La chiesa come comunità di condivisione

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La chiesa come comunità di condivisione
La chiesa come comunità di condivisione1
di Rosalba Manes, consacrata ordo virginum e biblista
Incontro nazionale di spiritualità Acli
Camaldoli – 6 novembre 2015
«È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare
come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti
chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che
voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi
gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con
l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi
nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la
tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del
Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli
dirà: “Eccomi!”» (Is 58,5-9).
All’inizio di questo incontro sostiamo presso il roveto ardente della Parola
per sperimentare il calore di Dio, convinti che la Parola è la sorgente di ogni
spiritualità cristiana, dell’attività missionaria della Chiesa, dei gesti più alti, della
nostra conversione più profonda. Chiediamo al Signore di farci passare
attraverso il fuoco purificatore e rigenerante della divina Scrittura per
immergerci nel suo mistero d’Amore, per scoprire che la vita viene da un dono
d’amore ed è fatta per essere dono.
La Chiesa, popolo dei chiamati, è comunità di condivisione. Essa non nasce
come società dei perfetti, come espressione di particolarismo o elitarismo, ma
come realtà di fuoco (appiccato nella prima Pentecoste cristiana come mostra At
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Testo non rivisto dall’Autrice.
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2), capace di condividere con l’umanità la Parola e il pane. Nasce come matrice di
un’umanità nuova capace di trasfigurare il mondo, di immettere nella società il
fermento della giustizia e della compassione. Questo fermento è quello che ci ha
consegnato il testo iniziale di Isaia, che parla di uno dei capisaldi della religiosità
giudaica, il digiuno, e dove Dio vuole strappare il suo popolo dal culto
dell’apparenza perché viva veramente la comunione con Dio mediante la
comunione/condivisione con il prossimo.
La Chiesa nasce non da un progetto umano, ma dal volere di un Dio che ha
deciso di condividere con i suoi tutto, di un Dio che si è fatto dono. E il Verbo si
fece dono… e quanti lo accolgono sono invitati a entrare nella logica del dono, di
un’esistenza dorocentrica. Condividere, infatti, è possibile solo se si comprende
che si è ricchi non sulla base delle cose che si possiedono, ma del bene che si
mette in circolo. Con l’avvento del dono accade sempre una svolta antropologica
che segna il superamento dell’homo oeconomicus e la scoperta della reciprocità e
dell’altruismo. «Non di solo pane vive l’uomo…» recita il Libro del Deuteronomio
(8,3), ma anche di dono.
Luca in At 20,35 pone sulle labbra dell’apostolo Paolo un detto di Gesù
sconosciuto ai vangeli: Beato il donare più che il ricevere, che rivela una
particolare simpatia per il donare e il condividere presso l’autore del Terzo
Vangelo e Atti. Anche in Lc 14,14-15 troviamo una beatitudine o macarismo che
richiama quella di At 20,35:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i
tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu
abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri,
storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da renderti il dono in cambio
(antapodídomi). Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti»
(Lc 14,12-14).
Il dono accade quando non si attende la ricompensa e crea una relazione
con il futuro della risurrezione, come appare anche al termine delle Beatitudini
lucane:
«Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà
versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a
voi in cambio» (Lc 6,38).
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Il dono è più grande dell’elemosina. L’elemosina tocca la sfera materiale, nel
dono invece a coinvolgersi non sono tanto delle cose ma la persona, i suoi
sentimenti, la sua intelligenza, la sua propria vita.
1. Una condivisione a imitazione del Dio fatto uomo che largamente dona
1.1. … tenerezza, guarigione, pane
Ogni membro della comunità ecclesiale nasce da un dono: quello di una vita
nuova che è offerta dal Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito. Ogni
credente nasce dall’amore di Dio Trinità d’amore che trova il suo culmine nella
Pasqua di Cristo. Battezzati nella Pasqua di Cristo, noi siamo nati alla vita nuova
nello Spirito e incorporati a Cristo, siamo diventati membra del suo Corpo che è
la Chiesa. Siamo Chiesa.
