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Francisco González Ledesma
Cinque donne
e mezzo
Un’indagine
dell’ispettore Méndez
Traduzione di
Fausta Libardi
Titolo originale:
Cinco mujeres y media
© Francisco González Ledesma, 2005
© Editorial Planeta, 2005
Av. Diagonal, 662-664, 08034 Barcelona (España)
Progetto grafico di collana: Yoshihito Furuya
Progetto grafico di copertina: Adria Villa
www.giunti.it
© 2009, 2015 Giunti Editore S.p.A.
Via Bolognese 165 – 50139 Firenze – Italia
Piazza Virgilio 4 – 20123 Milano – Italia
Prima edizione: settembre 2009
Ristampa
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Anno
2019 2018 2017 2016 2015
I
A cinque anni avevo già imparato che la vita, quella vera, si vede
dalle stanze che danno sul retro. Le persone che osservavo per la
strada erano sempre vestite, più o meno etichettate dal loro mestiere, ben attente a non fare passi falsi in pubblico. E lo stesso panorama si coglieva dai balconi esterni del palazzo, cioè dalle stanze
che non davano sul retro: un panorama di vetrine modeste, gente
che aveva sempre qualcosa di onesto da fare, alberi che c’erano già
quando ero nata io, e senza dubbio anche quando erano nati i miei.
Solo che io non ho mai vissuto nella parte anteriore del palazzo,
cioè nelle stanze che danno sulla strada. Io stavo nelle stanze sul
retro, dove si trova la verità della vita. Il cortile del nostro condominio è angusto, ha qualche ora di sole razionata e un paio di rondini
che fanno sempre il nido sulla stessa veranda. Le verande offrono
un panorama più impudico rispetto alla strada: ci si affacciano
vicini in pigiama, donne ancora in camicia da notte, persone che
si grattano guardando la loro porzione di cielo, coppie che si fanno
gesti di complicità e a volte si baciano e si accarezzano dietro ai
vetri, credendo di non essere viste. Le ragazze ogni tanto la sera si
vestono con la luce accesa, le matrone mettono a stendere la loro
biancheria intima, tutti collezioniamo piccoli segreti altrui: per
questo ho sempre pensato che la verità va cercata nelle stanze sul
retro, e non in quelle che danno sulla strada.
La strada in cui sono nata e in cui torno ad abitare – dopo
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un’assenza di diversi anni – si chiama via del Parlament, anche se
non mi risulta che qui si siano mai svolti dibattiti parlamentari. Si
trova a poca distanza da viale Sant Pau, ai confini del quartiere del
Raval, dove un tempo c’era una prigione in cui si giustiziavano i
delinquenti con la garrota. È anche molto vicina all’ormai centenario mercato di Sant Antoni, dove milioni di donne hanno speso,
insieme ai loro soldi, tanti pezzetti delle loro vite. E là, al mercato
dei libri usati, tutte le domeniche migliaia di giovani sono andati a
costruirsi una cultura centesimo a centesimo, e centinaia di scrittori hanno visto spegnersi le loro speranze.
A casa mia, le stanze del retro danno su una veranda dove stendo il bucato, protetta da persiane verdi che erano di mia madre.
Più in là, al piano di sotto – che è il piano rialzato del palazzo – c’è
una terrazza di mattonelle rosse dove si rincorrono e si accoppiano i gatti. Ancora più in là, un nuovo terrazzo che appartiene alla
casa di un’altra via – dalla parte opposta dell’isolato – dove prima
pomiciava una coppietta e ora prende il sole un ragazzo in sedia a
rotelle. Dalle finestre di fronte pende qualche geranio, pianta poco
esigente, e più raramente si vede un cespo di margherite o un clorofito. Le donne che si affacciano alle finestre le conosco tutte, so
se sono ricche o povere (dal bucato che stendono), se lavorano o
no (dal tempo che se ne stanno con lo sguardo perso nel vuoto) e
se amano ancora il marito (dalla faccia con cui gli vanno incontro
quando rientra). È un mondo chiuso e compiuto, senza quasi nulla
di falso, in cui tutti ci conosciamo di vista.
