testo di Virginia Bernardis

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testo di Virginia Bernardis
Virginia Bernardis, VD
Anno scolastico 2014/2015
L’età Augustea
nelle fonti storiche, letterarie, artistiche
L’Augusto di Via Labicana
Il dominio di Ottaviano
Il primo secolo a.C. fu il periodo più cruento per la storia costituzionale romana. Fu un’epoca di guerre civili, lotte intestine, cospirazioni: Roma aveva ormai assunto le dimensioni di un impero e le sue
antiche istituzioni repubblicane dimostravano di essere inadeguate alle nuove sfide che imponevano i
tempi. Apparve evidente però che l’aristocrazia senatoria, detentrice del potere all’interno della res
publica, non era disposta ad affrontare una trasformazione dello Stato troppo rapida, nonostante fosse
inevitabile accettare qualche forma di potere personale. La sfida del figlio adottivo di Giulio Cesare, il
giovane Ottaviano1, fu quella di imporsi come principale esponente dello schieramento cesariano, diventare l’unico signore di Roma ed assumere questo potere illimitato con l’arte della dissimulazione,
presentandosi come il Vindex Libertatis, il restauratore della libertà dell’antica res publica.
Nacque dunque un aspro contrasto tra l’erede politico di Giulio Cesare, Marco Antonio, e Ottaviano, il
quale riuscì abilmente a presentare il rivale come un sovrano orientale, intenzionato a trasferire ad
Alessandria la sede del potere. «La sua alleanza con Antonio era sempre stata dubbia e poco stabile,
mentre le loro continue riconciliazioni altro non erano che momentanei accomodamenti; alla fine si giunse alla rottura definitiva […]» narra Svetonio2, e precisamente nel 31 a.C. scoppiò la guerra: ad Azio, nel
Mare Ionio al largo delle coste greche, la flotta di Ottaviano, comandata da Agrippa, sbaragliò quella di
Antonio e della sua amante Cleopatra. Con la vittoria di Azio Ottaviano pose definitivamente fine all’epoca delle guerre civili. Era ormai l’unico padrone di Roma e del suo immenso impero.
Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (in latino Gaius Iulius Caesar Octavianus Augustus Roma, 23 settembre 63
a.C. – Nola, 19 agosto 14 d.C.; nelle epigrafi: C·IVLIVS·C·F·III·V·CAESAR·OCTAVIANVS).
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Svetonio, De vita Caesarum - Augustus, 17. Principale fonte riguardante la storiografia imperiale. Inoltre Svetonio aggiunge: «[…] e per meglio dimostrare che Antonio non era più degno di essere un cittadino romano, aprì il suo
testamento, da Antonio lasciato a Roma, e lo lesse davanti all'assemblea, dove designava come suoi eredi anche i figli che aveva avuto da Cleopatra.»
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In seguito alla sua decisiva vittoria militare egli iniziò dunque a costruire il proprio dominio personale, concentrando nelle sue mani tutto il potere: «Ottenne magistrature ed onori prima del tempo [legale]: alcune furono create appositamente per lui o gli furono attribuite in modo perpetuo» ci racconta
Svetonio3.
Nel 32 a.C., volendo sostenere il primato delle province Occidentali e vista l’imminenza dello scontro
con Antonio e Cleopatra, egli aveva ottenuto con la Coniuratio Italiae la fedeltà degli italici in nome dei
loro valori contro il mondo orientale. Questo fu il primo atto che Ottaviano compì come futuro princeps. Nel 29 a.C. celebrò a Roma un grandioso trionfo, esaltando le istituzioni occidentali e affermandone la supremazia sulla monarchia assoluta di stampo orientale. A differenza del suo predecessore Giulio Cesare, il quale non aveva nascosto di mirare a un potere monarchico, Ottaviano si presentò infatti
come restauratore delle istituzioni e degli antichi valori repubblicani. Tuttavia il suo principato rappresentò in definitiva la fine della repubblica.
Nello stesso anno ricevette il titolo di imperator a vita, che in passato veniva temporaneamente ottenuto dai generali vittoriosi durante la celebrazione di un trionfo. Il potere di Ottaviano nasceva innanzitutto dal comando dell’esercito; la nuova situazione di pace gli permise di congedare circa centomila
soldati e di ridurre il numero delle legioni. Poté inoltre ricompensare i veterani con denaro e terre,
senza effettuare espropri in Italia.
Nel 28 a.C. fu proclamato princeps senatus: come «primo fra i senatori» aveva il privilegio di convocare e presiedere l’assemblea e di orientarne le decisioni. Nella seduta del Senato del 27 a.C. Ottaviano
restituì allo stato tutti i poteri straordinari che gli erano stati attribuiti durante la guerra civile. Ottenne in cambio un imperium proconsolare di dieci anni sulle province non ancora pacificate e, qualche
giorno dopo, venne nominato Augusto4, titolo connesso alla nozione di auctoritas (autorevolezza e supremazia morale). Questo appellativo, che da allora in poi avrebbe accompagnato il nome di ogni imperatore, sanciva la sua superiorità su tutti i Romani, assegnandogli una speciale autorità carismatica e
sacra. La formula onomastica con cui Augusto veniva indicato nelle iscrizioni ufficiali divenne dunque
Imperator Caesar Divi filius Augustus, cioè “Imperatore Cesare Augusto figlio del divino (cioè di Cesare
divinizzato)”.
Nel 23 a.C. (l’anno della fallita congiura di Fannio Cepione e Varrone Murena) Augusto affrontò quella che sembrò la prima crisi piuttosto seria nei rapporti con il Senato; non uscì però indebolito dallo
scontro. Gli fu poi conferita la tribunicia potestas, con le prerogative di poter porre il veto, convocare
l’assemblea, far approvare plebisciti, e che rese inoltre la sua persona sacra ed inviolabile. In quest’anno il nuovo regime era ormai pienamente operante, e per definire la propria posizione nello Stato, Au-
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Svetonio, De vita Caesarum - Augustus, 26.
«Augusto», dal verbo latino augeo: accrescere, aumentare. Dalla stessa radice deriva anche la parola auctoritas,
che indica la superiore capacità di influenzare le decisioni indipendentemente dalla carica istituzionale che si riveste: autorità e autorevolezza insieme.
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gusto scelse il termine princeps, «principe». Per questo motivo il nuovo regime monarchico si definisce
«principato»5.
Nel 19 a.C. ottenne l’imperium consularem, che restò il fondamento del suo potere militare così come
la tribunicia potestas rappresentò la base del potere civile. Non ricoprì a vita la carica di console ma ricevette le insegne tradizionali dei consoli, come la sedia curule. Venne inoltre scortato in pubblico dai
littori e poté emettere editti anche in contrasto con le leggi.
Divenne pontifex maximus nel 12 a.C.: ottenne così la più alta carica religiosa dello stato. Come massima autorità civile e religiosa, Augusto aveva ormai le prerogative che erano state proprie dei re di
Roma.
Infine, nel 2 a.C. gli fu conferito il titolo di pater patriae: come il pater familias godeva della devozione e degli onori dei figli, così Augusto si guadagnò la pietas e la fides (il rispetto e la fiducia) nonché
l’obbedienza del popolo Romano.
Con le attribuzioni sopradescritte, formalmente tutte proprie di un governo repubblicano, Augusto
poté regolare i suoi rapporti con il Senato. La sua azione fu caratterizzata dal trasformismo - ovvero
l’adattamento alle circostanze - dimostrando di essere un politico accorto e un abile generale che non
colpì mai il Senato o l’aristocrazia, e dalla cautela, mantenendo sempre un’apparente legalità pur assumendo contemporaneamente tutti i poteri. Per questo motivo il modello costituzionale inaugurato da
Augusto viene definito «repubblicano de iure», in quanto tutte le istituzioni repubblicane vennero formalmente restaurate, ma «monarchico de facto», poiché nella sostanza assicurò a sé stesso un superiore potere di controllo. Le magistrature repubblicane vennero infatti svuotate di ogni potere e concentrate interamente nelle sue mani.
L’apparente legalità repubblicana, Res Gestae
La preoccupazione di Augusto di convincere il popolo romano ed il Senato che il suo potere si situasse nell’ambito della legalità repubblicana emerge nella sua autobiografia, le Res Gestae, in cui narra anche le sue imprese, le molteplici opere di evergetismo6, le elargizioni di beni in denaro e terre, e la sistemazione monumentale di Roma.
