libertino caldo

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libertino caldo
Satire di Orazio: analisi e commento sintetico
Libro I, satira I
Questa satira proemiale introduce i temi fondamentali della poetica oraziana:
- problema della scontetezza di ogni uomo che non è mai soddisfatto della propria sorte e
invidia sempre gli altri;
- tutti si affaticano, si affannano e affrontano pericoli per avere una vecchiaia tranquilla (il poeta
espone il concetto di insoddisfazione facendo ricorso ai vari mestieri dell’uomo e sottolineando
che tutti si lamentano dei disagi delle loro occupazioni e invidiano quelle degli altri: i mercanti
che viaggiano in lungo e in largo, i soldati che combattono, gli esperti di diritto che devono
pensare alla loro attività anche quando sono a casa, i contadini che sgobbano nei campi);
- dialogo con l’avaro (figura comica cara a Orazio al quale il poeta chiede quid iuvat accumulare
argento e oro senza mai fermarsi?): l’avaro è colui che riempie i propri granai e le proprie casse
senza guardare in faccia nessuno, è un uomo che vive come un poveraccio, non mangia, non si
veste bene, si fa odiare da tutti (Scooge, zio Paperone)
- est modus in rebus: ricerca della giusta misura, metriotes, della fuga dagli eccessi;
- polemica contro la ricchezza ed il lusso: Sallustio.
Libro I, satira IV
Eupolis atque Cratinus Aristofanesque poetae
Atque alii, quorum comoedia prisca virorum est…
Incipit famoso nel quale Orazio si ricollega direttamente ai poeti che la critica ellenistica aveva
incluso nel canone dei massimi commediografi arcaici greci. Il costume di bollare con la poesia i
vizi risale,dunque, alla commedia antica ateniese. Ad essa si riattacca direttamente Lucilio
Hinc omnis1 pendet Lucilius, hosce secutus
mutatis tantum pedibus numerisque2, facetus,
emunctae naris3, durus componere versus.
Nam fuit hoc vitiosus: in hora saepe ducentos,
Ut magnum, versus dictabat stans pede in uno4.
Cum flueret lutulentus5, erat quod tollere velles;
Garrulus atque piger scribendi ferre laborem6,
Scribendi recte…
Da qui deriva per intero Lucilio, costoro seguì,
mutando solo metri poetici e numeri, garbato,
di fiuto sottile, duro a comporre versi.
1
Predicativo.
Nella sua opera prevalse l’esametro che divenne
metro canonico della satira.
3
“Di naso ben pulito”.
4
Metafora, quindi vale “in modo trasandato”.
5
Aggettivo usato già in epoca alessandrina da
Callimaco che così accusò il rivale Apollonio,
paragonandolo ad un fiume che ha ampia corrente ma
trascina con sé molte sozzure.
6
Labor limae, di matrice catulliana e neoterica.
2
In questo infatti fu difettoso: in un’ora, spesso, 200 versi,
come (fosse) grande impresa, buttava giù stando su un solo piede.
Fluendo come (fiume) melmoso, vi era pur qualcosa che avresti voluto togliere.
Loquace e insofferente nel sopportare la fatica dello scrivere,
dello scrivere bene…
Orazio si ricollega a Lucilio per quanto riguarda l’attenzione all’individuo e i suoi limiti ma ne
prende anche le distanze: nella poesia ci vogliono gusto e labor limae: l’età neoterica non era
passata inutilmente.
Orazio non aspira alla fama, ma non aspira neppure a essere messo fra i poeti: per la poesia
vera e propria ci vuole una specie di ispirazione divina, sublimità di tono e lui, invece vuole
comporre delle conversazioni alla buona, non lontane dalla lingua di tutti i giorni:
Primum ego me illorum dederim quibus esse poetis,
exceperam numero…
Per prima cosa io mi toglierò dal numero di coloro ai quali concedo di essere poeti
Ingenium cui sit, cui mens divinior atque os
magna sonaturum, des nominis huius honorem…
A chi possegga ingenio, a chi una mente più che divina e una bocca
destinata a sublimare cose grandi, a costui devi concedere l’onore di questo nome…
Il metro non basta a far poesia, ci vuole ingenium et mens divinior: la poesia satirica non vuole
essere poesia vera e propria, è un modo di formare la coscienza morale e migliorare l’uomo. La
sua satira non è malignità o bassa maldicenza, ma è una forma di ascesi morale. Questa via di
miglioramento gli fu indicata dal padre:
Liberius si
Dixero quid, si forte iocosius, hoc mihi iuris
Cum venia dabis: insuevit pater optimus hoc me,
Ut7 fugerem exemplis vitiorum quaeque8 notando.
