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venerdì 28 agosto 2015 Indice articoli
RASSEGNA STAMPA CGIL FVG – venerdì 28 agosto 2015
(Gli articoli di questa rassegna, dedicata prevalentemente ad argomenti locali di carattere economico e sindacale, sono
scaricati dal sito internet dei quotidiani indicati. La Cgil Fvg declina ogni responsabilità per i loro contenuti)
Indice articoli
ATTUALITÀ, REGIONE, ECONOMIA (pag. 2)
Polveriera Pd su Trieste città metropolitana (Piccolo)
Electrolux, sorpresa Ungheria (Gazzettino)
«A Trieste da valutare l'ipotesi tendopoli» (Piccolo)
«Operai ancora al lavoro». Esposto M5s alla procura (M. Veneto, 2 articoli)
L'utile di Autovie vola verso i 25 milioni (Piccolo)
CRONACHE LOCALI (pag. 7)
I portuali "autonomisti" strappano l'intesa (Piccolo Trieste, 2 articoli)
Il nodo dei cento precari della Flextronics (Piccolo Trieste)
Elettra a rischio vendita e smantellamento (Piccolo Trieste, 2 articoli)
Patto sul processo amianto. C’è il bonifico di Fincantieri (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
Gli insegnanti inidonei possono andare in pensione (M. Veneto Udine)
Tasse e burocrazia: 400 ditte chiudono (M. Veneto Udine)
Il terziario in un anno perde 500 imprese (M. Veneto Pordenone)
Safop, via libera dei creditori al concordato (Gazzettino Pordenone)
Trenta le insegnanti che ottengono l’incarico annuale (M. Veneto Pordenone)
La Coopca trova pretendenti (Gazzettino Pordenone)
ATTUALITÀ, REGIONE, ECONOMIA
Polveriera Pd su Trieste città metropolitana (Piccolo)
di Gianpaolo Sarti TRIESTE L’Area metropolitana di Trieste è un ring in casa Pd. Lo scontro tra dem,
ormai, è sempre più duro. La sfida del senatore Francesco Russo, che si dice pronto a un confronto in
audizione, è raccolta dal collega di partito Vincenzo Martines, vale a dire dal presidente della Quinta
Commissione, quella preposta a valutare le tematiche connesse allo Statuto e all’architettura
istituzionale del Friuli Venezia Giulia. Ma Martines, più che in Commissione, vorrebbe un faccia a
faccia nel partito. La “sfida”, il consigliere, la sposta su quel terreno. Russo è l’autore
dell’emendamento votato a Palazzo Madama che aveva in qualche modo ribaltato il pronunciamento
del Consiglio regionale sulla questione, inserendo l’ipotesi di uno “status” metropolitano per il
capoluogo. Nel Pd non hanno gradito. Tanto meno il presidente della Commissione regionale
competente. «Russo vuole fare lo spavaldo - osserva proprio Martines - dicendo che vuole un confronto
in audizione, dunque nella mia commissione. Ma non deve sfidare il Consiglio, bensì il partito. Lì deve
confrontarsi, lì deve spiegare la sua mossa. Finora non lo ha fatto». Ne fa un problema di metodo, più
che di contenuto. «La cosa che mi sta più a cuore - rileva - è che tra gli eletti in Fvg, a tutti i livelli, ci
sia un rapporto propositivo. Ma Russo fa il furbo, con quell’emendamento ha fatto un intervento suo,
personale, fregandosene di come si era espresso il Consiglio regionale. Sottovalutandolo». Martines,
consapevole che attorno all’Area metropolitana di Trieste ci sono in gioco equilibri territoriali di non
poco conto, non va per il sottile. «Io - incalza - non mi sento di prendere lezioni da lui. Il modus
operandi del senatore è esattamente il contrario di ciò che si cerca sempre di fare: cioè cercare la
soluzione più vantaggiosa per tutti. Il nostro compito politico è trovare i giusti compromessi con la
volontà di tutto il Fvg. Quindi - insiste - si confronti con noi prima, altrimenti il suo atteggiamento fa
scoppiare contraddizioni. Non risolve i problemi. Lo fa forse per dimostrarci che è più bravo degli
altri?». Martines conclude con un riferimento alla presidente Debora Serracchiani. «A una festa
dell’Unità aveva auspicato che ci si interessasse di tutto il territorio, invece Russo con il suo agire ha
fatto l'esatto opposto di questa filosofia. Ripeto, la questione non è il contenuto su cui si può discutere
quanto si vuole, ma il metodo. Su un tema così importante il senatore avrebbe dovuto trovare il
massimo della condivisione possibile. Noi lo avevamo fatto, visto che sull’Area metropolitana, con il
nostro voto unanime in Consiglio, eravamo giunti al massimo del compromesso. Politicamente - chiosa
Martines - Russo ha fatto un errore. Si spieghi con il Pd, non in Commissione. Se riterremo di
convocarlo lo faremo, altrimenti no».
Electrolux, sorpresa Ungheria (Gazzettino)
SUSEGANA - Oltre a una ipotesi d'accordo siglata, come era prevedibile, di due sabati di straordinario
a 6 ore, la notizia è che dal prossimo anno Electrolux Susegana sposterà la produzione di 70.000 pezzi
di frigoriferi "Cairo 3" da incasso nello stabilimento in Ungheria. Lo ha annunciato Stefano Bragagnolo
(Uilm) al termine dell'incontro tra i segretari territoriali ed Rsu con la direzione aziendale. «Non
sarebbe una novità, per effetto dei precedenti accordi siglati al ministero, e che sono da rispettare conferma - Ma diventerà comunque un problema. Abbiamo subito chiesto un incontro a livello
nazionale. Inoltre se l'azienda vorrà ulteriori straordinari ci dovrà essere un incremento economico
aggiuntivo sostanziale. Vorremmo però capire perché a fronte di una solidarietà aperta non vengano
utilizzati i lavoratori di Porcia che sono a casa o in solidarietà a sei ore. Un controsenso». Però dal 2016
se non cambia il mercato, i volumi per Susegana si ridurranno: si torna a sei ore, in solidarietà. Nessuno
aveva ancora messo nel conto la delocalizzazione di un numero non irrisorio di pezzi.
Molto più duro Augustin Breda (Fiom) delegato aziendale a Susegana. «Oggettivamente è un
problema. È scandaloso e non si potrà far finta di nulla - chiarisce - Nel momento in cui sarebbe
possibile superare l'accordo di solidarietà e tornare alla normale gestione, spostare in Ungheria 70.000
frigoriferi di medio-alto di gamma pone due questioni. Da un lato si impedisce l'uscita dalla crisi in cui
si versava, dall'altro produrre in Ungheria questi modelli diventa una strategia ricattatoria per il Paese,
oltre che per lo stabilimento». Aggiunge il sindacalista della Fiom: «È un problema da affrontare a tutti
i livelli ma soprattutto al ministero. Vogliamo capire se l'Italia vuole continuare a finanziare un'impresa
che sposta i volumi per continuare a mantenere produzioni inferiori alla capacità effettiva dell'azienda
come a Susegana». Nell'accordo di ieri c’è anche l'impegno a una verifica dopo i due sabati del 5 e 12
settembre: se la quantità di frigoriferi realizzati consentirà il raggiungimento del target mensile di
93.000 pezzi, i sabati extra si fermeranno. Altrimenti rimane la disponibilità del sindacato ad
accordarne altri due, quelli del 19 e 26 settembre.
