Poliziano 7-8

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Poliziano 7-8
ANGELO
POLIZIANO
I. Le Stanze per la giostra
COMPOSIZIONE DELLE STANZE PER LA
GIOSTRA DI POLIZIANO
• Giostra bandita a Firenze per volontà di Lorenzo
de’ Medici nel 1474
• Si svolse in piazza S. Croce a Firenze il 29 gennaio
1475
• Protagonista assoluto dell’evento Giuliano de’
Medici (1453-1478) fratello di Lorenzo
• L’evento fu celebrato in latino da Naldo Naldi
con l’Hastiludium (nov 1475)
Scambio delle parti: Naldi celebra in versi, ma con un resoconto simile, nei modi di presentazione
della materia, a quelli di Pulci (descrizione dei giostranti/rievocazione della giostra); Poliziano crea
un testo celebrativo dell’evento che non descrive la giostra.
POLIZIANO
Stanze per la giostra, I1
PROPOSIZIONE
Le gloriose pompe e' fieri ludi
della città che 'l freno allenta e stringe
A’ magnanimi Toschi, e i regni crudi
di quella dea che 'l terzo ciel dipinge,
e i premi degni alli onorati studi,
la mente audace a celebrar mi spinge,
sì che i gran nomi e i fatti egregi e soli
fortuna o morte o tempo non involi.
POLIZIANO
Stanze per la giostra, I1
Virgilio, Eneide V 53
Sollemnis ordine pompas
per rito solenni cerimonie
Giochi a un anno dalla
morte di Anchise; Enea
promette che celebrerà
l’anniversario in ogni
condizione.
che la destra del cielo allenta
e tira, Dante Pd XV 6
Le gloriose pompe e' fieri ludi
della città che 'l freno allenta e stringe
a’ magnanimi Toschi, e i regni crudi
di quella dea che 'l terzo ciel dipinge,
e i premi degni alli onorati studi,
la mente audace a celebrar mi spinge,
sì che i gran nomi e i fatti egregi e soli
fortuna o morte o tempo non involi.
Sed pater omnipotens speluncis abdidit atris,
hoc metuens, molemque et montis insuper altos
imposuit, regemque dedit, qui foedere certo
et premere et laxas sciret dare iussus habenas.
PROPOSIZIONE
Ma il padre onnipotente, temendo ciò, li rinchiuse in buie caverne
(scil. i venti) e sovrappose un massiccio di alti monti, e diede un re, il
quale con fermo patto, sapesse, a un comando, tendere e allentare
le briglie ( trad. L. Canali)
Benigna volontade in che si liqua
né si partì la gemma dal suo nastro,
DANTE ALIGHIERI
sempre l’amor che drittamente spira,
ma per la lista radial trascorse,
come cupidità fa ne la iniqua,
che parve foco dietro ad alabastro.
Paradiso XV 1-30
silenzio puose a quella dolce lira,
Sì pia l’ombra d’Anchise si porse,
e fece quietar le sante corde
se fede merta nostra maggior musa,
che la destra del cielo allenta e tira. quando in Eliso del figlio s’accorse.
Come saranno a’ giusti preghi sorde
“O sanguis meus, o superinfusa
quelle sustanze che, per darmi voglia
gratia Dei, sicut tibi cui
ch’io le pregassi, a tacer fur concorde? bis unquam celi ianua reclusa?”
Bene è che sanza termine si doglia
chi, per amor di cosa che non duri
etternalmente, quello amor si spoglia.
Quale per li seren tranquilli e puri
discorre ad ora ad or sùbito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri,
e pare stella che tramuti loco,
se non che da la parte ond’e’ s’accende
nulla sen perde, ed esso dura poco:
tale dal corno che ‘n destro si stende
a piè di quella croce corse un astro
Giovanni di Paolo (Siena fine XIV-prima del marzo 1482) Divina
de la costellazion che lì resplende;
Commedia (Londra, British Museum, Yates-Thomson Collection) eseguito a
Siena per Alfonso V di Aragona, re di Napoli
POLIZIANO
Stanze per la giostra, I 2
Petrarca Canzoniere
CCLXVI
Dante, Vita nuova XXI
O bello idio ch'al cor per gli occhi inspiri
dolce disir d'amaro pensier pieno,
e pasciti di pianto e di sospiri,
nudrisci l'alme d'un dolce veleno,
gentil fai divenir ciò che tu miri,
né può star cosa vil drento al suo seno;
Amor, del quale i' son sempre suggetto,
porgi or la mano al mio basso intelletto.
