Politiche del conflitto e spazi pubblici di opposizione

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Politiche del conflitto e spazi pubblici di opposizione
Politiche del conflitto e spazi
pubblici di opposizione
Paola Sedda Maître de conférences all’Università di Borgogna e di Franche-Comté
[email protected]
Introduzione
«Vivo, sono partigiano.
Perciò odio chi non parteggia,
odio gli indifferenti».
Antonio Gramsci, «Odio gli indifferenti»
«Rivoluzione silenziosa» (Inglehart, 1977), «diserzione attiva», (Hardt e Negri, 2012),
«lotta per il riconoscimento» (Honneth, 2000): sono solo alcune delle numerose definizioni con cui gli intellettuali tentano di descrivere le nuove forme di impegno
politico e di resistenza popolare.
Alcuni specialisti hanno individuato un passaggio da una forma di militanza
fondata sull’adesione ideologica ad una nuova forma orientata verso la realizzazione di progetti specifici (Ion, 1997). A partire dalla fine degli anni ’60 si assiste,
infatti, ad una moltiplicazione dei fronti di lotta ed alla nascita dei cosiddetti «nuovi
movimenti sociali» (Melucci, 1980). Durante gli anni ’90, i disastri causati dalla globalizzazione economica e finanziaria provocano una nuova ondata di contestazione.
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Dal movimento Zapatista a quello dei No global, le organizzazioni che si sono
succedute negli ultimi decenni sembrano proporre delle forme originali di «autodeterminazione», che a volte si realizzano al di fuori dalle dinamiche del potere politico.
L’emergenza di questa nuova postura deve essere interpretata alla luce del vasto fenomeno di scollamento tra cittadini e istituzioni che attraversa le democrazie
contemporanee. La società civile, che assume sempre più i tratti di una «controdemocrazia» (Rosanvallon, 2006), tenta allora di politicizzare spazi e tematiche che
fino ad allora erano stati considerati estranei alla politica.
Questa rottura viene rivendicata, tra l’altro, anche dal campo militante in cui le
mobilitazioni assumono sempre più un carattere «popolare», «cittadino», «anti-politico» o, perfino, «anti-sistema». Queste nuove istanze democratiche radicali (che
oggi trovano una rappresentanza nei movimenti quali Occupy Wall Street negli Stati Uniti o, più recentemente, Nuit débout in Francia) rifiutano la partecipazione diretta al conflitto elettorale e si concentrano sull’elaborazione di nuove forme di
democrazia dal basso. Ad un primo approccio, sembrerebbe certamente difficile
criticare queste posizioni, tanto la disaffezione dalla politica tradizionale si è radicata nelle nostre società. Tuttavia, riteniamo opportuno riflettere su questi cambiamenti evitando di fondare la nostra argomentazione su una semplice dicotomia
vecchio-nuovo, propria di una società che si trastulla con il mito del progresso.
La nostra riflessione teorica si fonda quindi sullo sviluppo di un approccio interdisciplinare agli studi dei movimenti sociali, capace di farli dialogare, da un lato,
con le teorie critiche (la letteratura post-marxista e la sociologia critica) e, dall’altro,
con le Scienze della comunicazione.
In primo luogo, proporremo una rassegna sulla letteratura anglosassone dedicata ai movimenti sociali dalla quale emergono tre paradigmi principali: gli studi
sul comportamento collettivo (Blumer, 1951; Turner e Killian, 1972); il paradigma
della mobilitazione delle risorse (Oberschall, 1973; Gamson, 1975; Tilly, 1976 …) e
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quello cognitivista (Snow e Benford, 1992). Il paradigma della mobilitazione delle
risorse, divenuto l’approccio dominante, ha privilegiato una prospettiva strutturale
e centrata sull’organizzazione interna ai movimenti sociali. Per questo motivo, esso
ha per lungo tempo messo da parte l’impatto del contesto politico ed economico,
così come quello della dimensione espressiva, sui fenomeni della mobilitazione. A
partire dagli anni ’80, numerose critiche e aggiustamenti hanno contribuito a rendere più complessa l’analisi dei fenomeni contestatari (McAdam, Tarrow et Tilly,
1998). Negli anni ’90 si assiste, invece, ad una terza fase di rinnovamento del paradigma dominante con l’affermazione di un approccio globalizzante che integra i
processi cognitivi e la dimensione culturale nello studio dell’azione collettiva.
Quest’ultima fase ha segnato profondamente la letteratura dei nuovi movimenti
sociali, secondo la quale le lotte contemporanee non si focalizzerebbero più sulle
questioni materiali ma, piuttosto, sulle tematiche culturali e su quelle legate agli stili
di vita.
Il nostro contributo mira ad evidenziare la fragilità di questa tesi attraverso lo
sviluppo di tre argomentazioni principali: l’impossibilità di distinguere e opporre le
lotte per il riconoscimento (razziali, culturali o di genere) alle lotte per la ridistribuzione economica e per l’uguaglianza dei diritti (Fraser, 2005); l’importanza delle
trasformazioni del capitalismo (Boltanski e Chiapello, 1999) e delle sfere della comunicazione nel processo di formazione degli spazi pubblici di opposizione (Negt,
2007; Sedda, 2015a) e, infine, la persistenza dell’ideale del comunismo nelle lotte
contemporanee contro l’espropriazione capitalista del bene comune (Dardot e Laval, 2014).
La struttura economica neoliberale e l’erosione progressiva del modello dello
Stato sociale producono sofferenza e disuguaglianza e sembrano costituire ancora
le principali cause dei sollevamenti popolari su scala internazionale.
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I paradigmi dell’azione collettiva
« Il faut … analyser l’ensemble des résistances au panoptique en termes de
tactique et de stratégie, en se disant que chaque offensive d’un côté sert de
point d’appui à une contre-offensive de l’autre côté ».
Foucault, Dits et écrits, p. 206
L’evoluzione della sociologia dei movimenti sociali si fonda sullo sviluppo di tre paradigmi principali: il paradigma del comportamento collettivo (H. Blumer, 1951;
Turner et Killian, 1972), il paradigma della mobilizzazione delle risorse (Oberschall,
1973; Gamson, 1975; McCarthy e Zald, 1977 ; Tilly, 1976; McAdam, 1982 ; Tarrow e
Tilly, 1998 ; McAdam, Tarrow e Tilly, 1998 ; Tilly e Tarrow, 2008) e, infine, il paradigma cognitivista (Snow et Benford, 1992).
È nel contesto dell’interazionismo simbolico della scuola di Chicago che viene
elaborato il paradigma del comportamento collettivo («collective behaviour»), la
prima teoria completa sui movimenti sociali. Il movimento sociale viene allora definito come «un’opera collettiva per stabilire un nuovo ordine di vita» (Blumer, 1951,
p. 199). I comportamenti collettivi si situano, pertanto, al di fuori della zona di prescrizione culturale e incoraggiano la nascita di nuove forme non sistemiche di interazione («undefined or instructured situations» (Blumer, 1951, p. 129-130).
I movimenti sociali sono quindi un elemento che perturba l’ordine sociale, che
sottolinea le debolezze delle istituzioni opponendosi ai meccanismi di controllo e
di dominazione (Touraine, 1993). In linea generale, nonostante l’azione di un movimento sociale possa corrispondere agli interessi di una categoria sociale specifica, i suoi obiettivi sono legati all’ideale del bene comune.
