P - Missioni Consolata

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P - Missioni Consolata
Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abb. postale "Regime R.O.C." - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, NO/TORINO
EDITORIALE
Ai lettori
di Gigi Anataloni
LUCE NELLE TENEBRE
icordo una veglia pasquale di tanti anni fa, 1991, a Maralal: ci fu un black out totale proprio
pochi minuti prima dell’inizio. Buio completo. Alla luce di candele quella è stata una delle veglie più suggestive che abbia mai celebrato. Un ricordo tira l’altro. Febbraio 1983, prima domenica di quaresima. Accompagno il compianto padre Oscar Goapper a celebrare il primo
passo dell’iniziazione cristiana dei catecumeni in un villaggio di Neisu, dove allora stava sorgendo la
missione che oggi vanta il miglior ospedale dell’Alto Huele, Nord-Est del Congo RD, allora Zaire. È
buio presto all’equatore, uniche luci, le stelle. La celebrazione comincia attorno al fuoco e poi, pian
piano, come per magia, la notte si illumina: una, dieci, centinaia di candele si accendono. Salgo su un
termitaio per essere sopra quelle piccole luci che danzano nella notte. Stelle cadute dal cielo, gocce
di gioia e pace, isola di luce nell’oscurità della foresta. Ma torno al ricordo di Maralal. Dal fuoco nuovo viene acceso il cero pasquale. Entrare in chiesa al buio non è un problema per la maggior parte dei
presenti, abituati a vivere senza elettricità. Entra la Luce, «Mwanga wa Kristu!» (la luce di Cristo) canto. Piccola luce di un cero, ma grande luce di Cristo, che tutti illumina.
Il cero pasquale, icona di Cristo, icona della missione della Chiesa. Mi affascina che in questo nostro
tempo di lampade sempre più potenti, di luci che illuminano a giorno, si continui a usare questo segno debole che è il cero pasquale. Una luce piccola e fragile che però ha dentro una forza dirompente: condivisa, può illuminare il mondo e incendiare la terra. Per vederla devi essere al buio. Per lasciarti illuminare devi avvicinarti. Per sentirne il calore devi ridurre le distanze. Per accenderti devi lasciarti toccare. E toccato ti infiammi. Infiammato, ti consumi. Consumandoti, doni luce, accendi
speranze, scacci il buio e le sue paure, fai vedere il bello, comunichi gioia.
R
a sembra che oggi si abbia paura a guardare questa luce che ti fa vedere dentro, che ti obbliga a incontrare te stesso e gli altri. Altre luci ammaliano, attirano e accecano. Denaro, divertimento, sesso, droga, potere. Luci che falsano i colori e rendono normale, accettabile,
giustificato quello che non lo è: dalla corruzione al rave, dal sesso a tredici anni alla volgarità esibita in Tv, dalla coda per uno smartphone alla protesta contro i rifugiati, dall’evasione alla satira senza rispetto per niente e nessuno, dall’aborto all’eutanasia, dall’indottrinamento gender allo
sfruttamento dei precari e stranieri sottopagati e schiavizzati, ... Anche il fanatismo ideologico alla
maniera dell’Isis è una delle luci che accecano tanti. Dico fanatismo ideologico e non religioso, perché il dio dell’Isis non è Dio, ma un mostro, una aberrazione dell’orgoglio umano che si è costruito un
dio a misura della sua superbia. Una luce violenta che esplode ogni tanto lungo la storia dell’umanità,
con nomi diversi, ma sempre gli stessi frutti di morte e distruzione.
Niente di nuovo in quanto sto scrivendo. Ma è anche vero che noi abbiamo la memoria corta e abbiamo bisogno di rinfrescarci le idee. Quante volte abbiamo sentito nella nostra vita il racconto della
passione, morte e risurrezione di Gesù? Eppure ogni anno abbiamo bisogno di ridircelo, non solo per
ricordare ma per rivivere. Per rispondere alla domanda «C’eri tu alla croce di Gesù?», «Sì, ci sono, oggi!». «Ci sono» alla sua morte e alla sua resurrezione, perché oggi la sua morte e resurrezione danno
senso alla mia vita. E quello che «vedo e tocco» oggi dell’amore di Dio per me, lo testimonio, lo canto, lo vivo. La luce debole del cero pasquale mi ricorda questo, fa riconoscere dentro di me che l’amore di Dio in Gesù non è qualcosa del passato, ma è un fatto che mi riguarda adesso, ogni adesso. E
accendendo la mia candela da quel cero, ne condivido sì la fragilità e debolezza, ma nello stesso tempo ne moltiplico la forza. Quello che ho veduto, quello che ho ascoltato, quello che ho toccato, quello
che ho sperimentato come amore gratuito e liberante, questo oggi annuncio e testimonio. E la tenebra è meno oscura, grazie alle innumerevoli piccole luci che si sono lasciate toccare dalla Luce di Cristo e come Lui si lasciano consumare per amore.
Buona Pasqua.
M
APRILE 2015 MC
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SOMMARIO
4 | APRILE 2015 | ANNO 117
3 AI LETTORI
LUCE NELLE TENEBRE
Il numero è stato chiuso in redazione il 9 marzo 2015.
La consegna alle poste di Torino è avvenuta
prima del 31 marzo 2015.
di Gigi Anataloni
5 DAI LETTORI
CARI MISSIONARI
(lettere a MC)
OSSIER
10
ARTICOLI
10 HAITI
BERRETTA ROSSA
PER IL POPOLO
di Marco Bello
17 ITALIA / SACROFANO 3
PUNTI DI NON RITORNO
17
33
REPORTAGE DALLA SICILIA
DELL’«EMERGENZA SBARCHI»
TERRA VIVA
DI PESCATORI E
MIGRANTI
di Antonio Rovelli
24 CONGO RD /1
DOVE VITA E MORTE
DANZANO
di Tommaso Degli Angeli
24
DI SILVIA ZACCARIA
CON CONTRIBUTO DI ENRICO
53 INDIA
DIVINAMENTE ACQUA
di Silvia C. Turrin
58 BOSNIA ERZEGOVINA
CUBETTI DI ZUCCHERO
RUBRICHE
08 CHIESA NEL MONDO
di Sabina Gardovic
61 STATI UNITI
SULLE SPONDE DEL GILA RIVER
di Riccardina Silvestri
63 MOZAMBICO
ADORABILE FACTOTUM
53
61
di Sergio Frassetto
30 LEGALITÀ E GIUSTIZIA
SCANDALO PRESCRIZIONE
di Gian Carlo Caselli
67 COOPERANDO
ROMA E I MIGRANTI /1
NOVITÀ!
di Paolo Deriu
79 LIBRARSI
PRENDI IL LIBRO E MANGIA
di Chiara Giovetti
72 LIBERTÀ RELIGIOSA /27
MA LE INTESE NON BASTANO
di Luca Lorusso
81 FRANCOCIELO
RUBRICA DI FILATELIA
RELIGIOSA
di Angelo Siro
CASALE
di Paolo Bertezzolo
IN COPERTINA:
Volto dell’India
(foto: Claudia Caramanti).
76 I PERDENTI /3
S. GIOVANNA D’ARCO
di Mario Bandera
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4
MC APRILE 2015
WWW. RIVISTAMISSIONICONSOLATA . IT
DAI LETTORI
Cari [email protected]
BUFALA
Sono un estimatore della
vostra rivista perché
tratta sovente articoli di
politica ed economia internazionale con grande
profondità ed originalità
(es. gli articoli sul mobile
money).
Per questo mi ha un po’
colpito che Angela Lano,
che stimo, si sia lasciata
ingannare da una bufala
che corre su internet da
quest’estate, secondo la
quale il proclamato califfo dello stato islamico
di Iraq e Siria, al-Baghdadi, è un agente del
Mossad figlio di genitori
ebrei (cfr. articolo sul numero di gennaio-febbraio).
La notizia, non firmata
ma probabilmente vergata dal direttore Gordon
Duff, è stata lanciata dal
sito neonazista Veterans
Today e ripresa in Italia
solo dal sito altrettanto
ultraconservatore Apostatisidiventa. Giova ricordare quanto sia attendibile il sito statunitense,
che nel settembre del
2012 ci informava che la
Marina Usa ci stava difendendo segretamente
da un attacco alieno. La
fantascienza è un argomento molto usato da
Gordon Duff, secondo cui
la cometa Ison era formata da un gruppo di navicelle spaziali (settembre 2013); d’altronde per
sua stessa ammissione,
il 40% di quanto pubblica
sulla sua rivista è falso.
Un saluto
Paolo Macina
Torino, 24/01/2015
Il riferimento all’ipotesi di
al-Baghdadi come agente
del Mossad è stato fatto
nell’ambito delle tante e
diverse teorie - in una lettura attenta lo si evince
bene -, e dunque non mi
sono fatta ingannare da
nessuno. Come studiosa e
giornalista ho il dovere di
citare tutte le teorie e fonti. Infatti, tra le fonti non
c’è solo Veterans Today,
ma anche altri due siti come citato nella nota n. 10.
Angela Lano
05/02/2015
NONCHALANCE
Gent.mo Direttore,
sono un abbonato da anni della rivista Missioni
Consolata; ho ritrovato
solo oggi la copia del dicembre 2013 che avevo
tenuto «troppo» da parte
per scriverle, cosa che
faccio solo ora, in merito
alla sua risposta alla lettera «Scriveteci» pubblicata a pag. 5.
Il punto interessato, a
circa metà pagina di colonna 4, recitava così:
«Che poi ci siano dei
missionari che abbiano
amato una donna, generando anche dei figli, non
dovrebbe stupire nessuno, eccetto coloro che li
ritengono degli automi
programmati e non degli
uomini in carne e ossa».
Ebbene, io mi ritengo
proprio tra coloro che invece si sono stupiti leggendo questa sua parte
di risposta, non ovviamente (riguardo) all’amare una donna, ma al
generare dei figli. Ma ciò
che più ancora mi ha
stupito, è la nonchalance
con cui è stato scritto,
quasi questa eventualità
fosse una normalità e una giustificazione più che
doverosamente da accettare. Per carità, non mi
permetterei assolutamente di giudicare nessuno, sono io il più peccatore di tutti, ma mi ha
lasciato molto perplesso
quanto ho letto.
Grato comunque per il
lavoro che fanno i missionari nel mondo e per
il suo/vostro lavoro redazionale, porgo distinti saluti.
Elio Gatti
Trinità CN, 03/02/2015
No, da parte mia non c’era
giustificazione, ma solo
comprensione di una
realtà umana molto complessa. In quasi quaranta
anni di vita missionaria,
ho visto più di uno dei miei
amici - persone anche migliori di me - lasciare il
sacerdozio e la missione
per amore di una donna o
per senso di responsabilità verso il figlio da loro
concepito. Sono sempre
state storie di sofferenza
e lacrime, vissute spesso
in solitudine. Solitudine
oggettiva, quella fisica data da ambienti geograficamente e culturalmente isolati dal mondo, e quella
spirituale, causata dalla
lontananza dagli amici e
dal dito accusatore di confratelli poco fratelli. In
certi casi c’è stata della
leggerezza, in altri solo
un momento di debolezza,
spesso riscattato dalla
scelta responsabile di dare un padre al nascituro
rifiutando soluzioni che
sarebbero state più semplici in accordo con le tradizioni locali.
è stato redatto ben prima
dei noti fatti di sangue)
rispetto alla valanga di
tante altre opinioni espresse in questo mese
di gennaio nella stampa
francese.
Per queste ragioni vi
chiediamo l’autorizzazione per pubblicarlo. Contando sulla vostra simpatia, vi ringraziamo anticipatamente. Cordiali
saluti,
Carmine Casarin
Bruxelles, 29/01/2015
CIBO E VIOLENZA
Abbiamo iniziato lunedì 9
febbraio 2015, a leggere
nella celebrazione della
messa il libro della Genesi. Il passo di oggi descrive il quinto, sesto e
settimo giorno della
creazione (Gn 1,20-2,4a).
Secondo il primo libro
della Bibbia il cibo dell’uomo è esclusivamente
vegetale (cfr. Gn 1,29);
così pure per gli animali
(cfr. Gn 1,30). Dopo il diluvio ci fu la concessione
del cibo carneo a esclusione del sangue animale, poiché il sangue è
simbolo di vita. Gli animali si dividono in: carniSignor Direttore,
vori - onnivori - erbivori abito a Bruxelles, in Bel- scimmie antropoidi.
gio, e collaboro gratuita- L’uomo non rientra fisiomente con una rivista
logicamente e anatomifrancese di dibattito eccamente nei primi tre
clesiale, «Golias», con
grandi insiemi. Egli è assede a Lione (http://gosai simile alle scimmie
lias-editions.fr). Il diret- antropoidi il cui cibo elettore, Christian Terras,
tivo è: frutta - grani - setrova che il vostro artico- mi. Un comandamento
lo «Nessuna compassio- del decalogo comanda di
ne per gli “infedeli”» è
«non uccidere»: nel testo
particolarmente illumiè riferito all’uomo. Ma se
nante per evitare discorsi «Dio è amore» (1Gv
all’ingrosso, soprattutto
4,8.16) come mai la viodopo gli attentati del 7 e
lenza dell’uccisione di un
9 gennaio a Parigi. Non
animale da parte di un
mancano evidentemente altro animale è permesstudi francesi sull’Islam, sa? La scrittrice Annama Golias ritiene che il
maria Manzoni, risponpunto di vista del vostro
dendo al mio interrogatiarticolo è abbastanza ovo, affermò categoricariginale (e in un certo
mente che nell’uomo c’è
senso profetico, visto che libertà (ovvero possibilità
IL DOSSIER
SULL’ISIS
APRILE 2015 MC
5
[email protected]
[email protected]
di scegliere), mentre l’animale non umano agisce per istinto. Ma rimango nell’interrogativo
del perché l’esistenza
della violenza. La mia risposta: «La vita è un mistero». Come sostiene il
teologo Luigi Lorenzetti,
non è indifferente la
scelta del cibo da parte
dell’essere umano: mangiare cibi vegetali è certamente meno violento
che consumare cibi frutto di prevaricazione. E gli
alimenti vegetali sono sicuramente portatori di
maggiore serenità: tanti
uomini illustri come il
Mahatma Ghandi sono
stati vegetariani e pacifici. La Bibbia non è certo
un libro di cucina o nutrizione: consumare un alimento o l’altro è frutto di
una scelta, che dovrà essere razionale e responsabile. Per non parlare
dell’abbigliamento: fa
freddo; è poi indispensabile coprirsi con pellicce
e montoni? E se il cane è
il miglior amico dell’uomo, gli altri animali possono essere uccisi senza
scrupoli?
Stefano Severoni
Roma, 10/02/2015
Grazie della sua condivisione con noi. Mi permetto di sottolineare solo due
punti.
La Bibbia è una raccolta di
libri molto diversi tra loro
che raccontano anzitutto
un’esperienza religiosa.
Se è vero che si trovano
frasi come quelle da lei citate a sostegno del vegetarianismo, è anche vero
che ce ne sono molte altre
che danno per scontato il
consumo di carne. Tutta
la struttura dei sacrifici,
dall’agnello pasquale agli
olocausti, presuppone che
i partecipanti al rito consumino carne. Come lei
giustamente sottolinea,
«la Bibbia non è certo un
libro di cucina o nutrizione». E nemmeno un libro
di sartoria. A proposito
delle pelli, posso dire di aver visto delle popolazioni
che le indossavano quoti-
6
MC APRILE 2015
dianamente. Era una
scelta di necessità causata dall’ambiente difficile,
dallo stile di vita e dall’isolamento. Oggi quella
stessa gente usa gli abiti
di pelle solo in occasioni
cerimoniali o folkloristiche, mentre normalmente veste abiti di stoffa
(magari usati), ormai venduti anche negli angoli più
remoti. Con gran beneficio dei denti delle loro
donne, che un tempo dovevano masticare le pelli
per conciarle.
Quanto alla violenza, la
Bibbia ci dice che è entrata nel mondo con il peccato. È il mistero della libertà. L’uomo sceglie di
fare a meno di Dio. Quando l’uomo (l’adam, uomo e
donna uniti) rifiuta Dio come baricentro delle sue
relazioni e pone se stesso
al centro, l’equilibrio delle
relazioni salta ed esplode
la violenza. Nel mondo riconciliato nella croce e
resurrezione di Gesù, la
violenza non dovrebbe aver più spazio. La comunità cristiana (popolo di
Dio, Chiesa) dovrebbe essere profezia di un mondo
riconciliato e in pace. Ecco
perché negli ordini monastici antichi fraternità e
pace, povertà e vegetarianismo, contemplazione e
obbedienza a Dio viaggiavano insieme.
PARROCCHIE
ACCORPATE
Con la presente Vi preghiamo voler annullare
invio della rivista alle seguenti parrocchie... (ben
quattro, ndr). Certi che
comprenderete nella
giusta luce quanto richiesto, porgiamo cordiali saluti
La segreteria (delle 4)
Parrocchie
email, 09/01/2015
Questa email non era per
la pubblicazione. Per questo ogni riferimento specifico è stato omesso. Ho
pensato di farla conoscere ai nostri lettori per
condividere alcune consi-
derazioni, poiché ci è
chiesto di comprendere
«nella giusta luce quanto
richiesto».
Ovviamente comprendo
benissimo la dura realtà
dell’accorpamento di parrocchie, risultato della
crisi in atto nella Chiesa italiana (ed europea) che si
trova con un clero in costante diminuzione e
sempre più anziano. È la
stessa crisi che sta decimando i missionari italiani nel mondo.
Ma mi è difficile capire
perché cancellare tutte le
quattro copie in questione. La mia illusione è che
una rivista mandata a una
parrocchia non debba essere solo per il sacerdote,
ma per i fedeli, per il
gruppo missionario, per
chi ha a cuore la missione
della Chiesa. Senza sacerdote, i laici di quella
comunità dovrebbero
sentirsi ancora più missionari e responsabili dell’annuncio del Vangelo. Una apertura alla missione
universale non dovrebbe
essere vista come un rubare forze all’impegno locale di evangelizzazione,
ma come un incoraggiamento.
L’interesse per la missione universale (quella detta ad gentes) non è un
furto di risorse, una fuga
dai problemi o una scusa
per non impegnarsi «qui e
ora». Da sempre la Chiesa sa di essere missionaria per sua natura e non
invia missionari solo perché è nell’abbondanza,
ma perché sa bene che se
non esce da se stessa
muore. La sua fede si
mantiene solo donandola,
condividendola nell’amore. Papa Francesco ci ricorda tutto questo con
grande forza. Niente di
nuovo. Lo ha già detto il
Concilio Vaticano II, cinquant’anni fa. E neanche
allora era una novità, solo
una realtà un po’ dimenticata.
FACCIA A FACCIA
Gent.mo Padre,
solo recentemente mi
sono accorto della sua
risposta alla mia lettera
apparsa sulla rivista di
novembre. Mi sono veramente commosso, perché non l’aspettavo più.
Attendevo una risposta
per corrispondenza. Nella sua risposta ho notato
una ripetizione nei riguardi di Dio. La prima è
quando dice: «Ha preparato i suoi figli all’incontro: faccia a faccia con
Dio». La seconda quando
dice: «Dal momento che
la morte è l’ingresso nella visione di Dio, faccia a
faccia».
Questi due passaggi io
non li condivido, perché:
Giovanni 5,37 recita: «Voi
non avete mai sentito la
Sua voce, né visto mai il
Suo volto».
Giovanni 1,18: «Nessuno
ha mai veduto Dio, l’unigenito figlio, che è nel
seno del Padre, egli
stesso (Cristo) ce lo ha
fatto conoscere».
Colossesi 1,15: «Egli
Conosci lo
sfogliabile di MC?
Scoprilo online su
www.rivistamissioniconsolata.it
Cari [email protected]
(Cristo) è l’immagine
dell’invisibile Dio».
Genesi 1,26 (nota in fondo pagina), «Dio non ha
corpo».
Complimenti per l’articolo «Una voce in meno»
rivista n. 11. Condivido
tutto quello che ha scritto. Complimenti. In chiesa vedo un vuoto dei giovani. Alla messa festiva,
ove presenziano circa
200 persone, mancano i
fedeli di età inferiore ai
30-40 anni e di conseguenza ci sono i bambini.
«È triste», le persone assistono alla Messa in
modo superficiale. Giunga a lei, a don Farinella e
ai suoi collaboratori, un
cordiale e sincero saluto.
Guido Dal Toso,
lettera da Somma Lombardo (VA), 23/01/2015
Caro Sig. Guido,
pubblico con piacere la
sua seconda lettera, scritta a mano in un bel corsivo che ormai si vede sempre più raramente. Mi
scusi se ho tagliato molte
delle cose che mi ha raccontato e non le ho risposto personalmente. Le
lettere che riceviamo sono normalmente considerate per queste pagine.
Riguardo al «faccia a faccia» è certamente un’espressione inadeguata
per esprimere un mistero, ma il bello della Sacra
Scrittura è che Dio ha
scelto di parlare agli uomini di sé usando il nostro
limitato linguaggio, pur
senza lasciarsi esaurire
dallo stesso. «Quando vedrò il tuo volto?», supplica
l’orante nel salmo 41.
Certamente con la morte,
non più limitati da questa
corporeità, potremo «vedere Dio faccia a faccia»,
godere cioè della sua conoscenza (amore) pieno,
totale e senza veli. È un
linguaggio umano, è vero,
ma noi non sappiamo esprimerci in altro modo.
Per questo Dio si è «abbassato» al nostro livello,
mandando il suo Figlio
prediletto per rivelarci il
suo vero volto di Amore.
CASELLI
Gentili Direttore e Collaboratori vari della bella
rivista MC,
da tanti anni la leggo - ora un po’ meno - con i
miei 80 anni. (Quello che)
desidero ancora è vedere
il carcere, incontrare i
detenuti e tutto quanto
compete. È diventato la
mia casa, la mia grande
famiglia, è un momento
di relazioni e incontri con
tanti detenuti e i loro cari, quando è possibile.
Vado due volte alla settimana per i colloqui personali con i detenuti ed
alle ore 16,00 per la
messa. Prego ed offro la
mia vita con tutti i miei limiti. Prego, ma soprattutto ci sono tante persone che pregano per me,
per il carcere di Cuneo.
Sono, siamo in comunicazione di amicizia con
cinque monasteri di
clausura e con le mie
consorelle e tante persone buone. L’anno scorso
ho incontrato circa 350
diverse persone, ho fatto
oltre 1.300 colloqui. Le
manderò una relazione
annuale e qualcosa di relativo a questo campo.
Preghi anche per me e
quanti incontro. Grazie.
Lascio una lettera per il
Procuratore Caselli
Giancarlo. Lo conosco da
16 anni, sempre per carcere e dintorni. Non ho
un recapito, ora che non
è più in Procura. Grazie
tanto.
Suor Elsa Caterina,
Cuneo, 08/01/2015
I DANNATI
DI ATENE,
gli eroi del Lussemburgo
e l’eroina di Berlino
Spero che il giudice Caselli scriva ancora tanti
articoli su MC perché
quello della legalità è un
concetto che va approfondito.
Per me che sono credente legalità significa innanzitutto rispetto della
legge naturale, quella
del Vangelo, quella della
Bibbia, quella della Chiesa, quella di Papa Francesco, ma siccome sono
anche italiano significa
anche rispetto della Costituzione della Repubblica Italiana.
Ora certe leggi, certe regole, certi patti, certi impegni, dai quali i nostri
governanti dicono di non
poter assolutamente derogare mal si conciliano
con la nostra Costituzione.
Non passa giorno che la
Commissione Europea
non minacci sanzioni
contro i paesi come l’Italia, non passa giorno che
i nostri politici non discutano di riforme, non passa giorno che non si parli
di spread con i bund tedeschi, di crescita, di rispetto dei parametri di
Maastricht, di Grecia sull’orlo del disastro. Dopo
la vittoria di Tsipras, dopo la sua decisione di
riassumere una parte di
coloro che erano stati licenziati, di ridare la tredicesima ai pensionati
che se l’erano vista sottrarre dalle riforme di
Samaras, di innalzare le
pensioni minime, il Presidente della Commissione Europea J.C.
Juncker, in perfetta sintonia con la signora
Merkel, Schaeuble,
Weidmann, Katainen &
C, ha subito minacciato:
«Tsipras ci rispetti, la
Grecia non può derogare
dagli impegni presi».
Neanche due mesi prima
però lo stesso Juncker,
che è stato Primo Ministro del Lussemburgo
per ben 18 anni, a chi gli
faceva notare che nel suo
paese le multinazionali
avevano pagato e continuavano a pagare solo
l’1% di tasse sui profitti
d’impresa rispondeva:
«Tutto regolare, tutto legale, non c’è evasione».
La domanda che faccio al
giudice Caselli è questa:
c’è una relazione tra il +
40% di mortalità infantile
e + 90% di suicidi in Grecia e l’1% di tasse sui
profitti dei nababbi in paradisi fiscali legali come
il Lussemburgo?
Arriverà un giorno in cui i
nostri giudici costituzionali riconosceranno l’incompatibilità di certe
leggi come quelle che
impongono il pagamento
di tasse sulla casa e su
tutti gli ambienti in cui si
vive onestamente, si lavora onestamente, si
produce ricchezza pulita
(materiale e non…), con
gli articoli 1 e 53 della
nostra Costituzione?
C’è una relazione tra le
immani difficoltà e le tremende vessazioni fiscali
che coloro che svolgono
lavori umili (lavoro dei
campi, lavoro casalingo,
lavoro mal retribuito, e,
checché ne dica Renzi, a
tutele decrescenti) e il
lavoro dorato a cui si sono abituati i cittadini del
Lussemburgo (dove 1 abitante su 19 è banchiere
o bancario)?
Come mai invece di parlare di riforme in generale gli eurovertici non dicono chiaro e tondo ai
governanti e ai magistrati greci di intervenire con
mano ferma nei riguardi
dei loro connazionali armatori? Come mai non
fanno nulla contro l’evasione fiscale degli armatori in generale che, sulle loro navi, grandi e piccole, anziché la bandiera
del proprio paese, fanno
sventolare quella liberiana e panamense?
Distinti saluti
Luciano Montenigri
Fano, 04/02/2015
La rubrica di Giancarlo
Caselli è appena cominciata e già suscita aspettative. Bello. In verità gli
abbiamo dato mano libera
nella scelta degli argomenti, pregandolo di non
chiudersi solo nelle problematiche italiane o europee, ma di avere a cuore
il mondo, soprattutto i poveri e le vittime dell’ingiustizia globale.
APRILE 2015 MC
7
La Chiesa nel mondo
a cura di Sergio Frassetto
EL SALVADOR
CHIESA
MONS. ROMERO MARTIRE
CONTRO LA TRATTA
i è svolta l’8 febbraio la prima
apa Francesco ha autorizzato
Giornata internazionale di preS
la promulgazione del decreto
P
ghiera e riflessione contro la tratriguardante il martirio del servo di
Dio Oscar Arnulfo Romero Galdamez, arcivescovo di San Salvador,
ucciso, in odio alla fede, il 24 marzo 1980. Con questo atto viene
spianata la strada per elevare agli
altari l’arcivescovo di San Salvador, che a causa del suo impegno
nel denunciare le violenze della
dittatura militare, da strenuo paladino dei poveri e degli oppressi,
fu assassinato sull’altare da un sicario di estrema destra mentre
celebrava la messa nella cappella
dell’ospedale della Divina Provvidenza. Da tempo è celebrato nei
paesi latino americani come San
Romero d’America, ma la causa di
beatificazione, iniziata nel 1997, è
stata a lungo ostacolata anche
perché il partito della sinistra ha
usato la bandiera di mons. Romero per sostenere la propria causa
politica. E questo ha provocato opposizioni e ritardi fino a che è arrivato papa Francesco che come latinoamericano conosce la mentalità del suo continente e ha
sbloccato il processo.
(Sir)
ta di persone, tema caro a Papa
Francesco, che sin dall’inizio del
suo pontificato ha più volte denunciato con forza il fenomeno.
L’iniziativa, promossa dalle Unioni
internazionali femminili e maschili dei superiori generali (Uisg
e Usg) è stata celebrata nella ricorrenza di santa Giuseppina
Bakhita, schiava sudanese, liberata e divenuta religiosa canossiana, canonizzata nel Duemila.
Intitolata «Accendi una luce contro la tratta», la giornata aveva lo
scopo di creare maggiore consapevolezza del fenomeno e riflettere sulla situazione globale di violenza e ingiustizia che colpisce
tante persone, che non hanno voce, non contano, non sono nessuno: sono semplicemente schiavi.
Al contempo provare a dare risposte a questa moderna forma di
tratta di esseri umani, attraverso
azioni concrete. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) e l’Ufficio delle Nazioni
Unite contro la droga e il crimine
(Unodc) circa 21 milioni di perso-
ne, spesso povere e vulnerabili,
sono vittime di tratta a scopo di
sfruttamento sessuale o lavoro
forzato, espianto di organi, accattonaggio forzato, servitù domestica, matrimonio forzato, adozione
illegale e altre forme di sfruttamento.
(Vatican Insider)
MESSICO
LA PATRONA
a 20 anni un gruppo di donne
denominato «la Patrona» asD
siste lungo i binari gli emigranti in
viaggio verso gli Stati Uniti. Guidate da Norma Romero Vázquez e da
sua madre, Leonila Vázquez, un
gruppo di 15 donne sta in piedi a
fianco dei binari del treno chiamato «La Bestia» ad Amatlán de los
Reyes, Veracruz, per offrire cibo e
acqua ai migranti che attraversano in treno questa regione in transito verso gli Stati Uniti. Per celebrare questi 20 anni di servizio volontario gratuito, si sono riuniti
attivisti e difensori dei diritti umani provenienti da tutto il paese.
Mons. Vera López, vescovo di Saltillo, che ha celebrato la Messa
lungo i binari, dove il gruppo svolge la sua attività umanitaria, ha
affermato che: «Dio vuole che tutti
possano mangiare tutti i giorni, e
queste donne lo sanno. Ecco perché quando i migranti passano da
qui, cercano di dar loro da mangiare. Il fatto di essere nato in un
posto dove le cose sono molto disastrate, non giustifica il rimanere
senza mangiare». Gli emigranti
che viaggiano sul treno «La bestia» sembra raggiungano le 20
mila unità ogni anno. Molti di loro
vengono derubati e addirittura sequestrati.
(Fides)
# El Salvador - Oscar Arnulfo Romero,
arcivescovo di San Salvador.
8
MC APRILE 2015
La Chiesa nel mondo
MALI
MISSIONE TIMBUCTU
l Natale è arrivato fino alla “Regina delle sabbie”, la mitica TimIbuctu,
nel cuore del Mali. Ci sono
pena. Per lui è una grande gioia
poter stare con quei cristiani che
nonostante tutto hanno conservato
la fede e mandato avanti le attività
della Chiesa locale».
(Vatican Insider)
VATICANO
PASTORALE URBANA
ncontrare Dio nel cuore della
città – Scenari dell’evangeliz«I
zazione per il terzo millennio»: e-
voluti due anni, dopo l’arrivo dei
primi militari francesi, perché anche i cristiani potessero celebrare
liberamente i loro riti senza rischiare di subire gli attacchi dei
fondamentalisti islamici. Timbuctu
fa parte della parrocchia di Gao, una città importante, con circa centomila abitanti, al nord del Mali, una parrocchia che si estende su un
territorio tre volte più grande dell’Italia, perdendosi a nord fra le
sabbie del deserto del Sahara. I
fondamentalisti hanno distrutto la
chiesa di Gao e saccheggiato quella di Timbuctu, ma i cristiani le
hanno ricostruite entrambe. Il
missionario impiega nove ore per
raggiungere Gao, e ci va solo a Natale e a Pasqua. Un viaggio pericoloso: si rischia sempre di imbattersi nei predoni, «ma ne vale la
ra questo il tema della 27ma Assemblea plenaria del Pontificio
Consiglio per i Laici, svoltasi a Roma dal 5 al 7 febbraio scorso. Secondo l’Onu nel 2050 più del 70%
della popolazione mondiale vivrà
nei centri urbani. Per la Chiesa si
tratta di un fenomeno ricco di potenzialità, ma anche una grande
sfida. La Plenaria, dunque, ha
guardato a questo complesso processo con gli occhi della fede, perché se, all’apparenza, la città moderna secolarizzata, paga del suo
benessere e delle sue conquiste
tecnologiche, sembra aver definitivamente messo Dio «in panchina» e derubricato la fede a mero
fatto privato, in realtà «nel cuore
di molti uomini e donne di città,
non si è mai sopita la ricerca di
senso, la sete di Dio». Lo sguardo
dei partecipanti all’Assemblea,
naturalmente, si è rivolto anche
alle numerose «periferie geografi-
che ed esistenziali che scuotono la
Chiesa e la spingono oggi più che
mai nella direzione di una conversione missionaria e pastorale, affinché diventi una Chiesa in uscita,
abitata da una salutare inquietudine per Dio e per l’uomo». Alla conclusione dell’assemblea, Papa
Francesco ha esortato i laici ad
essere «apostoli del quartiere» all’interno del tessuto urbano delle
città, dove spesso regnano indifferenza e anonimato.
(Radio Vaticana)
LAOS
ABUSO DI PROFESSIONE
inque pastori cristiani, leader
C
di altrettante comunità, sono
stati giudicati dal Tribunale di Savannakhet colpevoli dell’omicidio
di una donna cristiana di nome
Chansee, a cui erano andati a far
visita per darle conforto e per pregare, dato che era in punto di morte. I cinque cristiani hanno solo
pregato per la donna e non hanno
usato alcun farmaco. La sentenza
del tribunale, tuttavia, ha assimilato la preghiera per i malati ad
«abuso della professione medica». Da notare che la donna non è
morta mentre si trovava in loro
compagnia, ma dopo essere stata
condotta in ospedale e curata da
un medico autorizzato.
(Fides)
KENYA: CELEBRAZIONI MISSIONARIE
a Chiesa cattolica del Kenya si prepara a celebrare il 25mo anniversario della Pontificia società missionaria (Pms) nel Paese. Numerosi gli eventi in programma che si terranno nel corso dell’anno, curati dalla Commissione episcopale per le missioni. A livello nazionale, in particolare, sono da ricordare la beatificazione di Suor Irene Stefani, al secolo Aurelia
Jacoba Maria Mercedes, missionaria della Consolata, che avrà
luogo il 23 maggio a Nyeri, alla presenza del card. Angelo
Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi.
Sempre a maggio, è in programma la celebrazione dei 110 anni
dalla prima Conferenza di Muranga. Svoltosi nel marzo del
1904, l’incontro fu il primo di una serie annuale, nella quale i
missionari della Consolata analizzavano i problemi e cercavano di individuare le strategie migliori per annunciare il Vangelo nel mondo. In particolare, nella prima Conferenza vennero tracciate le linee guida fondamentali su alcuni temi: gli
strumenti migliori per l’apostolato, la scelta dei catechisti, le
scuole, le cure mediche, le visite ai villaggi e la formazione dell’ambiente.
(Radio Vaticana)
L
# Kenya - Suor Irene Stefani che sarà beatificata il 23 maggio a Nyeri.
APRILE 2015 MC
9
HAItI
© Af Ceh
di MARCO BELLO
da Port au Prince
CHIBLY LANGLOIS, INCONtrO CON IL prImO CArDINALe DeLLA StOrIA DI HAItI
BERRETTA ROSSA
PER IL POPOLO
Nato da una famiglia
umile di contadini del
Sud, la sua è una vocazione adulta.
Da subito impegnato
con i ragazzi più poveri. Si distingue dopo
il terremoto. Da oltre
un anno tenta una mediazione per risolvere
la crisi di Haiti.
10
MC APRILE 2015
m
onsignor Chibly Langlois è il primo cardinale della storia di
Haiti. Vescovo di Fort
Liberté nel Nord Est dal 2004 e poi
di Les Cayes, Sud, dal 2011, è anche presidente della Conferenza
episcopale haitiana (Ceh) dal dicembre dello stesso anno. Papa
Francesco lo nomina cardinale il
12 gennaio 2014, quarto anniversario del terremoto ad Haiti. È durante il concistoro del 22 febbraio
dello stesso anno che mons. Langlois riceve le insegne cardinalizie.
«Accolgo questa nomina come
una grazia per Haiti» dichiara in
una prima intervista all’agenzia
Alterpresse il giorno della nomina.
Tra i cardinali più giovani (56
anni), mons. Langlois è figlio di
contadini del comune La Vallée de
Jacmel, zona rurale e impervia nel
Sud Est di Haiti.
Uomo estremamente dinamico, si
è subito distinto dopo il terremoto
del 2010 per la ricostruzione morale e materiale del paese.
