mercoledì 29 aprile 2009 GLI ZOO UMANI

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mercoledì 29 aprile 2009 GLI ZOO UMANI
mercoledì 29 aprile 2009
GLI ZOO UMANI - Quando gli europei pagavano per
vedere i non europei in gabbia
Di Antonella Randazzo
Il primo contatto degli europei con persone appartenenti ad altre culture fu
improntato alla superiorità ontologica sostenuta dalle teorie "scientifiche"
dell'epoca. Era opportuno che nel periodo coloniale gli europei percepissero i non
europei come sub-umani, da osservare a distanza di sicurezza.
Gli scienziati europei avevano assunto verso gli altri gruppi etnici, in particolare
quelli africani, l'atteggiamento di chi vuol trovare nell'elemento strano o diversità
biologiche fattori negativi tali da indurre a relegarli all'interno di una categoria assai
lontana dalla "razza" bianca e, se possibile, anche dal genere umano stesso, inteso
come protagonista della Storia e della civiltà e limitato all’Occidente.
Già alla fine del Settecento si diffuse la falsa notizia dell'esistenza di gruppi africani
dotati di un organismo strano, che li rendeva diversi e non assimilabili agli altri
gruppi umani. Si trattava del caso degli Ottentotti, considerati la razza più vicina alle
scimmie. La donna Ottentotta fu considerata anatomicamente anomala perché
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dotata di una massa adiposa che dava alle natiche una forma eccessiva; inoltre si
pensava che avesse le labbra dei genitali più sviluppate. Gli scienziati pensarono
addirittura di aver trovato una razza estranea allo stesso genere umano, e
studiarono gli Ottentotti per suffragare le loro tante ipotesi razzistiche e
discriminatorie. I particolari anatomici della donna Ottentotta furono direttamente
collegati alla sessualità, che nel suo caso fu considerata, com'era negli stereotipi
della donna africana, viscerale e indomita. L'Ottentotto divenne nell'immaginario
europeo il selvaggio allo stato puro, assai vicino alla brutalità dell'animale.
Per tutto il Settecento e fino ai primi decenni dell'Ottocento, gli Ottentotti
suscitarono un'attenzione morbosa da parte degli scienziati, ma anche da parte della
gente comune. Ad esempio, Sarah Baartmann, soprannominata la "Venere
Ottentotta", dalla Colonia del Capo fu portata a Londra ed esibita al pubblico dietro
pagamento. Morirà nel 1815 e sarà messa sotto formaldeide per essere ancora
esibita fino al 1982.
Gli scienziati dell'epoca vedevano nelle cosiddette "anomalie delle razze inferiori",
una prova che i "selvaggi" non potessero essere assimilabili ai bianchi. Erano
convinti che l'Antropologia e l'Etnologia avessero un ruolo fondamentale nel fissare
in maniera precisa e chiara la gerarchia fra le razze.
I parametri europei, applicati come assoluti, permettevano di valutare e di provare
in maniera inappellabile che il non europeo, in particolare il nero africano, era
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brutale come un animale, e possedeva istinti avidi e incontrollati che lo portavano a
vivere una sessualità bestiale e promiscua. L'africano veniva visto anche come
antropofago, in linea con l'immaginario europeo, che vedeva il selvaggio come colui
che infrange tutti i tabù della civiltà.
L'osservazione era il criterio di studio divenuto prevalente a partire dagli ultimi
decenni dell'Ottocento, quando si affermarono le teorie positivistiche e darwiniane.
L'imperativo dello studioso era di osservare per esperire direttamente l'oggetto di
studio e catalogarlo nelle sue caratteristiche empiricamente inconfutabili.
L'osservazione fu intesa come un approccio privilegiato che tutti gli europei, non
soltanto gli studiosi, potevano sperimentare attraverso l'istituzione di veri e propri
zoo umani (1).
