tesi - Yalla Italia

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tesi - Yalla Italia
INDICE
INTRODUZIONE…………………………………………………………………...………7
CAPITOLO
1:
IL
MAROCCO
‫ﺓﻱﺏﺭﻍﻡﻝﺍ‬
‫ﺓﻙﻝﻡﻡﻝﺍ‬
Al
Mamlaka
al
Maghribiyya………………….……........................................................................14
1.1 INFORMAZIONI GENERALI……………………………………………………….14
1.2 ORDINAMENTO GIURIDICO…………………………………………………….15
1.3 UN PO’ DI STORIA…………………………………………………………………17
1.3.1 DA COLONIA AL DISEGNO DI ESPANSIONE TERRITORIALE…………………..... 17
1.3.2 GLI ANNI DI PIOMBO E LE PRESSIONI INTERNAZIONALI ...................................18
1.3.2.1 Le forme della repressione e le sue vittime………………..19
1.3.2.2 La logica repressiva del regime ..........................................20
1.3.2.3Porre fine all’impunità…....………...……………………….....21
1.4 MOHAMED VI E LE NUOVE SPERANZE DEMOCRATICHE…………………..22
1.4.1 IL NUOVO RE FRA CONTINUITÀ AUTORITARIA E APERTURE DEMOCRATICHE…….23
1.5 DIRITTI POLITICI E LIBERTÀ CIVILI………………………………………………..34
1.5.1L’INFORMAZIONE CENSURATA ...................................................................36
1.6 LA MINACCIA ISLAMISTA………………………………………………………..39
1.7 LA SOCIETÀ MAROCCHINA…………………………………………………….41
1
1.8 LA COMUNITÀ EUROPEA E IL MAROCCO……………………………….…...43
CAPITOLO 2: IL MURO MAROCCHINO NEL SAHARA OCCIDENTALE..............45
2.1 BREVE ANALISI GEOGRAFICA DELLA REGIONE………….…………………..59
2.2 IL SAHARA OCCIDENTALE: CENNI STORICI……………………………………59
2.2.1 LA SOCIETÀ SAHARAWI ORIGINARIA ..........................................................59
2.2.2DALLA
COLONIZZAZIONE
SPAGNOLA
ALL
PROCLAMAZIONE
DELLA
2.2.3REPUBBLICAARABA SHARAWI DEMOCRATICA (RASD)………………………63
2.3 ANALISI DEL CONFLITTO…………………………………………………………68
2.3.1ANALISIGIURIDICA……………………………………………………………69
2.3.1.1 Soggettività internazionale del Fronte Polisario. ...............69
2.3.1.2 L’applicabilità del principio di autodeterminazione…….70
2.3.2 ANALISI POLITICA DEL CONFLITTO…………..………………………………..72
2.3.2.1Motivazioni
del
Marocco……………………………………….72
2.3.2.2 La manipolazione algerina di Edouard Moha……...…… 78
2.3.2.3Rapporto tra Algeria e Marocco………..……………....…..82
2.3.2.4Contestointernazionale.........................................................83
2.4 IL PIANO DI PACE DEL 1991…………………………………………………….91
2.4.1CRITICHE AL PIANO…………………………………………………………..98
2.5IL MURO MAROCCHINO………………………………………………………...101
2
2.5.1LA SUCCESSIONE DEI SEI MURI…………………...……………………….….102
2.5.1.1 Gli obiettivi del muro ..........................................................103
2.5.2 LA SITUAZIONE ATTUALE………………………………………………….…104
2.5.3 IL SAHARA OCCIDENTALE E LE MINE…..…………………………………… 105
CAPITOLO
3:
LE
BARRIERE
DI
SEPARAZIONE
DI
CEUTA
E
MELILLA………………………………………………………………………………....105
3.1 INFORMAZIONI GENERALI………………………………………………………105
3.2 LA NORMATIVA COMUNITARIA IN MATERIA DI IMMIGRAZIONE………..111
3.2.1 IL PATTO EUROPEO SULL’IMMIGRAZIONE E L’ASILO.....................................115
3.2.1.1L’immigrazione per motivi economici……………………..116
3.2.2 IL CONTRASTO DELL’IMMIGRAZIONE NON LEGALE ......................................117
3.2.2.1 Il controllo delle frontiere.. .................................................117
3.2.3IL DIRITTO DI ASILO…………………………………………………………..119
3.2.4 MIGRAZIONE ESVILUPPO……………………………………………………120
3.3 INQUADRAMENTO GIURIDICO-INTERNAZIONALE DELL’IMMIGRAZIONE.121
3.3.1LE RACCOMANDAZIONI DELL’OIL…………………………………………..123
3.3.2IL ONSIGLIO D’EUROPA………..……………..………………………….….124
3.4 LA VIOLAZIONE DEI DIRITTI FONDAMENTALI NELLE DUE ENCLAVI…….…126
3.4.1LE DENUNCE DELLE ONG………… ........................................................128
CAPITOLO 4: UN MURO PARZIALEMENTE ABBATTUTTO, LA CONDIZIONE DELLA
DONNA…………………………………………………………………………….......127
3
4.1
LA
CONDIZIONE
DELLA
DONNA
NEL
MAROCCO
CONTEMPORANEO…………………………………………………………………..130
4.2 INTRODUZIONE AL DIRITTO MUSULMANO: LE FONTI……………………….130
4.3 LO STATUTO GIURIDICO DELLA DONNA IN MAROCCO………………….134
4.4 LE
DONNE
E
LE
MUTAZIONI
DELLA
FAMIGLIA
NEL
MAROCCO
CONTEMPORANEO…………………………………………………………………..136
4.5 CODICE DI FAMIGLIA MAROCCHINO……………………………………....137
4.6 LA PARTECIPAZIONE POLITICA FEMMINILE………………………………….143
4.7 LA RICERCA DI NUOVI SPAZI DI ESPRESSIONE: L’ASSOCIAZIONISMO
FEMMINILE……………………………………………………………………………...144
4.8 LE INNOVAZIONI DELLA MUDAWWANA…………………………………….147
CONCLUSIONI............................................................................................151
BIBLIOGRAFIA............................................................................................153
RINGRAZIAMENTI………………………………………….………………………….163
4
I muri tra vecchi alleati e l’altra parte
dell’Atlantico non possono esistere, i muri tra i paesi che hanno di più e
quelli che hanno di meno non possono resistere,
non possono resistere i muri tra le razze, le tribù,
gli immigrati e i nativi, tra cristiani, musulmani ed ebrei. (…)
il rischio del ventunesimo secolo è quello di
innalzare nuovi muri, (…) adesso è il momento di
costruire un nuovo ponte per affrontare le sfide del XXI secolo.
È necessario abbattere tutti i muri.1
Barak Obama
1
http://politica.excite.it/news/10808/il-discorso-di -Obama-a-Berlino-Basta -
Muri.
5
INTRODUZIONE
Fin dai tempi antichi, muri e muraglie sono state costruite per lo più per
impedire il passaggio di eserciti o di gruppi armati ostili, si ricorda la
Muraglia Cinese, il Vallo di Adriano, le mura di Costantinopoli e il Danevirke
(lungo il confine tedesco - danese). La successiva invenzione degli aerei
militari, dell’artiglieria a lunga gittata e dei missili, hanno reso le muraglie
difensive oggetti praticamente inutili dal punto di vista strategico militare.
Dopo la seconda guerra mondiale, i muri costruiti hanno l’obbiettivo di
impedire o ostacolare il passaggio di civili e non per arginare eserciti
belligeranti. La costruzione dei muri oggi è un argomento di forte dibattito,
viene da più parti sottolineato il senso di impotenza e di umiliazione dei
civili che vivono in una condizione di segregazione e isolamento dalle
proprie famiglie e comunità per motivi economici, ideologici, religiosi. I
così detti Muri della Vergogna sono sparsi un po’ per tutto il mondo, e
sebbene abbiamo assistito all’abbattimento del muro d Berlino, che
rappresentava la divisione del mondo in due blocchi distinti, assistiamo
anche alla costruzione di mura come quello in Cisgiordania tra Israele e
Palestina, il muro di Tijuana tra gli Stati Uniti e il Messico e di Nicosia per
dividere la Repubblica di Cipro (entrata nel 2004 nell’Unione Europea) da
Cipro Nord, la repubblica proclamata dai turco- ciprioti. Non si riescono a
risolvere dei problemi? Allora si ereggono delle barriere, talvolta tra due
nazioni, altre tra due piccoli comuni (Salergius e Quartucciu in provincia di
Cagliari nato per dividere una zona residenziale da una popolare) altre
invece nella stessa città per dividere un ghetto (via Anelli, zona altamente
6
frequentata da immigrati) dal resto delle strade cittadine(Padova2) o per
tentare di nascondere le bidonville come succede a Casablanca.
Accanto alle barriere fisiche troviamo quelle invisibili che ahimè sono
ancora più difficili da eliminare. Le barriere sociali che permettono una
convivenza, contraddistinta però dall’indifferenza, portano ad una bassa
mobilitazione sociale, ad una disintegrazione all’interno della comunità;
non si tratta solo dei barriere tra ricchi e poveri, ma anche tra etnie e tra i
generi. Le barriere sociali sono il risultato di sensazioni di e presentimenti,
della cultura, della religione, di vecchi rancori ma anche di scelte politiche.
Esistono poi delle barriere create dai singoli soggetti, appartenenti a
sottogruppi all’interno della società, che pongono l'accento sulla loro
diversità, o appartenenza ad un gruppo creando barriere che li dividono
dal resto della società. Se più frequenti contatti potrebbero generare un
numero più elevato di possibili dispute è indispensabile, in un mondo a più
civiltà, come lo stesso Samuel Huntington scrive, accettare la diversità e
cercare le comunanze.3 Il dialogo tra le parti non è quindi precluso e
l’invigorimento dei propri valori costitutivi ha lo scopo non di promuoverne
l’universalizzazione, che risulterebbe antiproduttiva ed irrealizzabile, ma ha
piuttosto un carattere difensivo, cioè di mantenimento, e non di
imposizione, delle proprie radici e della propria identità in mezzo alle altre.
È così che gli immigrati prediligono vivere all'interno della loro comunità
creata nel luogo in cui migrano, è così che si individuano soggetti che si
nascondono dietro degli scudi, creati perché basati su una logica di credo
e fede, ma che a mio avviso non sono altro che delle barriere.
È affascinante la contraddizione di questa globalizzazione, che ha creato
quello che Marshall McLuan definisce villaggio globale, che da un lato
avvicina le
distanze, accorcia i tempi, favorisce la comunicazione, ci
P. Beltramin, Immigrati e violenze. Padova alza un muro,
htto://www.corrieredellasera.it, 10 agosto 2006.
3
N. Raffo, Conoscere Huntington per salvarsi dallo scontro di civiltà,
L'occidentale,
maggio
2007,
http://www.loccidentale.it/autore/nadia+raffo/conoscere+huntington+per+salvar
si+dallo+scontro+di+civilt%C3%A0.001959
2
7
permette di raggiungere in tempi brevi l’altra parte del mondo; dall’altro
invece allontana la realtà quotidiana, crea dei muri che impediscono il
contatto genuino
laddove c’era sempre stato. A
mio parere,
la
globalizzazione ha creato delle metropoli perfettamente collegate, ma
che al loro interno i singoli quartieri sono caratterizzati da divisioni, barriere
e ponti difficili da costruire.
La logica dei muri fisici entra in una logica di difesa, per allontanare il
nemico o perlomeno di impedirgli l’accesso nel nostro territorio. Il nemico
che vuole attaccare, non sempre porta con se delle armi, talvolta ha solo
un carico di speranza, la speranza di poter condividere, la ricchezza dei
paesi ricchi. Questa speranza gli viene negata dalle barriere come quelle
di Ceuta e Melilla, e degli USA.
Questo lavoro si propone di analizzare i muri del Marocco, ovvero, le
barriere fisiche e sociali del Paese. C’è da dire che digitando muro della
vergogna in un qualsiasi motore di ricerca online, i risultati sono
innumerevoli e non nascondo il mio stupore alla scoperta di così tante
barriere di separazione per il mondo. La scelta ricade, però, sul Marocco,
a causa dell’attaccamento alle mie radici, e da un senso di colpa
derivante dalla mia ignoranza su questioni relative al mio paese di nascita.
L’analisi delle barriere marocchine, potrà essere una chiave di lettura per
tutti i muri disseminati nel globo, e permetterà di delineare l’evoluzione del
paese, di descrivere in un certo senso le riforme e i cambiamenti. Ci sono
molti modi per descrivere un paese in divenire, tanti punti di vista diversi
che arricchiscono il dibattito ed altrettante versioni ufficiali che a volte
distorcono la verità. In questo lavoro, sono stati adottati come punti di vista
privilegiati le dinamiche, interne ed esterne, che si sono prodotte nel
Marocco per descrivere le istituzioni e le scelte politiche che il paese
indipendente ha adottato nella sua transizione verso la modernità, verso la
costruzione e l’abbattimento dei muri della nazione. In questo senso, la
forza del cambiamento si percepisce dalla capacità del sistema politico di
saper
coinvolgere tutti e tutte nelle scelte, di riconoscere che ogni
soggetto è prima di tutto un cittadino portatore di diritti e di libertà
8
universalmente tutelate dall'esercizio arbitrario del potere e di saper
vedere nella diversità, il motore del progresso piuttosto che un pericolo per
la stabilità.
La tesi è stata così sviluppata: nel primo capitolo si eseguirà un’analisi
generale del paese, per poter comprendere le dinamiche interne, tanto
sociali e politiche, e
quelle esterne che hanno portato a determinati
cambiamenti o prese di posizione. Si porrà l’accento sugli anni di piombo,
e sulla relativa violazione dei diritti fondamentali, sui diritti negati, sui
cambiamenti
rappresentano
apparentemente
democratici
i classici cambiamenti
ma
che
in
realtà
di facciata che servono a
mantenere l’assetto politico e sociale vigente. Nel secondo capitolo,
avremo la delineazione del conflitto del Sahara Occidentale, un’iniziale
analisi storica, seguita da una politica e giuridica, con l’obbiettivo di
delineare la posizione delle parti. L’analisi del conflitto si muoverà su due
piani distinti, e non necessariamente compatibili, ovvero su quello giuridico
e politico. Sul piano più strettamente giuridico, si esige una doppia
riflessione: la prima riguarda la natura giuridica del movimento Saharawi,
l’altra
concerne
l’effettiva
applicabilità
del
principio
di
autodeterminazione al popolo Saharawi ed alle soluzioni che possono
apprestarsi.4 Per quanto riguarda la soggettività internazionale, il parere
della
dottrina non è unanime. Una parte ritiene che non possa essere
revocata in dubbio la soggettività internazionale del fronte Polisario. Tale
conclusione
risulterebbe
supportata
dal
diritto
internazionale
consuetudinario, secondo cui, i movimenti di liberazione nazionali sono
configurabili come soggetti
se esercitano in modo effettivo poteri
d’imperio su un area territoriale ben determinata. Nel caso di specie, detta
soluzione può ritenersi avvallata perché il Fronte ha il pieno controllo di una
piccola regione dell’Algeria (che supporta il movimento), perché ha
concluso un accordo con la Mauritania nel 1979 e perché l’Assemblea
Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara
occidentale, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008.
4
9
Generale lo ha ammesso alle sessioni in cui affronta il problema del Sahara
Occidentale.
Altra parte della dottrina, sostiene che tali considerazioni
non siano sufficienti a fondare la soggettività internazionale
movimento
di
liberazione.
Un’analisi
più
profonda
mostra
del
come,
l’indipendenza del Fronte non è effettiva ma fortemente condizionata da
Algeri. Inoltre la partecipazione all’Assemblea Generale, è prevista
unicamente per le sessioni riguardanti il Sahara Occidentale, senza il diritto
di voto, ovvero non gli viene riconosciuto la pienezza dei diritti
normalmente attribuita ai soggetti di diritto internazionale.5
La dottrina ha, però, raggiunto una posizione comune: escludere
l’esistenza di uno stato, la Repubblica Araba Saharawi Democratica,
proclamata dal Fronte Polisario nel 1976, poiché essa difetta
degli
elementi dell’effettività e dell’indipendenza, ossia della soggettività
internazionale6. Nell’analisi politica del conflitto si è cercato di delineare le
posizioni delle parti, attraverso la tesi di studiosi quali Attilio Gaudio e
l’interpretazione di determinati avvenimenti storici. È importante vedere
come in questo conflitto in realtà, le parti coinvolte sono ben molto di più
di quello che sono in apparenza. Si ricorda che il conflitto è il risultato del
processo di decolonizzazione, del passaggio di consegna dalla Spagna al
Marocco del territorio attraverso la Conferenza di Madrid, alla quale
risultavano favorevoli paesi come la Francia, per molteplici ragioni. Il mero
fatto che si tratti del Marocco, di un paese amico dell’Occidente, ha poi
effettivamente bloccato quelle che potevano essere le risoluzioni
dell’ONU. In questo capitolo si pone inoltre l’accento sulla violazione dei
diritti dell’uomo, sulle violenze perpetrate e sulla costruzione del muro
disseminato da mine antiuomo.
Nel terzo capitolo le barriere di separazione in oggetto sono quelle delle
città enclavi spagnole: Ceuta e Melilla. Nate per cercare di limitare
l’ondata migratoria sono state progettate e costruite dalla Spagna; il
Ibidem.
Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara
occidentale, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, cit. p.9.
5
6
10
prezzo, di 30 milioni di euro, è stato pagato però dalla Comunità Europea.
Queste barriere rappresentano una sorta di divisione tra il mondo ricco e
quello povero, sono come un ponte levatoio che si abbassa solo per far
entrare gli ospiti desiderati nel castello dei signori in Europa, e che lascia
fuori la plebe africana. I guardiani del castello però non agiscono sempre
nella legalità, non sempre rispettano il diritto alla vita; in passato hanno
sparato, ucciso e deportato in zone desertiche abbandonando a se stessi
questi poveri forestieri. Il fatto ancora più preoccupante, è che anche
coloro che potevano essere considerati profughi e rifugiati, si sono visti
negare questo diritto senza che venisse analizzato il loro caso. In questo
capitolo si analizza la legislazione comunitaria e l’inquadramento giuridico
internazionale
riguardante
le
migrazioni,
gli
strumenti
internazionali
riguardanti il diritto di asilo, le convenzioni e raccomandazioni dell’OIL, la
violazione dei diritti fondamentali nelle due enclavi e le denunce delle
ONG.
Nel quarto e ultimo capitolo si tratterà di un muro sociale parzialmente
abbattuto: la condizione della donna. Parzialmente abbattuto, in quanto,
è vero sì che le riforme sono state fatte, e che la donna gode di diritti
maggiori rispetto al periodo antecedente, ma è anche vero che manca
una reale diffusione ed effettività nelle zone rurali, lontani dei centri
moderni e tra i ceti più bassi. La donna è soggetta a un duplice statuto
giuridico, che distingue tra spazio pubblico, nel quale vige una legislazione,
di stampo moderno e democratico, che sancisce l’uguaglianza di tutti i
cittadini, e uno spazio privato, retto da norme di ispirazione religiosa e
sicuramente tradizionale, nel quale la donna ha diritti e doveri diversi
dall’uomo. Si capisce ora il perché le donne vivono in Marocco una
doppia situazione davanti al diritto: sono soggetti autonomi e maggiorenni
nello spazio pubblico, ma dipendenti e minorenni in quello privato. Questo
accade perché lo spazio pubblico si ispira ai principi della democrazia e
della modernità per i quali le donne sono responsabili e uguali agli uomini.
Al contrario, i rapporti privati si inscrivono in una concezione di ispirazione
religiosa, che consacra l’ineguaglianza reale delle donne nella società e
11
nel suo nucleo di base, la famiglia. Per poter al meglio comprendere
questo duplice statuto giuridico riconosciuto alla donna, bisognerà
innanzitutto delineare le peculiarità del diritto musulmano, a partire dalle
stesse fonti legislative.
Considerata la specificità e la complessità dei vari temi,
la ricerca
bibliografica è stata condotta non solo presso la biblioteca di studi
giuridici, storici, politici e sociali dell'Università di Perugia, ma anche nelle
biblioteche specializzate del centro studi Amilcar Cabral di Bologna,
l'Istituto pontificio di studi arabi e d'islamistica (PISAI) di Roma. Le opere di
carattere generale esaminate sono state importantissime per capire i
delicati equilibri postcoloniali in particolare nel mondo arabo. I testi
riguardanti più specificatamente il Marocco, comprendono sia opere
scritte
direttamente
dai
protagonisti
del
tempo
(come
Option
revolutionaire au Maroc di Medi Ben Barka e Le verità del Marocco di
Moumen Diouri) che studi più recenti, importanti per descrivere l'evoluzione
del sistema politico e il suo rapporto con l'Islam (un'opera fondamentale è
Monarchie et islam politique au Maroc di Mohamed Tozy, politologo
marocchino fra i più esperti conoscitori dell'impatto dell'Islam sulle
trasformazioni sociali).
Per quanto riguarda la documentazione, la reperibilità dei testi non è stata
facilissima; per la questione del Sahara Occidentale e Ceuta e Melilla,
grandi quantità di materiali sono resi disponibili grazie al ruolo attivo svolto
dalle associazioni di solidarietà e cooperazione internazionale.
Per la
questione della donna ci si è basati molto su dossier ed articoli giornalistici.
Un'importante fonte primaria sono state le riviste specializzate come
Maghreb Machrek7, Afriche e Orienti8 e Confluences Mediterranée9 e lo
Rivista bimestrale di studi generali sul mondo arabo. Pubblicata a partire
dal 1964 presso Institut Choiseul pour la politique internationale et la
géoéconomie di Parigi.
8
Rivista trimestrale nata nella primavera 1999 per iniziativa di un gruppo di
studiosi e giovani ricercatori riuniti nell'Associazione afriche e orienti. Pubblicata da
AIEP Editore della Repubblica di San Marino.
9
Rivista trimestrale creata nel 1991 da un gruppo di universitari, giornalisti ed
7
12
sfoglio della stampa periodica in lingua francese, come Maroc Hebdo
International10, Le Journal Hebdomadaire11 e Le Monde Diplomatique12;
sopratutto per quanto riguarda l'approfondimento della politica di
Mohamed VI che, data la strettissima attualità, manca ancora di una
produzione letteraria specifica.
appassionati delle questioni politiche e culturali dei paesi del bacino
mediterraneo. Edita a Parigi da L’Harmattan.
10
Rivista settimanale d'informazione generale, politica, sociale ed economica
marocchina, creata da Mohamed Selhami a Casablanca a partire dal novembre
1991.
11
Settimanale di informazione generale sul Marocco fondato il 17 novembre
1997 da Aboubakr Jamai più volte censurato dalla monarchia per l'autonomia
ricercata e sostenuta nella sua linea editoriale.
12
Mensile di informazione sulle questioni internazionali “con una visione critica
di ciò che spesso rimane nell'angolo morto della stampa”. Nata a partire dal 1954
all'interno del quotidiano francese Le Monde, diventa completamente
indipendente da esso nel 1996 sotto la direzione di Ignacio Ramonet.
13
CAPITOLO 1
MAROCCO ‫ﺓﻙﻝﻡﻡﻝﺍ ﺓﻱﺏﺭﻍﻡﻝﺍ‬
Al -Mamlaka al-Maghribiyya
Al Maghrib
Fig.1 fonte: http://www.lonelyplanet.com/maps/africa/morocco/
1.1 Informazioni generali.
Il Marocco è uno stato dell' Africa settentrionale situato nella parte
occidentale della regione definita anche come Maghreb. Le sue coste
sono bagnate dal Mar Mediterraneo nella parte settentrionale, e
dall'Oceano Atlantico in tutto il tratto ad ovest dello stretto di Gibilterra. I
14
confini terrestri sono con la sola Algeria, ad est e sud-est, e con il territorio
del Sahara Occidentale a sud13. Si contano all’interno del territorio anche
quattro enclave spagnole nella parte affacciata sul Mediterrano: Ceuta,
Melilla, Peñón de Vélez de la Gomera, Peñón de Alhucemas. Anche le
isole Chafarinas sulla costa del Mediterraneo, 45 km ad est di Melilla,
appartengono alla Spagna, così come le Isole Canarie al largo del lembo
più meridionale della costa atlantica del Marocco. In fine l'isola Perejil, uno
scoglio disabitato presso lo stretto di Gibilterra, è tutt'ora disputato tra
Marocco e Spagna. Buona parte delle coste marocchine sono bagnate
dall'Oceano Atlantico, ma estendendosi anche oltre lo Stretto di Gibilterra
si affacciano anche sul Mar Mediterraneo14.
1.2 Ordinamento giuridico
La Costituzione marocchina è l'apologia del successo politico del re e la
sua istituzionalizzazione come Amir al Mu'minin, capo dei credenti perché
diretto discendente del Profeta Maometto, e considerato anche capo
politico e capo delle forze armate. In qualità di capo politico può a sua
discrezione
sospendere
la
costituzione,
sciogliere
il
parlamento
e
convocare nuove elezioni; inoltre, ha poteri esecutivi, non c'è separazione
dei poteri perché è lo stesso re che delega i tre poteri a delle autorità che
fanno riferimento direttamente a lui, ha il potere di nomina e revoca del
primo ministro e dei ministri che non chiedono la fiducia alle Camere (il
bicameralismo viene introdotto con le riforme costituzionali del 1996), che
sono però direttamente responsabili di fronte al re, dispone del diritto di
veto legislativo. Il re soprattutto ha il potere di proclamare, in base all'art.
Calendario Geografico De Agostini, Istituto Geografico De Agostini, 2009,
Novara, p. 749.
14 Op. cit., p. 959
13
15
3515, lo stato d'eccezione che conferisce al monarca tutti i poteri necessari
per ristabilire il normale funzionamento delle istituzioni16. Inoltre grazie all'art.
3 è vietato il partito unico in favore di un sistema pluripartitico di facciata.
Il potere esecutivo è detenuto dal palazzo (cioè dal re e dai suoi
consiglieri) e dal governo. Il re presiede il consiglio dei ministri, nomina il
primo ministro dopo le elezioni legislative dietro la consultazione della
maggioranza parlamentare, nomina i ministri su consiglio del primo ministro,
revoca i ministri a sua discrezione e può, sempre a sua discrezione, dirigere
per Dahir (regio decreto). Il primo ministro dirige il governo e coordina
l'attività dei ministri, anche arbitrandone le divergenze; controfirma i Dahir
ed esercita il potere regolamentare (i regolamenti sono controfirmati dai
ministri incaricati dell'attuazione); può emanare decreti-legge su delega
del parlamento per oggetti determinati e durata limitata.
Il potere legislativo è prerogativa della Camera dei rappresentanti, Majlis
al-Nuwab, composta da 325 deputati eletti ogni 5 anni a suffragio
universale, e dalla Camera dei consiglieri, Majlis al-Mustacharin, composta
da 270 seggi rinnovati a elezione indiretta per un terzo ogni 3 anni.
A
partire dalle ultime revisioni costituzionali del 1992 e 1996, il parlamento ha
visto progressivamente aumentare i suoi poteri di controllo: infatti, oltre alla
funzione legislativa, può votare il bilancio del regno, può costituire
commissioni d'inchiesta sull'operato del governo e può far cadere il
governo con una mozione di sfiducia.
L'ordine giudiziario è indipendente, i giudici della Corte Suprema sono
nominati dal sovrano. Negli ultimi anni sono state create diverse
Articolo 35: In caso di minaccia dell'integrità del territorio nazionale, o nel caso
in cui si
producano avvenimenti suscettibili di mettere in discussione il
funzionamento delle istituzioni costituzionali, il re può, dopo aver consultato i
presidenti delle due camere e aver indirizzato un messaggio alla nazione,
proclamare, attraverso decreto reale, lo stato d'eccezione. Egli è abilitato,
nonostante tutte le disposizioni contrarie, a prendere le misure necessarie per
imporre la difesa dell'integrità territoriale e il ritorno al funzionamento normale
delle istituzioni costituzionali. Lo stato d'eccezione viene cessato nelle stesse forme
con il quale viene proclamato.
16 M. Oliviero, Il costituzionalismo dei paesi arabi. Le costituzioni del Maghreb,
Giuffrè editore, Milano, 2003, pp. 52-59.
15
16
magistrature specializzate, di ispirazione codicistica e non coranica. 17
1.3 Un po’ di storia.
1.3.1 Da colonia al disegno di espansione territoriale.
Il Marocco viene incluso nel Protettorato francese dal 1912 (a parte alcuni
territori occupati dalla Spagna). L’indipendenza è stata acquisita nel 1956,
anno in cui si riuscì ad arrivare ad una soluzione negoziale in quanto la
Francia era impegnata nelle crisi d'Algeria e d'Indocina. Il riconoscimento
franco-spagnolo dell'indipendenza del Marocco non fu tout court ma
alcune città ne restarono fuori. Tangeri fu restituita alla sovranità
marocchina alla fine del 1956, mentre per Tarfay si dovette aspettare il
1958.18 Nel 1957 Mohamed Ibn Yusuf divenne re con il nome di Mohammed
V. Quando morì nel 1961 gli succedette il figlio con il nome di Hassan II. Tra
il 1958 e 1959, l'esercito del Marocco combatté le cosiddette guerre del Rif
(sulle montagne del Rif) contro le tribù berbere e ribelli che si opponevano
al governo della dinastia Alaouita. Le sommosse furono represse
violentemente, causando migliaia di vittime. L'impronta autoritaria del
nuovo re si manifestò con la promulgazione del primo testo costituzionale
ottriato del Marocco indipendente19.
Nel 1963 le dispute territoriali portarono alla cosiddetta guerra della sabbia
con l'Algeria. Il conflitto scoppiò a causa di un contenzioso per le zone di
frontiera di Bechar e Tindouf. L'8 ottobre del 1963 l'esercito algerino
Ibidem.
H. Misk, Breve storia del colonialismo francese e spagnolo in Marocco, Edizioni
Associate, 2006, Roma, p.46.
19 Il testo fu scritto con l'aiuto di costituzionalisti francesi che furono fra gli artefici
nel 1958 del nuovo testo fondamentale della V Repubblica di De Gaulle.
17
18
17
attaccò a sorpresa alcune guarnigioni marocchine disposte lungo il
confine. Come difesa le Forze Armate Reali di Hassan II risposero al fuoco e
lanciarono una potente controffensiva, ma l'intervento dell'Organizzazione
dell'Unità Africana impose il cessate il fuoco.
1.3.2 Gli anni di piombo e le pressioni internazionali.
Gli anni di piombo rappresentano un lungo periodo nella storia
contemporanea del Marocco. Gli anni di piombo possono essere
circoscritti al regno di Hassan II (1960-1999) sebbene non esista un
consenso generalizzato sulle date di inizio e termine, infatti secondo altri la
data più indicativa sarebbe il 1956, anno in cui il Marocco ha conquistato
l' indipendenza (sotto Mohammed V). Gravi violazioni dei diritti umani sono
state commesse da un regime che, a dispetto di una facciata di
multipartitismo, ha sistematicamente perpetrato una politica di energica
repressione di qualsivoglia oppositore
con il suo corollario di sopruso e
perfino di barbarie d’altri tempi.20 La repressione toccò la sua punta
massima negli anni '60, ma è continuata nel tempo affievolendosi di
intensità almeno fino agli inizi degli anni '90, quando la fine della Guerra
Fredda provocò uno sconvolgimento degli equilibri politici e strategici
precedenti, con una maggiore pressione diplomatica esercitata sul paese
dagli Stati Uniti e dai paesi della Comunità Europea. Gli anni '90 hanno visto
un lento ma decisivo miglioramento del clima politico e della situazione
dei diritti umani in Marocco e, con l' ascesa al trono di Mohammed VI nel
1999, il cammino delle riforme ha ripreso vigore21.
