Passi del romanzo - Liceo “Grigoletti”

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Passi del romanzo - Liceo “Grigoletti”
Valerio Massimo Manfredi, Teutoburgo, Mondadori
Presentazione a cura della prof. Stefania Savocco
“La giustizia germanica era semplice. Qualora vi fosse una contesa fra due guerrieri o maggiorenti aveva
luogo un combattimento. Il perdente aveva torto, il vincitore aveva ragione. Era facoltà di chi soccombeva
arrendersi e riconoscere il diritto dell’avversario. Il coraggio e il valore erano alla base di questa legge non
scritta e la soluzione dei problemi era fra due persone. Varo applicava la legge romana ignorando gli usi e i
costumi dei Germani e la applicava in un modo inflessibile che umiliava chi doveva subire il giudizio” (pg.
260)
« [...] il piano procedeva come stabilito. [Arminio e i suoi Germani scortarono Varo] [...] e dopo aver
ottenuto il permesso di fermarsi ad organizzare le forze alleate per poi andargli in aiuto, presero il comando
delle truppe [quelle nascoste nella selva di Teutoburgo], le quali erano già pronte sul luogo stabilito [per
l'agguato] [...] dopo di ciò le singole tribù uccisero i soldati che erano stati lasciati a presidio dei loro territori
[...] e poi assalirono Varo che si trovava nel mezzo di una foresta da cui era difficile uscire [...] e là [...] si
rivelarono nemici [...] » Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 19
“Arrivò prima il vento che piegava le chiome delle querce e dei faggi. Subito dopo, una pioggia torrenziale si
abbatté sugli uomini stanchi. La folgore schiantò una quercia secolare e un ramo enorme cadde di traverso
sul sentiero ferendo non pochi uomini, azzoppandone altri e facendone altrettanti intralci per la marcia. Li
deposero su uno dei carri dove forse un chirurgo avrebbe potuto intervenire per salvarli. Le condizioni erano
ormai impossibili per la marcia, i carri e gli animali da traino intralciavano continuamente il cammino, la
pioggia torrenziale rendeva scivoloso il terreno inducendo nei soldati un senso di profondo scoramento, quasi
una rassegnazione alla sconfitta prima ancora che iniziasse la battaglia.
Lo stillicidio di perdite aumentava quasi a ogni passo, i guerrieri germani si trovavano a loro agio nel fitto
della boscaglia, invisibili, mobilissimi, leggeri; colpivano fulminei e si ritiravano per andare ad appostarsi
oltre. L’impossibilità di difendersi faceva sentire i soldati romani come bersagli immobili di un cacciatore
micidiale e spietato. E il martello di Thor non cessava di far tremare l’aria e la terra del suo cupo boato.” (pg.
285)
Scorreva tra i Romani e i Cherusci il fiume Visurgi.
Si fermò sulle rive Arminio con altri capi e domandò se Cesare Germanico fosse giunto.
Alla risposta affermativa, chiese di poter parlare col fratello.
Costui militava nell'esercito col nome di Flavo, soldato di straordinaria fedeltà e privo di un occhio, perduto,
in seguito a ferita, pochi anni prima, sotto il comando di Tiberio.
Dopo l'autorizzazione al colloquio del comandante, Stertinio lo accompagnò alla riva e, fattosi avanti Flavo,
viene salutato da Arminio, il quale, allontanata la sua scorta, chiede il ritiro dei nostri arcieri, schierati lungo
la riva. Dopo il loro arretramento, chiede al fratello l'origine di quello sfregio al volto.
Gli illustra quest'ultimo il luogo e la battaglia; e allora vuol sapere quale compenso ne abbia avuto.
Flavo rammenta lo stipendio accresciuto, la collana, la corona e gli altri doni militari, tra il dileggio di
Arminio per quegli insignificanti compensi alla sua servitù.
Tacito, Annales II, 9
“Le due armate si fronteggiavano sulle due rive del Visirgis: sulla sponda destra i Germani, su quella sinistra
i Romani. Arminius e alcuni capi si trovarono sulla sponda destra per osservare i movimenti delle truppe
nemiche. A un certo momento, vedendo un gruppo di ufficiali romani passare lungo la sponda, gridò in
latino: “e’ vero che il comandante è al campo?” “E’ verissimo!” rispose uno dei tribuni. “Vorrei chiedergli se
può concedere un colloquio a me e a mio fratello, che mi dicono essere anche lui al campo e che voi
chiamate Flavus.” […]
“Ma cosa hai fatto a quell’occhio? Ecco perché non ti ho riconosciuto a Teutoburgo sotto la maschera.”
