Io sono Camila

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Io sono Camila
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Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo
Associazione di Enti Locali per l’Educational e la Cultura - Ente Formatore per Docenti
Istituzione Promotrice della Staffetta di Scrittura Bimed/Exposcuola in Italia e all’Estero
Partendo dall’incipit di Carlo Grande e con il coordinamento dei
propri docenti, hanno scritto il racconto gli studenti delle scuole e
delle classi appresso indicate:
Liceo “Carlo Botta” di Ivrea (TO) – classe II gamma
Liceo Scientifico "Don Carlo La Mura" di Angri (SA) – classe IID
Liceo “Duca degli Abruzzi” di Treviso (TV) – classe IIA
Liceo Scientifico e Linguistico “De Carlo” di Giugliano in Campania (NA) –
gruppo misto
Istituto Italiano - Liceo Scientifico “E. Amaldi” di Barcellona (SPAGNA) –
classe IIB
I.S.I.S.S. “Ugo Foscolo” di Teano (CE) – classi VA ginnasio/IIB
Liceo delle Scienze Umane “Pascasino” di Marsala (TP) – classi IIA/IIID
I.I.S. “Sabatini-Menna” di Salerno – classe IIB
Liceo Classico “XXVI Febbraio” di Aosta – classe VA Ginnasio Bilingue
Editing a cura di: Matteo Forte
Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo Associazione di Enti Locali
Ente Formatore per docenti accreditato MIUR
Il racconto è pubblicato in seno alla Collana dei Raccontiadiecimilamani
Staffetta Bimed/Exposcuola 2013
La pubblicazione rientra tra i prodotti del Percorso di Formazione per Docenti “La Scrittura
Strumento indispensabile di evoluzione e civiltà” II livello. Il Percorso di Formazione è promosso
dal MIUR Dipartimento per l’Istruzione Direzione Generale per il Personale Scolastico Ufficio
VI e si organizza in interazione con l’Istituto Comprensivo “A. De Caro” di Lancusi/Fisciano (SA)
Direzione e progetto scientifico
Andrea Iovino
Monitoraggio dell’azione
e delle attività formative collegate
Maurizio Ugo Parascandolo
Responsabili di Area per le comunicazioni, il
coordinamento didattico, l’organizzazione
degli Stages, le procedure e l’interazione con
le scuole, le istituzioni e i fruitori del Percorso
di Formazione collegato alla Staffetta 2013
Linda Garofano
Marisa Coraggio
Andrea Iovino
Area Nord
Area Centro
Area Sud
Segreteria di Redazione
e Responsabile delle procedure
Giovanna Tufano
Staff di Direzione
e gestione delle procedure
Angelo Di Maso, Adele Spagnuolo
Responsabile per l’impianto editoriale
Matteo Forte
Grafica di copertina:
Valentina Caffaro Rore, Elisa Costanza
Giuseppina Camurati, Iulia Dimboiu, Giulia
Maschio, Giulio Mosca, Raffaella Petrucci,
Dajana Stano, Angelica Vanni - Studenti
del Corso di Grafica dell’Istituto Europeo
di Design di Torino, Docente Sandra Raffini
Impaginazione
Bimed Edizioni
Relazioni Istituzionali
Nicoletta Antoniello
Piattaforma BIMEDESCRIBA
Gennaro Coppola
Amministrazione
Rosanna Crupi
I libretti della Staffetta non possono essere in alcun modo posti in distribuzione Commerciale
RINGRAZIAMENTI
I racconti pubblicati nella Collana della
Staffetta di Scrittura Bimed/ExpoScuola
2013 si realizzano anche grazie al contributo erogato in favore dell’azione dai
Comuni che la finanziano perché ritenuta
esercizio di rilevante qualità per la formazione delle nuove generazioni. Tra gli
Enti che contribuiscono alla pubblicazione della Collana Staffetta 2013 citiamo: Siano, Bellosguardo, Pisciotta,
Cetara, Pinerolo, Moncalieri, Susa, SaintVincent, Castellamonte, Torre Pellice, Castelletto Monferrato, Forno Canavese,
Rivara, Ivrea, Chivasso, Cuorgnè, Santena, Agliè, Favignana, Lanzo Torinese. Si
ringrazia, inoltre, il Consorzio di Solidarierà Sociale “Oscar Romero” di Reggio
Emilia, Casa Angelo Custode di Alessandria, Società Istituto Valdisavoia s.r.l. di
Catania, Associazione Culturale “Il Contastorie” di Alessandria, Fondazione
Banca del Monte di Rovigo.
La Staffetta di Scrittura riceve un rilevante contributo per l’organizzazione
degli Eventi di presentazione dei Racconti 2013 dai Comuni di Bellosguardo,
Moncalieri, Ivrea, Salerno, Pinerolo, Saint
Vincent, Procida e dal Parco Nazionale
del Gargano/Riserva Naturale Marina
Isole Tremiti.
Si coglie l’occasione per ringraziare i tantissimi uomini e donne che hanno operato
per il buon esito della Staffetta 2013 e
che nella Scuola, nelle istituzioni e nel
mondo delle associazioni promuovono
l’interazione con i format che Bimed annualmente pone in essere in favore delle
nuove generazioni. Ringraziamenti e
tanta gratitudine per gli scrittori che annualmente redigono il proprio incipit per
la Staffetta e lo donano a questa straordinaria azione qualificando lo start up
dell’iniziativa. Un ringraziamento particolare alle Direzioni Regionali Scolastiche
e agli Uffici Scolastici Provinciali che si
sono prodigati in favore dell’iniziativa. Infine, ringraziamenti ossequiosi vanno a S.
E. l’On. Giorgio Napolitano che ha insignito la Staffetta 2013 con uno dei premi
più ambiti per le istituzioni che operano
in ambito alla cultura e al fare cultura, la
Medaglia di Rappresentanza della Repubblica Italiana giusto dispositivo Prot.
SCA/GN/0776-8 del 24/09/2012.
Partner Tecnico Staffetta 2013
Si ringraziano per l’impagabile apporto
fornito alla Staffetta 2013:
i Partner tecnici
UNISA – Salerno, Dip. di Informatica;
Istituto Europeo di Design - Torino;
Cartesar Spa e Sabox Eco Friendly
Company;
ADD e EDT Edizioni - Torino;
il partner Must
Certipass, Ente Internazionale Erogatore
delle Certificazioni Informatiche EIPASS
By Bimed Edizioni
Dipartimento tematico della Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo
(Associazione di Enti Locali per l’Educational e la Cultura)
Via della Quercia, 64 – 84080 Capezzano (SA), ITALY
Tel. 089/2964302-3 fax 089/2751719 e-mail: [email protected]
La Collana dei Raccontiadiecimilamani 2013 viene stampata in parte su
carta riciclata. È questa una scelta importante cui giungiamo grazie al contributo di autorevoli partner (Sabox e Cartesar) che con noi condividono il
rispetto della tutela ambientale come vision culturale imprescindibile per chi
intende contribuire alla qualificazione e allo sviluppo della società contemporanea anche attraverso la preservazione delle risorse naturali. E gli alberi sono
risorse ineludibili per il futuro di ognuno di noi…
Parte della carta utilizzata per stampare i racconti proviene da station di
recupero e riciclo di materiali di scarto.
La Pubblicazione è inserita nella collana della Staffetta di Scrittura
Bimed/Exposcuola 2012/2013
Riservati tutti i diritti, anche di traduzione, in Italia e all’estero.
Nessuna parte può essere riprodotta (fotocopia, microfilm o altro mezzo)
senza l’autorizzazione scritta dell’Editore.
La pubblicazione non è immessa nei circuiti di distribuzione e commercializzazione e rientra tra i prodotti formativi di Bimed destinati
unicamente alle scuole partecipanti l’annuale Staffetta di Scrittura
Bimed/ExpoScuola.
PRESENTAZIONE
dedicato alle maestre e ai maestri
… ai professori e alle professoresse,
insomma, a quell’esercito di oltre mille
uomini e donne che anno dopo anno
ci affiancano in questo esercizio straordinario che è la Staffetta, per il sottoscritto, un miracolo che annualmente
si ripete. In un tempo in cui non si ha la
consapevolezza necessaria a comprendere che dietro un qualunque prodotto vi è il fare dell’essere che è, poi,
connotativo della qualità di un’esistenza, la Staffetta è una esemplarità su
cui riflettere. Forse, la linea di demarcazione che divide i nativi digitali dalle
generazioni precedenti non è nel fatto
che da una parte vi sono quelli capaci
di sentire la rete come un’opportunità
e dall’altra quelli che no. Forse, la differenza è nel fatto che il contesto digitale che sempre di più attraversa i nostri
giovani porta gli individui, tutti, a ottenere delle risposte senza la necessità
di porsi delle domande. Così, però, è
tutto scontato, basta uno schermo a risolvere i nostri bisogni… Nel contempo,
riflettere sul senso della nostra esistenza
è sempre meno un bisogno e il soddisfacimento dei bisogni ci appare come
il senso. Non è così, per l’uomo, l’essere,
non può essere così.
Ritengo l’innovazione una delle più rilevanti chiavi per il futuro e, ovviamente, non sono contrario alle LIM, a
internet e ai contesti digitali in generale, sono per me un motore straordinario e funzionale anche per la relazione
tra conoscenza e nuove generazioni,
ma la conoscenza è altro, non è mai e
in nessun caso l’arrivo, l’appagamento
del bisogno… La conoscenza è nella
capacità di guardare l’orizzonte con la
curiosità, il piacere e la voglia di conquistarlo, questo è! Con la staffetta il
corpo docente di questo Paese prova
a rideterminare una relazione con l’orizzonte, con quel divenire che accomuna
e unisce gli uomini e le donne in un afflato di cui è parte integrante il compagno di banco ma, pure, il coetaneo che
a mille chilometri di distanza accoglie la
tua storia, la fa sua e continua il racconto della vita insieme a te… In una
visione di globalizzazione positiva.
Tutto questo ci emoziona anche perché è in questo modo che al bisogno
proprio (l’egoismo patologico del nostro tempo), si sostituisce il sogno di
una comunità che attraverso la scrittura, insieme, evolve, cresce, si migliora. E se è vero come è vero che
appartiene alla nostra natura l’essere
parte di una comunità, la grande
scommessa su cui ci stiamo impegnando è proprio nel rideterminare
con la Staffetta una proficua interazione formativa tra l’innovazione e la
cultura tipica dei tanti che nell’insegnare hanno trovato… il senso.
Dedico questo breve scritto ai docenti ma vorrei che fossero i genitori e
gli studenti, gli amministratori e le imprese, la comunità e l’attorno, a prendere consapevolezza del fatto che è
proprio ri/partendo dalla Scuola che
potremo determinare l’evoluzione e la
qualificazione del nostro tempo e
dello spazio in cui viviamo. Diamoci
una mano, entriamo nello spirito della
Staffetta, non dividiamo più i primi
dagli ultimi, i sud dai nord, i potenti
dai non abbienti…
La Staffetta è, si, un esercizio di scrittura che attraversando l’intero impianto curriculare qualifica il contesto
formativo interno alla Scuola e, pure,
l’insieme che dall’esterno ha relazione
organica e continuativa con il fare
Scuola, ma la Staffetta è, innanzitutto,
un nuovo modo di esprimersi che enuclea nella possibilità di rendere protagonisti quanti sono in grado di
esaltare il proprio se nel confronto,
nel rispetto e nella comunanza con
l’altro.
Andrea Iovino
L’innovazione e la Staffetta: una opportunità per la Scuola
italiana.
Quando Bimed ci ha proposto di
operare in partnership in questa importante avventura non ho potuto far a
meno di pensare a quale straordinaria
opportunità avessimo per sensibilizzare un così grande numero di persone sull’attualissimo, quanto per molti
ancora sconosciuto, tema di “innovazione e cultura digitale”.
Sentiamo spesso parlare di innovazione, di tecnologia, di Rete e di 2.0,
ma cosa sono in realtà e quali sono le
opportunità, i vantaggi e anche i pericoli che dal loro utilizzo possono derivare?
La Società sta cambiando e la
Scuola non può restare ferma di
fronte al cambiamento che l’introduzione delle nuove tecnologie ha
portato anche nella didattica: cambia il metodo di apprendimento e
quello di insegnamento non è che una
conseguenza naturale e necessaria
per preparare gli “adulti di domani”.
Con il concetto di “diffusione della
cultura digitale” intendiamo lo svi-
luppo del pensiero critico e delle
competenze digitali che, insieme all’alfabetizzazione, aiutano i nostri ragazzi
a districarsi nella giungla tecnologica
che viviamo quotidianamente.
L’informatica entra a Scuola in modo
interdisciplinare e trasversale: entra
perché i ragazzi di oggi sono i “nativi
digitali”, sono nati e cresciuti con tecnologie di cui non è più possibile ignorarne i vantaggi e le opportunità e
che porta inevitabilmente la Scuola a
ridisegnare il proprio ruolo nel nostro
tempo.
Certipass promuove la diffusione della
cultura digitale e opera in linea con le
Raccomandazioni Comunitarie in materia, che indicano nell’innovazione e
nell’acquisizione delle competenze digitali la vera possibilità evolutiva del
contesto sociale contemporaneo.
Poter anche soltanto raccontare a
una comunità così vasta com’è quella
di Bimed delle grandi opportunità che
derivano dalla cultura digitale e dalla
capacità di gestire in sicurezza la re-
lazione con i contesti informatici, è di
per sé una occasione imperdibile. Premesso che vi sono indagini internazionali da cui si evince l’esigenza di
organizzare una forte strategia di ripresa culturale per il nostro Paese e
considerato anche che è acclarato il
dato che vuole l’Italia in una condizione di regressione economica proprio a causa del basso livello di
alfabetizzazione (n.d.r. Attilio Stajano,
Research, Quality, Competitiveness.
