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RASSEGNA STAMPA
martedì 22 dicembre 2015
L’ARCI SUI MEDIA
ESTERI
INTERNI
RAZZISMO E IMMIGRAZIONE
WELFARE E SOCIETA’
DIRITTI CIVILI A LAICITA’
BENI COMUNI/AMBIENTE
INFORMAZIONE
SCUOLA, INFANZIA E GIOVANI
ECONOMIA E LAVORO
CORRIERE DELLA SERA
LA REPUBBLICA
LA STAMPA
IL SOLE 24 ORE
IL MESSAGGERO
IL MANIFESTO
AVVENIRE
IL FATTO
PANORAMA
L’ESPRESSO
VITA
LEFT
IL SALVAGENTE
INTERNAZIONALE
L’ARCI SUI MEDIA
Da Left del 19/12/15, pag.
A REGGIO EMILIA LA VOCE DEGLI
SCRITTORI
«Con il nostro festival sonoro della letteratura vogliamo che si torni ali' autenticità, alla
trasmissione non solo di contenuti e idee ma anche di sensibilità». Stefano Bertini,
responsabile Arci di Reggio Emilia sintetizza così la nuova edizione dell'avventura che con
Paolo Nori come nume tutelare è iniziata l'anno scorso, con un grande successo. Nori, che
da sempre lega la sua scrittura alla lettura in mezzo al pubblico, da molto tempo coltiva
l'idea di un archivio sonoro della letteratura, proprio per salvare l'unicità dell'oralità, le voci
e il flusso di emozioni che passano attraverso la lettura pubblica.
«È anche una sorta di pausa nel fluire delle cose, di fronte alla velocità di internet e di
questi nostri tempi», aggiunge Bertini. I.: anno scorso c'erano Gipi disegnatore e scrittore,
la poetessa Mariangela Gualtieri. Quest'anno si replica dal 18 al 20 dicembre. Il titolo della
seconda edizione del festival sonoro della letteratura è Questa è l'acqua che è tratto dal
celebre discorso dello scrittore David Poster Wallace al Kenion College nel 2005. Tra gli
ospiti, il linguista Andrea Moro, che aprirà il festival. Il 19(ore17) lo scrittore e poeta
Ermanno Cavazzoni legge un testo inedito di Giorgio Manganelli, Intervista a Dio
onnipotente, poi Leo Ortolani mentre il vulcanico Antonio Pennacchi (ore 21.15) è alle
prese con un suo testo inedito L'autobus di Stalin. Domenica 20 gran finale dalle 17 in poi
con Paolo Nori, Fabio Genovesi e Paolo Poli che leggerà Pellegrino Artusi.
Da Fun Week del 21/12/15
A Monza apre la “Trattoria Popolare” per le
persone in difficoltà e gli emarginati
Non si può pagare? Lavoretti e aiuti in cucina per saldare il conto
Apre a Monza la “Trattoria Popolare” per tutte le tasche. Oltre a proporre una cucina
adatta a tutti e, quindi, anche a chi si trova in difficoltà o nella condizione di emarginato, lo
chef Paolo Longoni dà l’opportunità a chi non può pagare di avere tra le mani un voucher
orario: "Con quello può svolgere piccoli lavoretti nel locale, dare una mano in cucina per
saldare il conto", così afferma lo chef, un ex giornalista appassionato di cucina.
Il locale, situato in Via Montegrappa, 48 (zona San Rocco), vuole favorire l'accesso al cibo
sano e di qualità ai poveri che non hanno intenzione di chiedere aiuto agli appositi canali
di sostegno. Un pasto si aggira intorno ai 10 euro a persona e ogni cliente può decidere se
lasciare o meno un contributo in più. La 'mancia' verrà messa a disposizione di chi non
può permettersi l’intero costo del pranzo.
Il progetto è organizzato da Fondazione Monza Brianza, Africa 70 e il circolo Arci
Scuotivento e ha un secondo obiettivo, ovvero quello di aprire ai nuovi poveri una strada
fatta di attività e percorsi di sostegno attorno a questo luogo: "La cucina diventa
un'occasione per riunire una comunità in un quartiere tradizionalmente difficile come
quello di San Rocco, con un'alta percentuale di abitanti immigrati e provenienti dalle fasce
deboli. L'intera città di Monza verrà inoltre coinvolta per promuovere una rete di solidarietà
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a cui ogni individuo può, all'occorrenza, rivolgersi per uscire da una condizione di
emarginazione", ha sottolineato Margherita Motta di Arci Scuotivento.
Si vuole sì utilizzare la cucina dell'Arci anche come una tavola calda, ma anche
organizzare un corso di cucina popolare, ponendo l’attenzione sull’uso degli avanzi. In
programma c’è anche la volontà di dare vita ad una rete solidale, coinvolgendo esercizi
commerciali, produttori e famiglie, ma pure laboratori didattici per i bambini con lo scopo di
insegnare a questi ultimi a non sprecare il cibo, non buttarlo.
di Rosanna Donato
http://www.funweek.it/milano/a-monza-apre-la-trattoria-popolare-per-le-persone-indifficolta-e-gli-emarginati.php
Da Roma Today del 21/12/15
Il commercio sposa la solidarietà: da
Serpentara giocattoli per i bambini in
difficoltà
La Coop di via Bettini ha distribuito i doni della raccolta promossa dalla
Sezione Soci Roma Nord e patrocinata dal Municipio III: "Vicini a
famiglie che vivono in stato di grande sofferenza"
Ancora un'iniziativa di solidarietà nel Municipio III: l'Unicoop di via Bettini questa mattina
ha infatti distribuito i giocattoli della raccolta organizzata per il Natale. Una raccolta,
promossa dalla Sezione Soci Roma Nord e patrocinata dal Municipio III, rivolta alle
organizzazioni che si occupano di bambini ai quali non sono destinate le sfavillanti vetrine
natalizie: i doni giungeranno infatti ai piccoli delle famiglie di Casal Boccone, di Rebibbia e
gli ospiti delle Case Sprar del Municipio Roma III.
“Siamo molto soddisfatti – dichiara in una nota il Consigliere Gianluca Colletta, Presidente
della Sezione Soci Roma Nord dell’Unicoop Tirreno – con l’Ausilio della Parrocchia di
Santa Maria delle Grazie, dell’Associazione Attiva Montesacro, della Cooperativa Idea
Prisma e dell’Arci Roma, è stato possibile far arrivare tanti regali ai bambini che vivono in
situazioni difficili. Si tratta di una delle tante iniziative di solidarietà di Coop che vedono i
nostri soci sempre in prima linea, non ultimo il mercatino di solidarietà che si è svolto a
inizio mese nel punto vendita di via Bettini. Li ringraziamo quindi per il grande cuore che
ogni volta dimostrano.”
"Il territorio, quando c’è collaborazione e comunicazione, mostra il suo volto migliore, le
famiglie comprendono la necessità di non sprecare e di far circolare i beni ancora in buono
stato e i gestori delle attività si adoperano per organizzare. I giocattoli raccolti non
colmeranno la diseguaglianza che segna il nostro contesto, ma sicuramente faranno
sentire meno sole le tante famiglie che nel nostro territorio vivono ancora in uno stato di
grande sofferenza” - hanno aggiunto il Presidente del Municipio III, Paolo Emilio
Marchionne, e l’Assessore alle Politiche Sociali Eleonora Di Maggio.
Sguardo però non soloa Natale: la raccolta è stata prolungata fino al 4 gennaio, in vista
della Befana, per soddisfare le tantissime richieste arrivate oltre limite e per dare nuova
vita anche tutti quei giocattoli che dopo i nuovi regali di Natale rischiano di essere messi
da parte.
http://montesacro.romatoday.it/fidene-serpentara/unicoop-via-bettini-raccolta-giocattolinatale-2015.html
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Da Sassuolo 2000 del 21/12/15
Un 2016 di cultura e solidarietà per Arci
Modena
C’è la bambina che spiega sorridendo che un giorno sarà presidente del suo circolo Arci e
lo trasformerà in un parco giochi; il signore che racconta che per lui Arci Modena è
tombola, tigelle e Rock’n’Roll, la giovane che parla di accoglienza e condivisione e la
musicista che qui si sente protagonista. Arci Modena racconta, attraverso le esperienze di
cinque soci immaginari ma reali, le proprie attività, iniziative e campagne per il 2016, che
vedrà la conferma di alcuni importanti progetti culturali, in particolare sul cinema, e nuovi
appuntamenti di approfondimento su migrazione, frontiere e paure dopo gli attentati
terroristici che hanno segnato l’anno che si sta concludendo. Il 2015 per Arci Modena è
stato un anno impegnativo dove si è cercato, da una parte, di incrementare i progetti
culturali come cinema, musica e teatro e dall’altra di rispondere alla richiesta di riflessione
su temi di attualità promuovendo, in rete con altre associazioni, istituzioni e realtà del
territorio, incontri, dibattiti e organizzando marce e raccolte di materiale e fondi per
l’emergenza profughi e nuovi poveri, senza dimenticare le campagne per i diritti civili,
come quella dedicata al Testamento Biologico e all’idea di famiglia contemporanea. “Arci
Modena è un’associazione che da sempre agisce il cambiamento e affronta le sfide che si
presentano, cercando di dare risposte precise ai nuovi bisogni dei soci e dell’intera
comunità”, spiega Anna Lisa Lamazzi, presidente Arci Modena: “Per questo abbiamo
sentito l’esigenza di partecipare all’organizzazione di momenti di dibattito culturale su temi
come le migrazioni, le frontiere e gli attentati terroristici che hanno colpito Parigi e il mondo
intero”.
A questo impegno sull’attualità si unisce quello per la promozione culturale, con alcuni
progetti importanti che troveranno conferma nel 2016: il ViaEmiliaDocFest, festival del
cinema documentario che arriva alla sua settima edizione, il SuperCinema Estivo e, tra le
novità, la rassegna dedicata ai film che difficilmente passano dalle sale, che sarà ospitata
dal cinema Astra di Modena. “In un momento complesso dal punto di vista economico e
sociale”, commenta la presidente Lamazzi, “crediamo sia importante proporre iniziative
culturali, gratuite o a prezzi popolari, che arricchiscano il cartellone cittadino e
contribuiscano a creare momenti di incontro, socialità e partecipazione”. A questi si
aggiungono gli appuntamenti di musica e teatro, con il supporto alle attività dei circoli e
l’organizzazione di rassegne, spettacoli e concerti in occasione di eventi particolari. Negli
ultimi anni è emersa sempre più chiaramente l’esigenza di formazione permanente e
specifica dedicata a tutte le età, questo ha dato vita al progetto EPop, l’università popolare
di formazione permanente e gratuita e al ricco calendario di corsi proposti dai circoli e
dalle polisportive del territorio. Per i giovani, invece, l’impegno è quello di promuovere il
protagonismo, nuovi linguaggi e forme di comunicazione e costruire così uno spazio
associativo che risponda alle esigenze delle nuove generazioni, dove continuare a
diffondere i valori storici dell’associazione, che vanno dalla Resistenza al fare comunità,
passando da condivisione e partecipazione, aprendosi a nuove idee ed esperienze.
La Guida Arci Modena 2016 e la campagna di tesseramento vogliono raccontare tutto
questo. “Abbiamo voluto mettere al centro le nostre socie e i nostri soci, perché Arci
Modena è un insieme di persone, idee e progetti che crescono grazie alla partecipazione
di tutti”, spiega Anna Lisa Lamazzi. “Quello che facciamo è reso possibile dall’impegno dei
circoli, associazioni e polisportive che ogni giorno dimostrano che solo stando insieme,
condividendo e dialogando si possono creare nuove opportunità”. All’interno del
vademecum si possono trovare i progetti culturali nel campo di cinema, teatro, musica e
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arte; l’impegno per l’accoglienza, il dialogo e la lotta al razzismo; le nostre proposte per
giovani e giovanissimi, con luoghi di incontro e confronto dove essere protagonisti. La
pubblicazione è disponibile nei circoli e nei punti informativi del territorio e potrà essere
consultata e scaricata sul sito www.arcimodena.org. A questa si affianca una campagna di
tesseramento che racconta che cosa significa essere socio Arci e che la tessera non serve
solo ad accedere a circoli, polisportive o servizi ma anche a far parte di un mondo,
condividendone i progetti e le campagne, nel quale si possono portare le proprie idee e
contribuire così a costruire insieme l’Arci di domani. La campagna di tesseramento sarà
disponibile sulla pagina Facebook Arci Modena, il profilo Twiter @ArciModena e il sito web
www.arcimodena.org.
http://www.sassuolo2000.it/2015/12/21/un-2016-di-cultura-e-solidarieta-per-arci-modena/
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ESTERI
del 22/12/15, pag. 2
La Spagna si riscopre plurale
Elezioni in Spagna. Nulla è come prima. Tre scenari, ma uno solo è il
preferito dai mercati e dalle cancellerie europee. I socialisti mai così
male ma decisivi per ogni governo. Dal País alla vecchia guardia forti
pressioni per una «desistenza» con i popolari nel nome dell’unità del
paese. Eppure l’alternativa «zapaterista» è ancora praticabile
Jacopo Rosatelli
Nell’incertezza generale, il giorno dopo il voto spagnolo una cosa è chiara: la formazione
del prossimo governo passa dalle scelte del Partito socialista. La malconcia formazione di
Pedro Sánchez, infatti, è l’unica che può giocare su più tavoli: è debole, ma
indispensabile. La consegna del momento, dunque, è mantenere la calma. Ieri il numero
due César Luena si è limitato a dichiarazioni di prammatica: «Tocca al Pp prendere
l’iniziativa, noi agiremo con prudenza e responsabilità». Le sirene dei conservatori si fanno
sentire: «Dialogheremo con generosità per trovare un’intesa» ha affermato Mariano Rajoy,
al quale i socialisti avevano anticipatamente già mandato un avviso di sfratto, promettendo
il «no» alla sua rielezione.
Ma siamo solo alle schermaglie iniziali.
Il Psoe è cruciale innanzitutto perché i suoi voti sono gli unici che potrebbero permettere al
Pp di formare un esecutivo di minoranza: è l’opzione più semplice. Se Rajoy fosse
disposto a farsi da parte (per ora non sembra), l’attuale vicepresidente Soraya Sáenz de
Santamaría potrebbe rendere più facile ingoiare il boccone amaro ai socialisti, che – è
bene chiarirlo – resterebbero all’opposizione: il loro voto sarebbe un’astensione funzionale
all’investitura del nuovo capo del governo.
Senza dubbio, questo è lo scenario più gradito alla gran parte delle cancellerie europee e
ai poteri economici, interni e internazionali (i «mercati» hanno suonato il campanello
d’allarme: –3,6% alla Borsa di Madrid): «Una coalizione stabile» è l’auspicio formulato ieri
dal leader della Confindustria iberica, Joan Rosell.
Una simile operazione avrebbe come sponsor l’influente quotidiano El País e l’ex premier
socialista Felipe González – e con lui tutta la vecchia guardia del partito. Ma non solo.
Anche i leader delle federazioni regionali che nel Psoe contano di più, Andalusia in testa,
non si straccerebbero le vesti di fronte a tale opzione all’insegna della «salvaguardia
dell’unità di Spagna».
C’è un precedente, a parti invertite: il governo di minoranza del Psoe nei Paesi baschi
(2009–2012) grazie all’astensione del Pp.
Un’alternativa alla «desistenza» in favore della destra è, per il Psoe, tentare di conquistare
il governo grazie a Podemos e ai centristi di Ciudadanos. Molto improbabile. I numeri ci
sarebbero, così come alcune affinità programmatiche. L’ostacolo più grande, però, è quasi
insormontabile: le differenze sull’assetto territoriale del Paese. Podemos difende il «diritto
a decidere» dei catalani, e quindi un referendum che avvenga solo in quella regione,
Ciudadanos è su posizioni opposte, come ribadito ieri dal leader Albert Rivera.
Molto difficile per il Psoe trovare un terreno di intesa sulla riforma federale della
Costituzione: troppo per Rivera, troppo poco per Iglesias, che ieri ha chiarito che non
appoggerà alcun governo che si opponga al referendum catalano.
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Un terzo scenario, quasi da fantascienza, è quello che andrebbe maggiormente incontro
alla voglia di cambiamento da sinistra: un accordo dei socialisti con Podemos (e Izquierda
unida), ma anche con gli indipendentisti catalani di Esquerra republicana, a cui
andrebbero aggiunte le astensioni dei nazionalisti di centrodestra di Democracia e llibertat
(catalani) e del Pnv (baschi).
È l’ipotesi a cui forse pensa Podemos, ma ha scarsissime probabilità di vedere la luce: il
secessionismo catalano è indigesto a larghi settori del Psoe, come ieri ha voluto mettere in
chiaro il leader dei socialisti dell’Estremadura (regione dove il Psoe è primo partito),
seguito da altri colleghi.
E tuttavia in politica nulla è impossibile: la base di una simile configurazione potrebbe
essere il recupero dell’idea di «Spagna plurale» dell’ex premier José Luis Zapatero,
potenziale padre nobile dell’operazione. Il suo primo governo si reggeva proprio su
un’intesa con Esquerra republicana e le altre forze delle «nazionalità periferiche» basca e
catalana. Era il 2004: le tensioni territoriali non mancavano, ma l’indipendentismo in
Catalogna era ultra-minoritario. Oggi le cose sono più complicate.
Le prossime settimane saranno dunque molto travagliate per il Psoe, dove potrebbe anche
aprirsi la partita della leadership, mentre il Pp può restare in una posizione di attesa. Il 13
gennaio parte la nuova legislatura, la Costituzione non fissa un limite di tempo ai colloqui
del monarca, ma stabilisce che dopo il primo voto di investitura possano trascorrere al
massimo due mesi. Al termine dei quali, senza accordi, si tornerebbe inevitabilmente alle
urne.
del 22/12/15, pag. 8
IL VOTO IN SPAGNA
Il Psoe si divide sulle alleanze: “Né con la
destra né con Podemos”
OMERO CIAI
DAL NOSTRO INVIATO
MADRID.
La sede socialista è ancora nello storico palazzo di calle Ferraz, dietro la Plaza España,
non lontano dalla Gran Via. In queste stanze la gente del Psoe festeggiò le maggioranze
assolute di Felipe González e le vittorie, più recenti, di José Luis Rodriguez Zapatero.
Quando questo partito, nato operaio, era ancora l’anima e il cuore del popolo riformista
che entrava in Europa, costruiva il Welfare, si lasciava alle spalle il vecchio isolazionismo
spagnolo aprendosi al resto del mondo, s’occupava di diritti civili, divorzio express, aborto
alle minorenni, nozze gay. Altri, gloriosi, lontani tempi. Oggi in Spagna, dopo il voto di
domenica, il Psoe ha in mano le mosse della partita a scacchi che s’è aperta tra i partiti in
un Parlamento senza maggioranza. Novanta seggi gli consentono di stare al centro della
contesa, indispensabile per qualsiasi governo possa nascere. A sinistra con Podemos, a
destra con Rajoy. Senza l’appoggio del Psoe, si va dritti alle urne di nuovo tra tre mesi.
Ma in questa apparentemente comoda posizione i socialisti rischiano di bruciarsi, perché
dovunque sceglieranno di andare rischiano di pagarla cara, almeno nei consensi. Meglio
stare fermi, non muoversi proprio. E fermissimo era ieri il braccio destro del leader Pedro
Sanchez, il giovanissimo responsabile organizzativo Cesar Luena. «Abbiamo deciso di
votare ‘no’ a un governo Rajoy». Bella forza, gridano i colleghi che gli si raccolgono
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intorno. Ma poi? «Poi niente», aggiuge Luena abbottonatissimo. «Siamo all’inizio di un
lungo processo, decideremo tappa per tappa».
Sperare di scucire una suggestione a Luena sul prossimo futuro del suo partito e della
Spagna è come prendere a pugni un palloncino. Si sposta ma non ti risponde. In realtà il
partito socialista è stato messo dal voto sull’orlo di un precipizio. Fanno finta di essere
contenti ma hanno perso 4 milioni di voti nel 2011 e un altro milione e mezzo domenica. Il
peggior risultato di sempre. Appena sopra un venti percento che, se non ci fosse stato il
terremoto di Podemos e Ciudadanos, non servirebbe a nulla. Sull’orlo di un precipizio
perché se si buttano nelle braccia di Podemos rischiano di essere cannibalizzati da gente
che nel far innamorare la sinistra è molto più brava di loro. Qualsiasi cosa facesse il
governo sarebbe un altro merito di Iglesias che “ha stanato quei burocrati del Psoe”. Se si
buttano a destra e appoggiano un governo conservatore idem. Avrebbe ancora ragione il
Pablo di Podemos che per tutta la campagna elettorale ha ripetuto come un mantra che
“votare Psoe è come votare Rajoy”.
Dunque immobili, in attesa che siano gli altri a muoversi.
La leadership di Pedro Sanchez è molto debole. E’ questo suo tormento si riflette nei
tormenti e nelle incertezze del partito. Lo insidia, anzi lo tallona, una donna che nel partito
conta molto più di lui. Quella Susana Diaz che ha stravinto in Andalusia, l’unica regione di
Spagna nella quale il Psoe vince ancora in tutte le circoscrizioni. E che non vede l’ora di
diventare segretario, trascinata dalle sue truppe di funzionari locali, sindaci, consiglieri
comunali, deputati regionali. Forte anche dell’investitura a leader che le ha già concesso
l’anziano padre nobile del partito, Felipe González.
