Recensioni e libri ricevuti--LA 49 (1999)

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Recensioni e libri ricevuti--LA 49 (1999)
RECENSIONI E LIBRI RICEVUTI
LA 49 (1999) 501-590
RECENSIONI
Gülden S. A.
Munro I.
Zeidler J.
Zevit Z.
Hatav G.
Rösel H. N.
Loza Vera J.
Spreafico A.
Bazyliñ
ñ ski S.
Hess R. S.
Wenham G. J.
(ed.)
Bibliographie zum Altägyptischen Totenbuch
(A. Niccacci)
505
Pfortenbuchstudien. Teil I-II (A. Niccacci)
505
The Anterior Construction in Classical Hebrew
(A. Niccacci)
507
The Semantics of Aspect and Modality (A.
Niccacci)
525
Von Josua bis Jojachin (E. Cortese)
546
Los Profetas de la Antigua Alianza un llamado
a la comunión (E. Cortese)
549
La voce di Dio. Per capire i profeti
(E. Cortese)
549
I salmi 20-21 nel contesto delle preghiere regali
(E. Cortese)
550
Zion City of our God (E. Cortese)
553
The Text-Critical Use of the Septuagint in
Biblical Research (G. Segalla)
554
Le fait biblique. Alliance ancienne et nouvelle
(L.D. Chrupcała)
555
Jerumanis P.-M.
Réaliser la communion avec Dieu (G. Segalla)
557
Martignani L.
“Il mio giorno”. Indagine esegetico-teologica
sull’uso del termine hJme/ra nel quarto vangelo
(F. Manns)
560
Tov E.
Beaucamp P.-É.
504
RECENSIONI
Köstenberger A. J.
The Missions of Jesus and the Disciples according
to the Fourth Gospel (L.D. Chrupcała)
563
de Jonge M.
God’s Final Envoy. Early Christology and Jesus’
Own View of His Mission
(L.D. Chrupcała)
566
Wolff P.
Die frühe nachösterliche Verkündigung des Reiches
Gottes (L.D. Chrupcała)
569
Marshall I. H.
Peterson D. (ed.)
Malina B. J.
Neyrey J. H.
Donfried K. P.
Richardson P. (ed.)
Naldini M.
(a cura di)
Tàbet M.
(a cura di)
Alonso Artero J. A.
Witness to the Gospel. The Theology of Acts
(L.D. Chrupcała)
571
Portraits of Paul. An Archaelogy of Ancient
Personality (A.M. Buscemi)
574
Judaism and Christianity in the First Century
Rome (M.C. Paczkowski)
577
La Bibbia nei Padri della Chiesa. L’Antico
Testamento (M.C. Paczkowski)
579
La Sacra Scrittura anima della teologia. Atti del
IV Simposio Internazionale dalla Facoltà di
Teologia (E. Cortese)
581
“Liber Septimus Hypotyposeon Theologicarum”.
Los Sentidos Bíblicos (M.C. Paczkowski)
584
GÜLDEN - MUNRO
BIBLIOGRAPHIE ZUM ALTÄGYPTISCHEN TOTENBUCH
505
Gülden Svenja A. - Munro Irmtraut, Bibliographie zum Altägyptischen
Totenbuch. Unter Mitarbeit von Christina Regner und Oliver Sütsch (Studien
zum Altägyptischen Totenbuch, hrsg. U. Rößler-Köhler - H.-J. Thissen, Band
1), Harrassowitz Verlag, Wiesbaden 1998, X-189 pp., DM 98.
Questa bibliografia del Libro dei Morti (LdM) degli antichi egizi è frutto di
una raccolta di materiale condotta per anni nell’ambito di un grande progetto
di edizione denominato “Edition des Altägyptischen Totenbuches vom Neuen
Reich bis zur Römerzeit” a cura di I. Munro, U. Rößler-Köhler e U. Verhoeven.
Con il crescere del materiale bibliografico, le ricercatrici hanno pensato bene
di classificarlo e di pubblicarlo così com’era, fino al 1998, senza pretendere di
raggiungere la completezza.
Il materiale è suddiviso in quattro ambiti: traduzioni, anche parziali, del LdM;
monografie, sezioni di monografie e articoli che si riferiscono al LdM in generale; pubblicazioni, anche parziali, e cataloghi dei musei e delle mostre; monografie,
sezioni di monografie e articoli che illustrano i singoli detti del LdM o le vignette che li accompagnano. Nell’ultimo ambito sono stati elencati solo quei saggi che
dedicano spazio relativamente ampio ai detti del LdM. Per non complicare le cose
sono state evitate suddivisioni ulteriori della classificazione.
I titoli delle opere che si riferiscono a più ambiti o a più detti vengono ripetuti ogni volta per la comodità dell’utente. In questi casi, piuttosto frequenti,
i titoli ripetuti non recano un numero progressivo. Il numero totale dei titoli è
per ora di 1288. Gli aggiornamenti verranno pubblicati in seguito. In alcuni
casi vengono incluse anche le recensioni. Per l’indicazione completa le autrici
rimandano alle raccolte maggiori, in particolare la “Annual Egyptological
Bibliography”.
Più della metà del volume contiene la bibliografia relativa ai singoli detti
del LdM (pp. 75-178), che risulterà gradita a chi ha necessità di documentarsi
rapidamente. Segue la lista degli autori che facilita ulteriormente la consultazione.
Va da sé che un lavoro del genere merita il plauso e la riconoscenza degli
studiosi.
Alviero Niccacci, ofm
Zeidler Jürgen, Pfortenbuchstudien. Teil I: Textritik und Textgeschichte des
Pfortenbuches; Teil II: Kritische Edition des Pfortenbuches nach den Versionen
des Neuen Reiches (Göttingen Orientforschungen, IV. Reihe Ägypten 36, hrsg.
F. Junge - W. Westendorf), Harrassowitz Verlag, Wiesbaden 1999, 340 pp., 379
pp., DM 254.
Quest’opera in due parti, che è una tesi presentata all’università di Tübingen
nel 1991, si propone un duplice scopo: da un lato sviluppare il metodo della
506
RECENSIONI
critica testuale e applicarlo a un testo preciso; dall’altro far avanzare la comprensione di un complesso di testi funerari egizi, il cosiddetto Libro delle Porte (LdP).
Zeidler presenta una breve storia della critica testuale dal periodo
ellenistico fino all’epoca moderna, quando iniziò il metodo della stemmatica
con K. Lachmann e soprattutto con P. Maas, e all’epoca contemporanea in cui
si pratica l’elaborazione elettronica dei dati. La critica testuale è stata introdotta in egittologia una ventina di anni fa. L’autore presenta una breve esposizione del metodo critico testuale, con i passi classici della recensio, o stemmatica,
examinatio ed eventualmente emendatio, basato principalmente sulle opere
egittologiche di W. Schenkel, U. Rössler-Köhler e P. Jürgens.
Scopo del metodo critico testuale è preparare un’edizione del LdP che stabilisca il testo il più possibile autentico: l’archetipo, o gli archetipi, le fonti che
sono alla base del testo e le loro reciproche relazioni (stemmatica).
Tra i preliminari a questo scopo, l’autore spiega il suo sistema di trascrizione. Ha scelto la trascrizione a motivo dell’impossibilità di presentare
i segni geroglifici adatti e la loro disposizione nei singoli esemplari utilizzati. Scartati come inadeguati i tre sistemi correnti di trascrizione, sia quello tradizionale di A. Erman fino a A.H. Gardiner, che quelli più recenti di
E. Edel e di W. Schenkel, sistemi che rendono solo i fonogrammi consonantici ma non i sememi, Zeidler illustra il suo, molto complesso, che rappresenta anche la struttura morfematica e i determinativi (indicati in
esponente, secondo la lista di Gardiner). Aggiunge anche i segni di interpunzione e altre indicazioni.
Il testo critico viene presentato nella seconda parte dell’opera, suddiviso
in 12 ore, 12 porte, 100 scene più il disegno finale. Sotto il testo trascritto si
trovano tre apparati: il primo reca il nome delle fonti, il secondo le varie lezioni, il terzo, che è il vero e proprio apparato critico, indica le varianti, le congetture, ecc. La traduzione nella pagina a fronte è corredata da note di
commento di vario genere.
Lo studio della grammatica del LdP comprende una parte descrittiva (I,
132-188) e una sistematica (I, 189-208). Zeidler fa il punto della situazione
attuale della ricerca sintattica dell’egiziano distinguendo quattro fasi: i pionieri (nel XVIII-XIX sec.), la “Scuola di Berlino” (con A. Erman ecc.), la “Teoria
standard” (“Standardtheorie”, con H.J. Polotsky ecc.), e infine la nuova fase,
detta talvolta “Era post-Polotsky”, ancora in via di elaborazione, rappresentata, tra gli altri, da W. Schenkel, M.A. Collier, A. Loprieno e da T. Ritter, il
maestro di Zeidler. Nella parte descrittiva, Zeidler segue il sistema della Teoria standard, perché è la più completa, anche se non la condivide. Egli sembra impressionato dai nuovi grammatici i quali ritengono la teoria di Polotsky
(che per me è cosa ben diversa dalla Teoria standard, la quale solo le somiglia
vagamente!) non rispondente ad alcuni principi della linguistica generale oggi
imperante.
ZEVIT Z.
THE ANTERIOR CONSTRUCTION IN CLASSICAL HEBREW
507
Non sto qui a ripetere il mio giudizio su questa posizione in generale, che
ho già espresso nell’ampia discussione dell’opera del maestro di Zeidler, Ritter,
Das Verbalsystem der königlichen und privaten Inschriften, nella presente rivista, 47 (1997) 537-566. Non posso neppure discutere la posizione di Zeidler,
il che richiederebbe uno studio approfondito della sua opera (e anche il ricorso
alle pubblicazioni geroglifiche del LdP, dato che la trascrizione di Zeidler mi
appare un ostacolo arduo, piuttosto che un aiuto, per controllare direttamente
l’originale e la sua valutazione). Mi contento di affermare che il mio giudizio
sulla nuova generazione di grammatici dell’egiziano è marcatamente diversa
da quella di Zeidler.
Tra i risultati dello studio ricordo che Zeidler ha creduto di identificare due
archetipi principali del LdP: uno attestato nelle tombe regali, l’altro nei
sarcofagi a partire da Ramesse IV e nelle successive iscrizioni tombali. Nel
corso della trasmissione del LdP le deviazioni, o sbagli, furono minori. Per lo
più sono dovute forse al fatto che l’originale era in ieratico, non in geroglifico,
un fenomeno attestato anche nella trasmissione della letteratura funeraria più
antica. L’origine del LdP sarebbe collocabile nella seconda metà della XVIII
dinastia, al tempo di Amenofi III.
Alviero Niccacci, ofm
Zevit Ziony, The Anterior Construction in Classical Hebrew (Society of
Biblical Literature Monograph Series 50), Scholars Press, Atlanta, Georgia,
1998, XIV-94 pp.
Zevit begins by (rightly) denouncing a certain disregard on the side of exegetes
for what he calls “the vehicle,” that is the language, in favor of the “communication,” or rather the message, as if the accuracy of the message would not be
dependent on the way it is conveyed. The author sets up two objectives for his
study: first, to investigate a grammatical point that is, in his opinion, inadequately researched, i.e., the “anterior construction,” which “bears significant
implications for reconsidering the semantics of classical Hebrew’s verbal system”; second, and more ambitious, “to explore these implications and to provide a model that reconceives what types of information are provided by the
verbal system and that explains what parts of the system provide the different
types of information” (Preface).
1. In chapter I Zevit rightly observes that the syntax of prose in BH (=
Biblical Hebrew) “is characterized by syndetic constructions… coordinated by
the conjunctive waw, ‘and.’ Clauses connected this way may be either
paratactic, i.e., coordinate, or hypotactic, i.e., subordinate, but parataxis predominates” (p. 1). He also rightly observes that in this way “narratives proceed rapidly from scene to coordinated scene… quick-paced, compact
508
RECENSIONI
narratives” (pp. 1; 3). In this perspective Zevit enunciates the problem for the
ancient scribes of “how to express that an event had taken place prior to the
event in the past that they had just described, i.e., how to indicate the past to
the past” (p. 3). In fact, BH “lacks a conjugated verbal form marking this chronological sequencing of events” comparable to the pluperfect of European languages (p. 3). From the outset, Zevit states unequivocally that “Hebrew should
be described as tensed” (p. 5), a statement that I subscribe wholeheartedly but
that is not shared by many young grammarians.
In chapter II Zevit first reviews observations by Jewish medieval exegetes,
specifically Rashi and Ibn Ezra, on problems of chronological sequence in a few
biblical passages; afterwards he discusses the various solutions offered by selected modern grammarians. Among the passages commented upon by Rashi,
Zevit mentions the following: Gen 4:1; 21:1; 35:9; 39:1; Ex 4:20, and Lev 8:1-2.
I would observe that in one case Rashi’s remarks are specifically grammatical while in other cases they are rather exegetical. I will explain myself
by referring to two passages. On the one hand, at Gen 4:1 Rashi’s comment
reads as follows: “ody Mdahw (…) already before the events related above took
place—before he sinned and was driven out of the Garden of Eden. So also
the conception and birth of Cain took place before this. Had it been written
Mda odyw it would imply that after he was driven out children were born to him”
(transl. from Chumash with Rashi’s Commentary. Bereshith by A.M. Silbermann - M. Rosenbaum, 17). In other words, according to Rashi Gen 4:1 should
be translated: “Now Adam had known Eve his wife.” In support of this he
notes that if the intended meaning was sequential to the events narrated earlier
in the text, the author had used wayyiqtol instead of a waw-x-qatal construction. On the other hand, at Gen 35:29 Rashi does have a remark on the grammatical form of the verb, qDjVxˆy oÅw◊gˆ¥yÅw, a wayyiqtol, but he specifically reflects
on the relative chronology of the lives of Isaac, Jacob and Joseph. Rashi is
interested in the fact that Isaac’s death is related before the sale of Joseph in
chapter 37, although it happened later. In this connection Rashi refers to the
traditional principle, that “There is no such thing as ‘earlier’ or ‘later’ in the
narratives of the Torah,” a principle that is referred to when some kind of disorder in the chronological sequence is detected in the sacred text. Rashi goes
on to explain how “the sale of Joseph preceded Isaac’s death by twelve years”
(Chumash. Bereshit, 173). Therefore, while at Gen 4:1 Rashi makes a grammatical remark, at 35:29 his remark is exegetical with no reference to the verb
form involved. As a consequence it is not wholly appropriate to say that the
two are “similar remarks” (p. 8).
2. Out of the modern grammarians Zevit discusses A. Müller, E. König,
S.R. Driver, Gesenius-Kautzsch-Cowley, G. Bergsträsser, B. Johnson, A.
Niccacci, E. Jenni, and E.Y. Kutscher. Driver’s discussion (in Hebrew Tenses,
84-89) against those scholars who interpret some passages with wayyiqtol
(“imperfect with ¥ Åw” in his terms) as denoting pluperfect deserves a special
ZEVIT Z.
THE ANTERIOR CONSTRUCTION IN CLASSICAL HEBREW
509
note. Driver clearly recognizes the existence of what I called “continuation
wayyiqtol” (see my Syntax § 146) when he writes: “There is, of course, no
doubt that it [the “imperfect with ¥ Åw”] may express the continuation of a plupf.:
e.g. Gen. 31,34 had taken and placed them; but can the impf. with ¥ Åw introduce
it?” (p. 84). His reply is definitely no. Zevit mentions that Bergsträsser similarly admits a pluperfect value for wayyiqtol when it continues a qatal form
functioning as pluperfect (however, his remark on Driver’s position in this respect seems inaccurate in the light of the quotation above; see pp. 10-11).
Zevit makes a good point when he states that “all languages relate to the
world, but for reasons embedded within the specific cultures that use each language, they segment the world differently”; and further that “translation provides but limited access to the functions and ‘meaning(s)’ of syntactic
structures in source languages” (p. 12). I would observe, however, that the different ways of representing the world do not depend on language alone; they
depend also and primarily on the writer’s use of a given language.
More than that, I think it necessary to distinguish chronological order, on
the one side, from the order of the text, on the other. The two are to be kept
separate and need not coincide. The order of the text is indicated by the verb
forms and non-verbal constructions used by the writer. The chronological order can be recovered from the text itself or/and can be known from external
sources. In any case, the writer is free of modifying the chronological order
for some reason, depending on his strategy of communication. As a consequence, one is not allowed to derive the temporal value of the verb forms sic
et simpliciter from the chronological order; vice versa, the chronological order
is to be established on the basis of the verb forms used. This is only possible if
and as far as the value of the verb forms of a dead language like BH can be
identified in a reliable way.
Finally Kutscher is mentioned as stating that the only way in which Hebrew expressed the pluperfect is syntactical, “the subject preceding the predicate, e.g., Gen 31:34, wr˙l lq˙h, ‘and Rachel, meanwhile, had taken…’,”
while Bergsträsser, along with others, connected it with the morphology of the
qatal verb form (p. 13). In my opinion, Kutscher is correct. The pluperfect
value depends on the position of qatal in the sentence. A sentence with qatal in
the second place (x-qatal) in historical narrative expresses off-line, or background information related to a main-line wayyiqtol. This relationship can be
twofold: a tense shift (→) from wayyiqtol to x-qatal (i.e. wayyiqtol → x-qatal)
or, vice versa, from x-qatal to wayyiqtol (i.e. x-qatal → wayyiqtol). The former
tense shift occurs in the course of a narrative while the latter signals the beginning of a new narrative or of a new episode of the same narrative. Both
tense shifts signal an interruption of the chain of wayyiqtol that characterizes
the BH narrative.
3. The various functions of these tense shifts are illustrated in my Syntax
§§ 39-49. The first one is “to express an antecedent circumstance,” as in Gen
510
RECENSIONI
31:33-34 (§ 40). Other examples of this function quoted by Joüon are 1 Sam
28:3; 2 Sam 18:18; 1 Kgs 22:31; 2 Kgs 4:31, and 25:5. Joüon comments: “Hebrew has no other way of expressing our pluperfect than avoiding the
wayyiqtol in this way [i.e., with w- … qatal]”; and in a footnote he adds: “It
would be grammatically very irregular if a wayyiqtol had the value of our pluperfect,” and refers to König and Driver (Joüon-Muraoka, 391).
However, to express pluperfect is only one of the functions played by the
construction x-qatal. Other functions are to express simultaneity (Syntax § 41),
contrast (§ 42), a circumstance of the following (rather than of the preceding)
wayyiqtol (§ 45), emphasis or specification of an information conveyed with
wayyiqtol (§ 48). Now, simultaneity, contrast, antecedent circumstance, and
emphasis are semantic valuations, according to different contexts and speech
situations, of the same x-qatal construction in historical narrative; the basic
function remains the same, i.e., off-line information—more specifically background information for the tense transition wayyiqtol → x-qatal, and antecedent information (setting) for the reverse tense transition x-qatal → wayyiqtol.
As indicated above, the x-qatal → wayyiqtol tense transition interrupts the flow
of the narrative in which it occurs and signals the beginning of a new narrative, or of a new episode of the same, while the wayyiqtol → x-qatal tense transition does not actually interrupt the flow of the narrative, but rather supplies
information in a structured way establishing different levels of communication
(main and secondary). These considerations shall be the base of the coming
discussion on the “anterior construction.”
4. Chapter III, the longest (18 pages) among 7 very short but dense chapters, discusses the evidence for “the anterior construction.” Zevit begins by
making a distinction between “pluperfect” and “preperfect.” He writes: “When
authors of narrative prose wished to indicate unambiguously 1) pluperfect, i.e.,
that a given action in the past commenced and concluded before another action in the past, or 2) preperfect, i.e., that a given action in the past had commenced but not necessarily terminated in the past prior to the beginning of
another action, they employed a particular construction to express this sequencing, a type of circumstantial clause. These clauses consist of a subject, noun or
pronoun, followed by a qatal past time. (The qatal verb distinguishes these
clauses both formally and semantically from similar clauses with participles
whose time referent is that of the verb in the preceding clause.) They are appended to a preceding clause by waw conjunctive” (p. 15). Zevit then adds (in
bold characters): “However, the necessary condition for their realization is a
past tense verb, (w)yqtl or qtl, in the narrative of the preceding clause” (ibid.).
This exposition contains positive as well as questionable points. First, the
distinction between pluperfect and preperfect, that is done in terms of completeness or incompleteness of the action, is in my opinion not significant for
the BH verb system. According to my understanding, the aspects or modes
of action that are significant for the BH verbal system are as follows (I use
ZEVIT Z.
THE ANTERIOR CONSTRUCTION IN CLASSICAL HEBREW
511
“significant” in the sense that they are functions of specific verb forms or
non-verbal constructions in contradistinction from the functions of other verb
forms or non-verbal constructions): simultaneity or anteriority (for x-qatal in
historical narrative) versus posteriority (for x-yiqtol in historical narrative),
single/complexive action/information (for x-qatal in historical narrative) versus repeated action/information - custom - description (for weqatal or x-yiqtol
in historical narrative). All of these aspects express background in relation to
a main-line wayyiqtol. Consult chapter 9 of my Syntax for a summary on the
use of tenses in prose.
Second, it is correct that the clause used to express a pluperfect is circumstantial in BH, and therefore, I would add, syntactically dependent. If so,
Zevit’s rendering of this clause with “and/but” + pluperfect (see pp. 16 ff.)
seems inappropriate because it may obscure the fact that the clause is dependent and subordinate (off line), not coordinate, to a preceding sentence with
wayyiqtol (main line). An appropriate rendering in English seems to me “now”
+ pluperfect, a phrasing that can be used to introduce a side remark.
Third, the waw conjunctive does not modify the syntactic status of the circumstantial clause in any way; it is usually present but it is not indispensable.
As a consequence, whenever I write x-qatal, I could also write (waw-) x-qatal,
meaning a sentence having a qatal form in the second place after an ‘x’ nonverbal element with or without waw in front of it (with no difference). On the
contrary, waw is a necessary, even a distinctive, element when it is directly prefixed to a qatal or yiqtol verb form. In fact, on the one hand, qatal is used for
a single/complexive, main-line (in direct speech) or off-line (in historical narrative) information in the past, while weqatal is used for the future in direct
speech, and for repeated/customary/descriptive information in historical narrative; on the other hand, yiqtol is used for the future, indicative or volitive, in
direct speech, or for repeated /customary/descriptive information in historical
narrative, while weyiqtol is used for volitive future, and wayyiqtol for mainline, single/complexive information in historical narrative. Therefore Zevit’s
indication above, “(w)yqtol or qtl” (with a bracketed waw), is incorrect. The
fact that he considers the waw as basically insignificant in these cases is suggested by the very title of chapter VI: “Overly Tensed: The Four Forms of the
Two Tenses” (p. 49). Thus the situation of waw is the opposite of the one implied in Zevit’s reasoning.
More than that, the tenses in BH are not two but much more. The criterion
I followed to establish tenses was as follows: it is a tense, or a “fix tense,” a
verb form or a non-verbal construction that has a distinctive morphology and
plays a distinctive function as main-line of communication either in historical
narrative or in direct speech; instead, the verb forms and the constructions that
constitute the off line of communication are “relative tenses” (relative to the
verb forms or the non-verbal constructions constituting the main line of communication either in historical narrative or in direct speech). The “fix tenses”
512
RECENSIONI
indicate by themselves a specific point in time, while the “relative tenses” indicate aspect or modes of action. On the basis of this criterion, main-line
wayyiqtol in historical narrative is a tense, as are main-line (x-) qatal, indicative x-yiqtol and weqatal, imperative, jussive yiqtol and weyiqtol, and the nonverbal sentence in direct speech.
Fourth, the “necessary condition” established by Zevit is not sufficient to
identify an anterior construction, simply because a x-qatal following a past
tense (usually a wayyiqtol) can also indicate contemporaneity (i.e., simultaneity, contrast, emphasis or specification; see § 3 above), instead of anteriority.
Zevit himself is obliged to base his analysis on the chronological order of
events (see § 6 below).
5. In Syntax § 50, I concluded that no morphological or syntactical criteria
are available for determining which of the different functions can the x-qatal
construction take on at times; the only criterion is semantic: context and meaning (p. 71). After checking again the evidence, I think that a more precise criterion can be formulated as follows: a x-qatal construction expresses pluperfect
when the information it conveys has been previously communicated explicitly
or is implied in the horizon of the text—I say in the horizon of the text, not of
the interpreter alone. This criterion will become clear with the help of the following example.
Gen 31:33-34 (anterior construction) vs. 31:19 (historical information)
(19a) wønaøx_tRa zOz◊gIl JKAlDh NDbDl◊w Now Laban had gone to shear his sheep.
(19b) DhyIbDaVl rRvSa MyIp∂rV;tAh_tRa lEj∂r bOn◊gI;tÅw Then Rachel stole her father’s household gods (…)
(33a) tOhDmSaDh yE;tVv lRhOaVb…w hDaEl lRhOaVb…w bOqSoÅy lRhOaV;b NDbDl aøbÎ¥yÅw Laban went into Jacob’s
tent, and into Leah’s tent, and into the tent of the two maidservants,
(33b) aDxDm aøl◊w but he did not find them (the household gods).
(33c) hDaEl lRhOaEm aEx´¥yÅw Then he went out of Leah’s tent,
(33d) lEj∂r lRhOaV;b aøbÎ¥yÅw and entered the tent of Rachel.
(34a) MyIp∂rV;tAh_tRa hDjVqDl lEj∂r◊w Now Rachel had taken the household gods
(34b) lDmÎ…gAh rAkV;b MEmIcV;tÅw and had put them in the camel’s saddle,
(34c) MRhyElSo bRvE;tÅw and had sat upon them.
(34d) lRhOaDh_lD;k_tRa NDbDl vEÚvAm◊yÅw Therefore, Laban felt all about the tent,
(34e) aDxDm aøl◊w but did not find them.
Sentence (34a) resumes, with an off-line waw-x-qatal construction, the
historical information already communicated with wayyiqtol in (19b). It is recalled to the reader and new details are added to it by means of continuation
wayyiqtol forms (34b-c; see § 2 above) in order to explain the negative result
of Laban’s searching of the Rachel’s tent. This is one of the most clear and
widely recognized examples of anterior construction. Another instance of this
construction is found in (19a) as Zevit also notes (p. 28). Laban’s departure
was not narrated previously but is implied by the logic of the text, because it
explains the possibility for Rachel to steal her father’s household gods. Thus
ZEVIT Z.
THE ANTERIOR CONSTRUCTION IN CLASSICAL HEBREW
513
this passage fully illustrates the criterion set up above for identifying an anterior construction.
Another widely recognized instance is Gen 39:1: hDm◊y∂rVxIm dår…wh PEswøy◊w “Now
Joseph had be taken down to Egypt,” which resumes the historical information given in 37:28: hDm◊y∂rVxIm PEswøy_tRa …wayIbÎ¥yÅw “and (the Ismaelites) took Joseph to
Egypt.” Rashi’s comment is instructive: “It (the Scripture) now reverts to the
original subject (…); it interrupted it only in order to connect the account of
the degradation of Judah (cf. XXXVIII. 1) with that of the sale of Joseph, thus
suggesting that it was in account of him (i.e. Joseph—Judah’s part in the sale
of Joseph —) that they (his brothers) degraded him from his high position. A
further reason why this narrative of Judah is interpolated here is to place in
juxtaposition the story of Potiphar’s wife and the story of Tamar…” (Chumash.
Bereshith, 190). This comment provides an important guideline to assess the
function and meaning of the anterior construction (see § 8 below).
A further instance of the anterior construction, besides 1 Sam 28:3 (which
resumes 25:1; see my Syntax §§ 16; 27), is 2 Sam 21:2 (a text that I did not
find in Zevit): MRhDl …woV;bVvˆn lEa∂rVcˆy y´nVb…w “Now the people of Israel had sworn to
them (the Gibeonites),” an anterior construction recalling the historical information found in Jos 9:15: h∂dEoDh yEayIc◊n MRhDl …woVbDÚvˆ¥yÅw “and the leaders of the congregation swore to them.”
6. As an example of Zevit’s semantic approach to the anterior construction let us take Gen 38:24b-25: “…and Judah said, ‘Take her out and let her
be burnt.’ She was taken out, why ål˙h, and/but she had sent to her father-inlaw (a messenger bearing his tokens and a cryptic message after he had ordered her execution in v. 24 but before it was implemented—zz) saying…
Comment: Verse 26, a last minute confession by Judah exonerating Tamar, was
triggered by her understated presentation of forensic evidence. The story fails
to explain how Judah canceled the order. Information completing the narrative
could have come between v. 26 and v. 27” (p. 19). However, the syntax of the
passage suggests a different relationship between the two sentences involved.
Here is the text:
Gen 38:25
(a) taEx…wm awIh Now, while she was being brought out,
(b) rOmaEl DhyImDj_lRa hDjVlDv ayIh◊w she sent a message to her father-in-law saying…
The non-verbal sentence with participle (a) expresses contemporaneity to
the following main sentence (b), on which it depends (see my Syntax § 100 for
this syntactic structure). Rashi’s comment on Gen 15:17 hDfDlSoÅw hDaD;b vRmRÚvAh yIh◊yÅw
hÎyDh is illuminating for our passage. After explaining that hDaD;b, having the accent
on the first syllable, indicates that “the sun had already set,” Rashi continues:
“If, however, the accent were on the last syllable, on the a, it would signify that
there was darkness whilst it was setting” (Chumash. Bereshith, 62). Now, since
the first sentence of 38:25 is clearly a participle, the relationship between the
two sentences hDjVlDv ayIh◊w taEx…wm awIh is of the kind indicated by Rashi; therefore
514
RECENSIONI
the appropriate translation will be: “while she was being brought out, she sent a
message…” The message was sent while Tamar was being brought out to be
burnt, non before; this is not an anterior construction and therefore there is no
gap of information in the text.
Rashi’s commentary is illuminating also for the syntax of yIh◊yÅw in Gen 15:17
and in similar cases. Zevit translates Gen 15:17 as follows: “And lo, the sun
set (…)” (p. 18). The translation “and lo” reflects Zevit’s conviction that this
is one of the instances where yIh◊yÅw is “the equivalent of whnh ‘and lo’ (e.g., Gen
22:1; 40:1; Ruth 1:1a), when it functions as a presentative, not as a verb” (pp.
15-16). Rashi, however, saw things differently. He writes that the construction
of hDaD;b vRmRÚvAh yIh◊yÅw is similar to MRhyé;qAc MyIqyîrVm MEh yIh◊yÅw “and it happened that while
they were emptying their sacks” (42:35) and to vyIa MyîrVbOq MEh yIh◊yÅw “and it happened while they were burying a man” (2 Kgs 13:21), and comments: “as
much as to say, and this thing happened…: the sun set etc.” (Chumash.
Bereshith). In a footnote the editors of Rashi’s commentary explain as follows:
“yhyw is not the predicate of CmCh, for this would require yhtw, since the noun is
fem. in this verse, but it is a separate clause; just as yhyw in Gen. XLII. 35 and
in 2Kings XIII. 21 would have been wyhyw, were it the predicate of Mh (plural)”
(p. 62, note 1). If this explanation is correct, as I think it is, then Rashi thought
that yIh◊yÅw is a verb, not a particle like h´…nIh◊w, as Zevit opines, and probably, as I
suggested (see my Syntax § 127), also that the whole complex comprising a
circumstantial clause (or protasis) hDaD;b vRmRÚvAh + the main sentence (or apodosis)
hÎyDh hDfDlSoÅw, is the subject of yIh◊yÅw, i.e., “It happened the fact that {when the sun
had already set + there was a thick darkness}.” (Alternatively, both x-qatal
constructions may be analyzed as circumstantial and the following r…w…nAt h´…nIh◊w
NDvDo as the main sentence, i.e. “It happened the fact that {when the sun had already set and there had been a thick darkness + behold a smoking fire
pot…}.”)
