I – Li surci – metro: sonetto - Materiale Scienze della Formazione

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I – Li surci – metro: sonetto - Materiale Scienze della Formazione
I – Li surci – metro: sonetto.
Fin da questa prima breve favola entra in scena e si svela in tutta la sua spietata crudezza la realtà
rappresentata dal Meli, che è degli animali certamente ma anche degli uomini che questi
simboleggiano. Un topolino scapestrato invano viene invitato dallo zio a tornare sulla retta via. Alla
fine, cade tra le grinfie del gatto e in quel momento disperato chiama aiuto. Lo zio certamente è
addolorato e, tuttavia, non trova di meglio che rimproverare il topolino per quando si è dato ai
bagordi. Chi sbaglia paga, il vizio ha in sé la sua punizione.
La scelta della figura dello zio sta in relazione non solo con la sua tradizionale autorità familiare ma
anche con la consonanza, come nota il Meli, con “la voce del sorcio quando è preso”. Certo occorre
ravvedersi e correggersi prima che sia troppo tardi, eppure, questa morale è troppo dura per il
topolino dalla “testa sbintata” che paga con la morte l’aver intrapreso “la via di l’acitu”. È, in
concreto, la stessa durezza dei rapporti che sta al fondo della Cicala e la formica (cfr. La Fontaine
I,1). Carmelo Piola vede nel topolino re Ferdinando e nello zio il Papa (cfr. ms 2 Qq H 196 BCP).
II – Li granci – metro: sestine di settenari.
La favola ruota sul doppio significato della locuzione “caminari drittu” che qui, all’interno di una
famiglia di granchi, assume, oltre che il senso morale, anche il suo significato letterale in quanto,
come si sa, i granchi camminano in senso obliquo. È questo l’insegnamento che il padre tenta di
dare ai propri figli solamente in base alla propria autorità, ma non al proprio esempio: questi
giustamente gli ribattono che non si può predicar bene e razzolare male: occorre dare prima
l’esempio. Anche il vivace dibattito familiare che ne segue non porta a nulla. Ognuno continuerà a
rappresentare il proprio ruolo, il padre a dire, i figli a fare, ognuno a seguire “sinu a morti” la
propria natura, fisica e morale. Appare evidente, dopo la fine del “surciteddu di testa sbintata”, la
difficoltà di ogni progetto educativo in generale e della favola in specie che non faccia riferimento a
una autentica moralità. «Meli, poète moraliste débute en donnant une leçon à ceux qui doivent
moraliser les autres et lui, qui était une conscience droite, il pouvait bien le faire sans crainte de voir
retourner contre lui-même les traits piquants de sa fine moquerie» (Ciotti 1891, 36)
(cfr. Esopo, 151; Babrio 109; La Fontaine XII,10; Cantoni, I consigli del granchio; Cesareo 1924,
256; ma cfr. anche la favola medievale Pictor et uxor: Hervieux II, 611; Perry 677).
III – Li babbaluci – metro: sonetto
Qui si oppongono pesantezza e leggerezza, utile e inutile, pieno e vuoto. La vita è considerata pena
e fatica da due lumache che stanche trascinano il loro corpo sul terreno mentre vedono volare
leggera nell’aria una ‘inutile’ frasca. La prima lumaca subito lamenta l’ingiustizia dell’esistenza
(«sta mia vita ch’è mischina!»), la seconda, più attenta e osservatrice, nella quale è da ravvisare il
punto di vista del poeta (Santangelo 1965, II, 35), afferma l’illusorietà di quel volo. È entrata in
scena una delle grandi protagoniste delle favole del Meli: la Sorte. E, dunque, quel volo leggero
della frasca, si rivela soltanto un “jocu […] buffuniscu”, un inganno del carnevale della vita, dovuto
proprio al suo essere “vacanti”, nel doppio senso fisico e morale. Dunque, è la morale implicita, non
occorre dar peso a queste illusioni leggere, che non sono la vita reale, ma credere nella propria
‘pesantezza’ per seguire un’esistenza ‘piena’.
Per Palumbo (1923, 29-33) presenta analogie con La zucca e il pero di Ludovico Ariosto, Satire;
cfr. anche L. Pignotti, La zucca.
IV – L’aquila e lu riiddu – metro: sestine di endecasillabi.
Quali sono le qualità più adatte a un governante? L’aquila e l’avvoltoio, i potenti di turno di questa
favola, ritengono la forza e la robustezza, qualità di cui non mancano; la totalità dei saggi pensa
invece che siano più utili l’ingegno e la prudenza. Allo stato di natura, dietro cui si nasconde il
pensiero dei rapaci, si contrappone quello sociale prospettato dai saggi. Forza e talento stanno tra
loro come natura e società. Il processo di civilizzazione implica un distacco dalla natura e una
crescita delle qualità soggettive intellettuali. In un primo tempo hanno, però, il sopravvento i più
forti e così viene decisa una gara di altitudine. L’aquila riesce a volare più in alto di tutti, ma al
momento di reclamare il suo premio si vedrà sopravanzata dal talento del regolo che, benché
piccolo, è riuscito a volare più in alto perché, usando l’ingegno, si è poggiato sulle spalle del rapace.
Il popolo lo acclama re in un ennesimo gioco linguistico («riiddu» in dialetto vuol dire infatti «re
quello») che svela un destino già implicito nel nome. L’ingegno vale più della forza.
La nota finale del poeta sul dialetto può essere intesa come una lancia spezzata «in difesa della
vetusta tradizione della lingua nazionali, cioè siciliana» (Santangelo, II, 39), ma anche, alla maniera
della tradizione esopiana, come una sorta di sorriso ironico.
V – Li surci e lu rizzu – metro: sonetto caudato.
La morale, inserita all'inizio della prima terzina («spissu tocca / a li bon cori agghiuttiri cutugna»
perché «su assai l'ingrati»), è così conosciuta che non metterebbe conto incentrare la favola su di
essa se Meli non riuscisse a costruire una serie di immagini di una tale evidenza da rimanere
indelebili. Il topo buono cede parte della sua tana al riccio stremato dal freddo e ne viene ripagato
con la totale esclusione dal suo letto. Il racconto, in realtà, s'impernia e prende spunto dal verso
finale («Cui punciri si senti nescia fora») frase proverbiale, «espressione di altezzosa e malvagia
prepotenza, propria dell'arrogante provocatore che sfida l'avversario che pur ha dianzi offeso»
(Santangelo, 1965 II, 41).
La figura del riccio vien fuori, dunque, dalla sua stessa relazione con il proverbio, all’interno di un
giuoco linguistico che, come appare chiaro anche dalle altre favole, Meli utilizza con alta frequenza
quasi a ritrovare nel linguaggio stesso la spiegazione dei significati nascosti e, come affermato nella
favola precedente, la naturalità e l'antichità di questo rapporto. «G. Meli imita sans doute dans cette
fable, celle du Serpent et le Hérisson, que Lenoble, un des auteurs les plus fécond et les plus oubliés
du dix-septieme siècle, mit dans sa comédie-ballet Èsope-Arlequin» (Ciotti 1891, 40)
(cfr. Esopo 224; Fedro I, 8; IV, 20; La Fontaine II, 7; III, 9).
VI – Seguita lu stissu suggettu – metro: sonetto caudato.
Favola consolatoria che va letta con la precedente per il suo complessivo significato. Meli dà qui
una riprova che il sistema dei proverbi è sostanzialmente neutro, a ogni affermazione ne
corrisponde un'altra uguale e contraria così da neutralizzarsi. Allo stesso modo la morale di questa
seconda favola sopra lo stesso soggetto (l'ingratitudine) finisce con il dimostrare come l'ingrato
paghi sempre il suo debito e «cui fa beni, beni aspetta».
Un uomo, che aveva subito dei furti dalla sua dispenza e aveva individuato la tana del topo, all'alba,
senza nulla sapere dell'ingrata occupazione da parte del riccio, mura con pietre e calce l'accesso
della tana seppellendolo vivo.
Lo spietato e crudele mondo degli animali esopiani sembra vinto e come redento da una nuova e più
ferrea giustizia. Se il vizio del topolino di «testa sbintata» (I) meritava la punizione, la bontà di
quest’altro deve aspettarsi una ricompensa, che qui appare venire dal Cielo che può intendersi anche
come sinonimo della Natura e dei rapporti di forza da essa stabiliti.
(cfr. La Fontaine IV, 11)
VII – Lu cani e la signa – metro: sestine di endecasillabi.
