IV Domenica del tempo Ordinario Il volto gioioso di Dio

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IV Domenica del tempo Ordinario Il volto gioioso di Dio
Diocesi di Cassano all’Jonio
Piazza S. Eusebio, 1
87011 Cassano all’Ionio (CS)
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per l’Omelia domenicale a cura del Vescovo Mons. Vincenzo Bertolone
IV Domenica del tempo Ordinario
30 gennaio 2011
Il volto gioioso di Dio
Introduzione
Gli spunti di riflessione di questa IV Domenica del Tempo Ordinario sono
molti e tutti di straordinaria attualità. Ma, soprattutto, sono rassicuranti, nel senso che
fra tanti dubbi, tempeste e lacerazioni sollevano dallo smarrimento ad una speranza
alta e certa che ci parla di luce e di gioia e ci ricorda che la felicità è possibile per
l’uomo, anche qui e ora, giacché essa è Presenza viva e reale, è volontà di Dio.
Si potrebbe partire dalla prima lettura, che è quasi una fotocopia delle pagine di
un qualsiasi quotidiano di oggi. Nelle parole del profeta Sofonia, infatti, risuona da
un lato l’ira di Dio contro tutti i corrotti; dall’altro lato, invece, si accende la fiaccola
di speranza per tutte le vittime. E su questa lettura del reale prevale la nuova lettura di
Dio: “i leoni ruggenti”, ovvero i politici corrotti e i prepotenti, “i lupi affamati”,
ovvero i giudici iniqui e i sacerdoti perversi, saranno destinati a scomparire, mentre
fiorirà la nuova città dei giusti. Il volto di questi giusti reca i tratti dei poveri e degli
umili che seguono la parola di Dio e ripongono in Essa ogni speranza.
Si potrebbe, però, partire anche dalla seconda lettura in cui l’apostolo Paolo
ricorda alla comunità di Corinto, che si sta sfaldando in sette e fazioni e si lascia
catturare dal fascino del potere e della ricchezza, l’idea centrale della Bibbia: le scelte
di Dio sono “originali”, incomprensibili, perché mosse da ragioni totalmente opposte
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a quelle che muovono le scelte degli uomini. Per cominciare, Egli per compiere le sue
grandi imprese non punta sugli uomini di successo, i ricchi e i potenti di turno, ma
sceglie i piccoli, i deboli. Così, se guardiamo alla storia d’Israele, vediamo che Dio
ha sempre puntato sui suoi figli minori: scelse un uomo impacciato, Mosè, come suo
portavoce dinnanzi al Faraone e come guida del Suo popolo; scelse un ragazzino
minuto, Davide, per uccidere un gigante, Golia; scelse come suoi profeti dei contadini
e dei pescatori come apostoli. E nella lotta finale contro il male e la morte si affidò al
“sì” di un’umile fanciulla e al volto disprezzato e oltraggiato di un giovane Uomo,
morto tra i malfattori.
Tuttavia, sebbene le prime due letture di questa domenica facciano entrambe al
caso nostro, è preferibile fissare la nostra attenzione sulla pagina del Vangelo di
Matteo. Una delle pagine più note e belle dei Vangeli, di cui tutti conoscono il
fascino suggestivo, si parla naturalmente delle Beatitudini
del discorso della
montagna. La forza travolgente per contenuto e potenza di immagini fa delle
Beatitudini la via maestra dell’annuncio evangelico. Esse ci rivelano il vero volto di
Dio e ci parlano di felicità, ci informano, inoltre, della nuova identità umana. E di
umanità nuova, rinnovata nella gioia, riscattata nella dignità e coerente nella verità si
ha davvero tanto bisogno.
Il volto di Dio, il volto del credente
Le Beatitudini sono state definite e interpretate in tanti modi diversi: da “regole
della felicità” a “via maestra” da seguire per ereditare il Regno dei Cieli, dunque,
“portale d’ingresso” dello stesso Regno. Tante altre definizioni se ne possono
aggiungere dato il valore che esse hanno. Tuttavia, è seducente pensare alle
Beatitudini come ad un modello, tracciato da Gesù per svelare progressivamente i
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tratti più significativi del suo volto nascosto e, poiché la sua vita è la più limpida
trasparenza del mistero del Padre, viene a rivelare il volto stesso di Dio.
Dunque, nelle Beatitudini dobbiamo scorgere in primis la rivelazione del volto
di Dio, che è il volto di Cristo: “Chi vede me, vede il Padre mio…”.
Potrebbe sembrare difficile da capire accostare le Beatitudini alla rivelazione di un
volto. Tuttavia se andiamo al significato vero che i due termini hanno nella tradizione
veterotestamentaria, tutto si chiarisce e si semplifica.
Partiamo, dunque, dal significato di volto. Il volto per gli ebrei era molto di più
che il semplice aspetto esteriore di una persona, perché ne era l’essenza autentica. Se
si volevano cercare indizi sulla la condizione mentale bastava guardare il volto.
Nelle Beatitudini Gesù, oltre a rivelare i tratti del volto del Padre, ne rivela anche il
modo di pensare e di agire nella storia, che coincide e si manifesta nella vita stessa
di Cristo. Allora Cristo svela la sua persona, che è la stessa persona del Padre, e il suo
programma di vita è perfettamente aderente alla logica di Dio.