Non è un segreto che Sanchez in queste ore sia molto tentato dal lanciarsi nell’avventura
del fronte di sinistra. L’alleanza con gli emergenti di Podemos e i partiti nazionalisti della
Catalogna e dei Paesi Baschi. Ci vuole coraggio ma sarebbe una bella sfida progressista
per la Spagna. L’esuberante Susana ha dato subito l’altolà. «Mai con Podemos». D’altra
parte la Diaz a Siviglia governa con l’appoggio di Ciudadanos, un neo partito ferocemente
nemico non solo di Podemos ma molto di più di qualsiasi forza nazionalista catalana o
basca. Così tra un “Mai con Podemos” e un “Mai con Rajoy” il partito socialista implode
incapace di scegliere una direzione politica. L’assalto alla segreteria di Susana per ora è in
stand-by. Pedro Sanchez ha perso voti ma, seppure per un soffio, ha evitato l’annunciato
sorpasso di Pablo Iglesias. Nonostante il suo Psoe sia arrivato quarto a Madrid e sia in via
di estinzione a Barcellona, Pedro può ancora sostenere che guida il primo partito
dell’opposizione, e anche il primo della sinistra. Ma per ora non può far altro, solo
attendere. Se Rajoy fallisce, come oggi sembra inevitabile, potrebbe toccare a lui tentare
di formare un governo, magari a sinistra, «un nuovo grande accordo storico », come ha
detto Iglesias. Nonostante Susana. Oppure, altra prospettiva che in queste ore prende
sostanza, non ci sarebbe altro da fare che tornare alle urne. Nel partito popolare, scottati
da una vittoria che non lo è, cominciano a pensarci. Il ragionamento è semplice.
Riprendersi quegli elettori di centro destra che hanno inutilmente votato Ciudadanos
sperando di rigenerare la politica conservatrice, di ripulirla dalla corruzione del Pp di
Rajoy. Il ritorno a casa delle pecorelle smarrite.
del 22/12/15, pag. 2
Tramonta un’epoca a Madrid
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E si porta dietro il Pp di Rajoy
Luca Tancredi Barone
BARCELLONA
È la fine di un’epoca. Il 72% degli spagnoli ha votato contro Mariano Rajoy. Il suo partito
popolare con il 28% dei voti arriva sì primo, ma con quasi 4 milioni di voti in meno. Non
solo: il nuovo partito della destra dalla faccia pulita e telegenica di Albert Rivera,
Ciudadanos, ottiene meno del 14% dei voti. La somma dei loro 40 deputati con i 123 del
Pp è molto lontana dai 176 necessaria per la maggioranza assoluta. L’opzione preferita
dai poteri forti, e l’unica che avrebbe consentito in qualche modo al Pp di rimanere in sella
sfuma. Il futuro di Rajoy è segnato.
Il Psoe, con il suo peggiore risultato nella storia del partito, è al 22% e ottiene 90 seggi. Ma
ai piani alti del partito socialista temevano di peggio, e seppure di un soffio, ottengono la
seconda posizione a livello nazionale. Politicamente hanno le chiavi del futuro governo,
dato che quasi certamente il Pp dopo 4 anni di orecchie da mercante parlamentare verso
le istanze di tutti gli altri partiti, non riuscirà a trovare alleati.
A un soffio, il 21%, arriva Podemos, il vero vincitore morale di queste elezioni, che ottiene
complessivamente 69 seggi – sommando i 42 ottenuti dove correva da solo (contro
Izquierda Unida) a quelli delle coalizioni di partiti di sinistra (in cui c’era anche IU): 12 in
Catalogna, 9 a Valencia e 6 ottenuti dalle maree galiziane. Insieme i due partiti senza
rappresentanza 4 anni fa, Podemos e Ciudadanos, ottengono più di un terzo dei voti.
Izquierda Unida, con quasi un milione di voti (contando solo dove correva sola) è riuscita a
strappare solo due seggi, risultato molto al di sotto delle sue aspettative.
Ma il rompicapo spagnolo è formato anche da piccoli partiti a livello nazionale, ma molto
forti a livello locale, che la legge elettorale pompa molto: 9 seggi vanno al partito
indipendentista catalano Esquerra Republicana, 8 alla nuova marca del partito del
presidente catalano Artur Mas, Democràcia i Llibertat (indipendentisti di centrodestra), sei
ai nazionalisti di destra moderata baschi del Pnv (che esprimono l’attuale presidente
basco), e due ai nazionalisti di sinistra di EH Bildu (politicamente legati alle rivendicazioni
dell’Eta, ma ormai contrari alla violenza), che crolla davanti a Podemos. Infine, un seggio
alla Coalizione canaria, partito di destra locale.
Rimane fuori il partito che storicamente disputava a Pp e Psoe la posizione di centro:
UpyD di Rosa Diáz, che viene spazzato via: passa da Più di un milione di voti a meno di
150mila.
Per il modo in cui funziona la legge elettorale, lo storico partito animalista Pacma, con più
voti di EH Bildu, non ottiene neppure un seggio. Mentre i verdi di Equo, alleati con
Podemos a Valencia, entrano per la prima volta. Sempre dalla comunità valenziana arriva
anche la prima deputata nera: un’attivista femminista di origini guineane (la Guinea
equatoriale è un’ex colonia spagnola).
Al Senato invece i risultati sono molto diversi. Molto sottovalutato perché – pur dovendo
essere una camera delle autonomie – di fatto è una camera di seconda lettura non
vincolante, e nomina alcune cariche costituzionali. Ma soprattutto in questa legislatura
sarà chiave perché ha competenze per esempio per bloccare le comunità autonome
discole, per esempio la Catalogna, e per riformare la costituzione. Cosa per la quale ci
vuole la maggioranza dei 3/5 di entrambe le camere. E il senato rimane saldamente in
mano popolare: 124 senatori dei 208 eletti (a cui si aggiungono i 23 popolari eletti dalle
comunità autonome), per un totale di 147 – la maggioranza è di 134. La cosa è curiosa,
perché le elezioni per il senato sono le uniche in cui gli spagnoli possono esprimere una
preferenza, fino a tre, e per qualsiasi nome di qualsiasi partito. Ma così è: senza il senato,
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e cioè senza il Pp, non si può riformare la costituzione (come chiedono a gran voce i nuovi
entrati).
del 22/12/15, pag. 4
Il puzzle delle autonomie
Spagna. Le coalizioni locali vincono. Una «ricchezza» che rischia però
di mettere in crisi Podemos
Luca Tancredi Barone
BARCELLONA
Qualcuno per scherzo lo diceva ieri sulle reti sociali. La soluzione del rompicapo politico
spagnolo si chiama Ada Colau, la sindaca di Barcellona. Che propongano lei come
presidente del governo, e che l’appoggino tutti i partiti di sinistra, dicevano alcuni twiteros.
A parte che lei non ha alcuna intenzione, almeno per il momento, di lasciare la guida della
sua città, ci sarebbe il piccolo problema che Ciudadanos non l’appoggerebbe.
Ma boutade a parte, una delle chiavi di lettura di queste elezioni sono proprio le «nuove»
coalizioni locali che vincono dappertutto. In tutte le città dove oggi governano «nuovi»
sindaci (Barcellona, Madrid, A Coruña, Valencia, Cádiz) Podemos e le sue alleanze hanno
stravinto. E non a caso ottiene grandi successi nelle tre comunità con nazionalismi
storicamente più forti: Catalogna, Euskadi e Galizia. La proposta di un referendum di
autodeterminazione in Catalogna è stata di gran lunga la mossa più azzeccata di Pablo
Iglesias per vincere in queste comunità autonome.
In Galizia, bastione popolare (qui al 37%), dove la questione nazionale è minoritaria (ma
esiste), le maree (che inglobano anche Podemos, ma non solo) superano il Psoe con il
25% dei voti (e sei seggi).
In Euskadi la situazione è ancora più complessa. Vince Podemos per voti (26%) ma il Pnv
(25%) ottiene un seggio in più (sei contro cinque); chi perde voti alla sinistra non socialista
è EH Bildu, che ottiene solo due seggi (ne aveva sei 4 anni fa). Gli elettori di Bildu hanno
visto aprirsi un’opportunità per l’autodeterminazione basca.
Ma il successo più spettacolare è proprio quello ottenuto da En comú podem in Catalogna.
Stavolta Colau si è impegnata a fondo per il risultato, arrivando a chiudere simbolicamente
la lista di confluenza. Alle elezioni catalane di settembre, senza l’intervento di Colau,
l’analoga lista che aveva cercato di smarcarsi dall’asse «indipendenza sì o no», aveva
ottenuto risultati molto più magri (ma allora c’erano anche gli anticapitalisti indipendentisti
della Cup, che stavolta si sono astenuti).
I catalani hanno mandato deputati di ben sei partiti diversi a Madrid: un vero record. 12
quelli dell’alleanza di sinistra (25% dei voti), 9 Esquerra (16%), che diventa quindi il partito
egemonico della coalizione Junts pel Sí che aveva vinto le catalane a settembre. Seguono
a ruota Democràcia i Llibertat, la nuova marca di Artur Mas, con 8 deputati e il 15% dei
voti. I socialisti, anche loro con 8 seggi (record negativo: ne avevano 14 quattro anni fa),
racimolano una manciata di voti in più (15,7%). Ciudadanos, che a settembre aveva
ottenuto ben il 25% (ed è il partito che guida l’opposizione nel Parlament di Barcellona)
stavolta ha solo il 13% (e 5 deputati). Chiude il Pp, con altri 5 deputati (e l’11%), uno dei
risultati più bassi di sempre.
La Catalogna aprirà le danze per la questione territoriale. Politicamente, senza la Cup, i
due partiti di Junts pel Sí sommano un milione e centomila voti, il 31%. Una miseria
confrontata con i due milioni che a settembre votarono chiaramente partiti filo10
indipendenza (e con il milione seicentomila, 40%, di Junts pel Sí). Meno catalani si sono
recati alle urne che a settembre. Ma il segnale è chiaro.
Ora per Artur Mas sarà tutta in salita. Esquerra già conta di più in voti, e la Cup, che finora
ha chiesto la sua testa per appoggiare un governo di Junts pel Sí, si prepara alla sua
assemblea di domenica in cui sottoporrà ai suoi militanti 4 opzioni: 2 contro l’investitura a
Mas (in una chiedendo un altro nome entro il 9 gennaio, data limite pena le elezioni
anticipate; nell’altra chiedendo direttamente le nuove elezioni) e due a favore (in un caso,
alzando la posta e chiedendo un piano choc ancora più estremo).
Ma la questione è destinata a complicarsi. En comú podem e tutte le confluenze locali
hanno i numeri per costituire un gruppo a parte nel Congresso. E hanno intenzione di
farlo. Per Podemos sarà complicato gestirli tutti e 4, all’interno dei quali ci sono esponenti
anche di altri partiti (come Iu o verdi). Ciascuno di loro prevedibilmente privilegerà l’identità
locale rispetto alla disciplina di partito. Se vorrà l’appoggio di tutti, in primis dei catalani,
Podemos dovrà mantenere la promessa sul referendum, cosa che potrebbe risultare
complicata in un’eventuale negoziazione con il Psoe. Ma se la Catalogna lo dovesse
ottenere, Euskadi non tarderà a chiederne uno analogo. E in Euskadi si vota tra pochi
mesi (e magari anche in Catalogna): per eguagliare il successo di domenica, Podemos
dovrà mantenere la barra dritta anche sull’autodeterminazione. E a Madrid è più difficile
che a Barcellona o Vitoria.
del 22/12/15, pag. 4
Del buon-governo o contro-tutto: l’anno d’oro
dei movimenti anti-partito
Ue plurale - Dalla Gran Bretagna all’Ungheria avanza soprattutto la
destra
di Roberta Zunini
Il 2015 verrà ricordato come l’anno della vittoria dei partiti euroscettici e anti-sistema. Con
le consultazioni spagnole si è registrata la fine del trentennale bipolarismo grazie al
successo del partito anti-sistema di sinistra Podemos. Guidato da Pablo Iglesias, nato dal
movimento degli indignados contro la casta e contro l’Europa dell’austerity, Podemos è
alleato di Syriza. Le prime elezioni dell’anno si tennero proprio in Grecia, il 25 gennaio,
dove il partito di Alexis Tsipras vinse con un programma anti-austerity ed euroscettico. Era
la prima volta che andava al governo.
La seconda è stata il 20 settembre quando Syriza, nonostante il suo leader avesse firmato
il terzo memorandum e la fuoriuscita dal partito di numerosi deputati e ministri, ha rivinto.
Ma non va dimenticato che in entrambe le votazioni il partito anti-euro neonazista Alba
Dorata si è attestato al 3° posto. La maggior parte dei partiti anti-sistema che nel 2014
avevano ottenuto percentuali inimmaginabili alle Europee, quest’anno hanno riconfermato
la propria crescita. Si tratta in prevalenza di movimenti e formazioni di estrema destra e
ultranazionalisti.
A partire dal più noto, il Front National di Marine Le Pen, fermato alle regionali di questo
mese dal fronte repubblicano, formato appositamente per evitare che la maggior parte
delle regioni andasse agli alleati della Lega Nord di Salvini. Che in ottobre con un tweet
esultò per il grande successo a Vienna del Partito della Libertà, Fpo, divenuto per la prima
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volta partito numero uno in due circoscrizioni della capitale austriaca. Alle politiche del
2013, la triade ora al potere costituita dal Partito della Libertà Austriaco (Fpo), da Alleanza
per il Futuro dell’Austria (il Bzo fondato dal defunto Jorg Haider) e da Team Stronach, una
formazione nata appena tre anni aveva raccolto ben il 30% dei voti.
In Gran Bretagna il 7 maggio i nazionalisti dell’Ukip di Farage sono arrivati al 32%, ma pur
essendo 3° partito del panorama politico hanno un solo seggio in Parlamento.
Anche in Danimarca ha vinto l’euroscetticismo e l’isolazionismo, non solo per l’ondata di
profughi. Il Partito del Popolo Danese è oggi secondo in Parlamento con il 21,1% dei voti.
In Scandinavia, poco più su, i Democratici svedesi, formazione anti-Europa, razzista e di
estrema destra fondata dal 35enne Jimie Akesson ha raddoppiato i consensi dalle
politiche 2010 a quelle 2014. Il Partito Veri Finlandesi che vuole un’Europa solo come
zona di libero scambio, ad aprile ottenne il 17,7%, percentuale che gli ha permesso di
entrare nella coalizione di governo.
Ma i campioni dell’euroscetticismo sono a Budapest e Varsavia. In Ungheria Fidesz, il
partito dell’autoritario euroscettico premier Orban nelle parlamentari del 2014 ha vinto pur
perdendo voti a favore di un partito ancora più estremista: il fascista Jobbik passato dal
16,7% al 20,54%, circa un milione di voti in più. Gli ultimi sondaggi danno Jobbik al 30%.
Un’ascesa inarrestabile. La Polonia, uno dei paesi più importanti dell’Unione per peso
geopolitico e numero di abitanti a ottobre è tornata a destra. Il partito anti-Ue e antiimmigrati Diritto e Giustizia, Pis, del gemello Jaroslaw Kaczynski ha avuto il 39,1% e ora
guida il governo.
Secondo la politologa spagnola Irene Martin, docente di Scienze politiche all’università
autonoma di Madrid, che tiene corsi anche in Grecia, “Podemos e Syriza non sono partiti
anti-sistema ma pro-sistema nel senso che vogliono che il sistema funzioni bene.
Sono invece contro il sistema attuale perché vogliono sovvertire le logiche per governare
in modo più trasparente, democratico e inclusivo, in cui i politici si assumano le proprie
responsabilità”. Per quanto riguarda i rapporti con l’Unione europea, Martin dice al Fatto:
“Dovremmo distinguere tra quelli che si oppongono all’Ue, come tutti i partiti di estrema
destra o ultranazionalisti che sono cresciuti e andati al governo in questi anni di austerity e
coloro che vogliono ‘un’altra Europa’, più solidale e giusta, come appunto Podemos e
Syriza”.
del 22/12/15, pag. 4
Tsipras: «Punita la politica di austerity,
l’Europa cambia»
Grecia. Il governo di Atene pronto a incassare una tranche da un
miliardo di euro
Teodoro Andreadis Synghellakis
«La politica di austerity è stata politicamente punita in Spagna». Alexis Tsipras ha
commentato così i risultati delle elezioni spagnole e l’affermazione di Podemos, alleato
europeo di Tsipras e della sua Syriza. «La nostra lotta ora è giustificata, l’Europa sta
cambiando».
Nel frattempo Atene ha affermato che da oggi, a seguito del voto del parlamento, verrà
utilizzato in tutti i documenti pubblici la parola «Palestina» e non più Autorità palestinese.
Tutto questo mentre il governo Tsipras si prepara ad incassare la tranche da un miliardo di
euro, parte del programma di sostegno alla Grecia, pattuito nella scorsa estate.
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Nonostante ciò, secondo quanto riporta il quotidiano di Atene Efimerìda ton Syntaktòn, i
rappresentanti del quartetto dei creditori (Fmi, Bce, Commissione e Meccanismo Europeo
di Stabilità) vuole continuare a fare pressione su Atene, dopo le feste, chiedendo di
velocizzare l’attuazione delle «riforme». La valutazione ufficiale dei progressi compiuti dal
governo greco nell’applicazione del programma, dovrebbe iniziare, ad opera delle
istituzioni creditrici, il prossimo 18 gennaio. La sua conclusione, è necessaria sia perché
venga dato l’assenso ad un’ulteriore tranche da 5,7 miliardi di euro, sia per poter passare
al capitolo successivo, che più interessa il governo di Alexis Tsipras: la ristrutturazione del
debito pubblico greco, promessa dai creditori.
In tutto questo, tanto il premier greco, quanto alcuni suoi ministri di punta, sono voluti
tornare sul come sono stati concepiti i programmi di sostegno al paese. «L’eurozona ha
ormai la completezza istituzionale necessaria, per affrontare in modo risolutivo i problemi
all’interno dell’Europa», ha dichiarato Tsipras al Financial Times. E ha anche aggiunto che
«crea perplessità la posizione non costruttiva dell’Fmi su questioni economiche e sui conti
pubblici». Una posizione a cui si oppone, neanche a dirlo, il ministro delle finanze tedesco
Schäuble. Berlino continua a ritenere che la presenza dell’Fmi costituisca una garanzia
per l’attuazione dei programmi, nonostante le posizioni spesso estreme, espresse dal
Fondo, specie per quel che riguarda la deregolamentazione del mercato del lavoro. Un
contrasto destinato a continuare, anche per quanto il governo Tsipras ritiene prioritario,
come il ritorno in vigore dei contratti collettivi di lavoro.
Per quel che riguarda la tassazione dei canoni di locazione, la richiesta della «nuova
Troika» è che possa venire aumentata, malgrado — per effetto della crisi — sia diventato
impossibile riuscire ad affittare un immobile, se non alla metà del suo valore di mercato.
Sinora, la cedolare secca ellenica prevede una tassazione dell’11% per i canoni di affitto
che non superano i 12.000 euro l’anno, mentre per gli affitti con importi superiori, la
tassazione arriva al 33%. Le istituzioni creditrici vogliono obbligare i proprietari ad
aumentare le imposte da versare, sborsando, nel 2016, ulteriori 142 milioni di euro. Ma
l’esecutivo Tsipras risponde che è disposto a discutere di un eventuale aumento della
tassazione, solo in modo progressivo, solo tenendo conto, quindi, del reddito complessivo
delle famiglie. Anche perché il governo di Syriza vuole riuscire a tornare, entro sei mesi,
ad una crescita del Pil. Nelle prossime settimane si giocheranno sfide molto importanti.
Il governo Tsipras ha fatto approvare una legge di stabilità che riduce, per quanto
possibile, tagli e sacrifici, in vista della ripresa. «Voci» fatte filtrare dai creditori, tuttavia,
parlano della necessità di misure aggiuntive, perché sarebbero state sovrastimate le
entrate provenienti dall’Iva e dalle scommesse sportive. Si tratta, come sempre, di pretese
economiche dietro cui si celano chiare sfide politiche. E in un Sud Europa, sempre più
attento alle conseguenze nefaste dell’austerità, Tsipras punta a trovare alleati sempre più
determinati a difendere realmente, i diritti fondamentali dei cittadini.
del 22/12/15, pag. 34
All’inizio sembrava solo l’ennesima provocazione di Trump, poi anche
Clinton e Obama hanno preso posizione: “I social media devono
aiutarci a fermare gli estremisti”. Ma finora i colossi di Internet sono
rimasti sordi ad ogni richiesta, nel nome della privacy: e dei loro
interessi economici
La Rete anti Is
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FEDERICO RAMPINI
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK
L’accademia militare di West Point, che ha un dipartimento intitolato Combating Terrorism
Center, è stata la prima a rivelarlo: lo Stato Islamico ha un manuale di 34 pagine per
addestrare i terroristi all’uso dei social media senza essere intercettati. La donna della
strage di San Bernardino, Tashfeen Malik, giurò fedeltà all’Is su Facebook poco prima di
aprire il fuoco per fare 14 morti. Nelle zone della Siria occupate dai jihadisti, secondo le
testimonianze raccolte dal settimanale tedesco Der Spiegel, l’accesso satellitare a Internet
è “offerto” da aziende hi-tech europee come Eutelsat (Francia), Avanti Communications
(Inghilterra), Ses (Lussemburgo). E’ possibile che la potenza tecnologica dell’Occidente
debba esserci rivolta contro? Perché la Silicon Valley non ci aiuta?
Dopo le uscite di Donald Trump su “chiudere Internet”, era forte la tentazione di liquidare il
dibattito come un’altra sbandata demagogica del candidato repubblicano; o peggio, come
una pericolosa deviazione verso forme di censura più adatte a regimi autoritari (Cina,
Russia, Iran, già di fatto “chiudono Internet” quando fa comodo ai rispettivi governi). Invece
Trump aveva colto un problema reale, sia pure semplificandolo con i suoi slogan rozzi.
Hillary Clinton ora non dice cose molto diverse: «Ci serve tutto l’aiuto di Facebook,
YouTube, Twitter. Non possono permettere che degli utenti sofisticati di Internet usino i
loro social media per reclutare terroristi o addirittura per guidare gli attacchi. I social media
devono negare spazio a questi gruppi». Barack Obama dopo la strage di San Bernardino
ha rivolto un appello simile alla Silicon Valley: «Farò pressione sulle aziende tecnologiche
perché aiutino le forze dell’ordine a rendere più difficile l’impunità dei terroristi». Obama
non ha in mente solo delle segnalazioni puntuali quando vengono intercettati messaggi
relativi ad attentati. Il presidente vuole estendere l’azione a tutti i messaggi che diffondono
la cultura della violenza: «Mentre Internet cancella le distanze tra le nazioni crescono gli
sforzi dei terroristi per intossicare le menti di giovani come i due fratelli ceceni che misero
le bombe alla maratona di Boston, o la coppia di assassini di San Bernardino».