Il tema delle due precedenti favole si amplia in questo dialogo tra il cane, simbolo di «gratitudini e
custanza», e il suo opposto, la scimmia, animale frivolo e incostante. Ne viene fuori un contrasto
che mette in luce ovviamente le qualità positive del cane e la 'lungimiranza' della Natura. Non si
tratta, questa volta, di animali-maschere di rapporti umani ma di comportamenti esemplari
propriamente animali che riconducono alla contiguità con il mondo umano del quale costituiscono
una sorta di integrazione. Gli uomini possono, anzi devono imparare dagli animali.
Si noti come in questa favola il termine Natura abbia preso il posto di Cielo della precedente.
(cfr. Hervieux II, 310-11; Perry 709-10)
VIII – Lu gattu, lu frusteri e l'abati – metro: sestine di endecasillabi.
Il gatto, sempre simbolo di crudeltà e di malvagità, qui viene a rappresentare frati e monaci e il loro
comportamento ambiguo. Si tratta, in maniera evidente, più che di una favola vera e propria, di un
apologo sui religiosi e sulla loro doppia morale che muta a seconda delle circostanze e soprattutto
sempre pronta a giustificare il proprio operato. Tema è «l’egoismo umano, che, mascherandosi
spesso con le virtù dell’altruismo esplode allorché vede minacciato il proprio tornaconto»
(Santangelo, 1965, II, 43 n.*).
Un forestiere ammira un gatto per il suo profilo, ma il guardiano, o abate, (tanto è lo stesso perché
si tratta pur sempre di uomini di chiesa) lo invita a osservare meglio il suo comportamento. Infatti,
il gatto resta immobile davanti a un piatto pieno di pesci, anzi ferma due gatti che vorrebbero
mangiarseli, fino a quando non arriva una masnada di altri gatti e allora anche lui si lascia andare a
far man bassa. Il 'reverendo' loda questo comportamento ipocrita e opportunista sostenendo
addirittura la saggezza del gatto che adatta il suo agire alle circostanze. È l’elogio della relatività
della morale e della predominanza degli istinti naturali. Ovviamente, la considerazione vale per il
gatto così come per frati o monaci. Al forestiere non rimane altro che prenderne atto e andarsene
dicendo di aver imparato bene la lezione.
(cfr. La Fontaine VIII, 7)
IX – La rindina e lu parpagghiuni – metro: sestine di endecasillabi.
A regolare la favola ancora una volta sono le opposizioni pieno/vuoto, sostanza/apparenza,
vicino/lontano, vantaggio/perdita.
Una rondine ammira e invidia una farfalla per la bellezza dei suoi colori e per il fatto che possiede
quattro ali. Poi, però, si accorge che vola male e quasi a stento e allora trae le sue necessarie
conclusioni: nelle cose che più appaiono c'è molto di superfluo e di vuoto. L’apparenza non solo
inganna, ma serve a coprire le mancanze. Al contrario (è la morale implicita) per trarne vantaggi, le
cose vanno considerate da vicino e in ciò che contengono nella loro sostanza.
(cfr. Pignotti, La lucciola).
X – Lu crastu e lu gaddu-d'India – metro: sestine di settenari.
Un comune scenario siciliano: un caprone che pascola sotto un carrubo. In quesa pace un
gallinaccio lancia il suo richiamo. Il caprone sorpreso rincula vedendo quello così pettoruto in atto
di sfida. Poi, una volta presa la rincorsa, carica con tutta la sua forza stendendo a terra l'impertinente
gallinaccio. Conclusione: non mettete chi soffre e non si ribella con le spalle al muro.
Favola politico-sociale, certamente, che ricorda tante rivolte popolari siciliane ma anche giusto
principio di umana convivenza regolato ancora sull'opposizione sostanza/apparenza. La «morale»
che fa da epimìtio svela chiaramente la funzione esortativa ma insieme mnemonica del «racconto
allegorico» appena concluso: «pinsati a lu cuntrastu», dice Meli, e comportatevi di conseguenza.
XI – L'ortulanu e lu sceccu – metro: sestine di endecasillabi.
Un povero contadino coltiva un pezzetto di terra (6.548 m2) metà a orto e metà a giardino. I ladri gli
rubano tutti i suoi prodotti e lui spera di potersi rifare con quelli che ancora devono maturare. Una
notte, però, l'asino rompe il capestro e fugge nel giardino distruggendo ogni cosa. Al povero
contadino 'impallidito' non rimane che contemplare la propria rovina e trarne come conclusione che
peggio dei ladri è l'asino libero e sciolto. In senso più generale: i peggiori mali non li causa la
cattiveria ma la stupidità. In senso politico: le rivolte popolari hanno esiti imprevedibili e sono
peggiori delle guerre.
XII – Lu liuni, lu sceccu ed autri animali – metro: quartine di ottonari a rima alternata.
Nelle sue manovre di caccia un leone (la forza e il coraggio) si serve del riparo di un asino (la
stupidità e la paura) per non farsi scorgere da un orso che vuole catturare. Si tratta solo di una
manovra opportunistica, ma gli altri animali che guardano nascosti da lontano scambiano la
vicinanza dei due per familiarità così che, quando il leone si allontana, l'asino viene da tutti
ossequiato. Le opposizioni vicino/lontano, sostanza/apparenza questa volta vengono messe in
campo per definire l'attività politica come visione sempre ingannevole.
(cfr. Esopo 208; Fedro I, 11; Bertola, L’asino in maschera)
XIII – Li cani e la statua – metro: sestine di endecasillabi.
«C’è espresso il disprezzo verso quei tali, che, per cupidigia di gloria o per sfrenate ambizioni, son
capaci di umiliarsi fino all’avvilimento» (Palumbo 1923, 37). Due cani, nel tempio di Apollo,
ammirano una statua del dio a grandezza naturale. Il primo esprime stupore, l'altro gli fa considerare
come la 'fortuna' di quel marmo sia pura apparenza. Infatti, se è insensibile, niente gliene importa e,
se sente, conosce anche i sacrifici che gli sono costati ottenere quella forma e quel posto.
Conclusione: i posti in alto costano lunghe e penose sofferenze ma, ciò che più importa, occorre
possedere un'ambizione tale da essere, almeno in parte, insensibili e perdere molto della propria
umanità. Nessuna ambizione vale la perdita del rapporto sensibile e sentimentale con il mondo.
XIV – Lu gattu e lu firrraru – metro: sestine di endecasillabi.
Il tema è quello dell'opposizione natura/cultura esemplato nel comportamento animale e, per
estensione, agli uomini anche nelle sue implicazioni utilitaristiche.
Un gatto, vivace di notte, di giorno dorme saporitamente nell'officina di un fabbro piena di grande
fracasso. Però, al momento del pranzo, basta il rumore delle labbra a svegliarlo. Negli animali,
come negli uomini, ne deduce il poeta, l'istinto è più forte delle abitudini perché è strettamente
connesso con quello di sopravvivenza. Gli uomini sono sempre pronti a fare i propri interessi.
(cfr. Sintipa 16; Locmani 1796, 73-4: Faber et canis)
XV – La vulpi e l'asinu – metro: sestine di endecasillabi.
Un asino domanda a una volpe che corre veloce da cosa stia fuggendo. La volpe gli spiega che è
stato emanato un bando per catturare un toro e che in questi casi è meglio defilarsi prima possibile
perché è facile che qualche delinquente o invidioso o nemico occulto sporga denuncia e si finisca in
un carcere a opera di un giudice 'zelante’ o ambizioso. La conclusione dell'asino, 'benché asino', è
che la volpe per fuggire così in fretta di certo deve avere qualche peccatuccio mentre lui, che ha
coscienza pulita, può andare sicuro per il suo cammino.
Tutto per bene se a trarre l’ambigua morale di questa favola Meli non avesse scelto proprio un asino
che lascia molte perplessità sulla giustezza delle sue conclusioni anche per essere stato definito
nell’Introduzione: «insensato, stupido e minnali» (vv. 243-4) e ancora «scarsu di curaggio» (v.
258). In questo senso anche don Abbondio «Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la quale
sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sé, e stia ne' suoi
panni, non accadon mai brutti incontri» (Manzoni, I promessi sposi, cap. I). Si potrebbe però anche
interpretare nel senso che anche un asino comprende il vantaggio dell’avere la coscienza pulita.
Meli «vuol fare apparire chiaro come, se non sempre, spesso almeno, i furbi ed i malvagi paghino a
pronti contanti, per volere di una superiore Giustizia, le loro colpe; vuole anche mostrare che nella
vita collettiva c’è pure una qualche utilità ad essere onesti ed un qualche svantaggio ad essere
iniqui» (Filosa, 1952, 240).
(cfr. Faerno 97, Vulpes et Simius – La Fontaine V, 5)
XVI – Li furmiculi – metro: quartine di ottonari.
