Untitled - Barz and Hippo

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Untitled - Barz and Hippo
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scheda tecnica
durata:
165 MINUTI
nazionalità:
USA, AUSTRALIA
anno:
2008
titolo originale:
AUSTRALIA
regia:
BAZ LUHRMANN
soggetto:
BAZ LUHRMANN
sceneggiatura:
BAZ LUHRMANN, STUART BEATTIE
fotografia:
MANDY WALKER
montaggio:
DODY DORN, MICHAEL MCCUSKER
scenografia:
CATHERINE MARTIN
costumi:
CATHERINE MARTIN
musiche:
DAVID HIRSCHFELDER
effetti:
ANIMAL LOGIC, DIGITAL PICTURES ILOURA, FUEL
INTERNATIONAL,
produzione:
RISING SUN PICTURES
BAZ LUHRMANN, CATHERINE KNAPMAN, G. MAC BROWN E
CATHERINE MARTIN PER BAZMARK FILMS, TWENTIETH
CENTURY-FOX FILM CORPORATION
interpreti: NICOLE KIDMAN (LADY SARAH ASHLEY), HUGH JACKMAN (MANDRIANO),
DAVID
WENHAM (NEIL FLETCHER), BRYAN BROWN (KING CARNEY), JACK THOMPSON
(KIPLING FLYNN),
BEN MENDELSOHN (DUTTON), ESSIE DAVIS (KATHERINE), DAVID
GULPILIL (KING GEORGE), BRANDON WALTERS (NULLAH).
la parola ai protagonisti
Intervista a Baz Luhrmann, Nicole Kidman e Hugh Jackman
Sig. Luhrmann, Australia è stato soprannominato il "Via col vento" australiano, che ne pensa di questo
paragone?
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B. L. : Ho iniziato ad amare il cinema grazie a mio padre che proiettava film di vario genere. Tra questi quelli
che attiravano persone di ogni età erano proprio quelli come "Via col vento". Spero proprio che sia così,
quindi, perché era effettivamente quello che avevo in mente.
Signor Luhrmann, perché ha usato la canzone "Over the Rainbow" del Mago di Oz?
B. L. : Questo tema musicale è legato al personaggio di Lady Ashley. Tutto il film è trascinato dai suoi
sentimenti che richiamano la celebre Dorothy. Anche Lady Sarah compie un lungo viaggio in una terra
lontana e piena di misteri, incontra personaggi bizzarri, si rende protagonista di un grande cambiamento
emotivo e ambientale.
E' vero che Australia è il primo film di una futura trilogia?
B. L. : Dopo il successo di "Moulin Rouge" parlai di una trilogia che doveva partire da un grandissimo
progetto, quello di realizzare un kolossal di "Alexander" insieme a Dino De Laurentis. Quel progetto però non
è mai decollato. Mi sono dedicato alla famiglia, allora, e quando sono nati i miei due figli ho cominciato a
pormi delle domande su quale fosse la loro terra, visto che sono nati entrambi in Australia, e anche quale
fosse il tipo di cinema che poteva coinvolgerli… Così è nato "Australia".
Cosa pensa che "Australia" possa insegnare a noi europei sul suo Paese?
B. L. : Fin dall'inizio della produzione abbiamo preso i paesaggi della nostra terra e li abbiamo usati come
una tela per dipingere un continente sconosciuto, remoto, incontaminato.
Il grande merito del film è che riesce a parlare di cose orribili come la guerra e le "generazioni rubate"...
B. L. : Era il tema che doveva fungere da cardine quando ho deciso di realizzare "Australia". Quello delle
"generazioni rubate" è un capitolo oscuro e poco conosciuto della nostra Storia. Terribile. Provate a
immaginare per esempio il presidente Obama se fosse nato a quei tempi in Australia. Sarebbe stato
strappato alla madre e portato chissà dove, gli avrebbero raccontato che i suoi genitori erano morti e gli
avrebbero anche cambiato nome. Sappiamo bene gli enormi danni creati dalla eugenetica in Europa e poi in
Australia.
C'è qualcosa che i due attori protagonisti hanno scoperto a proposito del loro Paese d'origine?
Nicole Kidman: Ho scoperto moltissime cose che ignoravo sulla cultura della popolazione aborigena, sulle
famose generazioni rubate.