Gli zoo umani nacquero in Germania intorno al 1874, ad opera di Karl Hagenbeck, un
mercante di animali selvatici che scoprì l'affare lucroso di esporre come animali
anche gli umani appartenenti alle razze più lontane da quella europea.
Il primo contatto con il nero africano avvenne quindi dietro le sbarre di una gabbia,
a significare la natura più animale che umana dei soggetti che si offrivano
all'osservazione. Il fenomeno dello zoo umano si diffuse ben presto in molte città
europee, comprese Londra, Berlino e Milano. L'inferiorità e la natura non
pienamente umana del nero erano ormai un assioma, grazie anche alle teorie
scientifiche più importanti dell'epoca. Il darwinismo sociale o antropologico aveva
determinato una rigida gerarchia delle società e delle razze. Spencer, uno dei più
importanti darwinisti inglesi, applicò il concetto di evoluzione alla realtà sociale
dell'uomo facendo derivare categorie precise di evoluzione del comportamento
umano all'interno del suo proprio gruppo sociale. La società fu intesa da Spencer
come un unico organismo compatto, che si evolveva anche attraverso lo scontro con
altri organismi sociali; nello scontro vinceva sempre il più forte, che era da ritenere
come il più evoluto. I perdenti, ossia le razze inferiori, erano da considerarsi tali in
quanto dotate di un corredo biologico limitato, dovuto anche a scarse condizioni
ambientali. Da questi presupposti nacque la “psicologia del primitivo”, dominata da
elementi irrazionali (magia, stregoneria, spiritismo) e da capacità cognitive poco
articolate, incapaci a produrre idee astratte. All'interno di questa visione, la "razza
evoluta", cioè l'europeo, doveva necessariamente prevalere in quanto ciò veniva a
coincidere con il progresso delle culture che sottometteva. A tutto questo va
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aggiunta l'importanza che il darwinismo dava all'ereditarietà dei caratteri all'interno
di un gruppo, e la necessità di studiare la realtà umana attraverso elementi esterni
come la forma, la misura e il peso.
Oggi non c'è memoria del primo approccio osservativo che abbiamo avuto con i neri,
eppure fino agli anni '30 dello scorso secolo sono esistiti gli zoo umani, che
mostravano anche interi gruppi sociali africani e asiatici. Per l'europeo era
accettabile e legittimo quel rapporto di estrema distanza ontologica. Il nero africano
veniva considerato alla stessa stregua di un selvaggio, e poteva essere percepito
come un mostro quando nello “spettacolo” veniva descritto come cannibale o come
avente forze fisiche abnormi.
Lo straniero appariva totalmente “altro”, e acquisiva tutte quelle caratteristiche
considerate completamente estranee alla civiltà: egli era primitivo e come tale
dotato di caratteristiche mostruose, nel corpo, nella sessualità e nel
comportamento. Vederlo dentro una gabbia rafforzava l'idea di animalità e di
inconciliabilità con il contesto civile degli europei.
Dalla metà dell'Ottocento fino agli anni '30 del Novecento, gli zoo umani si diffusero
in tutta Europa, venendo a costituire una sorta di rappresentazione del razzismo
propagandato dalle teorie scientifiche dell'epoca.
La logica insita negli zoo umani era la medesima dello spettacolo che mostrava
l'insolito: il nano, la donna barbuta o il gigante. Agli zoo umani però si aggiungevano
le caratteristiche dello spettacolo di bestie selvatiche, e i soggetti umani venivano
mostrati chiusi nelle gabbie o nei recinti per dare l'impressione che si avesse a che
fare con animali pericolosi e non con esseri umani strani o deformati. Tale distanza
ontologica era la prova più lampante della funzione razzistica degli zoo umani. Essi,
infatti, dovevano mettere in scena vere e proprie rappresentazioni dell'inferiorità di
alcune razze rispetto a quella europea. L'impressione che si doveva avere alla vista
dei soggetti africani era che essi fossero più vicini agli animali che agli esseri umani,
e questa impressione si induceva non soltanto dalle caratteristiche somatiche o dalla
seminudità dei soggetti mostrati ma, soprattutto, dal fatto che venivano presentati
come portatori di comportamenti animaleschi: alcuni come antropofagi, altri come
avidi di sesso e altri ancora come dotati di aggressività o forza selvaggia. Si trattava
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di messe in scena, in quanto gli stessi soggetti talvolta erano pagati per recitare la
loro parte, ma il pubblico non lo sapeva.
