Cesarini vinse altri quattro campionati prima di rientrare in Argentina nel 1935, precludendosi la possibilità di giocare con la Nazionale italiana; nel 1945 si ritirò dal calcio giocato e divenne allenatore, collaborando nuovamente con la Juventus dal 1946 al 1948. Tornato in Patria, allenò il River Plate e fu mentore di Omar Sivori che volle con sé al suo rientro in Italia quando riprese le redini della squadra bianconera che allenò dal 1958 al 1961 vincendo due scudetti e un torneo di Coppa Italia. Cesarini, il cui valore e prestigio erano fuori discussione, arrivava però in uno dei momenti peggiori del Club napoletano, dominato da interessi di parte, invidie e smanie di protagonismo. “Caro dottore”, mi disse un giorno per sfogare la sua amarezza, “come si fa a discutere di tecnica con chi non ha nessuna competenza? “Qui tutti si danno arie di maestri ma allora, perché mi hanno chiamato?”. 92 Un aneddoto, forse, vale più di molti discorsi. Durante un romitaggio a Sorrento Lauro giunse in albergo, in compagnia di un medico facente parte del suo seguito personale, nel momento in cui la squadra stava consumando una cena leggera a base di brodo “Come si fa a vincere mangiando questa roba?”, sbottò rivolgendosi a Cesarini. “Tu devi dargli maccheroni e vedrai come correranno domenica!” L’allenatore cercò di replicare ma il “Comandante” si rivolse al suo accompagnatore per chiedergli di suffragare la sua bizzarra teoria, ricevendone, naturalmente, pedissequa conferma. Ringalluzzito dal deferente avallo, l’armatore chiese al povero Cesarini che tentava di ricondurre il discorso in un ambito più serio, se pretendeva di saperne più di uno che era stato all’Università. “Se è per questo, ho passato una vita intera all’Università perché ci abitavo di fronte”, rispose il tecnico, il cui sarcasmo fu prontamente assimilato al reato di lesa maestà. Spie e picchiatori
L’atmosfera avvelenata che circolava nel Club non poteva che degenerare in episodi sempre più disdicevoli e, francamente, intollerabili in ambito sportivo, come la spiacevole bagarre tra Del Vecchio e Amadei. Alla vigilia della partenza per Torino Del Vecchio aveva deciso di condurre sua moglie al cinema e per questo aveva affidato la figlia di pochi mesi a una bambinaia che però fece cadere la piccola che batté la testa contro il lavabo e svenne. Spaventata, la ragazza bussò al vicino appartamento di Tacchi che si precipitò per strada in pigiama e cappotto alla ricerca del compagno di squadra; incontrò invece Amadei cui riferì l’episodio. Quando finalmente Del Vecchio rincasò, Amadei gli rimproverò una certa mancanza di responsabilità nei confronti della famiglia e anche della squadra, dal momento che un giocatore professionista, alla vigilia di un incontro importante, avrebbe dovuto restarsene a casa a riposare. Del Vecchio lo guardò con aria truce ma riuscì a controllare la collera pensando alla bambina che, affidata poi alle cure del Professor Castellano, si rimise perfettamente. Lauro reagì inviandogli una lettera di richiamo e Del Vecchio, notoriamente instabile dal punto di vista emotivo, si presentò il martedì successivo all’allenamento insultando Amadei (“sei una spia!”) e aggredendolo fisicamente. Lauro decise di sospenderlo in attesa di provvedimenti disciplinari che non giunsero mai. Il diciotto gennaio 1961 fu, invece, inscenata una sorta di riconciliazione con tante scuse, strette di mano e fotografia di rito per immortalare la farsa. Amadei stette al gioco ma il giorno successivo rassegnò le dimissioni che, come al solito, furono respinte. Sul campo, pareggiammo poi con la Juventus (due a due), con l’Inter (zero a zero) e con il Vicenza (ancora zero a zero) ma perdemmo contro il Padova (due a zero), contro il Torino (uno a zero assortito da una sassata sulla zucca dell’arbitro Campanati) e contro la Lazio con un memorabile cinque a due! Del Vecchio, dopo la batosta, chiese di essere messo fuori squadra mentre Gratton e Pivatelli furono sanzionati per scarso impegno; Lauro convocò la solita Commissione (Scuotto, Cuomo e Muscariell che, indagando, raccolse voci di un presunto ammutinamento della squadra, smentito, peraltro, da Bugatti. 93 Perdemmo ancora contro il Bologna (uno a due) e contro la Roma (due a zero) avviandoci così verso la retrocessione. Quando perdemmo ancora contro la Spal per due a zero il pubblico esplose lanciando sassi, bottiglie e tutto quello che trovava a portata di mano; Del Vecchio, decisamente fuori controllo, raccolse una pietra per rilanciarla contro il pubblico. Immaginatevi il resto! Come al solito, dopo anche dopo questa sconfitta si discute, s’indaga, si cerca una soluzione e chi paga per tutti è il povero Cesarini, messo prontamente “messo a riposo” pur non entrandoci affatto. Nell’incontro con la Fiorentina che pareggiamo per zero a zero, Bodi deve sostituire Del Vecchio che, dopo il suo inutile gesto, era stato aggredito e malmenato dai tifosi; contro la Sampdoria Pivatelli mette in rete il pallone della vittoria mentre Di Giacomo addirittura due contro il Milan che ne segna uno solo; Tacchi, Di Mauro e Di Giacomo infilano tre reti nella porta del Lecco che realizza a stento il goal della bandiera; torniamo invece a mani vuote da Bari dove perdiamo per uno a zero con conseguente ritiro a Coverciano; Del Vecchio, ferito allo zigomo, va a farsi curare da Scaglietti. Pareggiamo poi per uno a uno con l’Atalanta e per due a due con l’Udinese (Di Giacomo e Mistone) ma perdiamo per uno a zero a Catania dove