In several passages Zevit tries to prove the presence of an anterior construction on the basis of what he thinks is the correct chronological order of
things. However, in most cases his proposals are not required by the logic of
the text and seem therefore inappropriate; e.g., in Gen 6:7-8, the meaning is
not: “and/but Noah had found favor in the eyes of YHWH” (p. 16), but rather:
“Noah, on the contrary, found favor…”; in Ex 9:23, it is not: “And Moses extended his staff to the heavens (…) and YHWH has set thunder and hail…”,
but rather: “… and at the same time the Lord set thunder and hail” (the same
in 10:13; see my Syntax § 41).
Gen 7:18-19 is a case where Zevit’s analysis appears fairly inappropriate,
as shown by the following analysis (v. 20 is also to be taken into account):
Gen 7:18-20
(18a) MˆyA;mAh …wrV;b◊gˆ¥yÅw The waters prevailed
(18b-c) MˆyD;mAh y´nVÚp_lAo hDbE;tAh JKRlE;tÅw X®rDaDh_lAo dOaVm …w;b√rˆ¥yÅw and increased greatly upon the
earth; and the ark floated on the face of the waters.
ZEVIT Z.
THE ANTERIOR CONSTRUCTION IN CLASSICAL HEBREW
515
(19a) X®rDaDh_lAo dOaVm dOaVm …wrVbÎ…g MˆyA;mAh◊w Now the waters prevailed very much upon the
earth
(19b) MˆyDmDÚvAh_lD;k tAjA;t_rRvSa MyIhOb◊…gAh MyîrDhRh_lD;k …w;sUk◊yÅw and all the high mountains under
the whole heaven were covered;
(20a) MˆyD;mAh …wrVbÎ…g hDlVoAmVlIm hD;mAa hérVcRo vEmSj fifteen cubits higher did the waters prevail,
(20b) MyîrDhRh …w;sUk◊yÅw and the mountains were covered.
It seems clear that the same phenomenon (the growth of the waters of the
flood) is first narrated historically with main-line wayyiqtol (18a), then commented upon with two parallel off-line x-qatal constructions, one with waw
(19a), the other without (20a). Both off-line constructions are followed by continuation wayyiqtol with the same temporal value (19b and 20b; see § 2).
Therefore Zevit’s rendering, “and the waters had risen very much over the
earth” (p. 17) seems excluded.
The cases which in Zevit’s opinion have a “preperfect” value show a tense
transition wayyiqtol → x-qatal indicating contrast or comparison (pp. 22-26),
e.g. Gen 4:2 and 4:3-4 (actually 4:2-5 is a passage with a repeated tense transition wayyiqtol → x-qatal and a chiastic order: Abel - Cain - Cain - Abel Abel - Cain; see my paper in E. van Wolde, ed., Narrative Syntax and the
Hebrew Bible, 174); 14:17-19 (comparison between the king of Sodom and
Melchizedek king of Salem); 31:47 (contrast between the name given by Laban
and that given by Jacob); Ex 20:21 (contrast between the people and Moses;
see van Wolde, ed., Narrative Syntax and the Hebrew Bible, 213).
In two cases a x-qatal construction conveys antecedent information functioning as the setting of a new story: Gen 26:26 (“Now Abimelech went to him
from Gerar…”) and Judg 11:1 (“Now Jephthah the Gileadite was a mighty
warrior”). Nothing in these texts suggests anteriority. A typical case of setting
is found at the very beginning of the Hebrew Bible, Gen 1:1-2, which is best
translated as follows: “When God began to create the heavens and the earth,
the earth was formless and empty, darkness was above the abyss, and the spirit
of God was hovering over the waters” (see my Syntax § 18; contrast Zevit, 27).
Rashi, who similarly thought that tyIvaérV;b was to be analyzed as construct state
to the following sentence MyIhølTa a∂rD;b (literally, “At the beginning of God-created…,” therefore “When God began to create…”), summarizes his discussion
on the interpretation of these verses as follows: “Therefore you must needs
admit that the text teaches nothing about the earlier or later sequence of the
acts of Creation” (Chumash. Bereshith, 3).
7. Particularly disturbing is Zevit’s analysis of Ex 33:6-7 and of Num 5:1314 (pp. 20-21). He translates Ex 33:7, h‰nSjA;mAl X…wjIm wøl_hDfÎn◊w lRhOaDh_tRa jå;qˆy hRvOm…w,
as follows: “and/but Moses had taken the tent (…) and had pitched it outside
the camp…” In a footnote he explains that “the verb yq˙ is taken either as past
tense of a verb y-q-˙, a variant of l-q-˙, or as an error” (p. 20 note 7). However, this emergency solution is hardly justified. Actually that verse is part of
516
RECENSIONI
a coherent unit 33:7-11 comprising a series of off-line verb forms in historical
narrative. It begins with waw-x-yiqtol constructions and goes on with weqatal,
which is the usual continuation form of the indicative x-yiqtol construction.
There follows a chain of weqatal forms, again as usual, until the last clause,
which is a waw-x- (negative) yiqtol. As is commonly accepted, x-yiqtol and
weqatal in historical narrative signal repetition, custom, description. Description of a custom is exactly the function of these verb forms of 33:7-11. Rashi’s
commentary is illuminating: “lhah ta jqy (…) expresses an action continually going on [awh hwwh Nwvl]—he [Moses] used to take his tent and pitch it up
without the camp… This Moses practiced from the day of Atonement until the
Tabernacle was set up, but no longer” (Chumash. Shemoth, 187; 188). (Rashi
goes on explaining the chronology involved since the breaking of the tablets
of the Law until God became reconciled with Israel and handed him over the
second tablets and until the construction of the Tabernacle was completed.)
Num 5:13-14 also contains weqatal forms which, however, differently from
those of Ex 33:7-11, have future value because the text is direct speech. Among
the weqatal forms, x-qatal forms are also found, which express past relative to
future, i.e. anterior future. Here is the text: “(If any man’s wife shall go
astray…) and someone shall lay (bAkDv◊w) with her carnally, and the thing shall
be hidden (MAlVo‰n◊w) from the eyes of her husband, and she shall be undetected
(h∂rV;tVsˆn◊w), while she shall have been defiled (hDaDmVfˆn ayIh◊w, waw-x-qatal), but there
is no witness against her and she shall not have been taken in the act (aøl awIh◊w
hDcDÚpVtˆn, waw-x-qatal), and the spirit of jealousy shall come (rAbDo◊w) upon him,
and he shall be jealous of (a´…nIq◊w) his wife, while she shall have been defiled
(hDaDmVfˆn awIh◊w, waw-x-qatal); or the spirit of jealousy shall have come (rAbDo_wøa,
qatal) upon him, and he shall be jealous of (a´…nIq◊w) his wife, while she shall not
have been defiled (hDaDmVfˆn aøl ayIh◊w, waw-x-qatal)…” Zevit, on his part, takes the
weqatal forms as referring to the past and translates the x-qatal constructions
with pluperfect: “And a man lay with her (…) and it was hidden (…) and/but
she had become impure (…).” This practice reflects his conviction that the
primary verb forms yiqtol and qatal have basically the same time value with
and without a prefixed waw (§§ 4 above, and 9 below).
To confirm his argument Zevit quotes a number of examples from nonbiblical Semitic inscriptions. E.g., he translates a passage from the Siloam Tunnel Inscription (lin. 5-6) as follows: “and o[ne hundr]ed cubits has been the
height of the rock above the heads of the excavator[s],” wm[∑]t ∑mh hyh gbh
hßr „l r∑å h˙sb[m]; however, the meaning is simply: “while o[ne hundr]ed cubits was the height of the rock…” Zevit adds the following comment: “This
example is formally correct, but somehow anomalous. The grammatical gender of the verb is masculine, rendering it congruent with the predicate adjective gbh but not with the subject m[∑]t ∑mh” (p. 30). I would rather say that
gbh “height” is a noun and the subject of the sentence, while m[∑]t ∑mh is a
complement of the predicate hyh. Indeed the non biblical Semitic inscriptions
ZEVIT Z.
THE ANTERIOR CONSTRUCTION IN CLASSICAL HEBREW
517
provide good comparative material, e.g. some passages from the stele of Mesha
(p. 31). (On the verbal system of this stele see my paper in Or 63 [1994] 226248; on other non-biblical Semitic inscriptions see my book review of I.
Young, Diversity in Pre-Exilic Hebrew in LA 47 [1997] 577-686.)
8. As a kind of conclusion Zevit writes as follows: “Syntactically, anterior
clauses are connected to the narrative flow through the conjunction which creates formally a minimal cohesion; semantically, they are disconnected because
they introduce a new topic; but logically, they work against text cohesiveness
by arresting and reversing temporarily the chronological flow of the narrative.
Their main function is to provide information for the main narrative line by
advancing heretofore unknown background information into the foreground”
(pp. 25-26). I find a series of puzzling statements in this quotation. First, as indicated above (§ 4), the waw, if present, is not significant syntactically; what is
significant syntactically is the second place taken by qatal (x-qatal), which
makes this construction dependent on a preceding or on a following wayyiqtol;
it is this syntactic dependence, rather than the waw, that makes a text cohesive.
Second, the anterior construction x-qatal resumes a piece of information already
communicated in the text (see § 5 above); because it is an off-line construction,
x-qatal interrupts the flow of the narrative in order to recall something that is
significant for the process of communication. Third, while it is true that the anterior construction “provides information for the main narrative line,” I cannot
imagine how can be said that it plays its role “by advancing heretofore unknown
background information into the foreground.” To my understanding the anterior
construction is an off-line or background construction per se while main-line or
foreground is represented by wayyiqtol in historical narrative.
In chapter IV Zevit describes background as “fleshing out given events or
characters, contextualizing them in time, place, and circumstances,” and states
that the anterior construction is a means “for backgrounding of a particular
type” (p. 33). This accords with what I just said, except for the fact that we do
not share the same understanding of the verbal system. In order to clarify the
backgrounding function of the anterior construction, Zevit compares it with
“foreshadowing” (p. 34). The main difference between the two is said to be
that the function of foreshadowing is an “anticipatory backgrounding,” while
that of the anterior construction is a “postponed… retrospective backgrounding” (p. 35). Further, “the former is a mark of skilled literary craftsmanship while the latter indicates careless afterthought…” (ibid.).
I will not follow Zevit’s description any further because, to be honest, I do
not see any firm basis for it. On the one side, while the anterior construction is
clearly characterized as a waw-subject-qatal formation, foreshadowing remains
grammatically and syntactically undefined, in the sense that it is not clear by
which verb form(s) it is represented. On the other side, I cannot imagine for
what reason in the world does the anterior construction deserve such negative
verdict. I rather think that the anterior construction is a well-defined stylistic
518
RECENSIONI
device. It is used for a specific purpose by the biblical writers who by this device, among many others, structure the information in a meaningful way. There
follows that whenever we find such a phenomenon, we are invited to look for
its pragmatic effect on the communication process. Rashi’s treatment of Gen
39:1 (§ 5 above) is an example in this direction.
9. In chapter V Zevit discusses the thorny problem of tense and aspect.
Here he tries to justify his distinction between pluperfect and preperfect by
referring to the category of “telic / non telic” verbs, i.e. verbs that express “a
discernible moment of culmination, e.g., mß∑, ‘he found’ (Gen 6:7-8) (…),” or
fail to do so (p. 39). Telic is said to be similar to “ ‘punctual,’ expressing an
action concluded in a relatively short period of time.” Further, “Verbs expressing telicity and punctuality were usually classified as ‘pluperfect.’ Those not
expressing telicity and those expressing it but lacking a well defined sense of
punctuality were classified as ‘preperfect’ ” (p. 39). As far as I understand,
telicity/non telicity, i.e. the aspect complete/incomplete, is not significant for a
description of the BH verbal system; what is significant for the choice of the
verb forms is the opposition fix versus relative tenses in the three temporal
axes according to the two genres of the prose, i.e. historical narrative and direct speech (§ 4 above).
Thus, I would say that Zevit correctly states that “the anterior construction
engages the Hebrew verbal system only insofar as that system indicates tense,
not aspect” (p. 40); but then I am tempted to ask why should the categories
pluperfect/preperfect be significant if they are related to aspect. Further Zevit
observes: “Tense systems have to do with time; aspect systems have to do with
duration. Tense systems indicate when an act or event took place in time along
a chronological axis”; he then applies this principle to a few biblical passages
(p. 41).
Zevit further discusses aspect in different languages and traces the origin
of the opinion, inaccurate in his view, that prevails in major grammars, that
the BH verbal system is aspectual. He concludes: “In Hebrew, tense was
grammaticized while aspect was indicated in a variety of ways” (p. 48). With
the reservations expressed above, this conclusion is correct.
In chapter VI a key problem of BH verb syntax comes to the fore. Zevit
states: “Verbs in biblical Hebrew are marked by the use of prefixes, suffixes,
and accent for the past by the qatál-suffixed forms, and for present-future (=
non past) by the yiqtól-prefixed forms. They are also marked for past by [way]
yíqtol, and for the present-future by [we] qatál. The employment of yiqtol to
narrate past events is attested also in Moabite where it occurs with and without a preceding conjunction: w∑„å, ‘and I made’ (KAI 181:3); wy„nw, ‘and they
afflicted/humbled” (KAI 181:5); y∑np, ‘he was angry” (KAI 181:5)…” (p. 49).
This quotation raises a number of objections. First, prefixes, suffixes, and accent (if accent is also a significant element, which I doubt; see § 10 below) are
elements of the morphology of the verb forms in BH; as such, they say noth-
ZEVIT Z.
THE ANTERIOR CONSTRUCTION IN CLASSICAL HEBREW
519
ing about the functions of the verb forms; functions can only be ascertained
through syntax, that is through an investigation on the use of the various verb
forms and non-verbal constructions and on their mutual relationships in the
text. Second, wayyiqtol is not the result of waw + yiqtol but a verb form on its
own terms, with distinctive morphology and distinctive functions. The same
applies to weqatal and weyiqtol. (By the way, the latter is a verb form not recognized by Zevit, neither by most scholars; however I believe that it is a verb
form on its own right because it has a morphology that distinguishes it from
wayyiqtol and a function—jussive, or volitive—that distinguishes it from
weqatal, which is indicative.) Therefore, the phrase “[way] yíqtol, and for the
present-future by [we] qatál” is unfortunate. It is such also because it suggests
that qatal and weqatal can express both present and future. As far as I can see,
this is not true, although it may be held by many grammarians. Actually BH
employs the non-verbal sentence, with or without a participle, for the present,
while for the indicative future it employs x-yiqtol and weqatal, and for volitive
future yiqtol and weyiqtol (besides the imperative). I see a coherent interplay
among the various verb forms and no overlapping.
Some verb forms that express the future in direct speech also appear in
historical narrative, but with different functions. In the latter case, they do not
indicate time but mode of action; i.e., in the axis of the past, usually indicated
by main-line wayyiqtol, they are used for repeated information, custom or description (§ 7 above). This is true not only for BH but also for Moabite and for
other contemporary West-Semitic languages.
With reference to the quotations from Moabite (p. 49), we can say that the
so-called inverted forms are not peculiar to BH but are used in all the WestSemitic languages of the time (and even in Old Aramaic, like in the Dan inscription; see below). However, this fact does not at all justify the assertion
that “The employment of yiqtol to narrate past events is attested also in
Moabite where it occurs with and without a preceding conjunction” (ibid.). The
case of KAI 181:3 reads actually ky y∑np (not simply y∑np), “because (Kemosh)
was angry,” a construction that is of course well attested in BH. Further, of
this case one can hardly say that yiqtol is employed “to narrate past events”
because ky y∑np is an off-line (circumstantial), not a main-line clause.
As for the other cases quoted, the Kilamuwa inscription (KAI 24:10, not 9
as Zevit has it) reads as follows: lpn hmlkm hlpnym ytlnn måkbm km klbm “before the former kings the mushkabim (a class of people) used to murmur like
dogs” (lin. 9-10). Again, the verb form is not a simple yiqtol used to narrate
but x-yiqtol used to describe a state of the population in the past exactly as in
BH. Similarly, in the Azitawadda inscription, the verb form is not alone and is
not narrative, but is preceded by the relative particle: “(In the places…) ∑å yåt„
∑dm llkt drk on which people were afraid of walking” (KAI 26:A II:4-5). The
same construction is found in the following sentence in the same inscription
(not quoted by Zevit): wbymty ∑nk ∑åt tk l˙dy… “But in my own days, even a
520
RECENSIONI
woman could walk (x-yiqtol) alone…” (lin. 5-6; on this reading see Y. Avishur,
Phoenician Inscriptions and the Bible, II, 224; 231).
The two cases from the Dan inscription quoted by Zevit are also x-yiqtol
constructions commonly used to describe a situation in the past, not to narrate
an event (pace A. Biran - J. Naveh in IEJ 43 [1993] 91, and T. Muraoka in IEJ
45 [1995] 19-20). While the first case (line 2: ∑by ysq “… my father was going
up…”) cannot be analyzed because of the fragmentary state of the stele, the second one can with sufficient probability: wyåkb ∑by yhk ∑l [∑bhw]h wy„l mlk
y[¬]r∑l qdm b∑rq ∑by, “then he (my father mentioned in line 2) lay down (i.e.,
became sick). Now while my father was going (or was about to go, x-yiqtol, circumstantial clause) to his [ancestors], the king of I[s]rael entered (wayyiqtol,
main sentence) previously (?) in my father’s land” (lin. 3-4). In my view, this
analysis is preferable to that of Biran-Naveh, who connect ∑by, “my father,” with
the preceding wyåkb instead of with the following yhk, and translate as follows:
“And my father lay down, he went to his [ancestors]…” (IEJ 45 [1995] 13).
Actually, yiqtol used for the past is a second-place (not a first-place) verb form,
i.e. x-yiqtol, not only in BH but also in Old Aramaic, at least judging from the
other, already mentioned, instance in line 2 of the Dan inscription: ∑by ysq. In
historical narrative yiqtol is not a main-line verb form and does not constitute a
main sentence but a circumstantial one, depending on a main-line wayyiqtol; it
does not actually narrate—in the sense of providing main-line information—but
is rather used to describe a state of affairs. According to this analysis of lin. 3-4,
the Aramean king states that the king of Israel invaded the land of his father
during the illness of the latter; but then he was made king by god Hadad and
succeeded in redressing the situation.
Continuing his quotations from extra-biblical sources, Zevit affirms that
“Yiqtol forms narrating past events are attested also in Hebrew inscriptions”
(p. 50); however the cases he quotes from the Siloam inscription are best interpreted as wayyiqtol since they show a waw prefixed to the yiqtol form.
10. Zevit then tries to combine the already-mentioned criterion of the accent with that of “long form” yiqtol for present-future versus “short form”
yiqtol for past (pp. 50-65). Unfortunately, his exposition is for me largely incomprehensible. The two criteria discussed—accent, mostly based on L.
McFall, and long/short form yiqtol, mostly based on A. Rainey—remain
rather theoretical and undefined; e.g., one may ask, which accent system are
we to follow, that of the Masoretes, or the “original” one; what are we to do
in the many cases in which the long/short form of yiqtol is not visible. What
is more, I do not see how the two criteria actually combine to explain the
BH verb system.
As far as I understand, the theory of long/short form of yiqtol that has been
advanced in the (also recent) past on the basis of ancient Canaanite has not
proven to be significant for BH, at least not for the classical phase of the language. In any case, no diachronic theory of dependence or similarity with an-
ZEVIT Z.
THE ANTERIOR CONSTRUCTION IN CLASSICAL HEBREW
521
other language can exempt us from direct syntactic analysis of BH in itself.
Now syntactic analysis shows that, on one side, yiqtol is usually continued not
by waw + yiqtol but by weqatal (see, e.g., Ex 25:3 ff., God’s instructions to
Moses), except when it is jussive, in which case it is continued by weyiqtol
(e.g., Num 6:24-26, the priestly blessing); and, on the other side, qatal is usually continued not by waw + qatal but by wayyiqtol (see, e.g., Deut 1:6 ff., the
first speech of Moses). Therefore, I would say that the whole argument advanced by Zevit has to be thought about again in the light of syntax.
Against syntax Zevit argues that “Qatal past tense verbs occur in the same
syntactical position with a telic or consequential sense, a fact that seriously
compromises the argument from syntax” (p. 60). I confess that I do not quite
understand what he means by that; however, the 9 examples that he quotes to
support his claim contain cases of weqatal that are commonly understood by
scholars as indicating simple past tense. Admittedly, these examples, and others more, are problematic cases of weqatal in a past context. Personally, I do
not believe that a weqatal indicating simple past, like narrative wayyiqtol, ever
existed in BH. I have addressed this issue in Syntax § 158 (ii), and more recently in a book review of W. Groß - H. Irsigler - T. Seidl (edd.), Text, Methode
und Grammatik in LA 44 (1994) 667-692, esp. 686-692. Problems do remain,
however it is not fair to consider the (rather few) problematic cases only without even mentioning the usual function of weqatal (in most cases), which is
expressing repetition, custom or describing a situation in the past (see, e.g., Jos
15:3 ff., description of the borders of the tribe of Judah).
From a scanty evidence Zevit draws a conclusion that appears rather selfconfident: “Nothing in the syntax of the various contexts in which these [the
weqatal forms] occur precludes the use of a yiqtól form, so it cannot be maintained as a strong argument that they were conditioned syntactically or that
their tense is a function of syntax. Although the number of examples is small
and the conditions under which these verbs were used has [sic] not yet been
described, it appears that they were restricted neither by literary genre nor by
syntactic structure in Hebrew” (p. 61). Zevit seems to quickly assume that syntax is unable to provide criteria to distinguish the use of weqatal for the future
from that of weqatal for the past. However, syntax does provide criteria for that,
i.e., in direct speech weqatal indicates future (as main line), while in historical
narrative it indicates past (as off line). Further, the argument in favor of the
accent rests on negative evidence (i.e., the supposed inability of syntax to provide reliable criteria) rather than on positive evidence (see Zevit’s quotation
above).
In pp. 64-65 Zevit sketches the way the Hebrew language developed toward Late and Mishnaic phases. He writes: “When some Hebrew dialects first
tended to shift word stress toward their first syllable in the post-exilic period,
the qatal present-future became potentially ambiguous. Except for certain frozen expressions such as ntty, qnyty, lq˙ty, commercial terms, and in certain
522
RECENSIONI
syntactic constructions, people preferred not to use the qatal present-future
tense. It is poorly attested in late Hebrew texts. The decline in usage was possible because the qatal present-future was redundant within the verbal system
as a whole and because of changing linguistic usage. Its decline, reflecting
changing linguistic habits, did not affect the communicative efficacy of the
verbal system at all. By 100 BCE, qtl functioned mainly as a past tense. Hebrew had become less tensed, but not untensed” (p. 64). Of course, one would
like to see some kind of evidence for these rather bold claims. One of these,
however, I cannot accept because positive counter-arguments are available, i.e.
the claim that “the qatal present-future was redundant within the verbal system as a whole.” This is simply not true. First, “nude” (i.e. without waw) qatal
for present-future is not attested in BH; second, weqatal for future (and not for
present as well!) has a distinctive function of its own and combines well with
the function of yiqtol in every phase of Hebrew as a literary language. The
situation of the spoken language may have been different, as supposed by some
scholars, but this is another story (in case the spoken language could be recovered with any certainty).
A further claim that may be unjustified is that weqatal, or “the qatal for
present-future tense,” in Zevit’s words, “is poorly attested in late Hebrew
texts.” This claim is frequently made by grammarians but is hardly supported
by sound criteria. Usually, the main proof is statistic; however this proof is
insufficient if it is not combined with syntactic criteria. In principle, the more
or less frequent occurrence of a verb form may simply depend on the genre of
the texts under examination, not on a trend in the language itself. E.g., if one
examines narrative texts, one shall find a few weqatal and many wayyiqtol
forms; instead, if one examines direct-speech texts, or poetry, weqatal is likely
to be more frequent. In any case, a search in the Qumran non-biblical texts
done with the application Accordance gives a list of 2,764 weqatal out of a total of 3,668 instances of all qatal forms, i.e. qatal both “nude” and with a prefixed waw. With the same criteria the application gives, for the late biblical
books (Esther, Ezra, Nehemiah and Chronicles), 398 weqatal out of a total of
1,763 qatal forms, while for the whole Hebrew Bible (without Ben Sira),
13,070 weqatal out of 21,245 qatal forms. This means at least that the decline
in the use of weqatal in literary texts of the late period is not evident.
11. In less that 6 pages in chapter VII, Zevit traces “the emergence of the
anterior construction.” He begins by pointing out how difficult was for the biblical writers to indicate the pluperfect. He writes: “So, when the Israelite authors sought to indicate the past to the past retrospectively within narrative
traditionally composed through linked syndetic constructions, they faced a
daunting problem” (p. 67). He then lists three main devices—usable in certain
contexts only, though—to solve this problems: through rRvSaA;k + qatal, yI;k + qatal,
and, as a third option, “to present the events out of order, assuming that the
reader/listener would be able to discern the proper order” (p. 69). To illustrate
ZEVIT Z.
THE ANTERIOR CONSTRUCTION IN CLASSICAL HEBREW
523
the third option, Zevit quotes 5 examples in which the order of the clauses
according to logic should be reversed. However, I would say that these examples have a rather limited value as they simply illustrate the fact that a
writer, both ancient and modern, may choose to change the chronological order of things for some reason (see my book review oh G. Hatav, The Semantics of Aspect and Modality, in this volume, esp. § 3). Besides, the 5 examples
comprise different verb forms, not the kind of the anterior construction that is
under study.
Zevit then quotes 5 examples more that show some kind of “afterthought”
(pp. 70-72), a phenomenon that I would rather call “delayed specification.”
One example may illustrate this phenomenon: “They took Lot and his possessions—i.e. the son of Abraham’s brother—and departed” (Gen 14:12). In the
original, the sequence is not as odd as it appears from this translation because
the appositional phrase “the son of Abraham’s brother” follows directly the
pronominal suffix of “his possessions” and refers to the same person. In any
case, it is not clear to me how this is similar to the anterior construction.
Further I would not say that the following statement applies to the anterior
construction: “Narratives indicating the past to the past by dischronologizing
whole sentences or clauses within sentences were disconcerting and bordered
on the unintelligible… could have been perceived as poorly formed or
substandards or erroneous… are unremarkable syntactically… lack stylistic
panache” (p. 71). In my view, the situation is far from being that despairing. I
think simply that the anterior construction is one of the phenomena, or stylistic devices, employed by the ancient writers to convey information in a structured, effective way. We are allowed to suppose that an ancient reader was able
to understand its function without much difficulty. For us modern readers, the
anterior construction is but one of the many problems—lexical, historical, social, religious, etc.—that we face when reading ancient literature. No more than
that.
12. More to the point, Zevit describes the anterior construction as follows:
“Israelite writers developed an optional strategy to mark such cases specifically
and unambiguously in narratives about the past. They created sentences of the
type ‘and he-fell John and Max he-pushed him,’ (= John fell; Max had pushed
him). In these sentences the change in constituent ordering from verb + subject
to subject + verb along with the introduction of a new subject became a conventional signal marking the retrospective anteriority of the clause” (p. 71). At last,
Zevit’s description identifies the main characteristic of the anterior construction.
However, his phrasing betrays once more shortages in the syntactic analysis of
BH. The anterior construction can hardly be called “an optional strategy to mark
such cases”; it is rather the usual way of marking anteriority syntactically. It is
“remarkable syntactically” because a verb-subject sentence is not the same, nor
a stylistic variation of, a subject-verb sentence; it is of a different type syntactically, having different morphology and different function.
524
RECENSIONI
In a footnote Zevit clarifies a little bit his understanding of the syntactic
status of the anterior construction, a thing that I have been looking for in vain
in the text. He writes: “Although the resultant clause [i.e. the subject + verb
construction, or anterior construction] was coordinated formally with the preceding information, it cannot be described properly as either coordinate—it has
a different subject—or subordinate—it has its own subject and predicate—on
the syntactic level, as described briefly above in chapter I” (pp. 71-72). Now,
Zevit’s criteria for coordination and subordination, if I understand them correctly, are at least bizarre. Clearly enough, the fact of having the same subject
hardly makes a sentence coordinate with the preceding one, or the fact of not
having its own subject and predicate (if it is ever possible for a sentence not to
have a predicate of its own!) prevents a sentence from being subordinate. The
fact that, e.g., in Gen 1:3 the two sentences MyIhølTa rRmaø¥yÅw and rwøa_yIh◊yÅw, “And God
said (Let there be light) and there was light,” have different subjects does not
prevent them to be coordinate, main-line sentences; vice versa, the fact of having the same subject and predicate does not make the sentences in Gen 1:5
coordinate: Mwøy rwøaDl MyIhølTa a∂rVqˆ¥yÅw and hDl◊yDl a∂r∂q JKRvOjAl◊w, “God called the light Day,
while the darkness he called Night.”
First, in my view what determines the syntactic status of a sentence is the
joint effect of two criteria: the place of the verb in the sentence (first or second)
and the level of communication (main or secondary; see my Syntax § 133). A
sentence with a verb form occupying the first place and expressing the main
level of communication is main and independent; indeed, this verb form is a
tense in the full sense of the word. On the contrary, a sentence with a verb form
occupying the second place and expressing the secondary level of communication is dependent syntactically (i.e. it needs to rely on an independent sentence)
even if it is a main sentence grammatically (i.e. it is not governed by a subordinating conjunction or particle but is asyndetic or is introduced by simple waw).
Second, coordination is a sequence of two or more sentences that have the same
syntactic status, either independent or dependent, while subordination is a sequence of two or more sentences that do not have the same syntactic status.
Third, waw is significant from the point of view of morphology and style, not of
syntax. E.g., the waw that introduces the sentence hDl◊yDl a∂r∂q JKRvOjAl◊w does not
make it coordinate to the previous sentence; on the contrary, the fact of having a
verb in the second place makes it syntactically dependent on the preceding sentence—Mwøy rwøaDl MyIhølTa a∂rVqˆ¥yÅw—that has a verb in the first place. The absence of
waw would not change in any way the syntactic status of a sentence like JKRvOjAl
hDl◊yDl a∂r∂q.
I would conclude, first, that the principle for deciding when a x-qatal construction is an anterior construction and is correctly translated with pluperfect is
that it conveys a piece of information already explicitly communicated in the
previous context (usually with narrative wayyiqtol) or implicitly required by the
logic of the text. One needs to stress again that the decisive logic is that of the
HATAV G.
THE SEMANTICS OF ASPECT AND MODALITY
525
text itself, not that of the interpreter alone; in other words, what counts is the
order of the text established by the writer with his choice of appropriate verb
forms, not the order of reality established with criteria lying outside the text. As
a consequence the number of the anterior constructions is much less than
claimed by Zevit. Second, one may say that most of the instances of rRvSa / yI;k +
qatal (perhaps even all of them—one should check) express anteriority to the
main line of communication. While Zevit sporadically (not systematically) mentions these constructions, he does not consider at all the 170 instances of rAjAa /
yérSjAa + different nouns or noun equivalents—substantive, infinitive, and even
qatal in two cases (1 Sam 5:9; Job 42:7), which constitute a further device to express anteriority.
Finally, one should add that anteriority is attested in BH not only with reference to the past, i.e., the past to the past, but also with reference to future, i.e. the
past to the future, or the future anterior, or future perfect. One such instance has
been analyzed above (Num 5:13-14; § 7) but a specific inquiry is needed.
Alviero Niccacci, ofm
Hatav Galia, The Semantics of Aspect and Modality. Evidence from English
and Biblical Hebrew (Studies in Language Companion Series [SLC] 34), John
Benjamins, Amsterdam/Philadelphia 1997, VIII-224 pp., Hfl. 170, $ 85.
“This book has tackled one of the most puzzling problems in Biblical Hebrew
(BH), namely the semantics of its verbal system. The verbal oppositions have
traditionally, and recently, been an area of great controversy with different
scholars generating different analyses of the semantics involved. In chapter (1)
a survey was given of the various theories, mainly to point to their inadequacies, showing the necessity of a new analysis. However, to provide a new account of the BH forms, a general analysis of temporality in language had to be
developed first. Thus, the aim of this book has been twofold: To analyze the
temporal system in language in a general theoretical fashion; and to deal with
the verbal system in Biblical Hebrew in detail. English was usually used to
account for the theoretical discussion, resulting in some analysis of the English
temporal system, too.