Lo sguardo popolare coglieva in maniera immediata un rapporto di netta superiorità
fra la sua razza e quella dell'uomo nella gabbia e, quindi, gli spettatori non si
rammaricavano che l'altro fosse rinchiuso o legato. La percezione dell'altro
coincideva con i fatti stessi: “se sta in gabbia deve essere certamente un selvaggio”,
e si ecludeva la possibilità che le cose potessero essere diverse.
Gli zoo umani di solito erano organizzati da compagnie itineranti, che giravano per le
grandi città come Amburgo, Anversa, Barcellona, Londra, Berlino o Milano. Si trattò
di spettacoli di massa. A Glasgow, nel 1888, i visitatori furono 5,7 milioni, mentre a
Parigi, nell'Esposizione Universale del 1889, sarebbero accorse oltre 30 milioni di
persone.
Nel 1877 Geoffroy de Saint-Hilaire, direttore del Giardino zoologico di Parigi, decise
di mettere dentro una gabbia nubiani ed esquimesi, ottenendo un successo di
pubblico assolutamente al di sopra delle previsioni. I parigini si erano riversati in
massa per vedere lo spettacolo e quell'anno circa un milione di persone visitarono il
giardino pagando un biglietto.
Tra il 1877 e il 1912 si ebbero a Parigi altre iniziative del genere, ad esempio, nel
Jardin zoologique d'acclimatation, furono presentate circa trenta "esposizioni
etnologiche" che suscitarono un grande successo di pubblico. Successivamente fu
ideato uno spettacolo con un vero e proprio "village nègre" con 400 comparse di
colore come attrazione principale. Lo spettacolo fece il giro delle maggiori città
europee riscuotendo un grande successo.
Gli spettacoli potenziarono l'incontro con l'altro come con un diverso che non
essendo acculturato non poteva vantare l'appartenenza piena alla specie umana.
L'etnocentrismo europeo, portato all'estremo nel periodo coloniale, mostrava agli
europei l'indigeno coloniale così come doveva essere percepito: dentro una gabbia,
diverso e privo di caratteristiche veramente umane. In tal modo, giustificare ogni
nefandezza del colonialismo sarebbe risultato più semplice. I neri venivano descritti
come animaleschi, dagli istinti primordiali e voraci. Ma anche le altre “razze” non
dovevano apparire propriamente umane, facendo intendere che la “civiltà”
raggiunta dagli europei era unica, sovrana e impareggiabile. Si trattava anche di un
modo per preludere alla “globalizzazione” della cultura, ovvero all’imposizione di
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un’unica cultura, quella occidentale, considerata talmente superiore da dover
distruggere tutte le altre.
Gli zoo umani entusiasmavano anche le società di Antropologia, che studiarono da
vicino gli indigeni degli zoo e ne certificavano l''autenticità'. Gli studiosi, dopo le loro
misurazioni e osservazioni, pubblicavano articoli su importanti riviste di Etnografia e
Antropologia.
Le teorizzazioni scientifiche del periodo si prodigavano a dimostrare l'esistenza di
razze inferiori e di razze superiori, e a sostenere che le razze inferiori, a causa del
loro stato selvaggio, dovessero essere dominate affinché non divenissero un
pericolo per l'umanità intera.
Il razzismo popolare si diffondeva e si rafforzava con le argomentazioni
“scientifiche”. In queste argomentazioni il nero veniva raccontato come
appartenente alla razza posta sul gradino più basso della gerarchia mentre la razza
bianca possedeva la superiorità assoluta in tutte le caratteristiche.