Ha assunto, inoltre, un importante ruolo di mediazione politica
nella grave crisi tra il presidente
della Repubblica, i partiti e altre
• Cardinale | Chiesa | Politica | Ricostruzione • MC ARTICOLI
© Marco Bello
Papa Francesco ha richiamato
l’attenzione su Haiti convocando
un incontro internazionale in Vaticano il 10 gennaio scorso. Quali
risultati ha portato?
«Abbiamo accolto con gioia l’organizzazione (da parte del Pontificio Consiglio Cor unum e della
Pontificia commissione per l’America Latina, ndr) di questo incontro. Ci attendevamo molto da
esso. A cinque anni dal terremoto
volevano sapere come è andata
la ricostruzione, e che speranze
abbiamo ad Haiti. Io sono soddisfatto di questo incontro, perché
ha avuto il risultato di incoraggiare le “chiese sorelle” e gli organismi che hanno l’abitudine di
dei risultati palpabili, concreti. Noi
della Conferenza episcopale e le
diverse istituzioni dobbiamo lavorare per materializzare quello che
il papa ha detto il 10 gennaio, così
gli organismi e i diversi partecipanti, devono lavorare in concerto con noi».
La chiesa cattolica ha giocato un
ruolo importante in questi cinque anni dopo il terremoto. Può
tracciare un bilancio?
«A livello di ricostruzione la priorità è stata data all’accompagnamento delle vittime. Ci sono stati
feriti, morti, famiglie molto colpite. Ci sono state conseguenze
non solo dal punto di vista fisico
ma anche psicologico, e sul piano
della fede. La chiesa ha accompagnato donne, uomini, bambini e
giovani a riprendersi. Accompagnamento psicologico, ma anche
materiale: alloggio, cibo, salute,
educazione. In tutte le diocesi.
Perché molte persone hanno lasciato Port-au-Prince per andare
© Af Ceh
parti sociali, tra fine 2013 e il
2014, promuovendo l’iniziativa di
riconciliazione nazionale «Insieme
per il bene di Haiti».
È attualmente membro del Potificio consiglio Giustizia e Pace e
della Pontificia commissione per
l’America Latina.
Molto disponibile, nonostante la
sua agenda sovraccarica, ha accettato di incontrare MC in esclusiva lo scorso 31 gennaio ad Haiti.
aiutare Haiti. C’è stata una risposta molto positiva e massiccia da
parte degli invitati a questo incontro.
La strada è stata tracciata dal
Papa stesso che ha insistito sul
fatto che l’essere umano è al centro dell’azione ecclesiale. L’evangelizzazione concerne gli uomini e
le donne, comprendendo l’ambiente e tutto quello che aiuta a
sviluppare le dimensioni dell’essere umano, e ne aiuta la realizzazione.
Il secondo punto verteva sulla comunione che ci deve essere tra
chiese sorelle e la chiesa locale e
pure tra le diverse istituzioni facenti parte della chiesa haitiana. Il
papa ha sottolineato che dobbiamo agire uniti, perché siamo
tutti membra di un corpo, e per
questo è importante la coordinazione delle azioni ecclesiali e l’unità tra i diversi attori sul terreno.
Nel terzo punto il papa ha sottolineato l’importanza della chiesa locale, perché è attraverso essa e le
sue istituzioni che la missione si fa
molto più tangibile. Ecco perché
occorre rinforzarla. E penso che
questo sia particolarmente importante ad Haiti perché abbiamo
una chiesa che si cerca ancora, nel
senso che sta cercando di rendere
solide le proprie basi per meglio
rispondere alle esigenze di evangelizzazione nel paese.
Questi tre punti orientano le
azioni da realizzare sul terreno, e
le relazioni con le chiese sorelle e
le diverse istituzioni. Per me è già
un buon risultato sapere che abbiamo queste indicazioni. Dobbiamo dunque lavorare per avere
# A sinistra: il cardinale Langlois
(primo a destra) con papa Francesco il giorno della «creazione».
# Sopra: ritratto del cardinale
Langlois.
# A fianco: montagne del comune La
Vallée de Jacmel, zona d’origine del
cardinale.
APRILE 2015 MC
11
HAITI
Anno 2015: elezioni necessarie per uscire dalla crisi infinita
I fantastici 9 per salvare il paese
l paese sta attraversando una grave crisi politico
- sociale. L’esecutivo del presidente Michel Martelly non è stato in grado di organizzare alcun
tipo di elezione, alcune delle quali, le amministrative, sono in ritardo di 4 anni. Scaduti i sindaci e i
consigli comunali, il presidente ha proceduto per nomine dirette dal ministero dell’Interno. L’ultima impasse, dell’ottobre 2014, è anche dovuta ad alcuni senatori che bloccano la modifica della legge elettorale.
Si è arrivati quindi, al 12 gennaio scorso, alla scadenza del mandato della camera dei deputati e di due
terzi dei senatori (ad Haiti il Senato si rinnova un
terzo ogni due anni, mentre la camera ogni 4 anni e il
presidente della Repubblica resta in carica 5 anni). Il
Parlamento è dunque tecnicamente «non funzionante» con solo 10 senatori attivi.
I
a crisi, che si trascina dal 2013, ha visto un
tentativo di mediazione importante da parte
della Conferenza episcopale haitiana. Solo a
fine 2014, il presidente Martelly, allarmato soprattutto dalla pressione delle manifestazioni di
strada, aveva iniziato a cedere su alcuni punti con
l’opposizione. A dicembre il primo ministro Laurent
Lamothe, fedelissimo di Martelly, aveva dato le dimissioni, per essere sostituito dall’oppositore Evans
© AFP/ Hector Retamal
L
12
MC APRILE 2015
Paul, politico di lungo corso, cresciuto nei movimenti
sociali. Ci si aspettava un grosso cambiamento di governo con l’ingresso massiccio dell’opposizione. In
realtà, Evans Paul ha cambiato solo una parte dei ministri, e qualcuno parla di «governo fotocopia».
Il primo ministro non ha fatto però in tempo a presentare la sua politica al Parlamento e avere la fiducia, perché questo è scaduto, e il suo è diventato un
«governo de facto».
Importante l’accordo, in extremis, dell’11 gennaio tra
il presidente Martelly e alcuni partiti d’opposizione. I
partiti più radicali non negoziano, piuttosto fomentano le folle e organizzano manifestazioni che chiedono le dimissioni del presidente. Si tratta di Fanmi
Lavalas, il partito di Jean-Bertrand Aristide, della
coalizione Mopod, e di Pitit Dessaline.
«L’accordo dell’11 gennaio ha fatto sì che il paese non
sia esploso, perché sarebbe stato possibile. Il presidente ha accettato di rifare completamente il Consiglio elettorale provvisorio (Cep)», ci dice Ricardo
Augustin, vice preside all’Università Notre-Dame
d’Haiti e già membro nell’équipe di mediazione politica condotta dalla Ceh nel 2014.
Il punto è cruciale: il Cep è l’organo che gestisce le
elezioni. Da quando è stato eletto, Martelly ha voluto
imporre la maggioranza dei propri uomini sui nove
MC ARTICOLI
membri che lo compongono. È la prima volta che
cede e accetta che il Cep sia fatto secondo i dettami
dell’articolo 289 della Costituzione: ovvero ogni
membro sarà espressione di un settore della società
civile, e non di partiti politici o dei tre poteri. È il
quinto Cep dell’era Martelly, ed è l’unico segno di
speranza nella crisi.
l 23 gennaio il nuovo Cep è entrato in funzione
con l’obiettivo di organizzare, entro l’anno, elezioni amministrative, politiche e presidenziali.
Ricardo Augustin ne fa parte in qualità di rappresentante scelto dalla Conferenza episcopale haitiana (Ceh). «Si può dire che è l’unica istituzione che
attualmente ha una certa legittimità» ricorda Augustin in un perfetto italiano. «Fino adesso non sento
sfiducia nei confronti del Cep, anche grazie al profilo
delle persone che lo compongono. I diversi settori dicono: vediamo i primi passi. Io, dopo la nomina, sono
stato subito chiamato da un politico dell’opposizione
radicale, mi ha fatto i complimenti».
Il nuovo Cep si è subito messo al lavoro. Occorre verificare i tempi tecnici e i mezzi economici e definire
un calendario elettorale. Le opzioni sono due: dividere le legislative dalle presidenziali, iniziando le elezioni a luglio per poi passare a ottobre, oppure indire
elezioni generali. «Abbiamo delle scadenze che ci
vincolano. La lista elettorale deve essere chiusa 90
giorni prima della data delle elezioni. Ma oggi almeno un terzo degli elettori ha la tessera scaduta.
Questa è un’altra preoccupazione su cui decidere» ricorda Augustin.
Il 10 febbraio il Cep propone un calendario elettorale con la
prima opzione, ma viene duramente criticato dai partiti politici.
«Adesso non c’è ag-
© Ricardo Augustin
I
gressività nei confronti del consiglio. Suppongo perché questo Cep è composto da tecnici e quindi non ci
sono interessi politici immediati. La sfida per noi è
riuscire a mantenere una coesione nel gruppo, fare sì
che le decisioni al nostro interno siano sempre democratiche, con votazione per ogni decisione: siamo 9 e
quindi si decide almeno in 5».
e manifestazioni dei gruppi più radicali, che
hanno spesso risvolti violenti, possono avere
una grande influenza su questo processo così
delicato: «Per noi l’obiettivo è anche creare un
clima che permetta la realizzazione delle elezioni. Se
continuano queste manifestazioni la situazione diventa critica. La questione è politica. Con questo
comportamento possono arrivare a bloccare tutto e
impedire le consultazioni. Ma se non si fanno, è peggio per tutti».
Marco Bello
L
# A sinistra: manifestazioni contro il presidente Martelly e
contro il governo lo scorso 7 febbraio a Port-au-Prince.
# A lato: il presidente Martelly, in carica da maggio 2011.
# Sopra: Ricardo Augustin, membro del Cep, rappresentante
della Conferenza episcopale haitiana.
APRILE 2015 MC
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14
MC APRILE 2015
© Marco Bello
nelle altre diocesi. Allora ci accordavamo su come accogliere questi profughi. Quindi la priorità è
stata data alla ricostruzione della
persona umana. Anche dal punto
di vista della fede.
C’è stato chi ha diffuso l’idea che
il terremoto sia stato voluto da
Dio per castigare Haiti. Noi abbiamo detto che è stata una catastrofe naturale. Dio ci ama e ci
aiuta e certo non ha voluto colpire gli haitiani. Abbiamo accompagnato dunque le persone affinché potessero riprendere coraggio.
In secondo luogo abbiamo dovuto
anche lavorare per la ricostruzione materiale. Abbiamo messo
in piedi delle istituzioni con le
chiese sorelle degli Usa, Germania, Francia, Repubblica Dominicana. Abbiamo potuto fare la nostra parte. Si va avanti lentamente, occorre costruire con tecniche anti sismiche e anti cicloniche, in modo diverso rispetto a
prima. Anche per questo è stato
necessario molto tempo.
Ma occorre anche che i fondi
siano gestiti in modo trasparente.
Per questo motivo abbiamo
creato un’équipe che aiutasse
nella gestione. Ricostruire bene e
gestire bene è necessario per restare in perfetta comunione con i
nostri partner, che da parte loro
devono rendere conto di quello
che fanno per Haiti.
Ultimamente abbiamo usato dei
fondi per la ricostruzione di
chiese, e questo costa caro oggi. A
Port-au-Prince la priorità è stata
data a chiese, canoniche, scuole,
conventi distrutti. Così anche a
Jacmel e a Nippes. Le chiese di
Grand Goave, Miragoane, una
chiesa a Pétion-Ville. E l’importante chiesa del Sacro Cuore a Pacot, in capitale. Abbiamo anche ricostruito alcune scuole a Port-auPrince con l’aiuto di Cor unum.
Sono dei passi che sono stati fatti,
ma ad Haiti noi vorremmo che si
andasse avanti molto più rapidamente. C’erano molte diocesi che
aspettavano aiuti anche prima del
terremoto, ma con l’evento si è
fermato il processo in corso per rispondere all’emergenza. C’è una
certa impazienza, ma occorrono
fondi, tecnica, buona gestione.
L’équipe della Ceh ha inventariato
i bisogni: sulla lista di 200 progetti, circa 130 non sono ancora
stati attivati».
Il paese attraversa oggi una grave
crisi politica, e c’è anche un contesto sociale esplosivo. La chiesa
cattolica sta giocando un ruolo
molto importante. Può spiegarcelo?
«Abbiamo assunto un ruolo di
mediazione e anche di accompagnamento. La chiesa ha sempre
accompagnato il popolo haitiano
nei momenti difficili. Per questo,
l’anno scorso abbiamo offerto il
nostro servizio per aiutare gli attori politici a dialogare. Abbiamo
organizzato degli incontri di la-
voro. Siamo riusciti a raggiungere
un accordo tra le parti che però,
purtroppo, non ha portato ai risultati desiderati. Ma ha aiutato la
gente ad andare avanti nel dialogo e nel cercare altre soluzioni.
Siamo arrivati a oggi. È vero che
c’è una situazione piuttosto esplosiva, ma finalmente non si possono evitare le elezioni, occorre
organizzarle (vedi box).
Ancora oggi la chiesa non è lontana da questa realtà ma continua
ad accompagnare nella misura
delle sue possibilità. Siamo sempre pronti ad aiutare gli attori a
dialogare. La situazione è piuttosto delicata, dobbiamo trovare il
modo di favorire la realizzazione
delle elezioni e avere delle persone elette dalla popolazione che
possano gestire il paese secondo
dei criteri democratici».
© Marco Bello
© Marco Bello
haItI
MC ARTICOLI
# A sinistra: le nuove tecnologie sono
arrivate anche nei luoghi più lontani.
# Sopra: scuola presbiterale di
Ma qualcuno potrebbe dire che
la chiesa non deve immischiarsi
nelle questioni politiche. Cosa risponderebbe?
«Bisogna evitare la confusione in
quelli che chiamiamo “affari politici”. C’è l’impegno in attività politiche, che riguarda persone attive
nei partiti e poi nella gestione di
beni e del potere. Noi non interveniamo a quel livello. Noi siamo
impegnati ad aiutare gli attori a
incontrarsi e a dialogare, per tro-
vare il cammino che possa portare
a gestire meglio il paese e a offrire
alla popolazione la possibilità di
una società più giusta, la pace e la
serenità per occuparsi delle loro
attività. Noi non siamo dunque
impegnati in modo attivo nella
politica. E quindi ci ritireremo e
continueremo il nostro lavoro di
evangelizzazione, con atti di carità
e con tutte le nostre istituzioni, le
parrocchie, le commissioni episcopali e parrocchiali, per accompagnare fedeli e popolazione».
E papa Francesco vi ha incoraggiati in questo ruolo di mediazione?
«Non abbiamo bisogno di una parola diretta del papa su questa
realtà per incoraggiarci. Di fatto il
papa ci incoraggia tramite la Commissione pontificia Giustizia e
Pace, di cui io faccio parte. Questo
significa che il papa accoglie favorevolmente l’accompagnamento
che diamo qui, perché è suo desiderio che la chiesa susciti la giustizia sociale, ovvero favorisca un
ambiente in cui le persone possano sentirsi fratelli, nella realtà,
© Marco Bello
Bocozelle, intitolata a padre Max
Dominique.
# A destra: un contadino nel duro lavoro
dei campi di riso.
# Sotto: la cattedrale di Jacmel, impraticabile dal terremoto.
senza vivere gli uni contro gli altri,
come se fossimo in guerra. Siamo
chiamati sviluppare una una cultura di giustizia e una cultura dell’amore e della carità. E qui la
chiesa ha il suo ruolo da giocare».
La mediazione sta continuando o
siamo in una fase di puro accompagnamento?
«In maniera esplicita, come abbiamo fatto prima (durante il
2014, ndr), la mediazione non
continua, ma con l’équipe che è
stata messa in piedi continuiamo
a riflettere per vedere quando e
come intervenire in modo tale da
migliorare la situazione. Facciamo
degli incontri per riflettere sulla
realtà e portare il nostro apporto
nella risoluzione della crisi».
Guardando la situazione di oggi,
con un governo non legittimato,
un Parlamento non funzionante e
un nuovo Consiglio elettorale
(vedi box), secondo lei cosa succederà? Che speranze ci sono?
«Siamo a un bivio per cui il governo non può non organizzare le
elezioni, perché altrimenti conoAPRILE 2015 MC
15
haiti
# A destra: papa Francesco parla a
mons. Langlois, dopo la sua «creazione» a cardinale.
© Af Ceh
sceremo una situazione ancora
peggiore. Per far questo ognuno
deve portare il suo contributo per
la costruzione di un contesto che
possa aiutare allo svolgimento
dello scrutinio. Se questo avvenisse è sicuro che si andrebbe
verso una normalizzazione della
situazione. È questo che speriamo
e dovrebbe essere il desiderio di
tutti. Volere che il paese ritrovi
una situazione di pace. Per questo
pensiamo che la maggioranza degli haitiani vuole le elezioni, per
cambiare i dirigenti a livello del
governo e avere della gente capace di gestire il paese secondo
criteri democratici attraverso istituzioni democratiche».
La comunità internazionale ha
sempre giocato un ruolo molto
forte in haiti. Come vede la sua
influenza nel contesto di oggi?
«Non possiamo funzionare in
modo isolato. Ai giorni nostri il
pianeta è interconnesso. Vuol dire
che abbiamo bisogno dell’apporto
della comunità internazionale per
arrivare all’organizzazione di
buone elezioni nel paese, avere
osservatori internazionali, un
aiuto finanziario, consigli per risolvere la crisi. Non possiamo tagliare le relazioni con la comunità
internazionale. Quindi è buona
cosa che ci accompagni, ma ben
inteso, non significa fare al nostro
posto, quanto piuttosto darci l’illuminazione affinché noi siamo in
grado di organizzare delle buone
elezioni e scegliere i politici idonei
per ben gestire il paese».
E cosa pensa delle organizzazioni
internazionali sbarcate in gran
quantità dopo il terremoto?
«Il papa ha appena detto che occorre rinforzare la chiesa locale:
16
MC APRILE 2015
qui c’è la Caritas Haiti e in ogni
diocesi c’è una Caritas diocesana.
Occorre dunque rinforzare queste
Caritas. Succede invece che vengono dati soldi ad organizzazioni
terze venute dall’estero. È importante che la Cei e Caritas Internationalis sostengano direttamente
la nostra Caritas.
Se il papa parla in questo modo è
per evitare che si moltiplichino in
eccesso gli interventi sul terreno,
a nome della chiesa. La chiesa locale deve assumere la sua responsabilità nei confronti della gente,
ma per questo ha bisogno dell’appoggio della comunità internazionale e delle istituzioni sorelle.
Sarebbe importante non frammentare i diversi interventi. È
quello che è successo dopo il terremoto: diverse Caritas sono arrivate ad Haiti e si sono installate.
Molte hanno aiutato la Caritas
Haiti, ma allo stesso tempo hanno
fatto i loro progetti. A volte c’è
stata duplicazione, a volte molti
soldi sono stati spesi in amministrazione o nell’acquisto di veicoli
e affitto di case. E questo ha fatto
sì che la popolazione alla quale
questi soldi erano destinati abbia
ricevuto solo una piccola parte di
essi. Ci lamentiamo molto di questa situazione in Haiti.
Se un’altra istituzione viene a lavorare ad Haiti deve farlo in cooperazione, in comunione con la
struttura locale, per dare anche
una visibilità alla chiesa locale.
Non escludiamo il partenariato».
a livello sociale vediamo un
grande scontento rispetto all’esecutivo attuale, perché forse la
gente sperava in qualcosa che
non è arrivato. E la crisi è peggiorata. Cosa bisognerebbe fare e
che programma ha la chiesa a livello sociale?
«A livello sociale la situazione è
molto tesa. Occorre dire che la
gente sta vivendo un momento
disastroso, nel senso che molte
famiglie vivono in povertà, manca
lo stretto necessario. Per questo è
una situazione davvero esplosiva.
Sarebbe importante che noi
chiesa riuscissimo ad accompagnare le nostre comunità per arrivare a una normalizzazione della
situazione sociale. Ma la chiesa ha
potuto dare l’accompagnamento
nei limiti delle sue capacità. Noi
chiesa haitiana viviamo la crisi del
nostro paese. Per questo sarà ancora necessario il supporto delle
chiese sorelle per aiutare la gente.
Ma chiese e istituzioni sorelle devono intervenire per fare in modo
che la chiesa haitiana faccia il lavoro di accompagnamento e di
evangelizzazione della popolazione. Gli haitiani conoscono la
loro chiesa e sanno che ha attualmente ha grossi problemi economici».
Marco Bello
ItALIA
di ANTONIO ROVELLI
© AfMC/ Gigi Anataloni
È calato il sipario sul
convegno di Sacrofano
(20-23 Novembre 2014)
e tutti siamo tornati a
casa, nelle rispettive
Chiese locali con il desiderio di poter iniziare
cammini ed esperienze
nuove. Probabilmente ci
stiamo ancora chiedendo cosa fare, da
dove iniziare e con chi.
Il convegno ha restituito
alcuni punti di non ritorno per vivere la Missione. Vale la pena di
sottolinearli, in un momento nel quale c’è chi
è tentato di rimetterli in
discussione e noi stessi
corriamo il rischio di
perderli di vista, non
considerandoli importanti.
In questa prospettiva
proviamo a fare alcune
considerazioni e proporre alcuni orientamenti per tenere vivo
l’interesse su Sacrofano
e incentivare la ricerca
di strade nuove. Per tenere vivo il «fuoco della
missione» che il convegno ha contribuito a
riaccendere.
IN MARGINe AL CONVeGNO
DI SACROFANO
PUNTI DI
NON RITORNO
SuI quALI RITORNARE CONtINuAMeNte
I
VANGeLO eD eVANGeLIZZAZIONe
l primo punto di non ritorno è «Vangelo e evangelizzazione», cioè
la centralità del riferimento a Gesù, da una parte, e alla responsabilità di tutti i battezzati, dall’altra. Questo richiede di coltivare una famigliarità con la Parola di Dio tale da regalarci l’esperienza della presenza misericordiosa del Maestro nella nostra vita e da stanarci dalle
nostre chiusure verso le periferie, chiamandoci alla sequela e alla ricerca. Senza questa esperienza di amore non è possibile praticare una
condivisione cordiale e allo stesso tempo mantenere una resistenza
evangelica, per cui diventa anche troppo facile arrendersi alla logica
mondana dell’affermazione, del potere e del risentimento.
Solo così il Vangelo potrà alimentare un dinamismo di uscita verso «il
mondo» con uno sguardo di simpatia e di speranza. Da una parte l’incarnazione del Figlio e, dall’altra, lo stile di Gesù ci regaleranno la gratitudine e la fiducia necessarie per intraprendere il cammino al quale
siamo chiamati. È un andare (itineranza) che implica l’esperienza dell’ospitalità, che prima di essere offerta sarà richiesta confidando sul
buon cuore di chi incontreremo. In ogni caso sarà un’itineranza che ci
porterà all’incontro con i poveri. Essi accoglieranno il Vangelo e a loro
volta ci evangelizzeranno, secondo quella regola dell’evangelizzazione
per la quale chi dona il Vangelo lo riceve di nuovo e in modo nuovo da
coloro ai quali lo ha donato.
ITALIA
l secondo punto di non ritorno riguarda «la Chiesa e la
sua natura missionaria». «La
missione non serve alla
Chiesa, piuttosto la Chiesa serve
alla missione», scrive il teologo
Gianni Colzani. La Chiesa esiste,
cioè, per la missione e la missione
è per il bene dell’umanità.
Oltre a richiamare una rinnovata
teologia del Regno di Dio, dove
tutti e tutte siamo impegnati nel
servizio reciproco, la natura missionaria della Chiesa pone la questione del «popolo di Dio» come
soggetto dell’evangelizzazione. Di
«carismi e ministeri» non parliamo più da tempo. Del sensus fidei ricominciamo a parlare
adesso, con lo stupore di chi si
chiede come abbiamo potuto dimenticare tanto a lungo un «magistero» così importante (e che il
Concilio ci aveva indicato). Esso
domanda con urgenza di imparare di nuovo a vedere l’opera
dello Spirito di Gesù nelle esistenze concrete della gente che
incontriamo («segni dei tempi»),
dentro e fuori la Chiesa.
Con due caratteristiche: la Chiesa
nel mondo è minoranza che sperimenta la fragilità.
Minoranza
La Chiesa è oggi una minoranza
(piccolo gregge o lievito nella pasta) nel nostro mondo. Questo
suscita reazioni diverse. Non sono
pochi coloro che si percepiscono
sotto assedio e rimpiangono ancora i bei tempi passati. Sembra
che il lutto per la fine della «civiltà cattolica» non sia stato ancora elaborato.
Da qui la metafora della «comunità sotto assedio» e dei tre diversi comportamenti che in teoria
© AfMC/ Benedetto Bellesi
si possono assumere quando si è
sotto assedio. Il primo è arrendersi, o venire a patti, trattare la
resa. Il secondo comportamento è
resistere. Attrezzarsi per resistere
all’infinito, sviluppando tutti i vissuti tipici della persona sotto assedio: vittimismo, chiusura, incapacità di cogliere i nuovi contesti e le
diverse occasioni di interazione
con essi, dogmatismo, ecc. Il terzo
atteggiamento è uscire, sortire
dall’assedio, aprire le porte, abbattere le mura, correre il rischio
di camminare su spazi sconosciuti, avere il coraggio di affrontare nuove domande e nuove
sfide, lasciare il centro per rischiare la vita nelle periferie.
Questo perché le periferie sono il
luogo antropologico e teologico
decisivo per capire il Vangelo,
cioè chi è Dio e chi siamo noi, anche come Chiesa.
Fragilità
Un altro luogo antropologico e
teologico significativo è quello
della fragilità. Le periferie ne
sono spesso segnate. Anzi, alcune
sono tali proprio perché la esprimono al massimo (povertà materiali e culturali, peccati, devianze,
ecc.) e questo spiega anche il perché non ci si vada volentieri. Le
periferie che Gesù ha visitato e
addirittura abitato erano rese o
quantomeno mantenute tali da
un «centro» che si riteneva (anche con qualche ragione) a posto,
puro, perfetto.
La condizione per vivere un reale
atteggiamento di uscita verso le
periferie che diventi condivisione
è allora quella di farle diventare
in qualche modo nostre. Anzi, di
riconoscerle già presenti nella nostra esperienza. Senza assunzione
seria delle nostre miserie non ci
può essere da parte nostra alcuna
autentica misericordia.
Se partiamo dal fatto che tutti
siamo fragili, allora assumeremo
le nostre difficoltà e limiti non
(solo) come ostacoli da superare,
ma (anche) come risorse per presentarci agli altri quali compagni
di viaggio nel ricercare, desiderare, costruire, sperare, amare…
insieme!
© www natidallospirito com
I
LA NATURA MISSIONARIA DELLA CHIESA
• Convegno missionario l Missione l Nuova Evangelizzazione • MC ARTICOLI
PROSPETTIVE PER
LA NOSTRA PASTORALE MISSIONARIA
# A sinistra: cristiani, minoranza fragile. Martirio dei cristiani copti per
mano dell’Isis in Libia e fiaccolata
dei partecipanti al convegno missionario del 2004 a Montesilvano.
A fianco: studiando la Bibbia
durante una settimana biblica al
Consolata Shrine di Nairobi.
Offro qualche indicazione, poco
più di un elenco perché non ci
sono ricette o scorciatoie possibili. Ogni comunità dovrà fare la
gioiosa fatica del proprio concreto discernimento.
A) Centro e periferie
Gesù fu un uomo delle periferie.
«Ebreo marginale» lo chiama un
grande studioso della sua vicenda, John P. Meyer. Si mosse
lontano da Gerusalemme, passava per città e villaggi della Galilea, periferia dell’impero romano,
incontrava pagani, peccatori, malati, donne disprezzate e peccatrici, povera gente. Proclamava
beati i poveri. Affermava che prostitute e pubblicani avrebbero
preceduto tutti nel regno di Dio.
Dalle periferie annunciò che il Regno di Dio era in mezzo a noi e
che iniziava a realizzarsi con lui.
Al banchetto del Regno Dio
avrebbe riempito la sala con «poveri, storpi, ciechi, zoppi» (Lc
14,21), «buoni e cattivi» (Mt
22,10), dopo il rifiuto dei primi invitati. Morì maledetto come un
malfattore con la morte peggiore
per il suo tempo, circondato da
un piccolo gruppo di seguaci impauriti.
Ricollochiamo Gesù di Nazareth
al centro della nostra vita personale e comunitaria: tutto Gesù,
quello pasquale e glorioso natu-
ralmente, ma anche quello cosiddetto pre-pasquale, messianico,
liberatore. Messo Gesù al centro,
scopriremo subito che egli cederà
volentieri il posto a coloro che
stanno ai margini: li metterà nel
mezzo, farà loro spazio, concederà loro il primo piano sulla
scena, intercederà per loro!
Allora guardiamole queste periferie, cerchiamo di conoscerle e di
vedere in esse se e come lo Spirito sta agendo. Il «se» è certo; il
come è da discernere.
B) Sensus fidei/fidelium
Quello che a livello istituzionale
si fa fatica a smuovere, bisogna
tentare di cambiarlo con coraggio e serena intraprendenza a livello di «popolo di Dio». Non
perché non si ami l’istituzione,
ma proprio perché non possiamo
abbandonarla a se stessa e alla
sua autoreferenzialità. La vogliamo diversa, più al servizio nostro e della nostra missione. Ma
dobbiamo essere in grado di dirle
che cosa ci serve per un’evangelizzazione maggiormente efficace, in un atteggiamento di dialogo e ascolto.
Allora se ad alcuni non è dato il
giusto riconoscimento, riconosciamoli noi, in nome di un servizio, di frutti e di «profezie» che
abbiamo sperimentato e che
possiamo raccontare. Li pos-
siamo abilitare prestando loro
ascolto e facendo spazio a ciò
che hanno da dire o da mostrare.
C) Sinodalità
(camminare insieme)
Abbiamo bisogno tutti, sempre,
gli uni degli altri. Nessuno può
farcela da solo. Ma dobbiamo
crescere nella capacità di vivere
una vera alterità che è fatta di differenze che collaborano e condividono lo stesso sogno. Nella comunità di Gesù l’essere altro non
sarà mai tolto, e anzi i doni dello
Spirito lo accentueranno. Questo
richiede non solo una grande capacità di dialogo e ascolto ma anche di intesa e mediazione. Non è
per niente facile. Tuttavia non si
può evitare la fatica di intendersi,
di cercare insieme, di collaborare
nella diversità di doni e carismi,
pena la perdita della propria libertà e lo svilimento del Vangelo.
Anche qui dobbiamo elaborare
atteggiamenti e buone pratiche
in modo tale da istruire le questioni sempre e solo con il consiglio di molti. Arriveremo un
giorno non solo a sopportare
(quando va bene) i consigli pastorali, ma addirittura a desiderarli?
Non è la missio ad gentes a dirci
che «perdere» tempo a elaborare
insieme le cose è stata la migliore
garanzia di risultati duraturi e degni del Vangelo?
APRILE 2015 MC
19
ITALIA
Giona, il missionario tipo del convegno, non era affatto desideroso
di andare verso Ninive. Viviamo
in un tempo in cui il rischio più
forte è lasciarsi prendere da
quello che Zygmunt Bauman
chiama il demone della paura: ci
sentiamo incerti, fragili, insicuri,
incapaci di controllare la realtà,
pronti a trattare gli altri come nemici. La paura come nemica della
speranza. La paura che ci spinge a
fare come Giona che «si mise in
cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore». Siamo attratti
anche noi, spesso, dalle sirene di
Tarsis. Incapaci non tanto di
uscire ma di farlo dalla parte giusta, nella direzione di Ninive.
All’improvviso, però, Dio sconvolse il suo ordine irrompendo
nella sua vita come un torrente in
piena, privandolo di ogni sicurezza e comodità: lo (ri)inviò a Ninive, «la grande città», simbolo di
tutti i reietti ed emarginati, luogo
di tutti i mali, per proclamare la
sua Parola, per ricordare a tutti
gli uomini smarriti che le braccia
di Dio erano aperte e che Lui
avrebbe offerto loro il suo perdono e la sua tenerezza.
La chiamata rivolta a Giona, risuona incessante anche per noi e
ripete l’invito a vivere l’avventura
di Ninive, ad assumerci il rischio
di essere i protagonisti di una
nuova missione, frutto dell’incontro con Dio. Questo incontro è
sempre una novità e ci sprona a
rinunciare alle abitudini, a metterci in marcia verso le periferie e
le frontiere, là dove si trova l’umanità più ferita e dove i giovani,
dietro la loro apparenza di superficialità e conformismo, non si
stancano mai di cercare una risposta alle proprie domande sul
senso della vita. Aiutando i nostri
fratelli a trovarlo, anche noi comprenderemo, in modo rinnovato,
il senso dell’azione e la gioia della
vocazione educativa, la ragione
delle nostre preghiere e il valore
della nostra dedizione.
La soluzione peggiore consiste nel
trincerarci nel nostro piccolo
mondo emettendo giudizi amari
sulle condizioni in cui versa la società. Non ci è permesso di tra-
20
MC APRILE 2015
sformarci in «scettici» a priori.
Dobbiamo invece lanciare messaggi positivi: vivere noi per primi
in pienezza e farci testimoni e costruttori di un nuovo modo di essere uomini e donne. Ma questo
non succederà se perseveriamo
nello scetticismo: bisogna convincersi che le cose non solo «si possono» cambiare, ma che la rivoluzione di cui ci facciamo portatori
è una «imprescindibile necessità»
(Cfr. Jorge Mario Bergoglio, Messaggio alle comunità educative,
Buenos Aires 2007).
E) Uscire
per cambiare mentalità
Ormai abbiamo capito, dopo 50
anni di mancata applicazione del
Concilio, che il problema è la
mentalità da cambiare (metànoia) e che non basta un cambio
di struttura (anche se a un certo
punto è indispensabile).
Per questo occorre partire dalla
missione. A mio avviso il problema è quello di potere e sapere
© AfMC/ Gigi Anataloni
D) Oltre il rancore
e il risentimento
leggere la missione che lo Spirito
sta già suscitando adesso, con i
suoi profeti e i suoi protagonisti,
le sue pratiche, le sue frontiere e
periferie, i suoi incontri. Questo è
un punto che dobbiamo assolutamente credere! E su questa base
vogliamo motivare una maggiore,
più decisa e meglio illuminata
estroversione e animazione missionaria. Il nostro problema principale è uscire, e la promessa che
ne sostiene il dinamismo è che
così facendo ritroveremo la gioia
del Vangelo e di conseguenza potremo anche individuare passi di
riforma della Chiesa. In poche parole: (re)imparare la missione da
ciò che accade, da coloro ai quali
siamo inviati, dal lavoro dello Spirito nel mondo.
L’accento mio è che solo guardando fuori e dicendosi (lasciandosi dire) cosa si vede e si sperimenta, si capisce cosa fare di di-
Continua a pag. 22
MC ARTICOLI
Gustavo Gutiérrez
DIO AMA GRATIS
Evangelizzazione
omincio commentando tre frasi. La prima di
Paolo VI che nella Evangelii Nuntiandi ha
detto che «la Chiesa esiste per evangelizzare». Questa è la ragione d’essere della Chiesa,
evangelizzare, e (non si può dire che) la Chiesa esiste prima e evangelizza dopo. Esistenza e impegno per l’evangelizzazione sono una sola cosa. Se
la Chiesa non evangelizza non esiste, non è
Chiesa, è un gruppo di persone.
La seconda frase viene da papa Francesco: evangelizzare è fare presente il regno di Dio nel
mondo. Semplicemente questo. È fare presente il
regno che è il centro della predicazione di Gesù.
Gesù è venuto per questo, per dire (che) il regno è
qui, ma non pienamente. Questa definizione di
evangelizzazione è molto ricca.
La terza è sempre di Francesco: la motivazione
dell’evangelizzazione è l’amore di Dio che noi abbiamo ricevuto. È una espressione dell’amore di
Dio. Questa è la radice. Senza amore non c’è evangelizzazione. Dobbiamo amare come Gesù ha
amato. Nei Sinottici dice: noi dobbiamo dare gratuitamente ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente. Qui l’accento è sulla gratuità dell’amore di
Dio. Credo che qui abbiamo una questione molto
centrale in tutta la Bibbia, primo e secondo testamento: l’amore di Dio è gratuito. Certamente
quando dico gratuito non dico arbitrario.
Abbiamo visto questo parlando del libro di Giona.
Una perla. Quello che Giona non ha capito è la
gratuità dell’amore di Dio. Non ha saputo capire il
senso dell’amore di Dio che ama tutte le persone.
