Untitled - Barz and Hippo

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Untitled - Barz and Hippo
Dopo una serie di film più 'autoriali', Clooney si dedica a un film di guerra, per la verità piuttosto alternativo e
anomalo, ma basato comunque sui valori dell'azione e del patriottismo come ogni buon vecchio film di guerra
vecchio stile, e su un ampio cast di star come ogni buon film hollywoodiano. Tra stereotipi e trovate, il film
fornisce prospettive e informazioni interessanti.
scheda tecnica
tit. orig.:
durata:
nazionalità:
anno:
regia:
soggetto:
sceneggiatura:
fotografia:
montaggio:
musica:
scenografia:
distribuzione:
THE MONUMENTS MEN
118 MINUTI
USA, GERMANIA
2014
GEORGE CLOONEY
ROBERT M. EDSEL, BRET WITTER
GEORGE CLOONEY, GRANT HESLOV
PHEDON PAPAMICHAEL
RUY DIAZ, STEPHEN MIRRIONE
ALEXANDRE DESPLAT
JAMES D. BISSELL
20TH CENTURY FOX
interpreti:
GEORGE CLOONEY (Frank Stokes), MATT DAMON (James Granger), CATE
BLANCHETT (Clair Simòne), BILL MURRAY (Rich Campbell), JOHN GOODMAN (Walter Garfield), JEAN DUJARDIN
(Jean-Claude Clermont), HUGH BONNEVILLE (Donald Jeffries), BOB BALABAN (Preston Savitz), DIARMAID
MURTAGH (Capitano Harpen), DIMITRI LEONIDAS (Sam Epstein), SAM HAZELDINE (Colonnello Langton).
George Clooney
George Timothy Clooney è nato a Lexington, Kentucky, il 6 maggio 1961. Figlio di Nina Bruce, ex miss di concorsi
di bellezza, e di Nick Clooney, ex anchorman e noto presentatore televisivo, ha origini irlandesi da parte di padre.
Ha trascorso parte della sua infanzia in Ohio. Distintosi nel baseball, ha sfiorato il professionismo, sostenendo nel
1977 un provino con i Cincinnati Reds. Ha frequentato la Northern Kentucky University, con la specializzazione in
storia e scienze politiche, ma non si è laureato. Dopo gli studi ha praticato i lavori più disparati: venditore di abiti,
di tabacco, di scarpe da donna e di polizze assicurative porta a porta.
Nel 1978 debuttò come comparsa nella miniserie TV Colorado, quindi ottenne il suo primo ruolo importante
nella sit-com di breve vita P/S - Pronto soccorso, dove recita al fianco di Elliott Gould. La sua carriera continuò tra
piccole partecipazioni a telefilm, La signora in giallo, Hunter, e B-movie come La scuola degli orrori e Il ritorno dei
pomodori assassini.
La popolarità giunse piuttosto tardi, con il ruolo del dottor Douglas "Doug" Ross, nella serie E.R. - Medici in prima
linea. Nel frattempo iniziò a lavorare per Hollywood raggiungendo in pochi anni un ampio successo; il suo primo
ruolo importante fu per il film Dal tramonto all'alba di Robert Rodriguez, seguito dalla commedia romantica Un
giorno per caso e dal thriller The Peacemaker. Clooney fu poi Batman in Batman & Robin di Joel Schumacher. Nel
1998 recitò in Out of Sight, segnando la prima delle sue numerose collaborazioni con il regista Steven
Soderbergh. Ottenne ruoli da protagonista in numerosi film di successo come La tempesta perfetta e la
commedia dei fratelli Coen Fratello, dove sei?, per cui ha vinto un Golden Globe come miglior attore
protagonista. Nel 2001 ha collaborato nuovamente con Steven Soderbergh in Ocean's Eleven - Fate il vostro
gioco. Nel 2003 tornò a recitare in un film dei Coen, Prima ti sposo, poi ti rovino. Nel 2006 ottenne l'Oscar come
miglior attore non protagonista per Syriana.
Nel 2000 Clooney e Soderbergh fondarono la casa di produzione Section Eight Productions, con la quale l'attore
esordì alla regia con il film Confessioni di una mente pericolosa, cui seguì Good Night, and Good Luck, che
ottenne due premi al Festival di Venezia.