Cum me hortaretur parce, frugaliter atque
Viverem ut9i contentus eo quod mi ipse parasset.
Se troppo francamente
Dirò qualcosa, se per caso qualcosa di troppo scherzoso, questo diritto
Con indulgenza lo concederai: mi ha abituato a questo l’ottimo padre
A fuggire i vizi facendomeli notare con gli esempi.
Esortandomi a vivere parcamente, con frugalità
E contento di ciò che egli mi aveva procurato.
Il padre gli è stato maestro di saggezza prima dei filosofi e a questo è riconoscente, perché i
suoi vizi non sono gravi. In questa ottica mette in scena, nelle satire, una folla di personaggi
insignificanti con la funzione paradigmatica di exemplum volti ad elaborare un modello etico
positivo.
7
Dichiarativa
Regge vitiorum: a fuggire ciscuno dei vizi
9
Dichiarativa introdotta da hortaretur
8
Ogni sera fa una specie di esame di coscienza e di bilancio della giornata.
La poesia satirica è, quindi, luogo della ricerca morale e, quindi, riduzione della vis e
dell’aggressività di Lucilio.
- illustra i suoi modelli letterari (tra cui Lucilio)
- chiarisce i suoi canoni stilistici (brevitas e compostezza formale)
- scrive satire per la constatazione dei vizi che affligono la Roma del suo tempo, ma non con
intento fustigatorio, ma con bonarietà e pacatezza.
Libro I, satira VI
Il tema dominante della satira è la difesa di un mondo di valori veri, in cui l’uomo si eleva con le
proprie capacità ed i propri sforzi. Questo mondo di valori ha la sua concretezza nel circolo di
Mecenate.
La satira è un’espressione di gratitudine sincera senza ombra di servilismo, verso il protettore
ed amico (che ha valutato i meriti personali più importanti dei natali). Ma più ancora commossa
è l’espressione di gratitudine per il padre (libertino10 patre natum) che lo guidò nel mondo con i
suoi umili sforzi.
E’ una satira più autobiografica delle altre, nella quale la riflessione generale diventa
strettamente personale:
vv. 45 e seg.
Nunc ad me redeo libertino patre natum…ecc
Ora ritorno a parlare di me, nato da padre liberto,
di me che tutti denigrano (rodunt) per essere nato da padre liberto,
e adesso lo fanno perché, o Mecenate, io sono tuo
commensale; un tempo perché, col grado di tribuno, a me prestava
ubbidienza una legione di Roma.
Ma questo caso è diverso dal precedente: può essere che qualcuno a buon diritto mi invidi
la carica, ma anche che tu mi sia amico, giacchè sei molto
avveduto nel trascegliere persone degne, del tutto estranee
all’arrivismo. Considerarmi fortunato11 per questo, cioè di averti avuto in sorte come amico per
puro caso non potrei: Virgilio, un giorno, e dopo di lui Vario, ti dissero che tipo di uomo io fossi.
Quando fui alla tua presenza pronunciai poche parole balbettando; un reticente ritegno
mi impediva di dire di più: e ti raccontai non di essere nato da padre illustre, non di viaggiare
intorno
ai miei poderi con un cavallo satureiano, bensì ciò che io ero.
Tu mi rispondi poche parole come è tua abitudine: io mi congedo; tu mi richiami dopo 9 mesi
E mi inviti a essere nel numero dei tuoi amici. Questo è il merito di cui mi vanto: di essere
piaciuto a te
Che ben sai distinguere l’uomo degno dall’uomo spregevole, non perché nato da padre
illustrissimo,
ma perché di costume e cuore candido.
Eppure12 se la mia indole è viziata da pochi e mediocri vizi,
come se in un bel corpo tu notassi sparsi nei,
10
Liberto, schiavo affrancato.
“Felicem dicere non hoc me possim”:l’amicizia di Mecenate è un successo che Orazio deve alle sue qualità, al
suo carattere: se fosse un dono del caso, non gli procurerebbe la stessa gioia.
12
Tu non ti sei mai preoccupato di sapere chi fosse mio padre, ed hai ragione. Ma io devo a mio padrre altre cose,
che non la nobiltà dei natali: la formazione del mio carattere. Il merito dell’integrità morale la attribuisce al padre di
cui ricorda l’affetto, la saggezza e la dignità.
