l`ultimo guardiano

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l`ultimo guardiano
l’ultimo guardiano
Traduzione di Anna Carbone
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di Eoin Colfer
Artemis Fowl
Artemis Fowl - L’incidente artico
Artemis Fowl - Il codice Eternity
Artemis Fowl - L’inganno di Opal
Artemis Fowl - La colonia perduta
Artemis Fowl - La trappola del tempo
Artemis Fowl - Il morbo di Atlantide
Artemis Fowl - L’inizio della leggenda
Artemis Fowl - Il genio del crimine
La lista dei desideri
I Predatori Blu
Alf Moon, detective privato
Airman. Nato per volare
www.ragazzimondadori.it
© 2012 Eoin Colfer, Artemis Fowl Ltd
© 2013 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, per l’edizione italiana
Titolo dell’opera originale Artemis Fowl and The Last Guardian
Prima edizione marzo 2013
Stampato presso ELCOGRAF S.p.A.
Stabilimento di Cles (TN)
Printed in Italy
ISBN 978-88-04-62717-3
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A tutti i fan di Fowl che hanno viaggiato con me
negli Strati Inferiori. Grazie.
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Prologo
Ériú, oggi
I Berserkr, gli antichi guerrieri nordici, giacevano dispo-
sti a spirale sotto la pietra runica, scendevano sempre più
in profondità nel terreno, con gli stivali verso l’esterno e
le teste all’interno, come esigeva l’incantesimo. Ovviamente, dopo diecimila anni passati sotto terra, non si trattava più di stivali o teste materiali, rimaneva solo il plasma
della magia nera, che manteneva intatta la loro coscienza; e pure quella andava dissipandosi, contaminando il
paesaggio, dando vita a strani tipi di piante e infettando
gli animali con un’aggressività fuori dal comune. Nel giro
di una dozzina di lune piene sarebbero scomparsi definitivamente, e la loro ultima scintilla di energia sarebbe sprofondata nel terreno.
Ma non siamo ancora scomparsi del tutto, pensò Oro
di Danu, il capitano dei guerrieri. Siamo pronti ad afferrare il nostro momento di gloria, quando arriverà, e a disseminare il caos tra gli umani.
Inviò quel pensiero nella spirale, e fu con orgoglio che
sentì i suoi uomini restanti riecheggiare quel sentimento.
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E tr em e
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La loro volontà è affilata com’erano un tempo le loro
lame, pensò ancora. Per quanto possiamo essere morti e
sepolti, la scintilla della nostra risolutezza sanguinaria arde
luminosa nelle nostre anime.
Era l’odio nei confronti dell’umanità a mantenere viva
quella scintilla; quello, e la magia nera dello stregone Bruin
Fadda. Oltre la metà della loro compagine si era già estinta ed era stata attratta nell’aldilà, ma rimanevano ancora
cinque manipoli di guerrieri per portare a termine il loro
dovere, se fossero stati chiamati a farlo.
Ricordate gli ordini, aveva detto loro lo stregone elfico tanti secoli prima mentre già l’argilla si depositava sulla loro carne. Ricordate quelli che sono morti e gli umani che li hanno uccisi.
E Oro ricordava, lo avrebbe fatto sempre. Così come
mai avrebbe scordato la sensazione delle pietre e della terra che rotolavano sulla sua pelle morente.
Ricorderemo: quello fu il pensiero che inviò nella spirale. Ricorderemo e torneremo.
Quel pensiero si infiltrò lentamente per essergli restituito dai guerrieri morti, ansiosi di essere liberati da quella tomba e di rivedere il sole.
volonta e
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Capitolo 1
Una situazione
spinosa
Dagli appunti del dottor Jerbal Argon,
della PsicoFratellanza
1. Artemis Fowl, già autoproclamatosi “adouna
s i t u a - lescente dalla mente criminale superiore”,
preferisce ora l’appellativo di “giovane genio
zione
criminale”. Sembrerebbe cambiato. (Nota personale: Bah!)
2. Negli ultimi sei mesi, Artemis è stato sottoposto a sedute settimanali di terapia presso la mia clinica di Cantuccio allo scopo di curare un grave caso di Complesso
di Atlantide, un disturbo psicologico sviluppato in conseguenza del suo immischiarsi nella magia del Popolo. (E
gli sta proprio bene, stupido Fangosetto!)
3. Ricordare di presentare alla Libera Eroica Polizia un
conto indecente.
4. Artemis sembra guarito, e pure a tempo di record.
Ma è plausibile? O anche solo possibile?
