Magari domani lo faccio

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Magari domani lo faccio
Eleonora Rango
MAGARI
DOMANI LO FACCIO
www.0111edizioni.com
www.0111edizioni.com
www.ilclubdeilettori.com
MAGARI DOMANI LO FACCIO
Copyright © 2011
Zerounoundici Edizioni
Copyright © 2011 Eleonora Rango
ISBN: 978-88-6578-045-5
In copertina:
Immagine fornita dall’Autore
“I wanna a breeze and an open
mind
I wanna swim in the ocean,
wanna take my time for me, it's all
free
So maybe tomorrow I'll find my
way home”
Stereophonics - Maybe Tomorrow
“Life has a funny way of sneaking
up on you
Life has a funny, funny way
of helping you outHelping you
out”
Alanis Morissette - Ironic
CAPITOLO 1
Il primo lunedì mattina di settembre,
le vacanze appena trascorse, Irene sta
tornando al lavoro senza nessuna voglia di rimettere mano alle sue scartoffie, tra partite doppie, bilanci
d’esercizio e fonti di finanziamento.
Seduta sull’autobus che la sta portando in ufficio, si chiede cosa diavolo
stia facendo lì. Come ha potuto sprecare tanto tempo in studi di cui in realtà non le importava niente?
Guarda distrattamente dal finestrino.
Sì, si sente decisamente fuori luogo.
Le porte si aprono, e con uno slancio
dettato
dall’abitudine
scende
dall’autobus. Pochi passi ed è arrivata.
Studio del Professor Agostino De Angelis, Dottore Commercialista. Un
uomo impareggiabile. Professionista
stimato, campione nell’arte di delegare ai suoi dipendenti, catalizzatore di
attenzioni in ogni tipo di conversazione. Praticamente parla solo lui. Ferratissimo in qualsiasi argomento, lettore
di una quantità infinita di giornali, riviste di settore, romanzi, classici greci
e latini. Nel suo studio c’è un continuo turn-over di giovani laureati in
economia e commercio dalle brillanti
speranze. Forgia i migliori commercialisti della provincia. Un capo che
pretende moltissimo, ma questo è lo
scotto da pagare per poter scrivere nel
curriculum che si è lavorato per lui.
Un valore aggiunto di non poco conto.
Irene gode di tale privilegio, e non
gliene può fregare di meno.
I suoi colleghi: Marinella, Giovanna e
Davide.
Marinella ha la solita espressione insoddisfatta e stanca, Giovanna è più in
forma che mai e Davide si sta preparando per uscire. Il grande capo fortunatamente non è ancora arrivato. Dopo due settimane che non lo vedono,
toccherà sorbirlo per tutta la mattinata
mentre racconta la sua mirabolante
estate e si informa su quella dei suoi
dipendenti. Sottoporrà senz’altro astu-
te domande che hanno un unico scopo: sottolineare che le loro vacanze, a
confronto delle sue, fanno schifo.
Irene non fa in tempo a sedersi che
Marinella è già accanto alla sua scrivania.
«Allora? Tutto bene?»
«Non ci lamentiamo, grazie» risponde
laconica, vorrebbe chiudere presto la
conversazione.
Marinella è una che se attacca bottone, non la smette più. Ci vuole
un’ottima disposizione d’animo per
stare ad ascoltarla: la nonna che soffre
di cuore e sono due anni che se ne
preannuncia la morte, il padre che ha
avuto l’ennesima crisi d’asma ma fuma come un turco e non c’è verso di
convincerlo a smettere, la mamma che
ha l’esaurimento nervoso e litiga con
la zia, che tra le altre cose è una grandissima stronza, perché quando il
nonno è morto ha fatto non si sa quali
raggiri per fregarsi diecimila euro
dall’eredità. Senza contare che il carissimo defunto stava a casa con loro,
e doveva andarci lei nello stesso bagno in cui lui aveva schizzato la tavo-
letta. E la cosa che più le rode di tutta
la storia è che quei diecimila euro sono finiti dritti filati nell’acquisto della
macchina della cugina, mentre lei ancora divide la sua con la madre.
Quel giorno Marinella è appena partita con un racconto sulla sua vacanza a
Formentera, le spiagge fantastiche, il
clima magnifico, il pesce fresco tutte
le sere, anche se purtroppo il troppo
sole le ha fatto venire un eritema. E
mentre è lì che sta per abbassarsi la
maglietta sulle spalle, Irene infila una
mano nella borsa e accende il cellulare. Spera ardentemente che qualcuno
la chiami. E le sue preghiere vengono
esaudite: dopo trenta secondi arriva il
desiderato trillo.
«Scusami un momento.»
Sms ore 09:07
DA: Fabio
“Buongiorno carissima! Come è iniziato il primo giorno di lavoro? Andrò
a pranzo con Francesco, ci vediamo
stasera a casa. Il pane lo prendo io.
Un bacio stella”
«È una cosa importante, esco un attimo che devo chiamare casa.»
Afferra sigarette e accendino, e si dirige verso l’uscita.
Aria, ha bisogno di aria.
Sms ore 09:17
A: Fabio
“Per ora ti dico solo che mi hai salvato da una chiacchierata con Marinella! Ti spiegherò.:-) Ok per il pane…
salutami Fra! Bacio”
Cerca di placare la sua inquietudine
aspirando lunghe boccate di fumo e
intanto chiama Laura per chiederle se
ha voglia di andare a pranzo con lei.