11
se nessuno, parlando con schiettezza mi rinfaccerà avidità, grettezze, volgari stravizi; se
candido, incolpevole e candido io vivo e caro agli amici al punto da inorgoglirmene: di questo fu
causa mio padre13…
Le figure che dominano questa satira sono tre: Mecenate, il padre di Orazio, Orazio stesso. Il
legame con la diatriba è qui più tenue ma non è del tutto assente: l’affermazione della propria
indipendenza, l’irrisione della nobiltà di nascita erano già nella tradizione diatribica: si narrava
che Bione di Boristene al re Antigono Gonata che gli domandava chi fosse e di che città,
rispondeva che era figlio di uno schiavo furfante e di una meretrice e concludesse”
”, “Giudica me da me stesso”. Questa perenne lotta tra il falso valore della nascita e il
vero valore individuale Orazio lo ha vissuto sempre per tutta la vita.
La satira si concentra tutta sul lato positivo del mondo oraziano, sulla serenità e la gioia che gli
dà la sua saggezza.
13
Causa fuit pater his
Libro I, satira 9
Mi trovavo a passeggiare lungo la via Sacra, come è mia abitudine,
non so quali bazzeccole meditando, tutto assorto in quelle;
Mi corre incontro un tale, noto a me soltanto di nome,
e presa la mano: “Come va, o più caro tra le cose?”
“Bene, per adesso” dico “e ti auguro ogni bene”.
Continuando a venirmi dietro:” Desideri qualcosa?” lo prevengo. Ma quello:
“Mi conoscerai” disse “ Sono un letterato”. E io: “di più
per questo” dissi “varrai per me”. Disperatamente cercando di stacarmi,
procedevo ora più in fretta, talvolta mi fermavo, nell’orecchio
dicevo non so cosa allo schiavo, mentre il sudore fino in fondo
alle calcagna scorreva: “ O beato te, Bolano, che hai la testa calda!”, dicevo tra me e me,
mentre quello cinciava di qualunque cosa, lodando le vie, la città. Poiché a quello
nulla rispondevo: “Desideri ardentemente “ disse “andertene:
da un po’ lo vedo; ma non ce la fai, fino all’ultimo ti tratterrò; ti seguirò. Di qui dove ora sei
diretto?”. “ Non c’è bisogno che tu faccia
un giro così lungo: voglio far visita ad un tale che non conosci;
lontano oltre il Tevere giace malato, quasi vicino agli orti di Cesare”.
“Non ho nulla da fare, e non sono pigro: fino là ti seguirò”.
Abbasso le orecchie come un asinello di animo scontento
quando ha dovuto sobbarcarsi sul dorso un carico troppo pessante. Incomincia quello:
“Se so vlutarmi bene, non stimerai di più come amico Visco o Vario: infatti chi è capace di
scrivere più versi e più velocemnte di me? Chi (è capace) di danzare con più molle
eleganza? Io canto ciò che anche ermogene potrebbe invidiare”.
Questo era il momento di interromperlo: “Non hai una madre,
un parente che abbiano bisogno che ti conservi in buona salute?”. “Li ho sepolti tutti”. “
Fortunati! Ora resto io.
Finiscimi: infatti mi pende sul capo un triste destino, che una vecchia Sabina14 mi predisse
da piccolo,
agitando l’urna profetica:
- Costui non veleni funesti né una spada
nemica uccideranno,
né un dolore al fianco, né una tosse né una lenta podagra;
un un garrulo costui lo sfinirà prima o poi: dai chiacchieroni, se ha cervello, si tenga
lontano,
non appena sarà adulto-.
Si era giunti presso il tempio di Vesta, ormai era trascorsa la quarta parte del giorno e per
fortuna
doveva comparire in tribunale avendo versato una cauzione, cosa che, se non avesse
fatto,
avrebbe perso la somma depositata.
“Per favore, disse, assistimi qui un momento” “Possa io morire se
ho la forza di stare in piedi o mi intendo di diritto. Mi affretto dove sai”. “Sono in dubbio su
che cosa fare”
disse
“se lasciare te o la causa”. “Me, per favore”. “Non lo farò” (disse) quello
E cominciò ad andare innanzi. Io, poiché è dura litigare con il vincitore,
lo seguo. “Mecenate in che rapporti è con te?”.
14
Orazio, esasperato, esprime parodicamente la propria morte per opera di un chiacchierone come gli fu
predetto da una Sabina
Da qui riattacca. “E’ di pochi uomini e di mente ben assennata”.