Secondo gli autori di «Collective behaviour» (Turner, Killian, 1972), in presenza
di un ordine normativo difettoso, il malcontento conduce alla costituzione di una
«norma emergente», ovvero di un sistema di valori comune, che guida l’azione collettiva.
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La psicologia della folla, così come la nozione di azione spontanea elaborata
da Blumer, sono state progressivamente soppiantate dal paradigma della mobilizzazione delle risorse. Quest’ultimo, inaugurato dal lavoro precursore dell’economista Mancur Olson, privilegia un approccio fondato sull’azione razionale degli individui e sull’organizzazione interna ai movimenti. Proponendo una visione critica
della teoria tradizionale sull’universalità dei gruppi umani, Olson si concentra sulle
logiche strategiche e le motivazioni individuali che spingono gli individui ad impegnarsi in un progetto collettivo. L’identificazione di un obiettivo comune non è infatti un elemento sufficiente per garantire il passaggio all’azione. Olson afferma che
nei gruppi piccoli o intermedi, i membri sono più uniti e la loro azione è più efficace. Al contrario, nei gruppi detti «latenti», la tentazione del free-riding, che
consiste nell’assenza di partecipazione diretta per via della possibilità di godere in
tutti i casi dei benefici collettivi risultanti dalla mobilizzazione, spinge i membri ad
ottimizzare la relazione costi-benefici. Nei movimenti latenti, non ci sono sufficienti
motivazioni individuali che spingono i militanti ad impegnarsi in un progetto comune perché, in presenza di un elevato numero di aderenti, l’apporto di ognuno
risulta limitato (Olson, 1978). Questo implica che le incitazioni di ordine economico
e sociale sono determinanti nella costituzione e nella riuscita dell’azione collettiva.
È poi la progressiva importanza accordata al concetto di «organizzazione» a
permettere il superamento del paradosso del free-riding. Secondo McCarthy e
Zald, gli iniziatori dell’approccio imprenditoriale, anche nel caso in cui le classi popolari non siano in grado di sostenere i costi della mobilizzazione, esse posso essere dirette e sostenute dai professionisti dell’azione militante. Il movimento sociale
perde qui la spontaneità celebrata da Alain Touraine e diviene una sorta di impresa
della contestazione all’interno della quale gli esperti difendono gli interessi di un
gruppo sociale a cui non appartengono.
Questa posizione è secondo noi discutibile. In primo luogo, è proprio la sofferenza fisica ed esistenziale provocata dalle disuguaglianze e dalle ingiustizie sociali
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a stimolare la costruzione della coscienza protestataria e la volontà di ribellarsi. In
secondo luogo, la funzione della mobilizzazione diverrebbe autoreferenziale e destinata unicamente ad alleviare e a riabilitare la coscienza delle élite (Lasch, 2006).
Secondo alcuni esponenti della nuova sinistra americana, sono per l’appunto le
organizzazioni ad impedire ai più deboli di avere una capacità di autodeterminazione e di azione politica ed a privarli della loro risorsa più importante, la forza della moltitudine. L’altra grande contraddizione è derivata dal fatto che gli organizzatori sono attirati naturalmente dalle élite. A causa dello statuto sociale dei professionisti della contestazione, l’azione militante degli organizzatori implica, non solo
una espropriazione del diritto di indignarsi e di esprimersi con i propri mezzi espressivi e performativi, ma ugualmente l’affievolimento del livello di indignazione e,
quindi, la progressiva sradicalizzazione della protesta (Piven et Cloward, 1978).
La distanza delle classi più deboli dai centri del potere non implica in nessun
modo l’impossibilità di condurre un’azione di protesta. Lo studio dei repertori della
contestazione di Tilly e di Tarrow dimostra la varietà dei mezzi che possono essere
utilizzati per sfidare il potere così come la loro permeabilità storica o culturale (Tarrow e Tilly, 2008). L’azione collettiva può allora svilupparsi attraverso delle forme
contestatarie meno strutturate ed organizzate. Interpretando la rivolta delle periferie francesi nel 2005 come una delle possibili forme di espressione politica dello
«spazio pubblico di opposizione» (Negt, 2007), Lucia Sagradini afferma l’esistenza
di una «democrazia selvaggia» che ripudia e sfugge ai repertori ed alle norme dello spazio pubblico habermassiano (Sagradini, 2009). È in questa prospettiva che
Piven e Cloward rifiutano la distinzione tra forme d’azione politica e non politica.
Altre critiche interessanti rivolte all’approccio imprenditoriale provengono dal
vecchio continente. Secondo Cécile Péchu, la professionalizzazione dei movimenti
sociali ha degli effetti negativi sulle popolazioni che dispongono di risorse limitate
(Fillieule et Pechu, 1994). Numerosi studi, divenuti oramai dei classici della disciplina, dimostrano che i movimenti sociali possono intraprendere con successo delle
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azioni di protesta senza la mediazione dei professionisti. Lo studio di McAdam sul
movimento americano per i diritti civili è in questo senso emblematico (McAdam,
1982). Altre inchieste, come per esempio quella di Morris sulle militanti afroamericane (Morris, 1984), rafforzano la validità di queste posizioni critiche.
A partire dagli anni ’80, le numerose critiche, espresse ugualmente dagli esponenti stessi del paradigma dominante, hanno permesso di rivisitare l’approccio imprenditoriale (McCarthy e Zald, 1977) inserendo lo studio dei movimenti sociali nel
loro contesto politico (McAdam, McCarthy et Zald, 1996 ; McAdam, Tarrow et Tilly,
1998). iniziato da Doug McAdam, il modello del processo politico presuppone che
un movimento sociale debba essere analizzato nell’integralità del suo processo,
dalla sua nascita alle tappe successive del suo sviluppo. Secondo l’approccio elaborato da McAdam, la presenza di un certo grado di preparazione organizzativa
(come nel caso del movimento nero per i diritti civili) e di un contesto di apertura
delle occasioni politiche in un dato pæse («expanding political opportunities») costituiscono dei fattori importanti ma non esclusivi per l’emergenza e il successo di un
movimento sociale. Questi fattori esercitano la propria influenza solo in seguito al
raggiungimento della «liberazione cognitiva». Quest’ultima è il risultato di un processo di presa di coscienza che si oppone alla rassegnazione fatalista. Ciò accade
nel momento in cui l’ordine sociale non viene più concepito come qualcosa di immanente e di naturale ma viene svelato nelle sue dinamiche reali di dominazione.
Ciò che viene espresso dalle burocrazie e dalle imprese come un calcolo razionale,
si ripercuote sul corpo e sulla psiche degli individui producendo la coscienza di
classe (Luckacs, 1960). Il modello di McAdam favorisce l’elaborazione di una griglia
di interpretazione delle forme potenziali che possono assumere i movimenti sociali
in relazione al contesto politico, al processo di presa di coscienza dell’ingiustizia e
alla distanza degli stessi dai centri di potere (Neveu, 2002).
