RECENSIONI

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RECENSIONI
RECENSIONI
A lan B ullock , Hitler. Studio sulla ti­
rannide, Mondadori, Milano 1955, (tra­
duzione dall’ inglese di Cesare Salinaggi
e Bice Vivenza), pp. 658.
Questo poderoso lavoro sulla biografia
di Hitler e sulla società politica in cui il
nazionalsocialismo si sviluppò, giunse al
potere e condusse la Germania alla cata­
strofe, non avrebbe potuto essere scritto
se allo storico fosse mancata la più re­
cente documentazione, che non aveva so­
stenuto altri egregi lavori precedenti sul
fenomeno nazista. Le fonti cui mi rife­
risco, rappresentate dai documenti testi­
moniali inediti del processo di Norim­
berga e dagli Atti editi di esso (22 parti,
H .M .S.O . Londra, 1946-1950), dai dieci
volumi di documenti sulla Nazi Conspi­
racy and Aggression (U. S. Govt. Prin­
ting Office, Washington, 1946-1948), dai
Documents on British Foreign Policy
1919-1939 (H .M .S.O ., Londra, 1946-. . .),
dai Documents on German Foreign Po­
licy, 1918-1945 del ministero degli Esteri
tedesco (H .M .S.O ., Londra, 1948-. . .),
oltre s ’intende ai discorsi, agli scritti di
Hitler, alle memorie dei gerarchi nazisti,
dei pochi oppositori e alla varia lettera­
tura, hanno consentito all’autore di com­
porre un quadro straordinariamente ricco
di notizie, di informazioni sconosciute, in
cui le vicende narrate non si fondano
mai su di una sola versione ma escono
confermate da un esame comparato di
più fonti.
Con questa ricchezza di materiali a di­
sposizione, scelti ed impiegati con sensi­
bilità critica, l ’A . non indulge mai alla più
facile aneddotica, frequente negli studi
biografici, ma sostiene il suo lungo di­
scorso con un esame nutrito di fatti e
di pensiero, che si estende a tutta la
politica tedesca fra le due guerre. Così
egli esamina come nella repubblica di
Weimar abbia potuto mettere radici la
tirannide e come essa sia cresciuta fatal­
mente su se stessa, sino alla catastrofe.
Anzitutto entra nel quadro la Germa­
nia con la particolare situazione del pri­
mo dopoguerra: una repubblica nata dai
Consigli degli operai e dei soldati, il cui
nerbo è rappresentato dalla socialdemo­
crazia, ma che è minata dall’opposizione
dell’ estrema, che rifiuta il suo appoggio
alla « borghesia » socialista al potere, e
dalla destra tradizionale dei militari, dei
burocrati, dei finanzieri della società guglielmina, ciecamente nazionalista. Pur di
perdere la repubblica, la destra monar­
chica e restauratrice non solo sarà dispo­
sta a respingere l’alleanza degli altri par­
titi in difesa di essa, ma ad associarsi le
squadre di Hitler e ad assumerne il capo
in un governo di coalizione. Il progetto
non le riuscirà, poiché Hitler le imporrà
la resa senza condizioni. Ma ciò non to­
glie che l ’attributo « nazionalista » — os­
serva l’A . — che era stato l’orgoglio del
più forte partito di destra, diventasse si­
nonimo di infedeltà alla nazione. Sul pae­
se che aveva sempre trovato, nell’amore
alla disciplina, l’ acquetamento delle sue
brame politiche e il simbolo dell’ armonia
sociale, pesava ancora una volta la man­
canza di un forte partito liberale, garan­
te delle istituzioni parlamentari e repub­
blicane. Dall’altra parte dello schieramen­
to pesavano negativamente le incapacità
della socialdemocrazia ad uscire dagli
schemi di un sindacalismo conservatore
per difendere lo stato dalla violenza na­
zista, ed ancor più la determinazione dei
capi comunisti, nonostante la lotta con­
dotta nelle strade contro le S .A ., a
battersi in primo luogo — secondo la li­
nea politica approvata da Mosca — con­
tro i socialdemocratici, loro rivali nel mo­
nopolio della classe operaia.
Prima di salire al potere, nelle libere
elezioni Hitler non ottenne mai più del
37% dei voti. Se il rimanente 63% dei
tedeschi avesse fatto fronte comune con­
tro di lui, il suo tentativo di trionfare
con mezzi legali sarebbe fallito. Egli avrebbe dovuto cambiare tattica e abban­
donare le vie legalitarie per quelle vio­
lente. Ora, per quanto le simpatie dei
generali andassero ad ogni possibile sov­
vertitore della repubblica, l’esercito in
Germania, forte della sua tradizione, rap­
presentava pur sempre una forza con cui
l ’irregolare Hitler avrebbe dovuto in ogni
caso fare i conti, e non è detto che la
partita fosse per riuscirgli.