5. Discutere con Artemis la mia teoria della relatività.
Potrebbe diventare un capitolo davvero interessante del
mio libro virtuale L’arte di incastrare Artemis: scaccomatto al folle Fowl. (Gli editori adorano questo titolo: tiè!)
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e tam e n to
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6. Ordinare altri antidolorifici per la mia stramaledettissima anca.
7. Redigere un certificato di salute mentale per Artemis.
Oggi ultima seduta.
Studio del dottor Argon, Cantuccio,
Strati Inferiori
Il dottor Argon era in ritardo, e Artemis Fowl era sempre
più impaziente. Quell’ultima seduta era inutile esattamente come lo era stata l’ultima mezza dozzina. Era completamente guarito, lo era fin dalla diciottesima settimana. Il
suo prodigioso intelletto aveva accelerato il processo e non
c’era motivo che lui continuasse a girarsi i pollici agli ordini di uno gnomo psichiatra.
Artemis si mise a camminare su e giù per lo studio, ma
la cascata alle pareti, con le sue luci rilassanti e il loro dolce pulsare, non ebbe su di lui il benché minimo effetto
tranquillizzante; quindi si sedette per un minuto nella cabina per ossigenoterapia, ma trovò che quella lo tranquillizzava un po’ troppo.
Ossigenoterapia mia nonna, pensò, affrettandosi a uscire dalla cabina con le pareti di vetro.
Finalmente la porta scivolò sulle guide con un sibilo, e
il dottor Argon fece il suo ingresso nello studio. Il tozzo
gnomo puntò dritto alla sua poltrona con la solita andatura zoppicante. Si abbandonò all’abbraccio dei numerosi
cuscinetti, armeggiando con i comandi dei braccioli finché
il sacco di gel sotto l’anca destra non brillò debolmente.
di Art em is
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— Ah! — sospirò. — Quest’anca mi sta uccidendo. Non
c’è niente che funzioni, davvero. La gente crede di sapere
che cos’è il dolore, ma non ne ha neanche un’idea.
— È in ritardo — brontolò Artemis parlando in gnomico fluente; nella sua voce non c’era la minima traccia
di comprensione.
Argon sospirò beatamente un’altra volta mentre il cuscinetto riscaldato della poltrona incominciava a massaggiargli l’anca. — Sempre di fretta, eh, Fangosetto? Perché
non ti sei preso una bella boccata d’ossigeno o non hai
meditato davanti alla cascata? Perfino i monaci di Ullallà
nutrono una fiducia cieca in quelle cascate.
— Guardi che io non sono un sacerdote elfico, dottore.
Quello che fanno i monaci di Ullallà dopo il primo gong
non m’interessa. E adesso possiamo passare alla mia riabilitazione? Oppure preferisce farmi perdere un altro po’ di
tempo?
Argon sbuffò, poi sporse in avanti la grossa stazza e aprì
un sottile fascicolo sulla scrivania. — Mi sapresti spiegare
com’è che più diventi sano di mente più sei sgradevole?
Artemis accavallò le gambe e per la prima volta il suo
linguaggio corporeo lo mostrò rilassato. — Quanta rabbia repressa, dottore. Da dove le viene?
— Per il momento concentriamoci su di te, sei d’accordo, Artemis? — Argon estrasse dal fascicolo un mazzo di
schede. — Adesso ti mostrerò una serie di macchie di Rorschach e tu mi dirai che cosa ti suggeriscono le loro forme.
Artemis si lasciò andare a un gemito prolungato e teatrale. — Macchie di Rorschach, ma per carità! La mia aspet-
Fowl Secondo
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tativa di vita è di gran lunga inferiore alla sua, dottore,
preferisco non sprecare il mio preziosissimo tempo a fare
inutili pseudoesami. Tanto varrebbe che ci mettessimo a
leggere le foglie del tè o a divinare il futuro dalle interiora
di un tacchino.
— Le macchie di Rorschach sono un indicatore molto affidabile della salute mentale — obiettò Argon. — La
loro efficacia è sperimentata.
— Già, da psichiatri che l’hanno sperimentata per altri
psichiatri — sbuffò Artemis.
Argon sbatté una scheda sul tavolo. — Che cosa ci vedi
in questa macchia?
— Ci vedo una macchia d’inchiostro.
— Sì, ma la macchia che cosa ti suggerisce?
Artemis ghignò in un modo estremamente fastidioso.
— Ci vedo la scheda cinquecentotrentaquattro.
— Come?
— La scheda cinquecentotrentaquattro — ripeté Artemis. — Di una serie di seicento schede standard con macchie di Rorschach. Le ho memorizzate durante le nostre
sedute. Non perde neppure tempo a rimescolarle.