F. El Bouih, A. Zrikem, A. El Ouadie, N. Saoudi (a cura di E. Batulli), Sole nero. Anni
di piombo in Marocco, Mesogea, 2004, cit. p. 263
21 Ibidem.
20
18
1.3.2 Le forme della repressione e le sue vittime.
Durante gli anni di piombo i dissidenti furono arrestati, giustiziati e molti di
loro fatti scomparire, furono chiusi giornali e messi al bando libri. Le ONG
hanno definito queste violazioni crimini di Stato e crimini contro l’umanità:
migliaia di detenuti politici, centinaia di scomparsi (circa millecinquecento
secondo alcune organizzazioni per i diritti umani); bagni penali medievali
come Tazmamart, centri illegali di tortura sistematica come Derb Moulay
Chérif o Dar El Mokri; eliminazione fisica dei leader politici, tortura
sistematica degli oppositori (molti dei quali persero la vita), smisurata
repressione delle masse (rivolta del 23 marzo 1965, moti del giugno 1981 a
Casablanca, del 1984 a Marrakech e del 1994 a Tétouan), processi politici
iniqui22. Gli elenchi ufficiali delle vittime degli anni di piombo non si
rivelerebbero del tutto attendibili, in quanto le sparizioni e le uccisioni
politicamente mirate erano all’ordine del giorno. Inoltre, anche molti che
non erano coinvolti direttamente in movimenti di opposizione, sono stati
vittime di detenzioni arbitrarie e torture.
L’invasione del Sahara, nel 1975, provocò un deciso rinvigorimento del
sentimento nazionalista che servì a raffreddare la tensione politica interna
ma nel frattempo, nel Sahara Occidentale, operavano indisturbati gli
squadroni della morte, facendo registrare migliaia di uccisioni e sparizioni
tra le file della resistenza Sahrawi. Successivamente, grazie alle pressioni
internazionali, il re liberò oltre 2.000 oppositori politici, e nel 1994, dopo
averlo graziato, permise il ritorno nel paese ad uno dei suoi principali
oppositori politici, il socialista Mohamed Basri.
F. El Bouih, A. Zrikem, A. El Ouadie, N. Saoudi (a cura di E. Batulli), Op. cit., p.
263
22
19
1.3.3 La logica repressiva del regime.
I molteplici apparati repressivi del sistema regolato dal Makhzen23
disponevano, nella pratica, di una vera e propria carta bianca che
consentiva loro di agire in completa impunità, anche al di fuori della
legalità. Il fine ultimo consisteva nel mettere a tacere e/o domare
qualunque forma di opposizione al regime. Ha lungamente fatto parlare di
sé il caso del leader della sinistra Mehdi Ben Barka, sequestrato dagli
uomini di Hassan II (con la complicità di alcuni elementi dei servizi segreti
francesi) nel pieno centro di Parigi, il 29 ottobre del 1965, e in seguito
torturato e assassinato. Ancora oggi il suo dossier non è stato chiarito. Un ex
agente della polizia politica, Boukhari, sostiene che il corpo di Ben Barka sia
stato sciolto nell’acido a Dar
El Mokri.
I reclusi del bagno penale di
Tazmamart (una caserma situata a sud dell’Alto Atlante), i rivoltosi
responsabili dei due tentativi di colpo di stato militare, i tre fratelli Burequat
furono costretti a condizioni orribili, a un trattamento d’altri tempi: celle
singole anguste ed eternamente buie, isolamento totale dagli altri
detenuti,
clima
inclemente
(inverno
freddissimo
e
estate
torrida)
comportamento ostile dei guardiani, alimentazione infetta e insufficiente.24
La repressione non era rivolta soltanto verso coloro che si opponevano al
regime, ma le vittime potevano essere anche i famigliari di quest’ultimi. La
famiglia del generale Oufkir (la moglie, i suoi sei figli, una cugina e la
governate dei bambini) ha subito i tormenti di un sequestro. La loro colpa
era di essere i famigliari di Oufkir, il generale che aveva tradito il re
fomentando un colpo di stato nel 1972. Vennero rilasciati ben dopo 19
anni, in seguito a una mediazione condotta a livello internazionale.25 La
famiglia Manouzi, della quale il padre Ali e alcuni dei suoi figli erano
Makhzen: è il nome con il quale si definisce l’organizzazione del sistema politico
vigente in Marocco.
24 Ibidem.
25 F. El Bouih, A. Zrikem, A. El Ouadie, N. Saoudi (a cura di E. Batulli), Op. cit., p.
265
23
20
membri
dell’Unione
nazionale
delle
forze
popolari
(UNFP,
partito
d’opposizione), nel 1970 vide arrestare e sottoporre a tortura ben 18 dei
suoi componenti, a Derb Moulay Chérif. Nel 1973, al suo secondo arresto,
Ali Menouzi racconta di essere stato condotto da Derb Moulay Chérif a El
Korbes (hangar dell’aereoporto Anfa di Casablanca). Ognuno dei quattro
hangar conteneva un migliaio di detenuti con gli occhi bendati e le
manette ai polsi. Il più giovane aveva 14 anni, il più anziano era un
centenario. Tutti presentavano i postumi della tortura, molti morirono in
quelle condizioni. Uno dei figli di Ali venne rapito in Tunisia nel 1972 e in
seguito dichiarato scomparso.26
1.3.4 Porre fine all’impunità.
All’inizio
degli
anni
Novanta
il
regime
aveva
deciso,
grazie
soprattutto
ad
una
pressione
internazionale,
di
voltare
pagina,
liberando
la
maggior
parte
dei
detenuti
politici
e
impegnandosi
nella
logica
del
rispetto
dei
diritti
umani.27
Ma
al
contempo
si
esigeva
che
i
marocchini
rinunciassero
a
chiedere
che
i
colpevoli
delle
gravi
violazioni
di
diritti
umani
venissero
condannati,
e
che
le
vittime
della
detenzione
arbitraria
o
della
sparizione
forzata
si
accontentassero
dell’indennizzo
economico
che
era
stato
loro
promesso.28 Sotto
processo,
in
fondo,
non
sono
degli
uomini,
ma
un
intero
sistema,
un
modo
di
governare,
di
considerare
il
cittadino
e
i
suoi
diritti.29
Ibidem.
F. El Bouih, A. Zrikem, A. El Ouadie, N. Saoudi (a cura di E. Batulli), Op. cit., p.284
28 F. El Bouih, A. Zrikem, A. El Ouadie, N. Saoudi (a cura di E. Batulli), Op. cit., p.
285
29T. Ben Jelloun, New deal Marocco, http://espresso.repubblica.it/dettaglioarchivio/1301509
26
27
21
1.4 Mohamed VI e le nuove speranze democratiche
Dal momento in cui sono state introdotte alcune riforme politiche tese a
incanalare le molteplici forze e tensioni interne, ci fu un aumento
vertiginoso della
mobilitazione della società civile.
Si cercò infatti di
garantire l’integrazione dei partiti d’opposizione nel sistema di governo e di
modificare l’assetto costituzionale in base ai profondi cambiamenti
avvenuti nel paese.
Nel 1998 fu inaugurata una nuova fase politica, definita di alternanza,
quando Abraham Youssufi, leader socialista diventò primo ministro, non
prima però che venisse approvata nel
1996 una vasta riforma
costituzionale con l’appoggio delle principali formazioni politiche. La
nuova Costituzione esprime in una certa maniera anche la spinta
progressista sollecitata dai diversi movimenti per i diritti umani nella
trasformazione della società e il loro tentativo di aprire un profondo
percorso democratico capace di conquistare nuovi diritti di cittadinanza in
contrapposizione alla condizione di suddito, conseguenza del potere
autoritario. Il testo per la prima volta, fa riferimento esplicito alla tutela dei
diritti dell'uomo e comprende alcune importanti riforme come la creazione
di un ministero specifico e l’istituzione del CCDH (Conseil Consultatif des
Droits de l'Homme).
Il 23 luglio 1999 muore Hassan II e, in base al principio di ereditarietà del
trono, il suo posto viene preso dal figlio Mohamed VI. La sua giovane età
stimola diverse speranze fra la popolazione che riconosce in lui la possibilità
di nuove aperture così necessarie ad un paese in profondo cambiamento.
Inoltre il suo ostentato attaccamento ai diritti dell'uomo e il continuo
riferimento ai disoccupati, poveri ed analfabeti, rendono la sua figura
molto più vicina alla popolazione di quanto lasciava credere Hassan II e la
sua retorica elitaria. Le speranze e le aperture emerse con la successione
trovano sin da subito un difficile banco di prova in quanto il nuovo re si
deve affrontare un nuovo ciclo di lotte
nel Sahara Occidentale che
22
prende il nome di Intifada Saharawi.
I moti esplosi, a partire dal 1999, hanno evidenziato una realtà sociologica
estremamente complessa nelle province del Sud marocchino. Molti
giovani, partendo da una condizione materiale di malessere sociale che
non trovava risposte se non nell'ordine pubblico e nella gestione del
territorio,
hanno
rivendicazioni
spostato
sull'aspetto
progressivamente
identitario,
l'obiettivo
con
un
delle
richiamo
loro
netto
all'indipendenza e all'autodeterminazione. Il tutto portò il Polisario a
guardare con interesse il suddetto movimento spontaneo, fino ad
appoggiarlo
apertamente
come
nelle
dimostrazioni
del
2005.
Contemporaneamente è emersa anche l’importanza di una nuova classe
dirigente saharawi che è riuscita a costruire la sua forza e ricchezza
attraverso la concessione e lo sfruttamento delle risorse naturali del
territorio in collusione con il potere politico-militare del Makhzen. Questi
ricchi notabili giocheranno un ruolo chiave nel progetto di larga
autonomia che la monarchia ha presentato all’ONU nel tentativo di dare
una svolta alla paralisi del processo di pace senza ricorrere al referendum
d’autodeterminazione invocato dal Polisario. Anche se la proposta di
autonomia è evidentemente contraria alle regole internazionali che
riguardano la decolonizzazione, appare però realizzabile se si considerano
i grandi interessi economici emersi con le recenti esplorazioni petrolifere e
la necessità di stipulare dei contratti di licenza internazionalmente validi
con un territorio non autonomo.
1.4.1 Il nuovo re fra continuità autoritaria e aperture democratiche.
Dagli anni '90 il campo politico marocchino è stato attraversato da
modifiche
di
atteggiamento
diversa
della
natura
che
monarchia
lasciano
verso
una
presagire
possibile
un
nuovo
apertura
all'integrazione dei valori democratici. Su questi possibili cambiamenti ha
23
influito non solo un palcoscenico internazionale profondamente cambiato
dopo il crollo del muro di Berlino, ma anche le tensioni interne esplose
attraverso la mobilitazione della società civile su diverse forme di
contestazione del potere politico. Il processo di evoluzione politica interno
che grazie alla questione del Sahara Occidentale aveva avvicinato tutte
le principali forze del paese attorno alla monarchia, prosegue quindi il suo
percorso su alcune importanti modifiche istituzionali, politiche e giuridiche
che Hassan II ha introdotto per preparare il regno alla successione. Con
successione, non si vuole intendere il solo passaggio di trono fra Hassan II e
suo figlio Mohamed VI, quanto piuttosto un lungo percorso di transizione
politica verso la modernità che fino all'ultimo decennio del vecchio
monarca è stato neutralizzato dalla condotta di dirigenti politici e
funzionari makhzenizzati che hanno preferito conservare il sistema
tradizionale autoritario piuttosto che democratizzarlo30.
La possibilità di questo cambiamento è divenuta in parte possibile grazie al
verificarsi di due importanti presupposti: l'accettazione da parte di tutti i
soggetti politici dell'utilità di un processo riformista che non rimetta in
discussione in maniera drastica la distribuzione attuale del potere e la
fiducia nel costituzionalismo come metodo per fissare questi equilibri. Il
riformismo auspicato, lento e progressivo, nasce quindi da una nuova
relazione fra opposizione e monarchia, caratterizzata da mutue garanzie
vitali per ognuna delle due parti, per ridefinire nuove regole che governino
l'esercizio del
potere all'interno di un nuovo quadro costituzionale. Un
patto politico di non belligeranza, mai esplicito ma che viene consolidato
negli anni '90 quando le forze d'opposizione hanno registrato una profonda
trasformazione
nel
ridefinire
nuove
prospettive
strategiche
che,
abbandonando definitivamente l'opzione golpista, permettano di arrivare
al governo. La spinta verso un nuovo quadro costituzionale capace di
garantire un nuovo equilibrio degli interessi politici che contempli anche la
M. Mouaquit, (a cura di A. Baldinetti), Cambiamento politico, società civile e
globalizzazione: il caso del Marocco in Società globale e Africa Mussulmana.
Aperture e resistenze, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pp. 129-131
30
24
possibilità di alternare la guida del paese, nasce nel 1989 con la
proclamazione del cessate il fuoco e la previsione di un referendum nel
Sahara Occidentale. Hassan II decide di consultare la popolazione per un
prolungamento della legislatura che doveva essere rinnovata nel 1990. Il
referendum, approvato con il 99.89% dei consensi, avviene in un contesto
socio-economico difficile in cui il parlamento ha adottato la privatizzazione
di 122 industrie statali e la ripresa di una politica economica d'austerità per
far fronte alla diminuzione del tasso di crescita. Da questo momento la
ricerca
dell'alternanza
politica
progredisce
in
concomitanza
della
liberalizzazione economica che impone sacrifici ed è accompagnata da
disordini sociali (scioperi generali e settoriali) e universitari (con l'ascesa
sempre più rapida degli islamisti).
Nel 1991 il re convoca i leader dell'opposizione per comunicare
ufficialmente loro la riforma costituzionale che prevedeva nuove leggi e un
nuovo sistema elettorale. Nella speranza di trovare un più rapido appoggio
alla sua iniziativa, liberò alcuni prigionieri politici, ma le negoziazioni con
l'opposizione avvengono in un clima ancora di aperta ostilità. I partiti
d'opposizione31, il 17 maggio 1992, si riuniscono nel Blocco Democratico,
Koutla, considerando l'importanza delle sfide che il paese dovrà affrontare
in tutte le materie, tanto a livello di consacrazione dell'unità territoriale e
del suo perfezionamento, quanto nell'instaurazione di una democrazia
vera sul piano politico, economico, sociale e culturale32. Fino al 1994 il
rapporto fra la nuova compagine unitaria dell'opposizione e la monarchia
rimane costantemente in tensione con colpi di mano che descrivono un
difficile percorso verso l'inserimento dell'opposizione nell'attività di governo.
Il blocco democratico, infatti, si rifiutava di entrare in un esecutivo la cui
azione sarebbe rimasta comunque limitata dall'attuale quadro politico che
riconosceva al re la prerogativa nella scelta del capo del governo e dei
ministeri principali. Le condizioni che la Koutla poneva insistevano
Istiqlal, USFP, UNFP, PPS e OADP.
L'Opinion, 27 maggio 1992. in Creation du Bloc Democratique, Maghreb
Machrek n. 137, 1992.
31
32
25
sull'elezione diretta di tutti i membri della Camera e sulle riforme
costituzionali necessarie affinché l'alternanza di governo risultasse essere
espressione delle urne e non una scelta del re33. Spinto dalla necessità di
arrivare all'alternanza nonostante questo implicasse il riconoscimento di
alcune concessioni e sotto il peso progressivo di diverse realtà e forze
autonome della società marocchina che si strutturavano attorno alla
difesa dei diritti dell'uomo intesi nella loro globalità (sia che si tratti di diritti
politici, culturali o socio-economici), il re annuncia il 20 agosto 1996: una
riforma progressiva ed efficace che segua le esigenze dell'epoca e che sia
conforme alle componenti umane, intellettuali e politiche del nostro
paese34.
A settembre viene proposta l'approvazione tramite referendum del nuovo
testo costituzionale che, per la prima volta, riceveva anche il consenso
dell'USFP e dall'Istiqlal. Le concessioni del monarca, infatti, comprendevano
anche l'elezione diretta a suffragio universale dell'intera Camera e
l'accordo, non detto, che il re scegliesse il primo ministro tenendo conto
della maggioranza in Parlamento. Il nuovo testo costituzionale, inoltre,
traduceva una certa volontà politica che si inscriveva nella logica delle
aspettative formulate esplicitamente dai partner occidentali del regime.
Tuttavia, nonostante il consenso pressoché unanime delle maggiori
rappresentanze politiche, rimane da sottolineare che il re ha sempre
mantenuto
l'iniziativa
delle
negoziazioni,
dando
loro
un
carattere
consultativo, rimarcando sempre che l'iniziativa della riforma fosse reale,
questo spiega le definizioni paradossali di “alternanza consensuale” o
“alternanza desiderata dal re”35.
Non si può dunque, non essere scettici sulla reale portata di questi
cambiamenti e sul valore effettivo delle riforme. Il dialogo si è svolto
Z. Daoud , Maroc: les élections de 1997, Maghreb Machrek, n.158, 1997, pp 105108.
34 Discorso del re Hassan II il 20 agosto 1992.
35 M. Tozy, Réformes politiques et transition démocratique, Maghreb Machrek,
n.164, 1999, pp. 64-73.
33
26
comprendendo solo una parte delle forze politiche e sociali in campo (gli
ex partiti dell'avanguardia marxista, molte organizzazioni per i diritti
dell'uomo e gli islamisti hanno rifiutato il testo) e rimangono ancora forti
tensioni nella formazione del governo con la nomina diretta da parte del re
dei ministri cosiddetti di sovranità: giustizia, affari esteri e interno. Inoltre, la
portata positiva dell'elezione diretta dell'intera Camera è depotenziata
dall'introduzione di una seconda camera a elezione indiretta, espressione
delle entità decentrate e degli ordini professionali, direttamente controllata
dal Makhzen. In realtà, attraverso questa riforma, il parlamento risulta
indebolito piuttosto che rafforzato perché, rispetto al numero totale dei
membri di entrambe le camere, quelli eletti indirettamente risultano essere
più numerosi rispetto all'unicameralismo in cui solo un terzo dei membri era
di nomina reale36.
Il primo governo d'alternanza, del 1998, vede alla guida Abderrahman
Youssufi, leader dell'USFP rientrato dopo 30 anni di esilio nel 1993.
Apparentemente, questo avvenimento, può essere interpretato come un
possibile credito che registrano le nuove riforme istituzionali contenute nel
testo del 1996, ma, secondo uno schema già vissuto precedentemente in
Marocco, sarebbe più opportuno pensare all'ultimo tentativo ben riuscito
di rinnovamento del Makhzen compiuto da Hassan II prima della sua
morte. Per capire se si tratta di un cambiamento reale o di adattamento
del potere autoritario, bisognerà attendere l'atteggiamento di Mohamed
VI alla scadenza della legislatura nel 2001, per il momento è importante
analizzare i risultati delle elezioni legislative del 14 novembre 199737,
caratterizzati dal più alto tasso di astensionismo nella storia del Marocco38,
per comprendere una
situazione
di
generale
disaffezione
della
M. Ottaway , M. Riley, Morocco: from Top-down reform to Democratic
Transition?, Carnegie endowment, n°71, settembre 2006 p 5.
37 Il blocco di “destra” raggiunse il 30,26% dei voti, il blocco di “centro” il 26,43% e
il blocco democratico (Koutla dimuqratiyya) ottenne la maggioranza relativa con
il 31,71% delle preferenze.
38 Gli iscritti a votare furono 12.790.631 ma di questi solo 7.456.996 (pari al 58,3%)
parteciparono al voto. I voti nulli furono 1.085.366.
36
27
popolazione nei confronti dell'intero sistema della rappresentanza. I partiti,
infatti, vedono il loro credito politico indebolito perché la scelta per una
politica conciliante con il Palazzo ha eliminato ogni distinzione netta fra gli
schieramenti lasciando così un vuoto politico di pratiche e di contenuti
che sarà occupato dai diversi attori della società civile. Gli anni '90
corrispondono, infatti, in Marocco ad una moltiplicazione delle realtà
associative come espressione della società civile. Questa proliferazione in
parte è stata resa possibile grazie all'aiuto crescente proveniente
dall'estero, non solo in termini di nuovi finanziatori, quanto piuttosto perché
è riuscito rompere il muro di omertà e silenzio che la guerra fredda aveva
innalzato e dietro al quale sono state commesse e legittimate le terribili
atrocità che hanno caratterizzato il Marocco sotto la guida di Hassan II.
L'evoluzione politica della società marocchina rinvia ad una realtà
sociologica molto diversificata, interpretata dai movimenti per i diritti
umani, le associazioni coinvolte in azioni di sviluppo sociale e gruppi di
obbedienza islamica, il cui numero e rappresentatività sociale è un
importante
fattore
da
tenere
in
considerazione.
L'importanza
del
movimento dei diritti umani sul nuovo percorso democratico del Marocco
risiede
nella lotta per la conquista di nuovi diritti di cittadinanza, in
contrapposizione alla condizione di suddito, conseguenza del potere
autoritario esercitato dal Makhzen. Le cause endogene che hanno portato
alla loro diffusione nascono contemporaneamente all'insistenza dei
processi di sviluppo economico neoliberali, che vedono nella generale crisi
della rappresentanza una diretta conseguenza, e che hanno lasciato un
vuoto di opposizione sopratutto a partire dalle materie del sociale.39
Il veloce sviluppo delle associazioni avviene all'interno del contesto urbano
e fra queste, un numero significativo si struttura prevalentemente per la
difesa di interessi particolari come quelli per la tutela delle vittime degli
anni di piombo, per la libertà di impresa o contro la corruzione. Queste
recenti organizzazioni fanno riferimento al più esteso quadro di quelle sorte
39
M. Ottaway, M. Riley , Op. ci.t, p. 6.
28
in difesa dei diritti dell'uomo sin dal 1972 quando nacque la Ligue
Marocaine de Défense des Droits de l'Homme (LMDDH) a cui fa seguito nel
1979 l'Association Marocaine des Droits de l'Homme (AMDH). Entrambe le
associazioni inizialmente erano legate ai partiti istituzionali dell'opposizione
(Istiqlal e UNFP) e solo nel 1988 nacque l'OMDH (Organisation Marocaine
des Droits de l'Homme), la prima organizzazione che deve il suo successo e
credibilità proprio all'indipendenza e autonomia dalle istituzioni e dai
pubblici poteri. All'interno del territorio esercita la sua attività, anche se in
maniera
clandestina,
l'associazione AFAPREDESA fondata il 20 agosto
1989 all'interno dei campi di Tondouf amministrati dalla RASD. La nuova
Costituzione del 1996 esprime in una certa maniera anche questi grandi
mutamenti della società marocchina. Nel testo, per la prima volta, viene
fatto riferimento esplicito alla tutela dei diritti dell'uomo e comprende
alcune importanti riforme istituzionali che vanno in questo senso come la
creazione nel 1990 del CCDH40, dei tribunali amministrativi
(1993), un
ministero specifico per la difesa dei diritti dell'uomo (1993) e l'istituzione di
un consiglio costituzionale nel 199441.
Sin dal discorso pronunciato in occasione della sua intronizzazione, il 30
luglio 1999, Mohamed VI, si propone di consolidare le fondamenta della
politica interna indicate in maniera chiara e precisa dal padre: la
monarchia parlamentare, il multipartitismo, il liberalismo economico, la
regionalizzazione, lo stato di diritto, la salvaguardia dei diritti dell'uomo e la
tutela delle libertà individuali e collettive42.
L'opinione pubblica internazionale e marocchina giudica con speranza
l'arrivo del nuovo re: la sua giovane età, solo trentanove anni come a
È un organismo consultativo, indipendente dal potere legislativo, esecutivo e
giudiziario, composto da 37 membri che riflettono la pluralità politica, sindacale,
culturale e professionale. Per Hassan II si trattava di un'iniziativa di
perfezionamento dello stato di diritto. Ad esso fa riferimento un'Istanza
d'arbitraggio indipendente incaricata di fissare i risarcimenti per le vittime delle
“sparizioni forzate” e della “detenzione arbitraria”
41 M. Mouaquit, Op. cit. pp. 132-133
42 Discorso del trono pronunciato a Rabat il 30 luglio 1999 reperibile in
http://www.maroc.ma/ portale ufficiale del regno
40
29
simboleggiare il legame di una monarchia moderna con un paese in
cambiamento, il suo ostentato attaccamento ai diritti dell'uomo e il
continuo riferimento ai disoccupati, poveri ed analfabeti, rendono la sua
figura molto più vicina alla popolazione di quanto lasciava credere Hassan
II e la sua retorica elitaria43.
In effetti, nei primi mesi di regno, Mohamed VI, non sembra disattendere
queste aspettative: a capo della fondazione Mohamed V (una specie di
ONG umanitaria fondata da Hassan II negli ultimi anni del suo regno) il re si
reca di persona nei villaggi più remoti, compreso il Rif ignorato da suo
padre sin dal 1959, per offrire cisterne d'acqua alle vittime della siccità,
sostenere microprogetti di sviluppo o incoraggiare azioni di solidarietà. La
sua attenzione verso gli emarginati ha una doppia valenza, simbolica
perché innalza l'immagine caritatevole di re dei poveri e politica, perché
come osserva Mohamed Tozy, taglia l'erba sotto i piedi degli islamisti che
fin'ora hanno avuto il monopolio degli interventi caritatevoli nei quartieri
poveri, traendone grande popolarità44. Nell'agosto 1999 annuncia la
creazione di una commissione reale d'indennizzo per i vecchi prigionieri
politici (più di 420 in cinque anni), il ritorno di Serfaty e dei familiari di Ben
Barka dall'esilio, la liberazione di diversi prigionieri di diritto comune e
detenuti
politici
come
Abdessalam
Yassine,
leader
del
maggiore
movimento islamista marocchino (al-Adl wa al-Ihsan) e sopratutto la
rimozione
dall'incarico
di
Driss
Basri
dopo
vent'anni
al
ministero
dell'interno45.
Nonostante le aperture promosse in campo sociale e sul riconoscimento
dei diritti dell'uomo, la politica del nuovo re negli anni a seguire è sempre
più orientata a seguire l'impronta tracciata dal padre di un riformismo di
facciata che non intacca la reale struttura di distribuzione del potere. Il re,
nella formazione del governo, rimane libero di scegliere se prendere in
A. Mansour, S.M. Mohamed VI, un roi de proximité, Maroc Hebdo International,
n. 395, dicembre 1999.
44 I. Ramonet , Le Maroc indécis, Le Monde Diplomatique, luglio 2000.
45 P. Vermeren, op. cit. pp 106-110.
43
30
considerazione i risultati delle elezioni o ignorarli. Così, nel 2002, viene
designato come primo ministro Driss Djettou, un tecnico non appartenente
ad alcun schieramento politico ma conosciuto sin dal 1993 quando fu a
capo dei ministeri economici46, prima di arrivare all'interno per sostituire
Basri. Egli fu l'artefice dell'organizzazione delle elezioni del 2001 ma, a
conferma del carattere intrinseco con cui fu condotto il processo di
alternanza, la sua nomina non risponde ad alcuna maggioranza uscita
dalle urne.
Familiarizzando con il potere, il re non ha minimamente
modificato il sistema clientelare di cooptazione. Nella nomina dei nuovi
governatori regionali e delle prefetture urbane ha semplicemente rimosso i
funzionari scelti da suo padre con altri a lui fedeli, lasciando vaghe le loro
attribuzioni. La causa strutturale delle mancate riforme politiche risiede
proprio nel fatto che queste, calate dall'alto, dovrebbero essere promosse
da un'elite dominata dal Palazzo, visibilmente poco incline a condividere il
suo potere, che rimane così privo di qualsiasi forma di contestazione diretta
della sua legittimità47.
Per interpretare meglio i meccanismi con cui vengono condotte le riforme
nel regno di Mohamed VI, è importante analizzare l'esperienza dell'IER
(Istance Equité et Réconciliation). Nel dahir del 10 aprile 2004 viene definito
il mandato della commissione, nata non come istanza giudiziaria per
designare le responsabilità individuali delle violazioni gravi dei diritti
dell'uomo commesse fra il 1956 e il 1999, ma piuttosto come un organismo il
cui obiettivo è quello di riconciliare i marocchini con se stessi e con la loro
storia attraverso l'inchiesta, la raccolta di informazioni e la consultazione
degli archivi ufficiali. La responsabilità della IER in materia di riparazioni non
è limitata ai soli indennizzi finanziari, ma dovrà anche formulare delle
Ministro del commercio e dell'industria dal 1993 al 1995, poi ministro delle
finanze, del commercio, dell'industria e dell'artigianato dal 1997 al 1998.
precedentemente fu presidente della federazione degli industriali e
vicepresidente dell'associazione marocchina degli esportatori. Prima di assumere
l'incarico di ministro dell'interno fu presidente dell'Office Cheriffien des Fosphate.
47 M. Catusse, F. Vairel, Ni tout à fait le meme, ni tout à fait un autre.
Metamorphoses et continuité du régime marocain, Maghre Machrek, n°175, 2003
pp 73-91.
46
31
raccomandazioni e proposte per assicurare la riabilitazione psicologica e
sociale delle vittime. Nella sua attività ha accolto più di 16 mila esposti fra
coloro che hanno subito detenzioni arbitrarie, hanno avuto un familiare
scomparso misteriosamente o sono state vittime di tortura e dell'uso
sproporzionato della forza pubblica48.
Questa istituzione, unica nel suo genere fra tutti i paesi del mondo che
sono stati governati da poteri autoritari, ha significato un passo in avanti
importante per l'evoluzione democratica del paese. La sua istituzione, è
stata fortemente voluta dalle innumerevoli associazioni e ONG, che
quotidianamente hanno raccolto materiale e informazioni per denunciare
le ingiustizie subite dalla popolazione e il re ha visto in questa l'occasione
giusta per consolidare la transizione democratica, il rafforzamento
dell'edificazione dello stato di diritto e il radicamento dei valori e della
cultura della cittadinanza e dei diritti dell'uomo. Tuttavia, anche se la sua
formazione è stata sollecitata dal basso, la messa in opera rispecchia
pienamente la modalità propria del sistema monarchico. Essa, infatti, viene
comunque concepita come una gratificazione reale. La sua autonomia è
limitata perché otto dei suoi diciassette membri provengono direttamente
dal CCDH, ovvero una struttura interamente nominata e finanziata dal re.
La condotta con cui doveva essere ricercata la verità non poteva
imperativamente mettere in pericolo l'ordine pubblico e la stabilità del
paese, per cui non vennero messe in causa le responsabilità individuali o
istituzionali dei partiti che hanno sollecitato o coperto le violenze degli anni
di piombo; ciò implica che molti dei responsabili continueranno a rimanere
al proprio posto di lavoro, se non di comando, all'interno dello Stato. La
riconciliazione perpetuata in questo modo è frutto di un compromesso in
cui le vittime sono riconosciute comunque colpevoli di aver tentato di
rovesciare il regime mentre i carnefici e i responsabili politici rimarranno
J. Baida, L'experience de l'Istance Equité et Réconciliation au Maroc,
Experiences et memoire: partager en francais la diversité du Monde, Bucarest,
settembre 2006.
48
32
impuniti49. La strada verso la democrazia rimane quindi un miraggio
lontano perché solo attraverso un processo collettivo capace di smuovere
le coscienze e di imputare ad ognuno le proprie responsabilità è possibile
rompere con la tradizione autoritaria e non permettere che il clima di
terrore si possa più riproporre in Marocco.
Il Marocco di Mohamed VI cerca di voltare pagina all'insegna della
continuità, perché senza un vero processo di catarsi della monarchia il
pericolo è che le violazioni possano riproporsi anche perché, soprattutto
dopo l'11 settembre 2001, il contesto internazionale è lontano dal favorire
l'apertura del campo politico. Infatti, in seguito al crollo delle torri gemelle
a New York e le esplosioni del 16 maggio 2003 a Casablanca, ma
sopratutto a causa della globalizzazione economica e dei suoi effetti
disastrosi per la periferia, il re fa votare dal Parlamento una legge
antiterrorismo che assegna alle forze di polizia il diritto a detenere un
sospetto fino ad otto giorni, senza che possa contattare neanche un
avvocato e di perquisire case ed attività commerciali senza mandato.