«Ok, passo a prenderti in ufficio.»
Nel frattempo ha finito la sua sigaretta. Fa rotolare il filtro lungo il pollice
e con una schicchera prova a centrare
l’anfora dell’ingresso. Il mozzicone
va a sbattere contro la parete bianca
lasciando una lunga striscia di cenere,
e Irene ha l’ulteriore conferma che
quella è davvero una giornata storta.
CAPITOLO 2
Dall’altra parte della città Stefania si è
tirata su dal letto con una irrefrenabile
voglia di andare in ufficio.
Ancora due gocce di profumo sui polsi ed è pronta a iniziare la sua magnifica giornata.
Sono quindici giorni che non vede Nicola. L’uomo dei suoi sogni: affascinante,
intelligente,
carismatico,
l’unico che l’abbia distolta dal pensiero fisso della carriera. Nicola è il suo
capo, e sua moglie è bellissima.
Stefania ha trascorso le vacanze a casa
in attesa di questo momento. Ha preferito non partire, sperava di riuscire a
vederlo anche solo per qualche ora,
ma le sue aspettative sono state deluse: la famiglia di Nicola reclamava
attenzioni.
Così una mattina, ora se ne vergogna
terribilmente, era andata a fare jogging davanti a casa sua. Voleva solo
dare una sbirciatina, si era detta, non
aveva intenzione di fermarsi a spiarlo.
Ma una volta arrivata, la tentazione
era stata troppo forte. Si era appostata
dietro alla rete di recinzione della villetta.
Solo un minuto, giusto un’occhiata e
me ne vado.
Invece era rimasta nascosta come un
detective di quart’ordine per tre quarti
d’ora. Per prima era uscita la moglie,
preparava il tavolo per la colazione in
terrazza come nelle pubblicità del mulino bianco, già vestita e truccata di
tutto punto. Una donna da spot, appunto. Poi era apparso Nicola. Bello
come il sole, aveva abbracciato la
moglie e si era seduto con lei a mangiare. Sembravano due fidanzati alla
loro prima vacanza.
Si era allontanata a passo di lumaca,
non aveva più voglia di correre. Ma
non si sentiva ancora sconfitta.
Sta recitando la parte del marito affettuoso. Nicola quando è con lei finge. Per lui è uno sforzo terribile, me
lo ha detto mille volte, non devo preoccuparmi.
Non doveva preoccuparsi, continuava
a ripeterselo. Intanto piangeva.
La sua estate era stata scandita dalle
corse la mattina, filmetti mielosi trasmessi in televisione nel primo pomeriggio e le letture in giardino dopo cena, mentre le zanzare si divertivano a
divorarla. Fingeva di stare bene, non
c’era niente che non andava e lei non
doveva preoccuparsi. Se la tristezza
prendeva il sopravvento, continuava a
ripetersi discorsi che ormai aveva imparato a memoria.
Era stanca delle sue stupide ambizioni, stanca di spremersi come un limone, di pretendere sempre di più da se
stessa e di vivere con l’eterna paura di
perdere. Voleva un po’ di serenità.
Voleva non pensare. Voleva che qualcuno badasse a lei. Come da bambina,
quando non sapeva niente della vita,
dell’amore, delle responsabilità, del
denaro, del lavoro, della morte, della
nostalgia, dei sensi di colpa, delle
scelte sbagliate.
La stessa litania ogni volta, la recitava
come un mantra. Una difesa che a ogni attacco diventava sempre più for-
te. Se c’era una falla, subito la individuava e immediatamente provvedeva
a riempirla con il cemento armato.
Oggi finalmente lo rivedrà.
Ancora prova a credere in quella storia, ancora spera. Stefania è così: obiettivo, impegno, risultato raggiunto.
Con
il
risveglio
è
tornata
quell’eccitazione mista ad ansia che
tanto le mancava. La fa sentire viva.
Appoggia la boccetta di profumo sulla
mensola del bagno e si guarda allo
specchio. Ha paura che un giorno o
l’altro andrà letteralmente via di testa.
Si punta contro il dito medio.
«Vaffanculo!»
Forse non è poi così magnifica questa
magnifica giornata.
CAPITOLO 3
Il suo risveglio, di buon’ora, è privo
di emozioni. Non ha né un lavoro da
detestare, né un uomo da desiderare,
nessun amplesso da ricordare.
A movimentare la giornata fortunatamente è arrivata una chiamata di Irene
per un invito a pranzo e un messaggio
di Martina che le riferiva di Andrea, la
sua ultima conquista.
Laura ha già tirato giù le tende, le ha
lavate e riappese, ha pulito le serrande
e sta terminando di passare lo straccio
sul balcone. La fronte sudata e le mascelle che continuano a serrarsi masticando il niente a causa dello stress. Il
dentista l’ha costretta a mettere un apparecchio di notte, per evitare che i
suoi denti si grattugino come formaggio.
Prima di mettersi a letto infila in bocca quel coso trasparente e sembra un
pugile che sta per salire sul ring. Pec-
cato che quasi mai ci sia qualcuno da
combattere. Giovanni a volte non rincasa neppure, e comunque torna tardissimo, sembra quasi che voglia evitarla.
