01_som_AV28_3:01 Ital-Ingl som AV12

Commenti

Transcript

01_som_AV28_3:01 Ital-Ingl som AV12
in.studio+partners M.04.13
La nuova
soluzione
drenante di
Italcementi.
E se un calcestruzzo potesse drenare l’acqua?
i.idro DRAIN è un’innovativa formulazione di calcestruzzo in grado di drenare l’acqua.
Grazie al suo speciale mix design combina la resistenza di una pavimentazione in
calcestruzzo con una capacità drenante 100 volte superiore a quella di un terreno
naturale.
i.idro DRAIN è particolarmente indicato per marciapiedi, piste ciclabili, parcheggi,
strade secondarie, vialetti di parchi e giardini pubblici, aree pedonali, aree di sosta e
strade sottoposte a tutela ambientale.
i.idro DRAIN è oggi nel mercato delle costruzioni uno fra i prodotti più sostenibili dal
punto di vista ambientale.
"Rispetta il ciclo naturale dell’acqua
"Ricicla le acque piovane
" Ricarica la falda acquifera
" Migliora il clima urbano
"Riduce l’inquinamento
" Migliora la salute delle piante
"Aumenta la sicurezza
" Facilita la progettazione
" Riduce i costi
www.italcementi.it
Rivista semestrale pubblicata da
Six Monthly Magazine published by
Italcementi Group
via Camozzi 124, Bergamo, Italia
Direttore responsabile Editor in Chief
Sergio Crippa
Caporedattore Managing Editor
Francesco Galimberti
Coordinamento editoriale Editorial Coordinator
Ofelia Palma
Realizzazione editoriale Publishing House
S.E.R.A. srl
Redazione Editorial Staff
Elena Cardani, Elena Tomei
Autorizzazione del Tribunale di Bergamo
n° 35 del 2 settembre 1997
Court Order n° 35 of 2nd September 1997,
Bergamo Law Court
La città che pensa
■
Global
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
CITTA’ INTELLIGENTI
SMART CITIES
■
■
■
■
■
www.italcementigroup.com
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
Visions For A Future City
David Bevilacqua
L'ordito delle comunità
The Warp Of Communities
Joost Brinkman
Amsterdam, per esempio
Amsterdam, for example
Hiroshi Maruyama, Nobuko
Asakai, Masahito Sugihara
Città smart e sostenibilità: i giapponesi Smart Cities & Sustainability: the Japanese
■
■
■
■
■
■
■
■
■
L’Architetto e la Smart City
The Architect And The Smart City
Intervista a Odile Decq
Interview with Odile Decq
Città ancora più intelligenti
Smart[er] Cities
Intervista a Nashid Nabian
Interview with Nashid Nabian
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
Joseph di Pasquale
L’ideale del sostenibile!
The Ideal of Sustainability!
Testi a cura di / Texts by
Jacqueline Ceresoli
Ecologia visionaria
Visionary Ecology
Progetto di Vincent Callebaut
Project by Vincent Callebaut
Diversificata ma unitaria
Diversified But Unitary
Progetto di Office for Metropolitan Architecture (OMA)
Project by Office for Metropolitan Architecture (OMA)
Luc Schuiten
■
■
Visioni per una città futura
Jean-Marc Schivo
■
■
Andrea Granelli
Davide Vargas
■
■
A Lever Of Growth
Giovanni Vaccarini
■
News
■
Una leva per lo sviluppo
aV
■
■
2
Francesco Profumo
aV
■
Projects
■
The City That Thinks
■
■
■
■
■
■
■
Copertina, schizzo
della Città della Poesia
progettata da Davide Vargas
■
■
Matrice insediativa invertita
Inverted Settlement Matrix
Progetto di Giovanni Vaccarini
Project by Giovanni Vaccarini
Quartiere-gemma
Gem-Neighborhood
Progetto di Estudio Luis De Garrido
Project by Estudio Luis De Garrido
Urbanistica eco-solidale
Eco-Friendly Town-Planning
Progetti di BIG + Grontmij + Spacescape
Projects by BIG + Grontmij + Spacescape
Una ricerca di [sopra]vivenza
A Search for [Sur]vival
Progetto di Davide Vargas
Project by Davide Vargas
Programmazione urbana sostenibile
Sustainable Urban Planning
Progetto di J.M. Schivo & Associati
Project by J.M. Schivo & Associates
La resilienza
Resilience
Progetto di Luc Schuiten
Project by Luc Schuiten
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
■
La crisi come opportunità
Crisis As An Opportunity
Il gioco della pittura
The Painting Game
Cover, sketch
of the Poetic City designed
by Davide Vargas
■
■
■
■
■
■
■
■
4
8
12
16
20
25
30
■
■
■
■
34
38
46
52
56
60
68
76
84
■
■
■
■
92
95
Chiuso in tipografia il 30 aprile 2013
Printed April 30, 2013
La città che pensa
The City That Thinks
2
Parametri di identificazione e misura
della Smart City
Economia intelligente. Spirito imprenditoriale e innovativo in
una città produttiva, con un mercato del lavoro flessibile,
capacità di trasformazione e credibilità internazionale, dove da
parte delle aziende ci sia un serio impegno a espandere e
migliorare la propria attività. Un’economia intelligente nella
quale tanto a livello di grandi quanto a livello di medio-piccole
imprese vengano condotte iniziative imprenditoriali volte
all’innovazione, dove per innovazione si intende non solo
l’introduzione sul mercato di nuovi prodotti e servizi, o nuovi
sistemi di produzione o nuovo posizionamento di vecchi
prodotti. Innovazione è la capacità di cambiare approccio
gestionale, visione dell’organizzazione, valorizzazione delle
risorse umane esistenti e capacità di attrarre nuovi talenti,
attenzione al lavoratore e ai suoi bisogni tangibili e intangibili.
Mobilità intelligente. Città fisicamente accessibile
dall’esterno e fruibile al suo interno, che mette a disposizione
di tutti i suoi cittadini infrastrutture e sistemi ICT, reti di
trasmissione dati sostenibili, innovative e sicure. Il movimento
di persone e merci è parte integrante della vita e del lavoro
quotidiano nel contesto urbano: il progetto di mobilità
intelligente intende accrescerne la fluidità con
l’implementazione di spostamenti specifici, flessibili ed efficienti, utilizzando diversi servizi di trasporto
e l’ausilio tecnologico di nuovi strumenti di connessione mobile e applicazioni mobili personalizzate.
Ambiente intelligente. Habitat naturale piacevole con bassi livelli d’inquinamento e una gestione
sostenibile delle risorse e dei rifiuti. Ambiente intelligente inteso come cura, riguardo. Innanzitutto,
cura della bellezza del paesaggio, ovvero delle caratteristiche visibili che ne costituiscono la
rappresentazione più evidente. Poi cura della qualità degli elementi naturali costitutivi, aria, acqua,
suolo, e monitoraggio delle loro modificazioni/alterazioni. E infine, ricerca di una risposta
all’inquinamento attraverso un intervento sui processi di utilizzo e trasformazione delle risorse naturali.
Gente intelligente. Migliore qualificazione dei cittadini, maggiore apprezzamento di istruzione e
cultura, attenzione per la diversità sociale ed etnica, promozione di flessibilità e creatività, spirito
cosmopolita e partecipazione alla vita pubblica. Gli individui come protagonisti del cambiamento e
non spettatori passivi: capaci di orientare i propri comportamenti verso l’acquisizione, la condivisione,
la co-generazione e il trasferimento di conoscenza all’interno del tessuto cognitivo sociale quale
sistema dotato di una propria memoria, una specifica visione del mondo e ideologie identitarie.
Vivere intelligente. Investimenti in centri culturali ed educativi, con condizioni sanitarie ottimali,
misure di sicurezza per i cittadini, qualità delle abitazioni, attrazioni turistiche e coesione sociale.
L’uomo moderno è alla ricerca di un migliore stile di vita attraverso l’utilizzo delle più avanzate
tecnologie che semplifichino la sua realtà quotidiana e gli garantiscano maggiore felicità, salute,
produttività. Uno stile di vita non limitato al singolo individuo, ma esteso al bene comune di cittadini
e visitatori.
Amministrazione intelligente. Semplificazione normativa e amministrativa. Ruolo partecipativo
dei cittadini ai processi decisionali, all’erogazione di servizi pubblici e sociali di qualità e alla
trasparenza gestionale. Una visione strategica dello sviluppo della città fondata su approccio
scientifico e costante azione di informazione, sensibilizzazione e coinvolgimento diretto
dell’opinione pubblica.
Questi gli indicatori. Intelligenti. A noi esserne all’altezza.
Identification and measurement parameters
of the Smart City
Smart economy. An entrepreneurial and innovative spirit in
a productive city, with a flexible labor market, the ability to
transform and international credibility, in which there is a
serious commitment by businesses to expand and improve
their activity. A smart economy in which entrepreneurial
initiatives aimed at innovation are conducted at both a large
and small-medium business level, where innovation means
not only the introduction of new products and services on
the market, new production systems and new positioning of
old products. Innovation is the ability to change the
managerial approach, organizational vision, valorization of
existing human resources and the capacity to attract new
talent, care of the worker and his tangible and intangible
needs.
Smart mobility. A city that is physically accessible from the
outside and usable inside and that offers infrastructures and
ICT systems, and sustainable, innovative and safe data
transmission networks to all its citizens. Movement of people
and goods is an integral part of daily life and work in the
urban context: the smart mobility project plans to improve
fluidity through the implementation of specific, flexible and
efficient movement, utilizing various transport services and the technological support of new
mobile connection tools and personalized mobile applications.
Smart environment. Appealing natural habitats with low pollution levels and sustainable
management of resources and waste. Smart environment interpreted as care and concern. First
and foremost care for the beauty of the landscape or the visible features that make up the most
evident aspect. Then care for the quality of the constituent natural elements, the air, water and
the soil and monitoring of their modification/alteration. Finally, the quest for an answer to
pollution via intervention in the processes of use and transformation of natural resources.
Smart people. Improve the degree of training of citizens, greater appreciation of education and
culture, attention to social and ethnic diversity, promotion of flexibility and creativity, a
cosmopolitan spirit and participation in public life. Individuals become the protagonists of change
and not passive spectators able to direct their behavior towards the acquisition, sharing, cogeneration and transfer of knowledge within the social cognitive framework, as a system
equipped with its own memory, specific vision of the world and identity-forming ideologies.
Smart living. Investments in cultural and educational centers, with excellent sanitary conditions,
security measures for citizens, quality of habitations, tourist attractions and social cohesion.
Modern man is looking for a better lifestyle through the use of the most advanced technology that
simplifies his daily reality and offers a happier, healthier and more productive life. A style of life
that is not limited to the single individual but extended to the common wellbeing of citizens and
visitors.
Smart administration. Regulatory and administrative simplification. A participatory role for
citizens in decision-making processes, the provision of quality public and social services and
transparent management. A strategic vision of the development of the city founded on a scientific
approach and constant information, awareness and direct participation of public opinion
intervention.
These are the indicators. Smart. It’s up to us to meet them.
3
Global
4
Una leva per lo sviluppo
A Lever Of Growth
di Francesco Profumo*
by Francesco Profumo*
La visione della Smart City quale fondamento di ricerca e innovazione per le grandi sfide
socio-economiche di oggi
The Smart City vision as the foundation of research and innovation, to address today’s
great social and economic challenges
Francesco Profumo
La Smart City come motore
di sviluppo economico in
un’ottica di sostenibilità.
Sistema che integra
la rete di dispositivi
con la rete di persone.
Combinazione dei contenuti
scientifici più avanzati
con il rispetto della
specifica identità dei luoghi
in piena armonia con la
storia, le tradizioni e le
vocazioni delle nostre città.
Per riprendere la strada
della crescita, come
progresso umano prima
che come creazione
di ricchezza, investendo
in innovazione, ricerca
e tecnologia.
Smart City as a driver
for economic development
in a sustainable way.
A system integrating
the network of devices
with the network of people.
A combination of cutting-edge
scientific content with respect
for the individual location’s
identity, in full harmony
with the history, traditions
and vocations of our cities.
To make a return
to the road of human growth
before wealth creation,
investing in innovation,
research and technology.
L
a crisi economica ha messo
in difficoltà pressoché tutti
i grandi paesi industrializzati
dell’Occidente. Per farvi fronte,
oggi, abbiamo un unico modo:
riprendere la strada della
crescita, umana prima che
economica, facendo rete e
puntando su formazione,
ricerca e innovazione. L’esigenza
che l’Italia ha, di cambiare
strutturalmente il proprio
sistema economico, ci spinge
a tornare a presidiare settori
ad alta tecnologia e a elevato
valore aggiunto, con imprese
di dimensione adeguata e ricche
di conoscenza e talenti.
Nella costruzione di una visione
strategica di medio periodo,
dobbiamo perciò realizzare
un più virtuoso rapporto con
le nuove politiche europee
della strategia Horizon 2020,
che metterà a disposizione
80 miliardi di euro.
È un programma al quale
il sistema-paese è chiamato
a partecipare attivamente:
le imprese, le istituzioni,
gli enti di ricerca devono sentirsi
direttamente coinvolti.
E costituisce un’opportunità
irrinunciabile per agganciarci
al treno dello sviluppo e del
progresso, tornando a puntare
sulle nostre eccellenze
e capacità imprenditoriali.
Va aumentata in tal senso la
competitività dei ricercatori e
delle imprese italiane nell’accesso
ai fondi messi a disposizione
dalla Commissione, e migliorata
l’integrazione tra utilizzo di tali
fondi e i fondi strutturali.
A fronte di un contributo totale
al finanziamento del
VII Programma Quadro pari al
14%, l’Italia ne ha sfruttato solo
l’8% circa; e anche sulle politiche
di coesione il nostro Paese
è al penultimo posto, davanti
alla Romania. Il nostro sistema
deve individuare rapidamente
gli assets su cui fare leva
e i partenariati strategici da
favorire nel quadro della
“Innovation Union”.
L’obiettivo del governo, quindi,
è quello di sviluppare una
nuova centralità delle politiche
per la ricerca e l’innovazione
nelle nostre scelte strategiche,
e insieme una più incisiva
presenza dell’Italia nelle
politiche europee in materia
di ricerca e innovazione.
Il grande programma su cui
puntare è quello sulle Smart
Cities, che sarà da un lato una
fondamentale fonte di sostegno
finanziario, dall’altro
un’occasione irripetibile per
costruire una nuova visione
strategica del futuro delle nostre
città e offrire agli investitori
privati una prospettiva credibile
e stabile nel medio periodo.
Sulla visione della Smart City
il sistema scientifico e
tecnologico deve fondare le
proprie capacità di ricerca e
innovazione indirizzandole alle
grandi sfide sociali ed
economiche di oggi: la riduzione
delle emissioni attraverso le
tecnologie pulite, le
infrastrutture intelligenti per la
mobilità, la realizzazione di
modelli urbani e di abitazione
più sostenibili, un welfare equo
e tecnologico per la società
che invecchia e per le persone
in condizioni di disagio.
Un ruolo fondamentale sarà
svolto dall’Agenda Digitale
Italiana, dove le città intelligenti
rappresenteranno un importante
punto focale di coordinamento
di diverse strategie di settore,
finalizzato a restituire coerenza
e sistematicità all’articolato
e spesso confuso sistema di
politiche nazionali per la ricerca
e l’innovazione.
La città intelligente è infatti
la proiezione astratta di un’idea
di città del futuro, riconducibile
a un perimetro applicativo
e concettuale che racchiude
un ampio fascio di realizzazioni
e verticalizzazioni, così come
diversi sono i domini cui
appartengono le tecnologie
che concorreranno alla sua
realizzazione: smart-mobility,
education, energy, government,
living, environment, health,
welfare e molto altro ancora.
Tali verticalizzazioni non
costituiscono né singolarmente
né collettivamente una Smart
City se non si integrano
attraverso una piattaforma di
coordinamento, che costituisce
l’infrastruttura chiave della
Smart City e insieme l’oggetto
su cui concentrare l’attenzione
politica e gli investimenti
pubblici. Al centro della sfida
vi è la costruzione di un nuovo
genere di bene comune,
una grande infrastruttura
tecnologica e immateriale che
faccia dialogare persone
e oggetti, integrando
ridisegnare le modalità di
relazione tra formazione, ricerca
e sistema delle imprese.
Oggi siamo perciò chiamati
a un salto di qualità. Dobbiamo
individuare le linee di ricerca
su cui investire prioritariamente
e i partenariati strategici
da favorire nel quadro della
cooperazione internazionale
per la ricerca e la tecnologia.
La logica delle reti è la vincente
nell’età della conoscenza.
E l’Italia deve imparare
a lavorare in squadra,
a “cooperare per competere”.
Il sociologo americano Richard
Florida parlava di “creative
class” all’inizio degli anni 2000.
Ce n’è bisogno ancor più oggi.
A patto di metterla nelle
condizioni di poter esprimere
le proprie competenze in un
contesto sociale adeguato alle
esigenze della modernità.
Il tempo che ci rimane non
è molto, ma abbiamo ancora
spazi importanti di intervento
per il futuro dei giovani,
dell’imprenditorialità e quindi
del paese.
informazioni e generando
intelligenza, producendo
inclusione e migliorando il nostro
vivere quotidiano.
Sono due gli aspetti della visione
Smart Cities che però vanno
sottolineati e tenuti in
considerazione. In primo luogo
troppo spesso la città è intesa
solo come la “città che
consuma” e la “città da
amministrare”. Ma esiste una
terza visione – sempre più
critica – ed è quella della
“città che produce”.
Con l’emergere dell’economia
dei servizi, la città è ormai
diventata il cuore della nuova
economia e richiede nuove
infrastrutture e nuove
piattaforme di conoscenza
(sia di produzione che di
condivisione) anche per produrre
in maniera più competitiva.
In secondo luogo, il governo
si sta impegnando per la
costruzione di una “via italiana”
alle città intelligenti. L’aspetto
forse più caratterizzante le città
italiane è il loro cuore antico,
il centro storico e il patrimonio
culturale diffuso: più che
un limite verso la loro
modernizzazione si tratta invece
di una straordinaria occasione
per una forte caratterizzazione
identitaria e può diventare
il laboratorio a cielo aperto dove
sperimentare le tecnologie
e le soluzioni più avanzate.
Inoltre, le nostre città sono
organizzate attorno alle piazze,
hanno una forte dimensione
turistica, una diffusione capillare
della cultura imprenditoriale
artigiana e del commercio
al dettaglio. Città dunque come
straordinari cantieri progettuali
dove sviluppare e testare
processi e metodologie di
rigenerazione urbana,
sensoristica e Internet of Things,
nuovi materiali per la protezione
degli edifici, architetture digitali
di nuova generazione (NGN e
Cloud), nuovi sistemi di mobilità
di persone e merci, soluzioni
innovative di efficienza
energetica, orti e serre urbane,
solo per citare alcuni esempi
di tecnologie “urbane”.
Il sistema della ricerca e della
formazione, in conclusione,
è capace di esprimere qualità
ed eccellenza. Adesso però va
potenziato e messo al passo
con i tempi e le esigenze della
modernità. E proprio in questa
situazione di difficoltà occorre
impegnarsi per esprimere una
visione strategica ampia e di
medio periodo, con la quale
* Francesco Profumo è un ingegnere
e accademico italiano, ex Presidente
del Consiglio Nazionale delle Ricerche
e Ministro dell’Istruzione, dell’Università
e della Ricerca del governo Monti.
Dal settembre 2003 è stato preside della
I Facoltà di Ingegneria al Politecnico
di Torino e da ottobre 2005 a novembre
2011 è stato rettore del Politecnico
di Torino. Ha ricevuto numerosi
riconoscimenti da parte di università
europee, cinesi e sudamericane.
È stato coordinatore di diversi progetti
nell’ambito delle attività della
Commissione europea (Tempus, Comett,
Joule, Human Capital and Mobility,
Alfa, European Union S&T Grant
Program in Japan, Leonardo da Vinci)
ed è coordinatore del gruppo Idrogeno
del Politecnico di Torino.
È stato chairman del G8 University
Summit 2009 in Italia (maggio 2009).
È membro dell’Accademia delle Scienze
in Italia (dal 2007) ed è stato insignito
del Lion d’Oro nello stesso anno.
Presidente del Management Board del
Clean Energy Center (EC2) EU Project
in China, presso la Tsinghua University
da marzo 2010 a settembre 2011.
5
6
T
he economic crisis has
created difficulties for
virtually all the great
Western industrialized nations.
Today, there is only one way we
can react: make a return to the
road of growth—human before
economic—by networking and
focusing on education, research
and innovation. Italy needs to
restructure its economic system,
so we should go back to
promoting hi-tech, high added
value sectors, with right-sized
enterprises equipped with a
wealth of expertise and talent.
In constructing a mid-term
strategic vision, we have to
establish a more virtuous
relationship with the new
European policies of the
Horizon 2020 strategy, which
will make 80 billion euro of
funding available. This is a
program our country-system is
called to take an active part in:
business, government and
research bodies must feel
directly involved. And it
provides us with a vital
opportunity to board the train
toward growth and progress,
making our entrepreneurial
excellences and capabilities
a priority once again.
In this sense, the competitiveness
of Italy’s researchers and business
organizations in accessing
the funds provided by the
Commission needs to be
enhanced, and the integration
between use of these funds and
structural funds needs to be
improved. On a total 14%
contribution to the financing
of the VII Framework Program,
Italy has used only about 8%;
and on cohesion policies too, it
comes in second last, just ahead
of Romania. Our system must
rapidly identify the assets to lever
and the strategic partnerships
to promote in relation to the
“Innovation Union”.
The goal of the government,
therefore, is to develop a new
central role for research and
innovation policies in our
strategic decisions, together
with a more incisive presence
for Italy in European research
and innovation policies.
The main area to focus on is
the Smart Cities program;
this will be a fundamental
source of financial support and,
equally, a unique opportunity
to build a new strategic vision
of the future of our cities and
offer private investors a credible
and stable mid-term outlook.
The Smart City vision should be
the foundation on which our
scientific and technological
system bases its research and
innovation capabilities, steering
them to address today’s great
social and economic challenges:
clean technologies to reduce
emissions, intelligent
infrastructures for mobility,
development of more
sustainable urban and housing
models, an equitable and
technological welfare model
for an ageing society and
people in difficulty.
A core role will be played by the
Italian Digital Agenda, where
Smart Cities will be an important
focal point for coordination
of different sector strategies,
with a view to restoring
consistency and providing
a systematic structure for the
sprawling and often confused
system of national research and
innovation policies.
The Smart City is in fact an
abstract projection of an idea of
a city of the future; its roots lie
in an application and conceptual
perimeter encompassing a
broad range of realizations and
verticalized categories as diverse
as the domains to which the
technologies that will be used
to build the Smart City belong:
smart mobility, education,
energy, government, living,
environment, health, welfare
and many others. These vertical
categories do not constitute,
alone or collectively, a Smart
City unless they are integrated
through a coordination
platform, the key infrastructure
of the Smart City and the issue
on which political attention
and public investment should
concentrate. At the heart of the
challenge is the construction
of a new kind of common
asset, a great technological and
immaterial infrastructure
enabling people and objects to
interact, integrating information
and generating intelligence,
stimulating inclusion and
improving our daily lives.
Two aspects of the Smart Cities
vision need to be emphasized
and borne in mind, however.
First, the city is seen too often
only as the “city that consumes”
and the “city to be
administered”. But there is a
third, increasingly critical vision,
the “city that produces”.
With the emergence of the
services economy, the city today
is the heart of the new economy
and needs new infrastructure
and new knowledge platforms
(for both production and
sharing), which will also foster
a more competitive way of
producing.
The second point to remember
is that the government is
promoting the construction
of an “Italian approach” to
Smart Cities. Possibly the most
characteristic feature of Italian
cities is their age, their historic
center and great cultural
heritage: rather than a constraint
on their modernization, this is
actually an extraordinary chance
for cities to develop a distinctive
identity as open-air laboratories
where the most advanced
technologies and solutions can
be tested.
Furthermore, our cities are
organized around their
squares—their piazzas—and
have a strong vocation for
tourism and a widespread small
business and retail culture.
Italy’s cities, in other words,
are extraordinary project sites
where we can develop and test
processes and methodologies
for urban and sensory
regeneration and the Internet
of Things, new materials for
the protection of buildings,
new-generation digital
architectures (NGNs and Cloud),
new systems for the mobility of
people and goods, innovative
energy efficiency solutions,
urban allotments and
hothouses: just some examples
of “urban” technologies.
To sum up, the research and
education system has the power
to deliver quality and excellence.
Now, however, it needs to be
enhanced and brought into line
with the exigencies of modern
life. And in today’s difficult
scenario an effort must be made
to formulate a broad, mid-term
strategic vision as a basis for
re-organizing the relationship
between education, research
and the corporate system.
So today we have to make
a qualitative advance. We have
to identify priority research
areas for investment and the
strategic partnerships to foster
within a context of international
cooperation on research and
technology. The network model
is the winner in the knowledge
age. And Italy has to learn
to work as part of a team,
to “cooperate to compete”.
The concept of the “creative
class” was introduced a few
years ago by American
sociologist Richard Florida.
We need it even more today.
As long as we enable it to
express its potential in a social
context aligned with modern
requirements. Time is short,
but we still have significant
scope to act for the future
of young people and
entrepreneurship, in other
words for the future of Italy.
* Francesco Profumo is an Italian
engineer and academic who was Chair
of Italy’s National Research Council
and Minister for Education, Universities
& Research in the Monti Cabinet.
He has been Director of the 1st Faculty
of Engineering at Turin Polytechnic since
September 2003 and was Rector of
Turin Polytechnic from October 2005 to
November 2011. His work has received
wide recognition from universities in
Europe, China and South America.
He was coordinator of a number of
European Commission projects (Tempus,
Comett, Joule, Human Capital and
Mobility, Alfa, European Union S&T
Grant Program in Japan, Leonardo
da Vinci) and is coordinator of the
Hydrogen group at Turin Polytechnic.
He was Chairman of the G8 University
Summit 2009 in Italy (May 2009).
He has been a member of the Academy
of Sciences in Italy since 2007 and
was decorated with the Lion d’Oro the
same year. He was President of the
Management Board of the Clean Energy
Center (EC2) EU Project at Tsinghua
University in China from March 2010
to September 2011.
7
Visioni per una città futura
Visions For A Future City
di Andrea Granelli*
by Andrea Granelli*
La Smart City all’italiana dovrà coniugare contenuti tecnologici più avanzati con il rispetto della specifica identità
dei luoghi, per diventare un laboratorio a cielo aperto di nuovi paradigmi
The Smart City, Italian-style, should combine cutting-edge technological content with respect for the individual location’s
identity, becoming an open-air laboratory for new models
8
Andrea Granelli
N
el 2008, per la prima
volta nella storia,
la maggioranza della
popolazione mondiale viveva
all’interno delle città. Nel 1900
era solo il 13% e si prevede che
entro il 2050 questa
percentuale salga fino al 70%.
Il fenomeno è diffuso su tutto
il pianeta.
Legato a questo fenomeno
è l’emergere dell’Economia dei
Servizi. I servizi non si limitano
ad assorbire molti occupati,
ma sono da diverso tempo la
componente più importante
del Pil. Non si tratta solo di un
dato puramente quantitativo.
La crescita di importanza
dei servizi sta cambiando
qualitativamente il
funzionamento del sistema
economico, con modalità
che sono ancora in parte
inesplorate. E, come è noto,
il luogo elettivo di sviluppo dei
servizi sono le città.
La città diventa dunque il luogo
delle grandi opportunità di
sviluppo (non solo culturali
e sociali ma anche economiche),
ma anche il luogo dei grandi
problemi della contemporaneità.
Nelle città viene prodotto più del
50% del Pil mondiale e questa
percentuale cresce nei paesi
più sviluppati. I centri urbani
occupano più del 2% della
superficie terrestre e in città
viene consumato circa il 90%
delle risorse prodotte nel
mondo. Nelle città avviene
il 70–80% del consumo
energetico nazionale dei paesi
Ocse e gli edifici incidono per
il 40% dei consumi energetici
mondiali. Oltretutto nelle città
vengono prodotti il 45–75%
delle emissioni totali di gas serra
e il traffico ha un ruolo
essenziale. Anche la povertà
dilaga, trovando nelle città
il suo humus naturale: secondo
le Nazioni Unite e la Banca
Mondiale, nel 2028 il 90% della
povertà sarà urbana e il 50%
dell’umanità vivrà sotto la soglia
della povertà in condizioni
urbane degradate.
La Smart City tra
innovazione e utopia
Le Smart Cities sono il capitolo
recente di un libro che ha origini
antiche e che ha cercato – nel
suo svolgimento – di definire
la città ideale, il luogo desiderato
dove si sarebbe voluto
(e spesso dovuto) vivere.
E questa sua appartenenza al
pensiero utopico ne svela alcune
dimensioni ideologiche e
irrazionali che sono spesso
nascoste dal linguaggio asettico
e oggettivo della tecnologia.
Vi sono due correnti di pensiero
rispetto al contributo della
tecnologia nella vita quotidiana
e quindi rispetto al ruolo della
città come emblema del pieno
manifestarsi della tecnica.
Una quella più “naturista”, dove
è il vivere collettivo che la città
(e l’uso spregiudicato della
tecnica) ha corrotto, predica
il ritorno a uno stato di natura
libero e innocente. Altre, come
ad esempio quella di Bacone,
danno invece alla tecnica – e
quindi alla città ideale – il
compito di ricomporre uno stato
corrotto e degradato dall’animo
selvaggio ed egoista dell’uomo.
È certamente da questa seconda
visione che deriva il concetto
di “città intelligente”.
Molti grandi pensatori si sono
cimentati con la città ideale:
pensiamo alla Città delle Donne
di Aristofane o alle visioni
platoniche – non solo
de La Repubblica ma anche
di Atlantide – ripresa tra l’altro
dal gesuita-scienziato
Athanasius Kircher nel suo
Mundus subterraneus.
Nel dialogo La Repubblica,
inizio e matrice di moltissime
successive utopie, si parla
di una città ideale, cercando
di definirne un modello astratto
che in qualche modo prescinda
da ogni possibilità pratica
di realizzazione.
Il punto di maggiore contatto
con l’idea delle Smart City
è però nella Nuova Atlantide
di Bacone, opera incompiuta
scritta probabilmente tra
il 1614 e il 1617. In questa
città la scienza è sovrana,
e si sperimenta e si studia
continuamente. La Nuova
Atlantide è il manifesto
dell’ideale baconiano
della scienza, intesa come
sperimentazione che permette
all’uomo di dominare la natura
piegandola ai suoi fini
e ponendola al servizio dei suoi
valori morali.
La grande assenza
contemporanea del pensiero
utopico e del sogno – che nasce
anche da quella paura del
futuro che Remo Bodei ha
chiamato “fissazione in un
presente puntiforme” – ha
provocato un indubbio
impoverimento della
progettualità sociale e una
perdita della capacità di messa in
discussione degli ordini costituiti:
da qui la pulsione a costruire
nuove utopie.
Ed è in questo ambito che si
è formato il pensiero delle
Smart City, costruito però non
da filosofi o pensatori, ma da
tecnologi e uomini di marketing
di alcune multinazionali del
digitale. E poi ha trovato terreno
fertile nella Commissione
europea che – essendo più
lontana dalla vita concreta
e dalle differenze culturali
e territoriali – ha potuto dedicare
non poche risorse a creare
modelli e obiettivi di
“buon governo” (uno per tutti
il Patto di Lisbona), desiderabili
certo, ma nella sostanza
irraggiungibili.
Ma dietro la visione delle
Smart Cities non c’è, purtroppo,
solo una visione di città ideale,
di giusto governo, di impiego
corretto di risorse e tecnologie
ma – cosa più delicata
e problematica – una vera
e propria concezione
antropologica che vede la città
come un luogo che – per
“ben funzionare” – deve essere
guidato dalle macchine
(software di processo, agenti
intelligenti, piattaforme di
business intelligence). Secondo
questa visione, dunque, l’uomo
senza tecnica rimane anche
senza guida, disorientato,
intrinsecamente disordinato
e sostanzialmente egoista:
una vera idolatria della tecnica.
A ben guardare il futuro
richiamato dalle riflessioni sulle
Smart Cities è più distopico che
utopistico. Infatti le soluzioni
smart vengono vendute non
tanto per dare forma a una città
ideale quanto come ricette
necessarie per combattere un
futuro apocalittico, fatto di
carenze energetiche, traffico
invivibile, inquinamento
permanente e problemi diffusi
di sicurezza.
Una proposta per il futuro
delle nostre città
L’applicazione delle nuove
tecnologie alle città è dunque
una grande occasione: il tema
va però affrontato nel modo
giusto e non semplicemente
imitando “buone pratiche”
oltreconfine. L’approccio, infatti:
• non deve essere una pallida
imitazione dei modelli americani
che partono da una visione
distopica del vivere urbano
e danno alle tecnologie digitali
un potere quasi magico;
• non deve neanche coincidere
con la risposta ai bandi europei
per racimolare le sempre
più esigue risorse finanziarie
pubbliche a disposizione per
l’innovazione.
Deve piuttosto diventare
l’occasione per riflettere
a fondo sul futuro delle nostre
città, riunendo attorno a tavoli
progettuali i principali attori
(non solo decisori e fornitori)
per cogliere a pieno le
potenzialità offerte dalle nuove
tecnologie ma in piena armonia
con la storia, le tradizioni
e le vocazioni delle nostre città,
diverse – non semplicemente più
piccole – rispetto alle megalopoli
che stanno spuntando come
funghi da oriente a occidente.
Bisogna dunque puntare
a una città a misura d’uomo
e rispettosa dell’ambiente.
Come disse Adriano Olivetti
“Noi sogniamo una comunità
libera, ove la dimora dell’uomo
non sia in conflitto né con la
natura, né con la bellezza”.
Una città dunque che non debba
puntare necessariamente
a diventare un hub nevralgico
della competizione globale
e accelerata, ma un luogo dove
possano convivere in maniera
armonica innovazione
e tradizione, attività culturali
ed economiche, imprenditoria
for-profit e iniziative sociali.
Una città dove l’esigenza di una
mobilità urbana efficiente
e sostenibile si possa integrare
in maniera naturale con grandi
aree pedonali, dove il controllo
dell’inquinamento e la
conseguente chiusura al traffico
automobilistico dei centri
(storici) riproponga la validità
di quella città a misura d’uomo
che ha visto la sua genesi
e soprattutto il suo pieno
sviluppo nell’area mediterranea.
Quella città dove l’agorà e
i “centri commerciali naturali”
(e non le superstrade e lo
shopping mall integrato con
i parcheggi per le auto)
ritornino a essere il fulcro
naturale della città.
In questo scenario il ruolo della
tecnologia è naturalmente
essenziale, ma deve rimanere
“al suo posto”: troppo spesso,
infatti, da strumento
si è trasformata in fine.
Ritengo molto sbagliato questo
approccio un po’ troppo
deterministico e tecnologico alle
Smart Cities che, partendo da
un modello concepito negli Stati
Uniti ed esteso alle grandi
megalopoli orientali, non solo
contempla un solo tipo di città,
molto diverso dal nostro, ma
ritiene che le nuove tecnologie
siano la panacea di tutti i mali
e oltretutto non costino nulla.
È in questo approccio che
si annidano i problemi,
non nell’applicazione delle
tecnologie al contesto urbano.
Ma per cogliere in maniera
autentica e duratura le grandi
opportunità aperte dalla sempre
più esuberante innovazione
tecnologica, bisogna (ri)partire
dalla vocazione dei territori
e dall’agenda politica dei loro
amministratori e le tecnologie
devono ritornare a essere
strumenti (e non fine):
per questo vanno comprese
in profondità, cogliendone
con chiarezza anche le ombre
o addirittura i lati oscuri – spesso
ignorati ma peraltro in aumento.
* Andrea Granelli è presidente di Kanso,
società di consulenza specializzata in
innovazione e change management.
Da diversi anni lavora su temi legati
all’innovazione: è stato in McKinsey
e successivamente amministratore
delegato di Tin.it e dei laboratori di
ricerca del Gruppo Telecom. È in molti
comitati scientifici e in commissioni
di valutazione. È stato membro del
comitato di valutazione del CNR
e direttore scientifico della scuola
internazionale di design Domus
Academy. Scrive periodicamente
di innovazione su quotidiani e riviste
e ha pubblicato molti libri. Ha inoltre
curato la voce “Tecnologie della
comunicazione” per la nuova
enciclopedia Scienza e Tecnica della
Treccani.
9
10
I
n 2008, for the first time
ever, the majority of the
world population lived in
cities. In 1900 city-dwellers
accounted for only 13%
of the Earth’s inhabitants;
the percentage is expected to
rise to 70% by 2050.
The phenomenon is planet-wide.
A parallel trend is the
emergence of the Services
Economy. Services are not just
an important source of
employment, for a long time
they have been the most
significant component of GDP.
This is not simply a quantitative
question. The growing role of
services is bringing qualitative
change to the workings of the
economic system, in ways that,
in part, are still unexplored.
And the elective location for the
development of services is,
of course, the city.
The city, then, is where the
major opportunities for growth
arise (economic as well as
cultural and social growth),
and also the origin of the major
problems of modern life.
Our cities produce more than
50% of world GDP and the
percentage is even higher
in the developed nations.