L ’incapacità dei lavoratori tedeschi, che
pur costituivano i 3/4 della popolazione,
a tenersi uniti nei loro ideali politici e
nelle loro forze tattiche, è già stata in­
dicata da A . Rosemberg, nella sua Storia
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della Repubblica Tedesca del 1934 (l’altra
opera fondamentale sul periodo, di cui
■ abbiamo la traduzione italiana), come la
causa principale del fallimento di quest’ultima, insieme con l’ insipienza bor­
ghese che della tirannia aveva tiepida­
mente tollerato l’ avvento. Senonchè nel
Rosemberg faceva velo al giudizio certo
ossequio marxistico ai meriti esclusivi
delle masse operaie, che già però nel
19 14 avevano dimenticato il loro impegno
di solidarietà internazionale per cedere
pur esse aj mito della grande Germania,
come più tardi fatalmente si acqueteran­
no, dopo tanto sangue versato, alla rea­
zione trionfante. Dove infatti andranno
mai a finire, sotto l’esecrato regime, quei
cinque milioni di voti comunisti del 1932?
La resistenza o meglio l’opposizione che
fu poi opposta a Hitler durante la se­
conda guerra mondiale fu tutta militare
o ben limitatamente intellettuale.
Anche senza togliere alcun merito al
Rosemberg, il Bullock non cade in tali
schemi prestabiliti e metodologicamente si
presenta più adatto a valutare quanto vi
possa essere di sostanzialmente determi­
nante per la storia nelle componenti bio­
grafiche di un uomo delle proporzioni di
Hitler.
Premesso che le condizioni della Ger­
mania postbellica erano favorevoli all’av­
ventura nazista, premessa la situazione
eccezionale in cui trovavasi lo stato ba­
varese nelle mani di un governo regio­
nale conservatore, avverso ai poteri repubblicano centrali (e pertanto ricettaco­
lo dei controrivoluzionari insoddisfatti di
tutto il Reich e culla delle formazioni pa­
ramilitari, o corpi franchi, che i generali
della Reichwehr vedevano crescere con
soddisfazione ad elusione dei ferrei li­
miti posti dal trattato di pace al recluta­
mento regolare), l’ A . riconosce ad Hitler
un temperamento eccezionale di politico,
portato è vero dalle vicende sulla cresta
dell’onda, ma il cui ruolo di protagonista
è determinante nella tragica avventura
corsa dall’Europa.
Austriaco di nascita, da una Vienna
borghese che l’ aveva respinto emigrato a
Monaco di Baviera, pittore senz’arte, si
arruola in un reparto bavarese, si com­
porta coraggiosamente in guerra e, sui
30 anni, nell’aprile 1920, esordisce im­
provvisamente alla politica quale membro
del Comitato direttivo del partito dei la­
voratori tedeschi, che prenderà poco do­
po il nome di partito nazionalsocialista
tedesco, in parallelo con il corrispondente
partito austriaco, che tanti servizi renderà
poi al Führer della grande Germania.
Due furono le qualità o i caratteri fon­
damentali di Hitler in questo suo primo
periodo di vita pubblica, sino alla con­
quista del potere, intorno ai quali il Bul­
lock tesse la sua storia. Per un aspetto,
un uomo dall’animo violento e tragico
quale il suo seppe misurare i suoi atteg­
giamenti e dosare le parole, ora irruenti
come valanghe nell’anatema contro i ca­
pi tolardi di Versailles e la peste ebraica,
ora pieni di lusinga per i più facili e co­
muni sentimenti del popolo tedesco: il
suo primato e l’ irrazionale orgoglio di
razza : « Sapeva suonare come un virtuo­
so su quel piano delle corde sensibili che
è il cuore della piccola borghesia », dirà
di lui il ministro Schacht.
