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MARCO CANDIDA
IL RICORDO DI DANIEL
ROMANZO
pubblicato a puntate in vibrisse, nel 2012
© Marco Candida
Marco Candida, Il ricordo di Daniel
“Leonard, ti prego, guardati allo specchio”.
“No, guardatici tu. I... io sono malato. La malattia mi ha tolto di mezzo. Io ho lottato per
tornarci. Ho lottato per trent’anni. Trent’anni!
E sto ancora lottando! E tu... tu...”.
“Io?”.
“Non hai nessuna scusa”.
“Io non ho problemi”.
“Lo so che non hai scuse. Tu... Tu sei un po...
poveraccio, solo, che non ha niente Nessuna
vita. Niente. Se... s... sei tu l’addormentato”.
(tratto dal film Risvegli)
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
Il ricordo di Daniel
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
Scena tagliata 43
Il volto di sua madre è cianotico. Daniel pensa che le si staccherà
la testa dal collo e rotolerà sul pavimento con i mosaici settecenteschi in stile opus sectile (che suo padre ama ripetere, parlando mezzo
in dialetto, essergli costati un paio di bypass che si porta nel torace)
se continuerà a gridare a quel modo.
“NON LAVORI! NON STUDI! NON FAI NIENTE TUTTO IL GIORNO!
SEI SPORCO! CIONDOLI DA UN APPARTAMENTO ALL’ALTRO SENZA
UN PROGETTO PER LA GIORNATA! VIVI IMMERSO NELL’IMONDIZIA! SEI IL DISONORE DI QUESTA FAMIGLIA! HAI LE SCARPE
ROVINATE! VAI IN GIRO VESTITO COME UN PEZZENTE! HAI
CAPELLI TROPPO LUNGHI! DISGRAZIATO! DISGRAZIATO! DISGRAZIATO!”
Con le parole ci sono anche gli oggetti.
Volano sopra la testa di Daniel.
E ci sono i rumori di schianto.
Quei rumori sembrano pungergli il cervello mentre Daniel cerca
riparo sotto il tavolo.
Sono le tre e un quarto del pomeriggio. Nessuno è in casa. Suo
padre è via. Per quel che Daniel riesce a ricordare, Nerio, quel
giorno, è impegnato nella città di Larissa in Grecia. Lo rammenta
perché gli tornano in mente le parole che sua madre ha pronunciato la sera prima che suo padre prendesse l’aereo – quattro o cinque giorni prima, un giovedí. Ha ironizzato dicendo che Nerio
ormai pensa solo a Larissa dimenticandosi di lei. Gabriele, invece,
deve essere in ufficio. La pausa pranzo a Stradesicure Spa comincia
alle 12.30 e finisce alle 2.00. Adesso sono appunto le tre e un
quarto. Daniel legge l’ora dalle lancette dell’orologio a pendolo accanto al televisore. Ricorda di sapere che sua madre lo ha appeso lì
apposta per ricordare a chi sta guardandosi la televisione che il
tempo non si è seduto in poltrona con lui, ma che invece continua
a correre e a correre. Quando si trova a Tortona e non è impegnato in qualche cantiere o in qualche colazione di lavoro, suo
fratello Gabriele rientra a casa da sua moglie. Più o meno come la
fidanzata di Daniel, sua moglie non lavora. Gabriele preferisce tenerla a casa. Potrebbe trovarle un posto nel gruppo dato che è laureata in Scienze Politiche. Però, prima o poi, Gabriele ripete, lui e
Barbara metteranno al mondo un bambino, ci stanno lavorando da
quando si sono sposati, e pertanto, almeno per adesso, per lui non
ha senso mandarla a scaldare una sedia all’Ufficio Bolle e Fatture o
all’Ufficio Gestione Mezzi in una delle aziende del gruppo del padre. Barbara accetta la situazione – anche se, una volta, mentre Ol-
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
ga ed Emilia pulivano l’argenteria in sala, Daniel le ha sentito spifferare che Barbara si raschi via tutto ogni volta che ha finito di fare
l’amore col marito perché non vuole avere bambini – e sta in casa
a preparare pranzi sostanziosi a Gabriele (Barbara è famosa in famiglia per il suo timballo di riso e prosciutto, ci mette dentro fontina e grana a volontà e molto burro e le viene buonissimo) che difatti sta mettendo su qualche chiletto. Nemmeno Olga ed Emilia
sono in casa. Il lunedí è il loro giorno di riposo. Altrimenti lavorano cinque ore al giorno. Certi giorni vengono di mattino, altri di
pomeriggio.
Daniel e sua madre sono soli.
Daniel è appena tornato dall’appartamento di Genova. Ci passa il
tempo da quando Sara lo ha lasciato – circa sei mesi fa. Prima stava
con lei per lo più a Nizza e fino qualche anno fa viaggiavano in
Spagna, Portogallo, Praga, sono stati a Cuba, e facevano sempre
qualcosa, ma poi a Daniel, come spesso Sara gli rimproverava (negli ultimi tempi uno spesso con sempre maggior spessore, per così
dire), era presa la voglia di non far niente tutto il giorno e avevano
smesso anche con i viaggi e anche per questo, ça va sans dire, alla fine Sara lo aveva piantato.
Daniel si è presentato a Tortona sporco, scarruffato.
Non appena sua madre lo ha visto, s’è messa a piangere.
Non sopporta più nemmeno la sua vista. Gli occhi le si velano
subito di lacrime oppure ha esplosioni di rabbia quasi istantanee.
Non è riuscita a farci niente con lui. Niente. Ecco perché piange o
lo riprende per qualsiasi cosa.
Da sotto il tavolo Daniel vede confusamente susseguirsi sullo
schermo del televisore acceso immagini di setole, rinoceronti, eliche, luci al neon, struzzi, ragni, una libellula, l’immagine di un rabdomante...
La forma di un formaggio si schianta dietro di lui.
“HO SPESO UN MUCCHIO DI SOLDI PER QUEI PEZZI DI CARTA!
HAI IDEA DI QUANTO CI È COSTATO FARTI AVERE QUEI PEZZI DI
CARTA? HAI UNA VAGA IDEA DELLE RESPONSABILITÀ CHE TI
RIGUARDANO ADESSO CHE HAI ACCETTATO DI POSSEDERE QUEI
PEZZI DI CARTA? DEVI ANDARE A LAVORARE!”
“IO NON HO ACCETTATO NIENTE! NIENTE!” grida Daniel.
Esce da sotto il tavolo e affronta sua madre.
C’è una tavola imbandita. Ci sono i resti di un pranzo pieno di
cibi e bevande – come sempre in casa sua, a sua madre piace molto
cucinare facendosi aiutare da Olga ed Emilia. Oggi, però, sua madre deve aver tirato fuori le pietanze avanzate visto che è il giorno
libero di Olga ed Emilia e non sono in casa. Inoltre sua madre deve avere avuto qualche ospite, perché la tavola è apparecchiata per
altre due persone oltre a lei – forse Nonna Madda e la badante.
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
Qualche volta vengono a trovarla, quando in casa non ci sono Nerio, Gabriele, Olga, Emilia perché occupati sul lavoro o per il riposo settimanale.
Accanto a un piatto Daniel nota un astuccio in vermeil e smalto a
forma di pentagono. È il portacipria di sua madre. Deve averlo tirato fuori per qualche ragione e deve esserselo dimenticato lì.
D’altra parte anche il cacciavite a stella chissà sua madre da dove
deve averlo preso – probabilmente dal secondo cassetto del cassettone ottocentesco sulla parete che guarda a sud dove stanno
gomitoli, ferri per fare la maglia, bottoni, rotoli di filo, un martello
e altre cianfrusaglie compreso il cacciavite a stella. Sullo schermo
del televisore adesso c’è il primo piano di un’ala d’acquila anatraia
minore. Daniel grida forte come la madre. Sente le vene nel collo
tendersi e gli formicola la testa. La gola gli fa male.
“UN GIORNO MI SONO SVEGLIATO E MI AVETE FATTO TROVARE
QUEI PEZZI DI CARTA. PRESI IN LIGURIA. IN CALABRIA. CHISSÀ
DOVE! È TUTTO FASULLO. TUTTO QUANTO!” Grida Daniel.
“TU HAI ACCETTATO. HAI FIRMATO. SAPEVI. TUTTO QUANTO!
TUTTO!”
“IO IN CALABRIA NON CI SONO MAI NEMMENO STATO!”
“È TUTTO REGISTRATO. CI SONO DOCUMENTI CHE PROVANO
CHE HAI VISSUTO IN UN APPARTAMENTO STUDENTESCO PER GLI
ANNI NECESSARI. STUDENTI PRONTI A TESTIMONIARE CHE HAI
FREQUENTATO I CORSI! È TUTTO QUANTO PERFETTO. TUTTO!
NESSUNO SI ACCORGERÀ MAI DI NIENTE!”
“IO A LAVORARE NON CI VADO! – grida Daniel – IO NON VADO A
RISCHIARE IL CARCERE PER UN LAVORO! NO! NO! NO!”
“MA COME FAI A ESSERE TANTO MALNATO?!” grida Amanda.
