Untitled - Barz and Hippo

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Untitled - Barz and Hippo
scheda tecnica
durata:
129 MINUTI
nazionalità:
ARGENTINA, SPAGNA
anno:
2009
regia:
JUAN JOSÉ CAMPANELLA
sceneggiatura:
JUAN JOSÉ CAMPANELLA, EDUARDO SACHERI (dal romanzo di Eduardo
Sacheri)
fotografia:
FELIX MONTI
scenografia:
MARCELO PONT VERGÉS
costumi:
CECILIA MONTI
montaggio:
JUAN JOSÉ CAMPANELLA
musica:
EMILIO KAUDERER
produzione:
MARIELA BESUIEVSKI, JUAN JOSÉ CAMPANELLA, CAROLINA HURBIETA
distribuzione:
LUCKY RED
attori: RICARDO
DARÍN
(BENAMIN
ESPOSITO),
SOLEDAD
VILLAMIL
(IRENE
MENÉNDEZHASTINGS), PABLO RAGO (RICARDO MORALES), JAVIER
GODINO
(ISIDORO
GÓMEZ),
GUILLERMO
FRANCELLA
(PABLO
SANDOVAL), JOSÉ LUIS GIOIA (INSPECTOR BÁEZ), CLARA QUEVEDO
(LILIANA COLOTO), RUDY ROMANO (ORDÓÑEZ), MARIO ALARCÓN
(JUEZ
FORTUNA
LACALLE),
ALEJANDRO
ABELENDA
(PINCHE
MARIANO), SEBASTIÁN BLANCO (PINCHE TINO), MARIANO ARGENTO
(ROMANO), JUAN JOSÉ ORTIZ (AGENTE CARDOZO), KIKO CERONE
(MOLINARI), FERNANDO PARDO (SICORA), BÁRBARA PALLARDINO
(CHICA PIROPO)
la parola ai protagonisti
Carola Proto intervista Juan José Campanella
In un sontuoso salone dell'Ambasciata Argentina di Roma, abbiamo avuto la piacevole opportunità di
incontrare Juan José Campanella, autore del film argentino Il segreto dei suoi occhi che quest'anno si è
aggiudicato l'Oscar per il miglior film straniero. Cortese, allegro e grande conoscitore della lingua italiana, il
regista ci ha spiegato prima di tutto la sua fascinazione per il protagonista della vicenda, un ex impiegato di
un tribunale che, arrivato a 65 anni, sente la necessità di riaprire un vecchio caso di omicidio.
Sfortunatamente Benjamìn Esposito non è una mia creazione, dal momento che nasce dalla fantasia dello
scrittore Eduardo Sacheri. L'ho subito amato per la sua profonda debolezza, per la sua vigliaccheria e per la
sua attitudine a sbagliare continuamente.
Anche l'età del personaggio ha influenzato in qualche modo Campanella.
Dopo aver letto il romanzo da cui il film è tratto, c'era un'immagine che mi perseguitava: quella di un uomo
seduto a un tavolo che mangia da solo. La mia paura più grande, infatti, non è morire, ma invecchiare da
solo, e mi piaceva l'idea di questo personaggio che riapre un capitolo della sua vita non per la voglia di
spiegare finalmente un mistero, ma perché desideroso di capire quale sia l'origine della sua solitudine.
Esposito non cerca né un falcone maltese né tantomeno una vendetta, ma la risposta a un interrogativo
esistenziale.
In vena di confessioni, il regista ha proseguito nella sua analisi dei sentimenti che accompagnano la
vecchiaia, individuando una netta distinzione fra uomini e donne.
Quando le donne restano vedove, in un certo senso ricominciano a vivere. Vai in un bar o in un ristorante e
vedi quattro vecchie che ridono. Vanno a teatro, al cinema, si divertono. Gli uomini no. Durante la vecchiaia
si distruggono, si annullano, forse perché l'uomo è abituato ad essere forte. Quando non lo è più, gli sembra
di non avere più nulla da dimostrare. L'ho visto con mio padre e credo sia una cosa che succede in ogni
paese del mondo.
Se Benjamin Esposito ha un rapporto molto particolare con il passato, che gli impedisce di vivere
pienamente il presente, Juan José Campanella ama ricordare i tempi andati, ma è comunque proiettato sul
futuro.
