n° 5 Marzo-Aprile 2010 - Liceo Classico Zucchi

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n° 5 Marzo-Aprile 2010 - Liceo Classico Zucchi
LA FOTO VINCITRICE
DEL CONCORSO FOTOGRAFICO
FOTOGRAFICO
IL TUO MARZO
ILARIA MAURI IF
POTETE AMMIRARE LA SUA
SUA FOTO A COLORI
APPESA SUI MURI DEL LOGGIATO
INSIEME A QUELLE DI:
CATERINA BALDI IIC
E SILVIA ANDENA IA,
LE CUI FOTO SONO STATE
STATE GIUDICATE LE MIGLIORI
MIGLIORI
TRA QUELLE PERVENUTE IN REDAZIONE.
COMPLIMENTI ALLE FOTOGRAFE!!
FOTOGRAFE!!
2
CONCORSO LETTERARIO
BARTOLOMEO
SCRIVI LA TUA STORIA E INVIALA IN REDAZIONE!
COME VINCERE:
INVIA IL TUO RACCONTO A TEMA LIBERO
DELLA LUNGHEZZA MASSIMA
DI 11.000 CARATTERI (SPAZI INCLUSI)
ALL’INDIRIZZO MAIL DEL BARTOLOMEO
[email protected]
ENTRO IL 5 MAGGIO 2010.
VERRA’ ACCETTATA UNA SOLA OPERA PER STUDENTE.
IL VINCITORE DEL CONCORSO
OLTRE AD ASSICURARSI
LA MEMORIA IMPERITURA
ALL’INTERNO DELLO ZUCCHI
AVRA’ DIRITTO AD UN
BUONO OMAGGIO DI 50 EURO
ALLA LIBRERIA “LIBRI E LIBRI”
DI MONZA.
GIURIA:
GIULIA COLOMBO IIIG
SARA MONTAGNINO IIIA
BEATRICE FIGINI IIB
MARCO COLOMBO IIG
ROBERTO BALDACCIONI IIIF
DAVIDE MARELLI IIIC
MATTEO MONTI IB
MICHELE CASADEI IIIA
STEFANO PARRAVICINI IIID
con la partecipazione straordinaria di:
VINCENZO DEL NINNO.
(si prega di non corrompere.
O, in caso contrario, di farlo con cifre
non inferiori ai 10.000 euro. In
contanti, grazie.)
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GIUSTIZIA E POLITICA:
POLITICA:
QUATTRO
QUATTRO CHIACCHIERE CON UN P.M.
di LUCA PINCELLI IIIC
Magistratura e politica. La Costituzione italiana
stabilisce che queste due strutture debbano essere
separate, indipendenti l’una dall’altra. In realtà, negli
ultimi anni, sono entrate spesso in relazione, dando
origine, alle volte, a veri e propri scontri. Ci fornisce il
suo punto di vista riguardo a tali argomenti Walter
Mapelli, PM presso il tribunale di Monza.
ne ha legittimato l’ascesa. Invece no: la classe dirigente
è come il capitalista-consumista-tycoon: vuole il
monopolio, è insofferente ai controlli e dunque entra in
conflitto con la Magistratura.
Lei ha detto che molti successi passati della
magistratura sono dovuti all’apporto delle
istituzioni. Oggi molto spesso le due strutture non
La magistratura è stata protagonista assoluta della
collaborano ed entrano in conflitto. Perché ciò
scena politica italiana durante i primi anni Novanta.
accade?
Premesso che la Magistratura dovrebbe avere maggiore
Cosa ha rappresentato quel periodo per lei e, in
misura ed attenzione nella gestione di indagini contro
generale, per tutti i magistrati?
In realtà con Tangentopoli, la Magistratura e il suo
personaggi politici che risultano troppo lunghe ( penso
ruolo sono stati messi in risalto dai
a Del Turco) o per fatti ormai risalenti
mass-media, ma già negli anni
nel tempo, la collaborazione può esserci
FACCEBOOK
Settanta e nei primi anni Ottanta, con
solo se la classe politica si depura in via
Nato a Limbiate nel
la lotta al terrorismo (ndr: dalla
autonoma, selezionandosi ed allontando
1958, Walter Mapelli ha
strage fascista di piazza Fontana alle
le persone più gravemente compromesse
studiato allo Zucchi. Si
azioni delle Brigate Rosse), i
o chiaccchierate per vicende opache. Per
laurea in giurisprudenza
Magistrati hanno dato un contributo
fare un esempio, quando in Germania la
ed
entra
in
magistratura
decisivo alla sconfitta di questo
CDU venne, negli stessi anni, coinvolta
fenomeno criminale, pagando anche
in vicende di finanziamenti illeciti alla
nel 1985, dedicandosi ad
un tributo di sangue ( a riguardo
politica e corruzione, il segretario Khol
alcune delle inchieste
segnalo, sino alla fine di Aprile a
si dimise, lasciando partito e vita
più delicate degli ultimi
Palazzo di Giustizia in Milano, una
politica.
Oggi Angela Merkel, erede di
anni, tra cui tangenti,
mostra in memoria di Guido Galli,
Khol
nella
CDU, testimonia la bontà e la
frodi, omicidi e traffico
Giudice ucciso dalle Brigate Rosse
preveggenza di quella scelta. Anche in
di armi dall’Est Europa
all’Università Statale nel 1980).
Francia, sia pure per personaggi minori,
all’Africa.
Bisogna, tuttavia, rendere merito
è successo lo stesso e si è evitato il
anche alle altre Istituzioni, che hanno
cosiddetto scontro tra poteri.
collaborato pienamente con i Magistrati ed i PM in
particolare, con ciò evitando di violare l’Habeas Corpus
ed utilizzando gli strumenti che le leggi costituzionali
Perché questo in Italia non accadde?
ed ordinarie mettono a disposizione degli inquirenti..
Si può rispondere in vari modi: forse non successe
Con Tangentopoli, invece, c’è stata uno scontro tra
perché la corruzione era così diffusa e capillare nei
Istituzioni: la politica ( e le Istituzioni a composizione
partiti da impedire una rigenerazione interna. Oppure
politica) accusò la Magistratura di fare politica con le
perché non si trovò un capro espiatorio (come Khol) di
indagini, la Magistratura rimproverò alla politica di non così elevato profilo da avere il coraggio di pagare
saper trovare vie d’uscita, diverse dal processo penale,
personalmente nell’interesse di tutti e le responsabilità
ad una corruzione generalizzata mascherata da prezzo
si palleggiarono in accuse reciproche e ai P.M. che
della Democrazia. Rimane il fatto che, se non ci
costruivano i processi. Inoltre un sistema sociale si basa
fossero stati i processi dei primi anni Novanta, ci
sul rispetto delle leggi da parte di tutti. Se i vertici della
sarebbero ancora i vecchi partiti, imballati nella loro
Società sono i primi a violarle, allora il fenomeno non
corruzione. I Magistrati sono stati occasione ( o
può essere contenuto dalle inchieste,la vicenda non è
concausa, se preferisce)della nascita o
più patologica, ma fisiologica: l’illegalità diventa
dell’affermazione netta di nuovi partiti e nuove
diffusa e comune, non viene più avvertita come un
possibilità. Sembrerebbe naturale che la cosiddetta II
fenomeno riprovevole e deviante. E poi la nostra classe
Repubblica guardi, quantomeno con rispetto,
dirigente non sopporta di dover rendere conto alla
all’Istituzione che, come effetto indiretto dei processi,
Magistratura, anch’essa classe dirigente epperò attiva,
in nome del principio Costituzionale di uguaglianza dei
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Cittadini, anche nella repressione dei crimini della
classe dirigente.
Inoltre, i magistrati vengono accusati di essere
mascalzoni, toghe rosse, talebani. Lei condivide
questo giudizio?
Sono accuse prive di fondamento. Se un personaggio di
rilevanza nazionale dice che un Magistrato è
mascalzone e terrorista, dovrebbe essere coerente:
rivolgersi alla Nazione, indicare in modo
specifico i supposti
talebani, <>proclamare lo
stato di emergenza, la
legge marziale e rimuovere
la metastasi che uccide lo
Stato. Altrimenti diviene
poco credibile e persino
ridicolo. Insomma, non si
può genericamente
insultare e lanciarsi in
invettive indiscriminate ma
occorre focalizzare le
ipotetiche congiure e
reagire nella legalità. Per
un Magistrato non è bello
essere insultato un giorno
sì e l’altro pure. In ogni
modo,la Magistratura
italiana gode comunque di
un’autonomia e di
un’indipendenza rare nel
mondo, e tali, se non
abolite, da consentirle di
WALTER MAPELLI
sopportare ogni virulenza.
Una battaglia indifferenziata e generalizzata contro la
Magistratura è persa in partenza: i politici passano, la
Magistratura, come le altre Istituzioni, resta.
Molto chiaro. I magistrati, secondo lei, vengono
anche sviliti da leggi che secondo me sono state
varate per proteggere i gruppi di potere come il
“falso in bilancio lecito”?
Ripeto che la magistratura è autonoma ed indipendente.
Certo, con quella legge il falso in bilancio è stato
svalutato come reato, ma i processi possono comunque
essere celebrati, sia pure con maggiori difficoltà. Se
questo non accade, è probabile che occorra migliorare
la specifica professionalità. Sicuramente con norme più
adeguate si raggiunge più facilmente un verdetto, ma
non bisogna nemmeno nascondersi dietro leggi
complesse: se la situazione si fa più difficile, al
Magistrato si richiede più professionalità.
È una bella dichiarazione di amore per la
professione!
Certamente. Lo sforzo è comune alla gran parte dei
Magistrati e il sistema per il momento tiene, ma rischia
di collassare se viene meno la professionalità,
l’autonomia e l’indipendenza di giudizio dei singoli.
Passando agli ultimi tentativi di riforma della
giustizia, perché il cosiddetto “lodo Alfano” è stato
dichiarato incostituzionale?
Semplicemente perché ci voleva una legge
costituzionale. Il lodo viola il principio di uguaglianza
sancito dalla costituzione (ndr: “la legge è uguale per
tutti”, articolo 3 della Costituzione):non si può
derogare ad una norma costituzionale con una legge
ordinaria.
Che cosa pensa, invece, riguardo alla
nuova riforma sulla giustizia, quel ddl
che è già passato al Senato?
Credo e spero che non andrà oltre
l’approvazione del Senato. Si cerca di
ritagliare la realtà a misura di desideri:
infatti, non si possono stabilire così
precisamente i termini del processo,
perché ci sono
molteplici variabili non controllabili
dettate dall’evoluzione nel tempo della
società, come il mutamento delle
procedure, il cambio delle regole
sostanziali, le emergenze, le risorse.
Non ha senso intraprendere un processo
e chiuderlo per legge dopo un tot di
tempo, senza che si sia raggiunta una
pronuncia: sarebbe come dichiarare
guarito il malato sol perché è decorso il
periodo di permanenza massima in
ospedale. Tutti siamo d’accordo con il diminuire i tempi
della giustizia, ma per fare ciò occorre procedere per
altre strade, ad esempio, limitando il numero di reati a
quelli davvero dannosi alla società, eliminando i vuoti
formalismi che appesantiscono il processo senza
incidere sulle garanzie, pretendendo e chiedendo conto
del lavoro dei Magistrati e della resa del Servizio
Giustizia. Sicuramente i tempi si ridurrebbero.
Cosa ne pensa in materia di intercettazioni?
Le intercettazioni costano meno che in passato e danno
ottimi risultati: grazie ad alcuni accorgimenti, come le
convenzioni con i gestori dei servizi telefonici, sono
infatti state limitate le spese mentre si presta sempre più
attenzione ad un uso oculato e selezionato dello
strumento di indagine. Quella delle intercettazione è
una problematica che merita molta attenzione: molto
spesso se ne confonde l’uso sbagliato che se ne fa con
l’importanza dello strumento che è indispensabile per il
buon esito delle indagini e per evitare errori giudiziari.
Si pensi alle dichiarazioni di un “pentito”:solo le
intercettazioni dell’utenza dell’accusato mi
consentiranno di verificare se le parole del pentito sono
attendibili. Le intercettazioni devono essere chieste dal
P.M. al Giudice, la durata è di quindici giorni; si
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possono chiedere proroghe per uguali periodi sino a sei
mesi, ma solo se ci sono prove o motivi fondati; inoltre,
se una conversazione non è pertinente, non viene
trascritta.
Alla luce di quello che abbiamo detto e della
situazione attuale, come pensa che possano evolversi
i rapporti tra politica e magistratura?
La Politica deve smetterla di ritenere la Magistratura
come un gruppo di furfanti che agisce per bande, al
servizio di o contro a, ma deve riconoscerla come
Istituzione che lavora per il bene di tutti. D’altronde i
Magistrati non devono pensare che la Politica sia solo
interesse ed affari e non possono prescindere dalla
professionalità: non si possono fare processi con ottanta
indagati ( sessanta dei quali prosciolti) come
nell’inchiesta “Why Not” e non si possono scrivere
provvedimenti giudiziari più lunghi di “Guerra e Pace”.
Infatti anche per fatti delicati e questioni complesse
servono misura e semplicità: se siamo in presenza di
sistemi criminali, siamo o di fronte alla Criminalità
Organizzata ( e cioè alla Mafia ed allora si giustifica) o
fuori dal diritto penale ( e dentro una dimensione etica
alla quale il Magistrato deve essere estraneo).
Ci vuole dunque impegno condiviso da parte di tutte
e due le parti?
Certo. D’altra parte occorre ( lo dicono tutti, dal
Presidente della Repubblica al Presidente di
Confindustria) fare sistema: ciò significa per ogni
soggetto istituzionale agire nel rispetto della legalità e
senza pregiudizi verso gli altri attori, consapevoli di
operare tutti come sistema integrato al servizio dei
cittadini.
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DEMOCRAZIA, DEMOCRAZIA
DEMOCRAZIA CHIAMO…
di ALESSANDRO GEROSA IIIG
Siamo sicuri che la democrazia odierna si basi solo su
belli ideali? O forse gli interessi nella democrazia sono
meno puri e casti di ciò che sembra?