I principii esposti nel Mein Kam pf non
risuonano quale vuoto esibizionismo, ma
divengono nelle mani dell’A . uno stru­
mento di interpretazione della condotta
totale di Hitler, che la sua biografia ri­
conferma. Alcune espressioni paradossali
illuminano una parte del suo successo,
quale sottile propagatore di m iti: « Poi­
ché le masse hanno scarsa familiarità con
le idee astratte, le loro nozioni sono di
ordine prevalentemente sentimentale... è
sempre più difficile combattere contro la
fede che contro la ragione », oppure: « il
popolo è più accessibile alla grossa men­
zogna che alla piccola... al popolo non
verrebbe mai in mente di fabbricare men­
zogne colossali, nè crederebbe che altri
possano aver l ’impudenza di deformare
la verità in modo infame ». Le massime
del Mein Kam pf, mai sostanzialmente
tradite, sono come lo schema morale in
cui andò di volta in volta a collocarsi la
sua azione: esse possono ben ritmare il
procedimento biografico, per cui sono di
continuo richiamate dall’A .
Un consumato maestro di propaganda
si potrebbe dunque definire l ’Hitler, se
riuscì a soddisfare la sua volontà di po­
tenza sfruttando l’odio, che egli contribuì
a ingigantire, contro i « traditori » che si
erano seduti al tavolo della pace: repub­
blica, marxismo ed ebraismo, erano spet­
tri di ottimo rendimento, facilmente evo­
cagli alla coscienza tedesca per chi sape­
va, come Hitler, possederne le chiavi.
Anche la demagogia sociale di Hitler
fu sempre abilmente guidata dalle sue
antenne di consumato propagandista :
sconfessò a suo tempo il socialismo di
Otto e poi di Gregor Strasser, in misura
diversa i soli idealisti del movimento:
Recensioni
proclamò che solo chi intendeva « non
esservi nulla al mondo superiore alla Ger­
mania, popolo e terra, terra e popolo »
poteva dirsi « socialista », e offrì per con­
tro ai suoi piccoli borghesi, « quel tipo
di estremismo che si confaceva loro: ra­
dicale, antisemita, contrario ai trusts e al
grande capitale, ma allo stesso tempo (a
differenza dei comunisti e dei socialde­
mocratici) socialmente rispettoso dell’or­
dine borghese ». Tale radicalismo, egli
poi alimentò del « rancore » che in lui
aveva una carica inesauribile e che era
il sentimento dominante nella Germania
del 1930: sentimento che sovra ogni al­
tro chiedeva di essere soddisfatto e che
Hitler concorse a soddisfare, indicando
via via ai tedeschi i più sapienti obiettivi
verso cui dirigerlo.
Nonostante che l’Alto Comando tede­
sco fosse assai più disposto a reprimere
con la forza i moti rivoluzionari delle
sinistre e ad indulgere o addirittura pro­
teggere quelli delle destre, come ebbe a
insegnare il Putsch di Kapp del 1920, e
nonostante che la Baviera si prestasse
meglio di ogni altro Stato tedesco a ten­
tativi del genere, dopo il fallito Putsch
di Monaco del 1923, — in cui egli ebbe
a fianco il vecchio Ludendorf e in cui
cedette alla irrequietezza delle sue mili­
zie — Hitler preferì sino alla fine lot­
tare in una pseudo-legalità. Anche nei
momenti più tragici, egli seppe trattenere
dai passi decisivi la furia scatenata delle
sue S. A ., e attendere il successo dal
suffragio popolare.
Fu questa « legalità » il secondo carat­
tere fondamentale del successo nazista,
per cui « l’ aristocrazia delle fogne, avida
di potere e di ricchezza » potè in soli
due anni passare dal 1 3, 3% dei voti al­
le elezioni per il Reichstag, del settem­
bre 1930, al 37,3% del luglio 1932. Ed
anche in seguito, fondamentalmente con
l'intrigo e non con la violenza se pur
sotto la minaccia delle sue ingenti forze
paramilitari, l’abile condotta di Hitler
riuscì con opportune alleanze con la de­
stra nazionale dei finanzieri e degli in­
dustriali a neutralizzare gli ultimi due
Cancellierati di Papen e di Schleicher, ri­
fiutando di entrare in negoziati per divi­
dere il potere con costoro, di cui si era
pur valso successivamente nell’opposizio­
ne, sino a che l ’ex piccolo caporale ba­
varese fu chiamato dal presidente Hindemburg e investito del Cancellierato.
Altro elemento concorrente al successo
nazista ci pare essere stato lo studio dei
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futuri compiti di governo, cui attese fin
dal 1928 l’organizzazione del partito, che
allora si era divisa in due grandi settori :
quello condotto da Gregor Strasser, in­
teso ad attaccare il regime esistente e
quello, presieduto da Constantin Hierl,
volto alla preparazione dei quadri del
futuro stato nazista e diviso in varie
branche di attività, dall’agricoltura al­
l’economia, alla cultura, alle questioni le­
gali, tecniche e del lavoro. Tale capacità
di attesa, per così dire riflessiva, di que­
sta rovinosa macchina nazista, va posta
a confronto con l’ insufficiente prepara­
zione dei socialdemocratici che mai erano
usciti, negli anni di inconsapevole aspet­
tativa, dal dibattito delle questioni sin­
dacali e di tecnica elettorale.