© AfMC/ Gigi Anataloni
C
el Concilio abbiamo un documento, l’Ad
gentes, che ha ricuperato il senso globale
della evangelizzazione. All’inizio del documento dice che l’evangelizzazione della Chiesa è
un prolungamento delle due missioni, quella del
Figlio e dello Spirito Santo. Questo è molto ricco,
perché lega la missione della chiesa alla missione
della Trinità. Quella della chiesa è una missione
che viene da lontano. Questo testo risente della
mano del padre Yves Congar. È un punto teologico
molto importante. La missione deve creare la comunione con la Trinità, una comunione con il dio
della nostra fede, una comunione fra gli esseri
umani e tra noi. È il senso di una parola importante nella Bibbia: koinonia. Ha tre sensi. Koinonia fra le persone divine. Koinonia sull’essere
umano con Dio, La koinonia tra le persone umane.
La colletta per aiutare i poveri è chiamata koinonia. [...]
N
Grazia e impegno
iona è un credente ma rifiuta di agire secondo la fede nell’amore gratuito di Dio, non
ha capito che Dio è un Dio di tutti. Questo è
anche oggi, c’è chi rifiuta (questa verità). Quando
si dice il Dio del perdono. Per-dono: dono è regalo,
per è superlativo, (quindi) è un gran regalo. (Noi)
dobbiamo comprendere che non c’è un regalo
senza una esigenza. Le beatitudini sono molto
chiare in questo. Amare come Gesù ci ha amato.
Gesù ringrazia parecchie volte e allo stesso tempo
è molto presente al suo momento storico.
Accettare il dono di essere figli di Dio non significa una chiamata a (diventare) suore, a fare
amici, perché il dono (è) … In tedesco c’è una
espressione. Grazia si dice gaben, obbligazione si
dice ausgaben. (Così) dicono che la vita cristiana è
tra la gaben e la ausgaben, fra la grazia e l’esigenza. Mons. Romero ha mostrato questo.
Le due grandi dimensioni della vita cristiana sono
la preghiera e l’azione per cambiare quello che
non è degno della persona umana. Cercare di capire che qui non c’è una opposizione (tra le due) è
molto importante per il credente nel Dio incarnato.
Grazie.
G
Dalla registrazione della conferenza di Gustavo Gutiérrez
a Sacrofano. Nostra trascrizione, non rivista dall’autore.
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APRILE 2015 MC
21
ITALIA
verso e meglio della nostra animazione. Per non correre il rischio di parlarci addosso. Per una
volta dimentichiamoci un po’ di
noi e chiediamoci che cosa ci
dona la città (Ninive, la periferia)
e di che cosa ha bisogno. Saremo
allora capaci di vedere tracce e
odorare profumi di Vangelo intorno a noi e anche lontano da
noi, ma certo fuori di noi. Poi vedremo cosa possiamo fare e cosa
cambiare. Se siamo autoreferenziali, non si esce davvero. Se invece ci confrontiamo con qualcosa di veramente altro, allora
forse cominciamo a cambiare.
F) Evangelizzati dai poveri
G) Ninive è la novità di Dio
Il convegno ha suscitato in noi almeno l’interesse per Ninive. Lasciando allora che la città ci cambi
con le sue domande e inquietudini, disagi e ferite. Se posso essere anche più esplicito: dobbiamo decentrarci perché ci deve
stare a cuore Ninive (anche se
non ne vogliamo proprio sapere)!
Perché i cambiamenti delle nostre comunità, dei gruppi, associazioni e istituti, avverranno solo
dopo aver raccontato quali segni
di grazia vediamo in Ninive e sul
territorio e che cosa o chi infiamma il nostro cuore di nuova
comprensione dell’evangelo e di
rinnovata responsabilità missionaria. Perché se di segni non ne
vediamo e di fiamme in cuore
non ne abbiamo, avremmo davvero un grande problema. A quel
punto neppure la migliore delle
riforme strutturali ci servirebbe
granché.
Perché Dio ci sta parlando nella
«novità» di Ninive. E la novità ci
fa sempre un po’ di paura, perché
ci sentiamo più sicuri se abbiamo
tutto sotto controllo, se siamo
noi a costruire, a programmare, a
progettare la nostra vita secondo
i nostri schemi, le nostre sicurezze, i nostri gusti.
E questo avviene anche con Dio.
Forse non come Giona, ma
spesso anche noi Dio lo seguiamo, lo accogliamo, ma fino a
un certo punto; ci è difficile abbandonarci a Lui con piena fiducia, lasciando che sia lo Spirito
© AfMC/ Chiara Giovetti
«I poveri sono i compagni di viaggio di una Chiesa in uscita, perché
sono i primi che essa incontra. I
poveri sono anche i vostri evangelizzatori, perché vi indicano
quelle periferie dove il Vangelo
deve essere ancora proclamato e
vissuto» (dal messaggio di Papa
Francesco ai partecipanti al convegno, 22/11/14).
Per stare al convegno e alle sue
relazioni: Ninive e Dio convertono
Giona; i poveri e lo Spirito istrui-
scono Gesù; la missione e i suoi
profeti riorientano la nostra
azione; la città e le sue risorse interpellano la nostra animazione;
il perdono ricevuto e la benevolenza divina ci aiutano a trovare il
volto amabile del mondo. Da qui
possiamo eventualmente ripensare la nostra responsabilità per
la missione ed evangelizzazione.
Ogni giorno che passa mi convinco sempre di più che il nostro
mondo ecclesiale e missionario
con i suoi schemi sta finendo. O
forse è già finito. È vero: alcune
nostre proposte non passano o
non sono mai passate, e forse sarebbe opportuno rifarle; ma forse
hanno fallito anche perché sono
esattamente sulla lunghezza
d’onda (tipo l’ossessione per l’identità, la collocazione, il ruolo,
lo specifico…) di quelle realtà che
ci tengono ai margini. Occorre rischiare strade nuove. All’inizio
sarà inevitabile sbagliare e anche
trovarsi un po’ confusi, ma quale
sorpresa poi cominciare a intravedere ciò che davvero appare
nuovo. Credo che il convegno abbia tentato di mettere le premesse per fare spazio e incoraggiato la creatività nel cercare e inventare strade nuove nella missione.
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MC APRILE 2015
© Cogliati Matteo 2013
MC ARTICOLI
# A sinistra: periferia nel «centro»
di Nairobi; 15.000 persone vivono
nello slum di Deep Sea, più volte
bruciato e sempre risorto, incastonato tra i quartieri bene della
città «più vivibile» dell’Africa.
Sopra: interno di baracca sotto
ponte ferroviario in via Malaga a
Milano.
Santo l’anima, la guida della nostra vita, in tutte le scelte. Abbiamo paura che Dio ci faccia percorrere strade nuove, ci faccia
uscire dal nostro orizzonte spesso
limitato, chiuso, egoista, per
aprirci ai suoi orizzonti. Ma, in
tutta la storia della salvezza,
quando Dio si rivela porta novità Dio porta sempre novità -, trasforma e chiede di fidarsi totalmente di Lui.
Non è la novità per la novità, la ricerca del nuovo per superare la
noia, come avviene spesso nel
nostro tempo. La novità che Dio
porta nella nostra vita è ciò che
veramente ci realizza, ciò che ci
dona la vera gioia, la vera serenità, perché Dio ci ama e vuole
solo il nostro bene. Domandiamoci oggi: siamo aperti alle «sorprese di Dio»? O ci chiudiamo,
con paura, alla novità dello Spirito Santo? Siamo coraggiosi per
andare per le nuove strade che la
novità di Dio ci offre o ci difendiamo, chiusi in strutture caduche che hanno perso la capacità
di accoglienza? (Cfr. Papa Francesco, piazza San Pietro domenica
19 maggio 2013).
H) Tra continuità
e discontinuità
Il cambiamento avverrà in modo
graduale. L’importante è che non
diventi un semplice prolungamento (e magari miglioramento)
del presente, ma che sia caratterizzata dall’irruzione di elementi
sorprendenti, inattesi, che determinano un sostanziale mutamento qualitativo.
Si tratta di imparare a contemplare l’oltre verso cui la missione
ad gentes deve protendersi. Il
punto al quale noi siamo giunti,
nelle realtà e nei contesti in cui
operiamo in Italia e nel mondo,
non può essere considerato come
il modello di un perpetuo ritorno
per rifare le stesse cose, ma il
semplice punto di partenza per
qualcosa di nuovo che va oltre sia
a livello geografico che contenutistico.
Hannah Arendt ha scritto in Vita
activa: «Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui
ci si può attendere l’inatteso, che
è in grado di compiere ciò che è
infinitamente improbabile. E ciò è
possibile perché ogni uomo è
unico e con la nascita di ciascuno
viene al mondo qualcosa di
nuovo nella sua unicità».
Sì, perché abbiamo ancora bisogno di utopia, abbiamo bisogno di
speranza e di fede, abbiamo bisogno di vivere amando anche ciò
che non potremo vedere realizzato. Questo amore è una potenza feconda e generante: è una
forza profetica che crea futuro,
dà speranza, apre orizzonti di
senso, dà forza per vivere nella
storia e nel mondo attendendo il
regno di Dio, che è il fine della
storia e il futuro del mondo.
Concludo con l’accorato appello
fatto da Papa Francesco ai partecipanti al convegno: «Vi esorto a
non lasciarvi rubare la speranza e
il sogno di cambiare il mondo con
il Vangelo, con il lievito del Vangelo, cominciando dalle periferie
umane ed esistenziali. Uscire significa superare la tentazione di
parlarci tra noi dimenticando i
tanti che aspettano da noi una
parola di misericordia, di consolazione, di speranza. Il Vangelo di
Gesù si realizza nella storia. Gesù
stesso fu un uomo della periferia,
di quella Galilea lontana dai centri di potere dell’Impero romano
e da Gerusalemme. Incontrò poveri, malati, indemoniati, peccatori, prostitute, radunando attorno a sé un piccolo numero di
discepoli e alcune donne che lo
ascoltavano e lo servivano. Eppure la sua parola è stata l’inizio
di una svolta nella storia, l’inizio
di una rivoluzione spirituale e
umana, la buona notizia di un Signore morto e risorto per noi. E
noi vogliamo condividere questo
tesoro».
Andiamo avanti con speranza!
Antonio Rovelli
___________
L’articolo è debitore in vari modi e forme
alla relazione di Aluisi Tosolini tenuta al
Convegno e ad alcuni contributi e riflessioni di Luca Moscatelli fatte in occasioni
diverse.
APRILE 2015 MC
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Congo rD
Testo e foto di
TOMMASO DEGLI ANGELI
DIArIo DI un gIovAne DA IsIro
DOVE VITA E MORTE
DANZANO
16 settembre 2014
un giovane di 22 anni
decide di fare un’esperienza di missione in
Congo rD, a Isiro, con i
missionari della Consolata. Parte a settembre
2014, con la prospettiva
di tornare in Italia nel
giugno 2015. Ciò che
scopre è un mondo diverso, ma soprattutto
se stesso.
Da subito inizia a condividere con gli amici su
Facebook ciò che vive e
vede, senza l’idea di descrivere il Congo, ma
semplicemente la sua
esperienza. una piccola
testimonianza fresca,
divertente e riflessiva.
gli abbiamo chiesto di
poterne pubblicare degli stralci. eccoli.
Ore 4.45 am, partenza. Sto per intraprendere un viaggio che non
immagino minimamente! Come
prima cosa, leggo sul biglietto aereo una clausola che dice: «La
compagnia si riserva di rispondere a eventuali danni, ferite o
morte» (Ah, partiamo bene!).
Quando arrivo a Isiro in un aeroporto senza finestre, una struttura fatiscente in mezzo alla foresta, e vedo le strade di terra rossa
e il verde infinito, penso: «Questa
sì che è la vera Africa!». Dopo
un’accoglienza calorosissima di
padre Flavio (Pante), padre Rinaldo (Do) e Ivo (Lazzaroni - volontario laico), ci avviamo alla
missione: sono in un posto meraviglioso. L’aria che si respira è carica di voglia di mettersi in gioco.
19 settembre
Oggi prima mattinata passata a
Gajen (il Gruppo d’appoggio a
giovani e bambini bisognosi), una
realtà fatta di centro nutrizionale,
scuola materna della diocesi e il
mitico forno! Senza dimenticarsi
dello zoo di fratel Domenico (Bugatti).
Il centro nutrizionale accoglie i
bambini malnutriti (portati generalmente dai loro fratellini e sorelline) e le loro mamme (che arrivano in seguito), tra le 7 e le 8.
Vengono dati un pasto alla mattina e uno per pranzo (inoltre
vengono fatte visite e somministrate medicine varie).
La scuola materna è piena di
bambini che mi chiamano già
père Tommaso (qua funziona
così: bianco = missionario). Sono
troppo belli quando ripetono in
coro ciò che imparano in francese, o quando mi studiano toccandomi le braccia e i capelli,
come fossi un alieno.
Arriviamo al forno: è uno spettacolo! Vengono fatti pane e biscotti poi venduti per strada. Stamattina mi hanno fatto fare l’impasto per i biscotti. Mi sono divertito un sacco. Io ho sfoderato
la mia «esperienza» da pasticcere
e mi hanno fatto i complimenti.
Infine lo zoo di fratel Domenico:
gattini, cagnolini, polli, anatre,
conigli e, colpo di scena, una
scimmia. Credo che diventeremo
presto amici: oggi le lanciavo oggetti che lei prendeva al volo. Fa
troppo ridere!
Al pomeriggio sono andato con il
mitico padre Tarcisio (Crestani) a
giocare a pallavolo. Non l’avessi
mai fatto: siamo arrivati in questo
campo della Consolata, dove tutti
i pomeriggi si trovano dei giovani
MC ARTICOLI
# A sinistra: Tommaso in un incontro
«giocoso» con donne intente alla pulizia dei tuberi di manioca.
Pagine seguenti: al Gajen i bambini
condividono un pasto di pezzi di
canna da zucchero e un piatto di foglie di manioca cotte nell’olio di
palma.
Hillesum, ebrea deportata nei
campi di concentramento, bè,
quando sono entrato nella prigione mi è sembrato di essere finito in un lager. Dopo la messa
abbiamo distribuito il pasto. Non
nascondo di essermi messo vicino
alla porta, pronto a scappare in
caso di necessità!
24 settembre
a giocare, e abbiamo fatto una
partita tiratissima, a dei ritmi da
matti. Modestamente si sono
complimentati con me, ma ora
sono a pezzi. Mi hanno chiesto di
tornare anche domani. Se non
imparo in fretta a dire no, non sopravvivo più di un mese.
La cosa che mi ha colpito di più
oggi sono stati i bambini malnutriti. Dovete sapere che la denutrizione si manifesta con un’eccessiva magrezza, oppure con
pance e piedi gonfi e capelli sbiaditi. Ma ciò che mi fa più impressione sono quegli occhi grandi,
spenti e profondamente vuoti.
Questi bambini, che sarebbero
per eccellenza l’esuberanza e la
vitalità, appaiono come prosciugati, e si trascinano in giro come
se anche la vita pesasse su di
loro. Quello sguardo che non reagisce a sorrisi, pernacchie, scherzi
e smorfie, è difficile da mandare
giù. Credo che mi dovrò «abituare», ma non credo che l’abitudine toglierà il senso di angoscia
e impotenza, e quella domanda:
come può succedere questo mentre c’è tanta ricchezza e spreco
nel nostro mondo?
23 settembre
Il mio servizio di questi mesi lo
svolgerò la mattina al centro nutrizionale di Gajen. Per la comunità invece curerò l’orto. Poi, per
lo «svago», farò parte della squa-
dra di pallavolo. Mi ripeto che
devo cercare di vivere giorno per
giorno, perché altrimenti vengo
inghiottito dal tempo stesso.
Al centro stamattina mi sono dovuto ancora confrontare (a volte
con il groppo in gola) con i bambini denutriti. Spesso dietro la
malnutrizione si cela un discorso
molto più ampio di problemi a livello familiare, come quello delle
ragazze madri che non sanno gestire i figli, o devono ancora andare a scuola, o quello dei figli
nati da violenze.
C’è un bambino, tra i più gravi,
che lotta tra la vita e la morte, ricoperto di piaghe. Anche se mangia, queste non guariscono. La
madre ha una faccia talmente
rassegnata che potrebbe prendere da un momento all’altro e
andarsene.
Oggi sono andato anche in carcere. Bè, non che mi abbiano arrestato… per adesso. Ogni due
settimane viene portato un pasto, un pezzo di sapone e la celebrazione della messa. La prigione
è un capannone che non ha finestre, ma solo qualche feritoia per
la luce. Dentro questo unico spazio ci sono circa cinquanta persone con una quindicina di letti in
legno, stretti come delle cuccette, e sparpagliati per la stanza
che è anche sala da pranzo, gabinetto e quant’altro. In questi
giorni ho letto il «Diario» di Etty
Mentre sono perso nei miei pensieri sulla lontananza da casa, arrivo al centro e vengo investito da
un dolore a cui non sono preparato: sono grida di disperazione.
Vedo la mamma del bimbo con le
piaghe inginocchiata fuori dalla
cameretta. Grida diverse parole.
Ne riconosco una: Nzambe (Dio).
Non ero pronto alla vita di questo
posto, figuriamoci alla morte.
È impossibile trattenere la commozione: vedo il padre sul letto
del figlio, in lacrime, mentre la
madre raccoglie le poche cose
che ha con sé (qualche scodella,
tazza e lenzuolino). La preghiera
insieme davanti al corpicino del
bimbo. Vedo il padre che gli socchiude le palpebre e gli mette sul
viso un piccolo panno bianco, e
poi esce dal cancello con il corpo
del figlio avvolto in un panno e
fissato al petto. Per tornare a
casa, con quel figlio come in
grembo, devono fare 25 Km a
piedi. Non immagino la lunga
agonia del viaggio di ritorno.
Ho potuto «solo» pregare, non
sapevo fare altro.
Questa è stata una mattina di
pioggia a Gajen, pioggia dal cielo
e dagli occhi. Eppure in questo
strano equilibrio in cui vita e
morte danzano follemente,
un’ora dopo, tutto era tornato
normale: di nuovo al lavoro per
preparare il cibo ad altri bambini.
Mi sono confrontato con un mistero troppo grande e non so se
mai lo comprenderò.
APRILE 2015 MC
25
CONGO RD
28 settembre
Sono passati appena pochi giorni
eppure è come se fossi qua già da
mesi, come è possibile? Qui la
giornata sembra più lunga e
piena forse perché si gusta tutta,
ora per ora, minuto per minuto:
dalle cose semplici a quelle
straordinarie. Anzi, se si fa attenzione, sono le cose semplici a diventare straordinarie. Qui le persone non hanno grandi programmi e si gustano la giornata
senza essere proiettati all’impegno della sera o del week end,
senza perdersi il presente.
Ieri abbiamo disputato il primo
match di pallavolo contro un’altra
squadra. È stata una partita combattuta. Io mi son guadagnato il
soprannome di «Boucanier», perché faccio le schiacciate. Del resto i miei compagni si chiamano
Mosè, Messia, Geremia, Isacco,
Elia, Miracolato (perché quando è
nato non si sapeva se ce l’avrebbe fatta), e Aristotele: non
potrei essere in mani migliori.
Anche questa domenica la messa
in lingala, celebrata in un corridoio dell’ospedale, è stata accompagnata da grida e lamenti di
una trentina di persone a causa
della morte di qualcuno, così la
morte quatta quatta mi si ripresenta come a dire: «Faccio parte
della vita, non puoi ignorarmi».
La coppia fatta da fratel Domenico e padre Tarcisio fa morire dal
ridere. Il primo, per leggere lodi o
vespri, usa la lente d’ingrandimento e si addormenta ovunque;
il secondo, per dirne una, si fa tostare il pane bello duro e poi lo
ammolla nell’acqua. Dopo
pranzo, ma soprattutto la sera,
mi metto a guardare la «televisione» con padre Tarcisio: ci sediamo dietro al cancello e guardiamo fuori, l’unico programma
disponibile è la vita. Quante cose
si vedono! Una marea di gente
che passa e saluta. Se ne vedono
di tutti i colori (bè, in realtà sono
tutti neri, ma avete capito). Anche tante persone che vengono a
chiedere aiuto, e stanno lì fino a
sera per avere 100 franchi (10
centesimi di Euro). Vi racconto un
aneddoto: avevo buttato uno
spazzolino molto vecchio. Mentre
siamo sulla porta, arriva uno di
26
MC APRILE 2015
quelli che lavorano in casa. Sta
andando via e in mano ha un sacchetto di pane in cui spicca qualcosa di blu… il mio spazzolino!
Cioè, capite che questa povertà
non si può ignorare? Quante cose
abbiamo noi e ci lamentiamo? È
vero, saremo in un momento di
crisi, ma qui ci farebbero la firma
per essere nella nostra «crisi».
02 Ottobre
Sorella morte ormai è di casa: è
morta la sorella di una delle cuoche, inoltre un cuoco (in servizio
da 24 anni) si è ammalato gravemente. D’altra parte la vita, dal
canto suo, si fa sentire a gran
voce con la sua più bella melodia:
l’amore. Al centro è arrivata una
mamma sordomuta con il suo
bimbo, è veramente commovente guardare come se ne
prende cura. Anche se non è riuscita (per ignoranza o mancanza
di beni) a dargli cibo correttamente, di sicuro l’ha fatto sempre
sentire amato. È un bimbo di
dieci mesi bellissimo, sorride a
tutti e mi saluta sempre con la
manina. Il caso di una mamma
così è raro purtroppo: ci sono
troppi bambini nati da mamme
troppo giovani, e magari abbandonate dal loro uomo, che non
sanno prendersene cura. La mancanza di amore provoca ferite visibili quanto la malnutrizione.
In questo vortice di vite intrecciate mi sono chiesto cosa potessi
fare io. La risposta l’ho trovata in
un libro letto per «caso» (il caso è
lo pseudonimo che Dio usa
quando non si firma personalmente): «Ama più ancora, e altri
intorno a te ameranno. Chi ama,
fa amare». E allora mi son messo
ad animare i bambini malati, e soprattutto le loro sorelle più
grandi con bans e giochi (dato
che non ci capiamo, vi lascio immaginare le risate) e, perché no,
ho animato anche le mamme che
si fanno delle grandi risate. Non vi
nascondo l’emozione nel vedere
alcuni bimbi che, pian piano, mi
conoscono e mi cercano invece di
evitarmi o piangere. Forse almeno in un posto, sono riuscito a
cambiare l’immagine che la gente
ha del bianco = soldi da chiedere.
Al centro è arrivato un altro
bimbo con grave malnutrizione.
Sembra che le medicine facciano
effetto. Detto questo, non posso
però ignorare le sue grida di dolore, che mi risuonano nelle orecchie durante la giornata.
Malembe malembe (piano piano)
imparo qualche cosa di lingala.
6 Ottobre
Stamattina al centro abbiamo
fatto gli auguri a un lavoratore
che è diventato papà: lui ha 19
MC ARTICOLI
anni e la mamma 16! Quando mi
hanno chiesto la mia età, è scattata la domanda: quanti figli hai?
Mi son scusato dicendo che ero
un po’ indietro.
Sono arrivati cinque nuovi bambini. Eritié (con grave malnutrizione) continua a strillare, ma tra
me e me penso che almeno è ancora vivo e anzi sta migliorando,
inoltre è tanto bello vedere tutta
la famiglia (mamma, papà e fratellino) che sta insieme a lui e non
lo lascia mai solo.
Tra tutti i bimbetti ce n’è uno particolarmente «aggressivo» che mi
ha preso di mira e mi insegue di
continuo «picchiandomi». Si
chiama Radis. Ho scoperto che si
comporta così perché non viene
considerato, e allora, da quando
ho iniziato a stuzzicarlo, è diventato la mia ombra.
9 Ottobre
in orario e ho chiesto come mai,
mi hanno risposto che dipendeva
da come si era ridotta la loro
casa, essendo fatte per lo più di
terra e quattro pali, non è raro
che vengano distrutte dall’acqua.
Al centro tutte le mattine un
matto che sta alla porta mi accoglie come se fossi il presidente,
cantando e salutandomi in un misto di francese, inglese e lingala. Il
fatto è che continua per tutta la
mattina, e mi urla addirittura «I
love you», facendo il saluto dei
militari. E come dimenticarsi della
grande coco (significa nonna) che
viene due volte alla settimana: è
malata e sola, quindi le diamo
una mano. Passiamo i nostri venti
minuti a parlare (lei in lingala e io
in italiano), mentre le dò una
tazza di fagioli, una di riso, una di
zucchero, tre banane e mille fran-
chi (un euro). Poi ci salutiamo e
siamo contenti così.
Oggi ho provato la canna da zucchero! Praticamente si staccano
dei morsi e si succhia. Poi si
sputa. Se non fosse che bisogna
avere mascelle da cavallo per
mangiarla, è davvero buona!
Stamattina è stato fatto il peso
settimanale dei bambini. Quando
ho visto una ragazza che pesava
20 kg, le ho chiesto quanti anni
avesse, e lei mi ha risposto 13.
Radis continua a importunarmi.
Domattina parto! Andrò a
Bayenga, nella foresta equatoriale, per l’ordinazione di un sacerdote. Ho preparato il mio
zaino: oltre a vestiti e solite cose,
dietro consiglio dei più saggi, ho
preso un rotolo di carta igienica,
sapone e imodium (consigli incoraggianti insomma).
La vita scorre tranquilla a Isiro,
anche se la stagione delle piogge
ogni tanto, con la sua simpatia,
smuove le cose. Ieri mattina c’era
un gran caldo, poi nel pomeriggio
sono arrivati i nuvoloni neri e si è
scatenata la fine del mondo, acqua a secchiate e vento. Oggi al
centro le mamme non arrivavano
APRILE 2015 MC
27
CONGO RD
14 Ottobre
Bayenga: che avventura! Partiti
venerdì alle 8, siamo arrivati alle
17. Per il ritorno invece siamo
partiti lunedì (ieri) alle 8 e siamo
arrivati a mezzogiorno di oggi.
Con il senno di poi il viaggio di andata è stato buono, anche se mi
rifiuto di chiamare strade quelle
che abbiamo attraversato: un
campo arato in confronto è il paradiso.
La missione è bellissima, immersa
nella foresta, uno spettacolo per
gli occhi. Qui viene in particolare
seguito un programma con i Pigmei per sostenere la loro cultura.
Sì, anche qui c’è del razzismo: i
Pigmei sono considerati inferiori
e sfruttati dalla altre tribù locali.
Nel breve tempo a disposizione,
ho visitato un loro accampamento nella foresta. Piante curative, sistemi di caccia, pitture,
danze: qualcosa di così «antico» e
puro non avrò la fortuna di rivederlo. Ho già chiesto di tornare.
Mentre tutti sono indaffarati nei
preparativi della festa, io mi
metto a giocare con i bambini: io
faccio la verticale e loro mi insegnano dei passi di danza.
Il giorno della festa c’erano veramente tante persone! La messa è
durata dalle 9 alle 13, ma con i
canti della corale e i balletti dei
bambini, non si è sentita la lunghezza. Dopo c’è stato il pranzo, e
a seguire, per tutto il pomeriggio,
i balli di gruppo e quelli dei pigmei. È stato un giorno pieno di
sguardi, volti, sorrisi, comunicazione, emozioni.
Arriviamo così al viaggio di ritorno, su cui potrebbe essere girato un film. Siamo partiti alle 8, e
dopo 15 minuti ci siamo fermati
per un camion impantanato, rimanendo ad aspettare fino alle
14. A quel punto, data l’assenza
di progressi, abbiamo pagato dei
ragazzi che stavano lì seduti a
guardare (e che non aspettavano
altro). Hanno letteralmente costruito la strada. Prima hanno
tolto l’acqua a secchiate, poi
hanno spalato il fango, sono andati con il macete a tagliare dei
tronchi in foresta per metterli a
terra, e infine ci hanno buttato
sopra della terra asciutta e dura.
Alle 18 siamo riusciti a partire. Un
28
MC APRILE 2015
# A destra: Tommaso con una famiglia di pigmei a Bayenga.
Qui sotto: verso Bayenga da Isiro
su una strada che non vede più
manutenzione da molti anni. Le
disavventure dei viaggiatori diventano spettacolo e opportunità
per chi vive lungo il tracciato. Un
aiuto non è mai negato in cambio, ovviamente, del dovuto riconoscimento. Succede anche che
la buca che è stata riparata sia
poi riaperta, in attesa del prossimo, raro, viaggiatore che non
potrà così evitare le premure dei
suoi soccorritori.
ragazzo che era lì ad aspettare
come noi mi ha detto: «Questa è
la sofferenza del Congo. I congolesi sono abituati a soffrire».
Dunque il viaggio riprende mentre cala la notte. Ci ritroviamo in
un buio pesante, in un rettilineo
nel mezzo della foresta. Incontriamo l’ennesima buca e ci blocchiamo. Scendiamo dalla macchina che ora è in obliquo. Dalle
19 a mezzanotte si susseguono
spalate e tentativi dell’autista di
uscire dal fango. A condire il meraviglioso buio ci sono i suoni
della foresta che di notte non
sono troppo incoraggianti. Decidiamo di dormire. Naturalmente
incomincia a piovere e quindi ci
rifugiamo tutti dentro l’auto. Ero
pronto a dormire in macchina,
ma non in una macchina mezza
rovesciata nel fango! Il mio posto
è dietro al conducente nel lato
opposto a quello affondato,
quindi per non cadere addosso
agli altri sto tutto il tempo attaccato al finestrino mezzo aperto
con un braccio di fuori. In più tra
noi c’è un autentico russatore.
Verso le 5,30 inizia ad albeggiare.
Alle prime luci dell’alba vedo dall’altra parte della strada alcune
capanne. Dunque io mi chiedo:
ma nelle 5 ore in cui abbiamo
fatto una confusione tremenda
tra grida, frizione dell’auto a manetta, vangate, ecc., nessuno poteva alzarsi e venire a vedere
cosa succedeva? Mah!
In ogni caso, la gente spunta fuori
e arriva come se già sapesse di
doverci aiutare (dietro ricompensa ovviamente). Questa volta
riusciamo a liberarci verso le 7, e
ripartiamo. Dopo dieci minuti
MC ARTICOLI
che traspare dai nostri paesi più
ricchi è che la felicità la fanno le
cose e i soldi. Questa logica malata purtroppo inquina anche
questi luoghi, dove la gente
brama il denaro per imitarci. E
così, oltre a rovinare noi stessi,
roviniamo anche quei popoli che
avrebbero tanto da insegnarci.
Eritié è migliorato e non pernotta
più al centro. Radis continua a
menarmi, ma in fondo l’ho conquistato: a volte viene e appoggia
la testa sulle mie gambe.
26 Ottobre
l’auto si spegne, ma ripartiamo
dopo mezz’ora. Poco più avanti si
spegne di nuovo, e questa volta
sembra che il motore non voglia
proprio saperne. Mentre qualcuno prova a cercare aiuto, il motore, non si sa come, riparte (a
detta dell’autista e di tutti gli altri
è un miracolo). Ripartiamo per
l’ennesima volta e, dopo un altro
lungo pezzo di strada e un altro
stop con relativo aiuto (dietro
compenso) di alcuni giovani, finalmente arriviamo a casa.
21 Ottobre
Bula, Bula, Bula! Pioggia, pioggia,
pioggia! Molti prodotti alimentari
non arrivano, e i prezzi di quelli
locali schizzano alle stelle.
È la seconda notte che non
dormo, causa matanga dei vicini.
La matanga è una sorta di veglia
funebre, ma in pratica è un’occasione per spolpare la famiglia in
lutto che deve offrire da bere e
mangiare. La povertà arriva a intaccare anche i valori, e anche la
morte diventa occasione per mettere qualcosa sotto i denti.
La malattia attuale più grande
non è l’ebola o la malaria, ma il
sentimento di essere indesiderabile, disprezzato e abbandonato.
Mi rendo conto di come la ricchezza e la povertà rendano ciechi (la prima per superbia e egoismo, la seconda per disperazione
e logoramento) davanti alla
grande verità che solo un essere
umano può rendere felice un altro essere umano. Infatti l’idea
Prima di partire non avrei mai immaginato che avrei vissuto il razzismo sulla mia pelle. Sono in un
paese sconosciuto, da solo e non
conosco la lingua. Ma soprattutto
sono mundele (bianco). Qui sembra che l’unica relazione possibile
con i bianchi sia finalizzata ad
avere soldi. Mi ritrovo a girare
per strada a testa bassa, perché
non è facile sostenere quegli
sguardi, alcuni dei quali ti giudicano. E come biasimarli del resto? Io sono ricco, ho un sacco di
possibilità. Non posso non sentirmi in colpa, benché, effettivamente, che colpa posso avere?
Spesso mi metto a osservare la
gente che passa: questo popolo
non avrà da mangiare, ma è sempre in cammino. Non si lascia paralizzare dalle difficoltà. Sembra
dire: «Non ci sto a rimanere con
la faccia nella polvere, comunque
vada c’è qualcosa che quasi nessuno può togliermi: la vita».
29 Ottobre
Qua a Isiro l’istruzione risente,
come tutto il resto, della povertà.
Se avessi fatto questa esperienza
anni fa, avrei riconosciuto il vero
valore della scuola.
Girando per strada vedo sempre
studenti con zappe e macete. Allora un giorno ho chiesto loro il
perché. Dunque dovete sapere
che gli stipendi statali degli insegnanti non arrivano mai. Quindi
vengono tolti dei soldi dalla tassa
di iscrizione (molto cara), e in più,
diversi docenti fanno lavorare gli
studenti nei campi e a casa loro.
Questa settimana a Gajen ho seguito la scuola materna. Ovviamente i bambini stavano la mag-
gior parte del tempo girati verso
di me invece di seguire l’insegnante. A parte qualche balletto
e canzoncina la mattina, per il resto non esistono attività o giochi.
Durante le lezioni i bambini ripetono a macchinetta e in coro
quello che dice l’insegnante, anche perché devono imparare il
francese. Comunque io mi sono
divertito un mondo! Facevo le
smorfie e, da bravo studente, ripetevo in coro con loro canzoncine e poesie. Una frase dice:
«L’anima guarisce stando con i
bambini». Cavolo, è proprio vero!
Per il resto tutto bene. Volente o
nolente il lingala lo sto assorbendo. Sono sempre stato abituato a fare e fare, ma in questo
momento mi viene chiesto «solo»
di vivere: sono due cose diverse e
non è per niente facile comprenderlo.
Novità delle ultime ore. Domani
partirò per la missione di Neisu di
nuovo nella foresta, quindi pronti
per una nuova avventura.
Tommaso degli Angeli*
(1 - continua)
* Dopo aver studiato all’Istituto tecnico
agrario, ho conseguito la laurea triennale presso la Facoltà di Tecnologie
alimentari a Bologna. Ho 22 anni. Abito
a Bagnarola di Cesenatico (Forlì-Cesena). Ho conosciuto la Consolata grazie a padre Francesco Giuliani. Dopo
aver fatto insieme a lui e altri giovani
un percorso di animazione missionaria
e due brevi viaggi (Gibuti nel 2011, Kinshasa, Congo Rd nel 2013), è nato in me
il desiderio di vivere un’esperienza più
lunga e intensa. Allora ho deciso di
prendermi un tempo per riflettere su
me stesso e sulla mia vita mettendomi
al servizio del prossimo. Padre Francesco mi ha suggerito Isiro, e a settembre
2014 sono partito. Ciò che faccio è
principalmente aiutare il centro nutrizionale di Gajen.
Il diario è nato dall’idea che è importante scrivere le cose per rendere materiale ciò che vivo nel cuore (e per essere testimone).
Tra le motivazioni del viaggio, la più importante è la fede: mi sentivo chiamato
a vivere lo stile di vita missionario,
così mi sono buttato, senza tante sicurezze, spinto dallo Spirito che me lo
suggeriva.