Nel 2008 diresse il suo terzo film, In amore niente regole, di cui è anche interprete al fianco di John Krasinski e
Renée Zellweger. Nel 2009, per la sua interpretazione in Tra le nuvole, ottenne la sua quinta candidatura
all'Oscar. Nel 2011 è tornato alla regia con Le idi di marzo, che ha aperto la 68ª edizione del Festival di Venezia.
Nel 2013 è protagonista di Gravity, che apre la 70° mostra di Venezia.
Clooney è molto attivo politicamente e impegnato in battaglie umanitarie come quella per la risoluzione del
conflitto che tormenta il Darfur. Amante dell'Italia, possiede ville sul lago di Como e in Toscana.
La parola ai protagonisti
Intervista a George Clooney, Grant Heslov e Robert M. Edsel
Avete scelto una vicenda poco nota e alternativa alle classiche storie relative alla seconda guerra mondiale, per il
vostro ultimo film
GC: La storia dei Monuments Men non è molto conosciuta. Artisti, mercanti d’arte, architetti – erano tutti uomini
ben oltre l’età del servizio di leva o dell’arruolamento volontario. Ma tutti accettarono di partecipare alla
missione, perché avevano la consapevolezza che la cultura rischiava di essere distrutta. Il loro fallimento avrebbe
comportato la perdita di sei milioni di oggetti d’arte. Non avrebbero permesso che ciò accadesse e, di fatto,
riuscirono a portare a termine l’impresa.
Come mai hai deciso di rivolgerti alla seconda guerra mondiale, un tema già molto sfruttato nel cinema?
GC: C’è qualcosa di avvincente in questo genere di film: basta pensare a La grande fuga, Quella sporca dozzina, I
cannoni di Navarone, Il ponte sul fiume Kwai. In quei film ci siamo innamorati dei personaggi interpretati dagli
attori come della storia. E abbiamo pensato che con MONUMENTS MEN avremmo potuto avere un grande cast di
attori contemporanei per la nostra versione di quel genere di film.
Eppure non è del tutto un film di guerra
GC: Le guerre sono combattute dai giovani. Uomini come John Goodman, Bob Balaban o George Clooney non
vengono arruolati. In effetti, non abbiamo mai pensato che questo fosse un film di guerra, quanto piuttosto un
film sul più grande furto della storia... E poi, il primo giorno sul set, tutti hanno indossato uniformi ed elmetti.
Questo film è molto diverso da Le Idi di marzo
GC: Abbiamo realizzato alcuni film piuttosto cinici, come appunto Le Idi di marzo ma, in linea di massima, quello
non è un nostro tratto caratteriale. Perciò avevamo voglia di girare un film che fosse più diretto, vecchio stile e
con una prospettiva positiva.
Come siete arrivati al soggetto?
GH: Ho letto il libro di Edsel e l'ho sottoposto a George. Ci pareva un tema importante e attuale
GC: La cultura è sempre in pericolo. Lo abbiamo visto e rivisto più volte, è accaduto anche in Iraq, dove i musei
non erano protetti e gran parte della cultura nazionale è andata perduta.
GH: Ancora oggi ci sono persone che stanno cercando di recuperare le opere d’arte che furono confiscate alle
loro famiglie dai nazisti. Di recente, in un appartamento di Monaco, è stato scoperto un tesoro di oggetti d’arte
rubati: 1.500 opere del valore di $1,5 miliardi, comprendenti dipinti di Matisse, Picasso, Dix e altri artisti, che si
pensava fossero andate perdute. È evidente che questa storia non si è conclusa nel 1945: la ricerca delle opere
d’arte scomparse continua tuttora. Sono migliaia i capolavori ancora mancanti all’appello, mentre altrettanti ai
trovano in case private o in bella mostra nei musei. Riuscite a immaginare se tutto fosse andato distrutto?
Sarebbe stata una tragedia.
Come nacque la spedizione dei Monuments Men?
RME: Eisenhower fu molto chiaro su questo fatto: voleva essere certo che rimanesse qualcosa quando la guerra
fosse terminata ed era certo che la guerra sarebbe finita molto presto. Roosevelt prese la decisione dopo che un
bombardamento delle forze alleate aveva distrutto un’antica abbazia che non aveva nessuna ragione di essere
abbattuta. Era quindi importante proteggere l’arte non solo dai nazisti, ma anche dagli attacchi degli Alleati
mentre si facevano strada verso la conclusione della guerra. Gli Alleati sparavano e facevano esplodere tutto,
quindi ci si rese conto che la cultura poteva essere distrutta non solo dai nazisti, ma anche da noi.