In diversi punti dell’opera viene ribadito il consenso da parte del Senato e del popolo per qualsiasi
atto significativo di potere personale: «[…] il Senato decretò che si dovessero rivolgere agli dei immortali
pubbliche preghiere di ringraziamento […]»; «[…] per decisione pubblica la porta della mia casa fu rivestita di alloro […] e uno scudo d’oro fu posto nella curia Giulia, sul quale fu attestato con un’iscrizione che
il Senato e il popolo romano mi donavano per il mio valore, la mia clemenza, giustizia e pietà»; «[…] il SeTheodor Mommsen parla di «diarchia» Principe-Senato, ovvero la coesistenza di due poteri. In realtà fu solo Augusto il padrone incontrastato di Roma.
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Il termine evergetismo deriva dal greco ευεργετέω, «fare del bene». I benefattori godevano, in Grecia e a Roma,
di un elevato prestigio sociale.
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nato e l’ordine equestre e il popolo romano tutto mi attribuì il titolo di padre della patria e decretò che
questo venisse scolpito nel vestibolo della mia abitazione e nella curia Giulia e nel foro di Augusto sotto le
quadrighe che erano state poste in mio onore per deliberazione del Senato».
Riconosce infatti di aver governato in questi anni in virtù del «potitus rerum omnium per consensum
universorum» ("consenso generale"). Finché questo consenso continuò a comprendere l'appoggio leale
degli eserciti, Ottaviano poté governare al sicuro, con la garanzia che mai l'impero romano avrebbe potuto trovare altrove il suo equilibrio e il suo centro al di fuori di Roma.
E’ rilevante altresì citare i passi in cui Augusto sostiene di avere in qualche modo rifiutato un ulteriore potere o di averlo affidato ad altre magistrature: «Per non subentrare come pontefice massimo al posto del mio collega ancora vivo [si tratta di Emilio Lepido] rifiutai al popolo che voleva attribuirmelo
questo sacerdozio […]»; «[…] pur avendo ottenuto il potere supremo per consenso unanime, trasferii il governo dello stato dal mio potere alla gestione del Senato e del popolo romano»; «[…] fui superiore a tutti
in autorità, ma non ebbi per nulla più potere degli altri che mi furono colleghi nelle rispettive magistrature
Frammento di Res Gestae
Le Res Gestae Divi Augusti
Augusto stesso lasciò alla sua morte un dettagliato resoconto delle sue
opere: le Res Gestae Divi Augusti. Si tratta di una autobiografia celebrativa,
composta con un intento propagandistico e indirizzata a tutto il popolo
Romano. Essendo Augusto l’autore, è contemporaneo e naturalmente
coinvolto di persona negli avvenimenti documentati.
Il testo a noi pervenuto è un'iscrizione bilingue, in latino e nella traduzione greca, rinvenuta nel 1555. Era incisa sulle pareti del tempio dedicato
alla Dea Roma e ad Augusto situato ad Ancyra (l'odierna Ankara, capitale
della Turchia) e pertanto è stata denominata Monumentum Ancyranum. Secondo il volere di Augusto, il
testo era stato inciso originariamente su tavole di bronzo collocate all'ingresso del suo Mausoleo, che
però sono andate perdute. Vennero realizzate anche altre copie, molte delle quali sono giunte frammentarie, incise sulle pareti dei templi a lui dedicati, al fine di essere sempre esposte alla vista e alla
lettura della popolazione.
Augusto scrisse in prima persona, evidenziando così l’auctoritas del narratore, indirizzando la narrazione a una marcata soggettività. In uno stile attico, e quindi volutamente stringato e senza concessioni
all'abbellimento letterario, egli riportò gli onori e i numerosi titoli che gli erano stati via via conferiti
dal Senato e dal popolo romano per i servizi da lui resi; le elargizioni e i benefici concessi con il suo patrimonio personale allo stato, ai veterani di guerra e alla plebe; le rappresentazioni e i giochi svolti a
sue spese, e infine gli atti da lui compiuti in pace e in guerra. Il documento non menziona il nome dei
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nemici e neppure quello di qualche membro della sua famiglia, ad eccezione dei successori designati:
Marco Vipsanio Agrippa, Gaio Cesare e Lucio Cesare, oltre al futuro imperatore Tiberio.
Probabilmente, data la struttura e la complessità, il testo è frutto di una lunga elaborazione e di frequenti modifiche e fu quindi redatto in varie fasi fino al 14 d.C., anno della morte di Augusto.
Purtroppo lo stato attuale dell’iscrizione epigrafica versa in condizioni di assoluto degrado, e tra non
molti anni la scrittura greca non sarà più leggibile.
Come già affermato, l’idea che emerge dalle Res Gestae sul principato è positivo: Augusto non sostiene di operare nelle vesti di un monarca, ma sempre con il consenso generale. Il suo non sarebbe dunque un governo di uno solo ma una parvenza di Repubblica in cui, però, lui ha assunto ogni forma di
potere.
Probabilmente Augusto si servì di quest’opera per mettere in evidenza il suo rifiuto di contrastare le
regole tradizionali dello stato repubblicano e di assumere poteri arbitrari in modo illegittimo, esaltando inoltre le sue azioni compiute per il bene di Roma, al fine di evitare accuse di aspirare alla monarchia. Essendo lui stesso l’autore, l’attendibilità della fonte è da verificare con ulteriori scritti inerenti
alle imprese e ai fatti di quell’epoca trattati nel testo.
Res Gestae e Annales ab excessu Divi Augusti a confronto
Il periodo che copre i regni dei quattro imperatori romani succeduti ad Augusto è trattato da Tacito
nella sua opera storica Annales7, il cui titolo originale probabilmente era Ab excessu Divi Augusti, ovvero “dalla morte del Divino Augusto”. Questo testo era destinato prevalentemente alla lettura degli storici e degli studiosi, o a chi volesse approfondire gli argomenti trattati.
Tacito scrisse tra il I e il II secolo d.C. e pertanto non è contemporaneo agli avvenimenti trattati e non
è coinvolto di persona. E’ una fonte intenzionale e storiografica.
Le sezioni dell'opera giunte fino ai nostri giorni riguardano gran parte dei regni di Tiberio e Nerone;
dei sedici libri originari ci sono pervenuti integri i primi quattro, un frammento del quinto ed il sesto
privo della parte iniziale. L’undicesimo presenta qualche lacuna, che non ci consente di leggere quanto
negli Annales era dedicato al regno di Caligola. Conosciamo solo metà del sedicesimo libro.
Nell’opera la narrazione procede anno per anno, con la consueta alternanza di vicende interne ed
esterne. Accanto alle figure degli imperatori, su ciascuno dei quali lo storico formula, o più spesso lascia emergere, un severo giudizio di condanna, compaiono molti altri personaggi, alcuni dei quali assumono grande rilievo, senza tuttavia mai elevarsi al ruolo di protagonisti: le loro azioni e le loro vicende
sono per lo più considerate nella misura in cui interferiscono con quelle del principe, influenzandone il
comportamento e provocandone le reazioni.
La scrittura di Tacito, intensa e di grande suggestione artistica, è originalissima; la prosa, concisa e
Il titolo Annales probabilmente non è da attribuire a Tacito, ma deriva dal fatto che l’opera fu composta secondo
una trattazione storica di anno in anno.
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allusiva, è ricca di ellissi8 e di metafore violente. Si osserva altresì la varietas (dissimmetria) con mutamenti inaspettati di struttura e ordine delle parole. Il lessico alterna termini arcaici e solenni, poetici,
di origine popolare, introducendo inoltre nuove sfumature semantiche, mentre i ritmi risultano rapidi
e spezzati. Tuttavia lo stile cambia nel corso della lettura: dal tredicesimo libro in poi, Tacito si serve di
uno stile più tradizionale, vicino ai canoni dello stile classico, diventando così più ricco ed elevato,
meno conciso, meno aspro e insinuante. L’uso di espressioni moderate viene quindi prediletto rispetto
a termini ricercati.