INVOCAZIONE
AD AMORE
PETRARC A
Canzoniere, CCLXVI
Al Cardinale Giovanni Colonna in Avignone
Signor mio caro, ogni pensier mi tira
devoto a veder voi, cui sempre veggio:
la mia fortuna (or che mi po’ far peggio?)
mi tene a freno, et mi travolge et gira.
Poi quel dolce desio ch'Amor mi spira
menami a morte, ch'i' non me n'aveggio;
et mentre i miei duo lumi indarno cheggio,
dovunque io son, dì et notte si sospira.
Carità di signore, amor di donna
son le catene ove con molti affanni
legato son, perch'io stesso mi strinsi.
Un lauro verde, una gentil colomna,
quindeci l'una, et l'altro diciotto anni
portato ˜ in seno, et giˆ mai non mi
scinsi.
DANTE
Vita nuova, XXI
Ne li occhi porta la mia donna Amore,
per che si fa gentil ciò ch’ella mira;
ov’ella passa, ogn’om ver lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core,
sì che, bassando il viso, tutto smore,
e d’ogni suo difetto allor sospira:
fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
Aiutatemi, donne, farle onore.
Ogne dolcezza, ogne pensero umile
nasce nel core a chi parlar la sente,
ond’è laudato chi prima la vide.
Quel ch’ella par quando un poco sorride,
non si pò dicer né tenere a mente,
sì è novo miracolo e gentile.
POLIZIANO
Stanze per la giostra, I 3
Petrarca, Canzoniere,
LXXXI
Petrarca, Canzoniere,
CCCVII
Sostien tu el fascio ch'a me tanto pesa,
reggi la lingua, Amor, reggi la mano;
tu principio, tu fin dell'alta impresa,
tuo fia l'onor, s'io già non prego invano;
di', signor, con che lacci da te presa
fu l'alta mente del baron toscano
più gioven figlio della etrusca Leda,
che reti furno ordite a tanta preda.
INVOCAZIONE
AD AMORE
PETRARC A
Canzoniere, LXXXI
Io son sì stanco sotto 'l fascio antico
de le mie colpe et de l'usanza ria
ch'i' temo forte di mancar tra via,
et di cader in man del mio nemico.
Ben venne a dilivrarmi un grande amico
per somma et ineffabil cortesia;
poi volò fuor de la veduta mia,
s’ ch'a mirarlo indarno m'affatico.
Ma la sua voce anchor qua giù rimbomba:
O voi che travagliate, ecco 'l camino;
venite a me, se 'l passo altri non serra.
Qual gratia, qual amore, o qual destino
mi darà penne in guisa di colomba,
ch'i' mi riposi, et levimi da terra?
PETRARC A
Canzoniere, CCCVII
I' pensava assai destro esser su l'ale,
non per lor forza, ma di chi le spiega,
per gir cantando a quel bel nodo eguale
onde Morte m'assolve, Amor mi lega.
Trovaimi a l'opra via più lento et frale
d'un picciol ramo cui gran fascio piega,
et dissi: - A cader va chi troppo sale,
né si fa ben per huom quel che 'l ciel nega. -
Mai non poria volar penna d'ingegno,
nonché stil grave o lingua, ove Natura
volò, tessendo il mio dolce ritegno.
Seguilla Amor con s’ mirabil cura
in adornarlo, ch'i' non era degno
pur de la vista: ma fu mia ventura.
POLIZIANO
Stanze per la giostra, I 4
E tu, ben nato Laur, sotto il cui velo
Fiorenza lieta in pace si riposa,
né teme i venti o 'l minacciar del celo
o Giove irato in vista più crucciosa,
accogli all'ombra del tuo santo stelo
la voce umil, tremante e paurosa;
o causa, o fin di tutte le mie voglie,
che sol vivon d'odor delle tuo foglie.