Molti direttori di museo negli Stati Uniti erano preoccupati per i capolavori artistici e culturali che rischiavano di
andare perduti durante la guerra ma, anziché operare di concerto, ognuno aveva i propri obiettivi e un proprio
piano d’azione. George Stout, che sarebbe diventato il leader non ufficiale dei Monuments Men, aveva rinunciato
dopo un tentativo iniziale, pensando che nessuno avrebbe mai accettato l’idea di un gruppo di storici dell’arte,
architetti e artisti di mezza età sguinzagliati in giro per l’Europa al fianco dei soldati sul campo di battaglia. Invece
Roosevelt l’approvò e lo fece appena in tempo. Nel mese di agosto 1943 gli Alleati furono sul punto di
distruggere inavvertitamente l’Ultima cena. Credo che fu quello il campanello d’allarme che accelerò il
trasferimento sul campo degli esperti d’arte.
Uno dei Monuments Men italiani: la storia di Pasquale Rotondi
Siamo nel 1938, soffiano venti di guerra e Pasquale Rotondi, professore di Storia dell'Arte presso l'universita? di
Urbino, viene incaricato dal Ministro dell'Istruzione Bottai e dal funzionario Carlo Giulio Argan di individuare nel
territorio delle Marche un luogo dove conservare e proteggere l'immenso patrimonio artistico italiano dalla
guerra che pare imminente e dalle eventuali razzie dei Tedeschi.
Già dal 1938 Hitler non aveva fatto mistero di invidiare all'Italia la sua incommensurabile ricchezza artistica e
Mussolini, d'accordo con il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, aveva inviato a Berlino una serie di capolavori
della pittura rinascimentale per compiacere l'alleato tedesco.
Pasquale Rotondi quindi si mette al lavoro: individua nella rocca di Sassocorvaro il primo rifugio ideale per
proteggere le tele più preziose che nel frattempo inizia a radunare prima dalle Marche e poi da tutta Italia.
In quell'inverno del 1939/ '40, quindi, con una vecchia balilla e un autista, col sole e con la neve, di giorno e di
notte, Rotondi compie innumerevoli viaggi per mettere in salvo tra le spesse mura della rocca fortificata quanti
piu' capolavori riesce a raccogliere.
La sua missione, ovviamente top secret, viene definita 'Operazione Salvataggio'. Ma presto tra gli addetti ai
lavori si sparge la voce di quel magnifico rifugio che per non dare nell'occhio viene chiamato da tutti 'Il Ricovero'.
E quando si avvicina il pericolo che anche l'Italia possa diventare campo di battaglia, i sovrintendenti, i vescovi, gli
studiosi di Milano, Venezia e Roma, si mettono in contatto con lui per affidargli in custodia anche le loro opere.
Ma la Rocca di Sassocorvaro è ormai piena: Rotondi è costretto a cercare nuovi locali sicuri, e li trova nei
sotterranei del Palazzo dei Principi di Carpegna, sempre nel Montefeltro, e quindi nel castello di Urbino.
Ben presto, non senza rischi, con i pochi uomini a disposizione e gli scarsisissimi mezzi che il Ministero gli ha dato,
Rotondi si ritrova a essere il solo responsabile della custodia delle preziosissime tele dei principali maestri della
pittura italiana provenienti dalle chiese e dai maggiori musei di tutta Italia, quali: Caravaggio, Tintoretto,
Giorgione, Tiziano, Botticelli, Leonardo, Perugino'
Nel frattempo la guerra arriva anche nel Montefeltro. I Tedeschi in ritirata si arroccano sulla linea gotica che
passa proprio per il piccolo paese di Sassocorvaro.
Ora Rotondi ha veramente paura, i Tedeschi infatti occupano tutti i locali, compresi quelli della rocca. E gli alleati
cominciano a bombardare.
Tuttavia Rotondi riesce a salvare tutti i quadri all'avidità di Hermann Goering e dello stesso Hitler, che amavano
collezionare opere dell'arte italiana trafugandole nelle zone controllate dalla Wehrmacht e dalle SS. Riesce a
salvarle rischiando la sua stessa vita e quella dei suoi famigliari, cimentandosi in imprese rocambolesche e
rischiosissime come quella di passare la notte con la Tempesta del Giorgione e altre famose tele nascoste sotto il
letto della sua casa di campagna.