Per quanto riguarda lo stile di Ottaviano, è importante ricordare la sua educazione filosofica e retorica seguita da un maestro greco di indirizzo asiano, contrassegnato dalla presenza di numerose figure
retoriche. Tuttavia Augusto si allontanò da questo stile e, influenzato anche dalla lettura di Cesare, si
avvicinò a quello attico. La prosa propria delle Res Gestae è asciutta, lineare; lo stile è dunque semplice,
solenne, lapidario, caratterizzato dalla paratassi, dalla punteggiatura fitta, da una sobrietà di fondo e
da una maestosità tipica di un documento ufficiale.
Mentre il contenuto delle Res Gestae è naturalmente incentrato fin dall’inizio sull’operato di Augusto,
Tacito esordisce con una parte introduttiva che contiene un breve ritratto della storia di Roma dalle
origini alle guerre civili, per poi giungere al principato. Egli, pur essendo un laudator temporis acti
(elogia i tempi antichi), comprende che non esiste alternativa possibile al principato. In sostanza, egli
loda Augusto ma mostra gli svantaggi di questo governo.
Tacito rimane dunque convinto della necessità storica del principato, ma coglie l'ambiguità sulla
quale è stato fondato da Augusto, che svuotando le magistrature repubblicane da ogni potere ha lasciato terreno fertile per la corruzione, l'intrigo e la decadenza morale; complice di una politica di degrado,
dove l'avidità di potere regna sovrana, è anche il senato.
Negli Annales la visione tacitiana diventa dunque totalmente pessimistica e tragica, e non risparmia
né i protagonisti, i soli artefici della storia, né le masse, inconsapevoli, influenzabili, spesso inclini alla
violenza, giudicate dall'alto di una concezione severamente e sprezzantemente aristocratica. Inoltre
Tacito traccia un'approfondita analisi psicologica dei personaggi attraverso i loro comportamenti e le
situazioni in cui si trovano ad agire.
Questa visione negativa della situazione politica a Roma da parte di Tacito non emerge invece nelle
parole di Augusto, il quale narra le sue imprese e il riconoscimento dei numerosi titoli onorifici in una
luce chiaramente positiva, che difficilmente lascia intravedere un quadro della situazione molto meno
incoraggiante.
L’attendibilità resta da verificare in entrambi i casi, anche se Tacito offre una visione forse meno personale degli eventi non essendone lui stesso l’artefice: assicura infatti di narrare i fatti «senza avversione né simpatia, essendo lontane da me le cause dell’una e dell’altra». La sua opera è comunque influenzata dal suo parere personale e dalle sue opinioni, riflettute e spesso frutto di una attenta analisi
del passato storico.
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Omissione di una o più parole che il contesto o la costruzione grammaticale richiederebbero.
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Le due opere quindi sembrano contraddirsi continuamente, interessandosi a un periodo ricco allo
stesso tempo di luci ed ombre, le une più visibili nelle parole di Augusto, le altre evidenti nel testo di
Tacito.
Un’altra questione affrontata nei due testi con atteggiamenti pressoché opposti è il rapporto fra potere de iure e potere de facto, in chiaro riferimento al governo di Augusto.
Imperium e nomen principis, una sostanziale distinzione
Tacito allude alla legislazione di Augusto quando afferma che egli assunse su di sé le «prerogative
delle leggi», e al fatto che il titolo di princeps diventò un’autonoma fonte di diritto, avendogli conferito
la quasi totalità delle magistrature.
E’ opportuno ricordare che Augusto non si fece mai chiamare re e la denominazione di imperator era
in realtà già presente in età repubblicana, quando designava il magistrato senatorio dotato di imperium, vale a dire del ‘comando militare’. Formalmente egli era dunque il princeps – termine peraltro già
esistente nella precedente realtà repubblicana –, cioè il primo in un gruppo di pari (gli altri senatori),
non diversamente dal princeps senatus di età repubblicana. Ma egli ricopriva anche tutte le magistrature più importanti, nelle quali aveva sì altri colleghi – tutte le magistrature a Roma erano collegiali –, ma
nei confronti dei quali godeva di una maggiore auctoritas, cioè di più autorità. Questo della auctoritas è
un concetto chiave per spiegare i poteri imperiali di Augusto. Lo stesso termine Augustus deriva dalla
stessa radice auc- di auctoritas, che aveva però un significato parzialmente diverso dal moderno concetto di autorità, dal momento che aveva anche implicazioni religiose e sacrali.
Tacito pertanto ha chiara coscienza della distinzione fra la sostanza "forte" del potere di Augusto
(l'imperium) e la forma "debole", eufemistica (nomen principis), e del fatto che la seconda serve a legittimare la prima. La questione del rapporto fra potere de iure e de facto fu talmente sentita che lo stesso
Augusto dovette affrontarla nelle sue Res Gestae, anche se con termini e riferimenti contrari a quelli tacitiani. Richiamando il concetto della par potestas e della collegialità, Augusto rileva come il princeps,
nella nuova costituzione, non goda di maggior potere, ma unicamente di maggior auctoritas; scrive
cioè che il suo potere si basava sull’autorevolezza piuttosto che sull’autorità formale. Tralascia però di
affermare che l’auctoritas travalica la potestas e che, anzi, proprio la prima costituisce il nucleo e l’essenza del potere nel principato. L’auctoritas pertanto non deve essere confusa con la nozione di potestas, termine che indica «i poteri», ossia l’insieme delle funzioni e delle competenze specifiche di un
magistrato. Ottaviano conseguì così il risultato di non detenere ufficialmente alcun potere eccezionale,
ma nello stesso tempo di vedersi riconoscere un’indiscussa superiorità personale sancita dalla protezione degli dei.
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Si può affermare che l’auctoritas del principe fu la giustificazione del suo potere: un fondamento extra-legale dal momento che tale suprema autorità morale non era prevista dall’ordinamento costituzionale.
La tesi ufficiale che compare nelle Res Gestae e che Tacito sembra voler ribaltare è dunque che la prerogativa del princeps consista soltanto nella auctoritas e non in una maggiore potestas (o ius: potere legittimo di ciascuna magistratura). D’altra parte, la concentrazione in una sola persona delle prerogative del senato, delle magistrature e delle leggi, sebbene effettuata con una parvenza di legalità, rappresenta di per sé la prova dell'imperium monarchico e della fine della collegialità repubblicana.
Alla augustea auctoritas corrisponde il nomen principis di Tacito (autorità morale), alla potestas di
Augusto il tacitiano imperium (potere reale).
Tacito si esprime come lo "storico della libertà perduta": per questo denuncia, attraverso un percorso a ritroso, che il potere di Augusto deriva appunto da princìpi estranei alla costituzione romana e che
è stato trasmesso illegalmente: il nomen principis costituisce l’involucro formale del potere di Augusto.
I passi in cui emerge la convinzione di Tacito in merito al fatto che il potere augusteo non abbia più
nulla a che fare con le istituzioni repubblicane sono molteplici.
Tacito scrive che la più solida motivazione del principato è la pace (dulcedo otii: dolcezza della pace).
Il prezzo da pagare per la pace è però la libertà, ma egli aggiunge che nessuno si ricorda della libertà
repubblicana («Nella città era tranquillo lo stato delle cose, le magistrature conservavano gli stessi
nomi9; i più giovani erano nati dopo la vittoria di Azio, la maggior parte dei vecchi nel periodo delle guerre civili: quanti mai rimanevano che avessero conosciuto la Repubblica?10»).
Una frase altrettanto significativa che denuncia l’assenza della repubblica è la seguente: «Mutate,
dunque, le condizioni della città, in nessun luogo rimaneva più qualche cosa dell’antico incorrotto costume: scomparsa l’eguaglianza tra i cittadini, tutti attendevano gli ordini del principe […]». Dalle sue parole emerge un sottile contrasto tra l’apparenza e la sostanza, e questa divergenza sembra essere tenuta
a freno dall’azione meditata di Augusto.
Lo storico, nel primo libro degli Annales, riportando le opinioni di coloro che erano accorsi ai funerali
di Augusto, racconta come già i contemporanei fossero critici verso l’opera del princeps e scettici verso
la mistificazione del suo potere personale.
La narrazione mette quindi in luce anche i controversi pareri del popolo sul principe: mentre alcuni
ricordavano come un tempo fosse salito al potere e celebravano il numero dei suoi consolati, le sue importanti cariche, e che più volte era stato salutato imperator, un'altra categoria di cittadini, definiti le
«persone serie» da Tacito - che in questo modo fa trasparire la sua opinione in merito -, sosteneva che
non avesse sempre agito incondizionatamente, ma che fu spesso influenzato dalle guerre, dall’amore
verso il padre, dalla difficile situazione dello Stato. «Pur di vendicarsi degli uccisori del padre» narra Ta9
Tacito, Annales, Liber I, III: «Domi res tranquillae, eadem magistratuum vocabula.»