Resta preoccupante il divario tra questi appelli, e la capacità reale di “bonificare” i social
media dai messaggi del terrore. Un’altra candidata alla Casa Bianca, che non ha la
popolarità di Trump nei sondaggi ma conosce bene la Silicon Valley essendo stata la chief
executive di Hewlett-Packard, è Carly Fiorina. All’ultimo dibattito tv tra repubblicani ha
sollevato anche lei questo tema, con una denuncia allarmante: «La tecnologia che usa il
nostro governo è molto più arretrata di quella dei terroristi ». Ma non è solo il Pentagono o
la Cia o l’Fbi ad avere qualche ritardo. In realtà perfino gli “hacker buoni” hanno rimediato
una figuraccia di fronte a quelli dell’Is. Anonymous dopo la strage di Parigi aveva lanciato
un appello con gli hashtag #OpParis e #OpIsis, per cancellare gli indirizzi dei jihadisti su
Twitter. L’operazione ha dato risultati modesti, e qualche infortunio. I seguaci dell’Is
riaprono sotto altri nomi gli indirizzi che gli vengono chiusi. E tra gli account “cancellati” da
Anonymous sono finiti quello della Bbc e di alcuni centri universitari che fanno ricerche sul
terrorismo.
La verità è che questa battaglia sarà vinta solo se cooperano i colossi della Silicon Valley.
I quali hanno tenuto finora un atteggiamento ambiguo, riluttante. Gli esperti della Casa
Bianca individuano tre possibili livelli di controllo di Internet in funzio- ne di prevenzione del
terrorismo. Il primo consiste nell’affidarsi all’auto-regolazione da parte dei Padroni della
Rete: Apple, Google, Facebook e Microsoft dovrebbero mobilitare le loro squadre di
esperti per vigilare su eventuali segnali minacciosi, e segnalarli alle autorità. Lavoro
titanico, obiettano i
chief executive della Silicon Valley, i quali ricordano che ogni giorno più di un miliardo di
utenti si collega a un social media. Il secondo livello consiste nell’apertura di “backdoor”,
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letteralmente porte di servizio, dalle quali l’intelligence e la polizia possano intercettare
anche i messaggi criptati. L’obiezione viene da Tim Cook, numero Uno di Apple: «Una
volta aperte le backdoor, da lì può entrare chiunque, non solo il governo». In altri termini
verrebbe ridotta la sicurezza di tutti gli utenti, alla mercè di hacker. L’obiezione è discutibile
visto che Apple e Android (Google) hanno introdotto le tecnologie criptate su tutti i
software dei loro smartphone solo dal 2014: prima non le consideravano così essenziali.
Infine il terzo livello preso in considerazione dalla Casa Bianca darebbe alle forze
dell’ordine un accesso a tutti i database dei social media. I contrari sottolineano che un
accesso così vasto e indiscriminato sarebbe probabilmente anti-costituzionale. E il modo
più facile di aggirarlo sarebbe, per i jihadisti, il ricorso a piattaforme digitali e social media
non americani.
Tutto il dibattito è viziato però dall’influenza politica esorbitante della Silicon Valley, e dal
suo status quasi intoccabile, soprattutto per i democratici. L’ex portavoce di Obama Jay
Carney oggi lavora per Amazon. L’ex stratega elettorale del presidente, David Plouffe, è al
soldo di Uber. Le loro difese della privacy suonano ipocrite, quando i Padroni della Rete
violano e saccheggiano i nostri messaggi a fini di marketing. Un osservatore lontano,
Rohan Gunaratna della Nanyang Technological University di Singapore, ha commentato
che «in Asia se un governo fa una richiesta a un’azienda tecnologica, questa equivale a
un ordine». In America è vero il contrario. Gunaratna descrivendo la prassi asiatica non si
riferisce solo a un regime autoritario come la Cina, include democrazie come l’India e la
Corea del Sud.
In America nessuno ha obiettato a “chiudere Internet” contro un altro nemico: la pedopornografia online, deballata quasi completamente. Quel precedente oggi ispira
un’iniziativa di legge bipartisan. La firmano la senatrice democratica di San Francisco
Dianne Feinstein, e il repubblicano Richard Burr. Il disegno di legge impone «l’obbligo per i
social media e le aziende digitali di allertare le forze dell’ordine se hanno qualsiasi segnale
di attività terroristica». La Feinstein precisa che «non si tratta di criminalizzare la libertà di
parola, bensì di prendere atto che i terroristi usano i social media, e aggiornare il nostro
arsenale di strumenti». E’ la stessa senatrice democratica, che conosce bene il problema,
a citare il precedente: «Stiamo proponendo contro la propaganda jihadista dei mezzi già
collaudati contro la pedo-pornografia. Qualcuno vuole spiegarci perché no?».
del 22/12/15, pag. 35
Software e spie così l’Europa insegue i
terroristi
FRANCESCA CAFERRI
DAL NOSTRO INVIATO
L’AJA.
IN una piccola stanza dalle pareti bianche, ai piani alti di questo edificio nel cuore dell’Aja
un uomo senza nome punta a colpire il cuore l’Is. Dalla sua parte ha diverse armi: gli anni
di esperienza sul campo come poliziotto, un computer e l’aiuto di colleghi diversi da lui in
tutto: formazione, percorso, lingue che parlano. «Funziona così - spiega - ogni giorno
monitoriamo Internet, con particolare attenzione ai Social media, e cerchiamo di scovare i
più importanti fra i messaggi degli uomini dell’Is: una volta individuato un profilo, lo
controlliamo per capire a chi è riconducibile, che messaggi veicola, che scopi ha. Poi
decidiamo cosa farne». È una caccia impari la sua: solo su Twitter sono attivi fra i 45mila e
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i 50mila profili di sostenitori dell’Is, che producono in media 100mila tweet al giorno.
Eppure l’uomo è convito che alla lunga il suo impegno pagherà.
Siamo nel quartier generale di Europol, il coordinamento delle polizie europee. L’uomo che
parla è uno dei responsabili dell’Internel response unit (Iur), l’unità anti- cyber terrorismo
creata dal ministri dell’Interno europei dopo l’attacco a Charlie Hebdo per fermare coloro
che usano la Rete per diffondere il messaggio dell’Is e preparare attacchi: reclutatori,
facilitatori e terroristi veri e propri. Entrato in azione dal primo di luglio, il gruppo è
composto da una ventina di persone dai background più diversi: funzionari con anni di
esperienza sul campo alle spalle, come la nostra guida, e giovani genietti dell’informatica
in jeans e scarpe sportive che parlano diversi dialetti arabi e il turco. Lavorano gomito a
gomito e nella massima segretezza nelle stanzette più riservate dell’edificio di Europol:
l’accesso è vietato anche a chi lavora nella struttura.
L’unità è il più avanzato esperimento di condivisione delle informazioni e delle ricerche che
le polizie europee abbiano messo in campo nella caccia ad Is: nonostante ciò, non è
riuscita a prevenire attacchi come quelli di novembre a Parigi: «Era così anche nel mio
precedente lavoro – spiega l’uomo – bloccavo dei delinquenti e ma quelli trovano sempre
un modo più raffinato per tornare a colpire. Eppure bisogna continuare a provare: cercare
sempre più in alto. Il nostro obiettivo non è spegnere un singolo account, ma individuare
quelli che sono in cima alla piramide. Solo così possiamo sperare di cambiare le cose ».
L’uomo misterioso e i suoi collaboratori conoscono a memoria non solo i social media, ma
anche gli angoli più remoti del Dark web, la parte della Rete che non è accessibile ai più: è
qui che si commerciano armi, esplosivi e vite umane. E’ qui che spesso vengono decisi gli
obiettivi da colpire: conoscere le lingue è fondamentale, così come lo è valutare se e
quando chiedere ai provider di chiudere un account: nel 90% dei casi, alla segnalazione
viene immediatamente dato seguito. «Ma a volte siamo noi a decidere di non farla: seguire
un particolare profilo nel tempo può portare a risultati maggiori», spiega il poliziotto.
Che siano successi rimasti nell’oscurità o fallimenti clamorosi, come quello di Parigi, sulle
singole operazioni l’uomo non può parlare: ma si sa che dietro all’individuazione in un
appartamento di Atene di Abdelhamid Abaaoud, il capo del commando del 13 novembre,
c’erano gli uomini di Europol. E che da loro venivano le informazioni che a gennaio hanno
consentito al Belgio di smantellare la cellula di Veviers, che avrebbe dovuto compiere
attacchi simili a quelli poi avvenuti a Parigi. «Lo Iur è la nostra punta più avanzata - dice il
direttore di Europol, Rob Wainwright – ma sono dieci anni che qui monitoriamo il web.
L’arrivo dell’Is ha cambiato tutto: hanno risorse enormi. Stiamo facendo il possibile: siamo
riusciti a neutralizzare personaggi importanti, abbiamo stabilito una collaborazione con i
provider, che ora chiudono account pericolosi su nostra indicazione. Ma non vinceremo
solo con numeri: serve più coordinamento per prevenire altri attentati».
Davvero basterà? «Il monitoraggio è fondamentale – risponde Lorenzo Vidino, direttore
del programma sull’estremismo della George Washington University di Washington – è
chiaro che da solo non è sufficiente, ma il contributo che può dare è importante: ci
troviamo di fronte a una nuova generazione di terroristi islamici. Quelli di venti anni fa si
incontravano in metro per non farsi ascoltare, questi parlano alla luce del sole, in Rete, o
sul Dark web. Mai come oggi seguire le loro orme può realmente aiutarci a individuare i
terroristi prima che colpiscano».
del 22/12/15, pag. 17
Truppe italiane in Iraq
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Baghdad mette i paletti
“Solo dopo un accordo”
Giordano Stabile
L’invio dei 450 soldati italiani nel Nord dell’Iraq, a protezione della diga di Mosul, dovrà
passare «per un voto del Parlamento e del governo» iracheni. È l’esecutivo di Baghdad a
sottolinearlo. Una settimana fa il premier italiano Matteo Renzi aveva annunciato l’accordo
per i lavori di manutenzione dello sbarramento, affidati alla Trevi di Cesena, e la scorta
armata. Un contingente che dovrebbe aggiungersi ai 600 istruttori militari italiani che
addestrano truppe curde e irachene i in Kurdistan.
La replica della Pinotti
L’annuncio ha però acceso gli animi nazionalisti iracheni. Domenica il ministro per le
Risorse idriche Muhsin al Shammary ha ricevuto il nostro ambasciatore Marco Carnelos e
sottolineato che la diga «è già protetta da forze irachene e che ogni dispiegamento di
truppe straniere dovrà avvenire d’intesa con il governo». Ieri ha replicato il ministro della
Difesa Roberta Pinotti: «Ci dovrà essere prima l’assegnazione formale della commessa ha precisato - poi la pianificazione della missione a tutela della quarantina di tecnici
italiani». La partenza è prevista in primavera.
È soprattutto la componente sciita a protestare. Moqtada al Sadr, leader dell’Esercito del
Mahdi e protagonista dell’insurrezione anti-Usa, ha denunciato che l’Iraq «è diventato una
piazza aperta a ogni violazione». Il riferimento era all’Italia ma ancor più alla Turchia. I
1200 soldati inviati un mese fa a Bashiqa, sempre vicino a Mosul, hanno creato una crisi
internazionale. Baghdad ha intimato ad Ankara di ritirare le sue truppe, ufficialmente in
missione di addestramento. Poi ha minacciato di rivolgersi alla Nato, all’Onu. Alla fine una
telefonata di Barack Obama ha convinto il presidente turco Recep Erdogan a far marcia
indietro.
Lo scontro frontale della Turchia con la Russia, e di conseguenza con l’Iran sciita, ha reso
ipersensibili gli sciiti iracheni. Ma anche la situazione in Kurdistan si è complicata. Il
presidente Masoud Barzani, filo-occidentale e filo-turco (per quanto può esserlo un curdo),
si scontra duramente con«l’ala sinistra», quella del partito Puk. E il Puk simpatizza per i
guerriglieri anti-turchi del Pkk.
L’accordo in realtà sembra già fatto ma Baghdad, in questa situazione, deve sottolineare
che non ci sarà nessuna cessione di sovranità. Fonti del gruppo Trevi sottolineano che la
diga «è in cattive condizioni e ha bisogno urgente di manutenzione». Qualche anno fa, il
governo iracheno ha contattato l’azienda di Cesena per avviare dei colloqui «in una
trattativa privata», anche se finora nessun impegno è stato firmato.
del 22/12/15, pag. 9
Hezbollah “Il conto è aperto”
Medio Oriente. Ieri migliaia di persone hanno partecipato in Libano ai
funerali dell'ex miliziano, responsabile di un attacco armato nel 1979 e
rimasto 29 anni in carcere in Israele, ucciso sabato sera a Damasco da
un attacco aereo dello Stato ebraico. Oggi il Parlamento greco
riconoscerà lo Stato di Palestina
Michele Giorgio
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GERUSALEMME
Tra grida di “Morte a Israele” migliaia di sostenitori di Hezbollah e di altre organizzazioni
libanesi e palestinesi hanno partecipato ieri ai funerali di Samir Kuntar, il libanese druso,
ex militante del Fronte di Liberazione della Palestina, ucciso sabato sera a Jaramana
(Damasco), assieme ad altre otto persone, da un attacco aereo israeliano. Kuntar era noto
in tutto il mondo arabo. Aveva trascorso 29 anni in una prigione israeliana per aver preso
parte, all’età di 16 anni, ad un attacco armato (nel 1979) a Naharia, nel nord di Israele, in
cui erano state uccise quattro persone, tra le quali due bambini. Dopo la scarcerazione
avvenuta nel 2008 in seguito a uno scambio tra Israele e Hezbollah, Kuntar era entrato a
far parte della leadership del movimento sciita libanese. È stato sepolto nel cimitero
“militare” di al Rawdat Sayida Zeinab. Israele non ha rivendicato ufficialmente il raid aereo
su Damasco, tuttavia esponenti del governo Netanyahu, come il ministro delle costruzioni
Yoav Gallant, e alcuni parlamentari hanno espresso soddisfazione per l’eliminazione di
Kuntar.
Con ogni probabilità il raid ha voluto dare una chiara indicazione delle ampie capacità
delle forze aeree israeliane e della efficienza delle rete di spie siriane. Qualche siriano
però cerca di strappare a Israele il “merito” dell’eliminazione di Kuntar. “I cavalieri
dell’Hawran”, una delle milizie affiliate all’Esercito libero siriano, braccio armato
dell’opposizione anti Bashar Assad, ha diffuso un comunicato in cui si attribuisce la
paternità dell’attacco e lancia avvertimenti minacciosi ai rivali di Hezbollah che combattono
dalla parte dell’esercito governativo impegnato dal 2011 contro una galassia di formazioni
islamiste o jihadiste sulle quali emergono i qaedisti di al Nusra e l’Isis.
Ieri sera era atteso un discorso televisivo del segretario generale di Hezbollah, Hassan
Nasrallah, finalizzato ad affermare l’intenzione di non lasciar passare senza reagire
all’attacco contro Kuntar, peraltro seguito a diversi raid aerei compiuti da Israele in Siria
nelle ultime settimane contro il movimento sciita. «Gli israeliani si sbagliano se pensano di
aver chiuso il conto con l’uccisione di Samir Kantar. Devono sapere che hanno aperto
nuovi conti. Israele non ha ancora imparato la lezione, questa volta ha commesso la più
grave delle stupidità», ha avvertito un dirigente di primo piano di Hezbollah, Hashem
Safieddine. Allo stesso stesso tempo i leader di Hezbollah e il governo siriano si
interrogano sull’atteggiamento ambiguo degli alleati russi. Gli israeliani non possono aver
lanciato i loro cacciabombardieri contro Damasco senza aver avvertito in anticipo il
comando militare russo che opera in Siria. Mosca e Tel Aviv infatti hanno stabilito nelle
scorse settimane un coordinamento per evitare “incidenti” nello spazio aereo siriano.
Quando i russi cominciarono alla fine dell’estate i bombardamenti in Siria, il premier
israeliano Netanyahu si precipitò a Mosca ed ottenne da Putin il via libera a una intesa tra i
due Paesi nei cieli della Siria. In sostanza i russi hanno garantito agli israeliani la
continuazione dei loro raid contro Hezbollah e l’esercito siriano e così tengono spente le
loro formidabili difese antiaeree quando i jet di Tel Aviv sorvolano la Siria e compiono i loro
attacchi.
In casa palestinese, dove Kuntar godeva di stima e consensi, il raid israeliano ha suscitato
reazioni diverse. Hamas, Jihad e la sinistra hanno condannato l’uccisione dell’ex
prigioniero e con loro anche la base del movimento Fatah. L’Autorità nazionale palestinese
e parte dei vertici di Fatah invece sono rimasti in silenzio. Il presidente dell’Anp Abu
Mazen è in visita ufficiale ad Atene dove oggi parteciperà alla seduta del Parlamento che
riconoscerà lo Stato di Palestina. Si tratta di un voto non vincolante per l’esecutivo ma dal
forte valore simbolico tanto che il premier Alexis Tsipras ha annunciato che nei documenti
ufficiali greci da ora in poi ci sarà il nome Palestina e non più Autorità nazionale
palestinese. Tsipras, che il mese scorso aveva incontrato Netanyahu e Abu Mazen, con il
riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del Parlamento cerca di equilibrare la
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posizione greca in Medio Oriente. Negli ultimi anni Atene ha stretto i rapporti con Israele,
soprattutto dal punto di vista militare. Di recente sono circolate indiscrezioni
sull’addestramento nello spazio aereo greco di piloti israeliani che avrebbero imparato ad
aggirare il sistema antiaereo S-300 venduto dai russi qualche anno fa a Cipro che poi l’ha
passato alla Grecia.
del 22/12/15, pag. 17
Libia, entro Natale voto all’Onu
I russi frenano sull’intervento
Con la risoluzione il nuovo governo potrà chiedere aiuto contro l’Isis
Saranno milizie locali, già contattate da ufficiali italiani, a combattere
La risoluzione del Consiglio di Sicurezza per appoggiare la creazione del governo di unità
nazionale in Libia è pronta, sotto forma di bozza, e sollecita la comunità internazionale a
rispondere alle eventuali richieste di aiuto del nuovo esecutivo per favorire la
stabilizzazione. Il negoziato per portarla al voto prima di Natale è ancora in corso, con
qualche obiezione da parte russa, ma da oggi l’inviato dell’Onu Martin Kobler sarà al
Palazzo di Vetro per contribuire a sbloccarlo.
Il testo è stato scritto dalla Gran Bretagna, ed è appoggiato dagli altri due membri
permanenti occidentali del Consiglio di Sicurezza, Usa e Francia, oltre che dall’Italia
all’esterno. I punti principali sono due: il sostegno all’accordo firmato in Marocco dalle parti
con Kobler, per riconoscere il nuovo governo di unità nazionale come «unica autorità
legittima»; e l’invito a preparare l’eventuale intervento di pace. La missione in sé, però,
non è definita, e viene rimandata a una risoluzione successiva, che potrebbe contenere
anche l’autorizzazione a condurre operazioni di pattugliamento nelle acque territoriali
libiche, allo scopo di fermare il traffico degli esseri umani.
Mosca prudente
La Russia ha chiesto di ammorbidire il linguaggio, perché oltre a sostenere il governo
delineato in Marocco, vuole che la porta resti aperta alle entità finora non incluse per loro
volontà, come i leader dei due parlamenti che avevano siglato un’intesa alternativa, se in
un secondo momento decidessero di partecipare. La discussione è proseguita ieri nella
notte, ma fonti diplomatiche assicurano che l’obiezione non è forte al punto di minacciare il
blocco della risoluzione, che quindi dovrebbe passare entro Natale, a partire da oggi
stesso.
Ieri Kobler ha aggiunto un altro tassello a questo complicato mosaico, ottenendo la firma di
24 autorità municipali a sostegno del Libyan Political Agreement, fra cui Misurata, Zintan,
Sabrata e Al Baida. Si tratta delle amministrazioni più vicine alla popolazione, e quindi la
loro adesione dimostra che la gente vuole il governo di unità nazionale e la fine delle
violenze. La porta naturalmente resta aperta a chiunque voglia aggiungersi in futuro, e
l’inviato dell’Onu lo ribadirà oggi al Palazzo di Vetro, per favorire un rapido riconoscimento
da parte del Consiglio di Sicurezza dell’intesa firmata in Marocco.
Il generale Serra
La Russia, scottata dalla risoluzione che aveva consentito di rovesciare Gheddafi, vuole
evitare mandati che potrebbero giustificare altri interventi militari. Per questo è prudente, e
ciò complicherà il negoziato per la seconda risoluzione sulla missione di pace, che l’Italia
ambisce a guidare. I tempi, però, sono stretti. In base agli accordi, il Consiglio di
presidenza costituito in Marocco dovrebbe nominare entro 30 giorni il nuovo governo
19
d’unità nazionale, che poi si insedierebbe a Tripoli nell’arco dei 40 giorni successivi.
Restano poco più di due mesi, in sostanza, per attuare le intese.
Il generale italiano Paolo Serra, consigliere militare del segretario generale Ban Ki-moon
per la Libia, sta già incontrando le varie milizie, per individuare gli interlocutori responsabili
con cui lavorare per la stabilizzazione. Infatti la sicurezza, l’ordine pubblico e anche il
contrasto dei gruppi terroristici come Ansar al Sharia e l’Isis, sarebbero affidati a queste
forze locali. La missione internazionale poi le sosterrebbe, aiutando il governo centrale,
gestendo la formazione e l’addestramento, e presidiando alcune strutture chiave.
L’intelligence poi già opera sul terreno, per favorire l’identificazione e l’eliminazione dei
terroristi.
del 22/12/15, pag. 8
Yemen
Fine negoziati, ecco i raid sauditi
Chiara Cruciati
La misura del fallimento del negoziato svizzero è data dai numeri: ieri, alla fine dei sette
giorni di incontri a Ginevra, i raid sauditi hanno ucciso 7 persone e ne hanno ferite 12 nella
città di al-Hudaydah; il giorno prima, domenica, 5 donne erano morte in bombardamenti
sauditi nella provincia di Sa’ada.