Quando si trattò di dare a Pinochet i proiettili per la
propria dittatura, gli ideali democratici dove stavano?
Kissinger disse a riguardo “Non vedo perché dovremmo
stare con le mani in mano a guardare mentre una nazione
va
verso
il
comunismo
a
causa
dell'irresponsabilità dei suoi stessi abitanti”. Che idioti e
irresponsabili
che
sono
gli
abitanti
vero?
Ma...aspetta...qualcosa non quadra...ah! ovvio, è perché
io sono il solito comunista. La democrazia ha il diritto
di usare la forza contro il popolo, è ovvio. Ah, ma
aspetta, qui non si trattò neppure di salvare la
democrazia, ma di mettere al potere un dittatore che
uccise 3000 persone e ne torturò brutalmente oltre
400'000...strani meccanismi la democrazia...
Oppure dai, cambiamo continente, e andiamo in Grecia.
La dittatura dei colonnelli è meno famosa di quella di
Pinochet, ma non meno sanguinaria e repressiva. E
anche qui, la democrazia ritenne giustamente di dover
intervenire. Il governo era di sinistra, quasi comunista.
Non si può proprio tollerare. E così si procedette; si
fece in modo di compiere un piccolo colpo di stato,
sempre in nome della difesa della democrazia contro
quella plebaglia idiota. Bhe, ufficialmente si fu
sinceramente scandalizzati della cosa. L'ambasciatore
USA ad Atene, evidentemente poco pratico dei metodi
democratici, disse che “La dittatura era uno stupro alla
democrazia”. Intervenne presto a chiarirgli le idee
evidentemente superficiali e poco approfondite di
“Democrazia” il responsabile CIA ad Atene, invece
grande teorico di essa “E come si può stuprare una
prostituta?”. “Prostituta” è un evidentemente un gran
complimento. Chi di noi, tornata a casa propria madre,
non ha mai esclamato “Come va, vecchia prostituta?”.
Però vabbene, qui stiamo sempre citando gli
statunitensi; e se pur è vero che della democrazia sono i
più grandi propugnatori, sono un caso isolato, uno dice.
Prendiamo qualche altro personaggio, qualche Grande
personaggio che la storia ci ha tramandato...Churchill,
l'eroico lord che ha salvato l'Europa dalle grinfie del
nazismo e fascismo. Lui si che era attaccato alla
democrazia, ai suoi veri valori...come quando disse “Se
io fossi italiano sarei stato con voi [Mussolini] fin dal
principio [...] il vostro movimento ha reso un servigio al
mondo intero”. Eh cavolo, la bella democrazia a base di
manganello e olio di ricino di Mussolini è nota a tutto il
mondo...
Ma perché andare all'estero, anche nella nostra bella
Italia, in piena democrazia, in nome del pericolo comu
nista il ministro Scelba fece un bel po' di morti, deciso
evidentemente a non sfigurare nel contesto democratico
internazionale facendo la figura dell'idiota pacifista. Ed
ormai è cosa nota a tutti che nel dopoguerra, per
salvaguardare la democrazia in Italia era pronta
un'organizzazione paramilitare, chiamata Gladio, pronta
a fare un golpe né più ne meno come nei paesi
sudamericani.
Lo spazio è tiranno, o sarebbe meglio dire democratico,
e dunque gli esempi devono finire qui.
Ma un dato erompe comunque chiaro: la democrazia in
questi anni ha sempre vigilato per sopravvivere contro
quegli idioti del popolo, quando necessario. E che
qualche illetterato grecista sostenga che la parola significhi proprio “governo del popolo”, sono solo dicerie di
quei sovversivi comunisti.
Quanto sangue per la democrazia, e quanti morti.
Perché il governo del popolo può e deve essere il
sistema politico, ma non se è la democrazia capitalista,
al servizio dei potenti e potentati.
Chiudo così, recitando alcune cifre riguardanti lo stato
della popolazione prima e dopo il crollo della terribile
Unione Sovietica, ottenute grazie alla magnifica
democrazia capitalista. Per mostrare che non tutto è ciò
che sembra, e che il modello capitalista, forse, non è oro
che cola.
Famiglie sotto la soglia di povertà: Unione Sovietica
1,5%; nel 1993, 39-49%(fonte: la banca mondiale).
Speranza di vita maschile: nel 1987 64,9 anni; nel 1994,
57,6 anni (fonte: organizzazione mondiale della sanità).
Le vittime del regime sovietico secondo “Il libro nero
del comunismo”(che comprende anche i morti per
fame) ammontano a 20 milioni nel periodo dal 1919 al
1990. Dal 1992 al 1995, la popolazione russa è diminuita di 5,7 milioni di persone, e la stima già
comprende i 3,7 milioni di abitanti di luoghi che in tali
tre anni sono entrati a far parte della Russia. Dunque, la
popolazione è realmente diminuita di 9,4 milioni di
persone. E per calcolare la reale entità dei morti in quei
tre anni bisognerebbe ovviamente anche aggiungere
tutti i bambini nati in quegli anni, che mitigano la
statistica, e che ragionevolmente sono molti.
L'emigrazione dalla Russia pur fortemente presente fu
invece di circa 100'000 persone all'anno, dunque per tre
anni una cifra attorno alle 300'000 persone da togliere al
numero.
Tirando le somme, in Russia in seguito al crollo
dell'URSS in 3 anni morirono circa la metà delle morti
(ripeto comprendenti gulag, morti per fame etc., dal
“libro nero del comunismo, pag. 6”) causate in 70 anni
dal regime sovietico. Bei risultati per il sistema
PROSEGUE A PAGINA SEGUENTE
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DELLA MORTE E DELLE STELLE
di GABRIELE GALEOTTO
I could have been exploded in the space, different orbits for my bones.
Not me, just quietly buried in stones.
Peter Gabriel, Anyway (from The Lamb lies down on Broadway)
E‡ potš toi nuktÕj kaqarÁj, Óte p£ntaj ¢gauoÝj
¢stšraj ¢nqrèpoij ™pide…knutai oÙran…h NÚx...
Arato, Fenomeni, vv. 469-470
Il dolore di vedere la morte sul volto del defunto è stato uno dei più ancestrali. Non a caso, una delle radici più
antiche e più attestate dell’indoeuropeo è proprio quella *mer-/mei-, ovvero “lo sminuzzare/disintegrare”, visto
come opera della morte: dal primo deriva mors, mortis, brotÒj, “mortale”, dal secondo minus, minuo, oltreché il
meraviglioso composto omerico minunq£dioj, di fragile vita, che Achille in lacrime riferisce a se stesso, mentre
parla con la madre Teti (Il. I, 352, perché mi ha generato, così, come sono, di fragile vita?), e che lo sventurato
Licaone (Il. XXI, 84) utilizza inutilmente per commuovere il Pelide, che sarà, dopo
pochi versi, il suo spietato carnefice. Decisamente eufemistica è la radice presente
PROSEGUE DA PAG
nel greco q£natoj, qnÇskw ecc.., da un originario *dhw-, “venir meno/sparire”,
PRECEDENTE
presente nel sanscrito a-dhavani-t, “è sparito” (oltreché, senza negazione, in
capitalista
che
la
avatar, lett. “apparizione terrena” del dio Visnu, e in dead e Tod).
democrazia si è portata
appresso.E per concludere,
In geroglifico morte è il gruppo
, lett. mwt (come si vede, non un segno
stavolta veramente, il 64%
unitario,
forse
per
ragioni
apotropaiche),
simile alla radice ebraica met-/mwt-; se
della popolazione rumena
davvero –w- può essere l’esito di una antica liquida, forse l/r, non è escluso che
preferiva la vita sotto
anch’essa derivi dall’antenato indoeuropeo, così da crearsi un caso davvero
Ceausescu; in Polonia il
singolare di un relitto linguistico antichissimo, comune sia alla famiglia
37% giudica positivamente
indoeuropea che a quella camito-semitica. Nel visionario romanzo di Gustav
il partito comunista dal '48
Meyrink, Il Golem, per animare il gigantesco famulus di creta che solo chi conosce
al '89, e il 47% il blocco
tutti i valori cabalistici della Torah può creare, basta incidere sulla fronte del
dell'Est; fra i tedeschi
monstrum la parola hemet, “verità”; per distruggerlo, basterà cancellare, dalla
dell'Est il 76% ritiene che
parola,
la prima lettera, una aleph, perché i segni si leggano appunto “morte”, met,
il socialismo sia una buona
e
quell’ammasso
di terra, ormai privo di vita, si accascerà al suolo. Oppure, come
idea, solo male applicata.
accadde proprio all’unico creatore di un golem, il rabbino Lowe, esso rovinerà
proprio su chi gli ha dato la vita, uccidendolo con la sua morte: ¢postršyai se e„j
t¾n gÁn, ™x Âj ™l»mfqhj· Óti gÁ e kaˆ e„j gÁn ¢peleÚsV. (Gen. III, 19).
Benché la vita nasca dal buio e dal profondo, proiezione simbolica del ventre materno, e le prime percezioni del
divino fosse legate alla sfera ctonia - non sempre gli dèi furono sui monti e prima ci furono le voci della terra (da
Gli dèi, “Dialoghi con Leucò”, di Cesare Pavese), e nonostante il disfacimento della morte richiami la terra ed un
ritorno ad essa, l’intuizione di una vita oltre la terra per quanto rimanga dell’uomo, libero dal suo bozzolo mortale,
è altrettanto antica: l’epigrammatica equivalenza sîma-sÁma, il corpo come prigione dell’anima, è ben più antica
di Pitagora e di Platone. Se vestigia di vita vanno oltre la vita stessa, la vòlta celeste, che ha rappresentato fin
dall’inizio un’immagine di persistenza, di stabilità sublime, e la luce delle stelle non potevano che essere
un’agognata sede di quanto, della mortalità umana, si desiderava persistesse. Nel segno geroglifico che rappresenta
la parola “Oltretomba”
, ovvero dwət, a dispetto delle navigazioni verso la buia terra di Osiride che tutti
abbiamo in mente, non è presente alcun concetto ctonio: anzi, è ben visibile una stella, inscritta nel cerchio che
rappresenta, in molti gruppi paralleli, la volta celeste vista dalla terra, un’immagine di concavo cielo notturno
(tralascio di menzionare l’ipotesi di chi, in questo cerchio, ha voluto vedere un disco volante...).
La radice indoeuropea *stel-/ster-, che popola dei suoi derivati tutte le lingue indoeuropee (star, Stern, stella, sidus,
¢st»r, perfino il tocario scirye), diversamente da *mer-/mei-, indica, fin dall’origine, proprio e solo la “stella”, e
forse un comune antenato potrebbe essere alla base dell’una e del nome sumero Istar, la dea celeste-lunare
mesopotamica. E qual è dunque la conclusione, che sembra quasi paradossale? Che proprio le stelle furono viste,
fin dall’inizio, come la sede dei “felici”, di coloro che, come ricorda il Somnium Scipionis, sono passati attraverso il
disfacimento fisico della morte: Homines enim sunt hac lege generati, qui tuerentur illum globum, quem in hoc
templo medium vides, quae terra dicitur, iisque animus datus est ex illis sempiternis ignibus, quae sidera et stellas
vocatis (Rep. VI, 15, 8). Forse, per questa ragione, la lingua latina chiamò la struggente mancanza che si prova per
chi non è più con noi desiderium, ovvero un impossibile “ritorno dalle stelle”.
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COLAZIONE ALLO ZUCCHI
ZUCCHI
GLI ORRORI DELL’ANTRO
DELL’ANTRO DELLE GORGONI
di MARCO COLOMBO IIG
L’argomento che vi propongo questo mese, a differenza
di quelli precedenti, ci riguarda davvero da vicino e
trovo che sia veramente molto interessante perché ci
mostra la situazione di profonda crisi nella quale la
scuola pubblica sta sprofondando e soprattutto la
condizione privilegiata delle scuole private, mantenute
non solo come si potrebbe credere coi soldi delle rette
individuali ma anche dallo Stato, che le favorisce in
maniera più o meno diretta a nostro sfavore.
La scuola privata, o paritaria, in Italia costituisce una
percentuale piuttosto piccola, anche se non trascurabile,
del sistema d’istruzione dalle elementari alle superiori, e
come ben sappiamo risulta essere molto costosa e
certamente non alla portata di tutti. Sappiamo anche
quali siano le condizioni della scuola pubblica, che
abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, condizioni che ci
mettono in una posizione di netto svantaggio rispetto ai
nostri colleghi delle private, a causa della scarsità di
materiale e di fondi con la quale ci troviamo a fare i
conti giornalmente. Noi non abbiamo la possibilità, ad
esempio, di istituire corsi di sostegno e recupero in
itinere, non possiamo permetterci il sovvenzionamento
dei corsi per il patentino informatico europeo, spesso
abbiamo difficoltà nei pagamenti dei docenti di
sostegno o dei supplenti, e le condizioni nelle quali
versano gli edifici nei quali ci troviamo a fare lezione
tutti i santi giorni non hanno nemmeno bisogno di
essere menzionate, e lo Zucchi ne è, credo, un esempio
abbastanza luminoso: non abbiamo palestre che si
possano definire tali, l’aula d’arte è si e no uno
sgabuzzino, e il laboratori di chimica e fisica hanno in
dotazione materiali e strumenti che mi sembra riduttivo
definire obsoleti.
Questa condizione di degrado non è tuttavia da
imputarsi ai dirigenti scolastici, che nella maggior parte
dei casi, al contrario, si trovano ad affrontare problemi
di gestione impensabili a causa di fondi insufficienti
quando non del tutto inesistenti. Andandomi ad
informare sui costi delle rette delle scuole private di
Monza sono rimasto veramente allibito: cifre da
capogiro, si passa dai circa tremila euro annuali del
Dehon ai più di undicimila del collegio Villoresi San
Giuseppe, in parole povere quasi mille euro al mese,
equivalenti a quanto molte persone pagano per un
mutuo. Mi pare quindi evidente che chi frequenta queste
scuole non abbia difficoltà economiche, perché
difficilmente ,credo, un operaio o un impiegato
possono permettersi di spendere tali cifre. Eppure se
apriamo la pagina web della Regione Lombardia ed
entriamo nella sezione “Istruzione e Formazione”
apprendiamo come la Dote Scuola, cioè il contributo
che viene erogato alle famiglie che dimostrino di avere
difficoltà economiche, sia accessibile sia a chi frequenti
la scuola pubblica, sia a chi frequenti la scuola privata,
con una piccola differenza, ovverosia che per ricevere il
contributo, chi frequenta una scuola pubblica deve
dimostrare di non guadagnare più di circa 16000 euro
lordi annui, invero molto pochi, ed è tra l’altro costretto
a rivolgersi ad un ente (a pagamento) per il calcolo del
contributo, che viene erogato in base alla composizione
del nucleo famigliare.