Ci siamo limitati ad esaminare nella
biografia gli anni di preparazione, ma
tutto lo studio successivo è degno di
molta attenzione: dalla demolizione del­
l ’organizzazione sindacale e dalla soppres­
sione di ogni superstite manifestazione di
libera vita politica alla repressione dei
complici di ieri (fra tutte la drammatica
uccisione di Rohm, il comandante del­
la S. A ., e del suo corrotto stato mag­
giore) ai campi di sterminio per l’oppo­
sizione, all'abile gioco della politica este­
ra, che fu un vero gioco a spese dei mi­
nisteri occidentali, alla preparazione del­
la guerra, minutamente esaminata dall’A . nelle lotte interne con i generali,
assai più prudenti e timorosi del Führer,
agli intrighi diplomatici accoppiati ai ge­
sti di forza che portarono alle grandi vio­
lazioni internazionali dell’Austria, della
Cecoslovacchia, della Polonia, ma anche
agli irreparabili errori, fra tutti l’attacco
alla Russia del 1941.
A questo punto, con la compiuta asso­
lutezza del dominio, s ’accompagna in
Hitler la più folle delle solitudini inte­
riori sino alla morte disumana che, così
procrastinata, coronò alla fine la più cri­
minosa e gigantesca volontà di distruzio­
ne per il popolo tedesco, dopo che lo era
stata per tutto l’ universo non di razza
germanica.
Giorgio V accarino
Poliakov-Sabille, G li Ebrei sotto l’occu­
pazione italiana, trad, di Piero Malvez­
zi, ed. Comunità, Milano, 1956, pp. 187,
L . 1000.
11 presente volume è diviso in tre par­
ti, la prima del Poliakov, « Gli Ebrei sot­
to l’occupazione italiana », le altre due
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del Sabille: « L ’atteggiamento degli Italiani in Croazia verso gli Ebrei persegui­
tati » e « L ’atteggiamento italiano verso
gli Ebrei nella Grecia occupata ».
Il libro, preceduto da una introduzione
di Isaac Schneersohn, Presidente del Cen­
tro di Documentazione Ebraica Contem­
poranea, è stato compilato in base a do­
cumenti autentici, ritrovati « negli archi­
vi degli uffici amministrativi tedeschi, ita­
liani e francesi, dove furono in gran par­
te abbandonati nella fuga precipitosa che
non concesse il tempo di distruggerli.
Essi rivelano con quanta decisione e con
quanta insistenza i Tedeschi e il governo
di Vichy tentarono di costringere gli Ita­
liani a mettere scrupolosamente in atto
quelle misure che Hitler aveva adottato
contro gli Ebrei ».
11 libro, attraverso la pubblicazione di
tale materia documentaria, ha per fine di
dimostrare che gli Italiani, in tutta la
zona Sud-Orientale della Francia occupa­
ta, invece di perseguitare gli Ebrei, im­
piegavano sistemi destinati a frustrare
l’attuazione delle disposizioni tedesche e
francesi. Quando la Germania chiedeva
all’ Italia di agire secondo lo spirito delle
disposizioni tedesche, l’Italia si rifiutava e
resisteva. Alla constatazione di questo at­
teggiamento da parte degli Italiani, frut­
to del sentimento avverso del popolo,
l’ autore contrappone invece il fatto che i
Tedeschi nella loro stragrande maggio­
ranza erano consenzienti ai crimini che il
nazismo compiva contro gli Ebrei. Non
solo sapevano, ma vi collaboravano, nono­
stante qualcuno oggi tenti di dimostrare
che la massa in Germania ignorava i de­
litti perpetrati contro l’ umanità dai suoi
stessi connazionali.
Dalla lettura di questa opera documen­
taria prende rilievo la profonda diver­
genza che separa lo spirito mediterraneo
da quello teutonico. Infatti nella prefa­
zione che segue all’introduzione, Justin
Godart cita un rapporto tedesco in cui
si denuncia che le autorità italiane d ’oc­
cupazione in Francia si propongono di
trattare la questione ebraica alla « ma­
niera latina ».