Argon controllò il numero sul retro della scheda: 534.
Ovvio.
— Conoscere il numero non è una risposta alla mia domanda. Che cosa ci vedi?
Il labbro di Artemis cominciò a fremere. — Ci vedo
un’ascia che gronda sangue. E anche un bambino spaventato e un elfo con indosso la pelle di un troll.
— Davvero? — Adesso Argon era visibilmente interessato.
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e ti sono
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— No, non proprio. Vedo un palazzo tranquillo, forse un’abitazione, con quattro finestre. Un animaletto domestico e un viale che dalla casa si perde in lontananza.
Se consulterà il suo manuale, verificherà che tutte queste
risposte rientrano nei parametri di un soggetto perfettamente sano di mente.
Argon non ebbe bisogno di controllare: il Fangosetto
aveva ragione, come sempre. Magari avrebbe potuto prenderlo alla sprovvista con la sua nuova teoria. Non rientrava nella terapia, ma forse gli avrebbe fatto guadagnare un
po’ di rispetto.
— Mai sentito parlare della teoria della relatività?
Artemis rimase sconcertato. — Mi prende in giro? Ho
viaggiato nel tempo, dottore, credo di sapere un bel po’
di cosette sulla relatività.
— No, non mi riferisco a quella teoria; la mia teoria della relatività sostiene che tutti gli oggetti magici sono collegati tra loro e subiscono l’influenza di antichi incantesimi o punti di accesso magici.
Artemis si sfregò il mento. — Interessante, ma credo
che scoprirà che la sua ipotesi dovrebbe essere chiamata
piuttosto teoria della correlazione.
— Come vuoi — ribatté Argon, non dando peso a quel
cavillo. — Ho fatto qualche ricerca e ho scoperto che i
Fowl sono stati una spina nel fianco del Popolo a periodi
alterni per diverse migliaia di anni. Decine dei tuoi antenati hanno cercato la pentola d’oro, anche se tu sei il solo
ad averla trovata.
Artemis si rizzò a sedere: adesso sì che era interessato.
gli ultimi
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— E io non l’ho mai saputo perché lei ha sottoposto i miei
antenati a uno spazzamente.
— Esatto — confermò Argon, felice di essere riuscito a calamitare l’attenzione del ragazzo. — Da piccolo,
tuo padre è addirittura riuscito a legare per le gambe un
nano attirato nella tenuta. Immagino che sogni ancora
quel momento.
— Mi fa piacere per lui. — Poi ad Artemis venne in
mente una cosa. — E perché il nano sarebbe stato attratto nella tenuta?
— Perché lì i residui della magia sono particolarmente abbondanti. Un tempo nella proprietà dei Fowl è accaduto qualcosa. Qualcosa di enorme, dal punto di vista
della magia.
— E i residui di questa energia impiantano idee nelle
nostre menti e ci spingono a credere alla magia — mormorò Artemis quasi fra sé.
— Proprio così. Si tratta dell’eterna questione dell’uovo
e del goblin: pensavi alla magia e poi l’hai scoperta, oppure è stata la magia a indurti a cercarla?
Artemis prese qualche appunto sul suo smartphone. —
E a proposito di questo enorme evento magico, non potrebbe essere un po’ più preciso?
Argon fece spallucce. — Le nostre registrazioni non
vanno così indietro nel tempo. Direi che stiamo parlando
dell’epoca in cui il Popolo viveva in superficie, vale a dire
oltre diecimila anni fa.
Artemis si alzò e si piazzò torreggiante davanti al tozzo gnomo. Si sentiva in debito con il medico per quella
ds
e id er i di
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teoria della correlazione, che di sicuro meritava di essere approfondita.
— Dottor Argon, da bambino lei aveva il piede varo?
Argon rimase talmente sorpreso che, cosa del tutto insolita per uno psichiatra, diede una risposta sincera a una
domanda personale. — Sì, sì.
— E l’hanno costretta a indossare scarpe ortopediche
con il plantare?
Argon era molto incuriosito. Erano secoli ormai che non
pensava più a quelle orrende scarpe, anzi, fino a quel momento le aveva del tutto dimenticate.
— Solo una, al piede destro.
Artemis annuì soddisfatto, e Argon si sentì come se avessero di colpo scambiato i ruoli e fosse diventato lui il paziente.