Si sono conosciuti quattro anni fa.
Laura faceva pratica forense nello
studio legale in cui Giovanni era socio. Prima ancora che lei concludesse
il primo anno di praticantato erano già
sposati.
Giovanni è più vecchio di lei di quindici anni, anche per questo motivo
hanno deciso di accelerare i tempi.
Lei avrebbe voluto subito un figlio,
che purtroppo non è arrivato. Hanno
fatto alcune analisi, e il problema è
risultato essere di Giovanni. Il medico
ha detto che si potrebbe provare con
un piccolo intervento chirurgico, o al
limite tentare una inseminazione in
vitro.
Lui non ne ha mai voluto sapere.
«Se questo è il nostro destino, dobbiamo accettarlo.»
Così ha sentenziato a chiusura del discorso, e non ha più voluto parlarne.
Laura ancora non l’ha accettato. Evita
di insistere sull’argomento, immagina
che per Giovanni non sia stato facile
digerire la diagnosi. Sarebbe stato
meglio se a risultare sterile fosse stata
lei.
Rilegge il messaggio di Martina.
Le loro esistenze sono agli antipodi,
non riuscirebbe mai a vivere come lei,
e forse proprio per questo l’amica le
piace tanto.
Senza una certezza, un punto fermo,
ogni giorno diverso dall’altro. Laura
si incanta quando Marti le racconta le
sue avventure e pensa che vorrebbe
tanto avere la sua stessa leggerezza.
Se ne frega di tutto, dipende esclusivamente da se stessa e non deve rendere conto di nulla a nessuno.
Laura invece è circondata da una corte
di giudici: sua madre, suo fratello, suo
padre, Giovanni e infine il più implacabile di tutti, se stessa.
Il display del cellulare la avvisa che è
tardi: ha ancora un sacco di cose da
fare, e prima di andare a pranzo con
Irene deve passare da sua madre. La
signora Patrizia detesta i ritardi e Laura detesta farla arrabbiare.
CAPITOLO 4
«Buongiorno a tutti!»
Stefania entra in ufficio e cerca di
cominciare la giornata nel migliore
dei modi. Le risponde solo Margherita, la nuova stagista. Sta sempre sulle
sue e non parla mai con nessuno. In
compenso saluta. Gli altri non sembrano molto allegri, il primo giorno di
lavoro è traumatico per tutti.
Immediatamente dopo guarda dentro
all’ufficio di Nicola, muore dalla voglia di incontrarlo. Da quella sbirciatina riesce solo a vedere metà della
sua faccia, sta ridendo. Evidentemente
è insieme a qualcuno, ma non riesce a
capire chi sia. Va ad appendere la
giacca e prova di nuovo a buttare
l’occhio. Stefi ancora prova a crederci, spera che non appena lui si accorgerà che lei è lì, la chiamerà nel suo
ufficio con una scusa qualsiasi. Sono
due settimane che non si vedono…
Si siede alla scrivania, preme il tasto
di accensione del pc e mentre aspetta
che tutte le applicazioni siano cariche,
accavalla le gambe. Il suo piede continua ad agitarsi su e giù in un movimento incontrollato. È nervosa.
Con chi diavolo parla? Non sarà mica
una donna? Con quel sorriso smargiasso incanta tutte.
Gloria non è alla sua scrivania. La
classica segretaria tutta occhioni che
ammiccano e sorrisini mielosi. Di
quelle che buttano l’intero stipendio
in borse, scarpe, vestiti ed estetista.
Stefania la odia. Non può sopportare
il pensiero che Nicola sia con lei.
Si alza in piedi, va verso la macchinetta del caffè passando di nuovo davanti alla porta. Non riesce a vedere
niente.
Lui continua a parlare a bassa voce, e
ride, e parla, e ride, poi chiude la porta.
No, sta troppo male. Deve per forza
entrare in quella stanza.
Prepara un caffè, fa un lungo respiro,
e bussa.
«Avanti…»
«Ciao Nicola… volevo salutarti e…»
Una ragazza stupenda è seduta su una
sedia di fianco alla sua, stanno guardando qualcosa al computer.
«Ciao, capiti a proposito. Volevo presentarti Sabrina, sostituirà Gloria. Non
so se te lo hanno già detto, ma si è
dimessa.»
Di male in peggio. La tipa si alza.
Uno schianto, un metro e settantacinque di forme fantastiche, lunghi capelli neri e un sorriso a settantadue denti.
Porge la mano a Stefania mentre Nicola elenca le sue infinite qualità,
l’enorme
fortuna
che
hanno
nell’averla in squadra e il fatto che
l’azienda punta molto su di lei. Una
così più che sostituire Gloria potrebbe
sostituire lui. O Stefi.
Cazzo!
«Piacere di conoscerti.»
È l’unica cosa che riesce a dire. Sta
per girare i tacchi e andarsene quando
si accorge di avere il bicchiere con il
caffè ancora in mano.
Lo posa sulla scrivania.
«Ti ho portato il caffè.»
Nicola la ringrazia senza neanche
guardarla.
«Portane un altro per Sabrina. Dovrò
annoiarla ancora per un bel po’ di
tempo con le mie chiacchiere.»