«A Trieste da valutare l'ipotesi tendopoli» (Piccolo)
di Gianpaolo Sarti TRIESTE Per far fronte all’emergenza immigrati la Prefettura di Trieste valuterà
l’ipotesi di una tendopoli nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia. «Personalmente sarei contraria –
osserva il prefetto Francesca Adelaide Garufi – ma se la situazione dovesse peggiorare, come
dobbiamo effettivamente prevedere, questa potrebbe essere la strada da percorrere. Per quanto in via
provvisoria». Il sito non è stato ancora individuato, anche perché le istituzioni preferiscono passare
prima al setaccio tutte le soluzioni possibili. Scartata l’idea delle caserme in disuso – inagibili o troppo
vicine alle abitazioni dei residenti – per fronteggiare emergenze in tempi brevi, il Comune intende
verificare la disponibilità di edifici pubblici, appartamenti e capannoni industriali di privati. «Le tende,
che comunque sarebbero allestite dalla Protezione civile, sono l’ultima spiaggia da considerare davanti
al rischio di un eventuale allarme umanitario», rileva l’assessore alle Politiche sociali Laura Famulari.
Nei prossimi giorni Garufi convocherà un tavolo con i sindaci dei Comuni della provincia per un
confronto sulle rispettive disponibilità. A preoccupare è l’ondata di migranti in arrivo lungo la rotta
balcanica, soprattutto da zone di guerra come Siria, Iraq, Afghanistan e Africa. E Trieste, ammette lo
stesso prefetto, deve attendersi nuovi arrivi. «Non ho elementi concreti per esprimermi con certezza –
riflette – ma i contesti internazionali fanno presupporre ciò. Dobbiamo quindi prepararci a questo». Il
capoluogo non è però attrezzato per altre accoglienze. «In questo momento – prosegue Garufi – la città
non ha più strutture. Per questo potremmo trovarci a dover cercare uno spazio apposito dove sistemare
le tende». Attualmente a Trieste si contano 930 profughi: 752 richiedenti asilo, altri 119 inseriti nel
sistema Sprar e 59 minori non accompagnati in carico al Comune. Considerando che le presenze
complessive registrate a Trieste a inizio maggio si aggiravano sulle 650, nel giro di quattro mesi gli
immigrati ospitati sono cresciuti di 250 unità. Stando all’accordo pattuito nell’ambito della Conferenza
Stato-Regioni, che non prevede quote fisse, al Fvg spetta il 2,19% degli arrivi nel Paese. Nel territorio
si contano quindi tremila migranti in tutto. Il sistema di accoglienza regionale diffusa aveva stabilito
per la provincia di Trieste il 20% di quel totale, quindi 600. E con i 930 che risultano in questi giorni, di
cui 184 non allocati nelle strutture di accoglienza ormai sature e quindi sparsi per la città (compreso il
Silos), è chiaro che il livello è stato ampiamente superato. «Se aumentano gli arrivi nella Penisola –
sottolinea il prefetto – è evidente che la quota si alza per tutti. Ciò che possiamo fare è cercare di
allargare la rete di accoglienza e migliorare la distribuzione in regione, per una più equa ripartizione tra
i Comuni. Pordenone, ad esempio, non essendo città di confine è la meno piena. Il sistema finora ha
funzionato – prosegue Garufi – ma a Trieste ora iniziamo ad essere in affanno perché non abbiamo
dove mettere queste persone. È vero, ci sono molte ex caserme, ma come abbiamo potuto constatare
negli ultimi sopralluoghi sono purtroppo in cattive condizioni. O risultano inagibili, o si trovano troppo
vicine alle abitazioni dei residenti o, ancora, troppo lontane dal centro cittadino. Il ragionamento è
aperto e la tendopoli, se non si troveranno altri siti, potrebbe rappresentare una soluzione. Come
peraltro hanno già fatto a Udine», puntualizza Garufi. «Non mi spingo però a dire quale sarà la zona
che individueremo, perché la decisione – conclude il prefetto – va presa assieme alle amministrazioni
locali».
«Operai ancora al lavoro». Esposto M5s alla procura (M. Veneto)
di Elena Del Giudice UDINE Esposto in procura del M5s su presunti lavori in corso per la
realizzazione dell’elettrodotto Udine-Redipuglia. La segnalazione alla magistratura, depositata ieri dal
portavoce del Movimento 5 stelle in consiglio regionale Cristian Sergo, poggia su un reportage
fotografico dal quale si evince la presenza di operai sui cavi dell’elettrodotto tra i piloni 33 e 34 nel
territorio del comune di Pozzuolo del Friuli. Ieri da Terna nessuna nuova dichiarazione se non la
conferma che «l’attività costruttiva è cessata dopo la sentenza del Consiglio di Stato» e che quelli in
essere sono solo attività necessarie alla messa in sicurezza dei cantieri, cosa peraltro che la legge
“impone”. Come ad esempio l’ammorsettamento dei conduttori, che devono essere fissati ai sostegni
per evitare che, in caso di condizioni atmosferiche particolari, possano oscillare o cadere, urtando i
sostegni stessi. Lavori, quelli di messa in sicurezza, che potrebbero proseguire per alcune settimane ma
che, evidentemente, non hanno nulla a che fare con la costruzione dell’elettrodotto, e quindi con il
completamento dell’opera “stoppata” dal Consiglio di Stato. Nella relazione che Sergo ha consegnato
alla magistratura, si evince che l’attività di “sorveglianza” del cantiere dell’elettrodotto, è in atto da
tempo. Il portavoce del M5s richiama infatti una segnalazione che risale ancora al 1° agosto, inviata
alla direzione territoriale del Lavoro di Udine, con cui si informava di alcune operazioni svolte da
operai, per conto di Terna, presso uno dei cantieri, peraltro non rispettando la normativa sulla sicurezza
del lavoro, visto che agiva senza indossare il casco di protezione. La risposta della direzione Lavoro
arriva il 13 agosto comunicando che le verifiche sul cantiere segnalato avevano dato esito negativo e
che «Terna ha comunicato il 29 luglio la sospensione dei lavori e la messa in sicurezza delle opere
realizzate». Il 21 agosto alcuni cittadini hanno allertato Sergo sulla presenza di operai a Lavariano,
Risano e Pozzuolo, ma anche questa non ha condotto a riscontri ufficiali da parte della direzione del
Lavoro. L’esponente del M5s inizia ad indagare sulla autorizzazione di cui Terna dovrebbe essere in
possesso per agire nei cantieri. Nè la direzione territoriale del Lavoro nè l’ufficio prevenzione e
sicurezza avrebbero ricevuto richieste in tal senso. «E per quel che mi risulta - ancora Sergo - nemmeno
i sindaci dei Comuni interessati dall’attraverso dell’opera nè gli uffici regionali del servizio energia,
hanno ricevuto l’eventuale autorizzazione». Nell’esposto il portavoce ricorda che della vicenda sono
stati interessati anche alcuni parlamentari che il 5 agosto hanno presentato un’interrogazione con cui si
chiede ai ministeri competenti «se i lavori attualmente in corso all’elettrodotto siano relativi alla
prosecuzione dell’opera o se si tratti solo di opere necessarie alla messa in sicurezza come dichiarato da
Terza». L’interrogazione è ancora senza risposta. Da qui la decisione di girare il quesito alla
magistratura. Concludendo l’esposto Sergo chiede infatti di accertare «sulla base di quale
autorizzazione Terna Rete Italiana stia continuando ad operare sui cantieri dell’elettrodotto Udine
Ovest - Redipuglia, chi abbia rilasciato questa autorizzazione, a quale ente o istituzione sia stato
presentato e se lo stesso è pubblico e se è possibile riceverne copia, un tanto - conclude il portavoce del
M5s - per poter tranquillizzare l’opinione pubblica sull’affermazione dello Stato di diritto».