Ora questa Chiesa nasce dal dono dell’«amore più grande» come lo definisce
Gesù in Gv 15,13 e vive di questo dono, sperimentando il dinamismo del donare
che il dono di Dio ha attivato. Ogni giorno Cristo si dona a noi e ci invita a fare
della nostra vita un dono. Tutta la vita di Cristo è stata epifania del dono
manifestato come tenerezza, guarigione e pane. Questa triade segna fortemente
l’esistenza terrena di Gesù e la sua missione di Giubileo del Padre in carne ed ossa
come egli stesso proclama nella sinagoga di Nazareth quando inaugura il tempo
della remissione dei debiti (Lc 4,16-30).
Nella sua esistenza il Signore Gesù si è coinvolto pienamente nella vicenda
umana e ha insegnato agli uomini che più del pane è l’amore che nutre. Il primo
dono di Gesù al mondo è l’amore: egli ha condiviso con l’umanità l’amore del
Padre, la sua condizione (rivelata prima al Battesimo e poi alla Trasfigurazione)
di Figlio «amato» del Padre (Mt 3,16; 17,5). Come il Padre ha amato me, anch’io
ho amato voi. È questo il fondamento della condivisione: mettere in circolo il
tesoro ricevuto! Come Gesù che non considerò un tesoro geloso la sua
uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, condividendo il destino degli uomini e
di quelli della peggior specie (cf. Fil 2,6-7).
Nell’episodio della moltiplicazione dei pani in Mt 14,14-21 tenerezza,
guarigione e dono si intrecciano.
Mt 14,14 Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, provò un sentimento di
tenerezza per loro e guarì i loro malati.
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Gesù va incontro alle folle e si fa conoscere come il Messia che sazia la fame
del suo popolo. Egli si relaziona alla gente non in modo asettico e distaccato, ma
caldo e coinvolto. Le sue azioni salvifiche sono lontane dalla demagogia di chi
per accattivarsi la gente promette panem et circenses, ma dettate dal più tenero
affetto. Gesù si emoziona a tal punto da mettersi a curare con amore tenero e
materno i malati che gli vengono portati. Il sentimento che Gesù prova nei
confronti della folla e in particolare dei malati è espresso dal verbo
splanchnízomai, «fremere di compassione», «amare teneramente » che rimanda
all’utero materno (ta spláncha). Questo sentimento viscerale mostra che Gesù
serve l’uomo e la donna con amore, avendone abbracciato la natura con
l’incarnazione che è la forma più alta dell’immedesimarsi di Dio con noi. Gesù
sceglie la mistica della prossimità, dell’avvicinarsi agli altri (cf. EG 272).
Mt 14,15-18 Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il
luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a
comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi
date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e
due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
I discepoli vogliono rimandare la folla perché vada a mangiare mentre Gesù
chiede proprio a loro di mettere a disposizione ciò che hanno per nutrire tutti.
Appare qui la sproporzione tra il poco cibo a disposizione e le tante bocche da
sfamare. Lo stile di Gesù sorprende i suoi discepoli, legati come sono alla logica e
all’evidenza, disposti a fare i conti solo con la ragionevolezza. I discepoli
vorrebbero che Gesù sciogliesse(il verbo è apolýo, «mandare via») il corteo che
lo segue, ma egli li invita ad uscire dalla logica del calcolo per entrare in quella
del dono: «Occupatevi voi stessi di farli mangiare» (Mt 14,16). È l’invito a
mettere in pratica le parole ascoltate sul monte dove egli invitava a confidare
nella provvidenza divina (cf. Mt 6,25-34).
I discepoli che vogliono sciogliere la folla come per una sorta di regresso
verso la sfera del privato manifestano un cuore indurito e la tendenza a uno
sterile particolarismo. Ricordano la tendenza che Papa Francesco cita in EG 88:
«Molti tentano di fuggire dagli altri verso un comodo privato, o verso il circolo
ristretto dei più intimi, e rinunciano al realismo della dimensione sociale del
Vangelo. Perché, così come alcuni vorrebbero un Cristo puramente spirituale,
senza carne e senza croce, si pretendono anche relazioni interpersonali solo
mediate da apparecchi sofisticati, da schermi e sistemi che si possano accendere e
spegnere a comando. Nel frattempo, il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio
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dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo
dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo.
L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé,
dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne
degli altri».