European Union Technology Policy for
Information Society II- Springer 2012)
non soltanto di carattere digitale, ci è
apparso doveroso partecipare con
slancio a questo format che opera
proprio verso la finalità di determinare
una cultura in grado di collegare la
creatività e i saperi tradizionali alle
moderne tecnologie e a un’idea di digitale in grado di determinare confronto, contaminazione, incontro,
partecipazione e condivisione… I
docenti chiamati a utilizzare una piattaforma telematica, i giovani a inventarsi un pezzo di una storia che poi
vivono e condividono grazie al web
con tanti altri studenti che altrimenti,
molto probabilmente, non avrebbero
mai incontrato e, dulcis in fundo, le
pubblicazioni…
Il libro che avrete tra le mani quando
leggerete questo scritto è la prova
tangibile di un lavoro unico nel suo
genere, dai tantissimi valori aggiunti
che racchiude in sé lo slancio nel liberare futuro collegando la nostra storia,
le nostre tradizioni e la nostra civiltà
all’innovazione tecnologica e alla
cultura digitale. Certipass è ben lieta
di essere parte integrante di questo
percorso, perché l’innovazione è cultura, prima che procedimento tecnologico.
Il Presidente
Domenico PONTRANDOLFO
INCIPIT
CARLO GRANDE
Camila
Mi chiamo Camila, sono straniera.
Lo so, sono appena arrivata, mi guardano con sospetto. Ho 15 anni e qui è
tutto nuovo, nemmeno io so ancora bene chi sono. Scendendo con l’aereo ho
visto case, giardini, montagne.
Ho amato questo luogo, l’ho scelto. Perché qui vivono mio padre e mia madre,
da tanti anni. Mi piacciono questa pianura, queste montagne che mi sono toccate in sorte.
Io sono Camila.
Vorrei lavorare e risparmiare, vorrei una nuova casa. Basta miseria, basta
paura. Potete capire la danza dei miei desideri?
Sono curiosa, io, sono testarda. Ho due grandi doni: so parlare e non mi arrendo mai.
Io sono Camila.
Vado fino in fondo alle cose, io. Combatto.
14
CAPITOLO PRIMO
La distanza
«È pronto, a tavola!»
Camila chiude il diario e raggiunge la cucina, dove i suoi genitori stanno già
cenando. Non ha voglia di mangiare, qualcosa le chiude lo stomaco, e la
madre se ne accorge. «Agitata?» Camila non sente, o forse dimentica subito;
è immersa nei suoi pensieri, intenta a immaginare quel fatidico primo giorno di
scuola che l’indomani arriverà.
13/09/12
È andata. Ho immaginato a lungo tutti gli scenari possibili; ma non avrei mai
pensato che degli sguardi potessero trafiggermi così.
Loro credono di sapere già tutto di me: - È africana- sento dire - è una poveraccia - , e guardano i miei vestiti. Io non conosco nulla di loro. Non so niente
di quella massa di Andrea Valeria Marco Giulia che oggi per la prima volta ho
visto. Eppure io non li ho giudicati. Posso solamente pensare che loro abbiano
avuto quello che mi è sempre mancato: un’infanzia spensierata, un Paese sereno
in cui vivere. Per la prima volta mi sono sentita diversa.
Ma io combatto. Io sono Camila.
Ho camminato a testa alta fino al mio banco. Vicino, una ragazza fissa gli occhi
su di me. Mi sento in imbarazzo per lei.
«Ciao» le dico. La voce non mi esce come vorrei. In risposta ricevo un sorriso
imbarazzato cui segue un silenzio imbarazzante, riempito dalla voce della professoressa. Mi presenta alla classe e propone di leggere un brano sulla mia
terra.
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«Giulia,vuoi leggere tu?»
La distanza
La ragazza prende la scheda e legge: «La Somalia, punto chiave per i commerci
nel mondo antico, è una Repubblica Federale caratterizzata da un clima perlopiù arido e da un territorio prevalentemente composto da altopiani e pianure.
Essa è uno degli Stati più poveri del mondo ed è considerato uno Stato fallito».
Fallita. È così che mi vedono, come la Stato da cui provengo. Non sanno com’è
vivere in un continuo clima di terrore, nell’anarchia pura; non sanno quanto dobbiamo essere forti noi donne in un paese restìo a trattarci come meritiamo.
Fin da piccola Camila ha visto morte e sangue ovunque; ha visto le sue sorelle
lottare contro i soprusi degli uomini. Le ha viste denunciare maltrattamenti per
altre cui mancava il coraggio per farlo, le ha viste cercare di cambiare la propria
situazione.
Io sono come loro. Combatto, non mi arrendo mai. Non mi spavento di fronte al
futuro, perché so di poter stare solo meglio rispetto a come ho vissuto finora.
La campanella suona e Giulia interrompe la lettura; subito, un frastuono di banchi
e sedie annuncia l’inizio dell’intervallo. Camila segue i compagni e si ritrova nel
caos del corridoio. Gli altri corrono, la urtano, intenti a raggiungere il banco
della merenda. Lei li osserva con curiosità ma i suoi pensieri vengono nuovamente
interrotti dal suono metallico della campanella.
«Oh ma questa è morta?» mormora una delle compagne. «Tutto bene? Sembri imbambolata!».
Camila non risponde, lo sguardo perso. Un’altra aggiunge: «Poverina, le mancherà il suo Paese!»
«Ma figurati! Cosa vuoi che le manchi di quel posto?»
«Ma sì, hai ragione. Ci saranno solo giraffe, elefanti. La gente vive ancora nelle
capanne...»
Capitolo primo
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Le due continuano a dire cattiverie, finché Giulia, la compagna seduta dietro,
sbotta: «Ma cosa ne volete sapere voi? Piantatela di fare le pettegole! Non siete
mai uscite da qui, cosa ne sapete?»
«Lo sanno tutti che là sono poveri e arretrati, vuoi mettere: le loro capanne e le
nostre case?»
A questo punto Camila si volta verso di loro e dice, con voce irritata: «Guardate
che le case ci sono anche da noi!»
«Sarà! E per andare a scuola prendete il cammello?»
Giulia alza gli occhi al cielo: «Siete veramente ridicole! Finitela con questi discorsi
da bambine ignoranti! Non capisco come fate ad essere così stupide certe
volte!»
«Guardate che io non so che farmene della vostra pietà! Non ne ho proprio bisogno». Camila ora le fissa decisa, nascondendo il profondo fastidio; poi si volta
e torna ad ascoltare la professoressa. Francesca e Sara fanno spallucce e si rimettono a spettegolare per i fatti loro.
«Sara, stai attenta. O vuoi il triplo dei compiti per casa?»
«Stavo solo chiedendo una cosa». Risponde la ragazza.
Come un pizzicotto, il suono della campanella la riporta alla realtà. Pochi secondi dopo, sta attraversando il parco. Tutti la guardano. Le sembra quasi di
poter sentire quello che pensano. Sente la loro diffidenza: è percettibile nell’aria
che la circonda, è come una tensione sottile. Eppure le piace essere diversa. E
odia con tutto il suo cuore quella maschera di sofferenza che le addossano sempre; sa che è soprattutto quella povertà imposta che la divide dagli altri. Quella
che molti chiamano compassione a volte non lo è, a volte è solo mancanza di
rispetto. Si è dispiaciuti per qualcuno quando si pensa che quello non sia abbastanza forte per farcela, ma quello non è il caso di Camila. Lei sa di avere tutto
ciò che le serve per sopravvivere e vivere felice: “Io non ho bisogno di voi”
avrebbe voluto gridare. “Io sono forte quanto e più di voi!” Camila continua a
camminare, non si fa fermare dagli sguardi. Prosegue fiera, lo sguardo dritto e la
18
La distanza
testa alta. Ha notato da tempo, appena arrivata, che lì la gente è sempre di
fretta. La fretta la irrita. In Africa, fretta significa fuga, significa pericolo. Da cosa
scappano? Qui tutto è tranquillità. Questo è il loro Paese, queste sono le loro
strade, qui si possono riconoscere in tutto quello che vedono.
Nella frenesia del parco c’è una nota stonata: è un uomo, seduto su una panchina, tranquillo. Camila si ferma e segue il suo sguardo.
Prima non aveva neanche notato quella fontana. Il rumore delle gocce si confonde come in quei dipinti in cui la bellezza risiede in piccoli particolari che rischiano di fuggire all’osservatore distratto.
La fontana è semplice. Il getto talmente povero che neanche un passerotto si
disseterebbe. Le gocce creano una melodia insolita.
Il ritmo la culla per un attimo. Tutto intorno a lei diventa sottofondo e scenografia.
Una goccia.
Poi un’altra.
Quel ritmo l’ha seguita fin lì.
HUU WAA YA HUU WAA, HBRTA MA JOOKTOO KOR1 - cantava la nonna. Però
adesso c’è anche lei, in alto e al nord, con la mamma, e la nonna è rimasta laggiù.
Eppure la sente così vicina ora, sembra che sia ancora lì con lei, a consolarla e
incoraggiarla come faceva nelle giornate buie.
TY KORUF AY GADHATAI , KAKSHIAX KAKSHIAX2
Forse anch’io ho fatto quel rumore andandomene.
HUU WAA YA HUU WA3
Chissà cosa sta facendo ora? Forse sta cucinando i suoi longaez o i suquaar.
La ninna nanna risuona nella sua testa come una vibrazione. Un balsamo per il
suo cuore stanco.
Sorride per un secondo, si sente a casa.
Camila riapre gli occhi accorgendosi solo in quel momento di averli chiusi. Corre
verso casa e spalanca la porta. Appena vede la mamma, le si avvicina e la abbraccia. Hooyo4.
Capitolo primo
19
Ma il suo profumo non è quello dell’ Africa, è quello della nuova terra...
La campanella dell’ultima ora suona. Camila raduna velocemente i suoi quaderni
e si avvia verso l’uscita. Cammina svelta e sicura. «Camila!» Giulia la raggiunge.
«Che noia l’ultima ora, vero?» Camila, sorridendo, annuisce, sorpresa dalla spontaneità della compagna. Camminano assieme fino al cortile «Guarda! Ci sono
mamma e Simone, mio fratello. Lo vedi quel bambino grassottello? Vieni!»
«Ciao mamma! Lei è Camila».
«Io sono Simone!» e la osserva affascinato.
«Perché hai la sciarpa sulla testa?» dice impertinente.
«Ma cosa dici?» interviene la mamma, visibilmente imbarazzata, con un sorriso di
scuse rivolto a Camila.
La ragazza guarda il bambino negli occhi e, con un sorriso, gli risponde: «Sai, nel
mio Paese molte ragazze portano il velo; è una nostra usanza, come in Italia mangiare la pasta!»
«Giulia, adesso andiamo o farai tardi all’allenamento. Ciao Camila, piacere di
averti conosciuta!»
Anche per Camila è tardi. Con passo svelto ripercorre la via ormai familiare: attorno a lei gli alberi del parco perdono le prime foglie. Il venticello fresco è per
lei pungente e penetrante. Non è ancora abituata a quel clima.
Sono contenta che Giulia mi abbia presentato la sua famiglia. Per il momento
nessuno si è mai dimostrato così amichevole nei miei confronti.
Un raggio di sole la sveglia. Poi guida il suo sguardo velato di sonno su una
busta da lettera sul comodino. Camila la apre. Legge. La lettera le scivola via
dalla mano...
20
La distanza
Note
1 Ninna nanna la tua mamma non c’è, si è recata in alto e a nord
2 Si è portata via le sue ciabatte, facendo kabshiax kabshiax
3 Ninna nanna
4 Mamma
Capitolo primo
21
CAPITOLO SECONDO
La nonna
Sono le quattro del pomeriggio, il sole è forte, le giornate sono a tutti gli effetti ancora estive. È proprio il tepore di un raggio birichino penetrato dalla finestra che mi
ha schiuso dolcemente gli occhi, che, per una volta, sono caduti su uno oggetto inusuale in un posto inusuale. Si tratta di una lettera apposta sul comò; il mittente sembra
scarabocchiato, mentre il destinatario sono proprio io. Mio padre sa che sono gelosa dei miei oggetti, che tengo tanto ai miei spazi, a quella che qui in Occidente
chiamano privacy, quindi non si è nemmeno sognato di aprire questa busta, anche
perché immagina che possa essere stata mandata da una mia amica. In verità anche
io ho creduto questo, ho immaginato che potesse trattarsi di Amina, Tanisha e Nadira, che mi hanno salutato con le lacrime agli occhi all’aeroporto di Mogadiscio
la mattina della mia partenza. L’ho afferrata voracemente quella lettera, col dito ho
strappato la busta, facendo attenzione però a non distruggere la stupenda giraffa
librante nella savana che campeggia sul francobollo. L’ho letta senza fermarmi e l’ho
lasciata sul letto. Ho affondato la testa sul cuscino rimanendo immobile a fissare per
qualche istante il vuoto. Ma io sono Camila e sono forte. Lo devo essere. Mi sono
così alzata, ma facendo attenzione a non cadere. L’equilibrio è precario, la notizia
brutta.
Questi primi giorni di scuola nel nuovo istituto sono davvero stancanti, anche per una
ragazza dinamica come Camila. Strano, perché ormai è giunta in Italia al principio
dell’estate, ma si consideri il cambiamento radicale di vita di Camila, un’adolescente
che ha cambiato patria, clima, lingua, amiche e soprattutto un pezzo importante
della sua famiglia: le sorelle, sfortunate, e la persona a cui, almeno fino ad adesso,
ella ha voluto bene più che ad ogni altra: Zahra, la nonna materna. Non è facile abituarsi a vivere in una nazione diversa, in pace (o così sembra), ma in cui si ha l’impressione che la gente non sia così felice come credeva. Sembra che a tutti manchi
22
La nonna
qualcosa. Sarà questo strano animale chiamato modernità? Certo, sembrano problemi di poco conto, per lei che fin da piccola è stata costretta ad assistere ad episodi particolari, che vorrebbe dimenticare, come quando i suoi zii, perseguitati in
patria, iniziarono una non meglio precisata navigazione verso l’Occidente alla ricerca della felicità, ma non vi approdarono mai.
Questi primi giorni di scuola sono duri, proprio per alunne che vogliono studiare
sodo. Camila è una di queste perché in lei è insita la lotta e non si tira mai indietro.
I prof italiani sembrano disponibili, non solo con lei, la ragazza somala (come sa
che la chiama Francesca di nascosto), ma con tutti gli alunni, e poi c’è un altro dato
positivo: non danno molti compiti.
Al ritorno dalle lezioni, comunque, ogni giorno, prima di svolgere i compiti, Camila
ha preso un’abitudine impensabile fino a tre mesi prima: si addormenta. Ha bisogno
di dormire. Non molto, mezz’ora, ma le è necessario per ricaricarsi prima di inoltrarsi
nella seconda parte della giornata.