L'apparenza e la Sorte-Fortuna sono le protagoniste di questa favola aerea.
Una formica mette le ali; le altre restano stupite, ammirate e invidiose. Il suo volo però è soltanto il
preludio della morte, come previsto dalla sua sorte. Le conclusioni di Meli, in due tempi, non sono
immediatamente conseguenti ma vengono applicate per estensione: 1) chi sta in cima, se cade, si fa
male; 2) i vantaggi della fortuna si pagano a caro prezzo.
XVII – Esopu e l'oceddu lingua-longa – metro: sestine di ottonari.
Esopo entra in scena per trarre, come suo costume, una similitudine diretta tra il comportamento
animale e quello umano. Un picchio è steso a terra immobile come morto con la lingua penzoloni.
Si tratta di una strategia naturale per attrarre le formiche e poi inghiottirle tutte d'un colpo. La stessa
cosa fa l'usuraio che presta a interesse e poi inghiotte tutto. La Natura non sempre è buona.
XVIII – Li cucucciuti – metro: sestine di endecasillabi.
Le cappellacce di questa favola non servono a dimostrare la sua morale; hanno però la funzione di
testimonial della sua validità e mettono in opera le opposizioni, già così evidenti in altre favole,
leggero/pesante, superficiale/profondo qualificando una ben precisa classe sociale, qui individuata
proprio dalla scelta dell'animale che ha “come un cappello di piume in capo”.
Dopo la trebbiatura, il vento e la pioggia, sull'aia il grano è rimasto sotto e la più leggera paglia
sopra. Morale: quando c'è disordine politico e sociale le persone ‘prudenti, sagge e buone’ stanno
defilate e lasciano il campo alle persone più ‘leggere’. Ma questo riguarderebbe soltanto il rapporto
tra il grano e la paglia. E le cappellacce? Erano quegli uccelli, senza grande esperienza della vita e
con un cappello di piume in testa, che non trovando nulla tra la paglia avevano sdegnosamente
inveito contro quelle contrade. Soltanto gli uccelli ‘scaltri e addestrati’ avevano saputo trovare sotto
la paglia il grano buono. Chi se ne intende… va fino in fondo.
XIX – Li scecchi ed Esopu – metro: ottava.
Esopo viene anche qui presentato come il grande saggio che sa leggere il linguaggio degli animali
ma anche il loro comportamento.
Due asini si grattano a vicenda il collo. Il 'volgo' non vi leggerebbe nulla, ma Esopo, che non è
'leggero', vi legge un'immagine del principio che regge e mantiene in equilibrio tutte le società
umane: il bisogno reciproco da cui nasce il ‘patto sociale’..
XX – La cucucciuta e lu pispisuni – metro: un distico di endecasillabi e un'ottava.
La dedica è questa volta, spiega Meli, a “coloro che fanno i belli”, ai donnaioli (donninnari) e al
loro inutile e vuoto narcisismo. Si tratta, ancora una volta, del giuoco ingannevole delle apparenze.
Una cappellaccia, una donna dal cappello con le piume, probabilmente un’aristocratica, che osserva
un maschio di cutrettola che posa e si pavoneggia e si chiede a che scopo faccia tutto questo. Gli si
avvicina e scopre che tutto quel da fare è soltanto per inghiottire mosche.
XXI – Lu rusignolu e l'asinu – metro: sonetto caudato.
Le
opposizioni
leggerezza/pesantezza,
alto/basso,
poesia/prosa,
estetica/economia,
aristocratico/volgare vengono messe in opera in questa favola che oppone con forte ironia il canto
dell'usignolo al raglio dell'asino e i loro rispettivi cultori. Risulta plastico ed evidente il contrasto e
l'idea di poesia che ne deriva.
Interessante il fatto che l'asino non sia detto sceccu, come nelle altre favole, cosa che riporta a una
sua possibile fonte: cfr. Pignotti, Il rusignuolo e l'asino, 11-14. (Sull’opposizione bello/utile cfr.:
Esopo, 76, 174, 195 H.; Fedro I, 12; III, 17; Babrio 31, 43, 65, 140, 178, 187, 224)
XXII – La camula e lu tauru – metro: quartine di ottonari.
Gutta cavat lapidem. Un tarlo riesce più facilmente di un toro, anche se in più tempo, ad abbattere il
tronco di un albero.
Dedicata a Nici e ai suoi spasimanti respinti, sembrerebbe sostenere che in amore vince la costanza;
in realtà, definisce compiti e ruoli sociali ben precisi. Si tratta di una sorta di morale rovesciata e
perciò sorprendente. La 'flemma' vale più della forza, l'arte più della 'robustezza', il piccolo molto
più del grande. Filosa parla «di trionfante canzonatura» (1952, 242).
XXIII – Lu cagnolu e la cani – metro: sestine di endecasillabi.
In scena ancora il giuoco delle apparenze, gli inganni e le illusorie percezioni della realtà.
Rufiniu e Corbelluni (nomi allusivi coniati dal Meli per indicare i ruffiani e gli imbroglioni)
ammessi in casa dal Signore per il suo 'spasso' possono apparire Gradasso e Rodomonte per il
potere che proviene loro dal padrone, ma se questo vien meno appariranno in tutta la loro pochezza.
Il tema sociale viene introdotto dalla storia di un cagnolino che ha paura di una trottola che lui crede
un animale terribile e contro il quale chiede aiuto alla mamma. Sarà questa a svelargli la verità delle
cose. Così fa il favolista con il suo lettore.
XXIV – Lu rizzu, la tartuca e lu cani – sonetto.
La favola nasce dal proverbio che afferma che in casa propria sa di più un pazzo o uno stupido
piuttosto che in casa d'altri un saggio o un vegliardo. Per fissare delle immaginin vive Meli mette in
scena la lite tra due animali che la Natura ha dotato di singolari ‘coperture’, un riccio e una
tartaruga. A sciogliere la questione sarà la saggezza del cane.
La Natura possiede un ordine e una finalità che vanno compresi e rispettati perché ognuno ha una
conformazione che è giusta e conseguente rispetto ai propri fini..
XXV – Lu sceccu-omu e l'umu-sceccu – metro: sestine di endecasillabi.
La popolare rappresentazione del mondo alla rovescia con l'asino che cavalca il padrone qui viene
utilizzata per rovesciarne a sua volta il significato. Protagonista è la Sorte, dea capricciosa e
onnipotente, un «ventu» che trasforma un uomo in asino e un asino in uomo. Ma la trasformazione
è solo apparente, nell'aspetto e non nella sostanza, non certo nella morale e nel razionale. Vinto
dalla Sorte, l'uomo si assoggetta con pazienza stoica ai comandi insensati dell'asino che finisce col
procurare del male a lui e a se stesso finendo in un burrone.
Impossibile è, dunque, cambiare la propria natura e, soprattutto, i maggiori pericoli e danni ci
provengono dalle persone stupide e insensate che, poste in alto per qualche tempo dal 'vento' della
Sorte, presto rovinano travolgendo con loro gli uomini 'onorati e virtuosi'.
XXVI – La rindina e la patedda – metro: sonetto.
Una rondine, quì simbolo della vanità femminile, si vanta dei suoi continui viaggi e disprezza
l'umile patella che rimane attaccata al suo scoglio. Ma quando quest'ultima le chiede quale sia la
'sostanziale’ diversità tra i paesi visti e quello nel quale lei vive non può non concludere che tutto il
mondo è in fondo uguale.
Si tratta di un invito, di tipo oraziano, a guardare il reale nella sua essenza e non nei suoi aspetti
superflui e vani, dell'affermazione che la vita umana è sostanzialmente uguale dappertutto. Non è
difficile scorgere un fondo autobiografico. Meli, che si definiva un'ostrica legata al suo scoglio, non
si mosse mai dalla sua città se non per andare per alcuni anni a lavorare a Cinisi e, proprio qualche
mese prima della morte, per recarsi in visita a Villafrati.
«La favola riesce, nei pochi suoi versi, ad evocare subitamente, non solo la deserta scena dello
scoglio e la figura delle due semplici creature, ma anche i loro mondi e gli opposti destini, di
irrequieta e curiosa pellegrina dell’una e di pacifica e prudente sedentaria dell’altra, suscitando dal
contrasto di quei destini, di quelle viventi filosofie animalesche, dopo l’inizio di una pacata
evidenza lirica, una nota brusca, ma vivida d’umorismo (Filosa, 1952, 241-2).
(cfr. Pilpay, I, Du Pigeon voyageur; La Fontaine IX, 2).
XXVII – La furmicula e la cucucciuta – sestine di endecasillabi.