scoppia un piccolo “giallo”. Un certo Lorenzo Anghillari spedisce, infatti, una lettera alla Lega asserendo che il Napoli avrebbe tentato di comprare la partita; il suo indirizzo però risulta inesistente e la notizia evidentemente infondata. Il successivo quattro a zero che incassiamo in casa dalla Juventus sigla invece la nostra imminente retrocessione! Il Club “concede” una licenza a Renato Cesarini e Amedeo Amadei fino al termine del Campionato, affidando la direzione tecnica della squadra ad Attila Sallustro, per il prestigio e l’integrità del suo nome, coadiuvato da Giuliano Grandi e affiancato dal solito Scuotto. Cesarini, profondamente amareggiato, se ne va senza clamori, affermando piuttosto sobriamente che “non si possono coltivare fiori nell’argilla”. Nella penultima di Campionato incassiamo tre reti dall’Inter (situandoci al penultimo posto) e due dal Padova che ci spediscono dritti in serie in Serie B. La Juventus è campione d’Italia; il Napoli ha solo venticinque punti, trenta goal fatti e quarantasette ricevuti; ci fanno compagnia Lazio e Bari mentre Venezia, Mantova e Palermo passano in massima divisione. La brutta avventura del Campionato si conclude con una dichiarazione rabbiosa ma sibillina di Guido Gratton: “Per colpa loro, sono finito così! Mai una tattica, mai una formazione studiata, mai una volta d’accordo”. Possiamo solo immaginare a chi si riferisse l’ambigua filippica. Retrocessione
In attesa dell’inizio del nuovo Campionato 1961-­‐1962 alla Flotta Lauro si discute animatamente sulla scelta del nuovo allenatore; si fa il nome di Di Bella, Alfredo Foni, Montanari e Fioravante Baldi. La scelta cade proprio su quest’ultimo, ex centrocampista del Torino e, da ultimo, allenatore del Palermo che ha portato in Serie A. Vengono acquistati Achille Fraschini e Salvatore Di Gaetano, dal Palermo, Giovanni Fanello e Pier Luigi Ronzon dal Milan, Gianni Corelli, dalla Spal, Walter Pontel dal Catania, Mauro Gatti, dall’Inter, Gluaco Gilardoni, dal Lecco, Ugo Tomeazzi, dal Torino, Enrico Mazzucchi, dal Livorno, Rosario Rivellino, dal Cirio, Giuseppe Pescarzoli dalla Juve Napoli e Pellegrino, dall’Atripalda. Ci lasciano, invece, Ottavio Bugatti che, dopo otto campionati in azzurro, passa all’Inter, Gratton, Maioli, Postiglione, Bertucco, Di Giacomo, Pivatelli, Gasparini, Mihalic, Del Vecchio e Posio. 94 Il tredici luglio 1961 Lauro annuncia di voler costituire una nuova grande Società con programmi avveniristici che resta, tuttavia, lettera morta, mentre la Lega, più realisticamente, chiede il versamento entro le ore diciassette del ventisette luglio della garanzia finanziaria prevista dal Regolamento per la copertura degli acquisti effettuati, minacciando di annullare i contratti di Fanello e Ronzon. Le nostre forze calcistiche si riuniscono il ventuno luglio a Tarcento, nel Friuli; Baldi convoca Pontel, Cuman, Gatti, Mistone, Schiavone, Greco, Costantini, Rivellino, Di Gaetano, Bodi, Girardo, Corelli, Barbato, Di Mauro, Fraschini, Mazzucchi, fanello, Tomeazzi, Ronzon, Gilardoni, Tacchi, Pesarzoli, Valenzano, Aldi, Caltagirone e Pellegrino. Scuotto e Cuomo, nel frattempo, vanno a discutere con la Lega, a Milano, riuscendo a ridurre la garanzia finanziaria da trecento a duecento cinquanta milioni. A Tarcento Ronzon comincia subito a fare le bizze, costringendo Scuotto a mettere in chiaro le cose. Il quindici agosto si gioca una partita notturna contro il Vicenza che perdiamo per due a zero; il venti si debutta in amichevole a Fuorigrotta contro il Palermo, sconfitto per tre a due con una rete di Tacchi e due di Tomeazzi; il ventisette, per la Coppa Italia, viene a Fuorigrotta l’Alessandria che pareggia ma perde sui calci di rigore (sette a sei) per opera di Bodi. Di Gaetano si fa male in allenamento ed io diagnostico una lesione al menisco; Baldi e Morisco dissentono e spediscono il giocatore a Palermo per ascoltare responsi più elevati dei miei. Il clinico peloritano parla di “distrazione dei legamenti mediali del ginocchio guaribile con cure fisiche e un po’ di riposo”. Di Gaetano, però, sta male e non riesce a giocare; dovrà però attendere la defenestrazione del duo Baldi-­‐Morisco per farsi operare (dal sottoscritto) e tornare a giocare come prima, dopo un paio di mesi di convalescenza. Il tre settembre ha inizio il Campionato; la nostra formazione prevede Pontel, Gatti, Mistone; Corelli, Greco, Bodi; Tacchi, Fraschini, Tomeazzi, Ronzon e Gilardoni. Vinciamo a Novara per uno a zero (Fraschini) ma pareggiamo a Modena e a Parma a reti inviolate; poi, sul campo di Porta Elisa, dove non vincevamo dal 1936, battiamo il Lucca per uno a zero con un goal di Fraschini. Pareggiamo con il Brescia per uno a uno (Corelli) ma perdiamo contro la Lazio per due a zero; pareggiamo di nuovo contro il Como con una rete a testa; partita tranquilla con un seguito tumultuoso: Fanello ignora le consegne di Baldi e Scuotto che non gli concedono di andare ad Alessandria per ritirare il Premio Caltex, quale miglior cannoniere della passata stagione e incassa una multa di cento mila lire; fioccano multe anche per Ronzon, Gilardoni e Fraschini, che non hanno nulla da ritirare ma si assentano ugualmente. Scuotto riesce a ingaggiare per un milione il trentenne terzino della Lazio Giancarlo Molino che si rivelerà uno degli atleti migliori della squadra. Pareggiamo con il Bari (zero a zero) ma perdiamo contro il Messina (due a zero); la squadra è ammalata, il suo gioco misero e poco combattivo. “Non si può vincere se ci