14 ottobre riusciro mai ad essere felice.qxp

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14 ottobre riusciro mai ad essere felice.qxp
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Copertina: Immagine ed elaborazione grafica Denise Sidoti
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MARIA DOMENICA RACCUGLIA
RIUSCIRÒ MAI
AD ESSERE
FELICE?
Bonfirraro Editore
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© 2013 by Bonfirraro Editore
Viale Ritrovato, 5 - 94012 Barrafranca - Enna
Tel. 0934.464646 - telefax 0934.1936565
www.bonfirraroeditore.it
E-mail: [email protected]
ISBN 978-88-6272-072-4
prima edizione: ottobre 2013
Questo romanzo è un’opera di pura fantasia.
Qualsiasi riferimento a fatti, luoghi o persone reali è puramente casuale.
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“Chi ha detto che i sogni non possono realizzarsi?
Beh, se state leggendo queste righe...
vuol dire che il mio sogno è stato realizzato!”
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RINGRAZIAMENTI
Devo ringraziare molte persone per avermi dato la possibilità di portare avanti quello che finora era stato solo un
sogno, adesso realizzato!
La dottoressa Marilisa Yolanda Spironello che si è dimostrata disponibile fin da subito, consigliandomi in tutto e aiutandomi a realizzare questo romanzo! Grazie di cuore per
essere stata anche mia amica!
Denise Sidoti per la bellissima grafica di copertina, e anche
Filippo Papa per la sua collaborazione. Grazie ragazzi!
La Casa Editrice Bonfirraro e, in particolar modo, l’editore
Salvo Bonfirraro che mi ha dato la possibilità di mettermi in
gioco. Grazie infinite!
La mia famiglia che mi ha incoraggiata da sempre, supportandomi in qualsiasi circostanza! Grazie, famiglia! Vi voglio
bene!!!
Tutti miei amici, in particolar modo a Jenny che con il suo
entusiasmo e il suo affetto continua a credere in me e a volermi bene! Grazie tante!
E un grazie speciale a tutti coloro che leggeranno queste
pagine!
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INTRODUZIONE
Anna Leonardi è una ragazza con una grande voglia di vivere.
Una ragazza capace di dare l’anima a tutti; non lo fa per ricevere attenzione, anzi di questa non gliene importa niente.
Lo fa per diversi motivi, uno dei quali è la solidarietà. Una
parola che ispira amore, sostegno, amicizia verso tutti.
Non è solo questo la sua vita; lei studia, ama stare in compagnia... il suo tempo libero lo trascorre leggendo e ascoltando musica.
Ama molto la sua famiglia, senza ne sarebbe persa, ma crede fermamente anche nell’amicizia.
Vivrà i suoi anni da adolescente non in modo semplice, con
situazioni che richiederanno coraggio e tanta forza, cose che
a lei non mancheranno di certo.
Le circostanze che la coinvolgeranno saranno complicate,
ma le permetteranno di crescere e di dare una svolta alla sua
vita.
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PREFAZIONE
Io sono Jenny, un’amica dell’autrice. Conoscevo Maria Domenica di vista e un giorno, casualmente, ci scambiammo i
numeri di telefono ma la cosa finì li.
Dopo qualche anno, esattamente un primo gennaio, mi mandò un messaggio augurandomi un felice e sereno anno nuovo. Nessuna delle due lo sapeva, ma quel semplice messaggio di auguri fu l’inizio di una bellissima e sincera amicizia!
Cominciammo a sentirci tutti i giorni e piano piano legammo
sempre di più. Un giorno mi disse che aveva cominciato a
scrivere una storia, avendo una passione per la scrittura, e io
fui molto contenta di ciò e la invitai a farmi leggere qualcosa. Mi mandò i primi capitoli.
Leggevo e scoprivo che la mia amica aveva e ha un talento naturale e mi offrì di fare una prima revisione di quanto
scritto. Ci fu anche un periodo nel quale non scrisse, credo
sia stata la classica “mancanza d’ispirazione”. Quando le chiesi a che punto era con il romanzo lei mi raccontò, appunto,
che si era fermata. La incoraggiai a continuare a scrivere, altrimenti il libro non poteva essere pubblicato! Così riprese a
scrivere.
Ecco allora questo libro che, a parer mio, è molto molto bello e descrive molto bene la società di oggi.