Dunque ogni nuova presenza – nelle stanze sul retro – non può
in nessun modo passare inosservata. Perciò non ho potuto fare a
meno di notare un uomo mai apparso prima – sulla cinquantina,
ma di aspetto più giovanile, asciutto e atletico – che a volte mi
guarda fisso con occhi immobili, e che è senza dubbio l’uomo che
hanno ingaggiato per ammazzarmi.
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II
Méndez, una volta lei era buono solo a ritrovare cani smarriti e
arrestare borsaioli che si dimenticavano la refurtiva al bar, ma ora
nella graduatoria professionale è sceso di un altro gradino, e ci
serve solo per andare ai funerali. Forza, si metta il vestito buono,
non fumi, non beva, non faccia schiamazzi e si sforzi di sembrare
in tutto e per tutto un cittadino rispettabile. Si rechi puntuale alle
esequie di Palmira Canadell, un evento di massa al quale accorreranno, oltre a centinaia di persone armate di striscioni che chiedono giustizia, i delegati sindacali del posto in cui lavorava Palmira e
perfino un paio di assessori comunali, per cui occhio al portafoglio.
E non mi mi venga a chiedere, Méndez – disse il sovrintendente,
che era laureato in informatica –, perché la mando a una cerimonia
così significativa dal punto di vista sociale. Lei dovrebbe ricordare
che Palmira Canadell è stata arrestata più volte per aggressione e
condotta violenta, e una volta (incredibile ma vero) è stato proprio
lei ad arrestarla. Un giorno un fidanzato l’aveva schiaffeggiata in
pubblico e lei, offesa, lo ha attaccato con una presa di lotta libera
e gli ha spezzato una gamba. Quando era ancora una ragazzina ha
rapinato una banca in nome di non so più che organizzazione operaia o soccorso rosso, e siccome il direttore faceva resistenza l’ha
sbattuto contro il muro scheggiandogli due vertebre. In carcere ha
organizzato una rivolta perché, secondo lei, avevano punito ingiustamente un’altra detenuta. Durante la rivolta, Palmira ha causato
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lesioni a due funzionarie del carcere, ma la direttrice l’ha perdonata
perché Palmira era molto bella, e la direttrice – ma questo non si
sogni di dirlo, Méndez – era lesbica.
Insomma, vada alla casa funeraria di viale Sancho de Ávila,
un posto triste come pochi, e si presenti, senza dare nell’occhio,
in quanto rappresentante dell’autorità costituita. Perché ci deve
andare? Ma insomma, Méndez, questo lo sa già, per­ché anche se
non combina nulla lei i giornali li legge. Palmira Canadell l’hanno
rapita mentre andava a lavorare, l’hanno portata in auto su uno
spiazzo, l’hanno violentata ed è morta scaraventata fuori dal veicolo in corsa, giù per un ciglione. I figli di puttana dovevano essere
in parecchi, di questo siamo sicuri, perché se fosse stato uno solo
adesso non staremmo qui a parlare del funerale di Palmira Canadell, ma del funerale di quel povero figlio di puttana. Ma ora si
metta in moto, Mén­dez, forza, entri in azione, guardi che i cittadini
pagano le tasse perché la polizia difenda le loro figlie, e se non è
possibile, perché almeno assista ai funerali.