“The book starts with the assumption that TAM, i.e., the Tense-AspectModal system in language, should be defined within truth conditional semantics, in terms of temporality, rather than within a pragmatic approach
which deals with it in terms of perspective, attitude, and the like. However,
since pragmatics is not irrelevant, it has also been taken into account.
“In determining tense and aspect I assumed a neo-Reichenbachen distinction of S(peech)-time, E(vent)-time and R(eference)-time. Tense has been defined as a function from the intervals of S-time and R-time to truth values. I
526
RECENSIONI
have shown that contrary to what is claimed in tense oriented theories (notably the waw-conversive theory of the scholars in the Middle Ages and the historical comparative theory of Bauer 1910), BH is a tensless [sic] language. The
BH verb forms do not encode the three-place distinction of past, present and
future, and therefore a sentence may be given tense interpretation only by linguistic means such as adverbs, or by the context. Aspect has also been defined
as a function, but rather from the intervals of R-time and E-time to truth values. In language, different kinds of relationships may hold between the R-time
and the E-time, in different combinations. This work has shown that BH uses
three relations, resulting in three different aspects: sequentiality, inclusion (progressive) and perfect” (pp. 195-196).
1.This long quotation from the concluding chapter of Hatav’ s book betrays my unease in reviewing a work that almost for a half is a study of modern languages, especially English. Actually, Hatav devotes much space to the
analysis of temporality in a general-linguistic way, bringing into discussion lots
of semantic studies by modern authors, an enterprise that must have required
considerable energy and time.
Chapter 1 serves to introduce the problem and to explain what is temporality in language. The main relationships that define temporality according to
the author are studied in turn: “sequence” in chapter 2, “inclusion: the progressive aspect” in chapter 3, “modality” in chapter 4, and “the perfect aspect: simultaneity, anteriority and backgrounding” in chapter 5. Finally, chapter 6 is
devoted to “conclusions and suggestions for future research.”
Hatav is convinced of the inadequacy of either tense or aspect to explain
the BH verb system; both are needed but are to be supplemented by modality,
which “involves the notion of possible worlds (or branching options)” (pp. 910). Thus, tense, aspect and modality are able to describe “temporality.” Specifically, Hatav prefers an approach in terms of “temporality” rather than of
“pragmatics” (although pragmatics is said not to be discarded altogether). This
seems to imply that, in Hatav’s view, a text is a faithful reproduction of reality
and therefore what counts is the real-world situation rather than the world view
of the speaker or narrator. Another basic conviction of the author is that Biblical Hebrew has no tenses.
Having shown the inadequacy of different theories concerning the BH verb
system both tense-oriented and aspect-oriented (as summarized in L. McFall’s
The Enigma of the Hebrew Verb System), Hatav discusses new theories mostly
discourse-analysis-oriented (A. Niccacci, F.I. Andersen, M. Eskhult, T. Givón,
R. Longacre, and D.L. Washburn). She then chooses as her own corpus of investigation “the texts from the period of the Second Temple, namely Genesis
through Kings” (p. 25). She omits poetry because “the verb forms function
differently in prose as opposed to poetry” (p. 24), not however the legal parts
of the Bible because they are in direct speech and contain “sequential and nonsequential material” (p. 24), which interests her research.
HATAV G.
THE SEMANTICS OF ASPECT AND MODALITY
527
Hatav, then, explains her (rather peculiar) transcription of the Hebrew and
proposes a basic classification of the verb forms of BH according to the four
temporal parameters she has identified, i.e. “sequence (SEQ),” “modality
(MOD),” “inclusion (INC, i.e. progressive)” and “perfect (PER)” (see Table
1.3 on p. 29). Accordingly, wayyiqtol is +SEQ (i.e. sequential on the time
line), weqatal is +SEQ and +MOD (i.e. sequential on the modal parameter),
yiqtol is +MOD (i.e. non-sequential modal), qatal is +PER (i.e. non-sequential
perfect), and qotel (or participle) is +INC (i.e. non-sequential inclusive, or progressive).
Concerning her method of research, Hatav went through the full corpus
Genesis-Kings and examined the counter-examples found in it. “Most of the
time there were explanations for all these apparent counterexamples, but there
still remained a few verses without an explanation. To find out if the numbers
of unexplained cases is significant a statistical count was also done, but on a
sample only” (p. 31). The criteria for this choice are explained and the list of
the chapters of Genesis-Kings actually sampled is given (p. 31). We are further told that the occurrences of yIh◊yÅw and hÎyDh◊w are not included “because they
do not function only as verbs” (p. 70). As a practical demonstration of the
method employed, three biblical passages are examined, one clear as to the
temporal ordering (i.e. the events conveyed with wayyiqtol are in a temporal
sequence with what precedes and with what follows: Gen 30:14), two less clear
in this respect (Gen 4:1, and 29:28-29; see pp. 32-34).
In chapter 2 Hatav illustrates the sequence as “the aspect moving the time
forward” (p. 36). She defines the sequence in a more formal way by means of
examples mostly from English, but also from French and Russian. Since a sequence can be found in sentences expressing present and future as well as past,
Hatav concludes that “Rs, i.e. the tense, is irrelevant for defining sequentiality,”
a conclusion that seems important for her claim that BH is a language without
tenses (see § 8 below). However, she adds, the R[eference]-time is not irrelevant, that is—if I understand correctly—it is “required that the event took
place in some interval preceding the S[peech]-time” (p. 37). In the course of
this definition, the “Aktionsarten,” i.e. “the temporal properties according to
the lexical verb and its arguments,” are called into play. They fall under four
categories: state and activity, which are “distributives” (i.e. they indicate a situation), and accomplishment and achievement, which are “events.” The conditions are then discussed for a situation to be considered an event. The
conclusion reached reads as follows: “I accept the claim that when a situation
has an inchoative meaning it should be analyzed as an event, and move the Rtime forward” (p. 49). The long discussion on this subject (pp. 39-55) is then
brought to bear on BH verbs such as ∑ähab “to love” and häyâ “to be” (see pp.
59-62).
2.Hatav notes that BH “has two sequential forms: wayyiqtol for clauses
on the time-line, and wqatal for making sequentiality in modal clauses. These
528
RECENSIONI
two forms will not appear in non-sequential clauses” (p. 56). She cannot decide whether or not the waw in these two forms is “an operator for
sequentiality” (she first affirms, then abandons this idea, ibid.; on p. 84 she
seems to support the explanation that the Dagesh Forte in wayyiqtol is “a remnant from the particle w’az”).
Hatav affirms that sequentiality is a succession involving a given wayyiqtol or weqatal with respect to the preceding and the following wayyiqtol or
weqatal in a chain (except for the first and the last one in the chain). The problem then arises of how “to determine when a narrative discourse starts and
when it ends.” Hatav solves it by adopting the principle of “open and closed
sections” of the Hebrew tradition of reading, “because this is the only segmentation according to discourse topics” (p. 58).
Two examples are given in order to illustrate the sequence aspect both in
non-modal clauses with wayyiqtol (Gen 30:14-15) and in modal clauses with
weqatal (Gen 29:2-3). Gen 29:2-3 is translated as follows (I indicate in brackets the Hebrew forms involved): “2. He saw [wayyiqtol] a well in the field and
three flocks of sheep lying beside it, because they used to water [yiqtol] the
flocks from the well. Over the well’s mouth was a huge stone [non-verbal
clause]. 3. All the herdsmen used to gather [weqatal] there, roll [weqatal] the
stone off the mouth of the well, water [weqatal] the flocks, and put it back
[weqatal] in its place over the well” (p. 59). Hatav comments: “As predicted,
all the clauses with the waw-prefixed verbs describe sequential habitualities…
The first habitual clause with the yiqtol verb cannot be interpreted as being part
of this sequence, but as summarizing it” (ibid.). One could observe that, although Hatav’s analysis appears in order, two details in the passage are significant. First, two h´…nIh◊w “and behold” in v. 2 introduce, as usual, pieces of
information that are important for the narrative process. The first signals the
sudden discovery by Jacob of a well in the region, and the second the presence
of three flocks at the well. The text reads literally: “2. He saw and behold, there
was a well in the field, and behold, three flocks of sheep were lying there (MDv),
because from that well people used to water the flocks. Now the stone was
large (hDlOd◊…g NRbRaDh◊w) on the mouth of the well. 3. Therefore all the flocks used to
be gathered there (Myîr∂dSoDh_lDk hD;mDv_…wpVsRa‰n◊w), people used to roll the stone from
above the mouth of the well, water the sheep, and then put the stone on the
mouth of the well back in its place.” Rashi, an attentive reader of the biblical
text, comments on …wpVsRa‰n◊w as follows: “They were used to gather there because
the stone was large.” Indeed, despite ancient and modern interpreters, the article in NRbRaDh◊w shows that it is the subject while hDlOd◊…g, without article, is the
predicate, not an attribute. This information explains the presence of the three
flocks at the well: the shepherds had to join forces in order to remove and put
the stone back in place. As a consequence …wpVsRa‰n◊w is linked logically to the preceding non-verbal clause and is legitimately translated as “therefore… used to
be gathered” (the subject is here “all the flocks,” while that of the following
HATAV G.
THE SEMANTICS OF ASPECT AND MODALITY
529
weqatal forms is indefinite). This interpretation is confirmed by a passage in
the continuation of the story, where Jacob asks the shepherds why they do not
water the sheep, and they answer: “We shall not be able to do it (lAk…wn aøl)
until all the flocks shall be gathered together (…wpVsDa´y rRvSa dAo). Then people shall
roll (…wlSlÎg◊w) the stone from above the mouth of the well, and we shall water
(…wnyIqVvIh◊w) the sheep” (29:8).
A likely, and in my view crucial, result of this analysis is that the “sequence aspect,” in Hatav’s terms, need not be temporal; it can also be logical
and express consequence, explanation, or conclusion. This point shall be further substantiated in the course of this review.
While applying her doctrine on the “Aktionsarten” to BH, Hatav affirms that
verb classified as “states” occur “modified by ‘for’ phrases” (e.g., Ex 24:18:
Moses stayed on the mountain “forty days and forty nights”). She adds: “However… activities may appear without a delimiter and still be a link in the sequence” (p. 61). I would note that state verbs also appear in a chain of wayyiqtol
without a delimiter exactly as do activity verbs. This means in my view that the
distinction between state and activity verbs is not significant for the syntax of
the verb forms—of wayyiqtol as well as of other forms; it is significant, however, for the semantics of the verb forms. I would like to stress this distinction
between syntax and semantics and note that the former should precede the latter
and be its basis. Regrettably, syntax is absent from Hatav’s book.
“Formulas, hyhdiyadums [sic] and paraphrases” (p. 62), like “Hannah
prayed and said” (2 Sam 2:1), provide cases of wayyiqtol and weqatal that are
not sequential and as such constitute “counter-examples” to the author’s theory.
However, they are explained as special cases, e.g., “this verb is not used to
report an event, but functions as a citation marker” (p. 63). One may ask
whether this is an explanation of the phenomenon; indeed, why should a citation marker not follow the rules of the language? I would observe, again, that
the “sequence aspect,” especially taken as temporal succession, may not be the
decisive factor that explains the appearance of a chain of wayyiqtol and of
weqatal.
3.Among the counter -examples, Hatav lists cases belonging to a group labelled “paraphrases,” “where the writer starts a sentence, stops, starts it again
and then completes it (Sternberg, personal communication, likes to call the phenomenon by the illustrative term ‘stuttering’)” (pp. 66-67). The example quoted
is translated as follows (I add the Hebrew verb forms concerned): “8. She wrote
[bO;tVkI;tÅw] letters in Ahab’s name, sealed them with his seal, and sent them to the
elders and notables of Naboth’s city who were dwelling with Naboth. 9. She
wrote [bO;tVkI;tÅw] in the letters saying: Proclaim a fast…” (1 Kgs 21:8-9). Frankly I
would not say that here “the writer starts a sentence, stops, starts it again and
then completes it,” and even less call this phenomenon “stuttering.” Simply, the
writer first narrates the writing, sealing and sending of the letter; then he communicates its contents by repeating the same verb “she wrote.” In Italian, I
530
RECENSIONI
would render the relationship between the two verbs as follows: “Allora lei
scrisse… Scrisse dunque…” In this way we signal that the second verb resumes
the first in order to complete the information linked to it. This phenomenon is
called “resumptive repetition” (“reprise” in French, “Wiederaufnahme” in German, “ripresa letteraria” in Italian).
Similar cases are as follows:
Judg 7:13 vs. 7:11
(11) h‰nSjA;mA;b rRvSa MyIvUmSjAh hExVq_lRa wørSoÅn h∂rUp…w a…wh d®r´¥yÅw Then he (Gideon) went
down, he and Purah his servant, to the outposts of the armed men that were in
the camp.
(12a) bOrDl hR;b√rAaD;k qRmEoD;b MyIlVpOn M®d®q_y´nV;b_lDk◊w qElDmSoÅw NÎy√dIm…w Now the Midianites and
the Amalekites and all the people of the East were laying along the valley like
locusts for multitude;
(12b) bOrDl MÎ¥yAh tApVc_lAoRv lwøjA;k rDÚpVsIm NyEa MRhyE;lAm◊gIl◊w and their camels were without
number, as the sand which is upon the seashore for multitude.
(13) …Nwøo√dˆg aøbÎ¥yÅw Thus Gideon came…
1 Sam 5:1-2 vs. 4:10-11
(4:10) yIl◊går PRlRa MyIvølVv lEa∂rVcˆ¥yIm lOÚpˆ¥yÅw And there fell of Israel thirty thousand foot
soldiers.
(11) j∂qVlˆn MyIhølTa NwørSaÅw At the same time the ark of God was captured
sDj◊nyIp…w yˆnVpDj …wtEm yIlEo_y´nVb y´nVv…w and the two sons of Eli, Hophni and Phinehas, died.
(Vv. 12-22, as a consequence Eli died and his daughter-in-law gave birth to a
son)
(5:1a) MyIhølTaDh NwørSa tEa …wjVqDl MyI;tVvIlVp…w Now (remember that) the Philistines had
captured the ark of God.
(1b) h∂dwø;dVvAa r‰zEoDh NRbRaEm …whUaIb◊yÅw They carried it from Ebenezer to Ashdod.
(2a) MyIhølTaDh NwørSa_tRa MyI;tVvIlVp …wjVqˆ¥yÅw Actually the Philistines took the ark of God
(2b) …Nwøg∂;d tyE;b wøtOa …wayIbÎ¥yÅw and brought it into the temple of Dagon…
1 Sam 30:3 vs. 30:1-2
(1a) yIvyIlVÚvAh Mwø¥yA;b gAlVqIx wyDvÎnSaÅw dˆw∂d aøbV;b yIh◊yÅw And it happened that when David
and his men came to Ziklag on the third day,
(1b) gAlVqIx_lRa◊w b‰g‰n_lRa …wfVvDp yIqElDmSoÅw (the situation was as follows:) the Amalekites
had made a raid upon the Negeb and upon Ziklag.
(1c) gAlVqIx_tRa …w;kÅ¥yÅw They had overcome Ziklag,
(1d) vEaD;b ;hDtOa …wp√rVcˆ¥yÅw and burned it with fire,
(2a) ;hD;b_rRvSa MyIvÎ…nAh_tRa …w;bVvˆ¥yÅw and taken captive the women who were in it;
(2b) vyIa …wtyImEh aøl lwødÎ…g_dAo◊w NOf∂;qIm from the youngest to the oldest they had killed
no one,
(2c) …wgSh◊nˆ¥yÅw but had carried them off,
(2d) MD;k√rådVl …wkVl´¥yÅw and had gone their way.
(3a) ryIoDh_lRa wyDvÎnSaÅw dˆw∂d aøbÎ¥yÅw Thus David and his men came to the city,
(3b) vEaD;b hDp…wrVc h´…nIh◊w and behold, it had been burned with fire,
HATAV G.
THE SEMANTICS OF ASPECT AND MODALITY
531
(3c) …w;bVvˆn MRhyEtOnVb…w MRhy´nVb…w MRhyEv◊n…w and their wives and sons and daughters had
been taken captive.
Note that in 1 Sam 30:1b-2d I translated all the wayyiqtol forms with pluperfect (for this “continuation wayyiqtol” see my Syntax §§ 142-143). A different possibility is the one envisaged by Hatav, i.e. that BH (like French and
unlike English) uses the past perfect (or pluperfect) only for the first occurrence, not for all (p. 171; see § 7 below). However, I prefer the former solution because wayyiqtol is the only form available in BH to express
coordination (i.e. to convey the same temporal value of the preceding verb
form or non-verbal construction) in the past. In any case, I would observe again
that the (temporal) “sequence aspect” may not be an adequate explanation for
the chain of wayyiqtol (and of weqatal as well).
This observation is substantiated by some passages that show a break in
the temporal sequence. One finds the phenomenon of narrative anticipation in
Gen 37:21-22: “Reuben heard (oAmVvˆ¥yÅw, i.e. his brothers’ intention of killing Joseph) and he delivered him (…whElI…xÅ¥yÅw) out of their hands, saying… And Reuben
said (rRmaø¥yÅw) to them, ‘Shed no blood; cast him into this pit here in the wilderness, but lay no hand upon him’—that he might deliver him (wøtOa lyI…xAh NAoAmVl)
out of their hand.” Clearly, Reuben’s deliverance of Joseph happened after he
made his proposal to the brothers and they accepted it, with what follows; however, the writer wishes to immediately inform his readers about Reuben’s intention.
Similar cases of anticipation are Jos 2:4 (Rahab’s hiding of the spies; cf.
2:6); Judg 4:18 (Jael’s covering of Sisera; cf. 4:19). Besides, in one case at
least, 2 Sam 5:8, we find the opposite phenomenon, i.e. narrative postponement, because chronologically the words of David preceded the capture of
Zion narrated in 5:7. In any case, what counts for BH syntax is the way the
author presents his information rather than the actual course of the events.
According to Hatav, “the word wayhi: and its modal parallel wha:ya: function in the Bible in two different ways: 1) As a wayyiqtol and wqatal verb respectively of ‘be’ in 3rd person masculine singular; 2) As a segmentational
particle, marking mainly temporal segmentation… It seems that, in addition to
these two functions, we have signs of a later function of the verb ‘be’ as an
auxiliary verb” (p. 70). As for the verb function of hyh, Hatav finds problems
with cases in which it reports “a ‘summary’ of years… usually not in a regular
narrative, but as a genealogy discourse” as in Gen 5:3-5, or it reports “ ‘summaries’ of the number of people, soldiers, wounded, dead, etc.” as in Num
1:45-46, and with “unexplained cases… denoting containment situations” as
in Gen 2:23-25 (pp. 73-74). It seems to me that these problems originate from
the distinction established by the author between “event” and “situation” and
from the preference accorded to the former over the latter to form a sequence,
in the sense that only under specific conditions can a situation occur in a chain
532
RECENSIONI
of wayyiqtol and weqatal forms (see discussion on “Aktionsarten” on pp. 3955). Basically this conviction seems to presuppose the idea that a text is sic et
simpliciter a reproduction of the real world. However, on the one hand, the
problems encountered and the necessity of ad hoc solutions suggest ever more
clearly the inadequacy of a semantic theory to explain the BH verb system
without a previous syntactic analysis. On the other hand, if we see a text as
communication process, nothing prevents a situation from appearing along
with an event as pieces of information in that process. In this perspective it is
the communication line, not the time line, the guiding principle, and the event
does not enjoy any primacy over the situation. Rather, both events and situations, with no difference, can be narrated with wayyiqtol as well as described
or commented upon with qatal forms. Similarly, both events and situations,
with no difference, can be conveyed in a future-oriented text as main-line information with weqatal and as off-line information with yiqtol.
As for the function of hyh as an auxiliary, I would not interpret a sentence
like Judg 1:7 as a “penetration of a later stage” of the language (because, it is
said, hyh as an auxiliary is a common phenomenon in Mishnaic Hebrew while
it is rare in BH). Here is the text:
Judg 1:7
(a) q‰zRb_yˆnOdSa rRmaø¥yÅw Adoni-bezek said,
(b) yˆnDjVlUv tAjA;t MyIfV;qAlVm …wyDh MyIxD…xüqVm MRhyEl◊går◊w MRhyéd◊y twønOhV;b MyIkDlVm MyIoVbIv “Seventy
kings with their thumbs and their great toes cut off were picking up scraps
under my table.”
Here hyh is a necessary element of the sentence, not an optional auxiliary,
because although the sentence would be complete without it, still the time reference would then be different—present instead of past, i.e. “Seventy kings with
their thumbs and their great toes cut off are picking up scraps under my table.”
(Let me note that Hatav’s translation of this passage is rather free as to its syntactic structure: “I once had seventy kings, whose thumbs and great toes were
cut off, picking up the scraps from under my table…”: p. 75.) As a rule, verb hyh
does not appear to express the present (the reason is that its qal participle is not
used except in one case—hÎywøh in Ex 9:3), but it does appear to express the past
and the future. Therefore examples like Gen 8:5 and Ex 19:19 (quoted on p. 75)
are “exceptional cases” only for Hatav and for those who have decided that “BH
does not mark the time of a situation (which can be inferred from the combinations of the parameters and/or the context)” (ibid.). Later on I will comment on
the author’s conviction that BH is a tenseless language (§ 8).
On yIh◊yÅw and hÎyDh◊w in their “segmentational function” it is said that they “do
not function as predicate… When they function as segmentation particles
wayhi: and wha:ya: do not agree in person, gender or number” (p. 76). An
example quoted to prove this is as follows:
HATAV G.
THE SEMANTICS OF ASPECT AND MODALITY
533
2 Kgs 13:21
(a) vyIa MyîrVbOq MEh yIh◊yÅw Then, as they were burying a man,
(b) d…wd◊…gAh_tRa …wa∂r h´…nIh◊w behold, they saw the band (of marauding Moabites).
However, MEh is the subject of MyîrVbOq, not of yIh◊yÅw. This is not the so-called
“periphrastic construction,” see the LXX: kai« e˙ge÷neto aujtw◊n qapto/ntwn
to\n a‡ndra “And it happened while they were burying the man,” and therefore this is not a case of non agreement. It is a fact, however, that yIh◊yÅw and
hÎyDh◊w usually appear in that form. In order to explain this and eventually understand the syntactic function of yIh◊yÅw and hÎyDh◊w one has to note two factors.
First, the type of sentence preceded by these yIh◊yÅw and hÎyDh◊w is also attested
without such verb forms; this means that grammatically these verb forms are
not part of the following sentence. In the case under study, vyIa MyîrVbOq MEh +
…wa∂r h´…nIh◊w d…wd◊…gAh_tRa are two complete sentences and together they constitute a
well-formed text. Second, contrary to common opinion, yIh◊yÅw and hÎyDh◊w are not
particles but full verbs, whose subject is constituted by the two following sentences taken together as a noun equivalent; i.e. “It happened (yIh◊yÅw) the fact
that while-they-were-burying-a-man + they-saw-the-band”; similarly with
hÎyDh◊w: “It will happen that…” This explains the presumed phenomenon of nonagreement; actually, yIh◊yÅw and hÎyDh◊w are not expected to agree with the subject
of the following sentence but rightly remain in the 3rd person masculine singular. (I presented, though, three exceptional cases of agreement: Gen 31:40;
Ex 4:9b; Num 5:27; see LA 40 [1990] 20-21. However, agreement is exceptional, not non agreement!) The function of these yIh◊yÅw and hÎyDh◊w is to place the
two-sentence complex, or double sentence (consisting of a circumstantial sentence, or “protasis” + a main sentence, or “apodosis”), on the main line of
communication, a function that is usual for yIh◊yÅw and hÎyDh◊w. Thus these verb
forms link the episode that follows to the one that precedes—hence the label
“macrosyntactic.” Without macrosyntactic yIh◊yÅw and hÎyDh◊w the double sentence
would be placed on the off line of communication, i.e. it would signal a break
in the text. As a consequence, one would say that the function of these yIh◊yÅw
and hÎyDh◊w is connection rather than “segmentation.”
Because every type of sentence introduced by yIh◊yÅw or hÎyDh◊w is also attested
without such verb forms (see my Syntax § 112), the subtle discussion on different kinds of “updating phrases” (pp. 76-81) may be irrelevant from the point
of view of the verb forms, in the sense that they appear with as well as without
a preceding yIh◊yÅw or hÎyDh◊w, although this fact is important from the point of view
of the text.
4.As an illustration of “the temporal segmentation function of the modal
wha:ya:,” or rather of macrosyntactic hÎyDh◊w, Hatav quotes 1 Sam 16:16. Her
translation of this passage is particularly free: “why do you not command your
servants here to go and find some man who can play the harp? — then, when
a spirit from God comes on you he can play and you will feel better” (p. 82).
534
RECENSIONI
The original text is interesting because it conveys the same information twice,
first as a suggestion of Saul’s ministers to the king in direct speech and then as
an execution of it in historical narrative. It is particularly instructive to compare the verb forms used. (In the quotations of the Hebrew text, the sign ‘ ÷ ’
indicates that the following words belong to the previous sentence; otherwise
each line comprises a complete sentence.)
1 Sam 16:16
(Suggestion - Direct Speech)
…(a) …wn´nOdSa aÎn_rAmaøy
(b) N´…gÅnVm AoédOy vyIa …wvVqAb◊y ÔKy‰nDpVl ÔKy®dDbSo
rwø…nI;kA;b ÷
(c) hDo∂r MyIhølTa_Aj…wr ÔKyRlDo twøyVhI;b hÎyDh◊w
(d) wødÎyV;b N´…gˆn◊w
(e) JKDl bwøf◊w
vs. 1 Sam 16:17, 23
(Execution - Historical Narrative)
(17a) wy∂dDbSo_lRa l…waDv rRmaø¥yÅw
(17b) …N´…gÅnVl byIfyEm vyIa yIl aÎn_…wa√r
(23a) l…waDv_lRa MyIhølTa_Aj…wr twøyVhI;b hÎyDh◊w
(23b) wødÎyV;b N´…gˆn◊w rwø…nI;kAh_tRa dˆw∂;d jåqDl◊w
(23c) wyDlDoEm h∂rDs◊w wøl bwøf◊w l…waDvVl jÅw∂r◊w
hDo∂rDh Aj…wr ÷
1 Sam 16:16 (a) “Let our lord now command (b) that your servants, who
are before you, seek out a man who is skilful in playing the lyre. (c) And it
shall happen that when an evil spirit from God will come upon you, (d) he will
play it with his hand, (e) and you will be well.”
1 Sam 16:17, 23 (17a) “So Saul said to his servants, (17b) ‘Provide for me a
man who can play well…’ (23a) And it used to happen that whenever a spirit from
God was upon Saul, (23b) David used to take the lyre and play it with his hand,
(23c) and Saul used to find relief and feel better, and the evil spirit used to leave
him.”
Note that the weqatal verb forms remain the same both in the suggestion
in direct speech (16c-e) and in the execution in historical narrative (23a-c). In
order to be able to evaluate this remarkable fact, let us compare the following
texts.
Ex 25:18-20
(Instruction - Direct Speech)
(18a) bDhÎz MyIbürV;k MˆyÅnVv DtyIcDo◊w
(18b) twøxVq y´nVÚvIm MDtOa hRcSoA;t hDvVqIm
t®rOÚpA;kAh ÷
(19a) h‰ΩzIm hDx∂;qIm dDjRa b…wrV;k hEcSoÅw
h‰ΩzIm hDx∂;qIm dDjRa_b…wrVk…w ÷
(19b) MyIbürV;kAh_tRa …wcSoA;t t®rOÚpA;kAh_NIm
wyDtwøxVq y´nVv_lAo ÷
(20a) hDlVoAmVl MˆyApÎnVk yEc√rOÚp MyIbürV;kAh …wyDh◊w
(20b) t®rOÚpA;kAh_lAo MRhyEp◊nAkV;b MyIkVkOs
(20c) wyIjDa_lRa vyIa MRhy´nVp…w
(20d) MyIbürV;kAh y´nVÚp …wyVhˆy t®rOÚpA;kAh_lRa
vs. Ex 37:7-9
(Execution - Historical Narrative)
(7a) bDhÎz MyIbürVk y´nVv cAoÅ¥yÅw
(7b) t®rOÚpA;kAh twøxVq y´nVÚvIm MDtOa hDcDo hDvVqIm
(8) h‰ΩzIm hDx∂;qIm dDjRa_b…wrV;k ÷
h‰ΩzIm hDx∂;qIm dDjRa_b…wrVk…w ÷
(8a) MyIbürV;kAh_tRa hDcDo t®rOÚpA;kAh_NIm
wDtwwøxVq y´nVÚvIm ÷
(9a) hDlVoAmVl MˆyApÎnVk yEc√rOÚp MyIbürV;kAh …wyVhˆ¥yÅw
(9b) t®rOÚpA;kAh_lAo MRhyEp◊nAkV;b MyIkVkOs
(9c) wyIjDa_lRa vyIa MRhy´nVp…w
(9d) MyIbürV;kAh y´nVÚp …wyDh t®rOÚpA;kAh_lRa
HATAV G.
THE SEMANTICS OF ASPECT AND MODALITY
535
Ex 25:18-20 (18a) “You shall make two cherubim of gold; (18b) it is of
hammered work that you shall make them, on the two ends of the mercy seat;
(19a) and make one cherub on the one end, and one cherub on the other end;
(19b) it is of one piece with the mercy seat that you shall make the cherubim
on its two ends. (20a) The cherubim shall be spreading out their wings above,
(20b) and overshadowing the mercy seat with their wings, (20c) while their
faces shall be one toward the other; (20d) it is toward the mercy seat that the
faces of the cherubim shall be.”
Ex 37:7-9 (7a) “He made two cherubim of gold; (7b) it is of hammered
work that he made them, on the two ends of the mercy seat—(8) one cherub
on the one end, and one cherub on the other end; (8a) it is of one piece with
the mercy seat that he made the cherubim on its two ends. (9a) The cherubim
spread out their wings above, (9b) and overshadowed the mercy seat with their
wings, (9c) while their faces were one toward the other; (9d) it is toward the
mercy seat that the faces of the cherubim were.”
Ex 25:31
vs. Ex 37:17
(a) rwøhDf bDhÎz h∂rOnV;mAh_tRa cAoÅ¥yÅw
(b) ;hÎn∂q◊w ;hDkér◊y h∂rOnV;mAh_tRa hDcDo hDvVqIm
(c) DhyRj∂rVp…w Dhy®rO;tVpA;k DhyRoyIb◊…g
(d) …wyDh hÎ…nR;mIm
Ex 25:31 (a) “You shall make a lampstand of pure gold; (b) it is of hammered work that the lampstand shall be made, as well as its base and its shaft;
(c) as for its cups, calyxes, and petals, (d) it is of one piece with it that they
shall be.”
Ex 37:17 (a) “He made the lampstand of pure gold; (b) it is of hammered
work that he made the lampstand, as well as its base and its shaft; (c) as for its
cups, calyxes, and petals, (d) it is of one piece with it that they were.”
(a)
(b)
(c)
(d)
rwøhDf bDhÎz tårOnVm DtyIcDo◊w
;hÎn∂q◊w ;hDkér◊y h∂rwønV;mAh hRcDoE;t hDvVqIm
D…hyRj∂rVp…w Dhy®rO;tVpA;k DhyRoyIb◊…g
…wyVhˆy hÎ…nR;mIm
By comparing the above examples, we discover that in 1 Sam 16:16c-e (direct speech) vs. 16:23a-c (historical narrative) the weqatal forms remain unchanged, while in Ex 25:18a and 20a (direct speech) vs. 37:7a and 9a
(historical narrative) as well as in Ex 25:31a (direct speech) vs. 37:17a (historical narrative) the weqatal forms become wayyiqtol. The reason is clear from
the context: 1 Sam 16:23a-c conveys habitual information, while the Exodus
texts convey non-habitual information. Thus, we learn that the mode of action—habit, or repetition vs. singleness, or uniqueness—plays a role in the BH
verb system along with the aspect—anteriority, posteriority, and simultaneity
(corresponding in part to what Hatav calls “the perfect aspect”; see chapter 5).