Una favola dalla doppia morale. È destino del povero lavorare senza fine e senza costrutto, ma è
migliore l'etica del lavoro, che dà sapore a ogni conquista, piuttosto che vivere di rapina e
addirittura morirne.
Così capita alla formica, disperata e amareggiata perché depredata di ogni suo faticoso risparmio
dalla solita cappellaccia che però a sua volta perde la vita tra gli artigli del nibbio. Non si tratta di
'giustizia' o di vendetta, ma di semplice comparazione. Tra i due destini è certo migliore quello della
formica.
(cfr. Esopo 244; Dante I, XXIII, 4-6; La Fontaine IV, 11).
XXVIII – Li cani – metro: sonetto.
È meglio non avere alcun riconoscimento dei propri meriti e 'talenti' piuttosto che perdere la libertà.
È questo il tema del dialogo tra due cani, uno dei quali messo alla catena in cambio di pane e ossa.
Qui libertà vale indipendenza e ci si riferisce più direttamente alla sorte degli intellettuali dell'epoca.
(cfr. Esopo 226; 264; Fedro III,7; La Fontaine I, 5).
XXIX – Lu rusignolu e lu Jacobbu – metro: ottava.
Il Gufo canta seguendo le tecniche dell'arte imparate, ma non raggiunge la poesia 'naturale’ e
spontanea dell'usignolo. La tecnica non può supplire al talento. Poeti si nasce.
XXX – Lu merru e li pettirussi – metro: ottava.
La civetta è pericolosa per i pettirossi. È questa l'amara conclusione di un merlo che ne incontra un
gruppo mal ridotto perché presi al vischio proprio dopo essersela spassata con una civetta.
La favoletta si fonda sui doppi sensi cui alludono i personaggi messi in scena.
XXXI – La signa e la vulpi – metro: un'ottava che precede un sonetto.
L'ottava fa da cornice e si rivolge ai lettori riprendendo il tema del Vecchio e del manoscritto da cui
Meli sostiene aver ricavato la favola. Il sonetto sviluppa il vivace e fitto dialogo in presa diretta tra
la scimmia e la volpe in cui si ragiona dei mali della vecchiaia e dell'indole naturale di ognuno che
non può mai cambiare. È il principio fondante della favola in generale: l'immutabilità dei caratteri
‘naturali’ sulla quale soltanto può costruirsi il discorso favolistico. La volpe, che è sempre falsa e
astuta per definizione, finisce così per aver ragione della vecchia e indebolita scimmia che si illude
che con l'età la volpe possa cambiare la sua 'natura'. Traduzione per immagini del proverbio 'perdere
il pelo ma non il vizio', (cfr. Esopo 119; Bertola 50).
XXXII – L'ursu e lu ragnu – metro: sestine di endecasillabi.
Un ragno si offre di togliere di torno a un orso gli insetti che lo molestano. L'orso acconsente, ma
quando si accorge che il ragno fa solo il proprio vantaggio, catturando e mangiando gli insetti
piccoli ma lasciando passare quelli che fanno più male e per di più attirandogli l'accusa di vile e di
tiranno, lo caccia via in malo modo. «In questa favola il Meli allude a quella specie di giustizia che
si osservava ai tempi suoi durante i quali, mentre i contadini, gli artigiani e i poveri in generale
incappavano nelle reti delle leggi, invece i due stati privilegiati, l’Aristocrazia e il Clero, non
soltanto riuscivano ad evitare le leggi, ma, qualche volta, a non osservarle affatto» (Palumbo 1923,
35). Metafora dei «piccoli prepotenti che si alleano con i più forti per difendere con la loro astuzia e
viltà, sotto la veste dell'altruismo, soltanto il loro egoistico interesse» (Santangelo 1965, II, 83 n.),
ma anche affermazione della sostanziale 'bontà' del potere che possiede la capacità di riconoscere ed
espellere da sé le mele marce.
(cfr. Fedro, Appendix Perottina 24).
XXXIII – Lu lebbru e lu camaleonti – sestine di endecasillabi.
Il camaleonte ricostruisce per la lepre il suo destino animale cangiante decretato per punizione da
Giove. Dunque, conclude la lepre, è giusto che cerchi i suoi simili nelle anticamere e nei saloni dei
palazzi con chiara allusione all'uso cortigiano del tempo.
In questo caso l'apparenza non inganna, ma forma e sostanza vengono a coincidere per far risaltare
di più il comportamento negativo del camaleonte.
XXXIV – Li virmuzzi – metro: sestine di endecasillabi.
Ancora la cornice con la presenza del Vecchio che qui rappresenta, attraverso un sorprendente e
originale capovolgimento dell'abituale visione favolistica, la relatività dell'utile.
Dal loro punto di vista, infatti, due piccoli vermi considerano negative le pecore, dalle quali saranno
mangiati insieme con l'erba, e positivi i lupi che a loro volta mangerebbero quelle se, per sfortuna
dei 'vermuzzi', i cani e i pastori non ne avessero fatto scempio. Occorre, dunque, approfondire e
relativizzare la propria visione del reale e soprattutto degli interessi specifici di ognuno.
XXXV – La vulpi e lu lupu – metro: sestine di endecasillabi.
Un lupo propone a una volpe un trattato d'alleanza. La volpe ribatte che non è possibile perché non
ci sono le basi per renderne credibile il rispetto (il lupo è infati un miscredente) e sopratutto perché
l'amor proprio, che non si può soffocare, farà sempre posporre il bene comune a quello personale.
Dunque, la guerra è una necessità? Chiede il lupo. Certo, conclude la volpe, perché quando c'è
malizia non può nascere l'amicizia.
(cfr. Esopo 40, 209, 220; Fedro IV, 19; AP 17; La Fontaine VI, 13; Bertola 83; Passeroni, Il lupo e
la volpe).
XXXVI – L'ingratitudini o sia la vecchia e lu porcu – metro: quartine di settenari.
La favola dà figura al modo di dire popolare “fate bene ai porci!” che è sostanzialmente un modo
per definire l'ingratitudine. Così un maiale dapprima beve tutta l'acqua da un catino che una
vecchietta aveva riempito per sé e poi finisce addirittura col fracassarlo.
XXXVII – Animali notturni e Giovi – metro: sestine di endecasillabi.
Favola illuminista che propone chiare opposizioni oscillanti tra giorno/notte, luce/tenebra,
scienza/ignoranza e, sul piano etico, bene/male.
Diversi animali notturni e di rapina chiedono a Giove di proibire a Febo di spandere la sua luce
solare ogni giorno. Giove allora li rimprovera ed esalta la funzione della luce che permette di vedere
le sue opere, feconda i campi e sopratutto è una sostanza che rischiara i corpi mentre la luce della
scienza illumina le anime. Chi vuol vivere da uomo saggio vive nella luce (la scienza, il bene).
XXXVIII – La sorti o sia li siminseddi e li venti – metro: sestine di settenari.
Il vento trasporta i semi a caso e, dunque, nessuna pianta può o deve inorgoglirsi d'essere nata in
alto o viceversa essere disprezzata perché nata in basso. L’azzeramento del valore discriminante dei
propri ‘natali’, attribuito qui come altrove semplicemente alla sorte e non a meriti personali,
costituisce una chiara denunzia del sistema politico-sociale del tempo, fondato sulla netta
opposizione aristocrazia/plebe, ed è insieme l'espressione di una visione antiprovvidenzialistica
della vicenda umana.
(cfr. Pignotti, VII; Bertola La nuvola e il sole; Ariosto, Satira VII, vv. 70-87).
XXXIX – Li crasti – metro: sestine di endecasillabi.
Un macellaio entra nello steccato dei montoni e comincia e scannarli a uno a uno. Nel mentre i
montoni, che potrebbero, se riuscissero a mettersi d'accordo, opporre una qualche resistenza,
discutono sul da farsi e si dividono in partiti. Quando, infine, sembrano accordarsi è troppo tardi
perché sono rimasti in pochi. Conclusione: davanti ai grandi pericoli occorrono risposte immediate
anche se ardite. Ma c'è di più, anche se Meli lascia questi significati impliciti: la discordia sociale
porta alla catastrofe; per lottare contro gli oppressori occorre restare uniti e concordi.
Più che un “vento fosco di ribellione” (Biondolillo, 69) la favola sembra riferirsi a una situazione
storica e a una classe determinata che non sa soffocare gli odi privati, le personali antipatie per
opporsi nei modi dovuti allo “strifizzaru”.
(cfr. Esopo, I figli discordi del contadino; Romulus IV, 6; Babrio 70, 145; La Fontaine IV, 18).
XL – Lu lupu rumitu e lu cani – metro: sestine di endecasillabi.