Riprende a lanciargli oggetti.
Questa volta afferra una statua di salgemma e gliela lancia.
Daniel evita la statuetta.
La statua finisce contro la parete alle sue spalle rompendosi in
due.
“MI VUOI AMMAZZARE? MI VUOI AMMAZZARE? MI VUOI
AMMAZZAREEEEE?”
A Daniel viene da pensare che ognuno di quegli oggetti che sua
madre gli sta scagliando addosso rappresenti i suoi peccati, le sue
manchevolezze – la laurea che non si è preso, almeno senza che i
suoi spendessero una marea di soldi per procurargliela, il lavoro
che non ha, la famiglia che non ha, i figli… e ben altro ancora. Gli
oggetti che sua madre gli sta scagliando addosso sono demoni e
prima o poi uno di quei demoni gli volerà sulla testa per mangiargli
il cervello.
“SEEEEEHHHH!!!” grida sua madre.
Daniel decide di scappare via.
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
Potrebbe affrontare la madre – quell’essere violaceo e urlante che
ha davanti. Magari lanciarle a sua volta qualcosa contro oppure aggredirla. Di sicuro ricorda che, se non avesse preso la decisione che
ha preso, sarebbe stata lei ad aggredire lui e probabilmente a menarlo come faceva quando era ragazzino. Infila una porta alla sua
destra – ci sono tre porte che accedono al soggiorno della casa a
Tortona – e cerca di uscire da lì. Sua madre rossa incandescente lo
segue non smettendo un momento di lanciargli qualcosa e gridandogli addosso malnato, disgraziato, rovina della mia vita. Daniel
corre e pensa che deve andare via prima che gli oggetti si sollevino
da terra e lo inseguano per mordergli il cranio e succhiargli via il
cervello.
Attraversa i circa mille metri quadrati della casa in Viale Vittorio
Veneto a Tortona. Esce di casa sbattendo la porta d’ingresso (una
porta pesante, piena di intarsi, fatta di legno massiccio e acciaio) e
accanto al box auto dove sta la Mercedes di suo padre (guidata da
Franco, il suo autista) c’è la sua automobile. È una Volvo – è della
ditta, ma la usa Daniel, anche se suo padre non ha mai dato espressamente l’autorizzazione. Diciamo che finora Daniel l’ha sempre
presa in prestito – come, del resto, ha preso in prestito la casa a
Nizza o quella a Genova o la sua stanza a Tortona e come, del resto, prende a prestito i soldi che sua madre gli passa ogni fine settimana. Trecento euro. Lui, peraltro, non li spende nemmeno, quei
soldi, non facendo niente tutto il giorno assieme a Sara e ora senza
nemmeno più lei. Daniel ormai vive in uno stato di autoesclusione
volontaria. Non esce. Non guarda nemmeno la televisione. Dorme
molto. Osserva il soffitto. Si lascia attraversare la testa da pensieri
lentissimi. Non c’è niente che gli piaccia là fuori. Niente che attiri
la sua voglia di vivere. E poi non è capace di fare nulla. Perde la
concentrazione dopo pochi minuti. Perde l’entusiasmo. Non vede
nelle cose nessuna necessità, bellezza. Non vede niente. Sara, peraltro, gli ha urlato in faccia queste stesse cose, più o meno negli
stessi toni usati ora da sua madre, proprio il giorno che lo ha abbandonato. Però le ha sempre pensate anche lui di se stesso. Solo
che non sa come fare a uscirne. Non può. È solo stupido. Con un
cervello che funziona poco. Senza attitudine a niente. Gli manca la
voglia perché gli mancano le capacità. E poi non gli piace nessuno.
Per lui sono tutti antipatici o pieni di difetti. Quante volte sua madre glielo ha detto.
Daniel mette in moto. È tornato a Tortona perché a Genova si è
sentito improvvisamente solo – a volte gli succede. Adesso lo rimpiange. Avrebbe dovuto starsene dov’era. Solo che doveva anche
risolvere la faccenda della laurea falsa. È logico che lo prenderanno
prima o poi. Che qualcuno indagherà. Che lo accuseranno di falso
ideologico e materiale e di esercizio abusivo di professione se si
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
metterà a lavorare nello studio legale dove sua madre e suo padre e
suo fratello lo vogliono imprigionare per il resto della sua vita.
Comincia a piangere lacrime calde. È scosso. Ha molto caldo. Fuori la temperatura è primaverile, ma in macchina fa un caldo infernale. Il cielo chiaro è attraversato da qualche riga di nuvola. Daniel
ingrana la marcia e esce dal vialetto ai cinquanta all’ora. Inchioda
dall’imbocco della strada di Viale Vittorio Veneto sollevando nuvole di polvere e prende a sinistra verso Sarezzano. Ricorda che le
lacrime gli offuscano la vista. Gli appare tutto dai contorni sfocati,
come un sogno o un ricordo, come tutto all’interno della nuvola di
polvere che ha appena sollevato con i pneumatici dell’automobile
frenando all’imbocco del vialetto. Innesta la prima e pesta
l’acceleratore ripensando a sua madre che gli grida malnato, disgraziato, rovina della mia vita. Ripensa a Sara. Sara. Sara. Lei che gli
dice stupido. Senza cervello. Depresso. Autistico. Il sole è accecante davanti a lui. La strada – una carreggiata a due corsie piuttosto stretta e con l’asfalto non in buone condizioni – si sdoppia.
Daniel macina poche decine di metri. Trentanta. Quaranta. Non
più di cinquanta metri.
Poi perde il controllo del volante.
È un istante.
Non sa come gli succeda.
Non saprebbe raccontarlo in nessun modo.
È solo qualcosa che accade.
È in mezzo alla strada e un momento dopo la Volvo con lui
dentro va giù per la scarpata della collina che costituisce quella che
a Tortona è conosciuta come la zona Castello. Mentre le ruote girano e il muso della Volvo esce di strada e finisce giù dalla scarpata, Daniel ripensa in un flash a molti anni fa, ancora al Liceo,
quando un suo compagno di scuola, ma non erano mai stati molto
amici, a quindici anni, aveva avuto un incidente con il suo cinquantino ed era rotolato giù per quella stessa scarpata rompendosi
i denti che aveva in bocca. Dopo l’incidente Daniel ricorda quel
ragazzo in giro con denti splendenti, anche se erano solo capsule in
ceramica integrale. Si chiamava Luca. Quindici anni circa più tardi
anche lui, a quanto pare, sta per rollare giù dalla stessa scarpata dove ci sono alberi di pino e ippocastani, cespugli e sassame, squarciando portiere e cofano dell’automobile, trinciandole come carne,
facendo sbullonare i pneumatici e finendo a un passo dal Liceo G.
Peano in Viale Vittorio Veneto più o meno ridotto a un ammasso
di rottami e ferraglia…
…ed è ogni volta a questo punto che Daniel si risveglia dal suo
incubo e subito ogni immagine svanisce nel non-ricordo.
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
Inizio film
Da almeno un quarto d’ora da quando sono seduti Daniel le sta
raccontando che un oggetto semplice semplice come un anello gli
fa subito venire in mente uno scarabeo, quando osserva un vagone
ferroviario, invece, gli viene da pensare a un cacciavite a stella e
ogni volta che guarda la sabbia della spiaggia, dopo qualche istante,
chissà per quale ragione misteriosa, gli si forma nella mente
l’immagine di una pianta di cardo. Mentre le racconta queste cose,
la donna che sostiene di essere sua madre non sembra credergli
troppo. Lo guarda da dietro le lenti scure degli occhiali da sole e
perciò Daniel non può essere sicuro di quel che la attraversa, ma
da come arriccia un angolo della bocca pensa proprio che quella
donna non gli creda. Magari invece significa soltanto che si è stancata di sentirlo parlare e questo forse lo indispettisce anche di più.
Quasi deve lottare con se stesso per trattenersi dal dirle che se si
concentra sui suoi occhiali con le lenti grandi e quadrate a Daniel
viene subito in mente un gatto squartato e che se si concentra sulla
sua figura intera, invece, per quanto faccia venire i brividi, a Daniel
subito si forma l’immagine di una strega in un libro di fiabe.
Sono le quattro del pomeriggio di un giovedì. Daniel e la donna
si trovano in Piazza Delle Erbe. Genova. Sul tavolino che occupano ci sono un bicchiere di vino rosso e uno di spumante e da qualche minuto sono arrivati anche piattini di olive nere, pistacchi,
nocciole tostate e patatine. Non è la prima volta che Daniel e la
donna si trovano a prendere un aperitivo in quella piazza. Di solito, quando lei viene a fargli visita, evitano il ristorante che espone il
menù su un espositore d’ardesia e invece vanno alla trattoria accanto, ma questa volta hanno scelto la birreria di rimpetto al ristorante che espone il menù e hanno fatto male perché l’aperitivo più
buono è quello della trattoria accanto. Nonostante la donna non
smetta di arricciare l’angolo della bocca, Daniel continua a raccontarle che quando vede un fazzoletto pensa a un giglio, quando
vede una bandiera pensa a un candelabro e quando vede un mappamondo a un galeone.
