Nati ieri - Il Lunedì dell`arte

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Nati ieri - Il Lunedì dell`arte
“Nati ieri”
Questa storia di resistenza e deportazione coglie idee dalla memoria ma è
volutamente romanzo per non annoiare il lettore / l’esistenza dell’avvenuto
nazismo è ormai verità sancita / ed inutili sono i soldi pubblici spesi per
pubblicarne libri che ormai non compra più nessuno / Questo mio “Nati ieri”
confido abbia miglior sorte / in parte trae ispirazione dal romanzo
“Sparizione” del Collega GERRISTEN che
“L’uomo d’azione è sempre un principiante,..”
, Questo epigramma scritto sulla parete nord dove s’andava a
pisciare quand’era buio era senz’altro la pacifica protesta di un saggio, che
come ‘Cento’, verso metà notte doveva farla e mai una volta c he
incontrasse la sentinella di guardia.
Ad appena compiuto i vent’anni si riteneva un anziano : aveva
portato le stellette sul grigioverde e che “ sentinella” significasse
responsabilità voleva urlarlo un giorno o l’altro e dire la disciplina cos’era,
ma il suo ruolo non era da istruttore../. la banda di ribelli era ancora erba
ed emanava una gioia sfrenata di allegria, ragazzi pieni di acerbi
entusiasmi, : sprovveduti e sciocchi, non sapevano ancora cosa fosse un
fuoco nemico e collocati nella zona “distretto” in attesa di una scuola
d’d’armi erano quasi al sicuro; più in basso e distribuite tutt’attorno alla
vallata v’erano basi operative con turni di guardia e di pattuglia.
La sua presenza lì era voluta da Pietrala, un vero comandante
sempre preoccupato per la carenza di soldati e Cento che proveniva dal
Genio lo aveva organizzato in una conca a 50 metri dalla Baita con il
necessario possibile per recuperare il meglio da un mucchio di vecchie
munizioni …/
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Ma stavolta gli aveva appioppato anche un altro servizio: mentre
stava recuperando esplosivo da quella roba doveva osservare seduta li
sull’erba una ragazza; Liuba, farle da guardiano/infermiere prestando un
occhio alle cariche e l’altro ad ogni suo sguardo, ogni sua mossa.
Nei primi tempi la donna manifestava nervosismo o timore per gli
avvenimenti più banali ,poi a poco a poco si è calmata, comprende di
appartenere sì alla squadra, ma anche di essere protetta dalle occhiate
generose e dall’ammiccare di certi guerriglieri. Per Cento l’ordine di
servizio diceva di metterla a suo agio, ascoltarla e se dice qualcosa
risponderle con serena bassa voce e così sembrò aver capito che lui non la
guardo come una bella statua di carne, ma come una persona amica senza
chiedere null’altro che aiuto, affidandole la roba che estraeva reperti
perche ne curasse la asciugatura al sole:
“E’ un lavoro importante sai?” - ed essa risponde con un diffidente
sorriso non crede a nulla, .è più selvatica di un gatto scottato, ma in un
giorno qualunque, senza preavviso (è una donna dopotutto) , osserva quel
pazzo armaiolo in modo diverso, il suo sguardo da animale selvatico è più
calmo, sfuggente come sempre e di sottecchi come prima però lo valuta a
capo leggermente inclinato da un lato, come se volesse scrutarlo, leggervi
dentro, ma senza farsi notare.
Pensa di annunciare l’evento a Pietrala quando verrà, ma il capo
allontanò l’argomento facendo elica col dito ..’dopopoi’.
.” Dobbiamo fermare un treno .. c’è qualcosa di utile tra sti reperti?”
“ un cazzo di niente Comandante, con balistite ed altre vecchie
vecchie polveri possiamo al massimo farne una carica cava da spezzare
una sola rotaia ”
“Benissimo! è quello che vogliamo .. solo fermare il treno con
truppe della wermacht che viene da Torino, : ci saranno soprattutto
passeggeri civili ed è importante dimostrare che ci siamo senza arrecare
‘danni collaterali’… ( (uccidere civili è sempre omicidio, ma in guerra gli
innocenti che ci restano son classificati “danni collaterali”) …/ ed operare in in
segreto dai Badogliani .. quei signori che ci hanno i lanci, ma delle cui
chiacchiere non possiamo fidarci …e, cos’è una carica cava?