APRILE 2015 MC
29
Della legalità
e della giustizia
La rubrica di Gian Carlo Caselli
LO SCANDALO
DELLA PRESCRIZIONE
Torniamo a parlare di corruzione e dei danni che produce. Pur registrando
livelli da primato, nelle carceri italiane ci sono soltanto una decina di persone (su 54 mila!) detenute per quel reato. Colpa anche della prescrizione
che, da norma di garanzia, si è trasformata in una scappatoia legale per imputati eccellenti e colletti bianchi. Le soluzioni ci sarebbero, ma troppo
spesso manca la volontà politica. Così, a 25 anni dall’uscita di «Educare alla
legalità», in Italia la situazione è addirittura peggiorata.
apa Francesco ha fatto riferimento al tema
della corruzione, dal giorno della sua elezione
a Pontefice, in moltissime occasioni, in particolare nella Evangelii gaudium. Parole dure
egli le ha pronunziate anche in occasione dell’incontro con la delegazione dell’Associazione internazionale di diritto penale (23 ottobre 2014). Secondo il
Papa la corruzione, come gravità, viene subito dopo
la tratta delle persone. È un male più grande del peccato e, più che perdonato, va curato. È diventata
«una pratica abituale nelle transazioni commerciali e
finanziarie, negli appalti pubblici, in ogni negoziazione
che coinvolga agenti dello Stato. È la vittoria delle apparenze sulla realtà». Quanto alla sanzione penale,
essa «è come una rete che cattura solo i pesci piccoli,
mentre lascia i grandi liberi nel mare». Meritano maggiore severità le forme di corruzione «che causano
gravi danni in materia economica e sociale». Per
esempio, «le gravi frodi contro la pubblica amministrazione o l’esercizio sleale dell’amministrazione»;
ovvero «qualsiasi sorta di ostacolo frapposto al funzionamento della giustizia con l’intenzione di procurare l’impunità per le proprie malefatte o per quelle
di terzi».
Di corruzione, purtroppo, ce n’è un po’ dovunque, ma
P
in Italia - almeno rispetto gli altri paesi europei - di
più, se è vero che da noi si registra una corruzione
pari al 50% di quella dell’intera Comunità. Le parole
del Papa, dunque, ci interpellano in modo speciale.
a prima considerazione da fare è che la corruzione (nonostante le tante inchieste, da «Tangentopoli» in poi) sembra riprodursi all’infinito. C’è quindi prima di tutto un problema di
regole, di leggi che riescano a rendere la corruzione
non conveniente. Questo problema investe l’adeguamento delle pene (non solo carcerarie; anche e soprattutto interdittive, quelle in ultima analisi ancor
più temute e quindi assai efficaci). Nonché la definizione delle fattispecie, che una recente riforma (attesa per oltre vent’anni e tradottasi nella cosiddetta
«legge Severino») ha finito per confondere e annacquare, costringendoci a mettere in cantiere una
nuova riforma. Ma ancor più gravi e urgenti sono i
problemi connessi alla certezza della pena. Se i tempi
del processo sono biblici e la prescrizione quasi sempre inghiotte tutto e lo azzera, o si interviene efficacemente su questo versante o si continua a ballare
sul Titanic. Per salvarsi bisogna avere coraggio: interrompere la prescrizione quanto meno con la con-
L
LA GIUSTIZIA: qualche numero
Procedimenti penali estinti per prescrizione (2013)
123.078 (337 al giorno)
Numero di detenuti per corruzione (e concussione)
dato statistico irrilevante
Numero di detenuti nelle carceri italiane (31 gennaio 2015)
30
MC APRILE 2015
53.889
MC RUBRICHE
# A fianco: un’immagine dall’Inferno di Dante, canto XXII. Nella
bolgia ci sono i «barattieri»,
coloro che in vita usarono le
loro cariche pubbliche per arricchirsi; il poeta immagina i
dannati immersi nella pece bollente. Sotto: il logo di «Allerta
Anticorruzione» (Alac), portale
internet istituito dalla sezione
italiana di Transparency International per assistere chi decida di segnalare episodi di
corruzione.
danna di primo grado, come accade ovunque nel
mondo salvo che da noi (ed ecco perché i processi
non finiscono mai…), e abolire il grado di appello, che
di fatto non c’è nei sistemi accusatori cui anche noi ci
siamo allineati col nuovo codice di procedura penale
del 1988.
Occorre poi prendere atto che la corruzione in Italia
non è riconducibile a un circolo delimitato per quanto
esteso, ma è sempre più un vero e proprio «sistema», che mette in crisi l’intero apparato economico-sociale del paese. Per poter fotografare questa
realtà, la legge anticorruzione deve allo stesso tempo
essere inserita in un sistema di misure e interventi
che la supportino. Per cominciare vanno incentivate
le denunzie delle situazioni illecite. La corruzione è un
fenomeno occulto, e il controllo più efficace è quello
interno (nell’ambito pubblico e privato), per cui sono
indispensabili misure protettive e premiali per i collaboratori di giustizia. Va inoltre disciplinato l’impiego
di «agenti provocatori» come fonte di prova. Nello
stesso tempo anche il nostro paese deve dotarsi di
forme di difesa tipo Whistleblower (letteralmente
«suonatori di fischietto»), ovvero le vedette civiche
che con le loro segnalazioni possono smascherare
comportamenti illeciti. Ovviamente tutto ciò deve
viaggiare di pari passo con un monitoraggio e un potenziamento degli istituti ispettivi che puntino a uno
Stato con mura di vetro e porte blindate, attraverso la
trasparenza integrale della pubblica amministrazione
(specie in punto svolgimento ed esiti di gare e concorsi; dati sull’uso delle risorse; bilanci). Utili possono
essere appositi test di integrità per politici, amministratori e funzionari. Confisca dei beni e reimpiego
per fini sociali vanno estesi dalla mafia alla corruzione. Per la loro decisiva funzione di reati civetta
vanno perseguiti - con efficacia e non per finta - il
falso in bilancio, l’evasione fiscale, vari reati societari
GLOSSARIO
Corruzione di pubblico ufficiale - Delitto contro la pubblica amministrazione consistente nel dare o promettere
denaro o altri vantaggi a un pubblico ufficiale perché
egli ometta o ritardi un atto del suo ufficio o compia un
atto contrario ai doveri di ufficio oppure perché compia
un atto del suo ufficio. Gli esempi sono quotidiani: tangenti («mazzette») per concedere autorizzazioni, per evitare controlli, per ottenere dichiarazioni, per avere informazioni riservate su appalti e concorsi.
Concussione di pubblico ufficiale - È il reato commesso
dal pubblico ufficiale quando pretende dal cittadinoutente denaro o altri vantaggi per svolgere il servizio
pubblico cui lo stesso è preposto.
Denunzie corruzione - L’Italia è il paese più corrotto dell’Unione europea e uno dei primi del mondo, ma i cittadini - per paura o sfiducia - faticano a denunciare. Per
questo, è nato un sito web - alac.transparency.it - cui
segnalare i presunti casi di corruzione, anche in forma
anonima.
Autoriciclaggio - È il riciclaggio di denaro di provenienza
illegale, compiuto dalla stessa persona che ha ottenuto
tale denaro in maniera illecita. Fino al dicembre 2014 nel
Codice penale italiano esisteva soltanto il delitto di riciclaggio, ma non quello di autoricilaggio.
Falso in bilancio - È uno dei metodi classici per pagare
meno imposte, distribuire dividendi, accantonare «fondi
neri», questi ultimi quasi sempre utilizzati per atti di
corruzione. È ritenuto la madre di tutti i reati economici.
Le sanzioni più dure contro il falso in bilancio sono in vigore nel Regno Unito e negli Stati Uniti.
Prescrizione del reato - La prescrizione del reato è l’istituto giuridico in base al quale lo Stato rinuncia a perseguire l’autore di un reato quando sia trascorso un determinato periodo di tempo. In Italia, la prescrizione si è
trasformata da norma di garanzia a scappatoia legale,
aumentando a dismisura il «tasso d’impunità» e negando
alle vittime il diritto alla giustizia. Un esempio di prescrizione del reato: a novembre 2014 la Cassazione ha annullato per prescrizione le condanne del processo Eternit.
Le vittime dell’amianto, passate, presenti e future sono
rimaste senza giustizia.
(a cura di Paolo Moiola)
APRILE 2015 MC
31
LA CORRUZIONE: cosa comporta e come si combatte
L’imPAtto deLLA CoRRuzione
• gli effetti: avvelena l’economia (mercato, denaro pubblico, investi•
© Corrieredelmezzogiorno
Le PoSSibiLi SoLuzioni
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oRgAniSmi StAtALi
menti), inquina la democrazia ed erode i legami sociali («Riparte il futuro», campagna anticorruzione di Libera-Gruppo Abele);
i costi stimati: 60 miliardi di euro all’anno di soli costi diretti (4% del
Pil italiano), ma l’esattezza del dato è contestata.
certezza della pena e interruzione della prescrizione;
precisa definizione delle fattispecie;
adeguamento delle pene (carcerarie e interdittive);
abolizione del grado d’appello;
confisca dei beni dei corrotti e loro reimpiego a fini sociali;
potenziamento degli istituti ispettivi;
controllo interno con premi per i collaboratori;
introduzione di test d’integrità per politici, amministratori
e funzionari;
introduzione delle vedette civiche (whistleblower).
• l’«Autorità nazionale anticorruzione» (Anac), attualmente presieduta
dal magistrato Raffaele Cantone: www.anticorruzione.it.
e l’autoriciclaggio (quest’ultimo dopo una lunga attesa
segnata da veti contrapposti, alla fine vietato e punito,
ma con la ambigua esclusione del reimpiego del denaro
sporco per… godimento personale).
a da sé infine che la battaglia va combattuta con
determinazione, senza che gli ammonimenti del
Pontefice restino isolati o peggio senza seguito
concreto. Come invece sembra purtroppo essere
accaduto per la nota pastorale della Commissione ecclesiale della Cei «Giustizia e pace» del 4 ottobre 1991 intitolata Educare alla legalità, che denunziava come inquietante «la nuova criminalità così detta dei “colletti
bianchi”, che volge ad illecito profitto la funzione di autorità di cui è investita, impone tangenti a chi chiede anche ciò che gli è dovuto, realizza collusioni con gruppi di
potere occulti e asserve la pubblica amministrazione a
interessi di parte». Parole energiche e di straordinario
valore, ma presto dimenticate: forse perché non vi è
stata quella «mobilitazione delle coscienze» che i vescovi di allora segnalavano come assolutamente necessaria, e che ancora oggi è conditio sine qua non per sperare di frenare e ridurre i fenomeni illegali. Perché «non
vi è solo paura, ma spesso anche omertà; non si dà solo
disimpegno ma anche collusione; non sempre si subisce
una concussione, ma spesso si trova comoda la corruzione per ottenere ciò che altrimenti non si potrebbe
avere. Non sempre si è vittima del sopruso del potente o
V
# A destra: la copertina del libro di papa Francesco dedicato
alla corruzione (Emi, Bologna 2013). In alto: Raffaele Cantone,
il magistrato che dal 2014 presiede l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac).
32
MC APRILE 2015
del gruppo criminale, ma spesso si cercano più il favore che il diritto, il “comparaggio” politico o criminale che il rispetto della legge e della propria dignità». Peccato che queste parole del 1991 sembrano essere state come cenere al vento, tanto da
poter essere ripetute pari pari ancora oggi. La speranza è che gli interventi di papa Francesco riescano
finalmente a trasformare le buone intenzioni in vere
attitudini cristiane.
Gian Carlo Caselli
PS - Mentre chiudiamo la rivista (3 marzo), governo e parlamento discutono (e litigano) sulle pene per la corruzione e
per il falso in bilancio. Nel frattempo, è stata approvata la
norma che rafforza (era già prevista dalla legge Vassalli del
1988) la responsabilità civile (indiretta) dei magistrati.
(Pa.Mo.)
REPORTAGE DALLA SICILIA DELL’«EMERGENZA SBARCHI»
TERRA VIVA
DI PESCATORI E MIGRANTI
TESTO E FOTO DI SILVIA ZACCARIA,
CON UN CONTRIBUTO DI ENRICO CASALE
SIcILIa, Tappa dI uN’uMaNITà IN fuga
© Chiara Giovetti
DOVE GLI EROI
NON SONO DÈI
DI
SILVIA ZACCARIA
Nel canale che divide la Tunisia dalla Sicilia passa il confine tra due continenti, tra il Nord e il
Sud del mondo. Ma i confini sul mare sono per loro stessa natura liquidi ed effimeri, così come i
confini tra i gesti degli dei dell’antichità classica e quelli dell’umanità ferita che oggi nell’isola di
Verga vive e resiste. In quel mare nostrum si mescolano i destini dei pescatori siciliani con quelli
dei migranti. Lì si consuma quel fenomeno strutturale, inarrestabile e prevedibile che impropriamente politici e media chiamano «emergenza sbarchi».
d Aci Trezza, in provincia di Catania, tutti
conoscono «Grillo» il pescatore. «Da giovane mi chiamavano Fellini», dice accennando un sorriso sotto la barba bianca.
Quando lo vediamo uscire dall’acqua con la sua
preda, a noi ricorda piuttosto Tritone, il figlio del
dio del mare, per metà uomo e per metà pesce.
Carlo Levi, durante uno dei suoi viaggi nella Sicilia del secondo dopoguerra, esperienza da cui nacque il libro Le parole sono pietre (1955), ebbe
modo di visitare il borgo marinaro immortalato da
Verga ne I malavoglia e da Visconti ne La terra
trema, e raccolse le impressioni di una signora
straniera che, come lui, viaggiava alla scoperta
dell’isola: «Camminando per le vie di Aci Trezza,
le era parso “di passare in mezzo a un popolo di
A
34
MC APRILE 2015
dèi tanto era chiaro in ciascuno che il suo viso, i
suoi gesti, le sue vicende, il suo destino, erano fissati ed eterni, non seguendo una storia individuale ma uno stile o un costume a tutti comune ed
immutabile. Non mi sembrano uomini, donne,
bambini di oggi, ma alberi di una foresta, o esseri
antichi, come gli dèi. Mi pare che qui tutto debba
essere sempre stato così e che sarà sempre
così”».
Grillo-Fellini ha catturato da poco una murena:
«Nel mese di maggio - spiega ai turisti che si accalcano curiosi attorno a lui - le vipere in calore si
spingono sugli scogli e si accoppiano con certe
specie di pesci e così nascono le murene».
Nella cultura popolare gli eroi non sono dèi, ma
piccoli uomini, persone comuni le cui gesta però,
I fantasmi
DOSSIER MC SICILIA MIGRANTI
nel momento in cui essi superano il confine dei
mondi, assumono contorni mitici. Mito e fiaba, infatti, raccontano, in modo più o meno diretto, soprattutto viaggi di scoperta, in cui la conoscenza
di sé e la generosa apertura verso l’Altro a volte
costa il sacrificio dei loro protagonisti. Così, se
nella mitologia greca Tritone può trascinare fino
al Mediterraneo la nave Argo arenata nel deserto
della Libia grazie ai suoi poteri
soprannaturali, nella leggenda sicula, Colapesce, un
pescatore di Messina1 trasformato in una creatura
anfibia da una maledizione, può salvare la Sicilia decidendo di rimanere per sempre in
fondo al mare per sostituirsi a una delle
colonne che sorreggono l’isola, quella
consumata dal
fuoco dell’Etna2, e
per essere d’aiuto
ai marinai.
Per la gente di Sicilia «Colapisci»
non è morto, e un
giorno tornerà
sulla terra: quando
nessun uomo soffrirà più per dolore
o per castighi, per
quell’atavica condizione d’ingiustizia
Foto di copertina: allo scalo di Aci Trezza, la Provvidenza,
una delle imbarcazioni dipinte di cui si parla a pagina 38.
A sinistra: Lampedusa, la testa del corteo del 3 ottobre
2014 per commemorare l’anniversario del naufragio del
3 ottobre 2013. A reggere lo striscione, i sopravvissuti al
naufragio e il sindaco Giusi Nicolini. La prima persona a
destra è Abba Mussie Zerai, sacerdote eritreo intervistato a
pagina 47. | Qui sopra: il pescatore «Fellini», e il bronzo di
Colapesce, in una delle sue numerose rappresentazioni
presenti in città a Catania.
di Portopalo
Natale 1996. Muoiono tra Malta e
Lampedusa 283 migranti.
Nell’indifferenza delle istituzioni.
I
l ricordo della strage di Lampedusa dell’ottobre
2013, sarebbe, con tutta probabilità, scivolato via,
se nella notte tra l’8 e il 9 febbraio 2015 non ci
fosse stata una nuova tragedia di migranti nel Mediterraneo. Il numero delle vittime, nei giorni in cui scriviamo, non è stato ancora accertato, ma i sopravvissuti parlano di più di 300 dispersi. Ad ogni modo, passato il momento dello sdegno, anche questa vicenda
cadrà nell’oblio, così come quella avvenuta nell’ormai
«lontano» 1996, quando una «carretta del mare», allora carica di 283 indiani, tamil e pakistani, naufragò
tra Malta e la Sicilia. Una strage rimossa da subito: all’inizio di gennaio 1997 arrivarono dalla Grecia le
prime denunce dell’accaduto, ma la reazione delle
autorità italiane fu il rifiuto di credervi. Quando, nei
mesi seguenti, i pescatori di Portopalo di Capo
Passero, che battevano quel tratto di mare,
iniziarono a trovare nelle proprie reti, insieme
al pescato, resti umani, ebbero paura che l’avvio di indagini avrebbe comportato la chiusura dello spazio di pesca per un tempo indeterminato. In più un collega che aveva portato a riva un cadavere era stato bloccato in
porto dalla burocrazia perdendo giorni di lavoro tra verbali e interrogatori. Tutti presero
la stessa decisione: ributtare quei corpi in
mare. Per anni un intero paese custodì l’atroce segreto finché il giornalista Giovanni
Maria Bellu non lo svelò ricostruendo l’intera vicenda
nel libro I fantasmi di Portopalo, Mondadori, Milano
2004. Per dimostrare che quel naufragio era davvero
avvenuto, il giornalista raccolse le testimonianze dei
protagonisti: il pescatore Salvatore Lupo che ruppe il
silenzio, il parroco che assolveva tutti - «L’hanno fatto
per non interrompere il loro lavoro; se ci pensiamo
bene, il mare è un luogo di pace quanto e forse anche
più della terra» -, e l’intellettuale del luogo che invece
riconosce nei pescatori delle gravi responsabilità:
«Quando seppi quello che stava succedendo in mare,
dissi a qualche pescatore che stava sbagliando, ma
non ti ascoltano; ognuno pensa al suo: ora c’è fretta
di guadagnare, paura di restare indietro. Un tempo
c’erano meno soldi ma più rispetto. È vero che a molti
manca una coscienza civica, ma non sono razzisti».
Per Dino Frisullo che, in quell’inverno del ’97, bussò
insieme ai parenti delle vittime alle porte della nuova
sinistra di governo per chiedere il recupero della nave
e del suo carico umano, e il ripensamento delle politiche di chiusura, «i pescatori s’erano comportati in
quel modo perché non avevano avvertito nessun interesse da parte delle autorità».
S.Z.
APRILE 2015 MC
35
che Levi trovò radicata nella terra siciliana, «antica, composita, enormemente stratificata che
forze eterne, oscure e prepotenti tengono da
sempre in soggezione». Lo scrittore riteneva di
poter comprendere quella terra «solo indugiando
su quanto ancora in Sicilia ristagna e imputridisce, di violento investe, di penoso sgomenta, di
dolce sfiora, di mitico-storico-poetico torna alla
memoria».
Tappa di un’umanità in fuga
Tappa di passaggio per naviganti della mitologia
antica, l’isola è oggi sulle rotte di un’umanità in
fuga «che si imbarca, senza geografia, da qualunque spiaggia, verso qualunque approdo»3,
estremo baluardo, suo malgrado, di quella «fortezza Europa»4 che proprio nel mito classico va a
cercare i nomi per le sue operazioni di controllo
delle frontiere, forse nell’intento di dare un’aura
eroica alle imprese poco gloriose del presente:
Hermes, Aeneas, Poseidon, fino all’ultima Triton,
che però, per l’appunto, della divinità benevola,
capace di calmare le acque e d’indicare la rotta
agli Argonauti, non ha nulla.
Con questa stessa retorica classicheggiante era
cominciata anche Mare Nostrum, la missione militare e umanitaria tutta italiana di «sorveglianza
e soccorso in mare», inaugurata pochi giorni dopo
il naufragio in cui morirono annegate, a largo di
Lampedusa, più di 360 persone, e chiusa il primo
novembre scorso, sostituita dalla più modesta
missione europea Triton.
È il 3 ottobre 2014, primo anniversario della trage-
dia: la commemorazione ufficiale si svolge sull’isola con la passerella delle autorità e le contestazioni delle associazioni locali (Askavusa, «a piedi
scalzi» in dialetto lampedusano, in primis), mentre i parenti delle vittime e i superstiti5 sono ricevuti dal Papa. In piazza dell’Esquilino, a Roma, si
tiene una sommessa cerimonia interreligiosa: un
imam legge un passo del Corano, un prete ivoriano intona l’Ave Maria e un esponente delle «religioni tradizionali» suona una specie di olifante
come a evocare gli spiriti dei morti. Si leggono le
testimonianze dei sopravvissuti e poesie di scrittori africani: «Per ognuno di noi c’è una stella nel
cielo, ogni persona che muore è una stella che non
sopravvive». Le donne eritree, avvolte in un leggero panno bianco, con cui nascondono il viso dai
fotografi, hanno in mano una candela accesa. La
sera c’è l’anteprima del film documentario Io sto
con la sposa, dove il senso dell’incredibile viaggio
di un gruppo di profughi palestinesi e siriani attraverso le frontiere europee è espresso nei versi
di un poeta tunisino: «Se devi vivere, vivi libero.
Se devi morire, muori come un albero, immobile».
E mentre ancora si commemorano le vittime di
Lampedusa, alle operazioni di controllo e soccorso in mare si affiancano quelle di monitoraggio
delle frontiere «esterne», aeree, marittime e terrestri: Mos Maiorum6 (letteralmente
«costume degli antenati», locuzione
che nell’antica
Roma indicava i valori cui conformarsi
per essere parte
della civiltà romana,
ndr) è lo slogan
della maxi retata
lanciata tra il 13 e il
26 ottobre 2014 dal
ministero dell’Interno italiano, in
collaborazione con
l’Agenzia europea
Da sinistra: esponenti delle
religioni tradizionali durante la commemorazione
interreligiosa per i migranti
morti nel Mediterraneo tenutasi a Roma il 3 ottobre
2014. | La locandina del film
Io sto con la sposa, sul
viaggio di un gruppo di
profughi palestinesi e siriani. | Uno scorcio del
quartiere di San Berillo, a
Catania. | Copertina del
rapporto Unhcr So close,
Yet so far (from safety).
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MC APRILE 2015
Così vicini,
DOSSIER MC SICILIA MIGRANTI
Frontex, per schedare gli immigrati irregolari
presenti sul nostro territorio europeo. Il richiamo
al «costume dei padri», quasi a indicare una presunta - ma fittizia - identità culturale comune a
tutti i paesi membri dell’Ue, assume inquietanti
connotazioni xenofobe.
Fenomeno strutturale, non emergenza
Al mercato del pesce di Aci Trezza il signor
Liberato prepara le reti per l’indomani. Gli diciamo che siamo in Sicilia per seguire l’«emergenza sbarchi». «Ma è vero - ci chiede - che Mare
Nostrum costa all’Italia 9 milioni di Euro al
mese?».
«Tempo fa», racconta Liberato, «trovai una barca
in avaria con dei clandestini a bordo vicino a
Cassibile. Chiamai la polizia marittima di
Siracusa. Mi risposero: “Siamo in zona!”. Ma arrivarono quattro ore dopo e trovarono solo il capitano. I clandestini erano già stati caricati su una
barca più piccola e portati fino alla costa. Mi chiamarono addirittura dal tribunale per farmi l’interrogatorio: “Quanti erano?”. Ma io ci dissi: “Mentre
li salvavo, non li contavo mica”. Lo sa che c’è, signora? La prossima volta mi faccio i fatti miei. La
giornata di lavoro persa non me la paga nessuno».
(Cfr. Box pagina 35)
La risposta alla domanda sul costo di Mare Nostrum del signor Liberato si trova scritta a chiare
lettere sul sito della Camera dei deputati7, nel
quale si legge che l’operazione è stata finanziata
per un terzo «dalle entrate dell’Inps derivanti dagli oneri di regolarizzazione degli immigrati» dell’ultima sanatoria8, nonché da «corrispondente riduzione del Fondo di rotazione per la solidarietà
alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell’usura», la quale ha comportato
un taglio senza precedenti proprio nella Regione
chiave di Cosa Nostra.
Spenti i riflettori sull’operazione Mare Nostrum,
sostituita da Triton, si è interrotta anche la «cronaca degli sbarchi» che riportava, come un bollettino di guerra, il numero dei dispersi e dei salvati.
(Cfr. Box in questa pagina)
così lontani
170mila arrivi. Più di 100mila persone
salvate dall’operazione Mare Nostrum. 3mila le vittime. 44mila richieste di asilo. Il record nel 2014.
S
econdo l’Unhcr, nel 2014 sono stati circa
200mila i migranti che hanno tentato di attraversare il Mediterraneo. Una cifra quasi tre
volte superiore al precedente record del 2011. L’Italia ha ricevuto 170mila arrivi: quasi 14.200 al mese,
una media di 466 al giorno. Più di centomila le persone tratte in salvo nell’operazione Mare Nostrum
tra la metà di ottobre 2013 e il 1° novembre 2014.
Oltre 3mila le vittime.
Se è vero che le richieste di asilo in Italia sono aumentate rispetto all’anno precedente, raggiungendo le 44mila unità, è pur vero che il nostro paese
si colloca solo al quinto posto a livello europeo. Se
guardiamo poi al fenomeno dei rifugiati da un
punto di vista globale, scopriamo che l’onere maggiore grava sui paesi in via di sviluppo, che da soli
hanno provveduto a dare accoglienza a dieci milioni
di persone, ovvero l’86% del totale. Pakistan, Iran, e
Libano sono i paesi che ospitano il maggior numero
di rifugiati. La Turchia ospita da sola più di un milione di rifugiati siriani. In Europa, la Germania resta
il paese con il maggior numero di richieste (59% del
totale), seguita da Francia e Svezia. Se si confrontano i dati del ministero dell’Interno con quelli pubblicati dall’Unhcr nel rapporto So close, Yet so far
(from safety), si scopre che su 28.557 cittadini eritrei e 23.945 siriani arrivati in Italia nel 2014 (gennaio-settembre), le richieste di asilo presentate
nello stesso periodo sono state rispettivamente 367
e 405, il che rivela una tendenza da parte di queste
persone a non chiedere asilo nel nostro paese e a
spostarsi verso altri stati europei.
S.Z.
(Fonti: www.centroastalli.it
www.redattoresociale.it).
APRILE 2015 MC
37
L’uso improprio del termine «sbarco» da parte dei
media e della politica, automaticamente collegato
nell’immaginario collettivo all’immigrazione irregolare, ha alimentato la retorica del «flusso
straordinario e fuori controllo», e quindi dell’«invasione», legittimando la dichiarazione di «stato
d’emergenza» che dal 2002 viene prorogato di
anno in anno da tutti i governi che si sono susseguiti9. Quello degli «sbarchi», come il flusso migratorio in generale, è invece un fenomeno strutturale, fortemente esposto alle variazioni del contesto geopolitico, il cui andamento somiglia a un
fiume carsico, con stagioni di particolare dinamismo e improvvisa accelerazione, come quella attuale, seguite da fasi di quiete.
Morire lontano dai sassi
che ti conoscono
Nel suo viaggio nel paese dei Malavoglia, Levi era
rimasto colpito dall’atteggiamento dei pescatori
di fronte alla vita e alla morte, dalla loro tenace
accettazione di un destino stretto tra mare e vulcano. «Un mondo pieno di luce, calmo e chiuso in
gesti armoniosi», come quelli dei marinai che riparano le reti o di quel vecchio che col pennello
rinfresca la vernice della sua barca dipinta:
«Eravamo scesi intanto tra le barche, tirate in
secco sulla spiaggia tra le grandi pietre violette e
levigate, l’una vicina all’altra, sì da rendere difficile il passaggio: erano come fiori colorati, come
carri siciliani senza ruote». Sulla prua, al posto
dei Paladini di Francia raffigurati sulle miriadi di
carretti che Levi vedeva passare per le strade
«come una continua emigrazione di un popolo che
non può star fermo», c’era San Francesco da
Paola, protettore dei pescatori, e l’immancabile
occhio «scaccia guai», che, oltre alla funzione apotropaica (di allontanare le influenze maligne),
aveva quella di elevare la barca a rango di persona
umana.
Allo scalo di Aci Trezza, di quelle imbarcazioni
variopinte del tempo che fu, quando la pesca era
abbondante e il mare faceva ancora paura - e
quindi il pescatore, per ingraziarselo, dava il meglio di sé ornando la propria barca come una
«zita» («promessa sposa», in dialetto siciliano) -,
ce ne sono rimaste solo due: Venere e, naturalmente, Provvidenza, che però stanno lì solo per
bellezza, decorate da qualche amatore nostalgico.
Al porticciolo turistico oggi c’è movimento: vicino
alla banchina si scorge la sagoma sinistra di un
peschereccio quasi completamente sott’acqua con
la scritta, ancora leggibile a poppa, «Water
World»: il destino nel nome. «Era tutto di legno, di
legno buono. Forse era libico», commentano i pescatori dilettanti che la sera si ritrovano sul molo,
come Maurizio, il quale di giorno fa l’operatore
ecologico a San Berillo, nel centro di Catania. «C’è
crisi. Almeno per cena mi faccio una bella zuppa
cu sauru».
Quando è stato ritrovato in mare aperto, all’interno del peschereccio c’erano ancora abiti, pacchetti di sigarette. Ora una scarpa spaiata galleggia sullo scafo. E un giornale locale titola: «È affondato il barcone dei clandestini»10.
Ad Aci Trezza non si costruiscono più pescherecci, anzi una ventina di essi sono stati «rottamati» per ottemperare a una normativa Ue. Lo
storico cantiere dei Rodolico, famiglia di maestri
d’ascia che fece della marineria trezzota una delle
più importanti della Sicilia e di tutto il Mediterraneo, somiglia a un museo privato di tradizioni marinare, che al tramonto diventa il ritrovo degli an-
Tunisini
DOSSIER MC SICILIA MIGRANTI
ziani del paese. Loro sono sempre lì: in silenzio,
l’uno accanto all’altro, a fissare l’orizzonte. Sono
quelli che non se ne sono mai andati, ligi al monito
di verghiana memoria: «Per me io voglio morire
dove sono nato. Ringrazia Dio piuttosto, che t’ha
fatto nascer qui; e guardati dall’andare a morire
lontano dai sassi che ti conoscono».
Il continente liquido: confine
di mescolamento tra Nord e Sud
Fino a tempi recenti, erano pochi i pescatori che
sapessero nuotare, come i migranti che oggi affrontano il mare senza averlo mai visto, immaginandolo come il Niger, il Gambia, o come il fiume
del loro villaggio.
«Contadini del mare» vennero definiti i pescatori
da De Seta in un documentario del 1955. Le loro
sortite infatti non erano che un intervallo o un secondo lavoro rispetto a quello del contadino. «Perché il mare è amaro e incute timore, il mare è fatica e insicurezza, il mare è guerra».
Come «la guerra del pesce»11 che i pescatori siciliani combattono da quarant’anni nel canale di Sicilia, in cui, per una tragica ironia della sorte, i
loro destini s’incrociano con quelli dei migranti, e
che dal 2011, anno dell’«emergenza Nord Africa»,
si è aggravata: a sequestrare le unità da pesca italiane in acque internazionali ora sono anche le
motovedette fornite tempo fa a Gheddafi dal governo italiano per contrastare l’immigrazione
clandestina. Il maggiore ambito di azione nelle acque internazionali riconosciuto alle motovedette a
bandiera libica ha dato il colpo di grazia a un set-
di Sicilia
Pescatori, braccianti,
ma non solo.
A
Mazara del Vallo risiede il più antico nucleo di
immigrati tunisini di tutto il territorio italiano.
Qui la presenza tunisina ha piuttosto il significato di un ritorno: l’economia della pesca favorisce
la riappropriazione da parte degli immigrati di luoghi in qualche modo a loro familiari, come la vecchia casbah araba, abitata fino a nove secoli prima
dai loro antenati.
L’immigrazione tunisina in Sicilia inizia verso la fine
degli anni Sessanta, ma è a partire dal 1985, quando
la Tunisia attraversa una terribile crisi economica e
30mila tunisini sono espulsi dalla Libia, che si registra un primo ingente arrivo di migranti. Si tratta di
uomini soli, occupati, appunto, come pescatori nel
trapanese, ma anche come braccianti stagionali
nella provincia di Ragusa, la quale negli anni diventa
la «capitale» dei tunisini soggiornanti in Italia.
A partire dal 1990 aumentano gli ingressi regolari
per lavoro e ricongiungimento familiare.
Ahmed è nato a Vittoria e fa il mediatore culturale
in un centro di prima accoglienza per minori non accompagnati a Priolo Gargallo (zona ad alto rischio
ambientale per la presenza, nel triangolo compreso
tra questo comune e quello di Augusta e Melilli, di
un importante polo petrolchimico). I genitori avevano riportato Ahmed in Tunisia all’età di 8 anni, e
lui è tornato in Italia solo quando ne aveva 18 e i
tempi per la richiesta della cittadinanza erano già
scaduti. Ci racconta di come gli «stranieri come lui»
abbiano ripopolato alcuni comuni della provincia
iblea, svuotati dall’emigrazione dei siciliani verso il
Nord, e di come nelle serre tra Vittoria e Gela, dove
lavorano in condizioni di semischiavitù tunisini e rumeni (soprattutto donne), sia possibile trovare anche molti immigrati prelevati direttamente al momento dello sbarco o dai centri di prima accoglienza
in cui erano ospitati.
S.Z.
Da sinistra in alto: la prua della barca Venere.
Notare l’«occhio scaccia guai» e l’immagine di
San Giovanni Battista. | Una veduta del cantiere
Rodolico. | I resti del peschereccio «Water world».
| Due membri della famiglia di maestri d’ascia Rodolico, Salvatore (a sinistra) e Giovanni.
APRILE 2015 MC
39
tore come quello ittico già messo in ginocchio
dalla concorrenza spietata di paesi poco regolamentati (come il Giappone) e dalle stringenti regole provenienti da Bruxelles, nonché all’intera
marineria siciliana, sui cui pescherecci sono imbarcati, da ormai quasi mezzo secolo, anche numerosi lavoratori tunisini. (Cfr. box della pagina
precedente)
L’immigrazione tunisina in Sicilia però ha poco a
che vedere con il complessivo fenomeno della globalizzazione e va inquadrata piuttosto nel contesto di una lunga storia tutta mediterranea. Bisogna ricordare infatti che in passato i siciliani avevano formato una consistente comunità nello
stato maghrebino, prima e anche dopo che diventasse protettorato francese nel 1881.
Nel canale che divide la Tunisia dalla Sicilia passa
il confine tra due continenti, tra il Nord e il Sud
del mondo; ma i confini sul mare sono per loro
stessa natura liquidi ed effimeri. Il mare
non conosce discontinuità né cesure e
quel breve tratto di poche miglia è
sempre stato parte capitale del «continente liquido» descritto da Ferdinand Braudel, spazio di comunicazione e di scambio, terra di
mezzo12. «Il mare - scrive Verga non ha paese nemmeno lui ed è di
tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e
muore il sole».
Non assomigliano di certo
alle «zite» le «carrette del
mare», rese «umane» solo
dalle pene degli uomini che
vi hanno viaggiato. Vita e
morte si stringono dentro
questi scafi. Il costo di un
viaggio in coperta, «al si-
curo», può costare fino a cinquemila dollari;
«solo» duecento per i bambini. Molto minore il
prezzo della stiva, il luogo più pericoloso, riservato solitamente ai subsahariani, dove in caso di
incidente nessuno sopravvive.
«Di questi viaggi, uno su dieci si perde sul
fondo»13. Come quello dei genitori di A., profughi
siriani rifugiati in Sudan, dove il nonno paterno fa
il manager per una importante compagnia aerea
araba, ai quali non bastava appartenere a una famiglia benestante ed essere scampati alla guerra
per sentirsi liberi. Il sogno di ottenere la cittadinanza europea, una qualsiasi, aveva spinto la coppia - con un bambino non ancora adolescente e A.,
che aveva meno di due anni - a recarsi in Libia, e lì
a salire su una barca diretta in Italia.
C’erano anche loro tra le vittime del naufragio del
24 agosto 2014, costato la vita a 24 persone. Del
suo nucleo familiare, A. è l’unica sopravvissuta: ritrovata miracolosamente aggrappata a una tavola e tratta in salvo da un connazionale. Affidata per quattro mesi alle cure di una coppia di Augusta, è stata rintracciata dal
nonno, anche grazie all’intervento di
Save the Children, e riportata in Sudan.
Anche Sarjo è scampato a un naufragio.
«Che si fa in quelle circostanze?», gli
chiediamo.
«Preghiamo! In barca, in mare aperto,
si prega cinque volte al giorno».