However, both mode of action and/or aspect are subservient to the criteria of
morphology (various forms of the verb and types of the sentence) and syntax
(functions of the various verb forms in the text). My understanding is that the
verb forms that convey main-line (or foreground) information either in histori-
536
RECENSIONI
cal narrative or in direct speech are tenses, while the verb forms and other nonverbal constructions that convey off-line information (or background) either in
historical narrative or in direct speech are relative tenses and express the mode
of action and/or the aspect (see § 8 below).
In order to explain what I am saying let us consider again the Exodus texts
just quoted. They show that definite relationships exist between the verb forms
used in direct speech and the corresponding ones used in historical narrative.
(Incidentally, I would suggest that we can learn more on BH from Abba
Bendavid’s Parallels in the Bible than from many books of general linguistics;
see specifically the parallel accounts of God’s instructions to Moses in Ex 2530 and of their execution in Ex 35-40.) The syntactic situation of the Exodus
texts can be described as follows:
- Weqatal conveying future information in direct speech (Ex 25:18a, 20a,
31a) becomes wayyiqtol conveying past information in historical narrative
(37:7a, 9a, 17a). Both verb forms indicate main line in their respective genre.
Both convey single, non-repeated information in the future and in the past,
respectively.
- X-yiqtol in direct speech (25:18b, 19b, 20d, 31b, 31d) becomes x-qatal
in historical narrative (37:7b, 8a, 9d, 17b, 17d). Both convey off-line information in the future and in the past, respectively. According to the context, they
both add details (specification, background) to the information on the subject
previously conveyed in a global way with weqatal and wayyiqtol, respectively
(main line, or foreground).
- The non-verbal sentence in direct speech (25:20c) remains the same in
historical narrative (37:9c). From the dominant verb form of each passage, i.e.
weqatal and wayyiqtol, respectively, the non-verbal sentence receives a corresponding temporal value, i.e. future and past, respectively.
These functions of the verb forms correspond to the ones that are usually
found in BH. On the one hand, weqatal conveys, as usual, main-line information concerning the future in direct speech and x-yiqtol conveys off-line information (or background, i.e. simultaneity, specification, highlighting) related to
it; on the other hand, wayyiqtol conveys main-line information in historical
narrative and x-qatal conveys off-line information (or background, i.e. simultaneity, specification, highlighting) related to it. Moreover, the non-verbal sentence is used for off-line information both in direct speech and in historical
narrative; however, its temporal value changes according to the predominant
tense of the context.
Note that direct speech and historical narrative possess distinctive sets of
verb forms for main-line and for off-line information. Direct speech and historical narrative are indeed the two basic genres of the prose and are significant from the point of view of the verb system of BH.
Two important results of the above analysis of the Exodus texts agree with
the doctrine propounded by Hatav. On the one side, weqatal indicates main line
HATAV G.
THE SEMANTICS OF ASPECT AND MODALITY
537
in the future, or is part of a “modal sequence,” in her terms, while yiqtol indicates off line with reference to weqatal, or is “not sequential.” On the other
side, wayyiqtol indicates main line in the past, or is “sequential” in the time
line in her terms, while qatal indicates off line, or is “non-sequential.”
5.This important area of agreement goes together with several dif ferences.
One is that Hatav sees both yiqtol and qatal as always non-sequential, or offline, verb forms. Instead, I think that both yiqtol and qatal are main-line, or
“sequential,” at the opening of a direct speech. In my opinion, failing to discern the peculiarities of direct speech with regard to historical narrative, as far
as the verb forms and their specific functions are concerned, prevents from
understanding fully yiqtol as well as qatal. I will explain my point with the
help of a series of examples.
First, let us consider some parallel passages in order to see how an initial
x-yiqtol construction in direct speech is rendered in historical narrative:
Ex 18:21-22 (Direct Speech)
vs. 18:25-26 (Historical Narrative)
(25a) lˆyAj_yEv◊nAa hRvOm rAjVbˆ¥yÅw
(21a) MDoDh_lD;kIm h‰zTjRt hD;tAa◊w
…lˆyAj_yEv◊nAa ÷
lEa∂rVcˆy_lD;kIm ÷
(25b) …MDoDh_lAo MyIva∂r MDtOa NE;tˆ¥yÅw
(21b) …MyIpDlSa yérDc MRhElSo D;tVmAc◊w
(22a) tEo_lDkV;b MDoDh_tRa …wfVpDv◊w
(26a) tEo_lDkV;b MDoDh_tRa …wfVpDv◊w
(22b) lOdÎ…gAh rDb∂;dAh_lD;k hÎyDh◊w
(26b) hRvOm_lRa N…wayIb◊y hRv∂;qAh rDb∂;dAh_tRa
(22c) ÔKyRlEa …wayIbÎy
(22d) NOf∂;qAh rDb∂;dAh_lDk◊w
(26c) MEh …wf…wÚpVvˆy NOf∂;qAh rDb∂;dAh_lDk◊w
(22e) MEh_…wfVÚpVvˆy
Ex 18:21-22 (21a) “You shall choose from all the people able men… (21b)
and place them over the people as rulers of thousands… (22a) They shall judge
the people at all times; (22b-c) and it shall happen that, as for every great matter, they shall bring it to you, (22d-e) and as for any small matter, they shall
judge it themselves.”
Ex 18:25-26 (25a) “Then Moses chose able men out of all Israel, (25b) and
made them heads over the people… (26a) Now they used to judge the people
at all times; (26b) the hard matter they used to bring to Moses, (26c) and any
small matter they used to judge themselves.”
Both the initial x-yiqtol (18:21a) and its continuation form weqatal (21b)
in direct speech are rendered with wayyiqtol in the correspondent historical
narrative (18:25a-b). However, the following weqatal and yiqtol forms (18:22ae) remain unchanged in the historical-narrative section (18:26a-c) because in
the latter they express repetition, or custom (as in 1 Sam 16:23a-c, § 4 above).
From this analysis I conclude that in direct speech the initial x-yiqtol is a
main-line verb form as is its continuation form weqatal, or, in Hatav’s terms,
that this initial x-yiqtol is “sequential.” This conclusion goes hand in hand with
the fact that weqatal is not attested as initial verb form but as continuation form
538
RECENSIONI
only. (Three exceptions, or rather special cases, are known to me: Ex 30:18;
Num 14:13, and Jos 22:28.)
A similar example in Ex 26:1 (direct speech) vs. 36:8 (historical narrative)
is also worth notice:
Ex 26:1 (Direct Speech)
(a) tOoyîr◊y rRcRo hRcSoA;t ND;kVvI;mAh_tRa◊w
vs. 36:8 (Historical Narrative)
(a) hDkaDlV;mAh yEcOoV;b bEl_MAkSj_lDk …wcSoÅ¥yÅw
tOoyîr◊y rRcRo ND;kVvI;mAh_tRa ÷
(b) yˆnDv tAoAlOt◊w NDmÎ…g√rAa◊w tRlEkVt…w rÎzVvDm vEv (b) yˆnDv tAoAlwøt◊w NDmÎ…g√rAa◊w tRlEkVt…w rÎzVvDm vEv
MDtOa hRcSoA;t bEvOj hEcSoAm MyIbürV;k ÷
MdtOa hDcDo bEvOj hEcSoAm MyIbürV;k ÷
Ex 26:1 (a) “You shall make the tabernacle with ten curtains; (b) it is of
fine twined linen and blue and purple and scarlet stuff, in the form of cherubim, the work of a seamster, that you shall you make them.”
Ex 36:8 (a) “All the able men among the workmen made the tabernacle
with ten curtains; (b) it is of fine twined linen and blue and purple and scarlet
stuff, in the form of cherubim, the work of a seamster, that he made them.”
The first x-yiqtol construction of the instruction (26:1a) is rendered with
wayyiqtol in the execution (36:8a), but the second one (26:1b) is rendered with
x-qatal (36:8b) because it conveys a specification (off line, or background) of
the first one, which conveys a piece of information in a global way (main line,
or foreground). If another piece of information had to be conveyed on the same
level with the first one, instead of being a specification of it, we would expect
a weqatal (as in Ex 18:21b above).
Thus we obtain two parallel tense transitions (indicated with →), one characteristic of direct speech, the other of historical narrative: first, initial x-yiqtol
(main line, or foreground) → weqatal (continuation of the main line), or → xyiqtol (off line, background), for direct speech; second, wayyiqtol (main line,
or foreground) → wayyiqtol (continuation of the main line), or → x-qatal (off
line, background), for historical narrative.
Frequently in direct speech the tense transition from initial x-yiqtol (or
from a non-verbal sentence, especially with a participle, as , e.g., in Ex 7:17,
27b; 8:17) to weqatal continues with a series of coordinated main-line
weqatal—thus originating a “sequence” in Hatav’s terms—and with off-line xyiqtol forms (see, e.g., Ex 7:17b-18, 27b-29; 8:17-19). Similarly in historical
narrative, we find a “sequence” of coordinated main-line wayyiqtol, interrupted
from time to time by off-line x-qatal, or other verb forms and constructions
different from wayyiqtol, to convey, according to the context, specification /
highlighting of a detail of the main information, or repetition / custom / description, or simultaneity / anteriority / posteriority.
These are among the basic syntactic structures of BH. A reading of continued texts confirms these findings. (Until now, a syntactic reading of the following texts has been published by the present reviewer: Gen 1-3; 6:9-8:22;
HATAV G.
THE SEMANTICS OF ASPECT AND MODALITY
539
Ex 19-24; Jos 1-6; Judg 1-4, 6-8; 2 Sam 5-7 // 1 Chron 11, 14, 13, 15-16, 17;
Jonah, and Ruth).
The above syntactic structures are identified, firstly, by taking into account
the morphology of the various verb forms or types of sentence (grammatical
level), secondly, by establishing their relative function(s) in the texts (syntax),
and thirdly, by relying on interpretation as a controlling factor (semantics).
This is, I believe, the order to follow for a correct analysis of BH, which is a
dead language that we have to learn from the texts themselves.
6. The situation of initial x-qatal or qatal (i.e. qatal occurring in the second or in the first place of the sentence, respectively) in direct speech is parallel to that just described of initial x-yiqtol. There are a number of texts in which
a certain event is first narrated historically and then reported orally. It is interesting to see how the verb forms function in this connection (the first two passages quoted hereafter have been pointed out by H.J. Polotsky, who first noted
this phenomenon):
2 Sam 12:26 (Historical Narrative)
vs. 12:27 (Direct Speech)
(a-b) rRmaø¥yÅw dˆw∂;d_lRa MyIkDaVlAm bDawøy jAlVvˆ¥yÅw
(a) Nwø;mAo y´nV;b tA;bårV;b bDawøy MRjD;lˆ¥yÅw
(c) hD;bårVb yI;tVmAjVlˆn
(b) hDk…wlV;mAh ryIo_tRa dO;kVlˆ¥yÅw
(d) MˆyD;mAh ryIo_tRa yI;t√dAkDl_MÅ…g
2 Sam 12:26 (a) “Joab fought against Rabbah of the Ammonites, (b) and
took the royal city.”
2 Sam 12:27 (a-b) “Then Joab sent messengers to David, and said, (c) ‘I
have fought against Rabbah, (d) I also have taken the city of waters.’”
1 Kgs 16:9-10 (Hist. Narrative)
vs. 16:16 (Direct Speech)
(a) rOmaEl MyˆnOjAh MDoDh oAmVvˆ¥yÅw
(9a) …yîrVmˆz wø;dVbAo wyDlDo rOvVqˆ¥yÅw
(b) yîrVmˆz rAv∂q
(10a-c) ……whEtyIm◊yÅw …whE;kÅ¥yÅw yîrVmˆz aøbÎ¥yÅw
(c) JKRlR;mAh_tRa hD;kIh MÅg◊w
1 Kgs 16:9-10 (9a) “His servant Zimri… conspired against him (i.e. king
Elah)… (10a-c) Zimri came in and struck him down and killed him…”
1 Kgs 16:16 (a) “Then the troops who were encamped heard tell, (b) ‘Zimri
has conspired, (c) he has also struck the king.’”
Gen 40:2-3 (Historical Narrative)
vs. 41:9-10 (Direct Speech)
(9) (The chief butler said to Pharaoh)
(10a) wy∂dDbSo_lAo PAx∂q hOo√rAÚp
(2) …wyDsyîrDs y´nVv lAo hOo√rAÚp POxVqˆ¥yÅw
(3) tyE;b rAmVvImV;b MDtOa NE;tˆ¥yÅw
(10b) tyE;b rAmVvImV;b yItOa NE;tˆ¥yÅw
…MyIjD;bAfAh rAc ÷
MyIjD;bAÚfAh rAc ÷
Gen 40:2-3 (2) “Pharaoh was angry with his two officers… (3) and he put
them in custody in the house of the captain of the guard…”
Gen 41:10 (a) “Pharaoh was angry with his servants, (b) and put me in
custody in the house of the captain of the guard…”
540
RECENSIONI
In historical narrative the different pieces of information are conveyed with
wayyiqtol, which is the main-level verb form, in all the three cases just quoted.
Instead, in direct speech the first piece of information is conveyed with qatal (2
Sam 12:27c; 1 Kgs 16:16b) or x-qatal (i.e. second-place qatal: Gen 41:10a),
both main-line forms because they correspond to main-line wayyiqtol in the related historical narrative, while the second piece of information (and eventually
further ones) are conveyed with off-line x-qatal (2 Sam 12:27d; 1 Kgs 16:16c)
or with coordinated main-line wayyiqtol (Gen 41:10b).
The off-line x-qatal is used for highlighting: Joab did not only fight against
Rabbat Ammon but also took it (2 Sam 12:27); similarly Zimri did not only
conspire but also killed the king (1 Kgs 16:16). Instead, when a piece of
information is conveyed in the wayyiqtol form, it is presented without any
special relief among the various links of the narrative chain (Gen 41:10b).
Further study of texts confirms that, as in the three cases quoted above, an oral
narrative (or “report,” or “Bericht” in H. Weinrich’s terms) starts with qatal or
x-qatal, with no difference, and continues with coordinated main-line
wayyiqtol, and/or switches to x-qatal for off-line information (see my Syntax
§§ 22-23; 74-78). This is further supported by the fact that no oral narrative—
actually no direct speech—starts with wayyiqtol.
This rather long discussion on the syntax of initial x-yiqtol and (x-) qatal
has tried to prove that yiqtol and qatal are not always non-sequential as
maintained by Hatav. Indeed, in direct speech x-yiqtol is found to open a mainline sequence of future information. Similarly in direct speech qatal (or x-qatal)
starts the main line of an oral narrative.
Based on what precedes, the syntactic structure of the oral narrative can
be schematically described as follows (note that the sign ‘ →’ indicates a
transition to a different verb form, while ‘ ↔’ indicates a transition to a selfsame and/or coordinated verb form): (x-) qatal ↔ wayyiqtol ↔ wayyiqtol
(chain) → x-qatal (off line); i.e. the oral narrative begins with qatal, or xqatal, with no difference, and continues with coordinated wayyiqtol, normally
forming a chain or sequence, and with off-line x-qatal for specification, highlighting, etc.
Similarly in direct speech the following scheme is attested: x-yiqtol ↔
weqatal ↔ weqatal (chain) → x-yiqtol (off line); i.e., a discourse regarding the
future begins with indicative x-yiqtol and continues with main-line coordinated
weqatal, frequently forming a chain or sequence, and with off-line x-yiqtol for
specification, highlighting, etc.
7. Faithful to the idea that qatal is always “non-sequential,” or “parasitic”
(see chapter 5), Hatav does not accept the above analysis of the initial qatal
and yiqtol in direct speech. She rather proposes the concept of “subnarrative”
in order to explain the presence of qatal at the opening of direct speech. She
affirms: “The non-sequential qatal and yiqtol may appear in sequence only at
the beginning of a subnarrative and a direct speech where it functions to mark
HATAV G.
THE SEMANTICS OF ASPECT AND MODALITY
541
the transition from the main to the subordinate discourse. This is discussed
further in chapter (5) below” (p. 83). Later on she comments as follows on the
yiqtol verb used in the protasis of conditionals: “A direct-speech seems to behave like a sub-discourse, and therefore the first clause in a direct-speech
serves to mark a transition to the sub-discourse and hence may not have a sequential form. See ch. 5 for discussion” (p. 145).
In the actual discussion in chapter 5 Hatav first illustrates the generallinguistic concept of subnarrative, then treats BH. She writes: “Since the situation denoted by perfect clauses may precede the situations of the previous
clauses whose R-time they share, the (past) perfect [i.e. the pluperfect] is expected to mark the transition from the main time-line to a subnarrative… In
French it is also the plus-que-parfait and in BH it is the perfect qatal which
mark the transition to a subnarrative. However, English behaves differently
from French and BH with respect to the rest of the clauses in the
subnarrative. English uses the past narrative for all the clauses, not only for
the first one…” (p. 171); “BH behaves like French in marking the first clause
in the sub-narrative by qatal verb where the rest of its clauses are in the
sequential form wayyiqtol” (p. 172); “We can regard the first clause as forming a setting (or as part of it) (p. 174); “Since it may be interpreted as a past
perfect, qatal [ e.g., in Gen 31:34] functions also to mark a transition to a
subnarrative” (p. 180).
In this connection, Hatav briefly discusses the opinion of the present writer
as follows: “Niccacci (1990) claims that the language in direct speech (‘discourse’, in his terms) differs completely from the language in the narrative
texts. Thus, according to Niccacci, the forms qatal and wayyiqtol function differently in the narrative and in the direct speech text. One of his arguments is
that unlike a regular narrative, the time line within a direct speech starts with a
qatal rather than with a wayyiqtol clause. I disagree with Niccacci. Direct
speech, I argue, is a special kind of subnarrative, and therefore their first clause
is qatal verb…” (p. 181).
First, the reader may see by himself that my opinion concerning direct
speech and historical narrative is not exactly as described by Hatav. Second,
one would like to understand what exactly a “subnarrative” is like because this
is never clearly explained. It seems that the qatal starting a direct speech is
interpreted as having the value of a past perfect, or pluperfect, of the English;
it is also said to form a “setting.”
I would say that this is correct for historical narrative; see, e.g., the
resumptive repetition “Now (remember that) the Philistines had captured the
ark of God” (1 Sam 5:2) vs. the historical information already given (in 4:10;
§ 6 above), or “Now (remember that) Joseph had been taken down to Egypt
(dår…wh PEswøy◊w hDm◊y∂rVxIm)” (Gen 39:1) vs. historical information “They brought Joseph to Egypt (hDm◊y∂rVxIm PEswøy_tRa …wayIbÎ¥yÅ).” However, how can this analysis be applied to an oral narrative such as “Then Joab sent messengers to David, and
542
RECENSIONI
said, ‘I have fought against Rabbah, I also have taken the city of waters” (1
Sam 12:27)? In Gen 39:1 the narrator recalls to the reader an information that
has already been communicated to him, and this becomes the “setting” of a
new episode of the story he is narrating (after the interruption of the Judah and
Tamar affair in Gen 37). Differently, in 2 Sam 12:27 Joab communicates to
David something new that the king ignores (the historical information in 1 Sam
12:26 is for the reader only). I think, therefore, that the situation of the initial
qatal in direct speech is not comparable to its occurrence at the beginning of a
historical narrative.
Moreover, a qatal in direct speech is interpreted by Hatav as introducing a
“subnarrative” because in her view it indicates something that occurred before
the time-line. If so, however, any narrative starting with a qatal should be
called “subnarrative”; more rightly so a narrative developing outside direct
speech, such as Gen 39:1 (above), where qatal is actually conveying something
that happened before the time-line and is translated with pluperfect (unlike the
qatal occurring at the beginning of an oral narrative). Besides, is any oral narrative a “subnarrative” even when it reports events or information that has not
been previously communicated to the reader? Are Moses’ speeches in Deut
1:6-4:43 or 5:2 ff., all beginning with a x-qatal construction, also “subnarratives”? Note that we are not dealing with isolated cases; rather every narrative
of past events told orally starts with qatal, never with wayyiqtol.
As Hatav puts it, “An indication of that [i.e. that “direct speech is a kind
of subnarrative”] is the fact that a direct speech text may abandon the current
R-time and use another R-time…” (p. 181). The fact that direct speech can
switch freely from one of the temporal axes—past, present, and future—to the
other is clear. It means that each of the three temporal axes occurs as main line
of communication and employs specific verb forms and/or non-verbal constructions (see § 8, nos. 2-5); actually it constitutes one of the main differences
from historical narrative, which, on the contrary, is necessarily tied to the axis
of the past as the main level of communication (see § 8, no. 1). However, I
cannot see how this fact is a proof in favor of the author’s proposal.
In sum, the whole concept of “subnarrative” may appear as an attempt to
maintain at all costs the theory of qatal as non-sequential per se. Strangely
enough, this concept resembles D.A. Dawson’s idea of “narrative history in
reported speech” (on which see my book review in LA 45 [1995] 543-580, especially § 9b).
In addition to “subnarrative,” Hatav also speaks of “sub-discourse” at
least in one point, when she discusses the yiqtol occurring in the protasis of
the conditionals (p. 145). The reason seems similarly to justify the theory of
yiqtol as non-sequential per se. But this theory comes in conflict with the
cases of a future-oriented direct speech beginning with x-yiqtol and continuing with coordinated weqatal, frequently occurring in a chain, or sequence.
Besides the examples quoted above (§ 5), see, e.g., Gen 15:13; 24:7; 50:24-
HATAV G.
THE SEMANTICS OF ASPECT AND MODALITY
543
25 // Ex 13:19; Ex 10:25; 33:14, 19; Num 14:3; Jos 15:16 // Judg 1:12. This
list does not include examples with first-place yiqtol form, which is jussive,
nor with its negative counterpart lAa + yiqtol, nor its continuation form
weyiqtol, which is also jussive. However, a “sequence” with a jussive yiqtol
form, or an imperative, continued by a jussive weyiqtol, is well attested; see,
e.g., Gen 19:5, 32, 34; 23:13; Ex 25:2; Num 19:2; Deut 13:3, 7, 14. Frankly
it is not easy to reconcile this “sequence” with the theory that yiqtol is nonsequential per se.
8.At this point an outline of the BH verb system (i.e. something more than
“lists of uses”: p. 161) can be provided:
1) In historical narrative, in reference to the past: x-qatal (or other nonwayyiqtol forms = setting, or antecedent information) → wayyiqtol (main line,
or foreground) ↔ wayyiqtol… (coordinated, in a chain) → x-qatal (or other
non-wayyiqtol forms = off line, or background).
2)In direct speech, in reference to the past: (x-) qatal (main line, or foreground) ↔ wayyiqtol… (coordinated, in a chain) → x-qatal (or other nonwayyiqtol forms = off line, or background).
3)In direct speech, in reference to the future: initial indicative x-yiqtol (or
non-verbal sentence = main line, or foreground) ↔ weqatal… (coordinated, in
a chain) → x-yiqtol (off line, or background).
4)In direct speech, in reference to future: jussive yiqtol, or x-yiqtol, or
imperative (main line, or foreground) ↔ weyiqtol (coordinate, or subordinate,
in a chain) → x-yiqtol (off line, or background).
5)In direct speech, in reference to present: non-verbal sentence with or
without a participle (main line, ore foreground) → non-verbal sentence (off
line, or background).
As I hope, some points have become clear by now. First, the notion of
temporal “sequence” is inadequate to explain wayyiqtol, qatal, yiqtol and
weqatal. Sequence is not only temporal, i.e. reflecting a succession of events,
but also logical, in the sense that wayyiqtol and weqatal can also express
conclusion, explanation, hendiadys, and similar. More important, sequence is
not the basic function of wayyiqtol and weqatal. Their basic function is rather
to express main line, or foreground of communication, in relation to qatal
and yiqtol, which express off line, or background. More precisely, wayyiqtol
is related to qatal and weqatal to yiqtol.
Therefore, pace Hatav, I would not “expect a qatal rather than a yiqtol
verb clause reporting the simultaneous possible situation, contrary to what
we have in the actual text” (p. 190) in a passage like: …w¥yAj◊y JKDtOa◊w yItOa …wg√rDh◊w
“They (the Egyptians) will kill me while you will they let live” (Gen 12:12).
This mean that BH does have tenses (also see § 4 above). Wayyiqtol is
the narrative tense; it corresponds to the narrative tense of modern languages—the simple past in English, the passé simple in French, the pretérito
544
RECENSIONI
indefinido in Spanish, the passato remoto in Italian. Initial x-yiqtol and continuation weqatal are the future tense. The non-verbal sentence, with or without a participle, is the present tense. These are fix, or independent tenses, in
the sense that they express a point in time by themselves, without any need of
adverbs, temporal phrases (“R-time updating phrases”: p. 78) or context. On
the contrary, the verb forms and non-verbal constructions expressing background are relative, or dependent tenses, in the sense that they are syntactically linked to the fix tenses and express each one a particular aspect or mode
of action, i.e. specification / highlighting of a detail of the main information,
or repetition / custom / description, or simultaneity / anteriority / posteriority.
Other aspect specifications or “Aktionsarten” appear irrelevant in BH. Thus
both tense and aspect, in the sense just explained, are necessary to describe
the BH verb system.
The idea that BH is a tenseless language is assumed right from the beginning of Hatav’s investigation and repeated throughout but never proved, pace
the author’s claim: “Since the BH verb system does not express tenses, as demonstrated throughout this work…” (p. 177). The fact that the “sequence aspect”
occurs in all the temporal axes—past, future, and present—does not prove that
it is independent of tense, less so that BH is a language without tenses. The
kind of approach adopted requires, then, of Hatav a tough effort in order to
arrive at a “tense interpretation” of the verb forms (see pp. 84-85 for
wayyiqtol). Besides, if wayyiqtol “cannot be interpreted in the time sphere of
future” and “cannot be interpreted as reporting situations in the present tense,”
what prevents it from being a past tense?
Second, qatal and yiqtol are non-sequential, in Hatav’s terms, in historical
narrative, but initial qatal and yiqtol are usually sequential at the opening of a
direct speech. Third, historical narrative and direct speech are legitimate, even
necessary subcategories of prose in BH (and in Romance languages and in
classical languages as well). They have become widely accepted categories of
prose particularly following E. Benveniste’s definition of “narration” and
“discours.” Moreover, poetry is another major category of BH literature besides prose. Although poetry has a different structure from prose (see, e.g., my
paper in JSOT 74 [1997] 77-93), still we should try to analyze its verbal system with the same principles of prose as far as possible.
9. As noted more than once in the course of the present review, the main
problem with Hatav’s investigation rests on the relationship between the time
of the text and the time of reality. At the basis of her investigation seems to be
the conviction that the time of the text reflects faithfully the time of reality;
the narrator remains outside the picture. If this approach is correct, then
Hatav’s strenuous effort to establish the situation of the text by means of “our
world knowledge” (see, e.g., p. 34) is appropriate; if not, it runs the risk of
being vain (at least for that purpose). Now, this debated issue is one of the
points dealt with in H. Weinrich’s book, Tempus. Besprochene und erzählte
HATAV G.
THE SEMANTICS OF ASPECT AND MODALITY
545
Welt. (Among the references at the end of her investigation, Hatav includes the
1978 Italian translation of Weinrich’s book, which I also quoted in my work,
but does not seem to have used it.) A passage from Weinrich’s book is worth
quoting (the following English translation is mine because, as far as I know,
no English translation is available):
“It is understood that a linguistic theory of the verbal tenses cannot start
from an ordo rerum [‘order of things’] that is conventional in any case; consequently, even the three temporal phases past, present and future cannot be taken
as facts. Instead, it is rather suitable to take as a starting point for every syntactic investigation the process of communication… The real time (“Aktzeit,” as
Dieter Wunderlich calls it) is the moment or the sequence of the subject matter
of communication. The time of the text (“Textzeit”) and the real time (“Aktzeit”)
can coincide. This is particularly the case with the performative discourse (the
classic example is represented by the words of Baptism that accompany the rite
and are at the same time an integral part of it). Still, the time of the text and the
real time need not be synchronized but can also diverge one from the other. The
real time can remain far behind the time of the text as well as be far forward. If
this is the case, the language can also express this lack of synchronization. This
is done likewise by the system of tenses, and thus the tenses remain within the
general syntactic frame that we have outlined above. In fact, as the tenses signal
the synchronization or non-synchronization of the time of the text with the real
time, they also convey to the listener important information concerning the process of communication and his relationship to the ‘world’ ” (from the 4th German edition, 1985, 56-57).
The contribution of Weinrich’s book, though rather neglected in linguistic,
including text-linguistic, circles, is favorably reviewed in P. Ricoeur’s Temps
et récit, vol. II, chapter 3 (“Les jeux avec le temps”), especially pp. 100-113.
A criticism raised by Ricoeur against Weinrich concerns “sa tentative pour
dissocier à tous égards les temps verbaux (Tempus) du temps (Zeit)” (p. 109),
a criticism, though, that may not be entirely appropriate. Actually, Weinrich
maintains that tense is distinct from time, but does not deny the possibility that
tense and time coincide (see quotation above). Rightly, I think, Weinrich states
the priority of tense over time. On the basis of the tenses we can understand
time, i.e. the actual course of events, but we should not interpret the tenses on
the basis of time. In any case, Ricoeur aptly stresses the necessity of supplementing a syntactic theory such as that of Weinrich with a semantic analysis
of both tense and time. I would insist, however, that syntactic analysis of the
verb forms must precede and be the basis for semantic analysis. Semantics
cannot precede, even less replace syntax.
I leave the experts to evaluate the importance of Hatav’s investigation on
the semantics of modern languages, especially English. As far as BH is concerned, semantic analysis can be usefully applied to the verb system after a
careful syntactic analysis has been conducted with a text-linguistic method.
546
RECENSIONI
As a conclusion, I wish to restate the encouraging points of convergence, with the qualifications indicated above, that have emerged between
Hatav’s research and mine, i.e., that wayyiqtol and weqatal are sequential
while qatal and yiqtol are non-sequential. In my view this means that
wayyiqtol and weqatal express the main line of communication, while qatal
and yiqtol express the off line. Finally, weyiqtol is a distinctive verb form
“which is used only in deontic clauses” (p. 153). I call it more specifically
volitive or jussive as opposed to indicative, simple future, represented by
weqatal.
Alviero Niccacci, ofm
Rösel Hartmut N., Von Josua bis Jojachin. Untersuchungen zu den deuteronomistischen Geschichtsbüchern des Alten Testaments (Supplements to Vetus
Testamentum 75), Brill, Leiden - Boston - Köln 1999, X-123 pp.
Il Prof. Rösel, uno studioso tedesco formatosi a Tübingen e ora in Israele, docente all’università di Haifa, ha già dato vari saggi della sua scienza biblica,
specialmente circa le origini d’Israele e l’epoca pre-monarchica e monarchica.
Aggiunta ad essa, la sua preparazione ed esperienza archeologica lo rende uno
dei più preparati nella materia. Basti citare il suo Israel in Kanaan. Zum
Problem der Entstehung Israels (BEATAJ 11), Frankfurt a.M. 1992.
La tesi del libro (sulla linea di Westermann: si veda il suo recente Die
Geschichtsbücher des Alten Testaments. Gab es ein deuteronomistisches Geschichtswerk? [ThB 87], Gütersloh 1994) è contro quella dell’Opera deuteronomistica (Odtr) unitaria. È svolta in cinque capitoli, preceduti da prefazione
e introduzione.
Nel cap. I si verifica come (= in maniera disorganica) è trattato da Deut a
2Re il famoso tema o schema dei Giud, così presentato dall’A.: peccato - reazione divina - punizione - salvezza. Si parte dai dati esposti in un’importante
tabella (pp. 5-12).
Il cap. II è una critica della tesi dell’opera unitaria, specialmente nelle sue
più celebri formulazioni: quella di Noth e quella recente di Hoffmann, del
1980.
Poi vengono studiati i libri di Gios (cap. III; Rösel sta preparando un valido commentario), di Giud e Sam (cap. IV) ed infine quelli dei Re (cap. V).
Dopo una breve sintesi conclusiva, il libro è fornito di indice bibliografico,
di abbreviazioni, dell’elenco degli autori citati e delle principali citazioni
bibliche.