Anche oggi è andata così. Tornata a casa, pranzo veloce senza colloquiare troppo
con i genitori (se ne parlerà come sempre di sera), poi, distesa sul letto, crollo repentino come una pera secca. Al risveglio la sorpresa amara di quella lettera. Va in
bagno, è necessaria una grande rinfrescata al viso. Poi si ferma dinanzi allo specchio.
Ormai, appena entro in bagno, mi guardo subito allo specchio, amo compiere questa operazione, a volte mi ci perdo. Sarà perché nella mia terra gli specchi non sono
così diffusi come in Italia, sarà che voglio verificare se è vero ciò che mi dice mia
madre. Ehm… Sono carina, mi dice, e le ragazze somale sono tra le più belle, non
solo del continente africano, ma di tutto il mondo… Me lo ripete per darmi coraggio
nell’affrontare gli sguardi maliziosi delle mia nuove compagne? Badando alle sue parole, mi fermo a guardare gli occhi neri e sempre in movimento, i capelli neri mossi,
oserei chiamarli lisci, diversi da quelli crespi delle mie sorelle. Mi dice anche che le
mie labbra sottili (forse troppo?), aprendosi, svelano il mio sorriso smagliante, lucente,
unico, pronto ad essere donato. Sarà… lo dico io che deve farsi una visita oculistica… Aggiunge anche che non devo vergognarmi di essere alta, perché tante ra-
Capitolo secondo
23
gazze, anche italiane, lo vorrebbero essere e che il mio imbarazzo ignora che la mia
diversità costituisce la mia bellezza. Che esagerata! A me però, a pensarci bene,
qualcosa piace, e pure tanto del mio viso. Il naso. Perché nel mio viso il naso non la
fa da padrone, se ne sta buono buono, perchè snello e piccolo, non so se più simile
a quello “francese” o “greco”, ma, in fin dei conti, davvero non me ne importa. Strano,
mi concentro sul naso, forse perché dare valore ad una sciocchezza adesso è vitale
per me che ho appena avuto una notizia bruttissima in una lettera speditami da mia
sorella Shirin: nonna Zahra si è sentita male ed è stata ricoverata. Si tratta di una malattia. Inizia per lei una dura battaglia, come quelle che ha sempre combattuto nella
mia terra e per la mia terra. Ha detto a mia sorella di scrivermi, ma “in incognito”: ella
per adesso non vuole informare i miei genitori, che devono pensare soltanto a lavorare. Devono in special modo pensare a me ed al mio futuro. Io dovrò avere in custodia questa notizia, ma non so fino a quando…
Uffa, lo dicevo io, in questi giorni avvertivo,come per una sorta di sesto senso, che
dovesse accadere qualcosa e, a dir la verità, da alcuni giorni mi sembrava di sentire
le canzoni che mia nonna mi cantava...
Ora ho bisogno di chiudere gli occhi…
Come per magia mi ritrovo piccola, tra la gente al mercato di Mogadiscio…
Era lì che mi recavo ogni settimana con la nonna. Quando poteva, lei mi comprava
delle stoffe colorate con le quali insieme amavamo cucire dei vestiti per me e le mie
sorelle.
Era bello trascorrere i pomeriggi insieme a lei, quei pomeriggi ricchi di felicità, specie
quando mi insegnava a cucinare piatti unici e dolci buonissimi. Mi piacevano tanto
quei dolcetti, i Guarn ogh zol, che aiutavo a preparare con tanta passione e, nonostante mi pasticciassi tutta mescolando la farina con il burro e lo zucchero, mi fissava con amore dicendo che ero bravissima. Gli ultimi ingredienti, modestamente, li
aggiungevo io: stendevo la pasta sul tavolo e con un coltellino intagliavo le forme
dei biscotti che la nonna metteva a cuocere; poi, appena pronti, li rotolavo nello
zucchero a velo… che divertimento!
24
La nonna
Spesso poi mi accompagnava in luoghi della città che pochi conoscevano: proprio
per la loro rarità i paesaggi si presentavano incantevoli e perciò amavo disegnarli
sotto la sua supervisione. Infatti, appena giunte a casa, mi aiutava e mi passava,
come una perfetta aiutante,i pastelli. Ho sempre inciso, nella mia mente, il mio miglior
disegno: il sole, durante il tramonto, visto dalla collinetta di Mogadiscio che affaccia
sul mare. Era il mio, anzi il nostro, miglior disegno. Si, il nostro, perché senza mia nonna
non sarei riuscita ad illustrarlo, come non sarei nemmeno riuscita a vivere serenamente
il periodo più bello della mia vita, l’infanzia, quando la mia famiglia era ancora unita.
Ma io, un giorno, proverò a costruirla una famiglia forte ed onesta, con un uomo al
mio fianco e tanti bambini sorridenti che mi abbracceranno ed ai quali insegnerò ciò
che mia nonna ha insegnato a me; lei però ci dovrà essere sempre, non mi deve abbandonare...
Con lei spesso passavamo mattinate di sole sulle sponde del fiume a cantare simpatici motivetti. Era divertente creare gli strumenti con oggetti quotidiani che trovavamo ed i primi che costruimmo furono un sonaglio e due conchiglie legate da uno
spago. Ecco, questi strumenti li ho conservati e da allora sono diventati i miei portafortuna…
Ricordo poi il primo digiuno: avevo sette anni ed a Mogadiscio erano tutti intenti a
prepararsi al Ramadan. A mezzogiorno iniziai ad avvertire la sete, ma la nonna mi
aiutò ad andare avanti confortandomi e disegnandomi sulla mani i tradizionali tatuaggi della mia terra.
Oltre ai bei ricordi ci sono anche quelli delle lunghe giornate in cui la città era sotto
attacco e non potevamo uscire di casa; ricordo la paura che provavo, ma nonna
Zahra riusciva sempre a calmarmi; come quella volta in cui ero davvero spaventata
dai boati che provenivano dal centro e mi raccontò leggende fantastiche per distrarmi, tipo quella del…
I pensieri ed i dolci ricordi di Camila vengono interrotti dal suono del campanello e
da una voce… Camilaaaaaa!!! Vieni, c’è Giulia che è venuta a trovarti, sbrigati!
Capitolo secondo
25
CAPITOLO TERZO
La pizza
Camila continua a guardare le ante dell’armadio senza riuscire a trovare nulla di
adatto per la serata. Giulia l’ha invitata alla cena di classe: sarebbe stata la
sua prima pizza con i nuovi compagni. È passata una settimana da quando
l’amica è venuta a casa sua per farlo, e Camila si è interrogata più volte sul perché di quell’invito al di fuori della scuola. Non sa come comportarsi e cosa indossare. Nonostante una lunga riflessione, a due ore dall’inizio della serata la
ragazza non ha ancora trovato una risposta ai suoi interrogativi. In preda al panico, le viene in mente la nonna malata, le parole della lettera ricevuta da lei…
a un tratto ricorda del bel foulard portato con sé dalla Somalia.
Metterò il mio nuovo hijab! È perfetto per questa serata! Lo cerca nell’armadio e
lo indossa. E’ di un bel color viola acceso con sfumature di colori più tenui. I bordi
sono rifiniti con pieghe e cuciture fatte a mano. Profuma di incenso, di lavanda.
Profumi che l’hanno accompagnata dalla nascita.
È tardi. Camila finisce velocemente di sistemarsi, saluta i genitori e sale in macchina con Giulia e sua madre, che le avrebbe accompagnate in pizzeria.
L’auto non è molto grande ma accogliente. Camila si siede sul sedile posteriore
vicino all’amica.
«Che piacere conoscerti!» le dice con aria cortese la donna. «Pronte per partire,
ragazze?»
«Ci divertiremo un sacco, vedrai! I nostri compagni, al di fuori della scuola, ti piaceranno!». Afferma decisa Giulia. Camila non risponde, ma sorride compiaciuta.
Con uno sguardo curioso e impressionato si immerge nello splendore di Verona
illuminata dalle numerose luci della sera. La macchina passa vicino alla celebre
Arena. Camila rimane estasiata, la sua sensibilità le permette di assorbire immediatamente la maestosa bellezza del monumento.
26
La pizza
«Sai, Cami, è un anfiteatro romano. La mamma quando ero piccola, mi portava
qui a vedere le opere liriche!». Spiega Giulia. Lei non ha mai pensato che quella
strana e ostile città avrebbe potuto affascinarla tanto, malgrado il modo negativo con cui, in varie occasioni, gli immigrati erano stati trattati.
In breve tempo si ritrovano a passare davanti ad un’altra celebrità veronese,
Porta Nuova. La mamma di Giulia prende a raccontarle le vicende storiche della
porta.
«Quest’opera d’arte è una di quelle cose che mi fanno sentire fiera di essere nata
in questa città». Conclude.
«Veramente incredibile, imponente ed elegante allo stesso tempo». Aggiunge
Camila.
Mentre la macchina è ferma ad un semaforo, guardando dal finestrino, la ragazza
nota un uomo anziano che si aggira per la città, vestito di stracci e intento a domandare qualche soldo. Con molta tristezza vede che nessuno si ferma ad ascoltarlo, anzi molti lo evitavano cambiando lato della strada per non essere
importunati, solo una giovane coppia gli allunga qualche soldo. Questo fatto riporta Camila con la mente in Somalia, al campo profughi lasciato alcuni mesi
prima, dove viveva con la madre, le sorelle e la nonna in attesa di ricongiungersi
al padre, arrivato in Italia su un barcone, qualche tempo prima. Poi la partenza,
e la nonna che era rimasta nel campo.
Tutti i pensieri che le occupano la mente sono improvvisamente interrotti da una
dolce sinfonia orchestrale proveniente da un bar vicino e dal vociare dei passanti. Quella sera le strade sono animate dalle persone che passeggiano godendosi il clima autunnale della città, unito alle suggestioni romantiche della
storia di Romeo e Giulietta.
«Vedi, Cami, quello è il Ponte di Castelvecchio, poco oltre c’è la pizzeria “da
Gigi”» dice Giulia rompendo il profondo silenzio che si sta creando in auto. Camila si volta, e non appena vede il ponte viene catturata dalla bellezza delle
sue arcate.
27
Capitolo terzo
«Eccoci arrivati! Presto, andiamo!» Esclama Giulia.
«Grazie, mamma, a dopo».
In pizzeria sono già arrivati alcuni loro compagni di classe tra cui Francesca e
Sara, pronte a squadrarla come sempre. Iniziano immediatamente a criticare l’hijab di Camila.
«Guarda, non sa nemmeno abbinare i colori, un fazzoletto viola su una maglia
rosa!»
Nonostante sia abituata al loro scherno, Camila ci rimane male: non riesce a comprendere perché le sue compagne di classe siano così aggressive nei suoi confronti.
Io combatto, io sono.
Nel frattempo è arrivato il resto della classe, i ragazzi si siedono pronti a ordinare
la pizza. Tutti trovano un posto, anche Giulia che si è messa vicino a Sara; solo
Camila è ancora lì, in piedi, ad aspettare che qualcuno le chieda di sistemarsi
vicino a lei. È un po’ imbarazzante stare così, con le braccia incrociate; non sapendo che fare si guarda attorno...
Quanti tavoli, quante sedie, quante persone, che posto affollato! Le persone
sono tutte sorridenti davanti al loro piatto invitante. Camila gira lo sguardo e si
accorge che una signora la sta guardando, sorride. Lei ricambia, e questo le restituisce una grande fiducia.
Forse ho sbagliato... le persone qui a Verona non sono poi così male, non tutte
hanno pregiudizi come Francesca e Sara…
«Camila! Camila! Ehi, Cami, sveglia!» la chiama Giulia. Camila scuote la testa e
si volta.
«Ragazza mia, non puoi stare in piedi per tutta la serata! Dai, siediti qui accanto
a me».
Camila le sorrise e si siede. Vede che Francesca e Sara bisbigliarono qualcosa
come: «Vuoi vedere che in Somalia non hanno nemmeno le sedie!» Poi ridono
entrambe».
28
La pizza
Voci, risate, schiamazzi. Questo è ciò che mi circonda in questo momento. I miei
compagni di classe si vogliono bene, e si vede. Sono legati tra loro, e quando
stanno insieme riescono ad essere se stessi. Mi sento circondata da un mare di
affetto di cui purtroppo non faccio ancora parte. Guardo i miei compagni e inizio
a sognare. Provo a immaginare come sarebbe bello che anche loro mi accettassero come fa Giulia. Che fossero disponibili nei miei confronti come io sono verso
di loro. Come vorrei che quel muro che ci divide cadesse, sarei pronta a dimenticare che loro mi umiliano per le mie origini. Sarei pronta a ricominciare tutto da
capo senza rancore. Porto l’hijab, è vero, e vengo da un paese lontano dall’Italia; ma sono come tutte le altre ragazze: so ridere, ascoltare, confidarmi, scherzare. Mentre penso a questo un urlo mi scuote.
«Ehi, arriva il cameriere!» tutti quanti si agitano come se stesse succedendo qualcosa di sconvolgente.
Si ferma accanto a me e dice qualcosa che non capisco: sono concentrata sul
suo aspetto e sul suo atteggiamento socievole ma al tempo stesso formale.
«Camila, devi dire al cameriere che pizza vuoi, mica ti legge nella mente come i
vostri sciamani!» mi raggiunge la voce di Francesca.
Tutti ridono.
Muoio dall’imbarazzo, non so cosa dire!
Oddio, non so che pizza voglio!
«Dai, ragazze, smettetela! E poi in Somalia non ci sono gli sciamani», interviene
Giulia, facendo zittire tutti.
«Camila, prendi la pizza con i funghi, come la mia! È buona, fidati!»
«Ehm, va bene, grazie! Allora una pizza con i funghi».
Il cameriere mi sorride e annuisce. Cavolo, che figuraccia! Non mi resta altro che
abbassare la testa...
29
Capitolo terzo
Stiamo ancora ordinando quando un ragazzo alto, capelli scuri, e con una rada
barba incolta si avvicina al nostro tavolo. Deve essere Alvise, il vecchio compagno di classe, bocciato, di cui mi ha parlato Giulia. Non riesco a staccargli gli
occhi di dosso. Nonostante non sia bellissimo, ha un aspetto ipnotico e il suo
sguardo emana simpatia. Si avvicina e viene a sedersi proprio accanto a me.
