Leggi estratto - Les Flaneurs Edizioni

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Leggi estratto - Les Flaneurs Edizioni
Lo so, iniziare citandosi, mentre ci si prepara per una dedica a un
amico, può apparire assurdo.
E invece so quel che faccio e che scrivo.
Le parole di una mia vecchia canzone penso siano infatti l’esordio migliore - essendo tra l’altro tale canzone la più amata da
Ernesto -, in perfetta sintonia con il senso di questo libro.
Un libro che mi ha emozionato subito, dalle prime righe, che
ho bruciato in una notte, probabilmente con la stessa dose di ansia
e la stessa impazienza con la quale l’autore l’ha scritto.
E chi l’avrebbe mai detto! Un libro che, quasi trent’anni1 dopo
dai giorni della nostra conoscenza, mi fa scoprire tutto intero e a
tutto tondo l’amico, che mi svela un ampio tratto della sua vita,
interessanti fatti e misfatti dei quali mai avevo saputo nulla. E in
particolare non soltanto episodi e aneddoti sballottati tra Cuneo e
Roma, ma vari aspetti intimi d’un carattere che mi accorgo oggi
con piacere - neppure sospettavo, camuffato sotto la scorza di
burbero e di militante severo che doveva servire a impressionarci.
Ecco allora perché iniziare citando la mia confessione sulle
Cose della vita (che tra l’altro risale proprio ai bei tempi eroici del
Folkstudio che ci videro tanto uniti): perché oggi altre ma simili
cose Ernesto ha saputo e voluto a sua volta chiudere, fermare in
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La prima edizione del libro risale al 1996, pubblicata da Pieraldo Editore 7
un cristallo di tempo, in uno scrigno di memoria e colorare, prima
che esse rischiassero di svanire per sempre, stingere, amalgamarsi, omologarsi a questi nostri attuali tempi grigi, veloci, violenti.
E invece i tempi in cui Il Comunista, Il Piemontese, Il Duro
Ernesto (come lo chiamavamo) piombò con la sua fisicità e i suoi
comizi dentro quella cantina di Via Garibaldi, scioccando letteralmente me e De Gregori, erano tempi lenti e con poche auto, erano
passeggiate da farsi placidamente a piedi, avventure da mordere a
fondo - notti comprese - fra bar, cantine, ristoranti, librerie, gallerie e iniziative... luoghi umani e artistici legati strettamente dallo
stesso spirito neo-romantico.
Erano tempi - sana nostalgia per la giovinezza a parte - in cui
Roma Capoccia dominava sul mondo infame dall’alto della sua
rivoluzione culturale e il Folkstudio in Via Garibaldi (con annesso
il limitrofo Bar delle Rose) era un microcosmo capace di far convivere guitti intellelluali e popolo, hyppies globetrotters e politici,
ceti razze ed età, tutte unificate dal jazz, dal folk, dalla sangrilla e
dall’amicizia grande, fatta di grande complicità.
Erano tempi e luoghi che nel libro di Ernesto - tra canzoni,
pennelli e bandiere sessantottarde - riaffiorano con la loro verità e
il loro colore reale, come ridipinti e lucidati, vendicando centinaia
di scarni e frettolosi pezzulli di pavide penneasfera per forzate
ricorrenze sui loro rotocalchi coi culi in copertina!
Il Piemontese, borghese come noi ma già svezzato a racconti
di guerra, montagne innevate e campagne, vita contadina, spirito
della Resistenza, con quei quattro o cinque anni di più e quella
stazza fisica e ideologica superiore alla nostra gracilità di metropolitani, di studentelli, spalancò la porticina del Folk e subito
pronunciò parole importanti, per noi spesso anche oscure.
Teorizzò, come un tribuno, di antifascismo, di strade, di fabbriche, di masse, di organicità, imponendoci crudelmente di “volare più basso, di lasciare qualche sogno in terra, di buttarci nella
mischia quotidiana...”
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Ci inquietò e ci impose rispetto, trascinandoci in piazza con
lui, facendo fino in fondo il suo dovere di militante e fottendosi
mica male laddove, mentre noi riuscimmo a far la nostra parte
restando nondimeno liberi, lui invece - uomo di marmo assoluto fu ineluttabilmente irreggimentato e usato al punto da tarpare per
lustri a venire la fantasia e le qualità liriche di cui era abbondantemente in possesso.
Ora questo libro coloratissimo e musicale viene a liberarlo definitivamente.
È come se Ernesto - urlando e ricordando, senza mai prender
fiato, i suoi anni migliori e fondamentali, non tanto di successo
quanto di formazione, fosse riuscito finalmente a sciogliersi da
vincoli anacronistici e tornare libero e bello, giustamente ancora
e sempre incazzato come una bestia, lucido come dopo una severa autoanalisi che - raschiando il fondo d’ogni recriminazione e
ripensando gli avvenimenti - lo rimette in gioco.
Un gioco che oggi ha un gran bisogno di gente come lui,
emendata dalla demagogia sincera, recuperata al sogno, il grande
sogno degli amici di Sora Rosa e di Alice, ancora pronti a lottare
contro il nuovo, ma non ultimo, “mondo di ladri”.
Sì, mi sa che a Ernesto questa mia vecchia canzone va proprio
su misura, guarda un po’, dalla prima parola all’ultima e non a
caso lui l’ha sempre amata tanto.
Va bene. E allora anch’io, come sempre... “Continuerò a cantare le cose della vita/e se ho sbagliato a viverle, per te non è finita”.
Antonello Venditti
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