— Direi che il piede è stato forzato a ritrovare l’allineamento corretto, ma nel farlo il femore ha subito una
lieve torsione. Un semplice tutore dovrebbe risolvere il suo
problema all’anca. — Artemis estrasse dalla tasca un tovagliolino piegato. — Ne ho abbozzato un disegno mentre mi faceva aspettare in queste ultime sedute. Polledro
dovrebbe essere in grado di fabbricarglielo. Ho calcolato
le misure a occhio, quindi può essere che abbia sbagliato
di qualche millimetro, perciò sarà meglio prenderle come
si deve. — Posò le mani sulla scrivania. — Adesso posso
andare? Ho completato i miei obblighi?
Il medico annuì torvo, pensando che avrebbe fatto
bene a omettere quell’ultima seduta dalla cartella. Rimase a guardare Artemis attraversare lo studio e piegarsi per
passare dalla porta.
Art em is Fowl
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Osservò a lungo il disegno sul tovagliolino e istintivamente si sentì certo che il Fangosetto non sbagliasse.
O quel ragazzo è la creatura più sana di mente sulla
Terra, oppure è talmente disturbato che i nostri test non
riescono neppure a scalfirne la superficie, pensò.
Prese dalla scrivania un timbro di gomma e applicò la
scritta operativo a grossi caratteri rossi sulla copertina del
fascicolo di Artemis.
Lo spero davvero. Lo spero davvero.
La guardia del corpo di Artemis, Leale, aspettava il suo
capo fuori dallo studio del dottor Argon seduto su una
grande poltrona dono del centauro Polledro, consulente
tecnico della Libera Eroica Polizia.
«Non posso vederti appollaiato così su uno sgabello da
membri del Popolo» gli aveva detto Polledro. «Mi offende
la vista. Sembri una scimmia al gioco delle sedie.»
«Benissimo, accetto il dono, se non altro per risparmiare i tuoi occhi» gli aveva detto Leale con la sua profonda voce roca.
In realtà, era stato un piacere immenso poter disporre
di una poltrona comoda, considerato che in una città progettata per esseri di statura inferiore al metro, lui sfiorava i due.
L’eurasiatico si alzò e si stiracchiò appoggiando i palmi delle mani al soffitto, che per gli standard del Popolo
era alto il doppio del normale. Grazie a dio, Argon aveva
manie di grandezza, altrimenti nella clinica Leale non sarebbe riuscito neppure a stare dritto. Per lui quell’edifi-
in caso di
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cio, con i soffitti a volta, la tappezzeria a macchie dorate e
le porte scorrevoli in simil-legno di gusto retrò, sembrava
più un monastero in cui i monaci avessero fatto voto di
ricchezza che non uno studio medico. Solo i dispensatori laser di disinfettante per le mani montati sulla parete e
le infermiere elfiche che si affaccendavano nei corridoi lasciavano intuire che quel luogo fosse in realtà una clinica.
Sono così contento che questa storia stia finendo, aveva
pensato Leale per lo meno una volta ogni cinque minuti
nel corso delle ultime due settimane. Era già stato prima
in posti piccoli, ma essere costretto in una città avvinghiata
al lato inferiore della crosta terrestre gli aveva dato un senso di claustrofobia per la prima volta in vita sua.
Artemis sbucò dallo studio di Argon con un ghigno di soddisfazione ancora più pronunciato del solito. Vedendo la
sua espressione, Leale seppe all’istante che il suo capo aveva ritrovato il pieno controllo delle proprie facoltà e aveva ottenuto il certificato di completa guarigione dal Complesso di Atlantide.
Basta con il conteggio delle parole. Basta con quella
paura irrazionale del numero quattro. Basta paranoia e allucinazioni. Grazie al cielo, si disse.
Ma comunque, giusto per essere sicuro, gli chiese: —
Allora, Artemis, come andiamo?
Abbottonandosi la giacca dell’abito di lana blu, il ragazzo rispose: — Andiamo bene, Leale. Il che significa che
io, Artemis Fowl Junior, sono operativo al cento per cento, vale a dire all’incirca cinque volte l’operatività di una
sua mort e p er
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persona media. O, per dirla in un altro modo, uno virgola cinque Mozart. O tre quarti di un Leonardo da Vinci.
— Solo tre quarti? Sei modesto.
— Sì, lo so — replicò il ragazzo con un sorriso.
Leale diede un sospiro di sollievo. Ego smisurato, estrema sicurezza di sé: il suo capo era decisamente tornato a
essere se stesso.
— Ottimo. Adesso andiamo a prendere la nostra scorta e ci mettiamo in viaggio, giusto? Ho voglia di sentire il
sole sulla faccia. Il sole vero, non quelle lampade a raggi
ultravioletti che hanno quaggiù.
Artemis ebbe un moto di comprensione per la sua guardia del corpo, un’emozione che provava sempre più spesso
negli ultimi mesi. Già era difficile per Leale passare inosservato tra gli umani, ma lì sotto non avrebbe attratto più
attenzione se si fosse vestito da clown e avesse incominciato a fare il giocoliere con palle di fuoco.