Nel 1986 il Comune di Urbino gli ha attribuito la "cittadinanza onoraria".
Il 2 gennaio del 1991, a 82 anni, Pasquale Rotondi muore a Roma investito da una motocicletta. In ricordo delle
sue gesta è stato istituito a Sassocorvaro il "Premio Pasquale Rotondi" da assegnare ogni anno a chi si è distinto
per particolari meriti proprio nel salvataggio di opere d'arte.
Recensioni
Simona Santoni. Panorama
George Clooney è l'alfiere di un manipolo di super attori baldanzosamente arruolati per Monuments Men, suo
quinto film da regista, di cui è anche interprete, sceneggiatore (insieme a Grant Heslov) e produttore. Dal 13
febbraio nelle sale italiane, distribuito da 20th Century Fox, riunisce un cast strabiliante: Matt Damon, Cate
Blanchett, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin, Hugh Bonneville, Bob Balaban, Dimitri Leonidas... È questo
lo scanzonato plotone che porta sul grande schermo una storia vera, adornata di tanta spensieratezza
hollywoodiana. La storia vera è quella degli esperti d'arte americani riunitisi e salpati in Europa per salvare i
capolavori artistici occidentali dalla distruzione e dai trafugamenti della seconda guerra mondiale.
Nobili ideali che i Monuments Men della finzione cinematografica sembravano aver dimenticato nei giorni scorsi
quando, a Milano per presentare il lungometraggio, si sono adunati davanti al Cenacolo di Leonardo da Vinci per
una foto ricordo (le foto sono vietate ai turisti, proprio in virtù della conservazione dell'opera). Ma tranquilli,
nessuna sprovvedutezza (pare): lo scatto di gruppo aveva l'autorizzazione del soprintendente per i Beni
Architettonici ed è stato realizzato con tutte le garanzie del caso.
Ecco 5 cose da sapere sul film.
1) Tratto al libro di Robert M. Edsel e Bret Witter
Heslov, che già ha collaborato con Clooney a varie produzioni e alla sceneggiatura di Good Night, and Good Luck.
(2005) e Le idi di marzo (2011), ha letto Monuments Men di Robert M. Edsel e Bret Witter e lo ha segnalato a
George, che subito è stato attratto dall'idea di raccontare la seconda Guerra mondiale sotto una nuova
prospettiva.
"Mi trovavo a Firenze" ricorda l'autore del libro Edsel. "Un giorno stavo attraversando Ponte Vecchio, l'unico
ponte che i nazisti avessero risparmiato durante la loro fuga nel 1944, quando ho ripensato a quello che è stato il
peggiore conflitto della storia e mi sono domandato come fossero riusciti a sopravvivere tanti tesori artistici e chi
li avesse salvati. Ho voluto trovare una risposta a queste domande". La sua risposta aveva il nome di Monuments,
Fine Arts and Archives Group (MFAA), la sezione Monumenti, belle arti e archivi dell'esercito anglo-americano, i
cui membri raggiunsero il fronte per cercare di salvare tutto ciò che poteva essere salvato.
2) Una narrazione che si ispira ai film anni '60 sulla seconda guerra mondiale
Clooney ed Heslov per il loro Monuments Men hanno pensato a vecchi film di guerra angloamericani tipo La
grande fuga (1963), Quella sporca dozzina (1967), I cannoni di Navarone (1961), Il ponte sul fiume Kwai (1957).
Hanno immaginato un grande cast di attori contemporanei per la loro versione di quel genere di film, che non
fosse però un film di guerra, quanto piuttosto "un film sul più grande furto della storia", dice Clooney.
Abbandonato il cinismo dei suoi ultimi lavori, "avevamo voglia di girare un film che fosse più diretto, vecchio stile
e con una prospettiva positiva".
Ecco così che le musiche allegre di Alexandre Desplat accompagnano un racconto screziato di frequente
umorismo, in un equilibrio però talvolta precario e stridente tra ironia divertita e inevitabile drammaticità del
periodo storico narrato.
Clooney, nei panni di Frank Stokes, guida un gruppo di sette quasi soldati, non più giovani e poco in forma,
composto da direttori di museo, curatori, artisti, architetti e storici dell’arte che, durante la seconda guerra
mondiale, raggiunse le linee del fronte per recuperare i capolavori artistici rubati dai tedeschi e restituirli ai
legittimi proprietari.