Nel corso degli anni ’90 si assiste ad un nuovo momento di rinnovamento del
paradigma che, influenzato dall’approccio cognitivista di Erving Goffman, integra
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per la prima volta i processi cognitivi e la dimensione culturale e identitaria nello
studio dell’azione collettiva 1. Affinché gli attori sociali decidano di passare all’azione, essi devono poter costruire ed aderire collettivamente alla «cornice contestataria» e, cioè, ad una rappresentazione comune dell’ingiustizia. Ciò significa che i
fenomeni della comunicazione mediatica e sociale, contribuendo alla formazione
dell’opinione pubblica, rivestono un ruolo primordiale nelle dinamiche dell’azione
collettiva. La comunicazione non può ridursi pertanto ad una mera questione organizzativa e strategica ma deve essere presa in conto a monte dei processi di creazione e di elaborazione delle risorse collettive.
Identità e strategia : una finta opposizione
L’attenzione dedicata alla dimensione culturale dei movimenti contestatari ha segnato profondamente la letteratura dei cosiddetti «nuovi movimenti sociali».
Secondo questa nuova corrente, i movimenti contemporanei non sarebbero
più incentrati sulle questioni materiali ma piuttosto sulle tematiche culturali, identitarie o legate agli stili di vita.
La definizione di «nuovi movimenti sociali» è legata all’emergenza dei movimenti studenteschi, pacifisti ed ecologisti degli anni ’60 e ’70 e, più particolarmente, all’apparizione, nel corso degli anni ’80, dei movimenti detti «indentitari». Il
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Il paradigma cognitivista utilizza il concetto di «micro-mobilizzazione per analizzare le strategie
di reclutamento dei nuovi aderenti in seno ai movimenti sociali (Snow, Rochford, Worden e
Benford, 1986).
La micro-mobilizzazione è definita come il processo che da luogo al fenomeno
dell’allineamento dei quadri. Esistono quattro tipi di allineamento capaci di stimolare
l’impegno dei nuovi aderenti : la «connessione dei quadri», utilizzata nel caso in cui le posizioni
dei membri aderenti sono potenzialmente vicine a quelle del movimento; «l’amplificazione»,
comportando un’intensificazione dei valori che potrebbero portare alla mobilizzazione;
«l’estensione dei quadri», finalizzata a modificare il discorso del movimento per reclutare nuovi
aderenti; e, infine,
«la trasformazione» (come nel caso delle sette) che implica una variazione dei punti di vista
degli individui al fine di farli corrispondere con quelli del movimento.
In questo senso, pur riassorbendo il vuoto ideologico e culturale dell’approccio della
mobilizzazione delle risorse, questa prospettiva si concentra più sulla dimensione strategica
che sulla dimensione simbolica o ideologica.
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concetto è stato introdotto ufficialmente nella sociologia dei movimenti sociali
proprio nel 1980 da Alberto Melucci (Melucci, 1980). L’autore, confrontatosi con
l’eterogeneità delle rivendicazioni che all’epoca popolavano il campo militante
(quali il femminismo, i separatismi, le lotte per i diritti civili …), percepì l’emergenza
di un nuovo paradigma dell’azione contestataria non più incentrato sul conflitto politico (Tarrow e Tilly, 2008) ma bensì sui processi di costruzione dell’identità collettiva.
In linea generale, l’approccio dei nuovi movimenti sociali riposa sull’idea secondo la quale i movimenti indentitari costituirebbero una reazione ai cambiamenti
strutturali intervenuti nelle società occidentali (Klandermans et Tarrow, 1988). Il
nuovo contesto economico internazionale e la moltiplicazione delle possibilità di
comunicazione avrebbero incoraggiato la formazione di nuovi spazi dedicati all’azione contestataria. Contrariamente ai gruppi del passato, i nuovi movimenti non
sembrano essere interessati alla conquista del potere politico (Melucci, 1996).
Questa constatazione destabilizza i fondamenti stessi della disciplina che si era focalizzata essenzialmente sul modello del processo politico e sulla «politica del
conflitto»2 (Tilly, 1976; McAdam, Tarrow e Tilly, 2001).
Emerge, quindi, nella disciplina una nuova dicotomia concettuale in cui si distinguono i movimenti strategici, «strategy-oriented», dai movimenti indentitari,
«identity-oriented» (Cohen, 1985; Pizzorno, 1978) in cui le identità prodotte costituiscono la principale finalità dell’azione collettiva.
Un altro punto cruciale della teoria di Melucci riguarda l’importanza che i nuovi
movimenti accorderebbero ai meccanismi deliberativi e di partecipazione (Melucci,
1996). Le nuove opposizioni riguarderebbero dunque i modi stessi di vivere la cit-
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Charles Tilly e Sidney Tarrow combinano i concetti di conflitto, politica ed azione (Tilly, Tarrow,
2008) nel macro-tema della «politica del conflitto». Il conflitto, implicando l’opposizione degli
interessi di gruppi o istituzioni, costituisce il punto centrale dell’azione collettiva. Il movimento
sociale si inserisce quindi nella politica del conflitto ed è definito come una campagna
duratura di rivendicazione che utilizza in modo continuativo delle rappresentazioni e dei
repertori dell’azione per farsi conoscere dal grande pubblico (petizioni, slogan, interfacce
digitali …) e che poggia su una base (Tarrow, Tilly, 2008).
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tadinanza a partire dai concetti di centro e di periferia e di inclusione ed esclusione
democratica e comunicativa. I nuovi movimenti si svilupperebbero soprattutto sul
piano dell’iniziativa cittadina e della contro-cultura che si mobilizza contro i grandi
progetti pubblici ed industriali. La contestazione contro la linea ad alta velocità Torino-Lione in Italia o contro il progetto dell’æroporto di Notre-Dame-des-Landes in
Francia rappresentano bene la ferma opposizione dei cittadini alla distruzione degli equilibri economici e ambientali dei territori. I due movimenti rivendicano nello
stesso tempo il diritto delle popolazioni locali all’autodeterminazione e alla partecipazione democratica.
Le dicotomie applicate ai movimenti sembrano rispecchiare nello stesso tempo
il fossato che si è creato progressivamente tra i sostenitori del modello del conflitto
politico, per i quali lo Stato-nazione e le istituzioni costituiscono degli attori centrali
del conflitto, e le affiliazioni della teoria dei nuovi movimenti sociali, che si concentrano molto di più sull’affermazione delle identità e degli statuti sociali nel contesto
della globalizzazione.
In realtà, tale distinzione non è mai stata tanto netta e numerosi studi dimostrano che i movimenti hanno piuttosto tendenza a combinare la forma espressiva e
identitaria con quello strategica e strumentale (Kriesi, Koopmans,Duyvendak e
Giugni, 1995). La maggior parte dei movimenti si rivolge, infatti, ancora alle élite
politiche e alle istituzioni, siano esse nazionali od internazionali. In questo senso, la
visione strategica non ha mai vissuto un chiaro declino anche se le finalità e il rapporto dei movimenti con le istituzioni possono variare sensibilmente. Il movimento
zapatista, che fu l’iniziatore di strategie e forme di lotta alternative, proponeva una
fusione interessante tra le rivendicazioni identitarie (la difesa delle popolazioni indigene) e quelle politiche ed anti-capitaliste (la difesa della democrazia diretta e la
critica del sistema economico neoliberale).