— Benissimo — disse. — Andiamo a prendere la scorta e partiamo. Dov’è Spinella?
Leale indicò il corridoio con il pollice. — Dove sta di
solito. Con il clone.
Il capitano Spinella Tappo, del Reparto Ricognizione della
Libera Eroica Polizia, fissava il volto della sua nemica storica e provava solamente pietà. Certo, se quella che aveva davanti fosse stata la vera Opal Koboi e non una sua
versione clonata, forse la pietà non sarebbe stata l’ultima
emozione del suo elenco, ma di sicuro si sarebbe trovata
parecchi gradini sotto la rabbia e il disgusto intenso al li-
mano d el la
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mite dell’odio. Quello però era un clone, sviluppato preventivamente per fornire alla folletta megalomane un doppio che le permettesse di sfuggire alla custodia protettiva
nella clinica del dottor J. Argon se mai la lep fosse riuscita
a catturarla, come era poi effettivamente accaduto.
Spinella aveva pietà per il clone perché era una creatura patetica e muta che non aveva mai chiesto di venire al
mondo. La clonazione era una scienza messa al bando sia
per motivi religiosi sia per il fatto più che evidente che,
senza una forza vitale o un’anima ad alimentarli, i cloni
erano destinati a vivere una vita breve, priva di attività cerebrale e afflitta da insufficienza organica.
Quel clone particolare aveva quasi esaurito i suoi giorni in un’incubatrice, lottando per ogni respiro da quando era stato tirato fuori dal bozzolo in cui era cresciuto.
— Non manca più molto, piccola — bisbigliò Spinella,
accarezzando la fronte del clone attraverso i guanti sterili
incorporati nella parete dell’incubatrice.
L’elfa non avrebbe saputo dire esattamente perché avesse incominciato a fargli visita. Forse perché Argon le aveva detto che nessun altro andava mai a trovarlo.
È spuntato fuori dal nulla. Non ha amici, aveva pensato.
Adesso ne aveva almeno due. Artemis aveva preso l’abitudine di accompagnare Spinella nelle visite e se ne stava seduto in silenzio accanto a lei, il che era davvero insolito per lui.
La denominazione ufficiale del clone era EsperimentoNon-Autorizzato-Numero-14, ma uno degli ingegni della clinica l’aveva ribattezzato Nopal, un nomignolo cru-
foll t
e ta�
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dele costruito con la negazione del nome Opal. Crudele
o meno, quel nome le era rimasto appiccicato, e adesso lo
usava pure Spinella, anche se con affetto.
Argon le aveva assicurato che Esperimento-Non-Autorizzato-Numero-14 era privo di facoltà mentali, ma Spinella era certa che a volte gli occhi lattiginosi di Nopal mostrassero una reazione al suo arrivo. Era davvero possibile
che la riconoscesse?
Guardava i lineamenti delicati del clone e inevitabilmente il suo pensiero correva al suo originale.
Quella folletta è veleno puro, pensò con amarezza.
Qualunque cosa tocchi, avvizzisce e muore.
Artemis entrò nella stanza e si fermò accanto a Spinella,
posandole delicatamente una mano sulla spalla.
— Si sbagliano, a proposito di Nopal — gli disse l’elfa.
— Lei sente le cose, capisce.
Artemis si inginocchiò. — Lo so. La settimana scorsa le
ho insegnato una cosa. Sta’ a guardare.
Appoggiò la mano sul vetro e picchiettò le dita in una
lenta sequenza ritmica. — È un esercizio sviluppato dal
dottor Parnassus di Cuba. Lo usa per stimolare una reazione
nei neonati, anche negli scimpanzé.
Continuò a tamburellare, e dopo un po’ Nopal rispose,
alzando a fatica la mano verso quella di Artemis e picchiando goffamente il vetro nel tentativo di riprodurne il ritmo.
— Ecco, hai visto? Questa è intelligenza.
Spinella gli diede un’amichevole spallata, la sua personalissima versione di un abbraccio. — Lo sapevo che prima o poi il tuo cervellone sarebbe tornato utile.
Opal Koboi.
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Il gruppo di ghiande sul petto dell’uniforme della lep incominciò a vibrare, e Spinella si portò una mano all’orecchino a tecnologia wi-fi per rispondere. Una rapida occhiata
al computer da polso le disse che la chiamata proveniva
dal consulente tecnico della lep, Polledro, e che il centauro
l’aveva classificata come urgente.