In realtà i morti hanno segnato ogni giorno del cessate il fuoco dichiarato una settimana fa
prima dell’avvio del tavolo Onu. Yemeniti uccisi da entrambe le parti, dal movimento
Houthi e dalla coalizione anti-sciita guidata da Riyadh, a cui si sono aggiunti domenica 25
soldati sauditi colpiti al valico di al-Tawal da un attacco missilistico Houthi.
Nei giorni precedenti il fragile negoziato svizzero era vacillato spesso, tra reciproci scambi
di accuse di rottura della tregua. Fino a venerdì quando la delegazione Houthi non si è
presentata al tavolo in polemica con la coalizione che sostiene il presidente Hadi e
accusata di approfittare del cessate il fuoco per lanciare ampie controffensive in zone
strategiche, da Taiz alla capitale Sana’a.
L’Onu ha ricucito lo strappo ed ha traghettato i due avversari alla chiusura ufficiale del
negoziato. L’inviato delle Nazioni Unite per lo Yemen Ismail Ould Cheikh Ahmed si è
mostrato ottimista e ha promesso un nuovo round di incontri a partire dal 14 gennaio
prossimo. In mano, però, si è ritrovato un pugno di mosche: dopo una settimana le due
parti non hanno segnato alcun accordo che ponga fine al conflitto o dia il via alla nascita di
un governo di unità nazionale.
Unico risultato: la creazione di due comitati congiunti, uno che supervisioni la consegna
degli aiuti umanitari e uno che monitori le violazioni del cessate il fuoco, prolungato di altri
7 giorni. Uno sforzo inutile vista la farsa della tregua precedente.
del 22/12/15, pag. 17
Gli ostaggi cristiani salvati dai musulmani
«Non ci separiamo»
20
60 I passeggeri del pullman attaccato dai miliziani di al-Shabaab nel
Nordest del Kenya al confine con la Somalia 28 I cristiani uccisi nel
novembre scorso sulla stessa strada, quando i passeggeri di un
pullman furono divisi in base alla fede
I miliziani somali assaltano un autobus in Kenya Alla fine sono costretti
a lasciare liberi tutti
Nell’aria fredda dell’alba non sono riusciti a dividerli: i musulmani in piedi, i cristiani a terra.
I primi liberi di risalire sul pullman. I secondi sdraiati sul ciglio della strada, aspettando il
proprio turno e un proiettile alla tempia, come era successo ai passeggeri di un altro bus
nel novembre scorso, sulla stessa via nel
Nordest del Kenya al confine con la Somalia. Com’era successo agli spaccapietre di una
cava poco più a nord nel dicembre 2014. E agli studenti della non lontana università di
Garissa nell’aprile di quest’anno. No, loro alle 6 e 45 del mattino non si sono lasciati
sorprendere e dividere: con lo stesso biglietto, lo stesso diritto, scambiandosi addirittura gli
abiti per ingannare gli assalitori, hanno sfidato insieme la morte e insieme sono
sopravvissuti (quasi tutti) davanti ai miliziani di al-Shabaab pronti alla strage.
Sembra così bella, la notizia arrivata dalla B9 tra Elwak e Kotulo, che viene quasi il
sospetto che un politico locale l’abbia romanzata, che vien voglia di imparare a memoria i
puntini abitati più vicini a quel ciglio di strada, Dabacity e Borehole II, e ricordare il nome
della compagnia (Makkah) il cui autista ferito dai miliziani ha confermato la storia alla Bbc
tramite un funzionario.
L’inseguimento, una sventagliata di mitra, tre persone ferite, una morta, il pullman NairobiMandera che si ferma, la gente che scende secondo il racconto fatto al quotidiano keniano
The Nation dal vice capo della polizia Julius Otieno e dal governatore della provincia Ali
Roba. Un passeggero cerca di fuggire nella boscaglia ma i ragazzi di al-Shabaab, il
gruppo affiliato ad Al Qaeda basato in Somalia (il nome significa «i Giovani»), lo uccidono
sparandogli alla schiena. Fanno capire che non scherzavano. Che è questione di vita o di
morte. Poi cercano di dividere il gruppo in base alla religione: «I non cristiani possono
risalire bordo».
E nessuno si è mosso. La risposta, secondo il governatore: «Uccideteci tutti, o lasciateci
andare». Un testimone di nome Abdirahiman ha detto al quotidiano The Standard che,
quando si sono accorti dell’attacco, i musulmani sul pullman da sessanta posti avevano
già cercato un modo per proteggere i cristiani: «Ad alcuni abbiamo dato i nostri vestiti, per
impedire che fossero individuati per l’abbigliamento».
Nell’attacco del novembre scorso i miliziani avevano intimato ai passeggeri di recitare la
shahada, «la testimonianza» di fede islamica. Quelli che non la sapevano erano
condannati: sdraiati a terra in fila. Da sinistra e da destra in due hanno cominciato a
uccidere. Ventotto morti, 19 uomini e 9 donne, in maggioranza insegnanti. Unico
sopravvissuto, Douglas Ochwodho, preside, che tornava a casa per Natale. Salvo perché
stava al centro della fila, ed entrambi i killer hanno pensato che gli avesse già sparato il
compagno.
L’altra mattina il commando di al-Shabaab (nelle ultime tre settimane 200 miliziani
avrebbero attraversato il confine somalo) forse non ha fatto in tempo a mettere in atto la
prova della Shahada. Sono scappati. Anche perché i passeggeri musulmani li hanno
ingannati, dicendo che stava sopraggiungendo la polizia. L’auto invece si era rotta, e il
pullman aveva deciso di proseguire senza scorta.
Quella parte di Kenya è abitata in maggioranza da popolazioni somale musulmane. Dal
2011 le truppe di Nairobi combattono gli integralisti oltre confine. Le stragi fanno parte di
una guerra che si fa sempre più «sporca». Ai primi di dicembre una fossa comune con 20
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corpi di somali è stata scoperta non lontano da Mandera, compresa una donna arrestata
pochi giorni prima. Le squadre antiterrorismo sono accusate di omicidi sommari, accuse
respinte dalle autorità. Di fronte a tutto questo i passeggeri di un pullman, l’altra mattina tra
Datacity e Borehole II, hanno dato al mondo una «testimonianza» preziosa.
Michele Farina
del 22/12/15, pag. 8
Il rapper Luaty Beirão agli arresti domiciliari
Angola. Dopo sei mesi di carcere preventivo per «insurrezione» potrà
aspettare a casa la prima udienza del processo
Marco Boccitto
Dopo sei mesi in cella senza processo, con tanto di lungo sciopero della fame che lo ha
ridotto quasi in fin di vita, il rapper e attivista lusoangolano Luaty Beirão (nella foto) si trova
da un paio di giorni agli arresti domiciliari. Non proprio un regalo di Natale, ma l’effetto
della nuova «Legge sulle misure cautelari durante il processo penale», entrata in vigore il
18 dicembre.
Il provvedimento di un giudice di Luanda riguarda Beirão e altre 15 persone arrestate con
lui. Tutti con l’accusa di aver complottato per rovesciare il presidente Dos Santos e
instaurare un governo di «Salvezza nazionale». In altre parole, «insurrezione».
In attesa della prima udienza del processo, fissata per l’11 gennaio, gli “indagati” saranno
controllati quasi a vista da 150 tra agenti carcerari, poliziotti e persino psicologi, un
contingente creato apposta. Non potranno ovviamente uscire, né entrare in contatto tra
loro o con altri membri del Movimento de Jovens Revolucionários Angolanos, che dal
2011 organizza manifestazioni anti-governative in cui denuncia le disuguaglianze che
affliggono il secondo produttore di petrolio in Africa. Beirão, noto anche con lo pseudonimo
di Ikonoklasta, mescola musica (hip hop, house, kuduro) e rabbia contro la deriva
liberticida del regime.
Neanche 24 ore dopo la decisione del giudice, musica e politica sono tornate a mescolarsi
sulla scena angolana. Merito e o colpa di un’altra rapper, la statunitense Nicky Minaj, star
annunciata di un evento natalizio organizzato dalla compagnia telefonica Unitel, controllata
dalla figlia del presidente, Isabela dos Santos, considerata la donna più ricca d’Africa e
l’ottava più ricca del mondo (oltre che, secondo Transparency International, tra i 15 casi
simbolo della corruzione nel mondo). La Human Rights Foundation (Hrf) ha scitto a Nicky
Minaj facendole presente che il suo compenso era frutto di «corruzione governativa» e che
sarebbe stato improprio prestare l’immagine a «un governo responsabile di gravi violazioni
dei diritti umani». Ma lo show si è tenuto sabato, come previsto. Al termine la rapper ha
postato su Istagram una sua foto con Isabela Dos Santos, definendola un modello di «girl
power».
del 22/12/15, pag. 9
Venezuela, dopo la sconfitta, va in scena il
conflitto
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Venezuela. Si apre in Paraguay il vertice del Mercosur
Geraldina Colotti
CARACAS
Per le vie di Caracas, i canti natalizi si mischiano agli slogan che salgono dalle
manifestazioni. In ogni piazza, la gente discute, tutti i settori popolari sono «in assemblea
permanente», ogni giorno vi sono marce che arrivano fino a Miraflores per esprimere
appoggio al presidente Nicolas Maduro. La «sberla salutare», come il presidente ha
definito la sconfitta «congiunturale», che ha consegnato il Parlamento a una maggioranza
qualificata di destra ( 112 deputati della Mud contro 55 chavisti), sembra aver risvegliato
tutte le categorie, preoccupate di veder cancellati i piani sociali relizzati in 17 anni di
«socialismo bolivariano».
Adesso sfilano i «motorizados», i moticiclisti che svolgono il lavoro di pony express o di
mototaxi. Un settore informale, sempre tenuto ai margini, esposto alle aggressioni della
criminalità e privo di protezione sociale. Con il chavismo non è stato più così. «Non siamo
disposti a tornare indietro, difenderemo il nostro posto di lavoro, le coperture sociali e la
nostra dignità. Col mio lavoro mantengo la famiglia», dice Manuelita. La sconfitta
elettorale? «Colpa della guerra economica e anche dei corrotti. Ma Maduro adesso deve
andare avanti. Dobbiamo farla finita con questa borghesia senza-patria».
Vicino al distributore di benzina, il conducente di un suv si affretta a pagare: per un pieno
di 60 litri sono appena 2 bolivares. «Immaginati quanto vale il contrabbando alla frontiera
con la Colombia — interviene Marisol — qui ci sono oltre 7 milioni di colombiani dichiarati
e chissà quanti paramilitari. Abbiamo mantenuto due economie».
In piazza Bolivar incontriamo invece un noto leader dell’estrema sinistra, ex viceministro di
Planificacion, Roland Dennis: «Che vada tutto a fondo — dice polemico — ce lo
meritiamo, o si rifonda tutto oppure meglio lasciar perdere». Dennis rivendica la campagna
per il voto nullo, che ha senz’altro influito sul risultato elettorale: quasi il 7% del voto
emesso con modalità uninominale nelle parlamentari del 6 dicembre.
Quello venezuelano è un sistema misto, nel quale i voti espressi si utilizzano per eleggere
i deputati attraverso due modalità, uno per gli incarichi nominali in ogni circoscrizione, e
l’altro per quelli di lista per rappresentazione proporzionale, eletti in ogni singolo stato o
entità federale. La quantità di voti nulli non è uguale alla quantità di elettori: una stessa
persona ha potuto emettere da uno a tre voti nulli, a seconda del numero di opzioni che
aveva per scegliere a livello uninominale. Nel caso del voto di lista, si sono registrati
683.000 voti nulli o in bianco.
Perciò Maduro ha dichiarato che i voti nulli erano 1,5 milioni. In 36 degli 87 circuiti nei quali
si sceglievano i deputati in modo uninominale (il 41%) i voti nulli hanno superato in
quantità la differenza per la quale 55 candidati sono risultati eletti. E ha annunciato
l’apertura di un’inchiesta. Nelle parlamentari del 2010, il voto nullo è stato del 2,5% del
totale nazionale. Un tema che raggiunge le denunce che hanno portato in carcere alcune
persone, a seguito della diffusione di intercettazioni in cui rappresentanti delle destre
procedevano alla compravendita di voti presso alcuni mafiosi.
Da Miami, intanto, la rivista dell’antichavista Rafael Poleo, Zeta, si vanta di aver interferito
nel sistema elettorale automatizzato per contrastare «l’influenza cubana», e canta vittoria
preannunciando le misure neoliberiste modello Fmi.
Quali scenari si aprono dopo il 5 gennaio, quando s’installerà il nuovo parlamento gestito
dalle destre? Se ne discute sui giornali e nelle strade. I cittadini conoscono a menadito la
loro costituzione, approvata nel ’99 dopo un’Assemblea costituente e poi sottoposta a
referendum. Le destre allora hanno votato contro, ma ora fanno appello ai propri
costituzionalisti per disconoscere soprattutto l’autorità del Tribunal supremo de Justicia
23
(Tsj), ago della bilancia a cui Maduro potrà ricorrere contro le leggi proposte dal nuovo
parlamento.
Ma l’obiettivo principale resta proprio il presidente. La legge prevede che, a metà
mandato, è possibile convocare un referendum revocatorio. I settori oltranzisti spingono
per una spallata il più in fretta possibile: l’appello viene dal carcere, dove si trova il leader
di Voluntad Popular, Leopoldo Lopez, condannato per le violenze dell’anno scorso (43
morti e oltre 800 feriti) durante la campagna «la salida» (la cacciata di Maduro dal
governo).
In uno scenario di crisi economica che dovrebbe farsi più acuta nel 2016, le destre
intendono ricorrere ai piani di aggiustamento strutturale: gli stessi che, nel 1989 hanno
portato alla rivolta del Caracazo. Per disinnescare le misure sociali e tornare al passato,
usano il bastone e la carota, camuffando nell’ambiguità del messaggio le leggi in arrivo. In
campagna elettorale un deputato è arrivato a proporre una «legge contro la coda». Come
se le code chilometriche provocate dalle grandi imprese private che non inviavano i
prodotti e dall’accaparramento organizzato, si potessero stroncare «per decreto».
«La gente ha votato contro le code che purtroppo non siamo riusciti a risolvere», ha detto
il deputato chavista Ernesto Villegas. Poi, ha proposto che alla R della rifondazione in
corso venga tolta quella di «regalo», eliminando così la cifra di assistenzialismo che ha
portato a privilegiare l’erogazione di benefici non accompagnata da un adeguato lavoro di
educazione politica. Tanto che, proprio da alcuni settori popolari che più hanno usufruito
dei piani sociali, è arrivato il voto castigo.
Ma un altro fronte assai complicato per la «rivoluzione bolivariana» è costituito dalle
alleanze internazionali. Dall’Argentina, l’imprenditore Macri preme per un cambio di
paradigma nel Mercosur. Le alleanze solidali che il Venezuela guida insieme a Cuba
rischiano di scomparire. A rischio certo è Petrocaribe, l’organismo regionale attraverso il
quale il Venezuela dispensa petrolio a basso costo in cambio di beni e servizi. In Paraguay
è in corso il vertice del Mercosur. In gioco c’è la firma dell’accordo di libero commercio con
l’Unione europea, che ha finora visto contrari solo il Venezuela di Maduro e la Bolivia di
Evo Morales. La presidenza pro-tempore del Paraguay, ora passata all’Uruguay, aveva
già promesso l’accordo alla Ue.
Dati gli impegni nel suo paese, Maduro non sarà presente. Lo sostituisce la ministra degli
Esteri, Delcy Rodriguez, che ha proposto la formazione di una zona economica
complementare con i paesi dell’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America
(Alba), la Comunità del Caribe (Caricom) e il gruppo dei Brics, composto da Brasile,
Russia, India, Cina e Sudafrica.
24
INTERNI
del 22/12/15, pag. 1
Madrid chiama Roma
Norma Rangeri
Non solo è possibile, ma accade. E si ripete. La Grecia, il Portogallo, la Francia, ora la
Spagna. In fondo crisi significa cambiamento. La lunga crisi e la esiziale scelta di curarla
con l’austerità hanno cambiato la geografia sociale di questi paesi, e ora il responso delle
urne restituisce, nel voto, la profondità del cambiamento politico. Vacillano i pilastri delle
forze di governo e si rafforzano i nuovi raggruppamenti nati nel decennio horribilis: a
sinistra come a destra.
Il brusco risveglio della Spagna, dopo la notte elettorale, ne è una chiarissima
testimonianza. A poco è valso impostare una campagna elettorale sulla crescita del Pil del
3%, se poi le diseguaglianze addirittura crescono, se la disoccupazione giovanile è al 48%
e se (con il Jobs act in salsa spagnola) la massa dei precari ormai lavora qualche ora per
qualche giorno alla settimana. I due storici partiti che hanno diviso la responsabilità di
governo, alternandosi al palazzo della Moncloa, vivono il punto più basso del loro
consenso. E si dissanguano a vantaggio dei diretti concorrenti, a destra e a sinistra.
Il Pp di Rajoy perde 16 punti, il Psoe di Sanchez dimagrisce di 6, Podemos di Iglesias
agguanta il 20 e Ciudadanos di Rivera il 14. Eccola la fotografia dopo un decennio di
sforbiciate allo stato sociale e di corruzione galoppante. Podemos contro l’austerità,
Ciudadanos in nome di una destra pulita, hanno incassato i dividendi.
La geografia del voto è molto articolata, la legge elettorale è penalizzante per formazioni
come Izquierda unida, ma la sostanza è che da due le forze politiche principali sono
diventate quattro. Un inedito per la giovane democrazia spagnola, un classico per il
panorama dei partiti italiani. Come ha detto il vecchio socialista Gonzalez, premier negli
anni ’80, «avremo un parlamento all’italiana ma senza italiani».
E dall’Italia, nei commenti della stampa e nelle prime reazioni politiche, se non un grido di
dolore si legge un avviso di pericolo. Si parla di un’Europa malata di antipolitica, come se
alle amare (e inutili) cure di Bruxelles non ci fosse alternativa. Come se di fronte alla
devastante condizione in cui si ritrovano, gli elettori dovessero masochisticamente
insistere a dare fiducia alla stessa classe dirigente. Come se o bipolarismo o caos. Quasi
che parlare di legge elettorale proporzionale (Podemos) e di governi di coalizione
equivalesse a evocare il diavolo. Dice Renzi: «La Spagna di oggi sembra l’Italia di ieri». E
se invece la Spagna di oggi fosse l’Italia di domani? In fondo il Psoe prima di precipitare al
22 era al 28 per cento e secondo i sondaggi il Pd dal 36 è sceso attorno al 30, mentre il
M5Stelle è salito dal 19 al 29. Sugli altri fronti, a sinistra del Pd e nel centrodestra, tutto è
ancora in movimento. Ma, di fronte a uno scenario spagnolo, Renzi ha già preparato la
camicia di forza dell’Italicum con l’abnorme premio di maggioranza a garanzia di
mantenere in vita il defunto bipolarismo.
In ogni caso alle elezioni mancano, sulla carta, ancora due anni mentre il paese resta in
forte affanno. Bce e Confindustria spengono i facili entusiasmi sulla ripresa, lo stesso
ministro Padoan parla di una fase di «stagnazione secolare». E non è facile, nonostante la
grancassa governativa e l’abuso in perfetto stile “berlusconiano” delle televisioni,
manipolare la realtà. Grande è la confusione sotto il cielo d’Europa, magari la situazione
non è eccellente, di sicuro la rendita di chi governa è finita.
25
del 22/12/15, pag. 8
La Sinistra italiana e il sogno
(impossibile) di un Podemos
Il Movimento non c’è. E il campo è parzialmente occupato dal M5S
Jacopo Iacoboni
Se si eccettuano le retoriche, il primo elemento che salta agli occhi osservando il successo
di Podemos dal punto di vista della sinistra italiana è semplice: che Podemos, piaccia o
no, ha molto poco a che fare con l’attuale sinistra italiana (parentesi, Podemos angoscia i
renziani molto più della minoranza Pd, al punto di spingerli alla surreale reazione della
Boschi: con l’Italicum il problema Podemos non si porrebbe).
«La verità è che tra Podemos e Sinistra italiana ci sono molte differenze; forse la prima
che viene in mente è che alla fine Podemos non ha fatto l’accordo a priori con Izquierda,
cioè con la parte più classica e tradizionale della sinistra spagnola», riflette Marco
Berlinguer, il terzo figlio di Enrico Berlinguer, che vive a Barcellona - fa il ricercatore
all’Università Autonoma - assieme alla sua compagna. Entrambi studiano e frequentano,
lei è attivamente coinvolta, il mondo della municipalità e delle nuove pratiche che ha vinto
la città di Barcellona, conoscono Ada Colau, e sanno di Podemos da dentro.
Se invece si prendono in esame le considerazioni e gli entusiasmi magari anche genuini di
tanti politici di sinistra, sembra che poi la vittoria di Podemos sia una «lezione della spagna
per il Pd» (secondo il governatore toscano Enrico Rossi), o la conferma che «l’Europa
della precarizzazione del lavoro e della svalutazione dei salari non regge più», o una
«critica dell’austerity», e via così, andando sempre per le generalissime e muovendosi
come farebbe Izquierda, non Podemos; ideologicamente, non pragmaticamente.
Invece il secondo punto da fissare è proprio questo: il pragmatismo, spesso sottovalutato,
di Podemos. Racconta Giorgio Airaudo (che in tempi non sospetti - prima del voto - era a
Barcellona a incontrare la Colau) che quelli di «Barcelona en comù» mutano alleanze caso
per caso, con applicazione anche spregiudicata delle maggioranze variabili. La Colau ha
undici consiglieri su 40 nel consiglio di Barcellona, dunque per governare ha bisogno di
arrivare a 21, e ci arriva di volta in volta, non solo con Izquierda, ma anche con una
miriade di movimenti e micro movimenti catalani; scenario assolutamente non riproponibile
ovunque, ma questo per dire di un’elasticità manovriera che in Italia, semmai, pare
appannaggio del renzismo, non della Sinistra da ricostruire.
