MOSC - seconda parte - 9e10

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MOSC - seconda parte - 9e10
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L’albergo in cui la regina ci ha alloggiati è magnifico, letteralmente regale.
La facciata, che dà su una delle vie più importanti della città, è monumentale quasi quanto
quella del Castello degli Angeli. La costruzione è più larga che alta, con un portico colonnato
infinito e grappoli di fiori che grondano dalle cornici di ogni singola finestra. Ovviamente
l’intero edificio è rivestito di marmo, che nell’oscurità sembra illuminato da una luce interna
azzurrina. Tutto questo bianco inizia a darmi la nausea.
Salgo la gradinata spedita, tenendo sollevata la gonna con le mani. Quanto vorrei indossare
un bel paio di pantaloni in questo momento… .
Una buona metà dei passanti, tutti rigorosamente con la puzza sotto il naso, si voltano per
osservare pieni di ostentata curiosità la ragazza dall’acconciatura disfatta, dal vestito
impolverato che si appresta ad entrare nell’hotel più prestigioso di Rome. Il resto dei presenti
è addirittura troppo snob per dedicarmi anche una sola occhiataccia.
Presso l’ingresso, un ragazzo in uniforme rossa cerca di fermarmi, scrutando con sospetto la
custodia nuova e già ammaccata del mio violino.
«Mi perdoni, mademoiselle, agli artisti di strada non è permesso esibirsi all’interno
dell’albergo, se non su invito formale del direttore…»
Non rallento neppure;
«Levati dai piedi, se non vuoi che mi esibisca davvero, qui e ora.»
L’interno è un’esplosione di oro, rosso e cristallo, senza il minimo contegno. Il pavimento è
rivestito da una moquette talmente morbida che mi sembra di affondarvi e i soffitti sono tanto
alti che i grandi lampadari sembrano fare uno sforzo enorme per illuminare l’intero salone.
Scatenando nuovi sguardi allibiti e alcuni mormorii di protesta, mi precipito verso un
inserviente in piedi dietro un lungo bancone di legno scuro.
«Ehi lei, sa dirmi la camera di un certo Marcus, mago reale di Medhelan?» domando, mentre
supero con una gomitata un uomo panciuto e la sua rotonda consorte.
Il damerino mi osserva torvo, come se non comprendesse il mio linguaggio. Il suo labbro
superiore è arricciato come quello di una lepre.
«Ehm… signorina…» bisbiglia l’uomo-botte al mio fianco «quando ci si presenta alla
reception, è buona educazione suonare il campanello.»
Solo a questo punto, noto una piccola semisfera di ottone con un bottoncino in cima
appoggiata sul bancone. Gli sferro un pugno e questo emette un squillo soffocato.
Il damerino sobbalza.
«E lei cosa vorrebbe, dal signor Marcus?»
«Innanzitutto spaccargli la faccia, visto che mi ha abbandonato in una chiesa con un
Buoncamminante, o come accidenti si chiama, intenzionato a farmi fuori.» Ora sto veramente
iniziando a innervosirmi «Il resto non è affar suo, quindi si sbrighi a dirmi dov’è la stanza di
Marcus, oppure me la vado a cercare da me.»
«Mi rincresce, mademoiselle, ma temo di non poterle dare questa informazione. Anzi, le dirò
di più, se fossi nei panni del signore che desidera tanto incontrare, sarei ben felice di non
dover mai più rivedere una simile…»
«Suvvia, Ambrogio, è questo il modo di parlare con una cliente?»
Alle mie spalle è comparso un uomo di mezza età, ben vestito e ben curato, che odora
fortemente di arance troppo mature e cannella. Non degna l’uomo al bancone neanche di uno
sguardo, i suoi occhi sono tutti per me.
«La signorina Angelica è ospite della nostra amata regina Oleander, ed ella non sarebbe
affatto felice di sapere che la dolce assistente di Marcus non è stata trattata con il dovuto
riguardo.»
Ambrogio diventa immediatamente paonazzo per la sorpresa:
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«Chiedo perdono, signor direttore…»
«Bene. Adesso, per favore, qualcuno mi può dire qual è la stanza del mio “dolce maestro”
Marcus?» chiedo, sull’orlo di una crisi isterica.
«Certamente» il direttore si piega su un librone di cuoio pieno di firme e numeri e inizia a
sfogliarlo, con lentezza esasperante, sempre continuando a sorridere e ammiccare. Il
damerino si allontana da lui di scatto, come se temesse il contatto col suo corpo.