— Polledro, che c’è? Sono alla clinica a fare la baby-sitter ad Artemis.
La voce del centauro arrivò nitida attraverso la rete senza fili di Cantuccio.
— Ho bisogno che tu torni immediatamente alla Centrale. E porta con te il Fangosetto. Il centauro aveva un
tono teatrale, ma lui tendeva a fare il melodrammatico anche quando il soufflé di carote si sgonfiava.
— Non è così che funziona, Polledro. Non sono i consulenti a dare ordini ai capitani.
— Abbiamo un avvistamento di Koboi sul satellite. È
una trasmissione in diretta — ribatté il centauro.
— Arriviamo — rispose secca Spinella, interrompendo il collegamento.
Passarono a prendere Leale in corridoio. Artemis, Spinella e Leale, tre alleati che avevano affrontato battaglie, ribellioni e cospirazioni e avevano sviluppato un loro personale protocollo per le crisi.
Leale capì dalla faccia di Spinella che c’erano guai in vista. — Problemi?
L’elfa non si fermò neppure e gli altri furono costretti a
seguirla. — Opal — disse.
In caso di
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L’espressione di Leale si indurì. — Un avvistamento?
— Satellitare.
— Origine? — chiese ancora la guardia del corpo.
— Sconosciuta.
Attraversarono di corsa il corridoio retrò, diretti al cortile della clinica. Leale, che aveva preceduto i compagni,
tenne aperta l’antiquata porta a cardini con il vetro colorato su cui era raffigurato un medico premuroso intento
a confortare una paziente in lacrime.
— Prendiamo l’Asta? — domandò con un tono di voce
che lasciava intendere che avrebbe preferito di no.
Spinella varcò la soglia. — Mi dispiace, grand’uomo,
stavolta ci tocca.
Artemis, che non era mai stato tipo da trasporto pubblico, umano o elfico che fosse, chiese: — Che cos’è l’asta?
Asta era il nome con cui era conosciuta una serie di nastri trasportatori che correvano su corsie parallele lungo
la rete di isolati di Cantuccio. Era un sistema di trasporto
antico e affidabile, residuo di un’epoca meno litigiosa, su
cui si saliva e si scendeva in corsa come su certe scale mobili negli aeroporti umani. C’erano piattaforme sparse in
tutta la città e non si doveva fare altro che saltare a bordo
reggendosi a una delle maniglie in fibra di carbonio che
sporgevano dal nastro. Da lì il nome di Asta.
Ovviamente Artemis e Leale avevano già visto l’Asta prima, ma il ragazzo non aveva mai avuto in programma di
usare un mezzo di trasporto così indecoroso, perciò non
si era mai curato di sapere come si chiamasse. Conscio
che, con la sua leggendaria mancanza di coordinazione,
sopravviv e nza
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qualsiasi tentativo di saltare con naturalezza a bordo si
sarebbe concluso con un umiliante ruzzolone. Per Leale
il problema non era tanto la mancanza di coordinazione,
quanto, data la stazza, la difficoltà a tenere i piedi dentro
la larghezza del nastro.
— Ah, sì — fece Artemis. — L’Asta. Ma un taxi verde
non sarebbe più veloce?
— No — tagliò corto Spinella, spingendolo su per la
rampa che portava alla piattaforma e poi pungolandolo nelle reni al momento giusto per farlo salire automaticamente
sul nastro, con la mano che atterrava sulla maniglia tonda.
— Ehi! — brontolò Artemis: era forse la terza volta in vita
sua che usava un’espressione colloquiale. — Ce l’ho fatta!
— Prossima fermata, i Giochi olimpici — disse Spinella da dietro. — Su, vieni, guardia del corpo — si voltò a
gridare a Leale. — Il tuo capo sta puntando dritto verso
una galleria.
Leale scoccò all’elfa un’occhiata che avrebbe intimorito un toro. Spinella era una cara amica, certo, però sapeva prenderti in giro senza pietà. Salì sul nastro in punta
di piedi, schiacciando le enormi estremità in un’unica sezione e piegando le ginocchia per arrivare a impugnare il
minuscolo bastone. Visto di profilo, sembrava la più grossa ballerina al mondo nell’atto di cogliere un fiore.
Spinella avrebbe sorriso, se non avesse avuto la mente
presa da Opal Koboi.
Il nastro trascinò lentamente i passeggeri dalla Clinica Argon lungo il margine di una piazza in stile italiano verso
p er
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una galleria aperta con il laser nella solida roccia. Alcuni
membri del Popolo che pasteggiavano all’aperto si fermarono con la forchetta a mezz’aria al passaggio di quell’improbabile terzetto.