Urban centers occupy more
than 2% of the Earth’s surface
and consume about 90% of the
resources produced around
the world. Cities account for
70–80% of domestic energy
consumption in the OECD
countries and city buildings are
responsible for 40% of world
energy consumption.
Most significantly, cities produce
45-75% of total greenhouse
gas emissions, with city traffic
playing an essential role.
Poverty is spreading too, finding
a natural humus in cities:
according to the United Nations
and the World Bank, in 2028,
90% of poverty will be urban
poverty and 50% of the world
population will live below
the poverty line in conditions
of urban squalor.
The Smart City between
innovation and utopia
Smart Cities are the latest
chapter in a book with ancient
roots, which, over time,
has attempted to define the
ideal city, the place where
people dream of living
(and often ought to have lived).
Their connection with utopian
thought reveals a number
of ideological and irrational
elements frequently masked
by the aseptic and objective
language of technology.
There are two schools of
thought regarding the
contribution of technology
to daily life and, consequently,
the role of the city as an
emblem of the full realization
of technology: a more “naturist”
school, which holds that
collective life has been corrupted
by the city (and by the
unprincipled use of technology),
whose advocates call for a
return to a free and innocent
state of nature. The second
school, propounded for example
by Bacon, attributes to
technology—and thus to the
ideal city—the task of improving
man’s condition, corrupted and
degraded by his wild and selfish
spirit. The concept of the
“smart city” certainly stems from
this second vision.
Many great thinkers have
examined the notion of an ideal
city: Aristophanes with his City
of Women or Plato—not just
in The Republic but also in
Atlantis—reprised by, among
others, the Jesuit scientist
Athanasius Kircher in his
Mundus subterraneus.
The Republic, the source and
matrix for a great many
subsequent utopias, refers to an
ideal city, seeking to establish an
abstract model that is somehow
detached from any practical
possibility of realization.
The point of closest contact
with the idea of the Smart City,
however, comes in Bacon’s
New Atlantis, an unfinished
novel written probably between
1614 and 1617. In this city,
science rules supreme, inspiring
continuous experimentation
and study. New Atlantis
is the manifesto for the
Baconian ideal of science as
experimentation to enable man
to dominate nature, bending it
to his will and placing it at the
service of his moral values.
Without doubt, the great
absence today of utopian
thought, of a dream—an
absence caused in part by a fear
of the future described by
Remo Bodei as a “fixation
in a punctiform present”—has
impoverished social planning
and development skills and
diminished the ability to
question our constituted orders:
the motor powering the drive
to build new utopias.
This is the background against
which the idea of the Smart
City has developed, shaped not
by philosophers or thinkers,
however, but by technologists
and marketing men from digital
multinationals. Fertile ground
has also been found in the
11
European Commission,
which—as a body detached
from the realities of daily life
and from cultural and territorial
differences—has been able
to devote not insignificant
resources to the creation of
models and goals of “good
governance” (the Lisbon Treaty
is just one example), which,
though desirable, in practice
are impossible to achieve.
Unfortunately, the vision of the
Smart Cities is not based solely
on a vision of an ideal city,
good governance, correct use
of resources and technologies;
at a more delicate and
problematic level, it is also
informed by a fully formed
anthropological picture of the
city as a place that, to work
properly, needs to be led by
machines (process software,
intelligent agents, business
intelligence platforms). In this
vision, without technology man
lacks guidance, is disoriented,
intrinsically disorganized and
substantially selfish: technology
is idolized. A closer look shows
that the future evoked by
reflections on the Smart Cities
is more dystopian than utopian.
Rather than as tools for shaping
an ideal city, smart solutions are
sold as the models needed to
combat an apocalyptic future of
energy shortages, intolerable
traffic, permanent pollution and
widespread security and safety
problems.
A proposal for the future
of our cities
So the application of today’s
new technologies to cities is a
great opportunity: but rather
than simply imitating
international good practice, we
have to approach the question
in the right way. In other words,
our approach:
• should not be a pale imitation
of American models, rooted in
a dystopian vision of urban life
attributing almost magical
powers to digital technology;
• nor should it be limited to
responses to European calls for
tenders in order to scrape
together the increasingly
meager public financial resources
available for innovation.
Rather, it should be an
opportunity to reflect on the
future of our cities, extending
the planning process to all
the main players (not just
decision-makers and suppliers)
so that full advantage can be
taken of the potential offered
by the new technologies,
but in full harmony with the
history, traditions and vocations
of our cities, which are different
from—not just smaller
than—the megalopolises
springing up like mushrooms
from East to West.
Our goal should be a city
designed for man and
respectful of the environment.
As Adriano Olivetti said
“We dream of a free
community, where man dwells
in conflict neither with nature
nor with beauty.” A city that
does not necessarily strive
to become a nerve center of
fast-paced global competition,
but a place where innovation
and tradition, cultural and
economic activities, for-profit
business and social initiatives
can exist amicably side by side.
A city where the need for
efficient, sustainable urban
mobility can be integrated
naturally with large pedestrian
areas, where pollution control
and the consequent exclusion
of cars from historic city centers
re-establishes the value of the
city for man that originated
and, above all, flourished
in the Mediterranean.
The city where the agora and
“natural shopping centers”
(not dual carriage-ways and
malls complete with car-parks)
are once again the natural heart
of the city.
Naturally, technology has an
essential role to play in this
scenario, but it must “know its
place”: too frequently, it has
been changed from a means
into an end. In my view,
this overly deterministic and
technological approach to the
Smart Cities is quite wrong:
starting from a model conceived
in the USA and extended to the
great Eastern megalopolises, not
only is it restricted to a single
type of city—one quite different
to our models—it regards new
technology as a cure for all ills,
above all as a cost-free cure.
It is here, in this approach,
that the problems lie, not in the
application of technologies to
the urban context.
If we want to achieve a genuine
and lasting response to the
major opportunities opened up
by increasingly exuberant
technological innovation, our
starting point has to be the
vocation of local communities
and the political agenda of their
administrators, with technology
as a means (not an end):
this is why technology has to be
considered in full, with a clear
understanding of its
weaknesses and drawbacks,
which, though often ignored,
are growing.
* Andrea Granelli is Chairman of Kanso,
a consultancy specializing in innovation
and change management. He has
worked in areas relating to innovation
for a number of years: he was with
McKinsey and later was CEO of Tin.it
and the Telecom Group research labs.
He sits on many scientific committees
and assessment commissions. He was
a member of the assessment committee
of Italy’s National Research Council and
science director at the Domus Academy
international design school. He writes
regularly about innovation for daily
newspapers and magazines and has
published several books. He edited the
“Communication Technologies” entry
for the new Treccani encyclopedia
Scienza e Tecnica.
L’ordito delle comunità
The Warp Of Communities
di David Bevilacqua*
by David Bevilacqua*
L’armonizzazione delle scelte tecnologiche, strategiche e operative di tutti gli stakeholder è il primo pilastro
del successo nei processi di trasformazione intelligente degli ambienti urbani
Harmonization of the technological, strategic and operating preferences of all stakeholders is the first pillar for success
in the intelligent transformation of urban environments
12
David Bevilacqua
L
e città sono da sempre
un’entità in continua
evoluzione: i loro confini
si modificano, le comunità che
le abitano e le attraversano
cambiano volto e composizione,
muta il paesaggio economico,
culturale, sociale. In passato
la trasformazione avveniva con
lentezza e se vi era una
accelerazione, generalmente era
causata da circostanze esterne,
quali gli esiti di conflitti o eventi
naturali. Due, tre generazioni
potevano condividere la stessa
esperienza di cittadini.
Negli ultimi trent’anni il
panorama è radicalmente
mutato, in particolare come
conseguenza di innovazioni
tecnologiche che, succedendosi
a ritmo travolgente, hanno
introdotto nuove opportunità
e trasformato i modelli di vita
e lavoro. Allo stesso tempo,
sono venuti al pettine nodi
cruciali per un futuro sostenibile,
quali l’impennata nei processi
di urbanizzazione – che ci fa
prevedere che il 70% della
popolazione mondiale entro il
2050 vivrà in città – la questione
energetica, i cambiamenti
climatici, i limiti ormai evidenti
di un sistema messo seriamente
in discussione dalla crisi.
Chi amministra le città avendo
il compito di affrontare questi
problemi è consapevole che le
tecnologie dell’informazione
e della comunicazione – e i
modelli di business innovativi
che esse abilitano – sono un
fattore chiave per l’evoluzione
degli ambienti urbani. In alcuni
casi sono state compiute scelte
pionieristiche, che hanno fatto
di alcune città fucine di
opportunità, comunità ricche di
talenti e interconnesse, motore
di sviluppo e innovazione
per il territorio. In altri casi,
si è accumulato il peso
di infrastrutture e servizi
inadeguati, inquinamento,
perdita di identità e di rilevanza
economica; nella maggior parte
delle realtà sono accadute
entrambe le cose, magari in
quartieri diversi o interessando
fasce di popolazione diverse.
Ciò è avvenuto perché, di fronte
all’accelerazione tecnologica,
troppi hanno ritenuto che la
continua disponibilità di nuovi
strumenti avrebbe assicurato
di per sé migliore qualità della
vita e sviluppo. Nello sforzo
di adattamento a nuovi scenari,
si è trascurata la centralità del
“fattore umano”. Si è concepita
una rete di dispositivi sempre
più pervasiva, efficace, ricca di
funzioni, ma si è sottovalutato
che sono le persone a utilizzare
i dispositivi per vivere, lavorare,
apprendere, realizzare i propri
progetti.
Laddove si è saputo integrare
la rete di dispositivi con la rete
di persone, le tecnologie sono
diventate una “piattaforma
operativa” per dare concretezza
con più semplicità ed efficacia
alle idee, in un contesto aperto
e collaborativo; chi sviluppa le
piattaforme ha lavorato insieme
con imprese e istituzioni
e ha creato intorno a sé un
ecosistema virtuoso, fatto
di innovazioni da integrare
e accelerare facendo leva sulle
potenzialità dell’IT.
Questo modello di
collaborazione fra “portatori
di idee” e “portatori di
tecnologia” è ciò in cui Cisco
crede fermamente e ciò su cui
si basa l’approccio al tema
Smart City – che noi preferiamo
immaginare come Smart
and Connected Communities,
proprio a sottolineare la
centralità delle persone, dei loro
bisogni, e non dei “confini
amministrativi” che costituiscono
il limite visibile di una città.
In una comunità intelligente
e interconnessa, la rete abilita
un interscambio continuo di
dati, informazioni e azioni,
che ha impatto su tutto ciò che
compone il sistema-città:
i trasporti, le case e gli uffici,
le scuole, le strutture sanitarie,
la gestione del territorio,
la sicurezza. Ciò intreccia
strettamente l’azione di una
quantità di soggetti che
prevalentemente non si erano
mai dovuti confrontare con
la necessità di pensare e agire
in modo interdipendente
e integrato: utility, gestori di
servizi, istituzioni, operatori
di infrastrutture, privati di ogni
settore, forze di polizia
e protezione civile.
L’armonizzazione delle scelte
tecnologiche, strategiche e
operative di tutti gli stakeholder
è il primo pilastro del successo
nei processi di trasformazione
intelligente degli ambienti
urbani; in questo snodo cruciale
l’ICT gioca un ruolo
fondamentale, in quanto è suo
compito creare le piattaforme
che permettano di coordinare
e pianificare lo sviluppo della
Smart City, unendo partner
pubblici e privati in un
ecosistema capace di rispondere
ai bisogni in modo integrato
ed efficace.
Il secondo pilastro del successo
dei progetti di trasformazione
digitale delle città è il
coinvolgimento delle persone.
Per questo le piattaforme
tecnologiche di cui si è parlato
finora, che potremmo definire
“le fondamenta della città
digitale”, devono restare
trasparenti per l’utente –
nonostante l’estrema complessità
che le caratterizza. Solo a questa
condizione, infatti, la comunità
digitale può essere vissuta come
un insieme di esperienze a
disposizione del cittadino e
restare aperta a una continua
evoluzione, stimolata dalle
richieste e dalle proposte
provenienti dalla comunità.
I cittadini sono i “mattoni
della città digitale”, ma
il miglioramento della qualità
della vita e la possibilità di uno
sviluppo sostenibile dal punto
di vista economico, sociale e
ambientale dipendono dalla
capacità di dare continuità
all’esperienza della comunità
digitale in tutti i momenti e le
modalità di espressione della
vita quotidiana. Idealmente,
tutto ciò che viene vissuto deve
essere “smart”: i movimenti
delle persone nelle città,
l’ambiente di apprendimento
che i ragazzi trovano a scuola,
i luoghi di lavoro, le abitazioni,
l’interazione con uffici pubblici
e aziende, fino agli strumenti
disponibili per segnalare
disservizi, proporre innovazioni,
produrre nuove applicazioni
a partire dai dati prodotti da
istituzioni e privati.
Per garantire questo livello
di continuità è necessario che
il ragionamento culturale
e tecnologico sulle Smart Cities
13
si ampli fino a ricomprendere il
territorio e idealmente il paese
in cui si trova una città; compito
del mondo ICT è anche quello
di non limitarsi a proporre
soluzioni limitate – per quanto
intelligenti – in ambienti limitati,
bensì di premere perché gli
stakeholder delle città digitali
siano consapevoli della
necessità di creare una “filiera
smart” che metta a sistema
e a fattor comune le iniziative
di tutti.
Un esempio di questo approccio
è City Protocol, una iniziativa
in cui Cisco è direttamente
coinvolta, insieme alla
municipalità di Barcellona,
a GDF Suez e a decine di città,
istituzioni accademiche e di
ricerca del mondo. City Protocol
è il primo “sistema di
certificazione” per le Smart
Cities, che si basa
sull’identificazione di standard
condivisi e di metodologie
specifiche per integrare le
diverse piattaforme
tecnologiche attive in un
ambiente urbano intelligente.
Coinvolgendo industrie, enti e
agenzie di ricerca, City Protocol
si pone l’obiettivo di sviluppare
percorsi e soluzioni per costruire
le smart communities del
futuro, mettendo a frutto le
competenze e le esperienze già
maturate in progetti concreti
di trasformazione delle città.
In questo modo, tutti coloro
che da oggi in poi vorranno
intraprendere questo viaggio
potranno avvalersi di modelli
collaudati e di nuovi strumenti,
che nasceranno dall’azione di
una organizzazione creata ad
hoc, la City Protocol Society.
La City Protocol Society,
operativa dalla primavera del
2013, è una comunità aperta a
città, aziende, istituzioni ed enti
di ricerca; nasce sul modello
della Internet Protocol Society,
che ha messo a punto in modo
aperto, pubblico e collaborativo
il web come oggi lo conosciamo
e si occupa del suo sviluppo.
Se è vero che le città del mondo
non sono tutte uguali, e ciò che
funziona in un contesto non è
necessariamente adattabile
altrove, vi sono certamente
degli elementi comuni che
possono essere messi alla base
di qualunque progetto,
garantendo il rispetto di criteri
qualitativi e operativi specifici;
questo approccio è tanto più
efficace in un momento critico
dal punto di vista economico
quale quello che stiamo
attraversando, perché permette
anche ai soggetti con minori
risorse di non restare tagliati
fuori dai grandi cambiamenti
urbani del futuro, applicando
modelli di business virtuosi
e riducendo i costi di avvio
e sperimentazione dei progetti
per le smart communities.
* David Bevilacqua è vice presidente
della regione Sud Europa di Cisco
Systems. Entrato in Cisco nel 1996,
è stato general manager per l’area
South East Europe e poi responsabile
del mercato Enterprise di Cisco Europa;
nel 2009 è stato nominato
amministratore delegato di Cisco Italia
e nel settembre 2012 ha assunto il suo
attuale incarico. Ha conseguito un
Master presso la Stanford University
Graduate School of Business ed è
vice presidente di Stanford Club Italia.
È presidente di Assolombarda Monza
e Brianza e membro del Consiglio della
Camera di Commercio di Monza
e Brianza. È vice presidente di American
Chamber of Commerce in Italy
e fa parte del consiglio direttivo
di Confindustria Digitale. Nel novembre
2011 ha ricevuto il Premio Eccellenza
conferito ogni due anni da Manager
Italia, CFMT e Confcommercio.
14
C
ities have always been
constantly evolving
entities: their boundaries
shift, the communities living
in and passing through them
change in appearance and
composition, their economic,
cultural and social landscapes
shift. In the past, change was
a slow process and any
acceleration was usually caused
by external circumstances,
such as the outcome of war or
natural events. Two, even three
generations could share similar
experiences as city-dwellers.
Over the last thirty years
the situation has changed
dramatically, largely as a result
of an overwhelmingly rapid
succession of technological
innovations introducing new
opportunities and transforming
life styles and employment
models. At the same time,
a number of issues critical
to a sustainable future have
emerged: the sharp rise in
urbanization—indicating that,
by 2050, 70% of the world
population will live in
cities—the energy question,
climate change, the now
evident limits of a system
seriously affected by the crisis.
City administrations responsible
for tackling these issues are
aware that information
and communication
technologies—and the
innovative business models they
enable—are key to the evolution
of urban environments. In some
cases, pioneering decisions have
been taken to transform some
cities into powerhouses of
opportunities, interconnected
communities with a wealth of
talent, engines for local growth
and innovation. In other cases,
there has been a build-up
of inadequate infrastructure
and services, pollution,
loss of identity and economic
importance; in most places,
both phenomena have been
experienced, perhaps in
different districts of a city or
among different sections of the
local population.
The reason is that as the pace
of technological development
has quickened, too many
people believed the continuous
availability of new tools would
automatically ensure a better
quality of life and progress.
In the effort to adapt to
new scenarios, they neglected
the central role of the
“human factor”. An increasingly
pervasive, effective and
function-rich network of devices
was imagined, but insufficient
attention was paid to the fact
that it is people who use the
devices to live, work, learn,
develop projects.
In places where the network
of devices has been successfully
integrated with the network
of people, technologies have
become an “operating
platform” to give concrete form
to ideas simply and effectively,
in an open collaborative
context; the platform
developers work with business
and government, creating
a virtuous eco-system built
on innovation, to be expanded
and accelerated by leveraging
the potential of IT.
This model of collaboration
between “bearers of ideas”
and “bearers of technology”
is something in which Cisco
firmly believes, and on which it
bases its approach to the Smart
City—which we prefer to refer
to as Smart and Connected
Communities, thereby
highlighting the central place
of the residents and their needs,
rather than the “administrative
boundaries” that constitute the
visible limit of a city.
In a smart and connected
community, the network
enables continuous exchanges
of data, information and
actions, with an impact on all
the elements of the city-system:
transport, housing, offices,
schools, healthcare facilities,
territorial management, security.
This is closely linked with
the activities of parties who,
generally speaking, have
never been faced with the need
to think and act in an
interdependent and integrated
manner: utilities, service
managers, government agencies,
infrastructure operators, private
bodies in every sector, the police
and civil defense.
Harmonization of the
technological, strategic and
operating preferences of all
stakeholders is the first pillar
for success in the intelligent
transformation of urban
environments; in this crucial
dimension, a vital role is played
by ICT, whose task is to create
the platforms for coordinating
and planning the development
of the Smart City, bringing
public and private partners
together in an eco-system
capable of meeting needs in
an integrated, effective manner.
The second pillar for successful
projects for the digital
transformation of cities is
engaging people. Consequently,
the technological platforms
referred to above, which we
could call “the foundations
of the digital city”, must be
transparent to the user,
their extreme complexity
notwithstanding. Only then can
the digital community be
a set of experiences available
to residents and open to
continuous evolution, stimulated
by the requirements and
suggestions coming from the
community.
People are the “bricks of the
digital city”, but improving the
quality of life and making
sustainable economic, social
and environmental development
possible depends on the ability
to ensure the continuity of the
digital community experience at
all times and in every form of
expression of daily life. Ideally,
everything should be “smart”:
travel inside the city, the
learning environment in
schools, workplaces, housing,
interaction with public offices
and businesses, up to the tools
for reporting service
breakdowns, proposing
innovation, realizing new
applications from the data
produced by government
agencies and private citizens.
To guarantee this level of
continuity, cultural and
technological discussion about
Smart Cities should expand to
encompass the region and
ideally the country in which a
city is located; one task of the
15
ICT community is to not restrict
itself to proposing limited
solutions—however smart—in
limited environments, but to
make sure that the stakeholders
of digital cities are aware of the
need to create a “smart supply
chain”, pooling everyone’s
initiatives into the system.
One example of this approach is
City Protocol, an initiative in
which Cisco is directly involved,
together with the municipality of
Barcelona, GDF Suez and dozens
of cities, academic bodies and
research bodies around the
world. City Protocol is the first
“certification system” for Smart
Cities, based on the definition of
common standards and specific
methodologies to integrate the
various technological platforms
in a smart urban environment.
By involving industries,
government agencies and
research bodies, City Protocol
intends to develop paths and
solutions to build the smart
communities of the future, using
the competences and
experiences already developed in
real projects for the
transformation of cities. In this
way, everyone wishing to move
in this direction will have
the benefit of tested models and
new tools, developed from the
action of an organization set up
ad hoc, the City Protocol Society.
Due to begin operations in the
spring of 2013, the City Protocol
Society is a community open to
cities, business organizations,
government and research
bodies; its model is the Internet
Protocol Society, which, through
open, public collaboration, has
established the web in the form
we know it today and follows
its development.
While it is true that not all cities
are the same, and that
something that works in one
place may not necessarily be
suitable elsewhere, there are
certainly a number of common
elements that can provide
the foundation for any project,
guaranteeing compliance
with specific qualitative and
operating criteria; this approach
is particularly effective at a time
of economic crisis like the
present: by applying virtuous
business models and reducing
smart community project
start-up and testing costs it
ensures that even players with
the fewest resources need not
be excluded from the great
urban changes of the future.
* David Bevilacqua is Vice President,
South Europe, at Cisco Systems.
After joining Cisco in 1996, he was
General Manager for South East Europe
and later head of the Cisco Europe
Enterprise market; in 2009 he was
appointed CEO of Cisco Italia and
moved to his current post in September
2012. He has a Master from Stanford
University Graduate School of Business
and is Vice President of Stanford Club
Italia. He is President of Assolombarda
Monza and Brianza and sits on the
board of the Monza and Brianza
Chamber of Commerce. He is Vice
President of the American Chamber of
Commerce in Italy and a member of the
Steering Committee of Confindustria
Digitale. In November 2011 he received
the Excellence Award, presented every
two years by Manager Italia, CFMT and
Confcommercio.
Amsterdam, per esempio
Amsterdam, for example
di Joost Brinkman*
by Joost Brinkman*
Le città sono la piattaforma migliore per creare un movimento volto a un futuro più sostenibile. Il programma
Amsterdam Città Intelligente propone esemplificazioni su come accelerare la transizione energetica
Cities are the best platform to build a movement towards a more sustainable future. The Amsterdam Smart City
program show cases how to accelerate the energy transition
16
Joost Brinkman
C
on più di metà della
popolazione mondiale
residente in aree
densamente abitate, le città
sono la migliore piattaforma per
condividere energia, idee ed
entusiasmo al fine di sviluppare
un movimento volto a un futuro
più sostenibile, reso possibile
da una nuova generazione
di reti elettriche. Alcune delle
questioni chiave è come creare
iniziative che abbiano un
impatto sufficientemente
importante per raggiungere
obiettivi di energia sostenibile
e di riduzione dell’anidride
carbonica, in che modo le città
possono sensibilizzare i loro
abitanti all’urgenza di agire
in questo senso e promuovere
l’azione, e in che modo le città
mobilitano le imprese per
realizzare le tecnologie a
sostegno di questa transazione
energetica. Insieme all’operatore
elettrico locale Liander e con
il sostegno di Accenture,
Amsterdam ha compreso
e accettato questa sfida.
Gli obiettivi climatici
di Amsterdam
La città di Amsterdam ha stabilito
alcuni obiettivi climatici con
tempistiche ambiziose:
• 40% di riduzione della CO2
nel 2025 rispetto ai livelli del
1990;
• 20% di riduzione di energia
nel 2025 rispetto ai livelli del
1990;
• Piani energetici di CO2
neutrale a livello delle
singole municipalità prima
del 2015. Nel frattempo,
l’ammodernamento delle attuali
reti elettriche rappresenta
la perfetta opportunità
per ottenere reti elettriche
intelligenti, e questo anche in
ragione del fatto che le stesse
sono considerate uno strumento
chiave per affrontare le questioni
climatiche attraverso l’uso
di comunicazioni a due vie,
volte a massimizzare l’efficienza
energetica e a rispondere alle
richieste di fornitura di energia
da fonti rinnovabili.
Amsterdam Smart City
L’organizzazione Amsterdam
Innovation Motor (AIM)
è stata creata per mantenere
e consolidare la posizione
di esempio pilota della regione
di Amsterdam nell’economia
della conoscenza. AIM è gestita
dal Consiglio Economico
di Amsterdam e promuove
innovazione, cooperazione
e nuove attività nella regione
di Amsterdam. Insieme
all’operatore di rete Liander,
AIM ha colto queste sfide
e opportunità, e ha sviluppato
e implementato un programma
volto a ottenere un impatto
sostanziale sulla necessità di
passare a nuovi tipi di energia.
Il programma verte su quattro
aree (stili di vita, lavoro, mobilità
e spazi pubblici sostenibili),
corrispondenti ai maggiori
emittenti di CO2. Il programma
è supportato da tecnologie
intelligenti come i contatori
intelligenti o la tecnologia delle
reti elettriche intelligenti. Al fine
di massimizzare il risultato di
questo sforzo congiunto dei
partner, vengono coinvolti
attivamente gli utenti finali,
i quali, in ultima analisi, saranno
gli artefici della transizione
energetica. Il fine ultimo è dare
maggiore impulso alla domanda
di tecnologie più sostenibili.
Questo articolo descrive
il progetto Amsterdam Smart
City, i suoi risultati intermedi
e le principali politiche
e governance, così come le
sfide che sono state affrontate.
L’approccio di Amsterdam
Benché ovunque si trovino
singoli individui e aziende
disposte a cambiare, le azioni
messe in atto fino a ora sono
state insufficienti a causa
delle limitate capacità e degli
interessi divergenti dei diversi
stakeholders. Le parti coinvolte
non formano una squadra,
e questo risulta in un impatto
finale troppo inconsistente.
Il divario tra intenzioni e azioni
è troppo marcato; il progetto
Amsterdam Smart City tenta
di colmare questo divario con
la creazione di una piattaforma
di partner pubblico-privati.
Amsterdam Smart City è stato
sviluppato come acceleratore
di programmi climatici ed
energetici, promuovendo la
collaborazione tra i vari partner
e dando inizio a progetti volti
a ridurre le emissioni di CO2
e a incentivare le migliori prassi
a livello locale da espandere
poi su larga scala. Il fulcro
dell’approccio di Amsterdam
è che i “Living Lab” sono
utilizzati come progetti pilota.
Tali progetti vertono su
esperienze di vita reale e sul
potenziale adattamento di
tecnologia e servizi.
I principali obiettivi del
programma Amsterdam Smart
City sono i seguenti:
1. creare collaborazione
e partnership publico-private;
2. acquisire know-how in
materia di cambiamento
comportamentale;
3. ridurre le emissioni di CO2
stimolando le innovazioni
tecnologiche in materia di
risparmio energetico e
generazione di energia;
4. diffondere conoscenza e
comunicazione attiva di tale
know-how.
Nell’arco di due anni Amsterdam
Smart City ha dato il via a
16 progetti con oltre 60 diverse
aziende partner. I progetti
vertono su aree quali stile di vita
sostenibile, lavoro sostenibile,
mobilità sostenibile e spazi
pubblici sostenibili. Amsterdam
Smart City è la piattaforma
di prova di varie iniziative volte
a individuare quali iniziative
e processi siano sostenibili
per un’implementazione su
larga scala.
I progetti avviati
I numerosi progetti che sono stati
avviati finora dal programma
Amsterdam Smart City sono
fortemente incentrati sugli utenti
effettivi: cittadini, piccole-medie
imprese, locatari, bambini, ecc.
Nel distretto di Geuzenveld,
ad esempio, numerose residenze
sono state dotate di un contatore
intelligente e di un dispositivo
di retroazione a risparmio
energetico. Nella città di Harlem,
250 residenze hanno testato
i sistemi di gestione del consumo
energetico mediante prese
elettriche intelligenti.
Nel settore pubblico, numerose
scuole hanno preso parte
a una competizione sul risparmio
energetico, con una
conseguente riduzione del
consumo energetico pari al 10%.
Tramite i bambini che insegnano
ai genitori come risparmiare
energia, è stato senza dubbio
centrato l’obiettivo di
“apprendere facendo”.
Nella via Utrechtsestraat
(una tipica via commerciale di
Amsterdam), oltre 40 negozianti
hanno messo in atto misure
volte alla gestione e al risparmio
energetico, come l’illuminazione
a LED (con un risparmio di
energia, rispetto alle classiche
lampadine, fino all’80%).
I rifiuti sono attualmente ritirati
da un solo veicolo elettrico,
anziché da vari veicoli diesel.
In una casa del XVII secolo,
affacciata su un canale, è stata
installata da un consorzio di
imprese un’innovativa cella di
combustibile (con un’efficienza
che supera i più moderni
impianti di produzione di energia
elettrica) come primo test pilota.
Questa è solo una descrizione
generale di alcuni progetti:
maggiori informazioni e una
più ampia selezione di progetti
sono disponibili sul sito web
www.amsterdamsmartcity.nl.
Coinvolgimento
di partner e cittadini
In tutti i progetti pilota si è
stretta una forte collaborazione
tra i diversi partner coinvolti
nell’iniziativa e, al fine
di massimizzarne la diffusione
di conoscenza, sono state messe
in atto varie attività di
comunicazione tanto per
i partner quanto per i progetti.
Il coinvolgimento dei cittadini
dipende dai singoli progetti.
Per il programma Amsterdam
Smart City, il coinvolgimento
degli utenti finali dell’energia
(i cittadini) è di vitale importanza
in ragione del fatto che
le tecnologie testate sono
inutili senza l’accettazione e
l’esperienza degli utilizzatori
finali dell’energia. Promuovere
un cambiamento nelle abitudini
o nei comportamenti degli utenti
induce a un incremento della
domanda di tecnologie più
sostenibili. In uno dei progetti
è stato utilizzato un metodo
di “innovazione aperta” per
ottenere reazioni e risposte
da parte degli abitanti di
Amsterdam volte a superare
le resistenze che i consumatori
di energia hanno nel diventare
produttori di energia.
Le conoscenze chiave
Grazie alle attività del
programma Amsterdam Smart
City e al loro ampio raggio
di intervento, l’intera regione
di Amsterdam finisce col
riceverne un beneficio
economico. L’impatto è anche
maggiore grazie alla
collaborazione indiretta
derivante dagli effetti dello
stesso programma: un enorme
e inaspettato riconoscimento e
interesse a livello internazionale
che contribuisce al
raggiungimento degli obiettivi
di marketing della città.
Gli insegnamenti chiave
derivanti complessivamente dal
programma Amsterdam Smart
City sono i seguenti:
• la collaborazione tra i vari
stakeholders richiede tempo,
e i partner stessi devono essere
disposti a collaborare;
• la difficoltà maggiore nel
mettere in atto le tecnologie
non è la tecnologia in se stessa,
quanto l’adattamento degli
utenti finali;
• la facilità di utilizzo e i benefici
economici sono i principali
strumenti di richiamo per
i consumatori;
• le innovazioni vere e proprie
provengono da piccoli (giovani)
innovatori e una collaborazione
aperta con grandi imprese
può sicuramente accelerarle.
L’obiettivo principale dei
progetti pilota del programma
Amsterdam Smart City è di
individuare come si originino
17
18
queste differenti collaborazioni
e in che modo sia possibile
modificare il comportamento
degli utenti finali.
La fase successiva
Nel 2012 il provider di
telecomunicazioni KPN ha
aderito alla piattaforma ASC
come partner fondatore.
Con KPN e la municipalità
di Amsterdam, che sostengono
attivamente il programma
Amsterdam Smart City,
la piattaforma ha ora strumenti
migliori per ottenere un
maggiore impatto. Le iniziative
di prova e di apprendimento
avranno sempre un ruolo
importante; tuttavia,
il programma Amsterdam Smart
City si è evoluto optando per
uno specifico approccio
regionale. Unendo il fabbisogno
regionale con l’agenda di
investimenti locali, si genera
il potenziale per creare nuovi
prodotti e servizi, e per testarli
e adattarli in un ambiente reale,
il living lab (laboratorio vivente)
urbano.
* Joost Brinkman è senior manager
presso la Accenture Sustainability
Services ed è stato amministratore
delegato del progetto Amsterdam Smart
City tra il 2009 e il 2012. Ha ricoperto
vari incarichi nell’industria delle utility
e dell’energia sin dal 2000: presso Nuon
ha lavorato come ingegnere energetico
e in qualità di project manager
ha gestito vari progetti presso società
di servizi quali Alliander, Eneco, Dong
e Nuon. Di recente, Brinkman è stato
responsabile delle linee guida
gestionali e di sviluppo del programma
Amsterdam Smart City. È inoltre
il principale ideatore della strategia
di sostenibilità di Accenture in Olanda,
soprattutto per quanto riguarda
l’introduzione dei veicoli elettrici.
W
ith more than half the
world’s population
living in densely
populated cities, cities are the
best platform to share energy,
ideas and enthusiasm to build
a movement towards a more
sustainable future, enabled by
a new generation of grids.
Some of the key questions are
how to create initiatives with
substantial impact to reach
sustainable energy and carbon
reduction goals, how cities can
mobilize their inhabitants to
sense the urgency and take
action, and how cities mobilize
businesses to realize
technologies that support the
energy transition. Together with
the local grid operator Liander
and support of Accenture,
Amsterdam recognized and
acted on this challenge.
Climate goals of Amsterdam
The city of Amsterdam has set
a number of climate goals with
challenging deadlines:
• 40% CO2 reduction in 2025
from a 1990 baseline;
• 20% energy reduction in
2025 from a 1990 baseline;
• Municipal organization CO2
neutral before 2015.
At the same time the required
upgrade of current electricity
grids presents the perfect
opportunity to implement Smart
Grids, since they are also seen
as a key enabler to address
climate issues through the use
of two way communications
to maximize energy efficiency
and meet demand with supply
from renewable sources.
Amsterdam Smart City
Amsterdam Innovation Motor
(AIM) was established to
maintain and consolidate the
trendsetting position of the
Amsterdam region in the
knowledge economy. AIM is
directed by the Amsterdam
Economic Board. It promotes
innovation, cooperation and
new business in the Amsterdam
region. Together with
grid-operator Liander, AIM
recognized these challenges
and opportunities and has
designed and initiated a
program to make a substantial
impact on the energy transition
need. The program focuses on
four areas (sustainable living,
working, mobility and public
space), corresponding
to the largest CO2 emitters.
It is supported by intelligent
technologies like smart meter
or smart grid technology.
In order to maximize the result
of this joint effort from the
partners, the end-users that
will ultimately have to make the
energy transition are actively
involved. The ultimate goal
is to create a demand pull for
more sustainable technologies.
This article describes
Amsterdam Smart City, its
intermediary results and the
main policy and governance, as
well as challenges it has faced.
The Amsterdam Approach
Although individuals and
businesses everywhere are
willing to change, too little
action has been taken so far
due to the limited capabilities
and different interests of
separate stakeholders.
The required parties do not
team up, resulting in too little
impact being made. There is
a clear gap between intentions
and actions; by setting up a
platform for public and private
partnerships Amsterdam
Smart City tries to fill this gap.
Amsterdam Smart City is
designed as an accelerator for
climate and energy programs,
bringing parties together and
initiating projects that reduce
CO2 and yield local best
practices for full-scale roll out.
The essence of the Amsterdam
approach is that “Living Labs”
are being used for pilot-projects.
Pilots focus on real life
experience and potential
adaptation of technology and
services. The main objectives
of the Amsterdam Smart City
program are to:
1. Create collaboration and
public-private partnerships.
2. Gain knowledge in
behavioral change.
3. Reduce CO2 by stimulation
of technical innovations
regarding energy saving and
generation.
4. Disseminate knowledge and
active communications of these
learning’s.
Over a period of two years
Amsterdam Smart City has
initiated 16 projects, with over
60 different participating
organizations. The projects are
focusing on areas such as
sustainable living, sustainable
working, sustainable mobility
and sustainable public spaces.
19
Amsterdam Smart City tests
different initiatives to determine
which initiatives and processes
are suitable for large-scale
implementation.
Initiated Projects
The multiple projects initiated
so far by Amsterdam Smart City
have a strong focus on the
actual users: citizens, small and
medium enterprises, tenants,
children, etc. For instance, in
the Geuzenveld neighborhood
a number of inhabitants was
provided with a smart meter
and an energy feedback device.
In the city of Haarlem,
250 households tested energy
management systems with
smart plugs.
In the public space, an energy
savings contest between several
schools was held, with a 10%
energy reduction as result.
With kids teaching their parents
on energy savings, the goal
of “learning by doing” was
certainly realized.
In the Utrechtsestraat (a genuine
Amsterdam shopping street)
over 40 shop owners
implemented a broad range of
energy management and
energy saving measures like
LED-lighting (saving up to 80%
energy compared to classic light
bulbs). Also the waste in the
street is currently collected by
an electrical waste truck,
instead of multiple diesel trucks.