Benché parzialmente fondata, questa dicotomia appare quindi quantomeno
problematica. La depoliticizzazione apparente dei gruppi contestatari non implica
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in nessun modo l’assenza di una dialettica con il potere né tantomeno la scomparsa
delle questioni materiali (Mathieu, 2002). Assistiamo, infatti, ad una persistenza
delle tematiche politiche ortodosse legate alle condizioni e alla regolamentazione
del lavoro salariato. Basti pensare all’intensità della recente mobilizzazione francese
contro la riforma del lavoro o all’emergenza dell’identità politica del precario in Italia, per rendersi conto del filo rosso che unisce le lotte sociali del passato a quelle
del presente.
Inoltre, l’identità si costruisce attraverso un doppio processo di opposizione e
di assimilazione e, pertanto, non può essere separata dagli interessi, le aspirazioni e
le pratiche dei gruppi sociali. I movimenti sociali hanno in realtà sempre associato
la promozione dell’identità di un gruppo alla difesa dei suoi interessi (McAdam,
Tarrow, Tilly, 1998). Questa binomio era ugualmente presente nel movimento operaio del XIX secolo in cui, accanto alle rivendicazioni salariali, gli operai chiedevano
il riconoscimento della loro dignità e della loro identità (McAdam, Tarrow, Tilly,
1998).
All’interno di questa prospettiva, la centralità del processo di costruzione dell’identità, interpretata come il segno di una rottura con il modello del conflitto politico, ha in realtà costituito sempre un punto cruciale nei fenomeni della mobilizzazione.
Ciò che in fondo divide movimenti e specialisti non è tanto la distinzione tra
due tipi di movimento sociale quanto forse «la differenza tra l’attivismo e l’organizzazione, tra la messa in scena dei propri ideali e la costruzione di un movimento» 3.
Ciò che sembra affievolirsi sempre più è la volontà di fondare delle organizzazioni
politiche, di dibattere su strategie di lungo periodo e lottare per sostenerle senza
soccombere all’individualismo ed al piacere dell’effimero.
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Astra Taylor, Le deux jambes du militantisme, Le Monde diplomatique, juin 2016, p. 3.
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Proposte critiche per lo studio dei movimenti sociali
La storia di tutta la società, svoltasi fin qui, è storia di lotte di classi. Liberi e
schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, maestri delle corporazioni
e garzoni, in una parola, oppressi ed oppressori sono stati continuamente in
contrasto tra loro, e hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte palese a
volte dissimulata; una lotta che è sempre finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società, o con la totale rovina delle classi in lotta.
Karl Marx e Friedrich Engels, Il manifesto del partito comunista
La proposta di Nancy Fraser
La nostra proposta critica si fonda sul rifiuto della dicotomia tra le lotte identitarie e
le lotte materialiste e suggerisce un paradigma integrato che sappia nutrirsi delle
teorie critiche marxiste e recuperarne l’eredità.
Tra le prospettive critiche che si iscrivono in questo filone, possiamo annoverare il lavoro di Nancy Fraser. L’autrice propone, infatti, un modello di analisi particolarmente interessante che conduce al superamento della dicotomia tra i terreni
delle lotte di classe e le nuove lotte per il riconoscimento. La filosofa cerca di conciliare la teoria del riconoscimento con i principi della giustizia sociale che sono dominanti all’interno delle «grammatiche della contestazione» (Fraser, 2005, p. 74). In
linea generale, Nancy Fraser afferma che la volontà di valorizzare le differenze, attraverso la trasformazione dei valori culturali egemonici, non dovrebbe opporsi alle
lotte per l’ottenimento di un sistema politico ed economico più egualitario. Se è
vero che le contestazioni contemporanee sono state segnate dall’emergenza delle
rivendicazioni identitarie (il riconoscimento delle popolazioni indigene, dei diritti
degli omosessuali, delle donne o, ancora, delle comunità religiose), la filosofa sot12
tolinea il fatto che l’affermazione delle identità e il diritto alla differenza non possono sostituirsi automaticamente agli interessi di classe. Al contrario, tanto nel campo
militante che negli ambiti accademici, sembrerebbe che il concetto d’ingiustizia
sociale, risultante dalla struttura economica della società, si opponga a un modello
di ingiustizia e di violenza simbolica. Quest’ultima determina una forma di dominazione culturale di certe rappresentazioni sociali sui codici sociali minoritari.
Nancy Fraser riesce a dimostrare che questa dicotomia è in realtà solo apparente. I due modelli contestatari risultano, infatti, essere imbricati e interdipendenti.
La subordinazione economica impedisce infatti di partecipare alla produzione
culturale, le cui norme sono esse stesse stabilite da parte dello Stato e del mondo
dell’economia (Fraser, 2012).
Nonostante la forte connessione tra i due meccanismi di dominazione, quella
economica e quella culturale, queste due concezioni dell’ingiustizia hanno dato
origine a delle visioni politiche e a delle rivendicazioni opposte. Il rimedio contro
l’ingiustizia sociale è infatti generalmente identificato con le strategie di redistribuzione e di indifferenziazione mentre invece le rivendicazioni legate al riconoscimento promuovo la differenza culturale e lo sconvolgimento dei modelli sociali di
rappresentazione. Questa tensione è dovuta al fatto che le lotte per la redistribuzione si indirizzano a delle classi sociali sfavorite che sono identificate in relazione
al loro rapporto con il mercato. Al contrario, l’ambito delle lotte per il riconoscimento si concentra sul disprezzo sociale e sulla mancanza di considerazione (Fraser,
2012).
Gli ideali socialisti sull’uguaglianza delle condizioni e delle opportunità sembrerebbero quindi entrare in contraddizione con i principi del multiculturalismo.
Questo binomio nelle tipologie di rivendicazione è ugualmente visibile nel sistema
dei provvedimenti politici che sono incoraggiati dai due campi militanti. Il « modello correttivo », che prefigura l’introduzione di aiuti rivolti verso certe categorie sociali senza modificare il sistema economico nel suo insieme (come per esempio nel
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caso della « discriminazione positiva ») corrisponderebbe meglio alle attese dei
« nuovi movimenti sociali » mentre invece il « modello trasformatore », associato
generalmente al progetto politico socialista e implicando dei cambiamenti significativi nella divisione sociale del lavoro e nelle condizioni di esistenza, corrisponderebbe meglio alle forme di contestazione derivate dal movimento operaio. Nell’ottica di Nancy Fraser, se il primo modello contribuisce spesso ad accentuare la debolezza di certi gruppi e ad avere un impatto negativo sulle questioni identitarie, il
«modello trasformatore» potrebbe ridurre le disuguaglianze e contribuire all’emancipazione dei gruppi che lottano per il riconoscimento (Fraser, 2012). L’autrice
ritiene quindi che combinare le due cornici contestatarie permetterebbe di rinforzare i due concetti della giustizia e di promuovere il diritto alla differenza in un
contesto sociale che sappia garantire l’uguaglianza nella partecipazione e nella libera espressione ai cittadini. Il campo della giustizia implicherebbe quindi nello
stesso tempo i concetti di redistribuzione e di riconoscimento, di classe e di statuto
(Fraser, 2012).