Per chi invece frequenta la scuola paritaria le cose si
fanno estremamente più facili, innanzitutto si alza la
soglia dello stipendio massimo a più di 45000 euro lordi
annui, cioè il triplo di chi frequenta la scuola pubblica, e
non c’è nessuna necessità di rivolgersi a terzi per il
calcolo della quota, che viene erogata senza difficoltà.
Quindi: in parole povere chi guadagna di più e manda i
propri figli in una scuola privata che offre servizi e
strutture migliori di quella pubblica può usufruire di un
assegno mensile di sussidio uguale se non maggiore di
chi è costretto per motivi economici a mandare i propri
figli alla scuola pubblica. Vi sembra questa una
situazione accettabile? A me, francamente no. Proprio
per niente.
Seguendo una trasmissione di Rai tre, nella quale si
intervistava il preside di un prestigioso istituto paritario
superiore di Milano, ho avuto modo di sentire con le
mie orecchie la giustificazione di questo signore
riguardo al buono scuola per i suoi (ricchi) studenti, che
è stato il seguente: “ è giusto che queste persone
possano usufruire di un buono pari o maggiore rispetto
a chi frequenta la scuola pubblica perché attualmente la
condizione di un dirigente o di un imprenditore è moto
rischiosa, si può trovare infatti senza un lavoro da un
momento all’altro”. Dopo aver sentito queste parole
sono veramente rimasto sconcertato e allibito, e avrei
voluto rispondere che è vero che un dirigente può essere
licenziato in tronco, ma è anche vero che si presume che
una persona che guadagni almeno 150000 euro lordi
annuo ( è questo infatti lo stipendio minimo per un
dirigente in una società privata) abbia messo qual cosina
di più da parte di un impiegato o di un operaio, e sia in
grado di sopravvivere per qualche tempo. Ed inoltre
avrei voluto aggiungere che nulla e nessuno li obbligava
a mandare la propria prole in un istituto così costoso,
quando in Italia ci sono scuole pubbliche aperte a tutti.
Per meglio capire quale fosse la situazione della scuola
pubblica italiana e nella specie in quali acque si trovasse
a navigare il nostro liceo attualmente ho creduto
interessante porre alcune domande al nostro Dirigente
scolastico, Vincenzo di Rienzo, che si trova tutti i giorni
alle prese con la gestione economica del nostro istituto,
al fine di comprendere meglio in che modo lo stato
assegni soldi alle scuole e quali siano le maggiori
differenze fra il pubblico e il privato.
9
Signor Preside, in quale modo sono erogate le
sovvenzioni alla scuola pubblica e in quali misure?
Le sovvenzioni vengono assegnate dal MIUR. Fino a
circa il 207 il ministero assegnava una cifra totale agli
uffici scolastici regionali, che la suddividevano fra
quelli provinciali, i quali infine li trasmettevano alle
scuole, si veniva così chiaramente creare un giro di
denaro molto lungo e complesso, solo Dl cosiddetto
“Capitolone” in poi, proposto dal ministro Fioroni, il
ministero assegna una cifra direttamente alle scuole in
base a differenti parametri, fra cui l’indirizzo
dell’istituto, infatti per esempio l scuole tecniche
ricevono maggiori sovvenzioni, mentre poco conta il
numero degli studenti. La scuola deve usare tali somme
per la propria gestione interna, che non include
ovviamente i pagamento dei docenti di ruolo o del
personale ATA che viene retribuito direttamente dallo
stato. Viceversa i supplenti temporanei sono pagati in
gran parte direttamente dall’istituto, eccezion fatta, ad
esempio, per gli assenti per maternità, ch vengono
pagati dal Ministero del Tesoro. La scuola può
chiaramente ricevere sovvenzioni da private, che tra
l’altro sono deducibili dal 730 grazie alla legge Bersani
del 2000. Questo è ciò che accade anche da noi all’atto
del’iscrizione, col quale gli studenti danno n contributo
ch ci permettevi realizzare praticamente tutti i progetti
attuati durante l’anno. Mi pare importante sottolineare
che a partire dal precedente governo non esiste più il
“contributo di funzionamento” che apportava cifre
modiche ma pur sempre utili, e ciò ha pesato in
particolar modo sule spalle degli istituti primari, che
ricevono molte meno sovvenzioni di noi.
Nello specifico, quali sono le entrate medie dello
Zucchi e in che modo tali somme vengono spese?
Dunque, quest’anno ad esempio abbiamo ricevuto circa
120000 euro lordi, che vanno a costituire il fondo
economico della scuola Parte di tale denaro è
“vincolato”, ovverosia è finalizzato a determinate
spese, cioè sostanzialmente all’attuazione dei corsi di
recupero. La parte di fondi rimanente è invece libera e
la scuola è libera d spenderli come meglio crede, come
per la realizzazione di laboratori e corsi facoltativi.
Notiamo però che tale somma, all’apparenza ingente,
non è certamente molto elevata se commisurata con le
reali esigenze di un istituto delle nostre dimensioni, che
come ho detto prima, riesce ad offrire servizi aggiuntivi
grazie ai contributi degli studenti.
Recentemente il nostro liceo è stato selezionato fra i
finalisti per il concorso relativo all’”ente pubblico
più efficiente”, dunque in che modo la scuola viene
valutata?
Premetto subito che purtroppo non esiste ancora, in
Italia almeno, una vera valutazione della scuola, difatti
anche quello a cui abbiamo partecipato è “solo” un
concorso del Ministero dell’Innovazione aperto a tutte
gli enti pubblici, quindi non soltanto alle scuole, per il
quale occorreva inviare un modulo nel quale si
fornivano dati utili per valutare l’efficienza dell’ente in
esame. In particolare, noi siamo stati agevolati dalle
certificazioni di qualità che oramai abbiamo da sei
anni, e che sono state recentemente rinnovate.
Ecco, per quanto concerne le certificazioni di
qualità, le scuole paritarie sono valutate con gli stessi
criteri usati per la scuola pubblica? anche se mi pare
evidente che i fondi a disposizione di queste scuole
agevolino il mantenimento di un servizio che
potremmo definire in un certo qual modo
“migliore”, almeno per quanto concerne le strutture
delle scuole.
Assolutamente, le scuole paritarie sono valutate
esattamente come noi. Difatti dobbiamo pensare che le
rette delle scuole private sono si molto alte, ma ciò
anche e soprattutto per il fatto che questi istituti si
debbono occupare della retribuzione di tutto il
personale, cosa che noi non dobbiamo assolutamente
fare. Ed è per esempio questo il motivo per cui molte
scuole rette da religiosi oggi si trovano in condizioni di
crisi: perché la presenza di personale laico dove prima
c’erano insegnanti appartenenti al clero richiede
ovviamente un pagamento, mentre in precedenza i preti
o le suore non venivano pagati per questo.
Secondo Lei sarebbe più efficiente che fosse il
Dirigente Scolastico ad occuparsi dell’assunzione dei
docenti e del personale in genere?
Assolutamente si. E d’altro canto è questa un’usanza
presente all’estero da moltissimo tempo, in Europa
come in America. Difatti credo, e lo ribadisco da molto,
che non sia più ammissibile una graduatoria per
ottenere una cattedra, occorrerebbe presentare un
curriculum da valutare come nelle società private, al
fine di assumere per un determinato periodo di tempo in
prova e vedere poi se sia il caso meno di rinnovare il
contrato a tempo indeterminato. A tale proposito c’è
una proposta di legge, la legge Aprea. Ma a mio avviso
difficilmente la vedremo realizzata in breve tempo.
In realtà le domande da porre al Preside erano ancora
molte, ma come ben sappiamo tutti il tempo è sempre
un bene raro e prezioso, e lo ringrazio per le domande
alle quali ha molto gentilmente voluto rispondere.
Spero di aver suscitato almeno un po’ di interesse in
queste pagine , e invito tutti voi a mandare eventuali
domande o commenti alla redazione del Bartolomeo,
alle quali non mancherò di rispondere.
Ave atque vale.
10
VUOI FARE UN TIRO?
-
di IRENE PRONESTI’ 1D
“Vuoi fare un tiro?”
E’ probabile che sia iniziata così: con un’offerta. O addirittura è partito da
una tua iniziativa.
Ora il fumo penetra nelle fibre dei tuoi vestiti, nei tuoi oggetti, tra i tuoi
capelli, ed essi inevitabilmente ne assumono l’odore tossico che tu hai
imparato ad amare. Sigaretta dopo sigaretta ci hai preso gusto, e ora per te è
un rituale: lo fai perché ti fa star bene, lo fai perché lo fanno anche loro, lo
fai perché ti senti grande.
Una sigaretta contiene oltre 4000 prodotti, la maggior parte dei quali
tossici.
La nicotina si può considerare a buon diritto come un vero e proprio
veleno, e tra i più micidiali: puoi uccidere un uomo iniettandogli nel sangue
la quantità di nicotina di 2 o 3 sigarette (la dose letale per l’uomo è di 0,5 –
1 mg/kg). Oppure puoi fargliene respirare un poco per volta , in dosi di 1- 2 milligrammi, ognuna delle quali
comodamente contenuta in una sigaretta, appunto. Questo sicuramente non lo ucciderà in breve tempo, ma
accrescerà il rischio che lui contragga patologie del sistema cardio-respiratorio e che nel suo organismo compaiano
masse tumorali. Malattie -intendiamoci - che possono avere esiti mortali. Per fare un esempio: broncopnenumopatia
cronica ostruttiva.
Ma non è tutto. Consumare abitualmente nicotina fa sviluppare rapidamente nell’individuo che ne fa uso una
dipendenza psichica da essa. Una volta che si ha cominciato, diventa sempre più difficile smettere. Questo significa
che potrai stare senza fumare per 48 – 72 ore, ma la sensazione di vuoto e l’ansia crescente ti impediranno di
dormire e finché non avrai la tua sigaretta, non troverai pace. Presto forse sopraggiungerà la consapevolezza che
non era questa l’autonomia che intendevi raggiungere quando volevi sentirti più maturo e indipendente, che non era
questo il benessere a cui miravi? Questo significa che, oltre a penetrare nei tuoi vestiti e nelle tue cose, il fumo
arriva fino alla tua mente, alla tua anima – se vuoi – e lì sembra insediarsi. Il suo affitto però lo paghi tu, sborsando
circa 5 euro per ogni pacchetto che compri e che fedelmente porti con te ovunque vai.
Inoltre costringi chi ti sta intorno a dover respirare quella che è diventata la tua aria, ma che oltre a danneggiare te,
fa male anche a loro.
Non è forse abbastanza tutto questo? Dal momento che sono costretta a rendermi conto che sempre più ragazzi si
ostinano a voler dare inizio a questa idiozia, devo dedurre che allora non è abbastanza. E parliamo di chi inizia, ma
essenzialmente non ha nessun vero problema che lo costringa ad aggrapparsi ad una sigaretta per poter tirare avanti.
Ma - si sa- il “dramma” ci rende più interessanti agli occhi degli altri. E
magari un approccio così “ribelle” nei confronti della vita sembra cool o
affascinante. Nascondersi dietro una nube di fumo maleodorante è
tremendamente affascinante..o così pare.
E c’è chi nel mondo muore, vittima di una epidemia vera, per aver contratto
una malattia veramente grave dovuta alla povertà e alla scarsa igiene, e chi
invece decide volontariamente di diventare la prossima vittima di un’epidemia
inutile, dispendiosa e stupida. I motivi che lo spinge a farlo sono a me ignoti, o
comunque preferisco credere che non siano seriamente quelli che si dicono.
Forse è sintomo di una visione della realtà propria di alcune persone, che in
quel gesto - nel tenere tra le dita un mozzicone fumante e di aspirarne il veleno
- imprimono un atteggiamento di menefreghismo implicito verso se stessi e
verso gli altri. E allora non importa quali conseguenze può avere, io adesso lo faccio e mi godo il momento. (Forse
Orazio non intendeva precisamente questo quando scriveva il suo “carpe diem”..ma tant’è).
Forse non gli si dà la grave importanza che invece ha. Non gliela si vuole dare.
Resta il fatto che il fumo è un terribile vizio, sotto tutti gli aspetti, e che nonostante ciò le persone continuino a
vendersi ad esso, per nulla spaventate del male che ne deriva. Be’, che coraggio.
11
BACKPACKERS:
I NUOVI RAGAZZI DI “ON
“ON THE ROAD”
di UNYANGODA NADEESHA IA
Qui capanne e poco altro. Mi faccio viva quando torno nella civiltà.
Chi ha sempre sognato di scrivere una frase del genere ad un amico, meglio se conformista, intrappolato nella piatta
quotidianità, che non ha visto nient'altro che la spiaggia e il mare di una qualche nota località di villeggiatura della
costa sarda?
Se la vostra destinazione unica, inimitabile e ideale sono le Maldive o le Mauritius o le Seychelles... be', non
sprecate il vostro tempo continuando a leggere questo articolo perché potreste rimanere traumatiz zati dallo
scoprire la straordinaria varietà di culture, etnie che popolano il mondo, dalle innumerevoli meraviglie che
nascondono gli angoli più remoti di questo vecchio pianeta, dall'incredibile bellezza di una natura selvaggia,
dall'imparagonabile fascino che ha il conoscere un paese attraverso il contatto diretto con il suo popolo piuttosto
che attraverso le parole di un'apatica guida.