Era partito nell’agosto 2013 dal
Gambia; aveva percorso a
piedi il Senegal, il Mali,
prima di entrare a Sebha,
in Libia, e di lì arrivare a
Tripoli. Un libico ha pagato il prezzo della traversata come compenso
per il lavoro che aveva
fatto per lui. Adesso,
dopo più di un anno dal
suo arrivo a Catania,
Note alle pagine 34-41:
1 Si tratta di uno dei racconti popolari più noti e antichi della
Sicilia (risalirebbe al XII sec.) giunto a noi in tante versioni
differenti: secondo quella ripresa da Italo Calvino in Fiabe
italiane, Colapesce è nato a Messina. In altre versioni è originario di Napoli, Catania, Bari, Genova, ma lo ritroviamo anche in Francia, Spagna, Grecia e addirittura sull’altra sponda
del Mediterraneo.
2 È Colapesce, costretto dalla fatica a cambiare la mano di
sostegno, a provocare di tanto in tanto le scosse telluriche.
3 Cfr. Erri De Luca, In mezzo a questo mare nostro, in «Ventiquattro», 21/03/2007.
4 Definizione elaborata da Saskia Sassen in Migranti, coloni,
rifugiati. Dall’emigrazione di massa alla fortezza Europa, Feltrinelli, Milano 1999. Secondo Asher Colombo (cfr. Fuori controllo? Miti e realtà dell’immigrazione in Italia, Il Mulino, Bologna 2012) la «fortezza Europa» è un’immagine più che altro
suggestiva, che sopravvaluta il grado di impenetrabilità e
chiusura del continente.
5 I superstiti, quasi tutti eritrei, furono iscritti nel registro
degli indagati e accusati di reato di clandestinità. Nessuna inchiesta o indagine è stata aperta invece in merito a eventuali
errori o ritardi nei soccorsi.
6 «In linea con analoghe attività pianificate a livello comunitario [...], la Presidenza italiana del Gruppo Frontiere/Comitato Misto ha programmato, dal 13 al 26 ottobre 2014, l’operazione “Mos Maiorum” [...]. Scopo principale dell’operazione
sarà quello di raccogliere informazioni sui flussi migratori nei
paesi dell’Ue, con particolare riguardo alla pressione nei singoli stati membri, alle principali rotte utilizzate dai trafficanti
di esseri umani, le principali mete di questi ultimi, i paesi di
origine e transito, i luoghi di rintraccio e i mezzi di trasporto
utilizzati». Dal sito web della presidenza italiana del consiglio
dell’Unione europea, http://italia2014.eu/it/news/post/ottobre/mos-maiorum/
7 Cfr. www.camera.it/leg17/465?tema=immigrazione_clandestina.
8 Nel 2012, con il nome di «ravvedimento oneroso», si è dato
Uno su dieci si perde sul
fondo
40
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Bibliografia
DOSSIER MC SICILIA MIGRANTI
Sarjo ha in tasca un permesso di soggiorno per
motivi umanitari. Alla commissione che ha esaminato la sua richiesta, ha raccontato una storia fantasiosa: «“Sono rimasto orfano e nella famiglia
adottiva c’erano due fratelli che mi picchiavano ha mostrato una ferita sulla tibia dovuta a una caduta nell’infanzia - e allora sono scappato”. Ho dovuto raccontare questa storia perché un giorno
voglio tornare in Gambia»14. «Dove pensi di andare adesso?», gli chiediamo.
Svezia, Germania, Svizzera, sono le destinazioni
più ambite dai migranti per le migliori condizioni
di welfare offerte da quei paesi.
«Anywhere, but not in Italy», dovunque, ma non
in Italia, ci risponde lui.
- Giovanni Verga, I Malavoglia, Treves, Milano 1881.
- Carlo Levi, Le parole sono pietre, Einaudi, Torino
1955.
- Italo Calvino, Fiabe Italiane, Einaudi, Torino 1956.
- Erri de Luca, Sola Andata. Righe che vanno troppo
spesso a capo, Feltrinelli, Milano 2005.
- Giovanni Maria Bellu, I fantasmi di Porto Palo. La
morte di 300 clandestini e il silenzio dell’Italia, Mondadori, Milano 2004.
- Fernand Braudel, Il mediterraneo, Bompiani, Milano
2002.
- Saskia Sassen, Migranti, coloni, rifugiati. Dall’emigrazione di massa alla fortezza Europa, Feltrinelli,
Milano 1999.
- Asher Colombo, Fuori controllo? Miti e realtà dell’immigrazione in Italia, Il mulino, Bologna 2012.
- Centro Studi e Ricerche Idos (a cura di), Dossier Statistico Immigrazione - Rapporto Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) 2013 e 2014.
Filmografia
Cinema italiano e migrazioni:
- Io sto con la sposa di Antonio Augugliaro, Gabriele
del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry, 2014.
- Lampedusani, di Costanza Quatriglio, 2014.
- Terraferma, di Emanuele Crialese, 2011.
- Mare chiuso, di Stefano Liberti e Andrea Segre, 2012.
- Come un uomo sulla terra, di Dagmawi Yimer e Andrea Segre, 2008.
Sui pescatori di Sicilia:
- La terra Trema, di Luchino Visconti, 1948.
- Contadini del mare, di Vittorio De Seta, 1955.
A sinistra: Sarjo. | Qui sopra: Sarjo in un locale gestito
da Senegalesi nel quartiere di San Berillo.
avvio a un nuovo provvedimento di emersione dei lavoratori
non comunitari irregolarmente attivi sul nostro territorio. Il
dossier Unar 2013 sottolinea come lo stato italiano abbia
fatto ricorso ordinario a uno strumento «straordinario» per
definizione. La sanatoria prevedeva il versamento di 1.000
Euro più le somme dovute a titolo retributivo, contributivo e
fiscale, per un periodo non inferiore a 6 mesi. Conseguenze:
traffico di falsa documentazione e consolidamento della
prassi per la quale sono i migranti stessi a pagare gli oneri
della regolarizzazione, e non i datori di lavoro.
9 Nei primi mesi del 2011, in piena «emergenza Nord Africa»,
per l’arrivo di 15.000 profughi soprattutto a seguito della rivoluzione dei gelsomini e dell’inizio della guerra civile in Libia, esponenti del governo allora in carica parlarono di «catastrofe», «tsunami umano», «esodo biblico».
10 Nel 2008, l’Ordine dei giornalisti, condividendo le preoccupazioni dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, ha firmato
un Protocollo d’intesa denominato «Carta di Roma», cioè un
codice deontologico che obbliga a usare in modo opportuno i
termini «rifugiato», «richiedente asilo», «migrante forzato»,
«migrante» tout court (chi lascia il proprio paese per ragioni
economiche), «immigrato irregolare». Nel linguaggio giornalistico dei paesi del Maghreb i migranti illegali sono definiti
harraga, letteralmente «quelli che bruciano» (le frontiere,
oppure i documenti per evitare il rimpatrio).
11 Una guerra costata diversi morti tra i pescatori siciliani,
feriti, 130 pescherecci sequestrati dai militari dei paesi della
sponda Sud del Mediterraneo, 150 marittimi detenuti, anche
a lungo, nelle carceri tunisine, libiche, egiziane e algerine.
12 Cfr. www.istitutoeuroarabo.it/DM/immigrazione-e-dinamiche-linguistiche-una-ricerca-a-mazara-del-vallo.
13 Erri de Luca, In mezzo a questo mare nostro.
14 Il Gambia, nazione di poco più di un milione di abitanti,
che gli opuscoli turistici britannici descrivono come «The
smiling coast of Africa», la costa ridente dell’Africa, si rivela
a sorpresa uno dei principali paesi di provenienza dei minori
non accompagnati: il 29% degli 11.000 segnalati in Italia nel
2014.
APRILE 2015 MC
41
33-52 Dossier_Sicilia_gi_PM_LLste_MC dossier 09/03/15 12:24 Pagina 42
REGIONI D’ARRIVO
120.239
LE PRINCIPALI
STRAGI DEL MARE
DEGLI ULTIMI 20 ANNI
CRONOLOGIA
SICILIA
22.673
9.351
b
c
6 APRILE 2011:
250 morti, canale di Sicilia.
17.146
d
16 GIUGNO 2013:
i soccorritori salvano decine di
naufraghi aggrappati alle gabbie
per l’allevamento dei tonni nel canale di
Sicilia: sette migranti muoiono annegati.
30 SETTEMBRE 2013:
un barcone si arena a meno di cento metri
dalla costa di Scicli, muoiono 13 migranti.
1.297
1
TUNISIA
141.484
LIBIA
15.283
3
10.321
1.480
3 OTTOBRE 2013:
366 migranti muoiono a poche miglia
da Lampedusa.
11 OTTOBRE 2013:
260 vittime a 60 miglia a sud
di Lampedusa.
5
11 FEBBRAIO 2015:
più di 330 migranti morti a 100 miglia
a sud di Lampedusa.
Missione Mare Nostrum (Italiana):
dal 18 ottobre 2013 al 31 ottobre 2014.
Missione Triton (Europea):
dal 1 novembre 2014 a dicembre 2015.
Triton è oggetto di critiche per la sua
evidente inefficacia.
Mare Nostrum era stata definita da alcuni
come un’operazione che in qualche
modo «incoraggiava» le partenze, ma la
sua chiusura non ha scoraggiato affatto
gli attraversamenti del Mediterraneo.
Se Nel gennaio 2014 erano state
2.171 le persone che avevano cercato
di attraversare il Mediterraneo,
sono 3.528 nel gennaio 2015.
2
EGITTO
4
TURCHIA
GRECIA
PAESI DI PROVENIENZA
8.691
A
26 AGOSTO 2014:
24 morti, Canale di Sicilia.
5 DICEMBRE 2014:
18 morti, Canale di Sicilia.
PUGLIA
PAESI DI IMBARCO
2 GIUGNO 2011:
270 dispersi, canale di Sicilia.
10 LUGLIO 2012:
54 morti, Canale di Sicilia.
CALABRIA
CAMPANIA
NATALE 1996:
283 migranti, Portopalo di Capo Passero.
20 OTTOBRE 2003:
70 morti, Canale di Sicilia.
a
4.993
B
9.908
D
42.425
MALI
SENEGAL
4.993
NIGERIA
ERITREA
34.329
6.017
SENEGAL
C
9.000
5.756
GAMBIA
F
SOMALIA
G
PALESTINA
SIRIA
A B
E
GAMBIA
8.691
H
FLUSSO MIGRATORIO 2014
170.081
CAMPANIA
9.351
d
c
CALABRIA
22.673
SICILIA
120.239
66.000
PUGLIA
17.146
Migranti sbarcati
sulle coste italiane
nel 2014
b
a
GRECIA
1.480
TURCHIA
10.321
4
5
Migranti ancora
nelle strutture
di accoglienza
a fine 2014
H
1
SIRIA
42.425
G
TUNISIA
1.297
3
2
MALI
9.908
LIBIA
141.484
PALESTINA
6.017
EGITTO
15.283
ERITREA
34.329
C
E
D
SOMALIA
5.756
F
NIGERIA
9.000
APRILE 2015 MC
43
STORIE DI «ORDINARIA» MIGRAZIONE
LIBERTÀ
A CARO PREZZO
DI
SILVIA ZACCARIA
Nei centri di prima accoglienza le giornate passano tra la noia, la sfiducia accumulata in mesi di
attesa e la tensione per l’incertezza sul proprio futuro. Mustaqim dal Bangladesh, Sheriff dal
Gambia raccontano un pezzo delle loro storie. Bakari è «rinchiuso» nel centro di accoglienza di
Mineo da più di un anno. Mammut vi è stato trasferito da appena due mesi, dalla tendopoli di
Messina, e già pensa alla fuga. Ma c’è anche chi lì dentro attende da più di tre anni una risposta sul proprio destino. Rifugiati, perseguitati, migranti in cerca di una vita migliore, sopravvissuti all’indicibile, sono condannati a una vita sospesa.
opo lo sbarco, i minori stranieri sono condotti nei centri di prima accoglienza: a
Pozzallo, in un palazzetto dello sport
messo a disposizione per la stagione
estiva da un privato, dove una trentina di ragazzi
egiziani dormono su materassi di gommapiuma e
il loro unico svago è ballare al ritmo della musica
rap araba trasmessa da due grandi amplificatori,
e ad Augusta, in una scuola in disuso. Per le centinaia di ragazzi che arrivano nel porto della città a
bordo delle navi della Marina militare, nel cortile
della «Scuola Verde» sono state predisposte brandine di fortuna, mentre al piano superiore le aule
sono state adibite a camerate, ciascuna occupata
da otto ragazzi, divisi per nazionalità.
Nella stanza dei bengalesi, considerata la più pulita e ordinata, ci riceve Mustaqim il «retto». Indossa una maglietta con la scritta United Colours
of Benetton; non sa nulla del crollo del Rana
D
44
MC APRILE 2015
Plaza, la fabbrica tessile alla periferia di Dacca
che nell’aprile del 2013 era costato la vita a più di
1.000 suoi connazionali. Doveva essere già in viaggio. È pettinato come uno studente di un college
inglese, forse per apparire più giovane. In effetti
aspetta un permesso per minore età. Mostra la
foto dei genitori: la mamma, avvolta in un sari
viola, sembra piuttosto anziana. Comunque Mustaqim è il maggiore di nove fratelli e spetta a lui il
compito di mantenerli. Dice che la sua famiglia ha
chiesto un prestito in banca per pagare il costo
del viaggio. Ma è più probabile che dietro ci sia
una catena transnazionale di «imprenditori» del
traffico di persone che chiede ai migranti e alle
loro famiglie interessi esosi.
È un universo «invisibile» quello dei migranti dal
Bangladesh, da cui si registrano i primi arrivi in
Italia già nel 1982. Non possono chiedere lo status
di rifugiato politico - ciò creerebbe all’Italia ten-
DOSSIER MC SICILIA MIGRANTI
sioni con un governo democraticamente eletto né di profugo ambientale - categoria che non gode
ancora di un riconoscimento giuridico -, definizione che calzerebbe perfettamente su coloro che
fuggono dal paese asiatico, il cui territorio, notoriamente, è flagellato da pesanti inondazioni e ora
sempre più soggetto a periodi di siccità.
Le giornate passano tra la noia, la sfiducia accumulata in mesi di attesa e la tensione per l’incertezza sul proprio futuro. La «Scuola Verde» non è
certamente il luogo più adatto a ospitare dei minori: era già stata dichiarata non agibile, e i ragazzi sono lasciati soli nelle ore notturne. Molti di
loro però hanno costruito relazioni positive con il
territorio: operatori, volontari, tutori che li hanno
avuti in consegna per mesi.
Il mattino del 21 ottobre arriva il trasferimento
a sorpresa: saranno portati tutti in una nuova
struttura, un altro centro di prima accoglienza a
Melilli, nella frazione Città Giardino.
Proprio come Kunta Kinte
Sheriff arriva dal Gambia, dal villaggio di Badibù,
lo stesso di Sarjo, ma lui è partito prima.
Appartiene al gruppo etnico Mandinka, proprio
come Kunta Kinte, il protagonista di Radici, fortunato film per la televisione tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore afroamericano Alex Haley.
Erano gli anni ’70 e un’intera generazione di ragazzi italiani fece il tifo per quel nero forte e coraggioso che lottava per i suoi diritti. Per Sheriff,
Kunta Kinte è esistito davvero: «È il nostro eroe
nazionale», dice. Lui ha seguito il destino del suo
illustre antenato imbarcandosi su una moderna
nave negriera, verso un luogo in cui la libertà si
conquista ancora a caro prezzo.
Anche il suo è stato un viaggio lungo e difficile.
Sheriff mostra un tesserino da giornalista e racconta che, grazie a una borsa di studio, aveva iniziato uno stage presso la radio privata «Kids with
talents» (Kwt 107.6 fm) che si occupava di sport e
giovani di talento. Sheriff aveva visitato alcune co-
munità rurali per raccogliere le opinioni degli abitanti sulla decisione del presidente Jammeh
Yahya1 di vietare il gioco del calcio durante la stagione delle piogge - giugno-ottobre - per indurre i
giovani a lavorare nei campi di arachidi, principale prodotto di esportazione. Un intervistato
aveva espresso delle critiche, e Sheriff poco
tempo dopo aveva ricevuto una telefonata: la cosa
era arrivata alle orecchie di Yahya, che non aveva
gradito il contenuto dell’intervista. Avrebbe potuto mandare i suoi jungullers (una specie di milizia privata al soldo del dittatore) a ucciderlo. Sheriff allora non ha perso tempo ed è fuggito. Ha
percorso 200 km a piedi per entrare in Senegal, di
lì in Mauritania, e poi in Marocco da dove ha tentato più volte di raggiungere l’Europa. Per pagare
il resto del viaggio, ha lavorato per un periodo
come muratore a Tangeri, dove viveva in edifici
abbandonati alla periferia della città. Ma una
notte è stato costretto a scappare per una retata
della polizia. Raggiunta Tetouàn, si è nascosto
nella foresta di Cassiago, dove erano accampate
centinaia di «fratelli» di altri paesi del West Africa.
Per entrare a Ceuta, l’enclave spagnola, ci sono
due modi: attraversare a nuoto quel lembo di
mare che la separa dal Marocco, oppure scavalcare il muro fatto di recinzioni alte sei metri e sormontato da reticolati di filo spinato2. Sheriff era
su quel muro quando è stato catturato. In prigione, i poliziotti marocchini gli gridavano sporco
negro e lo hanno lasciato senza mangiare per due
giorni. Al secondo tentativo è stato deportato alla
frontiera con l’Algeria. Superato il confine, è stato
nuovamente arrestato a Maghnia, dove è stato costretto a passare la notte dentro a una buca.
Fuggito di là, ha capito che la sua ultima speranza era la Libia.
Ora vive con Sekou «il Saggio», che ha incontrato a Tripoli ed era con lui sulla barca
che lo ha portato in Sicilia, in un appartamento dello Sprar (il Sistema di Protezione
per Migranti e Richiedenti Asilo) ad Aci
APRILE 2015 MC
45
Sant’Antonio, proprio sotto al Vulcano. «La notte
sembra che la casa si muova e abbiamo paura».
Sekou, che ha una brutta ferita sul viso ed è orfano di entrambi i genitori, parla bene italiano, ma
fa finta di non capire. Dice di essere in contatto diretto con Ousainou Darboe, un avvocato per i diritti umani, leader del principale partito dell’opposizione in Gambia. Sekou e Sheriff sarebbero potuti rientrare nel loro paese prima del previsto se
il colpo di stato, tentato nella notte tra il 29 e il 30
dicembre scorso, non fosse fallito.
C’è ancora qualcuno che
nasce o muore nel centro di Mineo
Sheriff e Sekou sanno di essere stati comunque
più fortunati di tanti loro compagni di viaggio. Bakari è «rinchiuso» nel centro di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo (Cara)3 di Mineo da più
di un anno. Mammut vi è stato trasferito da appena due mesi, dalla tendopoli di Messina, e già
pensa alla fuga. Ma c’è anche chi lì dentro attende
da più di tre anni una risposta sul proprio destino.
Malgrado il recente scandalo denominato dalla
stampa «Mafia capitale» che ha riguardato l’intero «sistema italiano dell’accoglienza» e, in particolare, proprio la gestione del centro nato nel 2011
sull’onda dell’ennesima emergenza, c’è ancora
qualcuno che a Mineo nasce o muore.
Pochi chilometri separano il centro dalla base aeronavale Usa di Sigonella. Percorriamo la statale
che da Catania porta a Caltagirone, e di lì a Gela.
Alla nostra destra c’è la distesa di filo spinato che
protegge la base, interrotta solo da qualche ce-
46
MC APRILE 2015
spuglio dove si nascondono le prostitute, tutte ragazze africane ospiti del Cara. Più avanti, sulla sinistra, vediamo sbucare all’improvviso un gruppo
di villette tutte uguali, color pastello e, poco oltre,
un agrumeto. Ha il nome bucolico di Residence
degli aranci, ma per entrare ci vuole «un’autorizzazione speciale», dicono i funzionari all’ingresso.
Anche per uscire, gli ospiti devono passare il
badge e sono obbligati a rientrare entro 48 ore.
Il primo centro abitato sulla strada, Mineo appunto, è arroccato sulla collina ed è difficilmente
raggiungibile a piedi. Sulla striscia d’asfalto che
separa il centro dai campi lasciati incolti, un pastore pascola le pecore, sorvegliate da un cane
che zoppica. Mentre la foto, pubblicata sul web,
che mostra i migranti appesi al «muro» di Ceuta e
gli spagnoli, dall’altra parte, che giocano a golf, fa
il giro del mondo, sulla strada del ritorno, anche
noi abbiamo un flash: dietro la recinzione che
cinge il perimetro di Sigonella, un militare in maniche corte passeggia con la figlia - i capelli biondi
e lo stesso diafano pallore - su un prato all’inglese
perfettamente curato e di un verde talmente intenso da sembrare finto.
Ci giriamo un’ultima volta verso il «villaggio della
solidarietà» (il Cara di Mineo è stato chiamato anche così) dove centinaia di uomini e donne nel
fiore dell’età, dopo essere sopravvissuti all’indicibile, sono condannati a una vita sospesa, che ha
più il sapore di una morte lenta che di una seconda nascita a un’esistenza nuova, dall’altro lato
di questo mare nostro.
© Lisa Boccaccio
DOSSIER MC SICILIA MIGRANTI
Note alle pagine 44-47:
1 Jammeh Yahya era balzato agli onori della cronaca nel 2013
per aver definito, nel corso di un’assemblea generale dell’Onu, i propri concittadini omossessuali una «sciagura», e
l’omosessualità la «maggiore minaccia per l’esistenza
umana». Per rimanere su questo tema, già nel 2008 aveva
ammonito gay e lesbiche a lasciare il paese, se non volevano
vedere le loro teste tagliate. Nel febbraio 2014, parlando alla
televisione di stato dichiarava: «Combatteremo questi animali infestanti chiamati omosessuali nello stesso modo in cui
stiamo combattendo le zanzare portatrici di malaria». Lo
scorso agosto l’assemblea nazionale del Gambia ha approvato
un disegno di legge che prevede l’ergastolo per il reato di
«omosessualità aggravata», ovvero per coloro che ripetono il
presunto crimine in forma recidiva, e per le persone che
hanno contratto l’Hiv.
2 Ceuta e Melilla, enclave spagnole in territorio marocchino,
hanno rappresentato per tutti gli anni Novanta due porte
d’ingresso per l’Unione europea. Per questo sono state separate dal Marocco da una doppia rete metallica alta inizialmente tre metri, e poi raddoppiata a sei. Nell’estate e autunno del 2005 le due enclave sono state oggetto di veri e
propri assalti di migranti che tentavano, in alcuni casi riuscendoci, di scavalcare il muro. All’inizio del 2014, l’uso di
proiettili di gomma e il lancio di lacrimogeni da parte della
Guardia Civil spagnola avrebbero causato la morte di 15 migranti. Il nuovo giro di vite spagnolo ha fatto storcere il naso
all’Unione europea, che pure aveva finanziato, con 20 milioni
di Euro, la recinzione.
3 Riprendendo alcune intuizioni di Hannah Arendt e di Giorgio Agamben, alcuni studiosi di scienze sociali hanno mostrato come ci sia una continuità di logica tra i campi di concentramento e i vari centri di identificazione, detenzione e
accoglienza, in quanto spazi in cui viene normalizzata una
condizione di eccezione al diritto, essendovi reclusi soggetti
che non hanno commesso alcun reato.
Decisamente rilevante, a questo riguardo, è la difficoltà, anche per parlamentari, giornalisti e avvocati, di essere ammessi in queste strutture.
© Lisa Boccaccio
Pagina precedente dal basso a
sinistra in senso antiorario: un
giovane migrante a Catania. |
Foto di gruppo: il primo a sinistra
è Sekou, mentre il primo a destra
è Sheriff. | In alto: Mustaquim.
In questa pagina: l’insegna che
indica il Centro di accoglienza di
Mineo. | Tre immagini della fotografa Lisa Boccaccio che, nell’ambito del progetto «Guardo Oltre», ha visitato il Centro di
Priolo.
© Lisa Boccaccio
PADRE GLIOZZO: UN DIALOGO SU EMARGINATI E CHIESA
GIÙ LE MANI
DA SAN BERILLO
DI
SILVIA ZACCARIA
Un quartiere di Catania oggetto di politiche di risanamento fin dagli anni Venti del Novecento.
Un «porto di mare» che da decenni accoglie l’umanità più emarginata, dalle prostitute alle
trans, dai tossicodipendenti ai migranti, raccontato da chi lo vive, e da chi, come padre Giuseppe Gliozzo, parroco del Crocifisso della Buona Morte dal ‘72, lì spende la sua vita per gli altri.
ggetto di scellerati piani di sventramento
e risanamento dal «degrado», lo storico
quartiere di San Berillo, a Catania, è invece uno straordinario esempio di come la
convivenza con l’altro non solo è possibile, ma è
già una realtà. Come testimonia padre Giuseppe
Gliozzo, parroco della chiesa del Crocifisso della
Buona Morte.
Una volta conosciuto l’esito della domanda di
asilo, gli immigrati sono invitati a lasciare i centri
d’accoglienza, perdendo i benefici che il sistema di
protezione dovrebbe aver garantito loro almeno
per tutto il periodo di attesa: vitto, alloggio e un
pocket money giornaliero. Da quel momento entrano in un altro limbo, costretti ad aggirarsi
come fantasmi nelle nostre città.
A Catania c’è un luogo dove in tanti hanno trovato
ospitalità, o almeno un rifugio temporaneo, prima
di riprendere il viaggio verso Nord: il quartiere di
San Berillo.
Berillo, originario di Antiochia, città dell’allora
provincia romana della Siria, avrebbe portato, secondo la tradizione, il Cristianesimo in Sicilia, divenendo il primo vescovo della città etnea.
Mentre camminiamo per le vie del
quartiere, veniamo fermati da
un uomo distinto che ci
O
48
MC APRILE 2015
avverte, con garbata gentilezza e affabilità tipicamente siciliane: «Qui ci sono le cocotte». Poi ci
prende sotto braccio, con l’intento di allontanarci
da quella zona «poco raccomandabile». Insiste
per offrirci un caffè. Ci sediamo al bar di Piazza
Bernini, davanti al Teatro Massimo che è in sciopero: «Un paese senza teatro è un paese morto»,
c’è scritto sugli striscioni appesi a un cornicione.
Scopriamo così, di fronte a un caffè, la storia del
quartiere più centrale e antico di Catania, oggetto
di una serie di piani «sventramento» e «risanamento» sin dagli anni Venti del secolo scorso,
quando la fiorente industria dello zolfo indirizzava
i notabili catanesi verso l’ipotesi della demolizione
radicale: il collegamento del quartiere popolare,
caratterizzato da una urbanizzazione caotica e fittissima, con la stazione e il porto era troppo angusto per una città che aspirava a diventare la «Milano del Sud». La II Guerra Mondiale bloccò il
progetto, ripreso nel 1957, quando lo sventramento venne effettivamente realizzato: i 30.000
abitanti furono deportati a San Leone, che da quel
momento diventò San Berillo Nuovo, e del quartiere originario rimase solo un pezzetto.
In questi vicoli stretti da cui non si vede il mare e
nei quali non entra mai il sole, gli immigrati arrivati di recente, o quelli storici come i senegalesi e i
tunisini, convivono pacificamente con un’altra uma-
L’angelo dei rifugiati
DOSSIER MC SICILIA MIGRANTI
Incontriamo Abba Mussie Zerai, eritreo, arrivato in Italia nel 1992 come richiedente
asilo, ora sacerdote in Svizzera, e candidato al Nobel per la pace 2015 per la sua opera
di denuncia delle condizioni dei migranti africani.
A
bba Mussie Zerai, noto anche
come «angelo dei rifugiati», è
stato candidato al Nobel per la
pace 2015. Eritreo di nascita, è arrivato in Italia come richiedente asilo
nel 1992. Nel nostro paese ha frequentato l’università e, nel 2010, è
stato ordinato sacerdote. Da anni
denuncia le condizioni disumane che
i richiedenti asilo affrontano sul loro
cammino. In particolare dei profughi
provenienti dal Corno d’Africa. È grazie alle sue denunce (e a quelle della
suora comboniana Azezet Kidane)
che l’azione dei trafficanti di uomini
nel Sinai è divenuta di dominio pubblico e, in parte, è
stata affrontata dall’Egitto. Più volte sentito dall’Alto
Commissariato dell’Onu per i rifugiati, nel 2012 è
stato ricevuto dall’allora Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. Oggi vive in Svizzera dove segue le 14
comunità eritree sparse nei vari cantoni.
Abba Mussie Zerai da dove provengono i migranti
che dalla Libia cercano di partire verso l’Europa?
«Arrivano dall’Africa orientale (Eritrea, Etiopia, Somalia, Sudan) e dall’Africa occidentale (Mali, Niger,
Nigeria, Ghana, Costa d’Avorio). I primi passano dal
Sudan, i secondi dal Niger».
Una volta entrati in Libia dove si spostano?
«Solitamente convergono verso Tripoli per poi tentare di imbarcarsi verso Lampedusa. Ma non è così
scontato che arrivino a Tripoli. Alcuni gruppi finiscono in Cirenaica (la regione al confine con l’Egitto).
Difficile dire come arrivino laggiù. Di solito però le
guide, per evitare i posti di blocco organizzati dalle
milizie, fanno fare giri molto lunghi ai gruppi di migranti. Alla fine però vengono presi lo stesso dai miliziani».
Chi gestisce il traffico dell’immigrazione?
«I trafficanti di uomini portano i migranti dal Sudan o
dal Niger in Libia. Qui entrano in contatto con i libici.
I libici, uomini legati alle milizie, prendono i migranti
mettendoli in centri di detenzione e si fanno pagare
un migliaio di dollari a persona per rilasciarli. Una
volta rilasciati i migranti possono continuare il viaggio. Ma se sul loro cammino trovano altre milizie che
li imprigionano, sono costretti a pagare di nuovo».
Quanto costa un viaggio dall’Eritrea a
Lampedusa?
«Costa in media 6-7mila dollari. È una
cifra consistente che si può permettere solo chi ha parenti all’estero disposti a pagare per lui. Chi non ha parenti all’estero si ferma in tappe intermedie (in Sudan e in Libia) per lavorare e raccogliere il denaro necessario
ad affrontare la tappa successiva. Per
chi ha i soldi, il viaggio può durare anche solo un mese. Chi non ne ha ci
può impiegare cinque o sei anni».
In quali condizioni vengono tenuti i
migranti in Libia?
«I migranti vengono stipati in capannoni industriali,
senza luce, acqua corrente, servizi igienici e, soprattutto, senza la possibilità di uscire. Dopo pochi giorni
le persone sono costrette a vivere tra i loro escrementi, con un caldo insopportabile e senza potersi
lavare. I miliziani poi sono persone crudeli. Per spaventare i migranti sparano in aria, li percuotono. Le
donne sono vittime di violenze sessuali».
La situazione attuale è peggiore di quella dei
tempi di Gheddafi...
«In passato le violenze erano le stesse. L’unico vantaggio rispetto a oggi era il fatto che esisteva un’autorità costituita e centri di detenzione statali. Quindi
era possibile, in casi particolari, inviare i commissari
dell’Acnur (Alto commissariato delle Nazioni unite
per i rifugiati) a fare ispezioni. Oggi invece le milizie
sono moltissime e chi vuole aiutare i migranti non
hai mai un punto di riferimento. Anche l’attraversata
del mare è durissima. Ai tempi di Gheddafi, i profughi sceglievano di partire quando volevano e solitamente lo facevano nella stagione migliore. Adesso le
milizie li costringono a partire quando vogliono loro:
anche con il mare tempestoso e in condizioni climatiche terribili. Da qui gli affondamenti e i molti morti».
Enrico Casale
nità emarginata: nel 1958, anno della Legge Merlin, si riversarono infatti a San Berillo le prostitute di tutta Italia, trasformando la zona in uno
dei quartieri a luci rosse più importanti del Mediterraneo. Solo nel 2000 fu affrontata la questione:
un blitz della polizia «ripulì» la zona, e le case furono murate. Restarono solo le trans e le prostitute residenti.
Da qualche tempo si parla di un ennesimo piano
di «risanamento».
Per seguire Abba Zerai: http://habeshia.blogspot.it/
voce della Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo
Sviluppo (Ahcs) da lui fondata.
Abba Zerai era stato intervistato da MC per il dossier
«2014: Fuga dall’Eritrea», marzo 2014.
APRILE 2015 MC
49
Un emblema della diversità
Entrando nel quartiere, incontriamo Franchina
che vive a San Berillo dai primi anni ’80 - quando
il «reato di travestimento» era ancora punito con
il carcere -. È l’intellettuale della zona, forse la
persona che più ha coscienza della vita e del futuro di San Berillo. «Risanare vuol dire inserire il
quartiere alla città, farlo uguale, identico, dargli la
stessa faccia… mentre questo quartiere è stato
sempre diverso dagli altri e sarebbe giusto lasciarlo così com’è: San Berillo è come l’elefante in
piazza Duomo, un emblema di Catania».
In Piazza delle Belle c’è un’edicola dove il Cristo
dipinto sul muro ha sembianze femminili. «Ci sentiamo rifiutati dalla gente, ma amati da Dio. La
gente non immagina che anche noi possiamo pregare. Ogni mercoledì ci riuniamo a casa mia, per
recitare il rosario», conclude Franchina.
La messa della domenica alla parrocchia del
Crocifisso della Buona Morte, celebrata da Don
Giuseppe Gliozzo, è molto partecipata dalla comunità locale.
Lungo 50 anni di storia
Nel nostro incontro, padre Gliozzo ripercorre i
suoi cinquant’anni di sacerdozio, di cui più di quaranta passati come parroco a San Berillo.
I primi anni del suo lungo apostolato li trascorre a
Bronte, suo paese natale, nel seminario minore,
dove ricopre il ruolo di assistente spirituale dell’Azione cattolica. «Feci un’esperienza che non esisteva: far uscire i ragazzi dal seminario». Nel 1970,
passa al seminario maggiore di Catania dove
cerca di applicare quella stessa politica: vuole che
i giovani seminaristi vadano a studiare nei licei,
che abbiano la possibilità di conoscere la vita fuori
dal seminario.
L’azione di padre Gliozzo suscita però critiche da
parte delle gerarchie ecclesiastiche locali e non
solo. «Aizzarono i ragazzi contro di me; quando mi
incontravano, cambiavano strada. Poi fecero una
raccolta firme e fui costretto a lasciare. Di quel
gruppo di 150 seminaristi pochi intrapresero la
strada del sacerdozio, e di quelli che continuarono, molti l’abbandonarono qualche anno più
tardi».
Cosa è successo dopo?
«Nel 1972 mi proposero di prendere in mano la
parrocchia del Crocifisso della Buona Morte, così
chiamata perché nella zona sorgeva il vecchio carcere borbonico, dove i condannati a morte, prima
di essere giustiziati, ricevevano la visita di un cappellano che gli porgeva un crocifisso affinché, baciandolo, ricevessero l’ultima assoluzione. Lo
sventramento del quartiere di San Berillo si era
concluso alcuni anni prima del mio arrivo, e,
quando vi fui mandato, trovai il vuoto, perché i
vecchi abitanti erano stati deportati in altre zone.
Corso Sicilia tagliava in due la città e i borghesi
insediatisi nella nuova via signorile non interagivano con la parrocchia. C’erano solo contrabbandieri di sigarette e prostitute. La chiesa era in dis-
50
MC APRILE 2015
missione, trasformata in una specie di bisca dove
gli uomini si riunivano a giocare a carte. Con loro
misi su un gruppo di preghiera al sabato sera:
sbadigliavano di continuo e mi chiedevano quanto
tempo mancasse alla fine.
Appena arrivato ridussi le messe da sei a tre, poi
ne lasciai solo una, quella della domenica alle 10
del mattino. Nella cappella adiacente, dedicata a
Sant’Agata martire, si celebra la liturgia con rito
ortodosso: ho voluto fare un passo verso chi ha un
altro credo. La numerosa comunità rumena presente a Catania non aveva ancora un luogo di
culto. È venuto anche il patriarca da Bucarest, ed
è rimasto sorpreso da questa accoglienza, visto
che in Romania la chiesa cattolica ha fatto fatica a
trovare spazi.
Negli anni ’80 abbiamo iniziato a lavorare con i
tossicodipendenti, e sono arrivato a pensare di
aprire una comunità. Ne parlai anche con Don
Ciotti, che mi disse: “O fai il parroco, o dirigi una
comunità”. Ma io volevo restare aperto a tutti,
non volevo limitarmi a una tematica specifica.
