La sconfitta di Hillary Clinton

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La sconfitta di Hillary Clinton
direttore LUIGI CARICATO - [email protected]
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La sconfitta di Hillary Clinton
Viene subito da pensare alla solitudine di Cicerone, all’indomani della mancata elezione a presidente degli Stati Uniti
d’America della candidata democratica. Già, anche le sconfitte devono essere oggetto di riflessione. Anzi, soprattutto le
sconfitte. Perché ci obbligano a riflettere sul perché capitino, individuando non solo le strade della risalita, ma
intravedendo anche un senso che vada oltre
Sante Ambrosi
Dico subito, a scanso di equivoci, che io non sono un politico di professione. Mi interessa la politica perché, come ha ben
detto Platone, ma anche Dante in modo chiaro e forte, la politica è l’arte per eccellenza, in quanto si impegna a formare il
corpo sociale, e diventi bello e splendente nelle sue forme, come una statua dei grandi maestri di tutti i tempi.
Da impolitico, in questo senso, devo dire che la Clinton non mi ha mai convinto e, pur non essendo un esperto nel genere,
agli amici avevo detto da subito quanto pensavo, quando appresi della sua candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti.
A un certo punto, però, constatando che il suo avversario era un certo Trump, avevo finito anch’io a convincermi che
poteva farcela, ed essere eletta. Come tanti, anch’io, sempre da impolitico, ho vissuto la sua sconfitta come se fosse
anche una mia sconfitta. E questo nonostante tutto e nonostante l’errore della scelta della persona - scelta sbagliata, a
mio parere.
L’ho vissuta come mia sconfitta, perché il partito Democratico sostenuto dalla Clinton conserva, almeno mi sembrava, un
patrimonio di valori democratici molto importanti, non solo per una grande paese come gli Stati Uniti, ma anche per gli
equilibri di politica internazionale.
Ma che c’entra questa sconfitta con la solitudine di Cicerone? C’entra, eccome, ma non solo come consolazione alla
Clinton, e per tentare di lenire le ferite subite da una tale sconfitta.
Anche le sconfitte devono essere oggetto di riflessione, anzi soprattutto le sconfitte, perché ci obbligano a riflettere sul
perché capitano e individuare non solo le strade della risalita, ma intravedere anche in esse un senso che vada oltre e
farne tesoro comunque. E per tentare di ottenere un tale insegnamento, forse non è inutile rintracciare esempi clamorosi
del passato, come il fallimento di un grande personaggio come Cicerone.
Cicerone è stato un grande politico oltre che un vero filosofo e soprattutto grande oratore. E’ vissuto al tempo di Cesare e
Pompeo e ha combattuto tutta la vita per difendere lo stato della ”Res Publica”. Famosi sono i suoi interventi di condanna
dei cosiddetti nemici della repubblica, forse anche dei suoi interessi.
Famose sono le sue orazioni contro Catilina, ma non solo. Quando i grandi personaggi come Cesare e Pompeo si
scontrarono, Cicerone prese le difese di Pompeo, anche se non era particolarmente entusiasta di lui. Comunque lo
vedeva meno pericoloso rispetto all’altro grande e potente, che era Giulio Cesare.
Per salvare la ”Res Publica”, bisognava sconfiggerlo anche con la guerra. Lo fece impegnandosi in prima persona, e alla
sconfitta di Pompeo fu costretto a ritirarsi nelle sue ville di campagna e dedicarsi solo agli studi di filosofia. Cesare, lo
graziò a questa condizione. Cosa che egli fece a malincuore, come testimoniano diverse sue lettere di quel periodo, ma
che durò solo fino all’uccisione dello stesso Cesare. Ma subito dopo si trovò ancora nella mischia, questa volta per
difendere Ottaviano contro Antonio, cosa che gli costò la vendetta di quest’ultimo, e infatti fu ucciso dai suoi sicari nel 43
a.C.
