3 - Gli anni della ricostruzione in Italia: 1945-1950

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3 - Gli anni della ricostruzione in Italia: 1945-1950
3 - Gli anni della ricostruzione
in Italia: 1945-1950
Alessandra Bargetto
A. Bargetto
Gli anni della ricostruzione in Italia: 1945-1950
Aspetti politico-culturali e loro riflesso sul dibattito architettonico
L’Italia esce dalla seconda guerra mondiale, in condizioni tragiche, sia per i danni materiali subiti, sia per
la posizione di disorientamento che ebbe la classe dirigente di fronte ai molti e complessi problemi che la
ricostruzione impose.
Questa complessità investe tutti i campi della vita, da quello politico a quello economico, sociale, culturale.
Il clima intellettuale allora predominante è quello di voler riprendere contatto con una realtà originale, di
poter vedere con occhi nuovi la quotidianità, liberi dalla retorica patriottica o da luoghi comuni.
Questi aspetti vengono immediatamente colti anche dalle arti come il cinema la pittura o la letteratura.
Rossellini, De Sica, Visconti; le opere di Guttuso o i racconti di Moravia, di Italo Calvino o Cesare Pavese
hanno in comune il desiderio di aderire il più possibile alla realtà concreta; da questa linea di tendenza, che
verrà chiamata “neorealismo” nasceranno indicazioni e riflessi sulla cultura architettonica.
Al rapporto architettura sociale e cinema, al Festival dell’Architettura di Parma (settembre 2005) si sono
svolti numerosi dibattiti ed è stata dedicata un’intera mostra fotografica.1
Sono anni caratterizzati da una continua trasformazione; si ha il desiderio di bruciare tappe; gli architetti
accettano le etichette e compiono scelte immediate. Le scelte immediate si impongono anche per l’urgenza
della situazione e a volte il dibattito si svolge in termini anche fortemente ideologici.
Il fervore e l’attivismo degli anni ’45, ’47 sono rivolti essenzialmente verso la tecnica delle costruzioni: in
una situazione di ristagno generale della produzione edilizia e sotto la spinta di una urgente domanda di
abitazioni, non solo per le distruzioni belliche, ma anche per i fabbisogni pregressi, l’attività degli architetti
è rivolta essenzialmente a studi e proposte, nella convinzione che la ricostruzione debba partire da una
conoscenza approfondita e da un saper padroneggiare i processi tecnici usuali della pratica edilizia.
Sotto la spinta di una pressante e tragica domanda di abitazioni, non solo per le distruzioni belliche, ma
anche per i fabbisogni pregressi, l’attività degli architetti impegnati è rivolta essenzialmente a studi e proposte, nella convinzione che la ricostruzione debba partire da una conoscenza approfondita e da un saper
padroneggiare gli strumenti tecnici usuali della pratica edilizia.
Un esempio tipico di questa produzione intellettuale è lo sforzo compiuto dal gruppo C. Calcaprina,
A. Cardelli, M. Fiorentino e M. Ridolfi2 per la compilazione del Manuale dell’Architetto per conto del
C.N.R. e dell’Ufficio Informazioni degli Stati Uniti.
Il “manuale” rappresenta un salto qualitativo rispetto ai manuali anteguerra basati su una casistica teorica
dei singoli elementi costituenti la tipologia edilizia e centrati soprattutto sui problemi distributivi, nel tentativo di raccogliere in un unico corpo organico i particolari costruttivi di uso corrente al fine di estrarre
una teoria dalla pratica.
Questo atteggiamento nei confronti del prodotto edilizio avrà un riflesso importante nella produzione architettonica dal ’48 in avanti, cioè nel primo settennio INA Casa che si può considerare il primo programma a lungo respiro d’intervento pubblico in edilizia.
Altri temi caratterizzano questi primi anni della ricostruzione: l’analisi dei processi di valorizzazione economica, il tentativo di definire il lavoro in termini produttivi, la scelta di una ricostruzione fondata sullo
sviluppo delle forze produttive e sociali. In una parola pianificazione urbanistica e pianificazione dei processi costruttivi.
“Una società che abbia i piani urbanistici e i mezzi per attuarli, una società in cui le industrie e perciò il
lavoro, in cui l’agricoltura e perciò le grandi masse contadine, gli ospedali, le scuole, i mezzi di trasporto e le
vie di comunicazione siano pianificate, e pianificate in modo organico, cioè a dire con larghezza sufficiente,
1 C. Quintelli (a cura di), Festival dell’Architettura, Parma, Settembre 2005
2 Il manuale fu compilato a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche pubblicato a cura dell’ Ufficio Informazioni Stati Uniti, in Roma. CNR-USIS,
1946.Il Comitato Organizzativo era composto da: Prof. Dott. Ing. Gustavo COLONNETTI, presidente; Dott. Ing. Biagio BONGIOVANNI; Dott. Ing.
