I Nessuno spettacolo della natura impressionava

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I Nessuno spettacolo della natura impressionava
I
Nessuno spettacolo della natura impressionava
Memo più di un furibondo temporale. Proprio come
quello che si abbatté su Ascoli quel pomeriggio dell’autunno del 1941. Era sulla strada a giocare come al
solito con i suoi compagni quando il cielo s’illividí
all’improvviso e le cateratte si spalancarono sui loro
innocui passatempi. Ognuno dei ragazzi abbandonò
al loro destino tutti gli altri e schizzò verso casa. Solo
Ffonzí, che abitava troppo lontano, fuggí mettendosi
alle costole di Memo e riparando in casa sua. Dentro,
si asciugarono i capelli. Memo fu forzato dalla
mamma a cambiare la camicia. Ffonzí indossò una
maglietta dell’amico. Gli stava stretta. Ffonzí non
aveva un gran fisico, era solo un po’ più alto di Memo
giacché lo sopravanzava di un paio d’anni. E, tuttavia, colse immediatamente l’occasione per allinearsi
a Memo, sovrastarlo in punta di piedi e sfotterlo. “È
striminzita. Sei un rachitico, amico mio!” Memo non
si offese, rispose con un’alzata di spalle. Ffonzí era
quello che era. Prendere o lasciare. La mamma rovistò in un baule e tirò fuori per lui un’altra maglietta a
righe colorate. La indossò e il ghigno che aveva sfo13
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derato un attimo prima, sparí di colpo. L’indumento
gli stava largo e pendeva fino a metà coscia, le maniche gli coprivano le mani. “È una maglietta di Giorgio,” fece con l’aria di scusarsi la mamma. Memo
sentí l’impulso di rivalersi ma si trattenne perché vide
Ffonzí, a capo chino, che cincischiava con mani perplesse il bordo della maglietta troppo lunga. Sembrava sorpreso. Umiliato, anche. Memo calcolò rapidamente. “Sai, Giorgio ha tre quattro anni più di te.”
Ffonzí lo spintonò blandamente. “Amico, lo so anch’io,” fece, di nuovo baldanzoso. La mamma era
alla finestra. “Venite!” li chiamò. Un fiume d’acqua
color caffellatte aveva preso il posto della strada. La
corrente trascinava con sé le cose più disparate. Una
bicicletta, semisommersa, fluitava veloce. Ogni tanto
s’impennava e allora una ruota emergeva come a tentare una vana resistenza. Poi la bici tornava giù, si appiattiva e spariva a metà. “È la bicicletta di Lina,”
gridò Ffonzí. Memo rivide Lina, bella, sorridente e
coi capelli al vento, su quella bicicletta. Era una visione di sogno e anche la bicicletta faceva la sua figura, elegante sulle sue due ruote, l’alto sedile, il trillo gentile del campanello. “Là!” gridò qualcuno dalla
finestra di fronte. “Là! Là!” ripeté eccitata la voce.
Videro un cane che lottava con tutte le sue forze contro la corrente. Vi si trovava proprio in mezzo e d’istinto cercava di salvarsi puntando verso le case, che
costituivano l’argine di quel torrente di acqua piovana. Non ci riusciva e allora cercava di stare a galla
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battendo freneticamente le zampe. Per sua fortuna fu
risucchiato da un mulinello che andava a infrangersi
sugli alti gradini della casa del salumiere cav. Lelli. Il
bastardo si mise in salvo rampicando a fatica, sconocchiato com’era, sull’unico gradino rimasto emerso. La pioggia diminuí d’intensità fino a cessare del
tutto nel giro di un quarto d’ora. Per un tempo più
lungo, via Dalmazio Birago continuò a ruscellare copiosamente, poi riemerse il fondo duro, per nulla dilavato, della strada senza asfalto e l’acqua piovana
diminuí e prese a declinare verso le canalette predisposte per il deflusso. Su quei rivoli, di portata modesta, potevano filare tutt’al più barchette di carta.
Ffonzí sembrò deluso ma presto sobbalzò elettrizzato. “Lu Beciò! Andiamo a Sant’Emidio Rosso!” Era
quasi una tradizione che dopo temporali particolarmente violenti si andasse a vedere la piena a Sant’Emidio Rosso.