Si volta verso di lei e le sorride educatamente. Stefania resta in piedi impalata, immobile di fronte alla scrivania
come un’ebete. Avrebbe voglia di riprendersi il caffè e buttarglielo in faccia, andare a recuperare la sua giacca
e uscirsene sbattendo la porta.
Potrebbe andarsene a passeggiare sul
mare. Provare a credere che merita di
più, che non era questo che si aspettava, ricordare tutto il tempo che ha sudato per raggiungere i suoi obiettivi.
Rimboccarsi le maniche per cominciare a ricostruire la sua vita.
Ma l’unica cosa che riesce a fare è
abbassare lo sguardo per nascondere
gli occhi pieni di lacrime.
CAPITOLO 5
L’odore di casa propria. Inconfondibile.
Laura è appena entrata in casa sua, casa di sua madre.
Che fatica dirlo.
Tre anni che si è sposata e ancora
considera quella la sua casa.
La cucina è già satura degli odori del
pranzo: pasta al sugo, spezzatino con
patate, torta di mele. Può riconoscere
il profumo di ogni ingrediente.
La sua vecchia cameretta con le pareti
rosa è rimasta come l’ha lasciata: i peluche sul letto e il poster dei Take
That
dietro
allo
sportello
dell’armadio; il piumone bianco
d’inverno e il copriletto a fiori
d’estate. Lo scendiletto peloso per terra e la foto del primo giorno di scuola
sul comodino.
Tutto immutato da vent’anni.
«Lauretta vuoi fermarti a pranzo con
noi?»
«No, grazie mamma! Vado, ho appuntamento con Irene.»
«Tesoro, ma perché non resti? Giovanni è contento che te ne vai a spasso
con le amiche quando lui non c’è?
Non sta bene che due ragazze pranzino in giro da sole, e poi, figlia mia, sei
anche sposata! Per le tue amiche è diverso, sono tutte singol!».
«Mamma, Irene convive.»
«E non è la stessa cosa? Non ha mica
un marito a cui rendere conto! Sta solo con uno che l’aiuta a pagare
l’affitto!»
«Irene non paga l’affitto. Lei e Fabio
hanno un mutuo. Sono una famiglia,
non due persone che dividono le bollette.»
«E vabbè! Fa lo stesso. Comunque Irene è una donna che lavora, lei può
andare a pranzo dove le pare. Tu stai a
casa tesoro mio, sai quanto è importante in famiglia che la donna…»
«Ti prego mamma. Ho ventotto anni.
E poi lo sai che Giovanni non torne-
rebbe a casa comunque, ha molto da
fare.»
Prende la borsa dal divano e va verso
la porta.
«Fai come ti pare, potresti comunque
impegnarti a far andare le cose in
un’altra direzione, poi non lamentarti
con la storia dei bambini e…»
Con un bacio di saluto la zittisce.
«Ciao Mamma! Ci sentiamo domani.»
In sala c’è ancora una vetrinetta con
tutte le coppe vinte durante le gare di
pattinaggio artistico; nel corridoio una
foto formato poster di Laura con tocco
e toga il giorno della sua laurea e, sulla parete opposta, una gigantografia
raffigurante lei e Giovanni il giorno
del loro matrimonio.
Una figlia modello, Laura. Tranne che
adesso i nipotini non arrivano. E se i
meriti sono suoi, le colpe non possono
essere da meno.
Tutti in casa sanno che è Giovanni a
non poter avere bambini, ma sua madre, senza troppi giri di parole, continua a sostenere che se lui non ne vuole sapere di trovare una soluzione la
colpa è solo sua, che negli ultimi tempi è cambiata e invece di crescere, va
all’indietro come i gamberi. Dovrebbe
mettere la testa a posto, non può più
permettersi le uscite da ragazzina come quando andava l’università. Per
non parlare delle amicizie che non sono mai andate bene. Le sue amiche
erano sempre la causa delle “strane
idee che si metteva in testa”. Qualsiasi
cosa, dal desiderio di avere jeans firmati, a una risposta data di traverso a
quindici anni.
Pensa che Laura si lascerebbe condizionare da chiunque, quando in realtà
l’unica persona che ha sempre ascoltato è lei.
Giovanni è invece l’intoccabile. Un
santo. Ogni volta che vanno a pranzo
dai suoi, si ripetono le solite scene che
rasentano il ridicolo. La signora Patrizia ci tiene che tutto sia perfetto, prepara pranzi degni di una tavola reale,
e davanti al genero si atteggia pateticamente a donna sofisticata, nonostante una volta sì, e l’altra pure, sbagli i congiuntivi.
Apre il portone, tre scalini ed è nel
piazzale. Aria, ha bisogno d’aria. La
giornata è stupenda. C’è un sole meraviglioso. Prima non ci aveva fatto
caso.
Tra poco passerà a prendere Irene.
CAPITOLO 6
Martina si siede sul letto a gambe incrociate, fa qualche circonduzione col
collo. Da destra a sinistra, poi ricomincia dall’altra parte.
Maledetta cervicale.
Vorrebbe dormire tutto il giorno ma è
già quasi l’una. Si sdraia di nuovo
seppellendo la testa sotto il cuscino.
Prova a riacciuffare gli ultimi ricordi
della notte: sesso con Andrea.
Simpatico Andrea.