Hugh Jackman: Della storia dei bambini mezzosangue che venivano portati via dalle famiglie e affidati a
comunità governative non ho saputo niente fino all'università. Al liceo non parlano di questo argomento… E'
stata questa esperienza con persone e luoghi incantevoli a farmi aprire gli occhi su certe realtà del passato.
Cos'ha significato per Hugh Jackman recitare in "Australia"?
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Hugh Jackman: Sono sempre stato un appassionato di storia. Ricordo quando arrivai per la prima volta a
Roma. Tornare qui ieri è stato per me straordinario perché in questi luoghi si ha il senso del passato, qui
ogni cosa antica viene restaurata e vissuta, vibra nuovamente anche a distanza di migliaia di anni. Girare in
Australia è stato un po' come girare nel centro storico di Roma. Anche li infatti avevamo un camion che
portava: "caffè, cafelatte e capucinno"…
Com'è stato accolto il film in Australia?
B. L. : La critica lo ha accolto tiepidamente, mentre negli Usa è andata molto meglio, ho anche ricevuto la
prima critica positiva del New York Times: per me un vero traguardo!
Il contesto storico: Fino al 1967 i diritti degli aborigeni erano disciplinati dalla legge sulla
flora e la fauna. Per 60 anni i figli di matrimoni misti vennero sistematicamente sottratti ai
genitori. Le scuse del Parlamento Australiano.
«Oggi onoriamo i popoli indigeni di questa terra, le più antiche culture ininterrotte nella storia
umana. Riflettiamo sui passati maltrattamenti. Riflettiamo in particolare sui maltrattamenti di
coloro che erano le generazioni rubate, questo capitolo vergognoso nella storia della nostra
nazione. È venuto il tempo che la nazione volti pagina nella storia d’Australia, correggendo i torti
del passato e avanzando così con fiducia nel futuro. Chiediamo scusa per le leggi e le politiche di
successivi parlamenti e governi, che hanno inflitto profondo dolore, sofferenze e perdite a questi
nostri fratelli australiani. Chiediamo scusa in modo speciale per la sottrazione di bambini
aborigeni e isolani dello stretto di Torres dalle loro famiglie, dalle loro comunità e le loro terre. Per
il dolore, le sofferenze e le ferite di queste generazioni rubate, per i loro discendenti e per le
famiglie lasciate indietro, chiediamo scusa. Alle madri e ai padri, fratelli e sorelle, per la
distruzione di famiglie e di comunità chiediamo scusa. E per le sofferenze e le umiliazioni così
inflitte su un popolo orgoglioso e una cultura orgogliosa chiediamo scusa. Noi parlamento
d’Australia rispettosamente chiediamo che queste scuse siano ricevute nello spirito in cui sono
offerte come contributo alla guarigione della nazione. Per il futuro ci sentiamo incoraggiati nel
decidere che ora può essere scritta questa nuova pagina nella storia del nostro grande
continente. Noi oggi compiamo il primo passo nel riconoscere il passato e nel rivendicare un
futuro che abbracci tutti gli australiani. Un futuro in cui questo parlamento decide che le ingiustizie
del passato non debbano accadere mai, mai più. Un futuro in cui si uniscano la determinazione di
tutti gli australiani, indigeni e non indigeni, a chiudere il divario fra di noi in aspettativa di vita,
educazione e opportunità economiche. Un futuro in cui abbracciamo la possibilità di nuove
soluzioni per problemi duraturi, dove i vecchi approcci hanno fallito. Un futuro basato su mutuo
rispetto, comune determinazione e responsabilità. Un futuro in cui tutti gli australiani, di qualsiasi
origine, siano partner veramente alla pari, con pari opportunità e con un pari ruolo nel dare forma
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al prossimo capitolo nella storia di questo grande paese, l’Australia». Queste le parole lette oggi
al Parlamento australiano dal premier laburista Kevin Rudd. Che pongono riparo, per quanto
possibile, a uno dei più clamorosi e meno citati casi di razzismo conclamato della storia moderna.
Nato per di più in una nazione che ha fama di liberale e aperta, attenta all'ambiente come alla
qualità della vita e ai diritti e alle libertà dei suoi cittadini. Benefici da cui gli abitanti originali sono
sempre e in parte continuano a essere esclusi. Per quasi 200 anni, infatti, cioè fin dal loro
sfortunato incontro con la civiltà occidentale, gli aborigeni australiani cantati da Chatwin hanno
goduto di uno status meno che umano. Fino agli Anni '70 del '900 non erano nemmeno cittadini
australiani a pieno titolo e del loro status era disciplinato dalle norme sulla flora e sulla fauna.