arrendiamo così facilmente”, dichiara Mistone, sfogando il suo disappunto. Baldi, avvilito, rassegna le dimissioni che Lauro respinge; Scuotto, nel frattempo, mette a segno un altro colpo da maestro acquistando per due milioni il trentenne Amos Mariani, ala destra plurinazionale della Lazio. Superiamo il Catanzaro (che segna il goal della bandiera) con tre reti di Corelli ma perdiamo contro la Reggiana per due a uno (Mariani), esibendoci in un risibile catenaccio, e contro il Genoa per tre a uno (Fraschini); perdiamo ancora contro il Pro Patria per due a uno, toccando il fondo dell’umiliazione; Baldi, disperato, ascolta la folla bustocca che scandisce “bidoni” come un incessante ritornello; pareggiamo a Cosenza per uno a uno (Fanello) l’ultimo giorno del 1961. Capodanno è alle porte ma nessuno si aspetta granché e i risultati confermano le aspettative: Napoli-­‐Verona zero a zero, Napoli-­‐Prato due a uno (Fanello e Ronzon), Sanbenedettese-­‐Napoli uno a zero e Novara-­‐Napoli due a uno (Gilardoni). 95 Pesaola “Mister”
La sera del ventinove gennaio Lauro convoca Scuotto, Musollino, Baldi e il sottoscritto per trovare una soluzione alla penosa situazione della squadra; Baldi non vuole più sentire ragioni e chiede di essere sostituito al più presto. Emerge così il nome di Bruno Pesaola che il trentuno gennaio 1962 assume il ruolo di Mister. Nato a Buenos Aires il 28 luglio 1925 da genitori italiani emigrati in Argentina iniziò la carriera calcistica nel Dock Sud e passò a quattordici anni nella squadra giovanile del River Plate allenata da Renato Cesarini; si trasferì alla Roma nella seconda metà degli anni quaranta distinguendosi subito per le sue qualità di attaccante abile e veloce ben accetto, tra l’altro nell’ambiente mondano e cinematografico; fu infatti amico di Walter Chiari con cui recitò nel film “Inafferabile 12” e Carlo Dapporto che lo volle nella pellicola “Inafferabile 13”. Dopo un grave incidente che gli costò la frattura della tibia, passò al Novara nel 1950 dove ha militato per due stagioni consecutive; accogliendo, sembra, un suggerimento della moglie Ornella, eletta in quegli anni “Miss Novara”, decide di trasferirsi a Napoli dove soggiorna per otto anni come calciatori divenendo uno dei giocatori simbolo della squadra azzurra con la quale ha totalizzato duecentoquaranta presenze e ventisette goal. Nel mille novecento cinquantatré esordì in Nazionale B con cui ha giocato sei incontri; la sua prima panchina fu quella della Scafatese che allenava durante il Campionato 1960-­‐1961 quando fu chiamato dal Napoli. La sua presenza in azzurro si rivela subito decisiva: Napoli-­‐Modena due a zero (Fraschini e Fanello); il petisso, che ha schierato in formazione Pontel, Molino, Mistone, Girardo, Schiavone, Corelli, Mariani, Ronzon, Fanello, Fraschini e Tacchi, è riuscito finalmente a scuotere la squadra dal torpore, galvanizzandola con il suo entusiasmo e continuo incoraggiamento. La gioia della vittoria è offuscata per la morte di Paolo Uccello, sopraggiunta all’improvviso, mentre seguiva l’incontro in televisione; povero Paolo, caro e indimenticabile amico di ogni tempo e di ogni circostanza! La vita continua e alla tristezza subentra la gioia. Il cinque febbraio 1962, Dolo Mistone, acrobatico terzino fluidificante di ormai consolidato prestigio, sposa la Signorina Giuseppina Fioretti nella chiesa dell’Incoronata e del Buon Consiglio a Capodimonte. Compare d’anello il sottoscritto; testimone per lo sposo il compagno di squadra Gigi Bodi. Vinciamo ancora contro il Parma per due a zero con goal di Ronzon e Corelli (il 3-­‐3-­‐4 di Pesaola funziona!) e contro la Lucchese per uno a zero, con un goal di Fraschini su rigore; pareggiamo poi a Brescia per uno a uno. Durante il romitaggio a Grottaferrata, Fanello subisce una distorsione alla caviglia e Ronzon fa i capricci; non vuole giocare e chiede di essere messo a riposo ma Pesaola, che conosce i suoi polli, sa bene che l’indisposizione di Ronzon è solo psicologica e, alla fine, la spunta. Pareggiamo ancora a reti inviolate contro la Lazio; strano incontro: al trentunesimo del secondo tempo Seghedoni prende la rincorsa e scaglia una sventola che nessuno vede entrare nella porta napoletana, neppure l’arbitro Rigato; i laziali protestano ma non c’è niente da fare. Poi comincia la riscossa: Napoli-­‐Como tre a uno con due goal di Ronzon e uno di Gilardoni; Bari-­‐Napoli uno a zero; Napoli-­‐Messina quattro a due (Ronzon, Tacchi e Mariani); Catanzaro-­‐Napoli uno a due (Corelli su punizione al sesto del primo tempo e Tacchi, sempre su punizione, al ventitreesimo). La serie s’interrompe con una sconfitta contro la Reggiana (uno a zero) e contro il Genoa che mette in rete quattro goal; vinciamo poi a Monza per uno a zero, evitando così d’intossicarci la Pasqua. Il ventisei aprile andammo a Torino per i quarti di finale di Coppa Italia vincendo per due a zero (Gilardoni); Pesaola manda in campo molte riserve schierando in formazione 96 Cuman, Gatti, Mistone, Montefusco, Rivellino, Bodi, Simoni, Ronzon, Fanello, Dell’Otto e Gilardoni; vinciamo ancora contro il Pro Patria per quattro a zero ( Fraschini, Fanello e Ronzon), totalizzando trentasei punti che ci collocano al terzo posto insieme a Lazio, Pro Patria e Moden; il Genoa era sempre in testa, con quarantanove punti, seguito dal Verona che ne aveva trentotto. Pareggiamo ad Alessandria (zero a zero) e a Cosenza (uno a uno) ma solo grazie al rigore concesso dall’arbitro Lenzi che Corelli mette in rete; Gilardoni