Muradore (Cisl): «Doveroso occuparci di temi ambientali»
«Perché ci occupiamo di elettrodotto? Perché è un nostro dovere in quanto sindacato confederale che,
oltre a contrattare, deve occuparsi dei lavoratori, dei pensionati, delle persone, dentro e fuori i luoghi di
lavoro». Roberto Muradore, segretario della Cisl di Udine, risponde così alla domanda «che molti mi
hanno fatto sul perché la segreteria Cisl di Udine si spenda tanto per la questione elettrodotto. Rimango
convinto - prosegue - che il sindacato tutela i lavoratori e i pensionati in quanto lavoratori e pensionati i
cui interessi non si contengono nel solo luogo di lavoro o nella pensione percepita in quanto sono anche
persone, cittadini che esprimono bisogni e aspettative. Un lavoratore - secondo Muradore - va tutelato
dentro e fuori la fabbrica». Quindi sì alle norme sulla sicurezza del lavoro in azienda, ma va richiesto
anche «il rispetto dell’ambiente esterno in cui viviamo». Con uno slogan «si potrebbe dire che dalla
coscienza di classe bisogna giungere alla coscienza di luogo».
L'utile di Autovie vola verso i 25 milioni (Piccolo)
di Marco Ballico TRIESTE La ripresa dei traffici sulla Trieste-Venezia ha come effetto, intasamenti a
parte, anche le buone notizie per le casse di Autovie Venete. Tanto più gradite in tempi in cui servono
risorse per la realizzazione della terza corsia. Le bocche sono cucite, ma le indiscrezioni fanno trapelare
un dato confortante sulla chiusura dell’esercizio finanziario 2014-15: l’utile, a seconda degli
accantonamenti, viaggerebbe tra i 23 e i 25 milioni di euro. La certezza sulle cifre arriverà a settembre
quando il consiglio di amministrazione predisporrà la documentazione da trasferire in assemblea il
mese successivo. Da fonti interne risulta però sin d’ora che il dato del 2013-14, quando la
concessionaria della A4 toccò quota +21,1 milioni, è in crescita. Anzi, si sussurra, «il miglioramento è
sensibile». Nulla di sorprendente, del resto, rispetto a quanto evidenziato dai numeri resi noti sui traffici
del primo semestre 2015: da gennaio a giugno, sulle tratte di competenze, Autovie ha contato 21
milioni 43mila 490 veicoli, il +3,2% sul primo semestre 2014, con aumenti spalmati tra mezzi leggeri
(15.523.895 contro 15.019.077, +3,4%) e pesanti (5.519.595 contro 5.370.701, +2,8%). Ad aumentare
gli introiti è anche l’incremento tariffario che, seppure contenuto a causa dell’input dell’ex ministro
Maurizio Lupi, ha comunque rincarato dell’1,5% il biglietto al casello. A conti fatti, se i 23-25 milioni
verranno confermati, Autovie archivierà un ulteriore recupero dopo quello di un anno fa, quando l’utile
(rispetto ai 15,3 milioni dell’esercizio 2012-13) segnò il +38% avvicinandosi ai 22,4 milioni del 201112, quando però nel totale era rientrata la quota proveniente dai dividendi della Serenissima (ex
Venezia-Padova), quasi 9 milioni di euro (all’epoca Autovie partecipava la società veneta per il 22,3%
del pacchetto azionario). Nel dettaglio la concessionaria mise in fila nel 2013-14 numeri all’insù sui tre
fronti principali. Oltre al dato positivo sull’utile, chiuse infatti l’esercizio con un fatturato di 180
milioni e 14mila euro, il 10% in più rispetto al 2012-13: 163,6 milioni. In aumento anche il margine
operativo lordo (indicatore che evidenzia il reddito di un’azienda basandosi solo sulla sua gestione
caratteristica, al lordo quindi di interessi, tasse e deprezzamento di beni e ammortamenti), passato dai
72 milioni e 781mila euro del 2013 a 86 milioni e 226mila euro del 2014. Il prossimo ottobre, bilancio
a parte, si chiarirà anche il futuro della governance societaria. In piena estate era emersa l’intenzione
della giunta di “congelare” il cda uscente, con l’obiettivo di mantenere in sella un gruppo di lavoro
informato dei fatti nel momento in cui si sta giocando una partita chiave su Autovie: dal rinnovo della
concessione alle necessità, proprio per quello scopo, di avviare le procedure per la soluzione “in house”
che comporterebbe l’uscita dei privati e la composizione interamente pubblica del pacchetto azionario.
Un cda riproposto con gli stessi uomini consentirebbe tra l'altro di non perdere l’apporto di un manager
come Maurizio Castagna: l’amministratore delegato, come il presidente Emilio Terpin, è pensionato, e
perciò non rinnovabile per vie ordinarie stando alle norme nazionali. Ma gli ostacoli tecnici non sono di
poco conto. Non si potesse dunque procedere alla prorogatio, per Castagna si potrebbe profilare un
ruolo da vicecommissario, mentre per Terpin sarebbe il momento dell’addio. Negli ultimi giorni
rimbalzano non a caso le prime voci di possibili sostituti alla presidenza. Si va da Maurizio Ionico,
attuale amministratore unico di Ferrovie Udine-Cividale, al presidente della Paritetica Ivano Strizzolo.
Entrambi del Pd, entrambi vicini al governo regionale. E pure con trascorsi in società: Ionico è stato
consigliere di Autovie dal 2004 al 2009 (e anche vicepresidente della Pedemontana Veneta nel 200708), Strizzolo, in era Illy, fu membro del collegio sindacale della concessionaria.