Quarant'anni fa erano i cosiddetti “figli dei fiori”, avevano i capelli
lunghi e per strada li riconoscevi lontano un miglio. A loro non
importava dove si andasse, come, con chi e perché. Non aveva
importanza il tempo che avrebbero impiegato, le persone che
avrebbero incontrato, i progetti, anche solo per un futuro immediato.
Erano animati unicamente dall’ansia di vivere, senza le
“preoccupazioni fasulle per ingannare il tempo” della gente che li
circondava.La ricerca di se stessi, unico, prezioso risultato di quel
vagare, che assomigliava più a una fuga alla ricerca di qualcosa che
non si riuscirebbe a definire con precisione. Ma forse era proprio
questo l’obiettivo più importante: solo senza ostacoli, da soli, “on the
road” riuscivano davvero a trovarsi.
Poi la modernità si è fatta ancora più soffocante e, con tutte le sue innovazioni e il tempo ossessivamente scandito,
ha reso i viaggi dei brevi itinerari estivi,per lo più organizzati in anticipo nei minimi dettagli, portando quasi al
totale oblio le trasferte dei ragazzi di Jack Keouac.
Oggi li chiamano globetrotter, backpacker (traducibile nel termine italiano saccopelisti, dalla connotazione
vagamente negativa), giramondo, tipi da guesthouse, ma la verità è che non sono semplici turisti, loro sono
viaggiatori veri, come pochi se ne incontrano in un tempo, ben triste, a dirla tutta, in cui le città di ogni nazione
vanno via via assomigliandosi: grattacieli che si rincorrono, in un'assurda gara che punta verso l'alto, McDonalds
che crescono ovunque, neanche fosse erba, per non parlare, poi, della Coca Cola, la maggior parte delle persone del
terzo mondo la bevono più della vecchia, salutare e semplice acqua.
Luoghi comuni? Forse, ma sono fermamente convinta di una cosa: questi viaggiatori, aggrappandosi con le unghie,
facendo forza solo sulle loro gambe, con la determinazione di chi crede e vuole ancora preservare l'unicità delle
culture, combattono e si fanno strada su un terreno scivoloso, quello della globalizzazione. Quante volte abbiamo
sentito questa parola, globalizzazione? Tutti sappiamo che cosa sia, ma pochi di noi ne comprendono la
pericolosità. Non è una pistola, starete dicendo voi, con tono sarcastico. No, non è una pistola, è la figlia del libero
mercato, cento volte più pericolosa.
Credete anche voi in questa religione che coinvolge sempre più ragazzi? Ovvero non amate soltanto questo
viaggiare per conoscere, ma anche, più semplicemente, andare per andare, non importa dove?
Allora, iniziate con lo sfogliare un atlante, è così che si comincia a maturare e a interiorizzare le regole e i cliché
propri di un globetrotter. Poi, se siete pronti, armatevi della Bibbia nella sua versione moderna, targata Lonely
Planet, del Vangelo per eccellenze,“On the road” (un vecchio manuale usato come cassaforte per nuovi sogni), di
un quadernino per gli immancabili appunti, di una reflex, rigorosamente a pellicola, e mettetevi in viaggio.
Questo non è certamente un turismo fatto di portafogli gonfi da spendere, alberghi di lusso dove soggiornare o carte
di credito da scialacquare, bensì spicciolo, spesso spartano e obbligato ad adeguarsi in ogni momento a eventuali
imprevisti che danno quel pizzico di avventura ai viaggi!
Fate leva sull'energia che caratterizza gli anni più belli della vostra esistenza, sulla vitalità e sulla passione e date
inizio a quell'idea del viaggio adolescente, mezza fuga e mezza conquista.
12
TRA LE NUVOLE E I SASSI
di CAMILLA ROSSINI IB
"Dicono che il fumo crea dipendenza, ma non hanno provato L´Aquila" parla con cognizione di causa Alessandra,
piemontese di vent´anni. Finite le superiori aveva avuto la fortuna di trovar lavoro subito, un mestiere che non
sentiva suo ma che, almeno, era a tempo indeterminato. Poi, a maggio scorso, il Campo Caritas di Sant´Antonio di
Pile aveva sbriciolato in lei, come in molti, varie certezze. A quel periodo ne seguirono altri, d´estate, nei
finesettimana. Infine, si è licenziata. Proprio in questi giorni sarà intenta a preparare i bagagli, abbandonando una
vita sicura per andare a dormire stabilmente in un container, con decine di altre ragazze, senza spazi propri, senza la
tanto agognata privacy. Lavorando senza aspettarsi uno stipendio a fine mese. Chissà se gli altri zucchini (ed ex
zucchini) con cui sono partita, durante le vacanze di carnevale, si aspettavano, prima di viverle, le situazioni che
abbiamo conosciuto, le storie che abbiamo ascoltato, le immagini che abbiamo visto. Io no di certo. Mi interrogavo,
certo, mi chiedevo quali compiti avrei dovuto svolgere, persino, nella mia ottusità, ero giunta a domandarmi se vi
fosse bisogno del mio esiguo aiuto. Ero giunta all´aberrante possibilità di fidarmi dei mezzi di comunicazione, al
loro propagandistico silenzio, a quelle frasi trionfali, le case sono state consegnate, la vita è ripresa.
Affermazioni che risuonano amare tra i muri postatomici del centro città, mentre lo sguardo rimbalza tra palazzi
dismessi, oscuri, sgretolati, finestre come orbite vuote di corpi martirizzati, vetrine che si aprono su sale polverose
e abbandonate da mesi che paiono secoli. Una scuola disfatta, squassata, distrutta, gli squarci ormai riconquistati da
erbe infestanti. Sullo sfondo, in stridente contrasto, il paesaggio intatto e assoluto degli Appennini innevati. La casa
dello studente: una voragine, una bocca spalancata al cielo, fotografata nell´atto di urlare l´abominio e la crudeltà di
pilastri di burro e vite spezzate.
Non riesco a fare a meno di immaginare l´inimmaginabile, quel momento apocalittico, quell´ "urlo disumano della
terra", e gli edifici scossi come fili d´erba al vento, e i calcinacci, e il terrore. Come sarà stata la mattina dopo?
Come sarà stato possibile veder sorgere il sole e non sentirsi creature ripudiate dal proprio Dio? Come trovare
l´audacia di alzare lo sguardo ai tetti sconvolti? Guardare a ciò che erano le proprie case e pensare di aver perso
tutte le proprie fotografie (cit.)?
Qualcosa oltre i miei occhi si frantuma, come una lente colorata, una diapositiva di persone sorridenti e di case con
la tv al plasma che avevano forzato davanti ai miei occhi, l´emergenza è rientrata, ricostruzioni in tempo record.
Ma cosa ci dite, ma che volete farci credere? Come pensate di nasconderci gli anziani che vivono nelle roulotte, per
chissà quanto tempo ancora? Come pensate di tacere il terrore di quella donna che si sveglia angosciata ogni volta
che il marito (peraltro disoccupato) si muove nel letto? Li avete sentiti voi, uomini che parlano un italiano stentato
ma che discutono disinvolti di scale Richter, fascia A, epicentro, come dissertassero su un nemico incombente, una
minaccia costante nell´animo con cui hanno imparato a convivere? Sapete che davanti al magazzino Caritas che
distrubuisce cibo la coda è continua, perché L´Aquila si è fermata per mesi, per mesi nessuno ha venduto,
comprato o lavorato? E sostenete che quattro prefabbricati abbiano risolto il problema. Ma fatemi il favore. Voi
ridevate, mentre la terra tremava? Purtroppo non c´eravate voi, con i vostri festini e le vostre speculazioni edilizie,
mentre quella casa laggiù si sbriciolava come un castello di sabbia al sole cocente, ma c´era una signora anziana,
stritolata una notte che pareva come tante, dal proprio stesso riparo.
Non c´è solo dolore, però, a L´Aquila. Io ho riso, nei brevi tre giorni trascorsi al campo. Tanto. Lavorare insieme,
condividere storie ed esperienze avvicina molto le persone, lega gli animi di un legame saldo e quasi immediato.
Ciò che più mi colpisce, ancora adesso, è l´autenticità di quei tre giorni, a fronte dei quali la mia solita vita
arrossisce, zeppa com´è di inutili rituali, di pratiche sovrabbondanti. Sveglia brusca alle sette meno un quarto (che
per me e alcune altre diventavano le sette, ora che si trovava la forza di alzarsi effettivamente), colazione tutti
insieme (e sempre qualcuno di noi solerte ad apparecchiare e sparecchiare), vestiti pratici e funzionali, gli stessi del
giorno prima, tappa in bagno senza nemmeno guardarsi allo specchio e via, verso le varie mansioni: da lavoretti di
ricostruzione (o di liberatoria distruzione...), a traslochi, a visite alle persone più colpite, dentro e fuori. La giornata
terminava verso mezzanotte, dopo le -piuttosto ostiche per alcuni- serate insieme, ed ogni volta mi stupivo di
quante poche volte il mio pensiero fosse stato incentrato su me stessa, o, piuttosto, di quanto esageratamente lo sia
nella mia vita di tutti i giorni. Forse proprio questa sensazione meravigliosa ha spinto molte splendide persone,
come Alessandra, ad abitare al campo, a trovarvi casa, famiglia e lavoro dallo scorso aprile.
Se avete qualche giorno libero e voglia di capire un po´ di più chi siete e cosa vi circonda, fate un salto, Samu,
Manuel, Paola, Sean e gli altri vi aspettano. Vi aspetta un´esperienza grande, grande.
13
LETTERA APERTA
Sul Bartolomeo di Febbraio compare un articolo di Luca Pincelli, dal perentorio titolo "La Chiesa comanda, la
politica obbedisce" (pag. 6, all'interno della rubrica "Il rosso e il nero"). È l'ultimo dei tre pezzi a sua firma ospitati
nelle prime sette pagine del giornale scolastico.
Lo scritto - in sé non originale né informato - non è tale da suscitare interesse; tuttavia il tono e alcune affermazioni
- anche queste non nuove né fondate - rendono necessaria qualche precisazione. Un giornale finanziato dalle tasse
scolastiche di tutti noi non può prescindere da un'onesta ricerca della verità, che non è rossa o nera, ma è evidente.
Solo che la si voglia vedere.
1) La ricostruzione di un noto fatto di cronaca che ha animato - fin troppo - il chiacchiericcio cronachistico diventa
per l'improvvisato articolista nostrano occasione di giudizi e valutazioni istintive ed estemporanee (si veda il
riferimento alla Roma cesariana: su quali basi? perché proprio e solo quella?).
Nell'articolo abbondano condizionali ("sembrerebbe che il documento…"; "si vocifera di forti dissidi"; "avrebbe
avuto l'appoggio…"; "parrebbe aver confermato") e caute relativizzazioni ("a mio avviso…secondo me…a mio
avviso…"): l'implicita ammissione di avere tra le mani frammenti di informazione e molti pregiudizi avrebbe
dovuto suggerire qualche cautela in più nell'esposizione di fatti e valutazioni che nei mesi scorsi hanno impegnato
ben altre firme.
Ecco però la svolta che infiamma il cuore dell'opinionista zucchino: "Ma, in questa vicenda, il fatto che un
giornalista diffonda menzogne è, paradossalmente il problema minore".
Viene così alla luce il gioco del rosso Pincelli, che tira in ballo - con una consequenzialità logica piuttosto
misteriosa - il Vaticano e le "sette" di Cl e dell'Opus Dei.
In sostanza ancora una volta un pretesto per dire male di una realtà che non si conosce ma non si digerisce. Certo:
se non è un problema che chi scrive su un giornale diffonda menzogne, i conti tornano. Brutta cosa il livore, peggio
ancora dell'ignoranza a cui ama accoppiarsi.
2) All'estensore del pezzo sfuggono alcune questioni fondamentali. Ricordiamo tra le altre la differenza fra singolo
e istituzione, fra CEI (Conferenza Episcopale Italiana) e Vaticano (non Italia).
Egli è d'altronde troppo preso, nel minestrone dei suoi pareri travestiti di oggettività, a denunciare il controllo della
Chiesa cattolica sulla politica italiana: come abbiamo potuto non accorgerci prima che il Vaticano ha in mano le
leve del governo?
Qualche dubbio resta però: se davvero il Vaticano ha un simile potere, perché nel nostro paese il divorzio è legale
dal 1974, l'aborto è riconosciuto da una legge dello Stato e diffusamente e legalmente praticato dal 1981 (e - il caso
Englaro docet - l'eutanasia è alle porte)?
O Pincelli non sa quello che scrive o i prelati e le "sette" cattoliche non sanno fare il loro mestiere.
3) Nell'articolo si lanciano epocali avvertimenti e buoni consigli per difendersi dalla Chiesa, che "ordisce attacchi e
complotti a chi non segue la propria linea politica". Perché - attenzione! - sono i gruppi settari dell'Opus Dei e di
Comunione e liberazione che in realtà controllano il Governo. Apprendiamo inoltre che sarebbero queste due realtà
a decidere non meglio precisati "movimenti di Curia" e tutto quel che ne consegue. È evidente: le "sette"
controllano anche la Chiesa. Roba da fare invidia a Dan Brown.
4) Forse un po' di buon senso, l'attenzione a quel che si scrive (e a come si scrive), il desiderio di capire prima di
giudicare, una certa capacità di autoironia - la dote degli intelligenti, di qualunque colore siano - non guasterebbero
al firmatario del suddetto pezzo.
5) Vale infine la pena di precisare che l'Opus Dei e Comunione e liberazione sono realtà istituzionali differenti: la
prima è una prelatura personale, il secondo è un movimento ecclesiale.
Entrambi sono riconosciuti dalla Chiesa e da decenni sono liberamente e democraticamente operanti nella società
italiana.