Il mio rapporto con il passato è salutare, mi piace molto guardarmi indietro per capire quali sogni sia riuscito
a realizzare e quali no. Non idealizzo né rimpiango ciò che non c'è più, credo si debba imparare dagli errori
del passato.
A proposito del passato, Il segreto dei suoi occhi descrive una fase molto delicata della recente storia
argentina, che non è quella della dittatura militare, ma degli anni immediatamente precedenti.
Ho voluto raccontare il principio della crisi. Non volevo fare un film sulla dittatura, perché in un certo senso
sarebbe stato troppo facile. Tutto sarebbe stato o bianco o nero, quindi ho preferito parlare di un governo
democratico in cui cominciavano a manifestarsi avvenimenti oscuri. Era l'inizio del terrorismo di stato e,
muovendosi all'interno del sistema giudiziario, i miei personaggi esprimono lo smarrimento che la gente
provava in quell'epoca, soprattutto in determinati contesti.
Accattivante come un giallo, ma romantico e struggente come i migliori film che parlano d'amore, Il segreto
dei suoi occhi può essere considerato sia un noir che un melò. Questa è stata l'impressione che abbiamo
avuto vedendolo e che ci ha trovato d'accordo il regista.
E' una commistione dei due generi. Volevo fare un film all'antica, come quelli che vedevo quand'ero giovane,
negli anni '70, durante le domeniche di pioggia. Erano molto romantici e pieni di mistero, dentro avevano il
dramma, la commedia e anche un paio di riflessioni sulla vita. Il romanzo da cui questo film è tratto mi è
piaciuto proprio perchè non era solo un piatto di cibo, ma un intero banchetto, provvisto di antipasto, primo,
secondo, dolce, caffè e toscano.
Juan José Campanella
Juan José Campanella nasce a Buenos Aires il 19 luglio 1959 ed è un regista, sceneggiatore, attore e
produttore cinematografico argentino.
Oltre ad essere regista cinematografico (suo è Il figlio della sposa (El
El hijo de la novia)
novia nominato all'Oscar al
miglior film straniero nel 2001 e il vincitore dell'Oscar al miglior film straniero del 2010 Il segreto dei suoi
occhi (El
El secreto de sus ojos)),
ojos è anche un regista televisivo. Ha diretto un episodio di Law & Order: Unità
vittime speciali e alcuni episodi di Dr. House - Medical Division.
Division Sua è anche la serie televisiva
argentina Vientos de agua.
agua
Filmografia
(1991) Bad Boy Story – Il ragazzo che gridava
(2007-2009) Dr. House – Medical Division (serie
(1999) Law & Order: Unità Speciale (serie tv)
tv)
(2001) Il figlio della sposa
(2009) Il segreto dei suoi occhi
(2006) Vientos de agua (serie tv)
Ricardo Darín
In Italia, poco conosciuto, ma un tornado in Argentina, Ricardo Darín è un vero e proprio fenomeno partito
dalla televisione che ha avuto successo anche sul grande schermo, balzando davanti alla cinepresa come
avversario del protagonista. Attore e regista argentino, fratello dell'attrice Alejandra Darín, nasce il 16
gennaio 1957 a Buenos Aires, da una famiglia molto unita al mondo dello spettacolo. All'età di 10 anni, Darín
debutta a teatro assieme ai suoi genitori attori, Ricardo Darín e Renée Roxana, e nel 1969, ha già girato il
suo primo film: La culpa di Kurt Land. A 16, continua a lavorare come attore, principalmente nella televisione
argentina, distinguendosi in programmi tv come Alta Comedia o Estación Retiro e telenovelas e sitcom dal
1977 al 1999 (El
El tema es el amor,
amor Una escalera al cielo,
cielo Vos y yo, toda la vita,
vita Un día 32 en San Telmo,
Telmo Me
caso con vos,
vos Compromiso,
Compromiso Mi cuñado,
cuñado Buenos Aires háblame de amor,
amor Rebelde,La
Rebelde La mujer del
presidente).