‘La natura è natura e fino a morte dura’ e ‘l'abito non fa il monaco’. Su questi proverbi si fonda,
come nella favola XXXI, la storia di un vecchio lupo che indossa il saio, diventa religioso e chiede
l'elemosina, ma un cane lo smaschera: non bisogna credergli, un lupo sarà sempre un lupo e se ora
fa il frate è solo per opportunismo. Gli uomini non cambiano, non bisogna guardare gli abiti, ma la
sostanza (esterno/interno). Senza questo principio non potrebbe fondarsi la stessa favola. Da qui
anche la sua grande diffusione.
(cfr. Esopo 119; Fedro IV, 19; La Fontaine VI, 13; Bertola 50, 83).
XLI – Lu cunvitu di li surci – metro: sestine di endecasillabi.
Un topo aristocratico che vive sopra un alto campanile invita democraticamente a cena i topini che
vivono in basso nell'immondezzaio. Si realizza in tal modo quell'ipotetica uguaglianza prevista nella
favola dei semi e dei venti (XXXVIII). Tutto sembra andar bene fino a quanto il campanaio non
decide di dar suono alle campane. I topini dell’immondezzaio, che non sono abituati a quel
frastuono, si terrorizzano e scappano mentre il topo baronetto rimane solo. Il tutto viene narrato in
maniera realistica, nel rispetto delle regole e dei codici sociali tipici del convito. La conclusione di
Meli, però, è un po' spiazzante: contro le avversità e gli imprevisti è importante fare appello
all'esperienza. L'uguaglianza, dunque, è solamente ipotetica perché in realtà il topino che sta in alto
possiede più esperienza e così può cenare da solo godendosi la scampanata.
(cfr. Esopo 243; Orazio, Satire II, VI, 79-117; Aftonio 26; La Fontaine I, 9).
XLII – La corva e lu groi – metro: sonetto.
In questa favola viene messo in scena il detto 'non ride sempre la moglie del ladro'. La moglie di un
corvo piange, infatti, la morte del marito a opera della volpe che, fintasi morta per la via, riesce a far
avvicinare il corvo e, dopo un breve lotta per aria, a ucciderlo.
C'è una regola ferrea nella natura: chi uccide sarà ucciso (il gosso mangia il piccolo).
XLIII – Lu surci e la tartuca – metro: sestine di endecasillabi.
È una delle favole sul tema della diffidenza. Un topo rimane affascinato e sorpreso dalla tartaruga
che trascina la sua casa sulle spalle. Naturale, dunque, la sua richiesta di spiegazioni. La risposta
della tartaruga è un’accusa contro il vicinato che, quando non è buono, mette in crisi la giornata.
In altra versione, l'accusa si estende ai padroni di casa che incombono sugli inquilini per cui il topo
finisce col chiedere alla tartaruga un po’ di spazio ‘indipendente’ anche per sé.
XLIV – Li scravagghi – metro: sestine di endecasillabi.
Una favola dalla “forma perfetta” (Cesareo, 263), comica e amara, che mette in scena un brutto
scarafaggio che, per fingere un aspetto migliore (l'uso dei posticci era anche allora molto diffuso), si
imbottisce di stoppa, ma poi finisce col non poter più muoversi correttamente e chiede aiuto. Le
risposte, si sa, in questi casi sono sibilline e spietate: chi fa gli imbrogli se li sbrogli, perché chi si
mette in mezzo, anche soltanto per aiutare, ha sempre la peggio.
XLV – La patedda e lu granciu – metro: strofe di settenari.
È una delle favole più ‘preoccupanti’ di Meli che illumina, a ritroso, la precedente in cui si parlava
del vicinato e dei padroni di casa. Il nemico sta sempre in agguato. La realtà è spietata e
terribilmente pericolosa, occorre stare sempre all'erta perché, come capita alla povera patella a
opera del granchio, basta un solo attimo di disattenzione per essere divorati.
XLVI – Li ciauli e lu turdu – metro: quartine di settenari.
Continua la serie della favole sul tema della pericolosità della realtà e della necessità della
diffidenza e dello stare sempre in guardia perché «li macchi ànnu l'oricchi, / li petri ànnu l'oricchi».
Qui due comari cornacchie ciarlano un po' troppo di tutto e ovviamente anche dei loro nidi. Delle
loro indicazioni ne approfitta un gufo, che ha ascoltato tutto, per far man bassa anche dei loro
piccoli. Così aveva facilmente profetato il tordo, che in fondo in fondo proprio tale non era.
(cfr. Bertola 25)
XLVII – Lu pasturi e lu serpi impastura-vacchi – metro: una sestina di endecasillabi e un sonetto.
La sestina fa da promìtio sostenendo (come in X e in XXXIX) che spesso il rimedio è peggiore del
male. Il sonetto racconta di un pastore che, per far rigar dritto alcune sue vacche che producono
danni ai vicini, si affida a una serpe che riesce a fermare gli armenti, ma nello stesso tempo li
uccide. Qui la coloritura è chiaramente politica ed è anche «evidente l'allusione ai pubblici ufficiali,
che, sotto l'apparente zelo di chi si adopera per mantenere l'ordine e ad esercitare la giustizia in
nome del Governo, vessano senza pietà i sudditi opprimendoli con balzelli e soprusi» (Santangelo
1965, II, 112 n.).
(cfr. Hervieux IV, 194, 21; Perry 594; Camerarius, 414; La Fontaine IV,4; Crudeli XXVI).
XLVIII – Li signi – metro: sestine di endecasillabi.
L'imitazione è un principio (teoretico e pratico) sostanzialmente giusto, ma per portarla a termine
occorrono le forze, l'ingegno, le circostanze e i mezzi adatti altrimenti è soltanto una forma
puramente scimmiesca. In questa favola sono ovviamente delle scimmie che tentano invano di
imitare gli uomini nella costruzione di un grande tempio.
Sul piano estetico equivale a un'affermazione di poetica, alla definizione cioè dello stesso metodo di
costruzione delle favole tra imitazione e originalità, fra tradizione e innovazione.
XLIX – Lu cignali e lu cani corsu – metro: sestine di endecasillabi.
In punto di morte un cinghiale vuol sapere dal cane, anche lui moribondo, perché si accanisca tanto
contro la sua razza. A parte l'istinto, risponde il cane, la ragione di tanto accanimento sta nella
volontà di servire il padrone in ogni cosa.
L – Cani maltisi e cani di mandra – metro: sestine di endecasillabi.
La morale della favola è esplicita: quando non si possono far coincidere non si deve posporre l'utile
al piacere. I due capi della morale sono qui rappresentati dal piccolo e grazioso cane maltese (il
piacere) e dal forte e valoroso cane di mandria (l'utile). Di fronte al pericolo il disprezzato cane di
mandria risulterà determinante per salvare la pastorella dall'attacco di un lupo alla cui vista invece il
volubile e capriccioso cane maltese è fuggito. A tirare le somme sarà l'esperienza del padre della
fanciulla (giovinezza/vecchiaia, inesperienza/esperienza).
LI – Lu sceccu e l'api – metro: quartine di settenari.
Rientra in scena dalla cornice il Vecchio favolista per narrare una storia dal chiaro sapore esopico.
Testardo e presuntuoso, l'asino ha anche il difetto di mettere il naso dappertutto e, in certi casi, di
averne la peggio. Meli mette al centro di una gustosa scenetta tra il comico e l’ironico un asino tutto
pieno di sé che non ascolta, tutto a suo danno, l'invito delle api sentinelle a non avvicinarsi troppo
agli alveari. Se ne accorgerà troppo tardi e tra terribili dolori e atroci tormenti. «Talvolta i prepotenti
e i caparbi pagano il fio della loro tracotanza per opera di coloro la cui pazienza essi hanno messa a
lunga e dura prova» (Santangelo, 118 n.).
LII – Lu corvu biancu e lu corvu nivuru – metro: quartine di settenari.
Un corvo bianco, ritornato da un lungo viaggio dalla lontana Lapponia, cerca di stringere amicizia
con i suoi simili corvi neri, ma ne viene sdegnosamente respinto. La rarità e la bellezza del suo
biancore, infatti, non è utile ai corvi neri anzi rischia di oscurarli. La morale è ovvia: il merito che
non è utile agli altri o diventa un demerito o resta ignorato. È questa, triste e sconsolata, la
condizione stessa del poeta.
LIII – La furmicula – metro: quartine di ottonari e settenari alternati.
Cercare posti 'eminenti', già lo sappiamo (XLI), è molto rischioso e costa molta fatica (XIII). Lo
sperimenta in questa favola una piccola formica in cerca di sole che s'inerpica faticosamente su
alcune pietre che, neanche a farlo apposta, vengono poi usate come bersaglio prima da alcuni
ragazzi e poi da un cacciatore che prova le sue polveri. Per fortuna alla fine riesce a cavarsela.