In particolare vogliamo ricordare che l'unica ragione dell'esistenza del movimento di Cl è costituita dall'intento di
vivere l'esperienza cristiana nella sua dimensione personale e comunitaria nel tempo e nei luoghi in cui il cristiano
si trova. Per questo preghiamo al mattino prima di cominciare le lezioni, per questo ci troviamo al pomeriggio per
studiare insieme, per questo dall'1 al 3 aprile ci troveremo a vivere insieme ad altri studenti di tutta Italia il triduo
pasquale: momenti visibili e pubblici, ai quali non possiamo che invitare tutti i nostri compagni. Non ci muove un
desiderio di conquista ideologica né qualche nostalgia rivoluzionaria, ma un'inesauribile passione per la vita e per il
destino di ciascuna delle persone che incontriamo. PROSEGUE A PAGINA SEGUENTE
14
SAPERE AUDE
L’emicrania
di JAKOB PANZERI IIIA
“Il compito della filosofia contemporanea, è ancora maggiore delle aspettative degli stessi
filosofi (...) è un compito che non è così evidente come potrebbe sembrare a prima vista. Il
suo compito è quello di preparare un campo di gioco e mantenere aperto un campo di
gioco mantenendolo aperto e non permettendo alla tecnologia di poter oltrepassare ogni
limite illogico, aumentando la propria potenza. Questo è il compito della filosofia
contemporanea, del filosofo contemporaneo.(...)È l'atteggiamento in cui si mette in
questione l'intera vicenda filosofica che porta dai Greci alla tecnica di oggi. Ecco, questo è
ciò di cui sto parlando”
(Emanuele Severino)
PROSEGUE
DA
PAGINA PRECEDENTE
Abbiamo
incontrato
un'esperienza bella e vera e
desideriamo comunicarla a
tutti. Il nostro stare insieme
è la libera espressione della
fede cristiana, nella fedeltà
alla Chiesa che amiamo e
alla quale siamo orgogliosi
di appartenere. Riconoscere
questa libertà è presupposto
indispensabile per ogni
società democratica. Il resto
è chiacchiera vacua.
"Venite e vedrete" (Gv I,
39): è l'invito che ci
sentiamo di rivolgere a tutti
(anche all'amico Pincelli).
Giovanni Brambilla, IF;
Rebecca Brambilla, ID;
Matteo Bussani, IIC; Giulia
Della Greca, IIIG; Giovanni
Gazzoli, IIIB; Stefano
Gibellato, IF; Francesco
Mambretti,
IIF;
Luca
Rondena, VB; Riccardo
Vecchio, IF
Ero intento al computer portatile e navigando con Internet Explorer cercavo
notizie su “Perché i poeti nel tempo della povertà” di Heidegger. Girovagavo ma
non trovavo nulla di utile, citazioni sparse e commenti superficiali girovagando tra
un link e l’altro. E all’improvviso un gran mal di testa e quella stanchezza che
rende le palpebre pesanti a chi dirige le pupille dei suoi occhi su una piatto
schermo di cristalli liquidi. Emicrania, emicrania e solo emicrania. Reprimendo un
istinto di nedluddismo verso l’infausto arnese, sono uscito, ho respirato l’aria a
pieni polmoni della ridente Brianza e mi sono diretto alla biblioteca più vicina. Lì
ho trovato subito il mio testo, il numero 727 nella IV bacheca, settore filosofia, e
seduto a un tavolino, ho iniziato a rilassarmi e a leggere. Ero in un altro mondo. In
un mondo di carta ma di carta pensante, in un mondo di mani ancora bagnate di
inchiostro vivo, di cuori ancora pulsanti di situazioni e sentimenti vissuti trattati
nelle migliaia di libbre di carta che mi circondavano. E non avevo più l’emicrania.
O forse era solo un effetto placebo, fatto che mi sentivo bene. In realtà quando
leggiamo un libro, non leggiamo mai un libro e basta, leggiamo noi stessi
attraverso le sue pagine, le storie e i profumi che sospira. Alla ricerca del tempo
perduto. Sono stanco della tecnica. Sono stanco di I pod, pad e pud. Non guardo
più la televisione, non è ne ho il tempo, leggo le notizie dei free press o il
quotidiano dell’edicola nel tragitto dalla stazione alla scuola, e comunque è un
bene perché visto quello che passa il convento, la televisione è meglio lasciarla
spenta. Quanto tempo ci fa perdere la tecnica e quanta volontà ci toglie. La tecnica
è la più alta espressione del nichilismo, oltre a darmi un mal di testa continuo!
Prima di scrivere ogni mio articolo io scrivo sempre sulla carta: voglio sentire le
mie dita sfiorare il caldo inchiostro nero che sfiora un foglio di carta vuoto e
bianco, come la vita, tutta da riempire. Non vi dico stavolta una corposa e magari
noiosa argomentazione o discussione, stavolta voglio donarvi solo una piccola
intuizione o magari un’emozione, spegnendo magari la tv e riflettendo un attimo
in più! ☺
“Non siamo vietati a nessun secolo, in tutti siamo
ammessi e, se ci aggrada di venir fuori con la
grandezza dell'animo dalle angustie della debolezza
umana, vi è molto tempo attraverso cui potremo spaziare. Possiamo
discorrere con Socrate, dubitare con Carneade, riposare con Epicuro,
vincere con gli Stoici la natura dell'uomo, andarvi oltre con i Cinici.
Permettendoci la natura di estenderci nella partecipazione di ogni tempo,
perché non (elevarci) con tutto il nostro spirito da questo esiguo e caduco
passar del tempo verso quelle cose che sono immense, eterne e in comune
con i migliori?” (Seneca, De Brevitate Vitae 14)
15
“I’D BE LAUGHING AT THE END OF THE WORLD”
di MATTEO MONTI IB
Vorrei essere vecchio. Vorrei poter tirare la somma di quello che ho potuto combinare in una vita intera.
Vorrei avere la completa accettazione della morte, e sentirmi completo. La felicità non è il possedere dei
beni. La felicità non è la soddisfazione derivata da un qualcosa, perché ciascuna delle cose che costruisci,
alla fine verrà distrutta. La felicità non è cercare il riconoscimento degli altri, perché il riconoscimento è
l’equivalente positivo dell’odio. La felicità non si ottiene nemmeno con la ragione. La ragione serve
soltanto a farsi ancora più problemi, perché senza problemi la ragione non avrebbe motivo di esistere.
Vorrei essere vecchio per poter apprezzare di più il sole che sorge, la pioggia che cade. Vorrei essere
vecchio per non avere più la sensazione del tempo che passa. Quel tempo che adesso non scorre mai. E’
Marzo, eppure fuori dalla mia finestra nevica. Nevica sui prati, sulle prime margherite che sbocciavano per
salutare la neonata primavera. Triste destino, il loro, nascere per vivere un attimo di bellezza completa, per
poi essere sommerse da questa fredda calda neve. Vorrei essere vecchio per accettare i problemi, non
preoccupandomi eccessivamente di questa condizione temporanea. Il tempo sarà presente finché qualcuno
non smetterà di misurarlo. Eppure il tempo si è fermato. Eppure la neve continua a cadere. Cadere come
cade la goccia in un oceano, insignificante ma capace di muovere la calma piatta.
Vorrei essere vecchio per apprezzare di più il Cognac, alla birra. Vorrei giocare d’azzardo con la mia vita,
ma senza bluffare. Vorrei non convincermi di quanto siano insulse le carte che mi ha dato in mano la sorte
durante questa manche. Bevo alla fonte della creazione, per evitare la fila che c’è a quella della distruzione.
C’è silenzio in queste valli sperdute, risuona soltanto il rumore della cascata, che si abbatte fragorosa sugli
scogli immobili e freddi. Vorrei poter sentire il rumore dell’asfalto durante la collisione al suolo. Respiro il
fumo dell’illusione, nella luce soffusa di un ambiente lisergico. Mi intossico di dolore, per diventare
immune alla guarigione, ma non sono stato più sano. Mi drogo di pensieri, per diventare il nulla, ma non
sono stato così tanto in alto. Vorrei potermi alzare il più alto possibile, per cadere più violentemente in
basso. Intanto sniffo ironia, assumo del sarcasmo, mi buco di ipocrisia. Sorridi che la vita ti sorride; mentre
si prepara a tirarti una fregatura più grande. L’unica cosa che si può fare è adattarsi a vivere, facendosi
scorrere tutto addosso. Vorrei spegnere la luce del mio intelletto attivo, per poter essere sempre in potenza.
Vorrei essere vecchio per arrivare prima all’atto.
Vorrei sentirmi il motore immobile di me stesso. Porto le cicatrici dei baci che mi hanno dato i coltelli.
Pompo clorofluoroidrocarburi e desidero essere ozono. Respiro catrame per ossigenarmi i polmoni. Corro
sulle vie costruite con la sabbia delle spiagge bianche che non ho mai visto, verso destinazioni che sono
fuori dalle cartine geografiche, ma al centro di altre cartine. Mutilandomi raggiungo l’atarassia. Divento
cinetico per essere catastematico, ma non provo piacere. Sono immune a qualsiasi sensazione piacevole, e il
mondo gode di questo. Mi piace, far felice il mondo, almeno potrò dire di aver fatto qualcosa di buono in
questa caduta. Diretta collisione, prepararsi ad evacuare l’anima, ora. Guarda il cielo, vedrai spettacoli che
le persone distratte non vedono. Guarda il cielo, vedrai le nuvole dei più svariati colori. Guarda il cielo,
sentirai il respiro del vuoto, e potrai dirti beato. Beato come gli immortali che muoiono. L’immortalità
esiste solo per chi è lontano dalla morte. Chi è giovane soffre il doppio, perché prolunga il suo dolore per
un tempo infinito. Quindi le gomme delle macchine stridono come mille reattori nucleari. Le pale dei
mulini girano come le eliche di elicotteri. Le cicale cantano le melodie dell’universo, ma non è estate, fa
caldo soltanto per i roghi che si accendono nelle piazze. Vorrei vedere l’acqua bruciare, per poter dire di
non essermi mai scottato la lingua. Voglio essere fumo, per questo mondo di nebbia. Vorrei correre,
sbattere, saltare, ridere, cullarmi nell’esistenza del creato e godere dei frutti dell’albero della vita. Vorrei
dormire, dimenticare, schiantarmi. Vorrei essere felice ed essere capace di piangere.
Vorrei cadere per poter dire di essere stato in alto. Vorrei morire, per poter dire di essere vissuto.
16
SORRIDIAMO
I DOLCI ANNI DIECI
OVVERO
NOSTALGIA PETERPANESQUE
PETERPANESQUE
di CLARA DEL GENIO IA
A volte, quando mi metto ad osservare i bambini in passeggino nei centri commerciali, mi chiedo come loro vedano
noi adolescenti e gli altri adulti. E mi chiedo che tipo di infanzia conserveranno nei loro ricordi più avanti nella
vita. Non è facile essere bambini in questo millennio. Purtroppo, questa volta, dobbiamo dare retta ai luoghi
comune. Noi siamo stati bambini in un periodo particolare: nati agli inizi degli anni novanta, degli anni novanta
non siamo stati protagonisti, bensì attenti osservatori; e, salutando il nuovo millennio, siamo diventati continuatori
di questi; abbiamo piantato i semi del vecchio secolo nel nuovo. Vi ricordate? Vi ricordate com’era avere 7 anni?
Il nucleo del nostro pomeriggio non era Aristotele, ma la
Melevisione, e Solletico, e Art Attack: tentavamo di immaginare
di cosa sapessero la scivolizia e il blumele di Tonio Cartonio (le
leggende metropolitane dicono ketamina liquida), e ci
chiedevamo perché Giovanni Muciaccia fosse in fissa con la
colla vinilica e le forbici dalla punta arrotondata, e perché i suoi
lavoretti, terminati, sembravano prodotti in fabbrica, mentre i
nostri erano poltiglie informi di cartigenica e acqua. “Ipod” era
ancora una parola sconosciuta: e quindi ci esaltavamo
incredibilmente quando alla radio passava qualche canzone di
nostro gradimento, come www.mipiacitu dei Gazosa o 50
Special dei Lunapop (e mentre noi ci esaltavamo, Jimi Hendrix e Janis Joplin convulsionavano nella tomba). Hilary
Duff per noi era ancora Lizzy Mc Guire ( e non un mucchietto di ossa e lucidalabbra che apre costantemente le
gambe su Mtv). Abbiamo assistito alla breve vita dei Digimon, sconfitti dalla schiacciante superiorità di Ash,
Pikachu e compagni vari (quanti patrimoni familiari dilapidati nell’acquisto di carte dei Pokemon!). Le letture che
raffinavano il nostro spirito eranoTopolino o le Witch. Il corso della nostra esistenza era scandito dalle uscite al
cinema del nuovo film di Harry Potter. Ponderavamo i nostri insulti: “stupido” era una chiara manifestazione di
fastidio nei confronti dell’altro; “scemo” era un’ingiuria di livelli magnitudinali; “cretino” ti trascinava in giudizio
davanti alla maestra e alla giuria dei tuoi compagni di classe. Per prendere parte ai movimenti culturali
underground era necessario conoscere una canzone, simil-porno alle nostre orecchie, che iniziava con “Buon giorno
buon giorno, mi chiamo Francesco, e questa mattina mi son svegliato presto”: la parte in cui Francesco si rivolgeva
ad una maestra appellandola come prostituta, era pudicamente censurata dalle risate soffocate. Davanti ad un bivio
facevamo affidamento all’unico strumento datoci dagli dei per conoscere il futuro: “Macchinina rossa rossa, dove
vai? Quanti chilometri farai?”
Il Festival Bar era un evento quasi religioso, e all’epoca ce ne fregava anche di chi vincesse Sanremo (forse perché
al tempo non consegnavano il premio ad organo genitale maschile canino) Al Mc Donalds poco importava cosa
mangiavi; fondamentale era cosa trovavi nell’Happy Meal. I Furby erano il demonio fattosi giocattolo batuffoloso;
la notte, nella tua cameretta, facevi di tutto per evitare di urtarli e scatenare la loro ira lamentosa e brama di
coccole. Le stagioni rispettavano ancora norme di coerenza, e non nevicava a Marzo. Ci domandavamo chi fosse la
signora stampata sulle banconote delle mille lire: ipotizzavamo fosse la Befana. A Natale gli sconosciuti si
auguravano buone feste ovunque, persino sugli ascensori. Vigeva una severa scala gerarchica alle elementari: i
bambini di terza erano esperti di vita, quelli di quarta quarta dei guru sul bordo del mistico, ai bambini di quinta, a
cui tutti dovevano reverenza per l’esame che li aspettava a fine anno, non potevi nemmeno immaginare di rivolgere
la parola o lo sguardo. Una bambina che si rispettasse aveva lo zainetto gonfiabile con la margherita finta dentro e
la felpa con gli angioletti di Fiorucci; le Lelli Kelly erano le nostre Jimmy Choo.