Era un po’ che gli stava dietro e alla
fine ha fatto centro. Come sempre
Cazzo, è tardi.
Di scatto tira fuori la testa dal cuscino
e scende dal letto.
Ci sono dei jeans e una canottiera nera
appoggiati sulla sedia di fronte alla
scrivania, li indossava ieri sera, un paio di sandali è di fianco all’armadio.
Decine di foto sono attaccate confusamente sulla parete alle spalle del let-
to. Foto di lei che sorride, le sue amiche, le vacanze, foto al lavoro. Le conosce a memoria, a occhi chiusi potrebbe ricordare facilmente l’ordine in
cui sono disposte. Al centro ce n’è
una di lei da bambina con mamma e
papà; a destra quella del loro matrimonio mentre si baciano fuori dalla
chiesa. Sopra c’è una foto con Laura,
Stefania e Irene sedute sul divano, Irene ha un’espressione intontita e indica di fronte a sé, Stefania ha gli occhi chiusi e Laura sta guardando Martina che corre verso di loro.
L’autoscatto aveva immortalato la
scena prima che lei riuscisse a raggiungere il divano. Irene continuava a
dire che la foto era già stata scattata,
ma nessuna le voleva credere. È
l’unica rimasta del suo ventesimo
compleanno: una festa memorabile.
Il cane è sulla sua poltrona che la
guarda assonnato, Mino si dev’essere
svegliato anche lui di malavoglia.
Martina indossa canotta e minigonna
svolazzante, infila i suoi occhiali da
sole, prende il guinzaglio e senza neanche lavarsi la faccia, lo porta fuori.
«Corri Mino! Corri corri corri!»
La scena si ripete ogni giorno, la gara
è a chi arriva primo in fondo alle scale. Il gioco è tutto nell’ostacolare Mino e riuscire a tenerlo dietro, se invece
riesce a superarla, inizia a correre come un forsennato e a quel punto vince
lui.
Prima di aprire il portone Martina gli
mette sempre il guinzaglio, altrimenti
continuerebbe a correre col rischio di
finire sotto una macchina.
«Accidenti no! Bestiaccia ti acchiappo!»
L’ha superata. Sta per saltare gli ultimi due scalini. C’è solo l’atrio
dell’ingresso che la separa da Mino. È
smanioso di uscire, sta seduto su due
zampe e graffia il portone con le altre
due. Ma in quel momento, attraverso i
vetri smerigliati, Martina vede qualcuno che dall’esterno sta per aprirlo.
Posso arrivare prima che riesca ad
aprire.
Scende gli ultimi scalini e si avventa
sul portone.
«Mino Mino Mi… nooo!»
È troppo tardi. Travolgendo il tizio
che ha malauguratamente aperto il
portone prima che lei potesse mettere
il guinzaglio al cane, corre come una
matta verso il cancello esterno, ma
quel bastardo è talmente nano che si
infila tra una sbarra e l’altra.
Scavalca la recinzione incurante della
gonnellina da tennista che indossa.
Dopo una corsa sul marciapiede Mino
ha già svoltato l’angolo. È accaduto
un’altra volta, ed è tornato dopo poco
tempo. Però Martina ha sempre paura
che possa finire sotto a una macchina.
«Che deficiente!»
«Scusami, non l’ho fatto apposta…
non mi ero accorto del cane.»
Dietro di lei c’è l’inquilino del secondo piano che è accorso a darle una
mano. Si è trasferito da poco nel palazzo, non sa neppure come si chiama.
«Non preoccuparti, non ce l’avevo
con te! È che quando facciamo quel
gioco sulle scale lui non ascolta più
e… lasciamo perdere. Non preoccuparti, davvero.»
Il tipo indossa un completo di lino
marrone e una camicia bianca, nono-
stante il caldo. Infatti ha la fronte sudata.
Martina si rende conto che dopo questo discorso può tranquillamente pensare che sia una pazza: parla del suo
cane come se fosse un essere pensante.
«Mi dispiace comunque. Se vuoi ti aiuto a cercarlo.»
«No, ti ringrazio. Non ascolta nessuno
tranne me. Anche se lo trovassi, non
riusciresti a prenderlo. Penso che farò
un giro qua intorno… anzi, hai per caso una sigaretta?»
Lui si batte una mano sul petto e sulle
varie tasche del vestito. Alla fine le
trova e le porge anche l’accendino.
«Non appena lo trovi fammi sapere
qualcosa… ci tengo.»
«Volentieri, ma… come ti avverto?»
Martina finge spudoratamente di non
sapere chi sia. Non si sono mai presentati, è vero, ma è fico abbastanza
da essersi fatto notare in altre situazioni.
«Scusami! Mi chiamo Gabriele, abitiamo nello stesso palazzo. Sto pro-
prio sotto il tuo appartamento. Pensavo lo sapessi.»
Infatti lo sapevo.
«Piacere Gabriele, io sono Martina.»
«Allora aspetto che passi da me… col
cagnolino ovviamente!»
Martina rimane a guardarlo mentre lui
si dirige verso il cancello di casa. Tira
una lunga boccata, noncurante del fatto che quella sigaretta a digiuno sarà
la causa di un’acidità di stomaco che
la accompagnerà per tutta la giornata.
Se acchiappa Minuccio, questa volta
lo concia per le feste.