Mi sembra che il lavoro si concentri su due punti: 1) solo su un tema particolare dell’Odtr, quello preso dai Giud; 2) sulla tesi dell’opera unitaria, che
oggi non ha più molti paladini.
RÖSEL H.N.
VON JOSUA BIS JOJACHIN
547
Il sottoscritto sostiene, con un numero crescente di studiosi, la tesi opposta, ma come opera preesilica, poi riedita durante l’esilio. Altri, specialmente
in Germania, sostengono una datazione solo esilico-postesilica della stessa, ma
in tre tappe redazionali diverse. Dunque, le nuove opinioni sull’Odtr forse non
sono propriamente attaccate dal libro di Rösel e molte critiche fatte da Rösel
sono da me condivise.
Ma un po’ ci si sente “in causa” lo stesso. Perciò, amichevolmente (il perché sarà presto spiegato), una contro-critica è ora inevitabile.
Il tema o schema a quattro tempi (che propriamente andrebbe presentato
come peccato - castigo - penitenza - salvezza!) non si può pretendere che sia
trattato in tutti i libri alla stessa maniera e con le identiche espressioni. Anche
perché sembra anteriore alla stessa redazione dtr di Giud, ipotizzata dalla critica di Rösel come esilica. In altri libri c’è altro materiale antico, che non tratta
assolutamente tale tema e l’ipotizzato redattore esilico non si può pretendere
che introduca lo schema da tutte le parti. Inoltre ci sono tanti altri temi
nell’Odtr che andrebbero presi in considerazione per giudicare se l’opera è
unitaria o no. Per es. la centralità del culto, tema fondamentale del Deut, libro
di cui invece Rösel tratta solo due frasi, all’inizio e alla fine, concernenti solo
lo schema di cui sopra. Ora è evidente che se uno considera l’istanza dtr della
centralità del tempio, è difficile negare che tale tema rimbalza dal Deut a 1Re
8, a tutta la storia e la valutazione del Nord, dallo scisma in poi, fino alla distruzione del tempio. A sua volta la monarchia, unita al tempio in 1Re 8, ha
tutta una storia che precede il tempio e lo lega poi ad esso, fino alla comune,
tragica fine. Ma anche limitandoci alla tabella citata, se teniamo presente quanto s’è già detto sopra, vi possiamo trovare piuttosto una conferma della tesi
dell’opera unitaria, che non è negata, ma meglio illustrata, dalle variazioni
dello schema nei diversi libri. E tra i dati dtr sulla salvezza non si può ignorare
la promessa di Natan e il suo peso nell’Odtr preesilica. Che Deut–2Re siano
un’opera unitaria, poi, lo si deduce dallo stile comune che ogni tanto appare e
dalla cronologia che abbraccia tutto, dai Giudici, alla storia di Davide e Salomone (la data della costruzione del tempio in 1Re 6,1); tutte cose non prese in
considerazione dall’A.
Quanto a Gios, come si fa a dire che Gios 1 non è connesso con Deut?
Gios 1,1 si collega alla morte di Mosé, narrata alla fine del precedente libro;
Gios 1,2-18, il discorso alle tribù della Transgiordania, si collega a Deut 3,1822. Dire che queste parti di Gios 1 sono di un aggiuntore che ha poi cucito
due libri, prima indipendenti, significa togliere praticamente a Gios tutta l’introduzione! Nella finale del libro, se si eccettua Gios 13–22, che è un inserto
sacerdotale tardivo (si veda il mio Josua 13–21. Ein priesterschriftlicher
Abschnitt im DtrG, del 1990), e si semplifica, così, il problema, il passaggio
dal discorso finale di Gios 23 al libro dei Giud risulta evidente, tanto più se
si tiene presente che Gios 24 e Giud 1,1–2,6 sono brani antichi, pre-dtr, inseriti dai redattori dtr.
548
RECENSIONI
Negare il collegamento dtr tra Giud e Sam diventa ancor più problematico, come lo stesso Rösel dà a vedere, onestamente, a p. 72. Tagliamo corto
sulla questione, ricordando semplicemente che Samuele è l’ultimo giudice ed
è colui che guida la transizione dalla struttura tribale d’Israele a quella
monarchica. Stessa difficoltà per la tesi di Rösel e di Westermann (abbondantemente citato a p. 74) quando ci si imbatte in 1Re 1–2, dove la morte di Davide e l’intronizzazione di Salomone sono da una parte la conclusione della
storia precedente e l’indispensabile inizio della seguente.
Lo studio sui Re, libro che l’A. ha già trattato parzialmente prima (pp.
39ss; 46ss), lo si dovrebbe considerare una critica superata, perché le varie
proposte esaminate parlano di molteplice redazione dei Re e dunque sono un
po’ nella linea sua. Ma lì bisognerebbe distinguere gli autori criticati. Io
metterei Dietrich e Würthwein da una parte, con la loro triplice redazione
esilica, cui si è accennato, e Nelson, Provan, O’Brien dall’altra, che sostengono la mia tesi. Eppoi mettere in evidenza tante disparità di pensiero all’interno di uno stesso libro, sia esso Deut o Gios o Giud o Sam, come fa l’A.
soprattutto in Re, significa arrivare a dire non che ciascuno dei libri è originariamente indipendente dall’altro, ma che ci sono più libretti entro ciascuno
di loro.
Questa critica è piuttosto generica e non vuol negare i pregi e il valore
del libro. Esso è molto utile e forse indispensabile anche a chi vuole studiare
le diverse sfumature della teologia dtr e dell’Odtr. Lo dico non solo perché
sono amico e sincero ammiratore di Rösel. E qui è ora di spiegare questa
amicizia, che è nata sin dalla metà degli anni 70, negli incontri dei congressi
internazionali degli anticotestamentaristi (IOSOT), a Göttingen, Wien,
Salamanca, Paris. Forse però non è mai capitato come a noi: Rösel mi ha
portato il suo libro nell’autunno scorso (1999) alla Flagellazione; era appena
uscito. E io una settimana dopo gli ho fatto avere il mio Deuteronomistic
Work, fresco di stampa: due tesi diametralmente opposte, ma due autori che
si rispettano vicendevolmente e affettuosamente, riconoscendo validità al lavoro dell’altro.
La discussione sull’argomento, per essere impostata bene, deve tener conto dell’ipotesi di dualità (o pluralità) di redazioni. Rösel ogni tanto parla di
modifiche posteriori: pp. 22 (con nota 33), 26?, 33, 72s (con nota 170), 78
(soprattutto nota 189), 104; ma solo per combattere meglio la tesi dell’opera
unitaria, intesa monoliticamente alla maniera di Noth e Hoffmann, o per cavarsi dai pasticci quando rischia di distruggere anche la composizione unitaria
dei singoli libri.
Non ho trovato molti errori: p. 7, la prima frase ebraica della terza colonna (e forse, nella p. precedente, le osservazioni all’inizio e alla fine della quarta colonna andrebbero piuttosto nella terza) e 106 (due volte “den”).
Enzo Cortese
LOZA VERA J.
LOS PROFETAS DE LA ANTIGUA ALIANZA
549
Loza Vera José, Los Profetas de la Antigua Alianza un llamado a la comunión.
Caracteristicas y mensaje. Volumen I: ¿Que es un profeta? Los Profetas del
siglo VIII a.C. (Colección: Material Académico UPM No. 16. Complemento
de clases Para uso privado), Universidad Pontificia de Mexico, A.C. Mexico
D.F. 1996, 352 pp.
Spreafico Ambrogio, La voce di Dio. Per capire i profeti (Studi biblici 33),
EDB, Bologna 1998, 296 pp., L. 34.000.
Comincio la presentazione dal secondo libro, ricordando che lo si potrebbe
dire una seconda edizione di I Profeti. Introduzione e saggi di lettura, del
1993, dello stesso A., Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana,
e della stessa editrice. Questo fu recensito in LA 45 (1995) 588ss, aprendo
una discussione sul messianismo dei profeti, cui invitavo in particolare gli
specialisti italiani. Forse si possono considerare un primo cenno di risposta
le due pagine finali (261-263). Sperando che il discorso sia recepito e si sviluppi, ora prendiamo atto dei miglioramenti del nuovo libro. Aboliti gli spunti sulla vita di Elia ed altri episodi e riflessioni, che in un’introduzione
sistematica sono fuori luogo, l’Introduzione generale (pp. 5-29) è molto più
breve e omogenea rispetto a quella del precedente libro: I libri profetici Origine del profetismo (extra-biblico e biblico) - Terminologia profetica - Il
profeta messaggero - Dalla profezia al libro - Critica letteraria profetica Generi letterari profetici.
Quanto ai singoli profeti, presentati nei successivi 18 capitoli (con tre
capitoli per le rispettive tre parti d’Isaia) seguendo l’elenco del canone ebraico, questa volta ci sono tutti, anche i minori e per ciascuno è data un’essenziale bibliografia, quasi sempre aggiornata. Essa manca stranamente per il
Terzo Is, anche se il capitolo riferisce ampiamente il pensiero di Westermann
e Steck, del quale si tornerà a parlare dopo, nell’Excursus (pp. 251-255). Su
Steck, e sul suo discepolo Nogalski ivi presentato, si veda LA 47 (1997) specialmente le pp. 10-15 sul rotolo di Qumran dei 12 profeti minori. La
bibliografia generale è molto ridotta (pp. 257-263). Conclude il libro l’indice
delle citazioni.
Il settanta per cento del libro c’è già, alla lettera, in quello anteriore; ma
gli aggiornamenti e le aggiunte sono importanti, soprattutto per chi vuole approfondire l’argomento del profetismo. Perciò non si dovrebbe avere paura di
menzionare il volume precedente, quello cioè del 1993, anche perché sia gli
studiosi che gli acquirenti hanno diritto a questa informazione. Non credo che
questa reticenza sia colpa dell’A., il quale, a p. 213, non manca di citare il suo
volume su Sofonia, e fa bene. Si dovrebbe trattare di accorgimenti dell’editrice; per ovvi motivi commerciali.
Il libro di Loza, professore all’École Biblique di Gerusalemme, non ha
invece preoccupazioni commerciali, come si legge nelle stesse indicazioni fi-
550
RECENSIONI
nali del titolo e come lo stesso A. dice sinceramente alla fine (p. 341), confessandone le lacune. Tra l’altro i profeti trattati sono, nell’ordine, solo Amos,
Osea, Isaia e Michea, con una conclusione generale. Ma nonostante l’incompletezza, esso ha notevoli pregi. Anzitutto l’A., come dice nella presentazione
(p. 7), si avvale della consulenza e dello schedario d’uno specialista, il suo
collega ed amico I.J. Gonçalves, poi è fornito di ampia e aggiornata
bibliografia, non solo quella generale (pp. 13-17), ma quella per ogni argomento trattato.
Più della metà del libro (fino a p. 207) è costituita da un’introduzione al
profetismo, che tratta la terminologia (i sinonimi ebraici di “profeta”), origini
e storia del profetismo, le formule degli oracoli e i gesti simbolici, stile e formazione dei libri, con una conclusione generale.
Spesso si incontrano appendici che trovo utilissime, specialmente quelle
sul vocabolario profetico (pp. 56-61) e sulle formule degli oracoli (pp. 164170). Si tratta pure, e bene, l’apocalittica (pp. 92-103), nella panoramica sulla
storia del profetismo del cap. 2, dove, alla fine si ha una pregevole e aggiornata documentazione sul profetismo extra-biblico (pp. 103-120).
Personalmente mi hanno arricchito particolarmente i capp. 3 e 4 della prima parte, dove l’A., dopo uno studio ampio delle formule con cui gli oracoli
sono introdotti, interrotti o conclusi, si permette di scostarsi dalla presentazione abitale delle “forme fondamentali del discorso profetico”, catalogate da
Westermann, completando il quadro (con Fohrer).
Tra i limiti c’è la mancanza degli indici delle citazioni bibliche e degli
autori. Sarebbe stato bene fare un elenco bibliografico totale, lasciando eventualmente le opere citate nei vari capitoli così come esse vi sono ragruppate.
Le cose sono rimaste piuttosto al livello delle dispense date nei corsi che Loza
continua a dare in Messico e molti degli argomenti di cui si sente la mancanza
sono semplicemente “lanciati” per il lavoro di gruppo degli studenti, cui viene
indicata un’essenziale bibliografia. Ma, tenuto conto di ciò, c’è da augurarsi
che arrivi presto un secondo volume, sui successivi profeti, come preannuncia
l’A. (a p. 341, n. 23).
Enzo Cortese
ñ ski Stanisław, I salmi 20-21 nel contesto delle preghiere regali (MiBazyliñ
scellanea Francescana), Roma 1999, 414 pp., L. 45.000.
È una tesi fatta al PIB di Roma, sotto la direzione di P. Bovati e difesa alla
fine del 1998. L’A. è ora docente al “Seraficum” di Roma. Nel quadro dell’ideologia regale dell’Oriente antico, presenta la centralità del re nella preghiera dei due salmi e studia come essi siano connessi tra loro. Ciò in tre
parti, introduttiva, analitica e tematica, con due, tre e due capitoli rispettiva-
BAZYLIŃSKI S.
I SALMI 20-21 NEL CONTESTO DELLE PREGHIERE REGALI
551
mente. Il tutto è preceduto dall’introduzione e seguìto dalla conclusione e da
molti sussidi (sigle e abbreviazioni, abbondante bibliografia, indice degli
autori, delle citazioni, dei vocaboli discussi, indice analitico e infine un dettagliato sommario).
Nella prima parte, al cap. I è presentata l’esegesi di una dozzina di autori
antichi sui due salmi: Padri della chiesa (Origene, Eusebio, Atanasio e
Agostino), medioevo cristiano (Lombardo e Gerhoch), ebrei (Rashi, Ibn Ezra,
D. Kimchi) ed esegesi già moderna (Génebrard, Rosenmüller, de Wette). Nel
cap. II si studia il pensiero delle scuole di ieri e soprattutto di oggi sul problema della composizione del salterio (Delitzsch, Niemeyer, Wilson, Hossfeld /
Zenger, Millard) e in particolare quella dei Sal 15–24 (Auffret, Hossfeld /
Zenger, Miller e Millard). Entrambi i capitoli terminano con una valutazione
degli autori, dei problemi e delle soluzioni da loro presentate.
Per dare agli esperti un’idea dei contenuti della prima parte dovrebbe essere sufficiente l’elenco dei dati che abbiamo fornito.
I dati della seconda, ancora più dettagliati nell’indice, li riassumiamo di più.
Semplicemente informiamo che il cap. III è dedicato al Sal 20 e il IV al Sal 21.
Entrambi, in 5 paragrafi hanno rispettivamente la traduzione e la critica testuale, la critica letteraria, la composizione, il genere letterario e l’analisi esegetica
delle singole parti del salmo. In un capitolo più breve (V) l’A. cerca di dimostrare che i Sal 20 e 21 sono connessi, per titolo, composizione bipartita, genere
letterario (?), ripetizioni terminologiche, unità di tempo e spazio, atteggiamento
dell’orante e di dramatis personae e tema. Dico subito che non mi sembra convincente. Eppure egli si mostra critico nei confronti della moda odierna di quella che si può chiamare macro-redazione trasversale del salterio. Secondo tale
moda, sarebbe questa la causa delle connessioni stilistiche e tematiche tra salmi
vicini, fenomeno debitamente ingigantito in questa scuola.
La terza parte, “funzione del sovrano in alcune preghiere regali dell’AT”,
presenta, per il Sal 20 in quattro paragrafi nel cap. VI e in tre per il Sal 21 nel
cap. VII dei paralleli dai libri storici per il primo (2Re 19,14-19; 2Cr 14 e 20;
Is 7,10-17) e dei salmi (2Sam 22, invece del Sal 18; Sal 144 e 2) per l’altro,
confermando le conclusione dell’analisi, sulla centralità del re nella preghiera
d’Israele.
Il lettore ci scuserà per questo lungo elenco. Non c’era una maniera più
breve e nello stesso tempo più precisa per dare un’idea completa della mole,
della densità e della ricchezza dello studio.
Dopo questo lavoro nessuno potrà negare l’importanza del re nella liturgia
d’Israele, e non solo prima e dopo le battaglie. Sono preziose, anche per la teologia, le pagine in merito: 292-296 e 322-326.
Ma detto questo sul valore sostanziale del lavoro, tralasciando ogni altra
questione, vorrei avanzare alcune riserve su un solo punto: quello della
datazione dei salmi e dell’ideologia che essi manifestano. Non tanto per criticare, quanto per focalizzare l’importante problema.
552
RECENSIONI
Sembra che l’A. sia succube della moda attuale che parla volentieri di
“davidizzazione” del salterio, pensando che i salmi originariamente non fossero affatto davidici e che lo sono diventati nel tardo postesilio. Solo allora si
sarebbe creata la figura di Davide orante, modello della preghiera del pio
israelita. Bazyliñski evita accuratamente discussioni sulla datazione dei due
salmi. Ho trovato solo qualche cenno in nota, nelle pp. 167 (n. 386), 212 (n.
206), 267 (n. 39, con richiamo a vuoto?). Sembra che l’A. privilegi l’argomento storico delle Cron (cap. VI). Inoltre egli, invece del Sal 18, la cui antichità è
negata sbrigativamente (p. 297, n. 1), preferisce l’argomento di 2Sam 22, che
dice tardivo (pp. 297-298). Ivi egli si basa sulle preghiere di Es 15, Num 21,
Giud 5 e 6,23-24 (e Gdt 16!), per mostrare forse che nella preghiera antica il
re non c’è. Ci mancherebbe altro! In quelle epoche, secondo compositori e redattori della preghiera, il re o non c’è ancora o non c’è più.
Ma come fa l’A. a dire che il re è (bisognerebbe dire “diventa”!) indispensabile nella preghiera liturgica (p. 333: nell’ipotesi, siamo nel 350 a.C.!),
o che l’elezione dei discendenti di Davide ne è un’istanza teologica indispensabile, quando il re è sparito completamente da più di due secoli? Al massimo, con Tournay, da lui seguìto e citato, egli sembra ammettere la possibilità
che l’ideologia regale arrivi nella liturgia d’Israele ai tempi di Giosia e solo
con i nostri due salmi. Ma come avrebbe fatto tempo ad imporsi tanto, come
la tesi dell’autore sostiene, vista la effimera durata del regno e il successivo
precipitare degli eventi? Se la centralità liturgica del re fosse un fenomeno
tardivo, avremmo l’assurdità della massiccia sua presenza nell’antico mondo
orientale, nelle epoche precedenti e, quando essa là è scomparsa, la sua
inspiegabile comparsa in Giuda al tempo del Cronista. In quel tempo come
modello di preghiera avevano più titoli Aronne o Mosé! Non è possibile che,
quando Israele subiva l’influenza del mondo orientale contemporaneo, il re
non fosse centrale e quando non c’è più quell’influsso e l’autorità sacerdotale, a partire dal Documento P, si è opposta alla monarchia, la sua centralità si
ingigantisse.
È vero che chi sostiene, come il sottoscritto, l’antichità dei salmi
monarchici trova una difficoltà nel fatto che il re risulta più centrale nel culto secondo le Cron che secondo i paralleli di 2Re (è invece leggero l’imbarazzo manifestato dall’A. a p. 277, n. 20 e a p. 281, n. 387). Ma questa
difficoltà non può mettere in dubbio quanto abbiamo dimostrato e la si può
superare se si pensa, da una parte all’epurazione del culto monarchico operata da P a partire dall’esilio e al graduale rilancio del canto (ma si tratta di
rilancio!) ad opera dei cantori nell’epoca successiva.
Forse chiariscono la posizione di Bazyliñski da noi criticata anche le opinioni sul Sitz im Leben dei due salmi: sarebbe la battaglia, a cui Sal 20 è
anteriore e 21 posteriore. In realtà il Sitz im Leben è il culto regale, che l’A.
liquida troppo sbrigativamente (p. 96): “La liturgia, come Sitz im Leben dei
salmi, non è utilizzata per la loro organizzazione, perché questo principio si
HESS R.S. - WENHAM G.J. (ED.)
ZION CITY OF OUR GOD
553
interessa degli eventi storici che stanno dietro la parola. Non trattandosi di
un criterio testuale, ma essenzialmente ‘pre-testuale’, gli autori, generalmente, non se ne avvalgono per l’ordinamento del salterio”. Che questo non sia
solo il pensiero “degli autori”, ma anche il pensiero suo, Bazyliñski lo mostra chiaramente a p. 329 ripetendo il concetto: “È stata scartata la cronologia esterna, quale criterio organizzatore dei salmi. Analogamente, è stata
ritenuta non adatta per questo fine la liturgia, intesa come Sitz im Leben
socioculturale...” (sottolineatura nostra).
E invece, perché questo lavoro, sottraendosi più decisamente alle mode,
raggiungesse la perfezione, bisognava proprio che questo Sitz im Leben
socioculturale, quello pre-monarchico, fosse preso in debita considerazione.
Enzo Cortese
Hess Richard S. - Wenham Gordon J. (ed.), Zion City of our God, William B.
Eerdmans Publishing Company, Grand Rapids MI - Cambridge U.K. 1999, X206 pp., $ 22.
Si presentano, senza bibliografia generale o altri sussidi, eccetto l’indice, con
elenco particolare degli autori e un’introduzione dei curatori, nove conferenze in gran parte tenute ad un Meeting del 1996 a Cambridge, sulla Gerusalemme pre-esilica (“in the first temple”: p. ix), anche se si scende volentieri
al post-esilio. Infatti, dopo il tempio di Salomone (J. Monson, “The Temple
of Solomon: Heart of Jerusalem, pp. 1-22) e l’assedio di Sennacherib (R.S.
Hess, “Hezechiah and Sennacherib in 2 Kings 18–20”, pp. 23-41), sono considerati la Gerusalemme delle Cronache (M.J. Selman, “Jerusalem in Chronicles”, pp. 43-56), Gerusalemme (che per la verità non c’entra per niente nel
contributo) in guerra nelle Cronache (G.N. Knoppers, “Jerusalem at War in
Chronicles”, pp. 57-76), Ezechiele (Th. Renz, “The Use of the Zion Tradition in the Book of Ezechiel”, pp. 77-103), i Salmi delle ascensioni (Ph.E.
Satterthweite, “Zion in the Songs of Ascents”, pp. 105-128), le Lamentazioni
(K.M. Heim, “The Personification of Jerusalem and the Drama of Her
Bereavement in Lamentations”, pp. 129-169) e il culto di Molok (R. Doyle,
“Molek of Jerusalem?”, pp. 171-206).
Mi sembra particolarmente interessante la presentazione dei dati archeologici del tempio scoperto a „Ain Dara, a nord ovest di Aleppo, splendida conferma della storia biblica del tempio salomonico. Anche la prima parte dello
studio di Renz costituisce un utile aggiornamento sulla tradizione di Sion,
come pure quello della Doyle su Molok. Ciò, senza voler negare l’importanza
degli altri studi per studiosi e ricercatori interessati.
Enzo Cortese
554
RECENSIONI
Tov Emanuel, The Text-Critical Use of the Septuagint in Biblical Research
(Jerusalem Biblical Studies 8), Second Edition Revised and Enlarged, Simor
Ltd., Jerusalem 1997, XXXV-298 pp.
L. Greenspoon, nell’ampia rassegna degli studi sui LXX dal 1968 al 1995 (CR:
BS 5 [1997] 147-174), nella conclusione, volendo caratterizzare l’orientamento degli studi attuali rispetto a quelli passati, scrive: “Today, in LXX studies,
as in other fields of study, there are more narrowly circumscribed areas of
specialty, if not interest” (p. 164).
La presente opera del Tov, noto specialista dei LXX, corrisponde proprio a questo carattere. Si interessa dei LXX, in funzione della critica testuale della Bibbia ebraica (TM). Alla critica testuale della Bibbia ebraica
aveva dedicato già un grosso volume (Textual Criticism of the Hebrew Bible,
1992), recensito in LA 45 (1995) 604-607, di cui il presente è la continuazione in un settore particolare (p. ix). Non è un’opera nuova, ma l’ampia
revisione di una prima edizione, apparsa nella stessa collana (n. 3) nel 1981.
Che rapporto ha con quella? “No stone has remained unturned in this revised
edition” (p. ix). L’approccio fondamentale al problema non è cambiato, ma
si sono chiariti meglio i traguardi che intende raggiungere il procedimento
di critica testuale (cap. I), l’importanza della ricerca computerizzata, quella
dei manoscritti di Qumran per i LXX (cap. V), i criteri usati nella valutazione testuale (cap. VII) e la interazione fra critica testuale e critica letteraria (cap. VIII).
Perché un libro così voluminoso dedicato solo ai LXX per la critica testuale? La risposta si trova a p. 204: “Probably the sole generalization which
can be made with regard to all books of the LXX is that they reflect more
significant variants than other translations together”.
Nella breve prefazione l’A. riporta un buon numero di recensioni critiche
dell’opera in prima edizione, di cui ha tenuto conto in questa seconda (p. x).
L’opera è strutturata in tre parti e otto capitoli con l’aggiunta di un breve
Excursus sul modo diverso di valutare e riportare le varianti dei LXX nella
BHS rispetto alla BH, anche se neppure la BHS è esente da critiche (p. 235).
La prima parte è costituita dall’introduzione in cui si espongono le nozioni fondamentali sia dei LXX sia del loro uso per la critica testuale (pp. 1-35).
È un’introduzione molto chiara, che cura la didattica e la critica, ed è accessibile e utile non solo per professori, ma anche per studenti. Buoni mi sono sembrati i criteri per stabilire quando la traduzione dei LXX si può qualificare
“letterale” (pp. 20-24).
La seconda e la terza parte sono indirizzate più a specialisti della critica
testuale della Bibbia ebraica che non a studenti. La prima è volta alla ricostruzione critica della Vorlage ebraica: come ricostruirla (possibilità e
impossiblità) e come ricostruire gli elementi non indicati nella Vorlage dei
traduttori (ad esempio le vocali o la distinzione tra Vi e c). Una volta raggiun-
BEAUCAMP P.-É.
LE FAIT BIBLIQUE. ALLIANCE ANCIENNE ET NOUVELLE
555
ta la Vorlage, la seconda parte si occupa della sua natura e della sua valutazione in funzione della critica testuale, con uno sguardo, infine, anche alla
critica letteraria.
L’opera è corredata dell’usuale apparato scientifico: edizioni delle fonti
testuali, abbreviazioni, bibliografia e alla fine gli indici dei passi biblici, degli
autori e dei temi, utili per la ricerca.
Giuseppe Segalla
Beaucamp Paul-Évode, Le fait biblique. Alliance ancienne et nouvelle (Bible
et Vie chrétienne. Nouvelle série), Éditions P. Lethielleux, Paris 1998, 218 pp.,
FF 106.
L’opera è divisa in tre parti. La prima presenta una scheda biografica e la
bibliografia dell’esegeta francescano P.-É. Beaucamp (1917-1997). Della sua
preziosa opera di insegnamento ha beneficiato anche lo SBF e alcuni suoi contributi scientifici sono apparsi in questa rivista. Le ricerche di Beaucamp si sono
indirizzate soprattutto al campo del Salterio e ai Profeti, dove egli ha cercato
sempre di cogliere le linee del disegno di Dio. L’universo e la storia umana –
era ferma convinzione di Beaucamp, maturata da lui non solo nell’aula scolastica ma anche nella prassi esistenziale (ha passato quattro lunghi anni nei campi
di lavoro nazisti) – costituiscono lo sfondo dell’agire salvifico di Dio. È proprio dall’esperienza storica del Dio dell’alleanza che Israele ha potuto riscoprire
lentamente la figura di Dio creatore dell’universo, di quell’universo che si trova a servizio e porta in sé l’annuncio della salvezza. Una visione del mondo e
della storia umana decisamente positiva, quindi, e degna di un figlio di san
Francesco.
Il corpo del libro accoglie due studi di Beaucamp, all’origine separati. Il
curatore dell’opera ha fatto bene a pubblicarli insieme, perché essi rispecchiano
il centro d’interesse del compianto biblista lionnese e manifestano il suo modo
sapiente di fare esegesi al fine di nutrire la fede cristiana e trarne un beneficio
spirituale.
Il primo studio, intitolato Il fatto biblico: le tappe di un’esperienza dell’Alleanza, delinea in 10 capitoli la rivelazione di Dio nell’ottica dell’alleanza. Beaucamp è persuaso che l’alleanza del Sinai «costituisce una
rivoluzione nella storia religiosa dell’umanità» (p. 37), perché introduce una
novità assoluta: Dio trascendente ha intrapreso un dialogo personale con
l’umanità (Israele). L’A. mette in luce l’originalità di questo fatto biblico
nei confronti della religiosità pagana del tempo: la rivelazione del Sinai non
è il primo gradino di una costruzione che verrà pian piano elaborata, ma
«appare come l’ovulo iniziale di un essere vivente, il quale è cresciuto organicamente nei dodici secoli di storia» (p. 38). Non si tratta quindi del-
556
RECENSIONI
l’evoluzione storica del concetto dell’alleanza, ma piuttosto dell’esperienza
di una relazione d’alleanza con la divinità che Israele ha vissuto prima ancora di farne oggetto della propria riflessione teologica e della memoria
biblica. Gli elementi costitutivi di questa esperienza formano sin dall’inizio
una costellazione di nozioni teologiche intorno alle quali si svilupperà progressivamente il corpo delle Scritture ebraiche (cap. I). Il fatto biblico diventa un fatto storico con l’istituzione della monarchia (cap. II). L’alleanza
conclusa da Jahvè con Davide sembra essere la prima forma vissuta e storicamente nota dell’esperienza dell’alleanza del Sinai, a cui poi gli scribi
hanno conferito un fondamento letterario di legittimazione (il documento
Jahvista del Pentateuco).
Questa prima esperienza dell’alleanza terminò con la morte di Salomone,
ma ben presto apparve un’altra forma della sua attualizzazione storica. La
nascita e l’evoluzione del profetismo nel Regno del Nord (Elia, Eliseo, Osea,
Amos), indipendente dal potere monarchico, fece fare un salto decisivo e
diede un indirizzo popolare all’esperienza dell’alleanza (cap. III). In questo
periodo la letteratura biblica si arricchì di una nuova edizione dell’evento
dell’alleanza, allargata questa volta a tutto il popolo d’Israele (il documento
Elohista del Pentateuco, il codice dell’Alleanza: Es 20,2-21 e 23, il codice
Deuteronomico: Dt 12,1–26,19). Dopo la caduta di Samaria (721)
ricomparve nel Regno del Sud l’antica forma istituzionalizzata dell’alleanza
(cap. IV). La riforma deuteronomista di Giosia (622), ereditando le tradizioni profetiche del Nord, ne cambiò tuttavia l’aspetto: d’ora in poi l’alleanza
e l’unità politico-religiosa non convergeranno più nella figura del re, ma
nella Sion-Gerusalemme con il suo tempio. La rottura dell’alleanza solennemente rinnovata da Giosia e il declino dell’istituzione monarchica fecero
emergere in seguito l’idea di una nuova alleanza totalmente interiorizzata
(cap. V). L’alleanza del cuore, annunciata e vissuta in persona dal profeta
Geremia, costituiva una base per la futura esperienza di un nuovo popolo di
Israele. L’esilio babilonese infranse purtroppo questa speranza ma portò con
sé anche una novità: la personalizzazione delle esigenze dell’alleanza (cap.
VI). In tale dimensione, da cogliere nel messaggio del profeta Ezechiele e
nella redazione del documento Sacerdotale del Pentateuco, l’accento viene
messo sulla purezza del credente, chiamato a vivere nel culto la sua comunione con il Dio dell’alleanza. Così un «Israele fedele», preconizzato dai
profeti, cedette il posto alla formazione di un «Israele dei fedeli», mentre la
letteratura sapienziale prese le redini del movimento profetico. Al ritorno
dall’esilio il coinvolgimento personale dei «poveri d’Israele» fu messo a
grande prova (cap. VII). Il successo degli ingiusti di fronte alla sofferenza
dei credenti che vivevano secondo i principi dell’alleanza fece sorgere dubbi sul valore delle promesse (Giobbe, Qoelet), il cui senso si poteva percepire solo grazie ad una illuminazione da parte di Dio. Appoggiandosi sulla
Sapienza di Dio, identificata in modo esplicito con l’alleanza del Sinai, il
JERUMANIS P.-M.