Nella squadra dei sette improbabili eroi si distingue l'esilarante coppia composta da Bob Balaban e Bill Murray: i
due insieme sono uno spasso. E Murray, anche dal vivo, è il più simpatico della compagnia. A Milano, a chi gli ha
chiesto la differenza tra lavorare con Clooney e Wes Anderson, con cui tante volte ha collaborato, dopo essersi
dilungato su come sia salutista George e quanto mangi Wes ("come se non ci fosse un domani") ha più o meno
risposto così: "Anderson fa film d'arte, Clooney ha fatto un film sull'arte".
3) La cultura distrutta dai nazisti, ma anche dagli Alleati
(…) "Roosevelt prese la decisione dopo che un bombardamento delle forze alleate aveva distrutto un'antica
abbazia che non aveva nessuna ragione di essere abbattuta. Era quindi importante proteggere l'arte non solo dai
nazisti, ma anche dagli attacchi degli Alleati mentre si facevano strada verso la conclusione della guerra. Gli
Alleati sparavano e facevano esplodere tutto, quindi ci si rese conto che la cultura poteva essere distrutta non
solo dai nazisti, ma anche da noi". L'abbazia a cui Clooney fa il triste riferimento è quella di Montecassino. (...)
Adolf Hitler era un aspirante artista, respinto due volte dalla prestigiosa Accademia di belle arti di Vienna. Il suo
sogno era trasformare Linz, centro austriaco a pochi chilometri dal luogo che gli diede i natali, in una città
modello, il cui cuore sarebbe stato il Führermuseum, che avrebbe ospitato ed esposto il meglio del patrimonio
artistico mondiale. Il principale procacciatore di opere d'arte fu il suo secondo in comando, il Reichsmarschall
Hermann Göring, che peraltro tenne per sé un gran numero di oggetti confiscati.
I Monuments Men erano anche impegnati in una corsa contro il tempo. Mentre gli Alleati convergevano su
Berlino, Hitler era poco propenso ad accettare una resa incondizionata: se non avesse potuto avere la Germania,
nessun altro l’avrebbe avuta. "Con quello che fu chiamato 'Ordine Nerone'", spiega Clooney, "Hitler ordinò la
distruzione di tutto: ponti, ferrovie, apparecchi di comunicazione – e anche le opere d’arte. Tutto".
4) I personaggi fittizi e i veri Monuments Men
Pur essendosi ispirati alla storia vera dei Monuments Men, Clooney ed Heslov ai fini della narrazione si sono presi
alcune libertà nel delineare i personaggi: alcuni somigliano ai veri protagonisti della storia, altri sono inventati e
resi quanto più imperfetti, in modo che il pubblico possa provare empatia per loro.
Il personaggio di George Clooney s'ispira allo storico dell'arte George Stout, che era a capo del reparto
conservazione del museo Fogg, il museo d'arte più vecchio di Harvard, e in seguito fu nominato direttore del
Worcester Art Museum e dell'Isabella Stewart Gardner Museum di Boston. Raggiunse la linea del fronte durante
la guerra per contribuire al salvataggio dei tesori artistici a Caen, Maastricht e Aachen, oltre che al recupero di
tutti i beni e opere d'arte che i nazisti avevano immagazzinato a Siegen, Heilbronn, Colonia, Merkers e Altaussee.
"George Stout, che sarebbe diventato il leader non ufficiale dei Monuments Men, aveva rinunciato dopo un
tentativo iniziale, pensando che nessuno avrebbe mai accettato l'idea di un gruppo di storici dell’arte, architetti e
artisti di mezza età sguinzagliati in giro per l’Europa al fianco dei soldati sul campo di battaglia", dice Edsel. Invece
Roosevelt approvò. James Granger, il personaggio interpretato da Matt Damon - alla sesta collaborazione con
Clooney -, s'ispira a James Rorimer, che divenne direttore del Metropolitan Museum of Art di New York.
Claire Simone, il personaggio di Cate Blanchett, si rifà a Rose Valland, una storica dell'arte, membro della
resistenza francese e, al tempo dell'occupazione nazista, responsabile del museo Jeu de Paume di Parigi. I
tedeschi usarono il museo come deposito per le collezioni d'arte e gli oggetti confiscati agli ebrei e per
l'ordinamento di un volume di circa 20mila opere d'arte.
La relazione tra Granger e Claire Simone ha preso spunto dal rapporto di Rorimer con Valland, anche se i risvolti
romantici tra i due sono pura fantasia.