CAPITOLO 7
Sms ore 12:55
DA: Laura
“tra 5 min sono lì!;-*”
In un nanosecondo Irene è in piedi,
prende la giacca saluta tutti ed è già
fuori.
È una bellissima giornata. Mentre aspetta Laura sulla soglia dell’ufficio
vede avvicinarsi il suo capo con la figlia. La prediletta Diletta. L’amore di
papà. Ha la sua stessa età, come lei ha
una laurea in economia e commercio,
punteggio centodieci e lode. L’unica
differenza è che l’ha presa in
un’università americana, e adesso lavora come giornalista per una rivista
economica. Noblesse oblige.
Pensava di averla scampata. De Angelis non s’era visto per tutta la mattina.
Neanche una telefonata. Troppo bello
per essere vero.
Quando sono a pochi passi da lei, sente il dottor De Angelis recitare versi
danteschi. Diletta lo guarda ammaliata.
Molto tempo prima, era ancora alle
medie, doveva imparare San Martino
per il giorno seguente. Quel pomeriggio aveva appuntamento dal dentista,
la stava accompagnando suo padre. In
macchina aveva provato a studiare,
ma a causa del mal d’auto non riusciva a continuare. Il suo babbo aveva
iniziato a ripetere i versi con lei: San
Martino era l’unica poesia che suo
padre sapesse. La poesia più conosciuta dagli italiani dopo Mattina, anche se spesso, come in questo caso, il
merito era di Fiorello e non di Carducci.
Quella era stata l’unica volta in cui lei
e suo padre avevano “discusso” di poesia.
«Buongiorno dottore, ciao Diletta!»
«Salve Irene, come andiamo? Trascorse bene le vacanze?»
Stava andando uno schifo, Ire era più
stanca e depressa dell’ultima volta che
si erano visti.
«Tutto bene grazie, le vacanze sono
state davvero rilassanti!»
Irene si volta verso Diletta, vuole
troncare la conversazione con De Angelis, non le va che inizi con le sue
domande, a maggior ragione di fronte
alla figlia, per lui sarebbe troppo divertente.
«Tu Dile, come stai? È un po’ che non
ci vediamo… sei stata fuori per le vacanze?»
«Figurati, le ultime due settimane sono stata a Boston. Cose di lavoro, ho
dovuto seguire un convegno. Una noia
mortale. Purtroppo sono l’ultima arrivata. Non posso permettermi le ferie.
Sai, quando si lavora a certi livelli…»
Se scendessi da quella pianta il livello
sarebbe più basso. Attenta che se cadi
da lassù ti spappoli per terra.
«…una noia mortaaale.»
Per Ire il massimo della trasferta a lavoro è una capatina alle poste. Per dirla alla Diletta, mezz’ora lontana
dall’ufficio è “uno spaaasso assoluuuto”.
Le viene in soccorso un clacson: Laura si è fermata in seconda fila dalla
parte opposta della strada e le sta facendo segno di sbrigarsi.
«Immagino… scusatemi, una persona
mi sta aspettando per andare a pranzo.
Piacere di averti visto Diletta. Arrivederci dottore.»
È contenta di vedere Laura, e la abbraccia con un trasporto particolare:
deve ancora riprendersi dalla chiacchierata con De Angelis e pre-Diletta.
Decidono di andare a pranzo in una
trattoria che è proprio vicino a casa di
Martina.
«La chiamiamo? Vediamo se può
raggiungerci» propone Irene.
«Ciao Marti! Che fai?»
Rumore di traffico.
«Sto cercando Mino!»
Ha il fiatone.
«È scappato?»
«Sì! Quel cane è un demente! Se lo
acchiappo vivo giuro che stavolta lo
ammazzo io! È la seconda volta che fa
così! Non ce lo porto più fuori! Adesso gli compro la lettiera come ai gatti,
lo faccio pisciare là dentro! Gli faccio
venire una crisi d’identità a
quell’imbecille patentato!»
Irene intuisce che non è il momento
più opportuno per chiederle se ha voglia di andare a pranzo con loro.
«Aspetta aspetta, aspetta che forse
l’ho visto! Mino… Minooo!»
Ire allontana il telefono dall’orecchio
per evitare la rottura del timpano mentre Laura continua a fare gesti: chi è
scappato?
«Eccolo! Razza di un mentecatto! S’è
cacciato sotto un camion… ciao…»
Dopo dieci minuti hanno già parcheggiato di fronte casa di Martina, ma
l’amica non risponde al cellulare.
Laura è già preoccupata: «Che facciamo adesso?»
«Dividiamoci, tu vai a destra, io a sinistra, e se non ci incontriamo prima
ci chiamiamo con il cellulare.»
Irene sta già morendo di fame e ora le
è venuta anche sete. Ci saranno almeno ventotto gradi; la bretella della
borsa le si è appiccicata alla spalla e
quello stramaledetto reggiseno la fa
sudare.
Passa davanti a una pizzeria al taglio.
L’ingresso è spalancato e in un attimo
ha l’acquolina in bocca. Lancia
un’occhiata con il buon proposito di
non fermarsi.
Calzoni fritti, mozzarella filante, formaggio fuso, pezzettini di salsiccia
pieni di olio, prosciutto crudo fresco
di taglio.