Pierluigi NERVI; Prof. Dott. Arch. Mario RIDOLFI; Dott. Arch. Bruno ZEVI. Il Comitato esecutivo da: Dott. Arch. Gino CALCAPRINA; Dott. Arch.
Aldo CARDELLI; Dott: Arch. Mario FIORENTINO.
La redazione generale del Manuale è stata curata dagli Architetti: RIDOLFI, CALCAPRINA, CARDELLI, FIORENTINO.
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con grande elasticità di cui ha bisogno la vita umana per la pluralità dei suoi intenti e delle sue ambizioni,
una società i cui ordinamenti, votati democraticamente siano assolutamente vincolanti per l’individuo,
ma in cui i campi della cultura abbiano spazio, il respiro della libertà che esigano per la loro stessa natura,
una società di questo genere non potrà più cadere in forme dittatoriali di vita, non potrà più marciare nel
disordine e nell’insoddisfazione”.3
L’attenzione alla prefabbricazione e all’industrializzazione, mezzi con cui si vuol far fronte alle necessità urgenti imposte dalla ricostruzione, sposta immediatamente i termini del discorso anche sull’organizzazione
del cantiere, quindi sulla qualificazione della forza lavoro, e sull’uso del territorio.
“La pianificazione non sarebbe completa se non considerasse necessario organizzare il cantiere nel modo
più razionale e industrialmente organico, mentre d’altro canto interessa che parallelamente, già in sede di
progetto, si abbiano tutte le attenzioni volte alla migliore economia e alla maggiore efficienza tecnica”.4
Gli architetti si rendono conto che i discorsi sulla prefabbricazione e industrializzazione, sia pure inseriti
in un processo di valorizzazione economica, non possono da soli far progredire il settore edile; occorre imporre una trasformazione allo sviluppo economico e sociale, e dall’altra rivolgere una maggiore attenzione
al meccanismo economico, giuridico e normativo.
Tuttavia in questi aspetti della cultura del periodo è assente una analisi sull’utenza che viene sempre considerata un’entità astratta. L’esigenza di una modificazione della struttura produttiva in edilizia, per dare
inizio a una ricostruzione qualitativamente diversa, nasce più da una convinzione ideologica che da una
reale partecipazione politica degli utenti alle scelte. Gli approcci sociologici che avevano avuto fortuna in
America o in Francia, non hanno lo stesso sviluppo in Italia, se non dopo il 1950.
Il periodo successivo al 1947 è strettamente intrecciato con gli avvenimenti che condizioneranno lo sviluppo edilizio degli anni cinquanta.
Alcuni dati emergenti in merito all’intervento pubblico in edilizia dal 1945 al 1950 in Italia
La crisi istituzionale che coinvolse l’Italia nel corso della seconda Guerra Mondiale rese impossibile qualsiasi piano organico di ricostruzione ed impedì che la dinamica di sviluppo del Paese, ed il ruolo destinato
all’edilizia, potessero essere previsti e valutati concretamente. Nel clima di euforia e di prostrazione che
caratterizzava la vita italiana nel primo dopoguerra, provvedimenti legislativi e azione degli organismi centrali e periferici rispecchiavano parzialità e incongruenze tipiche di un’azione istituzionale che, incapace
di indirizzare e coordinare un processo organico di ripresa produttiva, tendeva ad adeguarsi ai dati di fatto
che iniziative sporadiche e poco controllabili imponevano.
Il settore dell’edilizia privata si andò così orientando nei primi cinque anni del dopoguerra verso la produzione di alloggi di tipo superiore e di costo elevato, localizzati prevalentemente nelle aree centrali, portando a termine anche con l’ausilio dei vuoti creati dagli eventi bellici, le opere di sventramento iniziate
durante il fascismo, aggravando la carenza di infrastrutture di servizio di aree densamente urbanizzate e
permettendo alla rendita fondiaria urbana di assumere importanza crescente come processo di accumulazione all’interno del modello di sviluppo complessivo.