Ora, l’immagine che Gesù dà Dio nelle beatitudini è completamente diversa da
quella umanamente intesa. C’è infatti, il volto di un Dio povero, misericordioso,
mite, amante della pace,
disposto per amore a soffrire e a morire. Di questa
immagine Cristo è, con la sua persona e la sua vita, l’incarnazione e il volto visibile.
Egli ha vissuto povero, da ricco che era; mite e pacifico, affamato di giustizia,
con occhi tanto puri e limpidi da vedere anche nei peccatori le tracce della presenza
viva e reale del Padre, e, infine, ha vissuto da perseguitato ed è morto crocifisso da
misericordioso.
Per tutto questo le Beatitudini non vanno solo meditate e commentate, ma vanno
prima di tutto contemplate. Cioè davanti ad esse dobbiamo farci innamorare,
prendere, catturare, perché ci rivelano una Presenza, un volto: il volto del Padre che
in quello del Figlio rivela e manifesta tutta la Sua straordinaria bellezza, tutto il Suo
immenso amore.
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E veniamo al secondo termine “beatitudine”. Una “beatitudine” è una
benedizione pronunciata secondo una formula che inizia con l’espressione “beato
colui” o “beati coloro”. Molto diffuso nella tradizione vetero-testamentaria, questo
termine ha connotazioni di letizia, di felicità, di soddisfazione e di benessere.
Ora pronunciare una benedizione secondo la formula di una beatitudine significava,
per la tradizione ebraica, dichiarare la realtà di qualcosa percepita nella persona. Ne
consegue che se le Beatitudini rivelano il volto, dunque la persona, di Dio, mediante
il volto e la persona del Figlio, ci dicono che la gioia, la felicità, la soddisfazione, il
benessere sono inscritti nella divinità stessa ed essendo Gesù vero Dio, sono inscritti
anche in Lui. Ma Gesù è anche vero uomo, per cui le stesse beatitudini sono inscritte
anche nella sua umanità. E se Cristo è l’uomo nuovo, quale generato dalla mente e
dal cuore di Dio, il primogenito di una generazione redenta, allora Gesù nelle
beatitudini rivela anche il vero volto dell’uomo, un uomo beato perché partecipe delle
stesse beatitudini del Padre. In conclusione, non possiamo come credenti essere tristi,
perché strutturalmente e per volontà di Dio siamo destinati alla felicità.
Il portale della felicità
Una lunga riflessione per approdare a due verità: Gesù nelle beatitudini rivela il
volto del Padre, che attraverso la Sua umanità, assume i tratti del volto dell’uomo; e,
inoltre, sempre nelle beatitudini ci fa un annuncio spiazzante, Dio ci vuole felici,
partecipi della sua stessa felicità.
Le Beatitudini allora si presentano come un portale attraverso il quale passare per
scoprire che dall’altra parte è possibile una umanità diversa, nuova, una umanità che
riscopre il suo aspetto originario, il suo essere figlio, fatto ad immagine della bellezza
del Padre, ed erede di un Regno eterno che non consce odio, dolore, pianto, morte.
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A ragione, allora, le beatitudini sono la base della Buona Novella. Ovvero,
l’annuncio gioioso che l’uomo è molto di più di quello che si pensa e si vede, è infatti
riflesso del volto del Padre e del Figlio, è persona abitata dalla presenza divina,
quindi felice.
Ma l’annuncio al tempo stesso sconvolge e confonde per l’attrito fra parole e
contenuto, in altri termini questo modo diverso di sentirsi uomini e di essere felici
contrasta con il nostro comune sentire. Infatti, se pensiamo all’uomo che crediamo
pienamente realizzato e felice, pensiamo a qualcuno da invidiare, cioè pensiamo al
ricco, non certo al povero; pensiamo al forte, non al mite; al calcolatore che concede
con misura o non concede affatto, non al misericordioso. Basta insomma capovolgere
le parole del Vangelo, ma il problema è di sapere se rovesciando il Vangelo si possa
ancora parlare di gioia. Se ignorando il volto del Padre si possa compiutamente
rispondere al desiderio di felicità inscritto in noi.
La storia ci insegna che senza Dio non può esserci felicità, perché senza di Lui
perdiamo il senso stesso della nostra identità. Per cui se Dio gioisce nel donarsi, è
fonte di immensa e vera gioia il farsi poveri per amore come Lui; se Dio è mite, è
bello essere dolci e teneri come Lui; se Dio ha un cuore grande nel perdonare, perché
non seguirlo con la passione di costruire con Lui il miracolo stupendo della pace? Ci
si accorge allora che, se la vita si spoglia di tante sicurezze umane, viene a colmarsi
di un senso nuovo e pieno di luce, e si vive nell’amore, si respira nell’amore, si spera
portati dall’amore. Si è veramente beati.
Certo, il manifesto programmatico delle beatitudine è il più utopico,
“irrazionale” e desueto che l’uomo possa pensare, ma l’alternativa che ci siamo creati
a questo programma è cagione di tristezza, vuoto, nonsenso. Allora, perché non
scegliere il meglio? perché non seguire il programma di Dio? perché non aderire
all’annuncio che rovescia gli uomini dallo smarrimento alla gioia?
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Conclusioni
Le Beatitudini sono un invito a fissare lo sguardo su un Volto, ad innamorarsi
di una Persona che sussurra al cuore di ogni uomo: “Se entrerai nel mio grembo, sarai
partorito ogni giorno nella beatitudine” (Cfr. A. Merini).
Serena domenica.
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