Cass. civ. , Sez. lavoro, sentenza 15 gennaio 2016, n

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Cass. civ. , Sez. lavoro, sentenza 15 gennaio 2016, n
Cass. civ. , Sez. lavoro, sentenza 15 gennaio 2016, n. 586
disposizione e valutazione delle prove – onere probatorio della malattia
Con il rigetto del ricorso, La corte di Cassazione ribadisce che l'interpretzione dell'art 360 c.p.c non
consente al giudice di legittimità di operare una valutazione del merito della controversia, una
revisione del “ragionamento decisorio” del tutto estranea all'ambito del vizio di motivazione. La
motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto quando vengano in luce delle
incongruenze nel processo logico-giurdico, date dalla totale obliterazione di elementi che
potrebbero condurre a una diversa decisione oppure quando la carenza del ragionemento sia
evidente in se' tale.
Ne consegue che i motivi addotti dal ricorrente, ossia l'omesso esame dei documenti in sede di
appello, non possono essere a fondamento dell'accoglimento del ricorso. Oltretutto il ricorrente
non ha prodotto nella sede opportuna i documenti di cui solleva la doglianza, non curandosi
dell'onere ,che era a suo carico, “di dimostrare la compatibilità dell'attività lavorativa svolta in
favore di terzi con l'infermità determinante l'assenza del lavoro con l'Associazione datrice di lavoro
e col recupero delle energie lavorative”
Svolgimento del processo
Con ricorso al Tribunale di Roma, D.A. dedusse di aver lavorato alle dipendenze dell’Associazione
CNOS-FAP Regione Lazio dall’1.11.1999 al 2.3.2007 in qualità di operaio ausiliario di I livello; che
era stato licenziato dalla datrice di lavoro a seguito di contestazione disciplinare del 16 febbraio
2007, relativa allo svolgimento di attività lavorativa in favore di terzi in costanza di assenza per
malattia nel medesimo mese di febbraio; che il recesso aziendale era da ritenersi illegittimo sotto
vari profili e comunque privo di giusta causa, essendo egli affetto da uno stato patologico tale che
gli consentiva di uscire in qualunque ora del giorno mentre in ogni caso, anche ammesso che si
recasse nell’esercizio commerciale (bar) gestito dalla di lui moglie, non vi era la prova che egli
avesse svolto attività lavorativa in favore della coniuge all’interno dei bar. Il Tribunale respingeva il
ricorso, ritenendo legittima la procedura di irrogazione della sanzione posta in essere dal datore di
lavoro; provati gli addebiti e sussistente la proporzionalità della sanzione adottata.
Avverso tale sentenza proponeva appello l’A.; si costituiva l’appellata resistendo al gravame di cui
chiedeva il rigetto.
Con sentenza depositata il 28 febbraio 2012, la Corte d’appello di Roma rigettava il gravame,
ritenendo provato l'addebito e legittima la sanzione irrogata.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso A., affidato a due motivi, poi illustrati con
memoria. Resiste Associazione con controricorso.
Motivi della decisione
1.-Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116
c.p.c. (art.360,comma 1, n. 3, c.p.c.).
Lamenta che la Corte di merito ritenne provato raddebito sulla base della testimonianza M.
(dipendente della società investigativa incaricata dalla datrice di lavoro), e dei rapporto da questi
redatto, senza tener conto di alcune significative circostanze: innanzitutto che il giorno 1°febbraio
2007 aveva accompagnato la figlia presso il Policlinico per una visita specialistica, come risultava
dalla relativa documentazione prodotta sin dal primo grado, circostanza ignorata sia dal Tribunale
che’ dalla Corte di merito, nonostante specifica censura al riguardo. D’altro canto evidenzia che la
relazione dell’investigatore era priva di allegazioni fotografiche, sicché, essendo emerso che solo
in occasione del 1°febbraio 2007 il teste sarebbe entrato nel bar constatando l’attività lavorativa
del ricorrente, mentre nelle altre giornate si sarebbe solo trattenuto all’esterno dell’esercizio
commerciale, non era stata raggiunta alcuna prova certa di un effettivo svolgimento di attività
lavorativa presso terzi, salvo, in tesi, il 1°febbraio.
2.-Con il secondo motivo il ricorrente denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo della
controversi (art.360,comma1,n.5 c.p.c.)
.
Lamenta che la valutazione della Corte di merito circa la gravità della sua condotta presenta vizi
logici e giuridici, non avendo considerato che secondo il costante insegnamento di legittimità, lo
svolgimento di attività lavorativa in favore di terzi durante l’assenza per malattia, rileva unicamente
allorquando tale attività lavorativa possa pregiudicare la guarigione, ovvero quando, secondo le
concrete risultanze di causa, essa faccia presumere l’inesistenza o simulazione dello stato
morboso. Evidenzia l’A. che nella specie la sua infermità (sindrome ansioso depressiva) era
ampiamente documentata, mentre la natura stessa della patologia consigliava l’uscita da casa e la
stessa frequentazione del bar della moglie costituivano elementi atti (e non contrari) a favorire la
sua guarigione.
3.- I motivi, che per la loro connessione possono essere congiuntamente esaminati, sono in parte
inammissibili e per il resto infondati.
Inammissibili in primo luogo in quanto nella sostanza diretti entrambi, nonostante l’invocazione, nel
primo motivo, dell’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., ad un riesame delle circostanze di fatto, precluso
al giudice di legittimità.