CRONACHE LOCALI
I portuali "autonomisti" strappano l'intesa (Piccolo Trieste)
di Ugo Salvini Torna il sereno in Porto. Ieri pomeriggio il Commissario straordinario, Zeno
D’Agostino, al termine della riunione con i rappresentanti del Coordinamento dei lavoratori del porto
di Trieste (Clpt-Usb), ha firmato un provvedimento che accoglie le richieste formulate dalla sigla
sindacale vicina ai gruppi autonomisti e poi sostenute con lo sciopero generale dello scalo attuato
l’altro ieri. In sintesi, saranno garantite la stabilità occupazionale ai lavoratori della ex cooperativa
Primavera, oggi in forza alla Delta Uno e l’applicazione dei contratti collettivi nel settore emporiale,
con espresso divieto di retribuzioni basate sul cottimo integrale, cioè collegate al numero dei sacchi
movimentati. L’Autorità portuale inoltre aprirà tavoli di mediazione sulle vertenze aperte e vigilerà
sulla corretta corresponsione delle retribuzioni ai lavoratori della Minerva, congelerà il procedimento di
cessione di quote della controllata Adriafer e trasformerà la Porto Trieste servizi in società “in house”,
garantendo la continuità dei contratti ai dipendenti. Da parte sua, il Clpt-Usb si impegna a rispettare le
norme in materia di autoregolamentazione dello sciopero. Tutto ciò sarà attuato dall’Apt entro il 15
novembre e fino a tale data i rappresentanti del Clpt-Usb si sono impegnati a non indire scioperi. «Era
fondamentale arrivare a un accordo – ha commentato il segretario generale dell’Apt, Mario Sommariva
– in quanto il prolungarsi dello sciopero avrebbe potuto avere ripercussioni sull’immagine dello scalo,
per il cui rilancio stiamo lavorando con grande impegno». Willy Puglia, coordinatore regionale
dell’Usb, ha espresso «soddisfazione per l’accordo che riguarda tutte le nostre richieste in una prima
fase respinte». A questo proposito va però rilevato che, in un comunicato emesso in serata dall’Apt, si
dice che «i contenuti del provvedimento riflettono le linee programmatiche contenute negli accordi
confederali stipulati all’inizio di agosto con Cgil, Cisl, Uil e Ugl». Queste sigle avevano preso le
distanze dallo sciopero «perché basato sulla richiesta di applicazione del cosiddetto Allegato VIII del
Trattato di pace». D’Agostino ha poi fatto questa osservazione: «La competitività del Porto ha bisogno
di pace sociale. Il lavoro rimane una componente essenziale e sono necessari provvedimenti che
favoriscano l’innovazione, la formazione, la sicurezza e la produttività. Le misure che adotteremo – ha
proseguito - favoriranno, al pari degli investimenti infrastrutturali e della riqualificazione dei
collegamenti ferroviari, lo sviluppo dei traffici e la crescita dell’occupazione». La giornata di sciopero
avrà però anche conseguenze giudiziarie. Dalla Questura sarà presentata a breve alla Procura una
relazione, supportata da filmati e fotografie relativi al corteo “non autorizzato” partito nel primo
pomeriggio da piazza dell’Unità d’Italia alla volta dell’ingresso del Porto Nuovo, e ai tafferugli che ne
sono seguiti, in conseguenza dei quali due poliziotti hanno dovuto fare ricorso alle cure dei medici. «Si
configurano varie ipotesi di reato – si è saputo ieri dagli uffici della Questura – che vanno dal corteo
non autorizzato alle minacce, alle lesioni personali, alla resistenza a pubblico ufficiale».
Sull’argomento si è scatenata una polemica interna ai movimenti indipendentisti. In particolare, Trieste
Libera in un comunicato afferma di essere «estranea al corteo formato da pochi portuali e da un
centinaio di agitatori pseudoindipendentisti, che strumentalizzano la questione del Territorio libero di
Trieste e del suo Porto franco come slogan elettorale. Siamo pronti – prosegue il testo – a un confronto
pubblico per mettere fine a questi equivoci». Di «intollerabile tentativo di ritorno al passato, con
l’unico obiettivo di frenare tutto ciò che di buono sta finalmente ripartendo nello scalo triestino» parla
in un comunicato il senatore triestino, Francesco Russo. «È stato uno sciopero strumentale – sottolinea
– con una piattaforma politica che nulla aveva a che fare coi reali problemi dei lavoratori, smentita in
primis da Cgil, Cisl e Uil».
Sincovich: «L’Allegato VIII non è materia sindacale»
«Per fare gli accordi bisogna essere in due e finché a guidare l’Autorità portuale c’era la Monassi,
questa strada non era praticabile. Adesso sono disponibili anche le imprese che operano nello scalo,
perciò il clima è cambiato in senso positivo». Adriano Sincovich, segretario provinciale della Cgil,
spiega così gli eventi delle ultime ore in seno al Porto, che hanno visto le organizzazioni sindacali
confederali prendere le distanze dallo sciopero indetto dal Clpt-Usb, al quale l’adesione è stata
notevole. «La ragione fondamentale della nostra scelta di non partecipare – precisa – stava nel fatto che
non condividiamo la motivazione. L’applicazione dell’Allegato VIII – evidenzia Sincovich – non è
materia sindacale. Che lo sciopero sarebbe riuscito – aggiunge – lo sapevamo in partenza, perché i
problemi sul tappeto, in porto, sono tanti. Essere iscritti a sindacati come il nostro – osserva – non
implica che non si possa liberamente partecipare a qualsiasi manifestazione, per questo lo sciopero è
riuscito». E adesso ? «Intanto è necessario chiudere l’attuale fase, concordando alcuni interventi
concreti sulle emergenze aperte da tempo, poi bisogna applicare l’accordo quadro firmato da noi e
dall’Apt in agosto, che prevede la ridefinizione del mercato del lavoro portuale e della filiera
produttiva. Tale intesa – evidenzia il segretario provinciale della Cgil – era indispensabile, in quanto la
riorganizzazione del Porto non riguarda solo i 700 lavoratori portuali, ma anche gli 800 dell’indotto.
Adesso serve anche ridefinire le relazioni sindacali – continua Sincovich – con le imprese del Porto,
perché l’innovazione è necessaria anche in questo campo. Oggi – conclude il segretario provinciale
della Cgil – c’è una grande occasione di cambiamento che la città e i lavoratori del Porto non possono
buttare via. Noi ci saremo, facendo i sindacalisti per risolvere i problemi». (u.sa.)
Il nodo dei cento precari della Flextronics (Piccolo Trieste)
di Massimo Greco Passate le consegne dello stabilimento triestino tra Alcatel-Lucent e l’acquirente
Flextronics, riprende il confronto tra la nuova proprietà e le organizzazioni sindacali: per mercoledì 2
settembre è fissato un incontro tra le parti sociali che avrà come oggetto principale la cosiddetta
“stabilizzazione dei somministrati”. Dietro all’anti-estetica definizione si cela uno dei temi forti
dell’accordo raggiunto il 23 giugno scorso al ministero dello Sviluppo Economico, ovvero l’assunzione
di cento interinali. Roberto Magistrali, project manager che ha seguito lo sbarco di Flextronics in terra
giuliana, ribadisce l’impegno assunto dalla multinazionale statunitense di assorbire entro la fine di
settembre quasi un quarto della forza-lavoro precaria, complessivamente costituita da 370 unità. Lo
stesso Magistrali ha sottolineato che il sito produttivo, domiciliato in strada di Montedoro, ha operato
durante il mese di agosto e che non sono emersi particolari problemi nella transizione tra vecchia e
nuova gestione. La produzione è sempre concentrata sui sistemi di trasmissione su fibra ottica. Ancora
nel corso della prossima settimana, quando rientrerà il responsabile dello stabilimento Marco Colombo,
lo staff di Flextronics si vedrà con la Regione Fvg, per riprendere i colloqui in tema di ricerca e
innovazione. Dal Sincrotrone a Insiel, ci sono sul territorio numerose opportunità di possibile
collaborazione industriale, seguite con attenzione da Flextronics. A loro volta i sindacati, in attesa della
riunione del prossimo mercoledì, monitorano le mosse del gruppo neo-acquirente: il confronto dei mesi
scorsi, prima della firma romana, non ha mancato di asperità e quindi c’è prudenza nel rapportarsi con
Flextronics. «L’azienda - commenta Stefano Borini, segretario provinciale della Fiom, sigla
maggiormente rappresentativa nella fabbrica elettronica - sembra orientata ad assumere gli interinali
seguendo criteri di anzianità e di valorizzazione professionale, criteri che ci trovano d’accordo. Il
bilancio di queste prime otto settimane, con tutte le riserve del caso e tenendo presente la brevità del
periodo, è favorevole». Flextronics era subentrata ad Alcatel-Lucent il primo luglio scorso. I lavoratori
avevano approvato l’accordo romano con un referendum che aveva visto prevalere i “sì” con oltre il
90%.