si frattura una clavicola, scontrandosi con il portiere Amati. Napoli-­‐Verona fu invece rinviata per il maltempo, non solo meteorologico, che si addensava sulla città scaligera; la sera precedente, infatti, Dario Angelini, grande inquisitore del Calcio italiano, era sbarcato all’Albergo Due Torri, dove alloggiavamo, per indagare su presunti tentativi di corruzione del Napoli nei confronti del Verona che avrebbero comportato la nostra retrocessione. Pareggiammo in seguito a Prato per uno a uno; i toscani segnano il primo goal e Schiavone si fa male al ginocchio al ventitreesimo della ripresa; l’ombra della sconfitta aleggia sulla nostra panchina ma Pesaola reagisce e fa appello all’orgoglio della squadra, ottenendo il miracolo: Tacchi si scatena e al trentanovesimo parte dal suo piede il goal del pareggio che fa rinascere la speranza! Siamo ancora in lizza per la promozione perché, nel frattempo, il Messina è riuscito a vincere contro la Pro Patria a Busto Arsizio. Il primo giugno vinciamo per due a uno contro il Mantova in Coppa Italia, a Fuorigrotta, con reti di Tomeazzi e Fanello. Siamo ormai in finale: Napoli-­‐Sanbenedettese due a zero (Fraschini e Ronzon) e, finalmente, Verona-­‐Napoli che vinciamo per uno a zero con un goal di Corelli al sedicesimo del secondo tempo. E’ fatta. Terminiamo al secondo posto in classifica con quarantatré punti, quaranta quattro goal segnati e trentacinque ricevuti, tornando così in massima divisione insieme a Genoa e Modena. Il merito di tutto questo non può che essere attribuito a Bruno Pesaola che con il suo coraggio, il suo entusiasmo, la sua abilità umana e sportiva era riuscito a galvanizzare la squadra. Gli azzurri si congedarono dal pubblico partenopeo qualche giorno dopo in una partita amichevole con il Messina, vinta per tre a zero, suscitando l’esplosione del folclore calcistico napoletano con il classico giro di campo alla carioca. Per completare il successo, il ventuno giugno 1962 vincemmo all’Olimpico di Roma la Coppa Italia, battendo nella finale la Spal per due a uno con goal di Corelli e Ronconi. Il giallo di Verona
Il giallo di Verona costituisce uno degli episodi più opachi e, per certi versi, sconcertanti, del calcio italiano di quei tempi. Cercherò di riassumere i fatti che, in realtà, non furono mai interamente elucidati né dall’inchiesta né dal successivo giudizio, inserendoli nel contesto che li aveva generati. Durante il Campionato 1961-­‐1962 Napoli, Modena, Lazio e Verona erano in lizza per la promozione con uno scarto minimo di punti. La classifica finale vide, infatti, il Genoa vittorioso con cinquantaquattro punti, seguito da Napoli e Modena, secondi ex equo con quarantatré punti (in realtà il Napoli risultò secondo in base alla regola del quoziente reti e il Modena terzo) e da Lazio e Verona con quarantadue punti. L’incontro con il Verona che avrebbe dovuto svolgersi il venti maggio 1962 (trentaseiesima giornata di campionato), annullato per impraticabilità di campo e rinviato al dieci giugno 1962, aveva dunque un’importanza capitale. Nelle more, tuttavia, l’Ufficio Inchieste della Federazione Italiana Gioco Calcio denunciò Antonio Corcione, Antonio Peluso, Mario e Giuseppe Tardugno e l’Associazione Calcio Napoli per tentativo di corruzione e illecito sportivo. Peluso e Corcione, rispettivamente allenatore e presidente della U.S Padula, una squadra di calcio campana di 97 Prima Categoria, furono dunque rinviati a giudizio insieme a Bruno Pesaola e all’Associazione Calcio Napoli per responsabilità oggettiva. Secondo l’accusa Peluso e Corcione, accompagnati da Mario Tardugno, cui si aggiunse il fratello Giuseppe, si erano recati a Verona per incontrare l’ex azzurro Bertucco e il portiere Ciceri; la squadra però era in ritiro in una villa di proprietà del Presidente Sarfori proprio in considerazione dell’importanza dell’incontro. Corcione decise allora di rivolgersi per consiglio e aiuto a Pasquale Principe, un amico di vecchia data residente a Milano, ben introdotto nell’ambiente della squadra veronese, per chiedergli se, a suo giudizio, esisteva la possibilità di truccare l’incontro. Principe, secondo l’accusa, finse di stare al gioco ma riferì subito l’episodio a Sartori che, a sua volta, chiese l’intervento della Federazione che sottopose a controllo il telefono di Principe utilizzato per i contatti con l’abitazione milanese di Tardugno. I corruttori, che secondo Principe, avrebbero dovuto accordarsi direttamente con Ciceri, inviarono all’appuntamento Giuseppe Tardugno, prescelto per suo accento meneghino utile a sviare eventuali sospetti. L’incontro che avvenne nel piazzale sovrastante gli spogliatoi fu ripreso e fotografato da un paio di soci del Verona chiamati per collaborare all’inchiesta. In quell’occasione si sarebbe pattuito un compenso di due milioni cinquecentomila lire per il portiere veronese, garantiti da Principe che li avrebbe ricevuti da Corcione nel corso della partita. Ciceri avrebbe manifestato il suo consenso definitivo allacciandosi una scarpa prima dell’inizio della gara e toccando con la mano uno dei pali della porta. L’accusa sosteneva inoltre che la sera del diciassette maggio ci sarebbero state alcune conversazioni telefoniche tra Corcione e Pesaola che si trovava a Grottaferrata in romitaggio con gli azzurri. Il diciotto maggio Tardugno riferì a Principe che il prezzo richiesto era stato giudicato eccessivo e che l’offerta si riduceva a due milioni. A questo punto il racconto comincia ad assumere