Vedi, qui è sempre stato un porto di mare. Le prostitute, i trans più anziani del quartiere, venivano
da me spontaneamente, e cominciai a lavorare anche con loro. Non conoscevo ancora la realtà della
prostituzione.
Dal 1990 la parrocchia diventa punto di riferimento di un gruppo di omosessuali credenti, i
“fratelli d’Elpìs”.
Adesso alla nostra messa partecipano anche tante persone di altri quartieri, che non trovano
risposte nelle parrocchie di
appartenenza».
Cosa ispirava la vostra
azione?
«Lo spirito del Concilio.
Quell’idea dell’Eucarestia per tutti. Prima le
prostitute non si avvicinavano per rispetto: non
si sentivano degne, in
quanto peccatrici. Invece è proprio questo
senso di indegnità
che le avvicina a
Dio.
Abbiamo adottato
una pastorale essenziale fondata
sulla gratuità dei
Sacramenti, sul-
DOSSIER MC SICILIA MIGRANTI
l’accoglienza e l’attenzione riguardo alle persone e
alle situazioni più diverse».
Ha conosciuto direttamente la realtà dell’immigrazione?
«Tra il 1988 e il 1989, sono arrivati i primi senegalesi. Qui, nella nostra casa, ne abbiamo ospitati
una trentina. Era una prima “emergenza”. Poi
sensibilizzammo gli abitanti perché affittassero le
loro case agli stranieri, in città o in campagna.
Realizzammo la prima festa degli immigrati. Molti
di loro sono andati via quasi subito, mentre quattro sono rimasti con noi per un po’. Poi abbiamo
inserito anche loro al Nord: uno lavora in un caseificio in Emilia Romagna e mi manda sempre il
parmigiano. Ogni tanto mi scrive: “Prego per te
ogni giorno, per quello che hai fatto per me”. Sposato con un’italiana, è venuto a trovarmi con i figli.
Una comunità musulmana del Senegal mi ha mandato una lettera in arabo, per ringraziarmi di aver
accolto in quegli anni tanti suoi membri».
Come vede questi nuovi arrivi, la situazione
dei nuovi migranti?
«È una questione delicata che deve essere gestita
dalle istituzioni. Io sono stanco, non me la sento
più di stare in prima linea. A noi spetta preparare
agenti moltiplicatori, sensibilizzare la cittadinanza ad attivarsi, come facemmo quando arrivarono i senegalesi».
Ha mai pensato di mettere per iscritto la sua
esperienza, per farla conoscere di più?
«No, Gesù non scriveva. Mi piace raccontare e
ascoltare storie. Spesso mi invitano a parlare sul
tema delle tossicodipendenze o dell’omosessualità
Pagina precedente da sinistra: la chiesa del Crocifisso
della Buona Morte. | Abba Mussie Zerai.
Qui a destra: uno dei palazzi fatiscenti del quartiere di
San Berillo a Catania. | Ritratto di padre Giuseppe
Gliozzo.
Pagina seguente: area di preghiera nel Centro di Priolo,
improvvisata dagli stessi ospiti del Centro.
Silvia Zaccaria, antropologa, ha condotto ricerche
sul campo tra le popolazioni indigene e tradizionali
dell’Amazzonia brasiliana, impegnandosi in attività
di advocacy. Ha lavorato in progetti di cooperazione
internazionale in America Latina, Africa Subsahariana e Balcani su salute e genere, sviluppo comunitario, comunicazione popolare, educazione differenziata e inclusiva.
È stata responsabile dei rapporti internazionali della
Rete Weec, World Environmental Education Congress, network mondiale di educatori ambientali.
Negli ultimi anni si è occupata di immigrazione
maghrebina a Torino e attualmente sta seguendo la
situazione dei migranti approdati in Sicilia nel contesto della cosiddetta «Emergenza sbarchi».
L’autrice del dossier:
come esperto. Ma io non ho competenze specifiche. Tutto quello che so lo devo all’incontro, all’ascolto. Per me non c’è il “tossicodipendente”,
l’“immigrato”, c’è Francesco e c’è Tarik».
Come immagina la Chiesa del futuro?
«Come una comunità dove la figura del sacerdote
non sarà più necessaria. Una comunità auto-gestita, che si riunisce per leggere e ascoltare la parola, come accadeva prima della Chiesa-istituzione. Non siamo più una minoranza, ma occorre
una “maggioranza qualificata”. C’è qualcuno che
ancora resiste. I cambiamenti nella Chiesa oggi
sono possibili grazie al lavoro che noi abbiamo iniziato. Siamo andati avanti come esploratori in
perlustrazione, in avanscoperta, siamo stati un’avanguardia che ha aperto e illuminato il percorso
che ora sta emergendo. Non a caso il Papa si è
scagliato contro la politica dei seminari attuali
che formano “piccoli mostri”1. Abbiamo lavorato
in silenzio e poi ci siamo messi a guardare, in attesa di quello che sta succedendo oggi, perché doveva succedere».
Accolti anche senza essere stati invitati
Non ha fatto carriera, padre Gliozzo. Non gli piace
apparire o fare proclami, e non ama le etichette.
Anche quella di «prete di frontiera» lo lascia perplesso.
Preferisce continuare a fare il suo lavoro nell’ombra, mischiandosi tra la gente, soprattutto tra i
poveri, gli afflitti e i diseredati.
Prima di salutarci, ci mostra le fotografie che tappezzano le pareti del parlatorio: sono le tappe più
significative del suo lungo sacerdozio, è un viaggio
nel tempo, uno scorcio di storia d’Italia, attraverso i suoi segmenti più emarginati. Fino a quelle
più recenti, scattate nella sua casa di campagna a
Bronte, dove c’è pure Franchina, e dove si è accolti anche senza essere stati invitati.
Note alle pagine 48-51:
1 Cfr. La civiltà Cattolica, 3/1/2014. Svegliate il mondo.
Colloquio di Papa Francesco con i Superiori generali.
Si ringrazia per la collaborazione Save the Children
Italia Onlus/Team Sicilia e Said El Alaoui, mediatore
culturale maghrebino.
Per le foto delle pagg. 46, 47 e 52 ringraziamo la fotografa Lisa Boccaccio. Quella di pag. 52 è un’immagine scattata nel centro di prima accoglienza di
Priolo all’interno del progetto Guardo Oltre. Lisa
Boccaccio terrà una mostra sui propri lavori a Torino: «Guardo Oltre», inaugurazione venerdì 10
aprile ore 18.00, sede Socialfare, in collaborazione
con Global Shapers, via Maria Vittoria, 38.
Ringraziamenti:
Luca Lorusso, redazione MC.
Coordinamento editoriale:
APRILE 2015 MC
51
OSSIER
FINE
© Lisa Boccaccio
INdIa
Testo e foto di
SILVIA C. TURRIN
feste e rItI NeLL’INdIa INduIsta
DIVINAMENTE
ACQUA
Nelle religioni l’acqua
è uno degli elementi
simbolici più forti.
L’acqua è vita, è purificazione, è unione con
il divino. In India è
l’acqua del Gange,
fiume sacro per antonomasia, ad attrarre
milioni di persone.
Proviamo a spiegare il
significato di questo
rapporto che è fisico e
spirituale.
P
arlare e scrivere di India
non è semplice, considerata
la complessità culturale e filosofica del paese asiatico.
Pur tra innumerevoli contrasti,
esso rimane la più grande democrazia al mondo, intrisa ancora di
una profonda dimensione spirituale, dove si percepisce un «intimo» rapporto tra l’uomo e le
forze divine, tra il microcosmo e il
macrocosmo. Un misticismo che
sopravvive in maniera diffusa, sebbene l’influsso di alcune tendenze
culturali, tipiche dell’Occidente,
stia scompaginando antiche tradizioni e valori millenari, come a suo
tempo rilevato dall’orientalista
Giuseppe Tucci, quando scrisse
che «l’India ha cambiato più in
quindici anni che in quindici secoli». Un’affermazione che riguardava il periodo tra il 1925 e il
1940, epoca in cui si potevano già
scorgere diversi episodi di mera
imitazione di modelli stranieri.
Tuttavia, andando oltre le mode di
Bollywood e le avanguardie tecnologiche di Bangalore, l’India rimane una terra avvolta da una
profonda devozione, al di là di avvenimenti caratterizzati da intolleranza religiosa, che in molti casi
nascondono motivazioni politiche
e questioni interne di potere.
Nel subcontinente indiano, materia ed energia, uomo e infinito
s’incontrano a un livello molto sottile, osservabile nella vita quotidiana di milioni di abitanti, da
Nord a Sud. Infatti, l’induismo
(Sanātana-Dharma, Legge eterna)
si manifesta attraverso un’ortoprassi che consiste in una serie di
norme che regolano ogni aspetto
# Sotto: fedeli sui ghat del Gange,
ad Haridwar, nello stato indiano di
Uttarakhand.
INDIA
dell’esistenza di un devoto, a cominciare dalle abluzioni del mattino sino alle pūjā (offerte di fiori,
frutta, foglie, riso, dolci e acqua)
alle divinità. Soprattutto nei luoghi
considerati sacri, come Varanasi
(Benares) e Haridwar, si tocca con
mano proprio questa profonda
spiritualità, in particolare, se ci si
avvicina al Gange.
L’acqua metafora della vita
Nell’antico testo induista Taittirīya-Saṃhitā si legge: «L’acqua è
la più grande nutrice ed è quindi
come una madre». I fiumi in India
sono considerati le dimore degli
dei. L’acqua è simbolo di vita, oltre
che di purificazione e di guarigione
per molti popoli (si pensi, per
esempio, all’acqua benedetta
della sorgente della Grotta di
Lourdes che alimenta le fontane, il
cammino dell’acqua e il bacino destinato alle piscine). Nel subcontinente indiano la centralità dell’elemento acqua assume risvolti singolari ed è oggetto di una devozione che probabilmente non ha
eguali altrove.
# Sotto: folla di fedeli (e venditori)
lungo la riva del Gange, ad Haridwar.
Pagina seguente: un manifesto
elettorale del primo ministro
Narendra Modi (Bjp).
54
MC APRILE 2015
Per i fedeli indù tutti i fiumi indiani
sono avvolti da un alone di sacralità: la loro corrente, simbolo del
flusso della vita, si rinnova dalla
sorgente sino all’oceano, dove incontra le altre acque, perdendosi
in esse. Una metafora ben descritta dal poeta e mistico indiano
Tulsīdās con queste parole:
«Quando confluisce nell’acqua
dell’oceano, l’acqua del fiume
s’acquieta, come l’anima quando
trova il Signore». L’esistenza della
corrente del fiume è transitoria,
proprio come la vita degli esseri
umani, ma è bagnandosi alla sorgente dei fiumi che l’essere
umano trova la sua sorgente spirituale. L’importanza in India dei
corsi d’acqua è anche testimoniata dal fatto che, spesso, un
luogo di pellegrinaggio viene definito tīrtha, ovvero «guado» o ancora tīrtha-yātrā, «guado sacro».
Il fiume più venerato è il Gange,
che incarna l’energia divina ed è
esso stesso divinità, onorato da
milioni di indiani, in quanto fonte
di vita, non soltanto punto di transito da una città a un’altra, ma anche canale di interconnessione fra
la terra e i cieli. È così importante
che gli indiani hanno composto
un’ode, il Gangastothra-sata-namavali, dove vi sono ben 108 nomi
attribuiti al fiume Gange (come
viene raccontato dall’ecologista
Vandana Shiva nel libro Le guerre
dell’acqua).
Nei luoghi sacri lambiti dal Gange
si vedono, in particolari momenti
della giornata, uomini e donne di
ogni età intenti nelle abluzioni. In
riva al fiume, sui larghi scalini
(chiamati ghāṭ) di pietra, grazie ai
quali si discende nelle acque, si osserva il fermento devozionale: sfilate di fedeli compiono il rito della
pūjā, con offerte di coloratissimi
fiori profumati e lumini accesi. Bagnarsi nelle acque del Gange, secondo gli induisti, permette di rimuovere tutte le impurità dell’anima, generate da azioni non virtuose. Immergersi in esso significa
essere accolti dalla divinità. Un
atto compiuto per rigenerarsi, eliminando dal proprio karma qualsiasi forma di negatività.
Quando la realtà si confonde
col mito
La devozione che gli induisti nutrono verso i fiumi si percepisce
soprattutto in occasione del
Kumbha-melā. Si tratta di un
evento che si svolge, secondo precisi cicli astronomici, in quattro diverse località indiane: Haridwar,
Nashik, Ujjain e Allahabad (chiamata anche Prayag, parola che significa «confluenza dei due
MC ARTICOLI
fiumi», infatti qui confluiscono il Gange e lo
Yamuna). Luoghi che si
rifanno alla mitologia induista. Per comprendere ciò che avviene in
occasione del Kumbhamelā è infatti necessario
ritornare al mito: senza
di esso ciò che accade
sarebbe impenetrabile.
Questo racconto mitologico - riportato nelle antichissime scritture vediche chiamate Purana e
nel testo epico
Mahābhārata - è strettamente collegato al
mito induista della creazione dell’universo. Si
narra che Viṣṇu, una
delle tre divinità
(Trimūrti) induiste più
importanti insieme a
Brahmā e a Śiva, riuscì a
riconciliare dèi (Deva) e anti-dèi
(Asura), dopo un’aspra lotta, in
cambio della loro partecipazione
alla creazione del mondo. Deva e
Asura si unirono, e servendosi del
monte Mandara appoggiato sul
dorso della tartaruga Akūpara,
presero il serpente Vāsuki come
corda e iniziarono ad agitare l’oceano cosmico. Ne ricavarono
l’ámṛta, il nettare dell’immortalità, racchiuso all’interno di una
brocca (kumbh). Al momento della
creazione dell’universo nacquero
creature, esseri celesti, la luna e
altro ancora. Ma il patto iniziale
fra Deva e Asura si spezzò innescando un altro scontro per il possesso del nettare di lunga vita. Durante questa lotta, che durò per
12 giorni e 12 notti, alcune gocce
di ámṛta caddero sulla Terra, in
corrispondenza di alcuni fiumi e
città.
Secondo il mito l’ámṛta toccò le
città, divenute sacre, di Nashik,
Ujjain, Haridwar e Allahabad. Questi sono i quattro siti dove ogni 12
anni, a rotazione, ha luogo il grandioso raduno del Kumbha-melā.
Questo intervallo ciclico si spiega
con la credenza secondo cui 12
anni per l’uomo corrispondono a
12 giorni per le divinità. Da qui l’usanza di celebrare questo festival
ogni 12 anni in ognuno dei quattro
luoghi sacri, lungo le rive del fiume
IndIa 2015
Un mosaIco
tUrbolento
I
l subcontinente indiano è un
mosaico etnico (hindi,
puñjābī, gujarathi, rajastani,
sindhi, bihari, solo per citare i
gruppi più diffusi) e religioso. In
una nazione con oltre un miliardo di abitanti - precisamente
1.271.702.542 abitanti a gennaio 2015 - le diversità etniche sono
accompagnate da un’altrettanta varietà di fedi religiose. maggioritari sono gli induisti (circa l’82%). seguono poi musulmani (12%
suddivisi in sunniti, maggioritari, e sciiti), sikh 2%, cattolici 1,1%,
protestanti 1,1%, buddhisti 0,8%, giainisti 0,4%, e altre religioni
minoritarie come l’animismo e il parsismo (meno dell’1%). In
realtà, il panorama religioso è molto più complesso, poiché l’induismo a sua volta è composto da correnti come quella Śivaita e
quella Visnuita. sul piano sociale, la predominanza dell’induismo
ha risvolti nel mantenimento delle caste, che ancora regolano, in
numerose città e zone dell’India, i rapporti socio-economici, sebbene la costituzione del 1950 le abbia abolite. Questa preminenza dell’induismo ha fatto emergere un fenomeno relativamente nuovo nella politica indiana: l’affermazione del Bharatiya
Janata Party (bjp), partito nazionalista indù. la sua ascesa è stata
rapidissima: nel 1984 aveva solo due seggi alla camera bassa del
Parlamento indiano, ma già nel maggio 2014, narendra modi,
leader del bjp, era diventato primo ministro dell’India. nato da
una famiglia appartenente a uno dei ranghi più bassi del sistema
delle caste, ex venditore di tè, modi era stato governatore dello
stato del Gujarat dal 2001 al 2014. oggi tuttavia, dopo neanche
un anno dall’elezione, qualcosa sta cambiando, come dimostrano le elezioni statali del febbraio 2015 a delhi, che hanno visto la sconfitta del bjp e la vittoria del partito anticorruzione
Aam Aadmi Party (il Partito dell’Uomo comune), con il successo
di arvind Kejriwal. Un esito salutato con grande entusiasmo anche dalle comunità cristiane dell’India, che tra dicembre scorso e
i primi due mesi del 2015 hanno subìto varie aggressioni e vandalismi, come la profanazione della grotta mariana della chiesa nostra signora delle Grazie a new delhi.
S.C.T.
APRILE 2015 MC
55
INDIA
# A lato: mappa del percorso del
fiume Gange. Sotto a sinistra: verso
le sorgenti del Gange, a circa 4.000
metri d’altezza, a Gaumukh, nello
stato indiano di Uttarakhand al
confine con Tibet e Nepal. Sotto: un
fedele si tiene alle catene del ponte
per non essere trascinato dalle acque del fiume. In basso: un
«sadhu» al passo con i tempi, a
Delhi.
Godavari a Nashik, del fiume Kshipra a Ujjain, del Gange a Haridwar,
e alla confluenza tra Gange, Yamuna, e il Saraswati a Allahabad.
Tra la moltitudine dei fedeli
Il Kumbha-melā è la festa più mistica di tutto il subcontinente indiano, a cui accorrono milioni di
fedeli (si parla di 10 milioni). Le immersioni sacre vengono effettuate
secondo un calendario specifico,
le cui date sono scelte in base a
precisi calcoli astrologici, stabiliti
considerando sia la posizione del
Sole, sia quella del pianeta Giove,
che caricano l’acqua di energie positive. Grazie a queste «irradiazioni benefiche», l’immersione nel
fiume permette al fedele di ritrovare salute, prosperità e il suo
karma viene purificato da ogni
contaminazione. Chi compie le
abluzioni rituali durante il
56
MC APRILE 2015
Kumbha-melā può raggiungere
inoltre la liberazione (mokṣa o anche mukti), interrompendo il ciclo
delle morti e rinascite.
Questa impressionante riunione di
fedeli, è l’occasione migliore per
capire l’essenza spirituale dell’India.
Si vede una folla immensa di uomini e donne che inneggiano a
Śiva e ad altre divinità indiane,
pronte poi a immergersi a turno
nella corrente tumultuosa.
Ad Haridwar, si possono scorgere
nitidamente le catene collegate
lungo i ghāṭ o penzolanti dai ponti,
a cui si appigliano i pellegrini per
non venire travolti dalle acque del
Gange, spesso impetuose. Durante i Kumbha-melā s’incontrano
poi personaggi solitamente irraggiungibili e questo è uno degli elementi centrali che rendono questa
festa un evento unico, eccezio-
nale. Soltanto in questi giorni si
possono vedere i misteriosi e talvolta inquietanti Naga, in genere
nascosti negli anfratti impervi dei
monti himalayani. Un rifugio che
abbandonano soltanto in particolari circostanze. Sono uomini votati all’eremitaggio, che si mostrano di rado, completamente
nudi, per testimoniare il loro distacco totale dal mondo e dagli attaccamenti terreni, coperti solo da
una coltre di cenere, simbolo dello
stadio ultimo dell’esistenza. Oltre
a loro sono numerosi i sādhu, gli
asceti, e i samnyāsin, monaci erranti che hanno abbandonato ogni
bene materiale per vivere solo di
pura spiritualità.
MC ARTICOLI
haridwar, la porta divina
Haridwar rimane una delle città
più sacre dell’India del Nord, protetta dalla trinità indù: Brahmā,
Śiva e Viṣṇu. La città, sorta alle
pendici dell’imponente catena
montuosa dei Shivalik, è detta la
«porta del Gange», poiché è il
primo luogo dove il sacro fiume incontra la pianura, dopo essere
sceso dalle vette dell’Himalaya.
La vita ad Haridwar pullula attorno
al Gange; non a caso, la struttura
urbana si distende lungo le sue
rive, dove si trovano i ghāṭ, che
permettono di raggiungere le ac-
sporta le ceneri nella corrente
eterna scandita da un inizio e da
una fine.
la sacra confluenza
In tempi antichi, era conosciuta
con il nome di Prayag, che in sanscrito significa «luogo del sacrifico», ma è più comunemente
chiamata Allahabad, anch’essa
città santa per gli indù. La sua peculiarità è quella di essere situata
alla confluenza dei fiumi Gange e
Yamuna, oltre che, narra la mitologia, del Saraswati, improvvisamente scomparso, che tuttavia
ancora scorrerebbe, invisibile,
sotto il suolo e si unirebbe alle altre due correnti sacre.
Questo importante centro spirituale è talmente rispettato che il
12 febbraio 1948 furono versate
parte delle ceneri del Mahatma
Gandhi proprio alla convergenza
dei tre fiumi. «Coloro che si bagnano alla confluenza dei corsi
d’acqua vanno in cielo; coloro il
cui spirito è saldamente eretto e
che muoiono qui, raggiungono
l’immortalità», si legge nei Rig
Veda, uno dei quattro libri che
compongono i Veda, antichi testi
rivelati dagli dèi ai Ṛṣi, gli uomini
saggi. Ad Allahabad, proprio come
a Haridwar, sembra che le differenze tra ricchi e indigenti si annullino, nell’istante in cui i devoti
s’immergono nella sacralità delle
acque.
finita. Si narra anche che sia il
luogo in cui nacque Ganesha (chiamato anche Ganapati), il famoso
dio raffigurato come essere
umano dalla testa di elefante: una
rappresentazione dell’unità del
piccolo essere (microcosmo) che è
l’uomo e il grande essere (macrocosmo) simboleggiato dall’elefante. È proprio a Trimbakeshwar
che si svolgono i rituali principali
del Kumbha-melā 2015, in particolare presso Kushavarta. Secondo
le credenze locali, bagnarsi in questo luogo significa annullare i propri peccati. Da qui le folle di devoti
che si immergono nelle acque del
Godavari. Una scena che si ripete
lungo i ghāṭ di Ujjain, Haridwar e
Allahabad. Le moltitudini di fedeli
che accorrono ai Kumbha-melā e
ad altre celebrazioni sacre indiane
esprimono qualcosa che va oltre la
dimensione religiosa. Sono eventi
di importanza sociale i pellegrinaggi, poiché ad essi possono partecipare tutti, bambine, bambini,
giovani, anziani, donne, uomini,
senza alcuna distinzione di casta.
Silvia C. Turrin
Nell’archivio Mc: Piergiorgio Pescali,
Donna, è colpa tua, agosto-settembre 2014.
Kumbha-melā 2015
que. Il più importante è situato accanto al tempio dove, narra la leggenda, è custodita l’impronta del
piede di Viṣṇu. Ad Haridwar, essendo una delle città più sacre dell’India, si radunano migliaia di devoti per i riti di abluzione, o per
adempiere alle cerimonie di cremazione dei defunti. Qui si percepisce la forte sensazione di essere
parte di un immenso flusso esistenziale. Lungo le rive del fiume il
ciclo della vita e della morte si intreccia con la potenza dei quattro
elementi della natura, in occasione dei riti funebri: il fuoco lentamente consuma il corpo, la terra
sostiene il feretro, il vento alimenta le fiamme e l’acqua tra-
Nel 2015 Giove e il Sole sono nel
segno zodiacale del Leone e quindi
il Kumbha-melā sarà celebrato a
Nashik. Le celebrazioni più importanti si terranno dal
14 luglio sino al 25 settembre. Situata nel
Maharashtra, nell'India centro-occidentale, a circa 200 km da
Mumbai, la città è attraversata dal sacro
fiume Godavari, lungo il
quale vi sono templi e ghāṭ.
Ma il luogo forse più santo
per i fedeli è Trimbakeshwar, uno dei 12 Jyotirlingas dell’India, ovvero
uno dei simulacri della
manifestazione di Śiva
nella sua forma di luce inAPRILE 2015 MC
57
bOsNIA eRzegOvINA
di SABINA GARDOVIC
«Il valore delle cose
non sta nel tempo in cui
esse durano ma nell’intensità con cui vengono
vissute. Per questo esistono momenti indimenticabili, cose
inspiegabili e
persone incomparabili».
M
RACCONTO
CUBETTI DI
ZUCCHERO
(Fernando Pessoa)
ia nonna materna
Nura e suor Vilma trascorrevano insieme
ogni sabato mattina.
Caffè, tante chiacchiere e un’infinità di sorrisi che, al ricordo, scaldano la mia anima ancora oggi.
Erano ciascuna la migliore amica
dell’altra ed è veramente difficile
descrivere l’atmosfera che si
creava quando quelle due grandi
donne stavano insieme nella
stessa stanza. Accadeva come se
il senso di tutte le cose del
mondo fosse concentrato proprio
lì, nei 36 metri quadrati dell’amato appartamento. E noi quattro, i miei genitori, mio fratello e
io, abitavamo lì in quegli anni,
fino a quando l’azienda di mio padre non ci assegnò un appartamento tutto nostro. Quelle mattine di sabato, dunque, rappresentavano un vero e proprio rituale.
Ancora prima dell’arrivo di suor
Vilma, tutti, come per magia,
scomparivano per qualche commissione, a parte me che, essendo la più piccola, rimanevo avvolta nel calore di quei momenti,
quasi mi ritrovassi immersa nelle
soffici nuvole bianche illuminate
dal sole, un sole che altro non era
che l’aria che in quel momento
respiravo. Immancabilmente
quell’aria si mescolava all’inconfondibile profumo del caffè
fatto «alla turca» che ha tutto un
suo modo per essere bevuto:
prima si mette in bocca un cubetto di zucchero inzuppato nel
caffè rigorosamente versato in
una tazzina detta fildžan (si pronuncia «filgian») che non ha un
58
MC APRILE 2015
manico ma è tonda e si avvolge
con la mano in modo da percepire il calore della bevanda. Subito dopo si prende un sorso di
caffè che si mescola con il cubetto di zucchero sciolto in
bocca, ma molto lentamente, tra
una parola e l’altra, fino ad arrivare al fondo il quale, certamente, non è intelligente bere. Ci
si ferma sempre al momento giusto, è nel sangue del popolo, non
c’è che dire! E allora si riempie
fildžan di nuovo e avanti così.
Ogni sabato mattina, quindi, suor
Vilma, suora croato-cattolica, veniva a trovare mia nonna, atea di
origini musulmane. E di che cosa
queste due donne, apparentemente così diverse nelle loro culture, potevano parlare ogni sabato? Del come avevano trascorso la settimana, della moda
(mia nonna era sarta) che le ricche signore della città seguivano
alla lettera, di catacombe (suor
Vilma aveva visitato il Vaticano
ben tre volte), della poesia di un
poeta che entrambe amavano
molto, del come si prepara un
piatto tipico dell’Erzegovina… Sì,
di questo e di tanto altro, ma
spesso non erano le tematiche ad
attirare la mia attenzione quanto
l’armonia nella quale venivano
trattate e la forma, di un rispetto
dalla dinamica straordinaria. Era
musica per le mie orecchie. Come
incantata, mi ritrovavo a guardare i cubetti di zucchero scomparire dalla ciotola piano piano,
quasi il loro compito fosse quello
di cadenzare il tempo. «Prendine
uno e inzuppalo nella mia tazzina», mia nonna richiamava la
mia presenza a tavola nella sua
piccola cucina e io, seduta su una
sedia con l’aiuto di un cuscino,
iniziavo allora a gustarmi quella
delizia proibita.
Accadeva poi che a volte si unisse
a loro teta Vida (teta equivale a
«zia» ed è un modo tipico di rivolgersi a tutte le donne adulte conoscenti o amiche di famiglia).
Teta Vida, dunque, laica per eccellenza, era una signora di origine serbo-ortodossa dall’ele-
MC ARTICOLI
Bjoertvedt
ganza ineguagliabile. Gonne
plissé, a scacchi neri e bianchi,
giacchettine di velluto nero,
guanti raffinati, berrettini francesi e l’immancabile ombrello, a
meno che non fosse estate. Il
tutto indossato con la grazia di
una figura alta e snella illuminata
da un sorriso ammaliante che nei
suoi occhi chiarissimi rifletteva la
pace. E non parliamo della sua vasca da bagno! Era più piccola di
quella che aveva mia nonna ma a
forma di poltrona e quindi di gran
lunga più comoda. Io la adoravo
ed era, infatti, teta Vida a fare
sempre il bagno alla sua Nanà,
come lei mi chiamava. In poche
parole, ero la sua prediletta. Abitava proprio nell’appartamento
di fronte, al primo piano di un palazzo dall’architettura socialista
che sorgeva nel cuore di Sarajevo.
A pochi passi, il mondo intero: la
cattedrale cattolica, quella ortodossa, la moschea tra le più antiche della città e la sinagoga. Insomma, una Gerusalemme in miniatura! Attorniate poi da un’infinità di palazzi di tutte le epoche:
turco-ottomana, austroungarica,
socialista.
Ma se questo mondo io lo vedevo
all’esterno, è dentro casa nostra
che lo percepivo nelle sue essenze. Sento ancora negli occhi i
loro sorrisi, vedo ancora le parole
scorrere sulle loro labbra quando
vengo distratta dal forte picchiare
sulla porta di un bastone. Eh sì,
era teta Anita, una professoressa di geografia in
pensione, profondamente devota alla
# La «moschea dell’imperatore»
a Serajevo.
In collaborazione con
l concorso letterario nazionale
Lingua Madre, ideato da Daniela Finocchi, giornalista da
sempre interessata ai temi inerenti il pensiero femminile, nasce
nel 2005 e trova subito l’approvazione e il sostegno della Regione
Piemonte e del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Il concorso è il primo a essere
espressamente dedicato alle
donne straniere - anche di seconda o terza generazione - residenti in Italia che, utilizzando la nuova lingua d’arrivo (cioè l’italiano), vogliono approfondire il rapporto fra identità, radici e mondo «altro». Una sezione
speciale è riservata alle donne italiane che vogliano raccontare storie di
donne straniere che hanno conosciuto, amato, incontrato e che hanno
saputo trasmettere loro «altre» identità.
Il concorso letterario vuole essere un’opportunità per dar voce a chi abitualmente non ce l’ha, cioè gli stranieri, in particolare le donne che nel
dramma dell’emigrazione/immigrazione sono discriminate due volte.
Un’opportunità di incontro e confronto, perché il bando non solo ammette ma incoraggia la collaborazione fra le donne straniere e italiane nel
caso l’uso della lingua italiana scritta presenti delle difficoltà.
(da www.concorsolinguamadre.it)
I
Per gentile concessione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre
pubblichiamo il racconto di: SabIna GaRDovIC, CUBETTI DI ZUCCHERO,
dal libro «Lingua Madre Duemilaquattordici - Racconti di donne straniere in Italia», Edizioni SEb27. Il racconto di Sabina Gardovic è stato selezionato al IX Concorso letterario nazionale Lingua Madre.
propria tradizione ebraica e altrettanto incuriosita da tutte le
altre. Un essere tanto ingombrante nella propria fisionomia
quanto delicato nel modo di parlare: «Queste sono un dono raro,
che non ti venga in
mente di sfoltirle
quando sarai
grande!», mi diceva
sempre, accarezzando delicatamente le mie folte
sopracciglia. Scesa dal quarto
piano dello stesso palazzo, questa
alquanto insolita vicina di casa, a
volte, in segno di un saluto, picchiava sulla porta e se ne andava
via, fuori, a farsi la sua lenta passeggiata quotidiana. Ma se picchiava più di due volte, voleva
dire che anche lei era lì per un
caffè e due parole. Ed ecco che
mi ritrovavo il mondo intero in
casa nostra ogni sabato mattina.
Quattro culture, o cinque o sei,
tra origini, idee, convinzioni e
BOSNIA ERZEGOVINA
pensieri. Insomma, una vera macedonia. E quale raro gusto aveva
questa macedonia, e tutta per
me! Vita raccolta in quattro
menti, anime e cuori nella purezza di quell’umanesimo che incoronava la loro umanità. Tanta
semplicità vedo oggi in quei preziosi momenti, che è stata, in
fondo, il vero filo conduttore
della loro esistenza. L’amicizia
che scorreva in tutti quegli anni
tra i personaggi di questo racconto raffigura un’anima, l’unica
anima di un mondo che non c’è
più. Quale magnifico folclore colorava l’aria e quanta poeticità
esprimevano quegli azzurri occhi
di suor Vilma nel guardare mia
nonna con tanta stima e ammirazione. Due donne così apparentemente diverse, una sarta e una
suora. Ecco, mi fermerei a queste
definizioni e null’altro conta. Si
erano conosciute all’ospedale di
Sarajevo; una cuciva le lenzuola e
l’altra assisteva i malati, all’interno di un sistema guidato da un
ideale politico che nessuna delle
due aveva mai abbracciato ma
con il quale entrambe avevano
convissuto in pace e nel rispetto.
Era come se viaggiassero su un binario parallelo, a un ritmo tutto
loro e a una velocità misurata.
Puro teatro erano questi due personaggi, e nasceva dal nulla.
Immaginatevi la scena in cui mia
Vuoi partecipare? Invia i tuoi racconti e/o le fotografie a:
CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE LINGUA MADRE
CASELLA POSTALE 427 | Via Alfieri, 10 - 10121 Torino Centro
Info su: www.concorsolinguamadre.it
nonna prende le misure per il suo
abito da religiosa mentre le dà
notizie dei suoi generi, uno italiano e l’altro un comunista di origine serba, nonché mio padre. Le
Nozze di Figaro nasce da un’idea
simile: inizia con una scena in cui
Figaro misura la stanza per vedere se dentro ci può stare un
letto nuziale, capite? E quanto
parlare di una figlia così lontana e
di un’altra in casa ma così criptica, mentre nel frattempo suor
Vilma cercava di capire il modo
migliore per tenere su il suo copricapo ingombrante. Ma allora,
dico io, ho vissuto su un palcoscenico per diciotto anni e mia
nonna e suor Vilma ne sono testimoni? Quale strepitosa pièce teatrale è mai questa? È forse vero
che quando il teatro diventa la
nostra casa, esso diventa anche la
nostra realtà? E se questa era la
mia realtà, allora la mia vita non è
stata che una commedia, un
dramma, un dialogo oppure un
monologo?
Se ci penso, in ognuno di questi
modi oggi potrebbe definirsi
quello che è stata l’ormai dimenticata Jugoslavia. Quanto alla Bosnia Erzegovina, non è che una
parte del puzzle di un racconto irraccontabile. Sarajevo ne è un
pezzo. Nura e Vilma, invece, un
prezioso dipinto all’interno di
quel pezzo del puzzle mentre
quei momenti, in cui mi immergevo come nelle più accoglienti
delle acque, sono oggi per me il
viaggio eterno. Mi giro e rivedo
tutto, ascolto e sento tutto, annuso e percepisco ogni profumo,
odore, l’aria di un mondo che si è
sciolto come un cubetto di zucchero inzuppato nel caffè lasciandomi l’inestimabile ricordo del
suo gusto. Custode di attimi, vado
avanti nel silenzio che possiamo
sentire soltanto camminando
nella notte, lungo le strade coperte di neve di una città che accoglie ogni fiocco, gentile e discreta. Ah, che freddo generoso
di vita sulle guance. E che pace la
neve mentre cade armoniosa
come il sipario che si chiude con
grazia.
Sabina Gardovic
# Da sinistra: la cattedrale cattolica,
la cattedrale ortodossa e la sinagoga, sempre a Serajevo.
Cchinski
Poupou l'quourouce
Christian Bickel
stati uniti
Testo di RICCARDINA SILVESTRI
Foto di JO MARIE WILLIAMS
Molti italiani conoscono l’arizona, il
Gila river e gli indiani pima più che
altro attraverso le
pagine di tex Willer,
uno dei più longevi
fumetti italiani.
Quattro suore, inossidabili nella loro
passione per il vangelo, da meno di un
anno stanno scrivendo una nuova
avventura missionaria proprio in quelle
assolate terre.
lE MissionariE dElla Consolata
aprono in una risErva indiana
SULLE SPONDE DEL
d
al primo agosto 2014, abbiamo iniziato la nostra
missione in una riserva indiana, Gila River Indian
Community, in Arizona, 60 chilometri a Sud Est di Phoenix, nel
Sud Ovest degli Stati Uniti. La riserva si trova nella diocesi di
Phoenix, che da alcuni anni assicura la celebrazione dell’eucarestia domenicale grazie al servizio
volontario di alcuni preti in pensione che coadiuvano il direttore
diocesano del Native American
GILA RIVER
Ministry, Fr. Gregory Rice, un missionario Mill Hill che è stato in
Pakistan per diciassette anni.