E qui entra in gioco il suo compito, Méndez, un incarico delicato, fatto apposta per un uomo come lei: osservare, osservare e
ancora osservare. Secondo le statistiche i criminali vanno sempre ai
funerali delle loro vittime, per vedere l’effetto che fa: sono quelli che
si sgolano a chiedere giustizia e si piazzano in prima fila, esigendo
di far tornare al lavoro il boia di Albacete. Lei tenga gli occhi aperti,
Méndez, e se vede qualcuno che grida più forte degli altri proceda
alla schedatura, o almeno all’opportuno rilevamento visivo. Stia
certo che l’assassino è quello che grida di più, e se quello che grida
di più è l’arcivescovo di Barcellona, lei prenda di mira l’arcivescovo
di Barcellona. E ora si dia una mossa, Méndez, che la polizia deve
lavorare, la legge deve essere rispettata e i giornali devono poter
dire che il paese va avanti.
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III
Pur di non dire se il paese va avanti oppure indietro i giornali racconterebbero qualsiasi cosa: meglio evitare pronostici azzardati.
E così, ad esempio, tirano fuori la cronaca nera, come nel caso di
Palmira Canadell, o gli stipendi dei banchieri, che per molti sono
un crimine altrettanto efferato, o le campagne contro il fumo come
arma di distruzione di massa. In generale, nelle sezioni più leggere,
parlano anche di night-club, dei terzi o quarti mariti delle dive e
di ristoranti dove si mangia bene. Una volta un giornale parlò di
un ristorante in cui si doveva mangiare da cani, perché era un
ritrovo di poeti.
Fu in quel ristorante che andò Méndez; era in via del Car­me,
un posto comodissimo per lui, nel centro storico. I poeti che vi si
riunivano, dopo essersi rinvigoriti con un’acqua minerale, usavano
leggere a turno i loro ultimi componimenti, ascoltati dagli altri in
rispettoso silenzio. Méndez, da persona colta qual’era, frequentava
volentieri queste letture perché era amante della poesia, e in particolare di quella che parlava di case per tutti a prezzi popolari: la
poesia rivoluzionaria, per intenderci.
Contrariamente a quanto detto dal capo (“di corsa Mén­dez,
altrimenti non trova più la salma”) aveva ancora un po’ di tempo
prima di comparire alla casa funeraria di viale Sancho de Ávila. E
voleva fare tappa al bar, perché Palmira Canadell abitava da quelle
parti, e senz’altro i clienti la conoscevano. Méndez, come sappiamo,
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è un poliziotto all’antica, di quelli ancora convinti che per trovare
la radice di un delitto si deve scavare in una voce umana.
In tasca, e non per caso, aveva dei ritagli di giornale sullo stupro e l’uccisione. Di Palmira Canadell, la cui fotografia compariva
su più pagine. Palmira abitava dalle parti di via del Carme e della
Biblioteca di Catalogna, ma lavorava lontanissimo, dall’altra parte
della città, ossia nella parte ricca: a viale Pearson, zona di ville e
alte scuole d’amministrazione d’impresa il cui programma, in genere, trattava appunto di come riuscire a farsi la villa. E come mai
Palmira Canadell, tutte le mattine, all’alba, andava così lontano?
Perché in viale Pearson si trovava una clinica prestigiosa. E come
mai una donna che era stata in prigione lavorava in una clinica per
milionari? Perché la direzione tecnica non aveva mai trovato una
massaggiatrice migliore di Palmira Canadell, elastica nelle dita e
nei muscoli, precisa nel tocco, piena di pazienza con i malati in
riabilitazione. E nessuno, tra i magnati che si erano pagati un’anca
artificiale e le marchese desiderose di recuperare un ventre piatto
dopo il parto, aveva chiesto se le mani magiche di Palmira Canadell
avevano precedenti penali.
Ovviamente, il cameriere conosceva Méndez.
«Buongiorno, ispettore. Oggi non ci sono poeti da arrestare».
«Io non ho mai arrestato nessuno».
«Oggi poteva essere la volta buona. Doveva venire un poeta
in erba che ha già annunciato il titolo della sua opera: Ode alla
polizia spagnola».
«Ma cosa dici, ignorante», lo interruppe un habitué dal fondo
del locale, «il titolo che ha annunciato è Odio la polizia spagnola».