– Cento non ha capito bene la sottigliezza dei danni collaterali ma
cos’è una carica cava glie lo spiega minuziosamente -.
“Bene, e come organizzi la squadra?
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- L’artificiere ammicca indicando la ragazza – “segretezza in
assoluto neh? , mi basta Lei per portare uno zaino e il silenzio è
garantito… e per quando sarà?
Pietrala gli comunica solo l’orario treni cioè in pieno giorno:
“ Kribbio Comandante!, alla luce del sole con i krucchi sarà dura
..”la puta de sus madres, e la data?”
“ te la darò io il giorno prima dell,evento” e se ne va.
Cento resta a pensare .. mi lascia delle rogne tutte mie , eppure
questo è uno dei migliori comandanti.
Da dove proviene Liuba non si sa, dice di essere russa, ma non ci
crede nessuno; e nessuno, tranne forse Pietrala che l’ha introdotta, conosce
la sua storia.
Oggi le illustra i fiori. Ha scoperto che si annota parole nuove:
“gelsomino” e quella piantina che abbiamo in vaso alla base, un
rampicante, uno dei tanti e il più bello. Se lo lasci crescere da solo diventa
un cespuglio :
«Cos’è cespuglio?». E’ un’interruzione, non una domanda, ogni volta
fa così:, spara una frase e aspetta, come il parlare e il tacere, in lei, si
attivassero premendo un pulsante immaginario. Con pazienza, le forma
una palla di rametti e gliela mostra:
«Ecco il cespuglio» - pausa assente, finché gli occhi le si
accendono,:
. «E’ tanto fitto che solo gli insetti vi trovano rifugio, ma l’essere
umano, che suole modificare tutto, gli ficca un’asta di canna tra le radici
per imporgli un tronco così il gelsomino può crescere come una colonna
verde, avviluppando i suoi rametti a cirro su per quel tutore».
«Cos’è cirro?».
E dajje! Ammicca ad uno dei suoi ricci e lei sorride, ha un sorriso
rapido, che si spegne in un istante, come se tenerlo troppo a lungo le
costasse fatica.
«Tu cosa ne dici» la chiede «secondo te soffrono le radici?».
Non si aspetta che risponda. Le radici sono cose silenziose e chissà
se laggiù al buio sentono il messaggio del sole che non hanno mai visto,
non lo sappiamo, ma certo ne godono, succhiando per fare linfa e nutrire
quei bei fiorellini profumati .. all’improvviso, Liuba ha gli occhi lucidi :
«Le radici ferite piangono».
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Accidenti, questa tipa ha un’anima, gli si è svegliata .. e’ uscita da
quel buio di cui nessuno conosce le origini.
Visto che le piace prosegue il discorso sui fiori, continua con quelli
del prato, glieli indica come nella fiaba di un bambino, se non altro per
ampliare la sua conoscenza di vocaboli oltre quelle cinquanta parole che
conosce di italiano.
Un fiore è un fiore, ne pronunci il nome ed ella ha capito; ma quando
si sta in montagna tra rozzi montanari e guerriglieri e non ci sono libri è
difficile spiegarle un concetto se non conosce che poche parole, ad
esempio, rivelare il diverso carattere di ogni fiore a seconda del colore del
vestito che porta, proprio come il contrario degli esseri umani dove spesso
il colore degli abiti inganna. Troppo complicato. I suoi occhi si stanno
spegnendo, diventano opachi, ma lui insiste, è riuscito a farla reagire una
volta e prova a inventare qualcos’altro per farla ridere al punto di .
chiedere spiegazioni del perché le uova di gallina siano ovali anziché
quadrate, cose assurde che lascia uscire di bocca come vengono. Lei non
ride, ma a quelle stupidaggini si rilassa, di tanto in tanto chiude gli occhi,
come volesse entrare in un’altra stanza verso chissà quali pensieri o forse
si sta semplicemente avviando al sonno.