Conclusa la sua lunga indagine, il distinto personaggio caramellato si volta ed estrae una
grossa chiave placcata in oro da una lunga fila di sue simili. Attaccata alla chiave c’è una
catenella e, attaccata alla catenella, un medaglione con incise alcune cifre.
«La stanza del suo amico è la trecentotredici, la nostra suite. La sua, invece, è la
trecentoquindici, quella di fianco sulla destra» esclama porgendomi la chiave, poi abbassa la
voce «Tra le due camere c’è una porticina comunicante, nel caso che… insomma, ci siamo
intesi.»
Sinceramente no, non ci siamo intesi affatto.
«Grazie mille.» Mi volto e mi incammino verso la scalinata di cristallo che porta ai piani
superiori.
«Aspetti» dice Ambrogio con riluttanza, porgendomi una ciotola colma di piccoli oggetti
colorati «Vuole un cioccolatino? Sono per tutti i clienti…»
Io ne afferro una manciata, giusto per non offenderlo, e me la faccio scivolare in tasca. Mentre
salgo i primi gradini trasparenti, sento tutti i nobili dell’ingresso bisbigliare allo scandalo.
La targhetta dorata della camera trecentotredici si trova appesa a una porta massiccia del
terzo piano. Non mi scomodo a bussare, afferro la maniglia, la abbasso ferocemente e,
trovando la porta aperta, irrompo all’interno.
Marcus è seduto bello comodo accanto a un letto a baldacchino. Qualcosa si muove sotto le
coperte. Il mago mi fa segno di tacere con un dito sulle labbra.
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Idiota bastardo, io te lo stacco a morsi quel dito.
«Brutto… come ti è saltato in mente di piantarmi così, senza dire una parola, nel mezzo di una
città straniera?! Avrei potuto perdermi! E per di più con quel tipo della Chiesa che ha cercato
di ipnotizzarmi con chissà quale sporco trucco…»
«Il Benandante? Non ti avrà dato problemi spero.»
«No!» rispondo con una vampata di orgoglio «L’ho steso con un solo colpo, ma non è questo il
punto…»
«E allora che problema c’è? Sei arrivata qui sana e salva, no? Stiamo combattendo una
battaglia, non siamo due turisti venuti ad ammirare i monumenti di Rome.»
«Sì però…» sembra che Marcus abbia il potere di farmi sentire costantemente una bimbetta
capricciosa, oltre a quello di creare mostri di parole, ovviamente.
«Ora abbassa la voce.» sussurra il ragazzo, poi indica il rigonfiamento del letto.
Io mi avvicino esitando. Da sotto il lenzuolo bianco ricamato, affiora un viso sconosciuto,
eppure vagamente famigliare. Deve essere più giovane di me di almeno tre o quattro anni.
«Non farti trarre in inganno» mi ammonisce Marcus. Con delicatezza scosta la trapunta,
scoprendo il corpo dello straniero fino alle spalle. Sul materasso, ai due lati del suo corpo,
sono adagiate due immense ali nere ripiegate. «Non è umano.»
Arretro di un passo. Deglutisco.
«Cos’è?»
«Un demone, anche uno simile non l’ho mai visto in tutta la mia vita.»
Eppure questo ragazzo ha un aspetto talmente… angelico… se non fosse per le ali, si potrebbe
scambiare per un normalissimo quattordicenne. É difficile pensare che questo bel fanciullo sia
stato vomitato dal fiammeggiante mondo degli inferi.
«Quindi lui sarebbe una specie di… figlio del Diavolo?»
Lo sguardo di Marcus mi congela all’istante.
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«Che accidenti stai dicendo? Sai cos’è un demone, vero?»
L’atmosfera è molto simile a quella calata quando ho scoperto che cosa fosse una
Schermatura e di esserne sfornita. A pensarci bene è un episodio di appena qualche ora fa,
eppure sembra vecchio di secoli. Alla fine, non sapendo cosa rispondere, decido di stare in
silenzio.
Il mago si passa una mano fra i capelli, in un gesto oltre l’esasperazione.
«Sapevo che la Chiesa era in grado di spargere le sue menzogne ovunque, ma che addirittura
una maga come te le prenda per vere è un fatto veramente allarmante.»