Logica conseguenza delle premesse: i primi coloni dichiararono la terra australe «res nullius»e
promisero taglie a chi liberava i loro nuovi possedimenti dagli aborigeni, considerati e trattati alla
stregua di animali nocivi. Ma l'episodio più clamoroso della vicenda, quello per cui il governo
australiano ha dovuto oggi porgere tardissime e ben dovute scuse, è il caso della «generazione
rubata». Grave perché andò avanti per oltre 60 anni, da un secolo all'altro, dal 1890 fino al 1967
e sottrasse arbitrariamente un numero imprecisato di bambini alle loro famiglie, sparpagliando
intere comunità per tutto il Paese. In base al principio «etico» di confinare in riserve apposite gli
aborigeni purosangue ma di avviare a una vita «civile» i figli di unioni miste, madre indigena e
padre bianco, venivano infatti metodicamente sottratti ai genitori e allevati in orfanotrofio o affidati
a famiglie bianche. Ancora oggi molti australiani di origine mista ignorano il nome dei loro veri
genitori e cercano fratelli e parenti per tutto il continente. Raramente li trovano, perché
ovviamente non ci sono documenti e ognuno di loro ha un cognome diverso. Ma, secondo le
comunità aborigene, il danno maggiore è stato fatto alla memoria collettiva, interrompendo, per
sempre, la trasmissione delle tradizioni, dei ricordi, della cultura, del lniguaggio, da una
generazione a quella successiva. Solo undici anni fa fu avviata la prima inchiesta commissionata
dal governo. In un rapporto di 600 pagine basato su lunghi colloqui con le famiglie e le vittime
della separazione, enti governativi, chiese e altri gruppi, l’inchiesta descrisse la pratica come
«genocidio» e «crimine contro l’umanità» collegandola direttamente alla disintegrazione delle
famiglie, all’abuso di alcol e droghe, alla violenza e l’angoscia che affliggono ancora oggi le
comunità aborigene. Oltre 500 persone raccontarono di essere state separate dai genitori, metà
delle quali quando avevano fra uno e cinque anni. Uno su sei ha riferito di aver subito percosse e
punizioni eccessive, uno su cinque abusi sessuali in istituti o da parte delle famiglie adottive. I
documenti ufficiali dell’epoca citati nel rapporto offrono numerosi esempi dell’evidente razzismo
delle intenzioni delle autorità. «Alla fine del 19° secolo - scrive il rapporto - si ritenne che benchè
la popolazione indigena purosangue fosse in declino, quella di discendenza mista fosse in
aumento. Il fatto che avessero sangue europeo significava che per loro vi era posto nella società
bianca, sia pure uno molto umile». Curato da un ex giudice d’Alta corte e presidente della
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Commissione diritti umani, il rapporto allegò 54 raccomandazioni, fra cui le scuse ufficiali di
autorità federali e statali per promuovere la riconciliazione, l’ istituzione di una giornata annuale di
commemorazione chiamata «Sorry Day» e risarcimenti finanziari, in gran parte mai corrisposti. In
12 anni di governo il premier conservatore John Howard si è rifiutato ripetutamente di chiedere
scusa, soprattutto per timore di esporsi a cause di risarcimento. Ora comincia un'altra epoca. Ma
il rischio è che per gli aborigeni, abbruttiti dalla civilazzone forzata o ridotti a fenomeni da
baraccone nei live show che mostrano al pubblico pagante quadretti di «vera vita aborigena» sia
ormai troppo tardi.
Recensioni
Claudio Masenza (Ciak)
L'epopea.
Sono
riuscito
a
fare
il
mio
film
perche
Nicole
Kidman
è
pazza
Per il suo Australia non nega di essersi ispirato a Via col vento e a Rossella O'Hara, anzi... Parla
il regista visionario Che qui spiega un'ossessione durata otto anni. E diventata realtà anche
grazie a un rapporto molto speciale.