INVOCAZIONE
A LORENZO
POLIZIANO
Stanze per la giostra, I 5
Virgilio, Bucoliche VIII, ad Asinio
Pollione vincitore in Dalmazia
Tu mihi seu magni superas iam
saxa Timavi / sive oram Illyrici
legis aequoris; en erit umquam
/ ille dies, mihi cum liceat tua
dicere facta? / En erit ut liceat
totum mihi ferre per orbem /
sola Sophocleo tua carmina
digna cothurno? / A te
principium, tibi desinet. Accipe
iussis / carmina coepta tuis,
atquehanc sine tempora
corcum / intra victrices
hederam tibi serpere lauros
(vv. 6-13)
Deh, sarà mai che con più alte note,
se non contasti al mio volar fortuna,
lo spirto della membra, che devote
ti fuor da' fati insin già dalla cuna,
risuoni te dai Numidi a Boote,
dagl'Indi al mar che 'l nostro celo imbruna,
e posto il nido in tuo felice ligno,
di roco augel diventi un bianco cigno?
INVOCAZIONE
A LORENZO
Tu sia che superi già le rupi del grande Timavo, [fiume carsico della Slovenia] sia che costeggi
il mare d’Illiria; non verrà mai il giorno in cui possa cantare le tue imprese? In cui mi sia
lecito celebrare per tutta la terra i versi composti da te, degni del coturno sofocleo? Il mio
canto cominciato in te finirà in te: accoglilo intrapreso per tuo consiglio e lascia che tra il
lauro vincitore ti serpeggi intorno alle tempie questa edera (trad. di L. Canali, Milano 1978)
POLIZIANO
Stanze per la giostra, I 6
Ma fin ch'all'alta impresa tremo e bramo,
e son tarpati i vanni al mio disio,
lo glorioso tuo fratel cantiamo,
che di nuovo trofeo rende giulio
il chiaro sangue e di secondo ramo:
convien ch'i' sudi in questa polver io.
Or muovi prima tu mie' versi, Amore,
ch'ad alto volo impenni ogni vil core.
Petrarca, Canzoniere CLXVII
INVOCAZIONE
A LORENZO
PETRARC A
Canzoniere, CLXVII
Mille piagge in un giorno et mille rivi
mostrato m’à per la famosa Ardenna
Amor, ch'a' suoi le piante e i cori
impenna
per fargli al terzo ciel volando ir vivi.
Dolce m’è sol senz'arme esser stato ivi,
dove armato fier Marte, et non acenna,
quasi senza governo et senza antenna
legno in mar, pien di penser' gravi et schivi.
Pur giunto al fin de la giornata oscura,
rimembrando ond'io vegno, et con quai
piume,
sento di troppo ardir nascer paura.
Ma 'l bel paese e 'l dilectoso fiume
con serena accoglienza rassecura
il cor giù vòlto ov'abita il suo lume.
NB il bel paese è la Provenza, e il dilectoso fiume
è il Rodano
POLIZIANO
Stanze per la giostra, I 7
E se qua su la fama el ver rimbomba,
che la figlia di Leda, o sacro Achille,
poi che 'l corpo lasciasti intro la tomba,
t'accenda ancor d'amorose faville,
lascia tacere un po' tuo maggior tromba
ch'i' fo squillar per l'italiche ville,
e tempra tu la cetra a nuovi carmi,
mentr'io canto l'amor di Iulio e l'armi.
SCUSE PER AVER
TRALASCIATO LA
TRADUZIONE
DELL’ILIADE
POLIZIANO
Lettera a Paolo Cor tesi (Epist., VIII, 16)
Tuttavia c’è una cosa, a proposito dello stile, in cui io dissento da te. A quel che mi sembra,
tu non approvi se non chi riproduca Cicerone. A me sembra più rispettabile l’aspetto del
toro o del leone che non quello della scimmia, anche se la scimmia rassomiglia di più
all’uomo. Come ha detto Seneca, non sono simili tra loro quelli che si crede siano stati i
massimi esponenti dell’eloquenza. Quintiliano deride coloro che credevano di essere i
fratelli germani [1] di Cicerone per il fatto che finivano i loro periodi con le sue stesse
parole. Orazio condanna coloro che sono imitatori e nient’altro che imitatori.