presidente Negli Anni Ottanta, arrivato a Migré, entra nel gruppo Los galancitos, un gruppo di giovani attori
usciti dalla televisione e desiderosi di affermarsi sul palcoscenico. Con loro, conoscerà una fama incredibile
e farà accrescere il numero di fans che seguono le loro rappresentazioni teatrali per tutta l'Argentina. Negli
Anni Novanta, si conferma attore cinematografico, grazie ai film di Diana Álvarez, Fernando Siro, Adolfo
Aristarain e, soprattutto, Juan José Campanella che lo dirige in Il figlio della sposa (2001) e Il segreto dei
suoi occhi (2009) che gli varrà una candidatura come miglior attore protagonista al Goya, fra l'altro in
contemporanea con un'altra candidatura come miglior attore non protagonista per El baile de la
Victoria (2009). Di lui si ricordano anche: Nove regine (2000), La fuga (2001) e XXY (2007). Nel 2007,
diventa regista e gira il thriller La señal,
señal aiutato da Martin Hodara con Carlos Bardem. Dal 1987, è sposato
con Florencia Bas e ha due figli: Clara e Ricardo.
Filmografia
(1969) La culpa
(2005) El aura
(1986) Voglia di libertà
(2007) XXY
(2001) Il figlio della sposa
(2007) La señal (regia)
(2002) Kamchatka
(2009) El baile da la Victoria
(2003) Nove regine
(2009) Il segreto dei suoi occhi
Recensioni
Fabio Ferzetti - Il Messaggero
Una volta il peggior nemico della memoria era il tempo. Oggi è la valanga di informazioni che a volte
confonde e rimescola tutto in un eterno presente. Su questo terreno il cinema ha ancora molte carte da
giocare, specie in paesi che con la memoria hanno un conto aperto come l'Argentina. Il segreto dei tuoi
occhi, Oscar come miglior film straniero in barba a due capolavori come Il nastro bianco e Un prophète, è un
perfetto esempio di questo lavoro che usa con abilità i generi (poliziesco, mélo) per scavare nella memoria.
Protagonista è il maturo Esposito (un magnifico Ricardo Darìn), funzionario in pensione del tribunale di
Buenos Aires che vuole scrivere un romanzo su un delitto di 25 anni prima da cui è ancora ossessionato
(occhio alle date: il delitto è della primavera 1974, l'azione dunque si divide fra quel periodo e il 1999). Cosa
c'era dietro lo stupro e l'omicidio di una giovane bellissima e senza storia? Perché né Esposito né
l'affascinante magistrato per cui lavorava e che amava in silenzio, l'altera Irene (la toccante Soledad
Villamil), riuscirono a sbattere in galera il colpevole? E dove sarà il marito della vittima, che continuò a
cercare da solo l'assassino?
Trattandosi di anni 70 e Argentina, scatta l'associazione più ovvia: giunta militare, desaparecidos, voli della
morte. Sbagliato! Perché Peron muore nel luglio '74, il golpe è del marzo '76, dunque la parte principale del
film si svolge nel periodo d'incubazione della dittatura. Un periodo semicancellato dalla valanga di orrori
successiva, tanto che oggi gli stessi argentini, specie i più giovani, ne hanno scarsa cognizione.
Campanella rievoca quegli anni oscuri proiettando l'inchiesta di Esposito, del suo aiutante ubriacone e della
loro bella capoufficio, contro lo sfondo agghiacciante di un paese che stava sprofondando nell'orrore ma non
osava dirselo. Sono gli anni in cui il Potere reclutava malviventi comuni e la famigerata AAA (Alleanza
Anticomunista Argentina) rapiva e trucidava impunemente "sovversivi". Si dice persino che Peron sia morto
per mano di uno di questi delinquenti, guardia del corpo e amante di sua moglie Isabelita (a questo allude
una scena del film, da non svelare). Campanella è bravissimo a evocare tutto questo giocando sulle
atmosfere, gli uffici divorati dalle scartoffie, il collega improvvisamente e apertamente minaccioso, le scene
madri centellinate con maestria (c'è perfino un imprevedibile momento "hard"). Qualcuno non gli perdonerà
l'epilogo a sorpresa o l'addio alla Dottor Zivago. Ma basterebbe la scena dell'ascensore a riconciliarci con un
cinema insieme tradizionale e potente. Dopo tanti "cattivi" da 007, avevamo dimenticato cos'è la paura al
cinema. Campanella ce lo ricorda con schietta brutalità. È una lezione anche questa.