Per provare la fondatezza di queste teorizzazioni venivano utilizzati metodi come la
craniometria (misurazione del cranio) e la frenologia . (2)
Gli zoo umani suffragavano la teoria della gerarchizzazione delle razze mostrando il
nero, appartenente alla scala più bassa della gerarchia, come un soggetto con tare e
costumi ancora disumani, troppo lontani dalla civiltà europea. Gli spettacoli degli
zoo richiedevano anche una certa cura per i particolari: abbigliamento da selvaggio e
lotte sanguinarie fasulle.
Dal 1890 fino alla Prima guerra mondiale l'attrattiva più acclamata era quella in cui il
nero appariva particolarmente violento e selvaggio. Gli organizzatori degli spettacoli
si prodigarono a dare agli indigeni l'apparenza di soggetti degradati, crudeli, assetati
di sangue e molto distanti dalla civiltà europea. Dovevano apparire come razze
inferiori ritardate rispetto all'europeo, non assimilabili alla civiltà europea se non
attraverso la colonizzazione.
Il pubblico recepiva l'immagine del selvaggio abituato a vivere nello sporco e non si
indignava affatto nel vederlo in gabbia, e nemmeno per le condizioni igieniche in cui
era tenuto o per il modo in cui veniva trattato. Sono davvero rare le reazioni
d'indignazione, e soltanto da parte di qualche giornalista o politico. Gli altri si
adattavano bene alla situazione proposta, e alcuni ne prendevano parte lanciando
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cibo verso le gabbie oppure ridendo degli spettacoli, e persino quando un africano
tremava per il freddo o soffriva per malattia.
Anche in Italia il fenomeno degli zoo umani ebbe notevole successo. La presenza di
missionari e di esploratori italiani in Africa era significativa già a partire della metà
dell'Ottocento. Gli stessi missionari cattolici si fecero promotori di iniziative
propagandistiche per accrescere l'attenzione degli europei sull'Africa, portando in
Italia gruppi di indigeni che mostrarono al pubblico in diverse occasioni, a sostegno
delle importanti prospettive di evangelizzazione offerte dal continente africano.
Ricordiamo, ad esempio, l'esposizione degli Assabesi a Torino nel 1884, di 60
Abissini a Palermo nel 1892, e di un gruppo di Sudanesi a Torino nel 1902.
Nel periodo fascista si alimentò ancora di più il gusto verso l'esotico come elemento
curioso da osservare e da valutare dall'alto della “superiore cultura” occidentale.
Numerose furono le Esposizioni nazionali di spettacoli 'etnici' con
spettacolarizzazioni, su iniziativa del governo fascista, che intendeva celebrare la
grandezza della conquista coloniale in Libia e poi in Etiopia.
Mussolini aveva promosso un filone 'scientifico' teso a divulgare idee e teorie
razziste per affermare e salvaguardare la superiorità degli italiani sugli indigeni
coloniali.
Scriveva Lidio Cipriani negli anni '30:
"Per quanto intelligenti più di ogni altro Africano a pelle nera, le possibilità psichiche
della grande massa dei nostri sudditi dell'Africa non sono né saranno mai elevate o
tali da dare originalità di pensiero; così, una volta resi fiduciosi del nostro potere e
ben trattati, essi non desidereranno di meglio che restarci sottoposti e magari
affiancarci in qualsiasi nostra impresa coloniale nell'avvenire, eventualmente - ed
anzi con tanto maggiore entusiasmo! - fuori i confini dell'Etiopia. Ve li induce l'innato
senso di fedeltà verso chi stimano e lo spirito bellico ineguagliato da ogni altro
Africano." (3)
Cipriani era considerato un importante antropologo (era anche direttore del Museo
Nazionale di Antropologia e di Etnologia di Firenze) e firmerà il “Manifesto della
Razza”, che ispirerà le leggi razziali approvate in Italia nel 1938.