Il personaggio di Bill Murray s'ispira ad alcuni dei Monuments Men, tra cui l'architetto Robert Posey. Mentre
prestava servizio nella 3a Armata del Generale Patton durante la guerra, Posey scoprì la miniera di sale di
Altaussee, dove i nazisti avevano nascosto il polittico dell'Agnello Mistico, la Madonna di Bruges di Michelangelo,
l'Astronomo di Vermeer e migliaia di altre pezzi.
Il Preston Savitz di Bob Balaban s'ispira al Monuments Man Lincoln Kirstein, un impresario americano, esperto
d'arte, scrittore e personalità culturale di spicco a New York, dove ha cofondato il New York City Ballet. Nel film il
Kirstein di Balaban affianca il Richard Campbell di Murray e il loro rapporto rispecchia quello tra Kirstein e il
capitano Robert Posey, entrambi assegnati alla 3a Armata del Generale Patton durante la ricerca del polittico
dell'Agnello Mistico.
Walter Garfield, il personaggio di Goodman, richiama il Monuments Man Walker Hancock, uno scultore
originario di St. Louis, così come Goodman.
L'ultimo Monuments Man nel film è Sam Epstein, interpretato da Dimitri Leonidas, ispirato a Harry Ettlinger, oggi
canuto vecchino al seguito del cast nella presentazione del film in Italia. Non ancora diciannovenne, era l'unico
soldato vero del gruppo, ingaggiato per la sua capacità di guidare e parlare tedesco: era nato in Germania ma, in
quanto di fede ebraica, nel 1938 era fuggito in America. Leonidas è l'unico del cast che ha avuto modo di
relazionarsi durante e dopo le riprese con il vero Momuments Man che interpretava.
Assolutamente inventato, visto che non c'erano francesi tra i salvatori d'arte made in Usa, è Jean-Claude
Clermont, il personaggio di Dujardin, il francese premio Oscar di The Artist, al suo secondo film americano dopo
The Wolf of Wall Street di Scorsese.
"Le cose più buffe del film per assurdo sono vere", spiega però Clooney. "Ad esempio è vero che una pala d'altare
fu usata come tavolo".
5) La vita umana vale un'opera d'arte?
La Madonna con bambino di Bruges di Michelangelo può valere una vita umana? La salvezza di un'opera d'arte
può valere il sacrificio di uno o più individui? Questa è la domanda alla base del film. E il film è allo stesso tempo
è la risposta, affermativa.
La testimonianza di Damon: "Avendo visto il Cenacolo dal vivo - e le scene iniziali del film mostrano come gli
italiani durante la guerra vi avessero apposto sacchetti pieni di sabbia per proteggerlo - mi sono reso conto di
quanto sia valso il loro operato".
Serena Nannelli. Il Giornale
Col suo quinto film da regista, "Monuments men", Clooney ritrae la seconda guerra mondiale da una prospettiva
abbastanza inedita, portando all'attenzione del pubblico l'affascinante storia vera raccontata nel libro di Robert
M. Edsel, uscito nel 2009, "Monuments Men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della storia".
Tra la fine del 1943 e l'inizio del 1944, uno storico dell'arte, Frank Stokes (George Clooney), convince il presidente
Roosevelt a formare una squadra speciale composta da direttori di musei, collezionisti e esperti di beni culturali
da spedire al fronte, dopo un breve addestramento militare, per recuperare i capolavori artistici rubati dai nazisti
e restituirli ai legittimi proprietari. Hitler aveva decretato che, in caso di sua sconfitta, quanto trafugato dovesse
andare distrutto, perciò la missione diventa una vera e propria corsa contro il tempo. (...)
Il film non ha uno specifico genere d’appartenenza, perché alterna momenti d'avventura bellica ad altri da
commedia impegnata e consiste in una galleria di episodi grandi e piccoli dai toni contrastanti. La tragedia viene
continuamente mitigata da siparietti ironici e sornioni e la guerra resta come una presenza ingombrante sullo
sfondo. Questo continuo alternare pathos e leggerezza dà all'opera un ritmo disomogeneo e rende l'empatia con
la vicenda solo momentanea e superficiale. Non si arriva mai alla commozione vera, profonda e viscerale anche
perché le caratterizzazioni dei personaggi sono appena abbozzate, ma l'alchimia tra gli interpreti, tutti magnifici,
è tale da rendere godibilissima la visione. Fotografia e scenografia sono oltremodo accurate, la regia attenta e
precisa.