Alessio Guzzano - City
Deciso a coltivare i ricordi invece delle begonie, un commissario in pensione scrive un libro sull'indagine che,
tre decenni prima, gli ha tormentato e cambiato la vita: l'omicidio con stupro di una giovane moglie, a Buenos
Aires, nel 1974. Scoprì il colpevole, ma gli fu sottratto dalla politica argentina incamminata verso brutti
destini. Impressionato dall'ostinata passione del vedovo, spinto dal proprio ostinato amore per la pubblico
ministero promessa a un altro, aiutato dall'ostinata dedizione alcolica di un amico (quasi) collega, il detective
troppo umano incontrò e incontrerà (dis)umanissime verità. Inutile fingere: il film di Jean José Campanella
giunge al giudizio di queste righe 'colpevole' di aver sottratto l'Oscar come miglior film straniero a un
capolavoro come "Il profeta" (nonché a "Il nastro bianco"). L'immeritata antipatia si stempera via via in molle
interesse. Stile classico ornato da buona fotografia, impegno&sentimento che sconfinano abili, picchi
polizieschi acuti, attimi poetici, discese nel fotoromanzo (la rincorsa al treno) castigate nei dialoghi
successivi. E baratri seccanti: l'indiziato pescato in uno stadio stracolmo. L'ultima mezz'ora sale di tono e di
spessore portando a compimento un nobile film, come tanti. L'Oscar dovrebbe essere per i pezzi unici.
Valerio Caprara - Il Mattino
A soddisfazione. Mettetevi comodi, esigete una proiezione all'altezza e preparatevi a gustare un grande film
all'antica, uno di quelli in grado di nascondere il tempo, fare la gimkana sui piani emotivi e concettuali e
provocare infinite discussioni postume. «Il segreto dei suoi occhi», vincitore a sorpresa dell'Oscar riservato ai
titoli stranieri, possiede, in pratica, la rimpianta qualità di venire incontro alle esigenze del pubblico non
specializzato suggerendo nel contempo una serie di motivi stimolanti per quello più agguerrito: grazie
all'ardito e riuscito dosaggio di tonalità thrilling, melò, noir e storico-politiche Juan José Campanella,
argentino che si è fatto le ossa dirigendo negli Usa episodi di serie tv come «Law & Order» e «Doctor
House», riesce a rendere credibile e avvincente una sceneggiatura (tratta dal romanzo La pregunta de sus
ojos di Eduardo Sacheri) tutt'altro che semplice, articolata com'è su un meticoloso, fitto, allarmante e
incalzante incrocio di presente col passato. Il personaggio-guida del film è Benjamìn (Ricardo Darìn),
solitario pensionato che per vincere la propria amarezza decide di scrivere un romanzo ispirato a un caso di
efferato omicidio accaduto venticinque anni prima a Buenos Aires. Ci ritroviamo dunque nel '74, quando al
suo ufficio di vice cancelliere presso il tribunale viene assegnata il nuovo capo Irene (Soledad Villamil):
«rigida, conservatrice, compassata» all'inizio, ma poi vincolata al socialmente inferiore protagonista e al suo
genialoide e alcolizzato assistente Sandoval (Guillermo Francella) dalle indagini sul brutale stupro e
assassinio della mogliettina sexy dell'anonimo bancario Morales (Pablo Rago). Il puzzle così si ricompone a
poco a poco, costringendo Benjamìn a rivivere da un nuovo e ancora più destabilizzante punto di vista
l'impatto che ebbero sulla sua vita le drammatiche tappe dell'inchiesta, la passione inespressa per la donna
(ormai diventata autorevole giudice, moglie madre) e l'atmosfera di cupa paranoia che stava per calare sul
paese dopo la morte di Peròn, l'ascesa al potere della moglie Isabel e i prodromi del golpe militare.
Campanella porta ai limiti della soap la struttura di genere - il massimo del romanticismo e della nostalgia,
scarti improvvisi di humour e di violenza, espliciti duelli sessuali e insieme morali, il culto popolare per il
football (sul quale è congegnata una sequenza straordinaria, destinata a restare nei manuali), l'ossessione
della vendetta - per poi dare consistenza e profondità a raccordi raffinati come quelli della logica «rivelatrice»
degli occhi e degli sguardi, delle vite indotte a perdere d'un tratto ogni significato o della ricerca (vana) di
giustizia affidata all'accoppiata imperitura di un Don Chisciotte e un Sancho Panza.