In a 17th century canal house,
a state of the art fuel cell
(with an electrical efficiency
outperforming most modern
energy plants) has been
installed by a consortium of
companies as a first test case.
This gives just a broad overview
of some projects. More projects
and background information
can be found on
www.amsterdamsmartcity.nl.
Involvement of
Partners and Citizens
In all pilots there is a close
contact with the partners
running the projects. Moreover,
in order to maximize knowledge
dissemination several types of
communication activities have
been initiated for both partners
and projects.
The involvement of citizens
depends on the specific project.
Involving the energy end-user
(citizens) is essential for
Amsterdam Smart City, since
the tested technologies are
useless without the acceptance
and experience of the energy
end-user. The stimulation
of behavioral change creates
a demand pull for more
sustainable technologies.
In one of the projects an
“open innovation” method was
used to obtain reactions and
answers from the inhabitants
of Amsterdam to overcome the
barriers for energy consumers
to become energy producers.
Key Learnings
Thanks to the activities of
Amsterdam Smart City and their
broad focus, the entire
Amsterdam region receives an
economic impulse. The impact
is even increased by the indirect
collaboration that originates
from the Amsterdam Smart City
effects: an unexpected enormous
international recognition and
interest contribute to the city’s
marketing goals.
The key learnings for the overall
Amsterdam Smart City program
are the following:
• Cooperation between
different stakeholders takes
time and stakeholders should
be open to cooperate.
• The main challenge in
implementing new technologies
is not the technology but the
adaption of the end users.
• Ease of use and financial
benefits are the key drivers
to seduce consumers.
• True breakthrough innovations
come from small (young)
innovators. Open cooperation
with large companies can
accelerate these innovations.
The main goal of Amsterdam
Smart City pilots is to learn how
these different co-operations
are created and how the
behavior of end-users can be
changed.
The Next Step
In 2012, telecom provider KPN
joined the ASC-platform as
founding partner. With KPN and
the City of Amsterdam actively
supporting Amsterdam Smart
City program, the platform is
better equipped to make more
impact. Testing and learning
will always stay relevant.
The Amsterdam Smart City
program has evolved and has
chosen a specific regional
approach. By combining
regional needs with the local
investment agenda, there is
the potential to create new
products and services,
and to test or scale them up in
a practical environment—the
urban living lab.
* Joost Brinkman is a Senior Manager
at Accenture Sustainability Services and
was Managing Director of the
Amsterdam Smart City between 2009
and 2012. He has been working in the
utility and energy industry since 2000
in several roles: as energy engineer
he worked for Nuon and as project
manager he led various projects at
utility companies like Alliander, Eneco,
Dong and Nuon. Recently Mr. Brinkman
was responsible for the overall
management and development of the
Amsterdam Smart City program.
He is also the driving force behind
the Accenture sustainability strategy
in the Netherlands, especially on the
introduction of electrical vehicles.
Città smart e sostenibilità: i giapponesi
Smart Cities & Sustainability: the Japanese
di Hiroshi Maruyama, Nobuko Asakai, Masahito Sugihara*
by Hiroshi Maruyama, Nobuko Asakai, Masahito Sugihara*
In Giappone, l’azione combinata di iniziative orientate verso l’esterno e ambiente politico interno ha trasformato il paese
in un luogo interessante per le imprese sostenibili e le Smart Cities
The combination of Japan’s externally facing drive and its domestic policy environment has transformed the country
into an attractive place for sustainable businesses and Smart Cities
20
Hiroshi Maruyama
I
l Giappone è stato per lungo
tempo uno dei paesi
maggiormente attivi nello
sviluppo di Smart Cities.
L’11 marzo 2011, il terremoto
e lo tsunami che hanno colpito
la regione di Tohoku, hanno poi
dato nuovo impulso all’impegno
della nazione in materia di
sviluppo urbano intelligente,
rendendo il paese il luogo
ideale per testare iniziative
analoghe a livello globale.
Le iniziative di Smart Cities
in Giappone si sono affermate
definitivamente nel 2010,
quando il Ministero
dell’Economia, Commercio
e Industria (MECI) ha coniato il
termine “comunità intelligente”.
L’origine di questo concetto,
tuttavia, risale alla creazione
della New Energy and Industrial
Technologies Development
Organization (NEDO), un ente
finanziato dal MECI e creato
sull’onda delle crisi energetiche
degli anni Settanta. Il lavoro
di R&S di NEDO comprende
il progetto Green Grid Initiative
condotto in New Mexico (Usa),
così come 57 progetti
tecnologici pilota in mercati
emergenti quali Cina, Malesia,
Myanmar e Tailandia.
In questo contesto, il concetto
di comunità intelligente ha
coinvolto non soltanto le reti
elettriche intelligenti, ma anche
Nobuko Asakai
Masahito Sugihara
una gamma più ampia di
tecnologie quali edifici
intelligenti, residenze smart,
veicoli elettrici e piattaforme
di integrazione ICT aperte alla
comunità. Ne è risultato un
forte sostegno governativo
per una sempre maggiore
integrazione strategica con
le migliori best practices a livello
internazionale.
I principali fattori propulsivi
delle Smart Cities in Giappone
sono rappresentati dalla
necessità di una crescita
nell’export, il desiderio di
attrarre gli investimenti globali
nell’innovazione e la questione
sempre più urgente
dell’energia. Con industrie
manifatturiere forti e un deciso
impegno politico, sembra che
le condizioni siano mature per
la nascita di Smart Cities in
Percentuale delle imprese tedesche
di energia rinnovabile interessate
al mercato giapponese
N= 124* imprese
Non interessate
al mercato
giapponese
Interessate
al mercato
giapponese
72 imprese
(58%)
52 imprese
(42%)
Giappone. Si può tuttavia fare
di più per ottenere una reale
innovazione urbana su ampia
scala. Entro il 2025, il 30%
della popolazione giapponese
attualmente impiegata o in
cerca di un impiego sarà ultra
sessantenne. Per affrontare
i temi gemelli di “sostenibilità”
ed “economia d’argento”,
le città e le organizzazioni
dovrebbero andare oltre il tema
dell’energia, essere meno
“gadget-driven” e più concrete
nelle modalità d’azione in un
momento di cambiamento
demografico. Le città rurali
potrebbero sentire l’esigenza
di trovare una piattaforma
per rivitalizzare le loro economie
mentre le organizzazioni
dovrebbero creare nuove
definizioni di valore per adattarsi
a una società in cambiamento.
L’azione combinata
dell’apertura del Giappone
verso l’esterno e il suo ambiente
politico interno ha trasformato
il paese in un luogo di interesse
per le imprese sostenibili,
le quali a loro volta dovranno
Voci delle imprese
✓“Interessate al Giappone come nostro
prossimo mercato poiché esiste una
domanda di prodotti finali di elevata
qualità”
✓“Il Giappone possiede oltre 100 integratori
BIPV – estremamente interessanti”
✓“Il Giappone è un mercato nascente ed è
interessante”
✓“Pensiamo che il mercato giapponese sia
destinato a crescere in maniera sostanziale
nell’immediato futuro”
* Il numero totale delle imprese tedesche intervistate
in occasione della Intersolar Europe 2012
Fonte: inchiesta Accenture per il progetto Invest Japan del MECI.
✓“Stiamo valutando di accedere al mercato
giapponese in ragione della potenziale
crescita del mercato grazie al nuovo sistema
di tariffe incentivanti per le rinnovabili”
21
mantenere vivo lo slancio alla
sostenibilità delle Smart Cities.
In una recente inchiesta
per il progetto Invest Japan
del Ministero dell’Economia,
Commercio e Industria, condotta
da Accenture in occasione
dell’Intersolar Europe 2012
svoltasi in Germania a sostegno
dell’iniziativa governativa
giapponese Invest Japan,
il 42% degli intervistati tedeschi
ha espresso positivo interesse per
il Giappone quale destinazione
degli investimenti.
La crescita green è ora di vitale
importanza per attrarre
investimenti stranieri diretti in
Giappone. Solo nell’ultimo anno,
le società che si occupano
di solare, quali Gestamp,
Sillen, Yingli, Solarworld,
hanno annunciato piani di
investimento in Giappone,
e società come Dyesol
e Intelligent Energy Holdings
hanno in previsione la creazione
di centri di R&S sostenuti dal
governo giapponese.
Questi progetti di più lungo
termine in materia di energia,
andamento delle esportazioni
e investimenti nell’innovazione
sono emersi con forza
l’11 marzo 2011.
La conseguente fusione
nucleare nella centrale di
Fukushima ha condotto il
Giappone a una crisi energetica
a livello nazionale e alla
necessità di ricostruire la
regione di Fukushima. Le Smart
Cities sono diventate da allora
un punto focale nell’agenda
politica giapponese.
Le città intelligenti non esistono
in una situazione di vuoto
politico, e l’11 marzo
ha innescato un rapido
cambiamento. Nel periodo
successivo all’11 marzo,
il governo ha offerto ai
produttori di energia 42 yen
per kilowattora di energia
elettrica prodotta da impianti
fotovoltaici, se gli stessi
avessero prodotto 10 kW o più.
Le tariffe relative all’elettricità
sono aumentate in media
di 87 yen mensili e l’infuocato
dibattito sul futuro del mix
energetico del Giappone è un
tema centrale delle elezioni
del paese.
In conseguenza della crisi,
l’80% dell’elettricità sarà
calcolata in maniera intelligente
entro il 2016. L’introduzione
dell’energia rinnovabile dovrà
essere accelerata con case
a emissioni zero ed edifici
a emissione zero. Nel 2014
saranno completati quattro
progetti pilota nazionali di
tecnologia riguardanti le Smart
Cities in città quali Yokohama e
Toyota City, e i risultati saranno
applicati a livello nazionale.
Progetti come Aizu Wakamatsu
a Fukushima e il progetto
Fujisawa Sustainable Smart
Town della Panasonic sono
annoverati tra i primi progetti
ad andare oltre il tema energia
e ad allineare i loro obiettivi
a un futuro più a lungo
termine. Benché molto diversi
per portata e scopo, questi
progetti offrono una visione
d’insieme di cosa ci si possa
aspettare.
La città di Aizu Wakamatsu
Aizu Wakamatsu, una città di
125.000 abitanti, stava già
vivendo un declino industriale
prima del terremoto. La capitale
storica si trova fuori dall’area
di contaminazione radioattiva
ed è diventata il rifugio per
molti evacuati. Qualche mese
dopo il terremoto, Accenture
ha siglato una partnership con
la municipalità e l’università
di Aizu nell’intento di dare
nuovo impulso all’industria
e trasformare la città di Aizu
Wakamatsu in un centro per
l’energia rinnovabile e per
la fornitura di servizi ICT.
Aizu è caratterizzata da una
crescita sostenibile ottenuta
mediante l’innovazione aperta
e le reti ICT.
NTT DOCOMO ha lanciato
lo sviluppo di una applicazione
remota e un centro di prova
per dispositivi intelligenti.
Il governo giapponese sta
sostenendo servizi pilota basati
sulla tecnologia della nuvola
a integrazione di sensori
all’interno della città.
Queste nuove forme di
collaborazione tra industria,
mondo accademico e governo
possono essere la chiave di
volta per una transizione da
realtà pilota a realtà su vasta
scala.
Il progetto Fujisawa
Sustainable Smart Town
Il progetto Fujisawa Sustainable
Smart Town (FSST) è un nuovo
progetto di sviluppo condotto
da Panasonic. FSST sarà creato
su un’area dismessa di 19 ettari
di proprietà della società
Panasonic, dove si prevede
entro il 2018 la costruzione
di 1.000 case per 3.000 abitanti
in totale, destinate alla vendita.
Nell’intento di “portare
l’energia a nuova vita”,
il progetto FSST ha obiettivi
ambiziosi, inclusa una riduzione
di CO2 del 70% rispetto
al 1990, ottenendo tassi
di energia rinnovabile pari
ad almeno il 30%. Si prevede
inoltre un piano Community
Continuity Plan (CCP) a
garanzia di una linea di energia
autosufficiente per tre giorni
in caso di emergenza, come
l’interruzione di erogazione
dell’energia elettrica.
Questo obiettivo finale di
sicurezza è stato introdotto
22
dopo l’11 marzo.
L’uso di tecnologie innovative
di elevata qualità, sviluppate
grazie alle solide basi
tecnologiche di Panasonic
e volte a soddisfare le necessità
di una società in cambiamento,
sarà la caratteristica distintiva
del progetto FSST. Si prevede un
servizio di gestione dell’energia
per introdurre in totale circa
tre megawatt da pannelli
fotovoltaici e circa tre megawatt
da batterie di stoccaggio Li-Ion.
Un servizio di rete di sicurezza
collegherà l’illuminazione
con sensori per ottimizzare l’uso
dell’energia. Il progetto FSST
prevede inoltre di dare un forte
impulso a servizi generali
di mobilità condivisa che
includano biciclette elettriche
complete di batterie sostituibili,
supportate da stazioni di ricarica
della batteria che potranno
essere utilizzate per fornire
molteplici servizi di erogazione.
Il progetto Fujisawa ha lanciato
una joint venture per la
gestione delle città. Il progetto
FSST sarà il primo a lanciare
un modello di gestione
commercialmente fattibile per
i servizi di gestione urbana
in Giappone che affronti la sfida
a lungo termine di creare un
ritorno economico sostenibile
per finanziare i servizi stessi.
Il servizio di gestione urbana
è pianificato per fornire un
accesso centralizzato per otto
settori quali energia, mobilità,
sicurezza e gestione delle
attività, e include un modello
di co-proprietà dei beni della
città per migliorare il valore
della comunità e delle proprietà.
La gestione urbana JV
è innovativa come un qualsiasi
sviluppo tecnologico.
Ad esempio, il JV prevede di
integrare dati da telecamere di
sicurezza, sia statali che private,
e sensori di illuminazione a LED.
Il piano comprende elementi
per incentivare gli abitanti ad
aiutare a sorvegliare la
comunità. La Panasonic ha
espresso l’intenzione di lavorare
con un istituto di ricerca
per chiarire il tasso SROI
(Social Return On Investment –
Ritorno sociale sugli
investimenti), oppure, in altri
termini, il valore pubblico
creato mediante la transizione
al modello di co-proprietà
su scala cittadina.
La leadership di Panasonic nel
progetto Fujisawa è a riprova
del nuovo impulso che l’idea
delle città intelligenti ha avuto
in Giappone. La sostenibilità
ambientale resta un tema
centrale, e “l’economia
d’argento” sta anch’essa
acquistando un’importanza
sempre maggiore.
La collaborazione tra il settore
pubblico e quello privato
potrebbe inoltre aiutare
a sviluppare l’infrastruttura
urbana in modi consoni
a cogliere le sfide energetiche
del paese, così come ad attrarre
investimenti globali a sostegno
dell’esportazione e della
performance economica
a lungo termine.
La lezione appresa in Giappone
e nel mondo si sta attualmente
applicando in Italia.
Gli imperativi chiave
comprendono:
1. integrare le Smart Cities
all’interno della strategia
nazionale riguardante il mix
di combustibili;
2. considerare le Smart Cities
in un’ottica nazionale
e organizzare il programma
nazionale in funzione delle stesse;
3. implementare progetti pilota
verticali specifici in grado
di creare sinergie e vetrine
a esemplificazione di possibili
applicazioni altrove;
4. coinvolgere i maggiori
soggetti high tech a livello
nazionale per testare,
industrializzare e trovare la
soluzione adatta ad aumentare
la competitività di tali aziende;
5. non esitare a mettere in atto
iniziative al presente, ma
impegnarsi anche in strategie
di lungo termine.
* Hiroshi Maruyama è amministratore
delegato dei gruppi di Servizi e Risorse
di Sostenibilità di Accenture.
Il suo lavoro prevede la formulazione
di master plan per le infrastrutture
urbane, compresi i servizi pubblici
e le città intelligenti. Ha preso parte
a una vasta gamma di progetti di
consulenza, principalmente in campo
chimico, dell’industria dei materiali
e della produzione di energia,
occupandosi sia di formulazione
di strategie di crescita e ristrutturazione
aziendale, sia di rinnovamento aziendale
e organizzativo a livello globale.
* Nobuko Asakai è la capo area
giapponese per il settore Sustainability
Services di Accenture. Ha preso parte
a progetti di infrastrutture intelligenti
sin dal 2008, tra cui i progetti Fujisawa
SST, Aizu ed Estonia. È stata inoltre
a capo del maggiore progetto pilota
di Smart City – Yokohama Smart
City – vincitore del summit Barcelona
World City nel 2011.
* Masahito Sugihara è senior manager
del gruppo Strategy di Accenture
e ha maturato esperienza sul campo
in materia di sostenibilità. Ha trascorso
gli ultimi cinque anni a sviluppare
esperienze relativamente a IT Green,
reti elettriche intelligenti, veicoli elettrici
e a energia rinnovabile, tecnologie
intelligenti e urbanizzazione sostenibile.
Negli ultimi tre anni si è dedicato
al progetto Fujisawa Sustainable Smart
Town (SST) della società Panasonic,
partendo da un progetto iniziale di
master plan, sino all’effettivo lancio
dell’attività. Ha inoltre sostenuto
l’implementazione globale di pannelli
fotovoltaici, batterie di stoccaggio e
tecnologia HAN (Home Area Network),
al fine di promuovere il modello
Fujisawa SST a livello mondiale.
J
apan has long been one of
the most active countries in
the development of Smart
Cities. But on March 11, 2011
(3.11), the earthquake and
tsunami that struck the Tohoku
region gave a new impetus to
the nation’s commitment to
intelligent urban development,
making the country a test bed
for similar initiatives worldwide.
Japan’s smart city initiatives got
fully underway in 2010 when
the Ministry of Economy, Trade
and Industry (METI) coined the
term “smart community”.
However, its origins go back to
the creation of the New Energy
and Industrial Technologies
Development Organization
(NEDO), a METI financed body
that was established in the
wake of the energy crises of the
1970s. NEDO’s R&D work has
included the Green Grid
Initiative in New Mexico, USA,
as well as 57 technology pilots
in emerging markets such as
China, Malaysia, Myanmar,
and Thailand. Against this
background, the smart
community concept has
encompassed not just smart
grids but a broader range of
technologies such as intelligent
buildings, smart homes, electric
vehicles and community wide
ICT integration platforms.
The result is strong government
support for integration with
international best practices.
The principal drivers for Smart
Cities in Japan are the need for
export growth, the desire to
attract global investment in
innovation and the increasingly
severe issue of energy.
With strong manufacturing
industries and political
commitment, the conditions
seem ripe for Smart Cities
in Japan. Yet, more can
be done to achieve true urban
innovation at scale. By 2025,
30% of the Japanese population
who are today employed or
seeking employment will be
over 60. To address the twin
themes of “sustainability”
and “silver economy” cities and
corporations should go beyond
energy, be less “gadget” driven,
and be pragmatic about how
to operate during a time of
Ratio of German Renewable Energy
Companies Interested in the
Japanese Market
demographic shift. Rural towns
may need to find a platform to
revitalize their economies, and
corporations must create new
definitions of value to adapt
to a changing society.
The combination of Japan’s
externally facing drive and its
domestic policy environment
has transformed Japan into an
attractive place for sustainable
businesses, which in turn
should maintain momentum in
Smart Cities. In a recent survey
for METI’s Invest Japan project
conducted by Accenture at
Intersolar Europe 2012 in
Germany to support the
Japanese government’s Invest
Japan initiative, 42% of the
German participants expressed
positive interest in Japan as an
investment destination.
Green growth is now central to
attracting foreign direct
investment into Japan. In the
last year alone, solar companies
such as Gestamp, Sillen, Yingli,
Solarworld, announced plans to
launch operations in Japan, and
companies such as Dyesol and
Intelligent Energy Holdings will
Companies’ Voices
N= 124* Cos.
✓ “Interested in Japan as our next market,
since there is a demand for high-end
products”
Not interested
in the Japan
Market:
Interested
in the Japan
Market:
72 Cos.
(58%)
52 Cos.
(42%)
✓ “Japan has more than 100 BIPV
integrators --- extremely interesting”
✓ “Japan is a starting market and is
interesting”
✓ “We assume the Japan market will grow
substantially in the near future”
* The total number of German companies
interviewed at Intersolar Europe 2012
Source: Accenture survey for METI’s Invest Japan project.
✓ “Thinking about entry into the Japanese
market, given the potential market
increase from the new Feed-in-Tariff
system”
be creating R&D facilities
supported by the Japanese
government.
These longer term issues of
energy, export performance and
investment in innovation were
put into stark relief on
March 11, 2011.
The consequent nuclear
meltdown at the Fukushima
power plant presented Japan
with a domestic energy crisis
and the need to reconstruct the
Fukushima region. Smart Cities
have since taken center stage
on Japan’s agenda.
Smart Cities do not exist in
a policy vacuum, and 3.11
catalyzed a rapid change.
In the aftermath of 3.11,
the government offered energy
producers 42 yen per
kilowatt-hour for solar-generated
electricity, should they produce
10 kw or more. Electricity rates
have increased 87 yen per
month on average and the
heated debate over the future of
Japan’s energy mix is a central
theme in the country’s elections.
As a result of the crisis,
80% of electricity will be smartly
metered by 2016.
The introduction of renewable
energy is to be accelerated with
Zero Emission Houses (ZEH) and
Zero Emission Buildings (ZEB).
Four national Smart City
technology pilots in cities such as
Yokohama and Toyota City,
will be completed by 2014, and
the findings will be leveraged
for a nationwide rollout.
Projects like Aizu Wakamatsu in
Fukushima and Panasonic’s
Fujisawa Sustainable Smart
Town are among the first
projects to go beyond energy
and realign their compass for
the longer term future.
Although vastly different in scale
and scope, these projects offer
insight into what is to come.
Aizu Wakamatsu City
A city of 125,000 residents,
Aizu Wakamatsu, was already
suffering from industrial decline
23
24
when the earthquake struck.
The historic capital sits outside
the radiation contamination
zone and became home to
many evacuees. A few months
after the earthquake, Accenture
established a partnership with
the City and Aizu University
in an effort to reinvigorate
industry and transform Aizu
Wakamatsu city into a center
for renewable energy and ICT
outsourcing.
Sustainable growth through
open innovation and ICT
characterize Aizu.
NTT DOCOMO has launched a
remote application development
and test center for smart
devices. The Japanese
government is supporting pilot
cloud-based services that
integrate sensors throughout
the city. Such new forms of
collaboration between industry,
academia, and government may
be key to the transition from
pilot to scale.
Fujisawa Sustainable
Smart Town
The Fujisawa Sustainable Smart
Town (FSST) is a new
development project led by
Panasonic. The FSST will be
built from scratch on a
19-hectare former factory site
owned by Panasonic, and a
total of 1,000 homes to be
occupied by 3,000 people are
scheduled to be built for sale by
2018. With an aim to “bring
energy to life”, the FSST has
ambitious targets, including
reducing CO2 by 70%
compared to 1990 and
reaching renewable energy
usage rates of at least 30%.
Also planned is a Community
Continuity Plan (CCP) to secure
a 3-day energy lifeline in the
event of an emergency such as
a power outage. This final goal
on safety and security was
included after 3.11.
The use of high-quality cutting
edge technologies, built upon
the bedrock of Panasonic’s
technical foundation and
informed by the needs of
changing society is planned to
be the hallmark of the FSST.
A planned energy management
service is projected to introduce
a total of approximately
3 megawatts of solar panels
and approximately 3 megawatts
of li-ion storage batteries.
A planned security network
service is intended to link
lighting with sensors to
optimize energy use. The FSST
is also planned to boast
comprehensive mobility sharing
services that include E-bikes
with replaceable batteries,
backed up by battery swap
stations that can be used to
provide a variety of delivery
services.
The Fujisawa project has
launched a joint venture
company for town management.
The FSST is to be the first to
launch a commercially viable
management model for town
management services in Japan
that addresses the long term
challenge of creating sustainable
revenue to finance such
initiatives. The town
management service is planned
to provide one-stop access for
eight services such as energy,
mobility, security, and asset
management and include a
shared ownership model of the
town’s assets to improve
community and property value.
The town management JV is as
innovative as any technology
development. For example, the
JV is expected to integrate data
from government and private
sector owned security cameras
and LED lighting sensors.
The plan includes elements to
encourage residents to help
patrol the community.
Panasonic has indicated an
intention to work with a
research institution to clarify
the SROI (Social Return On
Investment), or in other words,
the public value created
through the transition to the
shared ownership model at
a city scale.
Panasonic’s leadership in the
Fujisawa project is a testament
to the reinvigorated approach
to Smart Cities in Japan.
Environmental sustainability
remains central, and the “silver
economy” is also growing
in importance. However the
collaboration between private
and public sectors may also
help to redevelop urban
infrastructure in ways that
address the country’s energy
challenges as well as attract
global investment that supports
Japan’s long term export and
economic performance.
The lessons learned in Japan
and around the world are now
being applied in Italy.
The key imperatives include:
1. Integrate Smart Cities as part
of a national fuel mix strategy.
2. Look at Smart Cities with the
country lens and organize your
national program around it.
3. Implement vertical and
focused pilots that can create
synergies and showcases to
demonstrate possibilities
elsewhere.
4. Involve the largest and high
tech national champions to test,
industrialize and find the right
way forward, which could
increase the competitiveness of
those companies.
5. Do not hesitate to implement
initiatives now, but commit to a
long term strategy.
* Hiroshi Maruyama is a Managing
Director in Accenture’s Sustainability
Services and Resources groups.
His work includes formulation of master
plans for urban infrastructure, including
public services and intelligent cities.
He has been involved in a wide variety
of consulting projects, mainly in the
chemicals, materials and energy
industries, ranging from growth
strategy formulation and business
regeneration to business and
organizational reform at a global level.
* Nobuko Asakai is the Japan lead for
Accenture’s Sustainability Services.
She has been involved in intelligent
infrastructure projects since 2008,
such as Fujisawa SST, Aizu and Estonia
amongst others. She has also led
Japan’s largest Smart City
pilot—Yokohama Smart City, winner of
Barcelona World City summit in 2011.
* Masahito Sugihara is a Senior
Manager of Accenture’s Strategy group
and belongs to sustainability practice.
He has spent the last 5 years developing
expertise in Green IT, smart grid,
renewable, electric vehicles,
smart technologies and sustainable
urbanization. For the last 3 years,
he has been dedicated in the Panasonic
Fujisawa Sustainable Smart Town (SST)
project, supporting from an initial
master plan design to actual business
launch. Also, he has been supporting
global implementation of solar panels,
storage batteries and HAN (Home Area
Network) technology, in order to
promote the Fujisawa SST model to the
entire world.
L’Architetto e la Smart City
The Architect And The Smart City
Intervista a Odile Decq*
Interview with Odile Decq*
Un’architettura correlata sempre meno alla semplice produzione di forme e sempre più alla creazione di relazioni
intelligenti che aiutino le persone a vivere meglio
An architecture less oriented toward things shape and more toward intelligent matchmaking, helping people live better
prendere, quanto tempo
sarà necessario per arrivare
a destinazione, ecc.
Volendo applicare al territorio
urbano la nozione di progresso
che vediamo applicata agli
oggetti, possiamo dire che
la Smart City è qualcosa
che in un certo senso facilita
la vita dei cittadini.
Odile Decq
S
olitamente parlando
di Smart City si pensa
a piani, strategie,
programmi, piattaforme,
tecnologie per l’innovazione.
Tra l’altro l’Europa presenta
anche una contraddizione
per il fatto che quando
si parla di città in generale
si tratta di città storiche.
Con il Museo MACRO
a Roma lei ha acquisito una
certa esperienza in questo
senso. Cosa significa per lei
“Smart City”?
La Smart City è una questione
che interessa il territorio in
termini di reti e di infrastrutture.
Si tratta di qualcosa che a livello
fisico ha sulla città un impatto
minore rispetto all’urbanistica;
si tratta di qualcosa di correlato
alle comunicazioni e alle
infrastrutture. Io penso che la
Smart City possa anche essere
una città storica, il che
rappresenterebbe una sfida
affascinante in ragione
del fatto che ne sembra una
contraddizione, ma è proprio
questo l’aspetto interessante.
Se prendo in considerazione
Roma, in qualche modo questa
città è già una città intelligente
per la struttura stessa delle sue
strade e delle sue piazze,
e per l’organizzazione
territoriale che mette in
comunicazione costante i suoi
cittadini. In questo senso, si può
dire che è una città intelligente.
Oggi, tuttavia, quando si parla
di Smart City si fa riferimento
all’idea di tecnologia, collegata
a sua volta al sistema di
comunicazione. Ciò comporta
che, a una fermata di autobus,
ad esempio, è possibile sapere
dal proprio cellulare dove
si trova la fermata successiva
rispetto al luogo in cui ci
si trova: è possibile quindi
programmare il proprio viaggio
sapendo con quale frequenza
passa l’autobus, la direzione da
La domanda sorta di recente
è se l’architettura può
esserne partecipe...
Certamente. Attualmente sto
lavorando a un progetto nel
nord della Francia, su un’isola
all’interno della città, dove
lavoriamo all’applicazione di
una “smart grid”. L’intelligenza
consiste proprio in questo,
la messa in rete o la messa in
relazione o l’informatizzazione
che viene sviluppata all’interno
di un quartiere reale su
quest’isola. Si tratta, in sostanza,
di fornire la possibilità ai singoli
individui di semplificare la
propria vita rispetto agli oggetti
e alle tecnologie di cui hanno
bisogno per vivere. Oggigiorno
si sperimenta già questo
concetto nel concreto, con le
auto. L’auto ti parla, ti mette in
guardia, ti avvisa se è presente
Great site of Homo Erectus Fossil Museum, Nanjing, China.
un ostacolo quando fai
retromarcia, ti avverte della
presenza di ostacoli davanti
a te, si accende da sola.
Fa tutto da sola, tutto; l’auto di
oggi è un oggetto “intelligente”.
Lo stesso concetto viene
applicato alla città,
all’organizzazione della città e
alle necessità presenti all’interno
della città: gli spostamenti,
le relazioni tra gli individui,
le connessioni tra gli edifici
e quindi l’architettura.
Di fatto l’architettura, nella sua
accezione di forma o oggetto,
non è materia specifica delle
Smart Cities. È buffo perché
quando si parla di Smart Cities
e quando si guardano le
immagini elaborate dagli
architetti si tratta sempre
di immagini futuriste perché
si tende a elaborare immagini
futuriste. Queste immagini,
però, non differiscono di molto
dalle immagini futuriste degli
anni Sessanta. È una forma
futurista, se così posso dire,
che è stata ereditata dal
periodo più futurista che
abbiamo avuto, e cioè gli anni
Sessanta. Si tratta dello stesso
sviluppo che si è avuto negli
anni Ottanta, quando si è
25
26
cominciato a lavorare con forme
flessibili che i computer hanno
poi aiutato a realizzare,
e sono stati sviluppati software
in grado di ottenere queste
forme, ecc. Tutto questo
progresso ha creato forme
architettoniche più fluide.
Ma l’”architettura intelligente”
è tutto questo? Non penso, tutto
questo è soltanto una forma.
Forse i materiali possono
essere influenzati dalla
“smartness”?
I materiali, sì, perché oggi, nella
fase di sviluppo dei materiali,
si è in grado di aggiungere
intelligenza alla materia.
Prendiamo ad esempio i tessuti;
è incredibile l’evoluzione che si
è avuta. Oggi esistono tessuti
che puoi indossare e che
possono contenere dei
trattamenti farmacologici per
curare una specifica malattia.
Esistono tessuti in grado di
contenere sostanze medicinali,
oppure di riscaldare a richiesta,
a seconda del grado di freddo
all’esterno. Se fuori fa freddo,
di colpo il tessuto reagisce
e ti riscalda, oppure si rinfresca
se fuori fa caldo. Oggigiorno
esistono tessuti intelligenti
che sono veramente incredibili.
Sono come i materiali che
hanno memoria della forma:
prendi un metallo, o un
materiale che sembra di
metallo, lo metti in forma e
questo è in grado di “ricordarsi”
della forma in un secondo
momento, conservandone
memoria, e anche se il pezzo
di metallo viene appiattito,
riprende di nuovo la forma che
gli si era data. Oggi esiste una
grande quantità di materiali
come questi. La “smartness”
viene così applicata alla fisica.
Quando si osservano gli sviluppi
della fisica ci si rende conto
che effettivamente vi è una
continua ricerca di nuovi
prodotti risultanti da un mix di
più materiali diversi a cui viene
applicata l’intelligenza.
Great site of Homo Erectus Fossil Museum, Nanjing, China.
Sì, è evidente che i materiali
sono importanti, e sono
importanti all’interno delle
Smart Cities, e della “smart
grid”. Pensa che per ottenere
tali materiali possa essere
interessante fare ricerca
come architetto, o fare
ricerca su più larga scala?
Ritengo che per gli architetti
possa essere interessante entrare
in contatto con chi fa ricerca sui
materiali, come penso pure che
chi sta sviluppando questi nuovi
materiali abbia bisogno degli
architetti per sapere di cosa c’è
necessità. Questo in ragione
del fatto che il modo di pensare
degli architetti si caratterizza
per una eccezionale capacità
di sintesi di una grande quantità
di informazioni, che poi è il
principio stesso dell’architettura.
Per questa ragione può essere
interessante avviare una
collaborazione che permetta
di creare sinergie innovative
rispetto alla messa in relazione
del progetto con la robotica,
le biotecnologie, i problemi
legati al cambiamento della vita
quotidiana, lo stile di vita dei
giovani e degli anziani.
La sua idea di Smart City
come città dove la tecnologia
possa essere di aiuto
anche agli anziani mi sembra
interessante... sarebbe
magnifico avere degli esempi.
Ben volentieri. Il quartiere
di cui parlavo prima, dove sto
lavorando, nel nord della
Francia. Il sindaco di questa
città è un deputato europeo
ed è medico. Si interessa agli
anziani e lavora come medico
con questa fascia di età.
Quando ho parlato con lui,
a più riprese mi ha detto:
“In realtà non esiste l’anziano
come tipologia unica di
individuo, ma vi sono vari livelli
di anzianità: da chi mantiene
inalterata la propria abilità
motoria ed è autosufficiente,
a chi non lo è. Tra i due estremi,
esiste tutta una serie di livelli,
e oggi si vive sempre più
a lungo, si può vivere fino
a centodieci anni, e si considera
una persona “anziana”
a sessant’anni . Da sessanta
a cento fanno quindi
quarant’anni con varie tappe
possibili di invecchiamento.
E poi c’è chi a cento anni
è ancora perfettamente
autonomo, in grado di spostarsi,
Non è quindi preoccupata
per il suo futuro di
architetto, ma in linea
di principio ritiene che gli
architetti abbiano ancora
una funzione, un ruolo,
all’interno delle Smart Cities?
Certamente, il ruolo è proprio
quello di riflettere su tutto
questo. Ecco perché ritengo
che il ruolo dell’architetto sia
sempre meno correlato alla
semplice produzione di forme
e sempre più alla creazione
di “relazioni” intelligenti che
aiutino le persone a vivere
meglio. Pensare alla forma
è sicuramente importante,
ma non è sufficiente, oggi non
è senz’altro più sufficiente...
È per questo che sono
interessata agli aspetti sociali,
ed è per questo che le grandi
questioni legate alla scienza e
alla tecnologia – dalla medicina
all’architettura – mi toccano
molto da vicino: perché questo
vuol dire lavorare per il bene
degli individui.
Phantom Restaurant Opera Garnier, Paris.
in perfette condizioni mentali
e sano. Allo stesso tempo,
si avverte a quell’età un
affaticamento del corpo che
necessita di aiuto e non di
oggetti. Un altro aspetto
da evitare è quello di creare
all’interno della città dei luoghi
dedicati solo agli anziani.
L’idea quindi per il nostro
quartiere è quella di dire
“ecco, ci sono delle persone
specializzate nella gestione degli
appartamenti per anziani”:
abbiamo quindi l’organizzazione
e gli aiuti, ma non vogliamo
costruire edifici per soli anziani.
Intendiamo vendere a queste
imprese vari appartamenti
dislocati un po’ dappertutto
all’interno del quartiere
dove inserire gli anziani.
Gli operatori dovranno gestire
gli appartamenti nei vari punti
della zona. Questa scelta
contribuirà a mischiare gli
anziani con i giovani e quindi
con le famiglie, con i bambini,
al fine di permettere alla città
di ricostituirsi come un sistema
misto e non separato.
Questo è un concetto
interessante ed è anche per
questa ragione che in
quest’isola (anche in ragione
del fatto che abbiamo EDF,
la società elettrica, come nostro
partner) appronteremo delle
piccole utilitarie elettriche a
disposizione degli abitanti.
Questo grazie alla particolare
conformazione del luogo, per
il fatto che si stratta di un’isola,
di un’area delimitata, in qualche
modo isolata, e comunque con
grandi distanze da percorrere
al suo interno. Invece che
utilizzare la propria auto, gli
abitanti potranno rivolgersi a
una società specifica dedicata
agli spostamenti all’interno
dell’isola. Sarà come una specie
di hotel, dove un concierge sarà
in grado di offrire vari servizi,
anche l’uso di un’auto elettrica.