«Certo, certo» rispondo sbuffando «Io sono l’ingenua fattucchiera di provincia e tu il saggio
maestro di città. Ti dispiace spiegarmi come stanno i fatti, per favore?»
Marcus comincia a parlare lentamente, come se fossi un’idiota.
«Dunque, la prima cosa che devi sapere riguardo ai demoni, è che non hanno niente a che fare
con quelli di cui parlano i preti dai loro altari. In realtà la parola demone deriva da daimon…»
«Ascolta, caro, adoro la tua professionalità, ma non abbiamo proprio tempo per la lezione
integrale. Non puoi farla un po’ più breve?»
Questa volta il ragazzo sembra essere stato colpito nell’orgoglio.
«D’accordo, come vuoi tu. Però ti prego, chiudi il becco e ascolta. In poche parole un Demone è
lo stadio finale di un Orrore. Sai bene che, quando un corpo muore, il suo spirito lo lascia e
torna a fondersi con il Mondo. Sai anche che la magia è una pratica che tende, per sua stessa
natura, ad alterare la realtà, quindi le sue scorie possono interrompere questo processo. Se
questo accade lo spirito contaminato può trasformarsi in Orrore, una creatura cieca spinta
solo dalla fame. Quando l’Orrore si nutre abbastanza, può raggiungere una forma stabile e
prende il nome di…»
«Divoratore. Qualche anno fa uno di quei mostri ha attaccato Villaggio e lo ha quasi raso al
suolo.» Ricordo bene quel giorno di inverno, quando una creatura terribile, dalle sembianze di
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un lupo, grande quanto una casa e dalle fauci di brace, era calata ululando dalla foresta. Papà
aveva combattuto un giorno intero per abbatterla, e in quella occasione ci aveva pure rimesso
tre dita del piede.
«Esatto. L’aspetto dei Divoratori dipende dallo spirito che erano in origine e la loro
caratteristica è quella appunto di divorare tutti gli esseri umani su cui riescono a mettere gli
artigli. Infine, se un divoratore riesce a immagazzinare una quantità di magia sufficiente, e
questo accade molto raramente, il divoratore può mutare nuovamente, diventando demone. I
demoni hanno aspetto umani, sono dotati di ragione, ma non possono usare la magia. Essi si
servono di poteri misteriosi e sconfinati. Prima di oggi ho avuto il piacere di incontrare solo
una manciata di questi mostri. Il più debole fra loro era un esemplare mediocre, è un mistero
come abbia potuto raggiungere l’ultimo stadio evolutivo, eppure per eliminarlo è stata
necessaria l’alleanza di ben tre fra le più grandi gilde di Medhelan.»
Improvvisamente, sento il bisogno di tenere stretto fra le mani il mio violino. Ci troviamo
faccia a faccia con una delle più terribili aberrazioni che si siano mai viste sulla faccia del
Continente Ancestrale, anche se celata dietro un bel faccino pulito.
«Credi che sia pericoloso?»
Marcus scuote la testa da una parte all’altra, come per scrollarsi di dosso tutta la fatica della
giornata:
«Non ne ho idea. Questo tizio è troppo bizzarro perfino per un mostro. La sua energia è…
strana, sembra totalmente diversa da quella dei Divoratori o dei demoni che ho incontrato in
passato, e anche il suo comportamento non è stato normale. Non sembrava intenzionato a
difendersi. E c’è di più» mi guarda di sottecchi, come se non si aspettasse che io creda a quello
che sta per dire. «Vedi, quando stavo scappando dal compagno del Benandante, il demone è
stato colpito. Ho sentito il suono della lama che penetrava tra le sue costole, ho visto il sangue,
eppure…»
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Con uno strattone, il mago abbassa ulteriormente le lenzuola, mentre il ragazzo continua a
dormire ignaro di tutto. É a petto nudo, il suo corpo è bianco e liscio, senza nemmeno
un’imperfezione, anche se legato da diverse pesanti catene di inchiostro. Mi chiedo se questi
ceppi basteranno a tenerlo fermo, una volta che si sarà risvegliato.
«Qui non c’è nessuna ferita.» Rispondo dopo qualche secondo. «A proposito, che ne è stato di
Agilulfa d’Oscara? Sei riuscito a seminarla?»
«Oh, intendi questo?» chiede, lanciandomi qualcosa.
Un oggetto quasi sferico volteggia brevemente in aria, prima di cadere fra le mie mani. É più
grosso di un melone, freddo, di metallo tirato a lucido… la testa di Agilulfa.