Lietta Tornabuoni - La Stampa
La scena più inattesa è durante l’interrogatorio di un giovane da parte d’una funzionaria del tribunale penale
di Buenos Aires: repentinamente il ragazzo tira fuori il coso dai pantaloni, lo esibisce, poi aggredisce la
donna con un forte pugno. Lo stile de il segreto dei suoi occhi è in genere meno clamoroso, ma la storia
tratta da un romanzo di Eduardo Sachiri è molto interessante e complessa. Un impiegato del tribunale
penale di Buenos Aires (in quel Paese deve esserci un coincidere del lavoro per il tribunale e del lavoro di
polizia giudiziaria), andato in pensione, seguita a pensare a un delitto impunito di venticinque anni prima con
tanta intensità da decidere di raccogliere i suoi ricordi in un libro: quello che scopre muta il suo passato e il
suo avvenire. Il montaggio tra fatti di presente, passato remoto e passato prossimo è molto abile, non
deviante; il contrasto tra delitto di sangue e routine burocratica quotidiana è molte ben raccontato, gli attori
sono tutti impeccabili; e i sentimenti del protagonista (amicizia, amore), mai espliciti danno calore umano alla
vicenda. Il film ha avuto l’Oscar come migliore opera in lingua non inglese del 2009: più che meritato.
Silvana Silvestri - Il Manifesto
In un film di Campanella ci saranno sempre particolari che a una prima visione sfuggiranno, altri momenti
che ci piacerà vedere più di una volta: hanno un fascino popolare i suoi film perché (come ci racconta il
regista premio Oscar nell'intervista su Alias di sabato prossimo), si ispira al cinema italiano e al cinema
americano degli anni '70. Forse è proprio questo elemento che lo rende diverso dagli altri registi della sua
generazione, quelli del nuovo cinema argentino - Burman, Trapero, Martel per citare quelli che utilizzano
come lui, un tipo di produzione industriale. Come nel cinema italiano dei tempi di Gassman e Manfredi,
anche a lui piace lavorare con i grandi attori. In particolare ne ha scelto uno, Ricardo Darín, come
protagonista ideale di tutti i suoi film (El hijo de la novia, La luna de Avellaneda), uomo dal presente
affaticato, talvolta disperato, che mette in moto un meccanismo di risalita per non affondare grazie alle sue
doti di umanità e alla luce che balena nei suoi occhi. Anche se il titolo di questo film non allude precisamente
a Darín, questo attore possiede un carisma in cui il pubblico argentino si identifica, così come poteva farlo in
Hector Alterio. Il pubblico può trovare in lui parecchi motivi di identificazione. Si entra nella carne viva della
società con temi come la corruzione, il sentimento di vendetta e del potere, storia d'amore a parte. El secreto
de sus ojos è ambientato per lo più in tribunale, che in qualche modo scandisce i tempi burocratici
dell'azione. Fin dal 1974 Benjamín Espósito, funzionario del ministero della giustizia segue un caso di
omicidio rimasto insoluto. Ha perfino scritto un romanzo, visto che, andato in pensione, il suo legame con il
caso non è solo di carattere professionale, ma anche sentimentale, intrecciato a una storia d'amore rimasta
in sospeso, nei confronti dell'irraggiungibile Irene, magistrato a capo dell'ufficio, donna di illustre famiglia
come si intuisce dal cognome (Menéndez Hastings), che ha studiato negli Stati uniti e sposerà un uomo alla
sua altezza (mentre lui è discendente da semplici immigrati italiani).
I binari del romanzo, della vicenda dell'inchiesta, della storia d'amore, del trentennio trascorso, si incrociano
su vari piani di lettura, pure se l'indagine sembra prendere il sopravvento. Se questo abbia a che fare con
l'elaborazione della memoria che ha coinvolto tutto il continente latinoamericano e l'Argentina in modo
eclatante per i processi ai responsabili di genocidio a noi sembra evidente, ma per il regista è un tema da cui
non è partito intenzionalmente nello scrivere la sceneggiatura tratta dal libro di Eduardo Sacheri, suo
abituale cosceneggiatore. Né si potrà svelare qui la trama, ma certo ha a che fare con tutto il complesso
meccanismo di cancellazione del passato avvenuto nel paese e con la vigile persecuzione dei responsabili e
non di un solo omicidio. Ha a che fare con il rigore morale di un paese che attraverso il suo protagonista
sentiamo non aver perso dignità ed ha cercato di rialzarsi dopo la dittatura e dopo il crollo dell'economia. Per
continuare a vivere infatti è più facile evitare di pensare al passato. Ci sembra un valore in più del film che
procede ora romantico, ora in piena suspence, sempre con interpreti in grado di riempire lo schermo con la
loro presenza. Oltre a Ricardo Darín, Soledad Villamil (Irene), interprete di Un oso rojo di Adrian Caetano e
di El sueño de los heroes di Sergio Renan, principe della malinconia, regista sentito distante dalla nuova
generazione, con l'eccezione di Campanella, di cui ritroviamo qui qualche atmosfera e perfino di Un muro de
silencio, film militante di Lita Stantic, regista e produttrice. E Javier Godino e Guillermo Francella, l'amico
fedele che nei film di Campanella non manca mai.
