Scheda da Film discussi insieme 2007

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Scheda da Film discussi insieme 2007
Walk the Line
regia: James Mangold
soggetto: dai libri “The Man in Black di Johnny Cash”
e “Cash: An Autobiography” di Johnny Cash e Patrick Carr;
sceneggiatura: Gill Dennis, James Mangold
fotografia: Phedon Papamichael
montaggio: Michael McCusker
musica: T-Bone Burnett
scenografia: David J. Bomba
costumi: Arianne Phillips
interpreti: Joaquin Phoenix (Johnny Cash),
Reese Witherspoon (June Carter),
Ginnifer Goodwin (Vivian Cash), Robert Patrick (Ray Cash)
produzione: Fox 2000 Pictures, Tree line Films,
Catfish Productions, Konrad Pictures
distribuzione: 20th Century Fox
durata: 2h 16’
JAMES MANGOLD
New York, USA - 1964
2005 Walk the Line - Quando l’amore brucia l’anima
2003 Identità
2001 Kate & Leopold
1999 Ragazze interrotte
1997 Cop Land
1995 Dolly's Restaurant
LA STORIA
Fu un incidente, un tragico terribile incidente a causare la
morte del fratello maggiore Jack mentre lavorava ad una sega
elettrica, ma suo padre lo fece sentire, e per tutta la vita,
quasi responsabile. Nel 1944 Johnny Cash aveva 12 anni.
Era legato a Jack da un affetto enorme e da una stima ancora
maggiore. Solo a lui aveva confidato la sua passione per i
canti dei Salmi. Ma sua madre quel libro glielo consegnò,
quasi in segreto, il giorno in cui partì per Landsberg, Germania, arruolato nell’aviazione degli Stati Uniti. In Germania
Johnny prende due decisioni importanti: con una telefonata
chiama Viviane Liberto la ragazza che non sentiva da due
anni e le chiede di sposarlo, e comincia a comporre le prime
canzoni. Tornato negli Stati Uniti si sposa, va ad abitare a
Memphis e nasce subito un figlio. Per accontentare la moglie
prova a lavorare per l’azienda del suocero, la Home
Equipment Company. Ma non gli va bene o non ci crede
abbastanza. La moglie prima glielo rimprovera, anche perché
sono ormai chiare le difficoltà in cui si trovano. Tuttavia la
passione spinge Cash a cercare due compagni con cui suonare, due semplici meccanici, e a formare con loro una band
per poi presentarsi a un’audizione del produttore della Sun
Records. È la strada verso l’incisione del primo disco e di un
successo che dalla radio passa ai concerti del Texas. Al
Texarkana “Cry, Cry Cry” riceve la consacrazione del pubblico e i complimenti d June Carter, la donna che fin dalla sua
infanzia era stata per lui e suo fratello Jack una specie di
mito. Tra Johnny e June, entrambi sposati e con figli della
stessa età, si stabilisce immediatamente una simpatia che arriWALK THE LINE
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va ben presto alla complicità, e che tuttavia June teme di
portare più a fondo. Ma il ritorno a casa, in una casa ormai
molto bella, e dove ritrova tutta la famiglia e anche i genitori,
fa sentire a Johnny tutta l’estraneità e anche il fastidio della
moglie verso un lavoro che forse non ha mai del tutto approvato. Poco tempo dopo ancora in tour per un serie di concerti con altri cantanti tra i quali Jerry Lee Lewis, ed Elvis
Presley, June, reduce da un divorzio difficile, respinge con
decisione un bacio di Johnny e Johnny reagisce malissimo. A
questo periodo risale il primo approccio con le droghe e con
l’uso oltre misura dell’alcol. Johnny e June si separano.