contorni sfumati: Corcione avrebbe affermato che un dirigente azzurro era stato incaricato di confermare l’accordo in occasione dell’arrivo del Napoli a Verona; Principe, dal canto suo, sarebbe stato autorizzato dall’Ufficio Inchieste a sganciarsi dalla vicenda rendendosi irreperibile; i napoletani, infine, sarebbero passati dalle lusinghe alle minacce senza però alcun riscontro positivo; Corcione, infatti, ammise in seguito di non essere riuscito a incontrare Pesaola che alloggiava con la squadra all’albergo Due Torri. La vicenda, che nel frattempo era diventata di dominio pubblico, rischiava di far retrocedere il Napoli in serie C. Lauro e Cuomo decisero di rivolgersi a Scuotto, considerata la sua comprovata esperienza in materia di regolamenti sportivi; occorreva, in primo luogo, di stabilire cosa fosse realmente accaduto. Scuotto convocò dunque i protagonisti della vicenda invitando Corcione e Peluso ad ammettere di aver agito di propria iniziativa, senza alcun intervento da parte del Club; entrambi riferirono che la trattativa era stata, in realtà, un’iniziativa di Principe e non dei napoletani, come adesso si cercava di far credere. Scuotto si recò allora a Verona per indagare sugli effettivi rapporti tra Principe e i dirigenti del Verona e quindi si trasferì a Milano dove affidò la difesa al Professor Cesare Grassetto, Ordinario di Diritto Penale all’Università e agli avvocati Sbisà e Maresca, fornendo, nel frattempo, alla stampa dettagli e notizie suscettibili d’indebolire il castello accusatorio. Il processo iniziò il venticinque giugno 1962 e si protrasse fino al quattro di luglio. Carlo Bonazzi, agendo in qualità di Vice Presidente del Verona aveva, nel frattempo, denunciato Scuotto, accusandolo di aver tentato di intimidire Principe per indurlo a ritrattare; quest’ultimo però, messo a confronto all’americana con il buon Gigino affermò di non averlo mai visto né conosciuto. Anche l’audizione delle famose registrazioni delle conversazioni tra Principe e i suoi interlocutori si rivelò irrilevante perché i nastri emettevano solo fruscii. Le fotografie dell’incontro tra Tardugno, Principe e Ciceri non furono mai esibite perché, anche in questo caso, la pellicola risultò inspiegabilmente deteriorata. L’avvocato Sbisà sostenne dunque che era stato Principe, notoriamente amico di Sartori, a proporre la trattativa 98 all’ingenuo Corcione per poi denunciare l’illecito e consentire al Verona di vincere a tavolino una partita così dura e incerta sul rettangolo di gioco. La Commissione Giudicante ritenne Corcione responsabile del tentativo di corruzione per sua iniziativa personale, considerati i suoi sentimenti di appassionato tifoso, giudicando invece estranei ai fatti sia Pesaola che l’Associazione Calcio Napoli. L’Ufficio Inchieste, la Società Sportiva Lazio e la Società Calcio Verona (entrambe interessate alla promozione in Serie A), ricorsero, tuttavia, in appello contro la decisione. Il dieci agosto 1962, in fase di dibattimento, l’avvocato Petrolillo, patrocinante per la Lazio, chiese l’audizione del telefonista dell’Albergo Traiano di Grottaferrata, che avrebbe ascoltato le conversazioni tra Corcione e Pesaola che fu fissata stabilita alle ore sedici del giorno stesso. Lauro, stanco e preoccupato, andò a riposare mentre Scuotto, Sbisà, Corcione, Tardugno e Savastano si recarono a pranzo da “Gigi Fazio”. Scuotto, tuttavia, abbandonò improvvisamente i commensali e si recò in macchina a Grottaferrata per rintracciare il testimone; venne fuori che il telefonista in servizio il giorno della famosa intercettazione era un giovane squattrinato, già licenziato dall’albergo, che avrebbe potuto prestarsi al gioco per denaro. Scuotto chiese allora al direttore di testimoniare presso la Commissione giudicante. La seduta aveva già avuto inizio e il telefonista era stato ammesso da pochi minuti per l’interrogatorio; l’avvocato Sbisà fece presente che il teste non era un tesserato della F.I.G.C e che dunque, in caso di false dichiarazioni, sarebbe stato penalmente responsabile, chiedendo inoltre l’ammissione della testimonianza del direttore dell’Albergo Traiano che attendeva fuori dell’aula. Il Presidente Manuelli, accolta la richiesta, invitò il teste a fare le sue dichiarazioni ma il telefonista, spaventato, chiese di poter consultare il suo avvocato e l’udienza fu dunque sospesa. Durante la pausa il giovanotto vide il direttore dell’albergo e, ripresa la seduta, dichiarò di non essere davvero sicuro di quanto aveva sentito e, di conseguenza, di non poter assumere responsabilità così gravi. La Commissione, preso atto dell’assenza di elementi innovativi, confermò dunque l’assoluzione del Napoli con formula piena. Faustino Jarbas “Cané”