Il terzo punto, sostanziale, è che Podemos «nasce da un movimento sociale,
generazionale, che affonda le radici nel fenomeno degli indignati. Lì c’è un movimento. In
Italia, semplicemente, questo movimento non c’è», constata non senza amarezza Airaudo,
che pure vorrebbe provare a costruire qualcosa di analogo partendo da Torino. Forse, si
potrebbe aggiungere, l’ultima cosa assimilabile a un movimento, nella sinistra italiana, è
stata l’esperienza milanese della primavera arancione di Pisapia: che però non ha
prodotto una rete nazionale e un’esperienza generativa a sinistra, e probabilmente,
almeno in parte - nel 2013 ha finito per avere zone di tangenza col successo elettorale del
Movimento cinque stelle. M5S che però è diversissimo, rispetto a Podemos (i due soggetti
hanno anche reciprocamente preso le distanze), almeno perché ha due forti elementi di
verticismo: l’azienda che comanda (la Casaleggio) e il leader che ne determina il successo
iniziale (Grillo).
Sostiene Enrico Rossi che l’insegnamento di Podemos (anche al Pd) è che bisogna stare
«alla larga dalle grandi intese e dal partito della nazione, e invece guardare di più a
26
sinistra, ai ceti deboli della società». Ma cosa vuol dire «guardare più a sinistra?».
Podemos non partirebbe mai da cotesta genericità, intanto perché ha una notevole
componente anche interclassista, pur declinandola a sinistra, e poi perché nasce in
maniera concreta, dalle pratiche, non da un proclama. È il quarto elemento: la pratica
principale originaria è stata il movimento di lotta per la difesa della casa dalle banche.
Podemos nasce dai movimenti che proteggono gli affittuari (ma anche i proprietari di case)
non più in grado di pagare affitti o mutui bancari. In questo senso è una prassi, quasi
ignota oggi alla sinistra italiana, che è, e resta, un’operazione per lo più politicista, o una
fuoruscita dal Pd. Con eccezioni, per esempio la Fiom. Maurizio Landini ha scritto la
prefazione italiana al libro di Iglesias, e è ormai convinto che «bisogna andare oltre molti
schemi tradizionali, cosa che Podemos fa. Iglesias si dice socialdemocratico, il problema è
che ormai in Europa appare estremista anche essere socialdemocratici». In più, per
Landini, «in Italia c’è il problema che una fetta di campo è ormai occupata dal M5S, che
prima non c’era; e dobbiamo trovare il modo di farci i conti».
del 22/12/15, pag. 8
I politologi: “Non usate la Spagna
per giustificare l’Italicum”
Ventura e Pasquino attaccano, D’Alimonte con Renzi-Boschi
Francesca Schianchi
La prima a usare una lente tutta italiana per leggere le elezioni spagnole è la ministra delle
Riforme Maria Elena Boschi, domenica sera via Twitter: «Mai come stasera è chiaro
quanto sia utile e giusta la nostra legge elettorale #Italicum». Poi, a dare la stessa chiave
di lettura è Matteo Renzi: «Sia benedetto l’Italicum, davvero. Con la nuova legge elettorale
ci sarà un vincitore chiaro». Dinanzi al risultato di Madrid e alla mancanza di una
maggioranza certa, qui dalle nostre parti ciascuno dà la propria interpretazione. A sinistra
fa sognare il risultato di Podemos: ieri è rimbalzata sui social network una lettera-appello
di «un gruppo di persone appartenenti a realtà politiche e sociali», rilanciata da Sinistra
italiana, per «costruire un nuovo soggetto politico» a Roma il 19, 20 e 21 febbraio. Tra i
renziani, invece, lo stallo iberico appare come la prova che il doppio turno dell’Italicum è il
migliore per garantire al Paese un governo.
«Scatenamento renzini che vedono in situazione Spagna prova bontà Italicum.
Studiassero invece che giocare al piccolo politologo su Playstation», sferza via Twitter la
politologa Sofia Ventura. «In un panorama frammentato, con un sistema come l’Italicum
arriva a governare chi ha magari preso il 20% al primo turno, e forse con anche un’alta
astensione», spiega la professoressa bolognese: «C’è il rischio che il primo populista di
turno approfitti di un sistema come il nostro per arrivare a governare». Altrettanto scettico
sull’utilità dell’Italicum il collega Gianfranco Pasquino, che invita via Twitter «quelli che
volevano sistema elettorale spagnolo in Italia» e «ora suggeriscono Italicum alla Spagna»
a «tacere senza sparare caxxate». Letture che non trovano d’accordo il politologo Roberto
D’Alimonte, da sempre difensore della legge: «Perché le preferenze espresse al secondo
turno devono valere meno di quelle espresse al primo? In Francia, se non avessero
contato le seconde preferenze, il Front National governerebbe in sei regioni». In Italia,
stando ai sondaggi, a oggi il ballottaggio sarebbe tra Pd e M5S, a meno che tutti i partiti di
centrodestra non si unissero in una sola lista. Perché la legge prevede premio alla lista,
non alla coalizione: e, insiste il vicesegretario dem Guerini, non sono «minimamente»
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previste modifiche. Nonostante le richieste della minoranza, e la lettura «radicalmente»
diversa da quella di Renzi di Bersani: «In una società moderna, la governabilità non può
essere una camicia di forza», non si può «blindare in modo ortopedico l’opinione della
gente» altrimenti ci si predispone «a qualche tsunami».
La sinistra esulta immedesimandosi in Podemos. Il Pd torna a dividersi sull’Italicum. E il
M5S, che D’Alimonte definisce come «Podemos e Ciudadanos insieme», rivendica di
essere il vero cambiamento «storico, inarrestabile».
del 22/12/15, pag. 16
La sfida di Salvini “Spetta a noi la guida della
coalizione”
Panico dentro Forza Italia per i pochi posti in lista “Berlusconi ci tuteli”.
Mozione contro Renzi a gennaio
CARMELO LOPAPA
ROMA.
Il centrodestra è lui, non ce n’è più per nessuno. Matteo Salvini convoca una conferenza
stampa di fine anno a Montecitorio per ricordare ad alleati e avversari quali siano i reali
rapporti di forza in una destra sempre più destra, che chiama a raccolta, a gennaio a
Milano, Marine Le Pen e uomini di Putin. È solo l’ultima provocazione, l’affondo che
terremota ancora più Forza Italia. Silvio Berlusconi ormai stanco e avvilito dalle beghe
interne non replica nemmeno.
Il leghista parla da leader e non solo del Carroccio. «I numeri ci dicono che se si votasse
oggi la coalizione la guideremmo noi e siamo pronti a farci carico», dice prima di aprire un
panettone a beneficio delle telecamere. Chi esprimerà la leadership a quel punto è
altrettanto chiaro. «Noi nel 2016 arriveremo al 20 per cento » è la sfida. E i berlusconiani si
chiariscano le idee, prima del 19 gennaio, quando al Senato è stata calendarizzata la
mozione di sfiducia del centrodestra al governo Renzi (voluta da Lega e Fdi). Alla fine, la
firma di Paolo Romani e degli altri senatori di Fi è arrivata, ma contro il capogruppo
forzista Salvini mostra di avere un conto in sospeso. «Uniti si vince », premette. E poi
sferza: «Se qualcuno ritiene che Boschi sia un ottimo ministro vada al governo. Chi si
sente renziano, verdiniano e alfaniano vada. Non mi serve. Io fatico a star dietro a quello
che succede in Lega, figuriamoci in Forza Italia». Quindi, dà per scontanto che tutto il
centrodestra sarà il 28 gennaio a Milano: «Ci sarà la prima volta di Marine Le Pen in Italia.
Con tutta la coalizione: ho invitato anche i rappresentanti del movimento di Putin». In
privato poi la sfida che Salvini lancia parlando coi suoi è ancora più alta: «Voglio vedere il
19 gennaio quanti forzisti saranno in aula, gli assenti si scorderanno di entrare in lista».
Già, perché il listone sarà unico e i soli cento capilista con la certezza di essere eletti.
Raccontano che il capo del Carroccio ne avrebbe già rivendicati 60, comunque non meno
di 50. Ai forzisti non ne spetterebbero più di una trentina e i parlamentari infatti sono
precipitati nel panico. Soprattutto ieri. E Berlusconi? Di ora in ora i suoi in Transatlantico si
aspettavano una reazione. «Non possiamo finire sotto il palco della Le Pen, non può
abbandonarci, vedrete che gli replica ». Il Cavaliere invece si eclissa. A Salvini rispondono
con toni sobri Toti, Bergamini, la Calabria. Lui diserta perfino lo scambio di auguri con
Mattarella al Colle, preferendo una cena d’auguri in pizzeria a Desio con un paio di
senatori. Sempre più stanco delle liti tra i suoi, non tornerà a Roma nemmeno per un
bridisi natalizio con i parlamentari. «Non ne posso più, tanto in lista andrà gente nuova» è
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lo sfogo privato. Sembra che nemmeno del brand Fi a questo punto gli interessi più di
tanto. I capigruppo Brunetta e Romani dopo giorni di scintille siglano una nota congiunta:
«Fi è un grande partito. Mettiamoci subito al lavoro. tutti insieme». Ma potrebbe essere
troppo tardi.
del 22/12/15, pag. 8
Il Pd quando rimane alleato con la sinistra
vince 3 volte su 4
Amministrative - Per il 64% dei votanti saranno un test per il governo Ma
sui dem pesano le critiche dei cittadini per il decreto Salvabanche
La recente lettera dei tre “sindaci arancioni” (Pisapia, Doria e Zedda) ha suscitato un
dibattito nel centrosinistra sulle alleanze in vista delle prossime elezioni amministrative. È
necessaria una coalizione fra Pd e Sel per evitare di perdere troppe sfide? Oppure le
differenze programmatiche sono troppe e il divorzio è l’unica via? Il tema si pone con
forza, visto che il 64% degli elettori ritiene le Comunali 2016 un test per il governo (dati
Ipsos).
Ma qual è attualmente lo stato dell’alleanza Pd-Sel a livello locale? Esaminando i 421
Comuni con oltre 15 mila abitanti che sono andati al voto negli ultimi tre anni, notiamo in
effetti una diminuzione delle alleanze fra il Pd e le liste di sinistra. Se nel 2013 (con
Guglielmo Epifani segretario “provvisorio”) questa alleanza sosteneva il 47,7% dei
candidati del centrosinistra, nel 2015 tale percentuale si è fermata al 27,7% soltanto. A
questa diminuzione non è però corrisposto un aumento delle alleanze con il centro, tale da
prefigurare un Partito della Nazione con Alfano e Verdini. Anzi, con Renzi questa alleanza
si è fatta persino più rara nel 2014, per poi tornare su livelli simili a quelli del 2013, quando
le coalizioni che includevano anche i centristi erano il 14,8%. Sono invece aumentate le
candidature sostenute dal solo Pd, al più in coalizione con liste civiche: questa sorta di
“prova generale” dell’Italicum ha rappresentato quest’anno ben il 51,8% dei casi esaminati.
Se da una parte quindi non va esagerato il “rischio” di un sodalizio fra Renzi e le liste
moderate, la lettera dei tre sindaci riflette un dato reale: nel 2015 il Pd non è riuscito a
replicare alle Comunali quell’ondata di successi ottenuti nel 2013 (62,5% di vittorie) e nel
2014 (68,3%). Con solo il 36,6% dei Comuni conquistati quest’anno, il Pd ha subìto la
nuova competitività del centrodestra e la sempre maggiore attrattiva delle liste civiche
presso gli elettori. Nei casi in cui il Pd era alleato con la sinistra, invece, il tasso di vittoria
complessivo nei tre anni è stato pari al 73,6%. La ridotta competitività del Pd nel 2015 non
può essere imputata solo al minor numero di alleanze con la sinistra, specie in un contesto
di maggiore fragilità del governo rispetto a quello che si aveva nel maggio 2014. Tuttavia è
vero che coalizioni più ristrette non rappresentano un valore aggiunto per il Pd. E infatti,
secondo Ipsos, tra le varie configurazioni possibili quella preferita dal 49% degli elettori del
Pd è proprio la coalizione con la sinistra. Anche alle ultime elezioni regionali il Pd ha in più
casi sconfessato l’alleanza con Sel e compagni: è successo in Toscana, Campania e
Liguria; ma solo in quest’ultimo caso la rottura dell’alleanza ha comportato una sconfitta.
A livello nazionale lo scenario si presenta assai differente: con l’Italicum non sono possibili
alleanze pre-elettorali fra le liste, e sembra anche improbabile che il Pd decida di
“inglobare” altri partiti, operazione che potrebbe allontanare più che conquistare elettori.
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Tutto si gioca quindi su quanti elettori degli altri partiti si è capaci di attrarre al ballottaggio,
specie se questo fosse una partita tra Pd e Movimento 5 Stelle.
Secondo Ipsos, il 39% degli elettori di Sel-Sinistra Italiana voterebbe M5S in caso di
ballottaggio, mentre gli elettori di centro che si sposterebbero verso Grillo sono il 15%.
Defezioni che il Pd non può permettersi in uno scenario di competizione aperta. D’altra
parte, solo il 20% degli elettori di Forza Italia voterebbe per il Pd al ballottaggio. Il
principale partito di centrosinistra quindi, non potendo costruire coalizioni, come può fare a
livello locale, deve mantenere un profilo attraente per diversi elettorati. Un’impresa non
facile, specialmente in un contesto in cui alcuni atti del governo Renzi sono messi in
dubbio dagli elettori.
Secondo il 59% degli intervistati da Euromedia, il governo non ha fatto nulla per tutelare gli
investitori nei titoli subordinati delle quattro banche in difficoltà; per Ixè il 69% dei cittadini è
insoddisfatto dell’azione del governo sulle banche, anche se allo stesso tempo il 74% è
contrario all’utilizzo di soldi pubblici per risolvere crisi bancarie. Al momento la popolarità
del governo (stabile fra il 31% di novembre e il 29,7% di metà dicembre) e del premier (dal
33 al 31,9%) ne risentono solo moderatamente, ma le prossime elezioni comunali si
preannunciano decisamente più impegnative di quelle del 2014. Sarà fondamentale avere
un consenso trasversale anche tra gli elettori di altri partiti, dentro e fuori dalla propria
coalizione.
*You Trend
del 22/12/15, pag. 13
La sfida di Sala alle primarie: scendo in
campo per la mia città
Domani convention a Milano: programma a gennaio, non farò libri dei
sogni
milano Il tecnico diventa politico, grazie anche alla full immersion dei sei mesi di Expo e
adesso è in campo: «Lo faccio per la mia città». Giuseppe Sala ha compiuto ieri il suo
ultimo atto da amministratore delegato presentando al consiglio la relazione sul bilancio
consuntivo. E, anche se in realtà proprio su richiesta del cda e dei soci pubblici, resterà in
carica fino al 29 gennaio soprattutto per il disbrigo delle pratiche burocratiche, da ieri il
manager ha ufficialmente voltato pagina e comincia l’avventura di candidato sindaco alle
primarie del centrosinistra. La macchina intorno a lui, in realtà, si sta muovendo già da un
paio di settimane. Si sta formando lo staff (con punti di riferimento come Umberto
Ambrosoli, Emilio Genovese, Gianni Confalonieri), si è formato un gruppo dedicato alla
gestione della parte social, sull’onda di quanto avvenuto per Expo e si stanno definendo le
tappe d’azione. La prima, domani alle 18.30 nel foyer del teatro Franco Parenti: «Non sarà
l’annuncio del programma elettorale», spiega lui. Piuttosto, un evento a cui sono invitate
personalità diverse per dare sostegno al candidato. I programmi? «Io sono un uomo
pragmatico e ai libri dei sogni preferisco i progetti concreti», ripete. Per questo, Sala userà
queste settimane per studiare la situazione del Comune, valutare le urgenze e definire
alcuni punti fattibili: «A metà gennaio — ha anticipato parlando ai suoi — presenterò le mie
idee su una possibile azione da sindaco».
A grandi linee, alcune cose le ha già dette in questi giorni durante gli incontri con
assessori,consiglieri comunali, esponenti della società civile: ha parlato di città
metropolitana come «opportunità e punto di partenza», di progetti per la casa, periferie,
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lavoro e ambiente che devono essere sostenuti da un piano economico coerente: dalle
dismissioni delle partecipate non strategiche al ricorso alla Cassa depositi e prestiti, ad
esempio. Il punto debole emerso anche durante questi incontri è proprio quello della
legalità e della trasparenza. Come gli ha ricordato qualche sera fa un attivista a un
incontro al circolo De Amicis sostenendo più o meno questa tesi: «L’unica cosa su cui la
giunta Pisapia è inattaccabile è il tema della legalità e della trasparenza. Lei invece ha
avuto tra suoi più stretti collaboratori due dirigenti (Angelo Paris e Antonio Acerbo, ndr )
che sono stati arrestati». Sala, dopo aver circoscritto il ruolo e le contestazioni ai due
rispetto a un evento «che ha mosso centinaia di milioni di euro e che è stato portato come
esempio per il rigore delle procedure», ha insistito sul fatto che «la macchina dei controlli
coordinata dalla prefettura e la collaborazione con Raffaele Cantone hanno funzionato:
altrimenti le cose non sarebbero venute a galla».
Intanto, è scattata la raccolta delle firme: passaparola con gli sms, circoli del Pd al lavoro,
volontari della pagina facebook «Milanesi per Giuseppe Sala sindaco» pronti con i
banchetti. Il risultato delle duemila firme pare già a portata di mano grazie anche al lavoro
di una parte del partito schierata con l’uomo di Expo (fra i parlamentari quasi tutti
dovrebbero mettere il loro nome sulla candidatura di Sala): il colpo di scena potrebbe
essere che già all’evento del 23 venga annunciato l’obbiettivo raggiunto.
Elisabetta Soglio
del 22/12/15, pag. 15
Autoconvochiamoci. A Roma il 19, 20, 21
febbraio
Sinistra/L'appello. Per cambiare passo nella scelta del nuovo soggetto
politico, un’assemblea aperta per iniziare insieme il cammino
Nelle ore in cui Podemos lancia la sua sfida per l’alternativa, un gruppo di persone
appartenenti a realtà politiche e sociali, ha scritto questo testo e lo mette a disposizione di
chiunque ci si riconosca. Usiamolo liberamente, copiamolo, condividiamolo, diffondiamolo,
è un testo proprietà di nessuno per una sinistra di tutte e tutti.
Incontriamoci il 19, 20 e 21 febbraio a Roma per ridare senso alla parola “politica” come
strumento utile a cambiare concretamente le nostre vite. Incontriamoci per organizzarci e
costruire un nuovo soggetto politico, uno spazio aperto, democratico, autonomo. Non è un
annuncio. È una proposta. Non sarà un evento cui assistere da spettatori. Non ti
chiediamo di venire a riempire la sala, battere le mani e chiacchierare in un corridoio come
accade di solito in queste assemblee.
Mettiamoci in cammino per condividere un processo e costruire insieme un nuovo progetto
politico innovativo e all’altezza della sfida. Un progetto alternativo alla politica d’oggi,
svuotata e autoreferenziale, che ritrovi tanto il legame con la propria storia, quanto la
capacità di scrivere il futuro.
L’obiettivo
È ora di cambiare questo paese e le condizioni di vita di milioni di persone, colpite dalla
crisi e dalle politiche neoliberiste e di austerità, svuotate della capacità di immaginare il
proprio futuro. Vogliamo costruire un’alternativa di società, pensata da donne e uomini,
fatta di pace e giustizia sociale e ambientale, unici veri antidoti per fermare le destre e
l’antipolitica, il terrore di Daesh, i cambiamenti climatici. Serve una netta discontinuità con
il recente passato di sconfitte e testimonianza, per metterci in sintonia con le sinistre
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europee che indicano un’alternativa di lotta e speranza. Dobbiamo metterci in connessione
con il nostro popolo, con i suoi desideri e le sue paure, con le centinaia di esperienze
territoriali e innovative che stanno già cambiando l’Italia, spesso lontani dalla politica.
Bisognerà cambiare molto: redistribuire le ricchezze e abbattere le diseguaglianze sociali
e di genere, costruire un nuovo welfare e eliminare la precarietà, restituendo dignità al
mondo del lavoro. È ora di cambiare il modo in cui si produce e quello in cui si consuma, il
modo in cui si fa scuola e formazione, le politiche per accogliere. Intendiamo difendere la
Costituzione e i suoi valori, per difendere la democrazia.
Il governo Renzi e il Pd vanno in una direzione diametralmente opposta e ci raccontano
che non c’è un’alternativa. Per noi invece non solo un’alternativa è possibile ma è
necessaria ed è basata sui diritti, sull’uguaglianza, sui beni comuni.
Dobbiamo organizzarci. Organizzare innanzitutto la parte che più ha subito gli effetti della
crisi, chi ha voglia e bisogno di riscatto, di cambiamento, chi non crede più alla politica;
lottando tanto nelle istituzioni quanto nella società. Una forza politica, non un cartello
elettorale, che si candidi a governare il paese per cambiarlo e che lo faccia con un profilo
credibile, in competizione con tutti gli altri poli esistenti.
Partecipa
Probabilmente ti starai facendo alcune domande: «come funzionerà il nuovo soggetto?»,
«come si chiamerà?», «quale sarà il suo programma?», «è possibile innovare la forma
partito?», «chi sarà il suo o la sua leader?», «c’è davvero bisogno di un leader? E, se sì,
come verrà scelto?». A queste e tante altre domande la risposta è semplice e per questo
rivoluzionaria: lo decideremo insieme.
Partecipiamo a questo percorso come persone, “una testa un voto”, riconoscendogli piena
sovranità. Abbiamo bisogno di una sinistra di tutti e di tutte: non un percorso pattizio, ma
una nuova forza politica che nasca dalla partecipazione diretta di migliaia di persone.
Cambiamo la politica, innoviamo le forme della democrazia, diamo la parola ai cittadini,
attraverso una piattaforma digitale per il confronto, la codecisione, la cooperazione e
l’azione. Ma non basta: serve restituire protagonismo alla vita dei territori attraverso una
campagna di ascolto con assemblee per connettere percorsi e conflitti, scrivere
collettivamente il nostro programma, la nostra idea di società, la strada per il
cambiamento.