Quando si rincontrano lei è di nuovo sposata, ma lui insiste
perché riprenda il tour con la sua band. Partono e arrivano a
Las Vegas. Non basta però la vicinanza di June a tenerlo lontano dalle anfetamine e dei barbiturici. Nel corso di un concerto crolla a terra e la tournée deve essere annullata. Poi, nel
1965 forse l’episodio più buio della sua carriera: un controllo
da parte delle forze dell’ordine lo costringe ad estrarre dalle
cassa della sua chitarra qualcosa che aveva tentato di nascondere. Finisce in carcere. E come ritorna a casa trova Vivian
pronta a rifargli una specie di processo, a rimproverargli l’uso
di pastiglie e il ricorso a continue bugie. Johnny va a cercare
June, che trova con le sue bambine nella casa dei suoi genitori, sola, e questa volta decisa come non mai a non rimettere
in gioco un lavoro per provvedere al mantenimento delle sue
bambine. Lui le chiede di sposarlo, e lei con estrema chiarezza lo mette di fronte ad un obbligo più importante: quello di
incominciare ad amare se stesso per poter riprendere seriamente a lavorare. Passa altro tempo e lui la richiama. Si è trasferito in una bella casa sul lago. Il giorno del ringraziamento
sono di nuovo insieme, con i genitori di lei e quelli di lui e le
quattro bambine. Non è un bel giorno, anzi per Johnny è un
passo indietro nella sua infanzia, al ricordo di suo fratello
Jack, alle parole del padre che gli chiedeva ragione di quella
morte e che adesso lo inchioda alla sua nullità. Johnny si alza
e nel tentativo di recuperare un trattore impantanato nel
fango precipita nelle acqua del lago. A salvarlo è June, che gli
starà accanto fino a quando lo vedrà tranquillo e riuscirà a
tenergli lontano quel venditore di morte che è pronto a
riportargli le pastiglie di droga. Accanto a June, e sfidando la
contrarietà del suo editore, prende un’altra decisione: incide246
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re all’interno del carcere di Folsom un disco dal vivo, che sarà
poi uno dei suoi più grandi successi. E infine il concerto in
cui, dopo aver chiesto a June, per molte e molte volte, di
sposarlo, la travolge con la preghiera di una risposta definitiva. E June dice sì. Qui il film termina. Ma la loro vita insieme, ci dicono le poche parole che corrono prima della fine,
sarà ancora lunga 35 anni. Moriranno, a distanza di pochi
mesi una dall’altro, nel 2003. (LUISA ALBERINI)
LA CRITICA
Per gli americani è un’icona, un mito. Un inquieto «man in
black», tale era la sua tenuta preferita, che alla metà degli
anni ’50 si impose al pubblico innestando sul filone tradizionale della country music l’allora nascente, rivoluzionario
rock. Ma soprattutto a colpire di Johnny Cash, perché di lui
stiamo parlando, fu la carica emozionale delle sue canzoni,
con testi sofferti che davano la parola a diseredati, vulnerati
e peccatori. Nel gennaio 1968 l’Uomo in nero tenne un
concerto che fece epoca dentro il carcere di Folsom e
l’album «At Folsom Prison» restò nelle classifiche per più di
90 settimane. La sua voce profonda – una voce che secondo
Bob Dylan sembrava «provenire dal centro della terra...» –
nel biopic Quando l’amore brucia l’anima è un’altra, è quella
dell’attore Joaquin Phoenix che per impersonare Johnny,
cantare e suonare la chitarra imbracciandola nel suo modo
caratteristico si è esercitato mesi e mesi. E analogo è stato il
lavoro di Reese Witherspoon, per calarsi nei panni di June
Carter, cantante figlia d’arte, partner di Cash sul palcoscenico e nella vita, colei che seppe salvarlo dalla droga. Poteva
venirne fuori un disastro, ma l’idea del regista James
Mangold – e cioè che il playback avrebbe tolto sincerità alle
performances dei protagonisti e che a contare non era la
verisimiglianza ma l’autenticità dell’interpretazione – si è
dimostrata alla fine giusta. In USA il film ha realizzato un
ottimo incasso e lo straordinario impegno di Phoenix e
Witherspoon è stato ripagato dalle meritate candidature
all’Oscar. A risultare vincente è stato forse anche il taglio
narrativo enfatizzato dal titolo italiano, che pone l’accento
su una storia d’amore durata fino alla morte (2003) e basata
sull’attrazione degli opposti: fragile e notturno il carattere di
lui, forte e solare quello di lei. Affiancato da una squadra
tecnico-artistica capace di far rivivere gli ambienti, i suoni e
le atmosfere del passato, Mangold ha diretto con la sensibilità di chi si è impadronito della materia dall’interno.