L’originalità di questa prospettiva teorica consiste nello spostamento della riflessione sul conflitto sociale dalla dimensione utilitarista e instrumentale a quella
etica e morale. In effetti, al di là dei bisogni materiali e degli interessi specifici dei
gruppi, il bisogno del riconoscimento resta un elemento centrale nel processo di
costruzione dell’identità contestataria. Questo non deve pertanto condurci a distinguere le lotte di classe del passato dalle lotte contemporanee per il riconoscimento. Lo spostamento della focale dei gruppi contestatari verso le tematiche legate alla stima e al riconoscimento sociale dipende unicamente dall’idea universale
dell’uguaglianza e dall’affermazione progressiva dei principi universali di giustizia
sociale nelle società democratiche. In altre parole, se i progressi sociali che abbiamo ottenuto fino ad ora derivano principalmente dall’affermazione del principio di
uguaglianza, queste stesse conquiste giuridiche di cui oggi beneficiamo impediscono l’identificazione dell’ingiustizia subita con un’ingiustizia di classe e spingono i
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soggetti malcontenti a concentrarsi sull’ottenimento del riconoscimento sociale.
L’individualizzazione della coscienza politica non implica tuttavia una scomparsa
dei problemi legati alla distribuzione delle ricchezze o allo sfruttamento dei lavoratori. La sinergia tra le questioni materiali e quelle legate al riconoscimento non è un
fenomeno nuovo. Le lotte contro il colonialismo e la schiavitù erano fondate sia su
delle rivendicazioni materiali che su delle rivendicazioni identitarie. Il movimento
operaio non ha sollevato unicamente il problema inerente alla dominazione economica del sistema capitalista ma mirava ugualmente a dare una dignità ed un riconoscimento al lavoro, al ruolo ed allo statuto dell’operaio. La valorizzazione, materiale e sociale, dell’attività degli individui (sia essa manuale o intellettuale) permette agli stessi di costruire un rapporto positivo con loro stessi e di integrarsi con
successo nella società.
Comunicazione e azione sociale
La generalizzazione degli usi di Internet ha permesso ad un numero crescente di
cittadini di poter gestire delle risorse collettive in autonomia ed a basso costo. Disporre delle nuove tecnologie non implica tuttavia automaticamente un loro utilizzo civico o militante. Nella maggior parte dei casi, i militanti digitali corrispondono
a coloro che erano già interessati alla politica al di fuori delle sfere della comunicazione elettronica. L’esistenza della tecnologia non ha in sé il potere intrinseco di risolvere i problemi della partecipazione democratica né quello di trasformare gli
ignavi in militanti agguerriti. Essa può tuttavia favorire, per i soggetti impegnati,
l’emancipazione dalle strutture professionali o istituzionali. I nuovi media possono
insomma accentuare il fenomeno già menzionato della de-istituzionalizzazione della protesta sociale. Dovremmo quindi riconsiderare i concetti di organizzazione e di
risorsa collettiva alla luce delle nuove pratiche e dei nuovi saperi militanti che si
producono e si diffondono in seno ai gruppi contestatari a livello internazionale.
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Secondo la letteratura anglosassone, da Blumer a Tilly, i movimenti sociali sono
caratterizzati da una certa continuità temporale.
Questo criterio è stato chiaramente messo in discussione dai principi dell’accelerazione (Rosa, 2010). Alcuni movimenti sociali contemporanei subiscono dei processi di de-mobilizzazione molto rapidi. Tra questi movimenti effimeri, si colloca per
esempio il movimento francese «Nuit débout» o ancora il «Popolo Viola» in
Italia, scomparsi rapidamente dalle piazze e dai media.
Ciò significa che, al di là della struttura delle opportunità politiche4, altri aspetti,
considerati come congiunturali, hanno la capacità di scatenare una mobilizzazione
rapida di gruppi sociali per i quali le rivendicazioni e le motivazioni erano rimaste,
fino a quel momento, dormienti. Il modello della «struttura delle opportunità politiche» - SOP - (McAdam, Tarrow et Tilly, 1998) non considera, infatti, la capacità dei
contestatari di crearsi loro stessi delle occasioni per l’azione.
Come è stato sottolineato a giusto titolo da Lilian Mathieu, l’apertura da parte
delle istituzioni o l’elezione di un gruppo politico favorevole e vicino al movimento
potrebbe al contrario indebolire la mobilizzazione attraverso un processo di istituzionalizzazione (Mathieu, 2002). Oppure, al contrario, come illustrato dalla protesta
francese contro la recente riforma del lavoro, la delusione provocata dall’azione di
un partito politico teoricamente vicino alle idee del movimento, potrebbe provocare un processo di radicalizzazione del movimento stesso.
4
La nozione di « struttura delle opportunità politiche » (SOP) è stata elaborata da Tilly e Tarrow
(Tilly et Tarrow, 2008). Questo modello teorico considera il livello di apertura e di chiusura delle
istituzioni politiche, il livello di stabilità e di instabilità delle alleanze politiche e governativaz, la
disponibilità di alleati e la presenza di conflitti tra le elites come delle variabili determinanti per
lo sviluppo dell’azione contestataria. In questo senso, una data configurazione politica può
favorire o scoraggiare la formazione dei gruppi contestatari ed avere un forte impatto sullo
sviluppo e il successo della loro azione. In linea generale, quando la SOP corrisponde a un
sistema aperto les strategie contestatarie seguono i modelli dell’assimilazione e
dell’istituzionalizzazione. Al contrario, quando la SOP corrisponde a un sistema politico chiuso,
i movimenti entrano in un confronto diretto e radicale con lo Stato e hanno tendenza a
radicalizzarsi. Le possibilità di riuscita di un movimento dipendono quindi dalla sua capacità di
creare delle alleanze con i governanti o di esercitare un pressione efficace sulla sfera delle
decisioni. Vedremo che in realtà questo modello risulta troppo meccanico e non prende in
considerazione la capacità dei movimenti di sovvertire le regole e i principi democratici.
16
Emerge, quindi, la necessità di considerare l’importanza delle sfere della comunicazione e della cultura nei fenomeni dell’azione collettiva. In effetti, come lo ha
chiarito F. Chazel, non basta che delle opportunità si presentino, bisogna ugualmente che esse siano effettivamente colte dai soggetti interessati (Chazel, 2003, p.
124). L’analisi del conflitto politico (Tilly, 1976) dovrebbe infatti considerare l’incidenza dell’economia politica dei media, delle crisi e delle fluttuazioni dell’economia o ancora l’emergenza e lo sviluppo di forme di comunicazione alternative.
Le mutazioni socio-tecniche non si producono tuttavia in modo omogeneo.
Esistono movimenti in cui le interazioni faccia a faccia rivestono ancora una funzione primordiale per la costruzione della coscienza collettiva e della cornice
contestataria. In altri casi, le nuove forme della comunicazione digitale acquistano
un ruolo centrale nell’organizzazione e nelle modalità dell’impregno politico. L’azione collettiva nel suo senso tradizionale, fondata sulla creazione di risorse collettive ed organizzative stabili, coabita quindi con l’azione «connettiva», basata sull’azione comunicativa e informativa individuale ma condivisa con altre individualità
distanti sulle piattaforme digitali (Bennett & Segerberg, 2012).