Non era così insolito vedere un agente della lep in uniforme su un’Asta, ma un dinoccolato ragazzino umano vestito come un impresario di pompe funebri e una montagna d’uomo delle dimensioni di un troll e con la testa
rasata erano uno spettacolo fuori dal normale.
La galleria era alta meno di un metro, per cui Leale fu
costretto a stendersi su tre sezioni, appiattendo un buon
numero di maniglie. Aveva il naso a poco più di un metro
dalla parete del tunnel, istoriata di bellissimi pittogrammi luminosi raffiguranti episodi della storia del Popolo.
Così i piccoli del Popolo possono imparare qualcosa
della loro storia ogni volta che passano di qui. Fantastico, pensò, ma subito dopo soffocò l’ammirazione, dato
che aveva imparato da tempo a disciplinare il cervello per
concentrarsi sui propri compiti di guardia del corpo senza sprecare neuroni preziosi per entusiasmarsi per le meraviglie del sottosuolo.
Questa risparmiatela per la pensione, si disse. Allora potrai anche ripensare all’arte e ammirarla.
La Centrale di Polizia era un crinale sul quale maestri artigiani avevano accuratamente inserito nei ciottoli della pavimentazione il disegno dello stemma a forma di ghiande
della Libera Eroica Polizia. Tutta fatica sprecata per quanto riguardava gli agenti della lep, che per lo più non era-
quarantotto
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no tipi da fissare lo sguardo fuori dalle finestre del quarto
piano per ammirare il modo in cui i raggi del simil-sole
colpivano il bordo di ogni ciottolo a forma di foglia dorata facendo scintillare l’intero disegno.
In quel giorno particolare, poi, sembrava che al quarto
piano fossero usciti tutti dalle loro stanzette come sassolini su una superficie inclinata per ammassarsi stretti stretti vicino alla cabina operativa, di fianco all’ufficio-laboratorio di Polledro.
Spinella puntò dritto alla sezione più stretta di quella
calca e si fece strada a gomitate senza dire una parola. Leale
non ebbe da fare altro che schiarirsi la voce e subito la folla si aprì come respinta magneticamente da quell’umano
gigante. Artemis si trovò così la strada spianata per la CabOp, dove il comandante Grana Algonzo e Polledro seguivano rapiti lo svolgersi degli eventi davanti a uno schermo a parete.
Polledro colse i sussulti che seguivano il passaggio di
Leale ovunque andasse a Cantuccio e si voltò a guardare.
— I quattro siano con te — bisbigliò ad Artemis. Il saluto
scherzoso che aveva adottato negli ultimi sei mesi.
— Come ben sai, sono guarito — precisò Artemis. —
Che succede qui?
Spinella gli fece spazio di fianco a Grana Algonzo, che
con il passare degli anni sembrava assomigliare sempre
di più al suo ex capo, il comandante Julius Tubero. Il comandante Algonzo trasudava fanatismo da tutti i pori, al
punto che il giorno del diploma si era scelto il nomignolo
di Grana. Una volta aveva cercato di arrestare un troll per
or e dalla
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avere sporcato, il che spiegava la toppa in simil-pelle sulla punta del suo naso, che vista da una certa angolazione
brillava giallognola.
— Bel taglio di capelli, capo — osservò Spinella. — Proprio come quello di Tubero.
Il comandante Algonzo non staccò gli occhi dallo schermo. Spinella scherzava per il nervosismo, e Grana lo sapeva. E aveva tutte le ragioni di essere nervosa, anzi, avrebbe
fatto bene ad avere vera e propria paura, data la situazione
che gli veniva trasmessa.
— Ammira lo spettacolo, capitano — disse secco. —
Direi che si spiega da solo.
Sullo schermo si vedevano tre figure, un prigioniero in
ginocchio e i due che lo avevano catturato, ma sulle prime Spinella non individuò Opal Koboi perché cercava la
folletta tra le due figure in piedi. Poi con un sussulto capì
che Opal era la prigioniera.
— Ma è un trucco, deve esserlo per forza.
Il comandante Algonzo fece spallucce come a dire: Sta’
un po’ a vedere.
Artemis si avvicinò allo schermo studiando l’immagine per carpirne i dettagli. — E siete sicuri che sia una trasmissione in diretta?
— Direi di sì — rispose Polledro. — Anche se immagino che potrebbero mandarci una registrazione.
— Da dove arriva?
Il centauro controllò il rilevatore di posizione sul proprio schermo. La linea partiva da un satellite del Popolo e arrivava fino giù in Sudafrica e da lì a Miami e a un
data di
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centinaio di altri posti, come gli scarabocchi di un bambino arrabbiato.