(ALESSANDRA LEVANTESI, La Stampa, 17 febbraio 2006)
Perché brucia? Se mai salva l’anima, le toglie le anfetamine,
l’amore di June Carter per Cash, il folk singer dell’ America
country, una scheggia impazzita di Nashville. Ispirato alle due
biografie del divo con chitarra morto nel 2003, il film, riuscita biografia e miglior lavoro di James Mangold, è costruito in
stile anni ’70: contrapposizione di vita e carriera, dischi e
famiglia, droga e rhythm&blues contro i pii principi del rude
Sud del Tennessee. Maltrattato dal padre, imborghesito dalla
moglie, in Johnny Cash combattono due Americhe finché
l’amore per June trionfa, guarisce, porta in hit parade. I due
vivono la privacy al microfono, e i due bravi Joaquin Phoenix
e Reese Witherspoon, ex legally blonde, suonano e cantano
davvero, aderendo a una vita che scorre in musica.
(MAURIZIO PORRO, Il Corriere della Sera, 17 febbraio 2006)
Con la consueta fiducia nel pubblico italiano, i distributori
hanno ribattezzato Walk the Line con il titolo Quando
l’amore brucia l’anima, sperando che nessuno si accorga che
è un film sulla vita di Johnny Cash: sapete com’è, il vecchio
Johnny era «solo» uno dei cantanti country più famosi del
’900, ma è molto probabile che gli italiani selvaggi, drogati
dal rock e da Pavarotti, non sappiano nemmeno chi è!
Figurarsi se sanno, i buzzurri suddetti, che Walk the Line è
una delle più importanti canzoni del nostro eroe e che il suo
titolo (significa «camminare sul filo») racchiude tutta la sua
vita spericolata, ma spericolata davvero!, non come quella
pantofolaia di un Vasco Rossi qualsiasi. Cresciuto nell’America profonda della Depressione, forgiato dal servizio militare in Europa (in Germania, come Elvis), dedito ad ogni tipo
di sostanza (stupefacente e non) che potesse «tenerlo su»
durante una frenetica carriera di concerti, incisioni e crisi
matrimoniali, Cash è stato un vero eroe maledetto della
musica popolare americana. Noi europei leghiamo l’idea di
maledizione al rock e al jazz e dimentichiamo spesso due
cose: che anche il country ha avuto i suoi lati oscuri e che
tra gli anni ’50 e ’60 era assai limitrofo al rock’n’roll, al punto che Cash girava l’America in tour accanto a rocker come
Elvis Presley e Jerry Lee Lewis. Il film racconta soprattutto
questo periodo, il più turbolento della vita di Cash, e si impernia sul controverso rapporto con la grande cantante June
Carter che diverrà la sua seconda moglie. E un film accurato,
pieno di belle canzoni, drammatico, toccante: non esce dal
canone del film biografico, ma ne costituisce un esempio di
eccellenza. James Mangold, il regista di Cop Land, cullava
questo progetto da anni e aveva ottenuto l’ok di Cash e di
sua moglie prima che entrambi morissero a pochi mesi l’uno
dall’altra, nel 2003. Sia John, sia June avevano scelto, incontrato e «benedetto» i rispettivi interpreti: quindi è doppiamente commovente vedere quanto sono bravi Joaquin Phoenix e
Reese Witherspoon nei loro panni. Tra l’altro cantano loro, i
due ragazzi, e se la cavano benissimo.
(ALBERTO CRESPI, L’Unità, 17 febbraio 2006)
A vederle al cinema, si direbbe che le vite di tutte le star della
musica siano uguali. Non molto dopo quello su Ray Charles
arriva il “biopic” dedicato a Johnny Cash ed è sempre la stessa storia: infanzia difficile, primi passi nello spettacolo, celebrità, poi discesa agli inferi (lo sfascio matrimoniale, le
dipendenze da alcol e droga, la prigione) e riscatto finale. Lo
schema, in due parole, ascesa-caduta-redenzione che ossessiona da sempre il melodramma hollywoodiano. Questa volta,
l’“elogio della seconda occasione” passa attraverso il personaggio di June Carter, ragazza madre nell’America puritana e
collega di Johnny, che – prima di riuscire a sposarla – dovette
accontentarsi per anni di fare coppia con lei solo davanti al
pubblico dei concerti. In Quando l’amore brucia l’anima
June, che nella realtà era più anziana di Cash (tanto da fare,
in un western per la tv, la parte di sua madre), è interpretata
dalla fresca Reese Witherspoon, cui ha assicurato la “nomination” agli imminenti Oscar. È candidato anche il suo partner
Joaquin Phoenix, che per incarnare il torturato protagonista
si è sottoposto a un processo di metamorfosi; anche vocale:
infatti (tal quale Reese) è lui stesso a cantare “I Walk the
Line”, “Ring of Fire” e gli altri brani celebri di Cash, anziché
affidarsi al playback. L’esclusivo interesse del film, del tutto
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privo di sottigliezze, risiede nei due “caratteri” principali.