«quotus quisque reliquus, qui rem publicam vidisset?»
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cito, «molto aveva concesso ad Antonio e molto a Lepido. Quando costui poltrì nell’infingardaggine, e
quello fu tratto a rovina dalla dissolutezza, nessun altro rimedio era rimasto per porre fine alle discordie
della patria, fuorché il governo di uno solo.» E’ forse questo uno dei passi più significativi inerenti a
come sia stato necessario accettare il principato, definito appunto come l’unico rimedio.
E’ a questo punto che viene nominato il nomen principis: «Lo Stato, tuttavia, non si era ordinato sotto
un regno od una dittatura, ma sotto un’autorità col nome di principe».
In seguito a quanto sopracitato, Tacito dipinge un ritratto positivo del principato di Augusto, durante
il quale Roma fu ricca di «meravigliosi ornamenti» e che «in ben poche circostanze, infine, si era usata
la forza, solo perché si potesse godere, per tutto il resto, la pace». Vi era inoltre «giustizia verso i cittadini» e «moderazione verso gli alleati».
Tuttavia traspare ancora una volta l’altra opinione sull’operato augusteo, la quale obietta che l’amore verso il padre adottivo e le condizioni dello stato rappresentavano nient’altro che un pretesto, e che
Augusto, per cupidigia, per mezzo di donativi, avesse eccitato a sommossa i veterani, e che da giovane
si fosse allestito un esercito personale, non rimanendo estraneo alla corruzione.
L’accusa forse più pesante e diretta mossa nei confronti di Augusto è la seguente: «Ebbe allora con la
forza il consolato contro il volere del Senato e quelle armi che aveva ricevuto contro Antonio volse contro
lo Stato».
Inoltre le cosiddette «voci di condanna» non interessarono solo l’esercizio del potere, ma anche la
vita privata di Augusto («[…] si ricordava che aveva portato via la moglie a Nerone, e che aveva per irrisione interrogato i pontefici se la potesse sposare in legittime nozze benché incinta […]»).
Infine non si risparmiò di nominare la venerazione incentrata sulla figura di Augusto: come scrive
Tacito, formalmente riportando il parere del popolo, nessun onore era stato lasciato agli dei, perché
Augusto aveva voluto essere onorato con templi e con statue divine.
Persino nel designare il suo successore Augusto fu aspramente criticato, sostenendo che egli avesse
scelto Tiberio non per affetto, ma per aver letto in lui una crudeltà tale da poterne godere in futuro
confrontandola con il suo operato degno di lode.
Nonostante i numerosi spunti di dibattito sulla questione, sembra doveroso affermare che il successo del regime augusteo fu quello di aver trasformato un vasto potere personale in un ordinamento giuridico stabile e una supremazia morale di un singolo individuo: aver quindi istituzionalizzato la propria figura in una carica dello Stato, facendo anzi coincidere lo Stato con la figura del princeps.
Inoltre garantì all’impero un lungo periodo di pace e prosperità senza precedenti nel mondo romano
(la Pax Augustea); alla luce di quanto detto un atto significativo fu quello di chiudere per due volte le
porte del tempio di Giano, dio della guerra, la cui apertura indicava a Roma l’inizio delle ostilità, e che
erano rimaste ininterrottamente aperte per secoli. In qualche aspetto tuttavia la Pax Augustea fu anche
una Pax Armata, caratterizzata da una politica di espansione.
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Seppe infine migliorare l’immagine del suo governo grazie a una sapiente opera di propaganda politica tramite un vasto programma di lavori pubblici e il conio di nuove monete. In questo modo egli si
occupò di ogni aspetto riguardante Roma: dalla politica estera, alla gestione delle finanze, all’assetto
urbanistico della città.
Roma: da una città di mattoni a una città di marmo
Secondo lo storico Svetonio, Augusto sosteneva di aver trovato una città di mattoni e di averla splendidamente trasformata in una città di marmo: «Roma non era all'altezza della grandiosità dell'Impero
ed era esposta alle inondazioni e agli incendi, ma egli l'abbellì a tal punto che giustamente si vantò di lasciare di marmo la città che aveva trovato fatta di mattoni […] spesso esortò anche i privati affinché,
ognuno secondo le proprie possibilità, adornasse la città con nuovi templi oppure restaurando e arricchendo quelli già esistenti»11.
Effettivamente egli dedicò molta cura a un importante piano di costruzioni monumentali che celebrassero la grandezza della capitale e la figura del principe. Infatti la necessità di legittimare il suo potere lo portò a far edificare e restaurare un cospicuo numero di edifici pubblici e soprattutto di templi.
Egli fece ristrutturare la Curia, sede del senato, e il Tempio di Giove Capitolino Massimo sul Campidoglio; ordinò la costruzione di un nuovo foro accanto a quello di Gaio Giulio Cesare (il Foro di Augusto), che includeva anche il tempio di Marte Ultore.
Come già affermato, si occupò anche della costruzione di numerosi templi, dedicati ad esempio ad
Apollo, Dio del Sole, la sua divinità protettrice, sul Palatino.
Ricordiamo poi il Pantheon, costruito fra il 27 e il 25 a.C., il teatro di Marcello, le Terme di Agrippa,
gli acquedotti Aqua Iulia, Aqua Virgo (costruiti da Agrippa rispettivamente nel 33 e nel 19 a.C.) e Aqua
Alsietina (2 a.C.); un nuovo ponte sul Tevere, la ricostruzione della Basilica Giulia nel 12 d.C., alcuni
portici (uno dedicato alla moglie Livia ed un secondo alla sorella Ottavia). Si occupò anche di numerosi
monumenti celebrativi, come un arco trionfale nel Foro, ma soprattutto l’Ara Pacis e il Mausoleo.
Il Campo Marzio
Un luogo particolarmente coinvolto nelle ricostruzioni augustee, delimitato dalla Via Flaminia e dal
fiume Tevere, fu il Campo Marzio, nel quale si riuniva l’esercito in armi durante le assemblee. Secondo
una descrizione di Strabone, risalente ai primi anni del I secolo d.C., si trattava di una zona verdeggiante che godeva di un clima sacrale, e pertanto lo si può definire un locus amoenus. All’interno del Campo
erano collocati il Mausoleo di Augusto, l’orologio solare costituito da un obelisco e l’Ara Pacis.
Il concetto della Pax è sicuramente uno dei temi più forti della propaganda augustea: in seguito a un
secolo di guerre l’intento era quello di rassicurare la popolazione garantendo un periodo di pace dura11
Svetonio, De vita Caesarum - Augustus, 28
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tura e di prosperità. Le uniche guerre che ricordiamo in questo periodo sono esclusivamente campagne espansionistiche, ritenute necessarie per il mantenimento della supremazia di Roma. Alla luce di
quanto detto è opportuno soffermarsi sul chiaro messaggio di pace rappresentato dalla risistemazione
di quest’area.
Per la costruzione del suo Mausoleo il princeps si ispirò al quello del re Mausolo, sovrano di Alicarnasso: si trattava di una costruzione talmente imponente da venire considerata una delle sette meraviglie del mondo antico. Il Mausoleo di Augusto fu progettato attorno al 29 a.C, quando il potere augusteo iniziava ad affermarsi.
E’ costituito da gradoni a cerchi concentrici di calcestruzzo, rivestiti di marmo e pietra arenaria, che
presentano all’interno alberi sempreverdi (i cipressi richiamano l’immortalità). Al centro è situata la
camera mortuaria, circondata da colonne, e probabilmente vi era collocata una statua di Augusto su un
carro. Davanti al Mausoleo erano situate due tavole di bronzo che riportavano il testo delle Res Gestae,
con chiaro intento propagandistico.