Invitiamo tutti e tutte a partecipare, a rimescolare ogni appartenenza, a mettersi a
disposizione, fino allo scioglimento delle forze organizzate, sapendo che solo un cammino
realmente inclusivo può essere la strada per coinvolgere i tanti che purtroppo sono scettici
e disillusi. Sarà importante l’impegno dei rappresentanti istituzionali a tutti i livelli a mettersi
al servizio del processo, agendo da terminale sociale. Non vogliamo raccogliere solo le
istanze dei singoli, ma anche quelle di tutte le esperienze collettive, le reti sociali, le forze
sindacali, l’associazionismo diffuso, i movimenti, che in questi anni hanno elaborato e
realizzato proposte concrete ed efficaci.
Non siamo i proprietari di questo percorso, e questo documento non ne vuole determinare
gli esiti: proponiamo un obiettivo (costruire un nuovo soggetto di alternativa), un metodo
(un cammino fatto di assemblee territoriali e di una piattaforma digitale, adesione
individuale, piena sovranità), una data di partenza. Da quella data in poi, sarà chi deciderà
di partecipare a indicare la rotta. Cominciamo un viaggio che sappia cambiare noi stessi e
il mondo che ci circonda. Mettiamoci in cammino.
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RAZZISMO E IMMIGRAZIONE
del 22/12/15, pag. 7
Il bonus da 500 euro solo ai 18enni italiani è
discriminazione di stato
Legge di stabilità.
Roberto Ciccarelli
Nella sua «eNews» di Natale al partito Democratico Matteo Renzi respinge l’accusa del
movimento 5 Stelle: la legge di stabilità non è fatta di «marchette»: «Chi lo dice ha
nostalgia del passato» sostiene. Scambi ispirati al lessico della prostituzione. A quanto
pare, per Renzi, «in passato» c’è stato spazio per tali pratiche in parlamento. Per i Cinque
Stelle o Brunetta di Forza Italia è quello che accade oggi. Dibattito altissimo.
Una manovra fatta di «bonus» e «mance»: questa è l’accusa del Corriere della Sera,
domenica scorsa ci ha fatto l’apertura del giornale. Macché, Renzi nega tutto. A Sergio
Rizzo, e Dario Di Vico, che hanno firmato gli attacchi a Palazzo Chigi e al Mef di Padoan
risponde: «Hanno nostalgia del malus». Battute criptiche a misura di tweet che non fanno
ridere
Discriminazione all’italiana
Dal dibattito — si fa per dire - manca una riflessione sul senso di una misura simbolica per
il renzismo: quella dei 500 euro riservata ai 18enni italiani e stranieri provenienti da un
paese dell’Unione europea, ma non ai loro coetanei figli di genitori extra-comunitari nati in
Italia, gli italiani di seconda generazione, e di tutti gli altri ragazzi che frequentano le
scuole.
Una «leggina razziale» è stata definita da Andrea Maestri (Alternativa Libera-Possibile) la
mancia elettorale (in primavera si vota) riservata agli italiani e non a chi non ha la
cittadinanza. Queste persone non votano, dunque non contano per il mercato della
politica. «Discriminazione di stato», una «misura anti-costituzionale», «non il segno
migliore per un’integrazione». «Sul piano culturale è un segnale bruttissimo» ha detto
Nunzio Galantino, segretario generale della Cei.
Il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (Pd) si è reso
conto dell’autogol da brividi del governo ma ha escluso per il momento un ripensamento al
Senato. Non sembra esserci spazio tra gli 839 emendamenti da spulciare in un giorno in
commissione Bilancio. La legge di stabilità sarà approvata entro il 23. Per rimediare alla
mancetta razziale si punta, forse, sul milleproroghe. La ministra per i rapporti con il
parlamento Maria Elena Boschi ha ammesso il problema: si vedrà cosa fare.Al momento ci
sono poche idee, molto confuse, e nessuna soluzione. I 500 euro non sono stati estesi a
tutti i 18enni perché il Pd non ha voluto irritare le opposizioni. Questo emerge dai
retroscena parlamentari.
Ius soli all’italiana
La discriminazione di stato, anche un po’ razzista, si inserisce in un dispositivo più ampio
visto all’opera negli imbarazzi e nell’esclusione praticate dalla legge sulla cittadinanza, il
cosiddetto ius soli all’italiana. Un compromesso al ribasso, è stato definito il testo. Le
associazioni degli italiani di seconda generazione (si stima siano 500 mila), avrebbero
voluto eliminare l’obbligo per uno dei due geni-tori di pos-se-dere la carta di sog-giorno. Si
tratta di un docu-mento dif-fi-cile da otte-nere. La pubblica amministrazione può far valere
un potere discrezionale assoluto sul soggetto che chiede il riconoscimento di un suo
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diritto: chi nasce in Italia — o è arrivato in questo paese in tenera età o in età scolare– è
italiano.
Nella legge sullo ius soli esiste un’altra norma discriminatoria basata sul censo e la
proprietà. Il criterio del reddito che introduce una discriminazione di censo nell’accesso
alla cittadinanza: non deve essere inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale (448
euro per 13 men-si-lità), devono vivere in una casa che risponda ai requisiti di idoneità
previsti per legge (anche igienico sanitari) e anche superare un test di conoscenza della
lingua e della cultura italiana. In più, i genitori devono essere “non pericolosi per l’ordine
pubblico o la sicurezza dello Stato”. Chi è povero, chi è figlio di un lavoratore in nero, chi
vive in emergenza abitativa, o in un’occupazione abitativa, o chi è figlio di persone che
hanno avuto a che fare con la giustizia vivrà in una cittadinanza condizionata.
Chi va a scuola e nel 2016 compirà 18 anni subirà un’altra discriminazione, questa volta in
prima persona: non avrà i 500 euro di Renzi.
Reddito di base, perché no?
Nella politica renziana del consenso, fondata su bonus e mance, vige la legge dei 500
euro per la “cultura”. Tanto avranno gli insegnanti dei 18enni italiani per andare (insieme?)
al cinema o al museo. L’Anief ha fatto notare che sarebbe stato meglio dare questi soldi ai
ragazzi che vogliono iscriversi all’università, considerato il crollo delle immatricolazioni in
atto dall’inizio della crisi.Per gli insegnanti i 500 euro sono una beffa. Rappresentano una
misura sostitutiva del contratto di categoria fermo dal 2009. Il governo intende aumentarlo
di pochi euro e preferisce mettere i soldi fuori busta paga. L’intento è svuotare il contratto
e i suoi diritti, preferendo l’erogazione diretta ai singoli.
Il populismo di questa misura è evidente. In più c’è una novità: il governo vincola la spesa
di queste risorse a un mercato (teatro, libri, cinema), cancellando l’autonomia del
beneficiario che potrebbe usarle per la sua formazione, ma anche per altre esigenze vitali
per la sua esistenza (il mutuo, le spese per l’asilo dei figli ecc). Le risorse erogate con il
contratto lo permetterebbero. La politica dei bonus renziani no.
Nell’erogazione a pioggia di risorse, per fini legati a una «lotta contro il terrorismo» (il
bonus Irpef da 80 euro andranno alle forze dell’ordine), il governo in realtà sta
rispondendo come peggio non potrebbe a un’esigenza urgente: il reddito minimo per gli
studenti, legato alle esigenze di studio o di formazione. Si tratta di una misura esistenti in
molti paesi, richiesta dalle organizzazioni studentesche peraltro, ridotta a un
provvedimento a sostegno dei «consumi culturali», cioè ai gestori dei cinema, ai
distributori di spettacoli o agli editori in crisi di vendita.
Mai, invece, considerare i ragazzi — come gli adulti — soggetti di diritto meritevoli di un
sostegno universale: per lo studio, contro la precarietà o la disoccupazione, vale a dire i
principali motivi per cui si erogano garanzie di questo tipo. Per Renzi questi sono «bonus»,
non diritti. Chi la pensa diversamente, pensa «malus».
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WELFARE E SOCIETA’
del 22/12/15, pag. 18
Le classifiche del Sole 24 Ore. Nelle sei macro-aree analizzate si
confermano vincenti i centri medio-piccoli del Centro e del Nord Bolzano leader
Qualità della vita, l’Italia resta divisa
Gli effetti della crisi economica e dell’illegalità diffusa minano la percezione dei cittadini
«A Bolzano c’è tutto, manca solo il mare». È stato questo, “a caldo”, il commento della
“medaglia d’oro” mondiale di tuffi, Tania Cagnotto, verso un’altra medaglia d’oro, ovvero la
sua città, Bolzano, che il 1° posto sul podio lo conquista per “qualità della vita 2015”,
secondo la consueta indagine pubblicata ieri da Il Sole 24Ore.
Una classifica che conferma, come l’anno scorso, un’Italia tagliata in due, con un Nord in
testa e un Meridione ancora in difficoltà.
Bolzano, in particolare, è la provincia in cui si vive meglio, Reggio Calabria quella in cui si
sta peggio. Milano si classifica seconda, mentre la capitale, Roma, cede 4 posizioni,
scivolando al 16° posto, rispetto a sei aree tematiche (Servizi/Ambiente/Salute,
Popolazione, Ordine pubblico, Tempo libero, Tenore di vita, Affari e lavoro) per un totale di
36 indicatori.
«Qualità dei servizi porta a qualità di vita, e qui abbiamo una lunga esperienza di buon
autogoverno e di gestione dell’autonomia a vantaggio della popolazione – ha affermato il
presidente della Provincia di Bolzano, Arno Kompatscher –. Gli interventi a favore
dell’economia hanno portato la disoccupazione sotto il 4%, tornando ai livelli pre-crisi.
Senza far mancare il nostro contributo al risanamento del debito pubblico».
«Reggio Calabria ultima non è certo una novità e i dati della classifica sono talmente
inconfutabili che ci mettono di fronte a grosse responsabilità governative a vario livello –
ha detto il presidente della Provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Raffa –. Ma è
impossibile riprenderci se le Istituzioni non ci aiutano, e non intendo assistenzialismo, ma
risposte certe e rapide, ad esempio, sui tempi lunghi per lo stato di emergenza dopo
l’alluvione, che ha colpito per lo più la Locride, o l’iter per la creazione della Zona
economica speciale al porto di Gioia Tauro».
L.Ca.
del 22/12/15, pag. 31
Perché a Milano si vive meglio
Giovani, creatività e tanti progetti Così la città scala la classifica e si
allinea alle grandi d’Europa «C’è una nuova coesione sociale»
Milano che torna a fare Milano e scala le classifiche della qualità della vita non è una
notizia, è una conferma. Da mesi l’indicatore più sensibile della vivibilità, cioè il tam tam
popolare, batte su un tasto che rischia di diventare monotono e ripetitivo: la città ha
ritrovato l’appeal dei giorni migliori, è una piattaforma di opportunità, nelle università si
parla inglese, con i grattacieli e i progetti innovativi è cambiata la rete della mobilità, l’Expo
ha portato qui il mondo e gli sceicchi fanno shopping immobiliare come nella Londra degli
anni Novanta. Ma l’indagine del Sole 24 Ore con il classico borsino di chi sale e di chi
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scende fotografa un altro passaggio, quello del valore prodotto, la vera ricchezza di
Milano, che viene così catapultata al top, appena dietro l’irraggiungibile Bolzano: la
macchina della crescita oggi spinge il Pil alla pari delle città faro d’Europa, come
Amsterdam, Monaco, Manchester e Rotterdam, delineando un futuro prossimo da glocal
city , in grado di stare nella scia delle prime dieci capitali del mondo. «È così», conferma il
presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca, che ha visto lungo tre anni fa, quando ha
allineato i motori per far ripartire il carro della ripresa. «Questo risultato è il frutto di
un’azione diuturna che ha liberato energie positive per la città. Le qualità prima disperse in
tante isole si sono combinate intorno a un campo magnetico, le pulsioni di Milano sono
diventate un’unica forza trainante alla quale Expo ha dato il colpo di reni».
Un miracolo senza scope volanti, che Rocca chiama voglia di futuro e Carlo Ratti,
l’architetto del Mit chiamato a progettare il Talent Garden, uno spazio di sperimentazione e
sviluppo per start up e professioni del futuro a quattro fermate dal Duomo, vicino alla
fondazione Prada, definisce «capacità di vivere al meglio il proprio tempo». A fare lo stile è
la civitas, spiega, «la voglia di esserci, di uscire, di prendersi cura». Milano è questo oggi,
«molto più bella di come l’ho lasciata da questore tre anni fa», ammette il neoprefetto
Alessandro Marangoni, che si sente «felice e orgoglioso di esserci», come Roberto
Snaidero, presidente di Federlegno, che da friulano respira qui, purtroppo con l’aria
inquinata, il profumo del mondo. «A ogni Salone del mobile si avverte un’accelerazione,
una crescita. Milano oggi offre tutto, ti fa sentire al centro della modernità». Fattore Expo,
attrattività universitaria, ricerca scientifica, alta qualità medica e ospedaliera, volontariato
efficiente, solidità ritrovata: si cresce anche per questo. Ma la spinta più forte, avverte il
sociologo Aldo Bonomi, l’hanno data in questi anni le tracce di una nuova coesione
sociale. «La Milano smarrita di fine secolo che sventolava la paura e si distingueva nelle
divisioni ha abbattuto i vecchi muri, al posto della divisione oggi c’è la condivisione,
esercitata dai nuovi soggetti sociali che sono i giovani, i creativi, le imprese innovative».
Attività commerciali e servizi avanzati per le imprese hanno cambiato la geografia urbana
insieme ai nuovi negozi, ai sushi bar, al rito della Darsena. E poi ci sono le new entry:
grandi banche (a Garibaldi Repubblica) assicurazioni (Generali e Allianz nella nascente
City life), gigantesche città commerciali (in arrivo a Segrate).
L’indagine del Sole allarga lo sguardo sul mix vincente di un’area da sette milioni di
abitanti che da sola potrebbe trainare davvero tutto il Paese, con il distretto Monza Brianza
che svetta per efficienza e fatturati. «Qui il settore manufatturiero ha superato la crisi con
la fatica e il saper fare», spiega Renato Mattioni, segretario della Camera di commercio.
Odore di segatura, globalizzazione, design e qualità: la ricetta è questa. Un combinato
disposto che ha funzionato perché Milano si è data un ruolo, ha ritrovato la sua leadership
civica ed economica, «mentre il traguardo di Expo distraeva la politica e la burocrazia»,
maligna qualcuno. Rocca, dopo aver spinto il masso in salita come Sisifo, quando pochi
erano disposti a farlo, lancia però un allarme. «Vedo un pericoloso adagiarsi sugli allori. Il
dopo Expo è uno scandalo. Nessuno sa che cosa fare. Non c’è un piano strategico. Se la
politica non sta all’altezza di quel che sta facendo la società civile rischiamo di perdere il
vantaggio competitivo». Ci sono ancora dei compiti da fare se si vuole restare al top.
Giangiacomo Schiavi
del 22/12/15, pag. 7
Il referendum picconato nella notte
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Pubblico/Privato. Pur di approvare la seconda legge in pochi mesi, il Pd
stralcia un terzo degli articoli per fare in fretta. Opposizioni compatte:
uno scandalo. "Lo stralcio è la riprova che il vero obiettivo è annullare il
referendum per la sanità pubblica - accusano Fattori e Sarti di Toscana
a Sinistra - e mantenere i tagli ai posti letto e al personale,
concentrando il potere e regalando la sanità ai privati".
Riccardo Chiari
FIRENZE
Addio referendum sulla sanità toscana? La risposta definitiva arriverà dal Collegio di
garanzia statutaria, chiamato a deliberare sulla richiesta fatta da 55mila cittadini, coinvolti
dal “Comitato per la sanità pubblica”, per l’abrogazione della legge regionale 28/15. Ma
certo l’approvazione di una seconda legge di riordino — in meno di un anno — riduce
parecchio le possibilità di una consultazione.
Ad esserne convinte sono ad esempio tutte le opposizioni al Pd nell’assemblea toscana.
Arrabbiate, a dir poco, di fronte alla decisione di mettere ai voti, alle due del mattino di
domenica, non la proposta di legge completa dei suoi 150 articoli, ma solo una parte di
essa. “Il Pd si è automutilato e si è ‘autocangurato’ la propria legge di controriforma
sanitaria – tirano le somme Tommaso Fattori e Paolo Sarti di Toscana a Sinistra —
buttandone un terzo nel cestino. Lo stralcio di 56 articoli della legge è la riprova finale che
il vero obiettivo di Renzi e Rossi è quello di annullare il referendum e mantenere i tagli ai
posti letto e al personale sanitario, concentrando il potere decisionale nelle mani di pochi,
e regalando la sanità ai privati”.
La giunta guidata da Enrico Rossi, e i 25 consiglieri piddini che hanno approvato la nuova,
parziale normativa, ribattono che lo stralcio di 56 articoli si è reso necessario per
l’ostruzionismo delle opposizioni. Di qui la prova di forza – anche delle regole assembleari
— arrivata dopo una seduta fiume del Consiglio regionale, proseguita per quattro
consecutivi giorni e due notti, e immortalata sul web da foto e filmati che ritraggono
consiglieri addormentati o in procinto di cedere.
L’esigenza di approvare il bilancio previsionale 2016 della Regione ha fatto il resto. Anche
se la linea di condotta del Pd continuerà a far discutere a lungo: “Nessuna opposizione
aveva fatto ostruzionismo finora – attaccano Fattori e Sarti — tutti gli emendamenti
presentati erano pertinenti al contenuto della legge. Abbiamo animato un dibattito serio, e
ora ci troviamo di fronte alla volontà del Pd di non far esprimere ai toscani la loro opinione
sulla riforma più importante della legislatura”.
La ricostruzione fatta da Toscana a Sinistra, ma anche dal M5S e dalle altre forze politiche
in consiglio, è corroborata dal fatto che a restare fuori dall’approvazione sono gli articoli in
cui si prevedeva il riordino di vari organismi, già regolamentati dalla vecchia legge
sanitaria 40/05. Mentre è stato dato il via libera a quella parte della normativa legata a filo
doppio alla legge 28/15 dello scorso marzo, proprio quella su cui si erano appuntate le
critiche del comitato referendario.
Anche le scansioni ristrettissime dei tempi portano alla stessa conclusione. Erano stati
concessi solo cinque giorni ai rappresentanti degli operatori sanitari e dei cittadini per
presentare proposte, da inviare solo via e-mail; sei giorni ai gruppi consiliari per gli
emendamenti; infine il parere della commissione doveva arrivare entro l’11 dicembre, per
portare in aula il pdl nella seduta del 15 dicembre. Espliciti i Cinque Stelle: “Questa riforma
nasce da due obiettivi che niente hanno a che vedere con la qualità del servizio sanitario:
boicottare il referendum, e prepararsi al taglio delle risorse. Basta leggere il bilancio
previsionale 2016: alla ‘Tutela della Salute’ sono stati tolti 353 milioni rispetto all’anno
precedente. Mai visto un servizio migliorare con 350 milioni in meno”. Sulla stessa linea,
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ed è una notizia, Stefano Mugnai di Forza Italia: “Il comportamento del Pd fa capire bene
quanto gli stia a cuore la sanità, l’unica cosa che sta a cuore è evitare il referendum”.
Per parare il colpo, la renzianissima assessora alla sanità Stefania Saccardi si è fatta
intervistare anche dal Tg3 toscano: “La parte fondamentale della riforma era negli articoli
che abbiamo approvato, il resto può essere votato a gennaio. E nessuno ha bloccato il
referendum, il collegio di garanzia valuterà. Altrimenti si potranno raccogliere di nuovo le
firme e chiedere un nuovo referendum”. Intanto la nuova legge, con le tre maxi Asl, le 25
zone distretto per i servizi socio-sanitari, i tagli ai posti letto e al personale che non avrà il
turnover, entrerà in vigore il primo gennaio: “Con la mortificazione del sistema sanitario
regionale – chiudono Sarti e Fattori — e l’apertura ai privati, che coprirà gli spazi da cui il
pubblico si sta ritirando”.
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DIRITTI CIVILI E LAICITA’
del 22/12/15, pag. 6
«Dominique Velati suicida in Svizzera,
l’abbiamo aiutata noi»
Sos Eutanasia. L’autodenuncia di Marco Cappato e dei suoi compagni
che fondano un’associazione per aiutare anche altri malati terminali ad
ottenere il suicidio assistito
Eleonora Martini
ROMA
Come trent’anni fa, quando per combattere meglio la battaglia in favore della
legalizzazione dell’aborto si iscrisse al Partito Radicale, Dominique Velati ha scelto di
nuovo la strada della «libertà». Lo ha spiegato lei stessa, infermiera 59enne di
Borgomanero (Novara), radicale dal 1986, in un video di commiato realizzato il 13
dicembre scorso, il giorno prima di partire in treno verso la Svizzera dove ha ottenuto il
suicidio assistito ed è deceduta nel pomeriggio del 16 dicembre, in una clinica nei pressi di
Zurigo.
Il viaggio di sola andata per Berna, dove Velati, malata terminale di cancro, ha avuto i
primi colloqui con i medici dell’associazione elvetica Dignitas che l’ha poi accompagnata
fino alla morte, le è stato pagato da Marco Cappato e dai suoi compagni di una vita che
hanno voluto con questo gesto — di cui si sono autodenunciati ieri, prima pubblicamente e
poi presso il comando centrale dei carabinieri di Roma — aggravare la loro posizione
penale per un atto di disobbedienza civile senza precedenti.
«Se non verremo fermati presteremo, tramite l’associazione “Sos Eutanasia” che abbiamo
fondato e di cui sono il responsabile legale, lo stesso tipo di aiuto sempre più organizzato
a tutti coloro che ce lo chiederanno», ha annunciato Cappato in conferenza stampa con
Mina Welby, «mia associata a delinquere o a far rispettare la Costituzione», e la
Segretaria dell’Associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo.
Un’altra battaglia, questa dei Radicali, che Dominique Velati sperava servisse almeno a far
discutere e riflettere. E invece la ministra della Salute ha risposto battendo sul solito tasto,
seguendo la stessa litania cantata all’unisono con il Movimento per la Vita Italiano:
«Bisognerebbe aiutare queste persone a vivere — ha risposto Beatrice Lorenzin — e a
trovare nella vita, anche nella malattia, la propria dignità, la speranza».