“Vedo una cosa e subito, chiara e nitida, nella mia mente appare
l’immagine di un’altra cosa. E mi succede regolarmente. Ogni volta che
vedo un ponte penso a un uovo. Ogni volta che vedo una rosa penso a una vela. Ogni volta. Non è curioso?”.
La donna gli dice di abbassare il tono di voce perché i tavoli sono
messi vicini e le persone intorno stanno cominciando con le occhiate. Daniel allora le racconta che nelle ultime due settimane ha
mangiato spesso fuori a ristorante e ha notato che i tavoli sono
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
messi sempre troppo vicini e che non si può chiacchierare mai
troppo liberamente. Anzi gli è capitato di accorgersi che qualche
volta mentre lui parlava di ospedali, medicinali, polli lessi, carote e
zucchine le persone sedute al tavolo vicino cominciavano a parlare
di stetoscopi, camici bianchi, tacchini allo spiedo, cavoli e patate.
Se lui parlava di film, fotografie, fidanzate, amici, le persone sedute
vicino a lui si mettevano a discorrere di divanetti, paparazzi, cuscini, materassi e automobili. Non che questa cosa sia capitata troppo
di sovente nelle ultime due settimane visto che Daniel ha trascorso
la maggior parte del tempo da solo senza parlare con nessuno.
Detto questo riprende a raccontarle di pensare alla pelle di un orso
non appena ferma lo sguardo su un tuorlo d’uovo o a una scatola
di fiammiferi se osserva uno spillo o a …
Prima che Daniel possa proseguire, la donna che sostiene di essere sua madre si affretta a tirare fuori dalla borsa di coccodrillo una
busta. La appoggia sul tavolo trovando uno spazio tra i piattini.
Sulla busta con un pennarello nero c’è scritto: X DANIEL. Daniel
adesso è in silenzio. Esamina la busta brevemente, poi la prende e
subito percepisce al tatto qualcosa di rigido. Squarcia la zip adesiva.
Dentro trova un foglio di carta e un dvd nella sua custodia. Su
quest’ultima su un’etichetta bianca c’è una scritta a penna a sfera
blu: FILM DI DANIEL.
Daniel alza lo sguardo sulla donna.
“Questo cos’è?” chiede.
“È stata un’idea mia” dice la donna e apre le labbra in un sorriso.
I denti sono gialli più o meno come i polpastrelli delle dita.
“L’ho letto su Internet e prima di realizzare il dvd ho parlato con
i medici. Col Professor Carloni. Col Professor Penza. Loro hanno
allargato le braccia e hanno risposto che senz’altro si poteva fare. È
un’idea che viene dagli Stati Uniti d’America. Di solito si usa per le
persone malate d’Alzheimer o di senilità precoce. Però credo possa
fare anche al caso tuo”
La donna si arresta e per un momento sembra scrutarlo da dietro
le lenti grandi e quadrate dei suoi occhiali da sole. Dall’espressione
del viso, Daniel non sembra però aver fatto caso più che tanto a
quel che la donna gli ha appena detto.
“Il dvd – prosegue allora lei – contiene un filmato dove vengono
mostrate fotografie e spezzoni di videoriprese accompagnate dalla
colonna sonora della tua musica preferita. Dura novanta minuti.
Lo scopo delle fotografie, degli spezzoni di video e della musica è
raccontarti chi eri prima dell’incidente. Gli amici. I fidanzamenti.
La volta che siamo stati sulle Dolomiti e quella di quando siamo
stati in Marocco. Tutto quanto. O almeno un bel po’ di roba. Spero proprio che funzioni perché, credimi, Daniel, è stato un lavoraccio. Ho dovuto tirare fuori dodici album di fotografie. Ho
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
riempito quattro cd con le foto che abbiamo scaricato sul computer. Nove videocassette di riprese amatoriali. Mi sono vista ogni
singolo fotogramma. Ho sfogliato ogni singolo album. Ho fatto
scorrere col mouse ogni singola foto al computer. Ho passato
un’intera giornata solo a mettere etichette sui cd e sulle videocassette e a rinominare i file sul computer. Volevo che tutto fosse
preciso il più possibile. Poi ho messo questo materiale dentro uno
scatolone e l’ho inviato con una raccomandata a un ragazzo che di
mestiere fa il montatore.
Abita ad Arezzo. Si chiama Roberto. L’ho contattato grazie a
un’amica. Il curriculum mi è sembrato adattissimo. Laureato in
Scienze delle Comunicazioni. Un paio di master sugli effetti speciali. Ha realizzato videoclip per band musicali. La cosa più importante che ha fatto credo sia stata l’aiuto regista in un documentario. La cosa che, però, sa fare bene bene sono i film sui matrimoni. Ha realizzato quattordici filmati sui matrimoni. Lui si vergogna ad ammetterlo perché questa non era certamente la sua massima aspirazione quando dodici anni fa – adesso ha trentasette anni
– ha cominciato col suo mestiere. Comunque si è detto subito disponibile non appena l’ho contattato. Anzi adesso che ci penso
devo ricordarmi di sollecitarlo a restituire il materiale che gli ho inviato. Non l’ha ancora fatto e devono essere già passati almeno
due mesi. Pensa che io, invece, a lavoro finito, gli ho versato immediatamente il bonifico di diecimila euro”.
“Questo dvd è costato diecimila euro?” chiede Daniel.
“Sì” risponde la donna.
Arriccia l’angolo della bocca.
A Daniel viene subito da pensare che forse non le è piaciuta
l’enfatizzazione che lui ha fatto di quest’ultimo aspetto. Forse, però, ha soltanto paura che Daniel riattacchi a parlare senza fermarsi.
“Se non altro spero che questo ti convinca a guardare il filmato
almeno una volta al giorno, Daniel. Il dvd mi è arrivato due settimane fa. L’uomo che lo ha preparato lo aveva già pronto da tre
settimane, ma come ha avuto il coraggio di spiegarmi non ha potuto inviarmelo subito a causa di pressanti impegni di lavoro. Quando
mi è arrivato il dvd, per circa due settimane ho provato vergogna a
dartelo. Ho sperato che la memoria potesse tornarti da sola. Visto
che però questo non è ancora successo, mi sono decisa. Daniel,
questo dvd devi vederlo come una specie di medicina amara che
non puoi assolutamente rinunciare a inghiottire”.
“Se è costato quella cifra, immagino sarà un capolavoro”.
Lo donna che dal 29 aprile sostiene di essere la madre di Daniel
di sporge un poco verso di lui. Forse ha esagerato troppo con il
rossetto e indossa una collana con le pietre troppo grosse. Ha le
rughe attorno agli occhi e le sopracciglia bianche e folte. Questo
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
particolare contrasta con i capelli color rame e con la sensazione di
cura generale del suo aspetto. La donna ha sessantaquattro anni.
Arriccia l’angolo della bocca.
“Nel suo genere lo è”.
Prende il bicchiere di spumante.
Beve un sorso.
“Adesso vorrei parlare del foglio di carta che hai tirato fuori dalla
busta” dice.
Torna al menù principale
Daniel posa il dvd e prende il foglio. È un foglio di carta A4. Liscio. Su una facciata scritto in alfabeto maiuscolo con un pennarello nero – lo stesso pennarello che con ogni probabilità la donna
deve avere usato per la scritta sulla busta X DANIEL– c’è una lista
numerata. La lista si ferma a 9. In cima alla lista c’è scritto COSE DA
FARE NELLE PROSSIME SETTIMANE. Daniel la scorre velocemente.
Poi alza lo sguardo.
“Un bel programmino” dice.
“Cominceremo tra due settimane. La data è già fissata. Giovedì
28 luglio. Parlo del lavoro, naturalmente. Per il resto, sarà tutto più
elastico. Ad esempio pensavo che potresti incontrare Sara il 29, ma
se ti senti abbastanza pronto, possiamo anche anticipare. Per
quanto mi riguarda possiamo anche fare domattina. Molto probabilmente presto sarà Sara a venirti a cercare. Considera che è da
quando hai avuto l’incidente che non ti ha più visto. Non poteva
sopportare l’idea di vederti in quelle condizioni all’ospedale e ancora oggi non può sopportare che tu possa non riconoscerla. Eppure
sono sicura che non resisterà e, come ho già detto, prima o poi,
verrà a cercarti. Diversa è la faccenda per la cena al circolo, invece.
Quella non possiamo proprio spostarla. Però al circolo puoi andarci quando ti pare. Ricordati che le mazze e le palline le hai
nell’armadio della tua stanza. Poi non stare piantato qui. Viaggia.
Stacci più a lungo nella casa di Nizza. Gira. Vai per negozi. Imbocca strade. Ti hanno già chiamato i tuoi amici?”
“Mi ha chiamato Stefano. È venuto a trovarmi Luca”
“Quando ti ha chiamato Stefano?”
Daniel sta per dire: “Non ricordo con precisione”.
Invece risponde: “Sette giorni fa”
“Vi siete accordati per vedervi?”