Il Campionato del 1962-­‐1963 vide il ritorno di Monzeglio, dopo sette anni, in veste di Direttore Tecnico, al fianco di Pesaola. Eraldo suggerì per prima cosa l’acquisto di Bernasconi (centromediano) e di Barison (ala sinistra) al fine di rafforzare la squadra per disputare un Campionato onorevole e sperare di permanere in Serie A. Lauro, notoriamente scaramantico, rispose che la squadra andava benissimo così com’era e che sarebbe certamente rimasta in Serie A. Il “Comandante” ripeteva, in realtà, la risposta di Pesaola a Fiore che però, spalleggiato da Scuotto, aveva minacciato di dimettersi se la compagine azzurra non fosse stata potenziata. Furono dunque acquistati Giovanni Paggi, mediano del Cenisia, Paolini, terzino del Crotone, e la mezzala ambidestra della Juventus Humberto Rosa, fortemente voluta da Scuotto. La vera novità, tuttavia, fu l’arrivo del ventunenne Faustino Jarbas, detto Cané, proveniente dalle fila dell’Olaria di Rio de Janeiro, che Lauro acquistò per quarantamila dollari, senza consultare nessuno, dopo aver visto una sua fotografia, folgorato da una delle sue ineffabili intuizioni: “Voglio questo perché è il più nero e il più brutto di tutti e quindi farà tanta paura alle difese avversarie che lo lasceranno andare in rete quando gli pare e piace!” All’adunata degli azzurri, fissata il sei agosto ad Agerola, Pesaola convocò Pontel, Pomarici, Cuman (portieri); Gatti, Mistone, Paolini, Molino e Schiavone (terzini); Costantini, 99 Girardo, Bodi, Rivellini, Corelli, Greco e Paggi (mediani); Fraschini, Montefusco, Tomeazzi, Gilardoni, Ronzon, Mariani, Rosa, Fanello, Cané e Tacchi (attaccanti). Il venticinque dello stesso mese, ad Agerola, si discuteva di reingaggi; Pesaola, cui Lauro aveva garantito cinque milioni di premio di promozione, sostenuto da Monzeglio, minacciò di lasciare la squadra se prima non fossero state soddisfatte le sue legittime aspettative. Dopo qualche partita amichevole, il Napoli si trasferì in Gran Bretagna per un incontro con il Bangor valevole per la Coppa delle Coppe, ricevendo grandi attenzioni e calorose accoglienze, specie femminili, in un clima di simpatia e di attesa quasi morbosa per l’incontro. I Gallesi, per l’occasione, avevano ripulito e agghindato il loro Stadio e tappezzato i muri della cittadina con manifesti inneggianti al piccolo Bangor impegnato contro il “i milionari del Napoli”, alludendo alle fortune del Comandante, ben noto in Inghilterra per le sue attività imprenditoriali. Il Bangor vinse per due a zero facendo esplodere la gioia dei Gallesi con fuochi d’artificio che illuminarono a lungo la notte albionica, sfatando il mito che i botti siano una prerogativa esclusivamente partenopea. Il nove settembre giocammo a Messina per la Coppa Italia perdendo nuovamente per due a uno. Il problema di Pesaola, nel frattempo, non si era ancora risolto. Lauro, con buona dose d’improntitudine, gli suggerì di rivolgersi a Scuotto che lo convinse ad accettare la metà di quanto pattuito. Il petisso, capita l’antifona, decise allora di firmare il contratto; Monzeglio, invece, con nordica intransigenza, rimase fermo sulla sua posizione. Il sedici settembre perdemmo di nuovo in amichevole contro la Roma per tre a zero; la nostra formazione comprendeva Pontel, Molino, Mistone; Girardo, Gatti, Corelli; Gilardoni, Ronzon, Cané, Fraschini e Tacchi. Il Campionato iniziò il ventitré settembre con un’altra sconfitta per cinque a uno (Tacchi) contro il Milan; Pivatelli dichiarò che il Napoli era perfino peggiore di quello che ricordava; Pontel, invece, se ne andò in gran segreto a Palermo, dopo la partita, per sposare la Signorina Ada Pecoraino. Il ventisei vincemmo contro il Bangor a Fuorigrotta per tre a uno e dovemmo dunque giocare a Londra lo spareggio valevole per la Coppa delle Coppe, vincendo per uno a zero. Continuammo il Campionato con risultati alterni: Spal-­‐Napoli quattro a due; Napoli-­‐Genoa uno a zero (Tacchi); Inter-­‐Napoli uno a zero; Napoli-­‐Fiorentina due a zero (Fanello e Mariani); Mantova-­‐Napoli due a uno (Tacchi); Juventus-­‐Napoli uno a zero; Venezia-­‐Napoli uno a uno (Gatti); Napoli-­‐Vicenza uno a zero (Tacchi). Il primo novembre pareggiammo per uno a uno a Budapest, contro l’Ujpest, per la Coppa delle Coppe e, nell’incontro di ritorno, a Napoli, pareggiamo di nuovo con lo stesso risultato ma vincemmo poi per tre a uno a Losanna, in notturna, su un campo ghiacciato con dodici gradi sotto zero! Seguirono poi risultati incerti e modesti; Sampdoria-­‐Napoli tre a zero; Napoli-­‐Palermo tre a uno (Gatti, Mariani, Fanello); Modena-­‐Napoli quattro a zero; Bologna-­‐Napoli quattro a due (Fanello e Corelli). Aria grigia, insomma, in casa azzurra. I giocatori fanno a gara per restare fuori squadra: Rosa dice di avere dolori ai muscoli addominali, Franchini ha male all’inguine ma io, in entrambi i casi, non riscontro alcunché. Durante il pareggio con il Torino (due a due) l’ira e la delusione dei tifosi esplode, purtroppo letteralmente, contro la panchina del Napoli, sotto forma di una grossa bomba-­‐
carta che investe Fiore, Pesaola, Monzeglio ed il sottoscritto. Il povero Eraldo si accascia al suolo perdendo sangue e se la caverà, dal punto di vista fisico, con un paio di giorni di ricovero. Le sue parole erano state profetiche quando mi disse a Fuorigrotta “Caro dottore, la nostra è una panchina che scotta!”. Si migliora in seguito battendo l’Atalanta per due a uno (Ronzon e Fraschini) e pareggiando con la Roma per tre a tre (Corelli e Fraschini); miracolo a Milano, invece, dove 100 vinciamo per uno a zero con un goal di Corelli: “Il serpe velenoso è stato servito!” urla Monzeglio, ancora scosso per l’incidente. Non sapemmo mai a chi si riferisse. Doping a Milano