Con un gridolino lascio la presa e l’elmo cade a terra, rintoccando come una campana.
Marcus scoppia a ridere.
«Ehi, che ti prende, coraggiosa cacciatrice? Guarda meglio.» Detto questo, recupera l’orrido
copricapo e me lo piazza nuovamente in mano.
All’inizio provo un senso di profonda repulsione, poi mi accorgo che c’è qualcosa di strano: il
casco è troppo leggero, non è possibile che contenga un cranio umano. Facendomi coraggio, lo
rovescio e vi guardo dentro. Non contiene assolutamente nulla.
«Si trattava di un Vuoto.» Spiega il mago cogliendomi di sorpresa «Alla Chiesa è proibito
usare la magia, tuttavia non rinuncia a trucchetti come questo» colpisce un paio di volte
l’elmo, come se si trattasse di un vecchio amico «o come i Benandanti. La generazione Oscara
non è male, anche se ormai è stata superata da un pezzo.»
Con una certa stizza, mando il casco a schiantarsi contro il muro, quindi mi lascio cadere su
un morbido divano a fiori. La camera è enorme e molto bella, arredata come un piccolo
appartamento privo della cucina. C’è una sovrabbondanza di dettagli e rifiniture, ma, al
momento, non avrei nulla in contrario a trascorrere qui una sana notte di sonno.
«Ora che dovremmo fare?» Chiedo con il tono più tagliente che mi riesce.
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«Aspettare che il demone si svegli per interrogarlo.» Marcus viene a sedersi con me sul sofà.
Ha uno sguardo strano… profondo. «Io volevo ringraziarti» sussurra dopo un po’.
Improvvisamente mi accorgo di quanto sia vicino… paurosamente vicino. Un brivido mi
percorre. Che diavolo mi succede, tutto d’un tratto?
«Sei stata bravissima.» Prosegue con la sua voce bassa «Oggi, in quella chiesetta, e anche
prima, nella foresta. Sei sempre stata molto… utile, nonostante tutto quello che hai passato.
Sei addirittura riuscita a sopportare me per più di tre settimane!»
«Questa è stata la parte più difficile.» Ribatto debolmente.
Questa persona è davvero lo stesso cinico mago arrivista che mi ha costretta ad estrarre il
Bezoar nella foresta, che mi ha usata fin dal principio per i suoi scopi? É sempre Marcus,
Marcus l’odioso, Marcus il bastardo… e allora perché il suo sorriso sembra così diverso?
«Volevo anche darti questo, consideralo una specie di pegno di fiducia.» Detto questo, lascia
cadere qualcosa fra le mie mani.
Avvicino l’oggetto agli occhi. É un foglietto, minuscolo e tutto spiegazzato. Quando lo apro,
con le mie dita malferme, non posso fare a meno di farmi scappare una risatina. Se Marcus
muore, Angelica muore, c’è scritto sopra.
«É sempre stato un bluff, vero?» chiedo «Ormai ti vedo usare i tuoi incantesimi da parecchio
tempo e più ho meno ho compreso i limiti dei tuoi poteri. Sei proprio un bastardo.»
«E tu sei più intelligente di quanto pensassi.» Sussurra ancora quella dolce voce bassa.
Io non provo più rabbia, non provo rancore, né irritazione. Non provo niente. Mi sto
annullando nei bellissimi occhi verdi spalancati di fronte a me… Un contatto, accidentale, due
mani che si sfiorano per sbaglio.
Il toccarsi delle nostre pelli brucia come fuoco. Mi ritraggo di scatto, alzandomi dal divano.
Faccio due passi verso la porta.
No! Dannazione non posso cascarci! Non così, non con lui.
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Questo è solo l’ennesimo dei suoi giochetti, un altro modo per controllarmi e trasformarmi
nel suo cane addestrato. No, caro, mi spiace, io non ci casco. Sono qui per salvare la mia
famiglia, non per giocare.
Copro con le dita il punto in cui i nostri corpi si sono sfiorati, come se fosse ustionato.
Lui mi segue, mi sovrasta. Con una mano afferra la mia.
Non riesco ad opporre resistenza. Scoppia l’incendio.
«Che fai... sei impazzito?» Cerco di oppormi con le mie ultime forze «Che ti prende…»
Sono avvolta dal suo profumo, dalla sua presenza vibrante. Non posso scappare.