Chi esce piuttosto male da questa rac­
colta di documenti della Gestapo, è la
Francia di Vichy. Il 28 gennaio 1941 il
dottor Knochen, SS Standartenfuehrer,
inizia un rapporto affermando che, essen­
do impossibile coltivare nel popolo fran­
cese sentimenti antisemiti basati su prin­
cipi ideologici, si potrebbero attrarre i
Francesi col denaro ad appoggiare l’anti­
semitismo:
« l’ internamento di circa
100.000 Ebrei stranieri che vivono a Pa­
rigi permetterebbe a molti Francesi del­
le classi inferiori di salire nei ranghi del
medio ceto » (pag. 15).
Si trattava di guadagnare il tempo per­
duto con gli Italiani, che avevano fatto
ostruzionismo alla campagna antiebraica
nella zona della Francia da loro occupata;
quando gli Italiani, dopo il settembre
1943, se ne andarono di là, allora i T e ­
deschi si scatenarono a rastrellare Ebrei
nel territorio ex-italiano. Il 4 settembre
1943 l’Obersturmfuehrer Roethke in un
documento che ha per oggetto: « Prepa­
rativi per l ’applicazione di misure anti­
ebraiche nella zona di occupazione italia­
na » così propone: « Poiché gli italiani
nella loro zona d’influenza hanno proibi­
to la stampigliatura delle carte di iden­
tità e delle tessere di razionamento, è più
difficile individuare gli elementi sospetti
appartenenti alla razza ebraica, di quanto
lo sia nella prima zona di occupazione,
dove noi abbiamo il controllo dei registri
degli Ebrei. Di conseguenza è necessario
incaricare i Francesi antisemiti perchè
scoprano e denuncino gli Ebrei travestiti
o nascosti. Il denaro non dovrebbe avere
alcuna influenza (proporre di pagare 100
franchi per ogni Ebreo) » (pag. 12 1).
Le stesse considerazioni intorno alla
tolleranza degli Italiani verso gli Ebrei,
leggiamo nei due scritti del Sabille che
riguardano le situazioni di Croazia e di
Grecia. Comunque, sia nell’un caso che
nell’altro il crollo dell’Italia 1*8 settem­
bre ebbe come conseguenza un maggior
infierire dei Tedeschi sulle masse ebree
che si trovarono senza più alcuna possi­
bilità di, benché esigua, protezione.
Una sufficiente bibliografìa, intercalata
nel testo, accompagna l ’importante docu­
mentazione.
B ianca C eva
A ldo D e Jaco, L a città in s o rg e , Roma,
Editori Riuniti, 1956, L . 600.
Quarantotto ore dopo la dichiarazione
di guerra del io giugno 1940, accolta dai
napoletani con un senso di « attonita
preoccupazione » alla quale facevano con­
trasto le grida più o meno spontanee di
esultanza dei pochi fascisti locali, le si­
rene di allarme mettevano per la prima
volta la città a contatto con la nuova
realtà. Doveva essere questo l’inizio di
un lungo periodo di immensi e sanguino­
Recensioni
si sacrifici, contrassegnato da 105 bombar­
damenti, 22.000 morti e 100.000 vani di­
strutti. Mentre l’ostilità alla guerra fasci­
sta aumentava tra la popolazione in pro­
porzione diretta ai lutti e alle distruzioni,
si iniziava la riorganizzazione delle forze
antifasciste, alla quale gli avvenimenti del
25 luglio 1943 portavano un potente in­
cremento. Manifestazioni per la pace ve­
nivano effettuate, nonostante l’opposizio­
ne delle autorità badogliane, da operai e
studenti, rispettivamente nel capoluogo e
a Castellammare di Stabia.
8 settembre 1943: canti e grida di gioia
percorrono improvvisamente le vie della
martoriata città. La notizia dell’avvenuto
armistizio, diffusasi in un baleno, veniva
accolta dai cittadini come la fine di un
incubo (« Parve che ognuno avesse di­
menticato, nella speranza alfine di un do­
mani più tranquillo, i mille motivi di
pianto dell’oggi, i lutti d ’ogni famiglia »,
pag. 33). Restava, è vero, l’interrogativo
circa l’atteggiamento dei Tedeschi. Ma la
situazione di questi ultimi, che del resto
non ignoravano certamente lo stato d ’a­
nimo della popolazione, non era certa­
mente delle migliori. La presenza di forti
reparti italiani e l’ imminente avanzata
degli Anglo-Americani, sbarcati a Saler­
no, rendeva la loro posizione pressocchè
insostenibile. L ’ insipienza e l’irresponsa­
bilità delle autorità civili e militari doveva
essere loro di insperato aiuto.