«Una volta di poesie così se ne scrivevano tante», osservò Méndez, «e sono centinaia i poeti a cui ho dato la caccia proprio per
questo, ma mi sono sempre sfuggiti. Ma perché oggi non si riuniscono? Che succede?»
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«Lei dovrebbe saperlo, commissario Méndez. Sono andati al
funerale di Palmira Canadell. Non dimentichi che abitava in questo
quartiere».
«Che atrocità assurda», disse il cliente dal fondo. «Caricare su
un’auto una ragazza che andava a lavorare, all’alba, nella via più
solitaria di Barcellona. Nemmeno mezzo testimone, niente impronte, niente di niente, a parte il cadavere della povera Palmira.
In un caso simile, ispettore, bisognerebbe tornare ai vecchi tempi:
arrestare subito un paio di individui sospetti che, dopo un abile
pestaggio, voglio dire, dopo un abile interrogatorio, finiscono per
confessare. L’ efficienza delle forze di polizia è molto diminuita».
«Non si preoccupi; li prenderanno», assicurò Méndez.
«Come fa a saperlo?»
«Il corpo di Palmira sarà stato sottoposto a centinaia di analisi prima della sepoltura e avranno trovato una massa di indizi.
Con le tecniche moderne, prenderanno i colpevoli entro una
settimana».
«E come diavolo faranno a prenderli, ispettore Méndez, se non
li ha visti nessuno, se l’auto non è stata trovata e dunque avranno
avuto tutto il tempo per cancellare le impronte?»
«Con il DNA».
«È una parola che ho letto sui giornali ma pensavo che servisse
solo a scoprire chi sono i padri dei figli delle celebrità televisive. E
poi, la polizia dove la troverebbe questa roba, questo DNA?»
«Nei santi orifizi del corpo di Palmira», spiegò Méndez paziente. «Gli autori di questa mascalzonata ci avranno lasciato
dello sperma, il che è come lasciare una carta di identità in regola. Comunque io non mi ci raccapezzo con tutti questi progressi
scientifici: ai miei tempi tutti i sospetti finivano per parlare, senza
bisogno di DNA».
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«Ma poi», disse l’avventore in fondo al locale, «per vedere se
i dati biologici coincidono, bisognerà trovare i colpevoli, no? E li
hanno trovati?»
«No».
«Eh, lo vede?».
Il cameriere si mise ad asciugare i bicchieri e Méndez sentì fin
nelle ossa la desolazione e il vuoto di quella saletta che dava sulla
strada, dove di solito si sistemavano i poeti. Ma guardando con
attenzione verso il fondo del bar ci si accorgeva che non era poi
tanto deserto. Sedute attorno a un tavolino rotondo dal piano di
marmo c’erano quattro donne che facevano dei conti. Méndez ne
ricordava vagamente una o due, perché non era la prima volta che
le vedeva lì. Ricordava anche vagamente che erano modelle della
pubblicità – aspiranti modelle – che ogni tanto si riunivano in quel
bar perché da quelle parti, sulle Ramblas, c’era un’agenzia.
Ma non erano loro a interessarlo. Quel che voleva era sapere
l’indirizzo esatto di Palmira Canadell. Fedele ai suoi principi, Méndez voleva cominciare da un posto in cui non era successo nulla
(gli stupratori non ci erano mai andati), ma in cui aleggiava l’aria
di Palmira, con i suoi mobili, i suoi vestiti, gli angoli che le erano
familiari, il suo ultimo odore di quando era viva, i suoi ricordi
(perché i ricordi di una donna, pensava Méndez, aderiscono alle
pareti), l’impronta delle dita, le finestre su cui doveva per forza
restare una traccia del suo sguardo.
Ricordava perfettamente la foto uscita sui giornali, gli occhi
un po’ tristi, da cane spaventato e bastonato, che guaisce e morde. Ricordava, come se l’avesse visto e vissuto, l’ultimo minuto di
Palmira, la sua caduta, il grido che aveva nella gola e nel ventre.