Mt 14,19-21 E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque
pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li
diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono
via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa
cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Attraverso il gesto della benedizione (berakà), Gesù inaugura una mensa
“speciale”: la condivisione del poco unita alla preghiera provoca una
sproporzione tra la “materia prima” e il prodotto finale è tale da rimandare solo
all’abbondanza tipica del tempo messianico (cf Sal 132,15). Il racconto della
moltiplicazione compiuta da Gesù richiama i segni profetici di Elia (1Re 17,14) e
di Eliseo (2Re 4,42-44); rimanda alla figura di Davide, che in 2Sam 6,19 benedice
il popolo nel nome del Signore e a tutti dona il pane; prefigura l’ultima cena di
Gesù con i suoi discepoli (Mt 26,26-29) dove appaiono tutti i gesti del v. 19 e
acquista connotazione pasquale; infine richiama la cena ecclesiale e quella che si
realizzerà nel regno (Mt 22,1-14). Il compito del re Messia è quello di assicurare
il pane e Cristo lo fa, ma mostra anche che il cibo non è solo una questione di
carattere materiale, ma anche spirituale, o meglio relazionale. Condividere il
pasto significa definirsi familiari, intimi.
1.2. … la sua stessa vita
Insieme alla triade di tenerezza-guarigione-pane, Gesù dona ancora di più,
dona la sua stessa vita, come ricorda san Paolo ai Galati: «Mi ha amato e ha
consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Assiso a una tavola (l’ultima) in una
dinamica di intimità e di condivisione coi discepoli– malgrado uno di loro lo
abbia lasciato e, tramando nel buio delle tenebre esteriori e interiori, lo stia per
consegnare – Gesù apre il cuore per trasmettere ai suoi l’amore che vi abita. In
Gv 15,9-17 infatti egli spiega il senso del suo stare in mezzo a loro: la sua
continua volontà di condividere l’amore del Padre. L’amore del Padre ha
riempito a tal punto la sua vita che egli non può desiderare altro che riversarlo
in quella dei discepoli. Per questo chiede ai suoi: rimanete nel mio amore. Chiede
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loro di piantare le tende nel suo amore, di restare nella sua atmosfera filiale, di
abitare nello scambio incessante d’amore che intercorre tra il Padre e il Figlio. E
consegna loro il segreto dell’amore più grande: fare della propria vita un dono
per i propri amici. Gesù non dà solo qualcosa ma dà se stesso:
«io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Io sono il buon
pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore… Io sono il buon pastore,
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce
me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore… Per questo il Padre mi
ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie:
io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv
10,10-11.14-15.17-18).
Nella sua Pasqua Cristo si dona e il suo corpo diviene nutrimento. Il
cristianesimo primitivo ha espresso questo dono nutriente attraverso
l’immagine del pellicano, impiegata anche da A. D’Avenia in un suo romanzo
dove affronta il tema della malattia e della morte:
«Sapete cosa fa il pellicano quando i suoi piccoli sono affamati e non hanno cibo
da offrire loro? Si ferisce il petto con il suo lungo becco e ne fa sgorgare sangue
nutriente per i piccoli, che si abbeverano alla sua ferita come a una fonte. Come ha
fatto Cristo con noi… ha sconfitto la nostra morte di piccoli affamati di vita
donando il suo sangue… il suo dono è più forte della morte… solo quest’amore
supera la morte… Anche Dio spreca il suo sangue: una pioggia infinita di amore
rosso sangue bagna il mondo ogni giorno nel tentativo di renderci vivi… » (A.
D’AVENIA, Bianca come il latte, rossa come il sangue, Mondadori, Milano 2010,
228).
2. Una condivisione in vista della conversione e della comunione
2.1. Due figure del dono: Zaccheo e la donna povera
Zaccheo e la donna povera sono due figure del dono che ci permettono di
comprendere la possibilità che l’essere umano, maschio e femmina, ha di non
lasciarsi possedere dalle cose, ma di riossigenare la storia mediante l’atmosfera
della condivisione e del dono.
Zaccheo: dall’estorsione mafiosa alla condivisione (Lc 19,1-10)
A Gerico, Gesù incontra un uomo nascosto nel folto fogliame di un sicomoro.