“Nessuno in modo più abile si è servito della fortuna. Avresti
un grande aiutante che potrebbe farti da spalla,
se volessi introdurre questo uomo. Possa io morire se non
avresti già fatto fuori tutti”. “Non in questo modo viviamo là,
come tu immagini. Non c’è casa più pulita di questa
né più estranea a questi mali. Non mi sento per nulla danneggiata, te lo dico,
perché questo è più ricco o più dotto: ognuno ha il suo posto”.
“Dici una gran cosa, a mala pena credibile”. “E
Così è”. “Mi spingi a desiderare di essergli
Ancora più vicino”. “Purchè tu lo voglia: col valore che hai (est)
Lo espugnerai, ed è uomo che può essere vinto e per questo
Ha feddi i primi approcci”. “Non verrò meno a me stesso:
corromperò i servi con doni, se oggi sarò
messo alla porta, non mi darò per vinto, cercherò le occasioni,
accorrerò nelle strade, lo accompagnerò. Nulla senza grande sforzo
la vita dà ai mortali”. Mentre dice queste cose, ecco
Fusto Aristio accorre, a me caro e che conosceva
Bene quello. Ci fermiamo. “Da dove vieni?” e
“dove vai?” domanda e risponde. Comincio a tirare la toga,
e a tastare con la mano le inerti braccia, facendo cenni,
distorcendo gli occhi, affinchè mi strappi (dal guaio).
Malamente spiritoso, ridendo finge di non capire, il mio fegato brucia di bile.
“Certamente dicevi di voler parlare con me di non so cosa in segreto” “ me ne ricordo
bene,
ma te lo dirò in un momento migliore: oggi è il trentesimo sabato: vuoi tu
offendere i Giudei circoncisi?” “Per nulla, dico, ho di queste superstizioni. “ma io sì: sono
un po’
meno sicuro, uno fra i tanti: mi perdonerai, un’altra volta te lo dirò”. Questa giornata così
nera è spuntata per me! Fugge il furfante
e mi lascia sotto il coltello. Per caso viene incontro a quello
l’avversario e “Dove fuggi, tu, o svergognatissimo?” a gran
voce urla e “vuoi farmi da testimone?” davvero io
pongo l’orecchio. Lo trascina a giudizio: clamore da ogni parte
da ogni parte corsa. Così mi salvò Apollo
Satira vivacissima che rappresenta un carattere fuori dal tempo: il secccatore, lo
scocciatore sciocco e presuntuoso che non si arrende mai.
Il valore della satira risiede nella composizione dei dialoghi (andamento teatrale) e nelle
scelte linguistiche aderenti al parlato; inoltre il ritmo rapido e incalzante coinvolge il lettore
nello stato d’animo di oppressione in cui viene a trovarsi Orazio.
Il componimento è caratterizzato dalle immagini proprie dell’assalto e dell’attacco fisico:
per esempio. Il prendere la mano che, con l’uso di arripio (= afferrare, impossessarsi di)
diventa un tentativo di catturare l’avversario. La satira si articola alternando dialoghi e veri
momenti di suspance = parodia epica e ironia.
Libro II satira VI (traduzione dal verso 79, il resto bene in italiano)
Hoc erat in votis15: modus agri non ita magnus,
hortus ubi et tecto vicinus iugis aquae fons
et paulum silvae super his foret. auctius atque
di16 melius fecere. bene est. nil amplius oro,
Maia nate, nisi ut propria haec mihi munera faxis.
5
si neque maiorem feci ratione mala rem
nec sum facturus vitio culpave minorem,
si veneror stultus nihil horum '
o si angulus ille
proximus accedat, qui nunc denormat agellum!'
'
o si urnam argenti fors quae mihi monstret, ut illi,
10
thesauro invento qui mercennarius agrum
illum ipsum mercatus aravit, dives amico
Hercule!'
, si quod adest gratum iuvat, hac prece te oro:
pingue pecus domino facias et cetera praeter
ingenium, utque soles, custos mihi maximus adsis.
15
ergo ubi me in montes et in arcem ex urbe removi,
quid prius inlustrem saturis musaque pedestri?
nec mala me ambitio perdit nec plumbeus auster
autumnusque gravis, Libitinae quaestus acerbae.