Sono giunti a trattare argomenti su la vita della banda, parlano di
corvee, di cucina e di pattuglia; non c’è problema a ragionare con lei,
l’unica dura difficoltà riguarda i rapporti umani: l’argomento uomo, in
quanto maschio, l’irrigidisce, non vuole sentirne parlare, né vuole che le si
chieda del suo passato.. e la distoglie solo il lavoro che le affidano,: ..le
cariche bagnate delle bombe a mano che son state mesi in acqua .. le devi
mettere cosi e cosi dentro reticelle appese a un ramo .. le polveri le stendi
al sole su quell’asse .. e lo fa con concentrazione.. ma se si ricade nel
discorso ‘uomo’ la mascella le si serra, il volto dolce volge a maschera di
pietra, e gli occhi rivolti altrove ..
«Perché ti chiami Cento?» chiede un giorno, all’improvviso.
«E’ un nome di battaglia come tanti altri. E tu perché ti chiami
Liuba?».
«Il mio nome è Sdena, è Mauro che mi ha dato per nome di battaglia
Liuba, un nome russo».
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Mauro non è un partigiano, ma uno studente-staffetta che l’ha
accompagnata su, un giovane che sa molte cose, bla bla .. per noi parigiani
è soltanto rumore.
Ormai per Cento stare con lei è quasi un bello oziare, il materiale
asciuga giorno per giorno, .. quasi quasi ha voglia di un mazzo di carte per
insegnarle a giocare a briscola.
E’ giunto il giorno del treno e Liuba vede che lui prepara due zaini :
“quello e per Te” e le indica vettovaglie con doppia acqua e due
coperte .
“Dove mi porti ?” v’è allarme nei suoi occhi, forse pensa ai suoi
trascorsi sempre correlati al male…”
“Tranquilla una camminata in pianura, tre giorni e due notti, e
torniamo qui”
“Perché?”
-Le indica lo zaino con gli esplosovi, ne sa qualcosa –
“ Andiamo a fermare un treno”.
-E’ un attimo, gli occhi di lei si accendono di allegria e la voragine
che ci separa scompare di colpo, sono diventati due soldati insieme / tutta
la preparazione si svolgerà in silenzio e d’intesa come l’avessero fatto
sempre.
Al primo tramonto dopo quell’attacco al treno sono tornati al
distretto .. al solito lavoro di routine, e Liuba è diventata quasi cordiale ..
l’aver diviso il pezzo di pane e forchettar cibo dalla stessa ciotola l’ha
sciolta / verso di lui è come un compagno d’avventura e all’improvviso
prende a raccontare senza che le sia stata rivolta domanda, per giorni
avevamo dormito schiena contro schiena, sopra e sotto una sola coperta,
senza mai dirsi una parola e non era la disumana fatica ad aver creato quel
silenzio ma era sempre quella sua ripugnanza di lei verso l’Uomo e ora ,
oggi dalla bocca di lei escono rumori…
(in originale dal diario di Cento) “ non sono ancora certo che si rivolga
me , i suoi occhi guardavano un punto lontano, qualcosa che io non
riesco a vedere..Liuba ‘parla’…/
«Le finestre erano bloccate, non si potevano aprire, l’aria entrava da
una piccola ventola in un angolo. Fuori, rasente al muro, c’era una rete di
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ferro e tra quella e i vetri tante ragnatele. Fuori, ci sono gli alberi, si
vedono appena e non puoi immaginare cosa ci sia oltre. Tutto il mondo è
questa stanza da quando il camion ci ha portate qui».
«Un momento, Liuba, quale camion? Di quale finestra parli? Dove ti
trovavi?».
-“Non lo so, dicevano che ci avrebbero portate in Italia, ma quelli
non erano italiani né tedeschi».
«Quelli chi?».
Non risponde, il suo sguardo va lontano, non più rabbioso, ma come
quello di un bambino triste, con lacrime incipienti.
«Li vedevo arrivare dalle luci delle auto e la prima volta sono stata
picchiata perché non volevo andare con quel tipo che faceva paura… poi
mi ha fatto male col suo corno… poi tutto è diventato una cosa nera che è
entrata nella mia testa e ha avvolto tutto…e il giorno dopo avevo ancora
male lì e ne arriva un altro, inutile protestare. Schiaffi e risate. La massa
nera è sempre nella mia testa, quando penso a un uomo in quel modo lì».