Elettra a rischio vendita e smantellamento (Piccolo Trieste)
di Silvio Maranzana Un nuovo spettro agita il futuro dell’intero complesso siderurgico di Servola: la
centrale elettrica Elettra che fornisce energia a prezzo fortemente scontato alla Ferriera rischia di venire
smantellata per essere venduta in Inghilterra. Nelle trattative per il suo acquisto da parte del Gruppo
Arvedi, che secondo fonti ufficiose non sarebbero mai decollate, si è inserita infatti un’azienda
britannica, pronta invece a quanto sembra, a sborsare cifre non indifferenti per portarsi nel Regno Unito
in particolare la turbina a vapore con il generatore. Se accadrà questo, non soltanto dal primo gennaio
2016, una volta cioé scaduto l’attuale accordo commerciale con Arvedi che ha valore fino al 31
dicembre, i 24 dipendenti di Elettra finiranno sulla strada senza poter nemmeno accedere agli
ammortizzatori sociali, ma l’intero ciclo integrato a Servola andrebbe in tilt rendendo antieconomica
per Siderurgica Triestina la prosecuzione dell’attività dell’intera area a caldo. Il grido di allarme viene
lanciato da Michele Piga, segretario provinciale Filctem, il sindacato elettrici della Cgil. «All’inizio
della settimana prossima - annuncia - terrò un’assemblea in azienda nel corso delle quale i lavoratori
decideranno una serie di iniziative di mobilitazione, ma fin d’ora intendo lanciare un appello alle
istituzioni perché si adoperino affinché la trattativa con Arvedi vada in porto, gli impianti di Elettra
rimangano a Trieste e non prendano la strada per l’Inghilterra come vorrebbero invece le voci che si
stanno facendo sempre più consistenti e allarmanti». Elettra group, con sede legale a Milano e la
proprietà di due centrali, una a Trieste e una a Piombino, era controllato dal fondo inglese con
investimenti ratificati in tutto il mondo, Alix partners, ma nel corso degli ultimi anni aveva accumulato
debiti ingenti esponendosi in modo grave nei confronti di un pool di cinque istituti di credito di cui tre
esteri, con capofila il Banco di Bilbao. Proprio a causa della sua situazione debitoria è stato avviato alla
procedura concorsuale e mentre la centrale di Piombino è stata chiusa, quella di Trieste è stata messa in
vendita. Il sindacato ha un’opinione inequivocabile sul futuro di Elettra fin dai tempi di Lucchini. «Se è
vero che la centrale non può proseguire senza la Ferriera - ha ripetuto più volte Piga - è ancor più
assodato che senza Elettra la Ferriera, che da essa ottiene direttamente l’energia elettrica con un
risparmio di spesa del 20-30%, è finita. Oltretutto, il fatto di produrre energia con gas di risulta, fa
rientrare questa azienda nell’ambito della green economy». E anche ieri ha ribadito come alcuni anni fa
siano stati fatti una serie di interventi che hanno consentito una riduzione di un’ulteriore 10 per cento
delle emissioni «facendo sì che la centrale rispetti tutti i parametri ambientali. Qualsiasi ipotesi
alternativa di approvvigionamento energetico per la Ferriera - aggiunge - peggiorebbe la situazione
anche dal punto di vista delle ricadute sull’ambiente». Un primo campanello d’allarme per Elettra era
risuonato già nel gennaio scorso allorché a Cremona il cavalier Giovanni Arvedi, presidente del
Gruppo, aveva rilevato: «È una centrale da 170 megawatt, ma a noi ne bastano 20 o 30. Ho localizzato
in Germania due o tre turbine inutilizzate: le farò recuperare e trasferire a Trieste». Dichiarazioni che
da parte sindacale però erano state prese più come una boutade, che non come un imminente pericolo.
«Non bastano due turbine meno potenti - era stata la replica - c’è bisogno anche di caldaie, generatori,
compressori, alternatori e strutture complementari. Per rinunciare a Elettra, si tratterebbe di dover
costruire una centrale ex novo». Per l’acquisto la distanza tra le parti però sarebbe ancora rilevante,
mentre l’azienda inglese sarebbe facendo pressing ed è interesse specifico delle banche incassare
subito: da qui il nuovo appello di intervento alle istituzioni.
Produce energia con i gas di risulta
La centrale elettrica Elettra, del tipo a ciclo combinato cogenerativo, è stata realizzata da Ansaldo
energia nel 2000 ed è funzionante dall'anno seguente. Produce energia elettrica per una potenza di 170
megawatt e cogenera vapore acqueo surriscaldato mediante il recupero dei gas di processo siderurgico
(da altoforno e cokeria) ceduti da Siderurgica Triestina e miscelati a gas naturale. Tecnologie
d'avanguardia consentono lo sfruttamento ottimale dell'energia resa disponibile dalla combustione dei
gas. L'energia elettrica prodotta, oltre che rifornire gli impianti dello stesso stabilimento siderugico di
Servola al quale è venduta a prezzo ridotto, viene consegnata alla rete nazionale attraverso un cavidotto
interrato di 10 km. che dalla centrale porta alla stazione elettrica di Padriciano. La gestione operativa
viene svolta con l'impiego di 24 dipendenti. Il caso Elettra ha rallentato le stesse trattative per la
vendita della Ferriera di Servola al Gruppo Arvedi dapprima a causa della questione legata al
cosiddetto Cip6 e poi per il ritardo con cui le banche creditrici hanno dato il via libera all’accordo
commerciale valido fino alla fine di quest’anno.
Patto sul processo amianto. C’è il bonifico di Fincantieri (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
di Tiziana Carpinelli Il gruzzolo è stato accreditato nelle casse comunali. Centoquarantamila
sull’unghia. La comunicazione ufficiale di Fincantieri, con la quale l’amministrazione Altran ha
transato la revoca della costituzione di parte civile alla vigilia della sentenza sul processo amianto-bis, è
giunta lo scorso 19 agosto. Entro i pattuiti trenta giorni dalla sigla dell’accordo, dunque. Lo ha
confermato ieri mattina, una volta interpellata, il sindaco Silvia Altran che al telefono ha altresì riferito
di aver avuto, mercoledì, l’annunciato incontro con tutti i soggetti portatori d’interesse (oltre una
dozzina i partecipanti) per aprire il confronto sulla destinazione della cifra strappata. L’affollato
vertice, che dovrebbe costituire solo la prima di una serie di riunioni, dato che nell’ora e mezza di
discussione si è lanciata la proposta d’istituire un tavolo permanente su amianto e tematiche correlate,
ha avuto corso nell’ufficio del sindaco di via Sant’Ambrogio, dopo le 17. Tra gli argomenti toccati
anche quello del Crua e delle bonifiche ambientali. Tutta ancora da fissare, comunque, la finalità dei
140mila. Dall’incontro a porte chiuse, infatti, non è emersa una linea d’indirizzo, in quanto
l’amministrazione - dopo un excursus sulle recenti vicende - ha chiesto ai rappresentanti presenti di
esporre o proporre spunti d’utilizzo dei soldi, cui si dovrebbero affiancare, nelle intenzioni dell’ente,
ulteriori fondi comunali. Senza girarci troppo intorno, la cifra frutto dell’accordo transativo aveva
destato nelle ultime settimane polemiche e perplessità in città, perché ritenuta da molte parti esigua.
Tralasciando la querelle politica, sorta per via del voto di approvazione consumato in una giunta di
mezz’estate non al pieno della rappresentanza e non completamente allineata (Rifondazione con
Cristiana Morsolin aveva garantito il numero legale, ma si era astenuta), in molti dei partecipanti è
prevalso l’intento di interloquire con l’ente locale sulla ricerca. Questo nel rispetto e in supporto di
quanti, nei prossimi anni, ancora dovranno combattere con asbesto e mesotelioma, le principali
patologie legate all’esposizione al minerale killer. Di qui la nutrita presenza di associazioni e sindacati.