L’intervento pubblico in edilizia ebbe nel medesimo periodo un ruolo di fiancheggiamento nei confronti
dell’edilizia privata, favorendo il drenaggio di redditi e di risparmi in un settore che, grazie al suo stato di
arretratezza tecnologica, poteva utilizzare vasti strati di manodopera dequalificata e a basso costo.
3 Metron, n°13/1947 pag.10
4 E.GENTILI: “La prefabbricazione oggi”, Metron, n°3/1945 pag.15.
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Alcuni provvedimenti legislativi e alcuni dati sulla produzione e destinazione del prodotto edile sovvenzionato:
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Il decreto legge 18 gennaio 1945 n°4 (riorganizzazione dell’attività produttiva, distinzione tra provvedimenti urgenti e ricostruzione, regolamentazione dei ruoli dei Comitati Comunali e del Genio Civile,
contributi dello Stato alle opere di ripristino).
Il decreto legge 22 dicembre 1947 n° 1600 e D.L. n°264 (provvedimenti per la costruzione di ricoveri
per i senzatetto).
Il decreto legge n° 399 del 1947 e “legge Tupini” n° 408 del 1949 (provvedimenti per l’incentivazione
della produzione, concorsi di spesa ed agevolazioni fiscali per enti e privati, contrazioni di mutui da
parte dei privati e cooperative).5
Legge Fanfani n° 43 del 1949 (costituzione di fondo per la costruzione di case popolari da parte dell’
INA casa) periodo di applicazione ’49,63
Legge Aldisio n°715 del 1950 (nuovi stanziamenti statali e concessione di mutui e agevolazioni fiscali
a cooperative e privati).
Legge Romita n°640 del 19546
Legge 1460 del 1963
Legge 60 del 1963, istitutiva della Gescal
A questi vanno aggiunti i provvedimenti ed i decreti costitutivi di enti come l’UNRRA-CASAS, legati ai
finanziamenti previsti da piani di aiuto ed assistenza economica come l’ERP che cominciarono ad essere
operanti in Italia a partire dal 1943. Queste iniziative, più genericamente conosciute con il nome di “Piano
Marshall” facevano parte di un disegno più ampio che ebbe conseguenze profonde sull’assetto dell’Europa
e dell’Italia in particolare. La loro applicazione fu concomitante o seguì di poco i fatti politici più generali
come l’espulsione delle sinistre dal governo, l’affermazione della politica degasperiana, la rottura dell’unità
sindacale, il coinvolgimento dell’Italia nella sfera dei Paesi legati agli Stati Uniti: fatti presenti in nuce dalle
condizioni mondiali e dall’assetto politico generale che la guerra aveva prodotto, ma concretizzatisi chiaramente in Italia solo dal 1948.
Leggi e decreti rivelano la carenza di una visione globale e organica del problema dell’abitazione e anche
nel momento in cui sembrano affrontare i problema nodale e cioè l’intervento nel campo dell’edilizia popolare destinata ai ceti sociali più colpiti dalle difficoltà del momento, lo fanno in maniera parziale ed in
misura largamente insufficiente.
Il dibattito sul problema della casa
Da parte delle forze culturali più avanzate furono portate iniziative e proposte alternative, al fine di permettere sbocchi positivi al problema delle abitazioni.
In campi più propriamente tecnici la necessità di apportare innovazioni nei sistemi costruttivi che permettessero riduzioni sia nei costi sia nei tempi di esecuzione, costituì per un certo periodo un punto qualificante nel dibattito e diede luogo a studi ed iniziative connesse con quanto si diceva o si tentava di fare in
altri paesi come la Francia o la Gran Bretagna.
5 La Tupini sanciva il filone tradizionale, della pluralità degli operatori nell’edilizia popolare con l’intervento statale nel pagamento di parte degli interessi
sui mutui (dal 4 al 5%) per 35 annualità. Il Piano Fanfani o INA-Casa, introduceva un nuovo sistema di finanziamento delle costruzioni con il prelievo
sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti e i versamenti dei datori di lavoro, cui si aggiungeva il contributo statale.
La legge Aldisio che prevedeva la costituzione di un Fondo per la cessione dei mutui per il 75% del costo di costruzione, ma non avrà successo, in quanto esauriti immediatamente i pochi fondi disponibili, il lungo periodo di rientro dei capitali (35 anni) e il basso interesse (4%) non consentivano una
immediata ricostruzione del fondo stesso, impedendo la prevista “rotazione”.
