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I fondamenti teologici del pontificato di Francesco
Un'analisi del cardinale Kasper
Di Robert Cheaib
ROMA, 13 Marzo 2015 (Zenit.org) - Che Jorge Maria Bergoglio sia un personaggio carismatico è
fuori dubbio, ma il carisma non è che un tratto umanamente auspicabile in un Papa. Ciò che non
dovrebbe mancare è il radicamento teologico. In un libro uscito in contemporanea con il secondo
anniversario dell’elezione di Papa Francesco, il cardinale Walter Kasper presenta un tentativo di
approssimazione al «fenomeno Francesco dal punto di vista teologico del pontificato, evidenziando
le nuove prospettive che si aprono».
Il volume papa Francesco. La rivoluzione della tenerezza e dell’amore edito dalla Queriniana per la
collana “giornale di teologia” consta di una premessa, dodici capitoli e una conclusione a mo’ di
prospettiva verso il futuro. Kasper offre un contributo apprezzabile volto a mostrare il radicamento
teologico nella grande tradizione delle novità di papa Francesco. Già all’inizio del libro Kasper
spiega, infatti, che «la sorprendente novità della sorpresa rappresentata da questo papa non consiste
in alcune innovazioni, bensì nell’eterna novità del vangelo, che è sempre lo stesso e tuttavia di
continuo sorprendentemente nuovo e perennemente attuale», proprio perché Gesù è il Vangelo
eterno e «la sua ricchezza e la sua bellezza sono inesauribili» (EG 11).
Innovazione “radicale”
L’innovazione di Francesco si radica nella tradizione, ma con una convinzione importante: quella
che la tradizione tramanda la brace non le ceneri. Francesco viene dalla scuola della teologia
kerygmatica. Per questo – spiega Kasper – egli non è «un francescano mascherato; egli è in tutto e
per tutto un gesuita». Nello spirito di sant’Ignazio, Francesco non parte dalla dottrina, ma dalla
situazione concreta e applicando le regole del discernimento spirituale perviene a decisioni
concrete.
Francesco fa teologia in contesto e nella sua teologia contestuale egli «vuole illuminare la
situazione della chiesa e del cristiano nel mondo attuale a partire dal vangelo. Qui la fede cristiana
non è un’ideologia che vuole chiarire ogni cosa; essa non è paragonabile ad una luce artificiale che
illumina tutto il corso della nostra vita; è piuttosto come una lanterna che ci fa luce nel cammino
della vita nella misura in cui noi stessi andiamo avanti».
È di eloquente profondità la visuale sulla fede enunciata nella Lumen fidei: «La fede non è luce che
dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il
cammino» (LF 57).
Primato del Vangelo
Il radicamento di Francesca va alla radix del vangelo che è l’annuncio lieto dell’amore di Dio
all’uomo. Sulla scia di Tommaso – citato esplicitamente in Evangelii gaudium 37 e 43 – Francesco
ribadisce che il vangelo «non è una legge scritta, non un codice di dottrine e precetti, bensì il dono
interiore dello Spirito Santo, che ci viene dato con la fede e che opera nell’amore». Le leggi e le
prescrizioni sono secondarie e hanno il compito di indirizzarci al dono della grazia o a farla fruttare.
(cf. Summa theologhiae I-II q. 106 a. 1 e 2).
Questo primato del dono di Dio e dell’amore di Dio è il cuore dell’annuncio di Francesco. Con
esso, papa Bergoglio si colloca nella scia della tradizione e soprattutto nel solco dei grandi papi
recenti che l’hanno preceduto (cf. Paolo VI, Evangelii nuntiandi; Giovanni Paolo II, Redemptoris
missio; Benedetto XVI, Porta fidei).
L’accentuazione
fondante
e
fondamentale
del
contenuto
evangelico
non
costituisce
nell’insegnamento di Francesco una deriva pietistica o arbitraria giacché il principio cristico non è
esclusivo, ma inclusivo. Cristo è – per usare il gergo di von Balthasar – l’universale concretum
personale, colui che offre la sintesi dell’uomo e di Dio e la chiave ermeneutica di tutte le esperienze
dell’umano.
Miserando atque eligendo
Lo stemma episcopale dell’arcivescovo di Buenes Aires è stato spiegato e dispiegato già durante il
suo primo angelus da Pontefice. Parafrasato, lo stemma, ispirato a Beda il Venerabile, è una lezione
sulla vocazione: «Guardandomi con gli occhi della sua misericordia, egli mi ha scelto». Nel primo
angelus del 17 marzo 2013, Francesco ha ricordato che Dio «mai si stanca di perdonare, ma noi, a
volte, ci stanchiamo di chiedere perdono». Tommaso d’Aquino ci ricorda che la misericordia è il
volto della natura divina rivolto verso l’esterno (cf. STh I q. 21, aa. 3ss).
Anche qui, Francesco è non solo nel cuore dell’insegnamento biblico sulla grazia e sulla graziosità
di Dio, ma anche nella scia dei suoi precedessori (cf. Giovanni Paolo II, Dive sin misericordia;
Benedetto XVI, Deus caritas est).
Kasper spiega che l’importanza data alla misericordia come principio ermeneutico della fede
perché, essendo essa la più fondamentale delle proprietà di Dio, essa pone di fatto al centro della
riflessione e dell’esperienza cristiana Dio stesso.
Il volume di Kasper prosegue prendendo atto della rinnovata prospettiva ecclesiastica di Papa
Francesco, una ecclesiologia che pone al centro della sua esplicazione l’immagine biblica e
conciliare della Chiesa come “popolo di Dio”. È alla luce di questa ermeneutica ecclesiale che si
possono e si devono capire le posizioni di Papa Bergoglio sia in ambito intra-ecclesiale sia in
ambito extra-ecclesiale in relazione agli altri cristiani e alle altre religioni.
Dopo due anni di pontificato, possiamo affermare che il messaggio teologico grande di Francesco è
quello di «vivere nella verità». Ciò che colpisce nella sua figura, infatti, è il vivere in prima persona
il suo annuncio, quello di una Chiesa che proclama e incarna il primato di Cristo, una Chiesa povera
per i poveri. Il suo è un programma profondamente teologico perché radicato nella logica
evangelica delle beatitudini.