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- CEFALONIA: UN IMPLACABILE ATTO DI ACCUSA CONTRO I 'VERI' RESPONSABILI
-
di Massimo Filippini
Il giorno 3 dicembre si è svolta a Locri (RC) la presentazione del libro di Gianfranco Ianni
“Rapporto Cefalonia” relativo ai fatti avvenuti nell'isola ionica a Settembre 1943 che, organizzata
dalla famiglia del Martire di Cefalonia, ten. Giuseppe Albanese, ha visto la partecipazione oltre
all'Autore, dell'avv. Massimo Filippini orfano del magg. Federico Filippini -altro Martire di
Cefalonia- e del dr. Giuseppe (Pino) Russo nipote di Padre Romualdo Formato -Cappellano del 33°
rgt art. il quale, nel suo intervento sotto riportato, si è chiaramente espresso contro i responsabili
italiani che contribuirono in modo determinante al disastro avvenuto ostacolando le trattative con i
tedeschi compiute dal gen. Gandin allo scopo di salvaguardare i suoi Soldati o meglio quelli che
egli paternamente definiva i suoi 'figli di mamma'.
La lettura del suo interessante nonché commovente intervento pone fine alle speculazioni ed alle
tante 'appropriazioni indebite' compiute assai spesso da stonati cantori della vicenda in chiave
'resistenziale' nulla avente a che fare con essa.
Un sentito grazie a Giuseppe Russo con l'augurio di riascoltarlo presto in altri eventi..
(MF)
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Io sento anzitutto il dovere di ringraziare la famiglia Albanese che ha avuto la cortesia di invitarmi a questa
manifestazione da loro organizzata, per la presentazione del libro ‘Rapporto Cefalonia’, scritto dal dottor
Gianfranco Ianni.
La famiglia Albanese è stata informata che anche io, come loro, sono legato all’isola di Cefalonia perché, in
quella dannata occasione, sull’isola si trovava anche mio zio Romualdo Formato, Cappellano militare della
Divisione Acqui.
Grazie per questo gentile e gradito invito.
Avevo 15 anni quando ascoltai mio zio leggere le bozze del suo libro su Cefalonia.
Ed io piansi, piansi molto, piansi pregando per tutti i Caduti di Cefalonia.
Su quell’isola, che noi Italiani dovremmo considerare come un Santuario della Patria, avvenne la tragedia
che colpì tanto brutalmente anche l’ avvocato Filippini, al quale tolsero il padre, quando lui era ancora
bambino.
Tra quanti hanno scritto sulla tragedia di Cefalonia, per primo ho conosciuto lui e a lui mi legano, da anni,
sentimenti di stima e di amicizia.
Il dottor Ianni l’ho conosciuto proprio a Cefalonia, alcuni anni fa.
Ci incontrammo davanti al monumento ai Caduti della Divisione Acqui.
Già allora notai la passione con la quale portava avanti il suo grande, pesante e, a volte, ingrato lavoro che
richiedeva la tragedia di Cefalonia.
Mi accorsi subito che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda, nel ragionare dei fatti di Cefalonia.
E capii che la sua passione per Cefalonia era determinata soprattutto dall’amore per la Verità, troppo spesso
calpestata da parte di persone animate soltanto dal desiderio di colorare la tragedia di Cefalonia con colori
politici che nulla hanno a che fare con una così grande sciagura dell’umanità.
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Se c’è da piantare una bandiera a Cefalonia, questa deve essere la bandiera italiana e non una bandiera di
parte.
Per questa mia ferma convinzione, ci tengo a dire al dottor Ianni, che ho molto apprezzato il suo lavoro e che
mi ha colpito già dalla lettura del titolo del libro “Rapporto Cefalonia - Gli uomini della Divisione Acqui”.
Perché questo è il punto.
Uomini, non bestie da macello.
Dottor Ianni, Lei con questa sua opera ci aiuta a capire le storie di tanti “uomini”, di tanti ragazzi sacrificati
a Cefalonia, ed io la invito - come faccio anche con l’avvocato Filippini - a proseguire, con questo
sentimento, perché é necessario evitare e far evitare strumentalizzazioni politiche che non hanno niente a
che fare con i fatti di Cefalonia.
Lei ha inquadrato bene il problema.
Nessuno ha il diritto di dire menzogne su una simile tragedia.
Certamente causata dalla guerra ma, ancora più certamente, tragedia che riguarda tutta l’Umanità intera.
Leggendo il suo libro, noi uomini pensanti, ci dobbiamo interrogare per comprendere come mai siamo capaci
di trasformarci da persone pensanti in belve inferocite.
Dovremmo anche chiederci come si possa cercare di sfruttare una così grave tragedia per fini personali
Penso soprattutto ad un certo Apollonio e ad un certo Pampaloni che non erano alla Casetta rossa e si
ritenevano i veri Eroi di Cefalonia.
Loro due tacciarono di incapacità il Comandante della Divisione Acqui, il Generale Gandin, perché non
aveva attaccato subito i Tedeschi.
Consentitemi una riflessione che può sembrare puerile.
La guerra è da deprecare. Sempre.
Però io sono convinto che se un Paese entra in guerra, lo fa perché pensa di vincerla.
Quando capiscono che stanno per vincere gli avversari, si arrende, ed evita l’inutile morte di altri suoi
soldati.