Lu Beciò era un collettore di acque piovane totalmente a vista nella parte iniziale, un vasca grande
come un campetto di calcio, dislivellato rispetto alla
strada di due metri e mezzo circa. In fondo si apriva
un condotto sotterraneo di forma rotonda che i ragazzi più coraggiosi perlustravano nelle giornate non
piovose a caccia dell’ignoto. Il condotto poteva essere perlustrato poiché era abbastanza largo. A patto di
camminare curvi e sopportare i cattivi odori. Disposti
a inciampare su qualsiasi cosa, barattoli e carogne di
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piccoli animali, per esempio. Ma non poteva essere
perlustrato se si aprivano le cateratte del cielo e il
condotto si allagava. Di certo, non in quel brutto pomeriggio. Andarono, dunque, a Lu Beciò. C’erano
molti curiosi, non solo adulti ma anche ragazzi appartenenti alle bande di Sciangai, del Prato e dei
Frati, che per l’occasione deponevano le armi. Anche
se aveva smesso di piovere, la piena non accennava a
scemare, anzi continuava a ingrossarsi. Un mistero
era per Memo dove raccogliesse tutta quell’acqua che
riusciva a incidere un percorso, a scavare un vero
letto di fiume, prima di saltare, furiosa e fracassona,
giù nella grande vasca del collettore. Allora le acque
si spandevano e rallentavano la velocità cosí che le
tante, talora sorprendenti, cose saccheggiate si mostravano per lunghi attimi agli spettatori prima di inabissarsi di nuovo per lasciarsi trasportare infine,
verso il condotto e da esso lasciarsi inghiottire. Ffonzí vide nella massa d’acqua l’ombra di un gatto che
faceva il salto nel collettore ricadendo lontano dal
filo della corrente. L’acqua reflua lo abbandonò tra i
mille detriti accumulati dalla piena mostrandolo digrignato e sbudellato. Il ragazzo provò un moto di
disgusto e rabbrividí di paura. Andrea e Maciste gridarono all’unisono: “Là! Un pallone!” “Dove?” chiese Memo. “Là! Là!” Ffonzí, riavutosi dai brutti pensieri, vide il pallone ed ebbe l’impulso di calarsi nella
vasca per prenderselo. Con un pallone tutto suo poteva organizzare tutte le partite del mondo e decidere le
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formazioni. I compagni l’avrebbero corteggiato e invidiato. La sfera era anch’essa, come il gatto, lontana
dalla corrente, ferma tra le tante cose, a volte nemmeno identificabili, che si adunavano fuori della
piena, che frattanto continuava a infilarsi rombando
nel grosso buco nero del condotto. Ffonzí cominciò
le manovre per scendere. Fu fermato dal Moro, che lo
afferrò per la collottola e lo tirò indietro senza dire
una sola parola. Ffonzí non reagí in nessun modo.
C’era poco da scherzare con il più temuto picchiatore di Sciangai. Si limitò solo a rimpiangere di aver
perso il pallone. Questo stronzo lo vuole lui, pensò.
Guardalo com’è scuro, sua madre s’è fatta ingravidare da un negro. Si rassegnò e cominciò a gironzolare
dando calci alle pietre con un’espressione cupa. Arrivò dal ponte di Porta Cappuccina un giovane, propalando ai quattro venti che la piena del fiume Tronto
era la più spettacolare che avesse mai visto in vita
sua. La folla dei curiosi abbandonò la postazione di
Sant’Emidio Rosso e si precipitò a vedere lo spettacolo del Tronto gonfio e limaccioso. Con gran sorpresa di Ffonzí anche il Moro corse via. Non rifletté
che forse il “negro” aveva voluto impedirgli di fare
una sciocchezza. Pensò solo che si presentava l’occasione sperata. La massa d’acqua s’era ridotta, lui poteva scendere, avanzare nel bacino stando accostato
al muro di destra e tentare di recuperare la sfera di
cuoio tanto agognata. Cominciò le manovre, incurante di quel che un adulto gli gridò dietro: “Dove vai,
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matto?” S’infangò subito le scarpe, s’inzaccherò i
pantaloni ma la sfera era laggiù, invitante, seducente
come una sirena. Avanzò tra la melma e le schifezze
di quell’oscena fogna a cielo aperto senza allontanarsi dal muro. L’onda color caffè dell’acqua piovana
galoppava a poca distanza da lui, andando diritta
verso il buco del condotto, e gli comunicava una minacciosa sensazione di frescura sporca. Non sentiva
le grida di richiamo, sempre più allarmate, né il fragore dell’acqua piovana che aumentava d’intensità;
non dava peso alla sensazione crescente di una umidità che gli arrivava alle ossa. Il pallone si era mosso
e galleggiava nello sporco. Ci sono, pensò Ffonzí,
che si protese in avanti, a ginocchia flesse. Un’onda
violenta mandò a sbattere il ragazzo contro il muro e
si portò via il pallone. Ffonzi, che un po’ mattocchio
lo era sul serio, gridò in pieno attacco isterico: “No!