«Zitta.»
Le sue labbra si chiudono sulle mie.
E io chiudo i miei occhi.
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Lo schiaffo arriva come una frustata, talmente veloce che non me ne accorgo, finché non si
stampa sulla mia faccia.
«Ahia!» Mi tiro indietro spaventato più dalla sorpresa che dal colpo «Si può sapere che ti
prende?!»
Angelica è immobile, scossa solo da violenti respiri irregolari. Quando alza la testa, i suoi
occhi luccicano di lacrime.
«NO, DIMMI TU COSA TI PRENDE!» Urla con quanto fiato ha in gola. «PERCHÉ LO HAI FATTO?!»
«Intendi perché ti ho baciata?» Perché così ti avrei fatta mia, avresti iniziato a pendere dalle
mie labbra e non avresti più fatto sciocchezze. E poi sì, lo ammetto, volevo divertirmi un po’.
Forse non è il caso di dire queste cose, non penso che potrebbero aiutare a migliorare la
situazione. Meglio tirare fuori qualche banalità.
« PERCHÉ?» insiste la ragazzina.
«Perché… mi sembrava il momento giusto… sai, l’atmosfera e tutto il resto…» rispondo,
cercando di sembrare il più mortificato possibile. Dannazione, queste donnine di provincia
hanno le mani pesanti, la guancia mi brucia da impazzire.
«Non è vero, non era il momento giusto! Sei solo un porco schifoso…»
Improvvisamente la ragazza guarda oltre la mia spalla e ammutolisce, le gote più rosse
dell’impronta sul mio volto. Qualcuno ci sta osservando in silenzio.
«Oh, ti sei svegliato, finalmente.» dico.
Il demone si è messo a sedere.
«Col baccano che avete fatto sarebbe stato difficile il contrario.»
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Sento le mie orecchie riscaldarsi e diventare rosa acceso. Non mi è mai capitato di essere
rifiutato da una donna, prima d’ora, e non mi piace che la prima sia stata proprio lei. Peggio
ancora, di fronte ad un testimone oculare.
Il mostro mantiene i suoi grandi occhi viola, di una sfumatura decisamente poco umana,
incollati a noi ancora per un po’, poi inizia a testare le catene che lo imprigionano. Le sue ali si
muovono come quelle di un uccellino in gabbia.
«Vi spiacerebbe slegarmi?» Chiede in fine.
«Certo che ci dispiacerebbe!» Sibila Angelica, usando note di pura cattiveria «Dove hai
nascosto la mia famiglia, mostro?»
«Calma.» impongo «Procediamo con ordine, non siamo nemmeno sicuri che il demone abbia
qualcosa a che fare con i villaggi scomparsi.»
«Ma è ovvio che c’entra qualcosa!» ribatte lei quasi gridando «È un demone!»
Io rimango impassibile e la affronto con gli occhi. La battaglia prosegue per qualche secondo,
alla fine sono io ad avere la meglio. «D’accordo.» sbuffa.
Mentre la ragazza mi passa accanto per andare a prendere posto sulla sedia accanto al letto,
avverto una fitta lancinante al braccio. Con un certo sforzo riesco a trattenere
un’esclamazione di sorpresa.
Lei accosta le sue labbra al mio orecchio, mettendosi in punta di piedi:
«Non pensare di essertela cavata così, vigliacco. Dopo facciamo i conti.»
Finalmente la bambina cattiva mi libera dal suo temibile pizzicotto e io ne approfitto subito
per massaggiarmi i due segni a mezzaluna che le sue unghie mi hanno impresso nella carne.
Più che un mago reale, in questo momento mi sento una bambinaia. Non so se ridere o
piangere.
«Allora, demone» comincio, mentre pongo una seconda sedia a debita distanza da quella di
Angelica. «Cominciamo con una domanda facile: qual è il tuo nome?»
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«Anch’io voglio fare una domanda facile: perché dovrei dare retta a due idioti come voi?»
Ribatte secco il ragazzo alato.
Avverto un fruscio al mio fianco, poi intravedo con la coda dell’occhio la mia compagna che si
infila qualcosa in bocca.
Riporto l’attenzione all’interrogatorio «Forse perché tu sei incatenato e questi due idioti
potrebbero farti davvero molto male.» Probabilmente anche lui potrebbe farci molto male, ma
per il momento è meglio non pensarci.