La domenica 12 settembre, i Tedeschi,
favoriti da questa situazione, dopo avere
sopraffatto i soldati italiani, si impadro­
niscono completamente della città. Non
mancano gli episodi di valorosa anche se
sfortunata resistenza, che vengono repres­
si con inaudita ferocia (ricorderemo tra
questi quello del presidio e del deposito
del 48° artiglieria di Nola, conclusosi con
l’ eccidio di dieci ufficiali italiani, pp. 4952). I plotoni di esecuzione nazisti entra­
no immediatamente in azione per domare
i renitenti al « nuovo ordine ». La caccia
all’uomo si inizia in tutti i quartieri, l’U ­
niversità viene incendiata, i negozi svali­
giati e una zona della città « compresa
nell’ambito di 300 metri dal litorale di
tutta la provincia » sgombrata forzatamente. E questo mentre il giornale fasci­
sta « Roma » annuncia con compiacenza
che la situazione della città va notevol­
mente migliorando, avendo « ai primi in­
consulti gesti di una plebaglia amorfa ed
incosciente » fatto seguito « un immediato
ritorno di ordine e di disciplina che sono
imposti dalla solennità dell’ora ». Ai T e ­
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deschi si affiancarono i pochi fascisti, fat­
ti segno al disprezzo generale. Infine il
comandante nazista Scholl, credendo di
avere col terrore completamente fiaccato
lo spirito di resistenza dei Napoletani, si
appresta a mettere in esecuzione quello
che costituisce il suo piano prestabilito:
la razzia della popolazione valida. Viene
così promulgato « il decreto per il servi­
zio del lavoro nazionale » per il quale so­
no precettati i giovani appartenenti alle
classi dal 1925 al 1929. Ma nonostante le
minaccie l’ordine viene quasi completa­
mente ignorato. Uno sgrammaticato ma­
nifesto del comandante Scholl annuncia­
va in data 26 settembre, che « complessi­
vamente circa 150 persone» avevano «cor­
risposto » alla chiamata in quattro sezio­
ni della città, sui 30.000 che avrebbero
dovuto presentarsi. 11 manifesto annuncia­
va l’ istituzione di ronde militari per la
ricerca degli inadempienti e così conclu­
deva : « Coloro che non presentandosi so­
no contravvenuti agli ordini pubblicati,
saranno dalle ronde senza indugio fucila­
ti » (p. 120). A partire da questo momen­
to la città veniva sottoposta dai nazisti
ad uno spietato rastrellamento, quartiere
per quartiere, strada per strada. Ma lo
scoppio dell’ insurrezione popolare, impe­
dì, all’alba del 28 settembre, ai Tedeschi
di sviluppare i loro disegni criminali.
« In quale zona della città, in quale
quartiere del centro e della periferia — si
chiede il De Jaco — è incominciata la
lotta arm ata?... Per altro già dappertutto
dalle prime luci dell’alba gruppi di gio­
vani avevano incominciato a girare per i
loro quartieri, armati di un fucile o di
una pistola... Così si spararono i primi
colpi. I giovani apparivano all’angolo e
— senza cercar riparo che solo dopo,
sulla esperienza dei primi caduti, avreb­
bero imparato l’arte di difendersi — im­
bracciavano il fucile e sparavano » (pp.
148-150). Si inizia còsi il racconto delle
quattro giornate dell’insurrezione vera e
propria, narrate dal De Jaco nella parte
centrale del libro, che videro il potente
esercito tedesco sgominato da una popo­
lazione armata con mezzi di fortuna, pro­
venienti per la maggior parte dalle ca­
serme abbandonate. Dal Vomero a Mergellina, da Chaia al Rettifilo, da Acerra a
Ponticelli, la città si trasformò in un im­
menso vulcano. Vogliamo tra i tanti epi­
sodi di eroismo, nei quali si sminuzzò la
lotta, ricordare gli episodi dei giovani di­
ciassettenni Filippo Illuminato e Pasquale
Formisano, morti mentre armati di bom­
be a mano si lanciavano contro i mezzi
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corazzati (p. 184), quello dello scugnizzo
Gennaro Capuozzo di 11 anni, ucciso da
una cannonata mentre sparava dal ter­
razzo del convento delle Filippine (p. 196)
e quello dell’ altro scugnizzo Antonio Ga­
rofalo di 12 anni, ucciso mentre correva
dall’uno all’altro dei combattenti per ri­
fornirli di munizioni (p. 196), alla memo­
ria dei quali verrà assegnata la medaglia
d ’oro.