Sarà semplicemente necessario
prenotare l’auto elettrica:
il custode te la manda, tu la
prendi, la puoi riportare oppure
puoi lasciarla in città, come
preferisci. In questo modo viene
creato tutto un sistema di
servizi all’interno del quartiere
volto a semplificare la vita degli
abitanti: non si tratta solo di un
progetto che siamo in grado di
realizzare, ma si tratta anche
di un progetto appassionante
su cui val la pena riflettere.
* Tra le principali esponenti delle
avanguardie nell’architettura
contemporanea, Odile Decq fonda lo
studio ODBC insieme a Benoît Cornette,
con cui lavora fino alla sua tragica
scomparsa nel 1998. Nel 1990
realizzano la Banque Populaire de
l’Ouest a Rennes, edificio più volte
premiato che li avvia alla notorietà
internazionale. Le loro ricerche sono
coronate dal Leone d’Oro alla Biennale
di architettura di Venezia nel 1996.
Alla morte di Cornette, Odile Decq
rimane sola alla guida dello studio
ODBC. Il suo profilo sulla scena
internazionale è ulteriormente
consolidato dal successo ottenuto con
il progetto del MACRO, museo d’arte
contemporanea della città di Roma,
inauguratosi nel maggio 2010. Insignita
di numerosi importanti riconoscimenti,
è fortemente impegnata nella didattica
(Ecole Spéciale d’Architecture di Parigi,
che dirige fino al 2012) ed è visiting
professor in diverse università straniere,
tra cui la prestigiosa Columbia University
di New York.
27
28
N
ormally when we talk
about Smart Cities,
we think of plans,
strategies, programs,
platforms and innovative
technology. There is also
a contradiction in Europe
in the fact that cities,
in principal, are historical
sites. You have significant
experience in this field
with your MACRO Museum
in Rome. What does
“Smart City“ mean to you?
A Smart City is a regional issue
in terms of networks and
infrastructure. It’s something
that impacts the city on
a physical level that is more
“lightweight“ than urban
development, and linked
to communications and
infrastructure. For me, a Smart
City may also be a historical city,
which can be challenging
precisely because it seems
contradictory—and that is
what’s interesting. If I look at
Rome, in a way it’s already
somewhat of a Smart City
because of how the streets
and squares are structured,
as well as the organization of
the city, which puts people
in constant communication.
One could say that this is a
Smart City, but nowadays when
we talk about Smart Cities
technology is lumped in with it,
and technology is linked
to the communication system.
That means that for buses,
for example, you could find out
where your nearest bus stop
is located on your phone.
If you go to the bus stop you
can plan your trip, you know
how frequently the bus passes,
you know where you should
go, you know how long
it’ll take, and so on.
The Smart City is something
that in a certain sense facilitates
the lives of individuals,
to apply the concept of
progress to that we have seen
before in objects to the urban
area.
FRAC Bretagne, Rennes, France.
The question that is raised
right away is whether
architecture can take part
in this...
Of course. I am currently
working on a project in the
north of France on an island in
a city, where we’re working on
a form of a “smart grid“.
It’s a concept of “smartness“,
a development of networks,
connections setting or
information, which is developed
in an area on this island.
That is to say that it’s possible
for people to make their lives
easier relative to objects,
compared to all the know-how
they need to live. Today we
already have cars that talk to
you, alert you, tells you when
you’re backing up that there is
an obstacle, that there
is something in front of you,
lights up by itself—it’s all
automatic, so the car of today
is really a “smart“ object.
This is the same thing that is
applied to the city, the city’s
organization and the needs that
we have within the city itself:
travel, connections between
individuals, connections
between buildings and thus,
architecture. In fact, within the
meaning of shape or object,
architecture has nothing to do
with Smart Cities. We’re talking
about Smart Cities, and when
we see images by architects,
they’re still futuristic because
we continue to make futuristic
images, but at the same time
the futuristic images that are
produced are not very much
different than those from
the Sixties. It’s a futuristic form,
if I may, which is inherited
from the most futuristic period
that we’ve had—the Sixties.
It’s the same thing that
existed in the Eighties, when
we started to work on flexible
forms and not long after
computers helped make these
forms, then software was
developed to do so, etc.
In turn, that produced more
fluid architectural forms.
But is this “smart architecture“?
No, I don’t think so—it’s just
one form of it.
Can materials be affected
by “smartness“?
Materials, yes—because in
today’s day and age we know
how to add “smartness“
into materials during their
development. For example,
in regards to fabrics, you know
that there have been amazing
developments when you can
put them on your body and
they can contain medicine for
an illness you’re suffering
from. It will contain medicine,
or be able to keep you warm
because it was created to do so,
because it is cold outside and
it will quickly respond to
provide heat—or cool you
down when it is hot outside.
Today there are smart fabrics
that are absolutely incredible.
It’s like shape-memory
materials: you can take a metal
or metal-like material,
form it into a shape and it will
“remember“ the form that it
was given afterwards. Even if
you flatten it back out it is able
to reproduce the shape on
its own... there are plenty of
FRAC Bretagne, Rennes, France.
materials like that today.
We put “smartness“ into
physical terms. When you seek
out physical development you
discover that people are indeed
looking for new materials that
are a blend of different
materials, in which “smartness“
can be added.
Sure, but materials are
clearly important, and
they’re significant in view
of Smart Cities and in
“smart grids“. In making this
happen, do you think it
would be more interesting
to do research as architects
or drive research on a larger
scale?
I think it is interesting for
architects to have relationships
with people who think about
these things. People who think
about these things need
architects to know what we
need too, because the way
architects think enables them to
synthesize information in full,
as it is the very principle of
architecture itself. It is for this
reason that it’s interesting.
Our minds work in such a way
that they allow us to create
“sparks“ inside our heads in
relation to the project,
implemented in conjunction
with robotics, biotechnology,
the problems of changes in
daily life, the lives of young
people and the elderly.
Your idea of a Smart City
as a city where technology
can also help the elderly
is intriguing. If you had
examples of this, that would
be great.
Of course, there’s the
neighborhood that I mentioned
before, that I’m working on in
the north of France. The city’s
mayor is a member of the
European Parliament; he’s
involved, he’s a doctor and he’s
concerned about the elderly
and those who assist them.
I’ve spoken with him on several
occasions, and he’s said that,
“There isn’t just one single
kind of senior citizen,
there are several classes of
them—including those who are
fully mobile and autonomous
and those who are not.
But between these two there
are many different levels,
since we can live up to 100,
110 years old and we currently
consider people ‘elderly’ at
sixty.“ So from 60 to 100 years
old there is a 40-year period
that can go in any number of
ways, and then there are
people who at 100 years old
are fully autonomous, who still
get around, have full mental
capacity and are healthy.
But at the same time the body
gets tired, which requires
assistance. The second thing is
that we shouldn’t be creating
spaces in the city for the elderly.
The idea in our neighborhood is
to have people specialized in
managing apartments for the
elderly, so the organization and
aid is there, but we won’t build
a building for the elderly.
We will sell multiple apartments
around the neighborhood
to these companies in which
the elderly can be housed,
and they will manage all of the
apartments in order to mix
the elderly population with
non-elderly, therefore with
families and children, to allow
the city to rebuild itself
as a mixed system and not a
separate one. This is interesting,
and it’s for this reason as well
that this island (because we’re
working with EDF, the power
company) is going to make
electric cars available to people;
it’s an island, so it is closed off.
It’s quite isolated and the
distance between things on the
island is great, so rather than
use their cars there will be a
dedicated spot on the island
where there will be an attendant
(like a hotel concierge) who
can provide multiple services,
such as that for electric cars.
You can reserve an electric car,
the attendant will send it to
you, then you can take it out
and be brought back home,
go around the city, etc.
There is a system of services in
the neighborhood simply to
help people to live, because we
can, and it’s exciting to think
about these types of things.
So as an architect you’re not
worried about your future,
but in principal do you think
that Smart Cities can serve
a function, or a role, for
architects?
Of course, it should be thought
about, but it’s for this reason
that I think more and more that
architects are not just those
who give things shape, but
rather someone that develops
intelligent “matchmaking“ and
helps people live better, at least
to me. Because shapes are
good, but they’re not sufficient,
definitely not sufficient... that is
why social aspects interest me,
and why large issues in science
and technology—from medical
to architectural—interest me,
because it’s work for people.
* A leading exponent of the avantgarde architecture community, Odile
Decq founded the ODBC firm with
Benoït Cornette, with whom she
worked until his premature death in
1998. In 1990 they designed the
Banque Populaire de l’Ouest in Rennes,
a building that won a number of
awards and made Decq and Cornette
internationally famous. Their work was
crowned with the Leone d’Oro at the
Venice Architecture Biennale in 1996.
On Cornette’s death, Odile Decq
remained alone at the helm of ODBC.
She has consolidated her international
profile with the success of the project
for the MACRO contemporary art
museum in Rome, opened in May 2010.
Decq has received many important
awards and is actively involved in
teaching (Ecole Spéciale d’Architecture
in Paris, which she headed until 2012).
She is a visiting professor at a number
of international universities, including
Columbia University in New York.
29
Città ancora più intelligenti
Smart[er] Cities
Intervista con Nashid Nabian*
Interview with Nashid Nabian*
Urbanizzazione, sostenibilità e simbiosi produttiva tra ambiente costruito e il suo più ampio contesto naturale
Urbanization, sustainability, and a productive symbiosis between the built environment and its greater natural context
30
Nashid Nabian
S
mart Cities. Che significato
ha questo concetto nella
ricerca presso la GSD
di Harvard?
L’idea di Smart Cities è un tema
multidisciplinare emergente
all’interno delle ricerche svolte
presso la Graduate School of
Design (GSD) di Harvard. I due
concetti chiave associati alle
Smart Cities, in materia di
logica operativa, sono la
sostenibilità ambientale e la
sostenibilità sociale nell’ambito
del contesto urbano.
Le due parole chiave di questi
concetti sono “sufficienza”
ed “efficienza”. La questione è:
quali risorse si rendono
necessarie e in che modo il loro
allocamento può essere valutato
alla luce di tali criteri? In questo
senso, in linea con le iniziative
di ricerca della GSD di Harvard,
la creazione di città “più”
intelligenti sembra il passo
logico successivo, o parallelo,
al concetto di urbanistica
ecologica, un ulteriore progetto
di ricerca che verte su temi di
sostenibilità ambientale e sociale.
La ricerca interdisciplinare presso
la GSD relativamente alle
Smart[er] Cities – città “più”
intelligenti – si può intendere
quindi come riflesso
dell’influenza catalizzatrice
dell’urbanistica ecologica,
sostenuta dal preside di facoltà
Mohsen Mostafavi, un concetto
presente nei principali contesti
intellettuali rappresentati
nelle ricerche e nei casi di studio
all’interno della GSD,
volti a questioni critiche di
urbanizzazione, sostenibilità,
e simbiosi produttiva tra aree
urbanizzate e il loro contesto
naturale più ampio.
La GSD di Harvard ha
iniziato una collaborazione
con l’Università di Bergamo
sulle Smart[er] Cities.
Come ha avuto inizio questa
collaborazione?
Lo scambio è nato sulla base di
un mutuo interesse e impegno
sui temi di progettazione
delle Smart Cities e delle loro
implicazioni sociali. Il lavoro
sulle Smart Cities ha visto
il coinvolgimento del
Dipartimento Urban Planning
and Design della Harvard
Graduate School of Design,
con l’obiettivo di creare un
catalogo esauriente di soluzioni
innovative a livello tecnologico
e intelligenti in materia
urbanistica, per uno sviluppo e
una crescita urbana sostenibile,
e insieme per sviluppare
l’applicabilità di tali soluzioni ad
aree problematiche identificate
come specifiche della Città
di Bergamo. I risultati di questa
collaborazione saranno integrati
con un’iniziativa attualmente
in corso presso l’Università
di Bergamo, chiamata
CITTÀ 2.(035), focalizzata su
una visione innovativa dell’area
di Bergamo per l’anno 2035.
Le Smart[er] Cities, intese come
contesto emergente e di svolta,
considerano la produzione
di conoscenza Mode 2
il paradigma preliminare per la
produzione di rigorosi progetti
urbanistici accademici basati
sulla ricerca, e ricerche basate
su progetti urbanistici. I confini
convenzionali tra le varie
discipline vengono rinegoziati
al fine di ottenere il massimo
coinvolgimento e una
collaborazione più efficiente
tra urbanistica e architettura,
ingegneria del software
e dell’hardware, architettura
industriale e interattiva,
e le Belle Arti, per citarne
alcune. Le prospettive sono
veramente promettenti e ricche
di spunti, specialmente per
i pianificatori delle aree urbane
e gli urbanisti.
Il concetto di Smart City viene
spesso associato (soltanto)
all’importanza sempre
maggiore delle Information
and Communication
Technologies, che potrebbe
essere percepita come
troppo “complicata” dagli
stakeholders europei,
e in particolare italiani,
anche tenendo conto del
background storico delle città
italiane.
Stiamo seguendo – e
personalmente sostengo – il
modello europeo delle
cinque dimensioni delle
Smart Cities – Smart
Governance, Smart Economy,
Smart Environment,
Smart Living, and Smart
People (gestione intelligente,
economia intelligente,
ambiente intelligente,
stile di vita intelligente
e persone intelligenti).
La governance della Smart City
dovrebbe essere sia decentrata
che centralizzata. Dovrebbe
beneficiare di una logica
operativa ibrida, orientata sia
dall’alto verso il basso, che
viceversa. Prendendo spunto
dai principi che sottendono
il concetto di “progettazione
anticipatoria” (anticipatory
design), un termine coniato da
Buckminster Fuller, la gestione
della Smart City dovrebbe essere
connotata dall’anticipazione.
La gestione anticipatoria significa
pensare a tutto tondo, nonché
agire anticipatamente e avere
una visione di un futuro
che sia il migliore possibile.
Ciò non significa semplicemente
teorizzare su come le cose
dovrebbero essere, quanto
adottare un approccio proattivo,
coinvolto e coinvolgente,
basato sull’azione.
Per quanto riguarda la smart
economy, dobbiamo partire dalla
considerazione che, a questo
punto, la popolazione mondiale
si è concentrata stabilmente nelle
metropoli, e siamo testimoni
di un aumento sostanziale della
dimensione media delle aree
urbane nel mondo intero.
In questo contesto, la capacità
delle città di essere competitive
e di avere una crescita
sostenibile fa sì che l’attenzione
di funzionari e politici
si concentri sull’assicurare
il livello desiderato di qualità
in relazione a tutto ciò che
riguarda una smarter economy.
L’ambiente intelligente si riferisce
alle relazioni tra Smart City
e natura, e ciò comporta
un’attenzione specifica al punto
di vista ambientale in fase
di creazione e gestione delle
dinamiche urbane e del loro
impatto ecologico.
Lo stile di vita dei contesti urbani
può essere reso anch’esso più
intelligente, e gli interventi
possono variare da extra large a
extra small, a copertura di tutte
le possibilità di scala. L’intervento
extra large è rivolto alla città
stessa, la taglia large è per gli
31
spazi pubblici urbani, la medium
è rivolta all’edilizia, la small
riconduce all’artefatto urbano
e all’arredamento, e l’extra
small è per gli oggetti rinnovati,
nell’ottica di renderli più
intelligenti. Lo smart living,
considerato come una
dimensione delle Smart Cities,
comporta l’innescarsi di
cambiamenti comportamentali
positivi, sia nelle azioni di vita
quotidiana che nei processi
decisionali all’interno dei
contesti urbani, includendo
decisioni legate tanto alla
mobilità individuale quanto
alle riforme istituzionali,
quali l’offerta di servizi sanitari
così come la promozione di stili
di vita urbana più sani.
Il concetto e la logica operativa
delle Smart Cities sono promotori
di sostenibilità sociale mediante
la creazione di comunità
equilibrate, civilizzate e a misura
d’uomo, in contesti urbani ben
mantenuti. L’obiettivo è di dare
voce alle persone, in particolare
ai cittadini, e promuovere
l’impegno della comunità per
eliminare la fonte dei problemi
urbani. A questo proposito,
ad esempio, l’arte pubblica
svolge un ruolo importante
nella trasformazione degli spazi
condivisi della città in spazi
di interazione e luoghi di
discussione tra cittadini su temi
specifici legati al territorio.
In che modo vede la
relazione tra industria
e mondo accademico,
in termini di progetti di R&S
all’interno delle Smart Cities,
e il processo di trasferimento
tecnologico e di conoscenza
dal mondo accademico
a quello della vita reale,
orientato al mercato
e basato sull’economia?
I risultati della cooperazione tra
la GSD di Harvard e l’Università
di Bergamo relativamente alle
Smart Cities saranno integrati
in un progetto di ricerca,
in fase di sviluppo, condotto
dall’Università di Bergamo
e chiamato Bergamo 2.(035)
che verte su una visione
“smart”, innovativa e basata
sulla tecnologia, per l’area di
Bergamo nel prossimo futuro.
In termini di relazione tra
industria e accademia,
nell’ambito dei progetti di
Ricerca & Sviluppo riguardanti
le Smart Cities, direi che
la natura delle aree critiche
affrontate mediante la ricerca
sulla Smart City conduce
a un coinvolgimento proattivo
dell’industria, sia in termini di
fornitura della conoscenza
contestuale necessaria,
sia di supporto finanziario a tale
iniziativa. Questo è esattamente
quanto è successo nel corso
della nostra visita a Bergamo
qualche mese fa. Il nostro
gruppo ha incontrato numerose
istituzioni e personalità che
dispongono dell’autorità
e del potere politico, culturale,
finanziario e sociale per
“far succedere” le cose, tanto
all’interno della città quanto
in un contesto più ampio.
Penso, quindi, che il progetto
Bergamo 2.(035), per quanto
riguarda la Ricerca & Sviluppo,
sia un esempio perfetto di
collaborazione tra industria
e mondo accademico all’interno
del contesto delle Smart Cities.
Sarà ovviamente necessario
porre attenzione alle modalità
di sviluppo del progetto.
Il processo di trasferimento
tecnologico e di conoscenza tra
il mondo accademico da una
parte, e quello dell’industria
dall’altra, è una questione di
importanza vitale. In relazione
alle Smart Cities i progetti
proposti dovranno trovare
in futuro una piattaforma
e un meccanismo in termini di
realizzazione. E questo comporta
l’esistenza di determinate
piattaforme istituzionali e
socio-culturali che permettano
la trasmissione di tecnologia
e conoscenza tra il mondo
accademico da un lato e quello
delle reali prassi urbane dall’altro.
Tutto ciò sarà però inattuabile
senza una focalizzazione
consapevole e intenzionale
sulla gestione strategica
e imprenditoriale e sulla messa
a punto e l’implementazione
di strategie industriali
accuratamente finalizzate.
* Nashid Nabian, nata e cresciuta a
Teheran, Iran, ha conseguito un Master
in Ingegneria Edile presso l’Università
Shahid Beheshti. Ha proseguito gli studi
post-laurea presso la facoltà di
Architettura del Paesaggio e Urbanistica
dell’Università Daniels di Toronto, dove
ha conseguito un Master in Urbanistica
che le è valso il riconoscimento della
Toronto Association of Young Architects
per la sua tesi sulla riqualifica del
Waterfront di Toronto. Dal 2003
al 2012, è stata socia dell’Arsh Design
Studio, uno studio di architettura,
con base a Teheran, i cui progetti sono
riconosciuti sia a livello nazionale
sia internazionale: Dollat II, un
appartamento residenziale progettato
dall’Arsh Design Studio è stato
selezionato per concorrere nell’edizione
2010 del Premio Agha Khan per
l’Architettura, mentre Offices/2 Brothers,
un edificio ad uso uffici progettato
dell’Arsh Design Studio, è stato
selezionato per concorrere al WAF
Award del 2011. Nel 2012, dopo la
divisione dell’Arsh Design Studio in due
studi distinti, è stata co-fondatrice dello
(Shift)Process Practice con Rambod
Eilkhani. La ricerca di Nashid si focalizza
sull’innovazione digitale nell’architettura
del paesaggio e nell’urbanistica,
in particolar modo degli spazi pubblici,
e sul modo in cui le nuove tecnologie
possono influenzare l’esperienza
spaziale, facendo emergere le necessità
e i desideri dei residenti o degli utenti.
Attualmente è ricercatore presso il MIT
SENSEable City Lab ed è docente
universitaria presso il Dipartimento
di Architettura della Graduate School
of Design (GSD) di Harvard.
32
S
mart Cities. What’s the
meaning for the research
at Harvard GSD?
Smart Cities is an emerging
multidisciplinary discourse within
the research at Harvard Graduate
School of Design (GSD).
The two key concepts associated
with Smart Cities as a logic of
operation are environmental
sustainability and social
sustainability within the urban
context. The two keywords to
these concepts are “sufficiency”
and “efficiency.” The question is,
what resources need to be
allocated and how can their
allocation be examined against
those criteria? For that matter,
as a research initiative at the
Harvad Graduate School of
Design, Smart[er] Cities seems a
logical step following or parallel
to ecological urbanism, another
ongoing research initiative that
looks at issues of environmental
and social sustainability.
The interdisciplinary research
at the GSD on Smart[er] Cities
is therefore a reflection of the
catalytic influence of ecological
urbanism, advocated by
Dean Mohsen Mostafavi, which
is among main intellectual
frameworks represented in the
research and practices across the
GSD that address pressing issues
of urbanization, sustainability,
and a productive symbiosis
between the built environment
and its greater natural context.
Harvard GSD has started
a collaboration with the
University of Bergamo on
Smart[er] Cities. What’s the
origin of this exchange?
The exchange was born of
a kind of mutual interest and
commitment to design issues
of Smart Cities, and their social
implications. The work on Smart
Cities has seen the involvement
of the Urban Planning and
Design Department at the
Harvard Graduate School of
Design, with the goal of
creating an exhaustive catalog
of technologically enhanced,
smart urban solutions based on
their intrinsic value for
sustainable urban development
and growth, as well as their
applicability to problem areas
identified as specific to the
City of Bergamo. The outcome
of this collaborative exercise
will be integrated into an
ongoing initiative at the
University of Bergamo titled
CITTÀ 2.(035), which is focused
on a smartened-up vision
of the Bergamo region for the
year 2035.
Smart[er] Cities as an
emerging and cutting-edge
trans-disciplinary framework
looks into Mode 2 knowledge
production as the preliminary
paradigm for producing rigorous
academic research-driven design
and design-driven research.
Conventional disciplinary
boundaries are re-negotiated
for maximum engagement and
a more efficient collaboration
encompassing urban design and
architecture; software and
hardware engineering, industrial
and interactive design, and fine
arts, to name a few. The field
is quite promising and up for
grabs, particularly for urban
planners and urban designers.
The concept of Smart City
is often associated (only)
to the growing importance
of Information and
Communication Technologies,
which could be perceived as
too “unfamiliar” by European
and in particular Italian
stakeholders, also taking into
consideration the historical
background of Italian cities.
We have been following—and
I personally support—the
European model of the
five dimensions of Smart
Cities—Smart Governance,
Smart Economy, Smart
Environment, Smart Living,
and Smart People.
The governance of the Smart
City should be simultaneously
distributed and centralized.
It should benefit from a hybrid
of top-down and bottom-up
logic of operation. Borrowing
from the principals of
“anticipatory design,” a term
coined by Buckminster Fuller,
the governance of the Smart
City should be an anticipatory
governance. Anticipatory
governance means to think
comprehensively, and to
anticipate and envision the best
possible future. It does not
merely theorize about how
things ought to be; instead,
it takes a hands-on, involved,
and action-based approach.
With reference to smart
economy, we have to consider
that, at this point, the global
population has been steadily
concentrating in cities, and we
are witnessing a substantial
increase in the average size
of urban areas all around the
world. Against this background,
the city’s capacity for
competitiveness and sustainable
growth has focused the
attention of officials and
policymakers on securing a
desired level of quality in areas
related to a smarter economy.
Smart environment refer to the
relationship between the
Smart City and nature, and this
exacts a particular focus on
environmental sensing to make
sense of urban dynamics
and its ecological impact.
Also the living condition of
urbanites can be smartened up
and interventions can range
from extra large to extra small
to cover the possibilities across
all scales: extra large is the city
itself, large is the public urban
space, medium is the building,
small is the urban artifact and
furniture, and the extra small is
the object that is retrofitted to
be smartened up. Smart living
as a dimension of Smart Cities
looks into making positive
behavioral changes in urbanites’
daily operations and
decision-making, ranging from
individual mobility decisions
to institutional reforms such as
providing medical services,
as well as orchestrating
healthier urban lifestyles.
Smart Cities as a concept and
a logic of operation promotes
social sustainability through
creating livable, civilized, and
balanced communities in
well-maintained urban settings;
the goal is empowering people
and in particular citizens
and fostering community
engagement in order to
eliminate the source of urban
problems. In this regard, for
example, public art has a great
role to play in transforming
shared spaces of the city to
spaces of interaction and
localized, situated discussion
boards among citizens.
How do you see the
relationship between
industry and academia in
terms of R&D projects in the
context of Smart Cities, and
the process of technology
and knowledge transfer from
the academic realm to the
market-oriented and
economy-driven world of
real-life situations?
The outcome of the cooperation
between Harvard GSD and
the University of Bergamo
on Smart Cities is going to be
integrated into an ongoing
research project, conducted
by the University of Bergamo
and titled Bergamo 2.(035),
that focuses on a technologically
driven smartened up vision
for the Bergamo region in the
near future.
In terms of the relationship
between industry and academia
in the context of R&D projects
focused on Smart Cities,
I would say that the nature
of the problem areas addressed
through Smart City research
exacts a pro-active involvement
from industry both in terms of
providing required contextual
knowledge as well as financial
support of such initiative.
This is exactly what happened
during the visit we had in
Bergamo few months ago.
Our team met with a very
impressive roster of institutions
and individuals who have the
social, financial, cultural and
political agency and power
to make things happen in the
city and its greater context.
Therefore, I think a perfect
example of collaboration
between industry and academia
in the context of Smart Cities
related R&D is the Bergamo
2.(035) project. Of course,
we have to carefully think how
the project can move forward.
Technology and knowledge
transfer between academia
on one hand and industry on
the other is a critical issue.
In the context of Smart Cities,
proposed projects for the future
need to find a platform and
mechanism in terms of
realization. This exacts the
existence of certain
socio-cultural and institutional
platforms that allow for
technology and knowledge
transfer between the world
of academia on one hand and
the world of real urban
practices. This will not be
possible without a conscious
focus on strategic management
and entrepreneurship and
accurately targeted business
strategies.
* Nashid Nabian was born and raised
in Tehran, Iran, and earned a Master’s
in Architectural Engineering at Shahid
Beheshti University. She pursued her
post-graduate studies at the University
of Toronto’s Daniels Faculty of
Architecture, Landscape and Design,
where she earned a Master of Urban
Design degree, and received the
Toronto Association of Young Architects
award for her thesis on the
enhancement of the Toronto
Waterfront. From 2003 to 2012, she
has been partner at Arsh Design Studio,
a Tehran-based architecture office both
nationally and internationally recognized
for its projects: Dollat II, a residential
apartment by Arsh Design Studio,
has been short-listed for the 2010 cycle
of the Agha Khan Architecture award,
while Offices/2 Brothers, an office
building by Arsh Design Studio, was
short-listed for 2011 WAF award.
In 2012 after Arsh Design Studio was
divided to two separate offices, she
co-founded (Shift)Process Practice with
Rambod Eilkhani. Nashid’s research
focuses on the digital augmentation
of architecture and constructed
landscapes, particularly public spaces,
and how novel technologies can impact
the spatial experience by soliciting
the needs and desires of inhabitants or
users. Currently, she is a post-doctoral
fellow at MIT SENSEable City Lab,
while holding a lecturer position in the
Department of Architecture at Harvard
Graduate School of Design (GSD).
33
Projects
34
Il mai sopito anelito a una città
ideale si è andato configurando
negli anni più come ricerca
di una città intelligente.
Ma oggi, tale accezione sembra
diventata in parte limitata
e limitante come
dimostrano gli approcci
più contemporanei che,
oltre al pragmatismo della
funzionalità ed economicità
degli insediamenti urbani,
tornano a mettere in primo piano
una visione più olistica,
comprensiva anche
delle necessità sociali
e spirituali dei cittadini.
The never appeased yearning
for an ideal city has been developing
over the years as search
for a smart city. But today,
this sense seems to have become
partly limited and limiting
as evidenced by the more
contemporary approaches
that, in addition to the pragmatism
of functionality and economy
of urban settlements, put back
in the spotlight a more holistic vision,
comprehensive of the social and
spiritual needs of citizens.
L’ideale del sostenibile!
Modello neo-illuminista o evoluzione culturale?
The Ideal of Sustainability!
Neo-enlightenment model or cultural evolution?
Joseph di Pasquale*
S
ono passati 200 anni esatti tra la presa della
Bastiglia a Parigi nel 1789 e la caduta del muro di Berlino nel 1989. In questo relativamente breve lasso di tempo un grande sconvolgimento ha attraversato la conoscenza umana. Il mito illuminista della scienza e la fede nella possibilità
che questa potesse di fatto risolvere ogni problema ha fatto sì che in tutti gli ambiti della conoscenza si siano ricercate delle regole universali,
codificabili e dimostrabili che potessero togliere
dall’indeterminatezza dell’arbitrio individuale la
responsabilità delle soluzioni per affidarle all’oggettività di una apposita e specifica scienza ideata
e codificata allo scopo.
Questo è avvenuto per tutti gli ambiti dell’attività
umana incluse ovviamente l’economia e l’urbanistica che proprio a partire dal XIX secolo hanno
preteso di assimilarsi a delle scienze esatte con
analisi, codificazione dei fenomeni, postulazione
di leggi, e individuazione di teorie applicative.
Di conseguenza in ogni settore la definizione di
un ideale ha coinciso con l’elaborazione di un modello di tipo matematico-scientifico.
Oggi nell’ambito degli studi economici si fa strada
l’idea che sia stato profondamente sbagliato il voler considerare l’economia come una scienza esatta interpretando forzosamente fenomeni sostanzialmente governati dalla somma di decisioni
umane libere alla stregua di fenomeni deterministici, e cioè governati da leggi fisiche riducibili a
numeri ed equazioni di fatto manipolabili in senso
astratto.
Secondo questa linea di pensiero è proprio qui
che risiede l’origine del primato perverso acquisito
in economia dal mondo finanziario le cui tragiche
conseguenze l’Occidente ha pagato con periodiche crisi di sistema e che oggi stiamo sperimentando nella forma più acuta e forse letale in cui
l’economia finanziaria rischia di divorare l’economia reale.
In un certo senso la stessa cosa è successa in questi
duecento anni per la città. Prima del XIX secolo non
esisteva l’urbanistica, cioè la “scienza della città”.
Una volta stabilita una relazione deterministica tra
città, territorio e sistema economico il processo di
trasformazione in “scienza” della materia urbana
era di fatto già implicitamente iniziato.
Come per l’economia è infatti iniziata una progressiva trasformazione dell’analisi urbana attraverso l’uso di strumenti numerici. Da qui la definizione della qualità in termini di “standard”, di
percentuali, di rapporti, di dimensioni e misure
minime. Tutta la normativa che ne è seguita e che
ancora oggi governa l’attività edilizia e urbanistica, è andata in questa direzione e così come in
economia l’aberrazione di questo approccio ha
provocato la sovrapposizione alla realtà di un’economia fasulla e fittizia, in urbanistica è avvenuta la
stessa cosa.
Le città ideali di origine illuminista che si sono succedute nel XIX e nel XX secolo, da New Harmony
di Robert Owen alla Ville Radieuse di Le Corbusier,
si sono rivelate modelli tanto attraenti a livello
teorico quanto fallimentari e astratti nella loro
concreta applicazione mancando totalmente l’obiettivo di raggiungere l’ideale di una nuova e superiore qualità urbana.
Milioni e milioni di persone, la maggior parte dei
cittadini del mondo, vivono oggi in periferie disumane, risultato di quelle teorizzazioni e di quei modelli, senza identità e omologate a livello globale,
dove anche se gli standard e le norme vengono perfettamente rispettati, la qualità urbana complessiva
è comunque insoddisfacente, e sempre decisamente perdente se messa a confronto con la città storica, con quella città cioè costruita prima che la
“scienza urbana” facesse la sua apparizione.
L’errore come per l’economia sta nel considerare
la materia urbana una scienza. In realtà l’essenza
del tema urbano è molto più complessa e, se ha
delle implicazioni di tipo tecnico, queste non sono
di tipo scientifico ma più di tipo tecnologico o
multi-tecnologico dove il rapporto con la scienza
esiste ma è indiretto e strumentale.
La tecnologia a differenza della scienza non procede per modelli ma per approssimazioni successive innovando, cioè facendo nuove, le tecnologie
precedenti, modificandole e migliorandole.
L’obiettivo non è di interpretare in senso astratto
la realtà, ma di soddisfare desideri ed esigenze
pratiche. Ma come è definibile oggi il desiderio
diffuso di città ideale?
Nell’indagine sulla qualità della vita nelle città elaborata dalla rivista “The Economist” nel 2009 sulla base di dati raccolti dalla società di consulenza
Mercer Consulting di New York, gli oltre trecento
criteri adottati per la valutazione sono riconducibili principalmente a tre grandi categorie: la disponibilità di beni e servizi, la sicurezza personale
e l’efficienza dei sistemi di trasporto.
La disponibilità di beni e servizi è evidentemente
connessa in modo essenziale con l’effettiva possibilità di far arrivare nel centro urbanizzato i terminali del sistema produttivo non solo del territorio
circostante ma anche dell’intera rete infrastrutturale che innerva il sistema economico.
Questa è quella che potremmo definire la “tecnologia urbana” sulla base della quale sono state
edificate e si sono sviluppate le città storiche fino
a tutto il XIX secolo.
CITTÀ INTELLIGENTI SMART CITIES
Questa tecnologia come spesso accade è di derivazione militare, furono infatti i romani a inventare
un sistema di accampamenti militari interconnessi
tra loro con rapide vie di comunicazione appositamente costruite per consentire il trasferimento veloce di truppe da un accampamento all’altro.
Dopo la caduta di Roma, la progressiva cristianizzazione dell’impero e la sempre maggior diffusione di un’idea di “dignità della persona e dell’individuo”, l’energia umana fornita dagli schiavi divenne di fatto “culturalmente insostenibile”.
Questo costituì un enorme problema energetico
ma allo stesso tempo un formidabile stimolo inventivo. Fu così che tra il IX il X secolo in Europa si
iniziarono a scoprire e sfruttare per la prima volta
le “energie rinnovabili”: l’eolico e l’idromeccanico. Nacquero e si diffusero rapidamente i mulini
sui fiumi e i mulini a vento. Nel XIII secolo in Inghilterra un mulino ad acqua fu collegato a un meccanismo per follare la lana ed ebbe inizio così l’era
industriale.
L’infrastruttura stradale romana e le nuove fonti
di energia furono le basi per la nascita di un nuovo
e straordinario sistema produttivo, commerciale e
finanziario mai visto prima nella storia dell’umanità che già nel XII secolo aveva tutti i caratteri di
complessità e globalizzazione di un autentico sistema capitalistico e industriale moderno.
Gli “accampamenti” romani si trasformarono quindi in vere e proprie città, luoghi di scambio, di commercio, di studio, di formazione, e sedi di scuole,
banche, mercati e università.
La città divenne quindi non solo la massima aspirazione per gli ideali di ricchezza e di sicurezza,
ma anche il riferimento per tutti quei valori non
materiali che potremmo definire spirituali quali la
conoscenza, la ricerca, la cultura, l’arte.
Ci sono oggi molte analogie con quel momento
della storia che fu fondativo o rifondativo di un
ideale di città.
Con la caduta del muro di Berlino e la fine della
Guerra Fredda si è resa disponibile un’infrastruttura
rivoluzionaria nata come tecnologia di comunicazione per scopi militari, il World Wide Web. In quindici anni Internet sta di fatto rivoluzionando il mondo dell’economia globale. Tutto si sta riorganizzando in base a questa nuova modalità di trasferimento delle informazioni, del denaro, e delle risorse.
Anche oggi ci troviamo in una situazione dove le
fonti di energia tradizionali stanno diventando
“culturalmente insostenibili” a causa della coscienza diffusa delle conseguenze dannose di uno
sviluppo scorretto sull’ambiente e in ultima analisi
sul genere umano stesso.
Siamo quindi nel pieno di una grande rivoluzione
energetica per scoprire o riscoprire fonti di energia “rinnovabili”, per ricercare tecnologie e materiali “sostenibili” in tutti i settori.
La combinazione di una nuova e rivoluzionaria infrastruttura e la rivoluzione in campo energetico
sono le premesse di una profonda trasformazione
economica e sociale della società che ridefinirà
completamente il nostro modo di vivere e lavorare
nonché l’organizzazione anche fisica del territorio
e della città. La “città sostenibile”, la “Smart City”
è oggi la nuova forma di idealità applicata alla
concezione della città.
Come architetti e come intellettuali, abbiamo oggi l’opportunità e la responsabilità storica di definire le modalità con cui questa aspirazione ideale
diventerà realtà, di scegliere in sostanza se rinnovare l’assegno in bianco firmato due secoli fa nei
confronti della “scienza”, oppure non farlo e riconsiderare il concetto di progresso nel complesso di una più ampia “sostenibilità culturale” che
deve comprendere anche aspetti altri rispetto alle
sole componenti tecnico-scientifiche.