Angelica affonda ancora una volta la mano in tasca, si sente un altro fruscio e qualcos’altro
scompare fra le sue fauci.
«Chi ti dice che non sia in grado di liberarmi da solo?»
«Coraggio, fallo se ci riesci.» Lo sfido io.
Altro fruscio, altra piccola delizia ingurgitata in un solo boccone.
«Forse non ne ho voglia.» Risponde lui.
Di nuovo un fruscio.
«Forse sei troppo debole per farlo.»
Di nuovo un dolcetto scompare…
«ANGELICA!» esplodo «la vuoi piantare con questi maledetti cioccolatini?! Che cos’è, hai
svaligiato una pasticceria?!»
La ragazza mi guarda con occhi sgranati, un rivoletto di saliva marrone le cola da un angolo
della bocca.
«Certo che no.» risponde acida «Questi sono per tutti i clienti dell’albergo. E poi ho un
saporaccio che devo assolutamente togliermi dalla bocca.»
«All’inizio però, non sembrava che quel sapore ti dispiacesse troppo.»
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«Scusate, piccioncini.» si intromette il demone «Perché non finite di interrogare me, invece di
litigare fra voi? Ho deciso che parlerò, voi però dovete promettermi di slegarmi, quando
avremo finito.»
Ora inizio veramente a vergognarmi. Non posso permettere ad Angelica di trascinarmi al suo
livello, non in un momento così importante. Sono un professionista, io.
«Ti toglierò le catene solo se ti giudicherò abbastanza innocuo da potermelo permettere. Ora
rispondi alle mie domande.»
Il ragazzo fa un respiro profondo, come prima di un tuffo nel mare gelato, poi, finalmente,
inizia a parlare:
«Il mio nome è Nemesis e, per vostra informazione, non sono un demone.»
«Lo sapevo!» salta su Angelica «Sapevo che eri umano! Sei uno di quei maghi che sono in
grado di trasformare il loro corpo, per esempio in quello di altri animali?»
Un velo di tristezza cala sugli occhi violetti di Nemesis «No, non sono nemmeno umano. Mia
madre era un demone, mio padre, che non ho mai conosciuto, invece era un vivente…»
«Impossibile.» La mia voce tradisce una certa rabbia. Con chi crede di avere a che fare questo
mostriciattolo? «I demoni sono solo anime morte, e come tali non possono dare la vita. É
risaputo.»
«Sarà anche risaputo, però è così.» Risponde lui senza scomporsi «Sono nato dal ventre di mia
madre come te o qualunque altro essere umano. Se non mi vuoi credere va bene lo stesso, non
me la prenderò. Ci sono abituato, a passare per il mostro malvagio e ingannatore.»
«Io ti credo.»
Il mio corpo si paralizza. La voce sembrava proprio quella di Angelica, ma questo non è
possibile. Nemmeno un idiota cieco potrebbe credere a un simile mucchio di assurdità
fumanti.
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«Sì, ti credo.» Ribadisce la voce della giovane, ancora più convinta. Oh, santa pace. «Io me ne
sono accorta fin dal principio che in te non c’era niente di malvagio. Non so casa tu sia, ma di
sicuro…»
«Ma certo!» Mi intrometto con forza «Deve per forza avere ragione la ragazzina che fino a
mezza giornata fa pensava che i demoni esistessero solo nei libri di favole. Angelica, ora basta,
lascia lavorare un esperto…»
«Avanti, parla della donna che ti ha messo al mondo.» Mi interrompe bruscamente lei, poi si
protende sul letto e scarta forse il decimo cioccolatino.
Mi sta… ignorando? Ma come si permette?
«Lei era un vero demone.» Dice Nemesis tranquillissimo «Anzi, uno dei demoni più potenti di
quest’epoca, anche se era molto malata. Ero ancora piccolo, quando lei è stata portata via, ma
la ricordo alla perfezione.»
«É stata uccisa?»
«Probabilmente. Una notte un altro demone è entrato nella nostra casa, l’ha rasa al suo e ha
rapito mia madre.»
D’accordo. Volete parlare delle vostre mammine morte tragicamente? Volete abbracciarvi e
piangere come ragazzine iperemotive? Perfetto. Poi, però, sarà il mio turno di interrogare
questo mostro, e otterrò tutte le informazioni che mi servono. Ad ogni costo.