Mi chiedo: Come doveva comportarsi Il Generale Gandin che comandava la Divisione Acqui, quando
Vittorio Emanuele terzo e Badoglio firmarono l’armistizio e scapparono da Roma abbandonando al suo
destino la Divisione Acqui senza ordini precisi?
E solo più tardi comunicarono l’ordine di combattere, e solo più tardi dichiararono guerra ai Tedeschi!
Come doveva comportarsi il generale Gandin che, pù di tutti, aveva una visione completa della situazione
della sua Divisione Acqui a Cefalonia?
Non so voi come rispondereste a questa domanda, ma io risponderei che il Generale Gandin, in mancanza di
ordini precisi, consapevole che non poteva vincere contro i Tedeschi, doveva far di tutto per evitare la morte
dei suoi soldati.
Come avevano fatto con la firma dell’armistizio il Re e Badoglio.
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A questo pensava il Generale Gandin, quando riunì i Cappellani militari per sentire, anche da loro, quale era
lo stato d’animo dei suoi soldati e confessò la sua angoscia dicendo: “Mi sento responsabile della sorte di
11.000 figli di mamma!”
Apollonio e Pampaloni furono gli agitatori della truppa e spararono per primi sui Tedeschi contro gli ordini
del Generale.
E fu la fine delle trattative tra il Generale Gandin e i Comandanti tedeschi.
E fu la guerra.
E fu la sconfitta.
E fu la morte di tanti figli di mamma.
Ed alcuni tacciano il Generale Gandin di tradimento.
Ed alcuni ritengono che eroi di Cefalonia debbano essere considerati Apollonio e Pampaloni.
Dico di quel tale Apollonio che si presentò in casa nostra a Savignano irpino in Provincia di Avellino, dove
c’era mio zio, per spingerlo ad appoggiarlo nell’arrampicata verso l’apice dell’Esercito italiano e, addirittura,
verso l’ottenimento della medaglia d’oro, calpestando la verità sulla tragedia di Cefalonia.
Dico di quel tale Apollonio che, insoddisfatto di quanto affermava zio Romualdo, cercò di convincerlo,
tirando fuori una pistola e appoggiandola sul tavolo.
Eppure, nel suo libro su Cefalonia, mio zio continua a rivolgersi a tutti i superstiti di quella sciagura,
invitandoli ad un comportamento cristiano di pace e di perdono.
Affermava “Soltanto se permeati da sentimenti di perdono e di amore, la gloriosa vicenda della Divisione
Acqui a Cefalonia avrà un perenne altissimo significato nella storia della Patria”.
Però, in altra parte del suo libro, scrive:
“Ciò non vuol dire che la giustizia - la sana giustizia - non debba fare il suo corso, e che i criminali che
hanno comandato o eseguito l’eccidio di Cefalonia, non possano essere puniti.”
Io aggiungerei, a dire il vero, che tra i suddetti criminali, dovrebbero essere inclusi anche quegli Ufficiali
della Divisione Acqui che provocarono una inutile e sanguinosa battaglia, persa in partenza.
Considero le parole di mio zio come un invito per una seria richiesta di cercare la verità, come ha fatto il
dottor Ianni e come, da anni, va facendo l’avvocato Filippini.
Se si riesce a comprendere le cause di una così inutile strage di tanti figli di mamma, non si può apprezzare
chi vorrebbe trasformare questo tragico evento come il primo atto della Resistenza.
A Cefalonia fu guerra stupida ed inutile.
Dov’è la RESISTENZA?
Chi sono gli EROI?
Per me EROE è colui che rischia la propria vita per salvare la vita di qualche altra persona.
Non è EROE chi spinge una persona ad andare a morire stupidamente anche se in sua compagnia.
Accennando un attimo a mio zio, amo dire che era un Sacerdote e mai dimenticò i suoi doveri di Ministro di
Dio.
Egli era consapevole che doveva essere fucilato come tutti gli altri Ufficiali.
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Con questo stato d’animo, stette alla Casetta rossa per 4 o 5 ore, in attesa della morte e, nello stesso tempo,
confortò e rafforzò nella fede i morituri.
E alla fine, dopo l’ultima richiesta di grazia, rivolta ai Tedeschi da zio Romualdo, si misero tutti in ginocchio,
a pregare la Madre di Dio: Prega per noi peccatori.
Dopo oltre mezz’ora di angoscia, giunse un Ufficiale tedesco e comunicò ‘Il Comando tedesco concede la
vita a quelli che sono qui presenti’.
Dei circa 200 Ufficiali presenti la mattina, ne rimasero 37, compreso mio zio.
Tra loro c’era il Capitano Ermanno Bronzini che, in occasione di una manifestazione in ricordo di zio
Romualdo, scrisse :
“Il buon Padre Formato ci apparve subito come nostra seconda madre e come tale noi che gli siamo
debitori della vita, da allora lo abbiamo amato e ne veneriamo adesso la memoria”.
Queste parole sono il più alto riconoscimento che potesse essere rivolto a Padre Romualdo Formato.
Eventuali insulti, provenienti da parte di chi non accetta la verità, si rivolteranno su tutti coloro che hanno
cercato o cercano di sfruttare la tragedia di Cefalonia per meschini motivi personali, che nulla hanno a che
fare con la tragedia di Cefalonia.
Giuseppe (Pino) Russo
nipote di Padre Romualdo Formato Cappellano Nilitare del 33° rgt art a Cefalonia nel 1943
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