«Be’, come le dicevo, oggi i poeti non si faranno vedere», disse
il cameriere, «o magari verranno più tardi, dopo il funerale. Sono
tutte brave persone, tutti amici di Palmira, che ogni tanto si sedeva
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ad ascoltarli. Mi creda, Méndez, il giorno in cui non ci saranno
più i piccoli caffè come questo, le tane dei poeti, Barcellona avrà
perso l’anima. Immagino che andrà anche lei alla casa funeraria
di Sancho de Ávila».
«Sì. E temo di avere meno tempo di quel che pensavo», disse il
vecchio poliziotto guardando l’orologio.
Prima di dirigersi verso l’uscita diede un’occhiata sul retro, verso le porticine della cucina e della toilette, in parte nascoste dalle
donne del casting. Allora Méndez, socchiudendo gli occhi come chi
non crede a quel che vede, capì che aveva tutto il tempo del mondo
e che poteva fare a meno di andare al funerale, perché lì, in fondo
al bar, seduta, c’era la morta, che lo guardava.
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IV
Ora però devo uscire, devo andare al funerale di Palmira Canadell,
devo calpestare con le mie scarpe di lusso i tristi pavimenti di uno
dei luoghi più tristi del mondo, la casa funeraria di viale Sancho
de Ávila. Per quanto direi quasi che la casa funeraria di Collserola,
fuori città, è ancora più triste. Quella di viale Sancho de Ávila è,
come la chiamo io, un tritamorti industriale, circondato da bar,
negozi, parcheggi, bambini urlanti e coppie sposate che, a due passi
dai defunti, fanno progetti per andarsene al più presto a scopare.
Invece Collserola si trova in mezzo a una pineta, in fondo a una
strada che non finisce mai, ed è come una macchia sul verde del
paesaggio, un’offesa contro l’ultima poesia della città e un furto
di territorio ai danni degli uccelli. I corpi sepolti laggiù restano
in eterna solitudine, senza compagnia all’infuori del vento, perché quel cimitero non lo visita mai nessuno; invece al cimitero di
Montjuïc e al cimitero Nuovo (che poi è quello vecchio) arrivano
l’odore del mare e le preghiere dei gatti.
Insomma, non c’è scampo, mi tocca andare a viale Sancho de
Ávila. Scelgo un vestito grigio rispettoso e sobrio, comprato da
Loewe, un paio di scarpe di Farrutx e un completo intimo di La
Perla, anche se oggi la biancheria non me la deve vedere nessuno.
Per la borsetta, visto che devo far colpo solo sugli intenditori (se
ce ne sono), scelgo una raffinata Prada.
Tutto questo lusso stona in via del Parlament, una strada di
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classe medio-bassa, e stona ancora di più con il paesaggio delle
stanze sul retro e la sua collezione di mutande fuori moda sciorinate al sole. Non so cosa penseranno le vicine e nemmeno cosa
penserà l’uomo che mi sorveglia dalla finestra e che ora, intuendo
che sto per cambiarmi, ha tirato fuori un binocolo. Però non è un
voyeur, non è un erotomane da cortile: le mie cosce e le mie calze,
sempre che riesca a vederle, non gli interessano più di tanto. Gli
interesso io, in quanto preda, i miei orari, i miei movimenti, le
mie abitudini e i miei punti deboli, per potermi piombare addosso
all’improvviso. E poi il mio intuito mi dice che non è uno di quelli
che si accontentano di guardare, perché l’ho osservato bene e non
deve avere più di cinquant’anni.