Nessuno ha toccato direttamente l’opportunità o meno dell’accordo transattivo. Tuttavia, secondo
quanto riferito, «sul tavolo ha aleggiato il peso della decisione assunta, non condivisa da tutti». Si è
comunque concordato, al termine della riunione, di diffondere nei prossimi giorni un comunicato
ufficiale, che sarà sottoposto alla preventiva lettura di ogni convenuto. Le associazioni hanno illustrato
la propria esperienza. Per quanto riguarda per esempio l’Aea, come raccontato dal segretario Diego
Dotto, si è informato il sindaco sull’utilizzo del denaro stabilito dalla sentenza del primo processo:
«Una parte è stato girato ad associazioni che si occupano dell’assistenza ai malati, come Spyraglio e
Lilt, o della sicurezza dei lavoratori, vedi Carico sospeso, o dell’ambiente, cioè Legambiente. Un’altra
parte è stata stanziata per un progetto di ricerca, con l’Università di Trieste e l’Ass, teso a chiarire se
c’è una predisposizione genetica nel mesotelioma, per l’individuazione dell’eventuale marcatore
tumorale». L’amministrazione Altran, fin dall’inizio della vicenda, aveva ventilato la volontà di
impegnare la somma frutto dell’accordo con Fincantieri nella ricerca, per concentrarsi sui vivi dopo
aver a lungo pianto e combattuto per i morti. Ciò senza escludere il ricorso a luminari o esperti
internazionali.
Gli insegnanti inidonei possono andare in pensione (M. Veneto Udine)
di Giulia Zanello Gli insegnanti dichiarati inidonei a esercitare la professione ma impiegati in altri
compiti che hanno presentato la domanda di dispensa – l’uscita dal servizio per andare in pensione – tra
il luglio del 2011 e il luglio del 2012, avranno il diritto di ottenerla. È la Corte d’appello di Trieste a
confermarlo, con la prima sentenza in Italia di giurisdizione superiore al primo grado sulla materia. Ad
“aprire il caso” era stata una docente friulana che, licenziata nel 2012 dalla scuola perché non più
idonea per gravi motivi di salute a esercitare la mansione di docente e per aver rifiutato la
ricollocazione come Assistente tecnico amministrativo (Ata), aveva fatto ricorso e il tribunale di Udine
le aveva dato ragione, ordinando al ministero dell’Istruzione di concederle non solo il “riposo”, ma di
saldare gli stipendi arretrati e le spese legali. Il Miur ha impugnato la sentenza e si é rivolto alla corte di
rango superiore, che ha confermato la decisione del giudice di primo grado, garantendo il diritto alla
dispensa dal servizio per i docenti dichiarati inidonei alla mansione, ma utilizzabili in altri compiti,
purché la domanda sia stata presentata tra luglio 2011 e lo stesso mese dell’anno successivo. La Corte
d’appello, infatti, esclude la possibilità di ottenere la dispensa se la relativa richiesta è stata presentata
in epoca immediatamente successiva alla normativa richiamata. Sottoscrivere un contratto di impiego
per compiti diversi dall'insegnamento per gli inidonei è una facoltà e non un dovere, per l’avvocato
Debora Della Dora Gullion, che ha curato il ricorso. «Dal punto di vista legale – osserva Della Dora – è
un'importante conferma che giunge dalla Corte d’appello triestina a sancire un diritto che il ministero
aveva negato. Nel caso della mia assistita il licenziamento era stato disciplinare, perché si era rifiutata
di passare a un ruolo diverso». Una vittoria anche per la Flc Cgil di Udine, che ha patrocinato il ricorso
contro il Miur con il legale udinese. «Una sentenza importante in regione, dove circa 200 insegnanti
sono valutati inidonei all'insegnamento», sottolinea il segretario provinciale di Flc Cgil, Natalino
Giacomini. «Ora attendiamo l’ultimo grado – prosegue – e sulla base di questo giudizio ci muoveremo
per far ottenere anche ad altri docenti, che presentano i requisiti, la dispensa».
Tasse e burocrazia: 400 ditte chiudono (M. Veneto Udine)
UDINE Terziario in provincia di Udine: altre 400 imprese in meno a fine anno. Il focus sul secondo
trimestre 2015 nonostante confermi la crescita dei ricavi, della fiducia, dei rapporti con le banche e
l’occupazione, prevede un forte saldo negativo tra aziende iscritte e cessate. Insomma, da un lato un
clima di fiducia in rialzo, così come i ricavi e la percezione sul rapporto con le banche. Dall’altro, una
previsione ancora preoccupante sul saldo tra imprese iscritte e cessate a fine 2015: per il terziario della
provincia di Udine si profila un dato ancora negativo (-402). «La situazione economica sta migliorando
e l'ottimismo non può mancare nel nostro settore – commenta il presidente provinciale di
Confcommercio Giovanni Da Pozzo –, ma il quadro generale per la piccola e media impresa è ancora
di forte sofferenza tra pressione fiscale e burocrazia». L’indagine La sintesi relativa al II trimestre 2015
emerge dall’indagine sull'andamento economico del terziario della provincia di Udine realizzata da
Confcommercio in collaborazione con Format Ricerche. Una proiezione a fine anno della società fa
ipotizzare la perdita sul territorio regionale (saldo tra iscritti, 3.396, e cessati, 4.484) di 1.088 realtà del
terziario, di cui 402 in provincia di Udine (500 a Pordenone, 111 a Gorizia, 75 a Trieste). Fiducia Un
campione di 384 imprese ha peraltro fornito la risposta di maggior fiducia negli ultimi diciotto mesi. A
fine giugno l'indicatore sulla situazione economica generale è del 36,1 (era del 31,9 nel secondo
trimestre 2014 e del 34,4 nel primo trimestre 2015). In crescita anche la fiducia nella propria attività
(indicatore 43,8 contro 37,8 del secondo trimestre 2014 e 42,9 del primo trimestre 2015). Leggero
incremento anche della percezione sui ricavi (44,9 contro 43,9 del trimestre precedente, un ottimismo
che si manifesta anche nella previsione per il terzo trimestre 2015: l'indicatore sale a 45,6. Occupazione
In miglioramento pure la situazione dell’occupazione (31,4 contro 30,2 del primo trimestre): in
provincia di Udine oltre il 60% delle imprese del terziario non ha effettuato tagli al personale nel
secondo trimestre di quest'anno. Prezzi e tempi di pagamento Peggiora invece (46,1 da 48,8)
l'indicatore relativo ai prezzi praticati dai fornitori e ricominciano ad allungarsi i tempi di pagamento da
parte dei clienti (l'indicatore segna 36,9 contro 38,4 del trimestre precedente), con trend negativo
confermato (36,2) anche in vista della seconda metà dell'anno. Credito Un altro focus di
Confcommercio-Format Ricerche riguarda la capacità finanziaria del terziario in provincia di Udine.
L'osservatorio sul credito evidenzia una crescita della percentuale di imprese che si recano in banca per
chiedere credito (sono il 30% contro il 29,5% del trimestre precedente). Seppur moderatamente,
aumentano anche le risposte positive: nel 50,4% dei casi la domanda è accolta, nel 20% è accolta con
importi inferiori alla richiesta, nel 14,1% non è accolta. Jobs Act Infine la fotografia dell'utilizzo del
Jobs Act. Il 9,5% degli intervistati se ne è servito e lo ha fatto prevalentemente (54,3%) per assumere
nuovo personale a tempo indeterminato. In vista del terzo trimestre dell'anno si manterrà
sostanzialmente invariata la quota degli operatori intenzionati ad approfittare delle agevolazioni della
riforma del lavoro.