Dopo qualche attimo di silenzio imbarazzato si gira e mi rivolge la parola.
«Ehi, io sono Alvise», dice cordiale.
«Piacere, Camila», risponde intimidita.
«Scusa la mia invadenza, ma vorrei capire perché voi ragazze mussulmane portate quel fazzoletto».
«E’ un’antica usanza della nostra religione».
«Il burqa lo cucite in casa oppure lo comprate nei negozi?»
«Questo non è un burqa, si chiama hijab e la differenza sta nel fatto che lascia
scoperto solo il viso, mentre il burqa non lascia trapelare nulla. Di solito lo compriamo, quello che adesso indosso è un regalo di mia nonna...»
Mia nonna... Questo ragazzo è riuscito a farmi pensare a lei, che mi ha allevato
come una figlia e adesso, invece è lontana da me, ammalata. Mi si spezza il
cuore. In questo momento vorrei scoppiare a piangere. Ma non posso, devo essere forte. Una mano sulla spalla cerca di consolarmi. Mi giro... è quella di Alvise.
Sono imbarazzata. Di solito in Somalia tra ragazzi e ragazze non ci sono contatti.
Mi distacco.
«Camila, stai bene?» chiede Alvise «Hai gli occhi lucidi».
Non so perché, ho un’intensa sensazione di volermi confidare con lui.
«Mia nonna... è in Somalia, in un campo profughi, ammalata e io non posso né assisterla né starle vicino. Mi sento male perché lei mi ha cresciuta, abbiamo passeggiato, riso, chiacchierato... e adesso mi sembra di tradirla, non facendo niente
per lei».
30
La pizza
Lo guardo e mi sembra stranamente coinvolto nella mia storia. Continuo a parlare,
finchè non vedo che la tristezza invade anche i suoi occhi. Mi fermo. Alvise sta
zitto per un po’, poi a un tratto…
«Sai, io so benissimo cosa significa provare quella sensazione di perdita. È orribile…»
Alle sue parole provo un turbamento indefinito, come una vertigine. Sono emozionata, ma soprattutto malinconica per la situazione triste che ci accomuna.
È stato bello trovare qualcuno con cui confrontarsi ed essere libera di parlare
di ciò che voglio senza aver paura di essere giudicata. La serata trascorsa è
stata... fantastica! La pizza, poi, davvero ottima! Quasi meglio dei suquaar della
nonna... quasi, però!
Mentre paga, sul suo viso si dipinse un sorriso sincero, il primo da quando è arrivata in Italia. Per quella sera il ricordo del campo profughi in Somalia scompare,
per quella sera non sente nemmeno l’odore bruciante di tutti quei disperati, ma
solo il profumo caldo e felice della pizza.
31
Capitolo terzo
CAPITOLO QUARTO
Non mi vergogno della mia terra
Tornata a casa, Camila ripensò alla sera che aveva appena trascorso, che
contrariamente alle altre era stata meno monotona e più serena. Fino a quel
momento non aveva mai creduto di poter trovare qualcuno con cui confidarsi
liberamente, senza sentirsi giudicata e che non prestasse attenzione al colore
della sua pelle o al suo modo di vestire. Questa sensazione di leggerezza e felicità le faceva ritornare alla mente i pomeriggi trascorsi con la nonna quando,
mentre impastavano i Makroud, i loro dolci preferiti, parlava dei suoi sogni futuri:
girare il mondo e cercare di cambiare in meglio il suo paese. Durante quei pomeriggi erano solite ascoltare canzoni alla radio. La cantante preferita della
nonna era Saba Anglana, la quale diceva sempre: Nella diversità ho trovato
la mia forza, ma la normalità è un valore da conquistare, citazione che la nonna
le ripeteva sempre, che incantava Camila e che la rassicurava nei momenti bui.
Saba Anglana aveva trovato la forza nella sua diversità ed era ciò che desiderava fare anche lei. Se solo la nonna fosse stata qui, gliel’avrebbe ripetuta
con quel suo sorriso dolce e confortante che in un istante riusciva a farle dimenticare tutte le difficoltà affrontate dall’arrivo a Verona sino a quel momento.
Le lettere di Shirin arrivavano ogni settimana, le condizioni della nonna peggioravano di giorno in giorno. Non c’era giorno in cui Camila non vivesse con
la speranza di ricevere una lettera nella quale la sorella le scrivesse che finalmente la nonna era guarita, ma allo stesso tempo con la paura che arrivasse
quella lettera tanto indesiderata. Lei era Camila, lei era forte, poteva riuscire
ad affrontare questa situazione.
La professoressa Borrelli,visto il disagio che aveva Camila a relazionarsi con i
suoi compagni, le aveva assegnato un compito riguardo al suo paese che
avrebbe poi dovuto esporre alla classe, con l’intenzione di interessare gli altri
32
Non mi vergogno della mia terra
alunni a nuove culture e far in modo che Camila si sentisse apprezzata. Così lei
aveva preparato un tema e una canzone somala, che era la sua preferita.
«Non preoccuparti, stai tranquilla» disse Giulia.
Camila la ringraziò e le sorrise timidamente.
«Camila, vieni qui e leggici il tuo tema» disse la prof Borrelli.
«Riesce a parlare in italiano secondo te?» chiese Francesca sottovoce a Sara
ridendo.
Mi alzo lentamente dalla sedia, un po’ insicura mi dirigo verso la cattedra, la tensione mi attanaglia lo stomaco, ma forse funzionerà. Non devo farmi prendere
dall’emozione, seguirò il consiglio di Giulia e riuscirò a leggere ciò che ho scritto.
Non guarderò i visi dei miei compagni tuttavia infastiditi. Sto solo camminando
verso la cattedra che già sento i loro sguardi accusatori su di me.
“Tutti conoscono la Somalia come uno degli stati più poveri dell’Africa Orientale
o come un paese di guerra, ma io non sono della stessa opinione. Io conosco la
Somalia come la mia terra di sole e altruismo, dove le persone condividerebbero
con chiunque anche l’ultimo goccio d’acqua rimasto. Io conosco la Somalia come
la terra dedita alle tradizioni allegre : nelle stagioni in cui ci sono abbondanti
raccolti è solito riunirsi per danzare con canti ritmati accompagnati da strumenti
a percussione ed a fiato […]”
Battendo le mani sui banchi, i compagni imitavano il suono dei tamburi e con la
bocca facevano versi che riportavano al suono della musica africana. Ridevano.
Smetto di leggere e alzo gli occhi dal foglio. Ecco lo sapevo, ridono e ridono
ancora. Prendono in giro me, la mia famiglia, la mia gente, le mie tradizioni, la mia
Somalia. Cosa potevo mai aspettarmi? Non sono a casa mia, loro non capiscono,
non potrebbero mai capire. Sono ferita ma non se ne accorgono mica, tutto questo per loro è uno scherzo, sono una cavia di un laboratorio scientifico, mi usano
come loro divertimento. Non è possibile sparire e riapparire accanto a mia
nonna? Come se tutto questo non fosse mai successo. Come se non fossi mai ar-
Capitolo quarto
33
rivata a Verona, non vivessi in un vero e proprio appartamento, non frequentassi
questa scuola, voglio semplicemente sentirmi a casa. Non riesco più a reggere
questa situazione, esplodo. Apro la porta con un gesto violento e scappo via.
Camila corse per il corridoio della scuola e, mentre Alvise uscì dalla propria
classe, si scontrarono. A quel punto Alvise vide il viso sconvolto di Camila, si avvicinò lentamente abbracciandola e lei scoppiò in un pianto pieno di rabbia e
collera.
Si sedettero nel cortile della scuola e Camila le spiegò tutto.
«Non hai ancora concluso il tuo tema, vuoi finirlo per me?» disse dolcemente Alvise porgendole il quaderno.
-“[…] Purtroppo la mia terra in questo periodo non è nelle migliori condizioni, ma
spero sempre che ritorni la terra di un tempo. Per questo motivo ho riportato le parole di una canzone che si adattano a questo momento e che mi riporta agli
ultimi momenti vissuti in Somalia:
“‘Teuio en-dro an avel c’hlas
Da analañ va c’halon c’hloaz’t
Kaset e vin diouzh e anal
Pell gant ar red en ur vro all
Kaset e vin diouzh e alan
Pell gant ar red, hervez ‘deus c’hoant”.
Alvise chiese: «Cosa vuol dire?»
“Tornerà il vento azzurro
E porterà con sé il mio cuore ferito
Sarò spinto via dal suo respiro
Lontano nella corrente, in un altro paese
Sarò spinto via dal suo respiro
Lontano nella corrente, ovunque voglia”.
«Sai, questo tuo forte amore per il tuo paese mi fa venire in mente una canzone
molto conosciuta in Italia: “Terra promessa” di Eros Ramazzotti, molto conosciuto».
34
Non mi vergogno della mia terra
Alvise gliene cantò una strofa:
Una terra promessa
un mondo diverso
dove crescere i nostri pensieri
noi non ci fermeremo
non ci stancheremo
di cercare il nostro cammino.
In quel momento Camila si lasciò trasportare dalle teneri parole di quella canzone. Quei terribili minuti trascorsi in classe poco prima furono cancellati dalla
dolcezza di Alvise.
Camila riprovò la stessa sensazione di leggerezza e serenità della sera precedente.
Capitolo quarto
35
CAPITOLO QUINTO
Shirin
Non posso credere a come mi sono comportata stamattina. Perché sono uscita
correndo dalla classe? Sì, i miei compagni sono stati crudeli nei miei confronti, ma
forse io non sono così forte come pensavo di essere... Se fossi forte sarei rimasta
in classe e avrei continuato a leggere, o avrei cercato di spiegare che il mio
paese è diverso da quello che pensano. Sono chiusi nei loro pregiudizi e non vogliono ascoltare. Sono uscita correndo dalla classe, mi sono arresa. Dovrei restare qui per sempre, nel mio letto, il mio letto mi proteggerà e io non dovrò più
dimostrare di essere forte. Riiiiiiiiiiiiiiiiiiiiing.Tanto lo prenderà la mamma.
Riiiiiiiiiiiiiiiiiing. Spero che la prof non dica niente a mamma e papà,voglio che
continuino a vedermi come una persona forte e coraggiosa. Riiiiiiiiiiiiiing. Anche
se loro direbbero che è comprensibile.
«Camila, prendi il telefono!»
«Ora ci vado!»
«Pronto? Pronto? Chi parla?» Camila mette giù il telefono.
«Chi era?»
«Non lo so, mamma, c’erano le solite interferenze».
«Stai tranquilla, richiameranno».
Cinque minuti dopo il teléfono squilla di nuovo. «Ciao, sono Shirin!»
«Shirin?!? Non ci posso credere! Quanto tempo!»
«Camila, non crederai a quello che ti sto per dire! Ti sto chiamando dall’aeroporto di Fiumicino!»
«Davvero? E cosa ci fai a Roma?!»
«Sorpresa! Di a mamma e papà di venirmi a prendere in stazione per le sette, se
è possibile. Adesso non ho tempo di raccontarti altro. Non vedo l’ora di vederti,
ciao, un bacione!»
36
Shirin
Camila non sta più nella pelle pensando che tra poco vedrà di nuovo la sua
amata Shirin. È molto unita a lei, da sempre. Con i genitori si incammina verso la
stazione di Verona Porta Nuova per andare ad accoglierla. Sono tutti e tre molto
impazienti ma subito, dopo un paio di minuti di attesa sulla pensilina, la vedono
scendere dal vagone. Camila si volta verso suo padre, che sembra molto emozionato, come lo è anche la mamma. Senza pensarci due volte Camila corre incontro alla sorella e la stringe calorosamente a sé; quasi come se si stesse
sciogliendo tra le sue braccia le cadono due lacrime al pensiero di tutti i momento passati insieme.
Durante tutto il tragitto di ritorno, né il papà, né la mamma e neppure Camila
smettono di fare mille domande a Shirin, che però continua ad eluderle.
«Dopo, dopo, vi racconto tutto dopo…»
Arrivano a casa, e vedendo che la sorella è stanca, Camila la lascia riposare.
«A tavola!» sento la mamma che ci chiama. Mi catapulto in soggiorno, ansiosa di
riunirmi con mia sorella.
Arriva un bellissimo vassoio pieno di Kallunn, uno dei miei piatti preferiti. La mamma
ha cucinato anche un’altra pietanza somala, i famosi suquaar che ci preparava la
nonna la domenica. Siamo tutti a tavola, e sembra un giorno qualsiasi in Somalia,
nella nostra casa. Peccato che manchino proprio la nonna e mia sorella Nura.
Da fuori dobbiamo sembrare una famiglia proprio carina. Mia madre è piccola di
statura, ma ben proporzionata, dai lineamenti fini e delicati; mio padre invece è
un uomo alto e piuttosto robusto, dai capelli corti ed il mento ben delineato. Poi
c’è Shirin, splendente, e poi ci sono io… Certo, i miei genitori sembrano molto invecchiati dai tempi della Somalia, secondo me per colpa del lavoro, che li impegna tantissimo. La mamma infatti lavora come infermiera in un ospedale, il
Tecnomed, mentre papà, che in Somalia aveva un piccolo ambulatorio medico,
si è dovuto accontentare di un lavoro come guardiano notturno.
«Allora, questa visita a sorpresa?» domanda Camila incuriosita, riempiendosi il
piatto di Kallunn.
Capitolo quinto
37
«È fantastico, due giorni fa mi ha chiamato Halima Abdi Arush, offrendomi di fare
un intervento ad un convegno internazionale sull’emancipazione femminile, insieme ad altre attiviste di IIDA».
«IIDA?» chiede Camila.
«Sì, non ti ricordi,papà, che ti spiegai che mi ero iscritta a questa organizzazione?»
«E perché è così importante per te? Di cosa si occupa esattamente?» chiede la
mamma. «Beh, è un’organizzazione senza scopo di lucro. Priva di connotazioni
politiche. Difende i diritti di noi donne somale, la nostra integrazione nella società,
la nostra formazione e poi propone attività per farci raggiungere un’indipendenza economica».
«Sono orgoglioso di te» dice il papà.
«Anzi» aggiunge «sono molto orgoglioso di tutte le donne della mia famiglia. Non
potrei essere più felice».