Ad ogni modo, tiro le tende, vado in camera da letto e accendo
un abat-jour per cambiarmi meglio, di fronte allo specchio dell’armadio. È una camera piccola, tanto che quasi sfioro il letto sul
quale sono nata trent’anni fa, che poi è lo stesso su cui vidi per la
prima volta un vicino di casa ricco che si faceva mia madre. Dio, lo
specchio dell’armadio è ancora lo stesso, quello in cui vidi riflesso
il sedere molto bianco dell’uomo sopra quello altrettanto bianco di
mia madre. E queste tende rosse, che separano l’alcova dalla stanza
e che prima o poi cambierò, sono le stesse alle quali mi aggrappavo
disperatamente quando lo stesso vicino ricco mi saltava addosso e
mia madre mi turava la bocca.
Cambierò tutto, tutto, ma non ho avuto tempo, sono qui solo
da due settimane e ancora non ho trovato un arredamento nuovo
che mi piaccia. Mi sono limitata a buttare i vestiti, le lenzuola, le
due sedie più vecchie e anche l’orologio a muro che scandiva le
mie ore di bambina. La cosa fantastica è che l’orologio, quando
per curiosità l’ho caricato, funzionava ancora.
Strano che mamma, prima di morire, non abbia cambiato nulla,
con tutti i brutti ricordi che dovevano farle venire queste cose. Ma
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a volte dubito che la mamma avesse dei ricordi, francamente ne
dubito. Mi sistemo bene il vestito, verifico che tutte le cuciture e
le pieghe stiano dove devono, e prendo la borsetta per uscire. Certo sembra incredibile che dalla camera da letto alla porta di casa
ci siano pochi passi, se penso a come mi sembrava lungo questo
corridoio quando ci andavo con i pattini da bambina. A pattinare
mi aveva insegnato mio pa­dre: tutte le volte che stavo per sbattere
contro il portoncino mi proteggeva allungando le braccia, ma è
passato tanto tem­po che nel mio ricordo trovo solo delle ombre
confuse. Tutte cose di prima, prima del sedere bianco di mamma,
del vicino ricco che entra furtivamente, della rete che cigola, della
prima volta che mi hanno fatto male, male sul serio, mentre mi
reggevo alle tende rosse.
È incredibile, quattro passi e sei davanti alla porta. Dove vivevo
da sposata, invece, in un appartamento della città alta, uscivi dalla
stanza da letto e prima di arrivare nell’ingresso e al portoncino
eri già stanca. E poi lì non c’erano stanze sul retro, non c’erano né
panni stesi né gatti infoiati: c’era solo luce, e la città stesa ai miei
piedi, e persino una terrazza con vista sul mare.
Insomma, devo uscire subito perché ci metterò un’eternità ad
arrivare alla casa funeraria di viale Sancho de Ávila e a quell’ultimo fazzoletto di terra che ci è stato promesso. Via del Parlament è
rimasta uguale a trent’anni fa, ma adesso è piena di macchine, e le
bambine non giocano più sul marciapiede, come facevamo noi allora. Ci sono mercerie che passano di madre in figlia, parrucchieri
modesti, drogherie e un paio di ristoranti dove una volta al mese,
il giorno che incassano la pensione, i pensionati fanno un pranzo
come si deve. Solo quello è cambiato: mamma mi diceva sempre
che quando era piccola non c’erano né ristoranti né pensionati. E
mi diceva anche che questa parte di Barcellona era nata in un colpo
solo, e che questo vecchio quartiere non sarebbe mai cambiato.
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Esco per strada e, prima di girare l’angolo, mi si gelano le ossa.
Una cosa è vedere l’uomo che mi sorveglia dalla sua finestra oltre
il cortile, e un’altra è trovarselo davanti a cinque passi, che aspetta e
mi guarda con quell’espressione magnetica in cui non c’è ombra di
esitazione o timore, ma solo la sicurezza del cacciatore che osserva
la preda, sapendo che non gli sfuggirà. Io non sono altro che questo:
la sua preda. Non si prende nemmeno la briga di fingere, di non
farsi scoprire: sa che nessuno mi salverà, in questa città dove sono
angosciosamente sola.