«La ragazza dai capelli rossi me lo aveva detto, a tavola, il primo
giorno:/
“Vedrai che ci faranno così e così”./
“E tu come lo sai?”./
“Lo sapevo già prima di partire”./
“E allora perché ci sei venuta?”./
“Ormai c’ero già dentro e pensavo che in Italia sarebbe stato
meglio”./
“Ma qui non è in Italia?”./
“No, Italia è oltre la montagna, dove tramonta il sole”./
“Come lo sai? Quale montagna?”./
“Quella che vedo dalla mia finestra. E tu devi smetterla di
piagnucolare, devi capire che questa è la nostra vita e se sei gentile ti
parlano con dolcezza, dicono qualcosa. Meglio di niente”.
Silenzio, Liuba ha smesso di parlare ed è accucciata a feto, non
piange più, dorme. E’ un sonno contratto, teso, col petto che si solleva in
piccoli respiri rapidi, più una difesa che un riposo. Le porto la sua coperta,
lì, sul prato.
«Sono seduta sul materasso nel cassone di un camion, siamo cinque
donne in fuga da Tzrno, un villaggio vicino al fiume, quattro ragazze e una
vecchia signora un po’ elegante. La mia matrigna mi ha dato un pacchetto:
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“Dentro c’è il tuo contratto, vai in Italia per un lavoro. Vedrai, è bella
l’Italia, ci sono piante di limoni, il mare e tanti fiori”.
Solo molto tempo dopo ho capito perché l’italiano che guida il
camion le ha dato dei soldi. Ho capito anche che lo ha fatto per avere mio
padre tutto per sé, ma di quello non m’importa nulla. Poi apprendo che
l’uomo che guida non è italiano, parla serbo. Il cassone dove stiamo è
completamente chiuso da un telone e tutto intorno ci sono cassette impilate
che se arriva un controllo nessuno ci può vedere, ma ci vedono i tre uomini
dalla cabina, ci guardano dal finestrino e ridono facendo versi con la
bocca. Tutte e cinque così sul materasso ci teniamo per mano, un po’ per
sentirci unite, un po’ per mantenere l’equilibrio, perché il mezzo percorre
una strada di montagna dissestata e le ruote sobbalzano su sassi e buche.
Ci fermiamo e ci fanno scendere: “Svelte, prendere aria”.
Alla vecchia dicono che è già arrivata e subito le strappano la
valigetta, gli anelli alle dita, la collana; lei gli occhi nel errore tenta di
fuggire, ma in due la sollevano che non tocca terra coi piedi e si
allontanano tra le rocce senza che abbia il tempo di fiatare. Il terzo ha una
pistola in mano puntata su di noi e ci impone di sederci, gli altri due
tornano quasi subito senza più la signora, lì tra quelle rocce è rimasta.
Quello della pistola consegna l’arma agli altri due, poi prende la ragazza
dai capelli rossi e se la porta sul materasso. Volgo lo sguardo per non
vedere, poveretta, penso, poi è toccato a me e mi ha fatto sanguinare qui,
era la prima volta e vidi buio, e non ricordai mai più il resto del viaggio.
La casa con le inferriate è diventata il mio mondo. L’uomo del
camion se n’è andato, ma gli altri due sono i nostri guardiani cattivi, ci
obbligano a fare la doccia sotto i loro sguardi e ridono, dopo ogni incontro
e la doccia dobbiamo cambiare vestito: “Fare bella figura con gli
innamorati”, dicono, e ridono. Sotto il vestito non abbiamo niente.
Arrivano di notte, vediamo i fari delle loro auto, sono soldati importanti e
uomini vecchi e grassi, puzzano di sudore, all’inizio ho provato a
ribellarmi, ma erano schiaffi e docce gelate.
Al pianterreno deve esserci qualcuno che lava, stira e cucina.
Da un po’ di settimane viene un ufficiale con l’autista ed auto
propria… viene solo da me ed è molto gentile, ho seguito i consigli della
rossa e lui mi tratta bene. Una sera che lui s’era addormentato ho sfilato la
pistola dal suo cinturone, in tasca ho trovato la chiave della porta. Ho
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aperto e sono uscita di corsa, sparando e correndo e correndo e sparando,
cercando la strada verso la montagna dove tramonta il sole».
--------- --- -------1946
Chiamata al telefono.
«Sono Mauro».
«Mauro chi?».
«Non ti ricordi? Vieni a trovarmi, abito a Porte. C’è Liuba con me e
ti nomina sempre. Da quando ha saputo che sei tornato dal lager insiste per
vederti».