Questo significa innanzitutto rifiutare l’idea che la
sola “tecnica della sostenibilità” e cioè gli ambiti
legati all’energia e alla tecnologia possano esaurire il problema.
Come pure significa impedire che la diffusione di
una nuova normativa di tipo tecnico-scientifico pretenda di costituire la via esaustiva al raggiungimento
di un nuovo ideale di sostenibilità e di qualità urbana.
Siamo di fronte al pericolo concretissimo della nascita di una nuova casta di tecnici taumaturghi, sacerdoti scientisti della “sostenibilità”, che se supportati da un apparato normativo vincolante pretenderanno nuovamente di avere l’unica chiave,
l’unico modello di riferimento per la soluzione nuovamente “scientifica” di tutti i problemi urbani.
Come anche il sociologo ed epistemologo austriaco Paul K. Feyerabend ha messo bene in evidenza
nella sua critica al metodo scientifico (Contro il
metodo, 1975) il pensiero post-moderno o postilluminista è nella situazione di chi è ormai cosciente che oltre al “fenomeno” riducibile in numeri, la totalità della realtà comprende anche altri
aspetti che di fatto costituiscono una parte essenziale della realtà stessa.
Si tratta quindi di recuperare la storia, la filosofia,
l’arte, la sociologia, la psicologia, le tradizioni, le
identità culturali e, perché no, anche la cultura
della spiritualità e della religione, tutti ambiti nei
quali a nulla servono gli strumenti dei “tecnici”,
ma che costituiscono criterio di assoluta priorità e
di assoluta essenzialità nel processo di approssimazione della città reale verso un autentico e
completo ideale di sostenibilità culturale.
35
* Joseph di Pasquale (1968), architetto
e urban designer, professore a contratto alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, master in Film Making
alla New York Film Academy 2001.
All’inizio della pratica professionale si
interessa al tema della qualità architettonica e ambientale degli insediamenti
produttivi di grandi dimensioni.
Nel 2007 vince il concorso per l’ampliamento del parco Minitalia a Capriate
San Gervasio (BG) e nel 2008 quello per
la nuova ecotown di Jingwu in Cina, in
cui applica le teorie sull’ecodensità che
definisce nel testo “La cittá densa”.
L’incontro con la Cina lo porta a interessarsi del rapporto tra globalizzazione e
identità culturale elaborando il concetto
di “sostenibilità culturale”.
Nel 2009 vince il concorso per la sede del
Guangdong Plastic Exchange a Canton,
Cina, con un progetto ispirato al tema
dell’esogramma come segno/simbolo
della figurazione architettonica locale.
Tra il 2008 e il 2012 tiene varie conferenze e lezioni in diverse università e
convegni tra Cina, Europa e Brasile sul
tema “globalitarismo architettonico vs
sostenibilità culturale”.
36
E
xactly 200 years passed from the storming of
the Bastille in Paris in 1789 to the fall of the
Berlin Wall in 1989. Shockwaves have shot
through human knowledge over this relatively short
period of time. The Enlightenment myth of science
and the belief that it could solve all our problems
has meant that there has been an attempt to discover universal, codifiable and demonstrable rules
in every realm of knowledge capable of removing
the indeterminacy of individual randomness from
the responsibility for coming up with solutions, so
that they can be grounded in a special, specific science specially devised and coded for this purpose.
This has indeed happened in every field of human
endeavor, obviously including economics and townplanning, which, starting from the 19th century,
have aimed to take on the same nature as the exact
sciences with their own studies, codifying of phenomena, laying down of laws and identifying of
practical theories. This has meant that the defining
of an ideal in every single field has coincided with
the developing of a mathematical-scientific style
model.
Nowadays there is a growing belief in the field of
economic studies that it is a deeply flawed idea to
compare economics to an exact science, attempting
to interpret phenomena, which are basically governed by the sum of freely-taken human decisions,
as if they were deterministic phenomena, i.e. governed by physical laws that may be reduced to
numbers and equations capable of being manipulated on an abstract level.
According to this line of thinking, this actually
explains why the financial world has perversely
been given pride of place in economics, with the
tragic consequences this has had for the West with
its periodic systemic crises, something which we are
currently experiencing for ourselves in its most
acute and perhaps lethal form, as financial economics is threatening to devour the real economy.
In some respects the same thing has happened to
our cities over the last 200 years. Town-planning or,
in other words, the “science of the city”, did not
even exist before the 19th century. Once a deterministic relationship was established between the
city, territory and economic system, the process of
transforming urban issues into a “science” had
already implicitly begun.
As in the case of economics, a gradual transformation of urban studies was set under way using
numerical tools. This led to quality being defined in
terms of standards, percentages, relations, dimensions and minimum measurements. All the rules
and regulations that this entailed, and which still
control building and town-planning work, was
directed along these lines and, just as in economics
the aberration of this approach resulted in the
superimposing on reality of fake and fictitious economics, the same thing has happened in townplanning.
The ideal cities envisaged by the Enlightenment that
came into being in the 19th and 20th centuries,
from Robert Owen’s New Harmony to Le
Corbusier’s Ville Radieuse, turned out to be as
attractive on a theoretical level as they were
abstract failures in practice, totally missing the target of achieving the ideal of a new and superior
quality of urban life.
Millions and millions of people, most of the world’s
citizens, now live in inhumane suburbs based on
the aforementioned theories and models, totally
lacking in identity and globally standardized, where,
even if the standards and regulations are abided by
to the letter, overall urban quality is nevertheless
unsatisfactory and most definitely a failure compared to our historical cities or, in other words,
those cities built before “urban science” made its
appearance.
Just as in the case of economics, the mistake lies in
treating urban issues as a science. In actual fact the
essence of urban issues is much more intricate and
if it does have technical implications they are not of
a scientific nature but more technological or multitechnological, with the relationship with science
only existing indirectly and instrumentally.
Unlike science, technology does not develop along
the lines of models but in terms of successive
approximations, innovating (i.e. making new) previous technology, modifying and improving upon it.
The aim is not to make abstract interpretations of
reality but to satisfy practical desires and requirements. So how might we define the widespread
desire for an ideal city nowadays?
In a survey into the quality of life in cities carried out
by “The Economist“ in 2009 based on data collected by Mercer Consulting from New York, the over
three-hundred criteria adopted for assessment purposes may mainly be traced back to three main categories: the availability of goods and services, personal safety and the efficiency of transport systems.
The availability of goods and services is clearly
essentially connected to the actual possibility of
enabling the end products of the manufacturing
system to actually reach urban centers, not just the
surrounding territory but the entire infrastructure
and network running through the economic system. This is what we might describe as “urban technology“ based on which our historical cities were
constructed and developed right through until the
end of the 19th century.
As is often the case, this technology derives from
the military, and it was actually the Romans who
invented a system of interconnected military camps
joined together by specially constructed high-speed
communication routes allowing troops to be rapidly transferred from one camp to another.
After the fall of Rome, the gradual evangelization
of the Empire and increasing spread of an idea of
“personal and individual dignity”, human energy
provided by slaves eventually became “culturally
unsustainable”.
This caused a huge energy problem but, at the
same time, it really encouraged invention. It
explains why “renewable energy sources” began to
be discovered and exploited in Europe in the 9th10th centuries: wind power and hydro-mechanics.
Watermills along rivers and windmills were developed and soon became widespread. A water mill
was even connected to a mechanism for fulling
wool in Great Britain in the 13th century, marking
the real beginning of the industrial age.
Roman road infrastructure and new energy sources
were the foundations for the birth of a new and
extraordinary manufacturing, business and financial system, never previously seen in the history of
mankind, which even in the 12th century already
had all the complexity and globalization of an
authentic modern industrial and capitalist system.
So Roman “camps” were transformed into proper
cities; trading, exchange, business, and education
places and the locations for schools, banks, markets and universities. And the city not only
became the highest aspiration in terms of the
ideals of wealth and safety, but also a benchmark
for all those intangible values that we might
describe as spiritual, such as knowledge, research,
culture and art.
Nowadays there are plenty of similarities with that
period in history that grounded or regrounded a
certain ideal of the city.
With the fall of the Berlin Wall and the end of the
Cold War, a revolutionary infrastructure became
available originally designed as a piece of communication technology for military purposes: the
World Wide Web. Over the last fifteen years the
Internet has been genuinely revolutionizing the
world of the global economy. Everything is being
reorganized according to this new means of transferring information, money and resources.
Once again we find ourselves in a situation in
which conventional energy sources are becoming
“culturally unsustainable”, because of a widespread awareness of the harmful consequences of
the improper exploitation of the environment and,
ultimately, of mankind itself.
This means we are in the very midst of a great
energy revolution striving to discover or rediscover
“renewable” energy sources, in order to come up
with “sustainable” materials and technology in
every single sector.
The combination of a new and revolutionary infrastructure and the revolution underway in the realm
of energy provide the premises for a profound economic and social transformation of our society,
which will totally redefine our way of living and
working, not to mention the physical layout of the
land and cities. The “sustainable city” and “Smart
City” are now the latest form of idealism applied to
the concept of a city.
As architects and intellectuals, we now have the
opportunity and historical responsibility to define
the ways in which this ideal aspiration actually
takes shape and, fundamentally, of deciding
whether to actually re-sign that blank check handed over to “science” two centuries ago or, on the
other hand, not to sign it and review the concept of
progress as part of a more extensive notion of “cultural sustainability” that must also take into account
other aspects and not just scientific-technical considerations. First and foremost this means rejecting
the idea that only “the sustainability method” and,
hence, those realms connected with energy and
technology can solve the problem. It also means
preventing the spread of a new kind of scientifictechnical thinking that aims to provide the exclusive means of achieving a new ideal in terms of
sustainability and quality. We are faced with the
very real danger of a new cast of wonder-working
technicians coming into being, the scientists-priests
of “sustainability”, who, with the backing of constrictive rules and regulations, will once again claim
to hold the only key and only means of “scientifically” solving all urban issues.
As the Austrian sociologist and epistemologist,
Paul K. Feyerabend, has also clearly pointed out in
his critique of scientific method (Against Method,
1975), postmodern or post-Enlightenment thinking
is now in the situation of realizing that alongside
“phenomena” that can be reduced in numbers,
reality in its totality also includes aspects that actually form an essential part of reality itself.
So it is really a matter of reviving history, philosophy, art, sociology, psychology, traditions and cultural identities and, why not, a culture of spirituality and religion, all realms in which the tools of
“technicians“ serve no purpose but which constitute the criterion of absolute priority and absolute
essentiality in the process of gradually developing
real cities into an authentic and complete ideal of
cultural sustainability.
37
* Joseph di Pasquale (1968), architect
and urban designer, adjunct professor in
the Faculty fo Architecture of Milan Polytechnic and master in Film Making at the
New York Film Academy 2001.
At the beginning of his career he was interested in the issue of the architectural
and environmental quality of large manufacturing sites.
In 2007 he won a competition to extend
the Mini Italy Park in Capriate San Gervasio (Bergamo) and in 2008 to extend the
new eco-town of Jingwu in China, to
which he applied the theories of ecodensity referred to in the book entitled
“La città densa”. Encountering China led
him to develop an interest in the relationship between globalization and cultural
identity, elaborating upon the concept of
“cultural sustainability”.
In 2009 he won the competition to design the headquarters of the Guangdong
Plastic Exchange in Canton, China, with a
project inspired by the idea of an hexagram as a sign/symbol of local architectural design.
In 2008-2012 he held various conferences and lectures at different universities
and conventions in China, Europe and
Brazil based on the theme of “architectural globalization versus cultural sustainability”.
Ecologia visionaria
Visionary Ecology
Hong Kong, Giungla Profumata
Hong Kong, Perfumed Jungle
Progetto di Vincent Callebaut
Project by Vincent Callebaut
38
Nel nuovo paesaggio
urbano proposto da
Vincent Callebaut
spiccano le
torri-organiche, che
affondano le loro
fondamenta-radici
nel mare. La loro
struttura, come
quella degli alberi,
si sviluppa attorno a
un tronco centrale e
va via via
ramificandosi.
H
ong Kong è tra i territori più popolosi della terra,
con una densità di 30.000 abitanti per chilometro
quadrato. Il suo lungomare ha subito nel corso di
150 anni numerose trasformazioni e il continuo recupero di terreno dal mare ha avvicinato la metropoli a Kowloon. Tale sfruttamento ambientale ha fortemente compromesso l’equilibrio naturale con il territorio e la comunità locale ha promosso un concorso per riqualificare il
suo lungomare. Per rispondere a questa speculazione
selvaggia si propone il recupero di aree ambientali, con il
progetto fantascientifico della “Giungla Urbana”, presentata a un concorso internazionale promosso dal governo cittadino che ha stupito per originalità, anche se
non è ancora fattibile nel mondo reale, ma presenta soluzioni interessanti che potrebbero essere realizzate nel
futuro. Il progetto prevede di ridefinire l’area lagunare di
fronte al quartiere degli affari e creare una nuova porta
d’accesso alla città asiatica, icona della globalizzazione e
considerata un pessimo esempio di rapido sviluppo urba-
nistico non ecosostenibile. Il visionario Vincent Callebaut
(Belgio,1977), architetto innovativo non soltanto sul piano formale, bensì per la ricerca di edifici biotecnologici
efficaci per garantire l’equilibrio ambientale, ha presentato un piano eco-futuristico che si distingue per la proposta di ri-addomesticare la natura, ottenendo anche un
ampliamento del territorio. Il suo “porto profumato” è
simile a una città incantata, forse ispirata ai paesaggi di
Moebius o a quelli di Avatar (2010, Cameron ), nel cuore
del Mar della Cina meridionale, per dare più spazio alle
aree verdi e divenire nel tempo una lussureggiante
“giungla urbana” attraverso un processo sofisticato di rinaturalizzazione di un paesaggio troppo urbanizzato.
Inoltre si prevede l’estensione del Lungomare Centrale,
con l’obiettivo di aumentare la disponibilità di aree edificabili senza compromettere il paesaggio. Si tratta di una
politica architettonica eco-friendly, basata su un’ecologia
visionaria, ideata per mitigare gli errori umani legati all’ambiente, basata sul senso di responsabilità sociale. La
CITTÀ INTELLIGENTI SMART CITIES
giungla profumata non è da sottovalutare perché progetta nuovi spazi autosufficienti e in grado di produrre più
energia e biodiversità di quanta ne consumiamo. Callebaut, pronipote dell’architettura utopistica degli Archigram degli anni Sessanta e figlio dell’architettura fantasy
contemporanea, si distingue per strutture alveolari, alla
base del progetto, e per torri-albero tecno-organiche dotate di una pelle vegetale che contribuiranno alla purificazione sistematica dell’aria di Hong Kong. Con questo progetto l’architetto intende riscrivere il mondo acquatico attraverso la creazione di spazi liquidi ad alta fluidità sul terreno del Lungomare Centrale. È accattivante la proposta
di una rete irregolare di cellule, a partire dalla riva del Victoria Harbor, che dovrebbe consentire all’acqua di infiltrarsi all’interno del tessuto urbano, creando un nuovo
substrato ecologico, permeabile a fauna e flora.
Le cellule si sovrapporranno formando file alternate con
l’obiettivo di ridisegnare il paesaggio con spazi sempre
aperti e fluttuanti, dotati di piscine, piccoli porti, viali lun-
gomare, percorsi pedonali e ciclabili, lagune di purificazione biologica, musei oceanografici e anche opere sottomarine. Questa “maglia” ecocompatibile formerà una
nuova topografia dell’ambiente, una sorta di quinta vegetale acquatica terrazzata, ispirata ai terrazzamenti tradizionali per la coltivazione del riso in Asia. Il nuovo distretto ecologico, circondato dalle verdi colline visibili dal
Victoria Peak e dal fiume Jang Xi, chiamato anche Perla
del Nord , si struttura in verticale con torri-organiche , che
affonderanno le loro fondamenta-radici nel mare. La loro
struttura assomiglia a quella degli alberi e si sviluppa attorno al tronco centrale che si ramifica col passare del
tempo. Attorno ai rami, attraverso uno schema irregolare, sono inserite le strutture dedicate ai servizi e all’intrattenimento, racchiuse in facciate vegetalizzate, reti rivestite da “cuscini” di humus e fertilizzanti. La parte interna
delle torri, il tronco, sarà destinata alle funzioni residenziali. Il progetto della “Perfumed Jungle”, se si realizzerà,
trasformerà Hong Kong nella prima metropoli ecologica.
In the new urban
landscape proposed
by Vincent Callebaut
the main emergence
are the organic
techno-towers,
whose rootsfoundations entrench
in the sea. Just like
trees, their structures
extend out from a
central branch
through a gradual
process of
ramification.
39
Studi per la struttura
alveolare su cui si
fonda il progetto.
Studies for the
honeycomb-shaped
structure which is at
the base of the
project.
40
H
ong Kong is one of the most highly populated
places on earth with a density of 30,000 inhabitants per square kilometer. Over a period of 150
years its seafront has undergone numerous transformations and the constant salvaging of land from the sea has
brought the metropolis closer to Kowloon. This kind of
environmental exploitation has seriously jeopardized the
natural balance with the surrounding territory, so the local community has organized a competition to redevelop
its seafront. To cope with uncontrolled speculation, the
idea is to salvage certain environmental areas through a
science-fiction style project for an “Urban Jungle” entered in an international competition promoted by the
City Council that is astonishing in terms of its originality,
although, as of yet, not feasible in the real world but offering interesting solutions that might actually be implemented in future. The project sets out to redefine the lagoon area opposite the business district and creates a
new entrance way to this ancient city: an icon of globalization considered to be a terrible example of high-speed
non-eco-sustainable urban growth. The visionary architect Vincent Callebaut (Belgium, 1977), who was not just
innovative on a stylistic level but also for his research into
efficient biotechnological buildings designed to guarantee the environmental balance, has presented an ecofuturistic plan that stands out for its intent to re-tame nature, even managing to extend the land. His “Perfumed
Port” is rather like an enchanted city—possibly inspired by
the landscapes designed by Moebius or even those from
the film Avatar (2010, Cameron)—right in the middle of
the South China Sea, designed to provide more space for
greenery and gradually turned into a luscious “urban jungle” based on a sophisticated process of re-naturalizing a
piece of over-urbanized landscape.
There are also plans to expand the Central Seafront with a
view to providing more areas for building on without
jeopardizing the landscape. This is an eco-friendly architectural policy based on visionary ecology designed to
mitigate human errors linked with the environment in accordance with a proper sense of social responsibility. The
perfumed jungle should not be underestimated, because
it provides new self-sufficient spaces, capable of generating more energy and biodiversity than we actually consume. Callebaut, a descendant of the utopian architecture designed by Archigram in the 1960s and of modernday fantasy architecture, catches the eye with the honeycomb-shaped structures underscoring the entire project
and the techno-organic tree-towers covered with a vegetable skin that will help systematically purify Hong
Kong’s air. With the aid of this project the architect sets
out to rewrite the aquatic world by creating highly fluid
liquid spaces along the ground of the central seafront.
There is an intriguing project featuring an irregular network of cells starting from the waterfront of Victoria Harbor, which ought to allow water to filter inside the urban
fabric, thereby creating a new ecological substrate permeable to flora and fauna.
These cells overlap to create alternating rows in order to
redesign the landscape by means of spaces that are permanently open and fluctuating, equipped with swimming pools, small harbors, seafront promenades, pedestrian and cycle paths, biological purification lagoons,
oceanographic museums and even underwater works.
This eco-compatible “web” will constitute a new kind of
environmental topography, a sort of terraced aquatic
vegetable curtain inspired by traditional terraces for farming rice in Asia. The new ecological district, surrounded by
green hills visible from Victoria Peak and Jang Xi river, also
known as the Pearl of the North, is structured vertically by
means of organic towers, whose foundations-roots will
be entrenched in the sea. The structure, similar to that of
trees, develops around a central trunk that gradually
branches out over time. Facilities devoted to services and
entertainment, enclosed behind landscaped facades,
networks covered by “cushions” of humus and fertilizers,
are all incorporated around the branches based on an irregular pattern. The inner section of the towers, the
trunk, will serve residential purposes. The “Perfumed Jungle” project, if it is actually built, will turn Hong Kong into
the first ecological metropolis.
Esploso
assonometrico della
stratificazione
strutturale e
funzionale della
Giungla Profumata.
Nelle pagine
seguenti, particolare
delle tecno-torri
organiche che con la
loro pelle vegetale
contribuiranno alla
purificazione dell’aria
della metropoli.
Axonometric blow-up
of the structural and
functional layers of
the Perfumed Jungle.
Following pages,
detail of the organic
techno-towers
whose vegetable
skins will help purify
the metropolis’ air.
41
42
43
44
45
Diversificata ma unitaria
Diversified But Unitary
Dubai, Waterfront City, la città a misura d’uomo
Dubai, Waterfront City, a city designed for people
Progetto di Office for Metropolitan Architecture (OMA)
Project by Office for Metropolitan Architecture (OMA)
46
Il nuovo skyline
disegnato dalla
Waterfront City di
Dubai.
A
Dubai, Waterfront City è una città nuova sorta a
ridosso del deserto, sull’acqua, come un miraggio, con un suo skyline riconoscibile e progettata
con la densità di Manhattan, per ospitare circa 300.000
abitanti, dall’Office for Metropolitan Architecture
(OMA), celebre studio olandese fondato nel 1975 da
Rem Koolhaas. Il masterplan copre un’area di
11.800.000 metri quadrati e comprende l’elemento iconico della City: l’isola a forma quadrata posta al centro
(superficie di 7.000.000 di metri quadrati), che si sviluppa su una griglia di cinque per cinque strade ed è circondata da una serie di canali artificiali e da quattro quartieri: Boulevard, Madinat Al Soor, Resort e Marina. Nakeel è
l’imprenditore immobiliare cha ha commissionato a
OMA la progettazione del piano urbanistico (2007) con
la specifica richiesta di pensare a una città ad elevata
densità, eco-friendly e indipendente dall’uso delle auto. Il
risultato è una città progettata a misura d’uomo, in cui i
transiti tra i diversi isolati sono agevolati da aree ciclabili,
percorribili a piedi o con mezzi pubblici. Per assicurare il
massimo ombreggiamento e il controllo climatico ottimale dell’ambiente urbanizzato, la massa degli edifici
più alti è concentrata nella posizione meridionale per
sfruttare al meglio il flusso dei venti e garantire la refrigerazione dell’area. Waterfront City è smart perché è concepita come un’architettura ambientale, quasi una forma di Land Art in cui funzionalità e vivibilità sono due
aspetti necessari e compatibili, contro la speculazione
ambientale. Tale sensibilità è dimostrata anche dall’edificazione del grande parco centrale, situato intorno all’area dell’imponente Moschea e altri luoghi iconici di attrazione turistica. Questa oasi di verde è il polmone della
city che favorisce meditazione, quiete, frescura per i turisti e gli abitanti. Inoltre garantiscono la protezione dal
sole le vie di ogni isolato dotate di portici e di alberi. I cinque quartieri che costituiscono Waterfront City possiedono un proprio carattere individuale, come alternativa
all’urbanistica omologata dilagante nel nuovo millennio.
Questo è un dettaglio urbanistico non trascurabile per
una città diversificata ma unitaria nel suo progetto complessivo. Waterfront City sarebbe piaciuta a Etienne Ledoux (1736-1806), architetto francese illuminista che
progettava architetture “parlanti”: la sua casa ideata per
i sorveglianti del fiume, cilindrica, attraversata dalle acque del fiume stesso, potrebbe aver ispirato Koolhaas
nella realizzazione dell’edificio sferico di quasi 200 metri
di diametro che domina il Golfo Persico, diventato l’elemento iconico, connotativo dell’isola. L’edificio comprende un centro congressi, residenze, camere d’albergo
e negozi. Waterfront City è diventato un centro vitale e
propulsivo che attira investitori internazionali e produce
lavoro nell’ambito immobiliare, commerciale e turistico.
Situata al confine occidentale di Dubai, Waterfront City
occupa una posizione strategica per gli Emirati Arabi e i
traffici internazionali. I cinque quartieri sono connessi
con un sistema di trasporto pubblico efficiente tra cui la
nuova metropolitana. La chicca urbanistico-ambientale
della nuova città iperattiva 24 ore su 24 è il collegamento
diretto con l’aeroporto internazionale Al Maktoum International Airport, principale scalo aereo dell’Emirato,
inaugurato nel giugno del 2010 e dedicato al defunto
sceicco Maktoum bin Rashid Al Maktoum, l’ex governatore di Dubai, che ha una capacità di oltre 12 milioni di
passeggeri l’anno. Nel 2027, crisi finanziaria permettendo, sarà ultimata anche la progettazione del World Center, progetto residenziale e commerciale, che lo renderà
il più grande aeroporto del mondo, collegato a Dubai attraverso un sistema ferroviario espresso.
CITTÀ INTELLIGENTI SMART CITIES
W
aterfront City in Dubai is a new city built on water out in the desert like a mirage with its own
highly distinctive and carefully designed skyline
and the same density of Manhattan. It was designed by the
Office for Metropolitan Architecture (OMA), a famous
Dutch firm set up by Rem Koolhaas in 1975, to accommodate a population of 300,000. The master plan covers an
area of 11,800,000 m² and includes the City’s iconic feature: a square-shaped island located in the middle (surface
area of 7,000,000 m²) spread across a grid of five roads by
five roads and surrounded by a number of man-made
canals and four different neighborhoods: Boulevard, Madinat Al Soor, Resort and Marina. Nakeel is the property developer who commissioned OMA to design the urban master plan (2007) specifically requesting a design for a highdensity city that is eco-friendly and car-free. The result is a
city designed for people, in which interaction between the
various blocks is ensured by special cycle areas that can be
walked across or travelled through using public transport.
To provide as much shade as possible and also optimum climate control over the urbanized environment, the mass of
the tallest buildings is focused to the south to ideally exploit
the flow of winds and guarantee the area is kept cool.
Waterfront City is smart because it is designed like a piece
of environmental architecture, almost a form of Land Art,
in which functionality and inhabitability are two necessary
and compatible aspects, safeguarding against environmental speculation. This sensibility is also demonstrated in
how the big central park has been constructed around the
area where the imposing Mosque and other iconic tourist
attractions are located. This oasis of greenery acts as the
city’s lungs, encouraging meditation, peace and quiet and
freshness for both tourists and locals. The streets in every
block are furnished with porticos and trees to provide shel-
ter against the sun. The five neighborhoods forming Waterfront City have their own distinctive nature, as an alternative to the kind of standardized town-planning now
found everywhere in this new millennium. This is an urban
detail that should not be overlooked in a city whose overall
design is extremely diversified yet unified. Etienne Ledoux
(1736-1806), the French Enlightenment architect who designed “talking“ architecture, would have liked Waterfront
City: the cylindrical house designed for people in charge of
monitoring the river, which water from the river actually
flows through, might well have inspired Koolhaas’s design
for a spherical building with a diameter of almost 200 meters that looms up over the Persian Gulf and has become
the island’s most distinctive, iconic feature. The building includes a conference center, residential quarters, hotel
rooms and shops. Waterfront City has become a pulsating
driving force that will attract international investors and
create plenty of jobs in the real estate, commercial and
tourist industries. Located on the western border of Dubai,
Waterfront City has a strategic location for the Arab Emirates and also international traffic and trade. The five
neighborhoods are connected together by an efficient
public transport system including a new underground railway network. The standout urban-environmental feature
of this new city, which is truly hyperactive on a 24-hour basis, is the direct link to Al Maktoum International Airport,
the main airport in the Emirates that opened in June 2010
and is dedicated to Sheik Maktoum bin Rashid Al Maktoum, the former governor of Dubai who has since passed
away, which can handle over 12 million passengers a year.
Financial recession permitting, the design of the World
Center will be completed by 2027, a residential and commercial project that will make this the biggest airport in the
world, connected to Dubai by an express railway network.
The new skyline
defined by the
Waterfront City in
Dubai.
47
48
Nella pagina a fianco,
il territorio desertico
attraversato dal Palm
Cove Canal su cui si
sviluppa il masterplan
di OMA e vista aerea
dell’intero
insediamento con
l’isola quadrata di
Waterfront City.
Sotto, planimetria
di Waterfront City,
che si compone di
cinque elementi
collegati tra loro e
con il resto del nuovo
insediamento urbano:
Isola, Boulevard,
Madinat al Soor,
Resort, Marina.
Opposite page, the
desert land crossed
by Palm Cove Canal
on which OMA’s
masterplan is
developed, and aerial
view of the whole
settlement showing
the square island of
Waterfront City.
Below, site plan of
Waterfront City,
which is composed of
five elements
connected together
and to the rest of the
new urban
settlement: Island,
Boulevard, Madinat al
Soor, Resort, Marina.
49
50
L’isola
(1.310x1.310 m) al
centro di Waterfront
City è circondata da
canali artificiali
ottenuti dallo
svuotamento del
terreno perimetrale.
Sotto, l’ingresso dal
mare.
The island
(1,310x1,310 m) in
the center of
Waterfront City is
surrounded by
man-made canals
created hollowing
out the perimeter
land.
Below, the seaside
access.
51
Matrice insediativa invertita
Inverted Settlement Matrix
Agritettura
Agritecture
Progetto di Giovanni Vaccarini
Project by Giovanni Vaccarini
52
Sotto, da sinistra,
cartografia, vista
zenitale e vista a volo
d’uccello di
Agritettura, il
progetto del suolo
che integra gli spazi
aperti dell’agricoltura
alla disciplina
architettonica.
Nella pagina a
fianco, rendering a
livello del terreno.
Below from the left,
map of the area,
zenithal and bird’s
eye view of
Agritecture, the
project integrating
agriculture open
spaces to the
architectonic activity.
Opposite page,
rendering at street
level.
I
l territorio è il risultato di interventi continui, di processi di manipolazione e trasformazione in cui il naturale e
l’artificiale si montano e si confondono, la superficie è il
testo in cui è inciso lo stratificarsi di storie ed eventi.
Questa superficie estremamente variegata (dune,
rilievi, pieghe, lacerazioni, incisioni) è il risultato di
de-formazioni e dis-locazioni nel tempo e nello spazio che riflettono le molteplici azioni socio-economiche
montate nel corso del tempo.
Essa è il materiale principale di un progetto di suolo in
cui pochi sono i momenti in cui il nostro modificare (progettare) lo spazio trova esiti completamente volumetrizzati. Il progetto è sempre un intervento interstiziale, un
progetto di “infiltrazioni” in cui la modellazione della superficie del terreno è la componente instabile e rivelatrice di nuove emergenti forme di spazio.
Se l’architettura appare come un’entità “verticale” sempre intimamente legata (strutturata) sopra il suolo che essa
occupa e il suolo (l’orizzontalità) appare come un passivo
piano “terra”, nell’idea di progetto di “superficie” il suolo
diventa parte attiva nella costruzione di spazi in cui l’architettura appare come una figura fluttuante costituita della
stessa materia del suolo; una sua estensione.
Gli strumenti di controllo, le strategie con cui montare,
“significare” parti estese ed eterogenee di questo territorio
ibrido, sono da ricercare di volta in volta nel montaggio di procedure note (elementari): partizione, addizione, scavo, riporto, in grado di ricostruire un racconto nuovo di questi spazi.
Agritettura
Con “agritettura” si intende un processo integrato e sistemico tra le regole proprie dell’insediare spazi aperti (agricoltura) e quelle proprie della disciplina architettonica.
La crasi tra architettura e agricoltura segna un nuovo
campo di azione in cui l’ipotesi insediativa non parte dal
costruito verso la colonizzazione del vuoto, ma parte
proprio da questo vuoto come nuovo ordine possibile.
Un processo di riappropriazione del vuoto sul pieno.
L’idea è quella di pensare questi spazi proprio partendo
dalla loro caratteristica di vuoto, non “vuoto urbano”,
ovvero lacuna di un pieno, ma uno spazio unico generatore di una categoria di spazio governata dal vuoto.
Un’operazione di deurbanizzazione.
Non è la città (l’urbano) che con le sue regole si espande
e colonizza un vuoto indefinito, ma lo spazio vuoto, con
una propria identità, che inizia la colonizzazione degli
spazi interstiziali della città.
Un’inversione della matrice insediativa: città-natura.
Il suolo con la sua tessitura diventa la matrice semantica
e figurativa di insediamenti puntuali, edifici a torre generati dal tessuto dei campi agricoli come “naturale” continuazione del sistema dei campi e degli spazi aperti.
Il disegno del tessuto insediativo con la sua reiterazione
individua una sequenza non lineare di spazi in cui la folie
del Piermarini si insedia con un processo di inclusione
proprio delle strutture organiche.
Giovanni Vaccarini
… Il ricorso all’architettura sembra ancora l’unico modo
di incidere in modo appropriato sul DISORDINE naturale.
È un modo di dire che l’ORDINE biologico (…) non è stato ancora percepito come una nuova possibilità di concezione (…) Il giardino è il luogo privilegiato dei cambiamenti (…) La storia dei giardini mostra che l’uomo ha
costantemente lottato contro questi cambiamenti.
Tutto si svolge come se l’uomo tentasse di opporsi
all’entropia generale che regge l’universo.
Gilles Clement
Le jardin en mouvement, Parigi 1994.
CITTÀ INTELLIGENTI SMART CITIES
53
Agritettura considera
la superficie come
parte attiva nella
costruzione di spazi
in cui l’architettura
appare come una
figura fluttuante
costituita della stessa
materia del suolo e
come una sua
estensione.
54
Agritecture considers
the ground surface
as an active part in
constructing spaces
in which architecture
appears like a
fluctuating image
made of the soil
itself and as an
extension of it.
T
he territory is the result of ongoing projects,
processes of manipulation and transformation in
which the natural and artificial are combined together and blended. The surface is the text on which the
layering of history and events is etched.
This extremely varied surface (dunes, reliefs, unfolds, lacerations, incisions) is the result of de-formations and dislocations in space and time, which reflect all the multiple
socio-economic interventions which have added up over
time. It is the main material involved in a ground project
during which our modifying (designing) of space has very
few opportunities to fully express itself. A project is always
an interstitial intervention, “infiltrations” in which the
shaping of the surface of the ground is the unstable elements revealing new emerging forms of space.
If architecture looks like a “vertical” entity, always intimately tied (structured) above the ground it takes up, and
the land (horizontality) looks like a passive layer of “soil”,
then in the idea of a “surface” project the ground becomes an active part in constructing spaces in which architecture appears like a fluctuating figure made of soil itself;
it is an extension of it. The control instruments, the strategies used for assembling and “signifying” extensive and
heterogeneous parts of this hybrid land, must be sought
out each time in the combination of well-known (elementary) procedures: division, addition, excavation and restoring, capable of reconstructing a new account of these
spaces.
Agritecture
By “agritecture” we mean an integrated and systematic
process encompassing the rules for setting out open
spaces (agriculture) and those specifically associated with
architecture.
The crasis between architecture and agriculture marks a
new field of action in which the idea of settlements is not
based around constructing to colonize empty space but actually starts from this void as a possible new kind of order.
A process of appropriating empty space out of solid
structure.
The idea is to envisage these spaces starting from their
distinctive trait of being empty, not an “urban void” or
space within something solid, but a unique space generating a category of space controlled by the void.
A de-urbanization of operation.
It is not the city (urban environment) which expands and
colonizes an indistinct void according to its own rules, but
the empty space with its own specific identity that begins
the process of colonizing the city’s interstitial spaces.
An inversion in the settlement matrix: city-nature.
The ground with its own texture becomes the semantic
and figurative matrix of pinpoint settlements, tower buildings generated from the fabric of farmlands as a “natural”
continuation of the system of fields and open spaces. The
design of the settlement fabric (individually reiterated)
identifies a nonlinear sequence of spaces which Piermarini’s “folie” fits into through the kind of inclusion process
associated with organic structures.
Giovanni Vaccarini
…The resorting to architecture still seems to be the only
way of making an appropriate mark on natural DISORDER.
It is a way of saying that the biological ORDER (…) still has
not been perceived as a new conceptual possibility (…)
The garden is the privileged place for changes (…) The history of gardens shows that man has constantly battled
against these changes.
Everything happens as if man were trying to oppose the
general entropy governing the universe.
Gilles Clement
Le jardin en mouvement, Paris 1994.
55
Quartiere-gemma
Gem-Neighborhood
Mondragon, riqualificazione di archeologia industriale
Mondragon, redevelopment of an industrial archaelogical site
Progetto di Estudio Luis De Garrido
Project by Estudio Luis De Garrido
56
Rendering
dell’insediamento
Geoda 2055 e della
Torre Homenaje.
Il complesso è
ordinato secondo
una maglia 3D
formata da cubi di
30x30x30 m
destinati a varie
funzioni, organizzati
in modo regolare e
addossati alle
superfici orizzontali e
verticali di una
vecchia cava.
Renderings of Geoda
2055 settlement and
of the Torre
Homenaje.
The complex is set
out over a 3D web
formed of cubes,
with various
functions, measuring
30x30x30 m,
arranged in a regular
pattern next to the
horizontal and
vertical surfaces of a
former quarry.