Ancora più grave, la legge nella definizione di terrorismo fa rientrare tutte
le manifestazioni capaci di turbare l'ordine pubblico, facendo passare per
minaccia permanente tutti coloro che rifiutano il consenso securitario e il
politicamente corretto, come i militanti Saharawi, quelli per i diritti
dell'uomo o addirittura i giornalisti50.
Testo integrale del discorso pronunciato dal re in occasione dell’inaugurazione
dell'Instance
équité
et
réconciliation
,
Agadir,
07/01/04
in
http://www.map.ma/mapfr/discours/disc-equite- reconciliation.htm
50 F. Abdelmoumni, L'impunitè au Maroc, Confluences Méditerranée n 51, 2004.
49
33
1.5 Diritti politici e libertà civili
Il Marocco non è una democrazia elettorale51. Anche se il suo parlamento
e le elezioni comunali sono state lodate di essere rappresentative, la
maggior parte del potere in Marocco si trova ancora nelle mani del re e
dei suoi consiglieri. Il monarca può in qualsiasi momento sciogliere il
Parlamento con decreto e può respingere o nominare membri del
gabinetto. Egli fissa la politica interna e quella estera, i comandi delle forze
armate, e presiede il sistema giudiziario. Al re (a causa della diretta
discendenza del profeta Maometto) viene dato il titolo costituzionale di
comandante dei fedeli, dando alla sua autorità una dimensione religiosa52.
I partiti di opposizione non riescono ad affermarsi dato il vasto potere del
re. La più forte opposizione al monarca proviene da partiti islamici
moderati, in particolare il Partito per la giustizia e lo sviluppo (PJD), che ha
una grande rappresentanza in Parlamento. Al Consiglio Giustizia e Carità di
associazione,
(un
gruppo
antimonarchico
islamista)
è
vietata
la
candidatura alle alte cariche dello stato, così come avviene per tutti i
gruppi che sfidano l'autorità suprema del re. Nadia Yassine, il portavoce de
facto per l'organizzazione e la figlia del suo leader, è attualmente sotto
processo per aver detto che il Marocco sarebbe sopravissuto anche senza
un re.53
La corruzione resta un problema serio in Marocco. Il regno è stato
classificato al settantanovesimo posto, per la percezione della corruzione,
tra i 163 paesi presi in esame da Transparency International nel 2006. Le
autorità marocchine si sono impegnate a porre fine alla cultura di impunità
che pervade le forze di sicurezza, e alcuni alti funzionari della sicurezza
sono stati licenziati nel 2006 perché legati allo spaccio di droga.
51http://www.freedomhouse.org/template.cfm?page=22&year=2007&country=72
35
Ibidem.
53 Ibidem.
52
34
I giornalisti indipendenti si sono ritagliati uno spazio per la critica e sono
costantemente impegnati a rompere i tabù politici e sociali, anche se le
autorità hanno spesso risposto duramente. Nel 2002 c’è stata una forte
pressione perché venissero modificati gli emendamenti che contengono
gravi pene per la diffamazione. Il governo ha promesso di alleggerire le
restrizioni, ma non ha preso alcuna azione fino ad oggi. I mezzi
radiotelevisivi, sia la radio che la televisione, sono dominati dallo Stato e
riflettono la linea ufficiale del governo. Uno dei pionieri della stampa
indipendente marocchina è
Le Journal Hebdomadaire, gestito dalla
Aboubakr Jamai il cui editore e redattore è Ali Amar, ha subito diversi
attacchi da parte del governo o dei suoi sostenitori nel 2006. A più riprese
le autorità hanno manifestato il loro ritegno, che ha avuto comunque in
ogni circostanza l’appoggio della Magistratura, per cui alla stampa
indipendente vennero attribuite multe astronomiche con l’intento di
paralizzare la loro attività. 54
La legge consente ai lavoratori di stabilire e di aderire ai sindacati. Un
nuovo diritto del lavoro nel giugno del 2004 proibisce la discriminazione e il
divieto di associazione e prescrive limiti all'autorità del governo di
intervenire in scioperi, che sono sì ammessi dalla costituzione, ma oggetto
di una successiva legge che richiede l'arbitrato obbligatorio.
Il Marocco ha fatto passi positivi verso la rimozione delle barriere giuridiche
contro l'uguaglianza per le donne. La Costituzione garantisce la parità per
le donne, e il codice di famiglia del 2004 ha concesso loro maggiori diritti
in materia di matrimonio e divorzio (vedi capitolo 4). Nel 2006, una donna è
stata nominata come governatore di un distretto al di fuori di Casablanca,
che segna il primo distacco per una donna dopo l'indipendenza.55
Anche se la comunità ebraica è stato l'obiettivo del maggio 2003 degli
attacchi terroristici a Casablanca, in Marocco gli ebrei sono ben integrati.
54
55
Ibidem.
Ibidem.
35
Uno dei consiglieri più fidati dei re, Andre Azoulay, è un marocchino ebreo
che ha anche servito il re Hassan.
La Magistratura del Marocco, che è stata criticata dagli enti locali e
internazionali per i diritti umani, non è indipendente e raramente si oppone
al governo o al re. Arresti arbitrari e torture continuano a verificarsi, ma non
sono così comuni come durante il regno del re Hassan II. Un’attenzione
particolare va riservata all’indice della corruzione (IPC) che registra, per il
Marocco, un andamento in continuo degrado, mentre l’Indice di sviluppo
umano del PNUD (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) colloca il
Paese al 126° posto per il 2007 su un totale di 177 Paesi (molto più basso di
altri Paesi dell’area come l’Algeria, l’Egitto, la Tunisia e la Turchia). 56
1.5.1 L’informazione censurata
Con il rapporto annuale del 2006 di Reporters Sans Frontières, sulla libertà di
stampa in Marocco, si comprende come si è ben lontano da un diritto di
informazione, fin da sempre censurato, prima con Hassan II e ora con
Mohamed VI. Il Rapporto denuncia molti casi di violazione nonostante nel
2004 le autorità marocchine avessero dato segnali incoraggianti. Cita
alcuni casi tra cui due giornalisti incarcerati per diffamazione: Anas Tadili,
direttore del settimanale Akhbar Al Ousboue, ancora in carcere al 1
gennaio 2006 e Abderrahmane El Badraoui, vecchio direttore del
settimanale Al-Moulahid Assiyassi che ha beneficiato di una grazia reale, il
15 dicembre 2005, dopo tre anni e mezzo di detenzione in condizioni
difficili.
I giornalisti marocchini sono relativamente liberi di esercitare il loro mestiere,
solo se non superano le linee rosse fissate dal Palazzo reale : cioè la
56
Ibidem.
36
questione territoriale ( il Sahara occidentale), la questione politico-religiosa
(tutto ciò che riguarda il re), e i vari traffici in cui sono implicati a volte
importanti personalità del Regno.
La lista delle condanne a giornalisti e giornali riportata puntualmente da
Reporters Sans Frontières è lunga.
Il settimanale Le Journal Hebdomadaire è stato denunciato dal Centro
europeo di ricerca, di analisi e di consigli in materia strategica (ESISC,
agenzia del Belgio), per i dubbi sollevati dal settimanale sull’obiettività di
una ricerca, effettuata dallo stesso ESISC (commissionata dal governo
marocchino), sul coinvolgimento del Fronte Polisario in attività di terrorismo
internazionale. Le Journal Hebdomadaire è stato condannato a 274.000
Euro di multa che se fosse confermata in appello costringerebbe il giornale
alla chiusura. Sembra quindi un cambio di strategia, con lo scopo di far
chiudere i giornali impossibilitati a pagare multe così eccessive57 . I giornali
sono condannati essenzialmente perché rifiutando di sottoporsi ai sacri
valori che il regime pretende di imporre sempre più ai marocchini, al
centro dei quali si trova una monarchia di diritto divino che ricorda al
mondo che il Marocco vive ancora sotto un regime medievale dissimulato
dietro una vernice di modernità.58
Il Simbolo della libertà di stampa in Marocco è il giornalista Ali Lmrabet
59
,
redattore capo di Demain Magazine e Douman. E’ stato condannato il 21
maggio 2003 dal tribunale di Rabat a quattro anni di prigione per
oltraggio alla persona del re, attentato all’integrità territoriale e attentato
al regime monarchico, per poi essere liberato il 10 dicembre 2004 con
grazia reale. Denunciato nel marzo 2005 da Ahmed El Khe portavoce
l’Association des parents des Sahraouis victimes de la répression dans les
camps Tindouf (PASVERTI), il tribunale di Rabat ha condannato il giornalista
Reporters Sans Frontières, Maroc , Rapporto del 2006.
Des intllectuels è pinglent le régim, Le Journal Hebdomadaire,
http://www.lejournal-hebdo.com/article.php3?id_article=7135.
59 F. Correale, Il Marocco sugli scogli della democrazia. Riflessioni su un’instabilità
annunciata , Afriche e Orienti, n° 3-4, 2003
57
58
37
Ali Lmrabet a dieci anni di interdizione dalla professione. Lmrabet era
accusato di tradimento e volontà di nuocere al Marocco per due articoli
pubblicati a novembre e a gennaio sul quotidiano spagnolo El Mundo e sul
settimanale arabo Al Mustakil. Nei due pezzi Lmrabet affermava che i
rifugiati sahrawi che si trovano nei campi profughi di Tindouf, nel sudovest
dell'Algeria, non si sentono marocchini e non hanno intenzione di tornare in
Marocco: se lo volessero potrebbero farlo facilmente passando per la
Mauritania. La versione ufficiale di Rabat è che a questi profughi non è
concesso tornare in territorio marocchino60. Di nuovo Ali Lmrabet viene
condannato dopo aver pubblicato un articolo sul giornale francese Le
Monde. Nel testo egli fa un quadro molto pungente della situazione che
vive il Marocco sotto Mohamed VI, vale la pena ricordarlo, se non altro a
causa della censura che ha subito: Incorreggibile Marocco! Sempre pronto
ad occultare la realtà con gli stessi sempiterni discorsi. Discorsi o, piuttosto,
menzogne che non presentano rughe dopo più di vent'anni. L'Ufficio del
Turismo compie uno sforzo sovrumano per diffondere l'immagine di un
Marocco immutabile nella sua bellezza, generosità e cultura. Questo
slogan pubblicitario sarebbe più giusto, più onesto, se si potesse
aggiungere: immutabile nel modo di essere governato. Poiché, quali sono
le scelte democratiche o moderniste delle quali ci riempiono le orecchie
qui ed altrove?61
Nel Sahara Occidentale la censura è quasi totale e le informazioni escono
solo grazie all’utilizzo di internet e ad alcuni giornalisti che entrano
clandestinamente. Dall’inizio dell’Intifada, nel maggio 2005, i siti internet,
creati direttamente nel Sahara occidentale, sono aumentati, poiché
strumento che ha permesso alle notizie di uscire e contrastare la
propaganda dell’agenzia reale (MAP – Maghreb Arabe Presse). E’ questo
che ha spinto il governo marocchino ad oscurare nel Sahara Occidentale
tutti i siti internet che parlano di saharawi. Reporters sans frontières ha
Reporters Sans Frontières, Confirmation de l’interdiction d’exercer à l’encontre
d’Ali Lmrabet : Ce jugement est nul et non avenu, Maroc 24/06/2005
61 A. Lmrabet, Incorrigible Maroc!, Le Monde, 10 ottobre 2003.
60
38
potuto
verificare
che
i
siti
arso.org,
cahiersdusahara.com,
cahiersdusahara.com, wsahara.net et spsrasd.info sono inaccessibili dal
Marocco dal 21 novembre 2005 . Questi siti denunciano l’occupazione
Marocchina nel Sahara occidentale e incoraggiano l’organizzazione di
manifestazioni ma non fanno appelli alla violenza. La decisione di bloccare
questi siti può essere stata presa dal ministro delle Comunicazioni,
incaricato della censura, o da quello dell’interno che segue la questione
saharawi62
1.6 La minaccia islamista.
L’islamismo marocchino é suddiviso in diversi movimenti , i più importanti
sono tre; il salafismo, il Partito Giustizia e Sviluppo (PJD) e l’Associazione
Giustizia e Spiritualità. La Salafya sprona al ritorno dei veri valori musulmani,
quelli antichi, ancestrali e comprende due correnti. Il wahhabismo, una
corrente importata dall’Arabia Saudita, che chiede il rigore nella religione
ed una appllicazione tout court del Corano. Il suo principale leader, in
Marocco, è Mohammed Ben Abderrahmane al Maghraoui che si è distinto
recentemente in un edificante fatwa (avviso religioso) che dichiarava
legale il matrimonio di bambine a partire dai 9 anni. L’altra componente
della salafya è a vocazione jihadista. Sprona anch’essa ad un Islam
rigoroso e purista e considera buoni tutti i mezzi per arrivarci, compreso la
violenza. Il leader più tristemente celebre di questo movimento è Oussama
Ben Laden. In Marocco i principali teorici della salafya jihadia sono stati
condannati a delle pesanti pene dopo gli attentati di Casablanca nel
62
Reporters sans frontières, Dénonce la censure des sites sahraouis, 2/12/2005
39
maggio 2003.63 Molti gruppi gravitano attorno alla salafya jihadia, gli
adepti di questi gruppuscoli considerano il Marocco come una società
impura quindi è necessario dissociarsi ed auto-esiliarsi. La maggior parte di
queste persone si sono installate in località rurali o nei quartieri periferici
delle grandi città, come quello di Sidi Moumen, a Casabanca, dove
provengono gli autori dei sopracitati fatti. I più fortunati si sono stabiliti in
Afghanistan, in Pakistan o in Iraq per combattere il nemico americano. Una
di queste organizzazioni, il Gruppo Islamico dei combattenti marocchini
(GICM) é direttamente affiliato ad Al-Qaida quindi ne condivide
l’ideologia e le risorse materiali e umane. Fondata nel 1997, da alcuni
storici combattenti marocchini tornati dall’Afghanistan, il GICM è una
organizzazione più transnazionale che locale. E’ associata con i movimenti
terroristici algerini ed uno dei suoi fondatori, Saad Houssaini, costituisce ad
oggi, la più importante cattura realizzata dalla Brigata Antiterrorista
marocchina. Sta rischiando la pena di morte per la sua partecipazione
agli attentati di Casablanca e Madrid. Il GICM vuole creare uno Stato
Islamico ed il Sahara resta la maschera di questo gruppo che lo utilizza
come base per minacciare il Marocco, l’Algeria e la Mauritania. Le due più
grandi organizzazioni islamiste che rifiutano la violenza sono il Partito della
Giustizia e dello Sviluppo (PJD) e l‘Associazione Al Adl Wal Ihsan. Il PJD, è il
più importante partito di opposizione nel Parlamento marocchino, ha
raccolto un grande numero di voti nelle elezioni legislative nel 2007. Questo
partito vuole fermamente essere pacifista, perché desidera essere
presente nell’arena politica del Paese. La ragione di questa inversione di
tendenza, in rapporto alle sue posizioni d’origine negli anni ’70, si trova
nella convinzione dei suoi dirigenti che dichiarano: il cambiamento della
società marocchina non può intervenire che gradatamente, nella
H. El Arif, Cartographie de l’islamisme au Maroc, Emarrakech Le Portail
marocain
d’actualités,
Domenica
27
Settembre
2008,
http://www.emarrakech.info/
63
40
fattispecie con l’insegnamento e l’educazione di massa, all’interno di un
partito politico autorizzato. Altra associazione chiave dell’islamismo
marocchino è Giustizia e Spiritualità, fondata nel 1980 dallo sceicco
Abdessalam Yassine. Considerata come illegale questa associazione è, di
gran lunga, la più importante del Marocco, e in tutto il mondo musulmano,
secondo alcuni specialisti e ricercatori. Si distingue per il numero dei suoi
membri e la qualità del suo corpus dottrinale. In effetti, i suoi aderenti si
contano in centinai di migliaia. Contrariamente al PJD questo movimento
sprona il cambiamento dall’alto, senza però entrare nel gioco elettorale. Il
suo capo, lo sceicco Yassine, è stato incarcerato per due anni (1980)
prima dei suoi 10 anni di arresti domiciliari. Autore di una quindicina di
opere, è considerato come il teorico islamista più importante e influente
del Marocco. Il suo cavallo di battaglia è la non violenza ma purtroppo é
molto anziano e ammalato. La grande incognita: l’avvenire del suo
movimento dopo la morte.64
1.7 La società marocchina.
Da tempo ormai il dibattito se mettere o no l'hijab, il velo islamico che
copre il capo e i capelli, fa parte dei temi che dividono la società
marocchina in conservatori e progressisti. Il settimanale Nichane ha
pubblicato dei risultati sorprendenti. Lo studio sociologico intitolato Giovani
e velo in Marocco, promosso dell'Associazione democratica delle donne
del Marocco, ha individuato un nuovo trend: Il velo è passato dal registro
del sacro e del politico, molto forte negli anni ottanta, a quello della
moda. Portare il velo in Marocco non sarebbe più, quindi, un atto
politicamente rilevante. In questo senso l'inchiesta smentisce l'opinione dei
64
Ibidem.
41
movimenti islamisti, che considerano la diffusione degli abiti islamici una
vittoria ideologica. L'inchiesta rivela un giudizio più severo da parte dei
ragazzi, che vorrebbero vedere nel hijab un segno di modestia, mentre le
ragazze sono più pratiche e ne scelgono il colore, la misura o la piega
secondo la moda. Ma se oggi la maggior parte delle ragazze velate
marocchine non considera il velo il segno di una presa di posizione
filosofica, per le giovani provenienti da ambienti più tradizionalisti il velo è
ancora il passaporto obbligatorio per frequentare ambienti misti.65
La vicenda di Ksar el Kbir, una piccola città circa a 120 Km a Sud di
Tangeri, ha per protagonisti 6 uomini, che sono stati incriminati per aver
partecipato ad un matrimonio privato omosessuale il 10 dicembre 2007,
secondo i termini dell’articolo 489 del codice penale marocchino
(incriminati per atti innaturali). Il matrimonio in realtà era solo un party
privato e non c’e mai stato nessun contratto con validità legale. Il video
che ha provato l’accusa è stato diffuso su internet senza il consenso degli
interessati, è finito su tutti i tabloid del paese, e alla fine portò un gruppo di
islamici omofobi a colpire in modo violento gli interessati (nel video,
visionabile anche su www.youtube.com, si vede come sono stati linciati).
La pubblicazione violò i diritti di privacy e di libertà di espressione, e furono
poi condannati tra i 6 ed i 10 mesi di reclusione basandosi unicamente dal
video del party.66
Da qualche anno, in Marocco, assistiamo all'inquietante moltiplicarsi di
minacce e aggressioni (verbali o fisiche) contro gruppi o individui, accusati
di offendere la sensibilità musulmana e di minacciare i valori tradizionali
islamici. Comincia così l'appello per la difesa delle libertà individuali
lanciato dal settimanale indipendente marocchino TelQuel e già firmato
da 130 artisti e intellettuali, tra cui lo scrittore Tahar Ben Jelloun, il regista
Saad Chraibi e il rapper Bigg.
Internazionale, Cartoline, Marocco, Il velo è di moda, Nichane, 21 dicembre
2007, http://www.internazionale.it/cartoline/cartolina.php?id=18104&issue_id=321
&oid=41
66 http://gayfriendlyroma.forumcommunity.net/?t=21900473
65
42
Nel suo editoriale il direttore Ahmed Benchemsi spiega perché, dopo la
caccia agli omosessuali di Ksar el Kebir e altre campagne contro cittadini
devianti, si sente il bisogno di dire con forza agli estremisti e populisti di ogni
tipo: Ci siamo anche noi, non siete soli! Secondo Benchemsi, l'estremismo
religioso unito alla passività delle autorità stanno instaurando in Marocco
un vero clima di terrorismo intellettuale, che mette in pericolo la
convivenza civile. Davanti a questa minaccia, Benchemsi ricorda che le
libertà individuali sono ufficialmente riconosciute dalla commissione
nazionale per la verità, l'uguaglianza e la riconciliazione, e chiama a
rivendicare un principio: ognuno ha il diritto di vivere la sua vita privata
come vuole, senza essere per questo giudicato né stigmatizzato dagli
altri.67
1.8 La Comunità Europea e il Marocco
Per quanto concerne la politica estera, il Marocco ha tradizionalmente
svolto un ruolo di moderatore politico nel Maghreb e in tutto il mondo
arabo e, attuando una politica apertamente filo-occidentale, è sempre
riuscito ad affermarsi come uno dei principali fattori di stabilità nella
regione mediterranea. Nel corso degli anni, la sua particolare vicinanza
all’Europa, dettata sia dalla sua posizione geografica che dal tenace
perseguimento
degli
obiettivi
di
piena
integrazione
dell’economia
marocchina all’economia mondiale e di partecipazione del Paese alla
comunità degli Stati democratici, ha fatto sì che il 1° marzo del 2000
entrasse in vigore l’ Accordo euromediterraneo, firmato a Bruxelles il 26
febbraio 1996 e volto a stabilire un’associazione68 tra l’Unione Europea ed
Internazionale, Cartoline, Marocco, Ci siamo anche noi, Tel Quel, 20 gennaio
2008,http://www.internazionale.it/cartoline/cartolina.php?id=18104&issue_id=321&oid
=41
68 Gli Accordi di Associazione costituiscono la base legale delle relazioni tra
67
43
i suoi Stati membri e il Regno del Marocco.
Suscita, a questo punto, particolare stupore ricordare come la proposta
del lungimirante Re Hassan II di candidare il suo Paese ad una eventuale
entrata nell’Unione Europea fosse stata derisa dalla stampa estera e
neppure presa in considerazione dalle autorità europee.
Il Re Hassan era ben consapevole che l’assetto geo-politico avrebbe
potuto attribuire al Marocco una posizione particolare in ciò che egli
riteneva un partenariato “privilegiato”, ossia capace di garantire un
rapporto più solido e nuove affinità con l’Europa, fattori che avrebbero
sicuramente aiutato il Paese a liberarsi dai conflitti interni e dalla grave
situazione economica e a raggiungere, di conseguenza, maggiori
garanzie di stabilità.
I rinnovati rapporti tra il Marocco e l’Europa iniziano a modellarsi dal
novembre del 199569,
anno in cui vengono ufficialmente aperti i lavori
della famosa Conferenza di Barcellona, nota anche come Processo di
Barcellona, considerata come testa di ponte del Partenariato EuroMediterraneo o EMP.
L’EMP nasce come un ambizioso programma di cooperazione regionale
rafforzato da relazioni politiche, economiche e sociali suggellate da
Accordi di Associazione stipulati tra l’Unione Europea e 12 Paesi partner
mediterranei: Marocco, Algeria, Tunisia (per quanto riguarda la regione
occidentale del
mondo arabo: il Maghreb); Egitto,
Israele, Giordania,
Autorità Palestinese, Libano, Siria (in riferimento alla regione orientale nota
come Mashreq); Turchia, Cipro e Malta.
Al momento la Libia assiste
l’Unione Europea ed i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo.
Il dialogo politico tra le istituzioni europee ed il Marocco ha un’origine lontana,
ovvero già a partire dal Trattato di Roma, (considerato come precursore
dell’Unione Europea) firmato il 25 marzo 1957 e che, oltre ad istituire la Comunità
Economica Europa, conteneva misure riguardanti le relazioni con alcuni paesi
mediterranei, Marocco compreso. Successivamente verranno ratificati altri tre
accordi volti a regolare soprattutto i rapporti commerciali: un Accordo di
associazione nel 1969, un Accordo di cooperazione nel 1976 ed un secondo
Accordo di associazione, a cui abbiamo appena accennato, finalizzati alla
creazione di un partenariato che si estende, oltre alle questioni economiche e
commerciali, agli affari sociali, culturali e politici.
69
44
semplicemente ad alcune riunioni in qualità di osservatore.
Nel Processo di Barcellona si è cercato di seguire tre principali linee guida:
le relazioni politico-diplomatiche, i rapporti economico-finanziari
e gli
scambi culturali per la realizzazione di tre importanti obiettivi:
-
la definizione di una comune area di pace e stabilità garantita
da un sempre maggiore e costante dialogo politico tra le parti;
-
la costruzione di una zona di prosperità condivisa da tutti i
Paesi interessati attraverso l’istituzione di un’Area di Libero Scambio
entro il 2010;
-
il dialogo sociale tra i popoli per una maggiore comprensione
e sensibilizzazione
delle differenze culturali dei Paesi euro-
mediterranei.
Obiettivi questi che, secondo tutti i partecipanti alla conferenza, esigono
un rafforzamento della democrazia e del rispetto dell’uomo, uno sviluppo
economico e sociale sostenibile ed equilibrato e misure per combattere la
povertà70.
E’ proprio, dunque, con la Conferenza di Barcellona che l’UE ha iniziato a
valorizzare l’importanza strategica dell’area mediterranea e ad adottare,
di conseguenza, una nuova politica di vicinato, non più esclusivamente
imperniata sulla tradizionale politica d’aiuto (la cosiddetta “forma di
elargizione unilaterale”) e su una marcata discrepanza tra Nord e Sud, ma
su due nuovi principi cardine: la cooperazione e l’integrazione.
Come ha affermato l’ex Presidente della Commissione Europea Romano
Prodi in occasione della XII Edizione delle Giornate dell’Osservanza,
l’Europa deve garantire ai suoi vicini ogni prospettiva di integrazione
politica, economica e sociale sulla base di un’assoluta e piena parità per
poter estendere ed approfondire la cooperazione in tutti i campi:
dall’economia e il commercio, alla cultura e alla ricerca, alla formazione,
The Euro-Mediterranean Partnership – Barcelona Declaration adopted at the
Euro-Mediterranean
Conference,27/28
November
1995,
http://www.europa.eu.int .
70
45
all’ambiente, all’energia e i trasporti, fino alla lotta contro le attività
illecite71.
La Conferenza Intergovernativa di Barcellona ha permesso, inoltre, che il
Partenariato Euro-Mediterraneo venisse ad articolarsi in due dimensioni
distinte ma complementari: le azioni bilaterali e le iniziative di carattere
multilaterale. La dimensione bilaterale include tutte le relazioni ed attività di
cooperazione che l’Unione Europea intraprende individualmente con i suoi
partner mediterranei attraverso quelli che vengono definiti Accordi di
Associazione72.
Le dimensioni multilaterali o regionali si articolano, invece, in tutta una serie
di incontri, conferenze e programmi tematici volti ad un’azione di sostegno
ed integrazione delle azioni bilaterali. Abbracciando allo stesso tempo il
campo politico, economico e sociale, il dialogo regionale rappresenta uno
dei più innovativi aspetti della politica di partenariato poiché affronta tutte
le problematiche comuni a molti Paesi mediterranei ed enfatizza le
complementarietà nazionali non solo tra questi ma anche con i Paesi
appartenenti all’Unione Europea. Tra i primi programmi regionali possiamo,
ad esempio, ricordare l’Euromesco che, nato come rete istituzionale di
politica estera, rientra, con il suo sistema di partnership- building measures,
nel delicato tema dei rapporti politici e di sicurezza internazionale tra l’UE
ed i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Ma è importante anche
sottolineare come gli obiettivi proposti da Barcellona e dalle successive
conferenze ministeriali settoriali, nonché dagli accordi di carattere
bilaterale e multilaterale, possano vedersi realizzati solo grazie al primo e
più importante strumento finanziario al servizio del Partenariato EuroMediterraneo:
il
programma
MEDA.
Il
progetto
MEDA
viene
giuridicamente adottato dal Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea il 15
R. Prodi, Apertura della XII Edizione delle giornate dell’Osservanza – Costruire
uno spazio euromediterraneo ; Bologna, 17 maggio 2003; SPEECH/03/249.
72 Ogni Accordo di Associazione riflette i principi generali che governano il
Partenariato Euro - mediterraneo pur contenendo caratteristiche specifiche alle
relazioni tra l’UE ed ogni singolo paese partner.
71
46
luglio 1996 con un regolamento che, dotando ai vari programmi euromediterranei un bilancio di circa 3.500 milioni di euro, ha garantito una
copertura finanziaria per tutto il periodo compreso tra il 1995 e il 1999.
Una nuova e migliore base giuridica del progetto MEDA viene adottata
dalla Commissione europea nel novembre 2000 venendo a determinare
l’istituzione del programma MEDA II. Questo secondo regolamento ha
assicurato una dotazione di circa 5,35 miliardi di euro per il periodo
compreso tra il 2000 e il 2006 ma soprattutto uno snellimento e un più
strategico ed efficiente approccio delle procedure di assistenza a tutti i
paesi coinvolti in questo lungo ed oneroso processo di integrazione euromediterranea73.
MEDA rappresenta, dunque, la base finanziaria di tutte le iniziative di
natura bilaterale e regionale della politica di vicinato promossa dall’UE nei
confronti dei suoi dodici partner mediterranei .
Le priorità del programma MEDA a livello di cooperazione bilaterale sono:
-
il sostenimento, in vista della graduale istituzione di una zona
di libero scambio, della transizione economica dei Paesi partner;
-
la
promozione
degli
investimenti
esteri,
della
modernizzazione e della riprogrammazione economica;
-
il miglioramento, nell’ottica di una costante crescita economica,
della loro competitività grazie soprattutto allo sviluppo del settore
privato;
-
la garanzia, attraverso adeguate misure sociali, del cosiddetto
potenziamento dell’equilibrio socio-economico, ovvero di un’azione
I programmi MEDA prevedono, oltre i fondi garantiti dall’Unione Europea,
anche l’impiego di consistenti prestiti della BEI (Banca Europea per gli
investimenti). Nel marzo 2002 il Consiglio Europeo di Barcellona ha garantito il
potenziamento dell’attività della BEI attraverso la creazione del FEMIP (Fondo
Euro Mediterraneo di Investimento e Partenariato) volto ad un rafforzamento dello
sviluppo economico e della stabilità politica e sociale dei Paesi partner
mediterranei.
A. D’Intinosante e F. Giorgio, Strumenti Finanziari per il Mediterraneo; Ministero
delle Attività Produttive – Area per l’Internazionalizzazione; Roma, 13 aprile 2004,
pag. 9.
73
47
di limitazione e tamponamento degli effetti negativi che l’inclusione
di questi Paesi in una zona di libero scambio potrebbe provocare74.
Per quanto riguarda invece la dimensione multilaterale, il programma
MEDA opera per il sostegno di tutte le iniziative volte ad una più stretta
integrazione tra i 27 Paesi partner e alla risoluzione di problematiche di
carattere transnazionale75.
L’interesse europeo all’aspetto economico dei rapporti allacciati con i
Paesi mediterranei si avverte un po’ ovunque. Comincia lentamente a
consolidarsi la sensazione di come gli sforzi intrapresi nella definizione dei
rapporti tra gli stati membri dell’Unione Europea ed i Paesi del
Mediterraneo sud-orientale siano stati maggiormente rivolti a tutte quelle
iniziative e riforme di carattere economico-commerciale (caduta delle
barriere
doganali,
sviluppo
del
settore
privato,
promozione
della
competitività e degli investimenti esteri, istituzione di un sistema di trasporto
efficiente) che non solo faciliteranno gli scambi tra Nord e Sud ma
garantiranno
anche lo sviluppo di un mercato libero tra i Paesi della
sponda meridionale del Mediterraneo.
Richard Youngs76, importante studioso di Politiche euro-mediterranee,
sottolinea come i fondi stanziati nell’ultima metà del 1990 per il democracy
assistance (l’aiuto allo sviluppo della democrazia in ogni settore) siano
ammontati a meno dello 0.5% di tutti gli aiuti conferiti ai Paesi MEDA.
La
maggior
parte
dei
finanziamenti
era
stata,
infatti,
assicurata
esclusivamente ai piani d’assistenza al processo di ristrutturazione
Decisione 97/70/EC del 6 dicembre 1996, pubblicata sulla GU L 325 del
14.12.1996.
75 I fondi dell’UE vengono concessi ai singoli paesi mediterranei solo dietro
l’elaborazione di programmi indicativi triennali, di carattere nazionale per quanto
concerne gli accordi bilaterali, e di carattere internazionale per tutti gli accordi
multilaterali. Entrambi devono essere comunque sottoposti ad una revisione
annuale.