Secondo Cipriani era evidente e indiscutibile la suddivisione degli esseri umani in
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razze così come indiscutibile era il principio che vedeva inestricabilmente legate le
caratteristiche fisiche e quelle comportamentali e mentali. Cipriani compie
interminabili misurazioni e classificazioni, credendo di individuare la presunta
essenza delle razze attraverso il somatico. Egli scrisse:
"Le razze differiscono tra loro in svariati modi, all'infuori di quanto è noto a tutti
circa il colore della pelle, la natura dei capelli, la forma del naso, della bocca, della
faccia e dell'intera testa, il volume e le dimensioni, assolute e proporzionali, delle
singole parti del corpo. Certamente, funzioni quali le circolatorie, le digestive, le
respiratorie, le sessuali, le secretive ed altre, offrono non poco di diverso fra razza e
razza; e così pure la successione dei periodi di accrescimento, la distribuzione dei
gruppi sanguigni, l'acuità sensoriale, l'equilibrio ormonico, quello nervoso, i tempi e
le modalità delle reazioni nervose, la forza renale, la fecondità e la frequenza dei
sessi, il modo di reagire alle influenze ambientali e alle malattie, sì che può
benissimo fondarsi una fisiologia e una patologia comparata delle razze. In
particolare variano e talora notevolmente, le doti psichiche. (...) Occorre convincersi
che senza una oculata difesa dall'incrocio colle razze africane, si rischia di cambiare
in peggio le nostre qualità ereditarie e distruggere la ragione prima dei privilegi da
noi goduti finora. All'opposto, per tutte le popolazioni cosiddette primitive intendendo, in base a vieti preconcetti darwiniani, genti all'inizio ben poco è ormai
da sperare in quanto a vero progresso; un solco profondo e insuperabile le divide
dalla razza bianca e impedisce loro di acquistare le attitudini creative di questa." (4)
L'individuo veniva visto attraverso il gruppo di appartenenza, svelato dalle misure e
dall'estetica del suo corpo, e la sua cultura veniva considerata statica e chiusa.
Il muro tra il bianco e il nero, tra il civilizzato e il primitivo sarà propagandato e
scientificamente giustificato allo scopo di imporre il rapporto imperialistico
dell'europeo sulle altre popolazioni. La cosiddetta "missione civilizzatrice" sancì il
mito della superiorità del bianco e del suo dovere di portare la civiltà laddove si
riteneva non ci fosse. L'indigeno sottomesso diventò il totalmente altro che si faceva
carico delle proiezioni archetipiche dell'inconscio collettivo della civiltà europea. Il
nero evocava l'inaccettabile uscita dai tabù morali e, come un animale che non frena
gli istinti, doveva essere trattato con durezza e sottomesso.
Alle argomentazioni scientifiche si aggiungevano quelle religiose, si attribuiva il
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destino di sottomissione dei neri alla loro discendenza da Cam che fu maledetto da
Noè e condannato, lui e i suoi discendenti, ad essere sottomesso e servo.
L'idea era stata sostenuta da George Best, che nel 1578 aveva scritto una relazione
per affermare che il colore nero della pelle derivava dalla maledizione divina. Nella
relazione si legge:
"(...) Contravvenendo queste buone istruzioni e esortazioni il suo malvagio figlio
Cam disobbedì, e nella persuasione che il primo bambino nato dopo il diluvio, per
diritto e legge di natura, avrebbe ereditato e posseduto tutti i domini sulla terra si
accompagnò con la sua donna quando ancora erano nell'arca, e con ciò
proditoriamente mise le premesse per diseredare la discendenza dei suoi due altri
fratelli. Per questo malvagio e detestabile fatto, esempio di disprezzo di Dio
onnipotente e di disobbedienza ai genitori, Dio volle che nascesse un figlio, il cui
nome fu Cush, e che non solo lui, ma tutta la sua posterità dopo di lui fosse nera e
disgustosa, perché potesse rimanere spettacolo di disobbedienza per tutto il
mondo. E da questo Cush nero e maledetto derivano tutti quei mori neri che si
trovano in Africa. (...) Si vede pertanto che la causa della nerezza degli Etiopi è la
maledizione e l'affezione naturale del sangue, e non l'eccessiva temperatura del
clima. (...) Il colore nero degli africani non è perciò un argomento valido per
denigrare il clima della zona equatoriale. Possiamo dunque essere ben certi che
sotto la linea equinoziale è il luogo più piacevole e dilettevole che vi sia al mondo".