Quante cose ci siamo lasciati dietro, quante cose i bambini di oggi non conosceranno mai, quante cose non
torneranno più: purtroppo quasi tutti i semi del vecchio millennio non sono germogliati nel nuovo. Tonio Cartonio
è resuscitato dopo l’overdose, Emanuele Filiberto dopo aver mangiato olive e ballato con le stelle ha vinto
Sanremo, i bambini bestemmiano più di un comune bergamasco sbronzo. Possiamo consolarci pensando che molto
probabilmente, se avremo mai un pubblico di nipotini a cui raccontare la nostra vita, potremo illustrare un mondo
genuinamente infantile, più vicino alle pubblicità della Mulino Bianco di quanto ci rendiamo conto adesso.
17
NIENTE È MEGLIO DI UNA SANA LETTURA
Di GIULIA GENNARO IIIC
L’ispirazione per questo articolo (se così lo vogliamo chiamare) è arrivata in un posto abbastanza improbabile, vale
a dire la sala d’aspetto del dentista. Del resto, nonostante non porti più l’apparecchio da anni, ci passo una quantità
sorprendente di tempo. Come al solito, arrivo con qualche minuto di anticipo, e realizzo di avere davanti quattro
persone. Convinta che ci sia qualcosa che non quadra, per passare il tempo decido di sfogliare una delle tante
riviste ammucchiate su un tavolino.
Non faccio caso al titolo e leggo un po’ a caso qua e là. Un elenco di regole per prepararsi psicologicamente ai
saldi mi lascia moderatamente esterrefatta; non avevo mai pensato fossero un’esperienza così sconvolgente, ma a
maggior ragione continuerò a guardarmi bene dal frequentare i negozi di abbigliamento nei giorni “caldi”.
Proseguendo, incontro un articolo sui partecipanti alla sessantesima edizione del Festival di San Remo. E qui mi
trovo seriamente combattuta tra due equamente fantastiche alternative, ossia assistere alla strabiliante performance
di Pupo ed Emanuele Filiberto di Savoia (tra l’altro nella stessa canzone, doppio trauma!!!), oppure rinunciare con
fatica a questo grande momento di televisione e musica italiana per dedicarmi ad altro. In questo caso, vivrei
tormentata dal rimpianto per il resto dei miei giorni.
Cercando di liberarmi da questa angoscia esistenziale (al confronto le possibilità di Kierkegaard sono barzellette)
continuo a sfogliare la rivista. Passo il più velocemente possibile oltre Maria de Filippi e la trama di “Beautiful”
ma, lo ammetto, non riesco a non dare un’occhiata all’oroscopo. Scopro così che Robert De Niro è del Leone e che
deve rallegrarsi perché Giove ha lasciato l’opposizione, qualunque cosa voglia dire. Al contrario Laura Chiatti
(Cancro) attraverserà un momento di foschia in amore. Commovente, vero? Anche qui rischio di farmi coinvolgere
troppo, serve davvero una buona dose di autocontrollo per
reggere una lettura di questo tipo senza abbandonarsi alle
manifestazioni di emotività più varie. Il Picco massimo
dello sconvolgimento interiore arriva, però, quando incontro
un articolo intitolato “Perché i belli si innamorano dei
brutti?”, dove sono presentati una carrellata di vip, uomini e
donne, i cui consorti, a detta della giornalista, non risultano
adeguatamente belli e/o famosi. Per esempio, come si può
tollerare che Jennifer Lopez abbia sposato un uomo al
massimo “carino”? Siamo sicuri che la valorizzi abbastanza
quando posano insieme? Per fortuna l’articolo mi
tranquillizza sottolineando come le mogli o i mariti
affascinanti spesso facciano del loro meglio per convincere il
partner a “sistemarsi” .
N.B. per rappresentazioni più poetiche delle eventuali
metamorfosi post-chirurgia plastica, consiglio di contattare
Ovidio attraverso un medium, oppure di ritornare alle sane fiabe da bambini, come “Il brutto anatroccolo”, “La
Bella e la Bestia” o, perché no, un qualunque repellente ranocchio trasformato in principe.
Ormai ampiamente indispettita (ho quasi finito il giornale e non è ancora il mio turno), mi imbatto nell’inserto sulle
diete: 10 diversi regimi alimentari, uno più improponibile dell’altro, che promettono risultati incredibili in tempi
quanto mai ristretti. Per divertirmi un po’, do un’occhiata ai vari programmi: Dieta Zen (probabilmente dimagrisci
perché stai sempre a gambe incrociate meditando a bocca chiusa, quindi non puoi nutrirti); Dieta della Luna (puoi
mangiare solo quando c’è la luna piena e solo se in questa occasione ti copri di pelo e ti spuntano le
zanne…Dimagrisci ovviamente perché ben poche persone hanno questo dono); con la Dieta del Minestrone
dimagrirei sicuramente, anzi diciamo pure che mi asterrei proprio dai pasti. Proprio mentre sto per immergermi nei
segreti della Dieta del Melograno, della Vodka e del Fantino, l’amabile infermiera finalmente mi chiama.
Tirando le conclusioni di questo pomeriggio letteralmente buttato via (un’ora di attesa per sentirmi dire “Va tutto
bene, ci rivediamo tra due mesi”), posso riassumere tutto quello che ho imparato in tre punti:
1)Si può sorridere un po’, se non addirittura ridere, anche nello studio di un dentista.
2)Ho lo stesso segno zodiacale di Penelope Cruz e (orrore) Barbara D’Urso.
3)I dietologi sono persone dotate di uno spiccato senso dell’umorismo: chi non vorrebbe provare la Dieta
paleolitica o la Dieta della Bibbia?
Detto ciò, ben venga se la moglie di Pierce Brosnan (che adoro) è un po’ rotondetta o se la moglie di Hugh Laurie
(che adoro al pari di Pierce Brosnan) ha gli occhiali e non fa l’attrice!! Vuol dire che forse i “sogni di gloria” di
buona parte dei comuni mortali non sono poi così irrealizzabili.
18
IL METRONOMO
di FEDERICA COTTINI IIIF
Cari lettori, è bene informarvi che la stesura di questo articolo è stata fin dall’inizio travagliata da un’indescrivibile
serie di presagi musicalmente funesti. Innanzitutto, il cavo per caricare il mio amato ipod ha pensato bene di
ricomparire esattamente un giorno dopo che la sottoscritta ne aveva comprato uno nuovo, per la modica somma di
13 euri – e non svilupperò oltre lo spunto polemico. Concordando con voi sul fatto che tutto ciò ha scarsa risonanza
sulle vostre esistenze, esporrò il funesto presagio numero 2. Valerio Scanu ha vinto il Festival di Sanremo. Ha
battuto Toto Cotugno e Pupo, ma, cosa ancor più rilevante, si posiziona senza dubbio nella top ten per i peggiori
versi degli ultimi anni (“E far l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i LAGHI”), mettendo in discussione la
leadership sinora indiscussa di Vasco Rossi e dell’onnipresente Tiziano Ferro. Tuttavia niente di scioccante, in fin
dei conti, poiché avevamo già annunciato in queste pagine la morte della musica italiana, che, a quanto pare, tarda a
risorgere.
Sinceramente intimorita da tutte queste influenze negative che aleggiano
minacciose, ho trovato rifugio nel buon vecchio ipod (finalmente carico) e
nella quieta musica degli Oasis. Ulteriore angoscia mi coglie nel ricordarmi
che tale band non esiste più da diversi mesi, ma considererò questo fatto
irrilevante per non prostrare oltre le nostre menti già profondamente turbate.
Partiamo proprio dalla fine, dallo scioglimento della band. Lo scorso agosto,
dopo un furioso litigio e il lancio di due chitarre nel backstage, gli Oasis
interrompono bruscamente e senza alcun preavviso la tournee europea che
doveva condurli, fra l’altro, a Milano. Noel Gallagher, chitarra e supporto
vocale della band, afferma di non riuscire più a lavorare con il fratello Liam
(frontman degli Oasis), e lascia il gruppo senza troppi rimpianti. Rimpianti
che, invece, assalgono la madre dei due, che annuncia pubblicamente
l’imminente ritorno di Liam nel complesso, notizia tanto inaspettata quanto
Noel Gallagher, nato il 29 Maggio
infondata. Ora, trascurando questa, che pare essere una banale e squallida
1967, è soprannominato dai fan“Il
trovata pubblicitaria, è pur vero che in questa storia non c’è nulla di allegro.
Re del Britpop”. Britpop è il
Le liti all’interno della band non sono mai mancate sin dagli inizi nel 1991, il
termine utilizzato per ricondurre
carattere intollerante e dispotico dei Gallagher era ormai proverbiale ed
ad un unico movimento alcuni
universalmente accettato, perciò risulta ancora più incomprensibile una
gruppi britannici pop rock apparsi
rottura così repentina.
all'inizio degli anni novanta.
Scavando nel passato del gruppo, si trovano molti motivi validi per evitare
uno scioglimento. Nel 1995 esce Wonderwall, brano a buon diritto fra i più conosciuti della band. Il testo è
davvero pregevole, un inno d’amore molto particolare, e il ritmo è un lento fluire di note accostate con ripetitiva
calma l’una all’altra, contribuendo a definire meglio quel genere “britpop” che negli Oasis ha trovato degli
eccellenti esponenti. L’album da cui questo singolo è tratto è (What's the Story) Morning Glory?, il più riuscito
della band, in cui sono contenuti altri grandi pezzi come Champagne supernova e Don’t look back in anger. 22
milioni di copie assolutamente meritate.
Facendo un notevole salto cronologico, arriviamo a uno degli apici della produzione Oasis: Stop crying your heart
out è datata 2002 ed è una splendida, dolorosa ballata intrisa di malinconia. Tutte le stelle se ne sono andate e a noi
non resta che sperare nel loro ritorno, in una loro fugace apparizione nel nulla e nella paura che ci circondano. Il
testo è breve e forma un tutt’uno omogeneo con un accompagnamento musicale dalle sonorità morbide e ben
calibrate – a tal proposito, è apprezzabilissimo l’ultimo minuto di canzone, privo di parole. Da allora molte canzoni
sono state pubblicate (Little by little, Lyla, The importance of being idle – di cui è splendido, splendido il video),
fino ad arrivare all’ultima raccolta, Dig out your soul, rilasciata nel 2008. In quest’album il materiale proposto è
copioso e interessante. Un lavoro forse non brillante per originalità, ma sicuramente notevole per le atmosfere
inquietanti, o meglio opprimenti, di alcuni pezzi – e sto qui pensando al singolo estratto Falling down -, che ben
ritraggono la componente di tensione e crisi che fa naturalmente parte delle vicende umane.
Dichiarando concluso anche questo appuntamento mensile, mi scuso se il presente articolo ha talvolta assunto i
tratti di un commosso epitaffio funebre, ma, per quanto mi riguarda, la parola “fine” accostata a quella “Oasis” ha
ancora un sapore amaro.
Canzone del mese
‘Cause all of the stars are fading away. Just try not to worry, you’ll see them some day. Just take what you need
and be on your way, and stop crying your heart out. (Stop crying your heart out)
19
UN’IPOTESI TRA MUSICA
MUSICA E SOGNO
di EDOARDO
Il fenomeno fisico che consente l’esistenza
dell’esperienza musicale è il suono. Il primo
fondamentale ed imprescindibile elemento che
caratterizza tale fenomeno è costituito dal suo limite
spazio-temporale. La definizione di quest’ultimo
coincide con la dissolvenza del suono nel silenzio.
L’intima essenza della musica potrebbe, dunque,
consistere, in prima analisi, nella sua capacità di
dialogare con il silenzio. Un universo musicale –
termine che credo renda nella misura più adeguata la
cardinalità infinita dell’insieme di percezioni,
impressioni, immagini, suggestioni emotive che si è
IMMAGINE DI MARTRINA FILIPPELLA IIA
soliti intravedere o concepire nell’istante, più o meno
prolungato, dell’esperienza sonora – è (o potrebbe
essere) tanto più comunicativo quanto più tale è il
silenzio che ne costituisce, a ben vedere, l’origine ed
il termine. Una parola, un suono non interrompono il
silenzio...lo amplificano soltanto, rendendone la
totalità delle potenzialità espressive.
Il che può significare sostenere che il silenzio
rappresenti il più intimo e vero linguaggio del cuore,
dell’anima, o di quel luogo delle nostre percezioni
mentali nel quale siamo soliti ipotizzare l’esistenza di
una sensibilità (a patto che si consideri la musica, così
come ogni altra espressione artistica, come la sola
dimensione
linguistica di cui si possa nutrire l’oggettivazione di
tale sensibilità); ed il modo più sincero e meraviglioso
tramite il quale si è portati a comunicare per mezzo
del silenzio è il gesto dello sguardo, laddove, appunto,
non sia accompagnato, per imbarazzo, per scelta o per
necessità, da parola alcuna. L’ingenua fascinazione di
tale gesto risiede, credo, nella duplice e
complementare possibilità di amplificare ed
interrompere il silenzio: esso costituisce il tramite per
mezzo del quale stabiliamo un contatto intuitivo con
la persona cui tale gesto è rivolto. E’ possibile che ad
esso segua la credenza d’una più profonda e certa
conoscenza delle percezioni, delle intenzioni, dei
ZONI III F
pensieri della persona stessa, ma tale credenza sfugge
– e in questo sta la meravigliosa purezza del gesto – al
dominio della ragione, della comprensione nonché
compressione razionale. Nell’interrompere un
silenzio, per mezzo dello sguardo possono essere,
forse, comunicate verità più sincere di quelle che,
talvolta, cerchiamo di affidare alle parole: in
quest’ultimo caso quelle stesse verità risulterebbero, a
ben vedere, costrette in schemi concettuali, in un certo
senso normativi, ai quali difficilmente siamo in grado
di sottrarci.