Il suo nome è Zaccheo che in ebraico vuol dire «puro», «innocente», nome che si
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addice più a un fariseo che a un pubblicano. Questo nome stride infatti con la sua
attività: capo dei pubblicani, degli esattori delle imposte, di coloro cioè che
insieme alle prostitute costituivano i peccatori per antonomasia. Nel mondo
giudaico i pubblicani erano odiati non solo perché per guadagnare facevano dei
traffici illeciti approfittando spesso della povera gente, ma anche perché
riscuotendo le tasse per i Romani erano ritenuti peccatori. E siccome le imposte
erano il segno che la terra d’Israele era sottomessa al potere straniero, il fatto
che proprio dei giudei diventassero collaborazionisti del potere di occupazione
in un territorio che era stato donato da Dio al suo popolo, portava al disprezzo
verso chi esercitava la professione di pubblicano. Potremmo dire che in qualche
modo Zaccheo con la sua professione e il suo asservimento ai dominatori
“vendeva” la terra che Dio aveva dato ai suoi padri, e vendendo la terra ereditata,
contro i divieti della Legge di Mosè, vendeva anche i suoi fratelli.
Zaccheo, destinato dal suo nome alla purezza, si è contaminato a causa
dell’attaccamento alla ricchezza. Nessun uomo però per Gesù è mai troppo
impuro per essere restituito alla sua originaria purezza.
Dinanzi a tutti coloro che conoscevano quell’uomo peccatore, noto alla città,
nascosto tra le fronde, Gesù si espone e crea il contatto apertamente. Chiama
Adamo che dopo il peccato si è nascosto (cf. Gen 3,10), chiama la colomba
nascosta nelle crepe della roccia (cf. Ct 2,14).Gesù mostra di avere un’attenzione
tutta speciale per lui: lo chiama per nome e lo invita a scendere con la
motivazione di volersi fermare a casa sua. Zaccheo vendeva la terra, luogo dove
metter su casa e famiglia, Gesù invece entra nella sua casa, nella sua terra, che è
terra d’esilio agli occhi dei giudei, di coloro che dovrebbero essere fratelli, e
ripristina un clima di “famiglia”.
Zaccheo era salito sull’albero per vedere chi era Gesù, che volto aveva, che
statura, ecc… Ora invece non ha uno spettacolo da guardare, ma un rapporto da
costruire. Senza aspettarselo si sente raggiunto da una cura inaudita, preceduto
da un’attenzione gratuita, perdonato senza aver invocato misericordia. L’invito
di Gesù è imprevisto e imprevedibile e Zaccheo passa dalla curiosità di vederlo
alla gioia di accompagnarlo e di ospitarlo in casa sua.
Di fronte all’accaduto la folla mormora, come il popolo ribelle nel deserto. Il
verbo greco diagongyzō rivela il senso di insoddisfazione della folla che ha
relegato Zaccheo al margine e il fastidio che la folla prova dinanzi alla generosità
e alla benevolenza con cui Gesù tratta Zaccheo. Entrare sotto il tetto di Zaccheo
l’impuro equivale a contaminarsi o ad autodenunciarsi come peccatore. Agli
occhi della folla non vi è possibilità di salvezza per Zaccheo. Quello che agli occhi
della folla è un peccatore, per Gesù, però, è un figlio di Abramo.
La fiducia che Gesù manifesta nei confronti di Zaccheo libera una potenza di
amore che lo porta a risalire la china, a emergere dal caos e a formulare la sua
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nuova “regola di vita”. Egli promette di dare ciò che non gli è stato chiesto: la
metà dei suoi beni ai poveri e il quadruplo come restituzione a chi ha frodato. Il
primo impegno potrebbe avere delle analogie con quello richiesto dai rabbini
come segno di penitenza. Essi proponevano un quinto del patrimonio come
prima offerta e poi il versamento di un’uguale somma calcolata sulle entrate
annuali (cf. Nm 5,6-7) da destinare ai poveri. Quanto alla restituzione, Zaccheo
adotta la restituzione prevista dal diritto romano: l’ammenda del quadruplo.
Quella ricchezza, frutto di frodi, ingiustizie, estorsioni mafiose, si impregna di
condivisione e il dono supera le misure della legge (cf. Es 22,3.6).
Coloro che Zaccheo considerava strumentali all’affermazione di sé gli
appaiono, adesso, come uomini di cui farsi responsabile. Incontrando la gratuità
fatta carne, la sceglie come suo stile di vita. Zaccheo è l’uomo smarrito che Cristo
è venuto a cercare e a salvare. Egli, infatti, anche in un’esistenza squallida vede la
perla della bellezza e della bontà originarie.