Irene quando ha fame non riesce a vedere altro. Però stavolta tira dritto,
stoicamente: potrebbe imbattersi in
Martina che seduta a terra sta piangendo al fianco di Minuccio spiaccicato sull’asfalto.
Invece è Laura a trovarla: riconosce le
ciabatte, perché l’amica è stesa sotto
un camion e di lei si vedono solo le
lunghe gambe abbronzate. E la voce è
inconfondibile: sta urlando una serie
di improperi contro il cane che è raggomitolato accanto a una delle ruote
anteriori. Continua ad abbaiare e non
ne vuole sapere di uscire.
«Marti… Marti che fai? Esci fuori di
lì! Non vedi che Mino trema come
una foglia? Non ti ascolterà mai se
continui a urlare in questo modo!»
«E gli conviene non uscire! Se lo acchiappo lo strangolo!»
Laura si dirige dall’altra parte del camion: il cane non ha neppure il tempo
di accorgersi che sta arrivando alle
sue spalle, che lo afferra per la coda.
Un salto in avanti tentando un’ultima
fuga, e Martina lo acchiappa.
«Preso, bastardo!»
La faccia paonazza, i vestiti unti come
quelli di un meccanico, ha chiaramente voglia di uccidere. Ma riesce solo
ad assestare al fuggitivo una gran pacca sul culo. Laura lo salva dalla furia
assassina della padrona.
«E lascialo stare povera bestia! È colpa tua se è scappato. E adesso calmati
o la allento a te una bella chiappata!»
Il terzetto intercetta Irene proprio
quando stava per abbandonare i nobili
propositi e infilarsi in quella pizzeria
da sogno.
«Dai Minuccio, non preoccuparti che
ora andiamo a casa e la padroncina ti
perdona» lo rassicura Laura.
Martina la guarda di traverso e le fa
una linguaccia: «È da vedere. Intanto
tienimelo lontano!»
CAPITOLO 8
Sono rimasti chiusi nell’ufficio di Nicola fino a ora di pranzo. Quando sono usciti, Stefania l’ha visto aprire la
porta e cederle il passo. L’ha accompagnata fino alla sua scrivania, quella
dove prima stava Gloria, e le ha detto
soave che per il momento poteva cominciare con il rispondere al telefono
e sbrigare le pratiche di segreteria.
«Così inizi a interfacciarti con le aziende e ti fai un’idea della nostra
clientela.»
In giornata si sarebbe occupato lui
stesso di ordinare il suo computer portatile.
La storia tra lei e Nicola era iniziata
proprio per vicissitudini legate a un
laptop. Era da un anno e due mesi che
lavorava alla MB Counsulting, una
società di consulenza aziendale. Era
stata assunta ancor prima di laurearsi,
alla fine di uno stage che le aveva
proposto l’università. Tutto andava a
gonfie vele, Nicola le era sempre vicino per darle una mano, il lavoro le
piaceva e l’entusiasmo era alle stelle:
il suo capo sembrava nutrire per lei
una grande stima.
In più di un’occasione aveva notato
che le rivolgeva attenzioni particolari,
e ne era lusingata naturalmente, ma le
aveva considerate premure di un capo
verso una ragazza sveglia, dedita al
suo lavoro, e meritevole di carinerie.
Aveva deciso comunque di darsi questa spiegazione: Nicola era sposato, e
non appena qualche strano pensiero le
balenava in mente, lo scacciava in un
attimo, come fosse un insetto fastidioso.
Fino a quando una sera erano rimasti
solo loro due in ufficio. Lui nella sua
stanza, lei alla scrivania nell’open
space. Stava per mettere via le ultime
cose e andarsene, quando aveva deciso di andare da Nicola: in più di
un’occasione gli aveva chiesto un pc
portatile, ma lui aveva sempre rimandato. Quello le sembrava il momento
adatto per avanzare di nuovo la proposta. In fin dei conti tutti i suoi colleghi ce l’avevano, e lei se lo meritava.
Aveva infilato la giacca dirigendosi
verso l’altra stanza.
Nicola era assorto a leggere dei documenti, le maniche della camicia girate e gli occhiali da vista appoggiati
sulla fronte.
Per attirare l’attenzione Stefania aveva picchiettato leggermente le nocche
sulla porta.
«Dimmi Stefania.»
«Scusami se ti disturbo…»
«Nessun disturbo.»
Aveva reclinato la testa indietro fino a
poggiarla sullo schienale della poltrona. Si era messo comodo.
«Avrei necessità di un computer portatile. Ricordi? Te ne avevo già parlato. Ora credo che… sia indispensabile. Potrei lavorare a casa e rendere
molto di più.»
Nicola le aveva sorriso scuotendo lievemente la testa. E lentamente si era
tolto gli occhiali, riponendoli con cura
nella custodia.
«Ti prego Stefania, siediti.»
L’imbarazzo che le era parso di percepire l’aveva allarmata. Per prima
cosa aveva pensato che volesse licenziarla, e stesse cercando le parole per
dirglielo nel modo migliore. Quella
sensazione era priva di fondamento,
ora lo sapeva, non c’erano motivi per
preoccuparsi, ma non era riuscita a
dare un’altra spiegazione a quel silenzio che era sceso su di lei come una
colla appiccicosa da quando aveva
messo piede nell’ufficio di Nicola.