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
“Eravamo entrambi molto imbarazzati. Io non ricordavo assolutamente niente di lui e lui deve essersi sentito mezzo cretino a dirmi tutti quei ti ricordi ti ricordi”
“Quanto siete stati al telefono?”
“Cinque minuti”
La donna lascia cadere un silenzio. Attorno affiora il brusio della
piazza anche se a quell’ora del pomeriggio non ancora troppo occupata.
“Daniel, rompi il ghiaccio. Prima o poi lo devi fare”
“Ancora non mi sento abbastanza pronto”
Considerato che, se la donna che ha davanti non gli fosse rimasta
vicino giorno e notte per almeno una settimana dopo che si è risvegliato dal coma – e, a dirla tutta, qualche giorno più tardi dal
suo risveglio, l’uomo che sostiene di essere suo padre gli ha raccontato che quella donna che lui adesso non riesce più a riconoscere è rimasta nella sua stanza d’ospedale quasi ininterrottamente per
tutti i ventisei giorni che Daniel è restato sospeso tra la vita e la
morte – e non avesse fatto altro che comportarsi come una madre,
abbracciandolo, stringendolo, piangendo, trattandolo esattamente
come una madre tratterebbe un figlio, lui, ancora oggi, dopo quasi
tre mesi – lo stato d’incoscienza lo ha colto il 4 aprile, il 29 si è risvegliato e oggi è il 21 luglio – non saprebbe riconoscerla come sua
madre, bene, considerato questo, l’espressione che ha appena usato, l’espressione “ancora non mi sento abbastanza pronto”, più che
verissima suona decisamente beffarda.
“Non voglio metterti fretta – dice allora la donna – Per me è un
miracolo averti ancora qui. Però non dobbiamo perdere più tempo. Abbiamo aspettato per darti modo di riprenderti, ma adesso
dobbiamo cominciare a pensare al tuo futuro. Dobbiamo fare in
modo che la tua vita torni a essere quella di prima”.
La mandibola della donna si indurisce.
“Hai un incarico importante che devi tornare a onorare nella ditta
di tuo padre – prosegue – Hai amici importanti che devi tornare a
frequentare. Hai un posto nella società civile che ti aspetta. Poi c’è
Sara. Abbiamo evitato per miracolo che finissi molto male, adesso
con la volontà riusciremo ad evitare di farti buttare via la tua vita.
Hai soltanto trentun anni, Daniel”
“Vedrò di darmi da fare di più” risponde Daniel.
“Bene” dice la donna. “Bene”
Poi manda giù in un sorso tutto lo spumante nel bicchiere.
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
Contenuti Speciali
Daniel è stato dimesso dall’ospedale dove è rimasto in stato di
incoscienza per ventisei giorni mercoledì 6 luglio 2011. In ospedale
è rimasto circa tre mesi: e alle prime fasi della cura di riabilitazione
ha risposto bene. Una volta fuori ha trascorso poco più di una settimana nella villa di Tortona con i suoi genitori e poi, senza smettere di frequentare i suoi care-givers, il 16 Daniel ha deciso di spostarsi nell’appartamento di Genova in Via San Lorenzo e qui giovedí 21 ha avuto l’incontro con la donna che sostiene di essere sua
madre in Piazza Delle Erbe.
I primi giorni che ha trascorso nella villa di Tortona la donna ha
cercato di raccontargli, di spiegargli, di illustrargli ogni aspetto della
sua esistenza prima che lui cadesse in stato d’incoscienza – o, per
meglio dire, ha cercato di far questo in modo molto più intensivo
di quanto non avesse potuto fare quando, dopo essersi risvegliato
dal coma, Daniel era rimasto steso nel suo letto d’ospedale per la
maggior parte del tempo semiaddormentato. Ad esempio, Daniel e
la donna hanno trascorso un pomeriggio intero a esaminare le mura, gli scaffali e gli armadi della sua stanza. Come lei gli andava ripetendo ci possono essere una quantità impressionante di oggetti
che forniscono la rappresentazione dell’identità di una persona
nella stanza dove ha trascorso i suoi primi venti, venticinque anni
di vita.
“In realtà, a fare i conti, hai trascorso qui soltanto ventidue anni.
Infatti hai vissuto a Genova cinque anni. Quattro anni per prenderti la laurea in giurisprudenza. Dai diciannove ai ventiquattro. Il
quinto anno per completare il tirocinio come patrocinatore legale
presso lo studio di un avvocato in Via XX Settembre: l’avvocato
Orsini. Tra l’altro, lui è stato particolarmente presente durante il
tuo ricovero in ospedale. È stato tra quelli che ci ha telefonato più
spesso per sapere quali fossero le tue condizioni scusandosi ogni
volta di non essere potuto venire a trovarti di persona. Ci ha inviato anche una cesta con vini e formaggi quando ha saputo del
tuo risveglio. A questo proposito, Daniel, mi aspetto che tu vada a
trovarlo molto presto, anche se non ricordi ancora nulla di lui.
Chissà che questo non possa aiutarti …” ha aggiunto la donna che
sostiene di essere sua madre piuttosto pleonasticamente visto che
ogni cosa allo stato attuale avrebbe potuto aiutare Daniel a ritrovare
se stesso.
Poi la donna ha proseguito: “Il sesto e il settimo anno li hai passati praticamente senza sosta a Nizza. Studiavi per l’esame di avvocato, che ovviamente la prima volta hai dato a Genova. Tu avresti
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
già voluto cominciare a inserirti nel mondo del lavoro subito dopo
la laurea, ma è stato tuo padre a temporeggiare. Preferiva presentare ai suoi dipendenti un figlio avvocato che soltanto laureato. Hai
dato l’esame due volte. Quando la prima volta non l’hai passato,
ah!, sembrava quasi fossi caduto dal quarto piano di un palazzo!
Invece quando lo hai superato – a Reggio Calabria – sembrava che
fossi appena uscito con le analisi del sangue senza intoppi. D’altra
parte sei della Vergine. Freddo. Razionale. Se le cose vanno male è
una catastrofe e se invece vanno bene è come se tutto rientrasse
semplicemente nei tuoi calcoli. A vent’otto anni hai cominciato a
lavorare nell’ufficio legale di una delle ditte del gruppo aziendale di
tuo padre. Così hai ripreso ad abitare qui in attesa di trovare una
sistemazione migliore. Stavi per deciderti a comprare casa, quando
hai cominciato a mettere piede nell’Ufficio di Presidenza. Ormai ti
sentivi avviato a una carriera sicura. Ed era così. Tuo padre mi diceva sempre che entro maggio avrebbero dovuto richiedere a quelli
dell’Ufficio Qualità di revisionare il modulo dell’organigramma
aziendale. Invece, come sappiamo, è arrivato l’incidente. Se recuperi in fretta, però, non vedo perché questo non dovrebbe succedere lo stesso. Ecco qua – ha detto all’improvviso la donna alzando un braccio e indicando qualcosa – Vedi lì sul muro? Nella cornicetta di legno c’è l’attestato di laurea. Nella cornice dorata, invece, c’è quello di avvocatura. Sono gli originali. Una volta ottenuti ti
sei inserito nella azienda di tuo padre. Perciò, non ti sono mai serviti come documenti da presentare a qualche concorso e hai deciso
di metterli in una cornice e appenderli. Inizialmente avevi appeso
gli originali nell’appartamento di Genova, ma ricordo di aver insistito tanto per averli qui in casa con noi che me li hai consegnati
sostituendo quelli che tenevi nell’appartamento di Genova con
delle copie simili a quelle che tieni in bella mostra nel tuo ufficio in
ditta. Avrei sempre voluto appenderli in salotto assieme agli attestati di tuo fratello Gabriele, ma tu hai sempre preferito di no. Dicevi che non volevi essere esposto come un trofeo di famiglia.
Forse, però, potrei ottenere il tuo consenso adesso, che cosa dici?”
Daniel ha risposto: “Per me al momento non fa nessuna differenza”
“Eh già” ha sospirato la donna.
Poi dopo un momento di silenzio ha fatto un gesto ampio con un
braccio e ha detto: ”Così, insomma, questa è la tua stanza”.
E dopo una pausa: “Ti ricorda qualcosa?” ha aggiunto.
Daniel ha osservato la stanza. Trenta metri quadrati. Mosaici
settecenteschi sul pavimento. Un tappeto scendiletto di Snoopy in
spugna bianca ai piedi di un letto a due piazze. Poster dentro cornicette di metallo alle pareti. Mostravano palme, mare trasparente,
strisce di sabbia bianca, cielo azzurrissimo. Su un angolo una scri-
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
vania in legno di ciliegio con la superficie specchiata. Sulla parete a
est accanto a un armadio una libreria dove stavano, uno dietro
l’altro, libri rilegati in pelle. Dalla finestra ampia davanti alla libreria
il sole batteva sulle coste e sulle copertine.
“Purtroppo non ancora” ha risposto Daniel.
“Succederà – ha detto allora la donna che sostiene di essere sua
madre – Succederà”
La donna si è avvicinta agli scaffali della libreria.
