RACCONTAMI DI TE, UN AMORE INFINITO

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RACCONTAMI DI TE, UN AMORE INFINITO
RECENSIONE
RACCONTAMI
DI TE,
UN AMORE
INFINITO
L
a storia d’amore di Max e Aurora inizia dalla
fine. Dalle parole di lei, che decide di raccontarsi in prima persona, anni dopo, affidando
le sue parole a una penna amica. Il racconto
che fluisce è quello di un amore di giovinezza, tanto
reale per chi legge perché chiunque ne porta addosso le
cicatrici. L’eco di un “come eravamo” che richiama le
parole dei poeti, dei cantanti. Un Guccini che intona
(e non a caso, di Emilia si parla anche nel libro, pur se
di sfuggita) “sorridevi, sapevi sorridere, coi tuoi vent’anni portati così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans”, mentre Aurora ricorda. “Eravamo giovani, di una giovinezza sfacciata ed innocente,
un po’ goffi dentro i nostri jeans a zampa d’elefante ed
i camperos color cuoio”. Il verso della canzone dell’eterno ricordo di un primo amore. Un amore che
unisce in modo totalizzante come forse solo certi amori sanno fare, soprattutto quando evocati nel ricordo.
Gli amori dei diciott’anni richiamano sempre il mito
delle metà di Platone. Due corpi che erano un corpo
unico, divisi all’origine, e che ora si cercano con una
prepotenza mai sperimentata per tornare di nuovo a
fondersi.
Un amore che si riaffaccia un giorno, per caso. Senza
farsi annunciare. Un incontro, di nuovo, in quel vecchio bar di paese. Un incontro come ce ne sono stati
altri che non hanno mai scalfito la serenità di Aurora.
I suoi mille impegni. Il lavoro. Le amicizie. Il figlio
amato di una tenerezza quasi dolorosa. Ma trent’anni
dopo quell’esperienza unica e totalizzante, nella vita
manca qualcosa. “Nella stanza di quella insufficienza,
dormiva pigro uno sperone pronto a pungere la carne.
Vivevo dentro ad una sottrazione e la spingevo in basso (…) Stavo ben attenta a non darle un titolo perché
se lo avessi fatto non avrei più potuto ignorarlo”. In
quella vita manca l’amore.
Dopo l’incontro casuale, dopo i ricordi riaffiorati con
prepotenza, Aurora e Max iniziano a raccontarsi a vicenda. Vite lunghe e intense, segnate da più di una ferita, da certi segreti che poi spiegano perché gli eventi
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RECENSIONE
hanno preso una certa piega. Aurora vacilla tra la memoria di un amore straordinario e l’analisi distaccata
del suo lavoro di psicologa. Mette i suoi studi, le sue
conoscenze, le sue interpretazioni, fra sé e le parole di
Max. le parole che lui le invia tramite email con crescente regolarità. Le parole vive che si scambiano in
quello che è ormai un appuntamento settimanale, faccia a faccia, un caffè e un fluire di chiacchiere e racconti.
Sotto, scorre la musica. Onnipresente, in ogni fase.
Nell’infanzia di un bambino costretto al buio da una
malattia strana e lunga. Nella maturità di una donna
che la usa come anestetico, come mantra, come evasione. Nella storia d’amore dei due ragazzi fatta di concerti e di chitarre, di canzoni e sala prove. E nell’avventura di un uomo che nella musica cerca la fuga dalla desolazione, e non la trova, finendo per cercarla altrove,
e ancora altrove. Due vite iniziate insieme nel segno di
un trauma, che prendono direzioni divergenti, agli antipodi: da un lato la tranquillità delle emozioni studiate e imbrigliate, dall’altra il vivere tutto, la dissoluzione, l’adrenalina ad ogni costo. Nel bene e nel male.
L’amore, soprattutto. “La saliva mi sei era asciugata in
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bocca, mi sembrava insopportabile da sostenere tutto
quell’amore” racconta Aurora ricordando i racconti di
Max, la sua vita in quei trent’anni che li hanno visti separati dopo il violento turbine da ragazzi che hanno
condiviso. È una storia che racconta di vite, ma parla
alla fine solo d’amore. Senza banalità costruite, con
tutto il sapore della realtà. Più impossibile dell’immaginazione, più dura della vita vera. Le parole di Aurora che Antonella Zecchi ci restituisce sono piene di una
fede incrollabile nel motore che fa andare avanti le esistenze. Amore, amore e ancora amore. Insistito, ripetuto, cercato e sfuggito. Che resiste alle intemperie dell’età. E, anche alla fine, tiene viva la freschezza dell’incontro dei due ragazzi. Da dove tutto è partito, dove
tutto ha un termine. “Epifania di speranze e di promesse. La vita si apriva a noi spalancando le sue porte.
Era sempre Natale e sotto l’albero i pacchetti da scartare sembrava non dovessero mai finire. Come tutti i
giovani ci sentivamo padroni dell’universo. Invincibili,
immortali e straordinari. Potenti e fragili come canne
di bambù”.
F.F