L`UNIONE SARDA L`UNIONE SARDA Quei ceselli del Gonzaga

Commenti

Transcript

L`UNIONE SARDA L`UNIONE SARDA Quei ceselli del Gonzaga
Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna
Rassegna sta mpa
Beni culturali
della Sardegna
Segni di una grande civiltà
a cura del Servizio Promozione
Testata
L’UNIONE SARDA
Data
27 giugno 2012
Sezione
Cultura
Affascinante mostra inaugurata ieri alla Pinacoteca al Canopoleno di Sassari
Quei ceselli del Gonzaga nella chiesa di Bonnanaro
Un prezioso tessuto che nasconde un pezzo di storia
Di GIAMPIERO MARRAS
Quando il vescovo sfilava a Bonnanaro in processione per onorare San Giorgio non poteva certo immaginare che con
quel mantello (piviale) in velluto rosso, seta avorio e laminette d'argento, indossasse un pezzo di storia. Del
Cinquecento. Tra i motivi di ordine bellico, armi e armature, quel prezioso “velluto di seta cesellato a una trama lanciata”
di probabile manifattura veneziana reca infatti uno stemma con quattro aquile reali: è quello dei Gonzaga di Mantova.
Una famiglia che è stata protagonista dal XIV al XVIII secolo della vita militare, politica, religiosa e culturale dell'Italia e
d'Europa.
Il piviale fa parte di un corposo parato che comprende anche due tunicelle dette Dalmatiche (le indossavano i diaconi),
due pianete (il paramento del sacerdote), tre stole (l'insegna simile ad una sciarpa), quattro manipoli (una sorta di fascia
che si portava sul braccio sinistro), una borsa e un velo da calice. Proprio grazie al velo di calice, utilizzato come centro
tavola nella casa parrocchiale, la storica dell'arte Francesca Pirodda è riuscita a fare la scoperta nel 2000 e a rendersi
conto del valore del ritrovamento. «Non ha eguali in Europa per i tessuti di arredo rinascimentali. Finora esistevano solo
singole parti di quel tessuto: una pianeta al Kunstgewerbe Museum di Berlino e una tunicella presso il Musée des Tissus
di Lione».
Nel 2008 il parato è stato prelevato dalla chiesa di San Giorgio di Bonnanaro e il piviale è stato utilizzato nella mostra di
Mantova “Il cammeo Gonzaga-arti preziose alla corte di Mantova”. Quindi l'accurato restauro degli altri paramenti
promosso dalla Soprintendenza di Sassari e Nuoro presso “La tela di Penelope” di Prato. Il risultato si può ammirare ora
al Mus'A di Sassari, la Pinacoteca al Canopoleno di piazza Santa Caterina. La mostra è intitolata “Il Parato di San
Giorgio. Le armi e la fede in un tessuto rinascimentale”. È curata da Francesca Pirodda e allestita dall'associazione
Laboratorio Provvisorio. La mostra, organizzata in collaborazione con Soprintendenza, Comune di Bonnanaro e
Arcidiocesi di Sassari, rimarrà aperta sino al 26 ottobre lunedì e martedì (ore 9-13 e 15-17) e dal mercoledì al venerdì
(dalle 9 alle 13).
ARMI E FEDE Il parato di San Giorgio è stato ricavato da un tessuto realizzato dalle sapienti mani dei “vellutari”
veneziani che era nato per ben altri motivi, come si capisce dai motivi del disegno: un'armatura romana, un'armatura
rinascimentale, spade, lance, cannoni e munizioni. Lo portò in Sardegna come arredo della tenda militare Sigismondo
Cautzi-Gonzaga, colonnello del re di Spagna (e Sardegna) Filippo II, nipote di Giovanni, che tempo addietro aveva
sventato un complotto alla vita di un re asburgico, guadagnandosi l'apparentamento coi Gonzaga.
Sigismondo Gonzaga venne diverse volte nell'Isola (forse per riposarsi dalla guerra ai Turchi) e del viaggio nel 1574
resta un documento nell'Archivio di Sassari. Giunse con “duemila infanti” e di questi una parte venne ospitata a Sassari.
«È probabile che proprio in quella occasione il nobiluomo donò il prezioso tessuto ad alcuni canonici. Venne trasformato
in paramenti sacri verso il '700, come si evince dalla passamaneria e dai galloni di seta e argento aggiunti. Chi ha
tagliato il tessuto è stato così bravo da riprendere i motivi, questo ha facilitato la ricostruzione virtuale del pezzo
originario, che era lungo quasi quattro metri. Era diffusa nella Chiesa la pratica di riutilizzare i ricchi tessuti dismessi
dalla nobiltà per confezionare i paramenti, poi nell'Ottocento venne deciso che si potevano utilizzare solo i simboli del
cristianesimo: Tau, uva, spiga, pane e pesci».