«Lei aveva dei bellissimi capelli neri, anche se verso la fine erano diventati sottili e fragili, e
aveva una pelle morbida e scura. In effetti…» I suoi occhi si spalancano solo per un secondo,
come se volessero divorare Angelica. Rapidamente la sua espressione torna normale.
«Cantava spesso, quando aveva abbastanza forze per farlo, e la sua voce era splendida.»
Che storiella commuovente. Lancio ad Angelica un’occhiata scettica, ma lei è completamente
assorbita dal racconto.
«Qual era il suo nome?» Chiede.
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«Amata.»
«Ma…» La ragazza diventa di pietra, come quella notte, di fronte alle fiamme che divoravano
la sua casa. «N-non…»
Una luce bianca, accecante esplode alle mia spalle, irrompe nella stanza come un’alluvione.
Il mio corpo reagisce di istinto. Prima di rendermene conto, mi ritrovo con la schiena
schiacciata contro il muro, a spiare fuori da una delle tre grandi finestre della stanza. Angelica
non si muove.
«Che succede?» Chiede Nemesis, non troppo concitato. «Slegami.»
Ordino silenzio, appoggiandomi un dito sulle labbra.
Lo scenario oltre la vetrata è surreale. Molto lontano, fra gli edifici dall’altra parte della città, è
sorta una grande sfera di luce. Un sole di neve sull’orizzonte notturno.
Mi accorgo di una presenza al mio fianco. La maga di Villaggio si è avvicinata in silenzio,
osserva le strade bianche, il cielo bianco, il mondo bianco, senza proferire parola.
«Spostati!» La strascino lontano dalla finestra. «Potrebbe essere pericoloso!»
Percepisco un’energia intensa, viva, assoluta, talmente vasta che non riesco neppure a
definirne l’origine. Poi comprendo.
É la luce stessa, è magia allo stato puro. In tutta la mia vita, non mi sono mai trovato di fronte
ad una tale quantità di potere, così puro, così tangibile.
«La senti?» Chiedo ad Angelica.
Lei annuisce, sempre muta.
Poi, così come è apparso, il fenomeno scompare. Il sole bianco si spegne, e la città torna a
piombare nelle tenebre. Nessun suono nell’aria.
«Devo andare sul posto.» Decido.
Nel giro di pochi secondi, spalanco la finestra, estraggo il blocchetto e scrivo la creatura più
veloce che mi viene in mente. Dalla mia penna prende vita una libellula blu con quattro ali
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screziate, ciascuna lunga quanto travi di un’abbazia. Con un salto, monto sul torace
dell’insetto, liscio e duro come diamante.
«Prenditi cura del demone, non farlo scappare per nessun motivo al mondo.» Urlo sopra il
rombo delle ali della mia creatura «Tornerò il prima possibile.»
Sto già per voltarmi e condurre l’animale verso il punto in cui la fonte luminosa è scomparsa,
quando qualcosa mi afferra il braccio.
Angelica si sporge dalla finestra fino alla vita, tanto che potrebbe scivolare oltre in qualunque
momento. Stringe con tutta la sua forza il mio gomito sinistro, attraverso i suoi capelli
scompigliati dal vento, scorgo due occhi terrorizzati, come baratri neri.
«Era mia madre.» Sussurra.
«Chi?» Domando impaziente.
«Amata. Il demone di cui ha parlato Nemesis. Era mia madre.»
Improvvisamente mi rendo conto che lasciare Angelica sola con quel mostro è la cosa più
stupida che mi sia mai saltata in mente. Lasciare una sciocca campagnola a portata di mano di
una creatura abominevole e infida… no, non è possibile. D’altro canto che alternative ho?
Quella luce attirerà ogni singolo mago e curioso nel raggio di miglia e miglia, e io devo essere il
primo ad arrivare, se voglio sperare di scoprire qualcosa.
«Ascolta» dico sottraendomi alla presa della giovane «I demoni sono creature maliziose,
sottili. Alcuni di loro possono leggere nella mente degli uomini, modificare il loro aspetto per
apparire più gradevoli, meno pericolosi. Quella… cosa userà ogni arma a sua disposizione per
ingannarti.»
«No!» Grida, sull’orlo del pianto «Lui non è un demone, io lo sento! Si è lasciato catturare, non
vuole farci del male! Dammi ascolto, per una volta!»
Devo andare, non ho più tempo.
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«Ti prego, non fare stupidaggini.» Detto questo sprono la mia cavalcatura e volo via,
rompendo il silenzio della notte.
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