Va detto che nonostante una smodata retorica patriottica e militarista, il racconto è onesto quando ammette che
molti beni artistici sono andati distrutti anche sotto i bombardamenti degli Alleati. Con "Monuments Men"
George Clooney ha interpretato, diretto, prodotto e scritto, assieme al fidato Grant Heslov, un lungometraggio un
po' vecchia scuola e dal sapore retrò, dichiaratamente ispirato ai film bellici degli anni '60, cosa evidente fin dalla
marcetta fischiettante che costituisce il tema principale della colonna sonora di Alexandre Desplat.
Il punteggio musicale, assai pomposo, sembra voler dirigere a bacchetta la nascita di emozioni di volta in volta
differenti, come a supplire al fatto che il girato, da solo, non sia forse in grado di suscitarne granché. Che parte
del potenziale della storia narrata si sia perduto durante la lavorazione della pellicola è piuttosto evidente, ma il
risultato rimane dignitoso grazie al cast di grandi professionisti. Pur imperfetto, questo è un omaggio ai
protagonisti silenziosi di una pagina sconosciuta della storia contemporanea che invita a riflettere sul valore
dell'arte intesa come anima immortale di una civiltà. Una vicenda che sancisca la vittoria della bellezza sull'orrore
fa sempre bene al cuore.
Mattia Pasquini. Film.it
Il bello di George Clooney è che sa appassionarsi a quello che fa, divertendosi. L'abbiamo imparato seguendolo
negli anni, e scoprendolo regista intelligente e capace di alternare la sua presenza in importanti blockbuster con
film non banali e ben realizzati che generalmente nascono da storie o personaggi che lo abbiano colpito o che
cerchi di portare all'attenzione del pubblico.
Come e' stato - evidentemente - per questo Monuments Men, trasposizione cinematografica del libro di Robert
M. Edsel, "Monuments Men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della storia". Ed
evitentemente è stato tale il desiderio di raccontare l'avventura di questi architetti, critici, direttori di musei ed
esperti d'arte che ha voluto bruciare le tappe, riducendo l'intervallo dal precedente film da regista a soli due film
(Paradiso amaro e Gravity) - dai quattro che di media passavano tra uno e l'altro - per poter mettere in scena la
vicenda narrata e pubblicata nel 2009.
Il problema è che per quanto l'affetto e la passione messi nel progetto siano palesi, le modalità scelte per
riportalo sullo schermo non sono sempre le migliori. Niente da dire sulle scelte di cast - ma Bill Murray, John
Goodman e Bob Balaban insieme sono un colpo basso che non può non colpirci al cuore (…).
La discontinuità e la poca omogeneità sono in definitiva le pecche maggiori di questo film 'stranamente bellico';
costretto ad affidarsi (consciamente o meno) a modelli già visti per quanto riguarda il genere e troppo
autoreferenziale. Questo lo porta a dare il meglio di sé in una serie di scene successive nelle quali i nostri eroi - è
il caso di dirlo - sono a tratti irresistibili, ma a non riuscire a legarle in maniera coerente e fluida.
E così, preso atto del nobile intento alla base e dell'omaggio a degli uomini che meriteranno per sempre tutto il
nostro rispetto e gratitudine, si esce dal cinema con l'impressione di aver passato due ore con un film gradevole,
simpatico, commovente a tratti, ma non unico, come gli altri film di Clooney erano stati.
Giancarlo Zappoli. Mymovies.it
Mentre le forze alleate stanno sferrando il loro attacco alla Germania lo storico dell'arte Frank Stokes ottiene
l'autorizzazione da Roosevelt in persona per mettere insieme un gruppo di esperti che cerchi di recuperare le
opera d'arte che Hitler ha fatto portare via e nascondere in previsione della costruzione del mastodontico Museo
del Fuhrer. In caso di sconfitta del Reich l'ordine è di distruggerle. Si viene così a creare una compagnia formata
da due storici e un esperto d'arte, un architetto, uno scultore, un mercante, un pilota britannico e un soldato
ebreo tedesco per le traduzioni. Escluso quest'ultimo i componenti del gruppo non hanno certo l'età dei
combattenti ma la loro missione non è priva di pericoli.