CNEL, V Rapporto sul Mediterraneo: Economie Mediterranee - Sistemi produttivi
locali e di nuova formazione Cooperazione Sud-Sud e Nord-Sud - Documenti ,
Roma, 1999, pag. 54.
76
R. Youngs, The European Union and Democracy Promotion in the
Mediterranean: A New or Disingenuous Strategy?, Mediterranean Politics, 2002.
74
48
economica, ovvero al finanziamento delle infrastrutture pubbliche, alla
riforma della pubblica amministrazione e del settore pubblico e privato77.
Tale tesi viene rafforzata anche da uno specifico passaggio di un articolo
di Lorand Bartels, docente nella Scuola di Legge presso l’università di
Edimburgo, che considera l’assenza dell’inclusione delle clausole dei diritti
umani negli accordi di associazione e cooperazione o nei rapporti
commerciali di carattere bilaterale che l’UE aveva concluso con i paesi
terzi come la principale caratteristica dell’EMP nella sua fase embrionale78.
Solo con la quinta Conferenza euro-mediterranea dei Ministri degli Esteri,
svoltasi a Valencia il 22 e 23 aprile 2002, si é riuscito ad imprimere una
nuova e profonda svolta al Processo di Barcellona, e ciò attraverso il
rilancio del terzo pilastro della politica euro-mediterranea: il partenariato
sociale, culturale ed umano. In tale occasione, infatti, la Commissione e il
Parlamento dell’Unione Europea hanno confermato il proprio impegno ad
aumentare il sostegno a favore delle riforme democratiche e dei diritti
umani nella regione MEDA attraverso il finanziamento, a partire dal 2005, di
tutti i progetti volti alla promozione di tali condizioni politiche79.
Volendo citare un altro esempio, si potrebbe prendere in considerazione
un'altra fonte: Azioni e proposte di Confindustria sul Partenariato EuroMediterraneo, Comitato Mezzogiorno; Roma , ottobre 2003. Sarebbe inutile
sottolineare come tutti i documenti e le iniziative della Confindustria relativi al
Partenariato Euro-Mediterraneo privilegino l’aspetto economico-finanziario. Ma è
interessante ad ogni modo notare come in tale fonte il Partenariato venga
considerato esclusivamente come un interesse strategico per tutta l’Europa. Il
progetto euromediterraneo rappresenta per i membri dell’UE una sfida ma
soprattutto un’ opportunità poiché i paesi della riva sud stanno dando prova di
grande dinamismo demografico e di una crescente domanda di consumi che
sarà più forte - e pertanto benefica per le imprese europee e italiane – quanto più
l’EMP avrà prodotto tutti gli effetti economici legati a processi di integrazione
regionale. E’ palese, dunque, che il fallimento di questo progetto, secondo
Confindustria, finirebbe per avere delle conseguenze politiche ed economiche
per tutta l’UE.
78 L. Bartels, A legal Analisys of Human Rights Clauses in the European Union’s EuroMediterranean Association Agreements, Mediterranean Politics, Vol.9, No.3,
pp.368-395.
79 Riunione dei ministri degli Esteri euro-mediterranei di Valencia, 22 aprile 2002;
SEC (2002) 159; http://europa.eu.int . Paesi Partner del Bacino Mediterraneo, La
Conferenza ministeriale di Valencia e il suo Piano d’Azione; www.europa.eu.int ,11
marzo 2003.
77
49
Un passo così importante è stato raggiunto soprattutto grazie agli attori
istituzionali
e
non-istituzionali
della
politica
euro-mediterranea
che,
attraverso una costante pressione, sono stati in grado di ottenere dal
Consiglio e dalla Commissione Europea un uso più effettivo delle clausole
dei Diritti dell’Uomo negli Accordi di Associazione e cooperazione euromediterranei.
Grazie alla Conferenza di Valencia viene finalmente a consolidarsi l’idea
che le azioni di supporto alle istituzioni democratiche ed al rafforzamento
della società civile e della legge di diritto, possono fornire basi ancor più
solide per la realizzazione di una positiva politica internazionale.
La politica euro-mediterranea non può assolutamente prescindere dalla
cooperazione per il rispetto dei diritti umani e dalla difesa dei principi di
democrazia.
Non basta, quindi, impegnare le proprie forze esclusivamente nello
sviluppo economico dei paesi coinvolti in vista di un processo di
liberalizzazione del mercato Nord–Sud ma contribuire parallelamente, e
con particolare riguardo ai Paesi partner mediterranei, al miglioramento
dei livelli di istruzione e delle condizioni di vita nonché all’elevazione del
livello occupazionale della popolazione, soprattutto delle donne e degli
strati sociali più bisognosi80.
Sulla base di tali presupposti, la Conferenza di Valencia ha così posto
particolare accento sulla situazione delle donne e sulla necessità di attuare
tutti i principi della Dichiarazione di Barcellona volti ad una più attiva
partecipazione femminile nella vita sociale, al libero accesso delle donne
alla formazione professionale e al mercato del lavoro, alla promozione del
loro ruolo nello sviluppo e nel mondo degli affari.
Oltre a ciò, la
Conferenza ha riconosciuto l’importanza di programmi regionali di lavoro
relativi alla cooperazione nel settore della giustizia, della lotta alla droga, al
Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo,
Imprimere un nuovo impulso alle azioni dell’EU con i partener mediterranei nel
campo dei diritti umani e della democratizzazione – Documento d’orientamento
strategico, COM (2003) 294; http://europa.eu.int
80
50
crimine organizzato e al terrorismo; alle migrazioni e alla circolazione delle
persone e alla collaborazione nel trattamento delle questioni relative
all’integrazione sociale dei migranti. Per ciò che concerne, invece, il
campo prettamente culturale, in tale importante evento tutti ministri dei
Paesi partecipanti hanno espresso il loro accordo per la creazione di una
fondazione euro-mediterranea (Euro-Mediterranean Foundation for a
dialogue of cultures) incaricata di promuovere il dialogo tra le culture e le
civiltà81.
Nell’ottica di un rafforzamento del dialogo interculturale e di supporto ai
piani di sviluppo è stato, inoltre, approvato un piano d’azione volto ad
estendere ai paesi a Sud del Mediterraneo il programma Tempus e le
iniziative NETDAYS ed Eschola82 per il rafforzamento della cooperazione
universitaria, dell’istruzione superiore e della formazione professionale postsecondaria.
Il processo di integrazione dei Paesi Mediterranei alla politica europea e il
raggiungimento degli obiettivi comuni a tutti i protagonisti di questa nuova
politica internazionale impegna tali Paesi ad intraprendere importanti
riforme. Riorganizzazioni difficili da concretizzare, non solo per la delicata
situazione di politica interna in cui versano, ma soprattutto perché gli sforzi
ed i rischi maggiori dovranno senz’altro essere sostenuti ed affrontati dalla
parte più povera, tecnologicamente meno sviluppata e culturalmente più
arretrata, ovvero la regione meridionale del bacino Mediterraneo.
Il Marocco, in particolare, ha intrapreso la scelta di un patto democratico,
non solo interno ma anche con l’UE, che intende pienamente portare a
Euro-Mediterranean Foundation for a dialogue of cultures; Partenariato
Euromediterraneo, DOC: 57/03 REV2; 12.11.2003, http://europa.eu.int ,.
82 Tempus che, con l’estensione ai Paesi mediterranei è stato definito Tempus
MEDA, è un programma internazionale di cooperazione che intende fornire
supporto alle istituzioni di istruzione superiore dei paesi beneficiari e, più in
generale favorire, lo sviluppo della società civile dei paesi partner e lo scambio di
esperienze tra diverse culture.
NETDAYS ed Eschola, invece, sono due programmi promossi dall’UE per un
miglioramento dell’uso di nuove tecnologie nell’insegnamento primario e
secondario.
81
51
termine. Il Governo e le autorità marocchine sono perfettamente
consapevoli che la garanzia di uno sviluppo politico rappresenta un
processo lungo e laborioso ma sono anche ben consci che tale percorso
favorirà sicuramente una transazione democratica liberatrice delle
potenzialità individuali e collettive di tutto il Paese83.
Proprio per questo motivo il Governo marocchino ha presentato importanti
riforme sia nel campo sociale (traffico degli esseri umani, corruzione,
terrorismo, diritto di famiglia, condizione della donna –vedi capitolo IV-)
che nel mercato del lavoro, della politica fiscale, del pubblico impiego e
della legislazione bancaria e finanziaria. Tali riforme, ispirate agli standard
occidentali, rappresentano oggi parte di quell’opera di modernizzazione
che non solo favorirà uno sviluppo interno ma che accompagnerà
il
Paese verso una migliore piattaforma di collaborazione ed ancor più salde
forme di cooperazione con l’UE.
Lo stesso Re Mohammed VI ed il Governo marocchino hanno più volte
espresso il desiderio di ottenere uno statuto avanzato nelle relazioni con
l’Unione Europea insistendo sul concetto di un partenariato ricco e
diversificato tra il Marocco e l’Unione Europea che abbia il sapore più di
un’associazione e meno dell’adesione84.
Per ciò che concerne, infatti, il nuovo quadro delle azioni euromarocchine,
occorre
innanzitutto
sottolineare
che,
attraverso
la
stipulazione dell’Accordo di Associazione entrato in vigore il 1° marzo del
2000, entrambe le parti hanno manifestato la volontà di superare una
semplice cooperazione commerciale e di integrare allo schema di
un’unica forma di dialogo economico, un’associazione fondata sul rispetto
delle libertà, dei principi democratici e dei valori universali dei diritti umani
e sul dialogo sociale e culturale per il raggiungimento di una migliore
Discorso del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in occasione
del pranzo di Stato offerto al Re del Marocco, Mohammed VI; Quirinale, 11 aprile
2002. www.quirinale.it .
84 Con questa ultima espressione il Re Mohammed ha voluto soprattutto
manifestare l’interesse del proprio Paese a svolgere, rispetto al passato, un ruolo
meno marginale nelle relazioni con l’Unione Europea, www.quirinale.it .
83
52
comprensione reciproca85.
La Comunità ed il Marocco hanno, dunque, posto l’accento sul desiderio
di rafforzare le relazioni di prossimità ed interdipendenza non solo
attraverso politiche di
partenariato e partecipazione allo sviluppo ma
anche grazie ai valori della reciprocità e della solidarietà, confermando,
allo stesso tempo, i tre principi cardine della politica euro- mediterranea: la
stabilità, la sicurezza e la prosperità in tutta la regione del Mediterraneo.
Per ciò che concerne gli scambi commerciali tale accordo, che viene a
sostituire quello di cooperazione firmato nel 1976, ha come principali
obiettivi:
-
la reciproca liberalizzazione degli scambi di beni, servizi e capitali
entro il 28 febbraio 2012 attraverso un abbattimento più o meno
graduale, a seconda delle merci, delle barriere doganali;
-
lo sviluppo di un partenariato basato sull’iniziativa privata,
considerata dal Marocco e dalla Comunità come una scelta storica
favorevole allo sviluppo economico, commerciale e del settore degli
investimenti, fattori indispensabili al sostegno della ristrutturazione
economica e dell’ammodernamento tecnologico dei Paesi partner
mediterranei.
Ciò apporterà certamente delle profonde modifiche all’economia
marocchina poiché consentirà al Paese di aumentare le sue esportazioni,
di agevolare i flussi finanziari, di sviluppare il commercio dei prodotti e dei
servizi; ma occorre anche sottolineare come il sostenimento del peso
oneroso comportato dal lungo processo di raggiungimento di tali obiettivi
non potrà essere sostenuto ed affrontato dalle sole forze del Marocco.
Per questo motivo l’Unione Europea si è impegnata a fornire al suo partner
un significativo sostegno ai suoi programmi di riforma e di adeguamento
Official Journal of European Commission, Euro-Mediterranean Agreement
establishing an association between the European Communities and their
Member States, of the one part, and the Kingdom of Morocco, of the other part; L
70/2; Bruxelles, 18.3.2000.
85
53
dell’economia e, soprattutto, alla risoluzione dei condizionamenti e delle
difficoltà interne di tutti i settori che potranno risentire in modo negativo del
processo di liberalizzazione dell’insieme dell’economia marocchina e degli
scambi tra il Marocco e la Comunità, al fine di favorire e sostenere lo
sviluppo e la prosperità del Paese e di tutto il popolo marocchino86.
E’ indispensabile, infatti, ricordare che il Marocco è una nazione dove il
numero dei poveri supera, su una popolazione di 30.500.000 abitanti, i 14
milioni di individui e in cui il tasso di disoccupazione oscilla tra il 16 ed il 20%
con punte che, soprattutto tra le fasce più giovani ed istruite dei grandi
centri urbani, toccano il 30%. 87
Un' altra grave piaga che affligge il Regno del Marocco è l’analfabetismo
che tocca valori compresi tra il 40-45% raggiungendo addirittura picchi del
90% tra la popolazione femminile; un dilemma difficile da combattere e
sradicare nonostante l’impegno dimostrato dalle autorità ed organizzazioni
non governative, per la difficoltà di organizzare centri scolastici, soprattutto
nei villaggi sperduti nelle campagne, per l’elevata dispersione scolastica e
la perdita di importanza del diploma88.
Questi ed altri fattori di natura demografica, sociale ed economica,
influenzano sicuramente anche il mercato del lavoro contribuendo a
rendere alquanto difficile colmare, almeno nel breve e medio termine, tutti
gli squilibri attualmente esistenti. Sulla base di tali premesse sarà possibile,
ad esempio, accennare anche ai problemi presenti nel settore agricolo
(che impiega il 40% della popolazione e contribuisce a più del 16% del PIL)
o in quello della pubblica amministrazione, comportati dalle politiche di
aggiustamento
strutturale
e
di
modernizzazione
dell’economia
ed
The Euro-Mediterranean Partnership – Barcelona Declaration – Adopted at the
Euro-Mediterranean
Conference
27-28/11/1995;
(art.1,
comma
2)
,
www.europa.eu.int .
87 CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero), Marocco, Scheda Paese;
Amsterdam, 21-23 ottobre 2004.
88
The EU’s relations with Morocco, Overview – Economic Background,
www.europa.eu.int, giugno 2003.
86
54
inevitabilmente
correlati
al
fenomeno
della
disoccupazione
e
dell’immigrazione.
Nonostante gli sforzi intrapresi per incrementare lo sviluppo industriale, in
Marocco, infatti, l’agricoltura gioca ancora un ruolo principale ma
presenta
purtroppo
un
andamento
altalenante
per
la
sua
forte
dipendenza dalle condizioni atmosferiche e per i tremendi effetti che la
siccità endemica produce sull’industria agro-alimentare.
A ciò viene, dunque, ad allacciarsi il delicato tema dell’immigrazione
interna, ovvero del massiccio esodo dalle campagne verso le grandi città.
Ogni giorno centinaia di persone sono costrette a trasferirsi in metropoli
come Rabat o Casablanca con la speranza di un futuro migliore ma
ignare, purtroppo, di venire ad incrementare il numero della popolazione
sottoccupata o, ancor peggio, della crescente massa dei disoccupati.
Il tasso di disoccupazione rappresenta, a sua volta, un altro punto caldo
della situazione socio-economica del Paese soprattutto a seguito della
politica di terziarizzazione economica attuata dal Governo marocchino a
partire dai primi anni ‘90. Nell’ottica di un crescente processo di sviluppo,
infatti, lo Stato ha assunto il ruolo di fonte diretta di occupazione
comportando, conseguentemente, uno spostamento della popolazione
attiva dal settore agricolo al settore dei servizi. Ma con il passare degli anni
l’insufficiente crescita economica, il crescente “gap” tra l’aumento della
popolazione attiva e il volume dell’occupazione creata, nonché le
conseguenti politiche di stabilizzazione economica e di aggiustamento
strutturale attraverso lo sviluppo del settore privato, hanno determinato
una riduzione costante dei posti di lavoro creati dal settore pubblico e, in
modo direttamente proporzionale, un crescente flusso di individui costretti
ad emigrare all’estero.
Le contraddizioni sono dunque molte, forti e difficili da limitare, ma il
Marocco sta dimostrando un grande impegno nel risolvere tutti i problemi
apportati da anni di colonizzazione, dal mascherato assolutismo del regno,
una corruzione dilagante in ogni settore, un inefficiente sistema di
sfruttamento delle risorse sia umane che territoriali,
dando inoltre una
55
grande prova di forza nella lotta alla povertà e a favore di un
miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.
In questa importante sfida il Marocco non è solo ma sostenuto, come già
detto, dall’Unione Europea ed in particolare da un partner ad esso ancor
più vicino a partire dal 2000: l’Italia.
I rapporti tra l’Italia ed il Regno del Marocco, soprattutto nel campo degli
aiuti allo sviluppo in settori prioritari come l’agricoltura, l’industria agroalimentare, la pesca e le strutture di base risalgono già al febbraio 1961
con la stipulazione, a Roma, del primo Accordo di Cooperazione Tecnica
ed Economica. A questo sono seguiti diversi programmi di Cooperazione,
gli ultimi dei quali, ancora in corso, risalgono alla riunione della
Commissione mista italo-marocchina svoltasi nel 1992 e, due anni dopo, ad
un Comitato di verifica dei programmi
congiuntamente promossi dalle
parti89.
Nel 1997 il Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri marocchino Filali
compie a Roma la prima visita ad alto livello in Italia seguita, dopo pochi
mesi, da quella del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
Entrambe le visite rivestirono immediatamente una grande importanza
poiché posero l’accento sulla volontà di approfondire i rapporti bilaterali
tra i due Paesi e sul particolare desiderio marocchino di vedere l’Italia
svolgere un ruolo di più alto profilo in ogni settore. In entrambe le occasioni
vennero definite strategie e messe a punto modalità di intervento per un
rafforzamento congiunto della stabilità politica, economica e sociale del
Marocco, ma soprattutto avviati i negoziati per la conversione di un terzo
del debito pubblico del Paese verso l’Italia ammontante a circa 640
miliardi di lire.
Fu così che il 12 aprile 2000, all’indomani dell’accoglienza al Quirinale del
Re Mohammed VI, i ministri degli Esteri Dini e Mohammed Benaissa
sottoscrissero due importanti accordi: il Protocollo sulle consultazioni
Ministero degli Affari Esteri, Scheda paese – Marocco: rapporti bilaterali; pag.
10.
89
56
politiche rafforzate ed un Accordo di conversione del debito che
impegnavano il Governo marocchino ad assicurare l’equivalente della
somma condonata in valuta locale per la realizzazione di progetti di
sviluppo nel settore dell’educazione, dell’approvvigionamento idrico, della
costruzione di strade rurali, delle opere idrauliche e dei servizi sanitari di
base.
57
CAPITOLO 2
IL MURO MAROCCHINO
DEL SAHARA OCCIDENTALE
Figura
2
fonte:
http://www.viaggiatori.net/turismoestero/Sahara_occidentale/mappa/
58
2.1 Breve analisi geografica della regione
Il Sahara Occidentale è situato nel nord- ovest del continente africano, fa
parte della regione del “Maghreb” (costituita da Marocco, Mauritania,
Tunisia, Algeria, Libia) che si trova a cavallo tra il bacino mediterraneo e il
deserto. Il territorio che misura circa 252 120 Kmq, si affaccia sull’Atlantico
per circa mille chilometri. Ha una popolazione di 480.000 abitanti
(censimento del 2007), la densità è di 2 abitanti per kmq.90 E’ costituito da
due regioni geograficamente distinte, la Seguiat al Hamra a nord,
relativamente irrigua, e il Rio de Oro a sud, più arido. Nell’insieme è in gran
parte desertico, ma è ricchissimo di risorse minerarie e le coste sono
pescosissime. I suoi confini, come tanti altri del continente africano, sono
largamente convenzionali; furono infatti tracciati dalle potenze europee
che nella Conferenza di Berlino (dicembre 1884 – gennaio 1885) si
spartirono l’Africa91.
2.2 Il Sahara Occidentale: cenni storici.
2.2.1 La società saharawi originaria.
Prima dell'arrivo degli Arabi, la parte occidentale del Sahara era abitata
da popolazioni berbere. Solo agli inizi del XIII secolo gli arabi Maquil,
originari dello Yemen, riuscirono a penetrare nel deserto, alla ricerca di
nuove rotte commerciali. La società saharawi del periodo pre-coloniale si
Calendario Geografico De Agostini, Novara, Istituto Geografico De
Agostini, 2009, p. 755.
91 Ibidem.
90
59
presentava perciò come il risultato di un processo di scontro – incontro assimilazione avvenuto dal XIV secolo in poi, tra le tribù arabe Maquil e
quelle berbere Sanhdaja.92 Questi processi originarono alcuni caratteri
peculiari nelle tradizioni di quei territori. Si pensi all'islamizzazione dei gruppi
nomadi, da sempre politeisti, e all'utilizzo dell'hassaniya93, molto diverso dai
dialetti berberi e simile all'arabo della penisola arabica. Anche la
discendenza per via patrilineare (propria dei Maquil) ha prevalso in questo
processo di mescolanza culturale, nonostante rimanga ancora oggi il
retaggio matrilineare della componente berbera. Le circa 20 tribù
nomadi94, che abitavano quei territori prima della colonizzazione, erano
stratificate gerarchicamente in base alla loro discendenza (reale o
rivendicata) dal fondatore della componente araba o dal Profeta stesso.
La tribù raggruppava diverse fazioni, composte da un certo numero di
tende (khaima) e veniva guidata da un capo (cheikh) e dall'assemblea
tribale (yemaa) composta dai capifamiglia. Le diversità delle tribù,
nell'organizzazione sociale e nel tipo di stanziamenti, rivelano come in
epoca pre-coloniale la popolazione non fosse affatto unita. Tuttavia, come
ha sottolineato anche Barbier95 nell'analisi relativa ai loro caratteri
antropologici, vi erano sufficienti analogie per poter distinguere queste
tribù da quelle vicine e per identificare una “società saharawi”. Inoltre, se è
vero che periodicamente vi furono scontri violenti e razzie, questi non
generarono mai ostilità permanenti, al contrario sembrava esserci un certo
legame di protezione. Esso si riproduceva ad ogni livello della società
(tribù, fazioni, famiglie) con una complementarietà ai nostri occhi
paradossale, tra l'individualismo ribelle del nomade e la solidarietà
('asabiyya) interna al gruppo.
V. Baccalini, Un popolo canta Lulei, Ottaviano, Milano, 1980, p. 20.
L' hassanija è ancora oggi la lingua dei saharawi e degli abitanti della
Mauritania del Nord.
94 Alcuni studi sulle società originarie del Sahara spagnolo, riducono a 8 il numero
delle principali tribù, divise in 45 fazioni.
95 M. Barbier, Le conflit du Sahara Occidental, l'Harmattan, Paris, 1982, p. 21.
92
93
60
La configurazione politica della società saharawi era determinata dalle
relazioni intertribali, basate su patti, tributi ed alleanze, che trascendevano i
legami parentali e di lignaggio, in una dialettica continua per cui il gruppo
poteva sciogliersi in certi contesti e mantenere un'unica identità in altri.
Pur mancando un nucleo di potere istituzionale permanente, l'Ait al Arbain
(Consiglio dei Quaranta) costituiva una struttura politica simile ad
un'assemblea dei capi tribù, che si riunivano solo in caso di pericolo o per
la gestione dei conflitti interni. Un'ultima rapida, ma indispensabile,
occhiata va data alle Qabila (ovvero, le tribù) che occupavano il Sahara
in epoca precoloniale, perché sono loro che determinano la futura
evoluzione verso la concezione statale e nazionale
- Erguibat: è una tribù guerriera, sarà quella più numerosa nel territorio
durante il secolo XIX. Prendono il loro nome da Sidahamed Erguibi, arrivato
nel Sahara nell'anno 909 dell'egira (1503), e discendente del Profeta
Mohammed.
- Arosien: anch'essa è una Qabila Chorfa, cioè i cui discendenti risalgono al
Profeta; il loro stile di vita è volto all'orazione e alla predicazione.
- Toubalt: Qabila Chorfa risale al XIII secolo con una notevole cultura.
- Filala: altra Qabila Chorfa di gran prestigio religioso.
- Ulad Bu Sba: si dice che il fondatore fece il miracolo di convertire le sue
pecore in leoni per difendersi dai nemici. Questa Qabila, Chorfa e
guerriera, giunse nel Sahara dopo essersi ribellata al sultano marocchino
nel 1672. La sua decadenza comincia nel secolo XX come conseguenza
delle guerre contro gli Erguibat.
- Ulad Delim: gruppo arabo o hassan la cui discendenza si rifà direttamente
agli invasori arabi Beni Hassan. Sono uomini guerrieri poco numerosi che si
61
considerano come lignaggio puro, essendo Hassan diretto discendente di
Maometto96.
Tra i gruppi tekna, ovvero gli aggruppamenti berberi (e non arabi) di
Qabila senza un antenato comune, ma con legami di parentela e zone di
origine simili, si riscontrano le seguenti Qabila:
- Izarguien: Qabila guerriera berbera, la cui storia è piena di campagne
contro i nemici marocchini.
- Ahel Berikallah: Qabila religiosa e studiosa, alleata, nell'XI secolo, con
Almoravidi. Quest’ultma era una dinastia berbera che regnò sul Maghreb
e sulla Spagna tra la fine dell'XI e gli inizi del XII secolo.
- Ulad Tidrarin: Qabila tributaria, installata nel Sahara dal XIV secolo97.
Osservando le evoluzioni di questa società nei diversi contesti storici e le
modalità di sviluppo della loro coscienza nazionale, è possibile cogliere la
pertinenza della definizione di Weber della tribù. Ovvero come il prodotto
di una comunità politica che riconosce una comune appartenenza ad un
determinato gruppo, e questo non per l'origine etnica dei membri, ma per
la condivisione dello stesso destino politic98. In questo senso, ciò che
avrebbe maggiormente favorito il superamento delle strutture sociali
originarie sarebbe stata l'abitudine a costituire alleanze trasversali alle tribù
e un'organizzazione militare cosciente nel voler trascendere le gerarchie
tribali a favore dell'unità nazionale99.
J. Caro Baroja , Estudios saharianos, Madrid, Ediciones Júcar, 1990.
Ibidem.
98 M.Weber, Economia e Società, volume II , Edizioni di Comunità, Milano, 1961.
99 .O. Yara, L'insurrection Saharaouie: de la guerre à l'Etat, l'Harmattan, Paris, 2003,
cit. p. 12.
96
97
62
2.2.1 Dalla colonizzazione spagnola all proclamazione della Repubblica
Araba Sharawi Democratica (RASD)
Il Sahara Occidentale affidato alla Spagna nella Conferenza di Berlino
(1884-1885), venne però occupato effettivamente solo nel 1934, in seguito
alla sollecitazione dell'avanzata francese sui confini dei paesi vicini
(Algeria, Marocco e Mauritania). La Francia premeva per un controllo
effettivo della Spagna perché il territorio era diventato una roccaforte
della resistenza che minacciava anche la presenza francese nelle sue
colonie confinanti. L'occupazione spagnola del territorio mise fine al
sistema politico allora
esistente, il Consiglio dei Quaranta. Da allora la
Spagna cominciò a governare il territorio applicando misure amministrative
che miravano alla distinzione dei sahrawi dai cittadini dei paesi vicini. Li
obbligò a portare i documenti d'identificazione, prima inesistenti, e ad
avere l'autorizzazione per attraversare i confini. Per garantire il suo controllo
sulla popolazione nomade, la costrinse alla concentrazione forzata nelle
grandi città applicando la politica della "terra bruciata": nel 1958, con
l'aiuto di Francia e Marocco100, condusse un'operazione militare (Huracàn Ecouvillon) contro i residui della resistenza sahariana che fu utilizzata anche
contro i nomadi e il loro bestiame, allo scopo di obbligarli ad entrare nelle
città. Proprio a causa della natura nomade della popolazione che si
spostava da un luogo all'altro, senza preoccuparsi di frontiere e confini, il
numero della popolazione non fu mai precisato. Solo dalla seconda metà
degli
anni
'50
la
Spagna
fece
alcune
stime
del
numero
della
popolazione101, e nel 1974 un censimento determinò il numero della
popolazione in 73.497 persone. Invece le stime del 1989 hanno fissato la
La partecipazione del Marocco consistette nell'offrire all'autorità spagnola tutti i
dati concernenti la resistenza sahariana, e nel privare delle armi quelli che erano
presenti nel Marocco.
101 F. Briones, Sahara: Cien años sin libertad, Alicante, 1993, p. 132.
100
63
popolazione in 186.488 abitanti102,
la maggior parte dei quali vive nei
campi profughi nel Sud Ovest dell'Algeria.
I confini del Sahara Occidentale103 furono tracciati in varie fasi di trattative
fra la Gran Bretagna e la Francia nel 1890, poi fra Spagna e Francia nel
1900, 1904 e 1912 e, infine, fra la prima e il Marocco nel 1958.
Nel 1890 un trattato fra Francia e Gran Bretagna stabilì il dominio francese
nel Sahara, precisamente nella zona delimitata da Figuig, Igli e Capo
Bianco.
Il trattato di Parigi nel 1900 (trattato di Muni), tracciò il confine fra il dominio
spagnolo nel Sahara e quello francese in Mauritania, questo trattato
attribuì alla Francia le zone di Adrar Tammar, Bahia del Galgo e le saline di
Gil (ricche di ferro), e divise la penisola del Rio di Oro in due parti lasciando
alla Spagna la metà esterna aperta all'Oceano Atlantico.
L’accordo del 1904 prevedeva la ratifica del trattato del 1900 e precisò il
dominio della Spagna nel Sahara Occidentale in questo modo: per la zona
del Rio d'Oro fra Capo Bianco e il parallelo 26°, per la zona del Saguiet el
Hamra fra il 26° e il 27° parallelo. Lo stesso trattato prevedeva la consegna
a favore del Marocco, della zona di Tarfaya dal parallelo 27° fino
all'estremo nord del confine storico del Sahara Occidentale, cioè Rio
Daraa104.
Il trattato del 1912 stabilì i confini finali del Sahara Occidentale (provincia
Spagnola in Africa) nello spazio fra il parallelo 27° e la penisola di Capo
Bianco. Il Sahara occidentale diviene effettivamente colonia spagnola
solo con le Convenzioni di Parigi del 1900 e 1904 e di Madrid del 1912.105
Le stime fatte dalla Spagna erano: 1955 (24563 abitanti), 1963 (33.439 abitanti),
1964 (37.500 abitanti), 1965 (54.178 abitanti), 1970 (59.777 abitanti).
103 F. Briones, op. cit., p. 16-19.
104 Fu consegnata al Marocco solo nel 1958, e forse per questo alcune fonti
determinano la superficie del Sahara in 284.000 Kmq, cioè includono anche la
regione di Tarfaya .
105 Y. H. Zoubir ,D. Volman, International Dimensions of the Western Sahara
Conflict Praeger Publishers, London,1993. p. 18.
102
64
Con l’andamento della guerra, la presa sull'Africa cede: il partito
indipendentista marocchino, Istiqlal, inizia a parlare di Grande Marocco106,
con la Mauritania, il Mali, parte dell'Algeria e il Sahara Occidentale. Le
popolazioni del Sahara occidentale si ribellano a questo stato di fatto, e
organizzano il primo movimento di liberazione. Il primo nucleo nazionalista
si crea intorno al giornalista Mohamed Bassiri che nel 1967 diventa un
punto di riferimento di quello che prenderà il nome di Movimento di
Liberazione del Sahara (MLS). Già dal 1960 l’Assemblea Generale dell’ONU,
attraverso la risoluzione n.1514 affermava che il Sahara Occidentale è un
unità territoriale che deve poter godere dell’autodeterminazione107. Nel
1970, usciti dalla clandestinità, diventano oggetto di una durissima
repressione con morti e centinaia di arresti tra cui lo stesso Bassiri, che
sparirà nel nulla dopo un raid delle forze spagnole. Di lui non si avranno più
notizie108.
Nel maggio del 1973 un piccolo nucleo di nazionalisti Saharawi costituisce il
Fronte Polisario (Fronte di Liberazione di Saguiat - Al - Hamra e Rio de Oro).