“A ventidue anni hai cominciato a leggere romanzi – ha detto –
All’inizio tuo padre era contrario. I suoi dipendenti parlano soltanto di mogli, automobili, calcio e lavoro. Qualsiasi altro argomento è considerato una distrazione e le distrazioni non sono viste
di buon occhio, e specialmente se si tratta di qualsiasi cosa che anche solo ci assomigli, alla letteratura. Io, però, l’ho convinto che, in
fondo, non ci sarebbe stato nulla di male. Non che né lui né tantomeno io ti avremmo mai impedito di fare qualunque cosa avessi
in mente di fare. Però tuo padre avrebbe potuto far trapelare il suo
disappunto in vari modi. Ad esempio attraverso allusioni. Tuo padre non sarebbe chi sarebbe se non fosse bravo in cose come queste. Comunque, a ventidue anni, avevi fatto l’abbonamento al Club
Degli Editori. La cosa curiosa è che, anche se abitavi a Genova
ormai da tre anni, nella cartolina d’iscrizione avevi messo il domicilio della casa qui a Tortona. Così, ogni volta che arrivava il Libro
Del Mese, mi toccava spedirtelo con una raccomandata. Non l’ho
fatto sempre, però. Ho smesso quando ti sei trasferito a Nizza. Per
questa ragione una parte dei romanzi si trovano qui in questa libreria e dirò che è stata una fortuna quando tre anni fa sei tornato ad
abitare qui a Tortona e hai disdetto l’iscrizione, altrimenti adesso
avresti la stanza sommersa dai Libri Del Mese del Club Degli
Editori. Eccoli in ordine d’arrivo – ha detto la donna e ha cominciato a passare il dito sulle coste dei libri rilegati in pelle e a elencarli – C’è Clive Cussler. C’è John Le Carré. C’è John Grisham.
Nicholas Sparks. Ken Follet. Stephen King. Jack Higgins… Ti dicono qualcosa?” ha voluto sapere interrompendosi.
“Mi dispiace ma questi nomi non rappresentano nulla per me”
“Linda Howard… Judith Krantz… Michael Connelly… Sei sicuro?”
“Mm mm”
La donna che sostiene di essere sua madre si è allora spostata
presso il letto a due piazze e si è piegata a prendere qualcosa sotto
il letto. Era un cassone di legno scuro.
“In questo cassone… uff!, che fatica!... ho messo i dvd che hai
comperato nel corso degli anni. Ce ne sono altri anche a Nizza e a
Genova. Qui però ho raggruppato la maggiorparte”.
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
La donna ha mandato un altro sbuffo e si è portata una mano
dietro la schiena.
Poi si è piegata di nuovo e ha aperto il baule di ciliegio oblungo
che aveva trascinato da sotto il letto.
Dentro c’era una quantità sterminata di dvd.
“Qui dentro ci sono duecentosessantuno dvd – ha detto mentre
si raddrizzava di nuovo di nuovo toccandosi lo stesso punto dietro
la schiena – Sono sicura di ricordare che ti piaceva moltissimo una
giovane attrice francese di nome Audrey Tautou. Ti piaceva Uma
Thurman. Ti piaceva Michelle Pfeiffer. Cameron Diaz. Sean Connery. Mickey Rourke. Sylvester Stallone. DeNiro… Ti ricordano
qualcosa questi nomi?”
“Sì, qualcosa mi ricordano”
“Che cosa?” ha voluto sapere la donna.
“Mi ricordano alcuni film. Kill Bill. Rambo. Moby Dick. Quei
Bravi Ragazzi.”
“Che cosa ti ricordano più esattamente?”
Daniel è rimasto in silenzio per qualche momento.
Poi ha detto: “Per adesso ricordo solo i film. Le trame. Saprei
raccontarli”
“Non ricordi dove li hai visti o con chi li hai visti?”
Daniel è rimasto in silenzio ancora per qualche altro momento.
Poi ha scosso la testa.
“No” ha detto.
“In ogni caso puoi guardare questi film per vedere se ti succede
qualcosa. In quel mobile – e ha indicato un mobile in legno massiccio di rovere come l’armadio che si trovava sull’angolo di muro
opposto vicino a un tirassegno circolare con quattro o cinque freccette piantate sopra – C’è un televisore al plasma. Basta che tiri
l’anta scorrevole. C’è anche un lettore dvd”
La donna si è poi spostata presso la scrivania della stanza.
“Qui, come vedi, ho messo il tuo laptop portatile – ha detto la
donna che sostiene di essere sua madre indicandoglielo – Tu non
sei mai stato il tipo appassionato di computer. Niente Twitter. Facebook. Niente MySpace. Niente Skype. Nessun blog. Dicevi che
fossero tutte perdite di tempo e che non fossero sicure. Ironizzavi
spesso sul dettaglio che la connessione Internet si chiama Adsl.
Dicevi che assomiglia al nome della malattia. Io tutte queste cose le
so ora che mi sono fatta quel poco di cultura trafficando con i
computer, Internet, il programma di fotografie. Usavi poco anche
le e-mail. Avevi una casella di posta elettronica, ma immagino che
tu abbia dimenticato la password. Poi c’è la casella di posta elettronica in ufficio. Sul desktop comunque c’è un documento di Excel
dove puoi trovare tutti i numeri che ti servono. Ho anche stampato il documento – ha detto la donna e ha preso tre fogli A4 dal
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
piano della scrivania vicino all’abat-jour e curiosamente una palla da
baseball – Vedi? – e ha fatto scorrere un dito con l’unghia smaltata
di rosso sul foglio – Sono in ordine alfabetico. Gabriele:
3476879345. Mamma: 3396456779. Papà: 3356879890. Sara:
3338988487. Forse è bizzarro, ma ho deciso di organizzare questa
tabella con una colonna per i nomi, una per i numeri e una per il
ruolo che ciascuna persona ha avuto nella tua vita prima che perdessi la memoria. Così ad esempio qui hai: Stefano 3356042168
Amico. Qui invece hai Ottavio 3476930123 Amico. Qui Stefania
3406787456 Ex-morosa. Qui Enrico 3465678345 Ex compagno
del liceo. Ho segnato soltanto i nomi che mi è sembrato di ricordare fossero i più importanti per te (anche se forse sono stati soltanto
i più ricorrenti) e comunque ci sono qui sopra sessantuno persone
che puoi contattare. La maggior parte di queste persone, peraltro,
ti è stata vicina nei ventisei giorni che hai trascorso a letto in ospedale – qui la donna ha evitato di usare parole precise – Anzi guarda, prima che mi dimentichi: la vedi questa palla da baseball qui
sopra?” ha detto la donna.
“In effetti, l’ho notata dall’inizio” ha detto Daniel, senza aggiungere che si era anche domandato che cosa c’entrasse col resto.
“L’ho messa qui io – ha risposto la donna – Me l’ha data Luca.
Mi ha detto di fartela avere in qualche modo. Luca voleva che te la
mettessi sotto il cuscino o che te la facessi stringere con una mano
perché, mentre eri a letto, hai conservato questo riflesso, ma io
non l’ho fatto. Invece, l’ho messa qui. Luca è stato per un po’ tuo
compagno di viaggio negli Stati Uniti. Ti è venuto a trovare per
quindici giorni e avete girato insieme. Mi ha spiegato che questa
palla da baseball per voi ha un significato” ha detto la donna.
Daniel ha preso in mano la palla ma non ha provato nulla.
“Ho fatto un viaggio negli Stati Uniti?”
“Sì. Ero sicura di avertelo detto…”
“Non mi sembra”
Daniel ha rimesso a posto la palla da baseball.
“Sul desktop – ha proseguito la donna – ho anche creato una cartella con file in jpg. Ci ho messo le fotografie che ti sono state
scattate in questi anni. Siamo intorno al centinaio di foto. A essere
sincera non ti è mai piaciuto troppo ess… – “NESSUNO SI
ACCORGERÀ MAI DI NIENTE! NIENTE! ” – …ere fotografato. Hai
sempre preferito fotografare. Un peccato perché, come ti accorgerai subito, vieni molto bene in fotografia. All’interno della cartella
– ha proseguito la donna cliccandoci sopra col mouse – ci sono altre
cartelle. Le ho organizzate in base alle occasioni, anche se non capisco perché continuo a dire di essere stata io a farlo, quando invece è stato tuo fratello. Non sono molto esperta nell’uso di questi
aggeggi. In ogni caso, vedi? Qui la vacanza a Nizza nel 2003. Qui
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
le f… - “NON FAI NIENTE TUTTO IL GIORNO! NIENTE!” –… oto
negli Stati Uniti nel 2006. Qui foto varie che sono state scattate a
Genova. Se non ricordo male abbiamo comprato la prima macchina fotografica digitale non più tardi del 2003. Purtroppo al momento non ho disponibili gli altri album di famiglia, ma non appena sarà possibile te li farò sfogliare”
“Come mai non li hai disponibili?” ha voluto sapere Daniel.
La donna ha distolto lo sguardo da Daniel e ha rivolto lo sguardo
su un punto della superficie della scrivania.
“Oh – ha detto – Sei mesi fa li ho prestati a un nostro cugino e
deve ancora restituirmeli”
“Capisco” ha detto Daniel e non ha sentito nessun desiderio o
curiosità di sapere di più.