(cfr. Esopo 268).
LIV – La musca – metro: sestine di endecasillabi.
La superbia della mosca è vana. Soltanto perché può stare sopra re e regine crede di essere come
loro e di poter trattare gli altri dall'alto in basso. La mosca vanagloriosa sarà inesorabilmente punita
dalla ‘democratica’ morte che rende tutti uguali. Accanto a questo il tema «anch'esso frequente
nella favolistica, che vuole ammonire come spesso il maggior pericolo provenga da coloro che
apparentemente sono meno temibili o addirittura trascurabili» (Santangelo, 125 n.).
(cfr. Babrio 57; Pignotti, La lucciola).
LV – Lu zappagghiuni e l'omu – metro: sestine di endecasillabi.
Una zanzara giustifica il fatto che punga gli uomini con la necessità di affermare attraverso di essa
la propria esistenza. Ci sono esseri che esistono soltanto in quanto fanno male, è l’amara
conclusione.
LVI – Lu struzzu, l'aquila ed autri animali – metro: sestine di endecasillabi.
L'amor proprio è un sentimento comune, afferma il Vecchio, a uomini e animali. Una gru, ascoltate
le meraviglie viste da un'aquila che proviene da paesi lontani, conclude che anch'essa vorrebbe
poter volare come l'aquila ma rimanere gru. Lo stesso affermano tutti gli animali presenti. È giusto
e ‘naturale’ desiderare ciò che non si possiede senza però perdere la propria identità. È questo anche
il principio dell'imitazione. Filosa vi trova una certa «ammonitrice ironia» (1952, 242).
LVII – L'omu, lu truncu e lu pasturi – metro: quartine di settenari.
Il protagonista, un uomo molto buono, va a sfogare i suoi guai davanti a un tronco d’albero. Un
pastorello, stupito, lo rimprovera per l'inutilità dell'operazione. Ma l'uomo buono gli spiega che
parla a un tronco non solo per sfogarsi ma proprio perché, a differenza dei ricchi e dei potenti, non
gli toglie la parola. Si tocca con mano come la distanza tra le classi sia incolmabile, assente ogni
disposizione perfino all’ascolto.
LVIII – Lu cervu, lu cani e lu tauru – metro: quartine di ottonari.
Un cervo si compiace e si fa vanto delle sue forti e robuste corna ma, non appena un levriere pelle e
ossa lo assale, chiede aiuto e fugge. La conclusione del toro, che di corna se ne intende, è che il
coraggio vale molto più delle armi.
LIX – La ciaula e lu pappagaddu – metro: quartine di settenari.
Il pappagallo ripete ciò che dicono gli uomini, si fa loro specchio e non possiede un linguaggio
proprio. Così l'adulazione non manifesta una identità, ma crea come degli specchi nei quali gli
uomini possono solamente ammirarsi. Tutti gli uomini, sostiene amaramente il pappagallo,
vogliono essere adulati. In tal modo gli adulatori guadagnano favori e gli adulati restano nei loro
errori.
LX – Lu cardubulu e l'apa – metro: quartine di settenari.
Il calabrone afferma il valore assoluto della libertà individuale. A lui l'ape replica che quello di cui
parla è in realtà solo libertinaggio mentre la vera libertà consiste nel vivere all'interno della società
con le sue regole e le sue leggi liberamente stabilite. Al vertice il ‘regnante’ è solo il rappresentante
e il garante delle leggi che ‘veglia, provvede, soccorre e premia’.
S’intravede qui il Meli fiero avversario della rivoluzione francese della quale «non potevano del
resto i Siciliani formarsi un adeguato concetto, e per la barriera che divideali, nonché dalle
principali nazioni civili d'Europa, dal continente italiano medesimo, e per le antiche tradizioni
dinastiche dell'isola, che, non interrotte, anche dopo il Vespro, ricordavano loro le glorie più pure,
le figure e le gesta più belle d'una storia meravigliosa» (Pipitone-Federico 1898, 381). «Nella fav.
LX “Il calabrone e l'ape” tutta civile, io vedo la condotta e il pensiero civile del Poeta in que' tempi
agitati, che corsero tra il 1798 e il 1810» (Navanteri 1904, 311).
LXI – Li passagagghi o sia li muschi e la tarantula – metro: quartine di settenari.
Si tratta di un piccolo mimo la cui conclusione, più che una morale, racchiude un avvertimento alle
donne: guardatevi dai bei damerini che passeggiano per attirarvi. Due mosche, infatti, vengono
attratte da un ragno che cammina su e giù davanti alla finestra della loro camera. Una delle due, più
prudente, avverte un qualche pericolo e decide di allontanarsi, l'altra, più ardimentosa, finisce col
cadere tra le grinfie del ragno e soccombere.
In questa favola «la ricca vena naturale dell’umorismo del Meli si colorisce di bonaria arguzia»
(Filosa, 1952, 242).
LXII – La taddarita e li surci – metro: quartine di settenari.
Ancora una favola indirizzata alle fanciulle (come si apprende dalle note del Meli). Una nottola,
ospitata negli stessi anfratti dove vive una colonia di topi, di notte va in giro e finisce col tradirle
guidando gli uccelli rapaci a far carneficina dei suoi ospiti. Ovvia la morale: evitare o almeno stare
attenti alle persone doppie.
LXIII – Li lupi – metro: terzine di endecasillabi incatenati.
Gli uomini non sono come i lupi, ma peggio. Se i lupi sbranano gli agnelli, infatti, lo fanno per
istinto naturale e perché non potrebbero mangiare altro. Gli uomini, invece, che potrebbero limitare
la scelta del cibo, mangiano gli altri animali, anzi hanno inventato una teoria in rapporto ai denti che
spiega il loro essere onnivori. Solo che poi gli uomini finiscono col mangiare più carne di quanta
dovrebbero o che almeno giustifichi la loro stessa dentatura. L’uomo è due volte lupo. Ovviamente,
le osservazioni di Meli valgono per tutti, ma in special modo per l'aristocrazia che sola a quei tempi
poteva abbondantemente alimentarsi di carne.
Determinante è però l'altro aspetto dell'apologo: gli animali, che gli uomini credono, sulla scorta di
Cartesio, dei semplici meccanismi, possiedono invece una loro sensibilità per cui tutte le crudeltà
che gli uomini, anche solo per divertimento, fanno loro subire sono delle vere e proprie crudeltà.
Da quest'apologo viene fuori una visione dei fondamenti morali dell'uomo certamente più moderna.
L’uomo è non il fine ultimo di una creazione, il vertice solitario di una piramide, ma un essere
dotato di sensibilità e di sentimento al pari di tutti gli altri esseri viventi. Da questa diversa
‘collocazione’ deriva per l’uomo la necessità di considerare in maniera nuova i suoi rapporti e di
regolare diversamente la sua condotta.
Per quanto riguarda, infine, la concezione e il posto che occupano gli animali nelle favole meliane,
questo apologo, già pubblicato tra i Capitoli nella prima edizione delle Opere nel 1787, afferma
chiaramente una dignità e una vicinanza con essi rare volte sostenute nella storia della favola
occidentale.
(cfr. La Fontaine X, 6; Crudeli XXVIII).
LXIV – La surcia e li surciteddi – metro: terzine di endecasillabi incatenati.
Fondato tutto sull'opposizione apparenza/realtà, il lungo apologo, pubblicato tra i Capitoli
nell’edizione del 1787, è in lode del cavallo ma sviluppa di seguito una lunga requisitoria contro il
gatto, rappresentato, al contrario delle apparenze, quale simbolo di tutte le ipocrisie e di tutte le
malvagità.
La madre 'surcia', proiezione del poeta, non può che mettere in guardia i suoi lettori contro gli
ipocriti. «Le parole frementi di essa sono quelle che direbbe il Meli uomo: che, avendo avuto da
natura un temperamento mite onesto e sincero, non poteva tollerare che la società fosse infestata da
individui in apparenza mansueti e in realtà insidiosi e feroci», (Biondolillo 1942, 182).
(cfr. La Fontaine VI, 5; XII, 5; Verdizotti fav. 56; Bertola VII).
LXV – Lu cani e lu signu – metro: sestine di settenari.
La morale è implicita in questa favola, sul tema dell'ingratitudine, in cui il Vecchio trae fuori dal
suo libro un caso che può servire a spiegare a un gentiluomo il motivo per il quale non tragga
nessun frutto dalla sua vigna.