Anche questo movimento subisce una violenta repressione, ma sopravvive
Idea inizialmente partorita da Allal El-Fassi, segretario del Hizb al Istiqlal,
principale partito nazionalista marocchino nato nel 1943. Nel 1960 il governo
marocchino pubblicò un “Libro bianco” in cui precisava le proprie rivendicazioni
sia sul Sahara Occidentale sia sulla Mauritania. E’ la prima volta che il Marocco
indipendente formula in modo compiuto e ricco di riflessi internazionali l’idea del
Gran Marocco, fino ad allora El-Fassi, durante una conferenza stampa al Cairo il 3
luglio del 1956, parlò di confini storici e naturali del Marocco e presentò una
mappa che includeva gran parte del Sahara algerino, il nordest del Mali, tutta la
Mauritania fino al Senegal e, naturalmente, Ifni, Tarfaya, Ceuta, Melilla, le isole
Canarie e il Sahara spagnolo. Questa tesi diventa politica ufficiale della
monarchia alauita. I confini dell’Algeria, indipendente nel 1962, diventano
l’occasione di un breve scontro (“guerra delle sabbie”) nell’autunno del 1963,
mentre l’indipendenza della Mauritania sarà riconosciuta da Rabat solo nel 1969.
E’ anche il primo caso in cui vengono poste in discussione le frontiere coloniali da
parte di uno stato africano che ha raggiunto l’indipendenza, frontiere che invece
verranno sancite come tangibili dall’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) nel
1963.
107 Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara occidentale,
Napoli Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, p. 221
108 V. Di Paola, Continua il dramma dei Sahrawi, Rivista on line”, 21 febbraio 2007.
http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliPrimoPiano.aspx?id=3383
106
65
fino ai giorni nostri. Dal 1973 alla lotta armata
marocchina contro la
Spagna partecipa anche il Fronte Polisario.109
Intanto,
però,
con
l’accordo
di
Madrid110,
la
Spagna111
cede
al
Marocco
e
alla
Mauritania
il
Sahara
Occidentale112 .
L'esercito
marocchino,
già
impegnato
nel
territorio
prima
dell'accordo
di
Madrid,
continua
l'azione
di
invasione
occupando
gli
spazi
abbandonati
dall'esercito
spagnolo;
Smara
è
occupata,
così
come
altri
centri.
La
resistenza
del
Fronte
cerca
di
opporre
un
freno
immediato,
le
zone
occupate
dal
Marocco
sono
abbandonate
dalla
popolazione
che
si
sposta
verso
zone
libere.
Anche
l'esercito
mauritano
sferra
l'attacco
e
dopo
10
giorni
di
bombardamenti
prende
il
controllo
di
Guera.113
2.2.2 La proclamazione della Repubblica Araba Sahrawi Democratica
Per colmare il vuoto istituzionale lasciato dal ritiro degli spagnoli
(completato il 26 febbraio), il Fronte Polisario, dopo un non facile dibattito
interno, il 27 febbraio, nell’oasi di Bir Lehlu, nelle zone liberate, sceglie la
Ibidem.
Lo stesso giorno della pubblicazione del parere della Corte, Hassan II annuncia
l'organizzazione di una grande marcia pacifica, la marcia verde, composta da
350.000 persone, verso il Sahara Occidentale, per riaffermare le rivendicazioni del
Marocco. Questa mossa serve a premere sulla Spagna, che, anche a causa della
delicata situazione di passaggio di poteri (il generale Franco muore il 20
novembre), preferisce essere sollevata dalla responsabilità del referendum.
Il 14 novembre 1975 viene firmato un accordo tra la Spagna, il Marocco e la
Mauritania, che verrà reso pubblico qualche giorno dopo e prevede: l'istituzione
di un'amministrazione temporanea nel territorio con la partecipazione del
Marocco e della Mauritania e la fine della presenza spagnola entro il 28 febbraio
1976. Il territorio del Sahara Occidentale viene dunque spartito tra i due Paesi
africani a partire dal 14 aprile 1976.
111 L’accordo di Madrid viene siglato in periodo di forte incertezza per la Spagna,
coincide con le settimane d’agonia del dittatore Franco in cui non si riescono a
capire le intenzioni del nuovo Re. I problemi interni da affrontare erano grandi ed
in questa situazione di emergenza vengono decise le sorti del Sahara
Occidentale.
112 Y. H Zoubir., D.Volman, International Dimensions of the Western Sahara Conflict
Praeger Publishers, London,1993. p. 63
113 www.saharawi.info/storia_saharawi_dettagliata.htm
109
110
66
strada della proclamazione dell’indipendenza del Sahara Occidentale.
Viene approvata una Costituzione provvisoria per dare una base politica e
sociale
al
nuovo
stato
denominato
Repubblica
Araba
Sahrawi
Democratica (RASD). Il primo governo della RASD è formato il 4 marzo sotto
la Presidenza di Mohammed Lamine.114
La repubblica viene definita come araba, islamica, democratica e
socialista, dove la sovranità appartiene al popolo; l’islam è la religione di
stato e l’arabo (hassaniya) la lingua nazionale.
Passo importante verso la definizione dell’assetto istituzionale sarà reggere
il popolo sahrawi, nella difficile fase della lotta per la liberazione del proprio
territorio e nella transizione da una situazione di emergenza al compimento
dell’autodeterminazione. Il programma politico e la struttura del nuovo
stato sono precisati nel 3° Congresso del Fronte Polisario, svoltosi tra il 26 e il
30 agosto 1976. Vengono adottati sia un programma nazionale generale
che un Manifesto politico. Il programma fissa gli obbiettivi politici a breve e
lungo termine. Nell’immediato si tratta di approfondire la coscienza e la
mobilitazione del popolo nella sua lotta per l’indipendenza. Sul piano
diplomatico, il programma mette l’accento sulla creazione di un fronte
progressista arabo africano di cui l’intesa con l’Algeria e la Libia costituisce
il primo passo.
Sul piano sociale, la priorità viene data alla necessità delle popolazioni
rifugiate nei campi. A lungo termine, il programma si propone una politica
di costruzione nazionale e di realizzazione del socialismo, attraverso un
sistema repubblicano e democratico con l’equa ripartizione della
ricchezza nazionale, e con la soppressione di ogni forma di sfruttamento.
Sul piano culturale, si evidenzia l’impegno dell’insegnamento, che sarà in
lingua araba, obbligatorio e gratuito, della protezione della cultura
tradizionale e dell’eredità religiosa.
114
Ibidem.
67
Sul piano economico, si accentua la volontà del controllo delle proprie
risorse da parte del paese stesso.
L’Unità Maghrebina è, sul terreno diplomatico, una tappa verso l’unità del
mondo arabo. L’organizzazione politica, affida al Comitato esecutivo del
Fronte, la designazione del Consiglio dei ministri.
Il potere legislativo è affidato al Consiglio nazionale sahrawi, composto da
41 membri, dal Segretario generale del Polisario e dal presidente della
RASD che è Mohamed Abdelaziz
115 ,
il quale prende il posto di El Wali,
dopo la sua morte in territorio mauritano nel giugno del 1976.
La battaglia diplomatica e la lotta armata si affiancano nella strategia
della RASD; il 5 agosto del 1979, dopo aver decretato un cessate il fuoco
unilaterale sul fronte Sud, il Polisario conclude un accordo con la
Mauritania, che recede dalle rivendicazioni, stremata dalla guerra.
Sul fronte Nord, al contrario, la lotta contro l'esercito marocchino prosegue:
il Marocco costruisce dei muri di sabbia e pietrame, preceduti da campi di
mine (molte delle quali sono italiane) controllati da sistemi elettronici di
sorveglianza e da punti di guardia armati a distanze regolari.116
2.3 Analisi del conflitto.
L’analisi del conflitto si dovrà muovere su due piani distinti e non
necessariamente compatibili: quella giuridica e quella politica.
Proclamazione della Rasd, Manifesto politico del 3° congresso, Programma
d’azione del 3°congresso, Costituzione della Rasd. Appendice a Virgilio Boccalini,
Un popolo canta lulei,cit., p.122-15
116 Y. H Zoubir, D. Volman, op. cit., p. 75-76
115
68
2.3.1 Analisi giuridica.
Sul piano più strettamente giuridico, si esige una doppia riflessione: la prima
riguarda la natura giuridica del movimento Saharawi, l’altra concerne
l’effettiva applicabilità del principio di autodeterminazione al popolo
saharawi ed alle soluzioni che possono apprestarsi.117
2.3.1.1 Soggettività internazionale del Fronte Polisario.
Per quanto riguarda la soggettività internazionale, il parere della dottrina
non è unanime. Una parte ritiene che non possa essere revocata in dubbio
la soggettività internazionale del fronte Polisario. Tale conclusione
risulterebbe, supportata dal diritto internazionale consuetudinario, secondo
cui, i movimenti di liberazione nazionali sono configurabili come soggetti
se esercitano in modo effettivo poteri d’imperio su un area territoriale ben
determinata. Nel caso di specie, detta soluzione può ritenersi avvallata
perché il Fronte ha il pieno controllo di una piccola regione dell’Algeria
(che supporta il movimento), ha concluso un accordo con la Mauritania
nel 1979 e
l’Assemblea Generale
lo ha ammesso alle sessioni in cui
affronta il problema del Sahara Occidentale.
Altra parte della dottrina, sostiene che tali considerazioni non siano
sufficienti a fondare la soggettività internazionale, del movimento di
liberazione. Un’analisi più profonda mostra come, l’indipendenza del
Fronte non è effettiva ma fortemente condizionata da Algeri. Inoltre la
partecipazione all’Assemblea Generale, è prevista unicamente per le
sessioni riguardanti il Sahara Occidentale senza il diritto di voto, ovvero
Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara
Occidentale, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008.
117
69
non gli viene riconosciuto la pienezza dei diritti normalmente attribuita ai
soggetti di diritto internazionale.118
La dottrina ha, però, raggiunto una posizione comune: escludere
l’esistenza di uno stato, la Repubblica Araba Saharawi Democratica,
proclamata dal Fronte Polisario nel 1976, poiché essa difetta
degli
elementi dell’effettività e dell’indipendenza, ossia della soggettività
internazionale119.
In tale contesto, non assume peso giuridico nè il fatto che oltre 73 Stati
abbiano riconosciuto tale Repubblica né tanto meno il fatto che sia stata
ammessa all’Unione Africana (UA). Il diritto internazionale considera il
riconoscimento un atto certamente lecito, ma a carattere meramente
politico, ovvero non produttivo di effetti giuridici e non idoneo a fondare la
soggettività internazionale di un qualsiasi ente.120
2.3.1 L’applicabilità del principio di autodeterminazione
Il principio di autodeterminazione, conferisce il diritto ai popoli colonizzati o
comunque sottoposti a dominazione straniera, di divenire indipendente, di
associarsi od integrarsi con altro stato indipendente, ovvero di scegliere
liberamente il proprio regime politico. Nato come norma pattizia, dato il
suo iniziale inserimento nella Carta delle Nazioni Unite, ha acquistato
rapidamente carattere di norma consuetudianaria e poi cogente grazie
ad una significativa prassi che si è sviluppata proprio ad opera delle
Ibidem.
Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara
occidentale, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, cit. p.9.
120 Op. cit., p. 9.
118
119
70
Nazioni Unite. Trova la sua base giuridica negli articoli 1 comma 2121 , 55122
della Carta dell’ONU
e in due Dichiarazioni123 solenni dell’Assemblea
Generale124. Alla norma viene conferito lo status di norma cogente, ovvero
dotata
di
una
forza
passiva
maggiore
rispetto
alle
altre
norme
consuetudinarie e produttiva di obblighi erga omnes, in base ai pareri della
Corte Internazionale di Giustizia125.
Dall’appartenenza del principio di autodeterminazione alle norme di jus
cogens, derivano conseguenze giuridiche notevoli. In particolare l’obbligo
per tutti gli Stati di favorire la decolonizzazione e di aiutare l’ONU ad
assolvere le proprie responsabilità, in conformità alla carta e al diritto
internazionale generale, inoltre, il dovere di ogni Sato di astenersi da
qualsiasi misura coercitiva che privi i popoli, nel caso in cui reagiscono ad
una tale misura coercitiva nell’esercizio del loro diritto, a ricevere un
appoggio conforme ai fini e ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Nel
caso in specie, tanto l’Assemblea Generale quanto la Corte Internazionale
di
Giustizia,
hanno
riconosciuto
il
diritto
del
popolo
Saharawi
all’autodeterminazione.126
Nella risoluzione n. 2229 del 1996, l’organo assembleare delle Nazioni Unite
afferma ufficialmente il diritto del Sahara Occidentale all’indipendenza
dalla Spagna. Questo diritto non venne riconosciuto automaticamente
In base al quale uno dei fini dell’organizzazione è: sviluppare tra le nazioni
relazioni amichevoli fondate sul rispetto del principio dell’uguaglianza dei diritti e
dell’auto decisione dei popoli a prendere altre misure atte a rafforzare la pace
universali.
122 La disposizione in tema di cooperazione internazionale economica e sociale,
richiama il rispetto dei principi dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei
popoli.
123 La Dichiarazione del 1960 la n.1514 relativa alla concessione dell’indipendenza
dei popoli sottoposti a dominio coloniale, e la Dichiarazione del 1970, la n. 2625 in
tema di rapporti amichevoli e cooperazione tra gli Stati.
124 Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara occidentale,
Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, cit. p.10.
125 Il riconoscimento deriva specificamente da due pareri della Corte: il parere del
1971 sulla Namibia e del 1975 propria sul Sahara Occidentale ed in una sentenza
del 1995 riguardante Timor Est.
126 Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara occidentale,
Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, cit. p.11.
121
71
ma bensì sottoposto ad un referendum, attraverso cui si manifesta la
volontà politica del popolo in questione. Volontà che avrebbe potuto
portare all’annessione ad uno degli Stati vicini. La soluzione proposta dalla
Corte Internazionale di Giustizia, nel parere del 1975, individua tra le
soluzioni percorribili oltre alla costituzione di uno Stato sovrano ed
indipendente, anche la possibilità di una libera associazione ad uno Stato
già indipendente, oppure l’integrazione con uno Stato indipendente.127
La posizione della Corte rimane ambigua, in quanto rileva da un lato
l’impossibilità di indicare con esattezza lo statuto giuridico del territorio,
impossibilità in cui si incardina il diritto del popolo saharawi a sceglierlo
liberamente, dall’altro riconosce che già prima della colonizzazione
spagnola il Sahara non era terra nullis, benché una certa allégance
all’autorità del Sultano del Marocco fosse facilmente rintracciabile.128 Ciò
spiega la difficoltà della Corte a decidere il destino di questa terra senza
tenere in considerazione la volontà della popolazione. L’unica conclusione
a cui si giunge è l’esigenza di affrancarla dalla dominazione spagnola.
2.3.2 Analisi politica del conflitto
2.3.2 Motivazioni del Marocco
Per poter comprendere le motivazioni marocchine, che portano il Regno
ad essere riluttante alla sola idea di poter perdere il territorio, si è fatto
riferimento alla tesi del Professor Attilio Gaudio, che riesce a dare un senso
alle rivendicazioni di sovranità marocchine sulla regione del Sahara
Occidentale, individuando un
effettivo legame tra i marocchini e i
saharawi. In base ai suoi studi, si evince che l’origine dei 4/5 delle dinastie
127
128
Ibidem.
Ibidem.
72
marocchine sono nate nel Sahara. Gli stessi Alawiti, oggi regnanti, sono di
origini sahariane. Tutte le grandi dinastie, che riuscirono ad un certo punto
ad unificare l’intero Maghreb sono di origine sahariana129. Continua
affermando che, il rapporto tra il popolo ed il Sovrano era regolato dalla
famosa bay’a, attraverso la quale si poneva in essere un rapporto di libera
sottomissione delle popolazioni al Sovrano marocchino ritenuto sacro e
inviolabile130. Il Sultano, rappresentava lo Stato, indipendentemente dalle
autorità locali, amministrative e regionali, che emanando i famosi dahir,
manifestavano la loro volontà131.
L’elemento del bay’a è peculiare per poter comprendere la posizione del
Marocco nei confronti di tutto il mosaico etnico di popoli del quale si
compone la popolazione marocchina132. C’è da ricordare che, dopo il
ritiro della Mauritania, in seguito alla firma degli accordi di pace con il
Fronte Polisario, e l’immediata occupazione marocchina dei territori, il
primo atto compiuto dal quaid di Dakhla, fu quello di presentare la bay’a
(vale a dire l’atto di sottomissione politico-religioso) al Sultano del
Marocco. Nell’intervento pronunciato a Caserta, il 28 giugno 2002 il
Professor Attilio Gaudio afferma che, per poter comprendere la posizione
marocchina, bisogna svolgere anzitutto un’analisi storica che esplica
come il Marocco sia stato tagliato a fette dal colonialismo133. Questa sorte
è toccata esclusivamente al Marocco nella regione del Maghreb.
Il
professore, ricorda, come durante i negoziati di pace tra il Fronte di
Liberazione Nazionale algerino e De Gaulle, l’Algeria abbia puntato i piedi
contro la creazione di un territorio autonomo nel Sahara, denominato
Organizzazione Comune delle Regioni Sahariane134. Il Fronte di Liberazione
Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara occidentale,
Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, cit. p.60.
130 Ibidem.
131 Ibidem.
132 Ibidem.
133 Op. cit. p. 62
134 L’Organizzazione Comune delle Regioni Sahariane raccoglieva tutte le regioni
del Sahara (non solo algerino)al fine di dare vita ad un entità sahariana
129
73
Nazionale si oppose affermando che il Sahara algerino era parte
integrante dell’Algeria indipendente, e pose come condizione necessaria,
alla firma dei trattati di pace, l’annessione del Sahara. Diverso trattamento
avvenne per il Marocco ad Aix-les-Bains, in occasione della conferenza di
pace al ritorno di Mohamed V dall’esilio135. I marocchini non riuscirono a far
valere completamente i loro diritti, dovettero puntare al ritorno dall’esilio di
Mohamed V e costringere all’abdicazione il Sultano fantoccio Mohamed
Ben Arafa. In quest’occasione, il Marocco ottenne un’indipendenza
tagliata a fette così come il paese era stato tagliato a fette dalle iniziative
coloniali.136 Mohamed V si trovò di fronte ad un Marocco nel quale Tangeri
era zona internazionale, Ceuta e Melilla rimanevano alla Spagna; il nord
del paese restava sotto l’autorità di un Khalifa dipendente dal governo di
Madrid; il centro (la parte del Protettorato francese) era effettivamente
libero; Ifni permaneva spagnola; stesso trattamento per il sud che venne
dichiarato come Africa Occidentale Spagnola. È proprio in questa
situazione che il leader dell’indipendenza marocchina Allal Al Fasi, si fece
promotore
del
Grande
Marocco.
Il
Marocco
che
rivendicava
e
comprendeva anche Touat algerino, una parte dell’attuale Mali e la
Mauritania. Le pretese territoriali si limitarono, poi, al solo Sahara.
Allal Al Fasi sosteneva che, i marocchini avevano diritto come gli algerini
ad avere il loro Sahara e a riunire tutte le popolazioni marocchine sotto le
stesse istiuzioni e la stessa amministrazione.
Sono questi i nodi storici fondamentali del problema, accentuato dal fatto
che, intorno al periodo della Marcia Verde, alcuni studenti cominciarono a
parlare d’indipendenza. Questa non era stata reclamata all’inizio, quando
la parola d’ordine era l’annessione al Marocco, sotto la spinta delle sezioni
autonoma della quale in realtà i francesi avrebbero potuto continuare a sfruttare
le ricchezze minerarie.
135 Testimonianza diretta del Professor Gaudio presente all’occasione.
136 Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara occidentale,
Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, cit. p.62.
74
dell’Istiqlal presenti a El Ayun ed a Dakhla. È così che sorge l’idea
secessionista.
Le tappe dell’idea secessionista sono:
-
Nel maggio 1973 viene creato a Nouakchotte il Fronte di
Liberazione della Saqiyat al Hamra e del Rio de Oro.
E’ utile ricordare che, quando nella capitale mauritana i giovani del
Polisario diffusero il loro primo comunicato in cui annunciavano la
creazione del Fronte Polisario, predicavano la lotta contro gli
spagnoli e non contro il Marocco137.
-
Nel 1974 il Governo di Madrid istituisce, nella colonia del
Sahara Occidentale, un’amministrazione autonoma interna. Nello
stesso momento, alcuni gruppi armati del Fronte Polisario, attaccano
sporadicamente i presidi spagnoli
nelle regioni confinanti con
l’Algeria e la Maruitania.
Questo colpo di testa degli spagnoli va posto in rilievo, perché fino
alla conferenza di Vienna138, essi non avevano
mai messo in
discussione la marocchinità del Sahara. Tanto più vero che, il
territorio
del
Sahara
dipendeva
dal
khalifa
di
Tetouane,
rappresentante del Sulatano nel Nord del Marocco. Gli spagnoli
consideravano, dunque, che il Sahara costituisse un unico territorio
con il Marocco
e che dal Regno Marocchino esso dipendesse
politicamente.139
-
Nel settembre 1975 ci fu l’approvazione della risoluzione ONU
in favore del referendum. L’opposizione marocchina al referendum,
come abbiamo già detto, si esplica attraverso il disaccordo sulla
composizione delle liste elettorali e i ricorsi di migliaia di persone che
Op. cit., p.63
Si tratta della conferenza di Vienna sui Diritti dell’Uomo , svoltasi dal 14 al 25
giugno 1993.
139 Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara Occidentale,
Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, cit. p.63
137
138
75
intasano gli uffici della MINURSO. Secondo il Professore Tajjedine
Housseini dell’Università di Rabat, il problema di fondo è che si è
passati da
un milione di Saharawi a settecentomila (inclusi dal
censimento Spagnolo e i loro discendenti)e si affermò che per i
restanti abitanti , era impossibile l’iscrizione nelle liste. I restanti
abitanti non vennero censiti, perché abitavano altrove. Tutto ciò,
nonostante, ci sia stata una Conferenza dei Capi Tribù Saharawi a
Ginevra
nel
1990,
che
ha
insistito
proprio
su
un
principio
fondamentale: non escludere alcun Saharawi dalle liste del
referendum. Di conseguenza, quando si raggiunge un risultato con
liste elettorali in cui si accetta il padre ma si rifiuta il figlio, si include un
fratello ma non si ammette l’iscrizione dell’altro (un risultato quindi,
con migliaia di situazioni ambigue), è possibile sostenere che il
referendum esprimerà effettivamente gli abitanti del Sahara?140
A sostegno alle rivendicazioni marocchine sul territorio Saharawi, Flavia
Lattanzi141, riconosce nel periodo precedente la colonizzazione spagnola,
l’autorità che il Sultano del Marocco esercitava sulle popolazioni nomadi,
pur non potendola ricondurre al moderno concetto di sovranità
territoriale142. Esempio concreto della sovranità marocchina, esercitata sul
Sahara, prima dell'occupazione spagnola, sono inoltre le spedizioni portate
avanti da Hassan I tra il 1882 e il 1886, che misero fine alle mire straniere su
quel territorio ed istituirono ufficialmente i qaid (governatori) e i qadi
(giudici).
Fonti marocchine, provano la loro posizione attraverso l’analisi di alcune
convenzioni diplomatiche, dalle quali risulta che le potenze straniere
hanno fatto ricorso sempre al Sultano per proteggere le attività dei loro
cittadini nel Sahara Occidentale. Si tratta di accordi conclusi con la
Op.cit. p. 132
Ordinario di Diritto Internazionale, Università Roma Tre, Membro della
International Fact Finding Commission on International Humanitarian Law,
Ginevra.
142 Op. cit., p.93
140
141
76
Spagna nel 1861, con gli Stati Uniti d'America nel 1786 e 1836, e con la
Gran Bretagna nel 1856143.
Altri strumenti riconoscono esplicitamente la sovranità del Marocco sul
Sahara; in particolare il trattato anglo-marocchino del 1895, di cui l'articolo
1 recita: nessuna potenza potrà avanzare delle pretese sui territori che si
estendono dal Draa a Capo Bojador, perché questi territori appartengono
al Marocco144.
La Corte Internazionale di Giustizia, ha avuto conoscenza di questi
documenti ed ha ritenuto che durante la colonizzazione spagnola ci siano
stati legami giuridici di fedeltà tra il sultano del Marocco ed alcune tribù
abitanti nei territori del Sahara Occidentale145.
La legittimità giuridica di annettere il territorio del Sahara Occidentale è
stata ricavata dal Marocco attraverso l’ interpretazione della sentenza del
Tribunale di Giustizia dell'Aja che, rispondendo negativamente alla
domanda se il territorio del Sahara era terra nullius prima della
colonizzazione spagnola, ha riconosciuto l'esistenza di eredi nel momento
dell'abbandono della Spagna e che, quindi, non c'era alcuna vacanza di
poteri. La Corte ha, poi, confermato che esistevano legami giuridici di
sudditanza tra il Sahara e il Marocco.146 Secondo l'interpretazione
marocchina, quindi, il Sahara Occidentale faceva parte del territorio sul
quale si esercitava la sovranità dei sultani del Marocco e, le popolazioni di
quelle zone si consideravano e venivano considerate come marocchine.
Cit.
http://www.ambasciatadelmarocco.it/sahara/fondamenti_storici_e_
giuridici.htm
144 Ibidem.
145 Ibidem.
146 Ibidem.
143
77
2.3.3 La manipolazione algerina di Edouard Moha 147.
Agli inizi degli anni 70, il regime algerino di Houari Boumedienne, ha
intrattenuto dei legami sempre più stretti con l'Unione Sovietica e con i
paesi comunisti. Nel 1971, il partito unico algerino, il FLN, diventa, con un
accordo, un partito fratello del partito comunista dell'Unione Sovietica. In
quell'occasione, i due paesi definiscono una strategia comune relativa
all'Africa e al Maghreb , mirante in particolare a destabilizzare il Marocco.
Nel 1973, Algeri stipula con Madrid un accordo segreto sul Sahara
occidentale. Questo accordo, prevede di organizzare un referendum per
l'autonomia del territorio e la creazione di un'entità politica distinta dal
Marocco. Di fatto, per i dirigenti spagnoli ed algerini, si tratta soprattutto di
evitare la riunificazione del Sahara al Marocco e di accordarsi per
esercitare una sorta di doppio protettorato.
Questo accordo è stato denunciato dal Morehob (Movimento di
Resistenza
degli
Uomini
Blu)
che
in
quel
momento
era
l'unica
organizzazione saharawi, favorevole alla partenza degli occupanti
spagnoli e alla riunificazione con il Marocco. E' in questo contesto, che il
regime algerino sostiene l'apparire di un nuovo movimento, ad esso
totalmente sottomesso, il Polisario.
Il
Polisario
usufruisce
immediatamente
di
un
appoggio
massiccio
dell'Algeria, sul piano finanziario, diplomatico e materiale. Concepito
come una macchina da guerra contro il Marocco, questo gruppo trova
anche sostegno presso tutti coloro che militano nel mondo, per l'ideologia
rivoluzionaria e marxista.148
Edouard Moha è stato il fondatore del Morehob, movimento saharawi filomarocchino.
148 Cit. E. Moha, SAHARA: Ristabilire i fatti nella loro esattezza e ricordare gli
elementi di valutazione che sono stati occultati, www.marocconews.it
147
78
2.3.4 Le accuse contro il Fronte Polisario da parte del Governo
marocchino.
Il governo marocchino ed i sostenitori della causa di Hassan II, non si sono
limitati, nel corso di questi anni, a rivendicare il Sahara Occidentale, ma
hanno portato avanti anche una campagna accusatoria del Fronte
Polisario. Le critiche avanzate nei confronti del Fronte Polisario, si basano sul
fatto che è un movimento che non ha mai conosciuto alcuna scissione.
Viene accusato di essere riuscito a mantenere questa facciata, attraverso
sotterfugi, con la violenza e lo spargimento di sangue149 . Le accuse per via
dei mezzi di informazione si sono rivolte su più campi e concentrati
soprattutto dopo il 1991. Uno di questi, è stato quello di pubblicare rapporti,
che denunciassero le condizioni di detenzione dei prigionieri di guerra
marocchini nelle galere di Tindouf. Lo stesso, ha dichiarato che diverse
missioni internazionali di inchiesta, soprattutto francesi, hanno indagato
sulle condizioni di detenzione dei prigionieri di guerra marocchini nelle
carceri del Polisario, ed hanno constatato la terribile situazione in cui sono
costretti a vivere. I prigionieri, sono sottoposti a lavori forzati per la
costruzione di edifici, strade, etc, utili al Polisario, vengono torturati, le
condizioni igieniche sono pessime, gli viene vietato di pregare, ed in alcuni
casi, vengono praticate esecuzioni150, a cui, talvolta, parteciperebbero
anche militari algerini, diventando l'Algeria colpevole insieme al Polisario
per le gravi infrazioni commesse, per quanto riguarda il campo dei diritti
umani. Un'altra accusa, riguarda il dirottamento, da parte dei dirigenti del
Polisario, dell'aiuto alimentare internazionale destinato alle popolazioni
sequestrate nei campi di Tindouf. Infatti, alcuni, come l'ex ministro degli
Interni del governo del Marocco, Hamid Charbar, sostengono che il
Polisario viola sistematicamente i diritti umani e che è un movimento
fantoccio il quale è dovuto ricorrere al sequestro della popolazione
149http://www.ambasciatadelmarocco.it/sahara/i_gravi_attentatiai_diritti_uma.
150
Ibidem.
79
saharawi, rinchiusa nei campi profughi di Tindouf, per darsi l'aspetto di un
movimento vero e proprio ed ingannare, in questo modo, le organizzazioni
internazionali.
Testimonianza, in questo senso, ci viene anche da Omar Hadrami, membro
fondatore del Polisario, che ha dichiarato quanto segue a Strasburgo:
[…] il Polisario sequestra la gente contro il suo volere[…] seminando il
terrore contro coloro che vogliono fuggire dai suoi sinistri campi di
concentramento appena camuffati[…] Il Polisario intende far credere
all'opinione pubblica che i sequestrati di Tindouf sono tutte persone fuggite
dalla guerra nel Sahara Occidentale, ma oggi tutti conoscono le origini
ben diverse di queste popolazioni[…] Spesso i capi dei campi organizzano
un raduno la mattina ed la sera per controllare se tutti sono presenti[…]
l'isolamento
geografico
aggrava
questa
situazione
di
desolazione
totale[…] i libri, i giornali sono vietati nei campi; i giovani che hanno
studiato all'estero, portano di nascosto dei libri, dei nastri musicali, […] il
Polisario impone quindi agli studenti, agli allievi militari ed ai malati dei corsi
di prevenzione contro tutto quello che è straniero e contro l'influenza del
mondo esterno[…] Cerchiamo, quindi, la verità[…] è ben diversa: un
Governo senza bilancio, senza PIL[…]; l'Islam nomade contro le moschee e
l'integralismo dei centri maghrebini sul modello cubano, ecco la salvezza
per il Nord dell'Africa.151
La risposta del Fronte Polisario.
A questo punto è necessario analizzare le risposte a queste accuse. Il
Fronte Polisario fa notare due aspetti: il primo, sono le condizioni reali in cui i
Cit. I gravi attentati
http://www.marocconews.it
151
ai
Diritti
Umani
nei
Campi
di
Tindouf,
80
prigionieri di guerra marocchini vivono nel territorio del Polisario; il secondo,
sono le dichiarazioni rilasciate dai saharawi che sono stati detenuti nelle
carceri marocchine.