L’incontro con il Milan del ventisette gennaio 1963 portò alla ribalta il problema del doping che faceva ormai parte, da tempo, del malcostume calcistico. L’uso di anfetamine e stimolanti, più o meno vietati, non era certo una novità in ambito sportivo e proprio per questo la Federazione aveva previsto controlli a campione per accertare eventuali infrazioni. Le pillole della forza e del vigore circolavano liberamente anche nei nostri spogliatoi prima della partita con il Milan quando Beato avvertì che i medici federali erano presenti all’incontro e che, dunque, con ogni probabilità, avrebbero effettuato una verifica. Al termine della gara, infatti, i giocatori di entrambe le squadre furono convocati all’Hotel Gallia per l’esame del doping cui risultarono positivi Fraschini, Molino, Pontel, Rivellino, Rosa, Tacchi e Tomeazzi. Il Club affidò la propria difesa a Scuotto che si rivolse dunque al Professor Mario Covello, Direttore dell’Istituto di Chimica Farmacologica e Tossicologica Universitaria, il quale non ebbe difficoltà a dimostrare che le analisi erano state poco accurate e quindi inattendibili. Il provvedimento di sospensione nei confronti dei giocatori fu revocato ma il Napoli fu comunque condannato a un’ammenda di sei milioni per responsabilità oggettiva. Il Campionato, nel frattempo, proseguiva. Vincemmo contro la Spal per due a zero, con due goal di Corelli ma, il sei febbraio, perdemmo contro il Beograd, in Coppa delle Coppe, per due a zero e perdemmo ancora contro il Genoa per tre a due (Montefusco e Fraschini). Giacomini siglò il terzo goal del Genoa, a due minuti dalla fine, e Mariani pareggiò a quindici secondi dal termine (ma l’arbitro non vide la palla oltre la linea bianca). Poi incontrammo l’Inter che vinse per cinque a uno! Debuttava Juliano all’ala sinistra; Di Giacomo, passato in campo avverso, segnò addirittura tre reti, mentre Fraschini realizzò per noi il goal della bandiera. Stessa batosta con la Fiorentina: cinque a uno! Una partita disastrosa che il generoso Pesaola cercò di giustificare, sostenendo che le accuse di doping avevano depresso il morale della squadra. Pareggiammo poi con il Mantova (zero a zero), perdemmo con il Catania (uno a zero), pareggiammo di nuovo con la Juventus (zero a zero) e, finalmente, Cané riuscì a segnare contro il Venezia (uno a zero). Il tre aprile incontrammo a Marsiglia, per lo spareggio finale, il Beograd che vinse per tre a uno; pareggiammo a Vicenza per zero a zero ma perdemmo di nuovo contro la Sampdoria per due a zero e contro il Palermo per due a uno. Il ventotto aprile perdemmo per due a zero anche contro il Modena; arbitrava Campanati, per niente in forma quel giorno, che assegnò un goal più che discutibile ai nostri avversari rifiutando però di concederci un evidente rigore: al ventesimo della ripresa Ronzon pasticcia con la palla spedendola sui piedi di Bruells che non esita a infilarla in rete; subito dopo Tomeazzi è atterrato in area canarina ma Campanati non reagisce. La folla, inferocita, invade il campo e un gruppo di teppisti devasta tutto quello che capita loro sotto mano; il bilancio fu di cinquantadue feriti, cento quarantotto arresti e cento trenta milioni di danni, oltre, naturalmente, la squalifica per quattro domeniche del San Paolo. Riuscimmo a spuntare un pareggio con il Torino (uno a uno) grazie a un goal di Corelli su rigore, conquistando un punto prezioso perché eravamo oramai quartultimi in classifica seguiti da Genova, Venezia e Palermo. Se non avessimo perso a Bergamo avremmo potuto ancora farcela. Romitaggio dunque a San Pellegrino in attesa dell’Atalanta, dove feci del mio meglio per rimettere in piedi i più malconci; andò tutto male, purtroppo, e perdemmo per due a uno. L’Inter era Campione d’Italia mentre noi, con venti sette punti, tornammo in Serie B in compagnia di Venezia e Palermo; furono invece promossi Messina, Lazio e Bari. 101 Lauro, amareggiato, si dimise ma il dottor Gagliardi raccolse la sfida, dichiarando di essere pronto ad accollarsi i quattrocento sei milioni di cambiali avallate dal Comandante. Il Prefetto esaminò la situazione, ascoltò Lauro, ascoltò Gagliardi e decise di nominare Commissario Straordinario Luigi Scuotto, affidandogli il compito di ricondurre il Napoli nella legalità amministrativa, affiancato da una Consulta tecnica composta da Oreste Sallustro, Bruno Gramaglia, Ciro Musollino, Armando Carola, Giulio La Volpe e Armando Ponsiglione. Crisi profonda
Nel frattempo, nell’ambito della campagna acquisti, ci lasciarono Monzeglio, Pesaola, Elia Greco, Luigi Bodi e Amos Mariani; Roberto Lerici prese il posto del petisso e raggiunsero la squadra anche Giovanni Bolzoni, ala destra, dal Genoa, il plurinazionale Flavio Emoli e Bruno Gazena, terzino, dalla Juventus. Ronzon faceva di nuovo i capricci ma, questa volta, per ragioni abbastanza fondate, almeno dal suo punto di vista. Da un lato, infatti, la polemica sorta con Rosa, dopo la sconfitta con il Modena, era sempre latente, e, dall’altro, i suoi santi protettori Fiore e Pesaola non c’erano più. Cosciente di non essere simpatico a molti e di poter avere vita dura nella squadra, inscenò una partenza ridimensionata in seguito come breve vacanza, rientrando all’ovile il nove agosto per recarsi, come gli altri, in romitaggio ad Avezzano. Anche Fraschini faceva le bizze per il suo reingaggio ma poi finì per trovare un accordo. Nell’anno calcistico 1963-­‐1964 il Napoli annoverava nei ranghi Pontel, Cuman, Garzena, Mistone, Emoli, Corelli, Rivellino, Girardo, Bolzoni, Ronzon, Fanello, Fraschini, Rosa, Tacchi, gatti, Di Gaetano, Cané, Iuliano, Montefusco, Gilardoni e Tomeazzi; Giancarlo Molino era allenatore in seconda. Si cominciò la preparazione atletica giocando qualche partitella contro i ragazzi di Avezzano; Rosa si allenava in disparte per via di una frattura al piede subita durante una rissa a Licola, mentre cercava di difendere l’onore suo e della squadra dalle offese di un gruppo di tifosi delusi. Da Avezzano ci trasferimmo a Caserta per un’amichevole che vincemmo per due a uno prima