Una vedova che restituisce gloria al Tempio (Mc 12,38-44)
Nel tempio di Gerusalemme Gesù ha compiuto un gesto altamente
significativo: era intervenuto contro il traffico dei capi di bestiame impiegati per
i sacrifici e contro il giro di denaro usato per versare le tasse e comprare il
necessario per le offerte e i sacrifici. In tal modo egli aveva purificato il tempio
restituendone il suo senso più profondo di casa di preghiera, eliminando i
trafficanti e compiendo la profezia di Zc 14,21: «In quel giorno non vi sarà
neppure un mercante nella casa del Signore degli eserciti». Aveva però attirato
su di sé l’ira dei capi dei sacerdoti e degli scribi che cercavano di eliminarlo.
In Mc 12,38 Gesù si trova di nuovo nel tempio e qui insegna, mettendo in
guardia la folla da due atteggiamenti riprovevoli degli scribi: la vanità e
l’ipocrisia. La loro vanità si esprime mediante lo sfoggio del tallit (l’ampio
mantello che usavano i maestri), la ricerca della riverenza da parte della gente e
l’accaparramento dei posti più ambiti nelle assemblee e nei banchetti. La loro
ipocrisia si rivela invece nell’ostentare una forte religiosità che si esprime con
preghiere prolungate alla vista di tutti e si coniuga poi a un atteggiamento
opportunista e approfittatore nei confronti di categorie più indifese, come le
vedove. L’atteggiamento che Gesù bolla come un «divorare le case delle vedove»
esprime infatti l’abuso che gli scribi commettevano nel prestarsi ad
amministrare i beni delle vedove per poi impadronirsene. Contro gli scribi Gesù
rivolge delle critiche impietose che culminano in un terribile giudizio di
condanna. Mascherare con una patina di religiosità la propria bramosia di
possesso che spinge fino all’ingiustizia verso i deboli è l’antigenesi della vera
fede.
Dopo queste parole, Gesù si colloca in quella parte del tempio riservata alle
donne dove si trovano le 13 trombe o casse per le offerte, suddivise in base alle
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intenzioni degli offerenti, e osserva la gente che vi getta del denaro. Una forte
antitesi gli appare durante quel rituale di offerta: tanti ricchi che gettano molto e
una povera vedova che getta poco, ma un poco che coincide con il suo tutto. Di
fronte al molto dei ricchi, il poco della vedova si perde: due spiccioli sono le
monetine più piccole in circolazione...eppure quelle monetine rappresentano un
vero tesoro.
Gesù, rapito dal gesto della donna, chiama i suoi discepoli e consegna loro
una “perla”. Non tutti offrono alla stesso modo: c’è chi offre per dovere e per
assolvere a una disposizione e c’è chi lo fa con un autentico spirito di offerta e di
consegna. I ricchi hanno dato tanto ma senza coinvolgersi, la povera dando tutto
ha offerto non qualcosa, ma se stessa. La vedova diviene pertanto paradigma del
dono autentico, che non offre lo scarto, ma la primizia, e diviene anche tipo del
credente che non conosce doppiezza ma si rende trasparente a Dio e sceglie di
collocarsi solo sotto il suo sguardo, senza farsi contagiare dal virus
dell’apparenza. È questo per Gesù lo spirito autentico per sostare nella casa del
Signore. Il commercio, la vanità, l’ipocrisia, lo sfruttamento dei fratelli sono
atteggiamenti che snaturano il tempio. Esso ritrova la sua sacralità quando ad
abitarlo è un cuore povero, disponibile a Dio, aperto al dono. Anche la vedova
pertanto con il suo gesto si colloca sulla scia dell’azione di purificazione
compiuta da Gesù. Anche la vedova purifica il tempio. Il suo cuore puro immette
nel tempio aria nuova, aria pura. Gesù la respira e gioisce.
Possiamo dire infatti che
«…davanti a Dio non vale la legge della quantità… il molto e il poco non sono
criteri di Dio, le sue bilance non sono quantitative, non c’è la tirannia della
quantità nel dono, non capitalismo nel campo dell’amore. C’è solo l’esigenza della
verità, che ci sia tutto il tuo cuore in ciò che fai, perché ogni azione compiuta con
tutto il cuore avvicina all’assoluto di Dio» (E. RONCHI, Tu sei bellezza, Paoline,
Milano 2008, 61-62).