Un’altra imponente costruzione che rimanda per ogni
aspetto alla prosperità è senza dubbio l’Ara Pacis, «altare
della pace (di Augusto)»: il nome stesso esplicita il messaggio che doveva trasmettere. «Quando tornai a Roma dalla
Spagna e dalla Gallia [...] compiute felicemente le imprese in
quelle province, il Senato decretò che per il mio ritorno si dovesse consacrare l'ara della Pace Augusta presso il Campo Marzio e dispose che in essa i magistrati, i sacerdoti e le vergini vestali celebrassero un sacrificio annuale»12 racconta lo stesso Augusto nelle sue Res
Gestae. E dunque nel 13 a.C. fu decretata la sua costruzione e nel 9 a.C. venne consacrata ad altare. La
sua struttura, aperta su due lati, richiama il Tempio di Giano, dio della guerra, situato al lato opposto di
Roma.
Una serie di interessanti coincidenze scoperte in seguito a calcoli matematici basati sull’astrologia e
su scrupolose ricostruzioni, fa ipotizzare con una certa sicurezza che la posizione originaria dell’altare
e degli altri edifici non fosse casuale, bensì studiata con molta cura: basti pensare che il ventitré settembre, giorno dell’equinozio di autunno e nascita di Augusto, l’obelisco proiettava la sua ombra al
centro dell’Ara. Sul basamento dell’obelisco vi era un’iscrizione dedicatoria, la cui traduzione è la seguente: L’imperatore Cesare Augusto figlio del divino, Pontefice Massimo, che ha celebrato il trionfo [imperator] per dodici volte, console per undici volte, che ottenne la tribunicia potestas per quattordici volte,
diede in dono al Sole13 quando l’Egitto tornò nel potere del popolo Romano.
12
«[Cu]m ex H[isp]ania Gal[liaque, rebu]s in iis provincis prosp[e]re [gest]i[s], R[omam redi] Ti. Nerone P. Qui[ntilio
c]o[n]s[ulibu]s, ~ aram [Pacis A]u[g]ust[ae senatus pro]redi[t]u meo consa[c]randam [censuit] ad campum [Martium, in qua ma]gistratus et sac[er]dotes [et v]irgines V[est]a[les ann]iversarium sacrific]ium facer[e decrevit.]»
(Augusto, Res Gestae Divi Augusti, 12-2.)
13
Il Dio Sole (Apollo), a cui è dedicata l’iscrizione, era il dio protettore di Augusto. Si nota quindi un evidente rapporto simbolico.
11
Possiamo notare come il potere di Roma venga esaltato, ma ancor più quanto si celebri la figura di
Augusto. Ogni opera presente nel Campo Marzio è simbolo di pace e benessere e assolve il voluto compito di costruire un'immagine solida e idealizzata dell'impero.
La forma dell’Ara è quella di un parallelepipedo (11m x 63 centimetri - 10m x 60 centimetri). E’
adornata esternamente per il pubblico: il popolo sostava fuori, motivo per il quale all’interno le decorazioni sono molto meno appariscenti.
Sul lato sud osserviamo la processione dei sacerdoti. Vennero condotti studi per determinare l’identità dei personaggi, ma ancor’oggi ciò non risulta chiaro. Sul lato inferiore vi sono decorazioni floreali,
segno di pace e prosperità, simbolo dell’età Augustea.
Ara Pacis, Lato sud, processione
Dopo i sacerdoti compaiono Agrippa, Caio Cesare (figlio di Agrippa), Livia (la seconda moglie di Augusto). Secondo un’ipotesi avanzata questa processione rappresenta l’inaugurazione dell’Ara.
Sul lato nord si osservano in basso altre decorazioni floreali, in alto la processione della gens Iulia.
Ulteriori decorazioni floreali compaiono in basso sul fronte occidentale, mentre sopra di essi troviamo pannelli figurativi. Nel primo compare Enea con il figlio Iulo e l’altarino dei Lari e dei Penati. Nel secondo pannello sono presenti Romolo e Remo, la lupa, il Dio Marte. Quest’ultimo e Venere, progenitrice della gens Iulia, sono i protettori di Augusto.
Sul fronte orientale è presente Saturnia Tellus, donna che rappresenta la terra fertile, mentre alcuni
bambini raffigurano i frutti. Il terreno è disseminato di spighe e piante rigogliose. Inoltre compaiono
due ninfe, un cigno, un toro ed altri animali, simboli di prosperità. Ricordiamo infine la Dea Roma, seduta su un trofeo di armi.
In fondo all’Ara troviamo la riproduzione di una staccionata in legno. E’ importante precisare che,
con molta probabilità, l’Ara era originariamente a colori, che col tempo sono però andati sbiaditi.
In realtà il ritrovamento dell’altare è recente: per diversi anni infatti non si ebbe più notizia dell’Ara.
La scoperta dei primi blocchi scolpiti, appartenenti all'altare, risale al 1568, sotto Palazzo Peretti in via
Lucina, sito di un teatro, in seguito trasformato in un cinema. Alcuni frammenti rinvenuti vennero portati al Louvre, altri ai Musei Vaticani, altri ancora entrarono in possesso delle collezioni medicee, agli
Uffizi. Altri scavi risalgono invece al 1859, quando furono recuperati il rilievo di Enea e la testa di Marte del rilievo del Lupercale. Nel 1879 von Duhn riconobbe i frammenti come provenienti dall'Ara di
12
Augusto. Nel 1903 e nel 1937-1938 furono intrapresi scavi regolari, conclusi quando, ricomposte tutte
le parti (non senza alcune inesattezze, come l'orientamento dell'altare), l'Ara fu collocata in un padiglione appositamente costruito presso il Mausoleo di Augusto, a ridosso del lungotevere ad una certa
distanza dal luogo dove doveva originariamente trovarsi. L'inaugurazione del nuovo museo avvenne il
23 settembre 1938, in occasione del bimillenario augusteo.
Iconografia del princeps
Gli edifici nominati e la grandiosa opera di riassetto urbanistico entrano nell’ottica dell'arte augustea, prodotta quindi nell'Impero Romano sotto il regno di Augusto, dal 44 a.C. al 14 d.C., e sotto la dinastia Giulio-Claudia (fino al 69). In quest'epoca l'arte romana rifletteva le mire politiche di Augusto e,
come precedentemente affermato, il concetto della pax. L'arte dell'età di Augusto è infatti caratterizzata dalla raffinatezza, dall'eleganza, adeguata alla sobrietà ed alla misura che egli aveva imposto a sé
stesso e alla sua corte.
Altre opere emblematiche di quest'epoca sono l'Augusto di via Labicana e l'Augusto loricato, quest'ultimo rielaborato dal Doriforo14 di Policleto e custodito ai Musei Vaticani. Ricordiamo infine anche
la cosiddetta Gemma Augustea, la cui complicata iconografia è una celebrazione delle gesta di Augusto.
L'uso di creare opere nello stile greco classico va sotto il nome di neoatticismo.
L'iconografia ufficiale di Augusto era molto diffusa. Solo di statue d'argento (senza contare quelle in
marmo e in bronzo), secondo quanto riportato nelle Res Gestae, ne furono erette circa ottanta in svariate città, a piedi, a cavallo o sulla quadriga.
Caratteristiche tipiche dei suoi ritratti sono gli occhi fermi, il naso dritto, il volto piuttosto scavato, gli
zigomi ben pronunciati, la bocca mediamente sottile e una ciocca di capelli che ricade sulla fronte sul
lato destro. D'altro canto invece le statue dell'Augusto loricato o dell'Augusto di via Labicana hanno
una compostezza che si rifà ai modi misurati di Policleto e agli scultori greci classici, con un'espressione di orgoglioso contegno che traspare anche, per esempio, dalle sue Res Gestae.
Nello specifico, l’Augusto di via Labicana e l’Augusto loricato (o di Prima Porta) raffigurano il princeps sotto due vesti differenti, e rispettivamente come pontifex maximus e imperator.
La prima statua, pervenutaci come una copia di età tiberiana di un ritratto dell'imperatore
eseguito alla fine del I secolo a.C. o all'inizio del I d.C., deve il suo nome alla zona dove venne rinvenuta alle pendici del colle Oppio, in via Labicana. Viene generalmente datata dopo
il 12 a.C., anno in cui divenne pontefice massimo. La statua è conservata al Museo Nazio14
Il Doriforo (Δορυφόρος, "portatore di lancia" in greco antico) è una scultura marmorea databile dal I secolo a.C.
al II secolo d.C. circa conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La scultura è la miglior copia
romana, ritrovata a Pompei, di un originale Doriforo bronzeo di età classica, eseguito da Policleto e databile intorno al 450 a.C..