di rientrare a Napoli, completando la preparazione allo Stadio di Casoria, in attesa della ristrutturazione del San Paolo. Incontrammo il Bari due volte, perdendo per tre a zero un’amichevole e vincendo per uno a zero, al Flaminio, in Coppa Italia, con un goal di Corelli su rigore.Il quindici settembre iniziò il Campionato con un pareggio, a Monza, per uno a uno; segnò Gilardoni seguito da Bolzoni il cui goal, però, fu inspiegabilmente annullato. Giocammo poi a Foggia, contro il Prato, sconfitto per tre a zero, con goal di Ronzon, Cané e Bolzon, pareggiammo a Cagliari per due a due (Gilardoni) e vincemmo di nuovo a Potenza per uno a zero con un goal di Rosa. Il venti ottobre tornammo a giocare al San Paolo un’amichevole contro la Triestina, perdendo per uno a zero; vincemmo invece contro il Parma per due a zero (Gilardoni) e pareggiamo con il Lecco per zero a zero; settantamila spettatori assistevano alla partita sperando, in vano, di poter applaudire i loro beniamini. Durante la pausa Scuotto consegnò medaglie d’oro a Jeppson e Vinicio. Vincemmo invece contro l’Alessandria per due a zero (Fraschini e Gilardoni). Scuotto, reggente “povero” (ma scaltro), cedette, nel frattempo, Tomeazzi al Mantova per quaranta milioni e acquistò, dal Catania, il centravanti Prenna e il trentatreenne Claudio Rambaldo dalla Fiorentina. Al secondo turno della Coppa Italia perdemmo contro la Roma per cinque a zero ma vincemmo contro l’Udinese vinta per tre a uno (Bolzoni e Gilardoni) e perdemmo ancora con la Triestina per uno a zero uno a zero pur schierando otto uomini in difesa! La disfatta è alle porte: Napoli-­‐Cosenza due a zero (Cané e Fraschini), Foggia-­‐Napoli uno a zero, Palermo-­‐Napoli quattro a zero (tutti pessimi, a parte 102 Gilardoni), Napoli-­‐Varese uno a uno (Prenna); Pro Patria-­‐Napoli due a due (Prenna e Bolzoni), Venezia-­‐Napoli zero a zero, Napoli-­‐Catanzaro uno a zero (Bolzoni), Napoli-­‐Brescia uno a quattro (naufragio completo), Padova-­‐Napoli (sospesa per la nebbia); Napoli-­‐Monza uno a due (Ronzon). La crisi profonda del Napoli aveva molteplici cause e non tutte di ordine atletico o sportivo. La squadra non era compatta, mancava di coesione e d’intesa e molti badavano più ai propri interessi che ai risultati. Illuminante in questo senso fu il comportamento di Ronzon che abbandonò la squadra senza alcuna spiegazione perché gli era stato riferito che un dirigente partenopeo aveva osato criticare il suo comportamento di gioco durante la penosa esibizione con il Monza. Continuiamo in seguito con una serie di pareggi (Prato-­‐Napoli, Napoli-­‐Cagliari, Verona-­‐
Napoli) e una vittoria contro il Padova per due a uno, con autogoal di Rosa, impacciato di fronte al suo ex pubblico. Il Club intanto spedisce Fraschini a Como per farsi curare uno strappo muscolare da Ferrario considerato il taumaturgo dei muscoli illustri. Dopo meno di una settimana il giocatore rientra all’Hotel San Elmo e dichiara di essere perfettamente guarito ma, vistandolo, riscontro lo stesso problema e sconsiglio il suo impiego. Fraschini scende in campo contro il Potenza con cui, tra l’altro, perdiamo per due a uno e, dopo una decina di minuiti, ricomincia a zoppicare, lasciando il Napoli in dieci. Anche Lerici, nel frattempo, viene messo a riposo; galantuomo lontano da ogni bega e da ogni interesse che non fosse puramente calcistico, Bob non riesce a spiegarsi come mai la squadra, che aveva iniziato un buon campionato, si sia poi disgregata e sfasciata fino a quel punto; al suo posto subentra Giancarlo Molino. E continuiamo alla meno peggio: Parma-­‐Napoli due a due (Ronzon e Bolzoni); Lecco-­‐
Napoli uno a zero; Napoli-­‐Alessandria uno a uno (Cané); Udinese-­‐Napoli zero a zero; Napoli-­‐
Triestina uno a zero (Montefusco); Cosenza-­‐Napoli zero a zero; Napoli-­‐Foggia tre a zero (Gilardoni, Cané e Fraschini); Napoli-­‐Palermo zero a zero; Varese-­‐Napoli uno a zero; Napoli-­‐
Pro Patria tre a uno (Iuliano, Cané, Fraschini); Napoli-­‐Venezia uno a zero (Cané); Catanzaro-­‐
Napoli uno a zero; Brescia-­‐Napoli uno a uno (in campo vi sono cinque napoletani: Mistone, Rivellino, Piscitelli, Juliano e Montefusco). Perdiamo infine per uno a zero l’ultima partita di Campionato a Fuorigrotta contro il Padova decretando la nostra permanenza in Serie B. Il Napoli è, infatti, all’ottavo posto, con trentanove punti, trenta reti segnate e trenta cinque ricevute; passano invece Varese, Cagliari e Foggia. Il resto è cronaca. Nella stagione 1964-­‐1965 il Napoli, guidato nuovamente da Bruno Pesaola, tornò in Serie A, riprendendo il suo posto tra le grandi del Calcio italiano. 103 15
Commiato
Ed eccoci giunti alla fine di questa storia che coincide, in parte, con la mia biografia sportiva e professionale dal 1929 a oggi. Avevo quindici anni quando vestii per la prima volta la maglia azzurra che lasciai a ventisei per laurearmi in medicina e partecipare alla seconda guerra mondiale. Al mio ritorno divenni medico sociale degli azzurri che ho seguito per diciassette anni, come meglio ho potuto, con l’affetto e la passione di sempre. Poi i tempi sono cambiati. Sono cambiati gli uomini e i valori e, in qualche modo, il gioco del calcio è diventato diverso da quello che avevo conosciuto. Resta per me l’orgoglio e la gioia di aver fatto parte della compagine azzurra, di averne condiviso vittorie e disfatte, esultanze e dolori, e di aver potuto raccontare una parte della sua storia avventurosa, sempre viva per me nella memoria. Athos Zontini
104 105