RÉALISER LA COMMUNION AVEC DIEU
557
popolo eletto uscì vittorioso dallo scontro con l’ellenismo greco e superò il
dramma della persecuzione (cap. VIII). La fedeltà fino alla morte alla legge
dell’alleanza divenne per i figli d’Israele fonte e certezza di vita (Siracide,
Daniele). La vittoria dei Maccabei favorì in seguito una grande crescita del
giudaismo palestinese e di quello nella diaspora (cap. IX). Tutta la comunità
giudaica, pur frazionata in vari gruppi, attendeva la venuta del regno di Dio,
con il quale doveva comparire la nuova alleanza, rinnovando cioè la fedeltà
a quella antica. La realtà superò tuttavia i termini dell’attesa (cap. X).
«L’esperienza dell’alleanza, vissuta storicamente nelle sue forme successive,
ha veicolato verso il Nuovo Testamento l’universale speranza umana della
giustizia e della pace, un appello guidato dallo Spirito, a cui corrisponde la
rivelazione divina dell’amore: l’uomo attendeva la giustizia, Dio porta
l’amore» (p. 132).
Il secondo studio: La lettura continua del vangelo di Marco è in pratica un
agile commentario del vangelo più antico. Beaucamp ritiene che il testo di
Marco, il quale ha conservato meglio degli altri sinottici il tradizionale
kerygma apostolico nella linea dei discorsi degli Atti, ha tre temi portanti: l’annuncio di Gesù sulla realizzazione dell’attesa giudaica, il riconoscimento del
carattere messianico della sua missione, l’annuncio della sua morte e risurrezione in conformità al volere del Padre. Propone quindi la seguente struttura
del vangelo di Marco: il prologo (1,1-13); la predicazione di Gesù sul regno di
Dio (1,14–3,12; 3,13–4,34; 4,35–6,13); la missione personale di Gesù (6,14–
8,30; 8,31–10,52; 11–12; 13,1-37); l’evento pasquale (14,1-42; 14,43–15,41);
l’epilogo (15,42–16,8). Il commento è breve e semplice, ma nello stesso tempo chiaro, acuto e in grado di stimolare lo studio e la riflessione. Qui, come
del resto in tutto il volume, l’A. risparmia al lettore la fatica di leggere le lunghe note con i rinvii bibliografici. Eppure si ha subito l’impressione che chi
scrive possiede grande conoscenza della materia che trasmette in modo serio e
competente, tanto da poter soddisfare le esigenze sia dei lettori meno preparati
che di quelli più esigenti.
Lesław Daniel Chrupcała, ofm
Jerumanis Pascal-Marie, Réaliser la communion avec Dieu. Croire, vivre et
demeurer dans l’évangile selon S. Jean (Études Bibliques. Nouvelle série 32),
Librairie Lecoffre J. Gabalda et Cie Editeurs, Paris 1996, 603 pp., FF 490.
Si tratta di una tesi, diretta dal prof. R. Rouiller e presentata a Friburgo (Svizzera) per il dottorato in teologia nel 1995. Di una tesi di dottorato ha pregi e
difetti. Il pregio sta nella puntuale analisi e nella documentazione accurata; il
difetto è l’ampiezza espositiva e descrittiva, che, ridotta a metà, avrebbe dato
più forza all’opera e l’avrebbe resa più accessibile.
558
RECENSIONI
La letteratura sul quarto vangelo (= QV) in questi ultimi anni si è
moltplicata a dismisura con l’entrata trionfale dei nuovi metodi letterari, strutturali, semiotici, semantici e così via elencando. Si ha di conseguenza una
frammentazione dispersiva di numerosi e ponderosi studi, e la difficoltà di
dominare il campo col pericolo di perdere il testo nel contesto culturale o nei
nuovi contesti teorici e metodologici (si veda su questo argomento il recente
articolo di Y. Simoens, “L’évangile de Jean. Positions et propositions”, NRT
122 [2000] 177-190).
Quali sono scopo, metodo e giustificazione di questa voluminosa ricerca?
Lo scopo è “mieux cerner le rôle du ‘croire’ dans la réalisation de la
communion divine”. Il metodo è “tenter d’articuler entre eux, de manière
systématique, les champs sémantiques formés par pisteuein e le vocabulaire de
la communion de Dieu” (p. 529), in particolare quello del “vivere/zên” e “dimorare/menein”. La giustificazione: “Dans notre étude, nous avons, donc, refait
des recherches… déjà entreprises sur le ‘croire’, le ‘vivre’ et le ‘demeurer’ dans
le quatrième évangile, mais de manière séparée”. Il traguardo che si è proposto l’A. era dunque quello di esaminare insieme un vocabolario, che era stato
studiato separatemente: “tant en élargissant au maximum le spectre de la
recherche pour étudier tout le champ sémantique de la communion avec Dieu
et l’articuler de manière systematique avec le ‘croire’” (p. 531).
La struttura del lavoro è solida. Ad una breve introduzione sulla semantica
e simbolica del QV, che si ispira a P. Ricoeur per la metafora viva (pp. 9-31),
seguono tre grandi parti dedicate rispettivamente al “credere”, al “vivere” e al
“dimorare”, ciascuna articolata più o meno allo stesso modo: l’uso nell’ambiente culturale del QV dalla letteratura greca classica attraverso l’ambiente biblico
giudaico fino alla gnosi; le forme e l’analisi del verbo nel QV, i verbi paralleli e
associati (l’orizzonte o campo semantico), analisi e conclusioni sintetiche. Per
non incorrere nella critica che i tre verbi studiati rimangono ancora separati,
nella seconda e terza parte si ha sempre un ultimo breve capitolo che confronta
il verbo in questione con il “credere”: “croire et vivre” (pp. 343-358) e “croire
et demeurer” (pp. 526-528). Inoltre, per i due temi “vivere” e “dimorare” (non
per “credere”), oltre all’usuale analisi morfologica e semantica, si riprende lo
studio del verbo nella forma di un’esegesi successiva dei testi come compaiono
nel QV (per “vivere” alle pp. 240-341 e per “dimorare” alle pp. 499-525) con
ovvie e noiose ripetizioni. Questo passo metodologico l’avrei compreso se fosse stato fatto per tutti e tre i verbi e se fosse stato condotto in forma narrativa e
non esegetica; allora si sarebbe avuta una novità.
Siccome nel QV tutto si tiene unito, accade che l’A. non si renda conto
che, ad esempio, “credere” per una vita compiuta di unione con Dio esige anche l’amore. Così alla fine della discussione sul rapporto fra “credere” e “vivere” (p. 358) per realizzare la vita che dona il “credere”, avrebbe dovuto far
entrare l’amore del Padre per il Figlio che passa nel credente, come si dice più
avanti (p. 527).
JERUMANIS P.-M.
RÉALISER LA COMMUNION AVEC DIEU
559
La tesi teologica essenziale è esposta alla fine, a p. 527: “c’est le ‘croire’
qui établit l’immanence en Jésus… La réalisation de l’union comme telle est
cependant l’oeuvre de l’amour du Père”.
Alla fine vengono aggiunte nove brevi e utili appendici: il campo
semantico della comunione; gli scritti gnostici; i verbi in Gv (con frequenza
più di 10); il “credere” e la narrazione del QV; la risposta critica all’articolo di
Yu Ibuki “Viele glaubten in Ihm”; la dottrina dei “due secoli”; l’Alleanza (uno
specchietto interessante sulla nuova alleanza, creata dalla mutua immanenza,
introdotta dal credere e maturata dall’agape); l’agape giovannea; diverse interpretazioni della vigna in Gv 15. Seguono indici e bibliografia.
Richiederebbe troppo spazio segnalare le cose buone e muovere una critica ragionata sui singoli punti. Mi limito perciò ad una valutazione sommaria.
Per quanto concerne l’aspetto positivo, consiglierei il lettore di iniziare con
l’introduzione, le brevi e ottime conclusioni delle tre parti per arguire cosa
potrebbe interessare. Vorrei inoltre segnalare due cose che possono sfuggire
nella lettura veloce di un lavoro così analitico: l’elenco dei 41 verbi teologici
con senso simbolico nel QV (pp. 417-425); e il suggerimento di tradurre
menein con “demeurer”, corrispondente all’italiano “dimorare” per esprimere
insieme il senso locale simbolico e quello temporale di “permanere” (pp. 402
e 419). Io stesso in una recente traduzione del QV ho sempre reso menein con
“dimorare”.
Per quanto riguarda la critica, è lampante una contraddizione fra l’intento e la sua esecuzione. Doveva essere una sintesi sistematica e semantica. In
realtà si ha ancora un’analisi talora minutissima e prolissa (cf. ad es. pp. 6268). Inoltre, per delineare l’ambiente culturale, mentre l’A. tira in campo
tutto, è curioso che dimentichi gli scritti di Qumran, che notoriamente hanno
importanza per il QV. Non soltanto non li tratta, ma anche nella bibliografia
cita la vecchia conordanza del Kuhn (1960), invece della recente e completa
concordanza di J.H. Charlesworth, Graphic Concordance of the DSS,
Tübingen 1991. Un’osservazione simile vale per le lettere di Giovanni, incluse nell’ambiente culturale fuori del QV, quando invece avrebbero dovuto
essere trattate nell’ambito della letteratura giovannea. Si nota infine la dipendenza da alcuni autori in particolare con conseguente visuale ristretta, ma l’A.
lo riconosce nella bibliografia finale (pp. 572-573). Nell’annesso 4 sul “credere” e la narrazione (pp. 538-539), si citano molti autori, di cui il più importante è certamente R.A. Culpepper; ma si dimentica di citare l’opera più
specifica sull’argomento: R. Vignolo, Le figure della fede in Giovanni,
Glossa, Milano 19993.
Tutto sommato, come dicevo all’inizio, l’intento e il contenuto della tesi
sono buoni, ma una maggiore sinteticità di esposizione l’avrebbe resa
migliore.
Giuseppe Segalla
560
RECENSIONI
Martignani Luigi, “Il mio giorno”. Indagine esegetico-teologica sull’uso del
termine hJme/ra nel quarto vangelo, Editrice Pontificia Università Gregoriana,
Roma 1998, 444 pp.
On a dit bien des fois que l’Evangile de Jean proposait une relecture
christologique du livre de la Genèse rythmé par le refrain: Jour un, deuxième
jour, etc. Au thème du jour est associé le symbolisme numérique. D. Mollat
avait attiré l’attention des chercheurs sur le vocabulaire spatial du quatrième
Evangile. Au vocabulaire spatial correspond un vocabulaire temporel. Le but
du travail est d’étudier la structure temporelle du récit johannique en approfondissant le thème du “jour” qui apparaît 31 fois dans le quatrième Evangile.
Cette étude s’inscrit dans la suite des recherches faites sur l’hémérologie
johannique par A. George, A. Feuillet, J. Seynaeve, S. Pancaro et A. Serra. H.
van den Bussche avait déjà mis ce thème en rapport avec celui de l’heure et
avait proposé pour définir les chapitres 2-12 le titre: «Le jour de Jésus. Sa vie
publique, révélation voilée de la gloire». Le jour de Jésus qu’au dire de Jésus
lui-même Abraham a vu (8,56) est le jour de la vie publique. Il se termine par
la venue de l’Heure. Le symbolisme johannique prend son vrai sens lorsqu’on
scrute les termes antithétiques. Or au motif du jour s’oppose celui de la nuit
qui dans le quatrième Evangile met fin au jour. C’est durant la nuit que Juda et
les meneurs du peuple ourdissent leur complot contre Jésus.
Il ne suffit pas d’analyser les textes singuliers qui évoquent le jour, il faut
encore mettre en évidence les liens qui unissent ces textes entre eux pour en
saisir la dynamique interne.
C’est à partir d’une étude synchronique de l’Evangile que l’auteur entend
développer le thème du jour. Une attention spéciale est donnée à la structure
du texte qui est au service de la théologie. Le travail est articulé en trois parties. Dans la première partie un chapitre analyse les textes des quatre premiers
chapitres où apparaît le thème. Le deuxième chapitre prend en considération
les textes des chapitres 5 à 9 et 13 à 17. Le troisième chapitre exploite les textes qui ont rapport à la conclusion de la mission terrestre de Jésus, en particulier 10,40–11,6; 11,45-53; 12,1-11 et 19,31-37.
La deuxième partie approfondit le sens du terme hJme/ra comme temps de
la nouvelle présence de Jésus parmi les siens par la médiation de l’Esprit. Les
textes des chapitres 7,37-39; 20,19-23; 20,24-29 ainsi que les chapitres 14,1620; 16,23-28 sont l’objet d’un approfondissement. Dans la troisième partie
c’est le passage de 12,44-50 où le thème du jour est mis en lien avec celui du
jugement qui est étudié, puis les passages qui voient un lien entre le jour et la
résurrection finale en particulier 6,36-40; 6,41-48; 6,53-59 et 11,17-28a. L’ordre thématique prend la place de l’ordre chronologique.
Bref, le jour de Jésus est celui de son activité terrestre, le temps durant
lequel resplendit la lumière de sa parole. La nuit de l’incrédulité s’oppose à ce
MARTIGNANI L.
“IL MIO GIORNO”.
561
jour. Le sommet de ce jour est la Pâque qui fait prolonger ce jour de Jésus par
le jour de l’Esprit inauguré par le Ressuscité. Durant le temps de l’Esprit la
lumière de la révélation resplendit de façon différente, renouvelant la présence
de Jésus parmi les siens et intériorisant en eux sa parole. On sait que le quatrième Evangile souligne l’eschatologie réalisée. Il n’en élimine pas pour
autant l’eschatologie future traditionnelle. Ce n’est qu’au dernier jour qu’aura
lieu le jugement divin concernant la réponse des hommes et celle de leur participation à la vie éternelle qui commence dans l’aujourd’hui de la foi.
L’étude de l’hémérologie johannique apporte une contribution au problème
de la tension entre eschatologie actualisée et eschatologie future. Le jour de
Jésus qui débouche sur le jour de l’Esprit qui lui-même se termine par le jour
eschatologique déploie ainsi ses riches harmoniques. Il illumine le jour de
l’homme pour le transformer en temps de Dieu.
L’auteur insiste sur le contexte général dans lequel s’insère l’emploi du
terme dans le quatrième Evangile. Les structures sont largement exploitées.
Peu d’importance est accordée au thème du jour dans le judaïsme pharisien et
intertestamentaire. On sait que la Mishna consacre un traité entier à la fête des
Expiations qui est intitulé Yoma, le Jour. Pourquoi ce titre? Un approfondissement s’imposait. Les textes des Targums offraient de nombreux éléments qui
n’ont pas été exploités. L’auteur s’attarde uniquement à la version targumique
de Gen 22 qui a fait l’objet de nombreuses monographies (p. 86). De même
l’eschatologie de Qumran aurait pu fournir de nombreux parallèles pour préciser la pensée johannique. Enfin l’expression rabbinique «les jours du Messie»,
à peine mentionnée à la p. 84, mériterait d’être traitée avec plus d’attention.
Dans la troisième partie où il est question du jour eschatologique, on s’attendait à trouver un exposé sur «le jour de Yahvé». Or l’auteur ne prend pas en
considération cette expression.
De nombreuses analyses de détail mériteraient d’être approfondies. Je n’en
mentionnerai que deux. Lorsqu’il prend en considération l’expression «le jour
de ce sabbat était grand» (19,31) l’auteur conclut en citant Schnackenburg:
Puisqu’aucune source rabbinique ne définit un jour comme grand, l’appellation de «jour grand» ne peut être que chrétienne. Il cite cependant les textes
bibliques: Jer 30,7; Os 2,2; Joël 2,11; 3,4; Soph 1,14 et Mal 3,23. Plus loin, à
la p. 208 n. 89 l’auteur affirme que les rabbins connaissaient l’expression «le
grand jour». Apparemment il y a là une contradiction. Mais qu’en est-il au juste
de cette expression? En fait le judaïsme connaît un sabbat spécial qui précède
la fête de Pâque et qui s’appelle le grand sabbat. C’est un fait que dans la littérature rabbinique le titre «grand sabbat» n’apparaît qu’au Moyen Age. Est-ce
à dire que le terme n’existait pas auparavant? C’est pour des motifs d’ordre
polémique que le judaïsme amputé après la destruction du Temple a occulté
de nombreuses pratiques qui étaient mentionnées dans le Nouveau Testament.
La liturgie juive actuelle a repris «le sabbat ha gadol». On lit à la synagogue
la haftara de Mal 3,23 (Voir l’article «sabbat» dans l’Encyclopedia Judaica,
562
RECENSIONI
Jérusalem 1971, vol. 14). Dans la tradition juive c’était le jour où on isolait
l’agneau qui sera sacrifié à Pâque. Le sabbat ha gadol évoque ainsi la délivrance de la fatalité des forces de l’idolâtrie. L’esclavage n’est pas une fatalité
insurmontable. On l’a dit bien des fois que l’Evangile de Jean est à la fois le
plus historique et le plus spirituel. Encore faut-il prouver en quoi il est historique. Les exégètes du Nouveau Testament refusent en général de prendre en
considération la liturgie juive à cause des problèmes de méthodologie et de
datation qu’elle suppose. Refusant d’entrer dans ce monde complexe, ils se
condamnent à répéter indéfiniment ce que d’autres ont déjà dit. Les universités romaines restent encore trop dépendantes de l’argument d’autorité médiéval. Il suffit de citer en note De la Potterie ou un autre maître pour que joue
l’argument décisif du Magister dixit. Les longues notes en bas des pages qui
sont des citations des opinions courantes ne font pas nécessairement avancer
la solution des problèmes.
Dans sa discussion de l’expression «grand prêtre cette année-là» (11,49)
l’auteur préfère lui donner un sens théologique: il était grand prêtre l’année de
la rédemption. En note (p. 148) il cite Flavius qui affirme que Caïphe demeura
grand prêtre de 18 à 36. De plus il prétend que la fonction du sacerdoce suprême
était à vie. Il oublie d’approfondir le sens littéraire de l’expression. On sait que
les romains faisaient payer chaque année sa fonction au grand prêtre, qui de ce
fait était limitée à une année. Les maîtres tannaites ont conservé le souvenir de
pots de vin payés par les grands prêtres pour s’assurer leur poste. R. Berekiah
(deuxième siècle AD) commentant Lev 16,3 disait: «Ce verset ne s’applique pas
au second Temple, car à cette période les prêtres se succédaient à la charge de
grand prêtre si bien que 80 prêtres se succédèrent au temple. Ainsi la première
partie du verset Pr 10,27a: “La crainte du Seigneur prolonge les jours” s’applique aux prêtres du premier Temple, tandis que la conclusion du verset: “Les
années des méchants seront abrégées” s’applique aux prêtres du second Temple»
(Pes Rab 47,4). Lev R 21 (à 16,3), reproduit ce texte avec une variante: «Dans le
deuxième Temple parce qu’ils offraient des sommes d’argent pour obtenir l’office de grand prêtre et parce qu’ils pratiquaient la sorcellerie». De nouveau le
sens historique de l’Evangile est confirmé, ce qui n’exclut nullement le sens
théologique. Le sens symbolique a besoin d’une base historique pour subsister;
sinon il dégénère en simple allégorie. L’hypothèse de S. van Tilborg (Reading
John in Ephesus, Leiden etc. 1996) qui explique l’expression «prêtre de cette
année» par la pratique de l’Artémission d’Ephèse où la prêtresse ne restait en
fonction qu’une année, ne nous paraît pas convaincante.
L’auteur cite parfois les Pères de l’Eglise, en particulier Augustin (pp. 74,
102, 103, 141, 175, 266, cf. aussi 115, 136). L’importance de l’exégèse
patristique n’a pas besoin d’être défendue. Cependant les textes patristiques ne
servent pas à enjoliver un texte. Ils doivent être soumis eux aussi à une méthodologie bien connue et doivent prendre leur place dans le déroulement historique qui est le leur.
KÖSTENBERGER A.J.
THE MISSIONS OF JESUS AND THE DISCIPLES
563
Quelques erreurs de grec sont à relever. P. 74 holon anthropon en 7,23 doit
être écrit avec un oméga. P. 77 idou ho anthropos (n. 31) également. P. 113 le
verbe horaô est écrit sans accent. P. 139 n. 60 il manque l’esprit sur alla. P.
177 n. 181 le terme êmera doit être écrit avec un iota souscrit. P. 256 n. 21, p.
404 et p. 369 Oida doit être écrit avec o micron. P. 264 l’accent du verbe
didaxei est aigu.
Les citations françaises abondent. Des erreurs s’y sont glissées. P. 32 n.
12 quatres Evangiles = quatre Evangiles. P. 39 n. 29 parait = paraît. P. 170 n.
160 le verbe trasparaît = transparaît. P. 191 n. 26 en tous cas = en tout cas. P.
200 n. 53 ed = et. A la christologie = à. P. 217 n. 112 Penumatologie =
pneumatologie. P. 221 n. 221 consience = conscience. Trasmettre = transmettre. P. 263 n. 50 déscrivent = décrivent. P. 292 n. 161 précisement = précisément. P. 306 n. 23 l’evangile = l’évangile. P. 321 n. 75 les rare = les rares. P.
324 n. 81 dejà = déjà. P. 360 n. 109 exellence = excellence. P. 364 n. 125 aver
= avec. P. 367 n. 134 d’abort = d’abord.
L’ouvrage de Charlesworth est cité tantôt comme Pseudoepigrapha (p. 270
et p. 318), tantôt comme Pseudepigrapha (p. 287).
Ces quelques observations critiques n’infirment pas la valeur de la thèse
et n’ont pour but que de compléter certains de ses aspects.
Frédéric Manns, ofm
Köstenberger Andreas J., The Missions of Jesus and the Disciples according
to the Fourth Gospel. With Implications for the Fourth Gospel’s Purpose and
the Mission of the Contemporary Church, Wm. B. Eerdmans Publishing Co.,
Grand Rapids MI - Cambridge U.K. 1998, XVI-271 pp., $ 30, £ 19.99.
La monografia, frutto di revisione della tesi dottorale, diretta dal prof. D.A.
Carson e presentata nel 1993 al Trinity Evangelical Divinity School, si propone di scrutare l’insegnamento del vangelo di Giovanni sul tema della missione
nelle sue forme principali: la missione di Gesù e la missione dei discepoli. L’A.
persegue anche una finalità pratica, come indica il sottotitolo del contributo,
suddiviso in cinque capitoli, che vengono preceduti da una breve introduzione
e seguiti dalla bibliografia e da vari indici.
Il cap. I presenta uno status quaestionis della ricerca contemporanea sulla
missione nel vangelo di Giovanni. Un attento esame degli studi apparsi nell’arco dell’ultimo trentennio (1964-1994) porta l’A. alla conclusione che «none
of these works is completly free from limitations» (p. 15), tanto sul versante
teologico come su quello metodologico.
Il cap. II delinea l’impianto metodologico del lavoro. Anzitutto, per quanto riguarda la base linguistica, Köstenberger allarga l’ambito della sua indagine (non limitandosi cioè – come veniva fatto finora – alla terminologia
564
RECENSIONI
giovannea dell’«invio») e studia i campi semantici del concetto della missione
[da tenere presente che la «missione» non è una parola biblica]. Ne individua
due: il primo comprende i termini del movimento da un posto all’altro, il secondo include i termini che si riferiscono al compimento di un incarico. In secondo luogo, egli ritiene indispensabile definire già in partenza il termine
«missione» nel quarto vangelo: «Mission is the specific task or purpose which
a person or group seeks to accomplish, involving various modes of
movement…» (p. 41). Questa definizione farà da guida nello studio e alla fine,
se necessario, dovrà essere rivista (ma ciò non sarà necessario: p. 200). Infine,
date le incertezze che regnano intorno alle fonti e alla redazione dello scritto
giovanneo, l’A. sceglie quale via migliore l’approccio sincronico: l’analisi letterale del testo così come esso si presenta e del contesto narrativo dei passi
che si riferiscono alla missione.
Il cap. III studia la missione di Gesù secondo le coordinate della continuità
/ discontinuità rispetto alla missione dei discepoli. L’unicità della persona divina di Gesù, il carattere esclusivo della sua attività (i «segni-shmei√a» di Gesù, il
quale da risorto continuerà a compiere le sue «opere-e¡rga» tramite i discepoli:
Gv 14,12) e infine il modo di svolgere l’incarico messianico ricevuto dal Padre
(Gesù come il Figlio inviato, il veniente che deve ritornare, il pastore/maestro
escatologico) fanno capire che la missione di Gesù – e non quella dei discepoli
– occupa un posto centrale nel quarto vangelo. Testimone della sua fondamentale importanza è anche l’uso di un ricco vocabolario missionario, in parte riservato a Gesù (ad es. katabai/nw / ajnabai/nw, e¡rcomai / poreu¿omai) e in parte
condiviso con i discepoli (ajposte¿llw, pe¿mpw). Ma sono soprattutto i «segni»,
un connotato proprio dell’attività di Gesù, ad essere l’elemento cruciale di
dissomiglianza tra la missione di Gesù e quella derivata dei suoi seguaci.
La struttura del cap. IV, dedicato alla missione dei discepoli, è analoga al
precedente ma il vocabolario è meno ricco. Anche qui viene esaminato con cura
il soggetto della missione (il gruppo dei maqhtai/ di Gesù nei suoi vari componenti), il contenuto o il fine del compito missionario dei discepoli ricevuto da
Gesù (in part. Gv 14,12) e la modalità in cui esso viene adempiuto in base alla
terminologia del movimento: «venire da / seguire Gesù, andare e portare frutto,
essere inviati» (Gv 1,37-43; 4,8.38; 15,16; 17,18; 20,21; 21,19.22). Nonostante
che alcuni elementi della missione dei discepoli presentino somiglianze con la
missione di Gesù, tuttavia tra le due non vi è identità. I discepoli partecipano
nella missione di Gesù e il loro compito consiste nel rendere presente e operante Gesù nel mondo (non di rappresentarlo nel mondo).
Nel cap. V, che funge da conclusione del lavoro, l’A. trae alcune conseguenze pratiche dalla sua indagine esegetico-biblica.
Köstenberger dimostra di conoscere bene il campo della propria ricerca;
infatti, la ricca bibliografia occupa più di 20 pagine. Si poteva forse adottare
un criterio migliore nelle note, dove non sempre regna l’uniformità, evitando
inutili ripetizioni. Oltre al panorama degli studi offerto nel I cap., lungo l’espo-
KÖSTENBERGER A.J.
THE MISSIONS OF JESUS AND THE DISCIPLES
565
sizione sono disseminati altri abbondanti rilievi critici sulla letteratura in questione (pp. 38-40, 77-80, 84-88, 115-121, 127-129, 156-157, 201-205). Per alcuni questo sfoggio di erudizione si rivelerà utile e istruttivo, mentre altri lo
giudicheranno probabilmente eccessivo e ingombrante. Un’osservazione simile potrebbe estendersi ai numerosi specchietti riassuntivi (11 figurs), che hanno carattere didattico ma aiutano a puntualizzare le varie indagini.
Aggiungiamo qualche riserva sul contenuto. Nel III cap. Köstenberger dedica ampio spazio alla questione dei «segni»; al gruppo dei sei espliciti e comunemente riconosciuti, egli unisce il segno della purificazione del tempio (Gv
2,14-17), che secondo lui sarebbe l’unico in grado di resistere ad una serie di
criteri. Al di là del fatto se il shmei√on di Gv 2,18 sia veramente da identificare
con la purificazione del tempio (a mio avviso non lo è: nel versetto seguente
Gesù parla del suo mistero pasquale), riesce difficile scorgere l’effettiva utilità
di questa lunga indagine (pp. 54-72) per il tema studiato. Dato che il termine
«segno» appare unicamente in riferimento a Gesù, è scontato che il suo impiego per i discepoli e la loro attività missionaria sarebbe inopportuno.
È nel giusto Köstenberger, quando scrive che i discepoli hanno il compito
«to extend Jesus’ mission as they are equipped, led, and taught by the Spirit»
(p. 197; cf. anche p. 191). Questa frase ha però tutto il sapore della pneumatologia missionaria di Luca. Per trovare lo specifico giovanneo, sarebbe perciò
auspicabile dedicare maggiore attenzione al tema dello Spirito nel vangelo di
Giovanni e non limitarsi invece a veloci pennellate (pp. 172-174, 192-193,
196). Quella dello Spirito è certamente una missione a lui propria, ma non indipendente dalla missione dei discepoli né tantomeno da quella di Gesù.
Nel capitolo conclusivo Köstenberger tenta fra l’altro di precisare la finalità del quarto vangelo alla luce del materiale missionario in esso rilevato. Scartando la posizione estremista, secondo cui lo scritto giovanneo sarebbe un
documento della setta giudeo-cristiana per nulla interessata alla missione, egli
crede che «both a missionary and an edificatory purpose are quite possibile»
(p. 209); poi confessa però che in base al suo lavoro non è in grado di fare una
scelta netta fra queste due vie. Ma poche righe sotto, facendo alcune considerazioni alquanto generiche, cambia opinione: «Perhaps, then, it is a missionary
purpose that best accomodates the findings of the present study, but certainy
remains elusive» (p. 210). A prescindere da questa almeno apparente
incongruenza, c’è da chiedersi soprattutto se la «missione», come pare di capire dalla ricerca di Köstenberger, possa essere davvero ritenuta il tema unico
del quarto vangelo. E se ciò fosse vero, perché allora non sono stati definiti
meglio i destinatari della missione (dei quali non si parla proprio), oltre al generico «mondo» (pp. 186-188)? Si pensi ad es. ai passi giovannei che fanno
allusione alla missione universale, compresa quella ai pagani, 7,35; 10,16;
11,52; 12,20-21, a cui vengono fatti soltanto dei rapidi accenni. La missione
fondata sul «movimento» non dovrebbe forse, oltre al moto tra luogo a luogo,
includere anche quello da persona a persona?
566
RECENSIONI
Il tentativo di Köstenberger di elaborare cioè una «equilibrata e comprensiva sintesi» (p. 2) dell’insegnamento del quarto vangelo sulla missione, esplorando le sue varie componenti, può dirsi comunque ben riuscito. Lo studio del
campo semantico gli ha permesso di svelare la ricchezza e la complessità del
tema. L’uso del procedimento linguistico gli ha consentito di trovare, tra l’altro, la giusta risposta alla questione del rapporto esistente fra le due missioni:
di Gesù e dei discepoli. Su questa piattaforma teologico-cristologica è stato poi
individuato il paradigma missiologico cristiano, operando una scelta fra il
meno pertinente «modello incarnazionista» (incarnational model), che identifica in pratica la missione cristiana con quella di Cristo, e il più rispondente
alla visione giovannea «modello rappresentativo» (representational model),
secondo cui la missione della chiesa si inserisce e prolunga la missione del
Signore risorto. Questi e altri pregi ancora sono sufficienti per capire l’originalità e l’importanza del contributo di Köstenberger.
Lesław Daniel Chrupcała, ofm
de Jonge Marinus, God’s Final Envoy. Early Christology and Jesus’ Own View
of His Mission (Studying the Historical Jesus), Wm. B. Eerdmans Publishing
Co., Grand Rapids MI - Cambridge U.K. 1998, X-166 pp., $ 18, £ 11.99.
Un altro libro dedicato al problema del Gesù storico! Negli ultimi decenni ne
sono comparsi tanti e spesso con risultati deludenti se non addirittura contraddittori. In che cosa questo lavoro si distingue dagli altri? Esso evita anzitutto
di fare strabilianti promesse. Infatti, nella prefazione (pp. ix-x) l’A. avverte:
«This book does not present a startling new picture of Jesus». De Jonge parte
inoltre dalla convinzione che tra le idee professate da Gesù e quelle annunciate dai suoi seguaci esiste «a basic continuity» (p. 143: «It is important to stress
that they continued to believe in him, and that they believed in him as God’s
final envoy»). Questo non vuol dire ovviamente che tutte le parole e le azioni
di Gesù, tramandate dalla tradizione di fede e confluite poi nei documenti scritti,
devono essere considerate autentiche. Bisogna valutare con attenzione il materiale storico, rispettando i successivi stadi della composizione ma tenendo anche presente che è impossibile scindere in modo netto la storia dalla teologia.