Il pallone, no!” e si slanciò in avanti. Finí, ahilui!, nel
filo della corrente. Seguí la sorte dell’oggetto dei suoi
sogni, inghiottito dalla fogna, lasciando nello sgomento quei pochi che avevano assistito alla sua assurda iniziativa. Mezza Porta Cappuccina si radunò
incredula davanti a Lu Beciò. Per sfortuna di Ffonzí,
la piena, che era sembrata in via di esaurirsi, si era
daccapo ingrossata, per l’apporto di nuovi rivoli, e
aveva travolto il ragazzo. Gianní ed Ennio, i due capi
della banda del Prato, si calarono coraggiosamente
nella vasca e raggiunsero con cautela l’apertura del
condotto tenendosi accosto al muro, lontano dall’on18
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da che era ancora gagliarda, procedendo proprio
come aveva fatto Ffonzí. Addossato alla parete, Gianní allungò il collo e guardò dentro. L’acqua lo assaliva e continuamente gli spostava il terreno sotto i
piedi. Ennio, più discosto, al sicuro, gli teneva saldamente la mano e lo faceva sentire più tranquillo.
Gianní guardò al di sopra dell’onda. Non vide Ffonzí
ma solo la volta di quel condotto sotterraneo e, in
fondo, un’oscurità indistinta e paurosa. Tornarono
sulla strada angosciati. I più pessimisti corsero allora
al ponte immaginandosi già di vedere il corpo senza
vita di Ffonzí che galleggiava nelle acque gialle del
Tronto.
Carletto e Mariuccia stavano giocando sulla strada
davanti alla loro casa. Non pioveva più e la mamma
aveva dato il permesso. Siccome erano piccoli, la
mamma aveva aggiunto come al solito: “Non vi allontanate! Guai a voi!” C’era un andirivieni di persone. La cosa buffa per loro era che erano sempre le
stesse persone che andavano avanti e indietro. All’inizio erano passati con passo svelto e facce contente.
Poi, però, gli stessi s’erano messi a correre su e giù,
da Sant’Emidio Rosso al ponte, con facce preoccupate e chiamandosi a gran voce. “Mamma,” chiamò
Mariuccia, impressionata e prossima a mettersi a
piangere. La mamma uscí a rassicurarli. “Qui,” disse,
“giocate qui.” Li fece spostare vicino al muretto e
con un gessetto disegnò in modo approssimativo sull’asfalto umido una campana invitandoli a giocare.
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Su una sola gamba Carletto e la sorellina si misero a
zompare di casella in casella. Non lo sapevano ma
quel muretto, un po’ discosto dal passaggio consueto
di persone, biciclette e qualche rara automobile, s’innalzava proprio sopra la fogna sotterranea in cui era
sparito Ffonzí. Fogna che poteva essere sommariamente osservata chinandosi sulla grata due metri per
uno che stava proprio sotto il muretto, però sull’altro
lato. Carletto cominciò a sentire una voce. Non ci
fece caso, sulle prime, ma la voce continuava. Si fece
attento. Erano grida. Grida di un ragazzo. Più grande
di lui, ma non di un uomo. Smise di giocare e si guardò attorno. Guardò Mariuccia che, però, non mostrava di aver sentito nulla. Era un grido che veniva da
vicino, però era un grido che sembrava lontano. Più
grandicello della sorellina nonché bambino sveglio,
Carletto girò attorno al muretto e si ritrovò i piedi
sulla grata. Le gambe nude si inumidirono. Sentí un
rombo provenire dal sottosuolo. E con il rombo, sentí
infine la voce di prima. Distintamente, questa volta.
Vicinissima e carica di paura. “Aiuto! Aiuto!” gridava Ffonzí con la faccia schiacciata sulla grata.