Solo circa tre settimane più tardi, in seguito all’incontro di Genova in Piazza delle Erbe, Daniel avrebbe compreso che la donna
non gli aveva detto di aver inviato gli album di fotografie a un
montatore di nome Roberto che abita ad Arezzo allo scopo di fargli preparare un filmato da novanta minuti sulla sua vita, probabilmente soprattutto perché le sarebbe suonato abbastanza patetico.
“Ecco – ha ripreso la donna – Ti chiedo di spendere magari un
po’ di tempo più tardi per osservare queste fotografie. Forse potrà
venirti in mente qualcosa – “NIENTE!” –. Guarda questa… – ha
detto la donna cliccando su un’icona – Hai la riga da una parte. I
capelli sono corti. Qui invece – e ha cliccato su un altro file ingrandendolo – Hai la riga dall’altra parte e qui – ed è passata a
un’altra foto – hai la riga in mezzo. A proposito – ha poi aggiunto
– La degenza in ospedale ti ha fatto allungare i capelli di un bel po’
e forse è meglio farli tornare alla lunghezza normale”
“Non mi sembra di star male con questa lunghezza…”
“Sì, ma…”
La donna che sostiene di essere tua madre ha arricciato un angolo
della bocca.
“Guarda – ha poi detto – Questa è Sara” e ha cliccato su
un’icona.
Daniel è rimasto silenzioso per un momento.
Poi ha detto: “È un angelo”
Senza aggiungere una parola, la donna sì è allontanata dal laptop
lasciandolo acceso sull’immagine di Sara e si è spostata vicino
all’armadio. Nella stanza di Daniel della villa di Tortona l’armadio
si alza dal pavimento per arrivare al soffitto raggiungendo
un’altezza di almeno nove metri. Ha una cappelliera. Ha una cassettiera con cinque cassetti. Nell’anta di mezzo ha uno specchio. Il
materiale è legno massiccio di rovere. Il colore è un marrone molto
scuro. Strabocca di vestiti. La donna che sostiene di essere sua madre tira un’anta.
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
“Anche se qui dentro ci sono capi prevalentemente firmati, per te
non è mai stato indispensabile vestire lussuoso. Però ti è sempre
piaciuto trasmettere un’impressione di eleganza. Camicie. Magliette
con i bottoni e il collet… - “DISONORE DELLA FAMIGLIA! SEI IL
DISONORE DELLA FAMIGLIA!” – …to. Scarpe pulite. Questa casacca sportiva – ha detto la donna tirando la seconda anta
dell’armadio e indicando una serie di soprabiti appesi alle grucce –
è il capo più fuori dalle righe che tu ti sia concesso in tutti questi
anni. Mi hai detto di averlo acquistato nello Stato dell’Indiana, la
volta che sei rimasto negli Stati Uniti per tre mesi in una scuola nel
Vermont per migliorare il tuo inglese. A proposito ti sembra di ricordare qualche parola di inglese?” ha buttato lì.
“Nemmeno una”
“Comunque è la casacca dei Red Sox una squadra di baseball
americano. L’avrai indossata due volte in tutto qui in Italia. Però
sulla bottoniera c’è una macchia di unto che, come mi hai raccontato, ti sei procur… “PEZZENTE! SEI UN PEZZENTE! VAI IN GIRO
VESTITO COME UN PEZZENTE!!” - …ato mentre mangiavi un hamburger a un rodeo in South Dakota. Quando ti facevo notare che
non indossa… - “PEZZENTE!” - …vi mai la giacca sportiva che
avevi comprato negli Stati Uniti mi assicuravi sempre che per la festa di Halloween, per andare a un rodeo, a un drive-in o quando sei
stato a Disneyland in California quella giubba la avevi indossata
anche troppo e con tanto di cappellino. Ma non ricordi proprio
niente?” ha buttato lì.
“Eh no”
“Ricordo che eri parecchio rammaricato per essere stato solo a
Disneyland nello Stato della California e di aver invece saltato
Disney World nello Stato della Florida – curiosamente la donna
cantilenava ogni volta che pronunciava “nello Stato della” come se
ripetesse una cosa che aveva sentito da altri – Non eri sempre serio. Sapevi anche essere un bambinone” ha detto.
Poi ha proseguito dicendo: “Qui – e ha tirato il primo cassetto
della cassettiera nell’armadio – Ho messo un mangianastri, un paio
di cuffie per ascoltare la musica e nastri di musica. Bobbi Womack.
Al Green. Steve Wonder. James Brown. Michael Jackson. Per te
questo mangianastri ha sempre avuto valore. Credo sia stato il
primo regalo che hai ricevuto da Sara. Credo che anche le cassette
abbiano sempre avuto valore. È sempre stato impossibile per me e
per tuo padre non avere noti i tuoi gusti in fatto di musica. Tenevi
il volume dello stereo sempre così alto! Comunque, ah, non è stato
malaccio quando, intorno ai vent’anni, hai cominciato con la musica classica – e qui la donna che ricorda a Daniel la strega di una
fiaba ha tirato il secondo cassetto – Mozart. Bach. Listz. Chopin.
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
Ho messo insieme in questo cassetto tutti i cd. Però ne troverai altri nell’appartamento di Genova. Ce ne sono anche a Nizza”
“Ecco le camicie – ha seguitato la donna tirando la terza anta
dell’armadio – Ti piacevano soprattutto le camicie con il colletto
rigido. Preferivi quel… - “CIONDOLI DA UN APPARTAMENTO
ALL’ALTRO! NON HAI UN PROGETTO PER LA GIORNATA!” – …le di
colore azzurro alle bianche. Questa camicia – e ha indicato la
quarta o la quinta camicia appesa nell’armadio – ricordo che l’avevi
imbrattata d’inchiostro non so più per quale ragione. Avrai avuto
diciannove anni. L’hai imbrattata completamente. Io ero pronta a
buttarla via, ma tu hai assolutamente preteso di pulire quella. Dovevi tenerci molto, anche se di questo non mi hai mai chiarito la
ragione. Comunque, ricordo che alla lavasecco erav… “DISGRAZIATO! DISGRAZIATO! DISGRAZIATO! ” - …eravamo diventati la barzelletta – e qui la donna ha emesso un risolino – Questo prima che camicie, pantaloni, mutande, calze e tutto quanto, a
partire da quando ti sei trasferito a Genova, hai trovato sempre il
modo di…”
“VIVI IMMERSO NELL’IMMONDIZIA!”.
Queste parole raggiungono Daniel con la forza di un boato.
Daniel deve quasi portarsi un mano a un orecchio come se quello
che ha appena sentito fosse venuto da fuori e non da dentro la sua
testa.
“ VIVI IMMERSO NELL’IMMONDIZIA!”
“…lavartele e stirartele, Daniel, da te. Nemmeno Sara ha mai alzato un dito per questo. Tuo padre mi ha sempre suggerito che tu,
senza dirlo, usassi una lavanderia e una stireria, ma io, invece, ho
continuato sempre a credere che ti facessi il bucato e ti stirassi
tutto da solo. Del resto, più di una volta, quando sono ven… “MALNATO! MALNATO! MALNATO!” – …uta in visita
nell’appartamento a Genova, ho visto con i miei occhi l’asse e il
ferro da stiro montati in cucina e i panni stesi fuori dalle finestre ad
asciugare. Una volta avevi messo i calzini a sgocciolare su Via San
Lorenzo e ho dovuto riprenderti” e qui la donna ha cacciato un
altro risolino che a Daniel più che altro è sembrato il verso di una
cornacchia.
“SEI SPORCO!”
“ CIONDOLI DA UN APPARTAMENTO ALL’ALTRO!”
…di nuovo quei boati dentro la testa.
“ CIONDOLI DA UN APPARTAMENTO ALL’ALTRO!”
“SEI SPORCO!!”
“Quando venivo a trovarti, mi sentivo completamente inutile –
ha proseguito la donna – Trovavo vestiti e biancheria pulitissimi.
Trovavo i pavimenti lustrati. I mobili laccati. Mai i piatti sporchi
impilati in cucina. La sola cosa che potevo fare con utilità era pre-
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
parare pranzi e cene visto che tanto tu quanto Sara sapevate cucinare a mala pena. Almeno prima che qualche anno fa non vi passassi qualcuna delle mie ricette”
“Scarpe!” ha esclamato la donna quando ha tirato la quarta anta
dell’armadio.
Daniel ha potuto vedere nel vano dell’armadio una fila di scarpe.