Innanzitutto, si ribadiscono il regime di semilibertà di cui godono i prigionieri
marocchini, non essendo circondati da nessun filo spinato o da torrette di
sorveglianza; le condizioni di vita in piccole case ben costruite, in cui
ciascuno coltiva il proprio orticello e passa la sua giornata a discutere con i
compagni o a guardare la televisione. La Croce Rossa Internazionale, li
visita regolarmente e non è mai stato redatto un rapporto sfavorevole sulle
loro condizioni. Sono anche liberi di ritornare a casa loro. In secondo luogo,
le dichiarazioni, false, per parte marocchina sulle condizioni atroci dei loro
compatrioti, detenuti nelle carceri del Polisario, sembrano rispecchiare
esattamente quelle a cui, invece, realmente i saharawi sono sottoposti
nelle prigioni segrete del governo di Rabat152 . Come esempio vengono
riportate le parole tratte da due interviste fatte a Moulag el Kanti, detenuto
per 5 anni, ed a Daoud El Khadir, detenuto per 15 anni153.
Moulag el Kanti ha detto: […]Non pensavo che i marocchini mi lasciassero
in vita. Ma quello che ho vissuto dopo è stato peggio della morte. I primi
otto giorni c'è stata l'inchiesta, cioè la tortura[…]Puoi resistere per qualche
giorno. Ma quando rimani per nove mesi in un angolo, i pugni legati e gli
occhi bendati, sei cosciente che si cerca di infliggerti la morte più terribile,
la morte lenta[…] D'altronde, tutti ci credevano morti. Non c'era nessuna
speranza di rivedere i saharawi scomparsi. C'è stata solo una liberazione di
detenuti, quella di cui ho fatto parte, nel 1991. Alcuni dei liberati erano
spariti dalla faccia della terra da sedici anni[…] Molta gente non ha mai
creduto ai giardini segreti che Hassan II ha costruito per i saharawi[…]
Abbiamo censito circa 800 scomparsi e solo 300 liberazioni, questo significa
che circa mezzo migliaio di persone è ancora imprigionato in Marocco[…]
152
153
J. Lamore, Diario del Polisario, Roma, Il Manifesto, 2004. pp. 108-118.
J. Lamore, Op. cit., p.110-118.
81
Dalla nostra liberazione abbiamo la prova che esistono dei centri di
detenzione segreti nel Sahara Occidentale ed in Marocco[…]
Daoud El Khadir ha detto: [...] Sono stato trasferito con altri cinque
saharawi al tristemente celebre centro di interrogatori Derb Moulay Cherif
a Casablanca. Questo centro, specializzato nelle torture, è un passaggio
obbligato per ogni detenuto per reati d'opinione in Marocco[…] Dopo 4
mesi sono stato trasferito in un altro centro segreto di detenzione[…] Prima
della data fissata per la liberazione abbiamo ricevuto cure per migliorare il
nostro stato fisico, per essere presentabili[…] In Marocco nessuno è al
riparo dagli eccessi del Makhzen, il potere centrale.
2.3.3 Rapporto tra Algeria e Marocco.
I rapporti tra Algeria e Marocco, vennero inficiati dalla cosidetta guerra
della sabbia, combattuta nel 1963. Il conflitto scoppiò a causa di un
contenzioso territoriale sorto tra i due stati, in particolare per le zone di
frontiera di Bechar e Tindouf. L'8 ottobre 1963, l'esercito algerino attaccò a
sorpresa alcune guarnigioni marocchine, disposte lungo il confine. Come
difesa, le Forze Armate Reali di Hassan II risposero al fuoco e lanciarono
una potente controffensiva, ma l'intervento dell'Organizzazione dell'Unità
Africana impose il cessate il fuoco. In seguito all’invasione marocchina del
1975, la popolazione saharawi fuggì nel deserto algerino. La fuga in Algeria
è contemporanea alla fine della guerra in Vietnam, che aveva fortemente
segnato questo periodo. Per essere estremamente coincisi, possiamo dire
che essendo il Marocco il paese invasore, appoggiato da Francia Spagna
e USA, i saharawi, organizzati nel Fronte Polisario, poteva ricevere aiuti solo
da:
•
Algeria, paese d’asilo;
82
•
paesi non allineati, tra cui l’Algeria;
•
paesi socialisti.154
Secondo alcune fonti algerine. il paese non è mai stato alla ricerca di uno
sbocco sull’Atlantico, ne tantomeno ha avuto mai ambizioni territoriale sul
Sahara Occidentale, ma il suo ruolo è sempre stato quello di osservatore
del processo di pace che lo pone in una posizione contraria al Piano
Baker. L’Algeria si è espressa sfavorevole al progetto quadro, in quanto lo
vede come un modo per mantenere l’occupazione illegale del Marocco,
in violazione della Carta delle Nazioni Unite in materia di decolonizzazione
e di tutte le risoluzioni riguardanti il territorio. In breve, l’Algeria vede
l’accettazione del piano Baker come violazione di un diritto inalienabile
dell’autodeterminazione del popolo saharawi, e una negazione dello
stesso popolo saharawi.155 Gli algerini negano la possibilità che il Sahara
Occidentale possa diventare casus belli tra loro e il Marocco.
Il Professor Tajjedine Housseini, (ordinario di Relazioni Internazionali
all’Università di Rabat) ricorda, invece, come sia stato proprio il Governo
Algerino ad avanzare l’ipotesi della suddivisione territoriale del Sahara156 .
2.3.2.5 Contesto internazionale.
La spiegazione, dell’appoggio americano al Marocco, è individuabile nel
timore che gli USA avevano circa la costituzione di uno Stato indipendente
nel Sahara Occidentale, che avrebbe potuto costituire una minaccia per
la NATO offrendo basi militari allo schieramento socialista; e l’intenzione di
Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara occidentale,
Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, cit. p.152.
155 Op. cit., p. 210
156 Op. cit., p. 131
154
83
allargare, attraverso le loro relazioni con il Marocco, il controllo sul mercato
internazionale del fosfato, di cui il territorio è molto ricco. Per quanto
riguarda invece l’appoggio della Francia, è dovuto dagli interessi
particolari che la spingevano a partecipare accanto agli Stati Uniti alla
ricostruzione dell'assetto dell'Africa nord – occidentale. In seguito alla
decisione della Spagna di abbandonare il Sahara, la Francia cerca di
coinvolgere la Mauritania nella questione del suddetto territorio, al fine di
assicurarle il riconoscimento di sovranità statuale da parte di Hassan II (che
tempo prima l'aveva rivendicato). Proprio l'accordo del 14 novembre 1975,
rappresentò l'occasione per la manifestazione di questo riconoscimento,
dato che il Marocco in quel momento trattò la Mauritania come pari. La
Francia temeva le ambizioni espansionistiche del Marocco in territorio
mauritano. La Mauritania rappresenta, infatti, per la Francia una riserva
importante di ferro necessario all'industria. La presenza delle truppe
marocchine sul territorio mauritano era preoccupante, perché si temevano
tentativi marocchini di rovesciare il regime della Mauritania, appena
installato dopo un colpo di Stato (il 10 luglio 1978), e che il Marocco
potesse sostituirlo con un governo fantoccio. Uno scenario che, se si fosse
realizzato, avrebbe portato alla fusione della Mauritania con il Regno del
Marocco e avrebbe messo in pericolo gli interessi francesi in Mauritania e
anche nei paesi vicini157. Bisogna ricordare, infatti, i tentativi negli anni '70,
di colpo di Stato da parte dell'esercito marocchino contro il re, Hassan II,
che dimostrarono la possibilità
di rovesciamento del regime da un
momento all'altro. Quindi davanti all'incertezza del futuro politico del
Marocco, una Mauritania indipendente rappresentava l'ideale per gli
interessi della Francia. Per quanto riguarda la posizione della Francia circa
Bernard Ravenel, esperto nelle questioni mediterranee nel suo libro
Mèditerranèe Le Nord contre le Sud?, p. 88, scrive: Mais la preservation de
l'hègèmonie française dans cette règion suppose, en même temps, que ne s'y
constitue une puisance cabable de modifier l'èquilibre règional, ce qui diminuirait
les possibiliès d'action de la France de maintenir le statu quo et d'agir en sorte
qu'entre l'Algerie et Maroc ne se produise pas un dèsèquilibre des forces, en
faveur de l'un ou de l'autre.
157
84
le pretese del Marocco sul Sahara Occidentale, la sua strategia
d'appoggio al Marocco si basava sull'esclusione della presenza di uno
stato di lingua spagnolo per garantire:
-
la continuità fisica del dominio francofono;
-
gli interessi dei francesi residenti nel Marocco che
gestivano una quota considerevole dell'economia di questo
paese;
-
il mantenimento del ruolo che il Marocco svolgeva nelle
operazioni militari francesi in Africa (molteplici erano stati gli
interventi nello Zaire, Benin e Guinea Equatoriale);
-
la posizione marocchina come ponte assolutamente
necessario per qualsiasi integrazione fra Europa e Nord Africa.
Per l'Occidente, il Regno del Marocco era focale nella strategia della
NATO: la sua posizione geografica aveva, all'epoca del bipolarismo,
un'importanza particolare perché insieme alla Spagna e alle sue isole
Canarie, costituiva il triangolo della Sicurezza all'entrata del Mediterraneo
dove operava, e opera, la Sesta Flotta. Altri elementi a vantaggio del
Marocco furono:
-
la presenza delle basi aeree americane, vitale per
qualsiasi eventuale intervento del Rapid Deployment Force nel
Medio Oriente.
-
la sua apertura verso Israele158 .
-
la sua posizione nell'era della Guerra Fredda come
barriera contro l'espansione del comunismo.
Queste furono le ragioni per le quali la stabilità del Regno era una priorità
nelle strategie dei paesi occidentali.
Quando il Marocco non riuscì a
resistere agli attacchi durissimi del Polisario159 , nei primi anni della guerra,
ottenne appoggio consistente da molti paesi. Durante la guerra contro il
Hassan II fu uno dei primi leader di paesi islamici ad intrattenere rapporti
diplomatici con Israele.
159 Le più famose battaglie furono Libeyrat 1979, Mahbes (ottobre 1979), Ouarkziz
(marzo 1980), Guelta (ottobre 1982), Izaq (ottobre 1984).
158
85
Polisario, ricevette armi da USA, Francia, Belgio, Regno Unito, Spagna, Italia
ed Egitto, e aiuti finanziari ed energetici dai paesi arabi quali Arabia
Saudita, Emirati Arabi, Kuwait e Iraq. Per quanto riguarda l'Unione
Sovietica, la sua posizione nella regione era piuttosto debole: forniva le
armi all'Algeria, e collaborava nel campo della formazione militare di
questo paese, mentre le sue relazioni economiche erano per il resto poco
rilevanti, infatti gli impianti industriali algerini erano stati costruiti grazie alla
collaborazione di Giappone e Stati Uniti. Il Fronte Polisario, a differenza
dagli altri movimenti di liberazione, non ha avuto legami stretti con l'URSS,
nonostante la provenienza sovietica di gran parte delle armi usate dai suoi
soldati, che furono ottenute indirettamente tramite altri paesi come la Libia
(fino al 1984), l'Algeria e l'ex Yugoslavia (fino 1989). L'Unione Sovietica, dal
lato suo invece, faceva grandi sforzi per instaurare le sue relazioni
economiche e politiche con il Marocco, relazioni che riuscì a intensificare
dopo il 1974, concludendo accordi di cooperazione particolari nel campo
dell'importazione del fosfato,tanto da diventare nel 1978, il suo primo
partner in Africa160.
Si può affermare che il Marocco, al momento dell'occupazione del Sahara
Occidentale, nel novembre 1975, non temeva nessuna reazione da parte
del Consiglio di Sicurezza, perché contava sull'appoggio delle potenze
occidentali (Francia, USA, Regno Unito) che preferivano un Sahara
controllato da un paese amico dell'Occidente.161 Questo spiega perché la
Quarta Commissione delle Nazioni Unite approvò il 4 dicembre 1975, due
proposte di risoluzione, una favorevole al Marocco e alla Mauritania, l'altra
all'autodeterminazione per il popolo Sahrawi, l'adozione delle quali aveva
raccomandato all'Assemblea Generale162 . La prima proposta da Africa
Centrale, Gabon, Gambia, Giordania, Oman, Senegal, Togo e Tunisia,
E. Assidon , Sahara Occidental: un enjeu pour le nord ouest africain, Parigi,
1978, p. 135-140.
161 Ibidem.
162 Yearbook of United Nations, 1975,
http://unyearbook.un.org/unyearbook.html?name=1975index.html
160
86
dava il benvenuto all'accordo di Madrid, e invitava al rispetto del principio
dell'autodeterminazione usando però il termine popolazione includendo
cioè anche i partecipanti alla Marcia Verde. La seconda risoluzione,
presentata da 27 paesi, richiedeva il rispetto del diritto inalienabile
dell'autodeterminazione del popolo Sahrawi, riaffermava la responsabilità
della Spagna come ex- amministratrice del territorio, e la invitava a
prendere tutte le misure necessarie che permettessero al popolo del
territorio di decidere il suo futuro tramite un referendum sotto la vigilanza
delle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza si limitò a invitare il Marocco a
ritirare dal territorio del Sahara Occidentale tutti i partecipanti alla Marcia
Verde163 .
Dopo il crollo del muro di Berlino (1989-1991), gli Stati Uniti adottarono una
nuova politica che mirava al controllo di tutti gli spazi strategici possibili nel
mondo. Nella prima metà degli anni '90, gli Stati Uniti, erano impegnati
nelle zone di tensione più importanti in base alla loro strategia: il Golfo con
la questione dell'Iraq - Kuwait, i Balcani, il Corno d'Africa (guerra di
Somalia) e il Medio Oriente. La Francia, dopo la fine del sistema bipolare,
fu uno dei promotori principali della spinta verso l'accelerazione del
processo di costruzione dell'Europa unita164, allo scopo di farne un attore di
primo piano nella scena internazionale, capace di contribuire alla pace e
alla stabilità nel mondo, cioè un'Europa non intesa soltanto come zona di
libero scambio.
In questo senso si possono leggere l'attuazione della partnership EuroMediterranea, lanciato a Barcellona nel 1995, e l'intenzione di creare
rapporti di fiducia e di buon vicinato, di incoraggiare lo sviluppo in tutto il
Mediterraneo, nonché il sostegno alle iniziative dell'Unione Europea a
favore dell'integrazione regionale (ad esempio tra i paesi del Maghreb).
Con Ronald Reagan alla presidenza americana, le relazioni fra Marocco e
Op. cit., Risoluzione 380 (1975) del Consiglio di Sicurezza adottato il 6
novembre 1975.
163
87
Stati Uniti si erano intensificate soprattutto attraverso la creazione del Rapid
Deployment Force, necessaria per la politica americana nel Medio
Oriente. Così le due parti il 27 maggio 1982 conclusero un accordo di
mutua difesa. Il rapporto tra Marocco e Francia aveva già iniziato un
deterioramento a causa della campagna della sinistra francese contro la
repressione, condotta dalla monarchia, delle manifestazioni popolari di
Casablanca nel giugno 1981165. La scelta del Marocco, di aderire
all'accordo con gli USA, arrivò soprattutto come reazione alla politica di
Mitterrand, accusato di intromettersi nei affari interni del Regno in seguito
alla dichiarazione fatta il 29 gennaio 1982, nella quale il presidente
Mitterrand aveva affermato il suo appoggio a un negoziato diretto fra
Marocco e Polisario166.
Gli USA, oltre alla collaborazione nel campo militare e della sicurezza per la
lotta contro il terrorismo, dopo l'11 settembre 2001, soprattutto con Algeria
e Marocco, hanno lanciato una politica che mira all'apertura dei mercati
del Maghreb ai prodotti americani, all'aumento del volume degli
investimenti delle imprese petrolifere americane in Algeria e Libia
(recentemente), e addirittura alla ricerca del petrolio nel territorio conteso
fra Marocco e Fronte Polisario. Due imprese petrolifere infatti, TotalFinalElf
(Francia) e Keer-McGee (USA) hanno cominciato la ricerca del petrolio nel
territorio del Sahara Occidentale. Le Nazione Unite hanno sollevato la
questione al Sottosegretario Generale per le questioni legali, Hans Corell,
che ha risposto in una lettera al Consiglio di Sicurezza il 5 febbraio 2002,
affermando l'illegalità di questa esplorazione in un territorio contestato
senza il consenso della popolazione locale, e negando al Marocco la
possibilità
di
concedere
licenze
per
l'estrazione
del
petrolio.167
Il
coinvolgimento degli USA e della Francia, nello sfruttamento della
ricchezza del Sahara, lo si può leggere come una tattica del Marocco per
B. Ravenel , Mèditerranèe Le Nord contre le Sud?, 1992, cit., p. 88-89.
www.ab.es/solidarita/observatori/asp/shara/analisi/cronologia.htm
167 Ibidem.
165
166
88
mantenersi stetti i suoi alleati.168 Il Governo francese, vedendo i suoi interessi
minacciati nelle zone che aveva sempre considerato dominio riservato
(perché ex colonie), ha espresso il suo dissenso in modo chiaro in
occasione della conclusione dell'accordo commerciale, nel gennaio 2003,
fra Stati Uniti e Marocco, quando il ministro delegato per il commercio
estero, Francois Loos, ha avvertito che questo accordo sarebbe stato
incompatibile con i legami economici tra Regno del Marocco e UE169 .
Gli Stati Uniti, che nel 1975 furono tra i principali alleati di Re Hassan II e i
promotori insieme alla Francia dell'occupazione marocchina del Sahara
Occidentale170, senza però riconoscergli la sovranità sul territorio (come
nessun altro Stato, del resto gliela riconosce), ora, coerentemente con i
loro interessi, per risolvere il conflitto sostengono la necessità di applicare le
risoluzioni delle Nazioni Unite, di rispettare il diritto di autodeterminazione
dei popoli, sancito nella risoluzione storica 1514 del 1960, e di organizzare
un referendum in concordanza con le risoluzioni dell'ONU . La possibilità per
il popolo sahrawi di decidere in modo democratico e trasparente il suo
futuro in armonia con le regole internazionali, rappresenta la soluzione
meno imbarazzante per gli USA nei confronti del loro amico storico171 , in
quanto si limitano a chiedere solo il rispetto delle risoluzioni delle Nazioni
Unite. In realtà gli USA non vogliono abbandonare il Marocco, ma stanno
cercando una soluzione che possa conciliare i loro interessi con tutte le
parti coinvolte in modo diretto o indiretto nel conflitto, specialmente con
l'Algeria, con la quale il volume degli scambi commerciali è aumentato più
che con qualsiasi altro paese del Maghreb. Inoltre gli USA stanno anche
Ibidem.
Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara occidentale,
Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008,
170 Loris Gallico, in un articolo su Affari Esteri, scrive: Perché la soluzione a patto a
tre era voluto dagli Stati Uniti, che attraverso il Marocco intendono allungare la
mano sui fosfati del Sahara e preferiscono sostenere le ragione di una monarchia
piuttosto che correre il rischio di regimi indipendenti, eventualmente aperti
all'influenza del mondo socialista, e in particolare della vicina Algeria.
171 Il rapporto fra il Marocco e USA risale al periodo della creazione delle Stati Uniti
nel 1776.
168
169
89
valutando i possibili vantaggi di uno Stato indipendente nel Sahara
Occidentale, senza per questo perdere i rapporti con il Marocco.
Quest'ultimo rimane sempre importante per loro perché è considerato il
promotore del dialogo fra i paesi arabi e Israele, e perché la presenza di
una minoranza ebraica, tollerata in Marocco, ha valore per la lobby
ebraica degli Stati Uniti.
La Spagna, ex amministratrice del territorio, è in una situazione scomoda
con il Marocco riguardo la questione del Sahara: da una parte il Marocco
fa pressione sulla Spagna strumentalizzando la questione di Ceuta e Melilla,
la tendenza separatista delle Isole delle Canarie (la Spagna teme un
sostegno marocchino ai separatisti), e il peso che riveste nell'economia
spagnola la pesca sulle coste marocchine; mentre dall'altra parte, il
Governo sta sotto la pressione dell'opinione pubblica spagnola favorevole
alla causa del popolo sahrawi, e questo giustifica la sua posizione ambigua
che oscilla fra il sostegno al Marocco e l'affermazione di essere favorevole
a una soluzione che rispetti le risoluzione delle Nazioni Unite.172
La Comunità Europea è sempre a favore di una soluzione accettata dalle
due parti che rispetti il principio di autodeterminazione del popolo
sahrawi173. L'Europa però non è mai arrivata al punto di prendere iniziative
che potessero obbligare le parti a trovare una soluzione al conflitto, e i
motivi sono tanti:
-
l'esistenza di legami economici e turistici consistenti col
Marocco.
-
per alcuni paesi europei come Gran Bretagna, Francia e
Spagna, ragioni di politica interna hanno impedito loro di
tenere una posizione ferma a favore dell'autodeterminazione
del popolo sahrawi. Quindi, per evitare qualsiasi incentivo ai
movimenti che chiedono l'indipendenza in Irlanda del Nord,
www.ab.es/solidarita/observatori/asp/shara/analisi/cronologia.htm
La risoluzione del Parlamento europeo del 2005, sulla questione del Sahara
Occidentale, ha confermato questa posizione.
172
173
90
Corsica, Paesi Baschi174, questi stati hanno preferito mantenere
una posizione piuttosto ambigua e comunque favorevole al
Marocco.
La questione del Sahara Occidentale rimane uno degli principali elementi
che destabilizzano la zona del Maghreb e impediscono l'integrazione
regionale fra i suoi paesi. I paesi del Nord Africa sono molto importanti per
l'Europa per la fornitura del petrolio e del gas che provengono da Algeria e
Libia, anche per l'offerta di mano d'opera, e perché nello stesso tempo
costituiscono una frontiera di sicurezza.
2.4 Il Piano di pace del 1991.
Il 27 giugno 1990, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU approvò un piano
preliminare per la creazione di una Missione delle Nazioni Unite per il
Referendum
nel
Sahara
Occidentale
(MINURSO)
che
fu
istituita
ufficialmente il 29 aprile 1991 con il compito di monitorare il cessate il fuoco
e organizzare il referendum.175
Il piano prevedeva come condizione necessaria, dopo la creazione della
Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale, il
cessate il fuoco fra le due parti e subito a seguire un periodo di transizione
di 24 - 26 settimane durante il quale:
-
Una commissione delle Nazioni Unite composta da
esperti di demografia, da osservatori ufficiali delle due parti,
Iric Jenson, l'ex Inviato Speciale delle Nazioni Unite nel Sahara Occidentale e
l'ex Vicepresidente della Commissione dell'Identificazione, nonostante la sua
cautela, in un'intervista con l'emittente araba Al Jazeera il 2 aprile 2005 ha
accennato a queste analisi. C'è da dire però che la situazione di questi movimenti
indipendentisti europei non può essere paragonata al caso del Sahara
occidentale che storicamente non ha mai fatto parte del Marocco.
175 Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara occidentale,
Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008.
174
91
dai rappresentanti dell'OUA e dai capi tribù del Sahara
Occidentale, avrebbe identificato, registrato e aggiornato la
lista di tutti gli aventi diritto al voto nel referendum entro 11
settimane. Le due parti accettarono all'inizio che le persone
votanti fossero quelle inscritte nel censimento fatto dalla
Spagna nel 1974, che nel giorno del referendum avessero
compiuto 18 anni.
-
Le forze delle Nazioni Unite avrebbero cominciato il
controllo del territorio e il monitoraggio del cessate il fuoco.
-
Durante il periodo della transizione il Marocco avrebbe
ridotto la presenza delle sue truppe sul territorio in 65000
soldati176 e li avrebbe dovuti localizzare in zone limitate. Le
truppe del Polisario a loro volta sarebbero state concentrate in
zone sorvegliate dall'UNO.
-
Le due parti avrebbero dovuto scambiarsi i prigionieri di
guerra e avrebbero dovuto liberare tutti i detenuti politici.
-
Dopo la conclusione del processo d'identificazione,
l'UNHCR (una parte integrante delle operazioni del MINURSO)
avrebbe dato avvio al rimpatrio dei sahrawi aventi il diritto di
voto, desiderosi di fare ritorno alla loro terra. La conclusione
dell’operazione era prevista nella 17° settimana dopo il
cessate il fuoco.
Il cessate il fuoco fu realizzato il 6 settembre 1991, ma il processo per il
referendum fu bloccato ai primi passi della sua applicazione, cominciando
dal suo elemento sostanziale cioè dalla determinazione del corpo
elettorale, in quanto entrambe le parti voleva scegliere secondo criteri a
proprio favore.
Davanti alla flessibilità mostrata da parte delle Nazioni Unite nell'applicare
le clausole del piano per il referendum, il Marocco riuscì a mettere in crisi il
processo d'identificazione. Nel 1991, il Marocco ritirò l'ammissione fatta in
176
www.usip.org/pubs/specialreports/sr166.pd
92
cui riconosceva il censimento del 1974 come base con cui determinare i
votanti e presentò inoltre nuove domande per l'inscrizione di nuove
categorie nella lista elettorale. Per complicare le cose diede anche inizio
alla seconda "Marcia Verde": uno spostamento di massa di 35000 cittadini
marocchini nel territorio del Sahara.
Secondo il Marocco si trattava proprio del ritorno di profughi sahrawi
previsto dal piano di pace, che a detta del Regno erano stati espulsi
dall'autorità spagnola durante la sua permanenza nel territorio del Sahara
prima del 1975 e che si erano rifugiati in Marocco.177
La questione peggiorò ancora di più quando l'ex segretario delle Nazioni
Unite, Javier Perz de Cuèllar, nel suo rapporto al Consiglio di Sicurezza, il 19
dicembre 1991, apportò nuove proposte che miravano all'allargamento
del corpo elettorale che nel piano originale era determinato secondo le
seguenti categorie :
-
Le
persone
aggiornato
del
i
cui
1974
nomi
figurano
realizzato
dalla
nel
censimento
Spagna,
ex
amministratrice del Sahara Occidentale, che al giorno del
referendum avranno compiuto 18 anni.
-
Le persone che erano residenti nel territorio come
membri d'una tribù Sahrawi al momento della realizzazione del
censimento del 1974, che non furono censiti.
-
I membri stretti della famiglia (padre, madre, figli) delle
due categorie precedenti.
I due nuovi criteri proposti, che miravano proprio ad avvantaggiare il
Marocco e che per essere verificati si accontentavano anche della sola
testimonianza orale, erano i seguenti:
-
Le persone figlie di padre di origine Sahrawi nato nel
territorio.
177
Ibidem.
93
-
I membri di una tribù sahrawi appartenente al territorio
che vi hanno vissuto per sei anni consecutivi o dodici non
consecutivi prima del primo dicembre 1974.178
Il Marocco annunciò che con i nuovi criteri almeno 120000 persone
sarebbero state aggiunte alla lista elettorale rispetto al conteggio
precedente. Il Consiglio, che non votò le nuove proposte di Javier Perz de
Cuèllar, chiese all'entrante Segretario Generale, Boutros Ghali, di preparare
un
nuovo
rapporto
sulle
modalità
per
sbloccare
il
processo
d'identificazione.
L'atteggiamento troppo di parte di Cuéllar può trovare una spiegazione
nella notizia riportata dal giornale spagnolo El Mundo179: Perez de Cuéllar
è stato nominato vicepresidente di una filiale del consorzio marocchino
ONA, legato ad Hassan II. Poco prima di lasciare la sua carica, il
diplomatico ha raccomandato al Consiglio di Sicurezza di allargare il
censimento
del
Sahara
Occidentale
prima
dello
svolgimento
del
referendum di autodeterminazione180.
Con l'arrivo di Boutros Ghali, durante il processo d'identificazione sorse il
problema di individuare le persone appartenenti ad alcune tribù non
classificate in sub-frazioni dal censimento del 1974 a causa della loro
piccola dimensione, e che erano invece riunite sotto la stessa sigla pur
appartenendo a tribù diverse. Di nuovo il Marocco spinge nuove ondate di
immigrazione allo scopo di bloccare il referendum e mettere le Nazioni
Unite davanti al fatto compiuto. Così nel mese di settembre 1991 iniziò
appunto la seconda Marcia Verde. L'accaduto, verificatosi nel periodo del
Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara occidentale,
Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008.
179 C. A. Roldan, El Mundo,), Tambores de tragedia en el Sáhara, (27 maggio 1996,
http://www.elmundo.es/papel/hemeroteca/1996/05/27/mundo/113544.html
180 Sul sito www.ab.es/solidarita/observatori/esp/sahara/analisi/cronologia.htm
troviamo la conferma all’articolo de El Mundo: 1 de febrero 1993: la prensa
publica que el anterior Secretario General de la ONU, Pérez de Cuéllar, ha sido
nombrado vicepresidente de la sociedad francesa Optorg, vinculada a ONA
(empresa africana con fuerte presencia de la familia real marroquì. Pago al
cambio de opiníon anterior. El Frente Polisario acusa de corrupción al ex-secretari
general de la ONU.
178
94
mandato di Perez de Cuèllar, non era stato condannato dall'ONU, quindi
negli anni 1993-94 ci furono la terza e la quarta Marcia, moltiplicando ben
più di tre volte il numero di quelli che il Regno voleva inserire nella lista
elettorale. Il Piano di pace attribuì agli individui il diritto di sollecitare una
richiesta per essere inclusi nella lista elettorale, ma a causa della mancata
precisazione riguardo la possibilità di richiedere l’appello in caso di rifiuto,
le parti fornirono due diverse interpretazioni: per il Marocco la persona
avrebbe sempre avuto il diritto di chiedere fino all'accettazione della sua
domanda, mentre per il Polisario, dopo il primo rifiuto, la persona, per
presentarsi di nuovo davanti alla commissione d'identificazione, avrebbe
dovuto essere in possesso di nuove prove che confermassero il suo diritto di
voto. Nel 1997 venne nominato, come inviato personale del Segretario
Generale delle Nazioni Unite l'ex Segretario degli Affari Esteri americano
James Baker, che per sbloccare il processo del referendum, organizzò vari
negoziati fra le parti. Questi portarono alla conclusione dell'accordo di
Houston (nel settembre 1997) con la partecipazione di Algeria e Mauritania
in qualità di osservatori. L'accordo di Houston pose le regole da seguire per
la campagna elettorale, determinò la base per i votanti, programmò le
date per il ritorno dei rifugiati, lo scambio di prigionieri di guerra, la
liberazione dei detenuti politici e infine determinò le modalità per la
riduzione delle forze delle due parti indicando i luoghi in cui sarebbero
state stanziate 181.
Baker
in
una
conferenza
stampa
ufficiale
dopo
la
conclusione
dell'accordo dichiarò: Tra dieci o undici mesi potrebbe essere il giorno
dello scrutinio182. Il rapporto del Segretario Generale del 13 novembre 1997,
fissava per il 7 dicembre dell'anno successivo la data del referendum.
L'operazione d'identificazione per le tribù, sulle quali vi era l'accordo delle
due parti, si concluse nei primi giorni di settembre 1998, e le Nazioni Unite
Senato della Repubblica, Servizio Studi, Ufficio ricerche nei settore della politica
estera e di difesa, La questione del Sahara Occidentale, dossier n° 120, Febraio
2002, p. 119.
182 Op. cit., p.10.
181
95
procedettero alla ricerca di un accordo fra Marocco e Polisario per
determinare la lista finale per le tribù.
Nel mese di luglio 1999 venne pubblicata la lista provvisoria delle persone
accettate a far parte del corpo elettorale, relativa alle tribù non
contestate dalle parti: nella lista figurano 84.251 nomi su 147.249 richieste
presentate alla Commissione d'Identificazione.
Con la diffusione di questa lista cominciò il processo degli appelli e nel giro
di sei settimane gli uffici della Commissione d'Identificazione ricevettero
circa 79.000 appelli quasi tutti da parte del Marocco.183
Per i gruppi contestati la Commissione d'Identificazione nel dicembre 1999
accettò 2.130 persone come votanti su 51.220 richieste e diede inizio ai
ricorsi. Nel gennaio 2000, ricevette altri 50.000 ricorsi relativi ai gruppi
contestati e questo portò il numero totale degli appelli sollevati a 130.000,
secondo il rapporto del Segretario Generale S/2000/461.
Baker guidò vari negoziati per sbloccare la situazione in varie capitali
europee, come Londra (14 maggio, 28 e 29 giugno 2000), Ginevra (20 e 21
luglio 2000), Berlino (28 e 29 settembre 2000) 184.