6 La legge Romita introduceva per la prima volta in via ordinaria, il finanziamento dell’intero costo di costruzione a totale carico dello Stato per “eliminazione delle abitazioni improprie e malsane”, forma di contribuzione che costituirà di fatto la principale se non esclusiva, modalità dell’intervento
pubblico dal 1978 in poi.
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Le due iniziative pubbliche di maggior rilievo furono i concorsi banditi sul finire del 1945 dal Ministero dei
Lavori Pubblici e dal C.N.R per la progettazione di case di rapida costruzione.
Le norme si rifacevano vagamente ai criteri delle esperienze anglosassoni, ma in Italia non ci fu alcuna partecipazione da parte delle industrie, ed i fautori dell’innovazione tecnica si trovarono isolati. Tra costoro si
ritrovano professionisti e studiosi come Nervi o Calcaprina, Astengo, o Bottoni, destinati ad avere rilievo
negli eventi che seguirono in quegli anni.
Il settore edile in Italia (come forse lo è ancora oggi in parte), da un lato era un settore di transito per la
manodopera, dotato di scarse capacità di concentrazione e di integrazione produttiva, ed utilizzabile nel
quadro della pianificazione economica per rimediare agli squilibri del mercato del lavoro, dall’altro lato è
anche vero che nessuno di questi aspetti è di per sé eliminabile considerata la mancanza di un programma
organico e graduale che possa innescare i presupposti per il loro superamento.
La rivendicazione dell’industrializzazione edilizia considerata come spinta innovativa rispetto all’arretratezza tecnologica, avveniva al di fuori di un quadro politico deciso ad orientare la casa sul piano dei beni di
servizio e capace di operare in questa direzione.
Il primo settennio Ina-Casa: 1949/1956
Il Piano incremento Occupazione Operaia, conosciuto anche come Legge Fanfani (n.43 del 28/2/1949) costituì il primo programma di vaste proporzioni in merito al problema della costruzione di case popolari.
Il Piano si poneva l’obiettivo di arginare la disoccupazione e “imprimere una forte accelerazione alla produzione di abitazioni. Il problema che ci si proponeva esplicitamente di risolvere era quello di elevare gli
standards abitativi del Paese colmando un fabbisogno che, per la prima volta, veniva allora stimato attorno
alle 260.000 abitazioni all’anno…”.7
Si operò quindi agendo con provvedimenti normativi e finanziari nel campo dell’edilizia sovvenzionata, vista come settore particolarmente capace di ingenerare, in tempi brevi, ripercussioni favorevoli nella ripresa
produttiva complessiva.
Il Piano aveva un programma settennale e destinava il primo anno alla attuazione di un Piano Sperimentale
che avrebbe dovuto porre le basi per gli sviluppi successivi.
L’obiettivo finale comportava la realizzazione di 800.000 vani per un totale di 160.000 alloggi e per una
spesa di 306.000 miliardi, in 4200 Comuni italiani (per il primo settennio).
I finanziamenti si sarebbero reperiti attraverso il contributo dei lavoratori, dei datori di lavoro e dello Stato
nella misura rispettivamente dello 0.6%, dell’1,2%, del 4,3% delle retribuzioni mensili, cui si doveva aggiungere un ulteriore contributo dello Stato del 3,2% sul costo di costruzione.
Il piano sperimentale
La prima fase comportò l’elaborazione dei dati di fabbisogno, di norme di attuazione , di studi tipologici
e tecnologici; questa fase venne attuata attraverso 30 concorsi pubblici indetti tra gli architetti, redazioni
di albi che raccolsero circa 1.300 progettisti, pubblicazioni di opuscoli e di materiale illustrativo dei criteri
ispiratori del piano.
Emersero presto alcuni elementi precisi, emblematici sia per quanto riguarda i principi ispiratori della
politica del piano sia per quanto riguarda le influenze che esso venne ad esercitare su vasta parte della
produzione edilizia e della cultura architettonica dell’epoca.
7 B.SECCHI, Il racconto urbanistico. La politica della casa e del territorio in Italia, Einaudi, Torino 1984, 2° rist., 1985.
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La determinazione del fabbisogno
Il fabbisogno abitativo, fu stabilito a scala nazionale in base a 4 indici fondamentali: entità della disoccupazione, indice di affollamento, entità delle distruzione belliche, numero dei contribuenti.
Regione per regione questi valori permisero di quantificare gli interventi, sia dal punto di vista finanziario
sia dal punto di vista della distribuzione territoriale.