Comincia a seguirmi non appena svoltiamo l’angolo della piazza. Lo vedo con la coda dell’occhio, mi dico di nuovo che deve aver
già passato i cinquant’anni, ma è ancora robusto, elastico e persino
un bell’uomo. Corro verso l’autobus e a meno di due passi di distanza corre anche lui, con la tranquillità del boia. Quasi mi aiuta a
salire e sento che addirittura mi sfiora lievemente la mano. E sulle
dita, le mie dita curate dalle migliori manicure della città, abituate
alle migliori creme, idratate con succhi di placenta e bava di bachi
da seta, sento per la prima volta il freddo della morte.
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V
Méndez vedeva il bancone del bar – era corto, ci stavano giusto tre
clienti, tre poeti e tre sogni –, lo scintillio del vetro dei bicchieri
appena asciugati, lo specchio con la pubblicità del mistrà e il volto
della morta.
Per la prima volta si sentiva solo e vuoto, un vecchio poliziotto
di quartiere che non capisce nulla.
Il cameriere, posando l’ultimo bicchiere, gli chiese:
«Ispettore, ma cos’ha? La vedo un po’ imbambolato».
«È che...».
«Ormai manca poco al funerale di Palmira Canadell. E in quei
posti lì contano i minuti, sa? Persino il prete che fa la predica si fa
pagare un tanto a parola».
Incredulo, Méndez continuava a guardare la figura femminile
immobile in fondo al bar. In quel momento entrò un giovanotto. Era
vestito meglio di Méndez – non ci voleva molto – ma aveva l’aria di
un impiegato malpagato che tira avanti soltanto con il suo stipendio.
Infilatosi nel bar, si avvicinò alla donna misteriosa e disse
cortesemente:
«È pronta, Emma?».
Méndez ebbe un sussulto: Emma...
Dunque non era Palmira Canadell. Dunque Palmira Canadell –
cosa nuova per lui – aveva una sorella gemella. Dunque al mondo
era rimasta una copia viva di Palmira, nella persona di Emma.
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Vide avanzare verso il fondo del bar l’impiegato che viveva solo
del suo stipendio, e della speranza di un aumento, lo vide prendere
con delicatezza per il braccio la ragazza di nome Emma, talmente
assorta che non sembrava aver notato né lui né Méndez.
«Fuori è già pronta la macchina», disse il nuovo venuto. «Prego,
venga con me, saremo alla casa funeraria in un minuto. Doveva
venire anche l’assessore, ma è stato chiamato in municipio all’ultimo momento e le porge le sue scuse».
Uscirono insieme; Méndez, rimasto senza parole, si rese conto
che il grigio dei giornali non può mai rendere giustizia alla bellezza
di una donna e che Emma Canadell (trent’anni esatti, ovvio, come
la sua gemella) era molto bella, sembrava più giovane e più avvenente che in fotografia (le foto erano di Palmira, evidentemente, ma
faceva lo stesso). Camminava con fare timido, ma con una naturale
eleganza vagamente aristocratica che non le veniva dal quartiere,
ma doveva far parte di lei fin dalla nascita. Un’aristocrazia interiore
che certamente era mancata a sua sorella, l’ex detenuta violenta,
dalle dita di acciaio flessibile, che si guadagnava la vita in una clinica di lusso, risuscitando i muscoli di donne che avevano smesso
di usarli la sera delle loro nozze. Emma, invece, con quelle mani
di seta, sembrava andare in giro per il mondo accarezzando foglie
e risuscitando uccellini.
Il cameriere sussurrò:
«È rimasto di sasso, ispettore. Sembra che le abbiano rubato il
portafoglio».
«È vero che sono uno sbadato», disse Méndez guardando la
porta. «Però non sapevo che Palmira Canadell avesse una sorella
gemella».