Matutine pater, seu Iane libentius audis,
20
unde homines operum primos vitaeque labores
instituunt—sic dis placitum—, tu carminis esto
principium. Romae sponsorem me rapis: '
eia,
ne prior officio quisquam respondeat, urge.'
sive aquilo radit terras seu bruma nivalem
25
interiore diem gyro trahit, ire necesse est.
postmodo quod mi obsit clare certumque locuto
luctandum in turba et facienda iniuria tardis.
'
quid tibi vis, insane?'et '
quam rem agis?'inprobus urget
iratis precibus, '
tu pulses omne quod obstat,
30
ad Maecenatem memori si mente recurras.'
hoc iuvat et melli est, non mentiar. at simul atras
ventum est Esquilias, aliena negotia centum
per caput et circa saliunt latus. '
ante secundam
Roscius orabat sibi adesses ad Puteal cras.' 35
'
de re communi scribae magna atque nova te
orabant hodie meminisses, Quinte, reverti.'
'
inprimat his cura Maecenas signa tabellis.'
dixeris: '
experiar'
:'
si vis, potes,'addit et instat.
septimus octavo propior iam fugerit annus,
40
ex quo Maecenas me coepit habere suorum
in numero, dumtaxat ad hoc, quem tollere raeda
vellet iter faciens et cui concredere nugas
hoc genus: '
hora quota est?''
Thraex est Gallina Syro par?'
'
matutina parum cautos iam frigora mordent'
,
45
15
Votum: desiderio.
La villetta era un dono di Mecenate, ma Orazio ne ringrazia più gli dei che i potenti (ma è evidente che
l’espressione è un modo di dire).
16
et quae rimosa bene deponuntur in aure.
per totum hoc tempus subiectior in diem et horam
invidiae noster. ludos spectaverat, una
luserat in campo: '
fortunae filius'omnes.
frigidus a rostris manat per compita rumor:
50
quicumque obvius est, me consulit: '
o bone—nam te
scire, deos quoniam propius contingis oportet—,
numquid de Dacis audisti?''
nil equidem.''
ut tu
semper eris derisor.''
at omnes di exagitent me,
si quicquam.''
quid? militibus promissa Triquetra
55
praedia Caesar an est Itala tellure daturus?'
iurantem me scire nihil mirantur ut unum
scilicet egregii mortalem altique silenti.
perditur haec inter misero lux non sine votis:
o rus, quando ego te adspiciam quandoque licebit
60
nunc veterum libris, nunc somno et inertibus horis
ducere sollicitae iucunda oblivia vitae?
o quando faba Pythagorae cognata simulque
uncta satis pingui ponentur holuscula lardo?
o noctes cenaeque deum, quibus ipse meique
65
ante Larem proprium vescor vernasque procacis
pasco libatis dapibus. prout cuique libido est,
siccat inaequalis calices conviva solutus
legibus insanis, seu quis capit acria fortis
pocula seu modicis uvescit laetius. ergo
70
sermo oritur, non de villis domibusve alienis,
nec male necne Lepos saltet; sed, quod magis ad nos
pertinet et nescire malum est, agitamus, utrumne
divitiis homines an sint virtute beati,
quidve ad amicitias, usus rectumne, trahat nos
75
et quae sit natura boni summumque quid eius.
Cervius haec inter17 vicinus garrit anilis18
ex re fabellas. siquis19 nam laudat Arelli20
sollicitas ignarus opes, sic incipit: '
olim
rusticus urbanum murem mus21 paupere22 fertur23
80
24
accepisse cavo, veterem vetus hospes amicum,
asper et attentus quaesitis, ut25 tamen artum
solveret hospitiis animum. quid multa? neque ille
sepositi ciceris nec longae invidit avenae,
aridum et26 ore ferens acinum semesaque lardi
85
frusta dedit, cupiens varia fastidia cena
vincere tangentis male singula dente superbo,
17
anastrofe
aniles
19
Si aliquis
20
Ricco proprietario della zona
21
chiasmo
22
iperbato
23
Costruzione personale
24
poliptoto
25
consecutivo
26
anastrofe
18
cum pater ipse domus palea porrectus in horna
esset27 ador loliumque, dapis meliora relinquens.
tandem urbanus ad hunc "quid te iuvat" inquit, "amice,
90
praerupti nemoris patientem vivere dorso?
vis tu28 homines urbemque feris praeponere silvis?
carpe viam, mihi crede, comes, terrestria quando
mortalis29 animas vivunt sortita30 neque ulla est
aut magno aut parvo leti fuga: quo, bone, circa31,
95
dum licet, in rebus iucundis vive beatus,
vive memor, quam sis aevi brevis." haec ubi32 dicta
agrestem pepulere33, domo levis exsilit; inde
ambo propositum peragunt iter, urbis aventes
moenia nocturni subrepere. iamque tenebat
100
34
nox medium caeli spatium , cum ponit uterque
in locuplete domo vestigia, rubro ubi cocco
tincta super lectos canderet vestis eburnos
multaque de magna superessent fercula cena,
quae procul exstructis inerant hesterna canistris.