Quando avremo imparato ad ascoltare il silenzio,
soltanto allora, forse, sapremo tacere i sentimenti e
rivelare gli sguardi, in una trama di pure intuizioni, o
presunte tali, il che equivale a manifestare quegli
stessi sentimenti per mezzo di ciò che ne costituisce la
più intima essenza: la percezione primaria di una
qualsiasi tensione emotiva, infatti, prima che essa
venga modificata dall’applicazione del pensiero alla
stessa, non può che apparire accompagnata dal
silenzio, il quale, forse, altro non rivela che
l’impossibilità di non dare una definizione che sia
soltanto negativa (ossia, appunto, indicata per via di
assenza o negazione) di quello stesso sentimento. E’ il
solo momento per il quale la coscienza di ciò che è
passato pare svanire, un istante successivo, nella dolce
illusione della mistificazione..o dell’immaginazione.
Le percezioni reali, sensibili, prendono l’aspetto dei
sogni. Quanto più intense le emozioni, tanto più
difficile afferrare con la mente l’attualità istantanea di
quelle stesse percezioni emotive, la sola attualità che
può renderne e restituirne l’impressione di misteriosa
fascinazione capaci di suscitare. In questo senso, la
musica, tramite il suono, e l’imprescindibile relazione
di questo con il silenzio, può realizzare, in una
dimensione parzialmente conscia, il ritorno a quelle
percezioni istantanee, di cui si sostanzia
primariamente il sentimento, il quale ritorno sarebbe
altrimenti costretto a verificarsi unicamente nel gesto
involontario del sogno, in una dimensione del tutto
inconscia. Potrebbe divenire possibile ricongiungere,
nell’ascolto di sole poche note, noi stessi a quegli
universi magici e incantati creati,talvolta, per mezzo
dell’esperienza del sogno, luoghi di misteriosa
bellezza.
Qualcuno, in passato, ha saputo raccontare il colore
dei sogni. L’aria sonora che ne delinea l’ombra.
Occuparsi di musica, talvolta, può significare anche
questo.
20
BERLIN SOUNDS GOOT
di MICHELE FOSSATI III F e YURI GALBIATI IIF
y.
Sono dell’idea che i migliori viaggi siano tali anche per la musica che li accompagna.
Un buon viaggio non si eleva su di un colonnato decadente e titanico, ma su una sola luminosa colonna, che è
quella sonora.
E una colonna sonora non fa solo da sottofondo, ma è anche ciò che muove in parallelo un viaggio. E se il viaggio è
un susseguirsi di episodi e istanti, allora è anche un alternarsi di canzoni e accordi.
Viaggio a Berlino. L’ennesimo viaggio che s’aggiunge alla lista dei tanti viaggi che hanno portato dentro e fuori
dalla città stessa tanta di quella musica varia, esclusa, dimenticata, mitizzata, che è stata lo spunto per molti generi
e influenze, antiquati e novità, tanto da caratterizzare la città come un’invisibile apparato architettonico.
Berlino è la città che va da Strauss a Karajan, è un esperimento mai concluso nell’elettronica, è la strada dove il
punk sembra non esser morto, è il locale dove tutti possono essere DJs; Berlino è il suo commerciale che deve fare i
conti ogni giorno con il mantello del metal più graffiante, è il rompere qualsiasi barriera, perché qui l’oppressione è
implosa nel modo più straordinario possibile.
Quella che segue non vuole essere legge, una lista definitiva, non è uno sbarramento all’immaginario musicale, è
solo una parte di quel mosaico di cemento colorato e vetro grigio che è la musica legata a Berlino, è una visuale
nella quale ritrovarsi per non perdere il passo, per non stare indietro, per intraprendere più sicuri e meno spaesati un
viaggio che è quello verso e contro Berlino.
m.,y.,…
Herbert von Karajan – ’’Sul Bel Danubio Blu’’ Johann Strauss (registrazione Deutsche Grammophon; Berliner
Philharmoniker)
Carl Philipp Emanuel Bach - “12 Variations auf die Folie d´Espagne”
Johann Sebastian Bach, su tema di Federico II “ Il Grande” - Offerta Musicale (BWV 1079)
Wilhelm Friedemann Bach - ’’Fuga d-moll, Falck 31, 4“
Ashra - Light: Look at Your Sun (Ash Ra Temple, 1972)
Ashra - Schizo (Starring Rosi, 1973)
Lou Reed – Berlin (Berlin, 1973)
Lou Reed – Caroline Says II (Berlin, 1973)
Lou Reed – The Kids (Berlin, 1973)
Neu! - Neuschnee (Neu!2, 1973)
Neu! - Super (Neu!2, 1973)
Harmonia – Watussi (Musik von Harmonia, 1974)
Nina Hagen - Du hast den Farbfilm vergessen (Du hast den Farbfilm vergessen, 1974)
Kraftwerk - Radioactivity (Radio-Activity, 1975)
Klaus Schulze - Totem (Picture Music, 1975)
David Bowie – A New Career in a New Town (Low, 1977)
David Bowie – Warszawa (Low, 1977)
David Bowie - Neuköln (Heroes, 1977)
David Bowie – Heroes (Heroes, 1977)
Kraftwerk - Trans-Europe Express (Trans-Europe Express, 1977)
Kraftwerk - The Robots (The Man-Machine, 1978)
Kraftwerk - Die Roboter (Die Mensch-Maschine, 1978)
Pink Floyd - Another Brick in the Wall (The Wall, 1979)
Kraftwerk - Pocket Calculator (Computer World, 1981)
Nena – 99 Luftballons (Nena, 1983)
Alphaville - Forever Young (Forever Young, 1984)
CCCP - Islam Punk (Ortodossia, 1984)
Tangerine Dream - Tiergarten (Le Parc, 1985)
Berlin - Take My Breath Away (Count Three And Pray, 1986)
Rio Reiser - König von Deutschland (Rio I.. 1986)
21
Mstislav Rostropovič – Suite di Bach (Novembre del 1989)
Franco Battiato - Alexander Platz (Giubbe Rosse, 1989)
Einstürzende Neubauten - Haus der Lüge (Haus der Lüge, 1989)
Malaria! - Kaltes Klares Wasser (Kaltes Klares Wasser, 1991)
Nina Hagen - Ein Herz kann man nicht reparieren (Street, 1991)
Scorpions - Wind of Change (Wind of Change, 1991)
Tarwater - Otomo (Silur, 1998)
Rammstein – Sonne (Mutter, 2001)
Tarwater - Tesla (Dwellers On the Threshold, 2002)
Blue Man Group – The Current (The Complex, 2003)
Blue Man Group – I Feel Love (The Complex, 2003)
Ulrich Schnauss - Look at the Sky (A Strangely Isolated Place, 2003)
Two is One – Never Give Up (EP, 2003)
Dente di Lupo – Berlino (Non Cambieremo Mai)
Iconoclash – A Berlino… Va bene (Custom.build num. 80, 2004)
Werle&Stankowski - Sound of my Guitar (Your Show, 2004)
Bloc Party – Kreuzberg (A Weekend in the City, 2005)
Fler - Papa ist Zurück (Trendsetter, 2006)
Black Rebel Motorcycle Club – Berlin (Baby 81, 2007)
Karpatenhund - Türkisch für Anfänger (#3, 2007)
Egotronic - Lustprinzip (2007)
Werle&Stankowski - Lady Grey (Listen to, 2007)
Afterhours – Riprendere Berlino (I Milanesi Ammazzano il Sabato, 2008)
Egotronic - Remmi Demmi (2008)
Le Luci della Centrale Elettrica – Fare i Camerieri (Canzoni da Spiaggia Deturpata, 2008)
Le Luci della Centrale Elettrica – Stagnola (Canzoni da Spiaggia Deturpata, 2008)
Notwist – Boneless (The Devil, You + Me, 2008)
Rammstein - Pussy (Liebe ist für alle da, 2009)
Ministri – Berlino 3 (Tempi Bui, 2009)
Ludovico Einaudi - Berlin Song (Nightbook, 2009)
m.
Ci siamo accordati per non accordare i nostri discorsi
per scordare chitarre e passato: il risultato?
Un numero periodico, un numero di vecchi clown che non fan più ridere
(e intanto qualcuno pensa ancora che i fratelli Marx abbiano teorizzato il comunismo…)
La mia I parte dovrebbe essere la III
la tua II (EFFE) è invece proprio come dovrebbe.
E corriamo tra le colonne sonore di questo loggiato cercando l’ispirazione,
fermandoci per controllare la respirazione. Proviamo quella bocca a bocca?
Io intanto, almeno di tanto in tanto, canto: sotto la doccia, per i corridoi,
nelle sale d’aspetto (c’è chi bada solo a quello…) con aerei per destinazione Berlino.
Vorrei ballare in hangar elettronici&meccanici, sudati,
al TUNZ-TUNZ delle danzanti pistole ariane, ma mi accontenterò
di notti in biblioteche liofilizzate:
Leggiamo così il nostro futuro su foreste amazzoniche in abbattimento
sui tuoi seni graffiata dall’amore
negli occhi vitrei di pasticche e pasticci
la mano per sapere dove andiamo.
Corriamo a squarcia gola e gridiamo a perdi fiato
Tutto e il contrario di ottuT
Ti porto a vedere la città
per non tornare a suicidarci su binari morti:
Dal camposanto per poveri diavoli
Agli scaffali vuoti di Bebelplatz
22
Aprendo la porta di Brandeburgo
E con operazioni chirurgiche sulle finestre rifatte di Potsdamer Platz
Dalla sanguinosa Costituzione di Licurgo
All’omicidio dell’uomo di Breitscheidtplatz
Eviti l’attrito e scivoli
su drink allungati, parole sbiascicate, caffè corti
Creiamo t-shirt per la nostra santa e dissacrante eteroclasticità
y.
Perché non c’è II senza III,
la Sassonia è la cuccagna dei crauti.
Un’isola che non c’è, ma ha per spiagge dei musei,
sputi gravitano da Ostbahnhof, però piovono MAOAM a Charlottenburg.
Uno Zoo senza gabbie, ma un armadio per prigioni narcotiche;
ed è come parlare ai muri: i mattoni parlano uno sull’altro,
la Baviera è un omogeneizzato al luppolo.
Non vedo molto sull’ardesia del quotidiano,
sono labirintiche le gallerie nel sughero della bacheca.
Ti perdi con la tua pelle gessata, nella Selva Nera,
perché sei fuori strada: fatti una Straße!
Il suo “periodo” Berlinese (…a livello mestruale sarebbe stato un moto-ciclo),
una stagione di sconfitti, devastati dagli affitti.
Chi prende posizione, diventa un bombolone,
chi punta il dito, offende il suo stesso naso.
La Renania è una colata industriale,
c’è il mare, ma è una vasca fredda,
birra chiara, pane nero, umore grigio,
la scala cromatica ha dei pioli cigolanti.
Mi sento a mio agio a fare da turista
nella terra di Weidmann: mi esplode testa!
Un urlo straziante quanto un quartiere,
salto le fermate, ma non salto il pranzo,
fotografo le vetrine, per imparare a riflettere,
Brandeburgo è una ragnatela di torpore ed efficienza.
Come rimanere concentrati, se ci sono due centri?!
Una distruzione che è la sua stessa scomparsa,
rimangono solo camaleontici assetti urbani.
I Mellotron hanno ansia da prestazione,
i Moog hanno complessi d’esistenzialismo.
I veri testimoni di ottuT sono gli zerbini degli astenuti
perché solo chi cerca risposte vere
bussa alla porta di chi sa di non sapere.
23
BAR SPORT
Le ragioni del cuore
Di EDOARDO GALLI IIIG
e FEDERICO SALA IIG
“NO WAY GUYS”, “non ce né ragazzi”, così Allen Iverson, cestista dei
Philadelphia 76ers, ha risposto alla sua società dopo aver trascorso metà della
stagione con il costante pensiero della figlia di 4 anni malata; the ANSWER,
così soprannominato dai suoi tifosi per la capacità di rispondere sempre
“presente” ogni qual volta che bisognava tirar fuori il coniglio dal cappello per
risolvere un match, questa volta ha dovuto accogliere la chiamata del suo cuore:
“non posso più giocare, mia figlia è malata e ora devo stargli vicino”. Così come
lui Edwin Van Der Sar, portiere del Manchester United, dopo che la moglie
Annemarie è stata colpita da un aneurisma celebrale il giorno di natale, ha deciso
di chiudere la carriera per starle accanto il più possibile ed aiutarla a riprendersi, ma in questo caso la
risposta molto British della società è stata: “tu non smetti di giocare, prenditi tutto il tempo che ti serve e
quando vorrai rientrare noi saremo qui ad aspettarti”; dopo meno di un mese la condizione molto critica
della signora Van Der Sar era di nuovo stabile ed Edwin ha potuto riprendere il suo posto tra i pali il 16
gennaio con un grosso peso sulle spalle in meno. Ed esempi di questo tipo ne possiamo riscontrare a
bizzeffe in ogni ordine di sport, in ogni ordine di categoria, perché quando la vita ti pone di fronte certe
sfide, bisogna fermarsi e trovare la forza di affrontarle a testa alta; Phil Mickelson, numero 2 del gof
mondiale, ha dovuto dire basta alla sua passione dopo che la sua consorte ha scoperto di avere un cancro
al seno, “mi scuso con i miei supporters e i miei avversari ma devo stare vicino alla mia famiglia per
aiutare mia moglie a combattere la malattia”, così ha congedato il mondo del golf prima del suo stop; ora
è ritornato più forte di prima convinto dalla stessa moglie, guarita dopo 3 mesi, a riprendere la sua
passione ma soprattutto per testimoniare con un fiocco rosa sul suo cappello la lotta al cancro.
Nel mondo più vicino a noi, quello calcistico, la cattiva sorte è
toccata anche a Giuseppe Rossi, attaccante del Villareal, che è
dovuto accorrere negli Stati Uniti, paese di origine, per tenere
la mano del padre ormai morente; in spagna gli hanno detto
“Pepito vai e non ti preoccupare di nient’altro” e lui non
poteva che cogliere la lontana sirena degli States con un “si”.