Un cane non può arrivare a raccogliere dell'uva matura sulle cime di un alto olmo e chiede aiuto a
una volpe che, già lo sappiamo, non potendo arrivarci, sostiene che non ne vale la pena dal
momento che è acerba. Il cane non si arrende e, incontrata una scimmia, la convince a eseguire il
lavoro per suo conto in cambio di una ricompensa. La scimmia, però, una volta giunta all'uva, se ne
fa una vera e propria scorpacciata lasciandone cadere ogni tanto un po' di quella marcia al povero
cane che alla fine, compreso il giuoco, la manda alla malora.
In concreto, la favola è il rovescio della VII con gli stessi protagonisti che lì, al contrario, servono a
sceneggiare la gratitudine con «crudo sarcasmo» (Filosa, 1952, 242).
LXVI – Lu castoru e autri animali – metro: quartine di settenari.
Un castoro dà una lezione di saggezza ad altri animali; li sente, infatti, lodare le qualità di una volpe
che certamente sono tali anche se, osserva il castoro, non ha sentito parlare di qualità morali, come
la buona fede e la probità. Le altre, conclude il castoro, non valgono niente senza queste.
Anche nell'arte il 'talento' di per sé non è sufficiente, ma deve essere unito a un 'cuore buono'.
Nel seguito della favola, non pubblicato, Meli esprime il suo profondo pessimismo sulla natura
umana dominato da bassi istinti e solo parzialmente frenato dalla ragione. Occorre, dunque,
esercitare le proprie capacità morali per raggiungere un equilibrio tra ragione e passione.
LXVII – L'insetti maritimi di li sponzi – metro: sestine di endecasillabi.
Qui Meli ci dà una vera e propria lezione di relativismo ante litteram che fa il paio con la morale
dei virmuzzi (XXXIV), anche se lo spunto, come nota lo stesso Autore, è tratto dall’opera
scientifica del naturalista francese Gibelin.
Una spugna come il mondo, l'universo come il mare. Come esistono diverse spugne, così molti e
molti mondi, forse anch'essi abitati, che fluttuano nell'universo-mare. Gli uomini sono come quegli
insetti che vivono nelle spugne: piccolissima cosa nell'immensità del mare.
LXVIII – Surci, giurana e merru – metro: sestine di endecasillabi.
La favola riprende inizialmente l'omerica Batracomiomachia per introdurre la lite, da basso cortile,
tra un topo e una rana che a lungo s'ingiuriano e si sfidano a duello. Interrompe la lite un merlo che,
invitando i contendenti ad ascoltare il canto del gallo, ricorda come ognuno in realtà sia padrone in
casa propria.
LXIX – Li crasti, l'api e lu parpagghiuni – metro: sestine di endecasillabi.
Distruggere è facile, ricostruire è difficile. A sostenerlo sono delle api alle quali degli stupidi
caproni hanno abbattuto le arnie e sparso il miele e che, consapevoli delle difficoltà, rifiutano
l'offerta di aiuto, generosa ma inutile, della farfalla.
LXX – Li porci – metro: sestine di endecasillabi.
I frati, detti anche 'porci' di Cristo, in questo apologo sono dei veri e propri maiali che nel loro
romitorio discettano sull'ozio e sull'altra principale loro attività: il mangiare. Ovviamente, non
arrivano ad alcuna conclusione perché vana è la discussione stessa con le sue argomentazioni
regolarmente introdotte da connettivi latini. Meli se ne serve ancora una volta per mostrare come
funzioni l'ideologia religiosa, come cioè ognuno, dall'avaro al lussurioso, dal goloso al ladro, si
costruisca una religione a propria immagine e somiglianza finendo in questo modo per dar senso e
giustificare ogni scelleratezza: «chiù dunu adatta la Religioni / a la sua dominanti passioni».. Un
relativismo religioso che completa la visione già espressa in precedenza (XXXIV, LXVII). «[…] vi
è dentro lo spirito di Voltaire; e meraviglia che un poeta del sec. XVIII abbia potuto giungere a
tanto ardimento in un paese come la Sicilia» (Pipitone-Federico 1898, 368-9).
LXXI – Lu gattu e lu gaddu – metro: sestine di endecasillabi.
Il gallo viene qui rappresentato come il prototipo del buon governante che provvede a tutti i bisogni
del suo pollaio, lo protegge, lo cura, fa sacrifici e ne regola e governa tutte le attività e le eventuali
controversie. Il rispetto nei suoi confronti nasce come ricompensa o corrispettivo del frutto di
fatiche e di attenzioni enormi.
Singolare è che il re-gallo definisca ‘alleato’ il gatto, sempre rappresentato come ‘infido e crudele’,
anzi lo chiami ad aiutarlo a vigilare il pollaio dagli attacchi delle donnole e delle volpi.
LXXII – La cursa di l'asini – metro: quartine di ottonari.
Vespe e mosconi (Santangelo traduce letteralmente 'moscioni', ma più volte Meli si serve di termini
impropri per questioni di rima come, ad esempio, in XXI murtiddi per mirti e non per la letterale
mortella) infastidiscono degli stalloni e degli asini così che questi, pur di liberarsene, finiscono per
precipitare in un burrone e la maggior parte di loro morire. Il padrone premuroso prestamente li
soccorre e tenta di medicarli, ma ne riceve in cambio una gragnuola di calci. Ovvia la conclusione e
la morale (cfr. LX): da asini e stalloni è sempre meglio stare lontani. «Il poeta qui sorride
scetticamente sull'insania delle masse popolari che, ubriacate dalle ‘punture’ dei demagoghi e dei
sobillatori senza scrupoli, rompono bestialmente i freni dell'ordine e della legge, per inseguire
ciecamente fantasmi illusori di libertà, precipitando infine nel baratro, dove continuano a esser
dissanguati dagli stessi sobillatori» (Santangelo 1965, II, 177). Naturale leggervi «una terribile
satira a tutti quelli che lodarono la Rivoluzione francese» (Navanteri 1904, 312) ma anche
un’allusione «alla fuga dei soldati napoletani di fronte alle truppe del generale Championnet»
(Filosa, 1952, 243).
LXXIII – L'asinu russu e l'animali – metro: sestine di endecasillabi.
Un asino, imbrattato di argilla rossa, mette paura agli altri animali che alla sua vista si rintanano
spaventati. L'asino, pieno d'inutile e vano orgoglio, lancia un raglio e si lascia così riconoscere per
quello che è.
Il tema dell'apparenza-inganno è qui rivolto a smascherare quanti si presentano carichi di ornamenti
e in gran gala e, non appena aprono bocca, si lasciano conoscere come persone da nulla.
(cfr. Esopo 267; La Fontaine V, 21).
LXXIV – Li surci e lu gattu vecchiu – metro: ottave di endecasillabi.
Il gioco delle apparenze serve a un grosso gatto-medico per ingannare i creduli topolini.
La morale è che, a giudicare di un'arte che non si conosce, non ci si può fidare dei segni esteriori ma
occorre conoscerla a fondo. La cosa vale per la medicina, che professava lo stesso Meli, come per
ogni altra arte.
(cfr. Esopo 7 Happ.; Babrio 121)
LXXV – Diri e fari – metro: sonetto.
È la breve storia della progressiva ma inesorabile scissione della teoria dalla prassi, del fare dal dire
che, presa consistenza e supremazia, ovviamente soprattutto proprio nei luoghi di potere, si dichiara
sciolto dal primo. È l'affermazione dell'ipocrisia del potere, all'interno di un processo storico
eticamente regressivo, e del suo conclamato divorzio tra il dire e il fare. Non è mancato chi vi ha
scorto precisi riferimenti storico-politici: «a me pare che il Meli voglia ritrarre la condotta e la
politica del re Ferdinando III di Borbone», (Navanteri 1904, 312).
LXXVI – Li vulpi – metro: sestine di endecasillabi.
Due volpi mettono in scena il famoso proverbio “testa che non parla si chiama cocomero”. La
volpe-figlia di notte va a curiosare in un campo vicino al luogo dove le due sono acquattate per un
rapina di galline. Alla vista di un cocomero però si spaventa e scappa. Sarà la madre volpe a svelare
alla piccola l'errore in cui è caduta scambiando il cocomero per un uomo e a ripeterle il proverbio a
mo' di insegnamento.
LXXVII – Lu lupu e l'agneddu – metro: sestine di endecasillabi.
Anche se forte e aggressivo, il lupo ha bisogno di giustificare l'uccisione dell'agnello. Così gli
uomini, non solo compiono il male ma hanno necessità di giustificarne a tutti la giustezza.
(cfr. Esopo 221; Fedro I, 2; La Fontaine I, 10).
LXXVIII – Surci e gatti – metro: ottava e sonetto.