Cento non poteva dimenticare Liuba, ma mai avrebb pensato di
rivederla
Andò quel sabato stesso, in bicicletta da quello studente intellettuale
aspirante politico che appariva sul campo un emaciato fallito.
Cento:
…aveva con sé Liuba, più matura, più bella, più gelida e con gli
stessi occhi di allora, che mi parlavano..“aiutami!”.
Cosa accadeva? Eravamo a tavola e stavamo cenando tranquilli con
polenta e rosmarino, nient’altro, ma l’urlo muto di Liuba non era per la
scarsità di cibo. Mauro, col suo ricco linguaggio da intellettuale parlava e
parlava, ma per me quello srotolare di parole era sempre come allora
soltanto rumore.
«…la nostra meravigliosa vita da bohemiennes…».
Parole, parole, parole.
«Lei ha bisogno di te, sai?».
Parole, parole, parole.
«Perché non vieni ad abitare con noi?».
Hai!.. La mia vita da reduce era diventata quella di operaio e
studente serale, la busta paga cosa utile ma in Liuba leggevo qualcosa di
indecifrabile e lontano.
«Liuba, perché vuoi sapere del mio lager? Non voglio parlarne,
sai?».
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Ed ecco i suoi occhi di sempre, come allora esprimono più della
voce, il segno del dolore, dell’offesa. Adesso, lo capisco bene: è lo stesso
dei miei occhi.
«Mauro, devo parlare a Liuba».
«Dai, parla, siamo tra amici».
«No. Non vedi? Ha ancora il lager dentro ..vuole parlare cn me .. da
soli, facciamo due passi fuori, permetti?».
«Lascia dentro la bici».
…Non avevo ancora capito perché lo disse ..cosa stava pensando?.
Seduti sull’erba come fosse quel ieri lontano, Liuba racconta
un’altra tragedia: presa anche lei nella rete del grande rastrellamento
divenne prigioniera e finita in lager come tanti , l’occhio nazista l’aveva
valutata come un buon pezzo di carne, ed inviata in un ‘casa ‘ , il ripetersi
feroce della sua stessa storia.
Certe situazioni bisogna averle vissute per capirle, e ancora non
basta, e ti chiedi qual è il Dio che assiste i malvagi quando sono crudeli coi
buoni.
In ginocchio Cento l’abbraccia stretta:
« Daii!! utti dobbiamo uscirne, non sei la sola, dimentica, dov’è il
soldato che m’ha aiutato a fermare un treno?».
«Mio caro Cento, non posso, le altre sì possono, sono protette, ma io
sono straniera, quei medesimi prominent(*) mi fanno paura
Non ne vedo la ragione, nessuno è più interessato a sollevare quella
storia.
Cento pensa sia Mauro che l’ha plagiata e terrorizzata per diventarne
il padrone? E Liuba pare gli legga nel pemsiero,:
“ sai? Mauro mi porta in camera degli amici…”
/ ed in Cento l’ira schiocca come una frustata e diventa azione:
subito la bicicletta potrei abbandonarla, ma è nuova mi è costata
cinquecento lire a rate.. d’altronde è l’unico mezzo per portarla via , Lei
porta solo un golfino sul vestito e ciabatte ai piedi, sarebbe utile
procurare il suo bagaglio, kribbio! con troppi pensieri insieme è tutto un
casino, ebbi poco tempo e cose malfatte :
“aspetta qui”
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Rientra in casa, Mauro ha spostato la bici in fondo alla sala ed a
gambe larghe che gli si poggia sopra. Gli occhi negli occhi, il soldato
legge che è proprio lui il traditore, non un intellettuale fallito ma un
magnaccia di merda e gli invia lo scarpone da montagna dove ricorderà
sempre, e mentre cade glie ne ficca un altro su un fianco.
Portando via Liuba così com’era, in quella stessa notte pedalando,
mi vidi nella cazzata piu grande che avessi mai fatto ..
quella donna s’è affidata a lui che non ha la minima idea di cosa
farne, vero che in guerra era stata forse il trancio di vita più importante
senza alcunchè di affettivo ..e uno dei pezzi più forti della sua storia ma
adesso vive con 4 familiari in una stanza e cucina, dove la mette? ..ed ecco
il peggio, una Jeep della ‘celere’ sta davanti casa.. quel porco di
Mauro ha sicuramente telefonato a qualcuno in alto :
“Ha rapito la mia donna con violenza e chissà di cos’altro l’accusa”
.. la paura ficca in testa a Cento una ridda di confusioni , la porto alla
stazione dei treni che dispone di una sala d’attesa di seconda classe dove di
notte vi si rifugiano i barboni e ubriachi buttati fuori da una porta ….