«La nostra azione di disobbedienza civile proseguirà fino a quando il Parlamento italiano
non calendarizzerà la proposta di legge di iniziativa popolare, corredata da 67 mila firme,
depositata a settembre 2013 e da allora mai discussa, nemmeno in una Commissione, in
violazione dell’art. 71 della Costituzione», ha spiegato Cappato. Il consigliere comunale di
Milano e gli altri radicali rischiano molto, perché in Italia chi «agevola in qualsiasi modo» il
suicidio è punito con la reclusione da 5 a 12 anni (art. 580 del Codice Penale).
Eppure, non tutti i «suicidi» sono uguali, come non sono uguali di fronte alla legge tutti i
malati terminali: il presidente di Radicali italiani, Cappato, e Mina Welby spiegano infatti la
differenza tra chi, come Dominique Velati, ha «voluto evitare che il suo cancro le portasse
via la serenità di una morte dignitosa» ma per trovarla è stata costretta ad andare
all’estero, e chi, come per esempio Piero Welby, il 20 dicembre 2006 riuscì finalmente a
portare a termine la sua battaglia personale e politica contro l’accanimento terapeutico e
morì nel proprio letto facendo spegnere il respiratore che lo teneva in vita. Senza alcuna
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conseguenza penale per il medico Mario Riccio, la famiglia e i compagni radicali
dell’Associazione Coscioni che lo assistettero, malgrado una lunga inchiesta della
magistratura.
«Dominique non aveva problemi economici, ha pagato di tasca propria i 12 mila euro
necessari per ottenere l’assistenza al suicidio in Svizzera — racconta ancora Cappato —
ma sono decine le persone che ci chiedono aiuto, anche finanziario».
“Sos Eutanasia” nasce anche per questo, per colmare con coraggio un vuoto. Da anni
infatti Exit Italia fornisce informazioni e consigli, ma nulla di più, a decine di cittadini italiani
che cercano la “dolce morte” nel paese elvetico. «Si rivolgono a noi circa 70 persone al
mese, con un trend in crescita da marzo 2015 in media di 1,4 in più ogni giorno, e sono
circa 25 gli italiani che da marzo ad oggi hanno ottenuto l’assistenza al suicidio» nel nuovo
centro in Canton Ticino, riferisce il presidente di Exit Italia Enrico Coveri.
Per questi cittadini — di cui «solo l’8% si rivelano malati di depressione cronica» — “Sos
Eutanasia” «raccoglierà pubblicamente fondi e li aiuterà economicamente per le spese di
viaggio: un atto simbolico che si configura come reato. Mi auguro — conclude Cappato —
che sia il Parlamento a interrompere la nostra azione o, in caso contrario, spero che
potremo difendere davanti al giudice il principio della libertà individuale e del diritto
all’autodeterminazione». E se nulla di tutto ciò accadesse, «presenteremo
un’interrogazione parlamentare — ha annunciato Rita Bernardini — per chiedere
spiegazioni pure sul comportamento e la mancata azione delle forze dell’ordine».
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BENI COMUNI/AMBIENTE
del 22/12/15, pag. 12
Smog, è allarme in tutta Italia
Resta il bel tempo, il livello di polveri rimarrà doppio o triplo rispetto ai
limiti di legge Il governo stanzia cinque milioni, ma per Regioni e
Comuni non sono sufficienti
Roberto Giovannini
È più che mai emergenza inquinamento nelle grandi metropoli italiane. I meteorologi e gli
scienziati confermano che anche nei prossimi giorni il tempo sarà bello: niente venti ,
niente piogge e temperature miti, con rischio di nebbie e strati nuvolosi bassi. Gli
inquinanti prodotti dal trasporto, dal riscaldamento e dall’attività economica non si
disperderanno, e come chiarisce Nicola Pirrone, direttore dell’Istituto sull’inquinamento
atmosferico del Cnr, ci sarà quella «cappa grigia» fatta essenzialmente da polveri sottili
pericolosa per la salute, con livelli attesi (specie in Val Padana) doppi o tripli rispetto ai
limiti di legge ed europei.
Superare questi limiti significa letteralmente mettere a repentaglio la salute presente e
futura dei cittadini; ma apparentemente nessuno ha il coraggio di affrontare radicalmente il
problema, che è drammatico. Del resto, anche le misure straordinarie adottate - come i
blocchi del traffico o le «targhe alterne» - danno fastidio a tanti; compresi coloro che un
giorno magari si ammaleranno per aver respirato le polveri nell’aria. Ieri, al termine di una
riunione organizzata dai ministri della Salute, Beatrice Lorenzin, e dell’Ambiente, Gian
Luca Galletti si è deciso di sostenere queste misure di Regioni e Comuni con un fondo di 5
milioni di euro. Troppo pochi soldi? «Se necessario il fondo sarà certamente rifinanziato»,
chiarisce il ministro Galletti. Verranno utilizzati per sostenere i Comuni nello sforzo
economico che stanno affrontando. Ad esempio, per compensare i mancati introiti delle
aziende del trasporto pubblico, laddove si è deciso la gratuità o sconti per favorire l’uso dei
mezzi pubblici. «Ho già parlato col Presidente dell’Anci Piero Fassino - conclude Galletti in tempi brevi faremo il regolamento ed erogheremo le risorse».
del 22/12/15, pag. 11
Energia. Prime ipotesi sugli effetti che potrà avere un emendamento del
Governo alla legge di Stabilità
Perforazioni in mare, nove giacimenti a
rischio
Potrebbero essere almeno 9 i giacimenti nazionali di petrolio e gas cui l’Italia dovrà
rinunciare per aumentare le importazioni da Paesi remoti con petroliere che sfioreranno le
nostre coste. Lo stabilisce l’emendamento “no triv” presentato dal Governo per evitare un
referendum contro l’uso delle risorse del sottosuolo italiano.
L’emendamento è uno dei moltissimi inseriti nella Legge di Stabilità e dice che vengono
sospesi tutti gli iter di autorizzazione in corso per la ricerca o lo sfruttamento dei giacimenti
in mare entro le 12 miglia dalla spiaggia (19,3 chilometri). Su terraferma viene sopresso
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l’obbligo del piano di valutazione ambientale strategica, quello che prevede un dibattito
pubblico con le popolazioni interessate, piano che avrebbe proiettato l’Italia in avanguardia
in Europa dal punto di vista ambientale. Per l’autorizzazione allo sfruttamento di nuovi
giacimenti servirà il parere della Regione interessata, senza il quale la procedura di
autorizzazione resterà congelata.
In altre parole verranno sospesi molti dei 27 iter di autorizzazione in corso che aspettano il
via libera finale del ministero dello Sviluppo economico. Molti degli iter hanno passato la
Valutazione d’impatto ambientale e hanno superato gli scogli delle sospensive che i
comitati contrari alle attività petrolifere nazionali avevano chiesto (e perso) al Tar contro il
via libera del ministero dell’Ambiente.
Quali conseguenze potrà avere sulle 106 piattaforme italiane presenti da decenni nei
nostri mari, di cui gran parte in Adriatico?
Sicuramente sfumano i progetti Elsa della Petroceltic e Ombrina della Rockhopper, i due
progetti più avanzati. Fra le grandi compagnie, salterà un grande progetto ancora
embrionale, e non ancora formalizzato, della Shell nel Golfo di Taranto, sotto il quale ci
sarebbero riserve assai ingenti.
Non sfumano i progetti più rilevanti delle due maggiori compagnie italiane, l’Eni e l’Edison,
nel Canale di Sicilia e in Adriatico. Ma le due compagnie sono toccate dalla norma per
progetti minori oppure dovranno adeguare i perimetri interessati dalle attività perché
segmenti delle aree petrolifere ricadono nelle zone che saranno vietate.
Ai rischi dovuti all’aumento delle importazioni in petroliera non dovrebbero per fortuna
aggiungersi quelli per la sicurezza degli impianti, com’era avvenuto invece con un
provvedimento simile che anni fa aveva bloccato anche i lavori ambientali e di
manutenzione.
Lo stop potrebbe essere preso da qualche compagnia come pretesto per giustificare la
voglia di abbandonare gli investimenti nella riottosa Italia.
La vicenda prende le mosse dai comitati no triv, che si oppongono alle attività petrolifere in
Italia temendo danni ambientali o economici. Dieci Regioni ad alta suscettibilità (Abruzzo,
Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto, ma
non le più perforate d’Italia, Emilia Romagna e Sicilia) hanno chiesto il referendum fermatrivelle, che ha passato il vaglio della Corte di Cassazione e attende quello della Corte
Costituzionale.
Protesta il Coordinamento nazionale no triv, che ha elaborato i quesiti antipetrolio del
referendum. «Un autentico inganno», dice il comitato. Gli emendamenti «ricalcano solo
apparentemente i quesiti referendari» e «dissimulano in modo subdolo il rilancio delle
attività petrolifere». Quindi per i proponenti il referendum resta valido, validissimo.
Nel frattempo la Gran Bretagna ha appena avviato la procedura per 159 nuove licenze su
giacimenti, spinge con forza sulle fonti rinnovabili d’energia a cominciare dall’eolico su
piattaforme in mare e la settimana scorsa ha chiuso definitivamente l’ultima sua miniera di
carbone.
Jacopo Giliberto
del 22/12/15, pag. 21
Nella provincia di Groninga 2.000 scosse per lo sfruttamento di un
giacimento
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Gas, micro-terremoti e case che crollano nelle
terre strappate al mare del Nord
PIETRO DEL RE
DAL NOSTRO INVIATO
GRONINGA.
Un lento, inesorabile cataclisma funesta i polder nel nord dell’Olanda, quelle terre
strappate al mare secoli fa e oggi devastate da una sequela ininterrotta di micro- terremoti.
A provocare la catastrofe è lo sfruttamento di uno dei maggiori giacimenti di gas naturale
del pianeta, nelle viscere della provincia di Groninga. Più gas si estrae, più violente e
numerose si producono le scosse. Certo, non è l’Aquila, poiché ancora non si contano né
morti né feriti, ma i danni di queste infinite scariche sismiche sono incalcolabili.
Percorrendo la regione in auto, dopo aver attraversato sconfinati campi di cipolle e
barbabietole, t’imbatti ovunque in dimore o fienili con pareti puntellate da travi di legno. E
dappertutto incroci uomini che stuccano, ridipingono, abbattono o ricostruiscono là dove il
suolo continua a tremare con angosciante puntualità ogni volta che dal giacimento viene
prelevato del gas. «In alcuni quartieri di cittadine quali Uithuizen o Loppersum sono
danneggiate 9 case su 10, perciò sono sempre più numerosi coloro che vorrebbero
emigrare, ma il prezzo del mattone è crollato e nessuno riesce a vendere», dice John
Lanting, che presiede “Schokkend Groninen”, la più agguerrita delle associazioni locali in
lotta per proteggere le vittime del disastro.
Spaventano le cifre che fornisce Lanting. Nei 9 comuni colpiti, dal 1986 a oggi la terra ha
tremato almeno 2.000 volte, danneggiando circa 50mila edifici, tra cui 24 tra monumenti
storici e splendide chiese di mattoni rossi. «Per consolidarli non basterebbero 2 miliardi di
euro», spiega l’attivista. Il principale colpevole di questa sciagura al rallentatore, accusa
Schokkend Groninen, è la Nam, compagnia olandese del petrolio, di proprietà di Shell e
ExxonMobil, che finché gli è stato possibile ha negato gli effetti collaterali del suo
lucrosissimo business. Si calcola infatti che negli ultimi cinquant’anni il gas di Groninga
abbia fruttato 270 miliardi di euro. Nel 2013, l’estrazione record di 52 miliardi di metri cubi
di gas fu la manna che permise di pareggiare il bilancio dei Paesi Bassi facendo entrare
nelle casse dello Stato 15 miliardi di euro. «E lo sa quanto hanno stanziato per consolidare
le case lesionate? Soltanto 400 milioni di euro, soldi con cui si vorrebbero ammansire la
popolazione regalando pannelli solari. Ma qui si vive nel terrore in attesa di un locale big
one», dice ancora Lanting.
Albert Rodenboog, sindaco di Loppersum, racconta che nel 2003 anche la Nam riconobbe
un nesso tra l’estrazione e l’attività sismica a Groninga. «Ma il punto di svolta fu
nell’agosto 2012, quando si verificò un terremoto di magnitudo 3,6 sulla scala Richter, il
più forte mai registrato nella regione, con la popolazione che fu svegliata in piena notte e
si riversò per le strade. Da quel momento, i miei concittadini cominciarono a prendere
coscienza dei rischi che correvano e a chiedere l’intervento delle autorità centrali. L’anno
scorso, quando il ministro dell’economia Henk Kamp è venuto a riferire in comune che
prima di prendere una decisione avrebbe chiesto ulteriori indagini geologiche, l’edificio è
stato assediato da una trentina di trattori e da una folla inferocita ».
La collera degli agricoltori ha ottenuto l’effetto sperato, poiché pochi mesi dopo la Nam ha
smesso di spremere gas vicino a Loppersum. Ma s’è spostata qualche decina di chilometri
più a sud, dove si sono immediatamente prodotti nuovi terremoti. Ora, gli scienziati si sono
accorti che con il passare degli anni intorno a Groninga la terra trema sempre più
violentemente, fino a modificare la geografia del luogo. Gli stessi geologi sostengono che
se domani dovessero smettere di succhiare gas, il sottosuolo del luogo è così malmesso
che comunque si produrrebbero terremoti per altri vent’anni. L’ultimo sisma, il 13
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settembre scorso, è stato di magnitudo 3,1, ma l’hanno sentito tutti, anche perché le
scosse prodotte dal cedimento del terreno per estrazione di gas sono molto più vicine a
noi, ad appena 1 chilometro dalla superficie, rispetto a quelle dell’attività tellurica che
nascono anche a 100 chilometri di profondità.
Dice ancora l’attivista Lanting: «Anche se siamo pochi e male organizzati, e combattiamo
contro il 95 per cento dei deputati olandesi che intende continuare a sfruttare il giacimento,
e contro la Nam che è protetta dai giganti del petrolio, nel 2014 l’Aia ha decretato una
progressiva chiusura del giacimento di Groninga ». Ma ci vorranno anni, se non decenni
prima che ciò avvenga in modo definitivo. Anche perché nei Paesi Bassi 7 milioni di case
dipendono da quel gas e perché la Nam ne esporta ancora parecchio. È quindi verosimile
che i polder del nord dell’Olanda tremeranno ancora a lungo.
del 22/12/15, pag. 6
Non fu terrorismo, assolti i No Tav
Torino. Confermate in appello le altre accuse
Marco Vittone
TORINO
Il terrorismo non c’entra nulla con i No Tav. Lo hanno ribadito i giudici della Corte d’assise
d’appello di Torino assolvendo dall’imputazione di terrorismo i quattro attivisti No Tav che
nel maggio 2013 parteciparono all’attacco al cantiere della Torino-Lione di Chiomonte, in
Val di Susa. La Corte ha confermato la pena di 3 anni e 6 mesi, comminata in primo
grado, nei confronti di Claudio Alberto, Niccolò Blasi, Chiara Zenobi e Mattia Zanotti, per i
reati di danneggiamento, fabbricazione e trasporto di armi e resistenza a pubblico ufficiale.
A sostenere l’accusa di terrorismo in secondo grado è stato il procuratore generale
Marcello Maddalena, al suo ultimo processo, che per i quattro aveva chiesto una
condanna a 9 anni e 6 mesi, rilanciando l’ipotesi avanzata in primo grado dai pm Padalino
e Rinaudo e già scartata dal tribunale di primo grado. Nella mattinata il pg aveva
sottolineato che «il sabotaggio è considerato terrorismo dalla legge» rievocando la storia
del «traliccio di Segrate dove trovò la morte Giangiacomo Feltrinelli». Nel 1979, ha
ricordato il pg, «le Brigate Rosse lessero un comunicato, durante un processo, in cui
spiegavano che Osvaldo (riferendosi a Feltrinelli, ndr) non era una vittima, ma un
rivoluzionario caduto combattendo in una operazione di sabotaggio».
Il processo ha riguardato l’assalto avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 maggio 2013: un
gruppo di persone incappucciate prese di mira il cantiere con un fitto lancio di petardi e
oggetti. Quella sera fu incendiato un generatore. La procura di Torino ipotizzò l’accusa di
attentato con finalità di terrorismo. E a dicembre finirono in carcere i 4 No Tav di area
anarchica, sottoposti per un anno a un regime detentivo di massima sicurezza e ora ai
domiciliari. Ieri sono usciti dall’aula bunker delle Vallette fra abbracci e applausi dei
numerosi No Tav presenti.
L’avvocato della difesa Claudio Novaro, ha commentato: «Per la quinta volta un’autorità
giudiziaria ci ha dato ragione, affermando che il teorema terrorismo non c’entra con i fatti
in questione. E’ forse ora che la Procura di Torino cominci a porsi domande». Secondo
Alberto Perino, leader storico del movimento, «ha vinto la Maddalena Libera Repubblica e
non Maddalena che pensava fossimo ’terroristi’, la procura si è voluta intestardire ed è
stata sconfitta un’altra volta, facendo sprecare soldi e tempo ai cittadini».
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Ieri, l’Autorità garante della concorrenza ha invece sancito «l’incompatibilità post-carica» di
Mario Virano, già Commissario straordinario del governo per la Tav Torino-Lione, in
relazione al suo incarico di direttore generale di Telt.
del 22/12/15, pag. 6
Si chiuda la stagione della repressione
Movimenti. Dalla magistratura torinese una prova di incomprensibile
accanimento accusatorio. Ora si volti pagina
Livio Pepino
Anche la Corte d’assise d’appello di Torino ha, infine, detto l’ovvio: che l’incendio di un
compressore nel cantiere del Tav della Maddalena di Chiomonte (a seguito di un’azione
dichiaratamente finalizzata solo contro le cose e priva, in concreto, di qualsivoglia effetto
sulle persone) è un reato ma non un attentato con finalità di terrorismo. Lo aveva già detto
la Corte di primo grado, nella sentenza 17 dicembre 2014, usando parole di elementare
buon senso: «Pur senza voler minimizzare i problemi per l’ordine pubblico causati da
queste inaccettabili manifestazioni, non si può non riconoscere che in Val di Susa — e a
fortiori nel resto del Paese — non si viva affatto una situazione di allarme da parte della
popolazione e se il contesto in cui maturò l’azione non era oggettivamente un contesto di
particolare allarme, neppure l’azione posta in essere rivestiva una ’’natura’ tale da essere
idonea a raggiungere la contestata finalità».
E lo aveva confermato la Corte di cassazione con due sentenze emesse in sede di
impugnazione contro misure cautelari, tanto che — nel processo parallelo contro tre altri
imputati — la stessa Procura aveva rinunciato alla contestazione del reato di terrorismo.
Ma, evidentemente, tutto questo ancora non bastava se il Procuratore generale in persona
ha voluto esibirsi in una prova di incomprensibile accanimento accusatorio chiedendo alla
Corte il ribaltamento della sentenza di primo grado.
La speranza, a questo punto, è che si chiuda definitivamente non solo la vicenda
processuale di quattro giovani (costretti a una custodia cautelare in carcere di oltre un
anno in condizioni di sostanziale isolamento) ma anche una stagione di repressione senza
precedenti nei confronti del movimento No Tav.
È una stagione iniziata nel gennaio 2012, con una serie di misure cautelari a pioggia per
fatti di resistenza di sette mesi prima, in cui la magistratura inquirente ha assunto un ruolo
di diretto protagonismo nel contrasto del conflitto sociale e nella tutela dell’ordine pubblico.
Non si è trattato del doveroso esercizio dell’azione penale, ma di un intervento la cui
durezza e sistematicità, lungi dall’essere “obbligate”, sono state determinate da precise
scelte discrezionali.
Nulla, infatti, hanno a che fare con l’obbligatorietà dell’azione penale fenomeni e prassi
come l’attribuzione di una corsia privilegiata ai processi nei confronti di esponenti No Tav,
la coreografia che circonda i relativi dibattimenti (celebrati in un’aula bunker annessa al
carcere costruita per i processi di terrorismo e mafia), l’istituzione presso la Procura di un
pool di sostituti con competenza esclusiva nel settore (solo di recente smantellato),
l’immediato e sollecito perseguimento — in caso di collegamento con l’opposizione al Tav
— anche di reati di minima entità sanzionabili con la sola pena pecuniaria, l’uso massiccio
delle misure cautelari persino nei confronti di incensurati, la dilatazione delle ipotesi di
concorso nel reato fino a costruire una impropria «responsabilità da contesto»,
l’utilizzazione nelle motivazioni di sentenze e ordinanze di espressioni truculente (quasi a
supportare o sostituire i fatti con gli aggettivi), l’omessa considerazione di scriminanti e
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attenuanti pur previste nel sistema (talora addirittura dal codice Rocco), l’accurata
costruzione di un processo a mezzo stampa parallelo a quello formale e via elencando
fino, appunto, all’evocazione dei fantasmi del terrorismo. Queste prassi sono, all’evidenza,
frutto di scelte rispondenti alla concezione — propria dei poteri forti e assai diffusa nella
politica — secondo cui le società si governano in modo centralizzato e autoritario e il
confitto sociale è un elemento di disturbo praticato da «nemici» meritevoli di repressione
esemplare.
Non è stata una bella pagina quella scritta al riguardo dalla magistratura torinese.
Per fortuna alcuni dibattimenti cominciano a riportare i fatti in un alveo di maggior distacco
e attenzione alle garanzie proprio della giurisdizione. Anche ad evitare il verificarsi di
quanto denunciato con riferimento alla situazione francese in un documento dell’11 luglio
2014 del Syndicat de la magistrature: «Oggi come ieri, le azioni collettive (…) provocano
alle cittadine e ai cittadini in lotta un trattamento penale fuori dal normale: fermo di polizia,
test del Dna, comparizione immediata davanti al giudice, una giustizia lampo che produce
carcere. (…) Ricorrere alla criminalizzazione di queste lotte — per di più, troppo spesso
selettiva — vuol dire rendere illegale ogni prospettiva di contestazione e stigmatizzare un
movimento sociale composto da sentinelle che esercitano la libertà di contestare l’ordine
costituito».