La donna che sostiene di essere sua madre gli ha subito spiegato di
essere stata lei ad aver messo le scarpe nel vano dell’armadio, naturalmente non prima di averle lavate e lucidate. Sembrava molto a
suo agio a parlare di queste cose. Appariva sciolta, sicura. Dava
poprio l’impressione che avrebbe potuto parlare per ore senza
fermarsi mai. Di solito Daniel usava sempre una scarpiera, ma
quando si è trasferito nell’appartamento a Genova, la donna raccontava, ha portato via la maggior parte delle scarpe e così dopo
due anni lei si è decis… – “HAI LE SCARPE ROVINATE!!” –… a a
togliere la scarpiera che stava nell’angolo dove adesso c’è la carta
geografica e a mettere le scarpe che erano rimaste nell’armadio del
ripostiglio in cucina assieme a quelle di suo padre. Lui non ha mai
gradito troppo tutte quelle scarpe che Daniel si comprava ogni due
mesi, ma a lei, invece, non ha mai dato nessun fastidio, visto soprattutto la cura che Daniel ci ha sempre messo nel sceglierle –
“SEI SPORCO! HAI LE SCARPE ROVINATE!”. La donna ha raccontato
a Daniel di aver sempre preferito un figlio con un debole per le
scarpe di prim’ordine piuttosto che uno di quelli che girano con
scarpe imbullettate, scalcagnate o sformate.
“Avvicinati! Toccale pure! Annusale, se vuoi!”
Forse la donna pensava che – “SEI IL DISONORE DI QUESTA
FAMIGLIA!” – toccando le scarpe o annusandole una scena della
vita di Daniel si sarebbe materializzata nei suoi ricordi –
“DISGRAZIATO!”. Invece quella volta Daniel non le ha detto, come
avrebbe fatto più tardi nella piazzetta a Genova, che la sola cosa
che gli succedeva nella testa osservando le scarpe – oltre a sentire
parole dell’intensità di un boato – era pensare a qualcos’altro. Se
Daniel si fermava a guardare una scarpa da ginnastica, gli si formava nella mente l’immagine di un luccio. Se passava con lo sguardo
a un mocassino, gli veniva in mente un pesce martello. Se posava
gli occhi su uno stivaletto, gli affiorava nitidamente l’immagine di
uno squalo. Questo gli era successo anche con le camicie e gli era
successo con il mangianastri, le cuffie e i nastri di musica. Gli succedeva in continuazione. Le immagini nella mente interferivano
con le immagini che aveva davanti agli occhi: a volte per brevissimi
momenti arrivavano persino a coprirle completamente.
“Ti senti bene, Daniel? – ha detto la donna mentre Daniel pensava a queste cose – Ti stai ricordando qualcosa?”
Daniel ha guardato la donna.
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
“Purtroppo ancora no” ha risposto.
Lingua e sottotitoli
La villa di Tortona è costruita su seimilaquattrocento metri quadrati di terreno. La casa è di due piani e arriva alle dimensioni di
circa mille metri quadrati. Si trova nella salita di Viale Vittorio Veneto. Quando l’uomo che sostiene di essere suo padre l’aveva acquistata nel 1979, la proprietà non era ancora così estesa, ma a
partire dal 1988 aveva acquistato altro terreno e dal 1992 aveva
cominciato con un’opera di bonifica e di edificazione che si era arrestata soltanto alle soglie del 2000. La casa è sembrata a Daniel in
condizioni ottime, nonostante la donna che sostiene di essere sua
madre non abbia fatto altro che indicargli le cose da mettere a posto. “La canna fumaria è storta e arrugginita” diceva. “Il parapetto
del balcone è attraversato da troppe crepe” diceva. “Quell’altana
lassù è da cambiare”. “Lo stoino è sporco”. “Questi conci sono
troppo malandati”. “L’angolo del marcapiano è da riverniciare” diceva.
Nella settimana che Daniel è rimasto nella villa delle persone che
sostengono di essere i suoi genitori subito dopo essere uscito
dall’ospedale, la donna che sostiene di essere sua madre gli ha fatto
visitare ogni angolo della casa: le quattro camere da letto (la camera
da letto degli ospiti era stata occupata da Sara per sei mesi, quando
a diciotto anni Daniel aveva preso la decisione fantascientifica di
sposarla), i due gabinetti, lo sgabuzzino enorme, lo spogliatoio (che
due anni fa ha smesso di essere palestra perché la donna aveva preso la decisione di far togliere gli attrezzi), la cucina enorme, la sala
da pranzo, il soggiorno, lo studio di suo padre e soprattutto la soffitta. L’uomo e la donna che sostengo di essere i suoi genitori sono
andati avanti giorni nel tentativo di far recuperare a Daniel qualche
ricordo. Naturalmente, era la donna a occuparsene di più. Per lo
più, tirava fuori un oggetto, lo metteva sotto il naso del figlio e
aspettava qualche reazione. Ogni volta, però, Daniel si limitava a
scuotere il capo e a dichiarare di non ricordarsi nulla.
Come è accaduto il giorno che lui e la donna sono saliti nella soffitta di casa.
“Guarda – ha detto spostandosi vicino a un muro di scatoloni –
In questi scatoloni ho messo i quaderni dove scrivevi i temi di italiano. Però ci sono anche quadernoni di geografia, di storia. Non
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
credo che troverai i quaderni di matematica, anche se nel caso di
tuo fratello ho voluto conservarli perché gli errori di calcolo che
riusciva a fare lui erano straordinari. Quel bambino riusciva a
mettere nero su bianco che due più due faceva ventisei! C’è da
spanciarsi a sfogliare quei quaderni e c’è spanciarsi ancora di più se
si pensa che sedici anni più tardi quello stesso asino di matematica
sarebbe diventato Ingegnere!”
Il primo giorno dopo essere uscito dall’ospedale, a casa delle persone che sostengono di essere i suoi genitori, proprio il giorno
prima che Daniel visitasse la soffitta accompagnato dalla donna
che sostiene di essere sua madre – “HAI UNA VAGA IDEA DELLE
TUE RESPONSABILITÀ?” –, Daniel ha cenato con l’uomo che sostiene di essere suo fratello e con sua moglie. La donna che sostiene di essere sua madre non è stata zitta un momento, ma Daniel è
comunque riuscito ad apprendere che l’uomo che sostiene di essere suo fratello e che si chiama Gabriele lavora nel gruppo
dell’uomo che sostiene di essere suo padre, ma in una ditta diversa
da quella dove Daniel ha lavorato prima dell’incidente.
Gabriele ha cominciato a lavorare per il gruppo un anno soltanto
prima di Daniel. A quanto pare, alla sola età di trentaquattro anni,
occupa nell’azienda il ruolo di Presidente. L’uomo che sostiene di
essere suo fratello gli ha spiegato che avrebbe preferito diventare
anche amministratore delegato della ditta, ma che suo padre –
l’uomo che sostiene di essere anche il padre di Daniel – non vuole
proprio che il figlio corra questo rischio. Così l’amministratore delegato della ditta continua ad essere il geometra Plazzanini, anche
se in ditta viene considerato quasi un buono a nulla.
“Forse non è poi così un male, Daniel, che certe cose non le ricordi” ha concluso l’uomo che gli è stato presentato come Gabriele.
Naturalmente, i suoi cercavano di fargli ritornare i ricordi non
soltanto portandolo in soffitta o mostrandogli gli oggetti dei luoghi
dove Daniel aveva sempre vissuto prima che gli capitasse
l’incidente, ma, ad esempio, anche attraverso il cibo. Le persone
che sostenevano di essere i suoi genitori, nonché Olga ed Emilia,
facevano trovare ogni giorno a tavola per lui piatti come fusilli con
pesto alla genovese, pasta in bianco, riso allo zafferano, farfalle con
burro, rosmarino e sugo di pomodoro, cotolette alla milanese con
patate fritte, arrosti di maiale con purè e pisellini e ancora tiramisù,
crema pasticcera, torta di mele, profiterole al cioccolato e… petite madeleines. Qualche volta Daniel pensava che tutta quella roba fosse
solo cibo per donniciole – davvero prima dell’incidente era stato
un fan della pasta in bianco? – e rimpiangeva un semplice sandwich o un hamburger – ma forse solo perché nel suo oscuro passato era stato qualche mese negli Stati Uniti. E in ogni caso niente
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
di tutto questo – ossia rimpinzarlo dei cibi che aveva sempre preferito prima di finire in stato d’incoscienza – era servito a qualcosa.
Come non è servito organizzargli una visita a sorpresa dei suoi
parenti più importanti: Nonna Maddalena chiamata in famiglia
Nonna Madda oppure Nonna Luigina, senza dimenticarsi dello
Zio Marino.
“È questo signore con i baffi e la polo bianca – ha detto la donna
che sostiene di essere sua madre – È mio fratello. Quando trentasette anni fa ho detto a tuo zio che mi sarei sposata con un uomo
che aveva come cognome il suo nome, la prima cosa che ha fatto
lui è stato spanciarsi dalle risate. Poi ha blaterato qualcosa sul fatto
che sposare un uomo che portava come cognome il suo nome significava sposare lui …”
L’uomo si è messo a ridere. Doveva avere più di cinquant’anni,
ma non ancora sessanta. Oltre alla polo bianca indossava un paio
di pantaloncini che gli arrivavano a metà gamba e un paio di scarpe
da ginnastica – e dopo qualche momento che Daniel le stava osservando hanno proiettato nella sua mente l’immagine di una coppia di lucci argentati. Daniel ha sbattuto gli occhi e l’interferenza è
svanita. L’uomo gli ha raccontato di essere appena tornato da una
partita di golf al circolo. Ha ironizzato sulle parole “golf” e
“partita” sostenendo che, in pratica, non si potesse parlare esattamente né dell’uno né dell’altra, ma di qualcosa che, al massimo, ci
assomigliava soltanto. Poi era a un passo dal mettersi a fare lo stesso discorso con la parola “circolo”, quando ha avuto l’idea di
smetterla e di passare a chiedergli perché non tornare a calcare i
prati dei campi da “golf” del “circolo” per una “partita” uno di
quei giorni.