La sera del 30 settembre, il colonnello
Scholl era costretto a lasciare con le sue
truppe la città che egli si era proposto di
trasformare in « fuoco e cenere ». La la­
sciava come un vinto dopo avere barat­
tato la propria salvezza con quella di 47
ostaggi detenuti dai Tedeschi nel Campo
sportivo del Vomero. 11 giorno dopo la
città salutava l’arrivo delle truppe AngloAmericane liberatrici, accolte in nome dei
patrioti dal Comitato di Liberazione N a­
zionale.
In quell’occasione, l’allora ministro
Leopoldo Piccardi rivolgeva ai patrioti un
saluto, nel quale l ’autore (pp. 314-315),
crede di ravvisare un fine non chiaro,
specialmente per l’invito a « riprendere
disciplinatamente le proprie occupazioni ».
E questo mi sembra l’ unico punto del li­
bro nel quale il De Jaco venga meno alla
sua sempre mantenuta obbiettività, pur
nella spiegabile esaltazione del contributo
del resto rilevante dato alla lotta dal Par­
tito Comunista, al quale l’autore appar­
tiene.
La motivazione della medaglia d ’oro
al valore militare assegnata alla città
conclude questo studio, che tra quelli usciti finora sull’argomento è senz’altro il
più completo, particolarmente per la de­
scrizione della prospettiva generale, della
situazione sociale e dell’ambiente nel qua­
le l’insurrezione si affermò e uscì vitto­
riosa.
F ranco P edone
C laude G. B owers, Missione in Spagna,
Feltrinelli, Milano, 1957, pp. 542, Li­
re 2.500.
Un giorno dell’estate 1936 sei camions
carichi di munizioni furono fermati dai
gendarmi francesi al confine franco-spa­
gnolo di Hendaye. Erano stati inviati
d ’ urgenza dal governo catalano a soccor­
so dei difensori di Irun assaliti dalle trup­
pe ribelli di Mola, ma dopo una corsa
disperata lungo le strade della Francia
meridionale, non poterono rientrare nel
territorio della Repubblica in conseguenza
di un fatto nuovo nella politica interna­
zionale: il patto di non intervento sti­
pulato allora dalle principali potenze. Po­
chi giorni dopo i difensori di Irun, segui­
ti da parte della popolazione, dovettero
riparare sul suolo francese e la bandiera
nazionalista sventolò al confine pirenaico.
Contemporaneamente dal Marocco afflui­
vano in Spagna, protette dagli aerei di
Mussolini e dalle navi di Hitler, le trup­
pe del generale Franco.
In questo episodio narrato dal Bowers,
il primo di una lunga serie, si riassume
l’intero aspetto internazionale del conflit­
to spagnolo : guerra italo-germanica alla
democrazia spagnola, con la neutralità
complice delle grandi democrazie mon­
diali.
L ’aver visto chiaramente sin dal 1936
queste verità, oggi evidenti, e soprattut­
to l’averle ripetutamente (ma ahimè inu­
tilmente) riferite al proprio governo costi­
tuisce il principale merito politico del Bo­
wers che fu Ambasciatore degli Stati Uni­
ti presso la Repubblica spagnola dal 1933
al 1939.
L ’opera del Bowers può dividersi in
due parti: la prima narra le tempestose
vicende della Repubblica dal 1933 al 1936;
la seconda la guerra civile vera e propria.
La descrizione del primo periodo, visto
da un osservatorio eccezionale quale po­
teva essere l’ ambasciata americana a M a­
drid, è fatta con grande vivacità di tinte
e ricchezza di particolari. Le principali fi­
gure politiche dell’epoca, Alcalà Zamora,
Azana, Lerroux, Gil Robles, Prieto etc.
sono giudicate con ponderata obiettività.
L ’ intricata situazione che portò al preva­
lere alterno delle destre cattoliche e della
sinistra democratica e quindi alla ribellio­
ne dell’esercito, dietro il quale stava tutto
lo schieramento politico reazionario, è de­
scritta minutamente; forse con l’ unica li­
mitazione derivante di per sè stessa dal
fatto che l’ ambasciatore aveva praticamente solo contatti ad alto livello. Ben­
ché invero l'onesto Bowers abbia molto
spesso viaggiato nel paese per rendersi
conto delle sue condizioni generali, è
chiaro che il suo quadro lascia nell’ombra
vari aspetti di molti episodi importantis­
simi, quali ad esempio la ribellione asturiana del 1934.