N
ella periferia della città basca di Mondragon ( Spagna), a ridosso di un’antica cava, il progetto Geoda 2055 non prevede soltanto la riqualificazione e
valorizzazione di un sito di archeologia industriale carico
di valori storici e simbolici, ma si presenta come una sperimentazione di un nuovo quartiere autosufficiente sul
piano energetico-idrico, ecosostenibile e come un modello di architettura naturale bioclimatica. Visto dall’alto,
l’intero complesso s’incastra perfettamente nella collina,
evidenziando la rottura di una montagna e ricorda le
opere di Land Art di Michael Heizer. Il quartiere, caratterizzato da tipologie variabili e flessibili, edificabili con
processi tecnologicamente avanzati, è stato progettato
da Luis De Garrido (1960), architetto spagnolo, interamente votato alla bioedilizia, da vent’anni impegnato
nella ricerca ingegneristica e architettonica ecosostenibile e direttore di un master dal titolo “Edifici di Costruzioni Intelligenti Sostenibili“ (MEICS) all’università di Valencia, dove vive e lavora. Il nome del quartiere s’ispira alla
forma di un geode e di altre pietre di cui è ricco il territorio basco, infatti la pelle trasparente delle architetture ricorda una enorme gemma e ogni cubo assomiglia a un
cristallo prezioso emerso dalle viscere della terra.
Il quartiere-gemma progettato in un contesto ostile e
complesso si distingue per una griglia tridimensionale
di volumi cubici in vetro (30x30x30 metri), organizzati
secondo una disposizione regolare e addossati alle superfici orizzontali e verticali della cava. Si contano 13
blocchi con 81 case ciascuno, per un totale di 1.053
“viviendas”. La “Torre Homenaje” – icona scenografica del territorio – ospita uffici, sale congressi e una sala
spettacoli, due ristoranti, un centro commerciale e il
Museo “J.M. Arizmendiarrieta”. Tutte le strutture han-
no le stesse forme e dimensioni, anche se sono state
progettate sette diverse tipologie di cubi in base alle diverse funzioni. L’area dedicata ai servizi comprende
quattro corpi edilizi, che, a quota stradale, appaiono indipendenti ma sono collegati nei due livelli inferiori. Diventa un landmark del territorio la torre-grattacielo, all’ingresso del quartiere, che di notte si trasforma in un
corpo illuminante e segnala l’architettura naturale-artificiale agli automobilisti che passano sulla vicina autostrada e modifica radicalmente la percezione del territorio. In estate, il quartiere attiva il sistema di erogazione dell’acqua a spruzzo, per raffreddare naturalmente;
sembra una cascata, in cui sembrano fluttuare i blocchi
cubici di vetro simili a gemme incastonate nella terra.
Tutti i cubi hanno facciate in doppia pelle di vetro, dotate di sistemi multimediali, che in inverno creano una
sorta di effetto serra, mentre in estate proteggono l’interno dai raggi del sole. Questi edifici hanno un patio
centrale coperto, patii laterali aperti verso l’esterno,
chiudibili a seconda della stagione, e coperture sistemate a giardino con captatori solari fotovoltaici. Il quartiere è dotato di accorgimenti bioclimatici per la produzione, l’ottimizzazione e la conservazione dell’energia
(fotovoltaico, termico, geotermico, passivo), recupero
delle acque piovane e reflue grigie. Tutti i materiali sono riciclati, biodegradabili e recuperabili. Anche negli
altri progetti di De Garrido, i principi di base dell’edilizia
ecosostenibile sono: ottimizzazione di risorse e materiali naturali, eliminazione o almeno diminuzione di residui ed emissioni, diminuzione del consumo energetico e uso di energia rinnovabile, costruzione e manutenzione dell’edificio a costi contenuti con l’obiettivo di
garantire vivibilità e qualità ambientale.
CITTÀ INTELLIGENTI SMART CITIES
57
T
he Geoda 2055 project in the suburbs of the
Basque city of Mondragon (Spain), close to an
old quarry, is not just the redevelopment and enhancement of an industrial archaeological site full of
symbolic and historical value, it is also a means of experimenting with a new kind of neighborhood that is
self-sufficient from an energy-water viewpoint, ecosustainable, and even offers a model of natural bioclimatic architecture. Viewed from above, the entire complex slots perfectly into the hillside, focusing on the
rupture of a mountain and evokes Michael Heizer’s
Land Art works. The neighborhood, featuring all kinds
of different and flexible types of buildings constructed
using technologically cutting-edge procedures, was
designed by Luis De Garrido (1960), a Spanish architect, who focuses solely on bio-building and has been
engaged in eco-sustainable engineering and architectural research for over twenty years, even running a
master’s course in “Sustainable Intelligent Building
Constructions” (MEICS) at the University of Valencia,
where he lives and works. The neighborhood’s name is
inspired by the shape of a geode and other stones
found in the Basque countryside. In actual fact the architecture’s transparent skin calls to mind a giant gem
and each cube looks like some sort of precious crystal
emerging from the depths of the earth.
This gem-neighborhood designed in a hostile and intricate setting catches the eye for a three-dimensional grid
of glass cube-shaped structures (30x30x30 m), arranged
in a regular layout and set against the horizontal and
vertical surfaces of the mine. There are 13 blocks, each
containing 81 houses for a total of 1,053 “viviendas”.
“Homenaje Tower” – a striking icon on the landscape –
holds offices, conference rooms and an entertainment
facility, two restaurants, a commercial center and the
58
Sotto, planimetria
generale.
Nella pagina a
fianco, piante tipo
delle residenze con
gli schemi dei livelli
medi di umidità in
inverno (sopra) e in
estate (sotto).
Below, site plan.
Opposite page,
typical floor plans of
the residences with
diagrams showing
the average levels of
humidity in winter
(above), and in
summer (below).
“J.M. Arizmendiarrieta” Museum. All the structures are
the same shape and size, even though seven different
types of cubes were designed to cater for different functions. The services area includes four building structures,
which, at street level, appear to be separate but are actually connected together across the two lower levels. The
tower-skyscraper at the entrance to the neighborhood
will become a local landmark that turns into a brightly lit
body at night-time attracting the attention of drivers on
the nearby motorway to this natural-artificial piece of architecture and radically altering how the land is perceived. In summer the neighborhood will draw on a water sprinkler system to cool down everything naturally; it
looks like a waterfall in which the cube-shaped glass
blocks appear to flutter like gems encrusted in the earth.
All the cubes have double-glazed facades fitted with
multimedia systems that create a sort of greenhouse effect in winter, while in summer they shelter the interior
against the sun’s rays.
These buildings have a covered central patio, side patios
open towards the outside that can be closed at certain
times of year, and roofs landscaped like gardens with
photovoltaic solar captors. The neighborhood is
equipped with bioclimatic means of generating, optimizing and storing energy (photovoltaic, thermal, geothermal, passive) and also recovering rain and waste water.
All the materials are recycled, biodegradable and salvageable. Just like the rest of De Garrido’s projects, the
basic principles of eco-sustainable building are: the optimizing of natural resources and materials, elimination or
at least decrease in leftovers and emissions, reduction in
energy consumption and the use of renewable energy,
and the low-cost construction and maintenance of the
building for the purpose of guaranteeing a high-quality
environment that is pleasant to live in.
AVERAGE LEVELS OF HUMIDITY
External glass panels are
closed, converting terraces
in efficient insulators.
Air vents are closed.
The central patio is
converted in a huge
greenhouse, providing
the common areas with
an adequate temperature.
WINTER MORNING
Indirect solar lighting.
Thanks to the chosen
materials, the walls
transpire naturally and
continuously, allowing
for a natural ventilation
with no energy loss.
Direct solar radiation
reflects on mirrors in the
internal patio.
Lateral counter-doors
are open to let in direct
solar radiation.
Indirect solar lighting.
Direct solar radiation filters
through the whole central
patio, so that all residences
can have natural light and
are heated thanks to the
greenhouse effect.
Direct solar radiation filters
through every residence.
External glass panels are
closed, converting terraces
in greenhouses.
AVERAGE LEVELS OF HUMIDITY
Cross-ventilation
through northern stair.
Indirect solar lighting.
The building has a high thermal
inertia and so it stays hot
by day and night with minimum
energy consumption.
Fresh air vents are open
in the central patio.
Just a portion of solar radiation
filters, enough to naturally
light the central patio.
Glass panels ventilated
facade to avoid that the
morning/evening solar
radiation warms the building.
External glass panels
are open, converting terraces
in solar protections.
Side walls shelter the building
from direct solar radiation.
SUMMER MORNING
External glass panels
are open, converting terraces
in solar protections.
The central patio
stays fresh and shaded.
Between glass and
counter-doors, the air warms
up and ascends quickly,
exiting through the upper
chimneys and insulating
the building.
The side counter-doors are
closed, avoiding direct solar
radiation in the patio.
Fresh airs runs through all
the residences.
Thanks to the chosen
materials, the walls transpire
naturally and continuously,
allowing for a natural
ventilation with no energy loss.
59
Urbanistica eco-solidale
Eco-Friendly Town-Planning
Stoccolma, la Valle dell’Energia
Stockholm, Energy Valley
Progetti di BIG + Grontmij + Spacescape
Projects by BIG + Grontmij + Spacescape
60
Rendering del
progetto per la Sfera
di Stoccolma che
servirà a ricucire una
porzione di territorio
urbano, interrotto da
un nodo
infrastrutturale,
tramite la
realizzazione di un
parco circolare e una
sfera flottante.
I
l governo svedese da anni investe nelle nuove idee e nella ricerca di soluzioni che primeggiano nell’ambito
scientifico, tecnologico, medico e sono votate per
tradizione all’architettura intelligente e all’urbanistica
eco-solidale. Si ricorda che fu lo svedese Svante Arrhenius, fisico, chimico nonché premio Nobel (1903), a scoprire nel 1896 l’effetto serra, individuando il legame tra
anidride carbonica e la temperatura della Terra. Nel 2011,
il gruppo BIG + Grontmij + Spacescape, grandi innovatori
nell’ambito di una progettazione crossover tra urbanistica, paesaggio, architettura e arte, hanno vinto il primo
premio di un concorso a inviti per il masterplan
Stockholmsporten, con il progetto di Energy Valley, nel
nome un destino, dicevano gli antichi. Infatti questo svincolo futuristico, inserito in un percorso circolare, connotato da una sfera flottante che produce energia e che riflet-
te il paesaggio circostante, si propone come un nuovo e
scenografico portale d’ingresso della città. Esso trasformerà il punto nevralgico di intersezione di quattro diverse
aree con inclusi, in una zona green, pedonale e ciclabile,
paesaggi naturali e un grande parco circolare per ricucire
una porzione di territorio urbano prima non utilizzato,
con l’obiettivo di produrre benessere ed energia elettrica
sufficiente per la struttura e per 235 case dei quartieri circostanti. Il progetto è pensato per lo svincolo stradale di
Hjulsta, 15 km a nord di Stoccolma, risolvendo con una
struttura ingegneristica- scultorea-ambientale il problema
di uno svincolo stradale tra due autostrade europee, la
E18 e il passante E4, con un incrocio a tre livelli. Questa
valle artificiale è il più importante intervento infrastrutturale pianificato in Svezia, resosi necessario in seguito alla
crescita e allo sviluppo di Stoccolma. Inoltre, il progetto
CITTÀ INTELLIGENTI SMART CITIES
connette l’adiacente area ricreativa di Jarvafaltet con altri
ambienti naturali, attraverso un percorso continuo per riqualificare l’intera zona. Al concorso hanno partecipato
anche i norvegesi Snøhetta, Kristine Jensen, paesaggista
danese, e gli svedesi Erik Giudice Architects, ma lo studio
BIG ha convinto la giuria perché, si legge nella relazione:
“La fantastica forma rotonda di questa proposta è una
soluzione ingegnosa che interagisce con la geometria
dello svincolo e, allo stesso tempo, crea un contesto urbano che lega le diverse aree circostanti. A ciò si aggiungono grandi potenzialità di incrementare la qualità e le attività del luogo”. La sfera flottante come una bolla d’ossigeno è sicuramente la parte più futuristica del progetto
che si librerà al di sopra dell’incrocio autostradale con il
30% della superficie ricoperta da una pellicola fotovoltaica che garantirà l’energia necessaria al suo stesso mante-
nimento. La Energy Valley riconnette aree diverse in maniera democratica e non gerarchica grazie a un percorso
circolare, pedonale e ciclabile, lungo il quale si affacciano
edifici e funzioni pubbliche, un centro commerciale e
sportivo, un hammam e una moschea, che attireranno visitatori della città e della periferia. Il centro è stato trasformato in un grande parco a forma di torta farcita di pini e
querce, di prati verdi e colline, con molteplici essenze erbacee, zone lussureggianti grazie a specchi d’acqua, ambienti naturali-artificiali diversificati, di forte impatto sensoriale. I quartieri circostanti avranno lo spazio necessario
per crescere, ampliando così la possibilità di espansione
dell’infrastruttura fino a limitare una nuova valle. La sfera
flottante sull’Energy Valley, la cui superficie rispecchia
Stoccolma, diventerà un landmark che offrirà a chi guida
verso o fuori dalla città una visuale a 180 gradi dell’area.
Rendering of the
project Stockholm
Sphere which will
re-connect an urban
piece of land now
divided by an
infrastructural
junction thanks to
the realization of a
loop park and a
floating sphere.
61
F
62
or years now the Swedish government has been investing in new ideas and the quest for solutions at
the cutting edge in the fields of science, technology
and medicine, traditionally opting for intelligent, ecofriendly architecture. It is worth remembering that it was
the Swedish physicist, chemist and Nobel Prize winner
(1903), Svante Arrhenius, who discovered the greenhouse effect in 1896, identifying the link between carbon
dioxide and the Earth’s temperature. In 2011, the BIG +
Grontmij + Spacescape group, major innovators in the
realm of crossover design between town-planning, landscaping, architecture and art, won first prize in an invitational competition to design the master plan for Stockholmsporten with their project entitled Energy Valley,
whose name says it all as the ancients used to say. Indeed
this futuristic hub, incorporated in a circular pathway
characterized by a floating sphere that generates energy
and reflects the surrounding landscape, is intended to
provide a striking new entrance way to the city. It will literally transform a strategic intersection point between
four different areas including pedestrian and cycle paths,
natural landscapes and a large circular park all incorporated in a green zone to stitch back together parts of the urban environment previously unused, for the purpose of
enhancing well-being and generating enough electricity
for the facility itself and for 235 houses in surrounding
neighborhoods.
The project is designed for the Hjulsta motorway junction
15 km north of Stockholm, drawing on an engineeringsculptural-environmental structure for handling a road
junction between two European motorways (the E18
and E4 bypass), with a crossroads on three different levels. This man-made valley is the most important infrastructural project designed in Sweden, rendered neces-
sary due to the growth and development of Stockholm.
The project also connects the neighboring Jarvafaltet
recreation area to other natural settings by means of a
seamless pathway designed to enhance the entire area.
The Norwegian Snøhetta, Danish landscapist Kristine
Jensen, also entered the competition along with the
Swedish firm Erik Giudice Architects, but the BIG firm
won over the panel of judges because, as it states in the
report: “The fantastic round form of this design is an ingenious solution interacting with the geometric layout
of the junction and, at the same time, creating an urban
context binding together the various surrounding areas.
Added to that there is great potential for raising the general standard and various activities in the location.” A
floating sphere acting as a sort of oxygen bubble is certainly the most futuristic part of the project, which will
hover above the motorway intersection with 30% of its
surface covered by a photovoltaic film providing the energy required for its own upkeep. Energy Valley reconnects different areas democratically on a non-hierarchical basis, thanks to a circular pedestrian and cycle path
with public functions and buildings running along it, as
well as a shopping mall and sports center, a hammam
and a mosque, which will attract visitors from both the
city and suburbs. The center has been converted into a
big cake-shaped park full of pine trees and oaks, green
fields and hills, including lots of different grasses and luscious areas full of pools of water, different natural-artificial settings that really strike the senses. The surrounding
neighborhoods will have the space required to expand
the infrastructure right out to the new valley. The sphere
floating over Energy Valley, whose surface mirrors Stockholm will become a landmark offering drivers heading
into or out of the city a 180° view across the area.
63
Viste del modello e,
nella pagina a fianco,
viste aeree dell’area
e planimetria
generale del
progetto della Energy
Valley all’ingresso
nord di Stoccolma.
Views of the model,
and, opposite page,
aerial views of the
area and site plan of
the Energy Valley
project at the
northern entrance of
Stockholm.
Barriera infrastrutturale
Infrastructural barrier
Collegamenti desiderati
Desired connections
Anello verde
The green loop
64
Rumore
Noise
Terreno di scavo
Excavation soil
Avvallamento per riduzione rumore
Valley for noise reduction
Cellule fotovoltaiche
Photovoltaic cells
Energia solare
Solar energy
Produzione annuale di energia
Annual energy production
Peso
Weight
Sollevamento
Lift
Impatto del vento
Wind impact
Punti chiave con gli edifici pubblici
Key points with public buildings
Sviluppo urbano
Urban development
Paesaggio centrale
The central landscape
65
Come creare un segno se tutto ciò
che puoi vedere è il cielo?
How do you create a landmark when
all you can see is the sky?
I dintorni come segno
The surrounding as a landmark
Forza del vento
Wind power
Materiale di superficie
Surface material
Abbagliamento
Glare
Distribuzione energia
Energy distribution
Pressione interna
Internal pressure
Fondazione
Foundation
Sicurezza
Safety
66
67
Una ricerca di [sopra]vivenza
A Search For [Sur]vival
Città della Poesia
Poetic City
Progetto di Davide Vargas
Project by Davide Vargas
68
B
roadacre city. La Ville Radieuse. Le prefigurazioni di
città future si fermano agli anni Settanta. Plug-in
city. New Babylon. Instant city. No-stop city. Scenari e provocazioni attraversati tutti da un anelito ad “andare” verso il futuro. Mi faccio la domanda: perché oggi
nessuno guarda con la stessa energia al futuro? C’è una
riflessione di Alessandro Baricco, dice che il futuro è finito. Più o meno che il futuro viene considerato come una
grande discarica dove depositare tutti i problemi che non
riusciamo a risolvere. Dallo smaltimento dei rifiuti o delle
scorie ai dolori dell’economia. “Andiamo avanti e poi ci
pensiamo”. Più o meno funziona così. Solo che la discarica-futuro si è riempita e tracima verso il presente avvelenandolo. Anzi, rendendolo invivibile. Ecco l’impossibilità
di fare progetti futuri. Al massimo smart-city. O città di
baratto.
Allora ho pensato alla poesia. L’unica cosa che tiene dentro il passato, il presente e il futuro. Non mescolati, ma
proprio tutt’uno. Sono la stessa cosa. Quindi sono qui e
ora. La poesia ce lo fa vedere. È come quando uno di noi
si mette davanti al mare e al massimo riesce a dire tre parole sensate. Montale davanti allo stesso mare tira fuori
poesie indimenticabili. Chi è più dentro la realtà? E poi
dicono che i poeti hanno la testa tra le nuvole. “Soltanto
poeticamente l’uomo abita davvero questa terra”
[O. Elitis].
La poesia trasforma la realtà. Crea realtà. Unica. Altro
non è che proiezione di sé. Quello che ci vuole per trasformare le città che viviamo. O fondarle. Che è la stessa cosa.
La città della poesia è utopia e realtà al tempo stesso.
Certamente una cosa concreta. Ogni uomo può attraversarla e viverla. In ogni uomo che sia vigile la città della
poesia fa nascere il seme della costruzione. Nuovi pensieri. Nuovi stili di vita. Così si “realizza” la città della poesia.
È un pensiero e un sentimento. Ogni uomo è poeta. Un
po’. La città della poesia è ovunque.
B
roadacre City. La Ville Radieuse. Prefigurations of
future cities stop at the 1970s. Plug-in city. New
Babylon. Instant city. No-stop city. Scenarios and
provocations, all pervaded by a yearning to “go” towards
the future. I wonder: why does nobody gaze so energetically into the future today? In a reflection by Alessandro
Baricco, he says the future is finished. More or less that
the future is seen as a big rubbish dump, in which to dispose of all the problems we can’t solve. From refuse or
dross disposal to the woes of the economy. “We’ll move
on and think about it later”. That’s how it works, more or
less. Except that the rubbish dump-future has filled up
and is overflowing into the present, poisoning it. Indeed
making it uninhabitable. Hence the impossibility of
designing future projects. At the most a smart-city. Or
swindle-city.
And so I thought of poetry. The only thing that can incorporate past, present and future. Not mixed, but all together. They are the same thing. So they are here and
now. Poetry shows this. As when one of us stands in front
of the sea and at the most manages to make a few sensible remarks. Montale, in front of that same sea conjures
up unforgettable poems. Who is the deepest into reality?
And to think that poets are said to have their heads in the
clouds. “Only poetically does man really inhabit this
earth” [O. Elitis].
Poetry transforms reality. Creates reality. Unique. It is
simply its own projection. What it takes to transform the
cities we live in. Or to found them. Which is the same
thing.
The poetic city is at once utopia and reality. Certainly a
concrete thing. Everybody can go through and experience it. In every vigilant person the poetic city sows the
seed of construction. New thoughts. New lifestyles.
That’s how the poetic city is “realized”: a thought and a
feeling. Everybody is a poet. To some extent. The poetic
city is everywhere.
CITTÀ INTELLIGENTI SMART CITIES
69
La poesia è una città
Non è città sognata.
È città di vuoti e di edifici. E di relazioni.
Esistono ancora nella città pause, spazi, silenzi? Intervalli di
“senso” nella trama disordinata. Dove ritrovare un che.
Nelle città esistono spesso i “vuoti”. Ferite aperte nei tessuti. Ma nella città della poesia anche i vuoti si trasformano in
“qualità”. Il vuoto come condizione. Il vuoto come soggetto. “È come una preghiera al Vuoto/E il vuoto gira il suo volto verso noi e sussurra: Non sono vuoto, sono aperto”
[Tomas Tranströmer].
La città della poesia è sovversiva. Perché non promette la
felicità. Bensì l’esperienza.
La poesia è città. Territorio. Mondo.
Poetry is a city
It is not a dreamed city.
It is a city of voids and buildings. And relations.
Do pauses, spaces and silences still exist in the city? Intervals of “sense” in an untidy pattern. In which to rediscover
something. “Voids” often exist in cities. Open wounds in
their fabric. But in the poetic city the voids, too, are transformed into “quality”. The void as a condition. Void as
subject. “It is like a prayer to Emptiness/And emptiness
turns its face towards us and whispers: I am not empty,
I am open” [Tomas Transrömer].
The poetic city is subversive. Because instead of happiness, it promises experience.
Poetry is city. Territory. World.
Freno al consumo del cielo
La città della poesia NON consuma cielo. I profili delle nostre città sono sporcati dagli abusi sui tetti. Abbaini oltre misura, sottotetti sopraelevati, altane richiuse. Un campionario di aggregazioni senza regola né rispetto per il tracciato
altimetrico della città. Cielo sottratto.
La città della poesia riscopre il cielo. Progetta la linea di contatto. Di più. La città della poesia percorre il cielo.
Sky consumption curbed
The poetic city does NOT consume sky. The skylines of our
cities are soiled by abuse of their rooftops. Outsized attics, raised penthouses, closed roof terraces. A samplerange of aggregations without rules or respect for the
city’s altimetric pattern. Stolen sky.
The poetic city rediscovers the sky. It draws the contact
line. Yet more. The poetic city runs through the sky.
70
71
I colori della città della poesia
Come le installazioni di Dan Flavin. Sei tu che entri nella
massa del colore. Solida e vaporosa allo stesso tempo. Ne
respiri libero [Allen Ginsberg: (…) respiro, io voglio respirare libero] ogni particella. Sei tu stesso il colore. Nella città
della poesia sei TU che fai ogni cosa. Niente è esterno.
The poetic city’s colors
Like Dan Flavin’s installations. It is you that enter the mass
of color. Solid yet vaporous. You breathe it freely [Allen
Ginsberg: (…) I breathe, I want to breathe every particle
freely]. You yourself are color. In the poetic city it is YOU
that does everything. Nothing is external.
72
Le cose della città della poesia
Ogni cosa è linguaggio. Edifici. Spazi. Vuoti. Sopra e sotto.
Entità minute. Un flusso di significati viene dal retroterra
della forma visibile. È la forma stessa. Visibile il senso. Perché ogni cosa vuole che tu ne sveli il senso. Te lo chiede come una invocazione.
[Cammino nella palude della città scivolando sui basoli lisci
come pelli di mammifero marino e inarcando la schiena di
continuo per non precipitare e in questa tensione sento
parlare le pietre i ferri e i canali i vetri degli edifici inzuppati.
È questa la città della poesia. Voci, versi scritti sulle strisce di
pelle intonacate o scabre. Parole che trovo e riconosco.
Verbi. Immagini. Conoscenza umana. Linguaggio, dicevamo. E fare.]
The poetic city’s things
Everything is language. Buildings. Spaces. Voids. Above
and below. Minute entities. A flow of meanings comes
from the hinterland of visible form. It is form itself. The
sense visible. Because everything wants you to disclose its
sense. Asking you as an invocation.
[I walk through the city swamp sliding on the volcanic
paving stones smooth as sea mammals’s skins and bending my back all the time so as not to crash and in this tension I hear the stones irons canals glass speaking in the
soaked buildings. This is the poetic city. Voices, verses
written on plastered or rugged strips of skin. Words that I
find and recognize. Verbs. Images. Human knowledge.
Language, we were saying. And doing.]
La città della poesia racconta verità – svela i segreti
Prendi i cigli delle strade. I deserti delle periferie. Nella
città ci sono i luoghi dei falliti. Le bettole, i manicomi, le
mense, la strada, le ferrovie. Ci sono i falliti. Uomini e
donne traditi. Ubriaconi e disperati. Miserie. Ma c’è uno
sguardo nella città della poesia. Narrante in presa diretta.
Assente il giudizio morale. Che registra gli uomini e ne
scava la dolente umanità. Lo sguardo di un poeta. “Non
vi venga l’idea che io sono un poeta” dice Bukowski. Lo
sguardo dell’uomo.
The poetic city recounts truth – reveals secrets
Take the shoulders of roads. The suburban deserts. In the
city there are places of failed people. The taverns, mental
hospitals, canteens, road, railways. There are failed people. Men and women betrayed. Drunk and desperate.
Poverty. But there is a glimpse into the poetic city. A live
narrator. Moral judgement missing. Which records human beings and penetrates their sorrowful humanity. The
eyes of a poet. “Don’t start thinking I am a poet”, says
Bukowski. People’s eyes.
La pianta della città della poesia
Come la scheda madre di un transistor. Mappa di circuiti.
Rete di vettori. Rimandi. Viaggi. Flussi di parole. Come la
scheda estratta da Hal.
The poetic city’s plan
Like the motherboard of a transistor. Map of circuits. Network of vectors. References. Journeys. Flows of words.
Like the motherboard extracted from Hal.
La città della poesia è una demolizione
Nella città esistente. Come un’esplosione. Nei suoi squarci
nasce la possibilità che lo sguardo possa immaginare. Cosa? Tessiture di costruzioni.
Come inserire una parola in una frase. La parola mancante.
Giusta. Ineliminabile. Quella solo quella. La frase diventa
poesia. Come la città.
La città della poesia è un insieme di “punti di vista”. Laterali. In altura. Oltre lo scontato. Soprattutto: creativi. Di
fronte all’orrore c’è lo scatto. L’orrore c’è. E chi può negarlo? Non è sotto gli occhi di tutti il “disfacimento”? Ma
ogni cosa si trasforma. Per dirla meglio: ogni cosa l’uomo
è in grado di trasformare. Come sempre l’uomo. Il suo
passaggio su questa terra. La sua consapevolezza. La sua
capacità di attribuire senso alla realtà. Anzi. Di creare
realtà. Cosa c’è di più reale se non la proiezione del proprio “io” più profondo?
The poetic city is a demolition
In the existing city. Like an explosion. In its gashes the eye
might be able to imagine. What? Textures of constructions.
Like fitting a word into a sentence. The missing word.
Right. Indestructible. That and only that. The sentence
becomes poetry. Like the city.
The poetic city is a set of “points of view”. Lateral. On
higher ground. Beyond the obvious. Above all: creative.
Opposite horror the sudden movement. The horror is
there. Who can deny it? Is not the “disintegration” visible
to all? But everything is transformed. Or rather: everything that humans are capable of transforming. As always, human beings. Their passage on this earth. Their
awareness. Their capacity to attribute sense to reality. Or
rather, to create reality. What is more real than the projection of one’s innermost “self”?
73
74
La città della poesia infine
È fatta di incroci. Non è detto che stiano sullo stesso piano.
Ma non importa. Percorsi che si intrecciano. O si sfiorano
appena. Ma ogni tocco d’aria provoca modificazioni. Apre
visuali. Oltre le barriere. Coordinate di incroci. Orizzontali.
Verticali. Alternati.
Come la siepe di Leopardi che da tanta parte/dell’ultimo
orizzonte il guardo esclude.
Le barriere sono occasioni. Quando smetti di sbattervi la testa contro capisci che se solo ti sposti di lato. Gli incroci punti di domande a se stessi. Scelta. Istinto. Voce del sentire. Gli
incroci sono la struttura. Intorno ad essa la città della poesia
costruisce se stessa. Come una maglia generatrice.
Nessun riferimento a icone possedute.
[il gesto primario del tracciamento di assi ortogonali determina la croce]
Nessuna analogia. Né simboli. Ogni cosa è da inventare.
Scoprire. Disvelare. Costruire. E niente dura per sempre.
[Andiamo dove la terra finisce. Come un fiume. Seguiamo la corrente e imbocchiamo gli affluenti. Questo è il
percorso. Si fa camminando. Con mete mobili. Andiamo
lungo le sponde della città e della terra. Oltre i domini.
Dove si incontrano gli elementi – la terra, l’acqua, il cielo
– accade qualcosa. Un caprifoglio si lascia scoprire nell’incavo delle rocce, dove la terra rossa si sfoglia toccando le acque e il fiume sfrangia le sue membra poderose
prima di mescolarsi all’infinito].
The poetic city after all
It is made of crossings. Not necessarily on the same plane.
But it does not matter. Routes interweaving. Or barely
touching one another. But every touch of air causes
changes. Opens vistas. Beyond barriers. Coordinates of
crossings. Horizontal. Vertical. Alternate.
Like Leopardi’s hedge, which for its part, excludes most of
the horizon.
Barriers are opportunities. When you stop banging your
head against them you realize you’re only moving sideways. The crossings as questions to themselves. Choice.
Instinct. Voice of feeling. Crossings are structure. Around
it the poetic city builds itself. Like a generating grid.
No reference to icons possessed.
[the primary act of tracing orthogonal axes determines
the cross]
No analogy, nor symbols. Everything to be invented.
Discovered. Disclosed. Constructed. And nothing lasts
forever.
[We go where the land ends. Like a river. We follow the
current and turn into its affluents. This is the route. Done
by walking. With mobile destinations. Going along the
banks of the city and the earth. Beyond dominions.
Where elements–earth, water and sky–meet, something
happens. A honeysuckle lets itself be discovered in the
hollow of a rock, where the red earth peels off touching
the waters and the river spreads its mighty limbs before
mingling with infinity].
75
La città della poesia è un ambiente
Il palazzo ducale di Urbino è il prototipo di ambiente. Microcosmo urbano, luogo dove l’incontro di polarità fa nascere una nuova civiltà. Laurana, Duca di Montefeltro, Piero della Francesca.
Si può costruire la città della poesia. La propria. E quella collettiva.
Anni fa raccontai ad un giovane architetto che mi avevano
colpito i fiori freschi che Ettore Sottsass teneva nello studio.
Dopo molti anni mi dice: “Tu non mi hai detto di fare altrettanto ma io ho cominciato a mettere i fiori freschi nello studio”. Così vanno le cose con la poesia. Roba che si riverbera
nel quotidiano delle persone. Qui conduce.
Davide Vargas
The poetic city is an environment
The Ducal Palace in Urbino is the prototype of an environment. An urban microcosm, a place where the
meeting of polarities brings a new civilization into being. Laurana, the Duke of Montefeltro, Piero della
Francesca.
The poetic city can be built. Yours. And the collective.
Years ago I told a young architect that I had been struck
by the fresh flowers that Ettore Sottsass kept in his studio. Many years later he said to me: “You didn’t tell me
to do the same, but I too started putting fresh flowers
in my studio.” That’s the way it is with poetry. Stuff that
reverberates in a person’s everyday life. That leads.
Davide Vargas
“Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla
soltanto?” Pier Paolo Pasolini, Il Decamerone, 1971.
“Why create a work when it is so nice to dream about it
only?“ Pier Paolo Pasolini, Il Decamerone, 1971.
Programmazione urbana sostenibile
Sustainable Urban Planning
Earth City, il sistema della città ecologica
Earth City, Eco City System
Progetto di J.M. Schivo & Associati
Project by J.M. Schivo & Associates
76
Città
In un momento di crisi economica globale il rilancio dell’economia passa necessariamente attraverso un nuovo modo di immaginare la città, i suoi processi produttivi ed
energetici, la sua socialità.
Earth City–Eco City System si configura come un innovativo strumento destinato alle amministrazioni pubbliche,
governi e investitori privati che intendano perseguire una
strategia di programmazione urbana sostenibile fortemente articolata, basandosi su dati acquisiti e in tempi
contenuti con caratteristiche in linea con i criteri di valutazione individuati dalla UE per definire il modello di Smart
City. Si tratta infatti di un sistema programmato in equili-
brio con l’ambiente naturale, fondato sul rispetto delle locali condizioni geografiche, climatiche e culturali e caratterizzato da precisi limiti dimensionali e da un ottimale
rapporto fra densità del costruito e reti di spazi pubblici
definiti dalla struttura degli isolati urbani a destinazione
mista. È composto da un numero definito di distretti strettamente correlati, ma può adattarsi a situazioni più ampie
e complesse.
La densità ottimale del costruito favorisce un ricco sistema di rapporti di prossimità permettendo ai suoi abitanti
di vivere in un ambiente a completa accessibilità pedonale e incoraggiando l’uso di mezzi elettrici condivisi con il
supporto di un’efficiente rete di trasporto pubblico per gli
CITTÀ INTELLIGENTI SMART CITIES
spostamenti più lunghi. La concezione del suo progetto
energetico parte dalla considerazione del massimo sfruttamento delle più attuali tecnologie di autoproduzione,
riuso e conservazione delle risorse disponibili avendo come obiettivo principale la creazione di un ambiente urbano che riduca al minimo il consumo delle risorse naturali,
preservi la biodiversità del sito, attraverso il suo centro costituito da un sistema verde che rappresenta oltre il 40%
dell’area complessiva, e garantisca riserve produttive e di
acqua. L’integrazione di elementi naturali in un “sistema
nervoso” formato da reti tecnologiche intelligenti, caratterizzate da elementi adeguatamente connessi in rete e
basate sul minimo consumo di risorse, massimizza la so-
stenibilità in tempi certi di Earth City rendendola struttura
efficiente ed efficace secondo il concetto di energia “justin-time”, energia dove e quando serve.
Attraverso l’utilizzo di tutte le principali fonti di approvvigionamento da energie rinnovabili e delle tecnologie del
riuso il sistema arriva così a coprire una percentuale, variabile a seconda del sito, compresa fra il 60 e il 90% del fabbisogno energetico e ad ottenere una minore emissione
di CO2 di circa 90.000 t/anno. Inoltre le sole aree boschive producono 830 tonnellate di ossigeno pari a circa 27
kg di ossigeno per abitante e le aree a verde coltivato a fini alimentari sono in grado di provvedere al 30% dei fabbisogni agroalimentari degli abitanti.
77
DEVELOPMENT REMODELED
Change the vision of the city
TOTAL GREEN 2.420.000 MQ
(47% Total surface)
Agriculture
Wilderness
Park
Lawn
78
City
At a time of global economic crisis, the economy can only be boosted by coming up with a new way of envisaging the city, its manufacturing/energy processes and its
social relations.
Earth City–Eco City System is designed to be an innovative means for Public Administrations, Governments and
private investors to pursue a strategy of highly elaborate
sustainable urban planning based on accumulated data
and working on a tight schedule, also complying with
the assessment guidelines set by the EU for defining a
model for a Smart City.
It is actually a programed system in balance with the natural environment based on respect for local geographical, climatic and cultural conditions and featuring very
precise size constraints and optimal interaction between
the density of the builtscape and networks of public
spaces determined by the structure of mixed-purpose urban blocks. It is composed of a definite number of strictly
correlated districts, but it can also adapt to more extensive and elaborate situations.
Optimum density of the built environment favors an extensive system of proximity relations allowing local inhabitants to live in a fully pedestrian setting and encouraging the use of shared electric transport with the backing of an efficient public transport network for longer
journeys.
420.000 MQ
1.350.000 MQ
370.000 MQ
280.000 MQ
The energy project is designed with a view to making the
best possible use of the most cutting-edge self-production,
reutilization and conservation technology for the available resources, with the main goal being to create a
cityscape reducing the consumption of natural resources
to a minimum, preserving the biodiversity of the site
thanks to a downtown district composed of a system of
greenery/landscaping representing over 40% of the
overall area, and guaranteeing production supplies and
water. Incorporating natural features in a “nerve system”
composed of intelligent technological networks featuring suitably networked elements and based on the minimum consumption of resources, maximizes the sustainability of Earth City within definite guidelines, making it
an effective and efficient structure based on the concept
of “just-in-time” energy where and when it is needed.