Paola Casella - Europa
Storia di un procuratore distrettuale in pensione che decide di ripercorrere il caso più memorabile della sua
carriera: il brutale omicidio di una giovane sposa. Nel primo dei molti flashback il procuratore Benjamin
(Darin) darà la caccia all'omicida, aiutato dal marito della vittima e da una bella donna dell'alta borghesia
argentina, Irene (Soledad Villamin), che è il capo di Benjamin, nonché l'oggetto del suo desiderio. Il plot è
avvincente, ma quel che sorprende è il sottotesto politico: la vicenda inizia nell'Argentina dei primi anni '70 e
scollina negli anni del regime dei generali e della scomparsa di centinaia di desaparecido. Ciò che colora
tutta la vicenda è il senso di impotenza che caratterizza il popolo argentino dai «mille passati e nessun
futuro», come lo descrive Benjamin, davanti all'impunità di tanti crimini e alla tracotanza del potere. Un film
"di genere" che sorprende e affascina, nonostante l'artigianalità dell'esecuzione (o forse proprio per questa):
di sicuro ha conquistato l'Academy, che gli ha dato l'Oscar 2009 come miglior film straniero.
Boris Sollazzo - Liberazione
A chi si danna per titoli imperdibili non distribuiti, raramente viene in mente un maestro come Juan Josè
Campanella. Uno che ha vinto l'ultimo Oscar per il miglior film in lingua straniera (e che già c'era andato
vicino in passato, finendo nella cinquina, con Il figlio della sposa , unico già mostrato anche nel nostro
paese), uno che ha raccontato l'Argentina degli ultimi decenni con microcosmi vibranti, pieni di sentimenti e
di emozione. Melodrammi che mischiano genere e Storia per dirci cosa successe prima della dittatura
militare, come in quest'ultimo Il segreto dei suoi occhi , o durante la bancarotta fraudolenta di un intero
paese, come in Luna de Avellandeda . Uno sguardo impietoso ma pieno di pietas su una patria martoriata da
orrori ed errori politici e storici, su un Potere ottuso e feroce. Tre decenni fa cominciò l'eccidio fisico e
psicologico di una generazione- i desaparecidos- più tardi colpirono le tasche. Il segreto dei suoi occhi (tratto
dal libro di Sacheri La pregunta de sus ojos ) in qualche modo, chiude il cerchio. Tra un presente pieno di
rimpianti e un passato di rimorsi (e viceversa), tra un amore devastato da un omicidio atroce e un altro mai
nato. Due delitti simili, in cui i due protagonisti del secondo lottano per il primo, in una catarsi che li allontana
nel 1975 per farli ritrovare tre decenni dopo. La coppia Ricardo Darìn- Soledad Villamil, suoi attori feticcio,
sono struggenti nello sfuggirsi cercandosi, in quel libro con cui il primo torna sul luogo del delitto. Quello di
un amore soffocato dalle regole sociali, quello di una ragazza martoriata, bella, giovane e innamorata e del
suo vedovo inconsolabile. E sullo sfondo l'Argentina, prima di Videla & C., già ben oltre l'orlo del baratro, in
balia di forze del disordine con licenza di uccidere.