I primi quattro versi sono gli stessi della favola XLVII e, dunque, anche la morale è la stessa:
spesso il rimedio è peggiore del male. Qui i protagonisti sono gatti e topi che vengono
semplicemente contrapposti. Il topo, come in tutte le favole, è soltanto un 'simpatico ladro', mentre
il gatto è sempre un attore crudele e traditore. Affidarsi a lui è, per l'appunto, un rimedio peggiore
del male.
LXXIX – Lu regnu di li vulpi – metro: ottava.
Lo stesso Esopo viene chiamato in causa per esprimere meraviglia degli atti di rispetto e di timore
che riceve una volpe da tutta la sua specie. È, ovviamente, un'altra volpe a spiegargli l'arcano: tra le
volpi i posti più eminenti sono riservati a chi possiede somma malizia ed è capace di frodi, astuzie e
inganni molto più di tutte le altre. Il che è quanto dire.
Il poeta lascia al lettore l'individuare sul piano sociale e politico le volpi del suo tempo.
LXXX – Lu signu e lu cani – metro: sestine di endecasillabi.
L'apparenza non solo inganna ma, com'è ovvio, possiede ed esercita un grande potere. In questa
favola una scimmia riesce a combinare le cose in maniera tale da rendersi gradevole al suo padrone
e farsi affidare insieme al cane la cura della dispenza. Poi, per liberarsi della guardia asfissiante del
cane, la scimmia con uno stratagemma tratto di peso dalle 'vastasate’ dell'epoca riesce a volgere
ancora una volta le apparenze a suo favore, a far cacciare dal padrone il cane fedele che lei mal
sopporta e a ottenere infine le sospirate chiavi della dispenza.
LXXXI – L'alleanza di li cani – metro: sestine di endecasillabi.
Meli colloca questa favola il più lontano possibile, nell'estremo sud dell'Africa, dove dei cani
selvatici sono soliti unirsi in ordinati squadroni per cacciare gli altri animali. E tutto va bene fino a
quando compiti e vantaggi sono divisi equamente. Dal momento in cui una parte del gruppo decide
in maniera subdola e ‘razionale’ di mutare a proprio favore le regole della spartizione e per di più
fare delle leggi e stabilire delle regole per cui questo andazzo possa apparire legittimo, allora si
mette in moto una inarrestabile e progressiva decadenza di tutta la società dei cani che determina la
loro completa disfatta. Questo esempio, sottolinea il poeta, possa fare avvertite quelle società che si
vantano d'essere ‘razionali’.
(cfr. Locman 1796, 1-11: Tauri duo et leo).
LXXXII – La vacca e lu porcu – metro: sestine di endecasillabi.
Un maiale e una vacca lodano i modi e le usanze antiche e si lamentano dei tempi moderni nei quali
per seguire le mode straniere si tralasciano le cose utili per lo stato. La favola è «ispirata alla mania
esotica, che dall’estero pretende bensì d’importare le novità della moda, ma non quelle delle riforme
politiche» (Filosa, 1952, 243).
LXXXIII – La tigri tra na gaggia di ferru – metro: terzine incatenate.
Una tigre in gabbia si difende dall'accusa di ferocia e di crudeltà ricordando come gli uomini non
solo siano più sanguinari di lei ma come nutrano nel loro intimo pensieri e fantasie funeste e godano
anche delle rappresentazioni di fatti atroci e sanguinosi ricercandone un po' in tutta la storia.
Avvoltoi gli uni, carogne gli altri, conclude la tigre.
LXXXIV – Lu codici marinu – metro: sestine di endecasillabi.
In questa favola «il Meli con una stupenda allegoria, ci fa vedere come, a' suoi giorni - [...] - si
amministrava la giustizia da quelli che dovrebbero essere i rigidi custodi e i gelosi sacerdoti»,
(Navanteri, 311-2). Cola Pesce, nome legato alla famosa leggenda del periodo federiciano,
attraversando il Baltico, assiste a un singolare processo. Delle sardine, trovate a odorare e a leccare i
rimasugli di un tonno, sono state accusate di ‘tonnicidio’ e passibili di pena di morte perché sono
andate contro le regole naturali che vietano che il pesce piccolo mangi quello grosso. Accusa e
difesa instaurano un divertente dibattito concluso dal giudice-granchio che, dopo aver a lungo
riflettuto, emette una sentenza che ha un solo scopo, non quello di difendere i deboli dai prepotenti
o di rispettare dei sani criteri di razionalità ma unicamente di salvaguardare i privilegi e l’ordine
esistente. I codici penali, così come nella favola del lupo e dell’agnello, costruiscono e conservano
il sistema dell’abuso e della prepotenza di chi possiede e si tramanda il potere. «[…] sono flagellati
gli abusi della vecchia legislazione criminale, corretti dal Codice per le Due Sicilie del 1819,
sapiente lavoro giuridico, dov'è l'impronta delle novità introdotte nello spirito della legislazione dal
Codice Napoleonico», (Pipitone-Federico 1898, 370). «Mais voici le poète, l’homme sorti du
peuple, l’homme fort de son génie qui lance une juste satire, une èternelle accusation contre les
oppresseurs pour défendre ses semblables, ses frères, les opprimés!
N’est-ce pas là un révolutionnaire?
Il l’est, sans doute, mais c’est un de ces révolutionnaires qui, par leur sagesse, mériteraient de
gouverner les peuples» (Ciotti 1891, 52-3).
Probabilmente la favola rispecchia anche «la dolorosa vicenda giudiziaria di un amico del poeta
(quello stesso, nella cui casa egli visse gli ultimi suoi anni e finì l’esistenza)» (Filosa, 1952, 243).
LXXXV – Lu griddu e la lucerta – metro: sestine di settenari.
Ancora l’apparenza protagonista sotto le vesti di un quieto grillo che viene stuzzicato vanamente da
una lucertola che alla fine subisce la peggio. Morale: non molestate chi vi pare troppo mansueto.
LXXXVI – Lu sceccu, lu patruni e li latri – metro: ottava imperfetta (manca un verso e il quinto è
di nove sillabe).
L’asino mostra qui di avere più buon senso del suo padrone. Qualunque padrone, buono o cattivo
che sia, lo tratterà sempre allo stesso modo e, dunque, è inutile per lui essere più fedele all’uno
piuttosto che all’altro. È la favola del qualunquismo politico.
(cfr. Fedro I, 15; La Fontaine VI, 6)
LXXXVII – Lu voi e la muschitta – metro: sestine di endecasillabi.
Un bue lavora tutto il giorno. A sera insieme con lui si presenta per ricevere la paga anche la piccola
mosca che è stata seduta tutto il tempo sul suo corno a non far nulla. Il proprietario se ne ride. Non
così, conclude Meli, i nobili del suo tempo che, al contrario, permettono a tanti parassiti di togliere
il pane di bocca a chi lavora davvero.
(cfr. Locman 1796, 50: Culex et taurus).
LXXXVIII – L’Etiopu e la nivi – metro: sestina di endecasillabi.
La natura non può essere mutata. Lo sperimenta un etiope che invano tenta di far diventare bianca la
propria pelle strofinandola con della neve.
(cfr. Esopo 274 H).
LXXXIX – La musca e lu liuni – metro: ottava.
Ancora il gioco delle apparenze, degli inganni e delle illusioni nel mondo dei potenti. Una mosca si
crede qualcuno solo perché sta sopra la testa di un leone cui tutti gli altri animali prestano omaggio.
(cfr. Esopo 140 H; Babrio 84).
XC – ottave di endecasillabi.
Raccontata dal ‘saggio’ Sancio nell’omonimo poema meliano, la storia del topolino intrappolato
esprime una visione del mondo amara ma nello stesso tempo ‘intellettuale’ della realtà.
L’esperienza è certamente maestra di vita e non soltanto quella personale che è sempre limitata, ma
anche e soprattutto quella degli altri prima di noi.
Questa, si potrebbe dire, è la favola delle favole nel senso che il suo significato le riassume tutte dal
punto di vista pedagogico. Funzione principale della favola è persuadere attivando nello stesso
tempo un disposidivo logico attraverso la costruzione di immagini che servono a mettere in moto il
pensiero narrativo o analogico e, dunque, a ricordare. Il topolino che finisce in trappola per la sua
golosità non riesce a persuadere gli altri topolini del pericolo che incombe su di loro. Le sue parole
e il suo esempio non bastano, essi vogliono sperimentare, provare da se stessi la verità delle sue
parole. Così un altro finisce in trappola davanti i loro occhi. Solo a quel punto arretrano atterriti. La
«morale» è qui in forma di domanda retorica: È meglio imparare a spese proprie o a spese d’altri?
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