2.2. I credenti della comunità cristiana primitiva e la condivisione
Nella prospettiva lucana la comunità cristiana nasce a Pentecoste con il
fuoco dello Spirito che tutto rinnova. Cadono antagonismi e divisioni, cadono le
ataviche contrapposizioni tra giovani e vecchi, uomini e donne, ricchi e poveri,
servi e padroni: «Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non
c’è uomo e donna poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
La chiesa madre di Gerusalemme è il modello ideale di ogni comunità
cristiana. È il sogno di una fraternità che ci affascina, che non va mitizzata, ma
nemmeno minimizzata. Una fraternità dove è possibile consoffrire (synpascho) e
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congioire (synchairo).Questa comunità si fonda su quattro pilastri: la didachè
(insegnamento degli apostoli); la fractio panis (celebrazione dell’eucaristia); le
preghiere e la koinonia (comunione dei beni materiali e spirituali), come
attestano gli Atti, pilastri da cui deriva la prassi della condivisione:
«Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello
spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni
avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano
ogni cosa in comune(koinà); vendevano le loro proprietà e sostanze e le
dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno… La moltitudine di coloro
che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno
considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era
comune (koinà). Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della
risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti
tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano,
portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli
apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno» (At 2,42-45;
4,32-25).
Il Libro degli Atti poi ci dà due esempi di questa applicazione, uno in
positivo (Barnaba) e uno in negativo (Anania e Saffira):
positivo: «Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa
“figlio dell’esortazione”, un levita originario di Cipro, padrone di un campo, lo
vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli» (At 4,3637).
negativo: «Un uomo di nome Anania, con sua moglie Saffìra, vendette un terreno
e, tenuta per sé, d’accordo con la moglie, una parte del ricavato, consegnò l’altra
parte deponendola ai piedi degli apostoli» (At 5,1-2).
La seconda esperienza interrompe la catena della condivisione serena e
disinteressata e le conseguenze sono tragiche (At 5,5.10)!
A tal proposito appaiono illuminanti le parole di Madeleine Delbrêl:
«Il Cristo non condanna il fatto di ricevere del denaro, ma il fatto di conservarlo. O
meglio egli non dice: non ricevete denaro, ma: donatelo. Quello che non vuole per
coloro i quali sono chiamati agli appelli del suo Vangelo non è il denaro che
“entra”, ma il denaro che “rimane”. “Colui che avrà lasciato i suoi beni…”. Questo
denaro, questi beni, devono essere “continuamente messi in circolazione”, e non
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chiede che siano liquidati per essere “liquidati”, ma per il bene dei poveri…» (M.
DELBRÊL, Comunità secondo il vangelo, Gribaudi, Milano 1996, 125).
La comunità nasce nel segno della condivisione. C’è una teologia della
solidarietà che attraversa il Nuovo Testamento. Il termine importante è koinonia,
che vuol dire «mettere in comune», «condividere», «partecipare a». È
partecipazione al corpo e sangue di Cristo che si traduce in unione fraterna (At
2,42; 2Cor 1,7; Fil 4,14; 1Gv 1,6ss), mettere in comune i beni (At 2,44; 4,32; Gal
6,6; 1Tm 6,18; eb 13,16) e nella colletta a favore di Gerusalemme (Rm 12,13;
2Cor 8 – 9).
Verso la metà del IV secolo prende forma in Egitto nei monasteri la
cosiddetta «diaconia», l'istituzione responsabile per il complesso delle attività
assistenziali, per il servizio della carità appunto. Poi ogni diocesi finisce per
avere la sua diaconia sia in oriente sia in occidente. Quanto essenziale fosse per
la Chiesa dei primi secoli la carità organizzata e praticata, si apprende anche dal
fatto che nemici della chiesa come Giuliano l’apostata rimasero affascinati
dall’agape cristiana. Giuliano, divenuto imperatore, decise di restaurare il
paganesimo e di riformarlo ispirandosi al cristianesimo e all'attività caritativa
della Chiesa che egli voleva emulare e persino superare. L'imperatore in questo
modo confermava dunque che la carità era una caratteristica decisiva della
comunità cristiana, della Chiesa.