POLIZIANO
Lettera a Paolo Cor tesi (Epist., VIII, 16)
[2] Quelli che compongono solamente imitando mi sembrano simili ai pappagalli che
dicono cose che non intendono. Quanti scrivono in tal modo mancano di forza e di vita;
mancano di energia, di affetto, di indole; sono sdraiati, dormono, russano. Non dicono
niente di vero, niente di solido, niente di efficace. Tu non ti esprimi come Cicerone, dice
qualcuno. Ebbene? Io non sono Cicerone; io esprimo me stesso. Vi sono poi certuni, caro
Paolo, che vanno mendicando lo stile a pezzi, come il pane, e vivono alla giornata. Se non
hanno innanzi un libro da cui rubacchiare, non sanno mettere assieme tre parole; ed anche
quelle le contaminano con nessi rozzi e con vergognosa barbarie.
POLIZIANO
Lettera a Paolo Cor tesi (Epist., VIII, 16)
La loro espressione è sempre tremante, vacillante, debole, mal curata, mal connessa;
costoro io non posso soffrire; eppure hanno la sfacciataggine di giudicare dei dotti, di
coloro il cui stile è quasi fecondato da una nascosta cultura, da un leggere continuo,
da un lunghissimo studio.
Ma voglio ritornare a te, caro Paolo, che amo profondamente, a cui debbo molto, a cui
attribuisco un grande ingegno: io vorrei che tu non ti lasciassi avvincere da codesta
superstizione che ti impedisce di compiacerti di qualcosa che sia completamente tuo, che
non ti permette di staccare mai gli occhi da Cicerone.
POLIZIANO
Lettera a Paolo Cor tesi
Quando invece Cicerone ed altri buoni autori avrai letto abbondantemente, ed a lungo, e li
avrai studiati, imparati, digeriti; quando avrai empito il tuo petto con la cognizione di molte
cose, e ti deciderai finalmente a comporre qualcosa di tuo, vorrei che tu procedessi con le
tue stesse forze, vorrei che tu fossi una buona volta te stesso, vorrei che tu abbandonassi
codesta troppo ansiosa preoccupazione di riprodurre esclusivamente Cicerone, vorrei che
tu rischiassi mettendo in giuoco tutte le tue capacità. Coloro i quali stanno attoniti a
contemplare solo cedesti vostri ridicoli modelli non riescono mai, credimi, a renderli, e in
qualche modo vengono spengendo l’impeto del loro ingegno e mettono ostacoli davanti a
chi corre, e, per usare l’espressione plautina, quasi remore.
POLIZIANO
Lettera a Paolo Cor tesi
[3] Come non può correre velocemente chi si preoccupa solo di porre il suo piede sulle
orme altrui, così non potrà mai scrivere bene chi non ha il coraggio di uscire dalla via
segnata. E ricordati infine che solo un ingegno infelice imita sempre, senza trarre mai nulla
da sé. Addio.
[Traduzione di E. Garin, Milano-Napoli 1952]
PAOLO CORTESI
Lettera a Poliziano
[...] Benché molti siano stati insigni in ogni genere di eloquenza, io ricordo di avere scelto
Marco Tullio come esemplare degno d’essere proposto a tutti gli uomini dotti. [...] Io
voglio, caro Poliziano, che la somiglianza non sia quella della scimmia con l’uomo, ma quella
del figlio col padre. La scimmia imita in modo ridicolo soltanto le deformità e i vizi del
corpo in un’immagine deformata; il figlio rende il volto, l’andatura, il portamento, l’aspetto,
la voce, la figura del padre, eppure in tanta somiglianza ha qualcosa di proprio, di naturale,
di diverso, sì che quando si paragonano sembrano tra loro dissimili. ...] Da ogni parte
accorrono gli uomini verso Cicerone, e tutti credono di potersi esprimere nella stessa
maniera. [...] Così, mentre imitano la ricchezza del suo dire e, com’essi credono, la sua
facilità, perdono la sua forza e le sue punte, così rimangono lontanissimi da lui.