Col perpetuarsi della divergenza fra gli oppositori, le Nazioni Unite
cominciarono man mano ad abbandonare il piano originale e a ricercare
altre soluzioni per risolvere il conflitto. I primi segnali di questo cambiamento
si rivelarono nei rapporti del Segretario Generale, che con il passare del
tempo aumentò la tendenza a parlare dell'impossibilità di applicare il
piano per il referendum dato il mancato accordo fra le parti. Ad esempio
nel rapporto del Segretario Generale, Boutros Ghali, del 10 marzo 1994,
propose al Consiglio di Sicurezza di scegliere una delle seguenti opzioni 185:
http://www.usip.org/pubs/specialreports/sr166.pd
Senato della Repubblica, Servizio Studi, Ufficio ricerche nei settore della politica
estera e di difesa, La questione del Sahara Occidentale, dossier n° 120, Febbraio
2002, pp. 10-11.
185 Ibidem.
183
184
96
-
Lo
svolgimento
del
referendum
per
l'autodeterminazione entro dicembre 1994 a prescindere dal
consenso delle due parti.
-
La sospensione di tutti i lavori del MINURSO tranne il
mantenimento di alcuni osservatori militari per garantire il
cessate il fuoco.
-
La continuazione dei negoziati fino alla fine del mese di
giugno 1994 allo scopo di determinare una lista credibile per il
referendum che sarebbe stato organizzato entro la fine dell'
anno 1994.
Il Consiglio di Sicurezza optò per la terza scelta con la risoluzione 907 del 29
marzo 1994.
Nel mese di gennaio 1996, il Consiglio di Sicurezza minacciò le due parti
dell'eventuale ritiro del MINURSO se avessero protratto la loro divergenza
sul piano di pace, e quattro mesi dopo (il 29 maggio 1996), con la
risoluzione 1056, decise una riduzione del 20% dello staff della MINURSO
operativo nel Sahara Occidentale.
Dal 2000 le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, sulla questione, parlano di
soluzione politica e non più dello svolgimento del referendum (o almeno
parlano di un referendum con parametri diversi di quelli del piano
originale). L’alternative alle precedenti risoluzioni si concretizza attraverso il
piano Baker che nella sua prima versione venne rifiutato completamente
dal Polisario e dall'Algeria, e accettato dal Marocco. Dopo vari contatti fra
le parti interessate (Fronte Polisario, Marocco, Algeria, Mauritania, Spagna,
Francia e gli Stati Uniti) Baker apportò alcune modifiche al suo piano e lo
ripropose alle parti, e divenne il famoso Piano Baker II intitolato Peace plan
for self-determination of the people of Western Sahara .
Di nuovo il Polisario rifiutò il piano perché prevedeva il diritto di voto anche
per i cittadini marocchini installati sul territorio che costituivano la
maggioranza della popolazione. Il Marocco invece lo accettò e accusò il
Polisario di bloccare tutti gli sforzi delle Nazioni Unite, ma a questo punto
improvvisamente il Polisario cambiò strategia e annunciò l'accettazione
97
del piano Baker II, lasciando il Marocco sorpreso. Di fronte all'accettazione
delle due parti, infatti le Nazioni Unite avrebbero dovuto procedere alla
fase successiva, cioè l'applicazione del piano. Il Marocco non ha avuto il
coraggio di andare incontro al referendum, quindi (dopo averlo
accettato) rifiutò il Piano Baker II e dichiarò invece la sua disponibilità a
cedere un'autonomia allargata al territorio. Si può dire che tutti gli sforzi
prestati dalle Nazioni Unite per individuare i votanti per il referendum sono
state solo una perdita di risorse umane, di tempo e soldi. La questione non
era dunque la difficoltà di determinare le persone aventi diritto al voto, ma
la riluttanza anche della sola eventualità di poter perdere il territorio sentito
di propria appartenenza da parte del Marocco.186
2.4.1 Critiche al piano
Il piano è rimasto vago e poco preciso a proposito del ruolo amministrativo
che dovrebbe spettare alle Nazioni Unite, mentre il Marocco è rimasto
l'amministratore effettivo del territorio e ha annunciato nuovi spostamenti di
massa di circa 170.000 marocchini da installare nel territorio. Inoltre il
Marocco, nonostante la presenza delle Nazioni Unite, ha organizzato il 4
settembre 1992, un referendum per le riforme costituzionali nel Regno sul
territorio, senza che l'ONU protestasse per questo, mostrando così la sua
sovranità sul Sahara Occidentale187.
Era anche previsto il ritorno dei rifugiati sahrawi alla loro terra, ma il piano
non aveva precisato come questi avrebbero potuto recuperare le loro
proprietà abbandonate all'inizio del conflitto nel 1975/76. Mancavano
inoltre le garanzie contro qualsiasi eventuale episodio di repressione da
Superare il muro. Contributi per un'analisi del conflitto nel Sahara occidentale,
Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008
187 F. Briones, Sahara : Cien años sin libertad, Alicante : Asociación de Amistad con
el Pueblo Saharaui de Alicante, 1997, pp. 118-9
186
98
parte della polizia marocchina contro i cittadini sahrawi, dato che il piano
non aveva determinato come la MINURSO avrebbe dovuto agire per
evitare tali situazioni. Queste garanzie sono pericolosamente assenti dal
Piano, nell'eventualità della vittoria del voto pro Marocco, nei confronti dei
militanti e simpatizzanti del Polisario188.
Il re del Marocco voleva la presenza sul territorio dell'amministrazione e
delle truppe marocchine durante il processo del referendum; non erano
chiarite le modalità e il calendario per il loro ritiro nel caso in cui l'esito del
referendum fosse a favore dell'indipendenza.
Inoltre il Piano delle Nazioni Unite non prevedeva né una procedura per
l'istituzione di una nuova autorità, né procedure per la legittimazione di
nuove strutture politiche nel caso di un voto a favore dell'indipendenza,
mancanze che potrebbero portare allo scoppio di divergenze politiche
nella popolazione e alla possibile strumentalizzazione di queste divergenze
da parte del Marocco fino a creare una guerra civile.
Il Piano parlava di libertà di voto e di garanzie per la libertà di espressione
durante la compagna elettorale del referendum, senza però chiarire come
sarebbero dovute essere garantite. Oltre a questo non erano previste
sanzioni contro la parte inadempiente alle procedure accettate dalle due
parti. Forti furono anche le critiche di Frank Ruddy, (ex vicepresidente del
MINURSO nel periodo tra febbraio 1993 e giugno 1994) in un rapporto,
presentato davanti ai rappresentanti del Sottocomitato americano dei
Dipartimenti di Giustizia, Commercio, Interno e altre Agenzie collegate. Si
riportano qui alcuni tratti delle sue testimonianze in base alle quali il
Segretario Generale, Boutros Ghal189, impedì la presentazione davanti alla
Quarta Commissione delle Nazioni Unite:
Ibidem.
Boutros Ghali aveva anche chiesto al Sud Africa di non riconoscere la
Repubblica del Sahara, giustificando la sua richiesta con il timore che tale
riconoscimento avrebbe influenzato gli sforzi dell'ONU per risolvere il conflitto.
(Dalla lettera del Presidente del Sud Africa, Thabo Mbeki, al re Mohamed VI del
Marocco, del 1 agosto 2004). In realtà lo scopo era solo di evitare una sconfitta
diplomatica al Marocco.
188
189
99
I nostri membri arabi della Commissione d'Identificazione mi hanno
informato che i Sahrawi invitati all'identificazione si lamentavano (in
Hassania, il dialetto arabo locale), che alcuni membri delle loro famiglie e
loro amici avevano presentato richieste ai centri marocchini, ma i loro
nomi non figuravano nella lista delle persone da identificare, quindi il loro
diritto di voto è stato negato. Altri invece erano sulla lista, ma i marocchini
hanno rifiutato di caricarli sul furgoncino che li portava al centro
d'identificazione.
Una
nota
esplicativa:
solo
a
quelle
persone
locali
che
erano
state
accreditate
dai
marocchini
era
permessa
l'entrata
al
centro
d'identificazione
del
MINURSO
o
agli
uffici
delle
Nazioni
Unite.
Nessuno
ha
parlato
ai
marocchini,
per
quanto
ne
sappia,
e
con
molto
certezza
il
Quartiere
Generale
delle
Nazioni
Unite
non
ne
era
stato
mai
informato.
Molti
dicevano
di
temere
per
la
loro
vita
se
i
marocchini
li
avessero
visti
parlare
con
il
personale
dell'ONU.
Nello
stesso
mese,
il
coordinatore
ufficiale
del
Marocco
con
il
MINURSO,
si
era
vantato
pubblicamente
davanti
ad
un
gruppo
del
personale
del
MINURSO
in
un
bar
che
bastava
solo
lui
a
decidere
se
il
processo
d'identificazione
dovesse
continuare
o
no
il
giorno
successivo
(che
era
già
fissato)
e
per
dimostrarlo
prese
il
telefono
(era
circa
mezza
notte)
e
davanti
a
tutti
cancellò
le
sessioni
d'identificazione
per
la
settimana
successiva.
Esperti
nella
politica
del
Marocco
mi
hanno
detto
che,
questo
paese
non
vuole
il
referendum,
perché
i
rischi
sono
maggiori
delle
garanzie
possibili
(…)190 .
F. Briones, Sahara : Cien años sin libertad: Asociación de Amistad con el Pueblo
Saharaui de Alicante, Alicante, 1997, pp. 118-9
190
100
2.5 Il Muro Marocchino.
Figura 3 fonte: http://www.lettera22.it/showart.php?id=9785&rubrica=23
Il muro è stato costruito durante la guerra; tra il 1980 ed il 1987, l'esercito
marocchino, con un enorme dispendio economico e di manodopera,
costruì una successione di sei muraglie, annettendo man mano territori
sempre più grandi. Alla firma del cessate il fuoco, nel 1991, il Muro divideva
interamente la porzione di Sahara Occidentale conquistata dal Marocco,
la parte costiera ricca di fosfati, da quella più povera, desertica.
La costruzione è costituita da un insieme di sei muri difensivi con una
lunghezza superiore a 2.720 km. È una zona militare con bunker, fossati e
campi minati, edificato con l'obiettivo di proteggere il territorio occupato
dal Marocco dalle incursioni del Fronte Polisario191. La costruzione si svolse
I. Panozzo, Un muro nel deserto, Limes, rivista italiana di geopolitica, Lunedi' 20
Ottobre 2008, http://www.lettera22.it/showart.php?id=9785&rubrica=23
191
101
in varie fasi, ognuno delle quali ampliava il territorio controllato dalle forze
militari marocchine.
2.5.1 La successione dei sei muri.
Il muro è stato edificato in sei tempi, Il primo, che non ha nessuna
contiguità con il definitivo, fu edificato nel giugno del 1982 e circoscrisse
l'area a nord ovest denominata triangolo utile. È la più importante dal
punto di vista demografico ed economico, e contiene le città di El Aaiún,
di Smara, di Bojador e di Bou Craa, una porzione importante della regione
di Saguia el Hamra.
192
Il secondo muro, del gennaio 1984, ampliò di una piccola porzione a sud il
territorio
controllato
dal
Marocco.
Questo
segmento
ha
due
caratteristiche, tagliò praticamente in due il territorio controllato dal Fronte
Polisario e per un breve tratto segue il muro definitivo.
Il terzo muro, del maggio 1984, inglobò ad est una piccola parte del
territorio confinante col Marocco con il centro abitato di Hauza.
Strategicamente fu occupata la maggior parte, della attualmente non
utilizzata, strada che da El Aaiún porta a Tindouf e pertanto verso le
vecchie piste carovaniere del Sahara. La quarta espansione, del gennaio
1985, ampliò ad est inglobando un territorio simile alla terza, con i centri
abitati di Al Farcia e Mahbas. Il muro rasenta il confine algerino e fu
prolungato in territorio marocchino per impedire il suo aggiramento. La
quinta barriera, innalzata nel settembre 1985, inglobò una parte del Rio de
El muro de la vergüenza, un crimen contra la humanidad, Sahara Press Service,
27 gennaio 04 http://www.spsrasd.info/sps-s270104murhonte.html
192
102
Oro con i centri abitati di Guelta Zemmur, Chalwa, Oum Dreyga, Imlili e
Dakhla, già Villa Cisneros. La sesta ed ultima barriera , costruita nell'aprile
1987, portò le truppe marocchine vicino ai confini mauritani. Una stretta
striscia di sabbia collega i territori non occupati sotto il controllo della RASD
alla penisola con il centro abitato di La Guera che fu colonia spagnola
prima di essere inglobata nel Rio de Oro. Dopo l'aprile 1987 il Marocco non
riuscì ad inglobare altro territorio, la guerra sanguinosa continuò fino al
1991, l'anno della sospensione.193
2.5.2 Gli obiettivi del muro.
Oltre ad uno scopo difensivo, il muro ha obiettivi di sfruttamento
economico. La parte interna al muro racchiude le ricchezze del Sahara
Occidentale, ovvero le miniere di fosfati e il controllo della costa. Una
importante ricchezza per ora non può essere sfruttata, quella dei
giacimenti petroliferi costieri, in quanto le Nazioni Unite permettono solo la
ricerca e non lo sfruttamento fino al celebrarsi del referendum di
autodeterminazione194.
Secondo il governo marocchino i suoi obiettivi sono:
-
Proteggere da azioni militari saharawi le città più
importanti.
-
Proteggere i giacimenti di fosfati e la ricchezza che
deriva dalla pesca.
-
Creare una concentrazione di forze per una miglior
difesa.
-
Eliminare o ridurre il fattore sorpresa.
-
Ostacolare le azioni offensive o armate.
F. Comellini, Breve storia del popolo Saharawi. Un muro lungo 2700 Km nel
deserto,(24 ottobre 2006) http://www.summagallicana.it/lessico/s/Saharawi.htm
194 Ibidem.
193
103
-
Limitare gli effetti della guerriglia.
Buona parte di questi obiettivi vennero ottenuti già nel 1991 quando la
RASD scelse la strada della legalità internazionale e della azione non
violenta. Una parte della scelta dipese anche dalla costruzione di questa
linea di difesa, che assieme allo stallo nato dalla incapacità marocchina di
proseguire nella conquista dell'intero territorio della ex colonia, permise alle
Nazioni Unite di bloccare e cristallizzare la guerra. Attualmente lo scontro
come abbiamo già più volte detto è prevalentemente su un piano
politico, dove i Saharawi cercano in ogni modo di arrivare al referendum e
il Marocco ne ostacola la realizzazione al fine di consolidare lo status quo
ed annettere il territorio195.
2.5.3 La situazione attuale
Lungo il muro, ogni quattro o cinque chilometri è stanziata una compagnia
militare, in gran parte di fanteria e in misura inferiore di altri corpi come ad
esempio i paracadutisti. Ogni 15 chilometri è installato un radar per fornire
dati alle più vicine batterie di artiglieria. Oltre la linea militare vi è il muro
vero e proprio, composto di ostacoli come muri di sabbia e di pietre di
dimensione di solito inferiori al metro. Il muro fisico è attorniato di campi
minati. Si stima che intorno ad esso siano presenti da uno a due milioni di
mine che porta la zona fra le prime dieci al mondo per la loro
concentrazione196. Si ricorda a tal proposito che il Marocco non ha firmato
il trattato di Ottawa del 1997 che vieta le mine antiuomo, ed ha installato
milioni di queste mine lungo muro di sabbia fortificato.
195
196
http://www.summagallicana.it/lessico/s/Saharawi.htm
Ibidem.
104
2.5.3 Il Sahara Occidentale e le mine
Le mine arrivano nel Sahara Occidentale con l’inizio dell’invasione
marocchina. L’esercito marocchino utilizza le mine per difendere le
postazioni fisse e in seguito intorno al muro. I maggiori fornitori di mine al
Marocco sono la Francia, l’Italia (la Valsella) il Belgio, il Portogallo, la
Spagna e gli Stati Uniti. Tra mine antipersona e mine anticarro si ipotizza la
presenza circa di un milione di mine.197
Le mine presenti nel Sahara
Occidentale sono per il 60-70% di fabbricazione italiana.
Bombe a
grappolo di origine nordamericana furono lanciate dagli aerei Mirage F1
durante le diverse incursioni delle Forze Armate Reali. Tantissime bombe da
250 a 950 kg furono lanciate dagli aerei F5 con detonatori ritardati su gran
parte del territorio per seminare la morte ed il terrore nella popolazione
rurale, decimando il bestiame. È però impossibile stabilire il numero delle
vittime nel corso della guerra. 198
197
198
http://www.campagnamine.org/marocco/home.html
http://www.pointovu.com/index.php?notizia=06/02/09/2978423
105
CAPITOLO 3
LE BARRIERE DI SEPARAZIONE
DI CEUTA E MELILLA
Fig.4 fonte: http://www.lonelyplanet.com/maps/africa/morocco/ceuta/melilla
3.1 Informazioni generali.
Ceuta e Melilla, occupate dalla Spagna rispettivamente dal 1497 e dal
1688, sono gli ultimi avamposti del protettorato spagnolo in Marocco. E
sono rivendicate da Rabat fin dal 1961. Ceuta (Sebta, per i marocchini),
con 76.603 abitanti, ha un'estensione di 19 chilometri quadrati. Si trova
nell’estremo nord del Marocco, di fronte a Gibilterra (un altro territorio
conteso), ha quasi 80000 abitanti ed una densità di circa 4000 persone per
106
chilometro quadrato199. Melilla (in arabo Melilia), 300 chilometri a est dalle
Colonne d'Ercole, con 66.440 abitanti, si estende su appena 13 chilometri
quadrati.200 Melilla si trova nella regione del Rif al confine con l’ Algeria, ha
un’incredibile densità di quasi 5000 abitanti per chilometro quadrato201.
Lo spagnolo è lingua ufficiale, cosi come l’Euro è la moneta unica. Le leggi
sono quelle europee (con tanto di Schengen) e lo stile di vita, nonché le
varie mode, guardano al continente a nord del mediterraneo. Il problema
è che, mentre la Spagna non vede alcun problema in questa situazione
che continua da secoli, il Marocco pensa che le due città autonome
debbano
essere
a
lui
incorporate
e
non
perde
occasione
per
rivendicarle.202
Per capire meglio questo problema di attualità, bisogna tornare all’origine
del
contenzioso.
La zona in cui sorgono le due città, punto di passaggio strategico di molte
culture, passò dai fenici ai cartaginesi, dai romani ai vandali e dai bizantini
agli arabi. Nell’ agosto del 1415, Il re portoghese Giovanni I, guidò una
spedizione che si impadronì di Ceuta e, con una serie trattati fu
riconosciuta dallo stesso Regno di Fez e dagli altri stati Europei come
possessione lusitana. Nel 1580, dopo la morte di Sebastiano, il Regno
Portoghese venne incorporato alla monarchia spagnola e di conseguenza
anche Ceuta. Nel 1640, la città, decide di non continuare a seguire le sorti
portoghesi, preferendo rimanere sotto la Spagna di Filippo IV, mantenendo
però, in segno di rispetto e amicizia, lo scudo portoghese nella bandiera
cittadina (tuttora in uso, è una delle bandiere più antiche d’ Europa).
La storia di Melilla è invece parzialmente differente, in quanto la conquista
non fu eseguita dai portoghesi, ma dagli stessi spagnoli. I re cattolici, forti
della cacciata dei mori dalla penisola iberica, e dell’inizio dei viaggi
d’espansione
oltreoceano,
decisero
nel
1497,
dopo
vari
tentativi
Calendario Atlante De Agostini 2009, Istituto Geografico De Agostini Novara,
p.959
200 Ibidem.
201 Ibidem.
199
107
d’annessione pacifica, di conquistare militarmente la città. Il piano fu
eseguito dal governatore dell’Andalusia Juan Alonso de Guzmán che
approfittò del conflitto in seno alla città tra i due gruppi etnici che la
popolavano: gli arabi ed i berberi.203
Nel 1509 portoghesi e spagnoli fissarono le relative sfere di influenza nella
costa nordafricana. Cosi come a Ceuta, anche Melilla soffrì nei secoli degli
attacchi da parte araba che calarono a partire dal 1860 quando con il
Trattato di Wad-Ras il sultano del Marocco riconobbe la sovranità
spagnola e se ne fissarono limiti precisi.204 I due centri, nonostante i ripetuti
tentativi di invasione da parte marocchina, sono parte integrante dello
stato Spagnolo. Questa condizione è stata ribadita più volte in differenti
sedi e nessun altro stato la mette in dubbio oggigiorno. L’ONU non le ha
inserite nella lista dei territori in attesa di decolonizzazione e ha
riconfermato l’appartenenza alla Spagna in seguito alle rivendicazioni
marocchine giunte formalmente il 14 ottobre 2002 all’Assemblea Generale
(le stesse Nazioni Unite).205
Le due città, che l'agenzia statale marocchina Maghreb Arabe Presse
descrive sempre come occupate dalla Spagna, a partire dagli anni 90
hanno avuto uno statuto di autonomia e sono quindi ora provviste di una
forma locale di autogoverno. Se però per secoli la vita in queste città euroafricane non è cambiata di molto, si è invece stravolta in quest’ultima
decade. Il boom economico spagnolo e l’integrazione Europea (che fa si
che le due enclavi siano ora vere e proprie porte per l’ ingresso
nell’Unione), hanno incrementato esponenzialmente le ondate migratorie
cui sono ora soggette le città. Grazie ai commerci con il Marocco, le due
enclavi contano su un reddito pro-capite superiore alla media spagnola.
Ciò ha portato migliaia di sub-sahariani, in fuga dalla povertà e dalla
Ibidem.
http://www.relint.org/countries/storia-ceuta.htm
204
A. Pasi, Le controverse città spagnole in Africa, 21 ottobre 2008,
http://www.mediterraneaonline.eu/it/08/view.asp?id=322
205
Calendario Atlante De Agostini 2009, Istituto Geografico De Agostini
Novara, p.959
202
203
108
guerra, e con la speranza nel cuore, a cerca di superare il muro tra Ceuta
e Mellilla con scale rudimentali.206 Le due città si sono dotate di un
complesso di recinzioni nel 2005 e ha fatto si che la minoranza marocchina
delle città, per secoli mai andata oltre il 20-25 % della popolazione, sia ora
quasi la metà degli abitanti complessivi. Molti spagnoli vedono ora questa
“minoranza” (che secondo i demografi sarà su basi statistiche schiacciante
maggioranza entro il 2050) come un cavallo di troia del governo
marocchino, pronto a prendere possesso delle città.207 In realtà queste
accuse sono infondate in quanto la maggioranza della comunità
marocchina all’interno di Ceuta e Melilla non è in realtà etnicamente
araba, bensì berbera. Sono si musulmani come gli arabo-marocchini, ma
linguisticamente,
etnicamente
e
storicamente
differenti
nonché
tradizionalmente maldisposti verso l’autorità marocchina.
Le due enclavi rappresentano quindi un modo di raggiungere l’Europa, per
migliaia di persone in fuga dalla loro terra e in cerca di una vita migliore. La
situazione sembra destinata a peggiorare
negli anni: centinaia di sub-
sahariani continueranno a radunarsi nei dintorni dei capoluoghi spagnoli
aspettando un attimo propizio in cui poter scavalcare di notte il muro di
sicurezza. Ceuta e Melilla sono gli unici accessi rimasti per far entrare in
Europa migliaia di africani che le mafie negriere convogliano dai paesi del
golfo di Guinea: avvertiva un rapporto del Centro Nacional de
Inteligencia, il più importante servizio segreto di Madrid. Bucare i muri di
Zapatero significa giocarsi la vita, ma anche scommettere su un futuro
possibile.208
Per cercare di limitare quest’ondata migratoria sono state progettate e
costruite dalla Spagna, delle barriere con il Marocco. Il prezzo, di 30 milioni
di euro, è stato pagato dalla Comunità Europea. Il muro è costituito da filo
http://www.relint.org/countries/storia-ceuta.htm
Ibidem.
208 A. Pasi, Le controverse città spagnole in africa, , 21 ottobre 2008,
http://www.mediterraneaonline.eu/it/08/view.asp?id=322
206
207
109
spinato, consiste in barriere parallele di 3 metri di altezza, con posti di
vigilanza alternati e camminamenti per il passaggio di veicoli adibiti alla
sicurezza. Cavi posti sul terreno connettono una rete di sensori elettronici
acustici e visivi. È dotata di un' illuminazione ad alta intensità, di un sistema
di videocamere di vigilanza a circuito chiuso e strumenti per la visione
notturna. Al momento, è in atto un'opera di ulteriore innalzamento della
barriera, che la porterà fino a 6 metri di altezza, con il beneplacito del
programma europeo Frontex209. Nel settembre 2005, si registrò un tentativo
massiccio di migrazione verso l' Europa, che causò la morte di molti
immigranti sotto i colpi di arma da fuoco della polizia marocchina.210
Coloro i quali si dichiarano contrari alla barriera denunciano che la sua
esistenza ha provocato la morte di almeno 4.000 persone, annegate nel
tentativo di attraversare lo Stretto di Gibilterra ed entrare illegalmente in
Spagna.
L’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere
esterne degli Stati membri dell’Unione europea è stata istituita con il regolamento
(CE) n. 2007/2004 del Consiglio del 26 ottobre 2004 (GU L 349 del 25.11.2004).
FRONTEX ha il compito di coordinare la cooperazione operativa tra gli Stati
membri in materia di gestione delle frontiere esterne; assistere gli Stati membri
nella formazione di guardie nazionali di confine, anche elaborando norme
comuni in materia di formazione; preparare analisi dei rischi; seguire l’evoluzione
delle ricerche in materia di controllo e sorveglianza delle frontiere esterne; aiutare
gli Stati membri che devono affrontare circostanze tali da richiedere un’assistenza
tecnica e operativa rafforzata alle frontiere esterne; fornire agli Stati membri il
sostegno necessario per organizzare operazioni di rimpatrio congiunte. FRONTEX
opera in stretto collegamento con altri organismi comunitari in materia di
sicurezza alle frontiere esterne, come EUROPOL, CEPOL, OLAF, e di cooperazione
nel settore delle dogane e dei controlli fitosanitari e veterinari, al fine di garantire
la coerenza complessiva del sistema.
FRONTEX aumenta la sicurezza alle frontiere, assicurando il coordinamento delle
iniziative degli Stati membri intese ad attuare le misure comunitarie per la gestione
delle frontiere esterne.
210 Cit. E. Blanchard, C.Charles, A.Guttman, C.Intrand, C. Jerossay , A. Morie, C.
Rodier , I. Saint-Saen , J. Valluv, A.S.Wender, Le livre noir de Ceuta, Migreurop,
2006, p.25
209
110
3.2 La normativa comunitaria in materia di immigrazione.
La cooperazione europea in materia di immigrazione si delinea nella fase
iniziale, a livello intergovernativo, ovvero in un ambito in cui il controllo
giudiziario non è previsto. Negli anni Settanta, gli stati europei decidono di
percorrere
insieme
la
strada
della
cooperazione
intergovernativa
attraverso la creazione di gruppi e laboratori dalla diversa competenza
tematica, da cui scaturiscono gli Accordi di Schengen (firmati il 14 giugno
del 1985) e la Convenzione di applicazione sottoscritta il 19 giugno 1990.
I contenuti riguardano l’abolizione graduale dei controlli alle frontiere
comuni, mediante l’adozione di misure volte a regolare la libera
circolazione delle persone e si articolano in una serie di norme che
stabiliscono le condizioni di ingresso nell’Area (art. 5), l’istituzione del visto
uniforme per soggiorni di breve durata (art. 10), l’obbligo di lasciare “senza
indugio” il territorio di uno dei Paesi dell’Area qualora non vi siano più le
condizioni di soggiorno previste (art. 23).
La Convenzione istituisce, inoltre, il “Sistema d’Informazione Schengen”
(SIS): un archivio comune contenente informazioni relative a persone che
assumono importanza per il controllo delle frontiere e per la cooperazione
di polizia nel settore della criminalità (art. 92)211.
Con il Trattato di Amsterdam del 1997 si determina una definitiva
comunitarizzazione della materia. Infatti, con l’adozione del trattato
(entrato in vigore il 1 maggio 1999) avviene un sensibile mutamento nel
quadro
europeo
in
materia
di
immigrazione
soprattutto
per
un
cambiamento di priorità, in quanto rientrano nelle competenze degli
organi della comunità europea diverse materie:
-
il controllo delle frontiere;
-
il rilascio dei visti;
211
http://www.lavoroprevidenza.com/leggi_articolo.asp?id=1616
111
-
la circolazione dei cittadini di Paesi terzi all’interno del
territorio comunitario;
-
le misure in materia di asilo (competenza ad esaminare
le domande di
asilo, norme minime sull’accoglienza dei
richiedenti asilo, l’attribuzione della qualifica di rifugiato, la
concessione o revoca dello status di rifugiato);
-
le misure applicabili a rifugiati e sfollati (protezione
temporanea, equilibrio degli sforzi fra gli Stati che ricevono i
rifugiati e sfollati);
-
le
misure
in
materia
di
politica
di
immigrazione
(condizioni di ingresso e soggiorno, rilascio di visti a lungo
termine e di permessi di soggiorno, compresi quello per
ricongiungi mento familiare);
-
l’immigrazione e il soggiorno irregolare compreso il
rimpatrio degli irregolari.212
Con il Trattato di Amsterdam si stabiliva inoltre un periodo transitorio della
durata di cinque anni per la realizzazione di tali politiche (1999-2004), per i
cui orientamenti generali il Consiglio Europeo tenne nell’ottobre dello
stesso anno una riunione straordinaria, dedicata alla creazione di uno
spazio di libertà, sicurezza e giustizia213.
Cinque anni più tardi, nel novembre del 2004, abbiamo il Programma
dell’Aja, ed il Piano di azione del Consiglio e della Commissione del giugno
2005, che rappresentano il quadro generale della politica di immigrazione
e asilo per il quinquennio successivo. Il Programma tende al rafforzamento
del ruolo dell’Unione nella costruzione dello spazio di libertà, sicurezza e
giustizia, e rappresenta una sfida resa oggi ancora più probante a seguito
dell’abbandono del percorso che avrebbe dovuto condurre alla
Costituzione europea.214 Gli obiettivi di più stretta integrazione contenuti
nel progetto di Costituzione, di cui il Programma si prefiggeva di riflettere le
Rivista di diritto pubblico italiano, comunitario comparato, http://federalismi.it/
http://www.lavoroprevidenza.com/leggi_articolo.asp?id=1616
214 Ibidem.
212
213
112
ambizioni, assumono comunque nuovo rilievo nella prospettiva del Trattato
di Lisbona. Nel Programma, infatti, si postula un approccio globale che
includa tutte le fasi delle migrazioni, dalle cause di fondo del fenomeno
alle politiche di ingresso e ammissione, da quelle dell’integrazione a quelle
del rimpatrio: tale approccio richiede dunque un’analisi ed un impegno
paritario tanto delle Istituzioni comunitarie quanto dei singoli Stati membri,
dal momento che trattasi di materia di competenza concorrente.
Nel Programma e nel Piano c’è la consapevolezza del legame tra
immigrazione e promozione dei diritti fondamentali: le politiche di
immigrazione ed asilo concernono in effetti categorie deboli, come ad
esempio i richiedenti asilo, ed i loro diritti fondamentali richiedono una
particolare
tutela.
In
quest’ottica
si
spiega
la
trasformazione
dell’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia in Agenzia
per i diritti fondamentali.215
Altrettanto importante appare il ruolo di controllo e vigilanza che il Piano
intende attribuire ai Parlamenti nazionali, specie sulle attività di Europol ed
Eurojust, così anticipando in qualche modo quanto previsto dall’articolo
12) del Trattato UE modificato dal Trattato di Lisbona, nonché da quello sul
funzionamento dell’Unione ai sensi degli articoli 69 e 70 dello stesso Trattato
di Lisbona.