Deve infatti considerarsi che il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360,
comma primo, n. 5) cod. proc. civ., ivi compreso quello denunciato sub violazione dell’art.115 e\o
116 c.p.c. (cfr. Cass. n. 15205\14), non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia
dell’opzione che ha condotto il giudice dei merito ad una determinata soluzione della questione
esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si
risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione
assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea
all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un
nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di
causa. Né, ugualmente, la stessa Corte realizzerebbe il controllo sulla motivazione che le è
demandato, ma inevitabilmente compirebbe un (non consentito) giudizio di merito, se –
confrontando la sentenza con le risultanze istruttorie – prendesse d’ufficio in considerazione un
fatto probatorio diverso o ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice dei merito a fondamento
della sua decisione, accogliendo il ricorso “sub specie” di omesso esame di un punto decisivo. Del
resto, il citato art. 360, comma primo, n. 5, cod. proc. civ. non conferisce alla Corte di cassazione il
potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo
logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione operata dal giudice del merito
al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, e, in proposito, valutarne le
prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliendo, tra le varie risultanze probatorie,
quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione. (Cass. 6 marzo 2006 n. 4766; Cass. 25
maggio 2006 n. 12445; Cass. 8 settembre 2006 n. 19274; Cass. 19 dicembre 2006 n. 27168;
Cass. 27 febbraio 2007 n. 4500; Cass. 26 marzo 2010 n. 7394; Cass.5 maggio 2010 n.10833,
Cass. n.15205\14). D’altro canto, come osservato da Cass. sez. un. 25.10.2013 n. 24148, la
motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice
di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che
potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza, nel
complesso della medesima sentenza, dei procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli
elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già quando, invece, vi sia difformità rispetto alle
attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal primo attribuiti agli
elementi delibati, risolvendosi, altrimenti, il motivo di ricorso in un’inammissibile istanza di revisione
delle valutazioni e del convincimento di quest’ultimo tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia
sul
f a t t o , c e r t a m e n t e e s t r a n e a a l l a n a t u r a e d a i fi n i d e l g i u d i z i o d i c a s s a z i o n e .
Nella specie deve osservarsi che la Corte di merito, nell’ambito dei prudente apprezzamento delle
circostanze di fatto ad essa spettante, ha logicamente evidenziato che dalla relazione del M., e
dalla relativa deposizione testimoniale, era emersa la prova dello svolgimento, costante e non
episodico, di attività
lavorativa presso l’esercizio commerciale della moglie da parte del ricorrente.
Occorre peraltro evidenziare che il ricorrente lamenta l’omesso esame di documenti che non
produce o riproduce in ricorso, in violazione del principio di autosufficienza e dell’art. 369 c.p.c.
Ancora, il ricorrente non chiarisce (tanto meno producendo, come necessario, i relativi atti
processuali) in quale sede, quando ed in quali termini fu sottoposta al giudice d’appello la
doglianza dell’omesso esame del documento inerente la visita specialistica della figlia, in contrasto
col principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione.
I motivi, e segnatamente il secondo, sono parimenti inammissibili laddove mirano, ancora, ad un
diverso apprezzamento dei fatti, in particolare circa la particolarità della patologia sofferta e la sua
compatibilità con lo svolgimento di attività lavorativa non pesante. Essi sono poi infondati laddove
non considerano che sarebbe stato onere dei lavoratore dimostrare la compatibilità dell’attività
lavorativa svolta in favore di terzi con l’infermità determinante l’assenza dal lavoro con
l’Associazione datrice di lavoro e col recupero delle energie lavorative (ex aliis, Cass. n.4237\2015,
Cass. 19.12.2000 n. 15916).
Deve infine evidenziarsi l'inconferenza della giurisprudenza citata (in particolare Cass. n.
6375\2011), inerente lo svolgimento, da parte del lavoratore assente per malattia, dei normali atti
della vita quotidiana con espressa esclusione dell’attività lavorativa presso terzi.
Parimenti inconferente risulta il richiamo alla sentenza n.4237\2015 di questa Corte, contenuto
nella memoria ex art. 378 c.p.c., che, oltre a ribadire che grava sul lavoratore assente per malattia
l’onere di dimostrare la compatibilità del lavoro nelle more svolto presso terzi con l’infermità
denunciata, e la sua inidoneità a pregiudicare il recupero delle normali energie psico-fisiche (onere
probatorio rimasto nella specie non assolto), ha ribadito che le relative valutazioni sono riservate al
giudice del merito (Cass. 19 dicembre 2000, n. 15916 cit.; Cass. 13 aprile 1999, n. 3647),
riguardando peraltro il caso di lavoratore infortunato e non ammalato (laddove solo la malattia
comporta, in via generale, una impossibilità di attendere all’attività lavorativa), ove era pacifico che
l’attività lavorativa svolta durante la malattia presso terzi non avesse pregiudicato la sua
guarigione.
4.-Il ricorso deve essere pertanto rigettato.
Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. Ai sensi dell’art. 13,
comma i quater, del d.P.R. n. 115\02, nel testo risultante dalli L. 24.12.12 n. 228, deve provvedersi,
ricorrendone i presupposti, come da dispositivo.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese dei presente giudizio di
legittimità, che liquida in €.100,00 per esborsi, €.3.000,00 per compensi, oltre spese generali ed
accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, dei d.P.R. n. 115\02, nel testo risultante dalla L. 24.12.12 n.
228, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente,
dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso a norma del
comma 1 bis dello stesso art.13.