Shirin lo abbraccia e, dopo un attimo di silenzio, dice: «Ma, papà, non dice un
nostro proverbio che “le donne sono trappole del diavolo?”»
Il papà ribatte: «Nella nostra cultura ci sono cose magnifiche però sono presenti
anche dei pregiudizi che bisogna superare per rendere il mondo migliore; almeno
qua in Italia i proverbi non sono così maschilisti!»
Camila replica subito guardando fissamente il padre: «Non pensare che sia così!
A scuola, in qualche occasione, ho sentito proverbi del tipo “Chi dice donna
dice danno!”»
Shirin aggiunge: «Per questo io sono qui, per difendere i diritti delle donne in Somalia e per fare riflettere la gente, a qualunque cultura appartenga, sulla necessità di rispettare la dignità di ogni essere umano».
La mamma si alza per prendere la torta al cioccolato in cucina. «Mmmm… buonissimaaaa!» esclama Shirin.
«La mamma l’ha fatta apposta per te!» bofonchia Camila con un pezzo di torta
in bocca. Ma poi non ce la fa più: è così ansiosa di avere notizie della nonna!
38
Shirin
«Shirin, come sta la nonna?»
Shirin risponde con tristezza e faccia cupa: «Lo sapevo che me l’avresti chiesto.
Papà, mamma, la salute della nonna è peggiorata notevolmente nelle ultime
settimane. E poi le medicine giù al campo non arrivano più con la stessa frequenza di una volta».
Spero di aver fatto la cosa giusta costringendo Shirin a dire come stavano le
cose veramente...
Il papà rimane per un po’ in silenzio, poi sospira e si alza: «Devo andare al lavoro» dice.
Mamma è molto scossa: lei e nonna Zahra sono sempre state molto unite ed il
pensiero di saperla ammalata, così lontana, la turba moltissimo.
Ci guardiamo negli occhi e ci abbracciamo. Siamo unite, noi. Noi ce la possiamo fare. Mia madre si asciuga le lacrime ed alza il viso.
Le due ragazze vanno a letto. Domani, anche se è domenica, devono alzarsi
presto: il treno per Milano parte alle 8:30 e Camila vuole accompagnare Shirin
alla stazione.
Si addormenta.
Ma è già tempo di uscire di casa.
Le due sorelle notano subito alcuni giovani che appoggiati sul cofano di una
macchina fumano distrattamente.
Con questo freddo, a quest’ora, che fanno quei tre balordi davanti a casa
nostra? Qui non si ferma mai nessuno.
In effetti i giovani cominciano a seguirle. Anche Shirin, avvertita da Camila, comincia ad essere preoccupata. Le due sorelle non dicono niente ma si accostano una all’altra camminando più velocemente.
A causa di questi cretini arriveremo alla stazione ancora prima del previsto.
Ma la battuta di spirito le muore in gola...
Capitolo quinto
39
All’improvviso Camila si trova per terra come se fosse stata investita da un autobus, tutto avviene così in fretta che non sente neanche dolore. Da terra vede cadere anche Shirin con la faccia piena di sangue.
«Camila!»
Devono averle rotto il naso. Non contenti i ragazzi seguitano a darle dei calci
insultandola in arabo. Camila riconosce suoni che le sono familiari ma il dialetto
le è sconosciuto.
«CAMILA!»
Riesce a capire solo alcune parole: ...maledetta… tornatene in Somalia… le
donne al loro posto...
«CAMILA! È ORA! SVEGLIATI!»
Camila si sveglia di colpo, sudando.
Niente. Non è successo niente. Era solo un sogno.
«Camila! Dobbiamo uscire tra poco se non vogliamo perdere il treno!»
È veramente ora di andarsene. Escono molto presto di casa, per arrivare alla
stazione con calma.
Alla stazione invece, non ci siamo mai arrivate.
Ora sono qui, nella sala d’attesa del Pronto Soccorso, con la mamma, mentre di
là stanno medicando Shirin, che proprio davanti alla stazione è stata aggredita,
picchiata e derubata di tutto il materiale che doveva presentare alla conferenza:
sembrava che la stessero aspettando, proprio come nel mio sogno.
Camila inizia a piangere.
«Figliola, stai tranquilla: Shirin non è grave, hai sentito i medici…»
«Lo so, mamma, lo so».
«Allora perché piangi, tesoro?»
«Per tutto,mamma, perché sono stufa di tutto; perché da quando sono in Italia
tutto va storto».
«Perché dici questo?»
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Shirin
«Perché qua tutti quanti pensano soltanto agli affari propri, non si preoccupano
per gli altri e criticano, soprattutto criticano! Mi sono stufata di essere la diversa
della classe, quella che gli altri guardano con sospetto o se va bene con indifferenza. Lo so che non posso tornare in Somalia, ma il mio cuore è lì, vicino alla
nonna, che avrebbe tanto bisogno di me…»
La porta della sala d’aspetto si apre all’improvviso: sono Giulia e Alvise, sconvolti, che hanno saputo
dell’aggressione e vengono a chiedere notizie di Camila e di sua sorella.
La mamma volge il viso verso Camila. «Vedi che qualcuno si preoccupa per te?
Che non per tutti sei indifferente?» sembrano dirle i suoi occhi.
Capitolo quinto
41
CAPITOLO SESTO
Il cambiamento
Alvise e Giulia, visibilmente preoccupati per la loro amica, tirano un sospiro di sollievo nel vedere che non le è accaduto nulla. Giulia, inaspettatamente, corre
ad abbracciarla; e tutti i dubbi e le preoccupazioni che pochi secondi prima
avevano spinto Camila ad arrendersi, a non combattere più, vengono cancellati;
perché quel gesto, così desiderato quanto inaspettato, dà alla ragazza la consapevolezza di non essere sola. Vorrebbe reagire, ricambiare l’abbraccio, ma è
immobilizzata, frenata dalla paura che potrebbe sbagliare, commettere qualche
errore. E non si rende conto che, invece, per Giulia quel gesto è così spontaneo,
da mettere in evidenza la sua voglia di starle accanto non solo in quel momento
ma in tutta la vita. Quando le due ragazze si allontanano, rimane tra loro un
vuoto riempito dal silenzio, silenzio che Giulia rompe dicendole che lei le è accanto. Alvise annuisce a sottolineare il suo appoggio. I due le chiedono di raccontare l’accaduto e Camila, annuendo, inizia a parlare prima del suo sogno
premonitore e poi della brutale aggressione subita dalla sorella; dalla sua voce
trapelano tutta la rabbia, la tristezza e l’angoscia che si scatenano dentro di lei.
Ormai conosce bene Alvise e Giulia e sa che con loro può parlare di tutto: ha
imparato a fidarsi. I due cercano di consolarla in ogni modo, ma Camila è fortemente provata e questa volta è lei ad abbracciare Giulia per cercare conforto
e per ringraziarla della sua presenza. Giulia dopo un po’ deve lasciarla perché
deve allenarsi: gioca in una squadra di pallavolo di serie C; Alvise resta. Continua a fissare Camila ma non sa cosa fare, che cosa dire. Allora inizia a parlare
della sua vita, della sua famiglia, dei suoi amici. La ragazza ascolta: si rende
conto che Alvise è più di un amico: è così dolce, così comprensivo. Ma è meglio
non manifestare questi sentimenti, potrebbe perdere uno dei pochi amici che ha.
Ad un tratto esce Shirin con il medico del pronto soccorso. È in piedi! Qualche
42
Il cambiamento
contusione, un braccio fasciato. Per fortuna, nulla di grave. Può tornare a casa
ma deve stare a riposo per qualche giorno e Camila decide di starle accanto.
Il mattino seguente Alvise vuole parlare con la classe ma Giulia ha qualche dubbio, pensa che Camila potrebbe arrabbiarsi e non venire più a scuola. Ma alla
fine si convince: parleranno alla classe. Ma la notizia inerente l’aggressione si è
già diffusa però ciò che si dice non corrisponde al vero; infatti è una bugia che
siano state le ragazze a provocare l’aggressione ed è anche falso che Shirin
abbia insultato i ragazzi, perché l’accaduto corrisponde all’opposto delle dicerie. Ma ancora una volta, come già visto in passato, sono i pregiudizi ad avere
la meglio. Si pensa che solo perché questa ragazzina non è italiana, sia una minaccia per il Paese, che la causa sia lei, a prescindere. E non c’è modo di far
cambiare idea perché per loro Shirin è colpevole e continueranno a tenerla a
distanza anche nel caso in cui venga dimostrato che la ragazza non c’entra
niente. Tutti i compagni di Camila sono di questa idea, nessuno esprime un parere
contrario. Tutti sono offuscati dalla pelle di Camila, dal niqab che lei indossa o
dal suo italiano non perfetto; tutti sono offuscati dalla sua “diversità” tanto da
attribuire a lei e a sua sorella la colpa senza nemmeno prendere in considerazione l’idea di essersi sbagliati. Mentre i compagni discutono sui probabili insulti
che le due ragazze avrebbero potuto fare ai ragazzi, entrano in classe Giulia e
Alvise che, venuti a conoscenza delle dicerie, gridano infuriati di tacere, di smetterla di dire sciocchezze. Li accusano di essere superficiali e razzisti. E, infine,
raccontano come sono andati realmente i fatti, cercando di convincerli dell’innocenza delle giovani, ma a nulla valgono le loro parole, non riescono a far
cambiare idea ai propri compagni. Intanto, entra in classe la professoressa la
quale, venuta a conoscenza dell’aggressione, si era informata sulla vicenda e,
udendo le parole degli alunni, decide di rinunciare alla normale lezione per parlare e chiarire i motivi dell’aggressione. Racconta ai ragazzi che Shirin è membro
dell’organizzazione IIDA, organizzazione che difende i diritti delle donne somale
e che quella mattina si doveva recare a Milano per fare un intervento in un Con-
43
Capitolo sesto
vegno sull’emancipazione femminile. A questo punto, Giulia aggiunge che molto
probabilmente ad aggredire Shirin siano stati due ragazzi africani i quali non
sopportano che le donne abbiano gli stessi diritti dell’uomo. I maschietti della
classe abbassano tutti il viso e, sconcertati, si accorgono di essere stati estremamente superficiali, di aver giudicato una persona per il colore della pelle, per
i suoi diversi modi di fare, per i suoi strambi vestiti, senza considerare la componente più importante di una persona: lei è come loro un essere umano dotato di
emozioni, di sentimenti e di un cuore che loro hanno violentemente ferito. Nessuno,
però, ha il coraggio di ammettere ad alta voce i propri sbagli, fino a quando
Sara, che aveva tanto deriso Camila, si alza in piedi, sotto lo sguardo sorpreso
dei suoi compagni, e confessa di essere stata un stupida a prenderla in giro, di
aver sbagliato e di voler rimediare; inoltre, dice di apprezzarla e di stimarla dal
momento che lei, nei sui panni, non avrebbe saputo mantenere la calma di fronte
ad accuse ed offese del tutto gratuite. Tutti annuiscono e abbassano lo sguardo,
consapevoli di essere colpevoli. E decidono di rimediare a quello sbaglio, perché ancora in tempo per farsi perdonare. L’idea viene ad Alvise che consiglia di
recarsi tutti insieme a casa della ragazza a chiederle scusa, idea che viene accolta con euforia ed entusiasmo.
Suonata la campanella dell’ultima ora, una massa di alunni si riunisce nel cortile
della scuola: è la classe di Camila che discute sull’orario dell’incontro e decide
di comprare un mazzo di fiori e di scrivere una lettera a nome di tutti.
Nel pomeriggio, alle 17.00, i ragazzi percorrono la strada, soddisfatti e fieri
della loro scelta. Arrivano alla dimora di Camila e bussano alla porta con timore, il timore di non essere perdonati. Ad aprirli è la mamma che, vedendoli,
sorride e quasi le scendono le lacrime dagli occhi nel comprendere che, da
quel giorno, la vita della figlia sarebbe stata più serena; chiama ad alta voce
la ragazza che scende le scale facendo i gradini due alla volta. È per Camila
una sorpresa trovarseli tutti lì, di fronte a lei, con il cuore in mano, pronti a chiederle scusa, pronti confessare i propri errori. E lei, dolce e tenera, accetta le
44
Il cambiamento
loro scuse senza esitazione perché non c’è miglior cosa del riconoscere i propri
sbagli. Prende i fiori, un mazzo di rose rosse, e legge la lettera:
“Cara Camila, sappiamo che cosa stai vivendo: sei triste perché strappata dal
tuo Paese per seri motivi; sappiamo che hai difficoltà a sorridere perché ti
manca l’affetto dei tuo cari. A nome del nostro Paese ti chiediamo scusa: ti
aspettavi un paese migliore, pieno di gente cordiale, altruista, generosa. Invece no. Siamo ipocriti, egoisti, superficiali, giudichiamo con facilità e cerchiamo, con i nostri modi, di schiacciare i più deboli. Ti chiediamo scusa per
averti deriso per le tue origini,per il tuo modo di vestire e di agire. I tuoi amici”.
45
Capitolo sesto
CAPITOLO SETTIMO
Il viaggio
Un sorriso, disteso e luminoso, riscalda il silenzio imbarazzato. I compagni, che affollano il piccolo ingresso, stropicciano i piedi, con gli occhi che rincorrono le interessantissime linee delle mattonelle del pavimento.
«Chi vuole un sorso di shah?», la voce della mamma di Camila viene accolta con
un sospiro di sollievo. Meglio annegare in un buon tè profumato le loro incomprensioni e ricucire l’armonia desiderata impastandosi la bocca di rondelle di banana
fritte e zuccherate; perché mamma sa che mangiare e bere insieme significa celebrare la vita, e le parole non servono.
«Ma li avete riconosciuti questi criminali?» esclama Sara, mentre, sorseggiando il tè
profumato di cannella e zenzero fa quasi fatica a strapparsi dal piacevole ricordo
della cucina della sua nonna, giù in Sicilia.
«No, purtroppo non riusciamo a ricordare nulla, solo dei visi in penombra, delle grida
concitate…». Le due sorelle si guardano, ancora più forte è il loro legame, dopo
quella disavventura.