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Diverse religioni cristiane hanno associato il popolo nero con il popolo maledetto e
formulato una vera e propria dottrina. Ad esempio, la Chiesa dei Mormoni, religione
cristiana nata all'inizio dell'Ottocento negli Usa, escluse i neri dal sacerdozio fino agli
anni '80 del secolo scorso, proprio per questa presunta maledizione.
Di certo fu molto efficace coinvolgere anche le dottrine religiose in questo processo
che avrebbe portato l'europeo ad avere la licenza di compiere ogni ingiustizia e
crudeltà a danno del nero.
Il razzismo coloniale fu indubbiamente un razzismo senza scrupoli, con finalità di
dominio e di sfruttamento, e fece leva su stereotipi atavici generati da paure e dalla
non conoscenza dell'altro.
Il fenomeno degli zoo umani va sicuramente collegato al periodo in cui si
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affermarono i miti positivisti e scientisti del progresso e della superiorità della civiltà
occidentale su tutte le altre, e nasceva anche l'imprenditoria dello spettacolo e
dell'intrattenimento, che sempre più importanza avrebbe avuto col passare del
tempo.
Dopo la Prima guerra mondiale, periodo in cui ormai il potere europeo sulle colonie
si era consolidato, emergeva anche un'altra immagine del "selvaggio", quella di un
soggetto docile, sottomesso al bianco, un po' sciocco ma buono; è l'immagine
dell'indigeno che è stato “civilizzato” e non deve fare più paura ma deve essere
utilizzato come servo e come lavoratore. Ad esempio, la nuova percezione
dell'indigeno è presente nell'Esposizione coloniale internazionale di Vincennes del
1931 che, estesa su un terreno di centinaia di ettari, rappresentò l'evoluzione dello
zoo umano che ora appariva come un luogo in cui si svolgeva la missione
civilizzatrice degli europei cristiani che espletavano così il loro paternalistico dovere
di acculturazione. L'indigeno non era più chiuso in gabbia, ma posto all'interno di un
determinato ambiente. Egli rimaneva comunque un essere inferiore, ma c'era l'idea
che avesse acquisito sembianze più "umane" grazie agli europei che lo avevano
vestito, educato, e gli avevano permesso di indossare una divisa e di combattere per
loro. Era accaduto che i battaglioni coloniali avevano ricoperto un ruolo importante
in alcune battaglie durante la Prima guerra mondiale e diversi giornali li avevano
elogiati incrinando quell'immagine di pura animalità che aveva dominato negli anni
precedenti.
Nel 1931 l'esposizione parigina presenterà l'indigeno coloniale vestito e preparato a
lavorare o a combattere. Per l'Europa sono anni di crisi in cui le contraddizioni fra i
valori della Società delle Nazioni e le crudeltà delle colonie emergono fino alla
terribile guerra e ai successivi processi di decolonizzazione, epoca in cui gli zoo
umani appaiono ormai improponibili e vengono rimossi dalla coscienza collettiva.
Lo studio degli zoo umani costituisce a tutt'oggi un fenomeno culturale di grande
rilevanza nella conoscenza delle radici del nostro rapporto con l'altro, con lo
straniero, nella dinamica razzista del periodo coloniale e nelle successive rimozioni o
modificazioni.