Invero il Bowers sembra essenzialmente
preoccupato di sfatare la leggenda inte­
ressata, alimentata dai circoli reazionari
spagnoli e puntualmente raccolta da tut­
Recensioni
te le destre europee, di un paese in pre­
da al terrore « rosso ». Reazione assai
giusta ma che, nello sforzo della dimo­
strazione, tende qualche volta a dare una
immagine troppo idillica della situazione.
Comunque, se si considera che il Bo­
wers non intendeva fare opera di storico
ma solo narrare le sue esperienze, del
resto eccezionali, occorre riconoscere che
il suo giudizio è spesso assai accurato ed
esatto e l ’immagine sempre viva e ori­
ginale.
Valga come esempio l’ individuazione
delle forze sostenitrici del movimento
scoppiato nel luglio 1936 fatta dal Bowers
in un suo rapporto inviato a Cordell
Hull. Da un lato stavano i monarchici, i
proprietari terrieri, gli industriali e i fi­
nanzieri, gli alti ecclesiastici, i militari
e i fascisti; dall’altro, un governo in cui
« non v ’era neppure un socialista, fosse
pur moderato dal tipo Besteire », non
v ’ era nessuno che non potesse venir defi­
nito « democratico o repubblicano nel
senso americano o francese del termine ».
Eppure questa semplice verità non fu vo­
luta capire dagli uomini responsabili del­
le grandi democrazie che di fatto unifor­
marono la loro azione politica alla tesi fa­
scista che giustificava il proprio inter­
vento agli occhi delle destre e dei mode­
rati di tutto il mondo asserendolo diretto
contro il tentativo di instaurare un go­
verno comunista in Europa occidentale.
La seconda parte del libro, cioè la de­
scrizione della fase bellica del dramma
spagnolo, è tutta dominata, come abbia­
mo detto, dalla dimostrazione del caratte­
re premeditato dell’intervento italo-tedesco e degli errori di valutazione delle de­
mocrazie. Il giudizio di Bowers, sorretto
dai numerosi impressionanti episodi nar­
rati, può essere senz’ altro condiviso, tran­
ne che per alcuni fatti non sufficientemente documentati o interpretati in mo­
do discutibile.
Per noi italiani è particolarmente inte­
ressante l’affermazione ripetuta dal Bo­
wers secondo la quale esistevano sin dal
1936 accordi tra Mussolini ed elementi
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monarchici spagnoli per un aiuto fascista
in caso di rivolta delle destre. Ecco una
pagina di storia contemporanea a tutt'oggi
assai oscura.
Naturalmente la seconda parte del li­
bro differisce profondamente dalla prece­
dente, anche in relazione all’avvenuto
cambiamento di osservatorio: non è più
l’ ambasciata di Madrid, ma è la cittadi­
na di St. Jean de Lutz, dove erano state
concentrate le rappresentanze diplomati­
che, quando non è addirittura il caccia­
torpediniere americano Cayuga, dove Bo­
wers stabilì per qualche tempo quello che
chiama « l’ ambasciata galleggiante ».
Ormai non tutte le fonti d’ informazio­
ni sono di prima grandezza e la lonta­
nanza dal centro e le versioni interessate
possono avere deformato alcuni episodi,
anche se la buona fede di Bowers sem­
bra indubitabile. Così, tanto per citare
un esempio, assai lacunoso sembra il giu­
dizio dell’ autore sugli anarchici catalani e
sui fatti del maggio 1937 che portarono
alla loro eliminazione da parte di organiz­
zazioni comuniste. Bowers sembra aderire
superficialmente al giudizio di marca co­
munista che volle vedere in quegli uomi­
ni degli ingenui confusionari o degli au­
tentici traditori. Per una ben più appro­
fondita analisi della tragedia dell’anarchi­
smo catalano, rimandiamo piuttosto il
lettore alle vivide pagine di George Orwell
nel suo « Omaggio alla Catalogna ».
Resta però che con tutti i suoi difetti e
le sue limitazioni, l’opera di Bowers è an­
cora forse la più viva e interessante tra
le pochissime pubblicate in lingua italiana
sulla guerra spagnola.
1 non piccoli meriti, di una ricca docu­
mentazione, dei vivaci ricordi personali,
di un giudizio sereno ed obiettivo e del
profondo amore per il paese compensa­
no largamente i difetti. Si tratta di un’o­
pera che non può, in ogni caso, venir di­
menticata da chi volesse arricchire la
scarsissima storiografia nazionale sull’epi­
sodio spagnolo.
Lucio C eva

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