Nella riserva ci sono sei suore
Franciscan Sisters of Charity di
Manitowoc, Wisconsin, che gestiscono esclusivamente la scuola
cattolica di St. Peter, dedicata all’educazione elementare e media
dei bambini nativi.
Questa comunità di religiose è ciò
che rimane del gruppo missionario che si è speso al servizio pastorale ed educativo alla popolazione nativa dal 1896. Francescani/e, le suore di St. Joseph of
Carondelet, di St. Joseph of
Orange e i Fratelli delle Scuole
Cristiane si sono susseguiti nel
prestare il loro servizio religiosoeducativo fino al 1990. Il famoso
collegio St. John’s High School,
che ha educato migliaia di bambini e giovani, non esiste più. Rimasto inabitato, è stato più volte
vandalizzato e anche dato alle
fiamme.
La popolazione, di circa ventimila
persone, appartiene alle tribù
A’kimel O‘odham (Pima) e PeePosh (Maricopa). Il territorio copre 1.512 km2 circa, diviso in
sette distretti. Gli uffici dell’amministrazione tribale si trovano a
Sacaton, dove la nostra comunità
risiede. La comunità tribale gestisce la propria compagnia telefonica ed elettrica, ospedale, clinica, e pubblica mensilmente il
proprio giornale.
Sfortunatamente, la riserva ha
uno dei più alti tassi di diabete,
APRILE 2015 MC
61
STATI UNITI
tipo 2, nel mondo, circa il 50%. Per
questo motivo, la comunità ha
contribuito a testare dati importanti per la ricerca in questo
campo, partecipando anche a
studi approfonditi su questa malattia. Il tasso così alto è dovuto
anche all’alimentazione a base di
molti grassi, carboidrati e cosiddetti fast food. Infatti, l’obesità è
altissima e l’indice di mortalità tra
giovani adulti è impressionante.
La gente è molto affabile e ci ha
accolto con tanto calore. Infatti, la
prima domanda che ci hanno fatto
è stata: «Siete qui per rimanere?».
Per anni una o due religiose hanno
prestato un servizio volontario,
ma rimanevano uno o due anni e
poi, per vari motivi, ritornavano
alle loro comunità.
I bambini sono quelli che rubano
il cuore. Dopo alcune domeniche
di presenza nelle loro piccole e
povere cappelle sorridono al ve# Pagina precedente: festa indiana alla
Holy Family mission. Qui sotto: mappa
di Sacaton nella Gila River Indian Reserve con le quattro cappelle. Nel riquadro la più antica, St. Ann. Le quattro suore sono (da destra): Jo Marie
Williams, Riccardina Silvestri, Maria
Dina Puddu e Adelangela Paita.
derci spuntare e se arrivano tardi
a messa, cosa che succede tutte
le domeniche, senti le loro braccia intorno alla vita con quel bel
sorriso e con quegli occhietti birichini che sembrano dirti «Tardi,
ma sono qui».
Per ora partecipiamo all’Eucaristia domenicale in quattro missioni: St. Anthony, St. Ann, Holy
Family e Our Lady of Victory (vedi
mappa qui sotto). Collaboriamo
all’educazione religiosa di bambini e adulti che si preparano ai
sacramenti, visitiamo gli ammalati, e assistiamo a tutti gli eventi
a cui la gente ci invita. Questo ci
permette di entrare adagio e con
semplicità nella loro vita e conoscere il loro costume.
C
onsideriamo il nostro servizio tra i membri di questa
comunità nativa un onore e
l’essere le prime missionarie della Consolata assegnate a lavorare nella Gila River Reservation un privilegio. Infatti, i nativi
sono il gruppo etnico più dimenti-
cato. La storia di oppressioni e
umilianti leggi ha contribuito a
rendere questa popolazione invisibile, per questo, generalmente,
la gente ha una stima di sé bassissima. Si attribuisce a questo l’alta
percentuale di suicidi giovanili,
l’alcolismo, la droga, studenti rinunciatari (64%) e la partecipazione in gangs.
Noi viviamo in questo spazio che
è pur sempre sacro perché qui
cammina la persona umana e
Gesù. Egli ci invita a contemplare
il suo volto nei giovani rinunciatari, nelle ragazze madri che lasciano i piccoli alla cura della
nonna, nelle donne vittime di violenze e abusi, e nelle vittime della
droga e alcolismo, e ad essere fra
di loro una presenza rispettosa di
consolazione.
Vogliamo, come spesso esorta
Papa Francesco, essere «pastore
con lo stesso odore delle pecore», per comunicare loro
quanto siano preziose e care.
Riccardina Silvestri
MoZaMBico
di PAOLO DERIU
ricorDanDo Giancarlo PeGoraro
ADORABILE
FACTOTUM
Meccanico, idraulico,
muratore, carpentiere,
falegname, camionista, ma anche animatore: Giancarlo Pegoraro è stato un grande
missionario laico.
Un suo ricordo nelle
parole di Paolo
Deriu, amico e
compagno di
missione.
G
iancarlo arrivò a Milaico
(Missionari laici della
Consolata) di Nervesa
della Battaglia, in provincia di Treviso, nell’aprile del 1998,
per formarsi e prepararsi a partire per l’Africa o il Sudamerica,
come missionario laico della Consolata.
Uomo di opinioni forti e dalla
voce potente, non passava inosservato. Con sé, portò una ventata di entusiasmo e voglia di impegnarsi. Aveva fatto tanti mestieri: camionista, elettricista,
meccanico d’auto, muratore,
operaio di calzificio. S’intendeva
di motori aeronautici e gli piaceva
fare il pasticciere, senza dimenticare che era anche boy scout e
suonatore di «basso tuba» nella
banda del suo paese. Un personaggio, insomma.
A Milaico si impegnò senza risparmio come animatore missionario
e si dedicò ai molti lavori di manutenzione che una casa grande
come quella di Nervesa richiedeva, per esempio, riparare le imposte, sistemare l’impianto elettrico o quello idraulico. Soprattutto, divenne il nostro cuoco. Tra
le sue specialità, quelli che chiamava i «piatti da meditazione»,
passati di verdura e altro ben
spessi, che richiedevano un certo
tempo di digestione, utili appunto per riflettere sulla propria
vita interiore.
Giancarlo PeGoraro
• nato il 9 ottobre 1960 a
castelgoffredo, Mantova, morto
il 31 gennaio 2015 a Mambone, in
Mozambico;
• la famiglia: papà Bruno,
mamma Pasqua, secondo di 6 fratelli (nazzareno, Maria rosaria,
luigina, emanuela, Danila e Francesco);
• dal 1998 missionario laico della
consolata in italia (nervesa della
Battaglia) e Mozambico (Maputo,
Mecanhelas, Mambone).
APRILE 2015 MC
63
MOZAMBICO
Oltre a essere un grande lavoratore, aveva una inesauribile voglia di imparare. Non sapeva nulla
di informatica, ma seguì con passione le nostre lezioni, poi continuò a formarsi da solo, così che
«superò i maestri» e divenne un
esperto.
C
ome destinazione, inizialmente, ci venne indicato il
Kenya. Così il buon Giancarlo
si diede di buona lena ad imparare l’inglese e in breve lo sentimmo pronunciare le prime frasi
in questa lingua, rispondendo ad
un registratore. Tuttavia, cambiò
il paese di destinazione e nella
primavera del 1999, finalmente si
concretizzò la partenza per una
missione in Mozambico, nell’Africa meridionale. Dopo qualche
mesetto in Portogallo, per perfezionare la lingua portoghese,
Giancarlo prese l’aereo per Maputo, la capitale, e - in attesa che
arrivassi anch’io, una settimana
dopo -, si fece conoscere come
factotum nella Casa Regionale
Imc di quella città.
Arrivammo a Mecanhelas (nella
regione del Niassa, Mozambico
settentrionale), la nostra missione, la notte del 10 maggio.
Trovammo padre Franco Gioda,
padre Rogelio Alarcòn e le bam-
64
MC APRILE 2015
bine dell’«infantàrio» (centro nutrizionale), che ci accolsero con
canti, danze e torte da loro preparati.
Il giorno dopo ci fecero conoscere
la parrocchia, i suoi animatori e i
suoi operai. Tutta la missione
contava circa 60 mila abitanti e
170 comunità cristiane. Giancarlo
venne nominato responsabile
tecnico: si sarebbe occupato dei
mille lavori che una missione
comporta e anche della formazione professionale di manovali e
operai specializzati. Il suo campo
d’azione divenne l’officina, che
provvedeva alla manutenzione
degli autoveicoli e dei mulini.
La veneranda Land Rover dei missionari aveva le portiere che si
chiudevano con le corde e i freni
ad azione ritardata (a volte nulla).
Il camion, invece, bisognava spingerlo, perché si mettesse in
moto.
Oltre ai veicoli, Giancarlo, o Genki
# In alto: Giancarlo al lavoro sul trattore. Qui a lato: con padre Carlos
Osorio nella fabbrica di sale di
Mambone, ultima destinazione di
Giancarlo (sulla destra - vedi MC
11/2014 p. 74).
come amava essere chiamato, cominciò a preoccuparsi dei mulini
a motore della parrocchia (frequentati da una numerosa clientela, poiché non sottraevano farina durante la macinatura dei cereali, a differenza di altri mulini di
proprietà privata). Uno dei mulini
perdeva circa un litro d’olio al
giorno, che si spandeva sul pavimento. Gli sforzi di Giancarlo per
insegnare al mugnaio a inserire
una lamiera che raccogliesse le
gocce di lubrificante prima che
cadessero a terra furono leggendari. Solo dopo varie settimane,
con le orecchie piene delle urla
del nostro missionario laico, il
mugnaio si convinse che non era
il caso di raccattare con le mani
l’olio disperso sul pavimento per
rimetterlo nella macchina.
Un discorso a parte furono i diversi progetti per costruire
scuole, centri di catechesi, cappelle e ambulatori, sparsi un po’
per tutta la missione. Giancarlo
era frequentemente richiesto per
andare in giro a sovrintendere a
tutti i cantieri edili. Un suo sogno
era un bel camion-laboratorio,
con tutti gli ultimi ritrovati della
tecnologia, purtroppo era un po’
troppo caro per riuscire a renderlo realtà.
N
elle sue peregrinazioni,
Giancarlo non passava inosservato. La gente lo vedeva
transitare di buon mattino con il
suo «passo da alpino» (era, in effetti, un appassionato di montagna) diretto alla fuoristrada o a
un autobus, caricando un enorme
zaino pieno di utensili e ricambi e
commentava: «Che grinta, sembra un soldato, chissà come è
forte».
Un’altra meta dei suoi viaggi era il
Malawi, dove si recava a caccia di
parti di ricambio decenti. Approfittava di questi viaggi per dare
uno strappo ai malati della parrocchia, che avevano bisogno di
cure specialistiche per cataratta
agli occhi, ernie, varie forme tumorali. Quando invece andava
nella città di Nampula, in Mozambico, a oltre 400 Km dalla parrocchia, se poteva, caricava malati di
mente, diretti al locale ospedale
psichiatrico.
Giancarlo infatti non si occupava
solo di risolvere guasti tecnici o di
dirigere lavori edili. Si preoccupava dei più deboli, tra cui appunto i malati, e gli stavano
molto a cuore anche i bambini
del Centro nutrizionale con cui
trascorreva i momenti della sera
o la domenica. I bambini erano
MC ARTICOLI
molto contenti di averlo con loro,
avevano bisogno di un punto di
riferimento maschile, essendo le
educatrici tutte donne.
Importante per Giancarlo era la
formazione professionale dell’équipe di meccanici, falegnami,
muratori e manovali (erano circa
70 lavoratori) con cui lavorava.
Abituato a un approccio sincero
con la gente e a parlare forte e
chiaro, per Giancarlo fu difficile,
all’inizio, comprendere un particolare tratto culturale del popolo
Makua, che ci aveva accolti. Ai
Makua, infatti, non piace dire di
«no» a una domanda di un ospite
straniero, perché non vogliono
causargli un dispiacere. Quindi
poteva capitare che i lavoratorialunni rispondessero sempre di
«sì», durante la formazione, alle
domande di Giancarlo, anche se
magari non avevano capito un bel
niente. Quando durante le esercitazioni pratiche veniva fuori la verità, il poveretto aveva un bel
sgolarsi per ripetere i concetti.
Comunque, con il tempo, l’équipe
tecnica di Mecanhelas imparò a
dialogare con Giancarlo (anche
familiarizzando con espressioni
del dialetto mantovano che il nostro tanto amava) e ad apprezzarne la professionalità.
Rientrato da Mecanhelas nell’aprile 2002, Giancarlo rimase per
un anno come animatore missionario e factotum a Milaico, poi rispose di nuovo al richiamo della
missione e, nel 2003, rientrò in
Mozambico dove riprese a lavorare come meccanico, idraulico,
muratore, falegname, camionista
nelle missioni del Nord e del Centro e ovunque lo chiamassero per
riparare auto, installare generatori, scavare pozzi. La sua ultima
missione è stata Nova Mambone,
dove sovrintendeva alle saline,
importante fonte di reddito della
locale missione.
M
issionario senza secondi
fini o ipocrisie, Giancarlo
diceva chiaramente
quello che pensava e dedicava
ogni sua energia nel lavoro di manutenzione e direzione tecnica e
in quello di evangelizzazione.
Prendeva molto a cuore ogni suo
impegno e soffriva quando temeva di non riuscire a risolvere
qualche problema, ma la sua perseveranza faceva sì che questo
succedesse di rado.
Nella sua stanza, si poteva trovare la Bibbia, come anche utensili e parti di ricambio, sistemati
anche sotto il suo letto, giacché la
sera o il mattino presto, non
erano per lui necessariamente
tempi di riposo. Ci teneva a rimanere in contatto con le realtà dei
missionari laici della Consolata,
soprattutto in Portogallo e partecipava volentieri alle assemblee
che venivano organizzate.
La sua salute non era delle migliori. Al mattino, a colazione, ci
comunicava il «bollettino medico» della notte trascorsa, tra
spifferi, dolorini e altro. Ma non
era uno che si lamentasse e ne
parlava con allegria. Purtroppo,
all’improvviso, il 31 gennaio
scorso, la malattia ha vinto, ma
solo sul suo corpo. Giancarlo continua a vivere nel ricordo della
gente di Mecanhelas e delle altre
missioni in cui ha servito, tra coloro che ha formato come specialisti e quelli con cui ha condiviso
gioie e dolori della vita. Senza mai
chiudere la porta in faccia a nessuno.
Paolo Deriu
APRILE 2015 MC
65
Cooperando...
www.missioniconsolataonlus.it
MCO
Fondazione
Missioni
Consolata
Onlus
Testo e foto di Chiara Giovetti
ROMA
E I MIGRANTI / 1
Il ciclo di reportage
su periferie delle
grandi città, disagio
e migranti, ci porta
questa volta a Roma,
ancora scossa
per le rivelazioni
dell’inchiesta
«Mafia Capitale»
e per i tumulti
di Tor Sapienza.
© Chiara Giovetti
L
’
autobus 105 è fermo al capolinea di Piazzale dei Cinquecento,
di fronte alla stazione di Roma Termini. Attraverso le sue quattro porte aperte, persone avvolte in sciarpe e giacconi guadagnano un sedile o più probabilmente un posto in piedi e aspettano che lo scatolone di plastica e metallo lungo diciotto metri cominci
la sua corsa nell’aria fredda delle sere del febbraio romano. Qualcuno
scenderà dalle parti del Pigneto, per raggiungere gli amici in qualche
bar dell’isola pedonale e partecipare al rito importato dell’aperitivo.
Molti altri, invece, proseguiranno verso Tor Pignattara, Centocelle e oltre, fino a quella Tor Bella Monaca che nel quotidiano capitolino è da
anni sinonimo di luogo della marginalità e del degrado. L’umanità del
105 è un fedele spaccato della pancia di una città che cerca, o semplicemente non può evitare, di scoprirsi multietnica: signore dell’Est europeo con buste di plastica gonfie posate sulle ginocchia e i tratti stanchi di chi ha fatto pulizie in qualche appartamento del centro, bengalesi con in mano i bastoni per selfie che non sono riusciti a vendere ai
turisti, ragazzi cinesi con un libro fra le mani e gli auricolari alle orecchie, giovani africani carichi di grossi sacchi che lasciano intravedere
borse con le griffe dell’alta moda. Quelle stesse borse che poche ore
prima erano disposte in bella mostra sui sampietrini a due passi dal
Colonnato o dalla scalinata di Trinità dei Monti, poi agguantate per i
manici e portate via di corsa, lontano dalla vista della polizia arrivata di
soppiatto a scompigliare l’improvvisato mercato.
Un bengalese parla al telefono, a voce alta. «Ma che urla quello? Certo
che ’sti immigrati fanno proprio come je pare...» commenta spazientita una donna. «Che vuole, signo’, non siamo manco più padroni a
casa nostra, ormai», le risponde un’altra, un sedile più avanti. Questa
non è l’aria che tira a Roma, è solo
una delle sue correnti. Ma è la
corrente che fischia più forte, che
fa svolazzare i giornali, che scoperchia i tetti e rompe i vetri nelle
periferie.
Tor Sapienza, con le immagini degli scontri e delle proteste anti-immigrati dello scorso novembre, è
sempre lì, nello stesso spicchio di
città che il 105 attraversa, in
quella Roma Est che secondo la rivista online Vice era fino a pochi
anni fa «poco meno che un mistero» per i giornali e per gli altri
abitanti dell’Urbe. Ma Tor Sapienza è, nella recente memoria
collettiva romana, dove rimarrà
impressa per molto tempo, anche
quella frase pronunciata in una intercettazione dal presidente della
Cooperativa 29 Giugno, Salvatore
Buzzi, oggi detenuto nel carcere
nuorese di massima sicurezza di
Badu ’e Carros dopo che l’operazione Mondo di Mezzo condotta
dai Ros, ha portato alla luce nel
dicembre scorso il suo ruolo
chiave nella vasta rete criminale
di stampo mafioso facente capo
all’ex Nar Massimo Carminati: «Tu
c’hai idea di quanto ce guadagno
sugli immigrati? Il traffico di droga
rende di meno».
Spetterà a nuove indagini e ai successivi processi chiarire le responsabilità della vicenda di Mafia Capitale, comprese le ipotesi di manipolazione della protesta di novembre proprio da parte della cupola romana di Carminati e Buzzi.
Ma che la mala gestione del fenomeno migratorio e, più in generale, del disagio, accenda le micce
in quella che i media hanno chiamato la «polveriera delle periferie» è evidente, da tempo.
A Corcolle - zona del VI Municipio
a venti chilometri da Termini,
estremo brandello orientale della
città - basta un nubifragio perché
le strade e le case siano sommerse dall’acqua. Il manto stradale è in condizioni pessime,
l’Adsl non arriva, e solo lo scorso
ottobre l’Asl ha approvato l’apertura di un servizio di pediatria, fi-
68
MC APRILE 2015
© Chiara Giovetti
Cooperando…
nora assente nonostante la presenza di un migliaio di bambini.
Anche Corcolle, prima di Tor Sapienza, ha vissuto giorni di tensione fra residenti e migranti. Ma,
se la presenza degli stranieri è
stata la goccia, pronto a traboccare c’era tutto un vaso.
Gli inizi dell’accoglienza
Eppure, la città non si è certo accorta ieri del fenomeno migratorio: «Il centro di ascolto stranieri
di via delle Zoccolette», racconta
Lorenzo Chialastri, responsabile
del Centro Ascolto Stranieri di Via
delle Zoccolette dal 2003 e dell’Area Immigrazione della Caritas di
Roma dal 2013, «ha aperto nel
1981, probabilmente fra i primi in
Italia. All’epoca, i migranti in città
erano eritrei, filippini e capoverdiani che andavano via via sostituendo gli italiani come lavoratori
domestici. Probabilmente nella
percezione nazionale lo spartiacque è stato il 1991, anno dell’arrivo in Puglia dei barconi con i
ventisettemila migranti albanesi.
L’anno successivo, il comune di
Roma ha aperto l’Ufficio Speciale
per l’Immigrazione».
Dal 1981, il centro di ascolto della
Caritas ha registrato oltre 250
mila schede personali, ogni anno
conta seimila nuovi utenti che effettuano più di venticinquemila richieste di servizi allo sportello. Offre ascolto dei bisogni, orientamento nella ricerca di alloggio e di
lavoro, corsi di italiano e assistenza legale, con particolare attenzione agli utenti più vulnerabili
come i rifugiati e le vittime di
tratta.
Nove assistiti su dieci sono immigrati regolari; quanto alla presenza di immigrati irregolari in
città, come per i dati nazionali, è
difficile azzardare una stima. Lo
scorso anno a fronte di 170 mila
arrivi in Italia sono state avanzate
solo sessantamila richieste d’asilo.
Che fine hanno fatto gli altri?
Quanti sono rimasti in Italia?
Molti rifiutano di farsi prendere le
impronte digitali perché vogliono
potersi spostare in altri paesi europei senza rischiare di essere
«dublinati», cioè rimandati in Italia sulla base del Regolamento di
Dublino, il quale stabilisce che i
migranti richiedenti asilo devono
risiedere nel paese competente a
esaminare la loro domanda, cioè
quello di prima accoglienza, dove
è avvenuta l’identificazione. è
chiaro che al rifiuto dei migranti di
farsi registrare si accompagna un
equivalente lasciar correre delle
• Migranti | Roma | Caritas • MC RUBRICHE
© Caritas Roma area salute
«Tor Sapienza è una realtà
della città che ha alzato la
voce; dal nostro punto di osservazione, però, ad emergere non sono solo le difficoltà di integrazione ma anche la grande vitalità delle
comunità cristiane di migranti e il loro sforzo di
creare legami con il territorio». A parlare è monsignor
Pierpaolo Felicolo, direttore
dell'Ufficio per la Pastorale
delle Migrazioni (Upm) della
Diocesi di Roma. «A Roma le
comunità cattoliche di migranti possono contare su
150 luoghi di incontro e preghiera. Sono le comunità
stesse che ci manifestano l'esigenza di aprire un nuovo
centro e spesso sono loro che
si danno da fare per individuare le strutture dove collocare i luoghi di aggregazione
e culto».
«Qui il flusso è continuo: a
differenza di Milano o Torino, si arriva alle seconde
generazioni mentre le terze
sono ancora poco rappresentate», spiega don Felicolo. Le
attività coordinate dall'Upm
si basano sui bisogni riscontrati attraverso i numerosi
centri d'ascolto e comprendono ad esempio la visita
alle carceri e i corsi di italiano, realizzati in orari scelti
dagli allievi. «La comunità cinese, ad esempio, preferisce
la fascia oraria dalle otto alle
dieci di sera, mentre i malgasci optano per il primo pomeriggio».
Chi.Gio.
autorità italiane, atteggiamento
che gli altri paesi europei hanno
bacchettato, accusando l’Italia di
utilizzare questo metodo per «liberarsi» dei migranti.
«Abbiamo visto questa dinamica
all’opera ad esempio con l’arrivo
di quindici migranti trasferiti da
Augusta, in Sicilia, a Civitavecchia,
e da lì al nostro centro d’accoglienza a Roma», spiega Chialastri.
«Sono arrivati con in mano un numero scritto su un foglietto, non
erano state prese loro le impronte
digitali. Due sono spariti nel nulla
nel giro di pochi giorni».
La salute, tema su cui
ci si incontra
In via Marsala, la strada che costeggia la stazione Termini, la Caritas di Roma gestisce un poliambulatorio (attivo già dal 1983) del
quale Salvatore Geraci, laureato
in Medicina e Chirurgia alla Sapienza, è responsabile dal 1991.
Geraci non si stanca di insistere
sull’importanza dei quattro pilastri su cui si regge l’operato dell’ambulatorio: «I servizi sanitari
sono ovviamente fondamentali»,
precisa il medico, «ma dobbiamo
dedicarci con lo stesso impegno
alla conoscenza dei fenomeni,
alla formazione degli operatori
sanitari e al nesso fra salute e diritti dei migranti. Altrimenti si fa
solo assistenzialismo».
Il poliambulatorio ha assistito in
un trentennio più di centomila pazienti, specialmente migranti irregolari e persone senza fissa dimora; annualmente eroga fra le
dodici e le ventimila prestazioni
sanitarie a una media di seimila
pazienti, e ha registrato nel 2014
un aumento di assistiti pari a
1.200 unità. Fra gli utenti sono in
aumento gli italiani, che si rivolgono al poliambulatorio soprattutto per ottenere gratuitamente
i farmaci di fascia C, quelli per cui
© Caritas Roma area salute
ROMA
NON SOLO PANE
non è possibile ottenere esenzioni. Le malattie più frequenti
sono quelle che il responsabile indica come tipiche della povertà e
cioè quelle dell’apparato respiratorio, del sistema osteomuscolare, dell’apparato digerente e
della pelle. «Ma non dimentichiamo le ferite invisibili», precisa
Salvatore Geraci, «quelle generate dai traumi psicologici subiti
dalle persone vittime del conflitto, della tratta, della violenza
intenzionale e delle torture» al
centro di un progetto nel quale
APRILE 2015 MC
69
Cooperando…
I rifugiati
A pochi passi dal poliambulatorio
c’è la sede di Prime Italia, un’associazione di volontariato che si oc-
ROMA E
I MIGRANTI
IN NUMERI
STRANIERI RESIDENTI NELLA PRovINCIA DI RoMA: più di 380
mila
STRANIERI RESIDENTI NEL CoMuNE
DI RoMA: 250 mila (10% della
popolazione residente totale).
PRIME QuINDICI CITTADINANZE PER
ISCRITTI IN ANAGRAFE:
Romania: 85 mila
Filippine: 40 mila
Bangladesh: 23 mila
Polonia: 15 mila
Cina: 14 mila
Perù: 14 mila
SEGuoNo Ucraina, Egitto, India, Sri Lanka, Ecuador, Moldavia, Albania, Francia e
Spagna.
Età media: 37,2 anni (contro
i 44,2 degli italiani)
PERCENTuALE DoNNE: 52%
70
MC APRILE 2015
cupa di promuovere l’integrazione dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione internazionale
(www.prime-italia.org). Fra le sue
attività ci sono i corsi di scuola
guida gratuiti e a prezzo agevolato
per rifugiati finanziati grazie ai
fondi dell’otto per mille della Tavola valdese e dell’Automobile
Club Roma.
Da Termini, in venti minuti di metropolitana, si raggiunge Ponte
Mammolo dove dal 2003, all’interno di un più vasto insediamento spontaneo abitato da famiglie rom, ne esiste uno più piccolo dove vivono rifugiati in prevalenza eritrei, un’ottantina in
tutto, suddivisi in una cinquantina
di piccole abitazioni di un vano.
Alcune sono in muratura, altre in
lamiera, cartone, plastica. Due generatori alimentano le aree comuni adibite a cucina e spazio ricreativo, ma le «case» mancano
dei mezzi per scaldarsi e conservare il cibo.
«A partire dal 2013» spiega Guglielmo Micucci, presidente di
Prime, «dopo aver gradualmente
cercato di creare un rapporto di
fiducia con i rifugiati, abbiamo avviato una serie di attività nel
campo»: fra queste, la distribuzione di sacchi a pelo e una collaborazione con Leroy Merlin Italia
che ha permesso la riqualificazione dei servizi sanitari. Fabiola
Zanetti, responsabile delle attività
Prime a Ponte Mammolo, racconta soddisfatta un lieto risvolto
inatteso del progetto con Leroy
Merlin: «Augusto, uno dei ragazzi
del campo, ha dato una mano
nella ristrutturazione dei bagni.
Notando il suo impegno, Leroy
Merlin gli ha offerto un tirocinio:
ha iniziato a metà gennaio 2015».
Quello di Ponte Mammolo è il più
piccolo dei principali insediamenti
e occupazioni informali nei quali
vivono richiedenti e titolari di protezione internazionale. Gli altri
sono il Selam Palace (ex Enasarco)
di Anagnina - Romanina, che
ospita circa 700 persone prevalentemente di nazionalità etiope,
eritrea, somala e sudanese, e l’edificio di via Collatina 385, sette
piani per un numero di etiopi ed
eritrei che varia da 400 a 600. Al
centro Ararat in zona Testaccio vi-
© PR ME talia
un’équipe di operatori specializzati offre un servizio di ascolto e
di psicoterapia transculturale.
Il poliambulatorio, oltre che sul
personale dedicato, si regge sul
lavoro di 380 volontari. Qualcuno
è un ex paziente. «Mi viene in
mente il caso di una coppia di cinesi che avevamo curato qui al
poliambulatorio», ricorda con un
sorriso il dottor Geraci. «L’idea di
prestare lavoro senza ricevere un
compenso - cioè il volontariato è inconcepibile per i cinesi, non è
nelle loro coordinate culturali. La
gratitudine nei confronti di chi li
ha aiutati però lo è. Per questo,
quando i coniugi sono riusciti tramite il ricongiungimento familiare
a far venire a Roma il figlio, lo
hanno praticamente obbligato a
venire a dare una mano».
© PRIME Italia
MC UNA MANO PER
PROGETTO
UN’AULA PER NAMPULA
INVESTIRE SULLA SCUOLA
(1 - continua)
# Pagine 67 e 68: immigrati che cercano fortuna nelle strade e vicoli
attorno a san Pietro.
# Pagina 69: scene dal poliambulatorio di Via Marsala a Roma, gestito dalla Caritas fin dal 1983, che
ha assistito in questi anni oltre
cento mila pazienti e ora offre i
suoi servizi anche a moltissimi
italiani.
# Sopra e a destra: l’angolo degli
eritrei nell’insediamento di Ponte
Mammolo, esterno e interno di una
delle stanze.
# Qui a destra: lavori di ristrutturazione di un’aula in quello che era
il seminario della Consolata di
Nampula, Mozambico, per aprire
una scuola secondaria bilingue.
Donazioni per il progetto «un’aula per Nampula»
a mezzo ccp o bonifico bancario (vedi pag. 83).
© Daci Vilarinho
vono poi un’ottantina di curdi e,
se l’insediamento di Stazione
Ostiense è stato sgomberato nel
2012, l’anno successivo è stato
occupato uno stabile di cinque
piani in piazza Indipendenza, a
due passi da Termini, dove abitano circa 500 rifugiati in maggioranza eritrei. Sono circa duemila
persone in gran parte uomini, ma
non mancano le donne e i bambini.
Chiara Giovetti
Mozambico settentrionale, Nampula è la città più importante, la
terza del paese, con circa mezzo milione di abitanti. È in rapida crescita grazie alla ferrovia che la collega a Cuamba e che permette il
trasporto di merci e persone lungo i quasi 350 chilometri percorsi dal
treno.
Di pari passo con l’esplosione demografica della città vanno però anche i fenomeni di marginalizzazione: «Molti, specialmente i giovani,
lasciano i villaggi per venire a vivere in città nella speranza di trovare
un lavoro», spiega padre Leonel Toledo, missionario della Consolata
a Nampula. «Ma spesso si trovano a vivere di espedienti, a fare lavori occasionali e mal pagati e ad abitare in alloggi di fortuna. Qualcuno cede alla tentazione dei soldi facili attraverso le rapine, la microcriminalità, i piccoli furti».
I missionari della Consolata sono presenti a Nampula da oltre
trent’anni. Da quest’anno, in quello che era il seminario, stanno ristrutturando dei locali per aprire una scuola secondaria mista e bilingue dove gli studenti, ragazzi di età compresa fra i 12 e i 17 anni,
potranno formarsi sia in portoghese che in inglese. L’offerta di una
formazione di alta qualità è fondamentale perché spesso le scuole
pubbliche possono contare su insegnanti che hanno una preparazione lacunosa e un grado di motivazione estremamente basso, con
ripercussioni negative sulla formazione degli studenti che a volte,
persino all’università, mostrano difficoltà a leggere e scrivere correttamente (vedi «Itinerari mozambicani» su MC di ottobre e di novembre 2014).
Le rette pagate dagli studenti garantiranno le entrate necessarie per
coprire i costi di mantenimento della scuola. Quanto agli studenti
meno abbienti, è previsto un programma di borse di studio che consenta l’accesso all’istruzione anche a chi non ha i mezzi. La scuola
sarà inizialmente in grado di formare fino a trecento alunni; la prospettiva di lungo periodo sarebbe poi quella di ampliare l’offerta formativa includendo anche la scuola primaria (fascia d’età fra i 6 e i 13
anni).
I missionari chiedono aiuto per la ristrutturazione e l’arredamento di
sette aule scolastiche necessarie per iniziare il primo anno di scuola.
Il costo per un’aula è pari a 4.900 euro compreso il mobilio.
Libertà Religiosa
Janine/Flickr.com
Testo di Paolo Bertezzolo
Nonostante la legge
sulla libertà religiosa
in Italia sia ancora
quella del ‘29, non
siamo fermi lì.
Le intese tra lo stato e
le singole confessioni
avvicinano il nostro
paese alla propria
Costituzione, ma il
deputato del Pd,
Roberto Zaccaria,
sostiene la necessità
di una nuova legge.
Finché essa non ci
sarà, non sarà
realizzata in Italia la
libertà di credo.
Chiudiamo con questa
intervista il piccolo
ciclo di dialoghi sulla
libertà religiosa con
parlamentari italiani.
72
MC APRILE 2015
riflessioni e fAtti
sUllA libertà religiosA nel Mondo - 27
MA LE INTESE
U
NON BASTANO
na via pragmatica per arrivare in Italia alla realizzazione del diritto alla libertà religiosa è stata indicata dal prof. Stefano Ceccanti,
ex senatore Pd, e dal senatore Fi
Lucio Malan, nelle due puntate
precedenti: quella delle intese
tra stato italiano e singole confessioni religiose, uno strumento
previsto dalla Costituzione.
Oggi, infatti, ci si trova ancora
con la vecchia legge del ’29 - anche se profondamente amputata
delle sue parti incompatibili con
la Costituzione -, e allo stesso
tempo con l’oggettiva difficoltà a
produrre una nuova legge generale, dimostrata dal fallimento di
vari tentativi del Parlamento in
diverse legislature. Piuttosto di
insistere sulla strada impraticabile di una legge generale, si sostiene, è meglio procedere con le
intese, e solo in un secondo momento, quando dovessero esserci le condizioni appropriate,
arrivare a una legge generale.
Roberto Zaccaria non è però
dello stesso avviso. Professore
ordinario di Istituzioni di Diritto
pubblico presso l’Università di Firenze, ha insegnato Diritto costituzionale, Diritto dell’informazione e Diritto regionale all’Università di Firenze, Macerata,
Lumsa e Luiss di Roma.
È stato membro della Camera dei
deputati nelle legislature XIV
(2001-2006, gruppo La Margherita-L’Ulivo), XV (2006-2008,
gruppo L’Ulivo) e XVI (20082013, gruppo Pd).
È stato consigliere di amministrazione della Rai dal 1977 al 1993 e
suo presidente dal 1998 al 2002,
vice Presidente dell’Uer (Unione
delle televisioni pubbliche europee) dal 2000 al 2002.
È giornalista pubblicista, iscritto
all’Ordine dei giornalisti.
A differenza dei suoi colleghi
Ceccanti e Malan, lei sostiene
la necessità di giungere il più
presto possibile a una legge generale sulla libertà religiosa.
Per quali motivi?
«L’esigenza di intervenire per sostituire la legge del 1929 è essenziale e prioritaria. I principi contenuti nella nostra carta costitu-
• Libertà religiosa | Costituzione | Laicità dello stato • MC RUBRICHE
momento storico, come non lo
rientrano del resto alcune leggi
complementari come quella sulla
cittadinanza e quella sull’immigrazione».
Nella XV legislatura lei è stato
promotore di una legge generale che caratterizzasse in
modo molto preciso il diritto di
libertà religiosa, specificando i
diritti dei singoli e delle varie
confessioni.
«Nella XV legislatura sono stato
più precisamente il relatore della
legge sulla libertà religiosa riprendendo il lavoro che era stato
avviato dall’on. Maselli nella XIII
legislatura (1996-2001). Nella
XIV legislatura il percorso parlamentare alla Camera aveva
preso le mosse da un disegno di
legge del governo Berlusconi (Ac
- Atto della Camera - n. 2531)
che riproduceva nella sostanza il
testo del progetto di legge del
governo Prodi della XIII legislatura. Nella XV abbiamo invece lavorato su due proposte di legge
d’iniziativa parlamentare, rispettivamente dei deputati Boato (Ac
n. 36) e Spini (Ac n. 134), intitolate «Norme sulla libertà religiosa e abrogazione della legislazione sui culti ammessi». Ci
siamo mossi con grande rigore
svolgendo addirittura due cicli di
audizioni: la prima sulle proposte
Boato e Spini e la seconda su un
testo del relatore. L’atteggiamento intransigente della Cei,
manifestato soprattutto nel secondo ciclo di audizioni, sull’inserimento nel testo di un riferimento al principio di laicità, ha
prodotto un irrigidimento anche
in alcuni dei partiti del centrodestra. Di fronte a un numero rilevantissimo di emendamenti, il
provvedimento si è arenato. La
conclusione dei lavori è avvenuta
il 24 luglio 2007. La legislatura è
finita alcuni mesi dopo».