Auguro a tutti una piacevole lettura. Spero che il successo
di questo primo romanzo dia l’imput, alla mia carissima amica, per continuare su questa strada e fare carriera, il mio sostegno non le mancherà mai.
Jenny
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NOTA INTRODUTTIVA
Due adolescenti, Anna e Stefano, due destini diversi che pur
si incrociano con alterne vicende, fino a pervenire ad una conclusione, in senso narrativo, di natura, diremmo quasi, emozionale e “realizzativa” nella prima ed, invece, espiativa e catartica nel secondo. Attorno a questi due protagonisti si intrecciano eventi e drammi, inquietudini e ricerca esistenziale, amori ed invidie ma, soprattutto, una girandola di situazioni a volte gioiose a volte tristi, in cui, da ultimo, è il lieto fine a prevalere. Ranghi sociali, distacchi di status, acquisizioni progressive di valori, modelli comportamentali, impulsività che si fa saggezza e viceversa sono il sale e il pepe di questo lavoro che fa della semplicità e della immediatezza comunicativa il suo cavallo di battaglia. E, tuttavia, non manca l’attenzione posta dall’autrice al sostrato economico che fa da
milieu sia agli stessi protagonisti ed ai loci in cui si svolge la
narrazione (la piazza, la villa, la pizzeria), che agli Enti istituzionali (il “Centro di assistenza” in cui opera, da volontaria, Anna, l’ Istituto di recupero per tossicodipendenti in cui
viene ricoverato, alla fine, Stefano etc.) ed alle Agenzie socializzanti (Scuola, famiglia, gruppo dei pari) che fanno da sfondo all’ intero tessuto narrativo. A proposito di queste ultime,
mentre Anna mantiene con esse un approccio tradizionale, diremmo quasi “da brava ragazza” ( il rapporto poi con i fratelli e con la mamma-confidente è impostato ad un buonismo di
fondo tale da sfiorare spesso gli accorati quadranti dell’encomiabilità e del conformismo, seppur critico, a delle ideali valorialità di ruolo), Stefano invece stabilisce con esse un discorso improntato ad un ribellismo trasgressivo – e, perché
no, arrogante – che affonda le proprie radici in deprivazioni e
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disidentificazioni familiari, di cui egli è stato, al contempo,
vittima ed assuntore consapevole di responsabilità. Non mancano poi episodi improntati alla solidarietà umana, ancorché
spesso movimentati da improvvisi colpi di scena, da nascoste rivelazioni e da episodi di rabbia ed ira persino in Anna
che si abbandona talvolta, a livello verbale, ad intercalari trasgressivi, ma ormai entrati a far parte del linguaggio comune. Punto di forza della narrazione sono, inoltre, i dialoghi:
immediati, diretti, freschi in cui il gossip – sempre garbato –
si mischia all’ “alfabeto” tipico dell’ i-pad e la simpatia che
suscita la protagonista, seppur nei momenti transeunti di tristezza e di paura supera, in ogni caso, la prova di facili melenserie o, peggio, di languori di ritorno.
Una storia, quindi, da centellinare e gustare poco a poco o,
al contrario, da leggere, tutta d’un fiato, secondo i gusti, in
cui il messaggio di fondo è soprattutto – in tempi difficili come quelli nostri – l’osservazione focale e motivazionale di
quella adolescenza sana e costruttiva che, nella fattispecie,
grazie al contributo dell’autrice, ha sempre qualcosa da insegnare – senza didascalismi di sorta – ad un mondo vieppiù
proteso all’egoismo ed al solipsismo emotivo!
Marilisa Yolanda Spironello
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LA NUOVA AVVENTURA
Si dice che l’adolescenza sia il momento più bello della vita, ma si dice anche che sia il più misterioso perché in un attimo ti senti in paradiso e subito dopo ti senti all’inferno...
L’adolescenza è un’età misteriosa ma è anche un periodo in
cui s’inizia a crescere, sia fuori che dentro, ed è in questa fase che si prendono quelle decisioni che saranno fondamentali per la vita.
Una scelta difficile che si affronta a questa età è lo scegliere le persone che si vogliono accanto, a parte la famiglia, di
cui ci si può fidare senza batter ciglio, di cui si può contare
sempre e soprattutto di cui si è pienamente sicuri che non ti
pugnaleranno alle spalle per nessun motivo al mondo.