Trovano un posto per sedersi e lui le indico gente che s’è tolta le
scarpe nel sonno ..vestiti sparsi :
“ Stai calma prendi qualcosa per coprirti , poi via … qui è Porta
Nuova a due passi dalla casa/studio di Pietrala quel bravo comandante,
ricordi? Andiamo da lui a chiedere aiuto ./
……………….. ° ………………..
“ Antò hanno suonato”
annuncia la moglie di Pietrala e come d’uso va ad aprire senza
attendere risposta, lei, Laura dipinge per avere un rifugio mentale, quella
non è una casa d’abitazione né l’ufficio da commercialista :
“Pietrala & Co / Import – Export Agencie/
Dentro vi sono alcuni operai edili ed atri che fingono di esserlo/
..l’alloggio comprende tre camere da letto più l’ufficio uno studio d’arte i
servizi e il tutto distorto per l’ampio corridoio d’ingresso celato da un
paravento, ma che diventa tutt’uno con la realtà: uno stanzone palestra
situato sul fondo
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Laura malgrado sia notte introduce quei due sconosciuti, e poi subito
se ne va quando nota che Antonio li conosce
“Che cosa avete combinato? Vi cerca la pula dentro e fuori città”
“Sai? Liuba era da Mauro e../”
“ boja fauss laassa perde.. dai svelti dentro al mio ufficio e silenzio ..
non uscite, c’è un piccolo servizio dietro quella tenda , e nel frigo c’è cibo
se ne avete bisogno.. ma non fatevi vedere, .. ecco sofà e poltrone
arrangiatevi ..adesso ho degli allievi ..domani sento in giro poi ne
parliamo.” .
Sono stanchi .. avrebbero voluto raccontare bene la vicenda al
Comandante, sentire da lui…che cosa?, mah domani?.
Sono frastornati … sfiniti :
“Basta! Calma, siamo alla vecchia maniera da Pietrala è come una
base d’allora… come ad essere quei due che hanno fermato un treno, si
guardano un attimo negli occhi e,: “dai sistemiamoci ..” /
---------- --- ---------1944/ …avevano camminato tutto il giorno fuori da strade e sentieri,
girando lontano dalle case, chè il loro territorio era la montagna e qui in
pianura occhi spia potevano essere dovunque…era autunno e per il freddo
non bastando le coperte, passarono la notte immersi in quei mucchi di
foglie secce che i contadini raccolgono per l letto del bestiame. Il mattino
fu senza colazione, sotto quelle foglie i topi s’erano rosicchiato il loro pane
e cacio .. i resti facevano schifo.
Liuba si era avviata in esplorazione era tornata con pannocchie di
mais.. Cento la vide calma, determinata e creativa, ormai una persona
normale che preparava un pasto inventato sul momento…
La carica cava deve essere formata dentro un contenitore metallico
adatto, ma Cento non aveva trovato altro che una latta da conserva da due
litri , poi la balistite disponibile non era sufficiente e arrischiò
un’amalgama del po’ di tutto che aveva…
Per una sola rotaia è facile .. ma di giorno sembra niente solo a dirlo,
i crukki con la brigata nera pattugliano strade e ferrovie e Cento lavorò
praticamente sdraiato all’ombra di Liuba che con dei fagotti tentava di
formare una macchia innocente ..una donna che aspetta il treno?...
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“miccia accesa! Daii!” .. quella donna schizza via con un uomo
appresso .. ed una pattuglia lontana spara raffiche senza ma e senza
perché , cosi accadeva allora si uccideva per intuito ..
La detonazione della carica cava produce l’onda d’urto che sfonda, la
corazza di un carrarmato e la rotaia si spezzò correttamente, ma il boato si
prolungò per una fiammata imprevista, una palla rossa d’una dozzina di
metri che s’espanse e poi ridusse a poco a poco e distrusse tutto quanto di
organico v’era attorno .
Un avvenimento a sorpresa che ampliò l’allarme per la fermata del
treno’ un fatto d’arme piu serio del voluto.