In questo senso, la costruzione dell'identità collettiva deve essere considerata
come un processo lento e diffuso che non si compie unicamente in seno ai movimenti ma che deve essere ricercato a monte e a valle dell’azione collettiva così
come nella varietà delle sfere e delle forme della comunicazione sociale. Il movimento sociale non costituisce unicamente una forme di organizzazione e di produzione di risorse collettive ma è piuttosto il luogo in cui delle idee e delle percezioni
latenti divengono coscienti e manifeste ed assumono una consistenza sociale e politica.
17
Lo spazio mediatico di opposizione come terreno di
lotta
Secondo Habermas, in seguito al declino del movimento operaio, emergono nuovi
conflitti nei nuovi contesti strutturati dalla comunicazione. Questi ultimi sono indipendenti dalle sfere della riproduzione materiale e degli organismi istituzionali.
In questo senso, la sperimentazione di nuove forme di cittadinanza, vissute
sempre più al di fuori dalla sfera politica ufficiale, o in opposizione ad essa, potrebbe essere interpretato come una reazione all’assenza di spazi e di possibilità di
costruzione del «comune» (Dardot e Laval, 2014). Nel modello elaborato dal filosofo tedesco, il sistema di indennizzi dello Stato previdenziale ha portato ad una rimozione delle strutture di classe. Di conseguenza, l’alienazione si manifesta soprattutto a livello politico, nei contesti di formazione dell’opinione pubblica. Il cittadino,
aderendo ad un modello legittimista ed incentrato sulla mobilizzazione della lealtà
delle masse, si è nel contempo ritrovato staccato dai meccanismi partecipativi e
decisionali (Habermas, 1987).
A questo proposito, è interessante osservare il modo in cui la maggior parte
dei movimenti contemporanei siano impegnati nella costruzione di uno spazio di
comunicazione autonomo capace di favorire la costruzione di un’identità collettiva
e di gestire nel contempo la rappresentazione simbolica del movimento stesso.
Possiamo citare a questo proposito il blog di Beppe Grillo o, ancor prima, la rete di
informazione Indymedia del movimento No global. La comunicazione, con la molteplicità dei suoi canali e dei suoi formati, costituisce quindi una sfera privilegiata
tanto per l’affermazione del pensiero egemonico che per la costruzione di forme di
resistenza simbolica (Mattelart, 2006). Gli usi della tecnologia si trovano quindi in
tensione tra gli «imperativi del sistema», come li definirebbe Habermas (Habermas,
1987), e le iniziative emancipatrici degli attori sociali (Cardon et Granjon, 2010).
I nuovi spazi autonomi della comunicazione sociale possono perciò assumere
una funzione «resistente». Prendendo ispirazione dai lavori di Oskar Negt, possia18
mo considerare queste zone di informazione e di comunicazione cittadina come
degli «spazi pubblici di opposizione». Animando un dibattito critico con la sfera
pubblica borghese di Habermas, il concetto di «spazio pubblico di opposizione» ci
consente di analizzare le prese di parola di attori che non sono riconosciuti come
legittimi all’interno dello spazio pubblico politico. Quest’ultimo costituirebbe, secondo Habermas, «il concetto fondamentale di una teoria normativa della Democrazia (Habermas, 1993, prefazione, XXV). Il processo discorsivo di formazione
dell’opinione pubblica e della volontà di un pubblico illuminato di pari comporta
tuttavia l’esclusione di un’ampia parte di cittadini che non dispongono delle competenze, delle possibilità o nemmeno della volontà di partecipare alla deliberazione democratica. Questo fenomeno di riproduzione è oggi quantomeno affievolito dalle tendenze all’individualizzazione e alla moltiplicazione dei luoghi di creazione, di discussione e di scambio dell’informazione politica incoraggiate dalla generalizzazione delle pratiche digitali. Questi nuovi spazi di opposizione sono portatori di discorsi e di pratiche proprie (Negt, 2007) che si distinguono nettamente
dalle routines della politica e della militanza tradizionali. Come afferma lo stesso
Negt, questi spazi sono destinati a favorire la liberazione dell’individuo e a dare
un’espressione politica alle aspirazioni democratiche delle diverse categorie della
società (Negt, 2007, p. 38).
Smentendo la teoria secondo la quale i nuovi movimenti sociali non sarebbero
più interessati a partecipare al processo politico (Melucci, 1980; 1996), i collettivi
contemporanei si mostrano capaci di sfidare gli apparati dei partiti e di elaborare
nuove forme di dibattito e di deliberazione originali. In questo senso, il sentimento
anti-politico, che viene condiviso dalla gran parte dei gruppi contestatari, è stato
interpretato a torto come un allontanamento dalla politica in senso lato. In questo
modo, se la fiducia nella politica e nelle istituzioni è effettivamente in declino, il
campo di azione militante e cittadino si rigenera e si estende costantemente attraverso le nuove forme di espressione e di mobilizzazione digitale. Emerge quindi
19
una nuova figura di militante che, scettico rispetto alle modalità ed agli spazi tradizionali dell’azione politica, si concentra sulla gestione dell’informazione on line e
sull’animazione di spazi virtuali di contestazione. In una società sempre più frammentata e in cui le relazioni di lavoro continuano ad individualizzarsi, affinché le
persone possano impegnarsi in un progetto collettivo, devono aver accesso a delle
informazioni affidabili sul problema, aver stabilito una diagnosi critica ed elaborato
una rappresentazione condivisa dell’ingiustizia sociale. Questi processi, considerati
dagli esponenti del paradigma cognitivista solo come delle operazioni strategiche
di reclutamento (Snow et Benford, 2000; 1992), devono in realtà essere considerati
a monte della formazione dell’organizzazione. Costituendo la base per la costituzione della coscienza contestataria, i fenomeni comunicativi contribuiscono ampiamente a determinare il passaggio all’azione collettiva. Di conseguenza, il fenomeno di alienazione politica ha ugualmente contributo a determinare l’importanza
crescente che le forme di comunicazione mediata rivestono nella nostra società.
Strettamente legate ai processi di costruzione simbolica delle cornici contestatarie, pur continuando ad essere quasi ignorate da questa corrente, le nuove pratiche dell’informazione e della comunicazione digitale assumono un ruolo di primo
piano nelle dinamiche della mobilizzazione.
La sfera contestataria di Internet (che occupa, tuttavia, solo una piccolissima
parte del mondo digitale) non è composta unicamente da gruppo preesistenti nello spazio fisico, ma si costruisce oggi ugualmente attraverso un processo di politicizzazione dell’ordinario (Sedda b, 2015). Il caso del Popolo viola in Italia rappresenta bene il passaggio dal modello dei media alternativi (radical media) alla «pratica digitale resistente». Sembriamo assistere, in effetti, ad un processo di scomposizione e di individualizzazione delle forme di «mobilizzazione mediatica» che erano state analizzate negli ultimi decenni5. Questo fenomeno ha incoraggiato lo svi-
5
L’espressione traduce la definizione francese di «mobilisations informationnelles» con la quale
D. Cardon e F. Granjon indicano le contestazioni l’informazione costituisce nello stesso tempo
l’oggetto e il mezzo di rivendicazione il sistema dell’informazione (Cardon et Granjon, 2010).