A volte lo sport è capace con i suoi protagonisti di regalare
emozioni indescrivibili nel bene e nel male, quando anche la
più importante ed attesa competizione mondiale, i giochi
olimpici, si sporca di sangue allora è proprio il momento di fermarsi a pensare e provare a capire; a
Vancouver il georgiano Kumiritashvili, appena 21enne, ha infranto il sogno della partecipazione alle
olimpiadi, schiantandosi contro un palo di cemento a 140 km orari con il suo slittino, lasciando così nel
completo sgomento tutto il mondo; il giorno dopo l’immagine del padre impietrito davanti a quel
maledetto palo non ha bisogno di parole per essere compresa.
Molte volte cerchiamo di capire quale sia il limite oltre il quale non c’è interesse, passione o desiderio che
possa impedirci di rispondere al nostro cuore, anche se hai gli occhi di tutto il mondo puntati addosso,
anche se il tuo lavoro ti permette di essere la persona più invidiata sulla terra, anche se sei considerato un
dio dello sport, tutto ciò non può che svanire come la luce del sole all’imbrunire e in quel momento ti
rendi davvero conto come tutto sia fragile da potersi frantumare con la più piccola scossa. Non c’è
dubbio, puoi essere il cestista, il pallavolista, il calciatore, il golfista, insomma lo sportivo più famoso e
ricco del pianeta ma quando il proprio cuore fa un fischio, l’unica risposta possibile è “no way guys, NO
WAY”.
24
PADDOCK ZUCCHI:
L'IDOLO ROSSI, PARLIAMONE
PARLIAMONE
di ALESSANDRO MANTOVANI ID
Nel 1979 a Urbino nasceva il figlio di un motociclista
italiano dell'epoca. A 17 anni il bambino, ormai quasi
adulto, seguendo le orme paterne, durante il Gp di
Malaysia della classe 125 faceva il suo debutto nel
motomondiale ottenendo un bel sesto posto. A fine
stagione quel promettente pilota arrivò nono nel
mondiale vincendo anche la sua prima gara durante una
calda mattina di Agosto in un posto chiamato Brno. Un
tempio del motociclismo, per chi non lo sapesse. Nel
1997, con un anno in più di esperienza, il giovanotto
dominò il campionato vincendo ben 10 gare su 15. Non
male per un diciottenne che, nonostante la giovane età,
era già pronto per la classe intermedia, la 250.
ha portato a questi eventi, in particolare al Rally di
Monza ed alla 6 ore di Vallelunga, una discreta quantità
di notorietà e pubblicità (come se il rally di Monza non
ne avesse già abbastanza) e, di conseguenza, una buona
quantità di soldi che sono importantissimi in tempi di
crisi come questi. Ma tutto questo ha anche un lato
negativo. Infatti, nello stesso week end della 6 ore di
Vallelunga, si correva a Macao la prova finale del
WTCC, il terzo campionato più importante del mondo
delle 4 ruote, in cui l'italiano Gabriele Tarquini era in
lotta per il titolo. Se lo avesse vinto l'abruzzese sarebbe
diventato, all'età di 49 anni, il più vecchio pilota a
vincere un campionato organizzato dalla FIA.
La categoria è nuova ma il copione è lo stesso: un anno
di rodaggio, il 1998, e poi è di nuovo campione nel
1999. Nel 2000 l'italiano debuttava nella classe regina,
che allora era la 500. Cambio di categoria e cambio di
moto: l'Aprilia non può permettersi un team nella 500 e
quindi il ventenne centauro di Urbino cavalca la Honda.
Un altro anno di rodaggio e poi arriva il terzo mondiale
nel 2001. Ma ora nessuno lo può fermare ed infatti
anche nel 2002, nel 2003, nel 2004 e nel 2005 i
mondiali della Moto Gp (la categoria che ha sostituitola
500) sono tutti suoi. Nel frattempo si prende anche il
lusso di lasciare la Honda e vincere gli ultimi due
campionati con quella che allora era la moto più scarsa
di tutte: la Yamaha. Quel ragazzo era diventato ormai
una leggenda. Una leggenda destinata a continuare. Una
leggenda, per chi non lo avesse ancora capito, chiamata
Valentino Rossi.
Rossi è un fenomeno delle due ruote su asfalto, è un
discreto pilota di motocross (come quasi tutti i suoi
colleghi del motomondiale) ma, soprattutto, è piuttosto
bravo anche a correre sulle quattro ruote, in particolare
nei rally. Insomma, Rossi va veloce su ogni mezzo che
abbia almeno due ruote ed un motore. Probabilmente
sarebbe il più veloce anche guidando un trattore. In ogni
caso durante l'inverno, grazie a questa sua dote innata,
oltre ad andare in vacanza in un posto a caso tra le
Maldive o la Thailandia, il Valentino nazionale si
diverte a correre gare più o meno serie o a fare un
giretto sulla Ferrari da Formula 1.
Questo evento però, pur essendo molto più importante
della gara a cui partecipava Rossi, è stato oscurato
quasi totalmente dalla sportivamente insignificante 6
ore romana. Così quasi nessuno ha potuto sapere
dell'impresa compiuta da Tarquini, mentre tutti hanno
potuto constatare che Rossi è proprio molto bravo anche
sulle 4 ruote. Mi sembra inutile precisare che in tutte le
altre nazioni in cui l'automobilismo ha un'importanza
simile a quella che ha in Italia il nostro Tarquini è stato
celebrato mentre delle gesta di Rossi non ne ha parlato
quasi nessuno. La stessa cosa è successa alla fine di
Gennaio quando Vale ha girato per tre giorni con la
F2007, la macchina con cui Raikkonen ha vinto il suo
unico mondiale, e contemporaneamente in un posto nel
sud della Francia chiamato Montecarlo si correva
l'omonimo rally che, per la cronaca, è quello più famoso
e prestigioso in assoluto di tutto il mondo. Ovviamente
tutti si sono sperticati in lodi per Rossi che era riuscito a
sfiorare i tempi dei piloti professionisti di Formula uno
e si sono impegnati a fantasticare per l'ennesima volta
sull'assurda ipotesi dell'approdo in F1 del “Dottore” a
bordo di una Ferrari. Qualcuno di voi per sbaglio sa
come è andato a finire il Rally di Montecarlo??
Immagino di no, ma chissenefrega!!! Rossi ha girato
ben 1 secondo più lento di Raikkonen!! è un
avvenimento!!!
Durante l'ultimo inverno Rossi ha disputato nell'ordine:
il Rally del Galles, ultima prova del campionato
mondiale, il Rally di Monza, la 6 ore di Vallelunga ed
infine una tre giorni di test con una Ferrari da F1 del
2007 sul circuito di Barcellona. Ovviamente tutti i
telegiornali sportivi hanno parlato molto a lungo di
questi eventi. E questa è anche una cosa positiva perchè
In Inghilterra, Spagna, Germania ed in tutti gli altri
paesi con una certa tradizione motoristica nessuno ha
parlato di Rossi, mentre tutti hanno saputo tutto del
Rally di Montecarlo, ma questo era scontato.
La morale di questo articolo qual'è? E' che Rossi,
essendo ancora un ottimo motciclista, farebbe bene a
pensare alle moto e non alle macchine, perchè
altrimenti rischia di fare figure da somaro come
quest'anno a Indianapolis, quando ha rischiato di
compromettere il mondiale con una caduta da dilettante.
25
IL PIÚ GRANDE ROBOT DEL MONDO
di ROBERTO BALDACCIONI IIIF
Questo mese parliamo di Pluto, ultima fatica del mangaka Naoki Urasawa, già autore di Monster e 20th Century
Boys.
Pluto consiste in una riscrittura di uno dei più famosi fumetti realizzati dal “dio” dei manga Osamu Tezuka:
Tetsuwan Atom (noto in Italia e in tutta Europa con il titolo di Astro Boy – molti avranno in mente il film animato
uscito nei cinema qualche mese fa –).
Le storie originali di Tetsuwan Atom si svolgono in un futuro in cui gli esseri umani coesistono con i robot. Il
dottor Tenma, dopo aver perso il figlio Tobio in un incidente stradale, decide di costruire un robot sofisticatissimo
ad immagine e somiglianza del figlio perduto: Tetsuwan Atom, per l’appunto (il cui nome significa, pressappoco,
“Atom dal pugno di ferro” ); dopo poco tempo, però, lo scienziato si rende conto del
fatto che Atom non può in nessun modo sostituire il figlio, perciò decide di
sbarazzarsene vendendolo ad un circo. In questo circo Atom viene trattato crudelmente,
ma viene salvato dal dottor Ochanomizu, ministro della scienza giapponese, che
convincerà Atom ad usare le sue straordinarie capacità per proteggere l’umanità. Nel
corso delle sue avventure Atom incontra un gran numero di personaggi, sia esseri
umani sia robot.
Tetsuwan Atom
disegnato
da Osamu Tezuka
Questa è, molto sinteticamente, la trama che lega i molto episodi scritti e disegnati da
Tezuka, che sono anche caratterizzati da una buona dose di azione, violenza e buoni sentimenti, considerando il
fatto che Atom si distingue soprattutto per la sua incrollabile fede nell’umanità.
È su queste basi che Urasawa ha lavorato per realizzare Pluto, opera che si presenta come un remake di un singolo
episodio della saga, quello intitolato Il più grande robot del mondo, in cui un misterioso robot, chiamato Pluto,
attacca uno dopo l’altro i robot più sofisticati del pianeta, tra cui lo stesso Atom.
L’operazione compiuta da Urasawa, in realtà, è molto più raffinata del puro e semplice
remake: l’autore nipponico non ha realizzato un semplice omaggio ad uno dei suoi idoli
fumettistici, ma ha prodotto una personale interpretazione del mondo Atom e del
messaggio di Tezuka: spia di questo è, soprattutto, il fatto che Urasawa non viene mai
meno al suo stile personale, sia nei disegni sia nell’elaborazione della trama.
Urasawa, innanzitutto, dilata la vicenda in parecchi volumi (otto volumi totali), dando
all’intera vicenda un taglio investigativo; poi, rende protagonista del racconto un
personaggio minore del mondo di Atom, il robot-ispettore tedesco Gesicht (proprio per
poter costruire l’opera su basi investigative, che caratterizzano un po’ tutte le serie
realizzate da Urasawa), attraverso il quale viene, almeno inizialmente, presentata la
vicenda; poi, concede molto più spazio alle comparse dell’episodio originale, cioè tutti i robot che vengono
attaccati e uccisi, uno dopo l’altro, dal misterioso Pluto; infine, si preoccupa molto di approfondire la psicologia di
tutti i personaggi che presenta, in particolare dei robot, realizzando, così, episodi di grande lirismo che hanno un
forte impatto emotivo sul lettore.
Tetsuwan Atom
disegnato
da Naoki Urasawa
Nella lettura che Urasawa propone di quest’episodio, emerge una grande attenzione per la riflessione sulla natura
dei rapporti che intercorrono tra umani e robot; in particolare, Urasawa sembra voler dimostrare che, quanto più un
robot è sofisticato, tanto più tende ad essere simile ad uomo, anche in quegli elementi negativi che
contraddistinguono la natura umana: il robot perfetto è quello che si comporta come un uomo in tutto e per tutto.
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IL DOTTOR ZIVAGO
SPIRITO E NATURA
di JAKOB PANZERI IIIA
Immote pale di acciaio
in terra di Trinacria
si ergono silenziose
nell'antica Valle dei Templi,
paradigma della
nuova
bellezza umana.
Il bianco candore
dei marmi scoloriti
svanisce
per la grigia materia
dell'uomo tecnica.
Dura matrigna,
o forse sorella,
è ora di cedere lo scettro
all'uomo del mio tempo.
Non più un islandese
vagherà fra caldi e freddi,
tra Austro e Borea
per evitarti e incontrarti,
né un novello Faust
svenderà il suo spirito
per carpire il tuo segreto
celato immutabile
nel tempo dei tempi.
Vivere secondo natura
un abbraccio meraviglioso
e terribile.
Sordi all'ululare
del mare, ciechi
al lamento erosivo
di giganti di granito,
indegni per
lo Spirito della Bellezza.
Si fermi il tempo,
si cristallizzi lo spazio,
potrò allora
percepire e assaporare
la voce poetante
di un soave augello,
alla ricerca
dell'infinita Bellezza
presente nella natura,
parte di un infinito tutto
27
ANGULUS OTIOSUS
(o meglio come perdere tempo
fingendo di allenare il cervello)
di CHIARA DANIELLI IIIG
Frase 9 7
2
7
9
5
1
3
8
8
8
4
9
3
2
6
8
7
2
7
3
9
7
3
6
2
9
1
28
LA REDAZIONE
DIRETTORE: GIULIA COLOMBO IIIG
VICEDIRETTORE: SARA MONTAGNINO IIIA
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COLLABORATORI: FOSSATI MICHELE IIIF,
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PRONESTI’ IRENE ID
ZONI EDOARDO IIIF
IMPAGINAZIONE E GRAFICA: ELENA MANTOVANI VC
IMMAGINI:
ARPANO SILVIA IF
GEROSA GIULIA IB
FILIPPELLA MARTINA IIA
Ringraziamo inoltre tutti coloro che hanno collaborato all’uscita del Bartolomeo (collaboratori,
insegnanti ed operatori scolastici).
Ricordiamo che chiunque può partecipare alla redazione del Bartolomeo inviando un suo articolo
all’indirizzo mail [email protected];
CHI DESIDERA INVIARE UN MESSAGGIO ALLA RUBRICA QUORINFRANTI PUO’ FARLO
INVIANDO UNA MAIL ALLO STESSO INDIRIZZO O CONSEGNARLO A CORINNE CASTOLDI
O NATALIA URRACCI IN IIG.
I numeri del Bartolomeo sono disponibili anche on line sul sito www.liceozucchi.it.
Gli articoli per il numero di Febbraio vanno inviati all’indirizzo mail [email protected]
entro il 19 Aprile.
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