Camila si spazzola i capelli e si prepara per andare finalmente a dormire. Shirin la
guarda sorridendo. Ha molto affetto per la sua sorella minore e la sua serenità quasi
cancella il ricordo dell’aggressione subita e la preoccupazione per la nonna. Shirin
l’ha affidata a delle volontarie francesi di una ONG, che assistono i degenti dell’ospedale, con sollecitudine e grande umanità. Il sistema sanitario del suo paese è
quasi interamente organizzato da queste associazioni internazionali umanitarie.
Lo squillo del telefonino di Shirin, minaccioso, insistente, nel cuore della notte fa sobbalzare le ragazze. «Shirin, je suis desolée… ta grand-mère a eu une crise très
grave… nous n’avons pas les moyens».
Sono le quattro del mattino, mamma e papà, seduti in cucina parlano sommessamente, ma dalle loro espressioni, dai cenni frettolosi delle mani, che a volte
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Il viaggio
accarezzano l’uno il viso dell’altra, sembra che tutto sia deciso. È sempre rimasta
affascinata, Camila, dal loro modo di capirsi, dall’incrocio complice dei loro
sguardi, dalla saggezza delle loro decisioni. Anche lei un giorno avrà al suo
fianco un uomo così. Alvise, ecco chi le viene subito in mente. Il suo sorriso, i suoi
occhi. Alvise è in ogni cosa, in ogni oggetto. In ogni sapore, profumo, sensazione,
c’è un briciolo di Alvise. Ma Camila ha paura. Sa di non essere brutta, ma sa che
il suo colore di pelle, il suo hjiab, la sua religione potrebbero essere un ostacolo,
enorme, insormontabile. Due mondi, due strade, per sempre parallele.
«Mamma ed io abbiamo deciso: (Camila ritorna nella piccola cucina), tu, Camila,
partirai con tua sorella per Mogadiscio; porterete il denaro necessario per aiutare la nonna; telefonerò al mio collega Daud Tahalil e gli chiederò il favore di
darci una mano. Potrà contattare i medici che si occupano della nonna e chiedere di quale farmaci ha bisogno». Papà si prende la testa fra le mani, ma poi
sorride fiducioso. Non vuole preoccupare ulteriormente le sue donne, soprattutto
la piccola Camila, così giovane, sensibile ma forte e decisa, come nonna Zahra,
battagliera discendente di un’antica tribù bantu. Mamma gli chiede a bassa
voce: «Come faremo coi soldi?»
«Nin daad qaaday xumbo cuskay». [Un uomo trascinato dalla corrente si aggrappa alla schiuma] sussurra Hamid.
La “schiuma” è il Dott. Benedetti, il proprietario dell’azienda di cui lui è custode.
È un gran lavoratore, basso ma corpulento, che pretende assoluta diligenza e serietà nel lavoro e non tollera che i suoi dipendenti facciano gli scansafatiche.
Solo qualche giorno prima non ha rinnovato il contratto ad un operaio, «troppe
assenze ingiustificate», ma è l’unico che paga tutti i suoi dipendenti con regolarità, arrivando al punto di dividere gli utili tra di loro piuttosto che intascarsi tutto
lui, diventare debitore dei fornitori, fallire e chiudere l’azienda, mandando tutti in
cassa integrazione. Dovrà chiedere una parte della liquidazione al Dott. Benedetti, per poter affrontare le spese, non c’è alternativa. Ma Hamid ha due grandi
doni, sa parlare e non si arrende mai.
47
Capitolo settimo
«Mi dica Hamid», uno sguardo in tralice, attraverso gli occhiali d’oro. Un respiro
forte, un’espressione ferma e dignitosa, d’altronde non sta chiedendo l’elemosina, ma
solo un favore, Insh’Allah. «Dottore, mia madre ha bisogno di medicinali, in Somalia.
Le chiedo un anticipo sulla liquidazione. Non ho altri cui rivolgermi se non lei. Non
un giorno di lavoro perso, mai una malattia, mai un litigio con i colleghi. Sono un
uomo onesto con una famiglia e con valori da difendere; uno di questi è la cura nei
confronti dei miei affetti più cari».
Benedetti conosce i suoi dipendenti; li assume lui stesso, li guida, li rimprovera, li gratifica, a seconda delle occasioni. La sua azienda lavora ancora, nonostante la
crisi, perché lui è un uomo onesto, che paga le tasse, l’assicurazione. Lui dichiara
tutto, fino all’ultimo centesimo. Lui una madre l’ha avuta, piccolina anche lei, ed
anche un padre, con delle mani grandi così! Da molti anni non è più figlio, ma solo
padre, e capisce la disperazione dignitosa Hamid.
Camila ha la valigia pronta ed i biglietti sono in cucina. L’aereo parte domani sera.
Mentre la prof. Borrelli, con il suo entusiasmo, trascina tutti nell’Egitto di Ramses ed i
suoi compagni la ascoltano affascinati, lei pensa a nonna Zhara, alle sue mani che
profumano di cannella, ai suoi capelli grigi, alla sua voce roca, ma calda, capace
di calmarla e di coprire il boato degli spari che si sentono sempre, a Mogadiscio.
Non vuole perderla! non può sopravvivere di lei solo un ricordo, solo un hjiab ed una
ricetta di Guarn ogh zol. Le lacrime stanno per confonderla ma lei non vuole dimostrare al mondo quel dolore così intimo, che si tiene stretto, come una cosa sua soltanto; alza gli occhi e incrocia lo sguardo di Francesca, che le sorride, mi dispiace,
Camila, sembra dirle. Le sorride di rimando, per sollevarla dal problema, poi chiede
di uscire. Ho bisogno di raccogliere le idee e di affrontare tutto con serenità. Non
sarei dovuta venire a scuola. Ma non avrebbe visto Giulia ed Alvise.
Alvise l’aspetta dalla quinta ora, fuori in cortile.
«Come stai?»
«Parto, domani sera, per Mogadiscio. Nonna si è aggravata ed io e Shirin andiamo da lei. Non so quando tornerò, perché tutto dipende da…». Quelle la-
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Il viaggio
crime che rifiutavano di uscire cominciano a sgorgare a goccioloni, insieme a
singhiozzi soffocati. Alvise non ce la fa a vedere quel viso dolce, che si bagna
di lacrime, quel naso perfetto arrossarsi, quella voce incrinarsi nel pianto, non ce
la fa ad immaginare di non vederla più, di non poterla abbracciare più. Non è
facile neanche per lui assorbire il dolore di quella ragazza, ha quasi paura di rimanerne schiacciato, ma anche Alvise è coraggioso, sa parlare e va fino in fondo
alle cose. Un respiro forte, un abbraccio avvolgente e parole sussurrate all’orecchio, carezzevoli, capaci di calmare e di infondere energia. Uno sguardo, un
bacio rapido, una promessa.
Giulia è triste.
Stasera parti! Ma tornerai? Come farò senza di te, con chi riderò della Borrelli che
fa le imitazioni di Nefertari? Chi sarà la mia finestra sul mondo...
Giulia è un’adolescente italiana, sensibile, ottimista, spensierata. Non ha mai visto
le strade di Mogadiscio, i bambini denutriti, la povertà, la distruzione. Camila le
vuole bene, anche lei è una finestra sul suo nuovo mondo.
Devono prendere il treno. Piove, la stazione è affollata perché è venerdi e molti
approfittano per tornare a casa per il fine settimana. La famiglia di Camila non
si scioglie dall’unico abbraccio che li terrà uniti per ancora pochi istanti.
Alvise non sa come avvicinarsi a quel gruppetto colorato, che spicca nel grigiore
dei binari, teme di sbagliare nei gesti, in tutto. Ma lui va in fondo alle cose. Camila
lo vede avvicinarsi. Un breve cenno di saluto nei riguardi dei suoi genitori e poi
gli occhi di Camila tutti per lui, come due calamite, da cui è impossibile staccarsi.
Un ricordo di quell’amore appena sbocciato, una piccola macchina fotografica,
che i tuoi occhi siano i miei le dice. Il treno parte, svelta, salta su la richiama suo
padre. Dal finestrino sembrano davvero piccoli, lontani, ormai assenti.
Mogadiscio. La città sta vivendo da due anni una grande rinascita, frutto del più
lungo periodo di pace dopo vent’anni anni di conflitti. Nel caos della città vecchia, cerca di raggiungere il campo dove è ricoverata nonna Zahra. Niente monumenti come a Verona. Arte e Cultura erano più che osteggiate durante
49
Capitolo settimo
l’occupazione del movimento integralista, naturalmente. Da alcuni carretti sente
Radio Mogadiscio dare l’ultimo bollettino: ancora scontri nella parte nord della
città. Le sembra di non essere mai partita, si sente addosso l’odore della polvere
da sparo e gli occhi dei suoi coetanei; lei è diversa anche qui, ormai. Quando
voltano a destra, ecco lo spettacolo dello Uebi Scebeli, il fiume dei leopardi, tradurrebbe ad Alvise. Quanto orizzonte. L’acqua grigiastra lambisce un piccolo e
malfermo ponte di legno, ormai incrostato di muschi. Intorno ai piloni, resti di cordami fradici e scivolosi, galleggiano creando strani ghirigori.
I tuoi occhi siano i miei... la riva è ingombra di carcasse di biciclette, di lattine di
plastica sventrate, si intravedono un pezzo di sedia di legno, una ciabatta
verde, un grande cesto abbandonato. Il cielo è pulito, e si stagliano in controluce le vette del Karkaar.
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Il viaggio
CAPITOLO OTTAVO
Ritorno a Mogadiscio
Dopo un così lungo e faticoso viaggio, eccoci arrivate a Mogadiscio, la mia
vecchia e cara città! Quanti ricordi mi affollano la mente, quante sensazioni mi
rievoca questo posto, riesco ancora a riconoscere il suo odore, ricordo la felicità
che provavo quando giocavo con gli altri bambini, era tutto più semplice qui,
tutto più vero, potevo essere solo me stessa!
Finalmente arrivo da lei, chissà come sta la nonna! Prendiamo il taxi che ci condurrà fino al piccolo ospedale del campo profughi dove nonna Zhara probabilmente ci aspetta, voglio pensare che sia così! La strada polverosa e affollata
sembra interminabile, l’ansia raddoppia le distanze e il tempo sembra dilatarsi
inverosimilmente. Siamo arrivate, chiediamo informazioni e finalmente ci avviciniamo ad un piccolo letto in una grande camerata.
La vedo, eccola, è diversa, debole, non riesco a guardare i suoi occhi, non più
sorridenti come al solito, ma spenti, stanchi, pieni di un intenso dolore. Cerco di
abbracciarla ma ho paura di farle male, è così piccola, esile, indifesa ed impaurita, eppure la stringo forte ricordando che è sempre stata lei la roccia, il sostegno di tutta la mia vita fino ad ora.
Io e Shirin, dopo aver salutato la nonna, ci rechiamo dal dottor Chesson per
consegnargli il danaro indispensabile ad acquistare le medicine necessarie per
le sue cure.
Dopo due giorni di angoscia e di ansia finalmente il dottore ci comunica di aver
trovato i farmaci necessari e che inizierà a somministrarglieli oggi stesso.
Ancora interminabili ore d’attesa, di speranza, reagirà la minuta sagoma distesa
nel piccolo letto ai farmaci che tanti sacrifici sono costati?
Attendere, ora si deve solo attendere!
Cosi ci ha cortesemente congedato il dottore. Attendere e pregare, pregare
52
Ritorno a Mogadiscio
che il nostro affetto, possa centuplicare l’effetto dei farmaci e ridarci la speranza
di vederla migliorare, tornare quella di un tempo.
Com’è lunga l’attesa al capezzale di una persona cara, come è facile perdere
la cognizione del tempo fissando un volto che si vorrebbe subito veder lieto e
disteso.
Finalmente la nonna migliora, sorride, di un sorriso meraviglioso, stanco, ma che
non vedevo da molto tempo e che mi mancava molto, e i suoi occhi non più sofferenti, ma vivi e lucidi, dimostrano la grande gioia di rivedermi. Il mio cuore esulta
nel rivederla nuovamente serena, ed il mio pensiero corre, inevitabilmente, ai miei
genitori, ed alla necessità di tranquillizzarli, pertanto mi precipito a telegrafare:
“Carissimi,
Stamani il dottor Chesson ha somministrato le prime dosi di farmaci alla nonna e
finalmente guardando i suoi occhi ho ritrovato quello sguardo che tanto amo.
Arrivederci a presto, baci Camila”.
Mogadiscio è sempre uguale eppure mi appare cosi diversa.
Appena arrivata i ricordi mi hanno risucchiato indietro nel tempo, ho rammentato
tutti quei semplici momenti vissuti che la mia mente stava per dimenticare, i sorrisi,
gli sguardi, gli odori, i rumori, le parole non dette, i gesti non fatti, ma anche i
pianti, la sofferenza e la disperazione, la paura di morire o di perdere qualcuno
d’importante. Oggi mi sento un po’ come Saba nell’“Ulisse”, non so a quale terra
appartengo, ho rinunciato al mio Paese per raggiungere l’Italia, “oggi il mio regno
è la terra di nessuno”.
Nonna Zhara rivolge a Camila mille domande, è desiderosa di sapere della sua
nuova vita, delle sue nuove abitudini, registrare i suoi cambiamenti, lei risponde
con entusiasmo, raccontando dei suoi nuovi amici, del suo nuovo paese, eppure
talvolta sembra essere pensierosa, Il suo sguardo spesso si perde nel vuoto, le
mani tese in un movimento compulsivo sono il simbolo di un’interna inquietudine.
Cosa hai provato tornando in Somalia?
53
Capitolo ottavo
Le chiede ad un tratto la nonna.
Ed è allora che Camila, quasi senza pensare, si sente rispondere :
«Non sono più a casa qui, l’odore di casa per me non è più quello della terra somala, non sono più miei, i suoi paesaggi incontaminati. Casa ormai è in Italia, con
le persone che corrono frenetiche, l’odore della pizza, i monumenti antichi e il profumo di Alvise. Il mio posto non è più qui». Camila alza gli occhi e getta il suo
sguardo fuori dalla finestra, persa nel ricordo dell’incontro con Alvise; così vivo
tanto da sentire il suo profumo e la sua voce.