13
nale Romano di Palazzo Massimo alle Terme, e si tratta del più importante ritratto augusteo di questo
periodo, tra i pochi trovati a Roma. La figura è intera, in marmo, alta 2,07 m. Presenta tratti somatici
piuttosto emaciati, i quali infatti suggerirebbero la realizzazione negli ultimi anni di vita, con i segni già
visibili della malattia e della stanchezza. Augusto è rappresentato con il capo velato nell’atto di compiere una cerimonia religiosa; il braccio destro, spezzato, aveva probabilmente in mano una patera,
piatto rituale per lo spargimento di vino durante un sacrificio.
La statua dell’Augusto loricato invece raffigura l’imperator in una caratteristica
posizione a χ ed è alta 2,08 metri (l’altezza effettiva di Augusto era di circa 1,70
metri).
La datazione della statua è stata oggetto di studi approfonditi e di dibattiti: si ritiene che sia databile al 20 a.C. circa, anno della restituzione delle insegne Romane dai Parti. Questa data rappresenta certamente un terminus post quem.
Tuttavia alcuni sostengono che la statua sia stata concepita verso l'8 a.C., al termine delle campagne di pacificazione nelle province di Tiberio. Sappiamo che nel 15 d.C. venne realizzata una copia in marmo bianco, attualmente conservata nei Musei Vaticani, nella Città del Vaticano.
Venne ritrovata nella villa di Livia, moglie di Augusto, a Prima Porta.
Augusto è raffigurato in piedi, con il braccio destro alzato nel gesto di attirare l'attenzione: si tratta
della posa con cui si richiedeva il silenzio prima dell'adlocutio (incitamento all'esercito prima della
battaglia).
Il volto riproduce le caratteristiche di un ritratto ufficiale dell’imperatore del 27 a.C.: questa stessa
immagine si trova su diverse monete e statue disseminate per l’impero.
Indossa una corazza riccamente decorata, al di sotto della quale porta la tunica corta militare. Un paludamentum (mantello che era il simbolo del generale romano quando comandava un esercito) avvolge i fianchi, ricadendo sulla mano sinistra, con un panneggio particolarmente elaborato. Nella stessa
mano impugna la lancia. Il capo e i piedi sono nudi (non indossa quindi né l'elmo né i calzari): il fatto
che sia stato rappresentato scalzo è un segno dello stato divino, in quanto anche le divinità venivano
raffigurate senza calzature. Ai piedi troviamo un Eros a cavallo di un delfino, che simboleggia la nascita
della madre Venere avvenuta dall'acqua; rappresenta quindi un omaggio alla dea. Infatti Augusto apparteneva alla gens Iulia, che si riteneva discendere da Venere, madre di Enea.
Grande importanza simbolica hanno i rilievi che decorano la corazza, con particolare riferimento alla
storia contemporanea e all'ideologia di Augusto.
Sulle fibbie della corazza è raffigurata una sfinge, simbolo con il quale si fa riferimento alla vittoria in
Egitto; era il sigillo utilizzato da Augusto. Sulla corazza troviamo in alto una personificazione del Caelum, e sotto di esso vola la quadriga del Sole. Procedendo verso destra troviamo la Luna quasi completamente coperta dall'Aurora. Al centro vi è la scena del re dei Parti Fraate IV che restituisce a Romolo
le insegne catturate ai Romani dopo la sconfitta di Crasso; la restituzione fu frutto di una trattativa di-
14
plomatica, ma qui viene circondata da simboli di vittoria e di potenza. Ai due lati si trovano rispettivamente due donne che piangono, le quali rappresentano i popoli vinti.
In basso, si trovano la Madre Terra, semisdraiata, simbolo di fertilità, tenente un corno colmo di frutta e due neonati che si afferrano alla veste della dea.
Augusto venne raffigurato anche nella Gemma Augustea, un gioiello di onice (15 x 23 centimetri) in
rilievo su due strati con una superficie blu sullo sfondo, databile al 12 d.C. circa. È conservata presso il
Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Sul livello superiore troviamo Augusto su un trono con un’aquila, simbolo di Giove. La figura alle
spalle di Augusto, sulla destra, è una donna, la personificazione della Dea Roma (tale raffigurazione ha
molte somiglianze con la Dea Roma dell’Ara Pacis). Tra queste due figure compare un disco raffigurante il segno zodiacale del concepimento di Augusto: il Capricorno.
Al livello inferiore vediamo soldati romani e uno scudo, che mostra il segno zodiacale di Tiberio, ovvero lo Scorpione. Notiamo anche un trofeo, mentre in basso sono raffigurati un uomo e una donna
prigionieri che stanno per essere legati.
La gemma si riferisce alla vittoria di Tiberio (figliastro di Augusto); il trionfo in realtà fu celebrato
dal princeps.
Il recupero dei valori tradizionali
Augusto comprese che la costruzione del consenso al suo regime richiedeva anche la diffusione di
una vera e propria ideologia. Egli volle quindi ottenere il consenso presentandosi non solo come il restauratore della pace e dell'ordine, ma soprattutto come colui che fa risorgere le libertà repubblicane e
ripristina quei valori morali tradizionali, la cui degenerazione aveva dato inizio alle lotte civili. Perciò
si propose come il fautore di un ritorno ai valori tradizionali degli antenati: cercò così la legittimazione
del nuovo regime nel passato, ritornando al mos maiorum, con l’intento di recuperare un amore per la
patria. Quest’ultima doveva accompagnarsi ad una sensibilità civica che era stata completamente devastata dagli egoismi e dal culto dell’individualismo, che aveva caratterizzato la crisi della Repubblica.
Tali valori tradizionali della civiltà romana emergono chiaramente dalle fonti letterarie di Virgilio
(70 - 19 a.C., originario di Mantova e nato da una famiglia modesta) e Orazio (65 - 8 a.C., nato a Venosa
in Basilicata, figlio di un liberto assai benestante), illustri poeti che avevano vissuto il periodo delle
guerre civili: nelle loro opere il desiderio di ricostruzione e di pacificazione viene innalzato ad una altissima forma artistica.
E’ doveroso procedere con un’analisi più dettagliata delle singole opere.
Dalla seguente citazione, tratta dall’Epodo 7 di Orazio, databile attorno al 42 - 38 a.C, possiamo notare un forte richiamo alla tradizione romana: «Certo: un fato atroce perseguita i romani, l’infamia di aver
ucciso un fratello, quando, a maledizione dei nipoti, il sangue di Remo bagnò innocente la terra».
15
L’importanza della terra è messa in evidenza nelle Odi (IV, 15) dello stesso poeta: «Cesare ha ridato
ai campi ricche messi». Nuovamente compare poi il richiamo alla tradizione: «e rimesso in vita le antiche virtù […]; innalzate le preghiere agli dei secondo il rito […]; i nostri capi che ebbero valore degno degli avi, e Troia, e Anchise, e la stirpe di Venere fecondatrice».
La centralità del concetto della pace (legato anche all’esaltazione personale) è espressa invece dai
prossimi versi: «Con Cesare alla guida dello stato, né guerra civile né alcuna violenza potrà scacciare la
pace, né l’ira che forgia le spade, e inimica l’una all’altra le città infelici».
L’Ode di Orazio (I, 37) è probabilmente l’opera più esplicativa per quanto concerne la critica al mondo orientale: viene tracciato un profilo quasi mostruoso di Cleopatra, la quale gode comunque di un riscatto finale. «[…] la regina preparava nella sua follia rovine al Campidoglio e morte all’Impero con un
gregge impuro di uomini turpi per la loro infermità, sfrenata nello sperare e inebriata dalla sua fortuna
favorevole. […] Ed essa, cercando di morire con una certa fierezza né ebbe paura della spada come fanno
le femmine, né si rifugiò con la flotta veloce in lontani paesi […] lei, donna di non umili natali».
Ultima composizione di Orazio che citiamo è il Carmen Saeculare, risalente al 17 a.C. e commissionato al poeta in occasione dei Ludi Saeculares. Con la nomina dei sette colli e in particolare del Palatino
emerge il richiamo alla tradizione romana. Questo valore è ripreso anche nei versi che seguono: «Se
opera vostra è Roma, e se all’etrusco lido approdò quella troiana schiera cui nuovi Lari e nuova città con
lieto corso assegnaste, cui senza infamia tra le fiamme d’Ilio libero varco il casto Enea dischiuse […] Dei,
buon costume ai giovini sottomessi date e ai vegliardi placida quiete […]».