Ora ha promosso il «Gruppo
Astrid» che lavora in vista della
stesura di una nuova proposta
di legge.
«Poco dopo l’inizio della XVII legislatura, vedendo che il Parlamento non sembrava intenzionato ad affrontare l’argomento,
con il sostegno di un nutrito
gruppo di professori di diritto ecclesiastico, ho proposto alla Fondazione Astrid di avviare un
gruppo di lavoro per definire una
nuova legge sulla libertà religiosa. A motivare quest’iniziativa
non c’era solo il fatto che in Parlamento il tema risultasse assente, ma anche la necessità di
rimettere mano a una nuova impostazione della legge. I testi che
avevano accompagnato il dibattito parlamentare nelle legislature che abbiamo ricordato
erano decisamente datati e
quindi si è deciso di impiegare
utilmente le energie dell’accademia nella predisposizione di un
testo che sarebbe potuto essere
utile in una prossima stagione
parlamentare. L’idea del gruppo
di lavoro ha preso forma più concreta a Camaldoli, nel maggio del
2013 (cfr. L. Rolandi, L’Italia religiosa tra disinteresse e sospetto,
in Mc agosto-settembre 2013),
in un convegno organizzato dalla
redazione del n. 1 dei «Quaderni
di diritto e politica ecclesiastica»
bea/Flickr.com
Flavio Casadei Della Chiesa/Flickr.com
zionale soffrono per una attuazione incompleta nonostante
quello che è stato fatto dall’ordinamento internazionale ed europeo e dalla giurisprudenza a ogni
livello.
Le intese hanno in qualche modo
accentuato la divaricazione tra i
fedeli delle diverse religioni e il
trattamento delle stesse confessioni e associazioni.
La strada di trasformare in legge
unilaterale il contenuto comune
delle diverse intese è teorica: bisognerebbe comunque passare
da un Parlamento che al momento sembra poco sensibile
verso questi temi. Tanto vale, allora, fare una legge ad hoc, all’altezza dei tempi».
Una normativa generale inevitabilmente cerca di dare delle
«definizioni di sistema» su cui
l’accordo tra le diverse anime
del Parlamento è arduo. Qualcuno lo ritiene addirittura impossibile. Non pensa che sia
difficile superare le diverse visioni quando si affrontano problemi generali, concettuali e
teologici?
«Non credo che il problema sia
quello della difficoltà di dare definizioni di sistema condivise. Il
problema è rappresentato piuttosto dalla difficoltà per il Parlamento di fare leggi di sistema in
ogni campo. Basta guardare i
dati sulla produzione normativa
per convincersene. La riforma
costituzionale e la legge elettorale sono due eccezioni accompagnate da una fortissima determinazione politica. Il resto è governo dell’economia. E questa è
la seconda motivazione: una
legge sulla libertà religiosa non
rientra tra le priorità in questo
# Da sopra: la cappella dell’eremo di
Camaldoli. | Buddhista cinese durante i festeggiamenti del capodanno. | Preghiera musulmana in
viale Jennner a Milano.
APRILE 2015 MC
73
Libertà Religiosa
Ferruccio Zanone/Flickr.com
Jeanette/Flickr.com
# Da sinistra in alto: Graglia, Biella (Piemonte), il monastero Mandala Samten Ling,
sede di una comunità di monaci buddhisti tibetani. | Immagine simbolica di una
donna che entra in un luogo di culto. | Monaci cattolici del monastero di Siloe,
Grosseto. | Roberto Zaccaria sul palco del Cinema Teatro Masaccio di San Giovanni
Valdarno, che ha ospitato il «Cantiere democratico» di sostenitori e candidati
della lista «Con Rosy Bindi democratici, davvero».
in collaborazione con il Fidr (Forum internazionale democrazia e
religioni, www.fidr.it). Il convegno aveva per titolo La libertà religiosa in Italia: un capitolo
chiuso?1».
In quanto tempo pensa che il
testo possa essere pronto?
«I tempi di lavoro sono costanti
in relazione al progetto. Esiste un
gruppo redazionale più ristretto
che presenta proposte per il
gruppo più ampio2. Sono stati
esaminati una sessantina di articoli. Il lavoro istruttorio si concluderà entro 6-8 mesi. A quel
punto credo che verrà convocato
un seminario per discutere coralmente il testo».
Il testo di questa nuova proposta di legge si differenzia, e in
che cosa, da quello da lei promosso nella XV legislatura?
«Come dicevo, il nuovo testo,
pur prendendo le mosse da
quello vecchio, ne allarga considerevolmente l’orizzonte, e tiene
conto degli stati di avanzamento
sia della giurisprudenza che della
dottrina. A partire dagli anni
2000 sta crescendo sensibilmente il profilo internazionale e
comunitario della libertà religiosa; si affacciano i problemi
identitari connessi ai flussi migratori; si prospettano problemi
di bioetica; cresce il coinvolgi-
mento di realtà confessionali
estranee alla tradizione giudaicocristiana; aumentano i problemi
di pluralismo religioso; si fa più
complesso il rapporto tra profilo
collettivo e profilo individuale
del diritto di libertà religiosa; e
tutto questo ha rilevanti conseguenze sul concetto stesso di libertà religiosa. Questo è un diritto che viene sempre più
spesso associato a problematiche di natura etico-morale e di
natura politico-culturale in riferimento al cambiamento della
geografia religiosa dovuto ai fenomeni migratori. In più, come
vediamo anche in questi giorni,
aumentano le questioni di ordine
pubblico e sicurezza».
Su cosa basa la sua fiducia che
questa volta una legge generale sulla libertà religiosa possa
essere approvata dal Parlamento? In particolare, ritiene
che tale risultato si possa conseguire nel corso della presente legislatura?
«Non ho detto che cresce la fiducia sulle possibilità che il Parlamento arrivi ad approvare un testo in questa legislatura. È proprio questo il motivo per cui riteniamo utile lavorare al di fuori
del Parlamento in una fonda-
zione come Astrid che lavora al
fianco delle istituzioni ma che
consente di riunire esperienze e
discipline diverse. Quando saremo pronti offriremo ben volentieri questo lavoro alle istituzioni e alla politica. Oggi lavoriamo tranquillamente anche al
riparo dalle inevitabili tensioni
che il dibattito politico genera».
La sua proposta precedente si
fermò anche perché non ci fu
accordo sul fatto che essa si
fondasse sul principio di laicità
che, tuttavia, è alla base della
Costituzione repubblicana. Perché dunque non ci si è trovati
d’accordo? Oggi le cose sono
cambiate o l’affermazione
della laicità dello stato costituisce ancora un problema per
qualcuno?
«In quel momento quel riferimento nel testo al principio della
laicità è risultato dirompente,
ma non è detto che debba essere
sempre così: le cose cambiano.
Del resto ripeto che la nostra
proposta avrà un respiro più ampio e, pur fondandosi ovviamente sul principio di laicità che
è parte essenziale della nostra
Costituzione, potrà declinarlo in
modo altrettanto efficace. Non
credo proprio che andando alla
radice del problema vi possano
essere dei contrasti. Magari vi
saranno su altri aspetti».
Ritiene che, anche quando
fosse approvata la nuova legge
generale sulla libertà religiosa,
sarebbe utile proseguire con la
stipula delle intese tra lo stato
e le confessioni religiose?
«Diciamo subito che non è lecito
chiudere una porta, come quella
delle intese, che la Costituzione
prevede. D’altra parte ci sono
delle intese che hanno fatto ampiamente il loro percorso, come
quella con i Testimoni di Geova,
che dovrebbero essere approvate. Certo, su un piano generale, diciamo di opportunità,
credo che sarebbe meglio procedere con una legge unilaterale
dello stato che regoli il diritto per
tutti perché, paradossalmente,
se procedessimo solo sul terreno
della regolamentazione bilaterale attraverso le intese rischieremmo di allargare le disparità
tra chi gode di regimi particolari
e chi ancora è soggetto all’anacronistica legge 1159 del 1929».
In attesa della legge generale,
rimane aperta nel nostro paese
la questione di un’intesa con
l’Islam. Quali problemi crea
questa situazione, nella prospettiva di una piena integrazione dei fedeli islamici nel sistema costituzionale e giuridico, oltre che nella società,
del nostro paese?
L’approvazione di una legge generale sulla libertà religiosa faciliterebbe la soluzione di questi problemi o la renderebbe
invece più difficile?
«È esattamente questo il problema. Proprio all’Islam mi riferivo quando parlavo di inaccettabili differenziazioni. Visto che
fino a questo momento la strada
dell’intesa si è rivelata impercorribile con l’Islam, è essenziale
procedere sulla base della cosiddetta legge generale.
Non ho alcun dubbio. Oggi questa legge è necessaria. Si potrebbe procedere anche con la
creazione di un testo unico che
riunisca le disposizioni sparse in
una quantità enorme di testi normativi diversificati. In questa materia però la mera compilazione
non è sufficiente: si tratta di riordinare e ammodernare. Io credo
che la strada migliore sia invece
quella di fare una legge di principi e anche di disposizioni innovative che mettano in soffitta la
legge sui culti ammessi, che contenga una delega idonea e confezionare le disposizioni più specifiche, e anche la delega per la redazione di un testo unico innovativo».
Paolo Bertezzolo
Note:
1- Tra i relatori di quel convegno
c’erano, tra gli altri, Roberto Mazzola, dell’Università del Piemonte
Orientale A. Avogadro, Marco Ventura
della Katholieke Universiteit Leuven,
Romeo Astorri dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Alessandro Ferrari dell’Università degli Studi dell’Insubria.
2- Il gruppo è formato, oltre che dai
professori indicati nella nota 1, dall’intervistato Roberto Zaccaria, in
veste di coordinatore, da Francesco
Margiotta Broglio, Sara Domianello,
Pierangela Floris, Valerio Tozzi, Paolo
Naso, Paolo Cavana e Marco Croce.
Ha partecipato ad alcune riunioni il
Sen. Lucio Malan. Hanno anche aderito Paolo Corsini e Vannino Chiti.
Partecipano stabilmente alle riunioni, in veste di osservatori, la
dott.ssa Anna Nardini per l’Ufficio
studi e rapporti istituzionali della
Presidenza del Consiglio, e la
dott.ssa Giovanna Maria Rita Iurato
della Direzione centrale affari di
culto del ministero dell’interno. Ci
sono poi alcuni esponenti di confessioni religiose che ne hanno fatto richiesta: Yahya Pallavicini (Coreis,
Comunità religiosa islamica italiana),
Ezzedin Elzir (Ucoii, Unione delle comunità islamiche d’Italia), Abdellah
Redouane (Moschea di Roma), Tiziano Rimoldi (Avventisti), un rappresentante della chiesa Ortodossa. Per
l’Uaar (Unione atei agnostici razionalisti) partecipa anche Adele Orioli.
Del gruppo redazionale più ristretto
fanno parte Ferrari, Mazzola, Domianello e Floris.
Foto di Louise Bonzoni da www.robertozaccaria.it
aurelio candido/Flickr.com
MC RUBRICHE
Siti web:
www.robertozaccaria.it
www.astrid-online.it
APRILE 2015 MC
75
4 chiacchiere
con « i Perdenti»
a cura di Mario Bandera
3. GIOVANNA D’ARCO
Nacque a Domrémy, Francia, nel 1412 circa, da una
famiglia contadina. Lasciò
giovanissima la casa paterna per seguire il volere
di Dio rivelatole da voci
misteriose, secondo le
quali avrebbe dovuto liberare la Francia dagli Inglesi. Presentatasi alla
corte di Carlo VII, ottenne
dal re di cavalcare alla testa di un’armata e, incoraggiando le truppe con la
sua ispirata presenza, riuscì a liberare Orleans e a
riportare la vittoria di Patay. Lasciata sola per la diffidenza della corte e del re,
Giovanna non poté condurre a termine, secondo il
suo progetto, la lotta contro gli Anglo-Borgognoni.
Fu dapprima ferita alle
porte di Parigi e nel 1430,
mentre marciava verso
Compiegne, fu fatta prigioniera dai Borgognoni, che
la cedettero per denaro
agli Inglesi. Tradotta a
Rouen davanti a un tribunale di ecclesiastici, dopo
estenuanti interrogatori fu
condannata per eresia e
arsa viva il 30 maggio 1431.
Riabilitata nel 1456, nel
1920 Benedetto XV la proclamò Santa e Patrona
della Francia.
76
MC APRILE 2015
• Giovanna D’Arco | Francia | Patriottismo • MC RUBRICHE
Giovanna, tu sei una santa molto nota ma forse pochi conoscono bene la tua vita, per cominciare puoi
parlarci della tua infanzia?
Sono nata in una famiglia di contadini di umili condizioni,
fin da bambina quindi ho dovuto aiutare i miei nel lavoro
dei campi e nell’accudire gli animali.
Quindi non hai frequentato la scuola?
Ai miei tempi l’istruzione era solo per i figli dei ricchi che
potevano permettersi insegnati privati e per coloro che
entravano in un monastero o in un seminario. Non esistevano le scuole come le intendete voi. Però io frequentando le funzioni religiose amavo assorbire tutto quello
che veniva insegnato dai sacerdoti del mio tempo.
Sì, ma tu sei famosa perché fin da giovane ti sei
fatta un nome prendendo le armi e difendendo la
tua patria.
Tutta la mia vita fu caratterizzata dalla Guerra dei cento
anni, che anzi durò di più in quanto cominciò nel 1337 e
si concluse nel 1453. Gli inglesi lungo tutto quel periodo
occupavano gran parte della Francia e questo a noi francesi non andava proprio bene.
Allora cosa hai fatto?
Nel 1429, seguendo la voce di Dio che veniva dal
profondo della mia coscienza e mi spingeva ad agire, riuscii a incontrare il Delfino (erede al trono) di Francia ovvero il futuro Carlo VII e gli dissi che l’Arcangelo Michele
e le Sante Caterina di Alessandria e Margherita d’Antiochia, mi avevano parlato dicendomi che avrei scacciato
gli inglesi e insediato lui sul trono. Lo convinsi ad affidarmi il compito di difendere il suolo francese mettendomi a disposizione dei cavalieri e delle truppe da battaglia. Del resto, un’antica profezia francese diceva che
solo una ragazza coraggiosa avrebbe salvato il paese dai
nemici.
Si dice che per guidare dei soldati ti sia vestita come
un uomo e abbia indossato un’armatura. Una cosa
inaudita e scandalosa per i tuoi tempi.
Certamente, ma solo così potevo guidarli in battaglia
senza correre rischi inutili. Per questo mi feci fare una armatura modellata sulla mia persona. Riportai la prima
vittoria liberando Orleans da un lungo assedio. Da quel
giorno i soldati cominciarono a chiamarmi «la Pulzella
d’Orleans». Qualche settimana dopo ci fu un’altra battaglia più dura e più cruenta a Patay, dove infliggemmo agli
inglesi una dura sconfitta, riconquistando il territorio
francese fino alla città di Reims, luogo in cui da sempre
avvenivano le incoronazioni dei Re di Francia.
Si può dire quindi che la tua missione si era conclusa
positivamente?
Sì, ma purtroppo una volta incoronato Re, Carlo VII fu
preso dal tipico spirito di compromesso di molti politicanti. Decise quindi da solo, senza consultare nessuno, di
trattare con gli inglesi.
Ovviamente tu non eri d’accordo con le sue scelte.
Ero convinta che la mia missione non fosse ancora compiuta, perché gli inglesi continuavano a occupare buona
parte della Francia. Decisi così di continuare da sola con i
soldati rimasti a me fedeli senza l’appoggio della Corona.
Ma il 24 maggio 1430 caddi in un’imboscata dei Borgognoni, i quali pur essendo francesi erano alleati degli in-
glesi. Gli uomini del duca di Borgogna mi vendettero agli
anglosassoni in cambio di una forte somma di denaro
(equivalente a circa sei milioni di euro attuali).
Quindi fosti imprigionata e gettata in carcere?
Mi rinchiusero nelle celle sotterranee del castello di
Rouen per essere processata per eresia e stregoneria,
naturalmente i miei nemici allestirono un falso tribunale
dell’inquisizione con dei giudici simoniaci al soldo degli
inglesi che dovevano trovare ragioni per condannarmi a
morte.
Su questo tuo processo si sono scritti molti libri e girati diversi film che hanno evidenziato la dignità con
cui ti sei difesa…
Fin dalle prime udienze trovai in me una grande forza
d’animo per rispondere punto per punto alle accuse che
mi erano mosse e, a essere sincera, mi sono anche divertita a punzecchiarli un po’. Nel rispondere ai giudici ho
usato spesso non solo umorismo, ma anche sarcasmo.
Vista la difficoltà che essi stessi avevano nel portare
avanti un processo farsa, decretarono che le udienze si
tenessero a porte chiuse.
Secondo te i giudici cercavano davvero di conoscere
la verità della tua missione?
Per niente. Dovevano condannarmi sia per levarmi di
torno che per infangare il mio nome. I giudici nel cercare
appigli per condannarmi erano quasi patetici, per non
dire ridicoli. Mi chiedevano che aspetto avevano gli angeli, perché indossavo abiti maschili, perché me ne ero
andata da casa e altre tematiche che non avevano niente
a che vedere con la fede. Riuscirono comunque a mettere insieme circa settanta capi d’accusa, molti dei quali
palesemente falsi e non suffragati da nessuna testimonianza. Con questo castello di menzogne mi condannarono a morte!
APRILE 2015 MC
77
I Perdenti
Con che spirito accettasti questa sconfitta? Ti sentisti una fallita?
Mi sono sempre sentita uno strumento nella mani di Dio.
Non avevo iniziato quell’avventura di mia iniziativa.
Avevo la consapevolezza di aver agito sempre per il bene
della mia patria, la Francia e in questo di aver fatto sempre la volontà di Dio! Anche se prigioniera di uomini, sapevo di essere nelle sue mani. Accettai quindi la sentenza
ma non le motivazioni che l’accompagnavano. Del resto il
popolo francese era tutto dalla mia parte e la dice lunga
il fatto che, mentre venivo condotta al luogo del supplizio il 30 maggio 1431, fossi accompagnata da ben duecento soldati incaricati di tener lontano la gente dal patibolo.
Pur condannata per eresia ti fu concesso di ricevere
i Sacramenti, un gesto col quale i tuoi stessi giudici
si sconfessavano e riconoscevano la giustezza delle
tue posizioni…
Infatti, pur condannata per eresia - e allora quella era un
capo d’accusa gravissimo - ho avuto il permesso, contro
ogni regola ecclesiastica, di ricevere l’Eucarestia. Le mie
ultime parole, appena investita dalle fiamme, furono
semplicemente: «Gesù». Il rogo consumò oltre che la
mia esistenza, tutta la mia carne. Per evitare che la gente
costruisse un santuario in mio onore nel luogo in cui avvenne la mia esecuzione, i miei resti e le ceneri del rogo
furono gettati nella Senna.
# Pagine precedenti: santa Giovanna D’Arco in un affresco e
nella statua dorata di Orleans.
Qui sotto: Ingrid Bergman come Giovanna nel film «Giovanna D’Arco» di Victor Fleming del 1948.
78
MC APRILE 2015
Neanche vent’anni dopo Carlo VII riaprì il processo subito da Giovanna. Nel frattempo anche una nuova indagine ecclesiastica fu avviata su indicazione del Papa,
e dopo aver ascoltato oltre un centinaio di testimoni il
processo precedente venne dichiarato nullo e Giovanna D’Arco fu completamente riabilitata imponendosi come una delle figure più straordinarie della storia
della Francia.
Dalla vita di questa grande santa possiamo capire alcune cose.
Che l’amor patrio è un valore cristiano, combattere con
le armi deve essere sempre una «extrema ratio», bisogna lottare per la verità e non per il potere. Che come si
ama la propria famiglia, così si deve amare anche la propria nazione.
Difendere la propria patria significa anche potere e dovere in alcuni casi combattere per essa. Quando una nazione viene ingiustamente aggredita e non c’è altro
mezzo diplomatico e incruento, come insegna la Dottrina sociale della Chiesa, per scongiurare l’aggressione,
la nazione aggredita ha il dovere di difendere se stessa
con ogni mezzo.
Santa Giovanna D’Arco nella difesa libera e totale della
sua terra, accettò anche il ricorso alle armi, ma questo
la portò a essere tradita e sconfitta e a perdere tutto,
anche la vita. Ma alla luce della storia e della santità, la
sua azione verrà riconsiderata più tardi come un’azione
utile e giusta, a servizio della Chiesa e del proprio
paese. E Giovanna, umiliata da un ingiusto processo e
«cancellata» dai suoi nemici, diventerà un esempio di
santità e modello di vita per i francesi.
Don Mario Bandera, Missio Novara
Librarsi
PRENDI IL LIBRO E MANGIA
di Luca Lorusso
Franco Cardini, Il cibo donato. Piccola storia della carità, Emi, Bologna 2015
IL CIBO DONATO
Una piccola storia della carità non può che essere una piccola storia della Chiesa. Franco Cardini
attraversa l’incredibile percorso di costante scelta degli ultimi che la cristianità ha sviluppato
nell’arco dei suoi duemila anni, offrendo uno sguardo panoramico sull’enormità delle opere di
santi, congregazioni, diocesi, compiute nelle forme più disparate e originali.
C’
è un bel gioco di rimpallo tra la grande
storia dell’umanità e la «piccola» storia
dei due personaggi che alle prime e alle
ultime pagine del libro racchiudono il racconto di Cardini come in una cornice: il buon samaritano e madre Teresa di Calcutta. Come in un alternarsi
di colpi di zoom durante la ripresa di un paesaggio, la
panoramica (la grande storia) mostra la bellezza della
composizione complessiva nella quale i dettagli sembrano perdersi (o, meglio, immergersi, trovando ciascuno il suo posto), le scene ravvicinate (i due personaggi) mostrano invece il particolare, l’incarnazione singolare
che, di quella bellezza complessiva, diventa l’emblema.
Il cibo donato, nelle sue 64 pagine, non
vuole essere un libro di storia che informa
sugli intricati modi in cui la carità della
Chiesa si è espressa lungo i secoli (lo è in
parte, ma solo per piccole pennellate), ci
sembra piuttosto un invito suggestivo a essere ottimisti, mostrando che il filo della
carità non si è mai spezzato e che, anzi,
nelle fasi storiche in cui più fortemente
sembrava dominare la sofferenza e la
morte, ancora più fortemente si esprimeva
la carità, e a partecipare, ciascuno nel suo «piccolo», al
grande mandato missionario affidato a tutti i figli di Dio.
Non è un caso, quindi, che il libretto inizi con la parabola del samaritano che Gesù racconta nel Vangelo di
Luca: la carità cristiana ha il suo fondamento proprio lì,
nella Parola del Signore, e sarebbe un esercizio parziale
raccontarne la storia senza indicarne la fonte. Gli sviluppi concreti delle opere di carità, le persone che le
hanno realizzate non hanno fatto altro che attualizzare
nelle diverse epoche e situazioni quell’unica ispirazione: mettersi al servizio del
prossimo, così come Gesù stesso.
Franco Cardini, uno dei più noti storici italiani, specialista di Medioevo, docente
emerito di Storia medievale all’Istituto italiano di Scienze umane della Scuola normale superiore di Pisa, direttore della
Scuola di ricerca e studi avanzati in
Scienze sociali di Parigi e fellow della Harvard University negli Usa, contribuisce
con il suo particolare approccio alla riflessione sul cibo avviata dalla Editrice missiona
ria italiana in occasione dell’Expò di Milano
che dal primo maggio al 31 ottobre sarà
focalizzato sul tema «Nutrire il pianeta.
Energia per la vita».
PANE NOSTRO. PAGINE DA GUSTARE
Piccoli libri, parole importanti, pensieri nutrienti.
Ecco la «collana di testi brevi per approfondire i temi di Expò 2015», edita dall’Editrice missionaria italiana a partire dal settembre 2014, di cui riportiamo le quarte di copertina.
Sessantaquattro pagine, in un formato ridotto (10,5x16,5), al costo di 5 Euro.
Lievito e farina, ortaggi e agnello, pesce alla brace, il sale nella pasta...
Gesù sapeva cucinare. Anche in questo era (il) Maestro.
econdo il Vangelo, Gesù amava stare a tavola con la gente. Era anche capace di
far da mangiare: infatti si presentava come il «buon pastore», colui che dà il «pasto buono». Cosa ci insegna questa caratteristica (quasi ignorata) del Figlio di Dio?
Un fatto molto concreto: cucinare non significa soltanto dare del cibo, ma soprattutto
prendersi cura di ciascuno secondo i suoi bisogni.
Ecco una «chef-teologia» dal sapore delicato, che nutre in profondità quanti hanno
fame di senso e di vita.
S
APRILE 2015 MC
79
Librarsi
M
Un Giardiniere,
un giardino, due
custodi. Dio
crea, l’umanità è
invitata a custodire. La terra
porta frutto. E il
creato diventa
salvato.
avvero la Bibbia predica il
predominio incontrollato dell’uomo sulla natura?
Se rileggiamo la Scrittura scopriamo che Dio affida il cosmo all’uomo e alla donna perché si fida
di loro. Essi diventano responsabili dei doni ricevuti. Questo fidarsi reciproco diventa la base su
cui fondare una ricomprensione
intellettualmente onesta della relazione tra genere umano e ambiente. Nessun rapporto di forza e
nessuna chiusura egocentrica: la
vocazione di ogni persona è far
fruttare i beni condivisi.
D
«Non di solo
pane». La parola
di Gesù risuona
mentre l’Expo ci
porta il mondo in
casa. Lasciamoci
provocare da
quel Pane.
erché un cristiano deve
occuparsi di «Nutrire il Pianeta, Energia per la
Vita»? Se nulla di umano rimane
estraneo a un credente, questo
vale ancor di più per la questione
cibo e la giustizia che ne deriva.
Per l’uomo e la donna mangiare è
narrazione e simbolo, cultura e affetti, richiamo alla costruzione di
una terra abitabile per tutti, luogo
in cui ciascuno possa saziare la
propria fame di pane e di infinito. Il
credente sa che, da quando il Figlio dell’uomo ha deciso di farsi
mangiare, il cibo non è mero alimento bensì segno dell’essenza di
Dio, compagno di ogni persona.
L’Eucaristia
come il pasto di
famiglia. Senza
vera comunione,
mangiare insieme è cosa fasulla. Il Pane di
Dio chiama una
vera compagnia.
ucaristia-carità-Chiesa.
Questo trinomio è uno dei capisaldi del cristianesimo. Celebrare
il dono di Cristo fa sorgere in ogni
credente il desiderio di imitare la
compassione del Figlio di Dio; coloro che sono attratti da tale misericordia costituiscono la Chiesa.
Il Samaritano della parabola è
emblema del discepolo di Cristo,
che si commuove di fronte al sofferente. Riflettendo sui freni che
la carità può incontrare (la fretta,
la paura, gli alibi), il cardinale
Martini ha tracciato un cammino
esigente, l’unico possibile per
rendere eloquente il rito e concreta la testimonianza.
Il pane non si
compra, si condivide. Alla mensa
dell’umanità,
come una famiglia, dove anche
il creato è mio
prossimo. Perché ha un’anima
anche il cibo.
ividere per
moltiplicare» è realtà vera
anche nella quotidianità. Dividere non separare ma con-dividere crea l’occasione per moltiplicare le
risorse a vantaggio di tutti. E dividere le risorse moltiplica le energie. Come in una riunione di lavoro,
con la messa in comune delle informazioni; come con una piattaforma
digitale di servizi collaborativi... È
questo il tema che la Caritas porta
a Expo. «La parabola della moltiplicazione dei pani e dei pesci - ricorda papa Francesco - ci insegna
proprio questo: se c’è volontà,
quello che abbiamo non finisce,
anzi ne avanza e non va perso».
Il fenomeno dei
cash crops e del
land grabbing. I
common pool
goods e la finanziarizzazione dei
beni agricoli.
Realtà lontane
da noi? Tutt’altro. Ecco perché.
i terra ce n’è
per tutti; di cibo, pure. Perché
allora tanta ingiustizia, 1,2 miliardi
di poveri «estremi» e 800 milioni di
sottonutriti, quando il diritto all’alimentazione è ormai riconosciuto a
livello universale?
Il nodo è come si accede alla terra,
fonte di vita e nutrizione. E pure lo
scandalo della speculazione sulle
risorse: c’è chi gioca in Borsa sul
pane degli esclusi. Il sostegno ai
piccoli produttori, il contenimento
delle produzioni agricole a scopi
industriali, lo spazio alle donne...
Così l’economia del cibo non sarà
più omicida ma a servizio di una
giustizia più grande.
PROSSIMAMENTE:
J.M. Bergoglio, Il Dio che ci nutre
Gianfranco Ravasi, Siamo quel che mangiamo?
Chiara Giaccardi, Questo piatto parla di noi
Angelo Scola, Abitare il mondo
O.A.R. Maradiaga, Lo scandalo della fame
Una tavola, pane
e companatico.
La compagnia di
casa e dei figli.
(Ri)scopriamo il
gusto del pasto.
Che non è mai
solamente
cibo…
angiare non
è solo ingurgitare alimenti. È anche preparazione, compagnia e racconto. Nelle
nostre case, però, la Tv e l’improvvisazione restano spesso gli unici
ingredienti della cena, ridotta a
evento alimentare quando invece è
l’unico momento «insieme» della
famiglia. Esiste un altro modo di
cenare: preparare un risotto con
cura, apparecchiare la tavola in
modo simpatico, conversare tra figli e genitori narrando di noi.
Così il cibo diventa ciò che è: emblema di una relazione e simbolo
di un «tu» che arricchisce il nostro
vivere.
E
80
MC APRILE 2015
«D
P
D
Francocielo
Rubrica di filatelia religiosa
a cura di Angelo Siro
LA SACRA SINDONE
L
Dal 19 aprile al 24
giugno 2015 si svolgerà nella cattedrale
torinese una nuova
Ostensione della
Sindone, in concomitanza con i festeggiamenti per il bicentenario della nascita di
san Giovanni Bosco,
eventi che hanno convinto Papa Francesco
a venire in pellegrinaggio a Torino.
a Sindone è il sacro lino in cui, secondo la tradizione evangelica,
Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo avvolsero il Corpo di Cristo
morto, cosparso di una mistura di mirra e aloe. è una tela di lino
spigato (tessuta cioè a spina di pesce) di m 4,36 di lunghezza ed 1,10 di
larghezza. Il colore, originariamente bianco, risulta ingiallito dal tempo
e dall’incendio subito nel 1532 a Chambery, che provocò 12 buchi
nella tela, in parte rattoppati dalle suore Clarisse di quella città. Le bruciature di Chambery formano due linee parallele che «inquadrano»
per così dire la doppia impronta di un corpo umano di circa 1,80 m su
cui si scorgono segni che corrispondo in modo impressionante a quelli
che avrebbe avuto il corpo di Gesù come conseguenza della sua passione e morte descritta dai Vangeli.
La Sindone è stata finora conservata arrotolata in una cassa d’argento
cesellata lunga un metro e mezzo, larga e alta circa 38 cm. Su questa
cassa argentea sono raffigurati, fra l’altro, gli strumenti della passione.
La storia della Sindone risulta documentata in Occidente solo a partire
dal XIV secolo. Le notizie precedenti non sono molte, ma servono a testimoniare il passaggio del Sacro Lenzuolo da Oriente a Occidente, ponendo come punti di riferimento forse la città di Edessa (dal VI al X se-
Francocielo
la capitale sabauda.
La Sindone rimase a Torino prima
nella chiesa di San Francesco, poi
a Palazzo Reale ed infine in
Duomo. In seguito al rogo della
cappella del Guarini dell’11 aprile
1997 fu trasferita al sicuro, forse
in un monastero della collina torinese, per tornare in Duomo in occasione dell’Ostensione del 1998.
Prima fotografia della
Santa Sindone
colo) e quella di Costantinopoli almeno fino al XIII secolo (da cui sarebbe stata trafugata dai crociati).
La storia della reliquia subisce poi
un oblio di circa 150 anni, che per
ora non si è riusciti a colmare essenzialmente per mancanza di documenti. Comunque nel 1353 la
troviamo presso i canonici di Lirey, a cui fu consegnata da Goffredo I di Charny. Costui probabilmente ne era entrato in possesso
per successione ereditaria.
Nel 1453 il Lenzuolo sacro venne
ceduto a Ludovico di Savoia, cadetto di Amedeo VIII da parte di
Margherita di Charny, vedova di
Umberto di Villersexel nella città
di Ginevra. Da quel momento appartenne ai Savoia fino al 1983,
quando fu donata dall’ex re d’Italia, per volontà testamentaria, alla
Santa Sede, e lasciata a Torino per
volontà papale.
La Sindone rimase nella cappella
di Chambery fino al 1578, tranne
nei brevi periodi in cui fu al seguito dei Savoia in Francia, in Piemonte e in Lombardia. Emanuele
Filiberto in quell’anno trasportò la
reliquia a Torino allo scopo dichiarato di abbreviare il pellegrinaggio
al sacro lino da parte di san Carlo
Borromeo, arcivescovo di Milano
(pellegrinaggio che l’arcivescovo
rinnovò altre tre volte negli anni
1581, 1582 e 1584), ma in realtà
in un ben più vasto quadro di
riforme che videro Torino divenire
82
MC APRILE 2015
L’interesse per la Sindone si accentuò quando fu scattata la
prima fotografia in occasione dell’Esposizione Generale d’Arte Sacra del 1898 da Secondo Pia. Già
molto prima di questa data si sapeva che l’immagine sindonica
non era dipinta, a divverenza
delle numerose copie circolanti in
Europa a partire dal Medio Evo,
utilizzate nelle chiese per la rappresentazione dei misteri pasquali.
La riproduzione fotografica, con
sorpresa di tutti, dimostrò come
l’impronta del lenzuolo fosse un
negativo. Da quel momento in poi
gli studi sulla Sindone divennero
sempre più frequenti fino a portare negli anni cinquanta a una
vera e propria branca della
scienza: la sindonologia.
Le analisi più recenti, eseguite
dopo l’Ostensione del 1978,
hanno rimesso in discussione la
datazione della reliquia, ma non
sono tuttavia riuscite a dare delle
risposte pienamente convincenti
al problema. In ogni caso rimane
fatto indubitabile che i segni presenti sulla Sindone coincidono
con la descrizione della passione
dei Vangeli.
Il Beato Giuseppe Allamano come
canonico della cattedrale ebbe il
privilegio di portare sulle spalle la
cassa in occasione della Ostensione iniziata il 25 maggio 1898,
celebrata per ricordare parecchi
centenari, tra cui il XV centenario
del Concilio di Torino (San Massimo 398), e durante la quale fu
scattata la celebre foto da parte
dell’avvocato Secondo Pia, che rivoluzionò la sindonologia. Nel
1901 inviò in omaggio al vicario
apostolico dei Galla in Etiopia, un
«artistico vetro della SS. Sindone»; stesso dono inviò al superiore dei Lazzaristi a Roma; ripetutamente parlava della Sindone ai
Missionarie e alle Missionarie
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Angelo Siro
Gruppo Filatelia Religiosa «Don
Pietro Ceresa», Torino-Valdocco
www.filateliareligiosa.it
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FONDATO NEL 1899
PER SOSTENERE
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già «La Consolata» (1899-1928)
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Sud del mondo e in Italia. Ogni mese la pubblicazione edita dalla ONLUS, MISSIONI
CONSOLATA, offre reportages di prima mano, inchieste, dossier, interviste esclusive, documenti fotografici originali, rubriche, inserti speciali e molto altro ancora.
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APRILE 2015 MC
83
Vivere EXPO da cristiani
Piccoli testi per la riflessione personale e in comunità
Giovanni Cesare
Pagazzi
Luigi
Ballerini
Pierangelo
Sequeri
Luca
Bressan
La cucina
I bravi
Custode,
Dio ci invita
Mangiare in famiglia
Per un nuovo rapporto
Idee e domande di fede
fa bene a tutti
fra persona e creato
intorno a Expo 2015
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cenano a casa
Gesù cuoco
per l’umanità affamata
alla sua tavola
Jorge Mario
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Gianfranco
Ravasi
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