PAOLO CORTESI
Lettera a Poliziano
Non giova infatti riempire le nostre pagine dell’altrui eleganza e di certi splendori, e quasi
dell’altrui insegne, se non riusciamo a far ciò in modo conveniente. Nasce infatti una specie
di mostro le cui membra mal connesse si dissolvono. Perciò, per parlare di me, non hai
motivo, caro Poliziano, di distogliermi dall’imitazione di Cicerone. Rimproverami piuttosto
l’incapacità di imitarlo bene, ancorché io preferisca essere seguace e scimmia di Cicerone
piuttosto che alunno e figlio di altri. [...]
(Trad. E. Garin, da Prosatori latini del Quattrocento, a cura di E. Garin, Ricciardi, MilanoNapoli, 1952)
STANZE PER LA GIOSTRA
Struttura del primo canto
Ottave I 8-12
Presentazione di Iulio
Ottave I 49-50
Iulio a Simonetta
Ottave 13-21
Esortazione di Iulio al
‘miserello amante’
Ottave I 51-54
Simonetta a Iulio
Ottave I 22-24
Sdegno di Amore
Ottave I 55-59
Reazione di Iulio
Ottave I 25-33
Iulio a caccia
Ottave I 60-67
La ricerca di Iulio
Ottave I 34-37
Caccia alla bianca cerva
Ottave I 68
Ottave I 38-48
Apparizione di Simonetta
Amore torna nel regno di
Venere
Ottave I 69-125
Il regno di Venere
STANZE PER LA GIOSTRA
La costruzione del personaggio di Iulio (I 8-12)
GIOVINEZZA
Verde etate, primo fiore, lieto, in pace e’n libertate, giovene gagliardo, tutto gioioso,
chiamando amor lascivia umana, agre rampogne freddo petto
AMORE
dolce acerbe cure che dà amore, fato acerbo e diro, futuri pianti,
afflitti amanti
NATURA
inculto sempre e rigido in aspetto; / e’l volto difendea dal solar raggio /
con ghirlanda di pino o ver di faggio
POESIA
’n compagnia delle nove sorelle / celesti versi con disio cantava
STANZE PER LA GIOSTRA E RVF CXXXI
Amor fra l'erbe una leggiadra rete
d'oro et di perle tese sott'un ramo
dell'arbor sempre verde ch'i' tant'amo,
benché n'abbia ombre più triste che liete.
L’èsca fu 'l seme ch'egli sparge et miete,
dolce et acerbo, ch'i' pavento et bramo;
le note non fur mai, dal d’ ch'Adamo
aperse gli occhi, s’ soavi et quete.
E 'l chiaro lume che sparir fa 'l sole
folgorava d'intorno: e 'l fune avolto
era a la man ch'avorio et neve avanza.
Cos’ caddi a la rete, et qui m'ˆn colto
gli atti vaghi et l'angeliche parole,
e 'l piacer e 'l desire et la speranza.
I 12, 1-2 E se talor nel cieco
labirinto / errar vedeva un
miserello amante
STANZE PER LA GIOSTRA E RVF CCXXIV
S'una fede amorosa, un cor non finto,
un languir dolce, un desiar cortese;
s'oneste voglie in gentil foco accese,
un lungo error in cieco laberinto;
se ne la fronte ogni penser depinto,
od in voci interrotte a pena intese,
or da paura, or da vergogna offese;
s'un pallor di viola et d'amor tinto;
I 12, 6 Pascer l’alma di dua luci sante
I 13 1-2 Scuoti, meschin, dal petto il cieco
errore / ch’a te stessi te fura , ad altrui
porge
s'aver altrui più caro che se stesso;
se sospirare et lagrimar mai sempre,
pascendosi di duol, d'ira et d'affanno,
s'arder da lunge et agghiacciar da presso
son le cagion ch'amando i' mi distempre,
vostro, donna, 'l peccato, et mio fia 'l
danno.
STANZE PER LA
GIOSTRA E TR CUP.