Nonostante le ovvie difficoltà, l’A. si promette di mantenere nella sua indagine un sano equilibrio «between skepticism and overconfidence», cercando di
definire in ogni tappa della ricerca quello che è storicamente certo, probabile o
soltanto possibile.
Lo studio si suddivide in dieci capitoli, seguiti da un sommario, bibliografia scelta e indici. Il I cap. ha il compito di chiarire in partenza la questione
delle fonti principali (le lettere di Paolo e i vangeli sinottici nel seguente ordine: Mc, Q, Mt/Lc) e del metodo (i criteri della dissomiglianza e della molte-
DE JONGE M.
GOD’S FINAL ENVOY
567
plice attestazione) su cui si fonda tutta l’indagine. De Jonge afferma che, pur
non potendo ricostruire la biografia di Gesù, tuttavia «we can reconstruct a
reasonably clear picture of the main lines of Jesus’s mission and the essence
of his teaching» (p. 4).
Nel cap. II vengono analizzati tre modelli giudaici di interpretazione, ripresi dai cristiani per spiegare la morte di Gesù: il profeta rigettato da Israele,
il giusto servo sofferente, il martire fedele alla legge di Dio. Il risultato di questa analisi, finalizzata a scoprire il senso attribuito da Gesù stesso alla sua
morte, è cauto e per certi versi deludente: «The most we can say is that Jesus…
may have regarded his death as serving God’s purpose» (p. 30). A causa della
centralità che questo tema assume nella fede della chiesa, è difficile infatti stabilire con esattezza il modo in cui Gesù ha interpretato la sua morte. È certo in
ogni caso che la fede post-pasquale dei sui discepoli può trovare spiegazioni
solo se si ammette che già prima della morte di Gesù essi hanno visto in lui
l’inviato escatologico promesso da Dio.
Il cap. III ribadisce che il messaggio sul regno di Dio costituiva il fulcro
della predicazione di Gesù. In seguito, uno studio comparativo, condotto nel
cap. IV, consente di concludere che l’idea della presenza dinamica del regno
nelle parole e nelle azioni di Gesù (Lc 11,20//Mt 12,28) non ha paralleli nella
letteratura giudaica del tempo. Ci troviamo di fronte ad una caratteristica di
Gesù? Meglio dire – propone con abituale cautela de Jonge – che si tratta di
un fenomeno «ancora non attestato altrove».
Nei capitoli successivi l’attenzione viene focalizzata ulteriormente sul tema
del regno di Dio. È stato notato che, parlando della sua futura manifestazione
(cf. in particolare Mc 14,25), Gesù non vi menziona il proprio ruolo e mette l’enfasi sull’attesa della signoria di Dio (cap. V). Ma i vari testi del NT, discussi nel
cap. VI, assegnano a lui una posizione centrale nell’atto escatologico (la
parusia). Come spiegare allora questo apparente divario? È l’interrogativo a cui
si tenta di dare una risposta nel cap. VII. Esaminando i testi sul «figlio dell’uomo» l’A. ipotizza che Gesù poteva concepire la ricompensa per l’operato da lui
svolto in veste di messaggero del regno come una «esaltazione» a capo e giudice nell’ora dell’intervento finale di Dio. Solo in un secondo momento da questa
concezione sarebbe nata l’idea della sua «venuta» gloriosa.
La tradizione evangelica fa vedere chiaramente che Gesù non solo annunciava il regno di Dio ma dichiarava anche d’averlo inaugurato nella sua missione. Come però questa pretesa di carattere cristologico veniva definita da
Gesù stesso e dai suoi seguaci? In altre parole, «messia» e «figlio di Dio» sono
titoli attribuiti a Gesù prima o dopo la pasqua? A questa domanda, che entra
sul campo della cosiddetta cristologia implicita / esplicita, vuole rispondere il
cap. VIII. De Jonge propone anzitutto una via di mezzo tra questi due approcci, ossia una cristologia esplicita incipiente. «I do not see why Jesus should
not have clarified his own idea about his mission… with the help of terms…
and why he should not have applied them to his particular situation» (pp. 97-
568
RECENSIONI
98). Benché non sia facile dimostrarlo, l’A. ritiene quindi probabile che Gesù
abbia fatto ricorso ai titoli «messia» e «figlio di Dio» per definire la propria
missione. Questo ragionevole presupposto si fonda su un altro principio caro
al nostro autore, e cioè che prima e dopo pasqua esiste la continuità storica e
teologica. L’uso universale e ben definito di questi titoli da parte dei cristiani
lascia infatti presumere che essi (a prescindere dal significato loro attribuito)
sono stati impiegati già nel tempo pre-pasquale.
Nei due capitoli conclusivi (IX e X) viene discussa la questione del rapporto tra la cristologia e la teologia, contemplata rispettivamente dal punto di
vista di Gesù e della comunità cristiana primitiva. Anche se a livelli differenziati, in entrambi i casi si giunge alla stessa conclusione e cioè che la visione
cristologica ha sempre un orientamento teocentrico.
Lungo la ricerca l’A. applica con rigore i principi metodologici e mostra
prudenza nei suoi giudizi e lucidità nelle argomentazioni. A volte però la chiarezza si vede sacrificata, forse a causa dei limiti imposti da uno stile conciso. Ad
es. de Jonge è convinto che il cristianesimo primitivo abbia utilizzato il quarto
carme del servo sofferente (Is 52,13–53,12), ma ritiene che esistono deboli evidenze a conferma di questa tesi (At 8,32-33 e 1Pt 2,21-25 sono ritenuti troppo
tardivi per essere presi in considerazione). Egli crede quindi che l’influsso del
testo isaiano sull’originario kerygma cristiano difficilmente possa essere dimostrato. «A fortiori, there is no proof that Jesus himself was profoundly or
uniquely influenced by this scriptural passage» (p. 33). Questa conclusione
avrebbe richiesto un’analisi più approfondita (e non semplicemente circoscritta
ad un elenco di testi), per essere davvero in grado di ribaltare la tesi tradizionale. Altrimenti un dato «non provato» sostituisce un altro dello stesso genere.
Più avanti, analizzando Mc 14,25, de Jonge riassume l’esegesi di J.
Schlosser secondo cui il parallelo di Lc 22,(16).18 farebbe in realtà parte di
un’altra tradizione – indipendente da quella marciana – e più vicina alla versione originale (il concetto della «venuta» del regno di Dio compare spesso
nei detti di Gesù). «This is, however, far from certain» (p. 61), ribadisce de
Jonge, il quale ritiene che le differenze presenti nei passi lucani siano dovute
in tutto all’opera redazionale del terzo evangelista. Di conseguenza,
«Schlosser’s hypohesis of double attestation of an earlier saying of Jesus
remains tenuous» (p. 62). Ma non meno «tenua», a giudicare almeno dall’inconsistenza degli argomenti addotti, sembra l’ipotesi contraria di de Jonge.
Dopo tanti tentativi finora fatti, e sovente deludenti, de Jonge è riuscito
comunque ad offrirci entro uno spazio piuttosto ristretto un quadro abbastanza
credibile e convincente del modo in cui Gesù avrebbe potuto comprendere se
stesso e la propria missione. È prudente in ogni caso servirsi ancora del condizionale, perché l’opera in questione, nonostante i suoi indiscussi pregi, non
chiude certamente in modo definitivo la discussione sul Gesù storico.
Lesław Daniel Chrupcała, ofm
WOLFF P.
DIE FRÜHE VERKÜNDIGUNG DES REICHES GOTTES
569
Wolff Peter, Die frühe nachösterliche Verkündigung des Reiches Gottes
(Forschungen zur Religion und Literatur des Alten und Neuen Testaments
171), Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1999, 144 pp., DM 42.
Il volume in esame è consacrato all’analisi delle forme, del contenuto e delle
trasformazioni avvenute nel primitivo annuncio del regno di Dio (la
Redaktionsgeschichte); nello stesso tempo la ricerca punta a scoprire l’ambiente
vitale (Sitz im Leben) e i portatori della tradizione (Tradenten) sul regno (la
Traditionsgeschichte). Lo studio si articola in due parti maggiori: il tema del
«regno di Dio e di Cristo nella tradizione paolina», il «regno di Dio nella tradizione sinottica».
Delle 13 ricorrenze del regno di Dio / di Cristo nella tradizione paolina, 7
si trovano nelle lettere autentiche di Paolo: 1Cor 4,20; Rm 14,17 (frasi
antitetiche di definizione); 1Tes 2,12 (detto di chiamata); 1Cor 6,9-10; 15,50;
Gal 5,21 (parole di minaccia sul «non ereditare il regno di Dio»); 1Cor 15,24
(prospettiva apocalittica). La tradizione post-paolina ha rafforzato il motivo
della ricompensa-giudizio (2Tes 1,5; Ef 5,5; 2Tm 4,1), portando avanti il processo di ellenizzazione dell’idea del regno di Dio (Ef 5,5; Col 1,13); inoltre
essa ha collocato il regno di Cristo al posto (2Tm 4,18) o accanto (Ef 5,5) al
regno di Dio. In tutte le fasi della tradizione (pre-paolina, paolina e postpaolina) si osserva un crescente interesse per il legame tra il regno di Dio e il
campo dell’etica.
La seconda parte dello studio è ovviamente più consistente e complicata
della prima. Per facilitare l’analisi della variopinta tradizione neotestamentaria
e sinottica in particolar modo, Wolff suddivide la trattazione in quattro paragrafi che raggruppano i detti sul regno di Dio secondo la tematica comune: (1)
l’entrata nel regno di Dio; (2) la promessa del regno fatta ad un determinato
gruppo di persone; (3) l’aspetto temporale del regno di Dio; (4) l’annuncio del
regno nelle forme convenzionali della comunità post-pasquale.
Per quanto io sappia, lo studio di Wolff rappresenta il primo tentativo di
inquadrare in modo complessivo l’evoluzione del tema del regno di Dio
nell’alveo della tradizione neotestamentaria. L’investigazione, accurata, ben
documentata e condotta rigorosamente secondo i canoni della critica storica, si
contraddistingue per chiarezza espositiva e stile molto sintetico, a volte forse
eccessivamente (oltre alla bibliografia non esiste purtroppo alcun indice). Peccato che a questi pregi non ha corrisposto in pieno il profilo editoriale del libro; disturbano soprattutto numerosi errori di greco, per non parlare poi della
scelta di un carattere tipografico troppo piccolo.
Per quanto concerne l’impianto metodologico e il contenuto dell’indagine,
è difficile dare un giudizio dettagliato. In linea generale si potrebbe ad es. obiettare un affidamento troppo sicuro sulla (presunta) fonte Q e di conseguenza alle
conclusioni che ne seguono; lo stesso va detto sulle altre fonti del NT, riesumate
solamente nelle menti degli studiosi… Ma questo, credo, sia un problema con
570
RECENSIONI
cui la critica della tradizione-redazione è costretta necessariamente a convivere
e non da oggi. Non meno soggette a discussione saranno le conclusioni riguardanti il valore storico dei singoli detti. Come si può notare dalla rassegna di
opinioni degli autori, chiamati in causa da Wolff nelle abbondanti note, l’unanimità (o almeno un largo consenso) si rivela spesso un obiettivo da raggiungere.
Personalmente non sono d’accordo ad es. nell’assegnare a Lc 12,32 un’origine
post-pasquale: «Man wird von einer nachösterlichen Entstehung des Logions
auszugehen haben, wobei eine ursprüngliche aramäische Herkunft nicht
ausgeschlossen ist. Vielleicht ist es im palästinischen Judenchristentum
entstanden» (p. 63). Nonostante il tenore semitico del detto, esso non viene riconosciuto come autentica parola di Gesù, perché contiene l’idea del «resto».
Ma il «piccolo gregge», la cui dicitura riflette la teologia del resto, non potrebbe
essere invece un riflesso della situazione storica di Gesù e della comunità (piccola di fatto) che ha risposto al suo annuncio? Che questo Sitz im Leben originario di Lc 12,32 non sia poi molto lontano da quello della chiesa apostolica, è
un’altra questione da discutere. In ogni caso, il merito di Wolff non sta tanto, a
mio parere, nell’analisi dei singoli detti, quanto piuttosto nel quadro generale
che egli è riuscito ad offrire con la sua meticolosa ricerca. I risultati vengono
magistralmente riassunti nella breve conclusione finale (pp. 123-124).
Secondo Wolff, la formazione della prima tradizione post-pasquale dell’annuncio del regno di Dio ha attraversato due tappe fondamentali. Alla più antica tradizione di Gesù appartengono questi elementi: un ruolo particolare
assegnato ai poveri e alla gente senza valore, l’idea che il regno di Dio inizia
già nel tempo presente, la gratuità del regno, l’aspetto terreno concreto del regno. La comunità cristiana post-pasquale riprende questi elementi e nello stesso tempo li arricchisce di una nuova interpretazione. La cerchia delle persone
emarginate viene allargata ai pagani e compresa soprattutto in chiave etica;
dalla presenza del regno di Dio l’attenzione si sposta alla sua venuta in futuro;
alla portata escatologica delle guarigioni subentra un significato cristologico,
mentre il carattere apocalittico del regno, che richiede la conversione, è sostituito dalla soteriologia a cui si affianca l’idea del giudizio.
Cambia pure l’aspetto formale dell’annuncio del regno di Dio; dalla promessa del regno nei macarismi si passa nei detti interpretativi alla presentazione della sua vicinanza; rispetto alla centralità originaria della salvezza destinata
agli uomini nelle beatitudini si privilegia nei detti di minaccia la salvezza ma
ora unita con l’esigenza del giudizio sul fondo etico, come si può vedere nei
detti sul «non entrare / ereditare il regno di Dio». Degno di nota anche il passaggio nella descrizione del regno di Dio; se la tradizione di Gesù utilizza la
metafora del pasto e insiste sulle caratteristiche fisiche, viceversa quella postpasquale è propensa a sostituire le immagini concrete con i concetti sinonimi
di «vita / vita eterna» e intende la salvezza in senso trascendentale.
Questi cambiamenti sono dovuti alla comparsa di nuove situazioni vitali
(Sitz im Leben) in cui si è trovato l’annuncio del regno di Dio. Oltre alla
MARSHALL I. H. – PETERSON D. (ED.)
WITNESS TO THE GOSPEL
571
predicazione missionaria, il cui raggio si è notevolmente allargato dopo la
pasqua (i pagani), si deve pensare anche ad un’istruzione fatta nell’ambito battesimale e ad un’ammaestramento generale destinato a tutta la comunità.
Per quanto riguarda infine i portatori della tradizione (Tradenten) si possono distinguere due centri di gravità. Anzitutto il giudeo-cristianesimo
palestinese, interessato all’idea apocalittica del regno, alla conversione e all’avvento / vicinanza del regno; questi aspetti si ritrovano nella tradizione marciana
e nella fonte Q. In secondo luogo abbiamo il cristianesimo ellenistico, per nulla interessato all’apocalittica (eccezion fatta per 1Cor 15,24), che nella
predicazione missionaria e nell’istruzione battesimale preme invece sulla visione etica del regno di Dio; tali caratteristiche sono proprie della tradizione
pre-marciana e pre-paolina.
Come si può facilmente desumere da queste poche righe di recensione, si
tratta di un lavoro degno di grande considerazione, che non deluderà certamente le attese di quanti vogliono conoscere le intricate vicende del primitivo annuncio del regno di Dio.
Lesław Daniel Chrupcała, ofm
Marshall I. Howard - Peterson David (edited by), Witness to the Gospel. The
Theology of Acts, Wm. B. Eerdmans Publishing Co., Grand Rapids MI Cambridge U.K. 1998, XVI-610 pp., $ 45, £ 29.99.
Non è difficile elencare gli autori che hanno tentato finora di sintetizzare la
teologia degli Atti degli apostoli: J.C. O’Neill, The Theology of Acts in its
Historical Setting, London 1961; H.C. Kee, Good News to the Ends of the
Earth. The Theology of Acts, London - Philadelphia 1990; J. Jervell, The
Theology of the Acts of the Apostles, Cambridge 1996; inoltre l’articolo di B.R.
Gaventa, «Towards a Theology of Acts. Reading and Rereading», Interp 42
(1988) 146-157 su alcuni approcci metodologici che potrebbero rivelarsi utili
al fine di elaborare una teologia degli Atti. Questo modesto elenco bibliografico
si arricchisce oggi dell’opera collettiva, curata da Marshall e Peterson, frutto
del convegno tenutosi a Cambridge (Tyndale House) nel 1995.
Il volume accoglie ventitre contributi di altrettanti esperti dell’opera
lucana, suddivi in tre parti o sezioni tematiche; ad essi si aggiungono due saggi dei curatori che rispettivamente iniziano e concludono l’opera. In apertura
Marshall («How Does One Write on the Theology of Acts?»: pp. 1-16) offre
alcune riflessioni sulla qualifica di teologo attribuita a Luca e sul valore degli
Atti come scritto teologico; delinea quindi il quadro della ricerca sulla teologia degli Atti e indica i limiti e la finalità della presente raccolta di studi: «This
is a book of essays on aspects of the study of the theology of Acts rather than
a unified and complete account of its theology… The aim has been to give
572
RECENSIONI
some account of the state of research in each of the areas discussed and to
provide a creative interpretation of the topic» (pp. 15.16).
I contributi della I parte affrontano il tema della salvezza, contemplata
nell’ampio contesto teologico del piano di Dio, manifestato nella Scrittura e
portato a compimento in Gesù Cristo. J.T. Squires («The Plan of God in the
Acts of the Apostles»: pp. 19-39) presenta il modo in cui l’autore degli Atti
rende visibile nella narrazione il disegno salvifico di Dio. D. Bock («Scripture
and the Realisation of God’s Promises»: pp. 41-62) illustra l’impiego e soprattutto il ruolo della Scrittura che serve a giustificare il pieno diritto della chiesa
a conseguire la promessa fatta a Mosè e ai profeti. J. Nolland («SalvationHistory and Eschatology»: pp. 63-81) difende una serie di tesi relative al rapporto tra la storia della salvezza e l’escatologia nel pensiero lucano: l’attesa
della parusia da verificarsi entro la generazione di Luca, la dimensione presente e futura del regno di Dio, l’evoluzione «ripetitiva» e per niente periodica
della storia salvifica (H. Conzelmann), la mancanza di un nesso causale tra il
rigetto di Gesù e del vangelo da parte del popolo d’Israele e la missione
salvifica destinata ai pagani. J.B. Green, [«“Salvation to the End of the Earth”
(Acts 13:47). God as the Saviour in the Acts of the Apostles»: pp. 83-106]
mette in evidenza la grande abilità con cui Luca rende familiare la nozione
della salvezza sia ai giudei che ai gentili ma insieme cambia i suoi connotati;
se il Dio d’Israele assume il volto di un grande Benefattore dell’umanità, Gesù
diventa invece il Signore di tutti e la sua signoria salvifica fonda e ispira nuove forme di vita. H.D. Buckwalter («The Divine Saviour»: pp. 107-123), dopo
aver delineato il complesso quadro della cristologia lucana, concentra l’attenzione sui motivi principali che secondo lui governano la visione cristologica
di Luca: l’esaltazione celeste quale prova della condizione divina di Gesù (la
cristologia divina) e il valore didattico della persona di Gesù per il discepolato
cristiano. C. Stenschke («The Need for Salvation»: pp. 125-144), cercando di
rispondere alla questione di chi e perché ha bisogno della salvezza, propugna
la tesi secondo cui in Lc-At la salvezza è la risposta divina alle varie dimensioni del disordine cosmico causato dall’uomo peccatore. Infine B.
Witherington («Salvation and Health in Christian Antiquity. The Soteriology
of Luke-Acts in Its First Century Setting»: pp. 145-166) fa vedere una sostanziale differenza tra l’idea fisica e temporale della swthri/a, nota nell’antichità
greco-romana, e quella spirituale e soprattutto futura, prospettata in Lc-At.
Gli studi contenuti nella II parte illustrano il modo in cui il messaggio della
salvezza è stato proclamato ad Israele e ai pagani. Del ruolo e della funzione
primaria degli apostoli come inviati e testimoni di Gesù si occupano rispettivamente A. Clark («The Role of the Apostles»: pp. 169-190) e P. Bolt
(«Mission and Witness»: pp. 191-214). La missione ecclesiale, annunciata in
At 1,8 e descritta da Luca nel seguito degli Atti, consiste nella crescita o nel
progresso della parola di Dio nel mondo, il cui percorso viene tracciato da B.
Rosner («The Progress of the Word»: pp. 215-233). Paradossalmente, l’ostilità
MARSHALL I. H. – PETERSON D. (ED.)
WITNESS TO THE GOSPEL
573
e il rifiuto nei confronti dell’annuncio cristiano confermano il suo valore divino, dato che anche l’opposizione a Gesù e al vangelo fanno parte del piano
salvifico di Dio, come cerca di dimostrare B. Rapske («Opposition to the Plan
of God and Persecution»: pp. 235-256). Nei seguenti tre contributi vengono
esaminati vari discorsi degli Atti e la loro portata teologica all’interno della
trama narrativa del libro: H.F. Bayer («The Preaching of Peter in Acts»: pp.
257-274) analizza la predicazione di Pietro in At 2–3 e 10, H.-W. Neudorfer
(«The Speech of Stephen»: pp. 275-294) quella di Stefano in At 7 e infine W.
Hansen («The Preaching and Defence of Paul»: pp. 295-324) quella di Paolo
davanti alle autorità ebraiche e romane in At 21–28.
La III parte del volume, dedicata all’effetto dell’agire salvifico di Dio,
inizia con uno studio di M. Turner («The “Spirit of Prophecy” as the Power
of Israel’s Restoration and Witness»: pp. 327-348) in cui l’autore descrive la
duplice funzione dello Spirito: come forza per la missione e come presenza
carismatica che dona vita alla comunità dei credenti. Le caratteristiche di questo nuovo popolo di Dio, che oltrepassa le frontiere della razza e della cultura ebraica, per riunire insieme giudei, samaritani e pagani in base alla fede in
Gesù Cristo, vengono evidenziate da D. Seccombe («The New People of
God»: pp. 349-372). Il saggio di Peterson sulla novità del culto cristiano
(«The Worship of the New Community»: pp. 373-395) e quello di C.
Blomberg sulla libertà nei confronti della legge mosaica («The Christian and
the Law of Moses»: pp. 397-416) fanno ben vedere la progressiva separazione del cristianesimo degli Atti dalla sua matrice giudaico-nazionalistica, dovuta alla novità e alla centralità dell’evento Cristo nel disegno salvifico di
Dio. L’evoluzione ha interessato anche la strategia missionaria di Paolo che,
in seguito alle varie esperienze, ha dovuto escogitare a Corinto e a Efeso un
nuovo tipo di annuncio, come suggerisce P.H. Towner [«Mission Practice and
Theology under Construction (Acts 18–20)»: pp. 417-436]. Il filone paolino
prosegue lo studio di R. Wall («Israel and the Gentile Mission in Acts and
Paul. A Canonical Approach»: pp. 437-457) che tenta un confronto tra la visione spirituale d’Israele negli Atti e quella prospettata da Paolo in Rm 9–11.
Gli ultimi tre saggi affrontano da diverse angolature storiche e teologiche la
questione sociale degli Atti. S.C. Barton («Sociology and Theology»: pp. 459472) ribadisce l’importanza del ricorso ai modelli e ai metodi delle scienze
sociali per una migliore comprensione del mondo che si riflette negli Atti
(quello dell’autore, quello dei protagonisti del racconto e quello dei lettori);
B. Blue («The Influence of Jewish Worship on Luke’s Presentation of the
Early Church»: pp. 473-497) mostra una certa dipendenza della chiesa primitiva, soprattutto per quanto concerne il pasto comunitario, dall’ambiente
giudaico; mentre B. Capper («Reciprocity and the Ethic of Acts»: pp. 499518) illustra – sul sottofondo del pasto ellenistico – il senso della comunione
cristiana dei beni che si esprime fondamentalmente nell’accoglienza fatta ai
poveri nelle case dei ricchi.
574
RECENSIONI
A conclusione dell’opera il suo secondo curatore Peterson («Luke’s
Theological Enterprise. Integration and Intent»: pp. 521-544) cerca di collegare i vari temi teologici trattati dai singoli autori; in seguito, sullo sfondo di
questa integrazione teologica, rivisita le teorie relative alla finalità di Lc-At,
che fondamentalmente appartengono a due filoni interpretativi: apologia o edificazione; schierandosi a favore dell’ultimo filone egli classifica gli scritti di
Luca come un’opera di incoraggiamento e di rassicurazione dei cristiani nella
vittoria della parola mediante la sofferenza.
Il volume, di cui si è potuto presentare solo in grande sintesi il contenuto,
ricco e variegato, riempie in buona parte il vuoto degli studi dedicati alla teologia degli Atti. Questa raccolta è certamente in grado di offrire uno sguardo
panoramico abbastanza largo sullo stato attuale di ricerca nei principali campi
teologici del secondo scritto di Luca. Gli studiosi del settore saranno indubbiamente contenti di avere tra le mani un sussidio del genere. Ma non è da
escludere che il volume, grazie al suo stile accademico, chiaro e lineare, possa
diventare anche «a useful textbook for students» (p. XV), come desiderano i
curatori dell’opera, a condizione però che si tratti degli studenti dei corsi di
specializzazione in Bibbia.
Lesław Daniel Chrupcała, ofm
Malina Bruce J. - Neyrey Jerome H., Portraits of Paul. An Archaelogy of
Ancient Personality, Westminster John Knox Press, Louisville 1996, XV271pp.
La ricerca si apre con un’Introduzione (pp. ix-xv), in cui gli AA. presentano
i problemi circa l’argomento che trattano: “the ways first-century
Mediterranean persons understood one another” (p. ix) o più precisamente le
persone “who populate the pages of the New Testament, and so our interest
lies with the first century Mediterranean world”. Tali persone vivevano nell’aria culturale greco-romana. Proprio per questo, il Cap. 1: The Problem of
Ancient Personality (pp. 1-18) cerca di presentare brevemente e con l’aiuto dei
progymnasmata: encomium, discorsi giudiziali o deliberativi, fisiognonomia,
il modo tipico e stereotipato con cui gli antichi presentavano se stessi o le persone del proprio tempo e della propria area culturale. Il Cap. 2: The
Encomium: A Native Model of Personality (pp. 19-63), un’interessante presentazione di questa forma letteraria riscontrabile in diversi scritti paolini (Gal
1,12–2,14; Fil 3,2-11; 2Cor 11,21–12,10). Il Cap. 3: The Public Defense
Speech: describing Persons (pp. 64-99), un approfondimento dei criteri
giudiziari usati da Luca nel processo a Paolo in At 22–26. Il Cap. 4:
Physiognomics and Personality: Looking at Paul in The Acts of Paul (pp. 100152), un’interessante, ma quanto mai lunga, esposizione della scienza antropologica della fisiognonomia applicata al testo di Acta Pauli 3,2. Il Cap. 5:
MALINA B.J. – NEYREY J.H.
PORTRAITS OF PAUL
575
Ancient Mediterranean Persons in Cultural Perspective (pp. 153-201), un’analisi antropologica comparativa tra modello sociale collettivista dell’antichità
greco-romana del I. sec. d.C. e il modello sociale individualista euro-americano dei nostri giorni. Il Cap. 6: Paul: Apostle and Prophet (pp. 202-218), una
puntualizzazione di queste due presentazioni di Paolo, comuni nella letteratura esegetica attuale. Seguono due Appedici: una sui Progymnasmata and
Rhetorical Treatises e un’altra di tipo comparativo: Individualists and
Collectivists: A Comparative Table; la Bibliography; e diversi Indici: della
Scrittura e delle fonti antiche, degli autori, analitico e generale.
Il libro di Malina - Neyrey merita molta attenzione da parte dei lettori “profani”, ma soprattutto da parte degli studiosi, in quanto intende aiutarci a comprendere meglio e all’interno della propria area culturale la figura dell’apostolo
Paolo. Ogni libro che aiuta a leggere con più profondità la Parola di Dio è sempre benvenuto. Ma ciò non è l’unico merito di questo libro. Esso, infatti, ci
offre una sintesi della retorica antica preziosa e attenta, che ci sprona non solo
a leggere con attenzione i testi del NT alla luce di tale scienza interpretativa
del pensiero e del comportamento umano, ma anche ad approfondire e comprendere sempre meglio il mondo greco-romano, in cui hanno operato i personaggi del NT.
Certamente è difficile dare un giudizio completo di questo libro, in quanto
ci vorrebbe anche una certa competenza non solo sulla retorica antica, ma anche sui sistemi sociali applicati al mondo greco-romano. Il fatto che anche i
nostri due autori si poggiano quasi esclusivamente sulla competenza
sociologica di H. Triandis mostra che essi applicano la scienza sociologica non
da esperti ma da persone che, avendola scoperta, con entusiasmo da neofiti la
applicano al loro campo investigativo e bisogna dire che la applicano fondamentalmente con buoni risultati. Il loro entusiasmo da neofiti (anche se Malina
ha prodotto vari contributi in simile ricerche) si manifesta nel fatto che tutta la
letteratura esegetica sull’ambiente del NT diviene una Received View e ad essa
viene attribuita “an ideological indisposition” e una funzione negativa: raccogliere i dati senza comprendere (pp. x-xi). È un brutto vezzo questo di chi vuol
proporre una nuova visione delle cose; invece di accettare che la scienza, anche quella biblica, va perfezionandosi pian piano e attraverso un dibattito serrato e franco, vuol imporre con impazienza una visione nuova. D’altronde, gli
AA. stessi a p. 153 debbono riconoscere che molte conclusioni, a cui loro pervengono, sono state raggiunte anche con il metodo storico-critico e con gli studi sull’ambiente del NT. La scienza progredisce piano piano e non è il caso di
affibbiare etichette fuorvianti.
Un’altra caratteristica di questo libro mi sembra la “generalizzazione”.
Così, pur parlando dei personaggi del I. sec. d.C., gli AA. non solo presentano
un quadro generale della retorica, ma spesso privilegiano Aristotele alla retorica di Erennio o di Quintiliano, autori del I. sec. d.C. che possono avere sviluppi anche diversi da quelli di Aristotele. A motivo del loro orientamento
576
RECENSIONI
sociologico, negano troppo apoditticamente che ci possa essere anche una lettura “psicologica” dei testi neotestamentari, nel tentativo, a mio avviso poco
producente, di porre fuori causa tutto un filone di ricerca recente (cf. K. Berger
e altri). Inoltre, volendo affermare giustamente che le persone del mondo antico, comprese quelle del mondo greco-romano e quella di Paolo, sono da comprendere per lo più in senso “collettivista”, affermano a mio parere in maniera
troppo generalizzante che le società sono o “collettiviste” o “individualiste”.
Non so, per esempio, se la società ateniese rispetto a quella spartana possa essere giudicata allo stesso modo. Non conosco perfettamente la società americana, ma vivendo in ambiente internazionale ho potuto notare che molti
americani, pur essendo molto individualisti culturalmente, manifestano molti
fenomeni propri delle società collettiviste. A mio parere, non è mai esistita una
società che sia stata totalmente collettivista o totalmente individualista, altrimenti fenomeni come il “profetismo” o come il “cinismo”, dovevano essere
ritenuti come devianti o aberranti, ma ciò non è avvenuto. E nel caso concreto
di Paolo, un uomo che ha rotto con la propria famiglia, con la propria gente e
con il loro modo di pensare, da un punto di vista solo sociologico, dovrebbe
essere considerato solo “anormale”. I testi invece, proprio perché non guardano a lui da un punto di vista solo sociologico, ce lo presentano nella dimensione teologica del profeta (Gal 1,15-16) o del Servo sofferente (cf. At 26).