20
luppo di svariate forme di politicizzazione delle pratiche digitali ordinarie, come
per esempio, l’animazione dei profili sui social network o la pubblicazione di post e
commenti nei blog e nei forum di discussione. In particolare, le attività di manipolazione e di critica dell’informazione giornalistica ufficiale potrebbero costituire, nel
lungo periodo, delle nuove forme di socializzazione e di azione politica. Tali pratiche non sono sistematicamente legate ad un collettivo che agisce nello spazio fisico con una composizione ideologica predefinita ma contribuiscono alla formazione di pubblici critici frazionati e disseminati nella rete. Questi pubblici, che non
costituiscono in automatico le basi dei nuovi movimenti, possono aderire, nel tempo, a diverse iniziative collettive tracciando delle traiettorie contestatarie complesse, anche se spesso, piuttosto effimere.
Nel contesto di questa nuova politica dell’emancipazione, la costruzione della
critica sociale militante si nutre della creazione di «spazi info-comunicativi di opposizione» (Sedda, 2015a; Negt, 2007) che si sovrappongono all’ordine simbolico
dominante. Così come lo spazio pubblico di opposizione di Negt permette l’espressione di una democrazia ribelle, disconnessa dalle norme e dalle competenze
che reggono lo spazio pubblico borghese, nello stesso modo, le pratiche emancipatrici che si sviluppano negli ambienti digitali permettono agli attivisti di disertare
gli spazi mediatici e politici dominanti per forgiarsi, ai margini, una coscienza protestataria.
In questo senso, la critica della società capitalista costituisce lo zoccolo duro
per l’elaborazione di una teoria critica della comunicazione. Se le sfere della comunicazione regolano i rapporti di dominazione, esse costituiscono nello stesso tempo i luoghi per la costruzione simbolica e discorsiva della critica (George, 2014, p.
99). Questa logica dialettica si trova sintetizzata nell’approccio conflittuale dello
spazio pubblico di Negt. Lo spazio pubblico è concepito da Negt come il luogo in
cui si riproduce e si contesta l’ordine sociale e non solo come uno spazio normativo
21
ed elitista suscettibile di riprodurre il linguaggio e il discorso delle classi dominanti
(Negt, 2007).
I movimenti sociali contemporanei concepiscono infatti lo spazio pubblico
come uno degli obiettivi della lotta, nel senso in cui essi sono costantemente impegnati nella ridefinizione delle sue frontiere. L’attivazione di pratiche ordinarie di
resistenza corrisponde ad una volontà di ripensare l’universo della critica sociale,
proprio a partire dalla creazione di spazi mediatici di opposizione.
Ci rendiamo conto, tuttavia, delle numerose contraddizioni che attraversano
queste nuove forme di mobilizzazione elettronica. L’interiorizzazione dei meccanismi propri alla sfera mercantile (che si manifesta nella sua forma più evidente attraverso la partecipazione del click 6 ), la fede cieca e a-critica nel potenziale della
rete, così come la fluttuazione costante del livello di impegno e della natura del
progetto contestatario potrebbero intaccare in modo significativo la capacità delle
società contemporanee di ripensarsi e di scommettere su un nuovo progetto collettivo.
La democrazia radicale
Être radical, c’est prendre les choses par la racine. Or, pour l’homme, la racine, c’est l’homme lui-même >
Karl Marx, Contribution à la critique de la philosophie du droit de Hegel.
Siamo diventati incapaci di interpretare gli eventi presenti della storia come degli
eventi storici e mondiali (Lukacs, 1960, p. 198).
Il fallimento dello Stato comunista, l’affermazione della «sinistra molle», l’indebolimento progressivo delle organizzazioni operaie e, infine, la crescita della xeno6
Ci sono un certo numero di studi (voir Greffet, Wojcik et Blanchard, 2014) che si interrogano sul
significato del «like» o dell’abbonamento ad una pagina di Facebook come nuove forme
individualizzate per manifestare l’adesione ad una causa specifica.
22
fobia e del nazionalismo, sembrano indicarci l’impossibilità di un mondo oltre il capitalismo. Esso continua infatti a dispiegare ovunque la sua logica implacabile pur
dimostrando la sua incapacità ad apportare delle soluzioni alle crisi ed ai disastri
che ha esso stesso provocato (Dardot e Laval, 2014).
L’impressione di un futuro negato ed obliterato è intensificata dalla capacità del
capitalismo di rinnovarsi costantemente. Le presunte conquiste di partecipazione e
di libera espressione del pensiero via le nuove tecnologie digitali diventano precisamente le nuove forme di produzione del valore per le industrie culturali e della
comunicazione. In «Il nuovo spirito del capitalismo», Boltanski e Chiapello si interessano alle strategie discorsive con le quali il capitalismo ha assorbito la critica che
gli era stata rivolta nel corso degli anni ’60 e ’70. Il capitalismo riassume qui una
dimensione totalizzante proprio perché implica la costruzione dell’ossatura ideologica della società. Esso si nutre quindi della sua stessa critica (Boltanski et Chiapello, 1990) i cui canali e forme di espressione vengono inglobati al processo e diventano un mezzo innovativo per produrre profitto. In questo modo, la trasformazione
del capitalismo sposta sempre più in là nel tempo la possibilità di un’esplosione e
di un sovvertimento del sistema.
In «L’Uomo unidimensionale», Marcuse oscilla tra due ipotesi contraddittorie: la
prima sostiene che la società industriale avanzata sia capace di impedire una trasformazione qualitativa della società nel futuro immediato; e la seconda sostiene
che esistano delle forze e delle tendenze capaci di far esplodere la società (Marcuse, 1968).
Dalla caduta del muro di Berlino, la capacità della sinistra di interpretare le
contraddizioni e le ingiustizie sociali e di proporre delle soluzioni politiche si è indebolita progressivamente lasciando il campo a nuove espressioni contestatarie
che rivendicano un’essenza cittadina. Questi movimenti preferiscono concentrarsi
sulla sperimentazione e l’elaborazione di nuove forme di partecipazione e di deliberazione democratica. Il potenziale rivoluzionario, concepito nel senso di un
23
confronto diretto tra classi portando all’abbattimento di queste ultime, si affievolisce ma nello stesso tempo ne emerge un altro che si fonda sul rafforzamento e il
potenziamento della democrazia. Quest’ultima intesa, stavolta, in modo radicale,
come il mezzo per raggiungere l’auto-determinazione di ogni cittadino. Il campo
contestatario diviene dunque un laboratorio democratico che non ha come prerogativa la sola presa del potere ma che intende modificare gli equilibri sociali, provocare l’emergenza di una pubblicità critica; e lo fa agendo ai margini del potere,
creando nuovi spazi di riflessione e di democrazia. Gli slogan dei movimenti sociali
che si sono susseguiti nell’arco degli ultimi anni testimoniano questa volontà: così il
«Democratia real ya» del movimento 15-M (gli Indignati), il «democracy Now» di
Occupy Wall Street, sono solo alcuni esempi emblematici di un immaginario di lotta comune. Nello stesso modo, l’utilizzo di applicazioni che permettono al cittadino
di elaborare dei disegni di legge o di votare delle proposte on line implica, in movimenti quali il Partito pirata o i 5 stelle, una conquista importante verso questo
ideale condiviso di democrazia radicale.