Il terziario in un anno perde 500 imprese (M. Veneto Pordenone)
di Giulia Sacchi Cinquecento imprese del terziario in meno entro fine anno in provincia: è la previsione
contenuta nell’indagine sull’andamento economico di Confcommercio e Format ricerche. Pordenone è
in testa alla lista delle province friulane con più alto tasso di mortalità di aziende del settore: al secondo
posto Udine, con meno 402 imprese, seguita da Gorizia, meno 111, e Trieste, meno 75. Una proiezione
che conferma il quadro di sofferenza dipinto dai sindacati a inizio anno, tant’è che questi ultimi hanno
chiesto alla Regione la dichiarazione dello stato di crisi del terziario. Una richiesta che, almeno per ora,
sembra essere caduta nel vuoto. Sono passati, però, tre mesi dal momento in cui è stata formulata nel
tavolo provinciale del 26 maggio sullo stato di crisi del settore, cui l’assessore regionale al lavoro
Loredana Panariti non ha partecipato, e secondo le forze sociali non c’è più tempo da perdere.
Preoccupazione. «La prospettiva di perdita di 500 aziende del terziario entro fine anno è un dato che
conferma le preoccupazioni che avevamo già espresso alla Regione, tant’è che abbiamo sottolineato
che ci sono le condizioni per chiedere lo stato di crisi – ha messo in evidenza la segretaria provinciale
di Cgil, Giuliana Pigozzo –. A oggi, però, non abbiamo ottenuto un riscontro e intanto si sono persi tre
mesi che potevano essere dedicati a un’analisi approfondita della situazione e una riflessione sulle
prospettive future. Alla Regione, nel tavolo provinciale, avevamo chiesto di fornirci anche una serie di
dati di dettaglio, per scattare una fotografia più precisa dello stato dell’arte, ma non ci è stato trasmesso
ancora niente. In quella riunione l’assessore al lavoro non c’era e si era fatta rappresentare da un
tecnico della direzione che si era assunto l’impegno di relazionare su quanto discusso. Da quella data
non abbiamo saputo più nulla». Dinanzi ai nuovi dati prospettati, Cgil, Cisl e Uil sollecitano un tavolo
di confronto urgente con la Regione. Fronti aperti. Il quadro generale del terziario, insomma, desta
preoccupazione: la crescita non c’è. In affanno, tra gli altri, il segmento del commercio, che non
registra una ripresa. I fronti aperti sono diversi, in primis quello di Coopca: cinque i punti vendita in
provincia, ossia Spilimbergo, per il quale ci sarebbe una manifestazione d’interesse all’acquisizione,
Pordenone, Sacile, Aviano e Brugnera, e una cinquantina di posti in ballo. «Questa è la vertenza più
bollente – osserva Daniela Duz (Cgil) –. Una vicenda molto delicata e tutta in salita. Il punto più critico
è l’acquisizione dei negozi». Alle situazioni di crisi note se ne potrebbero aggiungere di nuove, come
ha messo in evidenza Adriano Giacomazzi (Cisl). «I segnali di Coopca e Coop operaie sono inquietanti
– ha commentato – e devono indurci a una seria riflessione. Il problema della ricollocazione del
personale è notevole». Posizioni condivise anche dal sindacalista Mauro Agricola (Uil): «Non c’è
crescita nel comparto del commercio – ha detto –. I posti persi difficilmente vengono reintegrati e
quelli nuovi sono frutto di dismissioni». Chiusure. Tra le chiusure più recenti, figura quella della
Metro, che a dieci anni dall’apertura ha deciso di abbandonare Pordenone. Un’attività in cui trovavano
impiego 48 dipendenti. Analogo epilogo per Ovvio, uno dei negozi storici d’arredamento della
provincia, meta per vent’anni di clienti provenienti anche da fuori Pordenone: l’annuncio
dell’intenzione di abbassare le serrande era arrivato un anno fa. «Una perdita importante – hanno
commentato i sindacati – per il polo commerciale di Roveredo in Piano, dove sono rimasti Unieuro, che
funziona, ma ha messo in atto un ridimensionamento occupazionale, Dal Ben e Scarpe e scarpe». La
crisi, insomma, investe tutti i settori, e nel terziario pordenonese continua a mordere più che nelle altre
province.
All’Emisfero si ridimensiona, nascono due nuovi market
Al supermercato del centro commerciale Emisfero di Fiume Veneto, in cui trova impiego un centinaio
di addetti, sono in corso lavori per la restrizione della piattaforma di vendita e intanto lungo la
Pontebbana è prevista l'apertura di due nuovi market, di cui uno affiliato Eurospin. «In seguito alla
riduzione degli spazi, sarà messa mano anche al personale, con eventuali ridimensionamenti
dell’organico?»: è l’interrogativo che la sindacalista Daniela Duz (Cgil) ha posto ai vertici aziendali.
«Non necessariamente», hanno risposto questi ultimi. Un riscontro che non è suonato come una
rassicurazione. Da qui le preoccupazioni di Duz, nonché dei lavoratori, considerato anche il panorama
del commercio della provincia, che non lascia spazio all’ottimismo. «C’è un potenziale rischio: il punto
di domanda sulla piattaforma, per ora, rimane – ha commentato la sindacalista –. La questione,
comunque, sarà al centro di un confronto coi vertici di Unicomm, a settembre, che non abbiamo però
ancora calendarizzato». Ma se da una parte si punta a ridimensionare la superficie di vendita, dall’altra
si inaugurano nuovi supermercati, come nel caso delle imminenti aperture lungo la Pontebbana.
D’altronde, il sistema lo consente. «E’ il sistema che mette in crisi il sistema – ha commentato Mauro
Agricola (Uil) –. Il libero mercato permette questo, ossia il proliferare di strutture analoghe, la cui
coesistenza sul mercato diventa impossibile. La grande distribuzione sta attraversando un momento di
forte difficoltà. In regione ci sono superfici di vendita smisurate e soprattutto sproporzionate rispetto al
numero di abitanti». Un fenomeno, quello del ridimensionamento degli spazi di vendita, che, come ha
osservato Adriano Giacomazzi (Cisl), «ha messo in atto tutta la grande distribuzione».(g.s.)
Lavoro sempre più precario. Cresce il ricorso ai voucher
«Quello del commercio è un settore che precarizza ulteriormente i rapporti di lavoro: è in incremento,
infatti, l’utilizzo di voucher per retribuire gli operatori. Un uso, quello dei cosiddetti buoni lavoro, che è
stato liberalizzato dal Jobs act, che possiamo a questo punto definire un vero bluff». E’ la denuncia
della sindacalista Daniela Duz (Cgil), che non ha risparmiato una dura critica su tale fronte, ricordando
che i voucher sono nati per pagare prestazioni di lavoro occasionali. Un fine su cui i sindacati non
hanno nulla da eccepire, anzi, peccato che oggi si registri un abuso di queste forme di retribuzione per
prestazioni non più occasionali, ma prolungate. «A questo si aggiunge il fatto che i centri commerciali
tentano, in un’ottica di riduzione dei costi, di diminuire le retribuzioni – ha aggiunto Mauro Agricola
(Uil) – o di cambiare i contratti. Quando aprono nuove sedi, inoltre, assumono i dipendenti al minimo
contrattuale». Una situazione, insomma, di grande precarietà e a rimetterci sono sempre i lavoratori e le
loro famiglie.(g.s.)