A volte: bastano pochi fotogrammi per indivïduare lo stile di un Film. È il caso di una sequenza
centrale di Australia, il nuovo film dell'australiano Baz Luhrmann: un ballo elegante all'inizio degli
anni
Quaranta
doge
l'aristocratica
Nicole
Kidman
si
sta
graziosamente
annoiando.
Improvvisamente la sala si zittisce, mormora. Splendidamente fuori luogo, in cima alle scale è
apparso Hugh Jackman, il mandriano della signora, elegante e virile più di ogni gentiluomo
presente. Nicole si avvicina lentamente seguendo il perimetro del salone, appare e scompare fra
gli invitati, gli occhi persi in quelli di lui, finché i due possono congiungersi con disapprovazione di
tutti. «Ma certo» esulta Luhrmann con un entusiasmo da bambino quarantaseienne che sembra
aver giocato fino a sfinirsi. «Sono contento che abbia notato proprio questa scena. È Via col
vento, è il mio modello. L'ambientazione è diversa, ma lo spirito è quello di quando Rossella,
salendo una scala con movimento circolare, per la prima volta fissa Rhett, che la osserva con aria
sfrontata. Volevo ricreare un grande film epico, che facesse sognare sullo sfondo di vasti
paesaggi e grandi drammi. L'amore, la guerra, il razzismo sono presenti nel mio film come in Via
col vento». Australia racconta il viaggio geografico e interiore di una sofisticata signora inglese, il
cui marito è stato probabilmente ucciso, che deve trasportare verso la lontana Darwin una
mandria di 1500 capi, con il solo aiuto di un rude e leale professionista di simili imprese.
Superando trappole e tradimenti, i due e un piccolo aborigeno, sempre più simili a un'improbabile
famigliola, giungeranno a destinazione giusto in tempo per trovarsi sotto un bombardamento
giapponese.
Nell'arco di 165 minuti, li film cambia nettamente di registro, passando da note grottesche a tuoni
di guerra, con grande sfoggio di scenari maestosi e sequenze di azione che riportano alla
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memoria Il fiume rosso di Howard Hawks e La regina d'Africa di John Huston. «Oggi sarebbe
impossibile riproporre Via col vento, ma spero che attraverso la mia epopea il pubblico recuperi le
stesse classiche emozioni, che possa sia divertirsi che commuoversi. E ritrovare un po' di
speranza. Oggi ce n'è particolarmente bisogno. A modo mio, ho voluto ricordare che anche in un
mondo finito in pezzi la vita continua e che "domani è un altro giorno". Australia è un film
per tutte le età, una grande torta coperta di panna con un tocco di amaro nascosto all'interno».
Quel gusto discordante è il ricordo di una vergogna che si è perpetrata fino a poco tempo fa:
quella della cosiddetta «generazione rubata», bambini di origine aborigena, spesso frutto di
accoppiamenti con bianchi, che venivano strappati alle famiglie e rinchiusi in «campi di raccolta»
dove, con la debole motivazione di garantire loro un'adeguata protezione morale, venivano privati
della propria identità sotto la custodia dello Stato e delle missioni cattoliche e forzati ad assimilare
la cultura occidentale. Questa infamia, a lungo negata dalle autorità australiane, è durata per
oltre un secolo, fino ai primi anni Settanta. Solo il 13 febbraio 2002 il premier australiano Kevin
Rudd, si è dichiarato «spiacente» nei confronti di migliaia di bambini aborigeni vittime di una
crudele violenza.
«È la stessa eugenetica che ha causato grandi tragedie in Euroga, ma da noi ancora molti non
ne sono coscienti» dice Luhrmann. «Qualche critico australiano mi ha accusato di voler dire
troppo in un solo film, ma non sono d'accordo. Non è giusto raccontare il mio Paese
dimenticando un dato così cruciale. Ho avuto tempo per riflettere: ho cominciato a pensare ad
Australia otto anni fa, quando fu chiaro che il film che Dino De Laurentiis voleva farmi realizzare
su Alessandro Magno non si sarebbe fatto mai».
In corsa per un «epic» su Alessandro c'era anche Oliver Stone e fu lui a vincere, realizzando il più
sfortunato progetto della sua altalenante carriera. Luhrmann aveva terminato quella che ama
definire la «Trilogia del sipario rosso», tre film musicali in un crescendo di costi e successo,
Ballroom. Gara di ballo, Romeo + Giulietta e Moulin Rouge, e superò la delusione mettendo al
mondo due figli e realizzando uno spot miliardario per Ghanel N°5 con la sua amata Nicole
Kidman. L'unica attrice che parlando del suo regista, Baz in questo caso, dice che sente il
costante bisogno di proteggerlo.