Ci fu chi gridò al miracolo. Ffonzí, dato per morto
annegato, era seduto su una sedia che la mamma di
Carletto aveva cacciato in strada per lui. Teneva sulle
spalle una coperta leggera e beveva qualcosa di caldo
e corroborante. Ogni tanto allontanava la tazza fumante e sfogava la tensione con un lungo, probabilmente liberatorio, battere di denti. In tanti gli si erano
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radunati intorno. Volevano vederlo, toccarlo, parlargli. Gli chiedevano con sfumature di accenti che andavano dall’accorato e partecipe al semplicemente
curioso: “Ma come è successo?” “Ffonzí, che hai
combinato?” “Ffonzí, amico mio, come stai?” Qualcuno, più portato per le grandi questioni, sempre implicate nelle piccole e minime, sentenziava in faccia
al ragazzo: “Ffonzí, hai avuto culo.” Erano quelli più
pronti a dare una pacca sulle spalle per significare
sano cameratismo. Ma a significare anche un’altra
cosa: che la presa d’atto del culo di Ffonzí non li faceva diventare invidiosi del ragazzo. Memo non
aveva mai visto l’amico cosí sconvolto. Ffonzí appariva stupido e muto. “Non parla,” fece Memo. “Certo
che per non parlare lui...” si sovrappose Maciste con
gli occhi lucidi. Per superare la commozione si grattò lungamente l’ascella. “Ci guarda ma non ci vede,”
seguitò a fare la cronaca Memo. “Forse vede solo
quel buco schifoso che l’ha intrappolato,” commentò
l’adulto che aveva asportato la grata e afferrato con
vigore Ffonzí tirandolo sulla strada. Via dalla fogna.
Via da quell’incubo maleodorante. Quel pomeriggio
corto d’autunno stava finendo. L’aria diventava
scura. I curiosi sfollavano e andavano a parlare di
Ffonzí nel chiuso delle loro abitazioni o delle tante
osterie che erano nella piazzetta tra il ponte romano e
il lavatoio seicentesco. Il ragazzo fu riaccompagnato
a casa dai suoi amici e da alcuni adulti incaricati di
spiegare l’accaduto ai genitori. Andava con passo in21
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certo, indossava ancora la coperta e teneva per mano
la tazza da cui aveva bevuto la bevanda calda. Starnutiva e tossiva. Un tremito intermittente lo scuoteva.
Una o due volte, all’improvviso, la bocca si spalancò
a catturare lunghissime sorsate d’aria. Maciste era un
disco rotto. “Non parla. Non parla.” Anche Memo era
preoccupato ma, all’improvviso, si ricordò di una
cosa: “Però, gridava aiuto!” rincuorando cosí se stesso e Maciste..
Memo tornò a casa sotto un’impressione enorme.
“È stato un miracolo?” chiese al babbo e a Giorgio. Il
babbo accese l’ennesima sigaretta e scosse la testa.
“Ma no!” fece. “Se assecondi la corrente tenendo la
testa fuori, te la cavi.” Dopo un paio di tirate aggiunse: “L’acqua piovana era tanta ma nel condotto non
raggiungeva la volta. Meglio cosí. Mi sarebbe davvero dispiaciuto tanto per il tuo amico.” Memo guardò
il fratellone. Giorgio era entrato una volta nel condotto e ne era uscito all’altra estremità, all’altezza del
ponte di Porta Cappuccina. “Ogni tanto, il budello si
allarga. Per esempio, all’altezza della grata dove è
stato ritrovato Ffonzí.” “Quindi, c’è una spiegazione...” Memo sembrava rinfrancato come se l’ipotesi
del miracolo gli desse troppi pensieri. Giorgio lo intuí
e fece: “Un fascista deve trovare la spiegazione più
logica. Sempre.” Lo disse con leggerezza, dando
quasi la sensazione di volersi prendere in giro. Memo
però sapeva che il fratellone ne era convinto. La spie22
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gazione fascista è quella più logica. Sempre. Quella
notte ebbe un incubo. Sognò di trovarsi nel condotto
allagato. Stranamente l’acqua scorreva calma e il
condotto era molto ampio. Niente carogne. Nessuna
furia. Nessun rombo. Veniva trasportato dalla corrente quasi con riguardo. In posizione supina, a occhi
aperti. Comodo, come se stesse riposando nel suo
letto. Vedeva sfilare la volta della fogna, intonacata e
bianca. Nessuna minaccia apparente. Niente angoscia. Una nicchia si profilò sulla destra. Memo vi
posò lo sguardo scorgendo una figura raggomitolata.
Era un bambino magro e coi capelli lisci e neri. Assomigliava a Ffonzí. Però era più giovane, un bambino. Aveva a che fare con Polesio, lo sentiva. Era
morto, rannicchiato sotto una grata che mandava
lampi accecanti. Memo avrebbe voluto fermarsi, fare
qualcosa. Invece restava muto, dondolato dall’acqua.
L’annegato doveva aver pianto prima di morire.