105
ergo ubi purpurea porrectum in veste locavit
agrestem, veluti succinctus cursitat hospes
continuatque dapes nec non verniliter ipsis
fungitur officiis, praelambens omne quod adfert.35
ille cubans gaudet mutata sorte bonisque
110
rebus agit laetum convivam, cum subito36 ingens
valvarum strepitus lectis excussit utrumque.
currere per totum pavidi conclave magisque
exanimes trepidare, simul domus alta Molossis
personuit canibus. tum rusticus: "haud mihi vita
115
est opus hac" ait et "valeas: me silva cavosque
tutus ab insidiis tenui solabitur ervo."'
Questo era nei (miei desideri): un pezzo di campo non tanto grande,
Dove fossero un giardino e una fonte di acqua perenne vicino alla casa,
E oltre a ciò un po’ di alberi. Di più
E di meglio fecero gli dei. E’ andata bene. Non chiedo nulla di più,
O figlio di Maia, se non che tu stabili renda per me questi doni.
Se non che non ho mai reso maggiore il patrimonio con mezzi disonesti,
Nè ho intenzione di renderlo minore con il vizio o la colpa,
27
Imperfetto congiuntivo di edo.
Formula colloquiale di invito.
29
Mortales.
30
Participio passato di sortior
31
Quo…circa = tmesi per quocirca
32
Anastrofe.
33
Perfetto sincopato di pello.
34
Inizia qui una evidente parodia epica: le imprese notturne sono quelle più temerarie e audaci (di notte
agiscono Ulisse e Diomede per l’inganno del cavallo, di notte si svolge l’episodio di Eurialo e Niso, poi di
notte abbiamo visto anche i combattimenti in Ariosto).
35
Nelle corti e nelle case delle persone molto ricche c’è uno schiavo, detto praegustator, il cui compito
specifico era di assaggiare le vivande prima di metterle in tavola.
36
Dalla serena e contemplativa immobilità del rusticus si passa improvvisamente all’agitazione parossistica
dell’agguato dei cani: il brusco cambiamento di tono è sottolineato dagli infiniti descrittivi che denotano
l’intensità dell’affanno nella ricerca della via di fuga.
28
Se è vero che non ti rivolgo da stolto nessuna di queste preghiere: “oh, se quel lembo (di
terra) confinante si aggiungesse (alla mia proprietà), che ora rende irregolare il mio
campicello!
Oh, se una qualche sorte mi mostrasse un’urna di argento, come quel tale che,
Scoperto un tesoro, lavorando a mercede, arò quel campo quel campo dopo averlo
comprato, ricco per favore di Ercole!” se ciò che possiedo mi rende soddisfatto, con
questa preghiera ti chedo:
Rendi al padrone pingue il gregge e tutto il resto tranne
L’ingegno, e come sei solito, sii per me sommo custode.
Dunque, dopo che da Roma mi ritirai sui monti e sulla rocca,
Che cosa di più dovrei cantare con le satire e con la musa in prosa?
Non mi manda in rovina una funesta ambizione, nè un afoso Austro
Nè un autunno malsano, fonte di guadagno per la funebre Libitina.
O tu padre del mattino, o se preferisci essere chiamato Giano,
Dal quale gli uomini danno inizio alle prime fatiche della loro vita
(così è gradito agli dei), tu sarai il l’argomento primo del mio canto
A Roma mi trascini a forza come garante: “suvvia,
Sbrigati perchè nessuno prima di te si presenti alla chiamata”.
Sia che il vento del nord spazzi la terra, sia che il solstizio invernale con più stretto giro
Faccia presto tramontare un giorno nevoso, è d’obbligo mettersi in cammino.
Subito dopo, dopo aver detto a voce chiara e decisa ciò che potrebbe nuocermi,
Devo fare a pugni con la folla e devo fare violenza ai lenti.
“che vuoi, pazzo?” e “Cosa fai?” un maleducato mi investe
Con rabbiose imprecazioni,”tu rovesceresti tutto ciò che ti ostacola,
Se corri con la mente fissa a Mecenate”.