Irrilevanti le comparsate delle controfigure di Elvis e Jerry
Lee Lewis.
(ROBERTO NEPOTI, La Repubblica, 17 febbraio 2006)
Camminare lungo la linea. La sfida interiore e artistica di
Cash era tutta qui: trovare una strada e percorrerla, fino in
fondo, affrontando il male, gli amori che finiscono, i lutti.
Sapendo che ogni giorno bisogna battersi e che tutti fanno
errori. In quel capolavoro di I Walk the Line (canzone-manifesto che vanta un centinaio di versioni di altrettanti artisti)
c’è tutto il mondo del poeta dei perdenti, della leggenda che
ci ha lasciati nel 2003 (dopo 1600 canzoni registrate, oltre
400 album e 50 milioni di album venduti). Un monumento
che ha attraversato 50 anni di storia dello spettacolo, le
mode, il rock (Bono considera la sua One migliore dell’originale degli U2); ha ingollato anfetamine, conosciuto le
galere, cantato per i detenuti, rischiato la salute pur di salire
sul palco, cercato Dio... Un’icona su cui si sono fatti svariati
progetti di biografie cinematografiche tutte abortite (come
attore l’abbiamo visto in un pugno di film, in Quattro tocchi
di campana fa il pistolero al fianco di Kirk Douglas). Mangold
(Cop Land, Ragazze interrotte) è un buon artigiano, un regista che conosce i propri limiti. Per questo affronta la vita di
Cash, meglio la prima parte, visto che si ferma alla fine degli
anni Sessanta, con umiltà e forse con un po’ di soggezione.
Per questo sceglie un impianto che più classico non si può.
Scova il nodo irrisolto dell’esistenza di Cash: il senso di
colpa per la morte del fratello e il rapporto difficile con il
padre («Era cattiveria pura. Purtroppo ho ereditato la sua
natura compulsiva», scrive nella sua autobiografia). Parte da
lì per raccontare una storia tipicamente americana, fatta di
alti e bassi, cadute e resurrezioni («Lui sentiva di aver commesso degli errori enormi per i quali non avrebbe mai potuto essere perdonato, così è rimasto imprigionato per decenni
dal suo stesso cuore», nota il regista). Mangold si attiene
fedelmente ai due libri del cantante e opta per un titolo
ultraemblematico (la “traduzione” italiana è davvero incomprensibile se non deleteria) e cerca un punto di vista “neutro” per illustrare «una rivoluzione avvenuta in una minuscola stanzetta a Memphis». Poi si appoggia totalmente al248
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l’interpretazione di Joaquin Phoenix che, a parte la voce inimitabile, diventa davvero Johnny. A partire dalla gestualità,
per passare all’elaborazione/espiazione del lutto per la perdita di un fratello (tema condiviso: il divino River per
Joaquin, l’innocente Jack per Johnny) e finisce con questa
idea della chitarra-protesi del corpo che ha sempre contraddistinto l’Uomo in nero. L’ultimo outlaw della scena musicale statunitense (chi, se non lui, poteva permettersi di cantare: «Ho sparato a un uomo a Reno solo per vederlo morire»?) ci viene restituito in tutta la sua verità e sofferenza.
Con le debolezze che l’hanno sempre accompagnato, con
l’aura di genialità e imprevedibilità che hanno reso immortale la sua musica. Al suo fianco c’è una strepitosa June
Carter-Reese Witherspoon che detta i tempi, mentre sul
versante musicale “veglia” T Bone Burnett (sua la colonna
sonora di Fratello dove sei?): «Per me Cash è importantissimo
siede al fianco di Mark Twain e di Walt Whitman come una
figura fondamentale della cultura americana».
(MASSIMO ROTA, duellanti, febbraio 2006)
I COMMENTI DEL PUBBLICO
DA PREMIO
Giuseppina Tardivello - Due ore abbondanti passate senza
un’attimo di noia: per me questo significa che il film è riuscitissimo. L’ho trovato equilibrato nei momenti di gioia,
nei momenti di dolore, nei momenti di spettacolo e nei
momenti di vita di famiglia: la vita scorre con i suoi alti e
bassi e lo spettacolo scorre avvincendo, senza però devastare
l’anima dello spettatore.