Infine, la vita dei campi: «Di messi e greggi fertile la terra serti di spiche a Cèrere afferisca; nutrano i
frutti l’acque e le salùbri aure di Giove!».
Gli stessi temi vengono riproposti anche dalle opere di Virgilio.
Nel Libro I delle Georgiche (vv. 463-514) leggiamo una lunga descrizione di fenomeni eccezionali:
«Quante volte vedemmo l’Etna ribollire […]; più volte nel silenzio dei boschi si udì una voce disumana […];
parlarono animali; incredibile, s’arrestano i fiumi, la terra si squarcia e nei templi lacrima a lutto l’avorio
[…]». In seguito notiamo anche il richiamo alla tradizione romana: «Dei della patria, eroi tutelari e tu
Romolo, tu madre Vesta che proteggi il Tevere etrusco e il Palatino romano […]».
Il valore della vita agreste è messo in luce dalle Georgiche II (vv. 136-176), strettamente legato anche
alle condizioni di benessere e prosperità proprie della pax, in una digressione sulla bellezza e produttività dell’Italia, finalmente riportata alla prosperità dalla pace di Augusto: «Queste nostre terre […] le
hanno ricoperte messi gravide e il succo massiccio di Bacco e le occupano uliveti e lieti armenti […]; Qui
c’è una perpetua primavera e l’estate durante gli altri mesi; le bestie sono due volte gravide, due volte gli
alberi sono adatti per i frutti […]». Altro passo da citare appartiene al Libro II della stessa opera (vv.
490-502): «Coglie i frutti che i rami, i campi generosi spontaneamente producono […]».
16
Al fine di recuperare i valori illustrati, Augusto compì dunque una vera e propria azione di moralizzazione, che fu particolarmente invasiva poiché investì tanto la vita pubblica quanto la vita privata.
Questo processo di moralizzazione prevedeva una esaltazione del matrimonio, una celebrazione della
fedeltà coniugale e la condanna dell’uso irresponsabile del denaro. Fu talmente sentito che interessò
persino l’abbigliamento: Augusto impose anche due indumenti fondamentali, la toga per gli uomini, la
stola per le donne.
In ambito religioso egli cercò di ripristinare le credenze tradizionali, corrotte dalla crescente diffusione di culti orientali, e reintrodusse antiche cerimonie ufficiali. Fu molto cauto però nel diffondere il
culto della sua persona, che tuttavia si affermò in Oriente e tra le classi popolari. Riformando il calendario, Augusto volle scandire l’anno su un ritmo regolare di feste religiose, durante le quali si svolgevano ricche cerimonie.
Ripristinò le antiche regole morali soprattutto favorendo leggi che frenassero la decadenza dell’istituzione familiare, contro l'adulterio (lex Iulia de adulteriis coercendis del 18-16 a.C.) ed il celibato (lex
Iulia de maritandis ordinibus del 18 a.C. e la lex Papia Poppaea del 9 d.C.). In sintesi le ultime due leggi
sopra citate prevedevano la rimozione di tutte le restrizioni non necessarie che potessero limitare i
matrimoni, l'uso del diritto di successione per favorire il matrimonio e la paternità, l'impulso dato alla
natalità rivolto alle classi più abbienti, offrendo privilegi nella vita pubblica ai padri di famiglie numerose. Inoltre, tutti i cittadini in età fertile erano obbligati a sposarsi (o a risposarsi se vedovi) e le donne con un maggior numero di figli acquisivano maggiori libertà giuridiche. Il suo intervento fu così decisivo che anche la figlia Giulia ne subì le conseguenze: venne infatti relegata lontano da Roma, condannata all’esilio nell’isola di Ventotene, nel 2 d.C., in seguito a una denuncia per adulterio (e forse anche per la partecipazione a una congiura contro il principe).
I temi augustei
L’idea che, con il principato di Augusto, fosse finalmente giunta un’epoca di pace non era diffusa tra i
Romani solo dalle statue, dalle monete o dai monumenti pubblici. Alcuni grandi poeti fecero di questi
temi lo sfondo di creazioni che raggiunsero altissimi livelli d’arte, appoggiando anche la campagna moralizzatrice di Augusto, celebrando il ritorno alla religiosità tradizionale, ai costumi degli antenati e alla
genuinità della vita dei campi.
Nell’Epodo 7 di Orazio viene messa in luce, in aggiunta alla grande paura dopo le guerre civili, la ricerca della sicurezza: «[…] perché impugnate le spade in disarmo? Forse non si è sparso sulla terra e sul
mare sangue latino a sufficienza?».
Con nuovi termini Orazio riprende la paura delle guerre e il problema della libertà e dell’indipendenza anche nell’Epodo 16: «Di nuovo il mio tempo si logora in guerre civili e Roma di suo pugno rovina […];
Tutti, o i migliori fra voi, chiedono com’è possibile affrancarsi da queste sventure: unica soluzione è an-
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darsene». E in seguito a un ricco ἀδύνατον15, in cui il poeta descrive scenari impossibili dopo i quali è
previsto l’irrealizzabile ritorno, viene delineata la Terra dei Beati, che rimanda alla ricerca dell’otium e
all’età dell’oro ripresa da Virgilio, in piena età Augustea.
Nelle Odi (IV, 15) il legame con i forti poteri personali è evidente nelle parole: «ed al nostro Giove le
insegne strappate alle porte superbe dei Parti».
E’ altrettanto rilevante ricordare le Bucoliche di Virgilio, scritte tra il 42 e il 39 a.C., pubblicate nel 38
a.C.: nella prima assistiamo a un dialogo tra Titiro e Melibeo. Titiro sostiene di essere fortunato e ricco
grazie a un “dio”16, ovvero lo stesso Ottaviano: «[Titiro:] O Melibeo, un dio creò per me questa pace; e,
infatti, egli sarà per me sempre un dio […]». Al contrario, Melibeo ha perso ogni avere.
Dalle loro parole è chiaro il risentimento di Virgilio nei confronti di Roma: egli infatti, toccato nella
sua vita privata17, si dimostra a favore dei poveri contadini.
Clima totalmente diverso è quello della Bucolica IV. Virgilio parla di un bambino, al quale nei secoli
sono state date infinite attribuzioni (Gesù, Marcello…). Emerge qui una descrizione dell’età dell’oro.
Infine ricordiamo l’Eneide, il poema commissionato a Virgilio da Augusto per esaltare Roma. Nell’Eneide I (vv. 254-296) Venere, parlando con Giove, esprime il suo timore riguardo al figlio Enea, il quale, a causa dell’avversità di Giunone, avrebbe potuto incontrare qualche difficoltà. Ma con maestose parole Venere viene rassicurata sul fatto che non correrà alcun pericolo. Le righe che seguono comprendono un lungo passo dell’opera che è importante citare integralmente: «Nascerà troiano di splendida
origine Cesare, farà confinare un impero che si estende su tutte le terre emerse con l’oceano, Giulio, che
discende dal grande nome di Iulo. Un giorno, rassicurata, lo accoglierai in cielo carico delle spoglie d’oriente; sarà nominato nelle preghiere. Allora, eliminate le guerre, le generazioni aspre diventeranno miti,
l’antica fede e Vesta, Remo con il fratello Quirino daranno le leggi; funeste, con duri chiavistelli di ferro
saranno chiuse le porte della guerra; l’empio Furore seduto sulle sue armi efferate e avvinto con cento
nodi di bronzo dietro le spalle, fremerà orribilmente con la bocca insanguinata». Virgilio preannuncia
così lo splendore di Roma, celebrando la divinità di Ottaviano, discendente di Enea.
Ultimo passo da ricordare è tratto dal VI libro dell’Eneide (vv. 781-886). Enea scende negli Inferi e
trova il padre Anchise, attraverso il quale Virgilio pronuncia una profezia riguardo alla grandezza di
Roma.
In questi versi Anchise spiega al figlio chi siano diversi personaggi che appaiono ai loro occhi: «Qui è
Cesare, e tutta la progenie di Iulo […]; questo è l’uomo che spesso ti senti promettere, l’Augusto Cesare, figlio del Divo […]». A questo punto si nominano le grandiose opere che compirà Augusto, portando
Roma al raggiungimento di una gloria immensa.