Ho ricordato queste poche note biografiche per venire al dunque che mi interessa
Pochi anni prima di finire nel modo che abbiamo detto, Cicerone aveva perfettamente compreso che non tanto la sua vita,
anche questa naturalmente, era in pericolo, ma la vita stessa dello stato, così come si era conformato da secoli gloriosi
nel popolo romano, con la costruzione della” Res Publica”.
Tentò di intervenire, prima di tutto con la sua attività politica, fu anche console, e poi con le famose invettive contro i
cosiddetti nemici della Repubblica. Infine si impegnò a costruire dei veri trattati di filosofia dello stato, come fu con quello
che portò il nome De re publica.
Con quest'opera Cicerone voleva riprendere il famoso trattato di Platone, concretizzandolo in modo completamente
diverso.
Lo scrisse nel periodo turbolento che si profilava, perché era già praticamente in corso la guerra civile, anche se non
ancora del tutto esplosa. Un’opera solida e rigorosa sulla quale non ci fermiamo.
La cosa curiosa è che questa, che è tutta filosofia dello stato, leggi rigorose, diritti e doveri da parte di tutti, una struttura
ideale e possibile, che, però, termina con un capitolo che apparentemente non c’entra nulla con i discorsi condotti fin lì.
Infatti, dopo cinque capitoli, tutti di filosofia politica, termina con un racconto che parla di tutt’altro.
Cicerone parla di un sogno che un grande personaggio della storia romana, Scipione Emiliano, dopo una cena con il re
alleato Masinissa avrebbe avuto nella notte successiva. Secondo il racconto descritto, Scipione Emiliano vide in sogno il
suo antenato Scipione Africano e contemporaneamente anche l’ombra del padre suo, Lucio Emilio Paolo. Da entrambi
raccolse raccomandazioni e previsioni importanti che non stiamo qui a ripetere. Gli raccomandano prima di tutto di amare
la patria in pericolo, servirla con totale dedizione e onesta.
Nel sogno si preannuncia anche la sua fine violenta, perché sarà ucciso, ma non per questo l’Emiliano deve lasciarsi
andare allo sconforto e alla rinuncia.
Sempre deve lottare, perché la vita attiva deve essere solo preparazione per poter meritare quella vita che in sogno sta
contemplando, nella via Lattea dove i suoi gloriosi antenati vivono, tra fulgori di luce e di suoni incantevoli.
Il nostro Emiliano è a tal punto folgorato che chiede di poter morire per essere da subito in questa pace meravigliosa. La
risposta è perentoria: no, perché tu devi ancora vivere e maturare il premio.
Le raccomandazioni terminano con una affermazione di grande importanza da un punto di vista filosofico, ma anche
teologico, che voglio riportare alla lettera: Sappi dunque che tu sei dio (Deum te igitur scito esse).
Sarebbe troppo lungo commentare questa affermazione. Diciamo piuttosto che l’opera della De re publica non trovò
l’attenzione che si meritava e che Cicerone sperava, perché subito dopo, finì la Repubblica romana e iniziò quel lungo e
tortuoso cammino dell’Impero romano e, di seguito, il travaglio del Medioevo con tutto quello che conosciamo.
La sua opera viene dimenticata fino alla scoperta che fece, nel 1820, Angelo Mai. Di tutto quello che il grande politico ha
scritto, resta solo quel sogno che ha continuato a vivere autonomamente e a nutrire pensieri per molte generazioni.
Lo stesso Dante leggerà il Somnium Scipionis, traendone immagini e verità che possiamo apprezzare nella sua Divina
Commedia.
Cicerone fu ucciso, e sconfitto politicamente e nella stessa vita, ma sopravvisse il suo sogno, e quelle sue indicazioni che
nutrirono generazioni e generazioni. Non fu poca cosa.
Sante Ambrosi - 22-11-2016 - Tutti i diritti riservati
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