È buffo» ride lui, «sono gli attori in genere a esigere protezione, in ogni momento. Nicole è come
un'artista da circo, anche in senso reale, come quando in Moulin Rouge si è lasciata issare su un
altissimo trapezio. Forse è pazza o si fida completamente di me, ma adoro osservarla mentre
lavora. Le prime reazioni dei critici australiani non sono state calorose e lei mi ha chiamato
preoccupata. Temeva che stessi molto male. Faccio film di rado e immaginava cosa potesse
significare consegnare la mia creatura a un mondo che mostra di non amarla. Ma io ho imparato
presto che la vita non può essere condizionata dal giudizio di altri. In nessun caso. Fra
preparazione, riprese e promozione, ancora una volta Nicole e io abbiamo fatto una lunga strada
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assieme, accumulato ricordi comuni. E i nostri sono belli, anche se lei non è una santa e neppure
io. Abbiamo girato quasi tutto dal vero, fra caldo torrido e Inondazioni senza precedenti, ma io
non volevo utilizzare li computer per ricreare i paesaggi. Quando l'ho fatto è stato per dare un
tocco pittorico, irreale, ad alcuni sfondi. Tornando a Via col vento, non tutto ciò che si vede è
vero, molto è ottenuto con la sovrapposizione di vetri dipinti. Non è realistico ma bellissimo. Ho
mischiato uno stile moderno con quanto di più datato il cinema possa ancora offrire. Volevo
anche ottenere una dimensione operistica. Se un personaggio deve dire "ti amo", volevo che
fossero le montagne a dirlo per lui. Ho cercato di creare immagini più grandi della realtà. Ma
anche Il gattopardo di Visconti è come un'opera: ogni immagine è artefatta e perfetta».
In America Luhrmann ha ricevuto dai maggiori critici le recensioni migliori della sua carriera. «Fa
piacere, ma è strano peri ché io mi rifaccio molto ai film del I passato, sono parte di me sin da i
quando li vedevo da ragazzo nel cinema di mio padre, e a Hollywood non sanno rispettare la
propria eredità cinematografica».
Ma perché decidere di rischia; re così tanto, quale immensa ambizione lo ha spinto a forzare i
limiti dell'industria australiana, tanto modesta da spingere i propri registi a cercare finanziamenti
altrove e raccontare storie lontane dalle proprie radici?
«Quando ho deciso di girare Australia ho sognato da subito che sarebbe stato il film più
grandioso che il mio Paese avesse mai prodotto. Trovare i finanziamenti naturalmente non è
stato facile, ma non lo è mai. A meno che non si decida di realizzare un blockbuster su un
supereroe. II governo alla fine mi ha aiutato perché ha capito che avrei raccontato una storia
interamente australiana. Ora, se riusciamo a vendere abbastanza biglietti da ripagare i costi e
magari ottenere un margine di guadagno, la nostra missione sarà felicemente conclusa. Alcuni
grandi registi australiani che hanno scelto di lavorare all'estero potrebbero tornare, trovare la
voglia di far rinascere la "Nuova Onda" che negli anni Ottanta rese celebre il nostro cinema nel
mondo».
John Vignola (Il Mucchio)
Australia di Baz Luhrmann - con Nicole Kidman, Hugh Jackman, David Wenham - racconta la
storia di resistenza e amore di un'aristocratica inglese, nel Nord d'Australia. Epopea in cui la
tenacia trionfa, concepita anche come una passerella per i due protagonisti, una Kidman a cui
l'età sta paurosamente facendo riacquistare un volto bambino e un Jackman sempre al meglio,
quando rude e primordiale. Luhrmann non si nega nulla che non appaia fortemente estetico, in
senso sia illustrativo sia (un po') deteriore. Oltre Moulin Rouge, il suo romanticismo visivo vive di
suoni e di immagini in misura paritaria: tutto fluisce, fra Shakespeare e Il mago di Oz, tutto è
indifferentemente messo di fianco, senza fare attenzione ad alcun tipo di priorità. Nessun
interesse particolare sulla trama, che però funziona, sorretta da sentimenti che, letteralmente,
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esplodono. Molti troveranno il tutto un prodotto biecamente commerciale: non è esattamente
questo, nemmeno, il cinema di Luhrmann. È piuttosto un eccesso, che si compiace di citazioni
alte e basse con un vigore assoluto. De gustibus, insomma: dipende molto dal vostro palato e
dalla vostra propensione al mélo.