— Hanno intercettato un satellite e fatto passare il segnale attraverso una serie di ripetitori. Potrebbero essere ovunque.
— Il sole è alto — rifletté Artemis ad alta voce. — Dalle ombre direi che è primo pomeriggio. Se si tratta effettivamente di una diretta.
— Il che restringe il campo a un quarto del pianeta —
commentò caustico Polledro.
La confusione nella stanza aumentò mentre, sullo schermo, uno dei due grossi gnomi in piedi alle spalle di Opal
estraeva una pistola automatica da umani. L’arma cromata sembrava un cannone in quelle dita di fata.
Fu come se nella CabOp la temperatura fosse calata di
colpo.
— Ho bisogno di silenzio — disse Artemis. — Fate
uscire tutti.
Di norma, Grana Algonzo avrebbe ribattuto che Artemis
non aveva l’autorità di far sgomberare un ufficio e, anzi,
avrebbe invitato altra gente ad affollare la stanzetta solo
per farsi valere, ma quel giorno non rientrava nella norma.
— Tutti fuori! — ringhiò agli agenti assiepati alle sue
spalle. — Spinella, Polledro e Fangosetto, voi rimanete qui.
— Credo che resterò anch’io — disse Leale, proteggendosi con una mano la sommità del capo dalla lampada accesa.
Nessuno ebbe nulla da ridire.
Di solito gli agenti della lep si allontanavano malvo-
qu s
e to
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lentieri e con virile riluttanza quando ricevevano l’ordine
di farlo, ma in quel caso si precipitarono tutti al monitor
più vicino, ansiosi di non perdersi neppure un fotogramma degli eventi.
Polledro chiuse la porta alle loro spalle con un colpo
di zoccolo, quindi oscurò il vetro per evitare distrazioni
dall’esterno. Gli altri quattro rimasero in un semicerchio
disordinato davanti allo schermo a parete, a osservare quelli che a tutti gli effetti sembravano gli ultimi istanti della
vita di Opal Koboi. O comunque, di una delle Opal Koboi.
Sullo schermo c’erano due gnomi con indosso maschere integrali anti-raggi uva programmabili per assumere le fattezze di chiunque. Quelle erano state modellate su Pip e Kip,
due popolarissimi mici dei cartoni animati della pptv, ma
sotto di esse erano comunque ben riconoscibili due gnomi,
con i robusti torsi a forma di barile e gli avambracci rigonfi. Stavano davanti a un insignificante muro grigio e torreggiavano sulla minuscola folletta inginocchiata sui solchi lasciati nel fango da un qualche veicolo a ruote; l’acqua
lambiva i pantaloni della sua divisa di sartoria. Opal aveva i polsi legati e la bocca sigillata con del nastro adesivo,
e sembrava davvero terrorizzata.
Il distorsore nella maschera dello gnomo con la pistola
ne alterava la voce, che sembrava quella del gattino Pip.
— Non so come spiegarmi meglio di così — squittiva,
e in qualche modo quei suoni da cartone animato lo rendevano ancora più pericoloso. — Noi abbiamo preso una
Opal, voi avete l’altra. Voi lasciate andare la vostra e noi
scritto, il
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non uccideremo questa. Vi avevamo dato venti minuti, ve
ne restano quindici.
Pip il gattino alzò il cane della sua pistola.
Leale diede un colpetto sulla spalla a Spinella.
— Ma non ha detto…?
— Già. Quindici minuti, o Opal muore.
Leale si infilò nell’orecchio una traducimice. Quella faccenda era troppo importante per poter fare affidamento
sulle sue zoppicanti conoscenze dello gnomico.
Grana Algonzo era incredulo. — Ma che razza di accordo è? O voi ci consegnate una terrorista o noi ammazziamo una terrorista?
— Non possiamo permettere che qualcuno venga ammazzato sotto i nostri occhi — disse Spinella.
— Assolutamente no — convenne Polledro. — Non
siamo mica umani.
Artemis si schiarì la voce.
— Spiacente, Artemis, ma voi umani siete davvero assetati di sangue — insistette il centauro. — Certo, anche fra
di noi ogni tanto salta fuori un folletto assetato di potere,
ma in linea di massima il Popolo è pacifico. Il che probabilmente spiega perché viviamo qua sotto.
Grana Algonzo se ne uscì con un vero e proprio ringhio, uno dei suoi trucchi da capo che non riusciva a
molti, soprattutto se raggiungevano a malapena il metro di altezza in quelli che Artemis era certo fossero stivali col rialzo, ma abbastanza convincente da soffocare
la lite sul nascere.
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