Campanella è un burattinaio sopraffino, muove gli attori, bravissimi, sulla sua scacchiera, stupisce
cambiando genere con repentina decisione- melodramma, noir, commedia, buddy movie (grazie a un
comprimario da urlo come Guillermo Francella)- e offre soluzioni artistiche di grande livello, come "finti"
pianosequenza da manuale. Si pensi solo allo stadio- bella la scelta della squadra del Racing di Avellaneda,
perdente di successo con tifo caldissimo- che ospita un momento di grande cinema. E per più di due ore
questo fine cineasta che sa prenderci a schiaffi e poi asciugarci le lacrime, viaggia nella memoria individuale
e collettiva. Il filo rosso sangue parte dal corpo esanime e meraviglioso di Carla Quevedo fino a quello
provocante e provocatorio dell'interrogatorio di Soledad Villamil, corpi di donna su cui gli uomini sfogano
codardia, violenza, (auto)distruzione. Un film che è storia di carne viva e allo stesso tempo metafora
assoluta, cinema d'autore e intrattenimento d'alto livello.
Piera Detassis - Panorama
L'ombra del passato, il disagio del il tempo perduto, il peso inevaso della colpa. Come in un classico noir,
tutto questo è raccontato benissimo nel film argentino di Juan José Campanella, che a sorpresa ha strappato
l’oscar al favorito Il nastro bianco di Michael Haneke. Benjamin (Ricardo Darin), ex investigatore della
squadra criminale, e il giudice Irene (Soledad Villamil) si rincontrano 25 anni dopo avere indagato insieme,
nel 1974, su un brutale caso di omicidio e violenza carnale a Buenos Aires. L’uomo non è mai stato convinto
della colpevolezza dei due arrestati, l’indagine ricomincia e il feeling taciuto ma palpabile tra i due bravissimi
protagonisti riemerge in misteriosi, intensi, sguardi. Si intuisce che la dittatura militare dell’epoca non è
estranea al crimine, ma nel mirino del regista c’è soprattutto il magma complesso dei sentimenti e il film
ondeggia fra passato e presente con eleganza fluida e ombrosa. Una regia da 10 e lode che si esprime a
pieno nel labirintico inseguimento dentro lo stadio affollato, specchio feroce del tumulto del tempo che non fa
sconti e girato con virtuosismo all’ultimo respiro.
Gian Luigi Rondi - Il Tempo
In televisione si vede ancora Eva Peron a un'inaugurazione. Benjamin, che ha lavorato in Tribunale e che
ora, passata la sessantina, è in pensione, va a trovare una donna Irene di cui è stato innamorato senza
dirglielo, adesso diventata un alto magistrato. Nel passato dei due c'è un caso giudiziario finito male, quello
di uno stupratore omicida scoperto, condannato all'ergastolo ma poi, per oscure mene politiche, rimesso in
libertà, con vera e propria disperazione del marito della donna che aveva ucciso. Ora Benjamin, quasi per
scrollarsi di dosso quel caso che, anche per la sua conclusione, aveva funestato gli ultimi anni della sua
carriera, si è messo a scrivere un romanzo, tacendo però del suo amore per Irene e lo dà proprio a lei da
leggere. Su quanto ci dice il romanzo e su quello che a poco a poco scopriamo dei sentimenti di Benjamin
per Irene ci si ricostruisce la vicenda di molti anni prima, con una inattesa soluzione che, mettendo un punto
fermo al caso dell'ergastolano in libertà, risolverà in senso positivo quello che per Benjamin era diventato un
vero e proprio incubo. Una storia complessa e, anzi, in alcuni punti addirittura complicata, con lati poco
chiariti e altri decisamente oscuri, specie quando di tenta di raggiungere un certo equilibrio fra l'intreccio
sentimentale in cui il protagonista è coinvolto e quella trama quasi poliziesca dello stupratore che, prima di
essere individuato, necessita una certa attenzione in tese cifre drammatiche. La racconta un regista
argentino, Juan José Campanella, conosciuto abbastanza anche da noi («Bad Boy Story», «Il figlio della
sposa»), e arrivato a vincere quest'anno, con il film di oggi, l'Oscar per il miglior film straniero, nonostante tra
i concorrenti ci fossero il nostro «Baaria» e «Il nastro bianco» dell'austriaco Michael Haneke. Io non l'avrei
votato, ma, al di fuori di quella gara, qualche merito posso riconoscerglielo, specie per quella storia d'amore
taciuta che illustra bene soprattutto il carattere del protagonista e il suo tormento segreto. Ce la rappresenta
con efficacia un serio interprete argentino, Ricardo Darín, già visto, con Campanella nel «Figlio della sposa».
Una maschera forte ed espressiva.

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