L'intima natura della Chiesa infatti si esprime in un triplice impegno:
annuncio della Parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei Sacramenti
(leiturgia), servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a
vicenda e non possono essere separati tra loro. La carità non è per la Chiesa una
sorta di attività di assistenza sociale ma è l’espressione irrinunciabile della sua
stessa essenza, come ricorda Papa Benedetto nella Deus Caritas est:
«La Chiesa è la famiglia di Dio nel mondo. In questa famiglia non deve esserci
nessuno che soffra per mancanza del necessario. Al contempo però la caritasagape travalica le frontiere della Chiesa; la parabola del buon Samaritano rimane
come criterio di misura, impone l’universalità dell’amore che si volge verso il
bisognoso incontrato “per caso” (cfr Lc 10, 31), chiunque egli sia. Ferma restando
questa universalità del comandamento dell'amore, vi è però anche un'esigenza
specificamente ecclesiale — quella appunto che nella Chiesa stessa, in quanto
famiglia, nessun membro soffra perché nel bisogno. In questo senso vale la parola
della Lettera ai Galati: “Poiché dunque ne abbiamo l'occasione, operiamo il bene
verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede” (6, 10) (Deus caritas est n. 25).
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3. Verso una nuova architettura di rapporti
3.1. Paolo e la colletta per i poveri di Gerusalemme
Dall’inizio della sua predicazione del Vangelo Paolo fa esperienza della
condivisione. Viene accolto da una coppia di sposi con cui condivide la vita, il
vangelo e alcune responsabilità pastorali: Aquila e Priscilla, riceve a accoglienza
e lavora nel loro atelier di pelli poiché erano tutti e tre skenopoioi, lavoratori di
cuoio o fabbricanti di tende (At 18). L’Apostolo non approfitta mai della
generosità delle comunità. Lavora sodo con le proprie mani (1Cor 4,12) per
guadagnarsi da vivere, lavorando notte e giorno per non essere di peso a
nessuno (1Ts 2,9) e rinuncia anche al privilegio che consentiva agli apostoli di
essere mantenuti dalle comunità (1Cor 9). Avverte la necessità di sostenere i
poveri: un’attenzione che gli viene consegnata dalle colonne della Chiesa di
Gerusalemme (Gal 2,10): Giacomo, Cefa e Giovanni.
I capp. 8-9 della 2Cor sono un capolavoro di generosità e condivisione.
Paolo offre le motivazione cristologiche del dono:
«Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è
fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. E a
questo riguardo vi do un consiglio… Non si tratta infatti di mettere in difficoltà voi
per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra
abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza
supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che
raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno» (2Cor
8,9-10.13-15).
Paolo offre motivazioni bibliche ma anche spicciole e sapienziali per
esortare i Corinzi al dono:
«Ho quindi ritenuto necessario invitare i fratelli a recarsi da voi prima di me, per
organizzare la vostra offerta già promessa, perché essa sia pronta come una vera
offerta e non come una grettezza. Tenete presente questo: chi semina
scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza
raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con
tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia. 8Del resto, Dio ha potere
di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto,
possiate compiere generosamente tutte le opere di bene. Sta scritto infatti: Ha
largheggiato, ha dato ai poveri, la sua giustizia dura in eterno. Colui che dà il seme
al seminatore e il pane per il nutrimento, darà e moltiplicherà anche la vostra
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semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia. 11Così sarete ricchi per ogni
generosità, la quale farà salire a Dio l’inno di ringraziamento per mezzo nostro».
(2Cor 9,5-11).
La condivisione diviene per Paolo un atto liturgico, un inno di
ringraziamento al Padre. Non aveva detto Gesù: «risplenda la vostra luce davanti
agli uomini perché vedano le vostre belle opere e rendano gloria al Padre vostro
che è nei cieli» (Mt 5,16)?
3.2. Filemone e la novità dell’essere “in Cristo”
Il biglietto che Paolo indirizza al suo collaboratore Filemone non contiene
tanto dottrine etiche o teologiche, ma apre uno spaccato sulla vicenda della
prigionia di Paolo e sulla concretezza della sue relazioni personali con i suoi
amici e collaboratori. Egli, attraverso una sorta di teologia degli affetti, propone
l’uguaglianza di tutti gli uomini, non solo come frutto della legislazione umana,
ma come conseguenza della sottomissione di tutti all’unico Signore Gesù Cristo.
In virtù di questa identità l’Apostolo suggerisce la riconciliazione che è fatta di
accoglienza e amore.