Questo scivolamento dal terreno politico tradizionale ad uno fondato essenzialmente sulla pratica della cittadinanza non indica, tuttavia, l’assenza di implicazioni politiche.
Al contrario, questi movimenti propongono spesso una critica solida della logica dei partiti e delle faglie della democrazia rappresentativa. Questa postura li
spinge a ripensare gli spazi e le forme della partecipazione cittadina proprio per
colmare la distanza, oltre che l’avversione, che si è creata nel corso del tempo tra i
centri decisionali e la società civile. Come conseguenza della progressiva decadenza della politica come luogo dedicato alla difesa degli interessi collettivi, si assiste alla nascita di una varietà di iniziative contestatarie, spesso passeggere,
congiunturali o legate a delle tematiche precise ma tutte convergenti verso uno
stesso principio : la partecipazione democratica dal basso.
24
In seguito al processo di frazionamento dei movimenti sociali degli anni ’70,
l’etica della partecipazione ha continuato ad impregnare tutte le forme di associazionismo e di attivismo contemporaneo trovando, poi, la sua proprio essenza materiale nella rete. Attraverso il principio della cooperazione, i movimenti tentano di
uscire dalla logica capitalista della concorrenza e della produttività per contribuire
a costruire ciò che Dardot e Laval chiamano «il comune». Andando al di là della
produzione e della gestione dei beni comuni, «il comune» è definito dagli autori
come un principio politico che mira a «trasformare profondamente l’economia e la
società capovolgendo il sistema delle norme che oggi minacciano direttamente
l’umanità e la natura» (Dardot e Laval, 2014, p. 13). Il comune può essere interpretato come l’insieme delle pratiche e dei valori finalizzati alla difesa degli interessi della comunità contro un’aggressione delle classi dominanti. Esso è quindi il principio
che anima l’attività collettiva degli individui e che presiede ad una forma di autogoverno politico locale (Dardo et Laval, p. 19-20). In altre parole, non basta concentrarsi sulla preservazione di beni fondamentali o sulla difesa di una causa specifica,
bisogna riformulare i principi politici ed economici che reggono la società in un
senso anticapitalista e radicale. Ma l’idea di un destino comune, che emerge negli
ideali politici del socialismo e, ancor prima, nel comunitarismo primitivo, appare
allontanarsi sempre più. Le vie per un’indispensabile cooperazione sembrano essere bloccate e, come affermano gli autori, si assiste oggi alla tragedia del «comune» ((Dardot e Laval, 2014, p. 14). I movimenti sociali che si sono susseguiti negli
ultimi decenni hanno tentato di salvare i servizi pubblici fondamentali (l’educazione, l’acqua, i trasporti), la protezione sociale ed il diritto al lavoro. Tuttavia è
sempre più evidente che il contesto dello Stato nazionale è oggi inadatto a perseguire il progresso sociale. In questo senso, è proprio il neoliberalismo, avendo rotto le norme e la legittimità della sovranità nazionale, ad aver incoraggiato l’emergenza del pensiero politico del comune. Il neoliberalismo è definito dagli zapatisti
come «la forma ideologico-discorsiva adottata per la ristrutturazione mondiale del-
25
la dominazione del capitale alla fine del millennio» (EZLN, 1996, p. 39). L’idea della
presa del potere dal basso è dunque forse una conseguenza dell’impossibilità di
poter fronteggiare il sistema capitalista dall’interno delle istituzioni degli Stati nazionali. Fin dalla fine degli anni ’90, lo Stato è definito come un ingranaggio asservito al sistema economico globale. Di fronte a questa forza autocratica e autoritaria,
gli zapatisti elaborano il principio politico che è stato adottato dal movimento noglobal e poi rielaborato da tutti i movimenti internazionali che si sono succeduti
negli ultimi dieci anni. L’idea è quella del recupero di uno «spazio pubblico per tutti che non corrisponde alla conquista del potere da parte di pochi né alla creazione
di nuovi apparati e di nuove burocrazie» (EZLN, 1996, p. 43-44) .
Tale discorso militante riflette i principi di quella che è stata definita «la corrente
calda» della Scuola di Francoforte. Secondo Negt, le basi di una democrazia radicale sono indissociabili dalla creazione di un contesto pubblico e militante nel
quale tutti gli uomini e le donne riescano a dare un’espressione politica ai loro interessi ed alle loro aspirazioni esistenziali (Negt, 2007). Tale spazio può superare lo
stadio di opposizione ed elaborare delle nuove forme di deliberazione e di azione
politica destinate a sostituirsi o a rinnovare l’arsenale dello spazio pubblico borghese (Negt, 2007). Lo spazio pubblico di opposizione, che non può e non deve
essere distinto nettamente dalla sfera privata e dal lavoro, ci permette di ricostruire
«un legame tra il salariato, i conflitti normativi e le espressioni politiche» (Negt,
2007, p. 11). La « soggettività ribelle » (Eigensinn) di Oskar Negt è definita come un
misto di «ostinazione, autenticità e negatività degli attori sociali che resiste alla
marcia trionfale della storia dei vincitori » (Negt, 2007, p. 15). Queste forze sociali,
esterne allo spazio pubblico politico, si formano nel contesto della divisione sociale
del lavoro della produzione capitalista. Il sistema economico ha bisogno di creare
delle relazioni sociali e si nutre quindi del «lavoro vivo» del salariato. La soggettività
ribelle è paradossalmente necessaria alla realizzazione del sistema capitalista.
Questo significa che le capacità soggettive dei lavoratori non si lasciano assorbire
26
totalmente dalla socializzazione sistemica ma continuano ad agire. Questa parte di
noi, che sfugge al sistema della pianificazione e della razionalizzazione capitalista, è
la base per la formazione di un soggetto ribelle. Il potere sociale definito da Negt
costituisce per noi una manifestazione chiara del principio del comune di Dardot e
Laval. Questo perché per il primo come per i secondi, i principi di solidarietà e di
cooperazione non si riducono ad «una questione etica o ad una sorta di buona volontà ma devono essere formulati in termini politici» (Negt, 2007, p. 29). Il comune
sembra essere divenuto il principio delle lotte e dei movimenti che tentano di resistere alle dinamiche del capitale. Le rivendicazioni incentrate sulla difesa del comune sono emerse già a partire del XIX secolo grazie ai movimenti dei lavoratori e
delle donne. Essi hanno provocato una rottura nel pensiero politico imponendo nel
dibattito pubblico l’insieme delle questioni legate al lavoro e alle altre attività e relazioni sociali. Il comune appare poi in modo esplicito nei movimenti no global. Tali
movimenti hanno pero’ fallito nella costruzione di un universale, come quello del
socialismo per esempio, e si sono limitati, fin qui, a sommare delle cause disparate
o a proteggere delle risorse comuni specifiche. Ma è proprio da queste sconfitte
che dovremmo trarre degli insegnamenti per intraprendere la via verso l’emancipazione. Il termine comune è, infatti, intimamente legato a quello di comunismo
del quale preserva il principio fondamentale e portante che è quello dell’uguaglianza.
27
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