Ciò mi sembra che porta con sé un’altra osservazione critica: può da sola
l’interpretazione sociologica farci penetrare nel senso profondo dei testi? Personalmente penso di no! Leggendo, infatti, l’applicazione dei principi
dell’encomium al testo di Gal 2,12–2,14 mi sono sorte delle perplessità. In primo luogo, su quale base letteraria si può dividere Gal 2,12 da 2,11 e Gal 2,14
da 2,15-21. Certo, si può sempre invocare l’autorità di Betz o di qualche altro
esegeta; il che mi sembra un argomento molto debole. La verità è un’altra: la
ricerca sociologica non può fare a meno di un’attenta e previa analisi letteraria
e strutturale del testo, che non solo ci indica i limiti precisi della pericope che
si prende in esame, ma ci aiuta a comprendere meglio il suo carattere letterario. Così, se la scelta dei nostri autori fosse stata fatta in base a tale analisi
previa e non in base all’analisi di Lyons, difficilmente avrebbero trattato Gal
1,11–2,21 come un semplice encomium, ma probabilmente l’avrebbero esposto come un caso di narratio in un discorso deliberativo o giudiziale, dato il
carattere apologetico del brano. Tenuto conto di ciò, non so se l’interpretazione offertaci alle pp. 38-51 rispecchia realmente il pensiero di Paolo nello scrivere quest’encomium o narratio, in quanto il suo intento non era affatto di
stampo sociologico ma teologico. Benvenuto anche il metodo sociologico, ma
esso non credo che possa aiutarci a comprendere la profondità dei testi
neotestamentari se esclude l’analisi letteraria e le motivazioni teologiche per
cui sono stati prodotti.
Infine, il capitolo sulla fisiognonomia è certamente molto interessante da
un punto di vista culturale, ma dal punto di vista della tematica del libro che
DONFRIED K.P. – RICHARDSON P. (ED.)
JUDAISM AND CHRISTIANITY
577
vuol trattare delle “persone del I sec. d.C.” non solo è eccessivo rispetto ad
Acta Pauli 3,2, ma rientra in quelle sottili “generalizzazioni” di cui parlavamo
precedentemente. Infatti, gli Acta Pauli sono una trattazione del II sec. d.C. e
redatti secondo un criterio differente da quello usato da Paolo in Gal 1,11–2,21
e da Luca in At 22–26. Certo, l’uso della fisiognonomia potrebbe accumularli,
ma l’intento edificante fa dubitare non solo di questo “ritratto di Paolo”, ma
anche della sua interpretazione. Gli stessi AA., nonostante il loro accanimento
comparativo e certe interpretazioni fantastiche, ci ricavano ben poco da questo
testo degli Acta Pauli.
A. Marcello Buscemi, ofm
Donfried Karl P. - Richardson Peter (ed. by), Judaism and Christianity in the
First Century Rome, Grand Rapids (Michigan) - Cambridge (UK) 1998, XIV329 pp.
Il volume raccoglie contributi e interventi dei tre convegni della Studiorum Novi
Testamenti Societas celebrati negli anni 1992-1994.
Richardson apre la sezione archeologico-epigrafica (“Augustan-Era
Synagogues in Rome”, pp. 17-29). Sostiene che le iscrizioni epigrafiche allargano considerevolmente la conoscenza delle sinagoghe romane del I secolo e
sottolinea la vitalità delle comunità giudaiche del tempo che dovevano essere
molto numerose, dato il numero di sinagoghe presenti nella capitale dell’impero. Il loro numero cresce ulteriormente nel II e III secolo, ma ne mancano i
resti evidenti. Si possono legare queste supposizioni con lo sviluppo delle sinagoghe in tutto il bacino del Mediterraneo. Lo studio di M. White
(“Synagogue and Society in Imperial Ostia: Archaeological and Epigraphic
Evidence”, pp. 30-68) esamina i resti archeologici e le testimonianze epigrafiche della sinagoga di Ostia. La sinagoga ostiense non rivela un grado rilevante di inculturazione ebraica con l’ambiente romano. Gli ebrei preservarono
l’identità nazionale e la specificità religiosa. Nella città portuale, un vero
“microcosmo della Città Eterna”, si notano fenomeni analoghi come nella capitale: crescita numerica della comunità e ascesa sociale dei suoi membri.
Il tema dell’inculturazione giudaica costituisce il punto focale della trattazione di G.F. Snyder (“The Interaction of Jews with Non-Jews in Rome”,
pp. 69-90). L’attenta analisi delle testimonianze epigrafiche porta alla conclusione che “l’inculturazione giudaica nel mondo romano fu superficiale”.
Lo scambio culturale tra la cristianità e la cultura greco-romana fu totalmente differente e i cristiani hanno il merito di attuare l’inculturazione del mondo ebraico-biblico a livello di simbologia.
La sezione degli studi socio-storici si apre con il contributo di L.V. Rutgers
(“Roman Policy toward the Jews: Expulsions from the City of Rome during
578
RECENSIONI
the First Century C.E.”, pp. 93-116). Secondo l’autore, i magistrati nella “questione giudaica” semplicemente affrontavano la situazione e le reazioni
antiebraiche non erano un fattore costante della vita e della legislazione romana. Si trattava di fatti isolati che erano la risposta dell’autorità alla violazione
dell’ordine pubblico. Secondo il Rutgers i fatti avvenuti sotto l’imperatore
Claudio sono una chiara dimostrazione di questa prassi a Roma.
La situazione ambigua del giudaismo a Roma è analizzata da R. Brandle e
E. Stegemann (“The Formation of the First «Christian Congregations» in Rome
in the Context of the Jewish Congregations”, pp. 117-127). Gli autori ammettono francamente che sull’identità della persona che per prima portò nella capitale dell’impero la fede in Cristo si può semplicemente speculare. Con varie
ipotesi presentano la convinzione che san Paolo non fu il primo predicatore
del Vangelo a Roma. Secondo l’indicazione di Rm 3,8 a Roma circolavano già
alcune opinioni negative a suo riguardo.
J.S. Jeffers si occupa dei vari aspetti della vita familiare degli ebrei e dei
cristiani nella capitale dell’impero (“Jewish and Christian Families in
First-Century Rome”, pp. 128-150). Vengono descritte le relative condizioni
di vita e i costumi, e poi i fattori non di rado favorevoli al “proselitismo” cristiano (cf. p. 133). E’ significativo il fatto che la maggioranza dei matrimoni
giudaici e cristiani non era riconosciuta di fronte alla legge romana. Il Jeffers
puntualizza aspetti particolari della vita familiare cristiana: rispetto della donna e la sua libertà personale.
Lo studio di C. Osiek (“The Oral World of Early Christianity in Rome:
The Case of Hermas”, pp. 151-171) si occupa della base orale della trasmissione dei testi. Si tratta di un fenomeno ordinario del I e II secolo a Roma. Si
ipotizza a questo proposito che il livello più alto di cultura era appannaggio di
una minoranza, mentre la maggioranza aveva una cultura legata alla trasmissione orale. Erma, nonostante la forma scritta della sua opera, rivela di avere
molte affinità con la cultura orale e la mentalità dei ceti popolari. Molto illuminante è il paragone tra il Pastore di Erma e la 1 Clemente.
L’ultima sezione si apre con lo studio di J.C. Walters (“Romans, Jews, and
Christians: The Impact of the Romans on Jewish/Christian Relations in FirstCentury Rome”, pp. 175-195). L’A. si occupa dello sviluppo delle relazioni tra
i giudeocristiani e gli ebrei a Roma e quali conseguenze avevano in esse gli
interventi dell’autorità imperiale. Basandosi sugli studi di Lampe e di altri, egli
puntualizza che il cristianesimo fu un fenomeno “intra-giudaico” e solo il decreto di espulsione dell’imperatore Claudio provocò la separazione che, col
passare del tempo, diventò sempre più netta.
W.L. Lane traccia le linee di continuità nello sviluppo del primo cristianesimo romano da Nerone fino a Nerva (“Social Perspectives on Roman
Christianity during the Formative Years from Nero to Nerva: Romans,
Hebrews, I Clement”, pp. 196-244). Presenta la componente giudeocristiana
nell’ambito della comunità di Roma basandosi sulla lettera ai Rm. Invece la
NALDINI M. (A CURA DI)
LA BIBBIA NEI PADRI DELLA CHIESA
579
lettera agli Ebrei manifesta una traiettoria di discontinuità, date le crisi e le
tensioni all’interno della comunità. Infine 1 Clemente appare particolarmente
utile per tracciare l’ambiente sociale mutato della cristianità romana e la struttura dell’autorità nella Chiesa.
Lo studio conclusivo di Ch.C. Caragounis (“From Obscurity to Prominence: The Development of the Roman Church between Romans and I
Clement”, pp. 245-279) sfida molti consensi che riguardano la situazione della
cristianità romana nella seconda metà del I secolo, espressi anche nel presente
volume e in altri studi. La struttura della Chiesa secondo Caragounis evolve
dalla comunità paolina di stampo carismatico (Chiese domestiche). La struttura ecclesiale unificata e l’affermarsi dell’autorità segnano il rifiuto di questa
concezione e l’affermarsi dei modelli statici e gerarchici, basati sull’Antico
Tesatmento e sul giudaismo. Non è però l’unica affermazione dell’A. con cui
è difficile concordare. Sicuramente l’enfasi sulla presunta conflittualità tra i
due modelli della comunità cristiana secondo Rm e 1 Clem. non ha contribuisce all’oggettività di questo studio.
Il volume è arricchito da un’ampia bibliografia sull’argomento (pp. 280301) e da utili indici.
M.Celestyn Paczkowski, ofm
Naldini Mario (a cura di), La Bibbia nei Padri della Chiesa. L’Antico Testamento (Letture patristiche 7), Ed. Dehoniane, Bologna 1999, 170 pp. L. 28.000.
Nella collana “Letture patristiche” ecco un altro volume di modesta mole ma
utilissimo per conoscere i tratti peculiari dell’esegesi anticotestamentaria dei
Padri. La scelta degli argomenti rispecchia varie problematiche legate alla riflessione cristiana sui libri dell’Antico Testamento. La pubblicazione, che può
vantarsi della collaborazione di studiosi eminenti, tra cui J.-N. Guinot e M.
Simonetti, si presenta come un contributo per un ricupero delle fonti patristiche
e delle prospettive teologiche della lettura della Scrittura proposta nei primi
secoli dai Padri.
La raccolta si apre con lo studio di J.-N. Guinot (“L’ellenismo di Giuliano
imperatore e il cristianesimo dei Padri: lo scontro culturale di due culture”, pp.
11-33). Pur presentato in altra occasione, esso si inserisce bene nell’impianto
generale dell’opera e analizza magistralmente il clima culturale del IV-V secolo, nel quale “si dispiegò la variegata attività esegetica dei Padri” (cf. p. 11,
nota 1). Guinot puntualizza alcuni punti di conflittualità, sempre più o meno
latente, nonostante che la cristianità dovesse molto al patrimonio linguistico e
letterario classico, grazie al tipo comune di paideia. Lo scontro ha contribuito
“ad instaurare tra cultura profana e cultura cristiana una divisione” radicale (p.
33) tuttora esistente.
580
RECENSIONI
M. Simonetti (“La Sacra Scrittura nella Chiesa delle origini [I-II secolo].
Significato e interpretazioni”, pp. 35-50) mostra l’impegno della Chiesa antica
nella lettura e nell’esegesi dell’Antico Testamento . Ciò fu occasionato dal rifiuto gnostico e marcionita. L’esigenza di unità e di continuità dei due Testamenti portò ad elaborare un sistema interpretativo unitario in chiave
cristologica. Alessandria, soprattutto con il grande maestro Origene, fu al centro di quella progressiva elaborazione di tipo allegorico sostenuta contemporaneamente da una costante attenzione filologica.
Lo studio del curatore del volumetto (“Il libro della creazione”, pp. 51-66)
è consacrato ad un tema sviluppato largamente e ininterrottamente nella
patristica. In realtà la lettura cristiana della creazione riprende gli interessi
giudaici ed ellenistici per la cosmologia. L’A. offre degli esempi che mostrano
quanto spazio la teologia patristica riservava alla dottrina sull’origine del mondo e alla bellezza della natura. Un posto di rilievo spetta già Ad Autolicum
considerato il primo commento cristiano al racconto della Genesi. Data però
la vastità del materiale, Naldini si è limitato ad alcuni esempi scelti. Così un
posto privilegiato occupa l’interpretazione del racconto della creazione di
Basilio Magno. La scelta non è causale perché si sa con quanta diligenza il
vescovo di Cesarea cercasse di illustrare la dottrina biblica della creazione con
i dati delle scienze naturali del suo tempo. Le omelie basiliane offrono tratti
altamente poetici e di sapore “francescano”: le cose create lodano Dio formando “il coro universale della creazione” (In Hexaemeron III,9,6).
Lo studio successivo (M.G. Mara, “I libri storici nell’interpretazione
patristica. La storia di Naboth”, pp. 67-80) si occupa dell’utilizzazione dei libri storici da parte dei Padri della Chiesa. Da una parte vi è l’atteggiamento
generale dei Padri verso questa sezione dell’Antico Testamento che se ne servì
per mostrare l’antichità della fede cristiana (Eusebio e Teodoreto) e costituì,
grazie ai numerosi eventi storici, la base delle interpretazioni tipologiche (cf.
la figura di Raab). Dall’altra però i commenti dei Padri si occuparono di episodi emblematici (la maga di Endor e la storia di Naboth) scorgendovi interessanti problematiche sociali e morali (p. 80).
C. Nardi (“Dai profeti. Testi messianici”, pp. 81-105) fa un esame dettagliato dei testi messianici contenuti nei libri dei profeti. Partendo dall’esegesi
di Gesù stesso e ripercorrendo le varie fasi dell’esegesi giudaico-cristiana, si
giunge ad una sorta di “spiritualizzazione” delle promesse messianiche. E’ un
metodo ben preciso, fondato su una percezione dell’Antico Testamento che
coincide sostanzialmente con la lettura cristologica.
In un altro suo studio Simonetti si occupa del libro dell’Ecclesiaste (“L’interpretazione patristica di Ecclesiaste”, pp. 107-125). Il noto studioso della storia dell’esegesi patristica traccia una panoramica a partire dalle difficoltà di
accogliere il libro nel canone giudaico della Sacra Scrittura a causa del suo
carattere sconcertante. Da parte cristiana fu emblematica l’esegesi allegorica
applicata sistematicamente a questo libro biblico da Origene e dai seguaci del-
TÀBET M. (A CURA DI)
LA SACRA SCRITTURA ANIMA DELLA TEOLOGIA
581
la tendenza interpretativa alessandrina. L’interpretazione prevalentemente letterale, preferita dagli antiocheni, può essere ricostruita solo in minima parte a
causa dei pochi elementi presenti negli scritti sopravvissuti.
G.I. Gargano si occupa de “I commenti patristici al Cantico dei Cantici”
(pp. 127-150). L’esegesi del Cantico da parte dei Padri non poteva prescindere
dalla tradizione giudaica “che si perde nella notte dei tempi” (p. 132), trasmessa poi nel XIII secolo nel libro dello “Zohar”. A questa tradizione si ricollega
l’interpretazione allegorico-spirituale del Cantico di due insigni esegeti,
Origene e Gregorio Nisseno. L’A. trova interessanti parallelismi nell’interpretazione ricca e suggestiva dello sposo/Verbo e sposa/anima ripresa dai grandi
maestri spirituali cristiani e “Padri ebrei”.
Un contributo interessante e attraente è consacrato alla simbologia del
mondo animale nell’immaginario dei libri veterotestamentari (M.P. Ciccarese,
“L’interpretazione simbolica degli animali nell’Antico Testamento, pp. 151170). Anche in questo caso l’esegesi patristica ereditò quella che era stata una
progressiva spiritualizzazione dell’esegesi giudaica», variandone e accentuandone l’applicazione in chiave cristologica.
Questo invita e stimola il lettore ad ampliare le conoscenze e in parte lo
aiuta grazie ai riferimenti bibliografici e ai vari suggerimenti degli autori che
hanno contribuito alla poligrafia. E’ stato già preannunciato nella collana “Letture patristiche” un altro volumetto consacrato al Nuovo Testamento nell’interpretazione degli esegeti dei primi secoli. Ci auguriamo che presto venga
pubblicato.
M. Celestyn Paczkowski, ofm
Tàbet Michelangelo (a cura di), La Sacra Scrittura anima della teologia. Atti
del IV Simposio Internazionale dalla Facoltà di Teologia (Pontificia Università della Santa Croce), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1999, 280
pp., L. 33.000.
Preceduti dalla presentazione e conclusi dall’indice, i contributi, prevalentemente di professori della stessa Università, sono divisi in due parti: le relazioni: di
G. Aranda (Navarra), G. Segalla (Fac. Teolog. Italia Sett.), M. Tàbet, P. Grech
(PIB e Augustinianum), M. Bordoni (Lateranense) e J. Mejia (Bibliot. Vatic.)
e le comunicazioni: P. O’Callaghan, J.A. Riestra, M.V. Fabbri, A. Cattaneo, G.
De Virgilio (Ist. Teol. Abruzzese-Molisano), B. Estrada, V. Balaguer (Navarra)
e B. Ausín (Navarra).
“Nelle sei relazioni e nelle otto comunicazioni che compongono il presente volume sono stati portati in primo piano due motivi teologici di grande rilievo: la centralità cristologica della Scrittura e di tutta la Rivelazione e
la centralità pneumatologica che vede lo Spirito Santo all’origine di (sic)
582
RECENSIONI
libri sacri e dell’opera santificatrice della Chiesa. Il Simposio ha cercato di
rispondere il (sic) bisogno, oggi vivamente avvertito, di un avvicinamento
reciproco tra la teologia e l’esegesi, dai contributi più propriamente analitici
fino al lavoro di sintesi caratteristico della teologia biblica. Occorre che la
scienza teologico-biblica riesca a ripristinare, in un modo nuovo, l’unità del
pensiero teologico cristiano, manifesta nell’opera dei Padri della Chiesa”
(dalla copertina).
Le istanze del simposio sono sacrosante, e non solo per la Pontificia Università della Santa Croce, e i contributi sono stimolanti. Ho trovato utile specialmente il primo, sul canone biblico, dove si fa notare che sono i cristiani a
cominciare un canone dell’AT, cui, per reazione gli ebrei oppongono il loro,
quello stretto, e si rivendica, mi pare, una chiara distinzione tra quello dell’AT,
nelle sue due forme ebraica e cristiana, e quello del NT.
Questa distinzione, ad un anticotestamentarista fa piacere; egli s’introduce
solitamente con sospetto nella selva degli studi sul canone e sulla teologia
biblica (TB), inclusi quelli successivi presentati nel libro (la selva bibliografica
lì s’infittisce soprattutto nel contributo di Segalla). Perché l’AT in generale e
qui in particolare è trattato appunto da teologi e neotestamentaristi e, come
sempre, in modo piuttosto sommario. Non è un caso isolato il giudizio di
Zenger sulla TB di Hubner, riferito da Segalla a p. 58: “marcionismo”.
Per difendersi da questa accusa molti antico-testamentaristi e neotestamentaristi, come Childs e lo stesso Segalla, che lo presenta (specialmente pp.
55ss), si affannano ad inglobare l’AT nella loro TB, pubblicata o in preparazione, rispettivamente. Ma la questione è così confusa, non per colpa degli
Autori menzionati, che i risultati non sono quasi mai soddisfacenti. Segalla ha
un bel dire che le accuse a Childs “di fondamentalismo canonico” sono
ingiustificate (p. 57); come dice poi lui stesso nella conclusione, quello: “salva il testo biblico nella sua integrità canonica e la sua lettura interpretativa fino
ad oggi, ma non riesce a salvare la storia” (p. 63).
Un vecchio anticotestamentarista come il sottoscritto, dopo tante esperienze, fatiche, studi e lavori pubblicati qua e là, sa che si è diffusa l’antipatica
idea che il senso cristiano dell’AT, in realtà esso non l’ha e gli è stato dato dal
Nuovo o dai primi cristiani; cosa che potrebbe far gongolare l’esegesi ebraica.
Certo, Bordoni non vuole arrivare a tanto, quando afferma: “È noto, infatti, che
l’AT, considerato solo come lettera, oltre che nell’esegesi giudaica, non fa parola di un Messia sofferente (nella nota 27 l’A. aggiunge che “I salmi della
passione del giusto non sono originariamente messianici e gli altri testi, quali
Is 53 e Zc 12,10 hanno un’interpretazione messianica molto discussa nella lettura giudaica”. E ché: vogliamo che questa ne dia un’interpretazione cristiana?) né di un Messia che risorge” (p. 126). Su queste cose, anche se dette alla
Pontificia Università della Santa Croce, io non sono molto d’accordo, dopo i
miei studi sul Sal 22 e sui poemi del Servo in particolare e preferirei restare
fuori dell’assoggettamento dell’AT al NT in un’unica TB.
TÀBET M. (A CURA DI)
LA SACRA SCRITTURA ANIMA DELLA TEOLOGIA
583
Allora i punti discutibli, su cui mi permetto ora di “prendere il largo”, sono
soprattutto due: la storicità e l’esegesi cristiana dell’AT.
1) Mi sembra che in generale si “bluffi” un po’ tutti sul concetto di storia.
E non parlo delle discussioni sul concetto non scientifico di storia biblica o
sugli appelli al valore del mito, fatti per nascondere lo scetticismo. Mi sembra
che si intenda come storia quella che è narrata dalla Parola, sorvolando sulla
questione della storicità dei fatti narrati. Anche se questa storicità non ci fosse
(molti pensano), c’è la storia narrata nella Bibbia. Essa, cioè la parola che la
racconta, basta. Il problema, nel libro in questione, è trattato da Callaghan, che
giustamente combatte il criterio protestante della sola scriptura e ricorda che,
come afferma tra l’altro la Dei Verbum, Dio si rivela con fatti e con parole. Ma
c’è il rischio, allora, di cadere nel fondamentalismo, identificando al contraro i
fatti narrati con i fatti storici. E il problema della storia non sta solo qui. In
fondo è questo: se Dio può intervenire nella storia umana in maniera tangibile.
Non come interviene solitamente nella storia di tutti i popoli, colla sua Provvidenza, ma com’è intervenuto nella storia sacra: “con fatti e portenti”. E non è
solo un problema dell’AT. I neotestamentaristi, se non lo risolvono bene lì, se
lo trovano poi di fronte, e peggio ancora, studiando Gesù Cristo: il cosiddetto
“Cristo storico” e i relativi miracoli. Ora, sia l’esegesi che la teologia, biblica
o dogmatica, è questo il problema che devono risolvere, al di là della selva di
discussioni e bibliografie. La critica storica deve saper uscire dai due scogli,
Scilla e Cariddi, del fondamentalismo e del razionalismo, senza annullare la
storicità dei fatti. E deve saperne uscire anche quando si tratta di vedere nella
storia di oggi la realtà dell’intervento salvifico divino. La giustificazione per
fede, infatti, produce anche una trasformazione tangibile e non è solo una “giustificazione imputata”; la produce nell’individuo e appunto nella storia, dove
il progresso del regno di Dio si deve poter constatare: anche oggi.
2) L’esegesi cristiana dell’AT si può fare anche in una teologia biblica del
solo AT, come quella di von Rad, messa ingiustamente da Segalla sullo stesso
piano di quella di Bultmann (p. 47). Per me von Rad ha rivalutato la dimensione storica dell’AT e non solo quella del Sitz im Leben cultuale, tantomeno
quella della sola scriptura. Se non altro perché egli ha fatto intravedere che la
storia, quella pre-esilica, almeno a partire dal sec. X a.C. (del Jahwista, della
storia di Davide, della Sapienza, di alcuni salmi e poi dei profeti), si riversa
nel culto e negli archi “promesse o profezie e adempimenti”, e così dà origine
alla rivelazione e ai libri sacri e prosegue la storia della salvezza. Rivelazione
e storia che per entrare in azione non hanno aspettato l’apocalisse di Giovanni
e tanto meno le opinioni sul canone unitario o le considerazioni “olistiche”
della TB di oggi.
Il voler assoggettare la TB dell’AT a quella del NT, poi, porta anche altri
guai: come quello di dire che l’AT degli ebrei non è affatto l’AT dei cristiani e
così non è possibile nessun dialogo su un testo comune. Certo, bisogna aver
riguardo per la relativa interpretazione ebraica, evitando appropriazioni e qual-
584
RECENSIONI
che “antisemitismo”. Un’accusa questa troppe volte rinfacciata alla TB dell’AT
e a molta esegesi cristiana, specialmente dagli ebrei che, per motivi comprensibili, sono piuttosto allergici alla TB e all’idea di una “storia della salvezza”.
A proposito: c’è chi ha accusato anche von Rad di anti-semitismo (si veda J.D.
Levenson, The Hebrew Bible, the Old Testament, and Historical CriticismJewish and Christians in Biblical Studies, Louisville KY 1993); quasi che non
si possa dimostrare che, dopo e grazie all’AT, è successo qualcosa di nuovo. È
per questo che, di fronte alla denominazione “AT e NT”, son nate remore e
proposte di denominazioni differenti, come: “Primo e Secondo Testamento”.
Ma rispettare gli ebrei non vuol dire rinunciare a dimostrare che dell’AT si può
fare un’esegesi cristologica, in (fraterna) contrapposizione a quella che essi
asetticamente propongono.
Intravedo la prospettiva di scampare a tanti inconvenienti e ai due scogli
menzionati, specialmente se si continua paziente nel lavoro e nello studio critico storico, invece di mettersi “nell’osteria” a cantare tutti assieme, ebrei e
cristiani, protestanti e cattolici, scettici e credenti faciloni, le stesse canzoni,
necessariamente stonate. Ho l’impressione che se non stiamo attenti alle differenti prospettive, cattolica, protestante ed ebraica, invece d’un bel coro finiamo per dar ragione a Is 28, che, a partire dal v. 7, lancia ben più gravi accuse.
Perché, diciamo la verità: qualche volta il nostro canto sembra proprio quello
degli ubriachi.
Enzo Cortese
Alonso Artero José Antonio, “Liber Septimus Hypotyposeon Theologicarum”.
Los Sentidos Bíblicos, Pontificia Universitas Sanctae Crucis, Roma 1998, VI390 pp.
La pubblicazione volge l’attenzione ad un interessante capitolo della storia
dell’esegesi cattolica nel contesto delle discussioni teologiche e delle vicende
storiche della Controriforma. L’A. lo fa grazie all’analisi dei dati biografici e
dell’iter scientifico di Martín Martínez de Cantalapiedra. Si tratta di un personaggio quasi dimenticato, ma degno di nota, che univa in sè le doti di teologo,
biblista e ministro fedele della Chiesa. Nella sua formazione intellettuale e
spirituale giocarono un ruolo determinante gli anni di studio all’università di
Salamanca nell’apogeo della sua fioritura. In questo eccellente centro di cultura ecclesiastica in Spagna Martínez de Cantalapiedra poteva arricchirsi attraverso i contatti con i pensatori illustri del tempo e mediante studi profondi e
metodici della Sacra Scrittura.
L’A. si è concentrato sul settimo libro delle “Hypotyposeon Theologicarum” di Martínez de Cantalapiedra e più precisamente su ciò che riguarda i
sensi biblici. L’importanza e l’influenza dell’opera in questione è indiscussa.
ALONSO ARTERO J.A., “LIBER SEPTIMUS HYPOTYPOSEON THEOLOGICARUM”
585
Secondo l’opinione di Andrés, Martínez de Cantalapiedra segna un passo
metodologico decisivo per quel periodo (p. 7). Per questo motivo l’autore dello studio, oltre all’edizione del testo originale (capitolo II, pp. 81-250), ha ritenuto opportuno includere nella parte finale (appendice II) l’elenco completo
dei dieci libri delle “Hypotyposeon Theologicarum”.
Martínez de Cantalapiedra è da annoverare tra i grandi esegeti dell’epoca
tridentina e il Concilio di Trento (1545-1563) costituisce una pietra miliare per
l’esegesi cattolica segnando l’inizio dell’“età aurea” degli studi biblici nel
mondo cattolico che raggiunse un vertice verso la fine del XVI secolo.
Martínez de Cantalapiedra appartiene al gruppo di esegeti chiamati “ebraisti”
che nella loro interpretazione si servivano delle lingue bibliche originali per
garantire freschezza e genuinità alle loro spiegazioni. Nelle traduzioni si supponevano alterazioni e imprecisioni dovute ai cambi del testo, riscontrabili
nella traduzione della Vulgata. Martínez de Cantalapiedra rivela una capacità
intellettuale straordinaria e una profonda conoscenza delle lingue classiche e
semitiche. Il personaggio si trovò coinvolto nelle discussioni del XVI secolo
tra gli “scolastici” e gli “ebraisti”. Si tratta di fatti che segnarono la teologia
spagnola del XVI secolo. Le discussioni provocarono una crisi aggravatasi non
a causa di un differente approccio metodologico, ma a motivo degli interventi
dell’Inquisizione. Infatti, con l’apparizione delle correnti rinascimentali di pensiero si metteva in discussione l’orientamento intellettuale degli scolastici tradizionali, poco sensibili alle novità scientifiche di allora. Si capì l’importanza
del senso letterale che assunse un ruolo prominente.
Questo cambio di direzione avvenne dopo tanti secoli in cui si dava la preferenza al senso spirituale oppure allegorico. Le correnti esegetiche contrapposte si arroccarono però su posizioni inconciliabili (appendici III e IV con le
accuse e la difesa del maestro Martínez de Cantalapiedra). Studiando gli influssi sull’autore, Alonso Artero vede chiaramente la rivalorizzazione della tradizione patristica che condusse alla convinzione dell’importanza della lettera
nelle discussioni teologiche e nella predicazione. Il gruppo degli ebraisti si inserisce perfettamente in questa linea con adesione alle disposizioni tridentine.
Lo studio della Scrittura condusse gli esegeti cattolici a lavorare sui testi originali ebraici e greci. Ciò permise di risolvere alcuni problemi di interpretazione
e di valorizzare la critica testuale con lo studio accurato di grammatica,
filologia, storia e istituzioni. Si tentava di purificare l’esegesi dall’abuso delle
allegorie e degli estremismi. E’ emblematico il titolo del primo libro di
Martínez de Cantalapiedra: “Nos medium inter utrosque tenentes”.
La discussione accesa tra le scuole portò però all’intervento punitivo dell’Inquisizione. La condanna lo mise sotto cattiva luce e in posizione sfavorevole. Non poté riprendere l’attività accademica come Fr. Luis de Léon e,
essendo sacerdote diocesano, non ebbe il sostegno di nessun istituto religioso
che si prodigasse per la sua riabilitazione. Per Martínez de Cantalapiedra le
conseguenze furono gravi fino a provocargli una morte prematura. Della dolo-
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RECENSIONI
rosa vicenda ha risentito anche la conoscenza della sua attività scientifica e
accademica.
Martínez de Cantalapiedra si era avvantaggiato del clima culturale favorevole che a metà del XVI secolo condusse alla rinascita degli studi biblici.
Per le citazioni patristiche ovviamente egli fece uso delle Glosse e di ciò risente il repertorio dei riferimenti ai Padri. Egli cita però anche autori come
Teofilatto, Isidoro di Siviglia, Giovanni Crisostomo e Esichio di Gerusalemme. Secondo Alonso Artero, non si tratta di pura casualità, ma di un riferimento alla dottrina classica dei sensi biblici trasmessa dalla tradizione antica
(capitolo III). Il contatto con la tradizione patristica lo condusse a scoprire
l’importanza delle conoscenze bibliche per la riflessione teologica. Per lui la
Sacra Scrittura, insieme con la Tradizione, contiene tutto ciò che Dio ha voluto far conoscere al genere umano. Di qui la necessità di inglobare negli studi
biblici tutto lo scibile umano. Martínez de Cantalapiedra delinea anche la figura ideale dell’esegeta che egli vuole ben cosciente del fatto che gli uomini
sono semplici dispensatori e non possessori delle cose divine.
Dalla monografia risalta chiaramente il ruolo avuto dalla Bibbia nella storia della teologia cattolica immediatamente dopo il concilio di Trento.
M. Celestyn Paczkowski, ofm
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