Nell'agosto del 2002 in Belgio fu allestita l'esposizione (6) di un gruppo di pigmei in
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un parco che ricreava l'ambiente della foresta pluviale, habitat dei pigmei di etnia
Baka. I pigmei furono incoraggiati ad una vera e propria esibizione etnica di canti e
balli. L'iniziativa dell'esibizione era partita dall'associazione Oasis Nature e da
autorità cittadine di Yvoir con la motivazione di raccogliere fondi per migliorare la
condizione dei pigmei e per poter costruire nel Camerun 17 punti di raccolta
dell'acqua, 4 infermerie e 4 scuole.
Furono sollevate molte polemiche e proteste da associazioni per i diritti umani come
l'Mnm (Mouvement des noveaux migrants).
Si rispose alla polemiche e alle accuse di razzismo sostenendo che l'iniziativa era di
natura umanitaria, ma non si è spiegato perché non si fosse organizzato
qualcos'altro, ad esempio un convegno o una conferenza (a cui si sarebbe data
anche la parola ai diretti interessati), piuttosto che uno spettacolo circense simile a
quelli degli zoo umani.
Alcuni autorevoli esponenti di associazioni umanitarie e alcuni autori (7) citano
questo caso per affermare che le pratiche razziste non appartengono soltanto al
passato e che sarebbe un errore pensare che nel presente non ci possano essere
rigurgiti del vecchio eurocentrismo o sensi di superiorità e comportamenti di
sopraffazione culturale. Dall'esempio dei pigmei del Camerun, ci chiediamo perché
c'è ancora la tendenza ad esporre esseri umani nella veste di soggetti primitivi da
osservare in un ambiente artefatto che possa creare un'attrattiva (nel caso dei
pigmei c'era anche il fattore “specie in estinzione”).
Forse non si è ancora compreso che non esiste nessun diritto delle razze superiori
(8) anche se per diversi secoli le autorità europee se ne sono valse per depredare,
uccidere e sottomettere.
Per molto tempo il rapporto con “l'altro” è stato improntato al rifiuto,
condannandolo alla miseria e al disprezzo. Miseria e disprezzo che ancora oggi in
molti casi vengono indirizzati ai discendenti delle vittime coloniali: gli immigrati.
Articolo correlato:
“L’ossessione genetica. Lo sterminio dei popoli non bianchi”
http://antonellarandazzo.blogspot.com/2007/10/lossessione-genetica-lo-sterminiodei.html
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NOTE
1) Vedi Nicolas Bancel, Pascal Blanchard e Sandrine Lemaire, "Gli zoo umani della
Repubblica coloniale", in Le monde, Settembre 2000.
2) La frenologia era nata ad opera del medico tedesco Franz Joseph Gall (1758-1828)
che sosteneva la possibilità di conoscere la psicologia delle persone esaminando la
forma del cranio. I frenologi toccavano con le dita o i palmi delle mani la testa per
tastare possibili depressioni o elevazioni nella forma del cranio. Si valevano anche
del calibro o del nastro millimetrato. Da questa 'lettura' del cranio derivavano giudizi
sulla personalità o le attitudini dell'individuo.
3) Cipriani Lidio, "Gli etiopici secondo il razzismo", I, 5: 34
http://www.golemindispensabile.it/Puntata9/articolo.asp?id=460&num=9&sez=134
&tipo=&mpp=&ed=&as=1
4) Cipriani Lidio, "Razzismo coloniale", in “La Difesa della Razza”, n.2, 20 agosto
1938.
5) Best George, "A True Discourse of three Voyages of Discoverie", in Gliozzi G., "Le
teorie della razza nell'età moderna", Loescher, Torino 1986, p. 129.
6) "Benvenuti nello 'zoo umano'", da "Il manifesto" del 22 Agosto 2002.
7) Berhuse S., "L’affaire des Baka du Cameroun en Belgique", in
http://belgium.indymedia.org/news/2002/09/31136.php,
8) Vedi Maurice T. Maschino, "Da Jules Ferry a Massu, per il diritto di dominio delle
“razze superiori”", "Le Monde Diplomatique", Luglio 2002.
Pubblicato da Antonella Randazzo
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