Come se la morte, prima di ghermirlo, gli avesse concesso un timido rimpianto. Il solco delle lacrime rigava ancora la sua guancia. Memo lo chiamò: “Ffonzí! Ffonzí!” Chiamò l’annegato col nome dell’amico
ma era un bambino. Era tutto strano e pauroso. La
corrente lo forzava con dolcezza allontanandolo dalla
nicchia. Lo scenario cambiò improvvisamente.
Memo si ritrovò immerso nel buio. La corrente, divenuta frenetica, lo ribaltò più e più volte. S’incrociavano voci e grida di uomini affannati. Il sogno s’interruppe di colpo. Memo balzò a sedere sul letto e si
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stropicciò gli occhi. La luce del corridoio era accesa,
filtrava sotto la porta della camera. Voci scontrose salivano dal basso. Memo percepí parole e mozziconi
di frasi e riconobbe il dialetto di Polesio. Poi, udí la
voce della mamma. Si vestí in fretta e scese di sotto.
Nel largo corridoio stazionavano, parlottando tra loro
alcuni giovani di Polesio. Indossavano l’incerata e
calzavano gli stivaloni. Alcuni avevano ancora il cappuccio sulla testa. Il portone si aprí ed entrarono
Mario, lo zio giovane di Memo, e Angelo. Trasportavano una lettiga, quella stessa che Memo aveva visto
per la prima volta quando era stato ammazzato Valé 1.
L’addossarono alla parete e la lasciarono lí. Entrarono in cucina dove la mamma aveva preparato qualcosa da mangiare e da bere. I barellieri erano esausti.
Si allungarono a dormire per terra. Memo chiese a
Mario: “È stato faticoso, eh?” Mario stava seduto accanto al camino. S’era tolti gli stivali e aveva allungato i piedi sulla rola, mostrando le piante alla brace che
il babbo aveva riattizzato. “Non c’era la luna. Nevicava. Immagina.” Mario era cosí stanco che nemmeno
sottolineò l’impresa infiorettandola, come pure a volte
gli piaceva fare. Memo stava per chiedere il nome del
barellato quando sentí aprirsi il portone. Scoppiò un
putiferio di voci. Una voce prevaricava tutte le altre.
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Vedi Memo e il delitto, Robin Edizioni, 2007.
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Il nuovo venuto esigeva spiegazioni e lanciava accuse. Mario si rimise gli stivali. Si precipitarono tutti nel
corridoio. I barellieri si erano alzati e affrontavano il
nuovo arrivato. Memo riconobbe Saverio, un contadino di Vena, mezzadro di Cosmo Vitelli. Saverio era
fuori di sé. Per calmarlo Bernardo gli ripeteva: “Compare, è stata una disgrazia! Una disgrazia!” Con lui
c’era un altro contadino, grosso come un orso che, in
preda a un’emozione fortissima, si mise a dare pugni
sul muro. Bestemmiava e invocava la Madonna dell’Ascensione in un cortocircuito della devozione che
Memo non aveva mai nemmeno immaginato. I polesiani accorsero su di lui nel tentativo di bloccarlo
prima che si facesse del male. L’orso li respinse con
una zampata poderosa mandando a gambe levate un
paio di barellieri. Ritentarono l’assalto pietoso e il gigantesco contadino questa volta lasciò fare e si mise a
singhiozzare senza ritegno nascondendosi la faccia e
puntando la testa contro la parete. Provarono, senza riuscirci, ad abbracciare quella montagna di dolore. Aggrappati a lui, dispensavano parole di conforto. Dalla
cucina di fronte irruppe nel corridoio un uomo che
gridava: “Basta! Smettetela! Andate fuori!” Dietro il
padre esasperato, si affacciarono timidamente Bice e
Stanislao. La baraonda fu infine sedata con l’intervento energico del padre di Memo. Saverio uscí sbattendo il portone. Bernardo accompagnò fuori l’altro
uomo cercando sempre parole di conforto e di pace. I
polesiani si ridistesero sul pavimento. Stavano stretti
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ma qualcuno cominciava già a russare. Mario si riallungò davanti al camino. Erano tutti in attesa dei suoi
chiarimenti. Memo e Giorgio. Bice e Stanislao. Mario
spiegò: “È morto annegato un bambino. Si chiamava
Guiduccio. L’hanno trovato nelle acque del Re dei
Fossi, in località La Petrella.” “E quello che dava i
pugni al muro...?” chiese Giorgio. “Angelone? È il
padre.”
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