By using all the main renewable energy sources and reutilization technology available, the system can cover a
percentage of the overall energy demand ranging (depending on the site) between 60-90% and reducing the
amount of CO2 emissions by approximately 90,000
tonnes/year. Moreover, the wooded areas alone generate 830 tons of oxygen equivalent to approximately 27
kg of oxygen per inhabitant, and the areas of greenery
farmed for food purposes can supply 30% of the local inhabitants’ farm-food requirements.
BIODIVERSITY
EARTH CITY
Green system
To the city
To the city
Intensive green
830t
Oxygen production
135HA
-7.000t CO2
Urban Park
65HA
Biological cultivations
42HA
To the city
Ecological corridor
30%
Inhabitants’ agricultural need
Water
630.000 MQ
Diameter 900m
79
90%
ENERGY NETWORK
Rainwater recovery from land
INTERMODAL PUBLIC NETWORK
INDIVIDUAL SYSTEM SHARED
UNDERGROUND PRIVATE PARKING
80
Energia
Earth City è un innovativo concept per una città di fondazione immaginata come contenitore di soluzioni mirate a
governare la complessità del sistema urbano.
Energy = management city complexity E=mc2
La gestione del sistema città nel suo intero ciclo di vita tende al minor consumo di energia possibile.
Earth City implementa questo approccio in tutte le fasi progettuali, realizzative e gestionali e in tutti i settori sociali,
economici e ambientali.
Le keywords energetiche di Earth City sono:
• Smarts Grids
• Innovation technology
• Massima quota di Fonti Energetiche Rinnovabili
• Comportamento sostenibile degli abitanti.
La struttura urbana è stata concepita come un insieme di
infrastrutture composte da elementi fissi in rete che, adeguatamente connessi, riescono a renderla efficaciency, ossia sia efficace che efficiente. Earth City vuole sfruttare il
potenziale delle ICT (information and communication technologies) per risolvere le sfide sociali emergenti.
Piattaforme tecnologiche a elevata innovazione e strettamente integrate:
• Integrazione fra generazione distribuita dell’energia,
fonti rinnovabili e utenze (residenziale, terziario)
• ICT applicata alla gestione dei distretti energetici al fine di
ottimizzare scambi energetici nelle diverse forme: termica
elettrica, frigorifera, combinata (co-trigenerazione).
L’Energy Just-in-Time è caratterizzata da elementi quali affidabilità, riduzione delle inefficienze di produzione e distribuzione dell’energia in un’ottica di approvvigionamento a
filiera corta con forti riduzioni degli sprechi nella trasmissione dell’energia stessa.
Earth City realizza una generazione distribuita dell’energia
attraverso la costruzione di una innovativa Smart Grid sottesa da una ferrea logica just-in-time: produrre e consumare l’energia che serve al momento giusto.
Tale concetto è stato affrontato dando specifiche risposte
progettuali ai seguenti obiettivi:
• Ottimizzare l’efficienza energetica della struttura urbana
• Ottimizzare l’efficienza energetica nell’approvvigionamento energetico
• Minimizzare il fabbisogno energetico degli edifici
• Rendere sostenibili tutte le fasi del processo costruttivo
• Massimizzare le FER per il sistema dei trasporti
• Prevedere un sistema dei trasporti con bassi consumi di
energia primaria
• Prevedere la mobilità intermodale (Minimizzare i bisogni
di trasporto e ottimizzare il sistema dei trasporti)
• Contenere la produzione dei rifiuti e valorizzarli energeticamente – Riciclo rifiuti
NETWORK PUBLIC ELECTRIC TRASPORTATION
• Ridurre i consumi di acqua
• Sfruttare al massimo le fonti energetiche rinnovabili –
Energia fotovoltaica, eolica, geotermica.
Sistemi passivi e ciclo costruttivo: insieme di accorgimenti progettuali, impiego di tecnologie e materiali da riciclo per favorire minori consumi energetici variabili in funzione delle condizioni climatiche locali (circa 7% rispetto ai
consumi tradizionali di energia con conseguenti minori
emissioni).
Riciclo rifiuti: impianto di cogenerazione da 2 MW per
produzione di energia elettrica e termica (produzione di
energia annua circa 12.000 MWh).
Energia fotovoltaica: installazioni su coperture e facciate
per una potenza complessiva di oltre 35 MW (circa 30%
del fabbisogno complessivo di energia).
Energia eolica: utilizzo di micropale da 5 kW e di
grandi turbine da 1 MW (circa 40% dell’energia annua
necessaria).
Energia geotermica: sonde verticali e orizzontali sfruttano la temperatura del terreno a 20 metri di profondità e
quella di superficie. L’energia prodotta non emette CO2,
quindi ogni kW risparmiato equivale a CO2 non emessa (riduzione dei consumi per riscaldamento e raffrescamento
pari al 50%).
I consumi stimati ammontano a oltre 150.000 MWh annui
totali comprendendo quelli abitativi, di uffici, commercio,
strutture collettive, infrastrutture.
Le tecnologie adottate e i cicli progettuali e costruttivi portano ad un contributo sostanziale a tali consumi in termini
di risparmi sull’energia e sugli agenti inquinanti a livello globale (CO2 e TEP).
Il sistema è concepito per arrivare a coprire il 100% del fabbisogno energetico tra autoproduzione e risparmio di energia necessaria annua e a una minor emissione di oltre
100.000 tonnellate di CO2 all’anno.
Detta percentuale può variare fra il 60 e il 100% a seconda
delle tecnologie impiegate e delle caratteristiche ambientali e climatiche del sito.
La dotazione di aree verdi boschive e di aree verdi coltivabili fornisce un ulteriore contributo di autosufficienza e autoproduzione.
A fronte di una presenza di 42 ettari di aree agricole e di 47
ettari di verde a bosco si ottiene una quantità misurabile di
benessere abitativo in termini di ossigeno prodotto e di ulteriore CO2 non immessa in atmosfera.
Le sole aree boschive producono 290 tonnellate di ossigeno pari a circa 10 Kg di ossigeno per ognuno dei 30.000
abitanti oltre a 2.500 tonnellate di CO2 risparmiata.
Le aree a verde coltivato a fini alimentari, pari a 42 ettari,
sono in grado di provvedere per il 30% dei fabbisogni
agroalimentari degli abitanti.
Energy
Energy City is an innovative concept for a grounding city
envisaged as the container of solutions aimed at controlling the complexity of the urban system.
Energy = management city complexity E=mc2.
The overall management of the city system throughout
its entire life cycle tends towards the lowest possible
energy consumption. The city implements this approach in all its various design, construction and managerial phases and in every social, economic and environmental sector.
Earth City’s keywords in terms of energy are:
• Smarts Grids
• Innovation technology
• Maximum share of Renewable Energy Sources
• People’s sustainable behavior.
The urban structure is envisaged as a set of infrastructures composed of fixed networked elements, suitably
interconnected, that make it efficaciency or, in other
words, effective and efficient.
Earth City aims to exploit the potential of ICTs (information and communication technologies) to handle emerging social challenges.
Highly innovative and tightly integrated technological
platforms:
• Integration between energy generation/supply, renewable sources and users (housing, services)
• ICT applied to the management of energy districts to optimize energy exchanges in their various forms: electricalthermal, refrigeration, combined (co-trigeneration).
Energy Just-in-Time features such distinctive traits as reliability, reduction of energy generation/supply inefficiency, based on notable reductions in waste during the
transmission of energy itself.
Earth City generates and supplies electricity through the
construction of an innovative Smart Grid working on a
just-in-time basis: generating and consuming the energy
required at the right time.
This concept is tackled providing specific design solutions to meet the following targets:
• Optimizing the urban structure’s energy efficiency
• Optimizing the energy efficiency of the electricity supply
• Minimizing the energy requirements of buildings
• Making every stage in the construction process sustainable
• Maximizing FERs for the transport system
• Providing a transport system with low primary energy
consumption
• Providing intermodal transport (Minimize transport
needs and optimize transport systems)
• Constraining the generation of waste and exploiting it
for energy purposes – recycling waste
• Reducing water consumption
• Exploiting renewable energy sources to the maximum
– Photovoltaic, wind, geothermal energy.
Passive systems and the construction cycle: set of
design measures, use of recycling technology and materials to facilitate lower energy consumption varying in accordance with the local weather conditions (approximately 7% compared to conventional energy consumption resulting in lower emissions).
Recycling waste: MW co-generation system for generating electrical-thermal energy (yearly electricity generation of approximately 12,000 MWh).
Photovoltaic energy: installations on roofs and facades to provide an overall power supply of over 35 MW
(approximately 30% of overall energy requirements) .
Wind power: use of 5 kW micro-blades and large 1 MW
turbines (approximately 40% of yearly energy requirements).
Geo-thermal energy: vertical and horizontal probes
exploiting the ground’s temperature at a depth of 20 m
and at the surface. The energy generated does not give
off CO2, so every kilowatt saved corresponds to CO2 not
emitted (50% reduction in consumption for heating and
cooling purposes).
Estimated consumption amounts to over 150,000 MWh
annual total, including consumption by housing, offices,
retail, community facilities, infrastructures.
The technology adopted and design/construction cycles
result in notable energy savings in this consumption and
also reductions in polluting substances on a global level
(CO2 and TEP).
The system is designed to cover 100% of energy needs
based on self-generation and required annual energy
savings. It will also reduce CO2 emissions by over
100,000 tons a year. It may vary between 60-100% of
this figure, according to the technology used and environmental-climatic features of the site.
Wooded areas of greenery and landscaped areas used for
farming provide a further contribution to self-sufficiency
and self-production. The presence of 42 hectares of
farmland and 47 hectares of woods will improve the living conditions in terms of the oxygen produced and reduction in CO2 given off into the air.
The areas of woodlands alone generate 290 tons of oxygen equal to approximately 10 Kg of oxygen for each of
the 30,000 inhabitants, plus a saving in terms of CO2 of
2,500 tons.
The land farmed for food purposes, equal to 42 hectares,
can provide 30% of the local population's farm-food requirements.
81
82
Il quartiere
Earth City–Eco City System presenta tre settori urbanizzati in cui trovano posto servizi, attività lavorative e residenze. Il sistema fortemente integrato si sviluppa come
una concatenazione di funzioni, spazi, piazze e percorsi
e si articola in una serie di unità di dimensioni più limitate, autosufficienti energeticamente, che applicano la
stessa filosofia generale: energy just-in-time e +bitwatt.
La flessibilità del sistema e le sue contenute dimensioni
fanno sì che possa trovare applicazione oltre che nel
contesto urbano di Earth City anche in realtà territoriali
già parzialmente edificate o in aree dismesse da riqualificare pur conservando inalterate le sue caratteristiche:
- il verde e l’acqua come struttura portante di tutto il sistema: verde intenso, verde agricolo, verde urbano attrezzato e verde sportivo
- i servizi di quartiere: cinque tipologie di spazi rappresentano il sistema di servizi a garanzia di un mix di funzioni oggi indispensabile per favorire un corretto rapporto tra abitanti e spazio pubblico
- le residenze: cinque tipologie abitative, caratterizzate
da alta flessibilità interna e sostenibilità ambientale, rispondono alle richieste di un’utenza sempre più diversificata e multietnica ricreando la complessità di relazioni fra residenti tipica di un quartiere consolidato con
la presenza di spazi per attività diverse, tetti-giardino
coltivabili, piccoli servizi di prossimità, laboratori e spazi
culturali
- l’arredo urbano: gli stessi criteri generali sono applicati al quartiere con la previsione di una serie di funzioni
leggere e mobili, connesse alle piazze, che garantiscono la continua flessibilità del sistema e delle attività
commerciali di base
- i trasporti: la compattezza dell’impianto del quartiere
privilegia gli spostamenti a piedi a cui si aggiungono
mezzi elettrici condivisi per un’agevole fruibilità dell’insieme
- l’energia: l’uso su larga scala delle fonti rinnovabili
unito a criteri di risparmio energetico e razionale distribuzione dell’energia permea l’intero sistema
- la condivisione partecipata.
Jean-Marc Schivo
The Neighborhood
Earth City–Eco City System has three urbanized sectors
providing room for services, work activities and housing.
This highly integrated system develops like a chain of
functions, spaces, squares and pathways and is organized in a set of smaller energy-self-sufficient units applying the same basic philosophy: energy just-in-time
and +bit-watt.
The flexibility of the system and its constrained size mean
that it can be incorporated not only in the urban setting
of Earth City but also in areas already partially built-up or
abandoned areas to be redeveloped while maintaining
their distinctive traits:
- greenery and water as the bearing structure for the entire system: intense greenery, farm landscaping, fullyfurnished urban landscaping and sports-oriented
greenery
- neighborhood services: the services system is represented by five types of space guaranteeing the kind of
mix of functions now indispensable for encouraging
proper interaction between inhabitants and public space
- housing: five types of housing featuring high internal
flexibility and environmental sustainability, meeting the
needs of an increasingly wide range of multi-ethnic users
and recreating the complex relations between residents
typical of a consolidated neighborhood equipped with
spaces for various different activities, cultivatable
garden-roofs, small local services, workshops and cultural facilities
- urban furnishing: the same general guidelines are enforced in the neighborhood to provide a set of easy-toread, mobile functions connected to the local squares,
guaranteeing a consistently flexible system and basic
commercial operations
- transport: the compact nature of the neighborhood
layout encourages walking and is also backed up by
shared electric transport to make it easier to take advantage of the overall system
- energy: the large-scale use of renewable sources combined with guidelines for energy-saving and the rational
supply of energy characterizes the entire system
- participated sharing.
Jean-Marc Schivo
DISTRICT ZONING – DISTRIBUTION OF BUILDING TYPES
83
ECO CITY SYSTEM – EARTH CITY
Energy buildings strategy
High performance building
La resilienza
Resilience
La città vegetale
Vegetable City
Progetto di Luc Schuiten
Project by Luc Schuiten
84
I
l concetto di città vegetale, o di città resiliente, è nato da
una riflessione di architettura su possibili forme di habitat e
di funzionamenti urbani futuristici. Una tale formulazione
è stata elaborata pensando alla realtà e alle necessità materiali e intellettuali del vivente. Libera da tutti i vincoli dello sviluppo imposto dal capitalismo, questa proiezione visionaria
del nostro ambiente si interroga sui modi di vita nella prospettiva di una evoluzione sostenibile.
Oggi, lo stato del pianeta pone dei problemi sul suo futuro. La rivoluzione causata dall’investimento nell’industria
giunge ora alla fine. Lo sfruttamento delle riserve naturali
e umane attraverso il globo, l’erosione della biodiversità,
la capitalizzazione individuale delle risorse del pianeta,
sono altrettanti segnali che caratterizzano la china sulla
quale il modernismo è precipitato. La società che si è determinata nella frenesia della produzione ha creato una
rappresentazione illusoria del progresso. La padronanza
tecnica che ieri garantiva la crescita dei beni, dava la sicurezza di un potere incontestato e illimitato delle nostre
società industriali. Sotto l’impulso di prospettive di vita
migliore, dove la ricerca della ricchezza materiale garantiva di sfuggire alla precarietà, esse non hanno visto il flagello distruttore che nascondeva il loro sogno. Al di fuori
di ogni concertazione sociale, di ogni legislazione, nella
precarietà delle procedure tecniche, ha preso vita un
Alien. Come una cellula che ignora la sua appartenenza
a un unico organismo, ognuno ha portato avanti la sua
battaglia per se stesso o per la sua famiglia, senza coscienza degli sconvolgimenti degli equilibri naturali e sociali causati dagli strascichi di questi comportamenti nelle
trasformazioni dei legami individuali e nel rapporto con il
modo vivente. Da parecchi anni, la moltiplicazione delle
catastrofi ambientali e i rapporti internazionali sui cambiamenti climatici e la biodiversità danno sempre più
spazio a visioni negative e allarmistiche di un pianeta colpito nella sua integrità dalle aggressioni umane e prospettano la paura di un futuro solo negativo come progetto di società. Per rimediare a questo difetto nefasto in
CITTÀ INTELLIGENTI SMART CITIES
una prospettiva positiva del nostro futuro, ho voluto, al
contrario, mostrare il più bel futuro possibile per il nostro
pianeta, il mondo in cui vorrei vivere. A tal fine ho esplorato le piste già tracciate dal biomimetismo, proponendo
di concentrarci attorno a una creatività positiva, di aprire
dei futuri possibili che rendano impazienti di farvi parte e
di progettare delle città dove sia bello respirare, rendendo il loro spazio ai canti degli uccelli, agli orti e ai meandri
dei fiumi e dei ruscelli. Città fatte di spazi che incarnano
uno dei principi fondamentali del vivente: la vita crea le
condizioni propizie alla vita. Oltre a questo, esse propongono anche di ridurre la frontiera tra artificiale e naturale, e di riconciliare gli aggressori e gli aggrediti attorno alla coscienza rinnovata di un’ampia relazione di interdipendenza, di un rispetto e di una meraviglia comuni per
la vita sulla Terra.
Oltrepassare i limiti di ciò che si conosce e concepire un
altrove è una delle avventure intellettuali più appassionanti. L’uso delle conoscenze teoriche e tecniche che ab-
biamo per applicarle a delle prospettive di sviluppo più
adatte alla realtà della Terra e alle nostre necessità di vita
sono gli elementi alla base di questo lavoro.
Un architetto non fa che disegnare degli edifici pensati
per essere realizzati più tardi. In questa formazione professionale ho integrato totalmente il ruolo del disegno,
proiezione di un futuro prossimo. In questo senso esso
prefigura il futuro, lo anticipa per poterlo modificare,
modellare. Nessuna realizzazione umana si produce senza che venga progettata con una forma o l’altra di disegno. Il progetto di un architetto è l’anticipazione di un
nuovo spazio da costruire, anche se si tratta ancora di
un’aspirazione, viene percepito in poco tempo come un
possibile divenire. Da qui mi è nata la coscienza che disegnare l’evoluzione della città come la immaginavo avrebbe coinvolto nel progetto già un po’ di futuro che, grazie
al realismo del disegno, sarebbe diventato sempre più
credibile, segnando già una prima tappa verso un avvenire sostenibile.
85
86
T
he concept of a vegetable or resilient city derives
from conceptual thinking on possible forms of
habitat and futuristic urban mechanisms. This formulation was developed by contemplating reality and
thinking about the material and intellectual needs of people living in cities. Freed from all the constraints of the
kind of growth imposed by capitalism, this visionary projection for our environment ponders over lifestyles from
the perspective of sustainable growth.
The current state of the planet poses problems concerning its future. The revolution caused by investment in industry is now reaching its end.
The exploitation of natural and human reserves across the
globe, the eroding away of biodiversity, and individual
capitalization of the planet’s resources, are all signs of a
slippery slope that modernism is sliding down. The kind of
society that has emerged from frantic obsession with production has created an illusory representation of
progress. The technical mastery that once guaranteed
more goods/products could be produced conveyed a reassuring sense of unbridled and boundless power in our
industrial societies.
Driven along by the prospect of a better life, in which the
quest for material wealth made it possible to escape precariousness, they were blissfully unaware of the destructive scourge hidden away in their dream. Apart from any
kind of social consultation, legislation and precarious
technical procedures, an alien came into being. Like a cell
that is unaware of the fact that it belongs to one single organism, everybody fought their own battle for either
themselves or their family, without considering the upheaval being caused to the natural and social balances by
the repercussions of this kind of behavior in terms of
changes to individual bonds and interaction with the living world. For some years now, a vast array of environmental disasters and international reports on climate
change and biodiversity are giving greater credence to
negative and alarmist visions of a planet, whose integrity
is being threatened by human aggression, and there is a
growing fear of a future in which society can only be envisaged negatively.
In order to rectify this ominous vision to open up the way
to brighter prospects for our future, I, on the other hand,
wanted to envisage the best possible future for our planet, the kind of world in which I would like to live. To do
this I explored the pathways already trodden by biomimetics, suggesting we focus on a plausible kind of creativity opening up the way to possible futures that we will
be impatient to be part of and designing cities in which
breathing is a pleasure, leaving room for birdsong, allotments and meandering rivers and streams. Cities whose
spaces embody one of the basic principles of the living
world: life creates the ideal conditions for life. In addition
to this, they also suggest breaking down the boundary
between the artificial and natural and getting both the
aggressors and oppressed to develop a renewed awareness of their interdependency and a shared respect and
astonishment about life on Earth.
Moving beyond the bounds of what is known in order to
envisage an alternative place is one of the most passionate intellectual adventures of all. Applying our theoretical
and technical know-how for the purposes of developing
along more suitable lines for both life on Earth and our
everyday needs are aspects lying at the very foundations
of this work.
An architect merely designs buildings envisaged to be
constructed at a later date. I have fully integrated the role
of design in this professional training program projected
towards the near future. In this respect it actually envisages and anticipates the future in order to alter and shape
it. No human construction is ever made without first designing some form or other. And architect’s project envisages a new space to be built, and even if it is still only an
aspiration, it is perceived as something possible. This led
me to an awareness that designing along the lines I envisage cities evolving would inevitably engage a bit of the
future in the project, which, thanks to the realism of the
design work, would inevitably become increasingly credible, already marking the first step towards a sustainable
future.
87
88
Trasporti
I mezzi di trasporto della città sono parte integrante della
problematica urbanistica. Sono indissociabili dal concetto
stesso di città. I mezzi di circolazione che utilizziamo attualmente sono il risultato di meccanismi storici e ancestrali di comportamenti umani. Alla necessità di spostarsi,
si è aggiunta la volontà di sedurre e d’affermare la propria
supremazia sugli altri individui. Il veicolo indica il rispetto,
l’ammirazione e la conquista di uno status sociale. D’altro
canto, lo sfruttamento esponenziale dei carburanti avrà
ormai svuotato entro qualche decennio le riserve petrolifere che hanno impiegato milioni di anni per formarsi. A
parte la bicicletta, tutti i mezzi di trasporto che utilizziamo, pesano circa 10 volte il peso dei loro passeggeri. Per
ridurre i consumi, bisognerà ridurre il peso del contenitore. Ho quindi immaginato dei piccoli apparecchi morbidi e
leggeri che funzionano con un motore elettrico captando
energia da un binario integrato nella strada. Per rispondere a ogni necessità di trasporto, sono proposti altri mezzi
di spostamento complementari a questo sistema, sia per
gli spostamenti privati, sia per il trasporto di merci – assistenti alla camminata, biciclette, apparecchi aerei ecc.
Siamo costretti a cercare delle nuove formule di funzionamento. La fortuna che abbiamo oggi è di non poterci sottrarre a questa necessità e avere allo stesso tempo la possibilità di creare un vivere altrimenti.
Transport
Inner-city means of transport are an integral part of townplanning issues. They cannot be dissociated from the very
concept of a city. The means of transport we currently use
are actually the product of age-old human behavioral
patterns. The need to move around combines with the
need to seduce and assert our supremacy over other individuals. A vehicle stands for respect, admiration and the
conquering of a certain social status. On the other hand,
the exponential exploitation of fuels will empty oil reserves that took millions of years to form within the space
of just a few decades. Apart from the bicycle, every
means of transport we use weighs approximately 10
times more than its passengers. In order to reduce consumption, we need to reduce the weight of the receptacle. This is why I have envisaged small, soft, light-weight
appliances operating using an electric engine capturing
energy from tracks incorporated in the road. Other
means of transport complementary to this system are also
proposed to cater for every imaginable transport need,
both for personal reasons and for transporting goods—
walking aids, bicycles, overhead mechanisms etc. We are
forced to try and come up with new operating means.
The fortunate thing is that we can no longer ignore this
situation and, at the same time, we have the chance to
create an alternative way of life.
Il tramodulare
Il tram è uno dei mezzi di trasporto urbano più economici in termini di energia e meno inquinante. Lungi dall’essere alla fine della sua evoluzione, può ancora essere migliorato in peso e in flessibilità. Ho immaginato un modello di piccole vetture autonome, che possono circolare
da sole, senza conduttore, ed essere assemblate con altre per formare un convoglio. La vettura comporta sette
posti, tre persone sedute davanti e quattro dietro, in piedi ma appoggiandosi in modo comodo. La base del veicolo è un piano in metallo sul quale è appoggiata una
carrozzeria in legno e fibra di resina vegetale. Piccoli motori elettrici posizionati nelle ruote, permettono di contenere il peso limitato del veicolo. La salita dei passeggeri
avviene su un via parallela a quella di circolazione, dato
che il veicolo si ferma solo su richiesta e se ci sono ancora
dei posti disponibili. Un sistema elettronico comanda le
destinazioni, le fermate dei veicoli e le richieste di fermata in funzione delle destinazioni. Le antenne fanno da segnali luminosi di colori appropriati per differenziare le
destinazioni.
La flessibilità oraria della circolazione, il deposito dei veicoli vuoti, la loro distribuzione sulla rete, l’invio di veicoli
richiesti, sia partendo dalle fermate sia da casa, sono gestiti da una centrale informatica. Nelle ore di maggiore
traffico, i tramodulari vengono raggruppati in convogli e
formano un tram simile a quelli tradizionali. Questo sistema presenta il vantaggio di adattarsi a qualsiasi rete tranviaria su corsia privilegiata esistente.
The Modulartram
The tram is the most economic means of transport in
terms of energy and also the least polluting. Far from having reached the end of its developmental phase, it can still
be improved in terms of weight and flexibility. I have envisaged a model with small independent carriages that
can circulate on their own without a driver or be assembled with others to form a convoy. Each carriage has
room for seven people, three sitting at the front and four
standing comfortably at the rear. The base of the vehicle
is a metal surface with bodywork made of wood and vegetable resin fiber. Small electric engines placed on the
wheels allow the weight to be kept down to a minimum.
Passengers get on the tram along a path running parallel
to the road, bearing in mind that the vehicle only stops on
request and if there is any room available on board. An
electronic system controls the destinations, the vehicle
stops and stop requests based on the various destinations. Aerials act as luminous signals in different colors for
different destinations.
The flexibility of the operating timetable, the depot for
empty vehicles, their distribution along the network and
the sending out of vehicle requests either from the tram
stops or from home, are controlled by a computerized
operating unit. During the rush-hour, the modulartram
are grouped into convoys to form a tram similar to a conventional vehicle. This system has the advantage of being
adaptable to any existing tram network running on a
dedicated lane.
Bruxelles nel 2100
Anticipare e immaginare significa sempre prendere dei
rischi. Immaginare a distanza di cent’anni, vuol dire figurarsi il mondo prima del 1914 quando si viveva sotto l’Impero napoleonico. Oppure è intravedere l’Europa unita e
comunicante quando sta per scoppiare la più terribile e
prima guerra mondiale mai conosciuta. E oggi, alla soglia
delle difficoltà ecologiche che si annunciano, è arrivare a
concepire che un giorno possano essere sconfitte da
un’umanità in grado di risolvere i numerosi problemi che
ci siamo creati. In un’ottica di sviluppo sostenibile, queste prospettive archiarborescenti non propongono la distruzione del patrimonio esistente ma sono, al contrario,
la proiezione di un’integrazione di pensieri nuovi nella
storia urbana e nella continuità dei cambiamenti successivi che hanno segnato la sua evoluzione. Lentamente,
poco a poco, questa città divenuta troppo urbana e minerale, diminuirà le sue superfici d’asfalto e di pavé, riscoprirà i suoi fiumi, le sue valli, i suoi stagni e ritroverà
una qualità di vita che aveva perduto. L’aggiunta di involucri esterni e di innesti realizzati con strutture vegetali e
materiali biomimetici negli edifici esistenti permette di
incentivare la trasmissione dell’idea di cambiamento necessario nel funzionamento dell’habitat e delle abitudini
di consumo.
Queste rappresentazioni di case contigue, caratteristiche
di Bruxelles, si focalizzano sulla riflessione in questa città
– in occasione della prima esposizione “Vegetal City” –
mettendo a confronto i visitatori con la visione alternativa dei luoghi familiari. La nuova città si sarà progressivamente dotata di due livelli diversi di circolazione. Sul piano stradale esistente circoleranno veicoli leggeri e silenziosi di tutte le categorie per spostamenti rapidi ed efficienti. In altezza, nuovi sistemi di circolazione pedonale si
svilupperanno sui tetti giardino disseminati nella città.
Questi parchi sospesi del centro urbano sono destinati
agli incontri, alla convivialità e alla dimensione ludica dell’esistenza. Dato che il consumo si è liberato da una dimensione compulsiva, la società ha potuto sviluppare un
tipo di offerta completamente alternativa finalizzata a
favorire l’autonomia e la soddisfazione personale. Passerelle leggere collegano i vari edifici offrendo nuovi percorsi attraverso uno spazio completamente libero dagli
ostacoli visivi dei fronti costruiti, per lasciar vedere il cielo,
l’orizzonte e il paesaggio dei tetti e dei giardini. È grazie
al paziente lavoro di un giardiniere costruttore con l’innesto, la margotta e la talea, che la città si rigenererà in
un insieme di villaggi abitabili. Si tratta nel contempo di
processi di ecologia sociale e naturale che portano alla
formazione di organizzazioni morbide, creano la diversità, i sistemi complessi, le affinità, le simpatie.
Brussels in 2100
Anticipating and imagining inevitably means taking risks.
Imagining a hundred years later means envisaging the
world before 1914 under the rule of Napoleon’s Empire
or, alternatively, glimpsing a sense of a united inter-communicating Europe just as the first and most terrible
World War ever known is about to break out. Nowadays,
on the threshold of imminent ecological issues, it means
trying to imagine how these problems might one day be
defeated by mankind after it has learned how to solve all
the critical issues we have created. From the point of sustainable growth, these highly ramified prospects do not
envisage the destruction of our existing heritage, on the
contrary, they project that new thoughts on urban history
will come together within the framework of changes that
have thus far marked its evolution.
Slowly and very gradually our over-urban, mineral cities
will see their paved and asphalted surfaces diminish, as
their rivers, valleys and pools are rediscovered, restoring a
quality of life that had been lost. The addition of outside
shells and attachments made of vegetable-based structures and bio-mimetic materials onto existing buildings
will encourage the conveying of the notion of change required for the smooth-running of our habitat and our
consumer habits.
These representations of adjacent houses characteristic
of Brussels focus on studies into this kind of city – in the
event of the first “Vegetal City” exhibition – allowing visitors to glimpse an alternative vision of familiar places. The
new city will gradually be furnished with two different
levels of circulation. Lightweight and silent vehicles (of
every imaginable type) designed for fast and efficient
movement will travel on the existing road level. Up above
systems of pedestrian circulation will be developed across
garden roofs spread right across the city. These suspended parks in the city center are designed for accommodating meetings, socializing and the playful side of life. Given
that consumerism has, in some sense, been liberated
from its compulsive nature, society has been able to develop an entirely alternative offer aimed at encouraging
personal satisfaction and independence. Lightweight
walkways and footbridges will connect the various buildings offering new paths through space that is now completely free from visual obstacles posed by building
fronts, so that the sky, horizon and landscape of roofs
and gardens can be properly admired. It is thanks to the
patient work of a gardener-constructor based on grafts,
layers and cuttings that the city will be regenerated into a
combination of inhabitable villages. These are, simultaneously, social and natural ecological processes leading to
the formation of soft and gentle organizations creating
diversity, complex systems, affinities and similarities.
89
90
La città scavata
Oggi, questa città sostenibile può essere realizzata con
un costo molto inferiore a quello delle città attuali grazie al ruolo preponderante e strutturante del trasporto
pubblico. Lo schema direttore è di Jean-Louis Maupu,
ingegnere e autore del libro La ville creuse pour un urbanisme durable. Questa città non è compatta né dispersa.
Si costruisce solo con la prossimità all’anello di rete
tranviaria, raddoppiato da un asse stradale sotterraneo
di servizio, con un perimetro da 10 a 20 km per una popolazione dai 20 ai 100.000 abitanti. La città è formata
da una maglia di quartieri misti e conviviali organizzati
attono a un grande incavo vegetale. Essa può svilupparsi tessendo delle nuove maglie. La città è autonoma
in energia, ogni fila di case termina con una unità centrale di energia mista – solare, eolica e gas metano prodotto dalla decomposizione dei rifiuti organici della
città. Le case, con serre e giardini d’inverno posizionati
seguendo regole ben precise di un’urbanistica solare,
sono realizzati in terra cruda.
The Excavated City
Nowadays a sustainable city can be built at a lower cost than
that of present-day cities, thanks to the preponderant,
structuring role of public transport. The scheme is headed
by Jean-Louis Maupu, an engineer and the author of the
book La ville creuse pour un urbanisme durable. This kind
of city is neither densely packed nor dispersed. It is constructed near the loop of a tram network, doubled up by an
underground service roadway with a perimeter measuring
10-12 km, serving a population of between 20-100,000 inhabitants. The city is composed of a web of mixed, convivial
neighborhoods set around a large landscaped hollow. It
may be extended by weaving in new webs. The city is selfcontained from an energy viewpoint and each row of houses culminates in a mixed-energy power unit (solar, wind and
methane gas) produced from the city’s decomposing organic waste. The houses, complete with their own greenhouses and winter gardens carefully set out following the
very specific guidelines of solar town-planning, are made
using mud and clay construction techniques.
Visione spazio-temporale di Shanghai durante un secolo
A Shanghai, ancor più che altrove, la mutazione della città
è permanente. Mai immobile, la megalopoli si sviluppa inesorabilmente a grande velocità verso il suo futuro. La maggior parte delle creazioni grafiche, pittoriche, fotografiche
che conosciamo sono di fatto dei fermo immagine, non integrano l’elemento essenziale della vita, il tempo che passa, anche se esistono delle possibilità di introdurre nei quadri la nozione di un passato, di un presente e di un futuro.
In alto e in basso al disegno, un cursore indica lo scorrere
degli anni in un’ipotesi di sviluppo della città su un modello
biomimetico. Il quadro si legge come un testo da sinistra a
destra. Mostra una città soffocata dall’inquinamento che
evolve verso un’aria pulita e luminosa. Con il passare degli
anni, i progressi nel campo delle biotecnologie modellano
la nuova città; edifici torre a ossatura in biocemento sul modello delle conchiglie, membrane in biovetro nate dalla tecnologia dei radiolari e l’onnipresenza del vegetale integrato a tutti gli edifici, garantiscono il buon funzionamento dei
numerosi ecosistemi.
Spatio-temporal vision of Shanghai over a century
More than any other city, Shanghai has changed in a permanent way. Never immobile, this megalopolis is relentlessly growing at a startling rate as it heads towards its future.
Most of the graphic, pictorial and photographic creations
we are familiar with consist of still-shots that do not incorporate such an essential aspect of life as passing time, even
though there are actually ways of introducing a notion of
the past, present and future into paintings. At the top and
bottom of the drawing, a cursor indicates the passing years,
showing how the city might develop based on a biomimetic
model. The painting may be read from left to right like a
piece of writing. It shows a city being suffocated by pollution that is developing towards a state of clean and luminous air. As time passes, progress in the field of biotechnology shapes the new city; tower buildings with bio-concrete
frameworks designed rather like shells, bio-glass membranes developed out of radiolarian technology, and the
constant presence of vegetation integrated in all the buildings, ensure the smooth-running of numerous ecosystems.
La città delle onde
Se in un paesaggio costiero, il mare come la sabbia hanno
la tendenza ad assumere le forme delle onde sotto l’azione del vento, è seguendo la stessa forma naturale che si
svilupperanno le abitazioni biomimetiche sottomesse alle
stesse condizioni climatiche. Gli edifici, dove gli incavi delle onde sono orientati a sud, verso un piano d’acqua situato più in basso, sono provvisti di facciate vetrate e pannelli solari dalle prestazioni migliorate per la riflessione dei
raggi sul piano dell’acqua. Questa città in movimento si
rinnova continuamente in una lenta progressione attorno
a un lago, dove la transumanza degli abitanti avviene al
ritmo della durata di vita della struttura principale della
città: l’albero. La parte abitata di questa foresta urbana
occupa circa un quarto del contorno del lago, la restante
parte è costituita da un foresta giunta a maturità che lascia spazio per la costruzione di nuove abitazioni. La porzione principale di territorio è occupata dalla giovane foresta in sviluppo, sotto la stretta sorveglianza di architetti
giardinieri. Infine, nell’ultima parte si trovano gli alberi
morti, in decomposizione, il cui humus serve ad arricchire
la terra delle nuove foreste. Questa città funziona come
un super organismo dotato delle caratteristiche d’autoregolazione, d’omeostasi e di metabolismo. È una rete
complessa dove le simbiosi hanno un ruolo primordiale.
Luc Schuiten
The City of Waves
Just as the sea and sand tend to take on the shape of
waves as the wind blows along the coastline, so these
bio-mimetic houses, which are subject to the same climatic conditions, trace the same natural form. The
buildings, where the indentations caused by the waves
face south towards a pool of water set at a lower level,
are fitted with glass facades and solar panels that are
even more effective due to rays reflecting on the surface of the water. This city in motion is constantly renewed in slow progression around the lake, where the
local habitants move around at the same rhythm as the
lifecycle of the city’s main structure: the tree. The inhabited part of this urban forest takes up approximately one quarter of the area around the lake, the remaining part consists of a forest that is now fully grown leaving room for the construction of new housing. The
main portion of land is taken up by a young forest that
is still growing, under the careful supervision of gardener-architects. Finally, dead and decomposing trees
are found in the last section, whose humus helps nourish the soil in the new forests. This city functions like a
super organism capable of self-regulation, homeostasis
and metabolism. It is an elaborate and inseparable network in which various symbioses play a primeval role.