Claudio Carabba (Corriere Della Sera Magazine)
Lezioni di epica. Il folle Baz, uno dei registi più estrosi del nostro tempo, si getta nei deserti
australiani, alla vigilia della II guerra mondiate, e insegue l'amore e la morte, spingendo, col lazo
e col computer, mandrie di manzi e bambini dal sangue misto. Il modello dominante non è Via col
vento, ma Il fiume rosso, con l'algida Nicole al posto del tenero Monty Clift.
Maurizio Porro (Il Corriere della Sera)
Forse nessuno ci ha creduto fino in fondo, né la Kidman, come sempre di bellezza e sensibilità
extraterrestri, né il macho Hugh Jackman che francamente se ne infischia, ma appare alla festa
in smoking bianco, né il talentoso Luhrmann che mette nella storia delle mandrie disorientate e
implacabili un temporeggiamento narrativo contemporaneo, ma questo filmone d' una volta, lungo
il doppio di un Walsh o un Hawks, è un estremo tentativo di riesumare il kolossal romantico alla
Via col vento: ma domani è un altro giorno in cui vissero felici e contenti. Pur prolungato e
melenso, l' ampio racconto funziona, virgolettato con le sue citazioni, i paesaggi con canguri da
inclusive tour, gli eleganti e velocissimi cambi d' abito di mrs. Kidman e, per non scontentare
nessuno, un bel discorsino sul diritto alle proprie radici dei piccini aborigeni, quel pizzico di magìa
alla Lèvi Strauss. Voto 7
Lietta Tornabuoni (La Stampa)
Passione, violenza, guerra, paesaggi grandiosi, bisticci, romanticismo, avventura. Si capisce che
Baz Luhrmann, l'entusiasmante regista australiano, l'autore originale di Romeo + Giulietta di
William Shakespeare» e di Moulin Rouge, ha voluto fare a ogni costo un grosso film popolare,
scrupolosamente ricalcato sul modello di Via col vento: Australia è riuscito, è solido e ben fatto,
ma la banalità lo schiaccia. La storia di una aristocratica inglese che alla vigilia della seconda
guerra mondiale arriva in Australia per salvare la proprietà ereditata dal marito e ricorre all'aiuto
(poi all'amore) di un rude mandriano, riporta sentimenti e livelli, la cultura, il conflitto di classe e
l'amore a oltre mezzo secolo fa: troppo tardi per essere contemporaneità, troppo presto per
essere Storia.
E' un peccato che Nicole Kidman, protagonista energica spesso con frusta e stivali, abbia forse
avuto qualche incidente estetico: la figura dell'attrice rimane perfetta, ma i lineamenti finissimi
sono cambiati in una faccia dalle guance enfiate e paffute, dagli occhi a fessura. Hugh Jackman
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è invece come deve essere: bello, coraggioso, onesto. La coppia di archetipi si muove con
sicurezza ed efficacia, come nel vecchio «La dama e il cowboy»: litigi, contrasti, orgogli,
sensualità nello sconfinato remoto territorio dell'ultima frontiera anche tra le esplosioni dei
bombardamenti giapponesi dopo Pearl Harbor. L'impresa di condurre una vasta mandria di bovini
fino al mare, attraverso la potenza del territorio, è quella che mette alla prova i protagonisti
ampliando il loro emotivo viaggio interiore.
La banda degli australiani (il regista e la Kidman sono pure coproduttori del film) non si è privata
di nulla: amore di lei senza figli per un orfano semi-aborigeno, disprezzo di lui per i ricchi oziosi,
arroganze, incontrarsi perdersi e ritrovarsi, smarrimento e ritrovamento del bambino, rancore di lui
verso la società razzista che gli ha impedito di far curare in ospedale la moglie aborigena
portandola alla morte, disprezzo di lei verso i rozzi ricchi locali. «Australia» si è così dilatato sino a
una notevole lunghezza, ideale per chi ama il genere.
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