Si era allora seduta sulla punta della
sedia di fronte alla scrivania, pronta al
peggio. Mentre lui nel frattempo si era
alzato, e aveva aperto la finestra accendendosi una sigaretta, senza mai
guardarla. Evidentemente non ne aveva il coraggio.
«Sono un po’ imbarazzato, non so da
dove cominciare… Penso ti sarai accorta che ultimamente con te mi comporto in maniera… diversa.»
Spostando la tenda, aveva distrattamente guardato fuori. Era una serata
di fine estate, il sole era già tramonta-
to, e un’ultima luce dorata avvolgeva
la sagoma di Nicola.
«Senti Nicola, puoi parlare liberamente. Ho capito che la storia del pc è solo un pretesto, il nocciolo della questione è un altro!»
E guardami in faccia quando ti parlo!
Vigliacco!
Stava innervosendosi, non capiva perché continuasse a tergiversare. Se non
la voleva più in quell’ufficio, pazienza, avrebbe trovato un altro lavoro.
«Hai ragione. Inutile che continuo a
girarci intorno.»
Bene, era pronta a firmare le dimissioni.
Finalmente Nicola aveva alzato il viso
guardandola dritto negli occhi.
«Non faccio che pensare a te.»
Cervello in black out. Non sapeva cosa fare, non sapeva cosa dire. La tensione che aveva provato fino a un attimo prima l’aveva abbandonata con
la velocità della luce. L’aveva sentita
fisicamente scivolare via dalla base
della testa. Una scossa aveva percorso
le braccia, lo stomaco e le gambe, scaricando a terra.
Nicola aveva continuato a guardarla
senza dire niente, e poi aveva scosso
la testa, negli occhi un’espressione di
sconfitta, lasciando intendere che era
già pentito, pronto a fare dietrofront.
«Scusami, sono stato un cretino. Un
vero imbecille! Chissà cosa mi ero
messo in testa. È che tu sei così in
gamba e piena di vita, per un attimo
ho pensato che… lasciamo perdere.
Non so neanche io cosa ho pensato. È
stata sicuramente una cazzata. Una
enorme cazzata! Adesso non so come
fare. Ho rovinato tutto…»
Era piuttosto comico. Mentre parlava
era tornato alla scrivania e continuava
a spostare carte da una parte all’altra.
Ma il suo imbarazzo aveva intenerito
Stefania, inducendola ad abbassare le
difese. La situazione era quantomeno
surreale, e a un certo punto le era quasi venuto da ridere.
«Nicola… stai calmo… fermati un attimo e ascoltami.»
Stefania ti prego non farlo.
Mentre le parole le scivolavano fuori
dalla bocca, una parte di sé la guardava esterrefatta, come se a parlare fosse
una perfetta sconosciuta, che per giunta stava dicendo cose alle quali lei non
credeva.
«…anche io non faccio che pensare a
te.»
Perché aveva detto quella frase così
definitiva, compromettente e, soprattutto, falsa? Certo, qualche fantasia
l’aveva pure fatta, Nicola era un bel
tipo, ma niente che giustificasse quella dichiarazione.
Era stata la sensazione di potere che
provava in quel momento a farla rispondere come la protagonista di una
telenovela messicana? Sì, forse l’idea
di averlo in pugno la eccitava. Tuttavia quelle parole pronunciate con assoluta leggerezza, ora le sembravano
già autentiche, tanto da pensare che
quel desiderio era nascosto da tempo
nel suo cuore, e che aveva solo cercato di occultarlo. Perché lo considerava
impossibile da realizzare, improbabile
quanto trovare Jude Law che suona il
campanello di casa e ti chiede di nasconderlo perché sta scappando dagli
alieni.
Per questo lo aveva allontanato.
Stefania obiettivo, Stefania impegno,
Stefania risultato raggiunto. Niente
sprechi inutili.
Nicola rimaneva in piedi, aveva appoggiato entrambe le mani sul tavolo
e la guardava con gratitudine. Sembrava felice. Poi aveva fatto il giro del
tavolo e prendendo il suo viso tra le
mani l’aveva baciata.
Non baciava un uomo da… non ricordava neanche da quanto.
Gli uomini non erano mai stati la sua
priorità. Tantomeno in quel periodo
della vita.
Prima di salutarsi, avevano impiegato
una buona mezz’ora per riordinare la
scrivania.
Da lì in avanti la sua vita era cambiata
radicalmente. Ogni cosa aveva senso
solo se ruotava intorno a lui. Anche
nel lavoro cercava di dare il meglio
esclusivamente per avere la sua approvazione. Il guardaroba si era riempito di gonne da abbinare con tailleur
originariamente composti da giacche e
pantaloni. Erano più funzionali allo
scopo.
Lo facevano in qualsiasi momento e
ovunque. Nel suo ufficio, in bagno,
nell’archivio. Non badavano troppo
alle comodità. E certe scopate, anche
col senno di poi, Stefi è sicura che le
rimpiangerà per tutta la vita.
Intanto, è una donna di ventotto anni
con una brillante carriera che le sta
sfuggendo di mano, innamorata di un
uomo sposato che molto probabilmente non la ama più.
Per rimetterla in sesto ci vorrebbe una
flebo di autostima.
FINE ANTEPRIMA
CONTINUA...

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