L’auspicio che si volti pagina risponde anche a una esigenza di governo razionale della
società e di recupero, da parte della giurisdizione, del ruolo che le è proprio perché —
come ha scritto un maestro come Francesco Palazzo — «un diritto penale che vede
nemici ogni dove rischia di accreditare l’immagine di una società percorsa da una
generalizzata guerra civile, contribuendo così a fomentare una conflittualità, anzi uno
spirito sociale d’inimicizia, che è del tutto contrario alla sua vera missione di
stabilizzazione e pacificazione della società».
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INFORMAZIONE
del 22/12/15, pag. 15
Digital divide. Solo una Pmi su dieci raggiunge un elevato livello di
digitalizzazione
Un terzo delle famiglie non accede al Web
Internet veloce entra sempre di più nelle case degli italiani e nelle imprese: praticamente
due famiglie su tre (il 64,4%) e più di nove aziende su dieci impiegano la banda larga che
avanza grazie alla tecnologia mobile. Ma il digital divide dell’Italia si misura per due ritardi
macroscopici: da un aparte ancora oggi un terzo delle famiglie non ha un accesso al web,
dall’altra scontiamo il fatto che le «competenze digitali» e l’uso efficiente del web sono
ancora merce rara nel nostro Paese.
Appena un’azienda su dieci sotto i 50 dipendenti raggiunge un livello alto o molto alto (il
10,8%) di digitalizzazione dei propri servizi e una su quattro tra quelle con più di 250
dipendenti (il 41,3%). Eppure le e-skills oggi fanno la differenze perché come ha ricordato
ieri il presidente dell’Istat Giorgio Alleva alla presentazione del report «cittadini , imprese e
Ict» non avere competenze digitali è «ormai equivalente a una sorta di esclusione sociale,
e anche dal punto di vista della competitività del paese, è un tema straordinariamente
rilevante per la sua capacità di incidere sulla propensione all'innovazione e la produttività».
Insomma il nodo per l’Italia non sarebbe soltanto infrastrutturale - su questo fronte anzi si
fanno passi avanti e con il piano banda larga del Governo se ne dovrebbero fare ulterioori
- ma soprattutto di educazione all’Ict. «E questa non la si fa solo usando Internet aggiunge Alleva -,ma imparando a fare un uso avanzato di Internet». E così se il 70,7%
delle imprese ha un proprio sito web, solo poco più di un terzo lo usa per offrire servizi più
avanzati come quelli legati alla tracciabilità delle ordinazioni on line o alla
personalizzazione di contenuti e prodotti. Inoltre solo il 12,8% delle imprese permette ai
visitatori del sito di effettuare on line ordinazioni o prenotazioni dei propri prodotti (11,5 nel
2014). Decisi progressi emergono solo per la diffusione della fatturazione elettronica,
diventata obbligatoria nei rapporti con le Pa. Rispetto al 2014, aumentano le imprese che
dichiarano di inviare fatture elettroniche processabili automaticamente (da 5,4% a 15,5%)
e si riducono quelle che effettuano esclusivamente invii cartacei (da 8,2% a 5,7%). Cresce
anche la quota di imprese che inviano fatture elettroniche anche se non in un formato
processabile (da 56,7% a 63,8%).
Ma la digitalizzazione procede a rilento anche dentro le mura di casa. Basti pensare allo
shopping on line che per molti internauti è ancora un tabù. L’Italia è infatti ancora lontana
dagli obiettivi europei 2015 che fissano al 33% la quota di Pmi che hanno effettuato
vendite online nell’anno precedente per almeno l’1% del fatturato totale e al 50% la quota
di popolazione di 16-74 anni che ha fatto acquisti online negli ultimi 12 mesi. Questi due
indicatori oggi sono molto al di sotto per l’Italia: rispettivamente a 6,5% e 26 per cento.
Mar.B.
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SCUOLA, INFANZIA E GIOVANI
del 22/12/15, pag. 23
Buona Scuola, senza stipendio
un nuovo professore su tre
Trentamila docenti non pagati da settembre. Il ministero: troppe
pratiche da smaltire e stanziamenti insufficienti. I sindacati: pioggia di
ricorsi
Giacomo Galeazzi
Trentamila precari non vengono pagati da settembre per intoppi burocratici e fondi
insufficienti. Una situazione a macchia di leopardo tra inefficienze e ritardi a seconda della
zona d’Italia in cui ai 90 mila nuovi prof è capitato di salire in cattedra. Bufera «a geometria
variabile» che si protrae da mesi con condizioni differenziate da una provincia all’altra
finché ieri il governo ha assicurato la «certezza della retribuzione». Lena Gissi, leader
della Cisl Scuola documenta: «Sappiamo di istituti dove i presidi o le segreterie anticipano
di tasca propria i soldi perché insegnanti non arrivano a fine mese. C’è gente che si rivolge
alla Caritas: parliamo di docenti qualificati, non di barboni».
Circolare agli istituti
Con due note distinte i ministeri del Tesoro e dell’istruzione garantiscono che alcuni
supplenti avranno gli stipendi a dicembre altri a gennaio. Ma il quadro resta incandescente
con i sindacati sul piede di guerra e il mondo della scuola in fibrillazione. «Le scuole non
retribuiscono direttamente gli insegnanti - ricostruisce Mario Rusconi, vicepresidente
dell’associazione presidi -. Da ciascun istituto la richiesta di pagamento arriva all’ufficio
scolastico regionale e da qui viene girata alla direzione territoriale del Tesoro che deve
essere autorizzata dal dicastero per liquidare la somma. Un ritardo di trasmissione in
qualunque fase di questa procedura può lasciare i lavoratori senza stipendio».
Per i 30mila precari non retribuiti da settembre, il segretario della Flc Cgil, Domenico
Pantaleo punta l’indice contro l’ amministrazione centrale. «Sebbene abbiano svolto il loro
lavoro, i supplenti non percepiscono retribuzione per mancanza di risorse e inefficienza del
sistema informatico del ministero dell’Istruzione- afferma-.Stiamo organizzando ricorsi
contro un governo cattivo pagatore e sempre in ritardo. I soldi stanziati non bastano ai
pagamenti: un’angheria cronica da superare rendendo gli stipendi partita di spesa fissa,
come già avviene per le supplenze in caso di maternità». L’esecutivo ribatte che una parte
dei supplenti (25mila) sarà pagata a dicembre, un’altra (5mila) a gennaio. Domani
nell’incontro al ministero i sindacati richiameranno «la questione salariale e la dignità di
migliaia di persone e famiglie». Secondo Rino Di Meglio, coordinatore della Gilda,
«nonostante la nota inviata dal ministero alle scuole per la liquidazione degli stipendi ai
supplenti, i precari trascorreranno comunque il Natale senza percepire un euro».
In cattedra per un euro
La Cisl porta al tavolo col governo esempi concreti come la storia di Valentina Caiafa,
insegnante di sostegno 37enne della provincia di Foggia, che ora ha la cattedra all’istituto
comprensivo «Leopardi» di Castelnuovo Rangone, nel Modenese. Insegna a scuola a
tempo pieno dallo scorso settembre ma non ha mai ricevuto lo stipendio, in compenso ha
incassato un euro di tredicesima per aver lavorato dal gennaio al giugno scorsi: sta ancora
aspettando il primo stipendio e lo Stato le deve 5.200 euro. «L’insegnante lavora e studia,
ma rischia di non avere nemmeno i soldi per pagarsi la benzina o i mezzi pubblici per
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raggiungere il luogo di lavoro, è così scoraggiata che minaccia di non recarsi più a scuolaracconta la Cisl- Le persone ogni giorno vengono nelle nostre sedi a raccontarci il dramma
che stanno vivendo a fronte di scadenze di pagamenti che non possono onorare». Per
l’Anief «nel balletto di responsabilità tra Istruzione e Tesoro la riforma della scuola e
l’innovazione dei sistemi di pagamento non sono serviti a nulla». Incombe la mannaia: «I
tribunali saranno sommersi da migliaia di contenziosi». È il Natale triste della Buona
Scuola.
del 22/12/15, pag. 23
“Alla mensa dei poveri prima di andare in
classe
Ma di noi nessuno parla”
Maria Teresa Martinengo
«Mi sono organizzato per avere libera l’ora tra le undici e mezzogiorno: fino a venerdì,
quando si è conclusa la sostituzione malattia che stavo facendo, andavo alla mensa del
Sacro Cuore, poi tornavo a scuola. Ora ho accettato una supplenza fino al 30 giugno in
due serali, avrò più tempo. So di non essere il solo insegnante a fare questa vita. Non ci
pagano da settembre: chi è solo e non è ricco di famiglia a questo punto non ce la fa più».
Il professor M.N., 60 anni, abilitazione in Metodologie operative nei servizi sociali, laurea in
Psicologia, insegna soprattutto nei corsi serali da sedici anni. A Torino è un riferimento per
il suo impegno per i diritti dei disabili e degli immigrati. Vederlo tirar fuori dal portafogli la
tessera della mensa dei poveri è un’umiliazione anche per chi lo sta ad ascoltare. Perché
M.N. lavora per lo Stato, nella scuola dello Stato.
«Finora del fatto che non ci stanno pagando s’è parlato poco, è vero. Forse - ragiona il
professore che dieci anni fa aveva abbandonato la formazione professionale per
l’Istruzione - perché chi vive questa situazione difficile lo fa in modo privato, ci si vergogna.
Ci sono colleghi venuti dal Sud che devono farsi mandare i soldi da casa, c’è chi ha avuto
un prestito dal preside per pagare il treno e poter andare a lavorare. E c’è chi non ha
potuto accettare una supplenza perché, in questa situazione, non avrebbe avuto i soldi per
pagarsi il trasporto». Il tono pacato esprime una tristezza profonda. «Siamo noi a doverci
vergognare? Sì, arrivare alla mensa è ammettere una discesa. Ma se da settembre a
Natale hai ricevuto in tutto lo stipendio di quindici giorni e sei indietro con affitto e bollette,
allora pensi di essere fortunato a vivere a Torino, dove l’aiuto alimentare a chi è in
difficoltà non manca». Ai volontari della mensa ha spiegato la situazione, lo hanno accolto.
«Spero che il mio problema non duri a lungo, spero di poter lasciare il posto ad un’altra
persona». M.N. sorride. «Nel 2008 - ricorda - ero stato alla mensa del Cottolengo per una
piccola inchiesta sugli immigrati stranieri e la crisi, scrivevo per una rivista che allora
veniva pubblicata a Torino. Mi aveva impressionato il silenzio: facevano quattro turni,
bisognava mangiare in fretta. Al Sacro Cuore l’ambiente è più familiare, ma nessuno parla
dei propri guai». Al professore spettano tre mesi e mezzo di stipendio, la tredicesima e la
liquidazione dell’anno scorso. «Chissà quando arriveranno. E se arriverà tutto insieme, la
beffa sarà che scatterà l’aliquota e pagherò più tasse. Certo, avessi saputo che non ci
avrebbero pagato fino a gennaio, sarei rimasto con il sussidio di disoccupazione. Per
vivere. Non è bello dire che ti spingono a comportarti così. Con le mie competenze e il mio
punteggio, comunque, un posto nella scuola so di trovarlo in qualunque momento
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dell’anno», spiega con disagio. Il poco denaro ricevuto fin qui M.N. racconta di averlo
usato per coprire qualche debito. «Mi sono solo permesso di mandare i fiori a mia mamma
per il compleanno. Quando arriveranno gli altri soldi, sistemerò subito il debito con la
banca e l’affitto. Sono fortunato: la mia padrona di casa è un’ex insegnante, capisce cosa
sta succedendo».
del 22/12/15, pag. 25
Vacanze studio e laboratori scuole a caccia di
mecenati
Dal Veneto alla Sicilia, le piattaforme web e le iniziative di licei e istituti
“Così finanziamo progetti e idee altrimenti destinati a restare sulla
carta”
CORRADO ZUNINO
ROMA.
Le scuole italiane che sanno stare al mondo progettano. Poi si danno da fare per trovare i
soldi necessari a rendere i progetti realizzazioni. Si sta affermando una piattaforma su
internet,
schoolraising, che ha compreso quante classi del fare ci siano nell’intraprendente
istruzione italiana e ha iniziato a selezionare i progetti più efficaci, li ha scadenzati, ne ha
pubblicato gli obiettivi (in denaro) e il numero dei giorni necessari per raggiungerli.
L’ultima idea è dei bambini della scuola elementare Titù di Treviso, istituto che contempla
anche materne e medie. La fiammella iniziale, la start up creativa, si è accesa tra i banchi
dei sei-dieci anni: vogliamo recuperare l’ex scuola elementare Cantù, edificio storico
abbandonato. Va detto, la nuova scuola -- la Titù -- è una cooperativa sociale: i suoi
dirigenti hanno raccolto la scintilla naturalmente, l’hanno organizzata ottenendo
l’affidamento dell’edificio da parte del Comune. I genitori, quindi, si sono fatti progettisti e
hanno chiesto collaborazione agli anziani del quartiere, che nel vecchio- nuovo istituto
troveranno uno spazio insieme al coro, al teatro, alla scuola edile. Tutti insieme hanno fin
qui recuperato 2.700 euro da 62 finanziatori, la maggior parte anonimi. Nei prossimi 37
giorni devono trovarne altri 7.300. All’ex Cantù serve riparare il tetto, piastrellare le aule,
rifare i bagni (quindi, bisognerà girare il 10 per cento del finanziamento alla piattaforma
schoolraising).
La quarta C del liceo delle scienze umane Fabio Filzi, Rovereto, venti ragazze e due
maschi, tutti sopra la media del sette, sono stati fulminati dal vulcanico prof di scienze e il
prossimo 20 luglio voleranno tutti e ventidue alle Isole Svalbard per capire concretamente,
tra i ghiacci, come nasce la ricerca, quale apporto offre alla futura didattica. Nel dettaglio,
si studierà da vicino come nascono i dossier sui cambiamenti climatici. Di quindici giorni di
viaggio scientifico, tre andranno in un’esplorazione naturalistica, il resto in visite al Cnr e ai
più importanti centri mondiali. «Vogliamo girare un documentario e partecipare al Festival
di Giffoni».
Il sito di crowdfunding ha già consentito a scuole di finanziare l’acquisto di una stampante
in 3D (Parma), a studenti- scienziati di costruire robot (Vicenza, Pontedera, altri istituti). In
questi giorni offre altre trentatré possibilità. Servono, in tutto, 75mila euro, ne sono stati
recuperati 35.711. Ma non c’è solo il sito del giovane imprenditore sociale Guglielmo
Apolloni. Sempre più le scuole diventano incubatrici di idee, quasi sempre legate al
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territorio circostante. E sempre più adolescenti si trasformano in fundraiser e
autofinanziatori. Fanno ripetizioni, per questo, vendono torte sui sagrati. Gli studenti del
liceo Marchesi di Mascalucia (Catania), per esempio, stanno salvando un cinema di
quartiere. Così si raccontano: «Siamo ragazzi che vanno regolarmente nelle multisala
delle grandi catene commerciali, conosciamo le ultime novità, quasi nulla della storia del
cinema. Vogliamo riempire questo vuoto». I giorni di raccolta sono scaduti, la cifra
recuperata è 2.250 euro: bisogna arrivare a tremila.
Si chiedono soldi, in rete e per strada, per fabbricare un cortometraggio sulla vita
comparata di uno studente italiano e uno straniero, realizzare un video su come si salva il
mare dalla plastica, comprare scarpe e tute da fitness per competere nei tornei
studenteschi appena iniziati.
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ECONOMIA E LAVORO
del 22/12/15, pag. 1/3
La crisi delle banche riflette le difficoltà delle piccole imprese nel
Nordest e al Centro. Gli istituti di credito hanno lo stesso appeal di
sindacati e partiti
Crolla la fiducia negli istituti di credito ormai
sono affidabili solo per il 16%
ILVO DIAMANTI
La fiducia nelle banche è in declino. Non è certo una sorpresa né una novità. Ma la novità
è che il disincanto ha colpito le aree dove il rapporto con il credito era, tradizionalmente,
più solido. Quasi di complicità. Fra società e banche locali. D’altronde, la crisi ha “investito”
(sia detto senza ironia) soprattutto istituti di credito locali del Centro e del Nordest. La
Banca Popolare dell’Etruria, la Banca delle Marche e, prima ancora, il Monte dei Paschi di
Siena, da una parte. La Popolare di Vicenza e Veneto Banca, dall’altra. E se osserviamo
le 16 banche “commissariate” dalla Banca d’Italia, oltre metà (10, per la precisione) hanno
radici dal Trentino all’Emilia Romagna. Dal Veneto alla Toscana. Fino all’Abruzzo. Da
Folgaria a Padova e a Loreto. Da Ferrara a Chieti (che rientrano nel recente decreto del
governo).
Non si tratta di un profilo casuale, per chi abbia analizzato le tendenze dello sviluppo
economico e territoriale degli ultimi trent’anni. Disegna, infatti, la mappa delle aree di
piccola impresa. E coincide, largamente, con la “Terza Italia”, delineata da Arnaldo
Bagnasco. Ripresa, in seguito, da Giorgio Fuà, nel modello NEC. Non a caso: Nord-Est
(Giorgio Lago lo rinominò Nordest, senza trattino)/ Centro. Un’Italia distinta dalle altre
perché si sottrae ai sistemi di regolazione tradizionali, centrati sulla grande impresa (il
Nord Ovest) e sullo Stato assistenziale (il Mezzogiorno). Questa Italia di Mezzo, invece, ha
coltivato la complicità fra economia, società e politica. Fra “grandi partiti e piccole imprese”
(per citare un importante volume di Carlo Trigilia). Zone bianche - il Nordest - e rosse – il
Centro. Qui le banche sono anch’esse “locali”. Raccolgono il risparmio e lo erogano, in
modo diffuso. Nel territorio. Così, la crisi del sistema bancario riflette – e moltiplica - le
difficoltà dei sistemi aziendali che, in queste aree, hanno perduto la spinta propulsiva degli
anni Ottanta e Novanta. Ma risente anche della fine dei grandi partiti di massa, DC e PCI,
che garantivano coesione e rappresentanza politica. Non solo ai cittadini, ma anche agli
interessi.
L’andamento della fiducia nei confronti delle banche riproduce queste tendenze. Il grado di
“confidenza” verso le banche, fra gli italiani, agli inizi degli anni 2000 era intorno al 30%
(Oss. Demos per Repubblica).
Non moltissimo, ma, comunque, non poco. D’altronde le banche sono percepite in modo
diverso, secondo la scala territoriale. Sul piano nazionale e globale, sono le istituzioni della
Finanza. Che si distingue dall’Economia – intesa come attività di produzione e di
commercio dei beni. Per spiegarlo, Edmondo Berselli nel suo breve e straordinario saggio
di commiato – “L’economia giusta” – ricorre alle parole di Mickey Rourke, in “Nove
settimane e mezzo”. Interpellato da Kim Basinger su cosa facesse, risponde, in modo
definitivo: “I make money by money”. Faccio soldi con i soldi. Per questo è difficile
immaginare come le istituzioni bancarie possano mantenere un rapporto stretto e
duraturo, con la società. In tempi di tempeste monetarie e finanziarie globali, il loro
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“credito” (non per caso sinonimo di “attività bancarie”) si logora. Infatti, dopo la crisi del
2008, la fiducia nei loro confronti è calata sotto il 20%. E negli ultimi anni è scesa
ulteriormente, attestandosi fra il 12 e il 16%. (Sondaggio Demos, dicembre 2015). Poco
più del sindacato e, ovviamente, dei partiti.
Tuttavia, come si è detto, le banche sono “anche” riferimenti sociali e locali. Se il “credito”
delle Banche, in generale, nel 2013, era intorno al 13%, la fiducia nella “banca utilizzata
più spesso” saliva oltre il 50%. D’altronde, negli ultimi anni, gli italiani hanno continuato a
utilizzare le banche, anche se in modo diverso dal passato. Lo conferma il 49simo
Rapporto del Censis, presentato nelle scorse settimane. Gli italiani, sottolinea il Censis,
hanno continuato ad accrescere il loro patrimonio finanziario. Ma hanno adottato strategie
“fortemente difensive”. Così hanno privilegiato, sempre più, il contante e i depositi bancari,
mentre sono crollate le azioni e le obbligazioni. Negli ultimi mesi questa tendenza è
proseguita. Si assiste, così, a un costante aumento della liquidità e, insieme, a un
incremento di assicurazioni e fondi pensione. Mentre gli investimenti in azioni e
obbligazioni degli italiani continuano a ridursi. (E anche questo spiega le operazioni, talora
poco trasparenti, di alcune banche per orientare i clienti in questa direzione.) D’altro canto,
appunta il Censis, “il risparmio è ancora la scialuppa di salvataggio nel quotidiano”, visto
che, nell’anno trascorso, 3,1 milioni di famiglie hanno dovuto ricorrere ai risparmi per
affrontare le spese mensili. Così, in questo clima di grande incertezza, non sorprende la
ripresa delle transazioni e dei mutui immobiliari. La casa, dopo anni di stallo, sembra
essere tornata un (bene) rifugio. In tutti i sensi.
Certo, le tempeste che hanno coinvolto - e talora sconvolto – le banche, soprattutto locali,
non hanno origine “solo” finanziaria. Così, il loro impatto, le loro conseguenze non
riguardano e non riguarderanno “solo” economia e finanza. Ma riflettono le – e si
rifletteranno nelle – trasformazioni e tensioni dello sviluppo territoriale. Per questo a
risentirne maggiormente sembrano le regioni della Terza Italia. Del Centro e del Nordest. Il
“credito” nei confronti delle banche, infatti, negli ultimi anni è calato maggiormente proprio
lì. Di circa 10 punti nel Nordest e nel Centro, mentre nel Nord Ovest è diminuito di 4 punti
e nel Mezzogiorno di 7.
Dietro alla crisi delle banche si coglie, così, la crisi del rapporto fra economia, società e
politica. Nelle regioni dove lo sviluppo si è rivelato più intenso, negli ultimi trent’anni.
Proprio lì, le piccole imprese non sono più re-attive come un tempo. I partiti di massa sono
scomparsi. Al loro posto: i “post-partiti”. (descritti da Paolo Mancini, in un recente saggio
edito dal Mulino). Accanto alle post-banche. Anch’esse “sospese” in uno spazio senza
territorio. Simboli e sintomi di una post-Italia dove mi sento spaesato. E che, francamente,
mi sarei “risparmiato”.
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