Pozzo Balbi Zaccomil - Vedendo queso film penso che la
musica sia, se semplice o complessa, una delle cose più belle
della vita e chi ha la fortuna di comprenderla riuscirà a superare anche i momenti più difficili.
Marcello Ottaggi - Tutto ricostruito perfettamente: ambiente, costumi, atteggiamenti, persino i sapori... Storia biografica di Johnny Cash che trova in June Carter il completa-
mento. Film da premio per i valori umani, ma soprattutto
per la recitazione pefetta.
co doppio registro, in anni cosiddetti di rottura, ma che
nella durata storica si ricollegano a una religiosità ben più
radicata del folclore ereditato o inventato.
OTTIMO
Pierfranco Steffenini - Di film americani che hanno al centro
personaggi che, partendo dal nulla, grazie alla loro determinazione, ottengono successo nelle più disparate attività, attraversano momenti di crisi e poi trovano la forza di risorgere,
magari con l’aiuto di partner forti e fedeli, ne abbiamo visti a
iosa perchè appartengono in modo radicato alla concezione
americana della vita. Non sarebbe illogico provare, di fronte
all’ennesima riedizione del cliché, una crisi di rigetto? E invece no, perchè soggettisti e registi Usa sono bravi come nessun
altro a riproporci il canovaccio in chiave sempre nuova e
avvincente. Nel caso di Walk the line, una parte importante
della vita del cantante Johnny Cash è raccontata in modo
scorrevole e persuasivo, alternando vicende personali e pubblici successi, crisi esistenziali e approdi di serenità domestica.
Il film è poi valorizzato dall’interpretazione straordinaria del
protagonista, attore a me sconosciuto, ma di grande efficacia
espressiva e adesione totale al personaggio. Ma quello che me
l’ha reso più gradito è la splendida colonna sonora punteggiata da brani musicali qua e là preannunciati dal ritmo incalzante delle percussioni, con grande impatto emotivo.
Gioconda Colnago - Film stupefacente, realizzato con grande
maestria da James Mangold. Biografia accurata di Johnny
Cash, essere dotato di talento musicale superlativo, divenuto
celebre sebbene avesse dovuto fare i conti con un’esistenza travagliata sin da bambino. Lungimirante, ha voluto e saputo
essere inflessibile e con massima fiducia in se stesso ha messo
insieme tante cose (istinto, rabbia, solitudine, riscoperta religiosa), fare bene i conti, per “regolare” l’innata “sregolata”
genialità, nell’intento di vincere insieme la carriera dell’arte del
suono e della vita, nella quale ha immesso la facoltà, assoluta,
del suo sentire, e amore totale “per poter condividere tutto
con tutti”. Sia il ritmo narrativo sia quello musicale, producono effetti che prendono nel vivo l’anima e i sensi dell’ascolto.
Luisa Alberini - Una grande storia d’amore montata su una
bellissima colonna sonora. Prima c’è la rabbia mai smaltita
di un’infanzia infelice, il passaggio attraverso il tunnel delle
droghe, l’incomprensione della moglie e la fuga, zone di una
biografia che sembrano soltanto necessarie a preparare
quell’altra esistenza che non ha più niente di interessante da
dire. Un artista raccontato senza la forte sottolineatura dei
suoi successi, anzi guardato da vicino nella sua inconfessabile fragilità. E conosciuto soltanto dalla donna, a cui la vita
lo ha legato da un misterioso patto d’amore.
Giuseppe Gario - Sceneggiatori, regista e attori ci conducono con sapienza e finezza lungo la linea di confine che unisce la ricerca del padre e quella del Padre, della fede in sé e
della Fede, della felicità e dell’amore. Ma una linea può
anche separare e nella scena chiave del film il padre accusa
implicitamente il Padre di essersi preso il figlio migliore,
lasciando a Johnny la responsabilità di mostrare che ogni
persona è unica e che le valutazioni comparative servono
solo negli acquisti e nei concorsi.