Non fornendo dati significativi in merito alle trasformazioni economiche e produttive (che, nel giro di pochi anni avrebbero inciso profondamente sul modello di sviluppo nazionale), modificando sensibilmente
qualità e qualità della domanda di case popolari tra regione e regione e tra le diverse province, la distribuzione degli interventi, così come fu fatta, dimostra una visione statica del problema del fabbisogno e permette dei confronti utili al fine di individuare l’incidenza dell’intervento sull’organizzazione del territorio.
Infatti se è vero che la Lombardia fu sede dell’intervento più cospicuo (54.700 milioni di lire per 808 Comuni), il Veneto ebbe 27.806 contro i 24.500 del Piemonte (si pensi al fatto che già nei primi anni ’50 iniziarono flussi migratori di forza lavoro molto consistenti dal Veneto verso il Piemonte), il Lazio 20.300 e la
Campania 37.000.
La struttura organizzativa
Il centro propulsore dell’organizzazione consisteva in due Enti distinti: il Comitato di Attuazione (per le
direttive generali del piano) e la Gestione INA-Casa (ente autonomo con figura giuridica preposto alla
esecuzione del piano sia su scala nazionale sia locale). Ben presto emersero difficoltà per la presenza, alla
guida del piano, di due enti le cui mansioni finivano per intrecciarsi.
I compiti amministrativi e contabili furono affidati a personale dipendente dell’Istituto Nazionale delle
Assicurazioni, inquadrato nella gestione INA-Casa. Gli ispettorati generali dell’Istituto (in collaborazione
con gli Uffici Tecnici Erariali) fornivano le stime per i passaggi di proprietà dei terreni alla Gestione.
Gli Istituti previdenziali INA, INADEL, ENPSA, INPS, erano incaricati dell’esazione dei contributi e del
reperimento delle aree (in un primo tempo questo era affidato ai Comuni).
Stazioni appaltanti furono praticamente tutti gli Enti pubblici nazionali e locali operanti in quel momento
nel Paese: INCIS, INAIL, INPS, IACP, Amministrazioni provinciali e grandi consorzi.
Progressivamente anche il reperimento delle aree venne affidato alle stazioni appaltanti stesse, che provvedevano poi all’esecuzione, alla direzione lavori e al collaudo.
Le Cooperative furono coinvolte nel piano del primo triennio, purché anticipassero i fondi di costruzione.
Gli alloggi venivano assegnati metà in affitto e metà a riscatto tramite gli Uffici Provinciali del Lavoro.
La definizione delle tipologie
I criteri ispiratori riflettono la stessa staticità di visione dei modelli di vita e di comportamento riscontrata
a proposito della determinazione del fabbisogno.
In alternativa alla logica di matrice razionalista, identificata semplificatamene con la prassi e la ideologia
del passato regime, lo stesso Ente INA-Casa proponeva ai progettisti quei modelli di organizzazione degli
interventi e delle tipologie mutuati dalle esperienze nordiche, che l’APAO8 veniva diffondendo nelle riviste,
illuminanti per la cultura architettonica italiana, integrati da istanze locali, più orientate al recupero di
spazi e modi di aggregazione tipici dell’unità di vicinato anglosassone o in parte del borgo rurale.
8 Associazione per l’architettura organica, fondata da Zevi
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Tra gli esempi presentati per il quartiere “La Falchera”9 di Torino, uno, costruito in Svezia, anticipava lo
stesso andamento spezzato, che ripreso dai progettisti assumeva quel carattere di corte o di aia tipico degli
aggregati di cascine tradizionali.
Anche la sociologia andava in quella direzione: quale l’ipotesi di unità di vicinato, della massima dimensione conforme, del quartiere autosufficiente: il referente sociologico indifferenziato (la donna casalinga,
l’uomo operaio emancipato, un minimo di due figli) si è poi scontrata con la realtà dell’assegnazione agli
immigrati meridionali, che hanno subito manifestato situazioni di rigetto anche architettonico ritenendo
“non finita” la tessitura in cotto, una delle poche imposizioni posta ai progettisti.
Le tecnologie, in contrasto con quanto era emerso dal dibattito sull’industrializzazione edilizia nei primi
anni del dopoguerra, non venivano prese in considerazione a partire da requisiti di continuità produttiva e
di concentrazione che il piano, in certa misura a sua insaputa, di fatto garantiva.