Cento interrogato alla base ci pensò a lungo, suppose una perdita di
gas da qualche condotta lungo la ferrovia.. poi decise di doversi chiarire
qualcosa, aveva aver scoperto un’arma nuova, ma come? sicuramente in
quella miscela di poveri detonanti di ogni genere ve n’era qualcuna o
qualcosa che s’innescava con qualche microsecondo in ritardo e, creava
quel curioso e micidiale sbuffo di fuoco..e gli era andata bene, poteva
lasciarci la pelle//
---------- --- --------Dopo una prealba a mezzo riposo Pietrala accompagna Cento dalla
‘legge’ uno dei numerosi centri del dopoguerra dove gli interessi di alcuni
non devono disturbare gli altri: la pace da reintrodurre in società non è piu
semplice di un’altra qualsiasi battaglia: Mauro ha amici forti in politica:
“puzza ma sa troppe cose ed, è intoccabile / Pietrala è però sempre il
Capitano che protegge i suoi uomini; il piano predisposto invia i due
ragazzi al sicuro ed il resto è silenzio.
Liuba pensa a quei giorni e di come Cento da allora aveva guardato
Lei in modo diverso , non più da tutore ma con stima ed usava riguardi
particolari come in questo momento che si stende sul tappeto per lasciare a
Lei l’unico comodo sofà come posto per dormire, ma essa vi toglie i
cuscini e la coperta che poi acconcia per entrambi sul medesimo tappeto e
s’accosta con lui, che le da di spalle il piu lontano possibile,:
”Cento, vorrei tu mi tenessi con te per sempre..”
“ Si Liù dobbiamo stare insieme il Comandante ci organizza un
viaggio in Africa, è un posto sicuro..”
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“Com’è l’Africa, perché è sicura ?…e si avvicina passandogli un
braccio sotto un fianco, e l’altro sopra con la mano lievemente sul
veentre…./
“Si Liuba è tutto diverso ..”
“Ma è sicuro perché è diverso??
“ Si Liuba …non ci sono treni..” – si volta e l’abbraccia …si
abbracciano forte per la prima volta.
La guerra è finita comincia un futuro
---------- --- ---------Ibis redibis no morireis in bello
Circa un mese dopo si avviava all’aeroporto una coppia, l’aereo non
di linea trasportava casse pesanti e pochi passeggeri diretti in Angola , un
posto tranquillo. Tra questi un tal Pietro Rame che col passaporto italiano
esibiva : un titolo di scuola media superiore, tutti i ricordi di famiglia,
vecchie lettere , una sgualcita busta paga, la foto del nonno in divisa
militare , l’abbonamento scaduto alla biblioteca pubblica, un libretto della
cassa di risparmio ormai prosciugato. Lei moglie era Liuba Sdena,
possedeva solo i documenti rilasciati ai profughi dalmato-istriani.
----------------- -- --------------“I ventuno” era una associazione di ‘puri’ ispirati alla scoperta di
spie e traditori da denunciare al pubblico sdegno, una banda un po’
inventata alla maniera della Lubianka ed ufficialmente agenzia di servizi
sociali a norma “di Legge”, ovvero questa chiudesse un occhio di fronte ad
una frangia che s’offriva di sorvegliare oppure avviarsi nel buio di casi
insoluti, oppure provocarli secondo necessità ... nell’ambito della legge
appunto /.
Timot, il Caposquadra, aveva ricevuto per ordine superiore di
scoprire gli autori di un atto incendiario nella casa di tale Mauro Bianco,
archivista della loro propria Organizzazione, situato a Porte di Pinerolo …/
nessun vicino aveva notato estranei né sentito un botto, ma solo
improvviso uno strano fuoco, come un pallone rosso che gonfiava e
regrediva poi lentamente .. cosa fosse stato lo sapeva bene Mauro, ma
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all’istante stesso dimenticò di saperlo. Un attentato! E il danno provocato
da quella ‘cosa’ andò ben oltre l’effetto di una ‘molotof’: del retro del
giardino, con la stalla e carriaggi nonché della casa rimase nulla solo
laterizi anneriti, di un corpo umano, la forma in cenere nera sul
pavimento.
Di quell’archivio segreto poche parti metalliche del mobile.
(*) ………………………..
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