La musica, protagonista, si sviluppa anch’essa su un armoni-
BUONO
Marcello Napolitano - Non amo le biografie, il materiale è
in genere troppo povero per essere realmente drammatico;
in tal caso l’autore è portato ad esaltare e mitizzare momenti
assolutamente ordinari di una vita privata. Questa biografia
non fa eccezioni, è la solita storia americana: lottare per i
propri ideali, contro il mondo che non capisce, eccetto una
bella ragazza che poi diventa la sposa felice. Debbo dire che
gli attori danno una buona prova anche come cantanti; la
regia è professionale; le canzoni belle, alcune addirittura trascinanti. Ma la catena logica e drammatica qualche volta è
interrotta (dal montaggio?): il protagonista senza denaro né
per telefonare né per il biglietto dell’autobus, nella scena
seguente riesce a comprare una bella casa sia pure in un
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posto sperduto. E la figura del padre avrebbe richiesto qualche dettaglio in più per non essere ridicola.
chi oltre al talento ha una grande passione che può portare
però a sgregolatezze a volte fatali.
Ugo Pedaci - I film musicali che ci provengono dagli USA
fanno parte di un filone ormai standardizzato: il protagonista di umili origini, la carriera sfolgorante, la ricchezza improvvisa, la inevitabile droga e quindi la morte o, in questo
caso, la resurrezione. Ci siamo ormai abituati. Nonostante
tutto il déjà vu, il film riesce a piacere sia per la colonna sonora che per la interpretazione dei due protagonisti. Il taglio
narrativo scelto è forse quello che lo distingue da altri film
simili. Il personaggio Johnny Cash sconta nella vita le sue
origini, la morte del fratello, un padre opprimente e, buona
ultima, una moglie da poco.
Ennio Sangalli - È un bun film hollywoodiano: ben costruito,
ben recitato, con un tema specifico americano: c’è sempre una
seconda chance e chi è di valore sa coglierla. Come Johnny
Cash. Una biografia è una raccolta di fatti avvenuti. Il regista
ne ha scelti alcuni per raccontare la storia di un idolo folk Usa
degli anni ’50, ’60 e oltre. Si parte dall’infanzia, dolorosa per
povertà e morte; poi il primo successo cui si sacrifica (forse)
tutto. La conseguente caduta, ma con la rinascita perché
cuore/passione/verità ti permettono di cogliere la seconda opportunità. E infine il “premio” che nel film è solo un augurio,
giacché non viene raccontato. Una storia USA. La storia è
semplice e funzionale alla tesi del regista. Musiche e interpreti
sono all’altezza del compito. Mi domando se film biografici su
idoli italiani sarebbero interessanti e belli come questo.
Michele Zaurino - È la musica la vera ed assoluta protagonista del film di J. Mangold non solo come espressione artistica ma soprattutto come mezzo per comunicare idee e sentimenti. Intorno a questo tema viene costruita la storia
d’amore tra il leggendario cantante country Johnny Cash e
June Carter che parte come sodalizio musicale ma continuerà fino a che morte non li separi molti anni dopo. Ogni
altro modo di costruire un canale di comunicazione con il
musicista è fallimentare anche per i problemi esistenziali che
fin dalla giovane età ne hanno fortemente condizionato il
carattere. Non si sfugge ai soliti cliché della vita maledetta
delle rockstar anche se il regista proprio utilizzando le parti
musicali ed in particolare i bei concerti dal vivo evita di appesantire troppo la parte narrativa. La storia si concentra in
un periodo piuttosto limitato della vita del cantante e si
conclude con il mitico concerto nella prigione di Folsom,
non tralasciando quindi una strizzata d’occhi anche ai temi
sociali.
Paola Carpano - Il film è molto piacevole perché le canzoni
sono belle sia per la musica che per i messaggi che trasmettono. Bravissimi i due interpreti. Nel mondo dello spettacolo, soprattutto di questo tipo, in cui si deve suscitare l’entusiasmo dei fans con una forte provocazione, sopravvive solo
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Piergiovanna Bruni - Una biografia simile a molte altre. È
la nascita del rock e della sua evoluzione con la musica
country come fase intermedia. I due protagonisti sono di
grande rilievo e danno valore al film.
DISCRETO
Carla Casalini - Premessa la mia “sordità” nei confronti del
genere musicale di cui Johnny Cash è un’icona, devo dire
che il film non è riuscito a trasmettermi il senso della totalità, della imprescindibile fatalità che probabilmente la
musica è stata nella vita del nostro eroe. Tutto sommato, mi
spiace anche che non sia stata offerta l’occasione di conoscere la sua vera voce.
Tullio Maragnoli - Della serie “genio e sgregolatezza”. La
vita del personaggio non è stata poi così meritevole da farne
un film simil-agiografico. A parte le canzoni per le quali
potevano bastare un po’ di cd. La benevola supervisione
dell’interessato la si è vista tutta.