“Lascia stare Teutoburgo!” rispose Flavus a muso duro.
“Come hai perso quell’occhio?”
“In battaglia, durante la campagna del comandante Tiberio.”
“E cosa ci hai guadagnato?”
“Sono fatti miei. L’occhio è mio. Non ho perso il tuo.”
“Non sei cambiato. Sempre irascibile.”
“E’ per dirmi questo che mi hai voluto vedere?”
“No. Ma pensavo si potesse ragionare! Eravamo fratelli una volta … E’ per portarti un messaggio di nostra
madre …”
Flavus non disse nulla.
“Ti manda a dire di attraversare questo fiume e passare dalla nostra parte, che è anche la tua. Quella del tuo
popolo e della tua terra! Non puoi tradirci, non puoi essere un servo dei Romani!”
“Io non sono servo di nessuno! Ho dato la mia parola e l’ho mantenuta, come fanno loro: Germanico ha
promesso che avrebbe trattato umanamente tua moglie e tuo figlio e ha mantenuto la parola. Tu hai
accettato la cittadinanza romana, il rango di cavaliere, hai indossato la toga e poi hai tradito. Tu hai tradito,
capisci? Non io! Lo sai quanti amici miei sono morti a Teutoburgo? Amici che mi avevano salvato la vita
tante volte in battaglia: tagliati a pezzi! E Tauro? L’hai ucciso tu, no? E Thiamino, e Privato? Ci portavano il
cibo in tavola, ricordi? Cosa gli avete fatto? Tagliato la lingua? Cavato gli occhi? E Varo? Hai mangiato il
suo pane, bevuto il suo vino, carpito la sua fiducia e poi gli hai tagliato la testa. Non sei mio fratello, sei un
bastardo! Io ho una parola sola, tu ne hai mille!” (pgg. 332-334)
“Armin e Flavus furono alloggiati a notte fatta in una casa sull’Aventino dove vivevano altri ragazzi che
venivano da lontano: dall’Africa e dalla Mauretania, dalla Britannia, dalla Cantabrica e dalla Cappadocia,
dalla Pannonia e dalla Mesia, nomi pronunciati da Tauro ma che non avevano significato per i due ragazzi.
Un liberto di nome Diodoro mostrò loro, sotto l’occhio vigile del centurione, una camera con due letti, un
catino d’acqua e due bicchieri di vetro. C’era anche una cassapanca dove avrebbero riposto e conservato i
loro abiti: “Piegati e ben sistemati” disse il liberto. “Quando li indosserete domani dovranno essere
impeccabili.” Poi, con una lanterna in mano, mostrò loro le latrine e il rubinetto dell’acqua per le abluzioni:
“Lavatevi ogni volta che usate le latrine e pettinatevi i capelli. Non voglio abitudini barbariche come i capelli
lunghi”, e guardò i due ragazzi. “Quanto alle vostre vesti, ne riceverete di adatte non appena il sarto vi avrà
preso le misure”. Uscirono su un corridoio colonnato che dava sul giardino posteriore. “Almeno una volta al
giorno lavatevi i denti e sciacquatevi accuratamente la bocca. Lavatevi le mani dopo i pasti così evitate di
macchiare i vestiti. In camera troverete un po’ di cena. La zuppa si mangia con il cucchiaio, non sorbendo
rumorosamente dalla scodella come fanno le bestie.” Li accompagnò nella loro camera. “Quelli” indicò i
bicchieri “sono di vetro e costano più di voi. Cercate di non romperli. Nessuno può uscire se non è
accompagnato dal tutore. Nessuno può rientrare dopo il tramonto. Quello che vedete là sulla parete
settentrionale del portico è un orologio. Imparerete a leggerlo per sapere che ora è. Chi viola le regole sarà
punito in modo esemplare, alla presenza degli altri ospiti di questo luogo. Avete capito bene quello che vi ho
detto?” Flavus e Armin si guardarono in faccia come per sondare ciascuno il livello di comprensione
dell’altro. “Non importa” aggiunse Diodoro come avesse letto nei loro sguardi. “Vi spiegherò tutto io stesso,
vi insegnerò a parlare latino invece che abbaiare come fanno i barbari.” “Perché quando dice “barbari”
guarda sempre noi?” domandò sottovoce Flavus”. (pgg. 72 -73)