Chi cerca in questo film il Clooney regista di Good Night, & Good Luck e di Le Idi di marzo rimarrà deluso mentre
chi ricorda l'acuto e divertito rivisitatore di generi di In amore niente regole avrà l'occasione per godere di un film
che non si vuole limitare però alla ricostruzione filologica innervata da riferimenti alla realtà storica. Perché la
memoria corre a Il treno di John Frankenheimer ma anche, per la struttura di un gruppo costituito da personalità
molto diverse tra di loro, a film che hanno ne La grande fuga il loro vertice. Clooney però ha un obiettivo diverso
in questi tempi di omologazione di massa: ci vuole ricordare il valore dell'arte come elemento che va oltre le
generazioni ed alimenta la stessa esistenza di ognuno di noi. Anche di coloro che ne sono ignari. Per questo sorge
il sospetto che alcuni interventi di Stokes (che in realtà era il conservatore di Harvard Gerorge Stout) risultino
didascalici ma siano finalizzati a fornire qualche elemento di base a spettatori a cui la scuola non li ha offerti. La
scuola americana in primis ma non solo (...). La pattuglia di uomini inadatti alla guerra ma pronti a rischiare la
vita per delle opere d'arte non è formata da attempati Indiana Jones (anche se non mancano i carrelli della
miniera e la Madonna di Bruges e il polittico di Ghent prendono il posto dell'Arca dell'Alleanza). Sono uomini (e
una donna bollata dal marchio del collaborazionismo) che Clooney ci presenta nella loro umanità pur non
rinunciando a qualche stereotipizzazione di troppo.
L'onestà del regista e sceneggiatore emerge comunque sin dall'apertura quando Stokes mostra una diapositiva
dell'Abbazia di Montecassino distrutta da un bombardamento. Che non fu opera dei nazisti ma delle forze
alleate. In quel preciso momento riemergono nella mente le immagini del Museo Archeologico di Bagdad
saccheggiato senza che nessuno degli occupanti facesse nulla per impedirlo. La storia si ripeteva. Film come
questo ci invitano a riflettere. Non rinunciando allo spettacolo.
Roberto Escobar. L'Espresso
Dopo “Le idi di marzo”, assicurano George Clooney e lo sceneggiatore Grant Heslov, volevamo fare un film meno
contemporaneo, meno “piccolo”, meno cinico. Infatti, hanno girato “Monuments Men” (Usa e Germania, 2014,
118’), la cui storia è (pressappoco) quella vera degli uomini e delle donne che, fra il 1943 e il 1946, tentarono di
contenere i danni causati al patrimonio artistico in Europa e in Estremo Oriente dai tedeschi e dai giapponesi, e
anche dagli angloamericani (all’inizio del film sono mostrate Montecassino diroccata e “L’ultima cena”
bombardata). Voluti da Franklin D. Roosevelt e arruolati da Dwight D. Eisenhower, comandante delle forze
alleate, sembra abbiano recuperato cinque milioni di opere trafugate dai nazisti.
Fin qui i fatti, in parte narrati già nel 1964 da “Il treno”, di John Frankenheimer, nella prospettiva della resistenza
francese. Quanto al loro film, Clooney e Heslov limitano il racconto al primo gruppo ristretto degli uomini
monumento: dirigenti di museo, artisti, mercanti d’arte e intellettuali vari, tutti scelti da Frank Stokes,
conservatore dell’Harvard Art Museum (Clooney), e reclutati nell’esercito nonostante età e adipe.
Come se si trattasse di tornare a girare “Quella sporca dozzina”, Clooney e Heslov si preoccupano di presentare
ognuno di loro in una prospettiva epica, affidandone i ruoli ad attori ben riconoscibili (…).
A questo punto, Clooney e Heslov suppongono di aver esaurito il loro compito, e lasciano che il film proceda da
sé. Per la verità, ogni tanto usano il corpaccione di Goodman per un po’ di colore, e il fascino di Damon (con
Blanchett) per una punta di romanticismo. Non si dimenticano poi di presentare i militari tedeschi in tutta la loro
cinematografica perfidia (e i russi anche). Infine, per non complicare la vita agli spettatori americani, immaginano
che nell’Europa di quegli anni tutti parlassero un inglese fluente, dentisti, contadini, preti, nazisti. Quanto alle
sfumature narrative e ai movimenti di macchina, suppongono che non valga la pena di occuparsene. Come
volevano, quello che ottengono è un film opposto a “Le idi di marzo”: risaputo, “grosso”, pateticamente
entusiasta.

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