Filemone, leader della comunità di Colossi che si riunisce nella sua domus, è
testimonianza di una fede che sa tradursi in agape. Questa carità però non è un
dato acquisito per sempre. Occorre che essa venga sempre riattivata. Ed è questo
che Paolo chiede a Filemone, preferendo al registro del comando quello
dell’esortazione e mettendo in circolo la linfa della fiducia.
La dinamica comunicativa e retorica della lettera mette in evidenza
l’antitesi tra due sistemi di valori: tra il rapporto all’autorità nel mondo civile e il
rapporto all’autorità in Cristo , e anche tra le relazioni umane nel mondo civile e
le relazioni umane in Cristo. Mentre i rapporti nel mondo civile si fondano sulla
gerarchia ed esigono obbedienza, quelli in Cristo si basano sulla fraternità e
procurano comunione. Il passaggio è dalla logica della dominazione a quella
della fraternità.
Paolo non solo invita Filemone a riaccogliere lo schiavo Onesimo, che è
fuggito e nel frattempo è venuto in contatto con Paolo prigioniero ed è rinato a
vita nuova, ma a cambiare il suo sguardo su di lui per vederlo non più come
schiavo ma come fratello. Aldilà del motivo occasionale del biglietto, si coglie in
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controluce la celebrazione della novità del messaggio evangelico, un “vino
nuovo” che esige da parte di chi lo accoglie, “otri nuovi” (cf. Mt 9,17).
Perché accada questo Paolo si investe in prima persona. Al suo koinonós
(alleato, socio) Filemone, l’Apostolo chiede di mettere sul suo conto il debito che
lo schiavo ha procurato andando via di casa. Il verbo ellogáo, «mettere sul
conto», richiama una prassi presente anche nel commercio, dove si rilasciava
una fattura come promemoria per l’estinzione del debito. Paolo vuole
condividere la situazione di Onesimo, vuole pagare un debito al posto di un altro.
Ma vuole anche insegnare a Filemone che esiste un debito più grande: la vita in
Cristo che egli ha ricevuto tramite Paolo stesso, introducendo così l’idea
dell’esistenza di un debito spirituale e insinuando che nessuno è senza debiti.
L’essere in Cristo ci dice che abbiamo tutti il debito di un amore vicendevole (Rm
13,8). Questo debito non separa, ma unisce, rende fratelli, appartenenti alla
stessa famiglia. Ed ecco che Paolo lancia in questo biglietto la sfida della
fraternità che passa attraverso la capacità di saper attendere l’altro e la lettera
stessa si conclude con un’attesa, quella che Filemone impari ad accogliere e a
sperimentare una comunione nuova:
«Amare un essere significa attendere da lui qualcosa d’indefinibile; significa nel
contempo dargli in qualche modo la possibilità di rispondere a questa attesa. Sì,
per quanto possa sembrare paradossale, attendere significa in qualche modo
donare; ma altrettanto vero è il contrario: non attendere più significa contribuire
a rendere sterile l’essere dal quale non si attende più niente, significa dunque in
qualche modo privarlo, togliergli in anticipo qualcosa» (G. MARCEL, Homo viator,
Borla, Roma 1980, 60).
Questo rende urgente l’impegno per la costruzione di una nuova
architettura di rapporti. La carità del singolo credente è capace di confortare le
viscere dei santi (Fm 7.20). La maternità feconda della Chiesa è legata al nostro
impegno di fraternità e condivisione.
Solo da questa alta qualità della nostra fraternità può discendere una
serena e pacifica capacità di dono e condivisione materiale.
La Parola delle Scritture ci invita:
- a distaccarci dal possesso delle cose che soffoca la nostra libertà e mette a
repentaglio la qualità dei nostri rapporti;
- a saper condividere i nostri beni con gli altri e a scoprire il “tesoro” dei
poveri.
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Riflettiamo sulla qualità dei nostri rapporti interpersonali e dei nostri
rapporti con i beni. Crediamo davvero che si è più beati nel dare che nel
ricevere?
Signore, Donatore di ogni bene materiale e spirituale, liberami
dall’attaccamento morboso alle cose che passano e insegnami a procurarmi
quei tesori destinati a durare, come la fede, l’amicizia, la convivialità e la
condivisione. Che il mio cuore non sia avvinto dalle catene dell’egoismo, ma
dai legami del dono che generano la vera libertà.
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