Luc Schuiten
Una volta superata la frattura tra la specie umana e il resto dei viventi,
non resta altro che una grande famiglia, rafforzata da milioni di miliardi
di membri collegati nel tempo e nello spazio.
Non resta che un immenso albero genealogico vecchio di circa 4 miliardi di anni,
radicato su un piccolissimo pianeta.
Gauthier Chapelle, biologo.
Having moved beyond the fracture between the human species
and the rest of living beings, all that is left is one big family
strengthened by millions upon millions of members connected across space
and time. All that is left is a huge family tree stretching back across
approximately 4,000,000,000 years, whose roots are entrenched in a tiny planet.
Gauthier Chapelle, biologist.
91
News
La crisi come opportunità
Crisis As An Opportunity
L’
La crisi come opportunità
Convegno annuale della
Fondazione Italcementi:
“Dalla crisi una spinta
verso un’Europa più forte
ed efficace?”
Crisis As An Opportunity
Fondazione Italcementi
annual convention:
“The crisis as a stimulus
for a stronger and more
effective Europe?”
Il gioco della pittura
The Painting Game
attuale grave crisi economica
spingerà i partner europei a
rendere più efficaci le istituzioni
comunitarie? È partito da questo
spunto l’annuale convegno
della Fondazione Italcementi
Cav. Lav. Carlo Pesenti, svoltosi lo
scorso 19 gennaio a Bergamo.
Il tema del dibattito è stato tratto
dalle parole di Jacques Delors,
all’epoca Presidente della
Commissione Europea, quando già
venticinque anni fa – su “L’embarras
de la souveraineté” (articolo
pubblicato su Politique Internationale,
n.41, 1988) – sembrava dipingere
condizioni politico-istituzionali oggi
molto attuali, con l’Europa ancora
in difficoltà nell’elaborazione
e attuazione di strumenti e misure
necessarie per fare fronte con
decisione alla più grave crisi
economica del Dopoguerra.
“L’obiettivo dell’Europa non è
l’accondiscendenza verso misure
impopolari, ammoniva Delors
nel suo straordinario articolo” ha
sottolineato Giampiero Pesenti,
presidente del Gruppo Italcementi.
“Un ammonimento dato dalla
consapevolezza che la ‘costruzione’
europea conteneva anche il rischio
di diventare capro espiatorio nei
momenti di difficoltà o davanti
ai limiti e alle incertezze degli
Stati Nazionali. È la condivisione di
questa visione, di questa percezione
del rischio di uno scivolamento del
concetto di Europa verso un mero
sinonimo di austerità, che ha portato
a focalizzare l’appuntamento annuale
della Fondazione Italcementi su un
tema strategico come la cessione
di sovranità nazionale alle diverse
istituzioni europee, e soprattutto sulle
misure necessarie per una maggiore
efficacia di strumenti e di decisioni”.
Mentre l’incertezza e la mancanza
di fiducia costituiscono un costante
elemento di freno, che confina
le imprese e molte famiglie in un
permanente “momento di attesa”,
le difficoltà a rilanciare competitività
e crescita hanno viceversa creato
lo spazio per un rinnovato dibattito
che – a partire dal trasferimento di
potere dagli Stati Nazionali all’Europa
in cambio di aiuti – mira a definire un
possibile passo verso l’unione politica.
“Che dalla crisi dell’Eurozona nascano
elementi di accelerazione verso nuove
e più efficaci forme di integrazione
che ci permettano di superare questo
difficile momento, è elemento
essenziale per uscire realmente
dall’attuale fase di generale
preoccupazione” ha argomentato
Giovanni Giavazzi, Presidente
della Fondazione Italcementi,
“ma soprattutto è solo un soprassalto
di coesione, risoluzione e completezza
di azioni, pari in tutto e per tutto
alle esigenze del momento, che deve
e può superare le pur complesse
attuali prospettazioni”.
La discussione, che si è avvalsa delle
analisi e dei dati forniti dal Presidente
Istat Enrico Giovannini e dal
Presidente Ipsos Nando Pagnoncelli,
ha visto la partecipazione di alcuni
tra i maggiori protagonisti e
osservatori del mondo accademico,
economico e delle istituzioni.
Dal Ministro degli Affari Europei
Enzo Moavero Milanesi, agli
economisti Luigi Zingales (inserito
nella Top 100 Global Thinkers 2012
dalla rivista americana Foreign Policy),
Hans-Werner Sinn (tra gli autori della
lettera aperta al Cancelliere Merkel
sugli aiuti diretti del fondo salva-stati)
e Ramon Marimon (professore ed
ex Segretario di Stato del Governo
spagnolo), fino all’imprenditore
già Vice Presidente di Confindustria
per l’Europa Andrea Moltrasio.
Animatore del dibattito è stato
il direttore de “La Stampa” Mario
Calabresi.
Enrico Giovannini e Nando
Pagnoncelli hanno tratteggiato, con
dati statistici e ricerche demoscopiche,
il rapporto tra istituzioni europee
e cittadini. “Abbiamo di fronte a noi
un quadro molto complesso, che
chiaramente non può essere gestito
come nel passato” ha detto Enrico
Giovannini “e soprattutto non può
essere gestito in modo individualistico,
inteso non solo in senso sovranazionale
(nessun paese europeo può sperare
di risolvere questi problemi da solo),
ma anche in quello di singole persone,
imprese, istituzioni”. Si tratta, inoltre,
di individuare non solo gli scenari
a lungo termine, ma anche di stabilire
strategie per l’immediato: “Anche se
tutta l’Europa iniziasse a ‘fare le cose
giuste’, qualunque esse siano, il tempo
nel quale si vedrebbero gli effetti
sarebbe non breve. E allora non basta
intervenire per risolvere i problemi,
ma bisogna anche indicare cosa si fa
nel ‘tempo di mezzo’, cioè tra l’oggi
e il momento in cui i diversi interventi,
efficaci nel medio termine, potrebbero
produrre effetti indesiderati nel breve”.
“L’atteggiamento verso l’UE
è cambiato nel tempo” ha spiegato
Nando Pagnoncelli “in particolare
dall’introduzione della moneta unica
a oggi e in seguito alla crisi che tuttora
viviamo: le politiche di austerità
e l’importanza data alla dimensione
finanziaria dell’economia non sono
sempre comprese e accettate;
in mancanza di un’integrazione che
vada al di là della moneta, il senso di
appartenenza all’UE appare più legato
ai cicli economici che a condivise
convinzioni di tipo politico, culturale,
ideale”. Se l’Europa è vista con
distacco e diffidenza sul piano della
sfida economica – emerge dalla
ricerca IPSOS presentata da
Pagnoncelli – valori fondanti come
democrazia, pace, libera circolazione
e protezione sociale si confermano
tra i significati positivi condivisi dai
cittadini europei.
Luigi Zingales, professore di Impresa
e Finanza presso la Chicago University
Booth School of Business, si è chiesto
“Perché l’Italia ha smesso di crescere?
La tentazione è quella di dire ‘è colpa
dell’euro’, sostenendo che la ragione
sarebbe da ricercare nel momento
in cui l’Italia si agganciava alla
moneta unica, abbandonando la lira
e le sue svalutazioni, quindi
impedendo quella spinta competitiva
che aveva sostenuto per anni l’export
italiano”. Ma non è questa la vera
ragione, ha spiegato Zingales:
“Il problema dell’export italiano dal
‘94 in poi è causato dalle continue
svalutazioni precedenti.
La svalutazione è come una droga:
dà un temporaneo stato di euforia,
ma causa danni all’organismo nel
lungo periodo. Perché dico questo?
Perché le continue svalutazioni degli
anni ‘70 e degli anni ‘80 hanno
favorito, nell’industria italiana,
un’industria poco tecnologica e poco
posizionata nella parte meno elastica
della domanda”. La ricetta?
“Quello che dobbiamo fare è spostarci
verso le imprese a più alta tecnologia.
Le imprese che non ce la fanno
e chiudono devono lasciare spazio
a quelle che invece hanno i numeri per
riuscire. Se però in questo processo
non abbiamo imprese che si
espandono, che nascono, allora non
andiamo da nessuna parte”.
Zingales si è interrogato sul perché
la produttività in Italia sia così bassa,
individuando alcuni fattori di debolezza
del sistema Italia. “Guardiamo
all’investimento in educazione:
guardando le statistiche, mi sono reso
conto che nel Sud Italia il 50%
della forza lavoro di oggi non ha più
della terza media. È difficile cercare di
muovere il paese verso le tecnologie
avanzate, quando metà della forza
lavoro non ha più della terza media.
E se guardiamo agli investimenti in
educazione, in istruzione, l’Italia non
fa particolarmente bene, ma non fa
neanche particolarmente male”.
Dove sono allora i maggiori
problemi? “Il grosso disastro degli
ultimi venti anni è che grazie
all’Europa noi abbiamo avuto il lusso
di poter spendere senza guardare
il vincolo di bilancio, perché la
riduzione della spesa di interessi ha
permesso all’Italia di spendere di più,
spingendo la politica a conquistare
consenso con la spesa pubblica senza
dover pagarne il conto. La cattiva
notizia è che non possiamo farlo più.
La buona notizia è che non possiamo
farlo più. Perché buona? Perché non
potendo farlo, saremo costretti
a tagliare la spesa pubblica, a rendere
lo stato più efficiente e questo,
inevitabilmente, renderà le nostre
imprese più efficienti”. Zingales ha
concluso dicendosi molto fiducioso:
Da sinistra / From left, Andrea Moltrasio, Hans-Werner Sinn, Luigi Zingales, Mario Calabresi, Ramon Marimon, Nando Pagnoncelli.
“La mia fiducia nasce dalla
disperazione, perché questa
disperazione, questo momento così
difficile può veramente aiutarci a
cambiare. Questa crisi, sicuramente
una crisi estremamente profonda che
costa tanto a tutti noi, è un’occasione
troppo grande per essere sprecata”.
Secondo Ramon Marimon, “quando
si ha una politica monetaria unica
come nell’Eurozona, ci deve essere
un livello di condivisione degli oneri
e di redistribuzione. Bisogna limitare
il debito sovrano, bisogna tener
conto delle passività sociali e poi
chiaramente – ormai abbiamo
imparato la lezione – bisogna evitare
che il debito privato diventi poi debito
pubblico. Se vogliamo risolvere
la crisi ora, dobbiamo agire più
velocemente”. Le “munizioni” ci sono,
ma occorrono coraggio e volontà per
mettere in atto le misure necessarie.
“Perché? Perché noi dobbiamo far
fronte a un problema veramente
grave, un grave rischio. Dobbiamo
non solo rimuovere le barriere,
ma anche costruire le capacità: le
capacità umane, le capacità dello
stato, la capacità del business e delle
aziende per esportare”. Agire sul
fronte della competitività, ma non
solo. “Anche a livello sociale bisogna
intervenire. Io penso che l’Europa
abbia preso un grandissimo impegno,
un impegno importantissimo per
la crescita e per la pace”. La ricetta per
superare questo momento di profonda
crisi? Più Europa. “Dobbiamo
sviluppare l’unione monetaria per
risolvere i problemi monetari. Abbiamo
fatto finora un ottimo lavoro, ora però
bisogna guardare avanti: la lezione
che ci ha dato la crisi dell’euro è che
dobbiamo creare anche un’unione
fiscale proprio come strumento per
risolvere i problemi fiscali”.
L’economista tedesco Hans-Werner
Sinn, Presidente dell’Ifo Institute –
Leibniz Institute for Economic Research
all’Università di Monaco – ha proposto
una analisi senza sconti.
“Dal 1995, quando è stato annunciato
l’euro, fino a oggi il tasso di crescita
italiano è stato il più basso di tutti
i paesi europei”. L’analisi è severa, ma
Sinn ha indicato la propria ricetta:
“Se renderete più flessibile il mercato
del lavoro con un riaggiustamento,
l’Italia sarà in grado di generare
occupazione e quindi crescita. La verità
è questa: che non è possibile imporla
con programmi di crescita, bisogna
passare attraverso un periodo di
austerità, altrimenti non è possibile.
La Germania ha fatto il proprio periodo
di austerità. Abbiamo avuto la nostra
crisi e sorprendentemente questa
non è stata avvertita al di fuori della
Germania. Voi magari non ve ne siete
resi conto, ma c’è stata una crisi severa
in Germania e da quella crisi, da quella
austerità i politici poi sono stati in
grado di fare le riforme necessarie”.
All’approfondimento dei tre
economisti, ha fatto seguito l’analisi
di un imprenditore che ha portato
a Bruxelles la voce dell’industria
italiana: “La natura della crisi, cioè
l’eccesso di debito – ha affermato
Andrea Moltrasio nel corso del
dibattito – ha reso protagonista
l’istituzione europea BCE, che ha
promosso la stabilità finanziaria,
la difesa dell’euro e la salvaguardia
delle banche con abilità e vigore.
Nello stesso tempo le politiche di
stimolo dell’economia reale e le
politiche fiscali e di welfare hanno
accentuato le differenze tra gli stati
membri della UE anche perché
si sono presentati davanti alla crisi
con situazioni molto diverse tra loro.
Il ritorno agli egoismi nazionali si
scontra con la necessità di un’azione
europea unitaria nella complessità
della globalizzazione. Esempi
chiarissimi riguardano le questioni
relative al cambiamento climatico
e alla competitività delle imprese.
Serve comunque costruire un
‘demos del cuore’ come diceva
Padoa Schioppa, per riformare le
istituzioni democratiche europee,
sottolineando i valori identitari oltre
a evidenziare gli interessi comuni”.
La visione delle istituzioni è stata
infine portata dal Ministro per gli
Affari Europei, Enzo Moavero
Milanesi, che dopo la sua lunga
esperienza a Bruxelles è stato
chiamato a far parte del governo
Monti in un momento chiave per
il futuro del paese e della stessa
Unione Europea. “Questa crisi
ha portato un elemento virtuoso nella
sua drammaticità, ed è stata
l’accelerazione di quel processo
d’integrazione, per non dire di
federalizzazione, dell’Europa. Nel corso
di questi mesi l’Unione Europea in
realtà ha posto in essere nuovi istituti,
nuove norme, nuovi modi di operare
che sono molto più coerenti nei
risultati di quanto fossero prima.
È un by-product: avremmo fatto
a meno volentieri del ‘prodotto
principale’ della crisi, che è
drammatica, ma alla fine abbiamo
risultati interessanti”. L’Unione
Europea, ha detto il ministro,
“è come un condominio: tutti gli stati
condividono quella sovranità che è
stata trasferita a livello dell’Unione.
E come Italia, non dimentichiamo che
siamo tra i quattro condomini che
hanno il maggior numero di
millesimi”. Solo insieme i “condomini”
potranno uscire dalla crisi. “Il rigore
e la disciplina nei bilanci sono un
pre-requisito imprescindibile, ma
l’obiettivo è la crescita. E la crescita
non è un prodotto dei singoli stati
europei. La crescita non può che
essere un prodotto collettivo”.
■ ■ ■ ■ ■ ■
W
ill the current economic
crisis stimulate European
partners to make EU
institutions more effective?
This was the starting point for the
annual convention of the Fondazione
Italcementi Cav. Lav. Carlo Pesenti that
took place January 19 at Bergamo.
The theme of the debate was drawn
from the words of Jacques Delors,
ex-President of the European
Commission, who speaking twenty
five years ago on “L’embarras de la
souveraineté” (article published in
Politique Internationale, n.41, 1988)
seemed to be describing the
political-institutional conditions that
are now very real, with Europe still
facing difficulties in developing and
implementing the necessary tools and
measures to fight with conviction
the most severe economic crisis
of the post-war period.
“Europe’s aim is not the indulgence
of unpopular measures, Delors urged
in his extraordinary article,” noted
Giampiero Pesenti, President of the
Italcementi Group. “A warning based
on awareness that the European
‘construction’ also brought the risk of
becoming a scapegoat in hard times
or when faced with the limits and
uncertainties of the Nation States.
It is the sharing of this vision, this
perception of the risk of a slipping
of the concept of Europe towards
a mere synonym of austerity, that led
the annual Fondazione Italcementi
event to focus on a strategic theme
such as the transfer of national
sovereignty to the various European
institutions, but particularly on the
necessary measures for more
effective use of strategies and
decision making.”
Whilst uncertainty and lack of faith
constitutes a constant restriction that
imprisons businesses and many
families in a permanent “waiting
state”, the difficulties in re-launching
competitiveness and growth have
on the other hand created the
opportunity for a renewed debate
that—starting with transfer of power
from the Nation States to Europe
in exchange for help—aims to define a
possible route towards political union.
The President of the Fondazione
Italcementi, Mr. Giovanni Giavazzi
stated, “New elements of acceleration
towards new and more effective
forms of integration have come from
the crisis of the Eurozone that allow
us to overcome this difficult time; it is
an essential element in really coming
out of the current phase of general
concern. But apart from anything
only a jump start of cohesion,
resolution and completeness of
actions, in all respects up to the
needs of the moment, must and
can surpass the nevertheless complex
current prospects.”
Some of the most important
protagonists and observers of the
academic, economic and institutional
world attended the discussion that
benefited from the analysis and data
supplied by the President of Istat,
Enrico Giovannini, and the President
of Ipsos, Nando Pagnoncelli.
From the Minister of European Affairs,
Mr. Enzo Moavero Milanesi,
to economists Mr. Luigi Zingales
(included in the Top 100 Global
Thinkers 2012 by the American
magazine Foreign Policy),
Hans-Werner Sinn (one of the
authors of the open letter to
Chancellor Merkel on the direct
assistance of the European Financial
Stability Facility) and Ramon
Marimon (professor and ex-Secretary
of State of the Spanish Government),
to the entrepreneur and ex-Vice
President of Confindustria for Europe,
Andrea Moltrasio. The debate was
chaired by the Editor of “La Stampa”,
Mario Calabresi.
Enrico Giovannini and Nando
Pagnoncelli illustrated the
relationship between European
institutions and citizens with
statistical data and demoscopic
research. Mr. Giovannini stated,
“We are faced with a very complex
situation that clearly cannot be
managed as it was in the past.
In particular, it cannot be managed
in an individualistic fashion, not only
in a supranational sense (no European
country can hope to resolve these
problems alone), but also in terms
of individuals, businesses and
institutions.” It is also important not
only to focus on the long term but
also to devise strategies for now.
Mr. Giovannini continued, “Even if all
of Europe starts to ‘do the right
thing’, whatever this may be, results
will not come in the short term.
So it is not enough to intervene to
resolve the problems, you also need
to indicate what to do at ‘half time’,
that is, between today and the time
when the various interventions,
effective in the medium term, may
produce undesired short-term effects.”
Nando Pagnoncelli explained,
“The attitude towards the EU has
changed over time, particularly from
the introduction of a single currency
to today and as a result of the crisis
that we are all experiencing: austerity
strategies and the importance given
to the financial dimension of the
economy are not always understood
and accepted; in the absence of
integration that goes beyond the
currency, the sense of belonging to
the EU seems to be more closely
linked to economic cycles than shared
political, cultural and idealistic beliefs.”
If Europe is viewed with detachment
and diffidence in terms of the
economic challenge, as suggested
by the IPSOS research presented by
Mr. Pagnoncelli, founding values
such as democracy, peace, freedom
of movement and social protection
are confirmed as significant positives
shared by European citizens.
Luigi Zingales, business and finance
Professor at the Chicago University
Booth School of Business, asked,
“Why has Italy stopped growing?
The temptation is to say that ‘it’s the
euro’s fault’, claiming that the answer
is to be found at the time in which
Italy locked into the single currency,
abandoning the lira, so impeding
that competitive impetus that
promoted Italian export for years.”
As Mr. Zingales explained, this is not
the real reason, “The problem with
Italian export from ‘94 onwards was
caused by continuous previous
devaluations. Devaluation is like
a drug: it creates a temporary state
of euphoria but causes long-term
damage to the organism. Why do
I say this? Because the continual
devaluations of the ‘70s and the ‘80s
favored an Italian industry that is not
very technological or well positioned
in the area that is less responsive
in terms of demand.” The answer?
“We need to move towards
more technological businesses.
The businesses that don’t make it and
close shop need to leave space
for those that have the numbers
to succeed. If during this process
we don’t see businesses that expand
and are created, we are not going
anywhere.” Mr. Zingales explored
why productivity is so low in Italy,
highlighting certain weak points in
the Italian system. “Thinking about
investment in education: looking at
the statistics I realized that 50% of
the work force in South Italy does not
have more than a junior high school
certificate. It’s hard to try to push
the country towards advanced
technology, when half of the work
force doesn’t have any more than
junior high school education. If we
consider investment in education and
training, Italy does not show up very
well, but does not do too badly
either.” Where are the main problems
then? According to Mr. Zingales,
“The biggest disaster of the last
twenty years is that thanks to Europe
we have had the luxury of being able
to spend without worrying about
budget restrictions because the
reduction in interest costs has allowed
Italy to spend more, pushing the
government to win consensus
through public spending without
paying the bill. The bad news is that
we cannot do this anymore. The good
news is that we cannot do this
anymore. Why good? Because in not
being able to do so, we will be forced
to cut public spending, to make
the state more efficient and this will
inevitably make our businesses more
efficient.” Mr Zingales concluded
declaring that he is very confident:
“My faith comes from desperation,
because this desperation, this very
difficult time can really help us to
change. This crisis, without a doubt
an extremely significant one that
affects us all a lot, is too big an
opportunity to be wasted.”
According to Ramon Marimon,
“A single monetary strategy such as
in the Eurozone must be accompanied
by a degree of burden sharing and
redistribution. National debt needs
to be restricted, social liabilities need
to be kept under control and then
clearly—we have learnt the lesson
by now—you need to make sure that
private debt doesn’t turn into public
debt. If we want to end the crisis,
we have to act faster.” The weapons
exist, but courage is needed to put
the necessary measures in place.
Mr Marimon continued, “Why?
Because we need to address a serious
problem, a serious risk. Not only do
we need to remove the barriers, but
we must also build capability, human
capability, the capability of the state,
the capability of business and the
firms to export this.” Action in terms
of competition and in other areas.
He continued, “You also need to act
at a social level. I think that Europe
has taken on a great commitment,
a highly important commitment for
growth and peace.” The recipe to
overcoming this time of serious crisis?
More Europe. “We must develop the
monetary union to resolve currency
problems. To date we have done an
excellent job, but we now need to
look ahead: the lesson that the euro
crisis has taught us is that we also
need to create a fiscal union precisely
as a tool to resolve fiscal problems.”
The German economist Hans-Werner
Sinn, President of the Ifo Institute –
Leibniz Institute for Economic Research
at the University of Munich, suggested
the need for a brutal analysis. “Since
1995, when the euro was introduced,
until today the Italian growth rate
has been the lowest of all European
countries.” The analysis is severe, but
Mr. Sinn spelt out the winning recipe,
“If you made the work force more
flexible with an adjustment,
Italy would be able to generate
employment and so growth.
The truth is this: you cannot impose
this with growth programs, you need
to pass through a period of austerity,
otherwise it’s not possible. Germany
has experienced its own period of
austerity. We have had our crisis and
surprisingly this has not been felt
outside of Germany. Perhaps you are
not aware, but there has also been
a severe crisis in Germany, from that
austerity the politicians were then able
to undertake the necessary reforms.”
The analysis of the three economists,
was followed by that of a
businessman that brought the voice
of Italian industry to Brussels: during
the course of the debate Andrea
Moltrasio stated, “The nature of the
crisis, that is the excessive debt, has
made the European institution, the
BCE, a protagonist that has skillfully
and vigorously promoted financial
stability, the defense of the euro and
the protection of the banks. At the
same time the stimulus strategies of
the real economy and the fiscal and
welfare policies have accentuated
the differences between the member
states of the EU also given the fact that
they have been subject to the crisis
with very different conditions from
one to the other. The return of national
egoism is counterproductive to the
need for united European action in the
context of globalization. There are
extremely clear examples relative to
issues connected with climatic change
and the competitiveness of business.
What is required however is the
creation of a ‘demos del cuore’
(demos of the heart) in the words
of Padoa Schioppa, to reform the
European democratic institutions,
highlighting identity affirmation
values as well as drawing attention
to common interests.”
The Minister of European Affairs,
Enzo Moavero Milanesi, who after
his long experience in Brussels was
asked to join the Monti government
in a key moment for the future of the
country and the European Union
itself, then represented the
institutional perspective. He stated,
“This crisis has brought a positive
element with its dramatic nature,
and this has been the acceleration
of the process of integration, not to
mention federalization, of Europe.
Over these months, the European
Union has in reality created
new institutions, norms and new
ways of working that are much more
consistent in results that those that
existed before. This is a by-product:
we could willingly have done without
the ‘main product’ of the crisis, its
dramatic nature, but in the end we
have interesting results.“ The Minister
continued, “The European Union
is like a condominium: all the states
share the power that has been
transferred to the level of the Union.
And as Italy, let’s not forget that we
are amongst the four condominiums
that have the greatest number of
ownership shares.” Only together can
the "condominiums" come out of the
crisis. “Budgetary severity and discipline
are unquestionable pre-requisites,
but the objective is growth.
And growth is not the product of the
single European states. Growth has
to be a collective product.”
artVision
Il gioco della pittura
The Painting Game
I
bambini dell’era high-tech non
giocano più con i soldatini che
hanno appassionato intere
generazioni di loro coetanei nel
ventesimo secolo. Internet e
televisione hanno preso il posto delle
interminabili battaglie pomeridiane
tra eserciti misteriosi combattute
sul tavolo di cucina prima di fare
i compiti. Ci voleva un artista visionario
e controcorrente come Paolo Ceribelli
per riportarli alla ribalta e farli
diventare un elemento significativo del
complesso linguaggio della
contemporaneità. I soldatini di plastica
colorata sono la cifra stilistica della sua
ricerca visiva, fortemente riconoscibile.
Allineandoli sulla tela con pazienza
certosina, Ceribelli schiera armate
immaginarie che vanno a comporre
planisferi fantastici. Un gesto che,
al di la del sicuro impatto estetico,
rivela una interessante componente
concettuale. Una riflessione critica,
ironica e leggera ma proprio per
questo efficace, sui fanatismi ideologici
e religiosi, sui paradossi politici,
che sono all’origine dell’ingiustizia
sociale e degli arbitrari equilibri di
potere che governano il pianeta.
Appresa la lezione del grande maestro
Lucio Fontana e dei suoi discepoli
Enrico Castellani e Agostino Bonalumi,
le opere di Ceribelli vanno oltre la
superficie e si proiettano nello spazio,
superando i limiti di una costruzione
prospettica dipinta. La tela si anima di
tanti piccoli elementi: soldatini, aerei,
carri armati, jeep. L’opera diventa
tridimensionale e, in virtù di una
sapiente gestione del colore, acquista
anche una valenza cinetica. Planisferi
e bandiere, che sono il tema ricorrente
del suo lavoro, insieme all’apparente
serialità della tecnica utilizzata,
potrebbero far pensare a quella
“ripetizione differente” coniugata
da Renato Barilli per definire il lavoro
di Alighiero Boetti. Ma nel caso di
Ceribelli – come spiega bene Chiara
Canali introducendo il catalogo di
una mostra dell’artista – “a differenza
di quanto avveniva per gli arazzi
di Boetti che venivano riprodotti
artigianalmente, artista e artefice
corrispondono in un processo in cui
l’immagine, dopo essere stata ideata,
diventa espediente ludico e si
concretizza nelle mani dell’artista.
Il risultato è fortemente pittorico,
espressivo, nonostante sia ottenuto
attraverso un procedimento
rigidamente meccanico, matematico,
eseguito manualmente dall’artista
incollando un soldatino dopo l’altro
sulla tela”.
Paolo Ceribelli nasce a Milano nel
1978. Inizia il suo percorso artistico
con una serie di lavori centrati sulla
stilizzazione delle più comuni azioni
quotidiane; sperimenta la tecnica
a olio – dipingendo con le mani – e in
seguito si dedica alla scultura in gesso.
Nel 1998 la mostra personale Ignoti
Embargo, 100 x 130 cm.
El General, 158 x 205 cm. Plastic soldiers on canvas, Anno 2012.
raccoglie il suo lavoro. Nel 1999
collabora con un gruppo di writers
e alcune associazioni no profit con
i quali intraprende, nelle aree industriali
dismesse, un lavoro fotografico
sull’arte murale. Influenzato da questa
esperienza riprende a lavorare su tela
con nuovi materiali, tra i quali il
silicone e lo stucco murale. Nel 2000,
il progetto astratto Attirare lo
sguardo che vede un ampio uso di
colori acrilici a spruzzo e di silicone,
viene esposto in Italia e all’estero.
Nel progetto Superm-Art del 2002,
l’interesse per i gesti quotidiani, colti
nella loro ripetitività, si esprime in una
tecnica mista che impiega collage di
materiale pubblicitario legato alla
grande distribuzione e pittura acrilica.
Nel 2006 nasce Soldiers (soldati)
che rappresenta la vera svolta creativa
di Ceribelli, nelle tecniche, nel
linguaggio e nei contenuti.
“Con i suoi minuscoli soldati in
plastica colorata, l’artista lancia una
provocazione, descrivendo una
geografia di relazioni territoriali che si
regge sull’uso indiscriminato di masse
militari, anonime e indifferenziate.
La scelta di questo materiale – spiega
il critico Giuseppe Blando – nasce
anche dalla riflessione
sull’inopportunità di utilizzare per
i giochi infantili la simulazione della
guerra. La serie World Flags è
costituita da sagome che ricalcano le
bandiere degli stati dove la presenza
dei soldati assume una valenza
decorativa e assegna alle superfici una
densità mobile […] I soldatini utilizzati
formano dei flussi, come tessere di
mosaico che costituiscono circuiti
a forma di spirale, simbolo di crescita
e sviluppo, costituita da piccoli soldati
in marcia, rivelando l’idea di un
vitalistico processo di distruzione.
In Circles of Africa, il continente
africano si forma attraverso una serie
di cerchi concentrici che si espandono
attraverso un moto centrifugo verso
l’esterno, disegnando la traccia di un
tiro a segno, mentre in Tutto torna,
il moto che domina la scena esalta un
movimento spiraliforme che incanta.
I soldati sono così trasformati in segno,
scheggia di vita, simbolo di gioco,
evocando potenziale morte
o distruzione. La rappresentazione
assume un valore politico, un’ironica
critica nei confronti dei sistemi
codificati, come se l’artista, con il suo
intervento, potesse modificare e
rendere diverso il mondo reale e
l’attuale assetto geopolitico essere
Circles, 120 x 120 cm.
Tutto torna, 170 x 170 cm.
modificato attraverso un processo
creativo. Il linguaggio utilizzato è
graffiante e non permette un’univoca
interpretazione, sebbene sia da
escludere la specifica volontà di
assegnare il senso di ‘gioco’ ai conflitti
che imperversano sulla terra. Ceribelli,
con l’uso quasi ossessivo di soldatini di
plastica colorata che vanno a formare
originali mappe geografiche ribadisce
la presenza geostorica di un pensiero
costante e dominante di guerra e,
contemporaneamente, ne affievolisce
l’angosciante presenza con la
trasfigurazione fantastica del soldato
utilizzato come se si trattasse di una
pennellata di colore”.
Giuliano Papalini
In 2006 Ceribelli produced Soldiers,
the real creative turning point in his
technique, language and content.
“The tiny colored plastic soldiers are
a provocation, describing a geography
of territorial relations based on
indiscriminate use of anonymous,
non-differentiated military masses.
The choice of this material,” explains
critic Giuseppe Blando, “is also a
reflection on the unsuitability of
simulating war in children’s games.
The World Flags series consists of
shapes reproducing the flags of the
nations where the presence of the toy
soldiers acquires a decorative aspect
and gives the surfaces a mobile
density […] Ceribelli’s toy soldiers
form flows, like mosaic tesserae
creating spiral-shaped circuits, the
symbol of growth and development,
built from small marching soldiers, the
expression of the idea of a vitalistic
process of destruction. In Circles of
Africa, the African continent is formed
through a series of concentric circles
which expand outward in centrifugal
fashion, resembling a shooting target,
whereas in Tutto torna, the
movement that dominates the piece
enhances an intriguing spiral motif.
The soldiers are transformed into a
sign, a spark of life, a symbol of play,
evoking potential death and
destruction. Ceribelli’s representation
acquires a political value, an ironical
criticism of encoded systems, as if,
through his work, the artist could
modify and change the real world,
as if the current geopolitical situation
could be altered by a creative process.
His language is abrasive and is open
to interpretation, although the
intention of attributing the sense that
war is a ‘game’ can be ruled out.
With his almost obsessive use of
colored plastic toy soldiers to form
original geographical maps, Ceribelli
emphasizes the geo-historic presence
of a constant and dominant thought
of war, and, simultaneously, mitigates
its alarming presence through the
fantastic transfiguration of the toy
soldier into a brushstroke of paint.”
Giuliano Papalini
■■■■■■
I
n our hi-tech age, children no
longer play with the toy soldiers
that fascinated entire generations of
kids in the 20th century. The Internet
and television have taken the place of
the interminable battles fought out
between mysterious armies on the
kitchen table before getting down
to homework. It took a visionary and
unconventional artist like Paolo
Ceribelli to bring them back to the
front line and turn them into a
significant element of today’s complex
language. Colored plastic toy soldiers
are the stylistic cipher of his highly
distinctive visual research. Lining them
up on the canvas with meticulous
patience, Ceribelli sets out imaginary
armies to build fantastical world maps.
Over and beyond its clear aesthetic
impact, his approach reveals an
interesting conceptual component.
A critical and ironic meditation,
whose light-heartedness makes it all
the more effective, on the ideological
and religious fanaticism, the political
paradoxes, at the root of the social
injustice and arbitrary power balances
that govern our planet.
Applying the teachings of the great
master Lucio Fontana and his disciples
Enrico Castellani and Agostino
Blue Needlework, 80 x 90 cm.
Bonalumi, Ceribelli’s works move
beyond the surface and project into
space, overcoming the limits of a
painted perspective. He animates the
canvas with a multitude of tiny objects:
toy soldiers, aircraft, tanks, jeeps.
The work becomes three-dimensional,
while his skilful management of color
gives it a kinetic valence. World maps
and flags, the recurring themes of his
work, together with the apparent
seriality of his technique, might bring
to mind the term “different repetition”
coined by Renato Barilli to describe
the work of Alighiero Boetti.
But in Ceribelli’s case—as Chiara
Canali points out in her introduction
to the catalogue of an exhibition of his
work—“unlike Boetti’s Arazzi, which
are handcrafted reproductions,
the artist and the executor correspond
in a process where, once conceived,
the image becomes a recreational
expedient and takes shape in the
hands of the artist. Although the
result is achieved through a strictly
mechanical and mathematical
procedure, manually executed by
gluing one soldier after another on the
canvas, it is highly pictorial and
expressive.”
Paolo Ceribelli was born in 1978,
in Milan. He began his career as an
artist with a series of works stylizing
common daily actions; he
experimented with oils—using his
hands—and later concentrated on
plaster sculpture. In 1998 he
presented a one-man show, Ignoti.
In 1999 he worked with a group of
writers and no-profit associations on a
photographic project on mural art, in
abandoned industrial areas. Influenced
by this experience he returned to
canvas, using new materials, including
silicon and wall stucco. In 2000,
his abstract project Attirare lo sguardo,
which made extensive use of acrylic
spray paints and silicon, was exhibited
in Italy and abroad. In Superm-Art
from 2002, his interest in daily
gestures, portrayed in their
repetitiveness, was expressed in a
mixed technique using collages of
mass merchandising advertising
material and acrylic paints.
TX Active
®
il cemento mangiasmog
TX Active® è il principio attivo fotocatalitico per
materiali cementizi brevettato da Italcementi.
I prodotti contenenti TX Active® sono in grado
di abbattere gli inquinanti organici e inorganici
presenti nell’aria e conservano nel tempo la
qualità estetica dei manufatti, migliorando la
vita nelle nostre città.TX Active® è un prodotto
ecocompatibile certificato per malte, pitture,
intonaci e pavimentazioni.
www.italcementi.it
Il complesso
o
gico
eco-tecnologico
di Milano
Lorenteggio
67.000 mq per ospitare i 3.000 dipendenti di alcune delle sedi milanesi di Vodafone:
sono questi i numeri del nuovo complesso eco-tecnologico di Milano Lorenteggio, che
costituisce un esempio di sostenibilità in termini di tecnologia applicata e materiali
utilizzati.
L’esterno dell’edificio è stato realizzato con cemento fotocatalitico TX Active® bianco
che permette di abbattere le sostanze inquinanti presenti nell’aria. Inoltre, i manufatti
realizzati con cemento mangiasmog sono stati scelti per la loro finitura elegante e
malleabile alle svariate richieste progettuali.
Con le sue tre torri destinate a uffici e un quarto edificio destinato a spazi collettivi, il
nuovo centro interpreta gli ambienti di lavoro in maniera più efficiente, confortevole e
sostenibile: il complesso è, infatti, dotato di un “giardino fotovoltaico”, grazie al quale
l’energia solare è utilizzata come fonte energetica ausiliaria. Il progetto è opera degli
architetti Roland Gantès e Roberto Morisi, mentre i suoi interni sono stati curati da
Dante O. Benini & Partners Architects.
in.studio+partners M.04.13
Sveliamo
un nuovo valore
per l’architettura.

Documenti analoghi