“Purtroppo credo di non sapere nemmeno più tenere in mano
una mazza” ha risposto Daniel che non aveva la minima idea di
che cosa stesse parlando l’uomo con la polo bianca e i baffi che rispondeva al nome di Marino.
“Sono sicuro che appena tornerai a mettere piede sul campo da
golf ti ricorderai tutto quanto. Eri bravo, sai, proprio bravo …” gli
ha risposto l’uomo.
L’uomo che sostiene di essere il fratello della donna che sostiene
di essere sua madre si è messo in affari con l’uomo che sostiene di
essere suo padre cinque anni più tardi che l’uomo e la donna che
sostengono di essere i suoi genitori si sposassero. L’uomo che sostiene di essere suo zio ovvero lo “Zio Marino” (e Daniel non riusciva a non pensarlo se non nel primo modo e, se proprio si sforzava di pensarlo nel secondo, allora non riusciva a farlo se non tra
virgolette) era responsabile dell’Ufficio Mezzi nella ditta più grossa
del gruppo – la Costructa. Prima di quell’impiego aveva provato a
gestire un’officina meccanica, ma il giro d’affari alimentato
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
dall’officina aveva cominciato ad assomigliare troppo presto alla
rotellina di un monopattino – come l’uomo che amava l’ironia, ma
non aveva un talento eccezionale nel praticarla, gli aveva spiegato –
e così, d’accordo con l’uomo che sostiene di essere il padre di Daniel, prima aveva deciso di rendere l’officina una succursale di una
delle ditte che rifornivano i mezzi dell’impresa e circa un anno più
tardi l’aveva chiusa ed era passato a responsabile dell’ufficio Gestione Mezzi della ditta più importante del gruppo. Tra le altre cose
la ditta gli aveva messo a disposizione una Volvo 1600 cavalli di
cilindrata a gasolio. Lui avrebbe preferito la Mercedes 2000 cavalli
a benzina che mettono a disposizione nella ditta dove lavora
l’uomo che sostiene di essere il fratello di Daniel (quella è la ditta
con i giocattoli migliori: la Metrocemento S.c.p.a.), e però, diamine,
non poteva non dirsi contento e poi, come si dice, a caval donato
non si guarda in bocca – “specialmente poi se si tratta di milleseicento cavalli” ha aggiunto e ci ha piantato su una risata con i denti
bene in vista.
“Ti aspettiamo tutti in ufficio e ti aspettiamo anche al circolo.
Ritrova te stesso, Daniel, e torna presto tra noi” gli ha detto
l’uomo tirandogli grandi pacche sulle spalle.
I suoi denti fomavano nella mente di Daniel l’immagine minacciosa di quattro pugnali molto affilati.
Elimina sottotitoli
Nel frattempo Daniel, facendo uso del laptop nella sua stanza,
conduceva le sue ricerche personali. Per qualche ragione che non è
stato in grado di spiegarsi le sue dita scorrevano familiarmente
sulla tastiera del laptop e Daniel si sentiva a suo agio. Poteva pertanto lavorare di buona lena. Nella settimana che ha trascorso a casa delle persone che sostengono di essere i suoi genitori si è concentrato su diversi casi di amnesia. Su Internet ha trovato millequattrocento risultati e di questi ha stampato anche qualche articolo. Come, ad esempio, questo, dal titolo: Lo strano caso di Mounsieur L.M. smemorato ma con falsi ricordi. Ed ecco l’occhiello
dell’articolo: “Parigi, primo caso al mondo di ‘iperamnesia confabulatoria’,
una variante della sindrome di Korsakoff. L’uomo parla di episodi dettagliati
della sua vita. Che però non sono mai accaduti” oppure Daniel ha trovato
quest’altro articolo: Uomini senza passato. Il recente caso del pianista
smemorato, trovato su una spiaggia inglese, è degno di un film. Ma davvero si
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
può scordare la propria identità? La confusione è reale, o dietro c’è sempre un
tornaconto personale? Daniel ha inoltre stampato e letto da cima a
fondo e per più volte anche un articolo intitolato: Amnesia profonda:
lo ‘strano caso’ di Henry Gustav Molaison. Ed infine Daniel ha trovato
anche questo articolo: Monza, «Chi riconosce Giulio?»
CASO DI AMNESIA AL SAN GERARDO.
Monza - Non sa chi è. O meglio, non se lo ricorda. E l’ospedale San
Gerardo ha lanciato un appello. Una richiesta per aiutare un giovane
a ritrovare la memoria. Nel reparto di Psichiatria dell’ospedale monzese è ricoverato da alcuni giorni un giovane uomo, dell’età presunta
di 30-35 anni e di nazionalità italiana.
L’uomo, che risulta incensurato e di cui non risultano alle Forze
dell’Ordine denunce di scomparsa, è ricoverato nel nosocomio cittadino in seguito a una grave amnesia. I medici lo hanno chiamato Giulio,
perché lui ipotizza che quello potrebbe essere il suo nome.
È una persona curata, colta, presumibilmente uno sportivo, appassionato di biciclette. Dice di percorrere abitualmente la tratta Concorezzo-Cremona. Chiunque avesse informazioni utili deve rivolgersi al
reparto di Psichiatria del San Gerardo telefonando ai numeri .
Daniel provava fastidio a leggere parole come queste. Si chiedeva
se anche lui sarebbe stato destinato a diventare prima o poi un caso per i giornali – molto più, intende, di quanto la notizia del suo
incidente non lo sia già stato. Come aveva già spiegato in diverse
occasioni alla donna che sostiene di essere sua madre parlandole
delle immagini che vede formarsi dentro la sua testa ogni volta che
si concentra a osservare un oggetto, per lui era del tutto evidente di
essere affetto da qualche disturbo seguito al trauma. Forse poteva
trattarsi di una malattia mentale o di una forma di demenza e per
questo non aveva nessuna voglia di scoprirlo da un medico. Aveva
persino smesso di dirlo alla donna che sostiene di essere sua madre
che fino a quel momento, per la verità, era sembrata ignorarlo su
questo argomento.
Nel corso delle sue ricerche, relativamente agli epidosi di quelle
che lui definiva “interferenze”, Daniel ha digitato su Google anche
la parola “allucinazione” e da Wikipedia è saltato fuori quanto segue:
L’allucinazione è una falsa percezione in assenza di uno stimolo
esterno reale. È spesso definita in psicopatologia ‘percezione senza
oggetto’. Il termine deriva dal latino hallucinere o allucinere, che significa ‘vagare nella mente’ ed ha nella sua radice la particella "LUX"
(luce-illuminazione-percezione). Alternativamente si può far risalire al
greco ἁλύσκειν, (haluskein), che significa ‘scappare’, "evitare" rife-
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Marco Candida, Il ricordo di Daniel
rendosi all’interpretazione diffusa dell’allucinazione come fuga dalla
realtà. In psicopatologia le allucinazioni vengono classificate fra i disturbi della percezione e sono distinte dalle allucinosi e dalle illusioni.
“Scappare, “evitare” riferendosi all’interpretazione diffusa
dell’allucinazione come fuga dalla realtà”. Daniel ripensava ormai a
queste parole ossessivamente.
Ritorna al film
Insomma quando un mese e due giorni dalla degenza in ospedale
si siede davanti allo schermo del televisore al plasma di Genova
avendo già inserito il dvd che la donna che sostiene di essere sua
madre gli ha passato nel pomeriggio in Piazza Delle Erbe, Daniel
ha già diversi elementi per ricostruirsi un’idea della sua identità nel
mondo.
Daniel è Daniel Marino.
Daniel è nato nel 1978 a Tortona in provincia di Alessandria.
Daniel è alto 1,78.
Daniel pesa 63 chilogrammi.
Daniel ha gli occhi marroni.
Daniel ha i capelli castani.
Daniel è avvocato.
Daniel è assunto in una ditta che produce asfalto.
Daniel lavora nell’Ufficio Legale di questa ditta.
Daniel ha genitori molto ricchi.
Daniel abita nella villa dei suoi genitori.
Daniel ha un appartamento a Genova.
Daniel ha abitato a Genova cinque anni.
Daniel ha un appartamento a Nizza.
Daniel ha abitato a Nizza un anno.
Daniel parla inglese.
Daniel ha un fratello.
Daniel indossa camicie con il colletto rigido.
Daniel ascolta musica black.
Daniel ascolta musica classica.
Daniel guarda film di cassetta.
Daniel legge bestseller.
Daniel adora le scarpe.
Daniel mangia la cotoletta alla milanese.
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Daniel mangia fusilli con pesto alle genovese, fagiolini e patate.
Daniel è fidanzato con una ragazza di nome Sara.
Sara è bellissima.
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