Safop, via libera dei creditori al concordato (Gazzettino Pordenone)
Safop, l'azionista di riferimento un colosso cinese da oltre 20 mila dipendenti nel mondo, di cui circa
4.200 nel settore delle macchine utensili, ha varato un piano industriale per garantire la continuità
dell'azienda a Pordenone. Il rilancio dell'azienda pordenonese è retto da un significativo supporto
finanziario volto a garantire che la Safop riacquisti una posizione di leadership nel proprio mercato,
offrendo prodotti tecnologicamente all'avanguardia e aumentando il livello di servizio offerto ai propri
clienti. Il piano di ristrutturazione ed investimento è stato avviato a dicembre 2014, quando l'azienda ha
presentato la domanda di concordato preventivo. Il concordato con continuità, che sta procedendo nei
termini e modi previsti dalla legge, ha riscosso il parere positivo dei creditori ottenendo il
raggiungimento delle maggioranze previste dalla legge. L'omologazione del concordato è prevista nelle
prossime settimane in accordo a quanto previsto dal piano industriale. La scorsa settimana l'azionista ha
affidato il compito di rilancio dell'azienda al nuovo amministratore delegato, l'ingegnere Francesco
Secondino.
Trenta le insegnanti che ottengono l’incarico annuale (M. Veneto Pordenone)
Una quindicina di cattedre annuali 2015-2016 non assegnate alle maestre precarie nelle scuole primarie
e dell’infanzia, posti di sostegno in cantiere e una cascata di spezzoni orari ancora senza titolare. E’
questo il bilancio della giornata di incarichi annuali alle maestre supplenti, ieri, nell’emiciclo del
Grigoletti a Pordenone, che non ha chiuso la partita. «Una trentina le nomine annuali assegnate con
scadenza 30 giugno 2016, ma tante maestre precarie hanno preferito rimanere nelle scuole non statali
cattoliche – ha cercato le ragioni il sindacalista Flcgil Giuseppe Mancaniello –. Ci sono graduatorie
esaurite e la palla degli incarichi prima dell’avvio delle lezioni, il 14 settembre, passa alle singole
scuole». Le nomine. Giornata di nomine per corpire i posti vacanti nelle scuole dell’infanzia e primarie
statali con strascico di proteste. «Una trentina di precarie inserite con riserva nelle graduatorie a
esaurimento non sono chiamate alla scelta dell’incarico annuale – Donatella Rossi, sindacalista Gilda,
ha seguito i ricorsi –. Inoltre, gli spezzoni orari sono concentrati in due giorni della settimana e la scelta
diventa difficile per le maestre precarie». Il problema delle cattedre-spezzatino salta fuori ogni anno: le
supplenti cercano di incastrare la nomina annuale di qualche ora residua con le future supplenze brevi,
ma è un equilibrismo che mette alla prova i nervi. «Cinque ore in una scuola – una precaria ha
raccontato la sua esperienza –, poi la spola per insegnare tra Claut e un circolo di Pordenone per
arrotondare ore e salario ha mandato in tilt la pazienza lo scorso anno». Casi da manuale della didattica
estrema, quella permessa dalla legge, per dare più lavoro e più salario ai precari in base alle ore di parttime delle colleghe di ruolo. Le voci precarie. «Pochi posti da scegliere e tanti spezzoni perché le
nomine in ruolo hanno diminuito le possibilità di lavoro dei precari – ha rilevato Rosanna Crupi,
supplente da oltre 10 anni –. Il sogno è quello di un posto di lavoro in una sede sola e capace di
garantire un reddito decoroso. Invece, il ministero dell’Istruzione ci ha offerto la sorpresa di chiedere
assunzioni in ruolo in 105 province nazionali: non ho fatto domanda via web». Le ragioni sono chiare.
«Sono arrivata a Pordenone dalla Sicilia per lavorare – ha raccontato la maestra che è salita sul “treno
del sole” nel 2000 –. Andarsene con un mutuo casa acceso? Resto a Pordenone». Il “niet” alla fase B
delle nomine in ruolo è stato di altre maestre stagionali. «Domande della disperazione? No, grazie – la
battuta è di Letizia, precaria dal 1998 –. Il timore è l’arrivo di colleghi da altre regioni: scipperanno le
cattedre?». La curiosità: assenti maestri maschi precari e il settore vira al rosa intenso. Ancora nomine.
Le nomine 2015-2016 vanno avanti: i posti vacanti saranno coperti con le supplenze delle scuole. «Le
operazioni di assegnazione proseguiranno a settembre anche per ausiliari, tecnici amministrativi precari
– i sindacalisti confederali hanno fretta di risolvere il problema per il settore degli Ata –. Gli incarichi
potrebbero essere, con part-time e spezzoni, un centinaio». Si rimettono in circuito oltre cento posti di
lavoro: la percentuale maggiore è quella nelle mansioni di bidello. «Precari con il lavoro sicuro». Gli
Ata hanno una filosofia concreta del lavoro: come la crisi trasformi le supplenze a scuola nel paradiso
in terra. «Tra gli aspiranti alle supplenze in bidelleria – ha rilevato Mancaniello – ci sono anche
laureati». Chiara Benotti
La Coopca trova pretendenti (Gazzettino Pordenone)
Maria Santoro Svolta all'orizzonte per Coopca carnica. Ci sono allo stato attuale almeno un paio di
aziende interessate in maniera informale all'acquisto del supermercato di via Cavour. Si tratta di
aziende che non appartengono al tessuto imprenditoriale locale. Nessun particolare in più al momento:
sindacato, operatori e amministrazione comunale mantengono il massimo riserbo sulla questione, in
attesa di uno sbocco positivo concreto per i 15 dipendenti. Dal 1975 Coopca carnica è un punto di
riferimento del commercio spilimberghese e gode di una posizione eccellente a pochi passi dal centro
storico: «Per dimensioni e fatturato è strategica - ha commentato l'assessore Dreosto - a tutti gli effetti è
un supermercato appetibile». I sindacati confermano l'esistenza delle trattative i corso, ma ancora in
mano non hanno proposte ufficiali: «Speriamo davvero che ciò avvenga presto - dichiara Adriano
Giacomazzi della Cisl - se mai trovassimo l'acquirente dovremmo capire le sue intenzioni nel
mantenimento delle funzioni di supermercato». La scelta infatti è determinante nel definire il numero di
persone impiegate. L’acquisto del punto vendita ai sindacati pare più probabile di un affitto d'azienda:
«I prezzi degli immobili scendono e diventano interessanti - commenta Giacomazzi - tutto comunque
dipenderà dall'utilizzo che si farà dello spazio».
Dreosto ritorna sulla polemica del Pd rivolta al sindaco, accusato di scarsa preoccupazione e attivismo
nei riguardi dell'azienda: «Evidentemente l'opposizione in consiglio comunale vuole solo punzecchiare
amministrazione e a Consulta del lavoro». Proprio la Consulta, attraverso suoi componenti, sta
seguendo da vicino la questione avvalendosi anche della consulenza di imprenditori. Dresto aggiunge:
«Alla luce di quanto emerso, pur con tutte le difficoltà del caso, riteniamo esistano i presupposti per
una soluzione positiva di questa vertenza per il mantenimento del livello di occupazione».

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