«Come no, ispettore Méndez. La cosa strana è che due persone
così diverse non si sono viste mai, ma proprio mai. Dicono che per
fare dei gemelli ci vuole una madre sola, ma mi viene da pensare
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che qui di padri ce ne sono stati due, perché altrimenti non può
essere. Due padri che hanno fatto un lavoretto cronometrato, ma
mettendoci ciascuno il suo. Perché mi dica lei, Méndez, me lo dica
lei che è esperto di madri vere e di padri falsi, come mai Palmira
ti fulminava con lo sguardo e se ti avvicinavi era capace di tirare
certi manrovesci da sbalzarti le palle sul pavimento, mentre Emma
è come una bambina indifesa, non si arrabbia mai con nessuno,
e non è capace nemmeno di alzare la voce? Sa cosa le hanno fatto
una volta?»
«No».
«Dei figli di puttana stavano prendendo a calci un cane abbandonato, lei l’ha difeso e quei maledetti hanno cominciato a pestarla
in mezzo alla strada, a momenti me l’ammazzano. Ed Emma non si
è difesa: se ne stava abbracciata al cane. Meno male che è arrivata
Palmira e ne ha preso uno per le palle, ma mica così come capita, no
no. Quello l’hanno dovuto operare, e l’operazione non dev’essere
riuscita bene, perché la moglie l’ha piantato ed è andata a vivere
con il chirurgo. Se vuole conoscere quel bastardo glielo presento,
ispettore, perché abita da queste parti: cammina ancora a gambe
larghe, e quando passa per via del Carme deve mettere il piede
destro su un marciapiede e il sinistro sull’altro».
Ormai in pace con il mondo, dopo aver dimostrato che la giustizia divina colpisce anche i bastardi, e per giunta nei testicoli, il
cameriere disse:
«Un cognac andorrano, ispettore? Offre la casa».
«Va bene, ma solo perché sono in servizio. Però mi dica che
lavoro fa Emma».
«Lavora da un veterinario, ispettore, e fa una cosa difficile: è
tanto delicata che le affidano gli uccellini. Non so se lei ha mai
pensato che pure un uccello si può rompere una zampa».
«Sì, ci ho pensato. Una volta ne ho visto uno».
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«Ecco, bisogna steccare la zampa dell’uccellino, ispettore, e sospenderlo in una specie di amaca di tela per evitare che poggi la
zampa. Una volta nei paesi i nostri vecchi lo sapevano fare, ma non
è per niente facile: è più facile steccare la gamba di un poliziotto
ferito in servizio. Ed Emma per queste cose ha le dita magiche:
solo che dopo questo brutto colpo è rimasta sconvolta, e l’hanno
messa in aspettativa».
«Per questo doveva venire l’assessore», disse Méndez.
«Sì, certo: è il minimo che possono fare. La morte di Palmira
ha causato enorme commozione nel quartiere».
Méndez svuotò il bicchiere, borbottò che il cognac era troppo
fine per i suoi gusti e si diresse verso la porta. Via del Carme a
quell’ora dormiva, come schiacciata dalle mura della Biblioteca
di Catalogna, un edificio che malgrado tutto non è costruito in
pietra: la gente sa di cosa è fatto, di occhi distrutti dalla fatica, luci
crepuscolari, sogni di scrittori che non hanno mai scritto nulla e
anni di fatiche segrete. Un tempo la biblioteca era un ospedale, e
se apri un libro vecchio senti che leggi in compagnia dei morti, che
un giorno, in quella stessa luce viola, sognarono di non morire.
Méndez sfiorò il muro con le dita.
E allora lo vide. Un uomo sui cinquant’anni, ancora forte ed
elastico, occhi di ghiaccio, espressione ermetica, pelle segnata non
dagli anni e dalla stanchezza cittadina, ma solo dall’ultimo gemito
di chi stava per morire. Era passato molto tempo, ma Méndez lo
riconobbe. Il professionista degli omicidi era tornato, e per qualcuno, forse poco lontano di lì, si avvicinava la fine.
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