Questo mi fa piacere, mi è dolce come il miele, non mentirò. Ma non appena si giunge al
Fosco Esquilino, nei miei pensieri e da ogni parte irrompono 100 affari altrui.
“roscio ti prega di dargli assistenza domani, prima della seconda ora presso il puteale”,
“gli srbi ti pregano, o Quinto, di rammentarti di tornare oggi per una questione importante
e nuova, di comune interesse”, “fa’ in modo che Mecenate metta il suo sigillo su questi
Documenti”. Mettiamo che tu dica “ci proverò” “se vuoi, puoi” aggiunge e insiste.
Il settimo anno, quasi l’ottavo sarà trascorso, da quando Mecenate ha incominciato a
considerarmi dei suoi, unicamente per questo, perchè vuole prendermi in carrozza
Quando fa un viaggio e (avere) a chi confidare sciocchezze
Di questo tipo: “che ora è? Il tracio Gallina può affrontare Sirio?
Ormai i freddi mattutini pungono chi non sta abbastanza attento”
E altre cose che si dispongono bene su un orecchio pieno di fessure.
Per tutto questo tempo, di giorno in giorno, di ora in ora, il nostro fu soggetto
All’invidia. Aveva osservato i giochi con Mecenate? Aveva giocato (con lui) nel campo
Di Marte? “figlio della fortuna” tutti dicevano. Dai rostri si diffonde per i crocicchi di Roma
una notizia che raggela.
Chiunque mi venga incontro mi consulta: “o caro, è naturale che tu lo sappia perchè sei
Vicino agli dei: forse sai qualcosa dei Traci?” “Per nulla” “Come hai sempre voglia di
scherzare!” “ma che tutti gli dei mi perseguitino se so quacosa!” “E che? Cesare ha
intenzione di distribuire i poderi promessi ai veterani in Sicilia o in Italia?” E mentre io
giuro di non sapere nulla mi guardano come l’unico uomo al mondo (dotato) di
straordinario e profondo silenzio.
Va sprecata tra queste cose da me misero la giornata non senza preghiere:
O campagna, quando ti rivedrò e quando mi sarà concesso
Ora con le opere degli antichi, ora nel sonno e nelle ore tranquille
Assaporare il piacevole oblio di una vira assillante? Oh, quando mi saranno
Servite a tavola le fave parenti di Pitagora e insieme un po’ di verdura condita con pingue
lardo?
Oh, notti e cene celesti, dove io e i miei amici mangiamo davanti al sacro focolare!
E gli schiavi impertinenti nutro con i cibi appena assaggiati! Come a ciascuno piace,
un commensale scola diverse tazze, libero da leggi
Sciocche, oppure uno, forte bevitore,
Prende coppe di vino forte, oppure un altro, più moderatamente, si inumidisce la gola con
vino leggero. Dunque nasce la chiacchierata, non riguardo alle ville o alle case altrui,
Nè se Lepore danzi bene o male; ma discutiamo su ciò che ci riguarda e che è un male
non sapere, se gli uomini sono felici per ricchezze o per virtù, che cosa ci spinga
All’amicizia, se l’utilità o l’onestà, quale sia la natura del bene e quale il bene sommo.
Il vicino Cervio, tra questi discorsi, racconta favole delle nonne
Adatte all’occasione. Ad esempio, se qualcuno di poca esperienza loda le travagliose
Ricchezze di Arellio, così incomincia: “si racconta che una volta un topo campagnolo
Abbia accolto nella sua povera tana un topo di città, come un vecchio ospite accoglie
Un vecchio amico, lui scontroso e attento ai guadagni, ma tuttavia tale da aprire l’animo ai
Doveri dell’ospitalità. A cosa (servono) tante parole? E infatti quello
Non risparmiò ceci messi da parte e avena lunga,
Portandoli con la bocca e offrì chicchi di uva passa e pezzi di lardo rosicchiati,
desideroso di vincere con la varietà della cena la schizzinosità
Dell’ospite che toccava di mala voglia le singole portate con dente sprezzante,
Mentre lo stesso padrone di casa, disteso su paglia fresca, mangiava
Farro e loglio, lasciando i bocconi migliori.
Alla fine il topo di città disse a questo: “che piacere provi, o amico, a vivere di stenti sul
dorso di un bosco dirupato? Vuoi preferire alle selvagge selve gli uomini e la città?