Non si può avere l’assoluta certezza, ma forse si ha bisogno
di crederci, di ritenere di non essersi fidati della persona sbagliata fin da quando si è bambini, e che invece all’improvviso ci si rende conto che è stata solo un’illusione e che con il
tempo tutti cambiano e, se anche non si è consapevoli al cento per cento, siamo cambiati anche noi stessi.
Dall’istante in cui cambiai scuola, la mia vita prese una piega diversa. Mi sentivo sempre fuori luogo in ogni situazione... la colpa era dell’adolescenza? Non lo so, ma dovevo cercare di superare quei momenti.
Sapevo che il passaggio dalla scuola media al liceo avrebbe comportato dei cambiamenti, ma non avevo idea di quali
sarebbero stati.
Era l’anno 2007 quando entrai per la prima volta nella nuova classe; all’inizio mi sentivo come un’estranea, e non riuscivo a capire il perché di quella strana sensazione, poiché
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non ero mai sola, ma ero sempre circondata da coetanei.
La cosa che mi colpì maggiormente fu che nella nuova scuola non eravamo più gli stessi, eravamo cresciuti e avevamo
nuovi, e diversi per ognuno, obiettivi da raggiungere.
Prima tutto si basava solo sul gioco, adesso le cose erano
cambiate. Non eravamo più bambini, come ancora nel cuor
loro sostenevano i nostri genitori, ma eravamo passati definitivamente a una nuova fase: l’adolescenza e alle sue caratteristiche.
Ci avevano avvertito che per alcuni sarebbe stato facile e
per altri più complicato, ma fino a quando non lo avremmo
provato personalmente, non ci avremmo creduto.
L’obiettivo principale per la maggior parte delle ragazze
adolescenti, fortunatamente non di tutte, era mostrare il proprio corpo e sbaciucchiarsi dalla mattina alla sera con un ragazzo più grande. Tipico comportamento delle cheerleader,
viste comunemente nei film. E naturalmente ai ragazzi non
dispiaceva questo, d’altronde come poterli biasimare?
Per fortuna, al mondo non siamo tutti uguali.
C’erano anche le ragazze serie, quelle che credevano nella
loro storia con il fidanzato o chi ancora ne era alla ricerca, ma
sentendosi se stesse e non prendendo esempio dai film.
Io ero considerata fuori dal loro giro. Non ero una cheerleader, non ero alla ricerca di ragazzi da ammaliare e per questo,
da alcuni, venivo considerata strana.
Una ragazza semplice, ecco come sono io, interessata a dare sfogo alle mie passioni, ho dei sogni che voglio realizzare, ma sono realista tanto quanto basta per non illudermi.
Ho appena iniziato il liceo, una nuova esperienza, nuovi
compagni, nuovi insegnanti... tutto nuovo, eppure io mi sento sempre la stessa, tranne qualche cambiamento fisico dovuto all’età, e soprattutto non sono alla ricerca di avventure amorose, non adesso almeno.
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Tutti i mass media parlavano del periodo adolescenziale come una fase terribile e piena di comportamenti strani, per non
dire “sballati”, e ciò mi metteva paura, temevo che più passasse il tempo più sarei sprofondata nel tunnel di solitudine
ed estraneità.
Per fortuna questo non accadde.
Da subito mi resi conto che io e i miei nuovi compagni avevamo molte cose in comune, più di quanto immaginassi, e fu
un sollievo nel non essere considerata “anormale” dalle persone che avrei dovuto frequentare per cinque lunghi anni; in
fondo ci trovavamo tutti nella stessa barca e se volevamo cominciare bene la nuova avventura dovevamo buttarci alle spalle i ricordi dell’infanzia.
Presto mi sarei resa conto che avrei dovuto prestare attenzione non solo ai compagni della mia classe, ma anche a quelli di altre classi, e soprattutto che avrei dovuto guardarmi le
spalle da quella che avevo considerato la mia migliore amica
da sempre, Elena Marino, e che avrei fatto di tutto per aiutarla, anche quando non se lo sarebbe meritata.
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QUELLO CHE NON TI ASPETTI
Al liceo conobbi nuovi coetanei, la maggior parte de vecchi compagni avevano scelto una scuola superiore altrove, diventando pendolari. Io scelsi il Liceo delle Scienze Sociali del
mio paese.
Vivo ad Agira, in un piccolo paese siciliano, dall’apparenza tranquillo e che non mi ha mai creato problemi.