La nonna legge nel suo sguardo, una traccia di felicità e spensieratezza mista ad
emozione. Curiosa le chiede: «A cosa pensi Camila? Ti vedo raggiante» e Camila
risponde: «Credo di essermi innamorata, nonna, di un ragazzo dolce e fantastico
che ho conosciuto in Italia, sento la sua mancanza». La nonna la invita a sedersi
accanto a lei e le dice: «Ricordi quando da piccola ti sedevi accanto a me, sull’uscio di casa, e mi chiedevi di raccontarti qualche storia?».
«Questa storia o meglio questa leggenda, narra di un uomo che si è perso nel deserto, sviene e al suo risveglio è solo... cammina per ore senza meta e alla ricerca
di qualcosa. Preso dal desiderio dell’acqua scorge all’orizzonte un laghetto, con
degli alberi che circondano in parte la riva. Corre verso quell’oasi, immerge le
mani nell’acqua, che di acqua all’improvviso non ha più l’aspetto. Si ritrova le
mani piene di sabbia calda, di colore uguale a tutte le cose che aveva visto
nell’ultimo giorno. È tutto come prima, di alberi e di acqua fresca neanche più
l’ombra. Era un miraggio.
Il nostro viandante si rialza deluso e continua il suo cammino. La sete ora è
troppa, è insopportabile.
Scorge un’altra oasi, stavolta però non ci si avvicina per paura che sia un altro
miraggio e che possa restare, quindi, ancora una volta a bocca asciutta. In realtà, invece, questa volta era un’oasi vera, in acqua e corteccia.
Passa avanti, affannato, assetato, stremato. Le gambe non lo reggono più e
cade a terra senza rialzarsi mai più» Nonna Zara s’interrompe, fissa Camila che
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Ritorno a Mogadiscio
esclama sorpresa: «Finisce così la leggenda?»
La Nonna la guarda un po’ triste, perché ha capito che la nipote non ha colto il
senso di quello che le voleva dire attraverso quel racconto. Poi le chiede: «Non
ti ha insegnato nulla questa leggenda?». Il silenzio lascia spazio a una smorfia di
Camila. La nonna riprende a parlare: «Nella vita bisogna distinguere, un miraggio
dalla realtà.
Se rinunci pensando che sia un miraggio quello che stai guardando, probabilmente avrai perso un’oasi, dove riposarti, dissetarti e trovare la forza e l’energia
per completare il resto del cammino. Se t’illudi di guardare un’oasi e trovi alla
fine un miraggio avrai perso solo tempo e sarai tu a essere ferita».
Camila saluta affettuosamente la nonna, abbracciandola e baciandole le
guance ripetutamente, senza riuscire a trattenere qualche lacrima di tristezza, la
nonna sorride, rincuorata.
Si allontana dal letto scorgendo Shirin dietro la porta e la saluta.
Purtroppo il tempo corre, è già ora di ripartire.
Era contenta di ritornare a casa, in Italia, ma allo stesso tempo era anche triste
di allontanarsi dalla nonna.
Si avvia in aeroporto, Giunta ormai quasi a Verona, Camila è pervasa dall’irrefrenabile voglia di rivedere i suoi compagni. L’aereo sta per atterrare quando
dall’alto riconosce l’Arena, e di nuovo viene assalita dalla gioia e dal ricordo di
quell’invito di Giulia a mangiare la pizza con i suoi amici, quella serata indimenticabile nella pizzeria vicino l’Arena.
E così, mentre accenna un sorriso per quei ricordi che le ritornano alla mente, una
voce interrompe bruscamente il flusso dei suoi pensieri, l’aereo sta per atterrare.
La attanagliano tante emozioni contrastanti, lo spavento e la felicità di vedere
Giulia e soprattutto Alvise.
Intanto il tempo come sempre è volato, Camila si appresta a scendere dall’aereo
e a prendere i suoi bagagli. Una fila di taxi è lì che aspetta, si avvicina per prenderne uno per tornare a casa.
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Capitolo ottavo
Lungo il tragitto passa davanti alla sua scuola che sta frequentando, non pensava che quell’edificio potesse già mancarle così.
I ragazzi escono da scuola e lei con lo sguardo cerca Alvise, che in quel momento si accingeva ad uscire. Lui con quei capelli castano scuro, e quegli occhi
tanto verdi da perdercisi dentro; quella figura slanciata ed atletica, aveva rapito
completamente la sua attenzione.
Stava parlando con Giulia, forse di lei?
No! Probabilmente la prof aveva semplicemente assegnato troppi compiti, o magari parlavano d’altro. È un tipo molto semplice lui, forse proprio quella semplicità
mi ha fatto innamorare.
Questo pensava Camila mentre l’auto ormai si lasciava già in dietro l’edificio
scolastico, e i due ragazzi già lentamente scomparivano dalla sua visuale.
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Ritorno a Mogadiscio
CAPITOLO NONO
La lettera
Sono Camila. Ho venticinque anni e non ho mai smesso di combattere.
Parigi, 27 settembre 2023. «Zahra! Dove sei finita?»
Camila la cerca per tutta la casa quando ad un certo punto la vede scendere
dalle scale con un grosso scatolone di cartone.
«Che cosa c’è qui dentro?» chiede Zahra curiosa.
«Vieni qui», le dice Camila, invitandola a sedere accanto a lei sul tappeto del
salotto e, dopo aver fatto un bel respiro, apre lo scatolone. Ricordi. Ecco cosa
contiene la scatola: gli stessi che la ragazza aveva tentato di seppellire negli
angoli più nascosti del suo cuore. Per prima cosa Zahra tira fuori una foto Polaroid che immortala due ragazze dal sorriso vivace, lei e Giulia. Gira la foto:
febbraio 2013. Camila le spiega: «Sai tesoro, lei era la mia migliore amica, la
prima che ha guardato i miei occhi e non il colore della mia pelle».
Zahra sorride senza capire fino in fondo e subito tira fuori un foulard di un viola
acceso.
«Oh, il mio hijab!». Gli occhi di Camila si accendono, lo prende in mano e sente
ancora il profumo d’incenso, quello di dieci anni fa. «Questo me l’ha regalato
la tua bisnonna, la stessa che mi ha insegnato a cucinare gli squaar che ti piacciono tanto». Gli occhi di Camila si velano di ulteriori ricordi, ancora più lontani.
«…E poi?»
Zahra domanda con l’ingenuità di chi non sa.
«E poi si è ammalata, ma dopo qualche mese è riuscita a sconfiggere la malattia, raggiungendoci in Italia. Nonostante la sua tenacia, piano piano si è
spenta, in silenzio, con lo stesso sorriso di sempre, come l’acqua di un fiume
che si prosciuga».
58
La lettera
Zahra sorride debolmente, cogliendo una briciola del vuoto che la donna ha lasciato. Ora è Camila a pescare nella scatola, non sa che cosa possa uscirne ma
non ha più paura. La sua mano trova una busta di carta ruvida con una grafia
che riconosce subito, quella di Alvise. Un’ondata di emozioni la travolge, proprio
come la prima volta che la lesse:
Camila,
il tuo nome mi sembrava il modo migliore per iniziare questa lettera. Non sai
quante volte l’ ho sussurrato, nella speranza di averti qui.
Mi sento stupido a scriverti ma prima della tua partenza non ho trovato le parole
giuste per confessarti ciò che mi fai provare. Mi sento ancora più stupido per non
essere riuscito a dirti che ti amo. Sì, ti amo, dopo tutto questo tempo ho ancora
paura di ammetterlo, ma ormai non c’è più bisogno di averne. Da quando sei
partita ho ripensato molto al nostro bacio, ai momenti passati insieme e credo di
non essere mai stato così bene con una ragazza. Mi manchi, mi manchi davvero
tanto. Le mie giornate con te erano piene di vita. Ora non posso far altro che vivere di ricordi anche se senza il tuo sorriso è davvero difficile.
Un bacio,
Alvise.
Dopo un attimo di esitazione, visibilmente commossa, Camila propone alla bimba:
«Zahra, ti va di fare un viaggio?»
Verona, 10 ottobre 2023, Camila si rende conto che Verona non è cambiata affatto, come se il tempo si fosse fermato: i suoi monumenti, le sue strade, le persone
con quell’accento a cui quasi si era abituata e che ora invece le sembra così
strano. Anche lei sembra quella di una volta, indossando il suo hjiab viola sgargiante. Zahra le stringe la mano, sembra proprio Camila la prima volta che ha
camminato per quelle vie. La sua manina calda e color caffè intenerirebbe chiunque, come il suo sguardo e i suoi capelli neri che ricordano tanto la nonna. Dopo
molti anni passati a Parigi, finalmente Camila si sente pronta per ritrovare quelle
che una volta erano la sua vita, la sua città e le sue abitudini. Tornare a Verona
Capitolo nono
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le ha fatto capire quanto tiene a questa città.
Zahra trascina Camila in una pasticceria del centro. Il lungo viaggio Parigi - Verona ha fatto venire una gran fame ad entrambe: una buona cioccolata calda,
con questo freddo autunnale, è l’ideale.
Alvise è per strada, sta tornando a casa quando si ferma davanti alla vetrina di
una pasticceria attratto da quei dolciumi. Entra. Il profumo di biscotti e cioccolata lo inebria. Viene attirato da una risata sonora che proviene da un tavolo al
quale sono sedute una bambina dagli occhi vispi e una giovane donna di spalle.
Quest’ultima porta un velo di un colore particolare: ad Alvise sembra famigliare.
Si avvicina al bancone e, quando si gira per guardarla in viso, rimane pietrificato:
Camila!
«Ti va di fare una passeggiata?», prorompe Alvise in quel silenzio fatto di sguardi
che tanto gli mancavano. Camila ha un sussulto, non si immagina che queste
poche parole avrebbero causato in lei così tanti pensieri. Si ricorda della prima
volta in cui si sono incontrati, delle chiacchierate, del loro addio. Si sente per un
momento come allora, poi i lamenti di Zahra la riportano alla realtà: lei vive a Parigi, ha una bambina a cui badare, Alvise è ricomparso dopo anni con un passato
in parte sconosciuto alle spalle. Eppure quegli occhi verdi sono sempre gli stessi.
Non deve essere per forza tutto complicato, pensa e, con un sorriso di approvazione, si dirigono verso il ponte di Castel Vecchio. Durante il tragitto iniziano
a parlare della loro nuova vita ma inevitabilmente i discorsi finiscono sempre per
sfiorare quella vecchia. Ad ogni passo i loro pensieri sembrano indietreggiare e
il paesaggio immutato li riporta al loro legame, che pare esserlo altrettanto. E
avrebbero continuato, ma Alvise ad un tratto si ferma. Qualcosa attira la sua attenzione, lo sguardo fisso su un’ insegna, quella della loro vecchia scuola.
Quando si gira, Camila ha gli occhi pieni di lacrime, qualcosa la turba, forse i ricordi
tormentati della difficile adolescenza, o forse... Un momento! I loro sguardi si incrociano nuovamente. Alvise è sorpreso nel vedere la Camila di una volta asciugarsi
le lacrime che rigano il suo viso. Realizza che, anche se le sensazioni non sono
60
La lettera
cambiate, la realtà ormai non si può negare. Lei ha la sua vita, una figlia, un marito...
Il treno è ormai passato. Proprio come quando Camila era salita su quello che
l’avrebbe portata all’aeroporto verso Mogadiscio. Cos’era cambiato dal giorno
della sua partenza per Parigi, prima che il padre decidesse di trasferirsi lì per lavoro? E se le avesse detto a voce che l’amava, sarebbe rimasto solo un ricordo
della sua gioventù? No, non sarebbe successo, glielo avrebbe detto. Ora.
«Piccola!», dice rivolgendosi a Zahra «cosa ne dici di andare a giocare sull’altalena?»
La bimba chiede: «Zia Camila, posso andare?»
Al suono di quelle parole, Alvise si lascia sfuggire: «Ma come, ti ha chiamata zia?»
A quel punto Camila aspetta che la bambina se ne vada per giustificare il clamoroso equivoco:
«Sai Alvise, Zahra in realtà è mia nipote, la figlia di mia sorella. Tutto è successo
quattro anni fa.
Un attimo prima Noura provava la gioia di essere madre e l’attimo dopo la consapevolezza di non poterla veder crescere. Come puoi immaginare, in Somalia
le condizioni igieniche negli ospedali, a differenza dell’Italia, sono pessime. Purtroppo Noura è stata una delle tante vittime di questo sistema infernale». Camila
ha un attimo di esitazione ma riprende cambiando discorso: «Sono troppo giovane per avere una figlia e poi non ho ancora trovato la persona...».
Alvise rimane in silenzio colpito dal dolore che traspare dalle parole di Camila,
tuttavia non riesce a nascondere la gioia per aver capito che forse non tutto era
perduto. Forse il treno non era passato, forse non era mai partito. Forse Camila era
sempre rimasta nel suo cuore e lui con lei. Forse su quel treno erano saliti insieme.
Camila, ancora provata, lo stringe a sé come se non volesse più lasciarlo. Alvise
ne è sicuro e dice:
«Amore mio, finalmente ho capito. Non è un caso essere qui insieme, ora non ho
più bisogno di dirti ciò che provo, siamo abbastanza grandi per capire che ciò
che è successo in passato, esiste ancora».
Capitolo nono
61
Camila sorride, sa cosa rispondere.
«Venite a vedere! Ho trovato un quadrifoglio!», urla Zahra.
Camila prende Alvise per mano e pian piano si incamminano verso il parco, che
però adesso le sembra così diverso dalla prima volta che l’aveva attraversato,
sotto gli sguardi discriminatori della gente. Quegli occhi spalancati, quelle bocche che bisbigliano, ormai sono scomparse. Nessuno nota più il colore della sua
pelle,nessuno critica più il suo hjiab, nessuno si ferma più al suo aspetto esteriore.
Io sono Camila, e ora non ho più bisogno di combattere.
62
La lettera
APPENDICE
1. La distanza
Liceo “Carlo Botta” di Ivrea (TO) – classe II gamma
Dirigente Scolastico
Lucia Mongiano
Docente referente della Staffetta
Teresa Skurzak
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Cristina Megalizzi
Gli studenti/scrittori della classe II gamma
Marta Amosso, Vittorio Bellotto, Valentina Bena, Andrea Bertacco, Ilaria Bertacco, Francesca Bonaudo, Vittoria Borio, Marta Cignetti, Elisa Cobetto, Martina
Conterio, Martina Cristoforo, Emanuele Curtotti, Alice Dalmasso, Teresa Giannone,
Elisa Iannone, Lucia Landorno, Giulia Maccone, Alberto Pau, Lidia Perotti, Giulia
Rama, Carol Rotella, Marianna Saviozzi, Anna Scognamillo, Giorgia Tantillo,
Giada Uldanh
Hanno scritto dell’esperienza:
“…L’esperienza è risultata estremamente stimolante, anche se difficoltosa sul
piano dell’organizzazione perché il testo è stato scritto a più mani tra tutti gli allievi, nessuno escluso.