Mettiti in strada, credimi, in mia compagnia, dal momento che gli esseri terrestri vivono
avendo avuto in sorte esistenze mortali e non c’è alcuna fuga di morte nè per il potente nè
per il povero. Perciò, caro,
Finchè è lecito, tra cose piacevoli vivi beato, vivi ricordando quanto sia breve la vita”.
Allorchè tali parole covinsero il campagnolo, lieve dalla tana saltò fuori; poi
Ambedue percorrono il viaggio concordato, desiderosi di strisciare di notte
Lungo le mura della città. Ormai la notte occupava tutto il cielo, quando entrambi
Pongono piede in un ricco palazzo, dove sui divani di avorio splendeva
Una coperta tinta di rosso scarlatto
E della grande cena erano rimasti molti avanzi che dal giorno prima erano in disparte
dentro colmi canestri.
Dunque come (il topo di città) ebbe sistemato il campagnolo su una coperta di porpora,
L’ospitante, come se avesse la veste tirata su, corre di qua e di là e rinnova le portate e
secondo i modi di uno schiavo di casa adempie agli stessi doveri, assaggiando tutto ciò
che porta.
Quello sdraiato gioisce della mutata sorte e, in mezzo a tante buone cose, fa la parte del
lieto commensale, quando all’improvviso un grande strepito
Di porte li fece balzare giù entrambi dal divano.
Corrono impauriti per tutta la stanza e, ancora di più, senza fiato, trepidano, non appena
la grande casa risuona di cani molossi. Allora il campagnolo: “non ho bisogno di questa
vita” dice e “stammi bene: il bosco e la tana sicura dalle insidie mi renderanno appagato”.
Asse sintagmatico:
Ora che ha avuto in dono la villetta sabina con un po’ di terra, Orazio è felice e non chiede
null’altro a Mercurio, il suo protettore, ma solo che conservi intatti i doni che ha già. Che
cosa canterà, ora che si è ritirato in campagna? Innanzitutto canterà la gioia di essersi
liberato della città: la fiatica di alzarsi presto anche in inverno perchè hai da fare il garante
per qualcuno; il fare a pugni con la folla per passare; le raccomandazioni di coloro che
credono che Orazio abbia una grandissima influenza presso Mecenate e che conosca
tutti i segreti di stato (al contrario, Mecenate non ama le chiacchiere e parla con lui di
cose senza importanza).
Tra tante seccature Orazio anela alla campagna come alla felicità lontana fatta di gioie
semplici: le cene con i vicini, le conversazioni sulla virtù, sul sommo bene, sull’amicizia.
Può accadere che il vicino Servio illustri la sua morale con una favoletta, per esempio
quella del topo di campagna e di città, che dimostra come i beni semplici, goduti nella
tranquillità della campagna siano mlto superiori al fasto, tormentato dall’inquietudine e dal
pericolo, della vita di città.
Commento:
Il tema sostanziale della satira è la antitesi città/campagna: Roma, in cui pochi anni prima
Orazio riusciva a isolarsi nella sua meditazione morale e nella sua poesia, ora che è
divenuto personaggio noto e troppo amico dei potenti, non gli concede più nessuna calma
nè gioia. Il poeta è infastidito dalla folla petulante, insofferente verso coloro che lo
invidiano e desidera solo una vita qiueta e tranquilla.
Ora la serenità e la saggezza saranno da ricercare in campagna.
L’introduzione della favola rientra nei canoni della diatriba, come anche il topos
dell’abbandono della città.
Al genere favolistico (Esopo) si riaggancia il gusto profondamente moraleggiante: il lusso
e l’abbondanza costano forse troppo cari. Il tono della favola è scherzoso, la premessa
ironicamente riduttiva nel richiamare le storielle delle nonne, ma la morale è profonda:
l’incipit (olim) situa la vicenda in un mondo atemporale, ma nei versi successivi il richiamo
all’attualità romana è preciso: la vasta e opulenta casa, i beni di lusso, i mobili raffinati, i
cani di pregio (i molossi erano grossi cani dell’Epiro, apprezzati come cani da guardia) ci
indicano che il riferimento è ai grandi ricchi di Roma. Il contrasto si gioca tutto nell’antitesi
tra il cibo povero offerto da rusticus e il raffinatissimo ed elegante ambiente urbano:
Orazio dà umanità ai due animaletti, conferendo all’uno il carattere dell’accorta
parsimonia, all’altro lo snobismo dei cittadini.