Uno dei miei sogni è di andar via da qui, niente di troppo
personale, ma se voglio realizzarmi devo cercare altrove delle opportunità che me lo consentono. Questo mi sarà possibile solo dopo il diploma. Per ora devo concentrarmi solo su
quello.
Da quell’anno, il sogno di lasciare il paese siciliano crebbe
ancora di più. Il motivo? Stefano Ferrari.
Stefano Ferrari era il bello della scuola, anzi del paese. Tutti lo volevano, ma nessuno lo aveva veramente.
Iniziò tutto nel mese di ottobre. Frequentavo il primo anno
di liceo. Era appena suonata la campanella quando un ragazzo mi consegnò un biglietto.
“MI CHIAMO STEFANO, SONO DELLA CLASSE ACCANTO, SEI CARINA E MI PIACEREBBE CONOSCERTI MEGLIO. MI DARESTI UNA POSSIBILITÀ?”
Guardai il ragazzo davanti a me, pensando che fosse lui stesso il mittente. Solo dopo mi accorsi che in realtà lui era un
amico del tizio. Mi guardò un istante e poi se n’è andò, senza ricevere alcuna risposta da parte mia.
Anche se la scuola aveva sede nel mio paese, non conoscevo molti studenti del posto così, ingenuamente, per conoscere
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nuova gente, decisi di accettare l’invito.
All’uscita di scuola, vidi il ragazzo del biglietto insieme ad
altri. Uno di loro appena mi vide, sicuramente si trattava di
Stefano, mi osservò per un minuto che sembrava interminabile. Tutta la scuola parlava di lui e, il fatto di aver sentito dei
commenti sul suo conto, mi permise di non avere alcun dubbio nel riconoscerlo. Il ragazzo che mi stava fissando era proprio Stefano Ferrari.
Stefano aveva diciotto anni e frequentava il quarto anno. Era
biondo dagli occhi azzurri, alto e magro. In quel periodo c’erano molte ragazze, anche più grandi di lui, che ne erano attratte.
Non potevo negare che non fosse carino, ma non mi attraeva particolarmente.
Il suo invito a conoscermi era un po’ strano, la scuola era
iniziata da neanche un mese, e girava voce che lui avesse interesse nei miei confronti già da un pezzo.
Nel pomeriggio, mentre facevo i compiti, sentii squillare il
mio telefono, era un suo messaggio, sebbene io non gli avessi
dato il numero. M’invitava sabato sera a mangiare una pizza.
Quel giorno, ero senza credito così gli feci solo uno squillo, in modo che capisse di aver ricevuto il messaggio, ma che
non potevo rispondergli.
L’indomani passai in edicola per comprare una ricarica.
Quando si fecero le otto in punto mi avviai a scuola.
Elena mi stava aspettando all’ingresso. Non persi molto tempo e le raccontai tutto, era la mia migliore amica ed io avevo
bisogno di parlare con qualcuno dell’improvviso interesse di
quel ragazzo nei miei confronti.
Era scettica, aveva uno sguardo come a dirmi “Stai scherzando?”, e aveva ragione, se fossi stata al suo posto, anch’io
avrei reagito nella stessa maniera.
Nessuno prima d’ora si era fatto avanti in quel modo con me,
non perché fossi brutta, anzi, ma perché non li “incoraggiavo”
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come mi diceva Elena, e lei in questo era esperta.
O probabilmente non le andava a genio perché l’unico a mostrarmi interesse fosse proprio Stefano, il ragazzo più popolare della scuola e di cui, forse, ne era attratta anche lei.
Ho conosciuto Elena all’asilo. Col tempo imparai a conoscere ogni suo pregio e ogni suo difetto. Era una ragazza particolare, con le caratteristiche tipiche mediterranee: castana e
occhi verdi. Mi voleva bene, forse come io ne volevo a lei,
ma non era molto brava a dimostrare i suoi sentimenti. Era
molto vanitosa e, anche se lei non lo ammetteva, e mai lo
avrebbe fatto, le piaceva mettersi in mostra. Si comportava in
modo superiore con tutti, ma quando voleva sapeva essere
un’amica, era brava ad ascoltarti, a darti consigli e aiutarti,
ma riservava queste caratteristiche positive solo a pochissime
persone, e, nonostante la gente le attribuisse tanti pregiudizi,
io le volevo bene.
Vista la sua incredulità, le mostrai il messaggio.
«Wow! È il tuo primo “vero” appuntamento. Che cosa pensi di fare?».
«Non lo so!» Ero un po’ imbarazzata da quella situazione e
non sapevo cosa fare.