È stata un’occasione preziosa per riflettere e discutere sull’esperienza in oggetto
(nella fattispecie, l’integrazione) e sulle tecniche narratologiche”.
APPENDICE
2. La nonna
Liceo Scientifico con annessa sezione Liceo Classico “Don Carlo La Mura” di
Angri (SA) – classe IID
Dirigente Scolastico
Filippo Toriello
Docente referente della Staffetta
Raffaele Rossi
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Raffaele Rossi
Gli studenti/scrittori della classe IID
Mario Calabrese, Ivan Califano, Anna Cinque, Claudia Cuciniello, Eleonora
D’Andretta, Christian D’Aniello, Michele D’Antonio, Elena D’Antuono, Federico Di
Leo, Paola Esposito, Maryem Ettabai, Benedetta Falcone, Giulio Ferraioli, Alessandro Grieco, Maria Biondina Grimaldi, Vincenzo Guida, Alessio Mascolo, Carlo
Mascolo, Siriah Montella, Ilenia Orecchio, Valerio Pizzo, Gerardo Risi, Gerardo
Rispoli, Vincenza Russo, Yuri Tartaglione, Salvatore Testa, Michele Todisco, Giuseppe Trombetta, Concetta Trovato, Mario Ungaro
Hanno scritto dell’esperienza:
“…Come tutor degli alunni, ho preferito utilizzare un modus lavorandi di tipo cooperativo perché più funzionale alla necessità di valorizzare in ciascun alunno la
propria specifica competenza e perché mi è sembrato uno strumento adatto a
costruire un clima relazionale positivo nell’aula multimediale ed in classe, attraverso la costruttiva collaborazione volta alla realizzazione di un prodotto finito
concreto,
Condividere con un compagno la stesura del capitolo di un romanzo ha permesso inoltre, attraverso il confronto, l’ascolto, la lettura e la scrittura di una
storia, di migliorare le competenze linguistiche, applicare le tecniche narratologiche, stimolare la competizione e incentivare altresì le relazioni interpersonali tra
gli alunni stessi”.
APPENDICE
3. La pizza
Liceo “Duca degli Abruzzi” di Treviso (TV) – classe IIA
Dirigente Scolastico
Maria Antonia Piva
Docente referente della Staffetta
Annalisa Dossini
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Chiara Ghirardello
Gli studenti/scrittori della classe IIA Economico
Silvia Bianchi, Marlene Bianco, Nicolo Bovinelli, Jacob Lorenzo Boz, Federica
Bozzo, Giorgia Croce, Carlotta Dacomo, Ottavia Damian, Eleonora Fabbro, Federica Facchin, Nicola Favero, Greta Fermi, Lorenzo Giacomel, Beatrice Nocchi,
Alvise Rossato, Annalaura Salvatore, Jasmine Schiano, Giusy Stea, Massimo Stefani, Giovanni Tonello, Eva Toniolo, Laura Tonon, Tommaso Zamai, Ilenia Zanatta
Hanno scritto dell’esperienza:
“…L’esperienza è stata entusiasmante nonostante alcuni inghippi che ci hanno
rallentato nelle ultime fasi. I ragazzi della classe IIA del Liceo Economico-Sociale
sono stati tutti coinvolti e hanno partecipato con grande trasporto, tanto che un
gruppetto, durante le giornate di chiusura per concorso della sede centrale, si
è trovato nella succursale per iniziare la fase di editing. Esperienza sicuramente
da ripetere, anche se molto impegnativa per il docente”.
APPENDICE
4. Non mi vergogno della mia terra
Liceo Scientifico e Linguistico “De Carlo” di Giugliano in Campania (NA) – gruppo misto
Dirigente Scolastico
Anna Taglialatela
Docente referente della Staffetta
Anna Maria Uccella
Docenti responsabili dell’Azione Formativa
Anna Stanziano, Concetta Papa
Gli studenti/scrittori delle classi
IIB - Claudia Calise, Miriam Cimmino, Francesco Casillo
IIF - Mario Russo, Luigi Granata
IIB Ling. - Eleonora D’Amanzo, Debora Taglialatela, Rossella Di Rosa, Immacolata
Sarnataro
IIA Ling. - Beatrice Ciccarelli, Nadia Regina, Camilla Amato
IIH - Domenico Fammiano, Luca Castellone, Giuliano Smarrazzo, Francesco Di Napoli, Myriam Pirozzi, Arianna Ciccarelli,De Sara Rosa
IIE - Giuliano Panico, Alberto Scialò, Antonio Miele
IIG - Alessia Capano, Alessia Scafa
IID - Elisabetta Pinto, Francesca Marano, Noemi Capodanno, Luisa Gallo
Hanno scritto dell’esperienza:
“…L’esperienza è stata una vera scoperta per gli alunni e per noi stessi docenti! Sicuramente, la scelta del gruppo misto si è rivelata da un lato difficile, per la forzata
commistione di gruppi- classe diversi, ma poi questa stessa difficoltà si è rivelata un
elemento vincente per la scoperta dell’altro, per l’apertura al nuovo…Pertanto,
via via che il capitolo prendeva forma, si delineavano anche nuove amicizie, prendevano corpo svariati e multiformi approcci all’altro da sé, e tutto questo sotto i
nostri occhi di docenti, spesso poco avvezzi alla didattica a classi aperte...”
per leggere l’intero commento www.bimed.net link: staffetta di scrittura creativa
APPENDICE
5. Shirin
Istituto Italiano Statale Comprensivo Liceo Scientifico “E. Amaldi” di Barcellona
(SPAGNA) – classe IIB
Dirigente Scolastico
Cristino Cabria
Docente referente della Staffetta
Velia Cimino
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Donatella Degrassi
Gli studenti/scrittori della classe IIB
Luca Bigolin, Guadalupe Blanco, Jaime Codagnone, Iñaki Corcoy Canet, Valerio
Corsi, Sofia Giampietro, Daniela Gurnari, Francesco Hanrion Giovinazzo, Natalia
Leiría Dantas, Chiara Levante, Carmen Lores Benavente, María Paz Marciano
Radovic, Lorenzo Masiello, Pablo Pirrone Eslava, Marc Porbellini, Abril Raluy,
Aldo Spagnoli, Martina Torre, Uriel Torres Deumal, Marina Vila Mestre
Hanno scritto dell’esperienza:
“…Pensiamo che la nostra partecipazione alla staffetta di scrittura creativa sia
stata nel complesso positiva. È stato interessante leggere i capitoli precedenti
e commentarli insieme, ma il bello è cominciato con il brain storming, guidato dall’insegnante, per “farsi venire” le idee da mettere nel nostro capitolo. Non era
facile trovare un accordo, perché su molti particolari avevamo idee diverse:
basti pensare, per esempio, che abbiamo discusso a lungo ed accanitamente
sulla sorte della nonna di Camila… La maggiore difficoltà, tuttavia, è stata mettere insieme tutte le sequenze, anche perché ognuno di noi ne aveva scritta
una… Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, e nei tempi previsti! E siamo soddisfatti del
risultato!!!”.
APPENDICE
6. Il cambiamento
I.S.I.S.S. “Ugo Foscolo” di Teano (CE) – classi VA ginnasio/IIB
Dirigente Scolastico
Alessandro Cortellessa
Docente referente della Staffetta
Genovina Palmieri
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Genovina Palmieri
Gli studenti/scrittori delle classi
VA Ginnasio - Concetta Belculfinè, Marco Capoccia, Floriana Cirella, Mara Cortellessa, Lina De Fusco, Maria Grazia De Simone, Luciano Fumo, Paolo Grieco,
Marzia Iannazzo, Lepre Emma, Rosanna Napolano, Fabiola Ruolo, Rosita Setaro,
Mauro Varone, Angela Zanni, Manuela Zanni
IIB Liceo Scienze applicate - Irene Cortellessa, Valentina Della Torre, Camilla Di
Benedetto, Lucia Faella, Pierluigi Faella, Donatella Genovese, Emanuele Iadicicco, Fiorella Izzo, Gennaro Loffredo, Martina Mayer, Luca Mignacco, Chiara
Morrone, Karen Petteruti, Maria Anna Pignagrande, Miriana Verdolotti
Hanno scritto dell’esperienza:
“…Si può ribadire quanto già scritto nell’Appendice relativa alla Staffetta Triennio.
In particolare nel Biennio l’impegno per questo “percorso” ha avuto una ricaduta
positiva in termini di miglioramento dell’autostima, crescita individuale e spinta ad
una maggiore motivazione. Didatticamente è stata l’occasione per consolidare la
conoscenza delle tecniche per la costruzione di un testo narrativo”.
APPENDICE
7. Il viaggio
Liceo delle Scienze Umane “Pascasino” di Marsala (TP) – classi IIA/IIID
Dirigente Scolastico
Antonella Coppola
Docente referente della Staffetta
Maria Gabriella Bustini
Docenti responsabili dell’Azione Formativa
Maria Gabriella Bustini, Antonella De Stefano
Gli studenti/scrittori delle classi
IIID - Chiara Li Causi, Germana Signorino, Erica Accardi, Ylenia Sardo, Carola
Donato, Valeria Gianmarinaro, Giulia Martino, Silvia Pugliese, Elena Morana,
Paola Calandro, Martina Basile, Giulia Gerbino, Giorgia Civello, Veruska Barraco,
Silvia Rubino, Desirèe Russo, Jessica Pisciotta
IIA - Laura Perrone, Ylenia Civello, Maria Rita Maltese, Giusy Rizzo, Catia Riggio
Hanno scritto dell’esperienza:
“…È stata un’esperienza molto stimolante e divertente.
I ragazzi hanno accolto con entusiasmo il progetto e, dopo diversi incontri durante i quali hanno letto, commentato e valutato i capitoli già redatti dalle altre
scuole, hanno iniziato a intrecciare le fila del loro capitolo, le cui parti sono state
“smontate”, recuperate, ricucite, fino a raggiungere la realizzazione del prodotto
finale. La maggior parte delle studentesse ha dimostrato ottime capacità di
ascolto e di collaborazione. Alcune di loro, dopo questa esperienza hanno scoperto una vera e propria passione per la scrittura e già si cimentano nella composizione di brevi racconti”.
APPENDICE
8. Ritorno a Mogadiscio
Liceo Artistico “Sabatini-Menna” di Salerno (SA) – classe IIB
Dirigente Scolastico
Ester Andreola
Docente referente della Staffetta
Maria Di Lieto
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Angela Visone
Gli studenti/scrittori della classe IIB
Serena Apicella, Lucia Aprile, Vincenzo Avella, Chiara Barone, Francesco Pio Bisogno, Pio Maria Bisogno, Giulia Capolupo, Simona Cuciniello, Stefano Della Cerra,
Pasquale Langella, Maria Memoli, Vittorio Nunziata, Angela Pantò, Julia Pappacena, Antonio Pappalardo, Francesco Rispoli, Manuel Romano, Silvia Russo, Annamaria Senatore, Giovanni Sorrentino, Francesco Troisi, Michela Vassallo
Hanno scritto dell’esperienza:
“…L’esperienza è stata particolarmente interessante specialmente per gli allievi
con qualche lieve difficoltà nelle discipline letterarie. Il loro impegno e l’interesse
dimostrato durante la stesura del lavoro confermano la validità della Staffetta
Creativa non solo come potenziamento di eccellenze ma anche come stimolazione per i meno dotati”.
APPENDICE
9. La lettera
Liceo Classico “XXVI Febbraio” di Aosta (AO) – classe VA ginnasio bilingue
Dirigente Scolastico
Anna Maria Traversa
Docente referente della Staffetta
Serena Del Vecchio
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Serena Del Vecchio
Gli studenti/scrittori della classe VA ginnasio bilingue
Sidorela Bushi, Eugénie Caveri, Coralie Darbelley, Federica Demaestri, Costanza
Garbetta, Camilla Giardini, Jezahel Jordan, Sophie Pession, Marta Privitera, Valentina Romagnoli, Sylvie Viglino
Hanno scritto dell’esperienza:
“…L'esperienza della Staffetta sarà uno di quei momenti della nostra vita che ricorderemo con piacere. L'ansia di ricevere il capitolo successivo, la delusione
e lo scoraggiamento vissuti in alcuni momenti del percorso e, infine, la stesura del
nostro capitolo (l'ultimo),tutto questo ci ha fatto capire quanto sia importante
essere una classe unita, nonostante gli inevitabili scambi di opinione - anche
molto accesi - che abbiamo avuto tra di noi. Durante la staffetta ci siamo impegnati a commentare ogni capitolo per postarlo sul forum, ma abbiamo notato
con dispiacere che siamo stati praticamente gli unici, mentre sarebbe stato bello
poterci confrontare con i “colleghi” delle altre scuole per scambiare con loro impressioni ed emozioni. Tralasciando questo dettaglio, possiamo dire che ci siamo
divertiti molto, che abbiamo imparato moltissimo l'uno dall'altro e che è stata
un'esperienza che vorremmo davvero ripetere”.
NOTE
NOTE
NOTE
NOTE
INDICE
Incipit di CARLO GRANDE ..............................................................................pag
14
Cap. 1 La distanza ................................................................................................»
16
Cap. 2 La nonna ......................................................................................................»
22
Cap. 3 La pizza ........................................................................................................»
26
Cap. 4 Non mi vergogno della mia terra ........................................................»
32
Cap. 5 Shirin ..............................................................................................................»
36
Cap. 6 Il cambiamento ..........................................................................................»
42
Cap. 7 Il viaggio ....................................................................................................»
46
Cap. 8 Ritorno a Mogadiscio..............................................................................»
52
Cap. 9 La lettera ......................................................................................................»
58
Appendici ..................................................................................................................»
64
Finito di stampare nel mese di aprile 2013
dalla Tipografia Gutenberg Srl – Fisciano (SA)
ISBN 978-8897890-75-1

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