Pur invitando esplicitamente ad una “tipizzazione” degli elementi costruttivi, fu lasciato allo sforzo degli
architetti, almeno di quelli che intuivano l’esistenza del problema, individuare caso per caso, e quindi in
una visione né unitaria né tanto meno organica di ristrutturazione produttiva del settore, spunti e accorgimenti progettuali che si potessero prestare a razionalizzazioni dei metodi di esecuzione, con un’inversione
del rapporto tra progettazione e produzione che resterà a lungo tra gli equivoci di fondo della cultura
architettonica non solo italiana.
Non è casuale quindi che certe esperienze realizzate nella fase sperimentale del piano, con realistica aderenza all’artigianalità dei sistemi costruttivi più diffusi e tese alla definizione accurata e precisa dei vari
“nodi” costruttivi, si siano poste come ipotesi guida sia di vasta parte del pensiero architettonico, sia dei
modi di produzione e di organizzazione del lavoro edile negli anni seguenti.
Considerazioni generali sul primo settennio Ina-Casa
Emersero, nel primo periodo di attuazione del programma, molti dei problemi tipici dell’intervento pubblico in edilizia in Italia. Forse l’unico e principale tratto distintivo fu la fretta e la tempestività con cui,
soprattutto nei primi anni il piano viene realizzato; fretta che, alla luce di un bilancio obiettivo dei risultati
ottenuti, evidenzia l’intento primario (e conseguito in larga misura) di reinnesto della produzione e di riduzione dei margini di disoccupazione.
La prassi iniziale volta ad ottenere dai Comuni la cessione di aree demaniali si rivelò ben presto negativa
per il livello qualitativo infimo dei terreni (si veda ad esempio l’area ceduta dal Comune di Torino a ridosso
della Azienda Municipale del Gas).
Si ricorse così all’acquisto di aree tramite gli enti preposti e di fatto si ingenerò un meccanismo tipicamente speculativo di cui l’intervento pubblico costituiva l’innesco. Il prezzo base a vano delle case INA non
doveva superare inizialmente le 400.000 lire comprensive del costo del terreno per un manufatto privo di
riscaldamento e di scantinato.
Non appena si dovette ricorrere all’acquisto di terreni privati questa cifra risultò immediatamente insostenibile per quanto si potesse abbassare il livello qualitativo, e quindi il costo dell’edificio.
Frequenti collusioni tra i proprietari fondiari e le Amministrazioni comunali permisero l’approvazione
frettolosa di piani particolareggiati in vista di acquisti da parte dell’Istituto. La rendita fondiaria fruiva così
di processi di valorizzazione economica, tramite i propri legami con gli organi preposti alla gestione del
territorio, innescati dall’ente pubblico in funzione della realizzazione di alloggi destinati ai ceti meno abbienti ed i cui costi crescenti di realizzazione non permettevano il mantenimento dei livelli prestabiliti dei
canoni e dei riscatti. Da parte dell’Ente questi problemi furono pubblicamente addossati esclusivamente
9 “La Falchera”, Torino
Il progetto urbanistico fu di Giovanni ASTENGO, capogruppo, con Sandro MOLLI-BOFFA, Mario PASSANTI, Nello RENACCO, Aldo RIZZOTTI.
Progetto edilizio Primo Lotto: Ettore SOTTSASS, Sandro MOLLI-BOFFA, Marco Passanti, Nello RENACCO, Giovanni ASTENGO, Aldo RIZZOTTI,
Augusto ROMANO e Gino BECKER.
Progetto edilizio Secondo Lotto: Mario PASSANTI e Paolo PERONA, Gino BECKER e Gianfranco FASANA, Nicola GRASSI e Nello RENACCO,
Aldo RIZZOTTI e Mario OREGLIA.
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alla crescita dei costi di produzione.
La mancanza di una visione urbanistica e soprattutto di organismi capaci di controllare i processi di inserimento dei nuovi insediamenti nei tessuti preesistenti o in zone non urbanizzate fu una grave remora, che
sembra però non essere dipesa tanto da errate valutazioni o da incongruenze tecniche, quanto dalla natura
politica del piano, nato come compromesso tra istanze sociali insopprimibili ed esigenze della proprietà
fondiaria, dei costruttori, delle Amministrazioni locali.
Se è vero che in alcune di queste realizzazioni si impose all’attenzione una parte della nuova generazione di
architetti, che seppe esprimere contenuti destinati a lasciar tracce profonde nella cultura architettonica e
urbanistica, è forse più realistico constatare come, esauritosi il fine primario del piano dopo le fasi iniziali,
L’INA-Casa abbia contribuito a consacrare il binomio edilizia pubblica-sottoabitazione, e a riaprire prospettive più tradizionali e sicure come la committenza privata.
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