E’ una figura retorica il cui nome deriva dal greco ἀδύνατον, "cosa impossibile". Esso è un metalogismo che consiste nel citare una situazione assolutamente irrealizzabile attraverso il confronto con un'altra, descritta con una
perifrasi iperbolica e paradossale.
16
Il termine «dio» è in realtà un’espressione poetica: Ottaviano infatti non aveva ancora ricevuto il titolo di “Augusto”.
17
Virgilio, durante il principato, subì l’esproprio dei campi.
15
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Sono questi dunque i valori messi in luce dalle sopracitate opere: la grande paura dopo le guerre civili (mitigata dall’abile azione propagandistica di Augusto in virtù della pace), l’antimilitarismo, la ricerca della sicurezza, la vita dei campi, l’età dell’oro, il problema della libertà e dell’indipendenza dal
potere.
In realtà, la celebrazione di Augusto non si rivelò poi così centrale: in riferimento all’Eneide di Virgilio, ricordiamo che in origine il poema doveva essere incentrato sulle gesta di Augusto, ma si scelse poi
di spostare indietro la narrazione risalendo a Enea, il quale appare come l’incarnazione delle virtù fondamentali del cittadino romano. Se l’Eneide costituì una risposta ai desideri di Augusto, lo fu in quanto
rivestiva di un alone mitico le origini di Roma e ne giustificava il dominio come voluto da un disegno
divino e, soprattutto, perché celebrava ideali cari al principe, come lo spirito di sacrificio e la vita intesa come dovere, la clemenza e l’umanità verso i vinti, la semplicità di costumi e la pietas, che per i Romani significava principalmente rispetto degli dei.
Di conseguenza non si tratta di una propaganda vera e propria, ma piuttosto di opere assai importanti per la formazione dei Romani: nel periodo in cui scrissero Virgilio e Orazio, infatti, la cultura assunse un particolare peso politico, poiché Augusto, divenuto dominatore incontrastato, chiese appunto
agli intellettuali un coinvolgimento diretto a favore del suo programma di restaurazione degli antichi
valori e di celebrazione della grandezza di Roma. In particolare, il racconto epico dell’Eneide rappresentò, più che una celebrazione del principe, un modello culturale cui riferirsi: si trattava di fornire alla
città di Roma, citando le parole del filologo e antropologo Maurizio Bettini (1947), “gli strumenti per
interpretare il suo presente politico e istituzionale proiettandolo nelle lontananze del mito”: ricostruire cioè l’origine mitica della civiltà romana, facendola risalire fino al lontano evento della guerra di
Troia. L’Eneide infatti racconta l’antefatto della fondazione di Roma collocando le sue origini nel tempo mitico in cui Enea, in fuga da Troia, sarebbe giunto nel Lazio, destinato dal Fato a fondare la stirpe
da cui sarebbe nata la Città capace di pacificare il mondo.
Così Augusto, con il sostanziale aiuto dell’amico Mecenate, riunì attorno a sé grandissimi letterati e
scrittori, accogliendoli nella propria cerchia di amici e attribuendo loro omaggi e onori. Sviluppò dunque un’intensa opera di promozione della cultura, potenziando le biblioteche incoraggiando la lettura
delle opere di poeti, oratori, storici, che ricevevano il sostegno economico necessario per dedicarsi agli
studi e alle arti. I poeti Virgilio, Orazio e Properzio e lo storico Tito Livio cantarono e descrissero quindi l’età augustea come un periodo di pace e di prosperità; le loro opere non vennero emarginate all’interno di un esclusivo circolo d’intellettuali: al contrario, il princeps ne favorì la pubblicazione e la diffusione.
La necessità dell’impero: riflessioni e conclusioni
Ottaviano Augusto fu dunque un uomo di grande forza e abilità politica, e si dimostrò l'unico capace
di porre fine ai sanguinosi decenni di guerre interne che avevano consumato la Repubblica romana.
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Egli inaugurò una diversa stagione politica dell'Impero, diventando l’artefice della nuova Roma: il suo
principato, durato oltre quaranta anni (27 a.C. - 14 d.C.) fu il più lungo che la storia di Roma avrebbe
mai ricordato. L'Impero, inoltre, durante il suo governo ampliò i confini e conobbe una nuova organizzazione amministrativa. Queste, a mio avviso, sono le ragioni per cui Augusto risulta essere oggi uno
dei più emblematici e conosciuti personaggi della storia romana.
A lungo si discusse e si discute ancora sulla necessità dell’impero. Oggi sappiamo che con la nuova
forma di governo inaugurata dal princeps (il cambiamento forse più significativo della storia politica di
Roma), l’antica Repubblica, sotto la quale l’espansione romana aveva raggiunto uno dei suoi apici e che
era considerata da molti il modello istituzionale migliore al mondo, tramontò definitivamente.
L’emergere di rivalità politiche sempre più accanite, l’incapacità di opporsi alla forza degli eserciti
personali di ambiziosi generali, l’impossibilità di gestire quello che era divenuto un impero di dimensioni smisurate furono, secondo il mio parere, elementi concomitanti che resero non solo necessario,
ma addirittura vitale, un cambiamento radicale che riuscisse a ristabilire l’ordine.
Dopo la vittoria di Ottaviano urgeva dunque trovare una figura carismatica in grado di occuparsi di
una difficile situazione politica e civile e che soddisfacesse anche il volere della popolazione, stremata
dalle guerre e bisognosa di pace. Trovo che difficilmente un altro tipo di governo sarebbe risultato
adeguato alla luce di queste problematiche, e per questo l’ascesa di Augusto si affermò in breve tempo,
incoraggiata anche dal fatto che non esisteva una personalità così forte da poterlo contrastare.
Probabilmente, se ad esercitare tutti i poteri fosse stato un personaggio con un’indole meno incisiva
e con caratteristiche diverse da quelle di Augusto, la precedente riflessione non sarebbe altrettanto valida. Pochi come lui nella storia si distinsero per essere dotati - come ci racconta Svetonio - di uno
sguardo capace di colpire l’interlocutore a tal punto da costringerlo ad abbassare il volto, folgorato da
un «divino vigore». Egli fu in grado infatti di fronteggiare una mentalità ed un’ideologia legate in maniera indissolubile al sistema repubblicano e fortemente radicate nell’animo dei Romani e soprattutto
dei senatori: non dimentichiamoci che la cacciata dell’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, e la fondazione della Repubblica erano rimaste impresse nella memoria dei latini come l’inizio della libertas
per l’Urbe. Ritengo che fu proprio il bisogno di conciliare questo modo di pensare con l’esigenza di un
governo nuovo che riordinasse e sostituisse l’ormai inetta direzione repubblicana a portare, infine, all’impero.
Bibliografia e sitografia:
•
Augusto, Res Gestae Divi Augusti
•
Svetonio, De vita Caesarum - Augustus
•
Tacito, Annales, Liber I, III
•
Orazio, Epodo 7; Epodo 16; Odi I - IV; Carmen Saeculare
20
•
Virgilio, Georgiche, Libro I-II; Georgiche II; Bucolica I-IV; Eneide I-VI
•
Luciano Marisaldi, Manlio Dinucci, Carla Pellegrini, Storia e geografia, vol. 2, Zanichelli
•
Vincenzo Jacomuzzi, Maria Rosaria Milani, Francesca Romana Sauro, Leggere trame, Sei
•
http://letteraturaartecultura.blogspot.it
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www.treccani.it/enciclopedia
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www.romanoimpero.com
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www.instoria.it
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www.sapere.it
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www.wikipedia.org
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www.touringclub.it
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www.mercatiditraiano.it
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power point Augusto.pdf
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Nicola Zingarelli, Lo Zingarelli 2010, Zanichelli
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appunti scolastici
Curiosità:
Per commemorare il bimillenario della morte di Augusto è stata organizzata la mostra “Le chiavi di
Roma: la città di Augusto”, inaugurata il 23 settembre 2014, in quattro città diverse: Roma (presso i
Mercati di Traiano), Alessandria d’Egitto, Amsterdam e Sarajevo. La mostra coinvolge contemporaneamente quattro diverse istituzioni museali poste in quattro città che hanno giocato un ruolo chiave nella storia dell’Impero Romano.
Moneta con effige di Augusto
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