«Forse potremmo programmare un appuntamento a quattro, che ne dici?».
«Ma io sono single...»
«Beh, potremmo suggerirgli di portare un amico». Sentendo quella frase gli occhi le si illuminarono.
La campanella nel frattempo era suonata, così ci avviammo
in classe.
Appoggiato alla finestra, nel corridoio, c’era Stefano.
«Ciao, Anna». Mi salutò. Feci un bel sospiro e ricambiai il
saluto.
«Ciao! Come stai?».
«Bene e tu?».
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«Bene. Volevo chiederti scusa per ieri pomeriggio, ma ero
senza credito e non potevo rispondere al tuo messaggio...»
Notai con la coda dell’occhio che Elena non perdeva occasioni di guardare come una gatta quel ragazzo, anche se, sorprendendomi, lui non le mostrò alcuna attenzione, ma guardò me,
mi sorrise.
«Non ti preoccupare, capita anche a me di restare molte volte senza credito e di non aver la possibilità rispondere ai messaggi, comunque potresti darmi una risposta ora...». Si capiva che stava morendo dalla voglia di conoscere la risposta e
di allontanarsi più in fretta possibile da quella situazione.
«Certo, per me non c’è alcun problema ad andare a mangiare una pizza, ma vorrei chiederti un favore». Mostrò un sorriso che mi fece venire i brividi, ma non fui sicura che fossero di piacere.
«Sono contento che tu abbia accettato, ma dimmi se hai bisogno di qualcosa sarei felice di aiutarti».
«Beh, ecco...» gli presentai Elena, come se già non la conoscesse «vedi questa è la mia amica Elena, la scorsa settimana
avevamo programmato di andare in pizzeria, ora non me la
sentirei di lasciarla sola... mi chiedevo se, per caso, tu avessi
un amico da poter invitare e fare così un’uscita a quattro».
Finalmente l’avevo detto, sebbene raccontando più bugie
che verità perché non era vero che io ed Elena avevamo programmato per quella serata. Ebbi la sensazione che lui si aspettasse una richiesta del genere, ma cacciai via quel presentimento, non poteva essere così.
«Certo, potrei chiedere al mio amico Carlo di farci compagnia così nessuno resterà solo».
Mentre pronunciò quella frase vidi come guardò Elena, uno
sguardo che mai avevo visto prima, ma non sapevo che tipo
di sguardo realmente fosse.
«Ehm, grazie, sei molto gentile...». Disse Elena.
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La campana interruppe quella conversazione e quegli sguardi misteriosi tra i due.
Io fui la prima ad entrare in classe, così lo salutai e mi diressi al mio posto. Sapevo che loro erano ancora davanti alla
finestra che chiacchieravano allegramente, anche se non sapevo cosa esattamente si stessero dicendo.
Quando arrivò l’insegnante, tutti entrarono in classe.
Per tutta la mattina Elena non mi rivolse la parola, nonostante le avessi dato l’occasione di venire con me e Stefano.
Durante l’intervallo rimasi in classe. Non volevo uscire e
trovarmi di nuovo nella situazione che avevo vissuto poche
ore prima. Ero seduta al mio posto quando Michele, un ragazzo di un’altra classe, conosciuto solo di fama, venne a rivolgermi la parola.
«Ciao, so che non ci conosciamo e che non sono affari miei,
ma voglio metterti in guardia: stai attenta ad Elena perché non
è l’amica che tu credi».
Non mi diede il tempo di rispondere che uscì dalla classe.
Non avevo colto il senso delle sue parole fino a quando non
uscii anch’io. Elena era con lui. Stavano chiacchierando allegramente come se fossero amici da un sacco di tempo. Ecco
cosa voleva dirmi quel ragazzo: stai attenta a fidarti, quella è
capace di tutto, persino ferirti.
Appena mi videro, io mi girai e rientrai in classe. La campana mi salvò per la seconda volta.
Eravamo nell’ora di storia, ma la mia testa non era per niente in classe in quel momento, ma su quei due.
Che cosa voleva dirmi esattamente quel Michele? Elena voleva ferirmi? E perché?
All’improvviso alzai la mano e chiesi all’insegnante di andare in bagno. Dovevo assolutamente cambiare aria, mi sentivo gli occhi di tutti addosso. Non mi sentivo a mio agio, così uscii. Non riuscivo a capire come mai avessi uno strano
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