CCXXIV III 79 -81
I 13, 5-6 Costui che’l vulgo
errante chiama Amore / è
dolce insania a chi più acuto
scorge
Ecco quei che le carte empion di
sogni
Lancillotto Tristano e gli altri erranti
Ove conven ch’el vulgo errante agogni
STANZE PER LA
GIOSTRA E ORAZIO
ODI III 4 (1-8)
I 13, 6 è dolce insania a chi più acuto scorge
Descende caelo et dic age tibia
Regina longum Calliope melos,
Seu voce nunc mavis acuta
Seu fidibus chtharave Phoebi.
Auditis? An me ludit amabilis
insania? Audire et videor pios
Errare per lucos. Amoene
Quos et aquae subeunt et aurae
STANZE PER LA GIOSTRA E
OVIDIO METAM. III 402-06
I 22, 3-23,1
ma qualche miserello, a cui l’ardente
Fiamme struggeano i nervi tutti quanti
Gridava al ciel: - Giusto sdegno ti muova,
Amor, che costui creda almen per pruova
Né fu Cupido sordo al pio lamento…
Sic hanc sic alias undis aut montibus ortas
Luserat hic nynphas, sic coetus ante viriles.
Inde manus aliquis despectus ad aethera tollens
«sic amet ipse licet, sic non potiatur amato»
Dixerat: adsensit precibus Rhamnusia iustis
E lui, ne aveva deluse di ninfe, di figlie dell’acqua e dei
monti, parecchie oltre a Eco, e delusi già prima gli
approcci dei maschi. Finì che qualcuno, umiliato levò
verso l’alto le braccia pregando: « Che tocchi anche a
lui innamorarsi e vedersi negato chi ama ». La dea di
Ramnunte [Nemesi] raccolse la giusta richiesta.
S TANZE PE R LA GIOS TRA
E PE TRARC A RVF II
I 33, 7-8
ivi consiglio a sua bella vendetta
Prese amor che ben loco e tempo aspetta
Per fare una leggiadra sua vendetta
et punire in un d’ ben mille offese,
celatamente Amor l'arco riprese,
come huom ch'a nocer luogo et tempo aspetta.
Era la mia virtute al cor ristretta
per far ivi et ne gli occhi sue difese,
quando 'l colpo mortal là giù discese
ove solea spuntarsi ogni saetta.
Però, turbata nel primiero assalto,
non ebbe tanto né vigor né spazio
che potesse al bisogno prender l'arme,
overo al poggio faticoso et alto
ritrarmi accortamente da lo strazio
del quale oggi vorrebbe, et non pò, aitarme.
STANZE PER LA GIOSTRA
E PETRARC A RVF. CLX
I 38, 5-8
Ivi tutto ripien di maraviglia
pur della ninfa mira la figura:
parli che dal bel viso e da' begli occhi
una nuova dolcezza al cor gli fiocchi.
Amor et io sì pien' di meraviglia
come chi mai cosa incredibil vide,
miriam costei quand'ella parla o ride
che sol se stessa, et nulla altra, simiglia.
Dal bel seren de le tranquille ciglia
sfavillan s’ le mie due stelle fide,
ch'altro lume non ch'infiammi et guide
chi d'amar altamente si consiglia.
Qual miracolo quel, quando tra l'erba
quasi un fior siede, over quand'ella preme
col suo candido seno un verde cespo!
Qual dolcezza ne la stagione acerba
vederla ir sola co i pensier' suoi inseme,
S TANZE PE R LA GIOS TRA
E PE TRARC A RVF II
I 33, 7-8
ivi consiglio a sua bella vendetta
Prese amor che ben loco e tempo aspetta
Per fare una leggiadra sua vendetta
et punire in un d’ ben mille offese,
celatamente Amor l'arco riprese,
come huom ch'a nocer luogo et tempo aspetta.
Era la mia virtute al cor ristretta
per far ivi et ne gli occhi sue difese,
quando 'l colpo mortal là giù discese
ove solea spuntarsi ogni saetta.
Però, turbata nel primiero assalto,
non ebbe tanto né vigor né spazio
che potesse al bisogno prender l'arme,
overo al poggio faticoso et alto
ritrarmi accortamente da lo strazio
del quale oggi vorrebbe, et non pò, aitarme.

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