Nel Programma, articolato in sette punti, ben sei riguardano l’immigrazione
e l’asilo:
- la politica in materia di asilo e frontiere;
- l’istituzione di un regime europeo comune in materia di asilo;
- la migrazione legale e la lotta al lavoro sommerso;
- l’integrazione dei cittadini dei Paesi terzi;
- il partenariato con i Paesi di origine e di transito per
l’adozione di misure di rimpatrio e riammissione;
- la gestione dei flussi migratori, i controlli alle frontiere,
l’adozione di una politica comune in materia di visti, la lotta
215
Ibidem.
113
all’immigrazione clandestina, con previsione di identificatori
biometrici integrati nei documenti di viaggio e nei sistemi
informativi.
Dei suddetti punti, certamente la migrazione legale rappresenta la sfida
più complessa che l’Unione può raccogliere nell’ambito delle politiche di
immigrazione ed asilo, atteso che la materia è tuttora riservata agli Stati
membri in quanto sottratta alla procedura di codecisione. Dopo il Libro
verde
sull’immigrazione
è
stato
adottato
un
Piano
di
azione
sull’immigrazione legale che ha fissato il percorso da seguire fino al 2009,
anno di scadenza del Programma dell’Aja.216
Il pacchetto di misure si compone di una proposta di direttiva quadro
generale, presentata il 23 ottobre 2007, che riguarda il solo ingresso per
lavoro subordinato, condizionato all’esistenza di un contratto di lavoro ed
alla verifica della necessità economica, nonché da proposte di direttiva a
carattere settoriale sull’ingresso dei lavoratori altamente qualificati, di quelli
stagionali, dei lavoratori di società multinazionali e dei tirocinanti
retribuiti217.
Per quanto attiene alla lotta all’immigrazione clandestina, la cooperazione
rientra soprattutto nella dimensione esterna (controlli alle frontiere,
espulsioni, accordi con Paesi terzi), ma non può prescindere da un
approccio complessivo che tenga conto dei fattori di attrazione presenti in
alcuni Stati membri piuttosto che in altri (capacità di contrasto degli
ingressi illegali, prevenzione e repressione del lavoro sommerso e dello
sfruttamento, ricorso sistematico a provvedimenti di regolarizzazione, ecc.).
Il 18 giugno 2008, il Parlamento Europeo ha approvato un compromesso
con il Consiglio sulla proposta di direttiva sui rimpatri, che stabilisce norme e
procedure comuni da applicarsi negli Stati membri al rimpatrio di cittadini
di paesi terzi in posizione irregolare, nel rispetto dei diritti fondamentali e del
C. Antoniello, Le politiche d’immigrazione e l’asilo nell’Unione Europea: Recenti
Sviluppi, Rivista di diritto pubblico italiano, comunitario comparato, 5 novembre
2008 http://federalismi.it/.
217 Ibidem.
216
114
diritto internazionale, compresi gli obblighi in materia di protezione dei
rifugiati e di diritti umani: essa promuove il ritorno volontario degli immigrati
illegali, determina norme minime sulla durata e sulle condizioni di
detenzione temporanea e sul divieto di reingresso, nonché una serie di
garanzie giuridiche. Gli Stati membri restano comunque liberi di applicare
misure più favorevoli. 218
3.2.1 Il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo219.
Anche grazie alle sollecitazioni pervenute, il Consiglio europeo, nella
convinzione che un'impostazione coerente sia indispensabile per iscrivere
la gestione delle migrazioni nel quadro degli obiettivi globali dell'Unione
europea, ha ritenuto, nella riunione del 15 e 16 ottobre 2008, che fosse
giunto il momento di dare nuovo impulso, in uno spirito di reciproca
responsabilità e di solidarietà tra gli Stati membri, ma anche di partenariato
con i paesi terzi, alla definizione di una politica comune in materia di
immigrazione e di asilo che tenesse conto nel contempo dell'interesse
collettivo dell'Unione europea e delle specificità di ciascuno Stato
membro.220
In quest'ottica, e alla luce della comunicazione della Commissione del 17
giugno 2008, il Consiglio europeo, nella predetta riunione, ha deciso di
adottare solennemente il Patto europeo sull'immigrazione e l'asilo.
Consapevole del fatto che l'attuazione integrale del patto può richiedere,
in taluni settori, un'evoluzione del quadro giuridico e segnatamente delle
basi convenzionali, il Consiglio europeo ha assunto cinque impegni
fondamentali la cui concretizzazione sarà perseguita, in particolare,
Ibidem.
Ibidem.
220 C. Antoniello, op. cit., p.9
218
219
115
nell'ambito del programma che farà seguito nel 2010 al programma
dell'Aja:
- il primo impegno è quello di organizzare l'immigrazione
legale tenendo conto delle priorità, delle esigenze e delle
capacità d'accoglienza stabilite da ciascuno Stato membro e
favorire l'integrazione;
- il secondo è combattere l'immigrazione clandestina, in
particolare assicurando il ritorno nel loro paese di origine, o in
un paese di transito, degli stranieri in posizione irregolare;
- il terzo tende a rafforzare l'efficacia dei controlli alle
frontiere;
- il quarto si prefigge di costruire un'Europa dell'asilo;
- il quinto impegno è finalizzato a creare un partenariato
globale con i paesi di origine e di transito che favorisca le
sinergie tra le migrazioni e lo sviluppo. 221
3.2.1.1 L’immigrazione per motivi economici.
Quanto all’immigrazione legale, il Consiglio europeo ritiene che essa
debba essere il risultato di una duplice volontà, quella del migrante e
quella del paese ospitante, ai fini di un reciproco vantaggio. Spetta
comunque a ciascuno Stato membro decidere le condizioni di ammissione
sul suo territorio dei migranti legali e fissarne, se del caso, il numero.
L'attuazione dei contingenti che ne possono risultare potrebbe essere
effettuata in partenariato con i paesi di origine.222
221
222
Ibidem.
C. Antoniello, op. cit., p.10
116
3.2 Il contrasto dell’immigrazione non legale.
Circa la lotta all'immigrazione clandestina, il Consiglio europeo ha ribadito
il proprio impegno all'applicazione effettiva di tre principi fondamentali:
- il necessario rafforzamento della cooperazione degli Stati
membri e della Commissione con i paesi di origine e di transito
per combattere l'immigrazione clandestina nel quadro del
suddetto approccio globale;
- l’obbligo, per gli stranieri in posizione irregolare nel territorio
degli Stati membri, di lasciare tale territorio, per cui ciascuno
Stato membro si impegna ad assicurare l'applicazione
effettiva di questo principio nel rispetto del diritto e della
dignità delle persone interessate, privilegiando il rimpatrio
volontario;
- l'obbligo per tutti gli Stati di riammettere i loro cittadini che
sono in posizione irregolare nel territorio di un altro Stato.
223
3.2.1 Il controllo delle frontiere.
A ciascuno Stato membro spetta il controllo della parte di frontiera che gli
è propria e, da momento che esso dà accesso ad uno spazio comune di
libera circolazione, tale controllo deve essere esercitato in uno spirito di
corresponsabilità, per conto dell'insieme degli Stati membri. Le condizioni di
rilascio dei visti prima della frontiera esterna devono fare pienamente parte
della gestione integrata di quest'ultima: in ogni caso, viene sottolineata
l’esigenza di generalizzare, entro il 10 gennaio 2012, grazie al sistema
223C.
Antoniello, op. cit., p.11.
117
d'informazione sui visti (VIS), il rilascio dei visti biometrici, di rafforzare senza
indugio la cooperazione tra i consolati degli Stati membri, di ripartire
equamente,
per
quanto
possibile,
i
loro
mezzi
e
di
creare
progressivamente, su base volontaria per quanto riguarda i visti, servizi
consolari comuni. 224
Di particolare rilievo, anche politico, l’idea secondo cui gli Stati membri
esposti, per la loro situazione geografica, ad un ingente afflusso di
immigranti, o che dispongono di mezzi limitati, devono poter contare sulla
solidarietà effettiva dell'Unione europea. In questo ambito si colloca la
decisione di dotare l'agenzia FRONTEX, nel rispetto del ruolo e delle
responsabilità proprie degli Stati membri, dei mezzi per esercitare
pienamente la sua missione di coordinamento del controllo della frontiera
esterna dell'Unione europea, per far fronte a situazioni di crisi e condurre, su
richiesta degli Stati membri, le necessarie operazioni temporanee o
permanenti, conformemente, in particolare, alle conclusioni del Consiglio
del 5 e 6 giugno 2008. Sulla scorta dei risultati della valutazione di tale
agenzia, il suo ruolo e i suoi mezzi operativi saranno rafforzati e potrà essere
decisa la creazione di uffici specializzati tenendo conto delle diverse
situazioni, in particolare per le frontiere terrestri orientali e marittime
meridionali: tale creazione non dovrà in alcun caso pregiudicare l'unicità
dell'agenzia FRONTEX. Al termine, potrà essere esaminata anche la
possibile creazione di un sistema europeo di guardie di frontiera. Da ultimo,
il Consiglio ha raccomandato di utilizzare gli strumenti delle moderne
tecnologie che garantiscano l'interoperabilità dei sistemi e consentano
un'efficace gestione integrata della frontiera esterna, anche mediante
l'istituzione di una registrazione elettronica.225 Va al riguardo ricordato che
il sistema d'informazione Schengen (SIS) rappresenta tuttora lo strumento
centrale per l'applicazione dei principi di Schengen, ed è considerato
infatti la colonna portante di un'Europa senza frontiere e dello Spazio di
224
225
Ibidem.
Ibidem.
118
libertà, sicurezza e giustizia226 . La creazione di un sistema d'informazione
Schengen di seconda generazione (SIS II) è stata decisa tenendo conto
della necessità di introdurre nel sistema nuovi dati (segnatamente dati
biometrici), nuovi tipi di segnalazioni (ad es. l'introduzione del mandato
d'arresto europeo) e nuove funzioni (al fine di rafforzare la sicurezza ed
utilizzare i dati in modo più efficiente, ad esempio mediante il
collegamento delle segnalazioni), nonché di ampliare l'accesso alle
segnalazioni da parte delle autorità a livello nazionale o comunitario e di
fornire una risposta alla necessità di integrare i nuovi Stati membri, poiché
l’attuale sistema centrale del SIS non può collegare più di 18 paesi.
3.2.3 Il diritto di asilo.
Il Consiglio europeo ha ribadito solennemente che ogni straniero
perseguitato ha il diritto di ottenere assistenza e protezione nel territorio
dell'Unione europea in applicazione della Convenzione di Ginevra del 28
luglio 1951 relativa allo status dei rifugiati, come modificata dal Protocollo
di New York del 31 gennaio 1967, e degli altri trattati ad essa correlati.
Peraltro, sussistono tuttora forti divergenze tra gli Stati membri per quanto
riguarda la concessione della protezione e le forme di quest'ultima.
Ancorché la concessione della protezione, ed in particolare dello status di
rifugiato, rientri nella competenza di ciascuno Stato membro, il Consiglio
europeo ha auspicato il tempestivo completamento dell'istituzione,
prevista dal programma dell'Aja, del sistema europeo comune di asilo,
mantenendo, in questa fase, un intenso dialogo con l'Alto Commissariato
delle Nazioni Unite per i rifugiati.227
L’obiettivo è quello di istituire, nel 2009, un Ufficio europeo di sostegno che
226
227
Ibidem.
C. Antoniello, op. cit., p.14
119
abbia il compito di facilitare gli scambi di informazioni, di analisi e di
esperienze tra gli Stati membri, nonché di sviluppare cooperazioni
concrete tra le amministrazioni incaricate dell'esame delle domande
d'asilo. Tale obiettivo viene indicato come propedeutico a quello ulteriore
di introdurre, se possibile nel 2010 o al più tardi entro il 2012, una procedura
unica in materia di asilo che preveda garanzie comuni, e di adottare status
uniformi per i rifugiati. 228
3.2
Migrazione e sviluppo.
Per quanto concerne infine l’esigenza di creare un partenariato globale
con i paesi di origine e transito che favorisca le sinergie tra le migrazioni e
lo
sviluppo,
il
Consiglio
europeo
ha
evidenziato
l’opportunità
di
concludere, a livello comunitario o bilaterale, accordi con i paesi di origine
e di transito che delineino un quadro giuridico regolativo della migrazione
legale, rispondendo alle reali esigenze del mercato del lavoro degli Stati
membri, e affrontando la lotta all'immigrazione clandestina anche in
un’ottica di sviluppo dei paesi d'origine e di transito; il Consiglio europeo ha
così
invitato
gli
Stati
membri
e
la
Commissione
ad
informarsi
reciprocamente e a concertarsi sugli obiettivi e sui limiti di tali accordi
bilaterali, nonché sugli accordi di riammissione, anche incoraggiando
forme di migrazione temporanea o circolare al fine di evitare la così detta
fuga dei cervelli.
Occorre,
insomma,
promuovere
le
migrazioni
circolari
(migrazioni
temporanee, susseguite da un ritorno in patria), che consentano ai
migranti di partecipare allo sviluppo del paese d'origine in seguito
all’acquisizione di know- how negli stai ospitanti: gli Stati membri devono
228
Ibidem.
120
favorire l'adozione di strumenti finanziari specifici che incoraggino il
trasferimento sicuro, e al miglior costo, delle rimesse dei migranti nel loro
paese, incentivando al contempo quella mobilità bidirezionale che, come
già evidenziato, potrebbe risultare vantaggiosa anche per i paesi
comunitari. 229
3.3 Inquadramento giuridico internazionale dell’immigrazione.
La cooperazione internazionale sui migranti e sui rifugiati si svolge,
prevalentemente, nell’ambito delle Nazioni Unite. Importanti contributi al
tema
vengono
dall’Organizzazione
internazionale
per
il
lavoro,
dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e
dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni. A livello europeo, è
importante ricordare il Consiglio d’Europa230.
Un’analisi della regolamentazione giuridica delle migrazioni internazionali
è condizionata dalla quantità ed eterogeneità delle fonti. Si tratta del
diritto internazionale consuetudinario, della protezione internazionale dei
diritti umani, degli atti programmatici e declaratori delle Nazioni Unite (soft
law) e, prevalentemente, di trattati multilaterali231.
Il 28 luglio 1951 viene adottata la Convenzione delle Nazioni Unite relativa
allo status dei rifugiati e viene istituito l’ACNUR (Alto Commissariato delle
Nazioni Unite per i Rifugiati); la definizione generale viene data proprio in
quest’occasione riconoscendo i seguenti requisiti fondamentali al fine del
riconoscimento dello status di rifugiato: la fuga dal proprio paese, il
fondato timore di persecuzione, motivi specifici di persecuzione (razza,
religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale,
Rivista di diritto pubblico italiano, comunitario comparato, http://federalismi.it/
Sito di documentazione dei fenomeni migratori, http//www.cestim.it
231 Ibidem.
229
230
121
opinioni politiche), impossibilità di avvalersi di protezione nel proprio paese
di origine.232
Nella convenzione viene inoltre stabilito il fondamentale principio di non
refoulement (art. 33) secondo il quale il rifugiato non può essere respinto o
espulso verso paesi nei quali la sua libertà e la sua vita sarebbero a rischio.
Sul piano dei diritti umani, si sono affermate negli ultimi cinquant’anni le
norme sulla non-discriminazione, che riguardano il trattamento degli
stranieri
in
generale
e,
indirettamente,
le
politiche
migratorie:
la
Dichiarazione universale dei diritti umani, la Dichiarazione delle Nazioni
Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale (1965), il Patto
internazionale sui diritti civili e politici (1966), il Patto sui diritti sociali,
economici e culturali (1966), la Convenzione sulla eliminazione di ogni
forma di discriminazione contro le donne (1979), la Convenzione sui diritti
dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie (1991).233
L’OIL ha promosso, oltre a diverse convenzioni di carattere generale che si
applicano a tutti i lavoratori, una specifica normativa sui migranti. Si tratta
di due convenzioni (Convenzione sui lavoratori migranti n. 97 del 1949 e
Convenzione sui lavoratori migranti, Disposizioni integrative n. 143 del 1975)
e relative Raccomandazioni (n. 86 e 151).
Il diritto internazionale generale riconosce al cittadino la facoltà di lasciare
il territorio, di ritornare e a risiedere nel proprio paese di appartenenza.
Pertanto, al cittadino, è riconosciuto il diritto di risiedere nel territorio del
proprio stato senza limiti di tempo e senza poterne essere allontanato per
alcun motivo; al contrario, per lo straniero, la mancanza di un legame e di
un nesso giuridico costitutivo con lo stato territoriale esclude una posizione
di assoluta libertà di ingresso e permanenza234.
Il diritto internazionale consuetudinario non prevede limiti per quanto
riguarda l’ammissione e l’espulsione degli stranieri. In questa materia si
afferma la norma sulla sovranità territoriale la quale comporta la piena
Ibidem.
Ibidem.
234 Ibidem.
232
233
122
libertà dello stato di stabilire la propria politica dell’immigrazione, ed,
eventualmente, ordinare agli stranieri di abbandonare il proprio territorio. Il
diritto di uno stato di espellere lo straniero è incontestato, ma le attività
collegate e finalizzate al ritorno nel paese di appartenenza devono
svolgersi nel rispetto dei diritti umani. L’espulsione può comportare anche,
una responsabilità diretta dello stato territoriale, quando l’espulsione ha un
carattere collettivo o se le modalità dell'espulsione violino le norme contro i
trattamenti umani e aberranti.
3.3 Le convenzioni e raccomandazioni dell’OIL.
La Convenzione n. 143 contiene una serie di disposizioni volte a garantire ai
lavoratori migranti un livello base di protezione anche quando sono
immigrati irregolari o sono assunti irregolarmente e la loro situazione non
può essere regolarizzata. L’esercizio dei diritti umani fondamentali non è
vincolato al requisito della cittadinanza o del soggiorno regolare nel paese
ospite. È importante sottolineare che la Convenzione non riduce il diritto
sovrano di ogni stato parte di consentire o rifiutare la facoltà ad un
straniero di entrare nel suo territorio e lascia a ogni stato la libertà di
determinare la maniera in cui intende regolare l’ingresso dei lavoratori
migranti. La Convenzione fa riferimento ai diritti umani fondamentali
contenuti negli atti internazionali adottati dalle Nazioni Unite in questo
settore, che comprendono alcuni diritti fondamentali dei lavoratori. Sia il
paese di origine sia il paese di destinazione devono impegnarsi al rispetto
dei diritti umani fondamentali nei confronti di tutti i lavoratori migranti.235
È possibile comunque distinguere tra i diritti generali così protetti, e i diritti
specifici per i lavoratori regolari contenuti nella Parte II della Convenzione,
che possono essere accettati dagli stati con un ulteriore specifico atto di
235
Ibidem.
123
volontà. La collaborazione tra gli stati nella lotta alla migrazione in
condizioni abusive e alle organizzazioni di movimenti clandestini o illeciti di
migranti per lavoro avviene essenzialmente tramite la conclusione di
accordi bilaterali o multilaterali tra i Paesi interessati soprattutto a livello
regionale236.
3.3.2 Il Consiglio d’Europa
Il 9 maggio 2005 sono state adottate dal Comitato dei Ministri del Consiglio
d’Europa venti linee guida su tutti gli stadi del procedimento di rimpatrio
forzato. L’iter per arrivare a delinearle si è basato sulla Dichiarazione dei
Diritti dell’Uomo del 1948, nella quale, all’articolo 14, si trova scritto: ogni
individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle
persecuzioni; e nella Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei
rifugiati. Le nuove linee guida richiamano i diritti tutelati dalla Convenzione
europea per la protezione dei diritti umani e le libertà fondamentali e
contengono cinque capitoli:
- Voluntary return,
- The removal order,
- Detention pending removal,
- Readmission,
- Forced removals,
riguardanti i vari aspetti del rinvio forzato. In particolare un capitolo è
dedicato alla detenzione in attesa dell’allontanamento in cui sono
indicate, tra l’altro, le circostanze in cui la detenzione può essere ordinata
e le condizioni minime di detenzione. Va sottolineato che lo stato ospite
236
Ibidem.
124
dovrebbe prendere misure di promozione del ritorno volontario più che
coattivo; l’ordine di allontanamento dovrebbe essere perseguito solo in
accordo con le leggi nazionali e non dovrebbe essere applicato se
presente il rischio di violenze, torture o trattamenti inumani e degradanti nel
paese di ritorno sia da parte del governo sia da parte di non-state actors.
Al fine di verificare l’assoluta assenza di pericolo nel paese di ritorno,
dovrebbero essere valutate e prese in considerazione le informazioni
provenienti da tutte le fonti, governative e non, e dall’UNHCR, l’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Non dovrebbe inoltre essere portato a termine un’ordinanza di rimpatrio se
lo stato in cui il migrante deve far ritorno rifiuterà il rientro del migrante
stesso. È in ogni caso proibita l’espulsione collettiva e la mancata
adempienza dell’analisi individuale dei diversi casi.
Merita attenzione, in particolare, il terzo capitolo riguarda le modalità di
detenzione dopo che è stato dato l’ordine di rimpatrio.
- La persona detenuta dovrebbe, innanzitutto, essere informata in una
lingua che conosce e dovrebbe avere la possibilità di contattare giudici e
avvocati .
- La detenzione dovrebbe essere più breve possibile e rispettosa dei diritti
umani.
- Il personale presente all’interno dei luoghi detenzione dovrebbe essere
altamente qualificato e in grado di affrontare la situazione specifica.
Le persone trattenute, inoltre,
- dovrebbero ricevere degna assistenza medica e ascolto psicologico e
non dovrebbero essere detenute insieme a ordinary prisoners;
- dovrebbero avere libero accesso ad avvocati, ONG e familiari.
I centri di detenzione dovrebbero essere costantemente monitorati da enti
esterni e l’accesso dovrebbe essere liberamente consentito a membri
dell’UNHCR, del parlamento europeo e altri soggetti qualificati.
Le nuove linee guida adottate dal Consiglio d’Europa dovrebbero portare,
quindi, ad una maggiore tutela dei diritti dei migranti, rifugiati o richiedenti
asilo detenuti nei Centri di Identificazione, ma queste in realtà non hanno
125
funzione coattiva ma servono unicamente ad orientare le scelte del
legislatore nazionale che può però, in sostanza, disattenderle senza
incorrere in particolari sanzioni.
3.4 La violazione dei diritti fondamentali nelle due enclavi
Le violazioni nei confronti degli immigrati irregolari sono state raccolte
grazie all’intervento di ONG, hanno segnalato nel tempo le condizioni in
cui vengono sottoposti e le misure di repressione adottate, sia dalla
Guardia Civile che dalla Gendarmeria Reale. A tal proposito va segnalato
un Rapporto riferito al Ministro dell'Interno spagnolo da parte dell’Alto
Commissariato dell’ONU, nel settembre 2005, riguardante l'uso eccessivo di
forza della polizia, e dell’inesistente distinzione per i rivendicatori di asilo. Il
2005 è stato un anno denso di scontri in cui hanno perso la vita le persone
che tentavano di approdare in Europa attraverso le due enclavi. In tale
contesto si colloca la dichiarazioni del portavoce del UNHCR, Ron
Redmond, durante la conferenza stampa del 11 ottobre 2005 al Palazzo
delle Nazioni a Ginevra. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i
Rifugiati ha espresso la propria costernazione per la morte di ragazzo
camerunense di 17 anni. L'Agenzia confida che l'inchiesta annunciata
dalle autorità spagnole permetterà di far luce sui fatti accaduti a Melilla e
di stabilire la responsabilità di questo tragico episodio, che ha anche
causato il ferimento di diverse persone e l'espulsione di altre attraverso
procedure apparentemente sommarie237 . Quest'ultimo incidente evidenzia
la drammatica situazione lungo il confine delle enclave spagnole, dove
insieme a migranti economici si possono trovare persone in fuga da
persecuzioni, guerra e violenza, che hanno bisogno di protezione
Le Haut Commissaire envoie une équipe d'experts au Maroc, vendredi 20
février 2009, , http://www.unhcr.fr
237
126
internazionale. Secondo le informazioni attualmente disponibili, non ci sono
indicazioni sulla possibilità che il ragazzo camerunese fosse un potenziale
rifugiato. In base alle informazioni in possesso dell'UNHCR, oltre il dieci per
cento
di
tutti
gli
immigrati
irregolari
che
provengono
dall'Africa
subsahariana e che arrivano nelle enclave di Ceuta e Melilla è ammesso
alla procedura d'asilo in Spagna.
L'UNHCR raccomanda che le autorità di frontiera continuino a ricevere
un'adeguata
formazione
sulle
loro
responsabilità
e
sulla
corretta
applicazione del diritto internazionale di loro competenza. È necessario
che le procedure di controllo dell'immigrazione siano conformi alla
legislazione internazionale sui diritti umani e alla legge spagnola238.
Guterres, Alto Commissario dell’ONU, stesso aveva già sollecitato Ginevra
a intervenire per organizzare il più rapidamente possibile una riunione, per
dibattere la situazione estremamente complessa che implica si migranti in
fuga dalla povertà, ma anche delle persone che hanno bisogno di una
protezione internazionale.239
Quello che succede ai migranti che tentano di oltrepassare i confini
africani in queste due città non ha niente a che vedere con il rispetto dei
diritti fondamentali dell’umanità, si è assistito a gente che restava
incastrata tra il filo spinato, rimpatri coattivi che assumono l’aspetto di vere
e proprie condanne a morte in cui i clandestini venivano abbandonati
praticamente in mezzo al deserto senza ne cibo ne acqua240. La situazione
non ha avuto una copertura mediatica; perché il mondo se ne accorgesse
ci sono voluti 14 morti (8 a Ceuta, 6 a Melilla), 14 disperati africani, alcuni
caduti sotto le pallottole dei militari (spagnoli o più probabilmente
marocchini), gli altri impalati sulla barriera metallica, la cortina di ferro e di
Comunicato UNHCR sugli scontri di Melilla, ASGI Associazione Studi Giuridici
sull’immigrazione,
2
settembre
2005,
http://www.asgi.it/index.php?page=nws.home&idint=
cn05090
206&
mode=detail&imm=
239
Le Haut Commissaire envoie une équipe d'experts au Maroc, vendredi 20
février 2009, http://www.unhcr.fr
240 http://www.unhcr.fr
238
127
filo spinato con cui la ricca fortezza Europa cerca di difendersi
dall’invasione dei dannati della Terra.241
3.4.1 Le denunce delle ONG
Le cortine di ferro, bollate come vergogna dalle ONG, producono effetti
collaterali come si evince dai rapporti di Medici senza frontiere242:
- Barcellona/El Aouina – Souatar, 7 ottobre 2005 – Medici Senza Frontiere
ha localizzato questa notte un gruppo di oltre 500 immigrati di origine subsahariana abbandonati al proprio destino in una zona desertica situata nel
sud
del
Marocco.
Secondo
le
testimonianze
raccolte,
la
polizia
marocchina ha condotto il gruppo di stranieri, fino a questa zona, a bordo
di autobus e camion. Poche ore prima la Guardia Civil spagnola aveva
espulso gli immigrati da Ceuta e Melilla. L'area si trova a 600 chilometri a
sud della città di Oujda.
- 07/10/2005 Medici Senza Frontiere ha localizzato questa notte un gruppo
di oltre 500 immigrati di origine sub-sahariana abbandonati al proprio
destino in una zona desertica situata nel sud del Marocco.
- MSF ha già assistito oltre 50 immigrati che presentano ferite e contusioni
dovute al tentativo di massa di scavalcare le recinzioni di Ceuta e Melilla.
Tra le ferite provocate da cadute o da altri incidenti fortuiti, MSF ha potuto
constatare ancora una volta le conseguenze della violenza della polizia
spagnola e marocchina: molti infatti presentavano ferite dovute all'impatto
con proiettili di gomma o segni di percosse.
P. Romano, Il confine di sangue tra Europa e Africa, Il nostro tempo,
http://www.ilnostrotempo.it/drupal/?q=node/297
242 Immigrati vittime di violenze alla frontiera fra Marocco e Spagna. La denuncia
di
MSF.
http://www.medicisenzafrontiere.it/msfinforma/comunicati_stampa.asp?id=778
241
128
-Il personale MSF ha assistito in primo luogo gli stranieri più vulnerabili, tra cui
donne incinta, minori e feriti. MSF ha trasferito, e continuerà a farlo, i casi
più gravi all'ospedale di una città più a nord chiamata Bouarfa.
-MSF ha localizzato il gruppo di stranieri nei pressi di una città chiamata El
Aouina-Souatar, più precisamente a 30 chilometri a est di questa città,
molto vicino al confine con l'Algeria. Si tratta di una zona desertica in
mezzo al nulla dove non esiste accesso all'acqua o al cibo. Di fronte a
questa situazione MSF ha avviato un intervento di emergenza che include
assistenza sanitaria, distribuzione di acqua, cibo e coperte. Al più presto
verrà inviato ulteriore materiale da Tangeri. Alcuni testimoni assicurano di
aver visto cadaveri di immigrati vicino alla frontiera con l'Algeria. MSF
cercherà di verificare queste affermazioni. Quello che MSF può dire con
certezza è che gli stranieri che si trovano in buono stato di salute iniziano un
difficile viaggio di 600 chilometri attraverso il deserto per raggiungere
nuovamente la frontiera con la Spagna.
Javier Gabaldòn, coordinatore dell'intervento di emergenza nel sud
Marocco, denuncia con forza le espulsioni e il conseguente abbandono di
questi immigrati in una zona senza accesso all'acqua e al cibo, senza
possibilità di ricevere assistenza medica e umanitaria, con l'aggravante
che in molti casi si tratta di persone feri".
Il trasferimento di immigrati, operato dalla Spagna e dal Marocco, verso un
paese che non ha la minima capacità di accoglienza per garantire i diritti
base delle persone viola l'articolo 3 della Convenzione contro la tortura e
altre pene, o trattamenti crudeli, inumani o degradanti . Secondo questo
articolo della convenzione, siglata da entrambi i paesi, nessun paese
firmatario procederà all'espulsione o all'estradizione di un individuo verso
un altro stato nel quale si producano violazioni sistematiche, gravi o
massicce dei diritti dell'uomo.243
243
Ibidem.
129
CAPITOLO 4
UN MURO PARZIALMENTE ABBATTUTTO:
LA CONDIZIONE FEMMINILE
4.1 La condizione della donna nel Marocco contemporaneo
La dialettica tra tradizione e modernità, che caratterizza la cultura e le
strutture politiche e sociali marocchine, si esprime in modo estremamente
marcato per quanto riguarda la condizione della donna. Se la visibilità
della donna negli spazi pubblici e nel mondo del lavoro è diventata
innegabile negli ultimi venti anni, la sua presenza nei luoghi dove si
concentra il potere è ancora molto limitata. Come accade ovunque, la
popolazione femminile è la vittima principale degli squilibri socioeconomici del paese244. La donna è soggetta a un duplice statuto
giuridico, che distingue tra spazio pubblico, nel quale vige una legislazione,
di stampo moderno e democratico, che sancisce l’uguaglianza di tutti i
cittadini, e uno spazio privato, retto da norme di ispirazione talora anche
religiosa e sicuramente tradizionale, nel quale la donna ha diritti e doveri
diversi dall’uomo. Per poter al meglio comprendere questo duplice statuto
giuridico riconosciuto alla donna, bisognerà innanzitutto delineare le
peculiarità del diritto musulmano, a partire dalle stesse fonti legislative.
4.2 Introduzione al Diritto Musulmano: le fonti.
La legge islamica consiste nelle disposizioni giuridiche che Dio ha prescritto
affinché, grazie a esse, il musulmano sia guidato sulla retta strada nel
244
Pianeta possibile, dossier dell’ONG CICSENE, http://ww.pianetapossibile.it
130
comportamento personale e nei rapporti che instaura sia con il Creatore
sia con il suo prossimo. Tutto ciò che è collegato a essa, si tratti del culto,
della famiglia o dell’attività sociale, o politica, tutto ciò costituisce la Legge
Islamica.245
L’islam è religione di legge: nella rivelazione, Dio ha dato ai suoi fedeli le
norme da seguire; esse formano la legge sacra chiamata sharì‘a. La
scienza del diritto, fiqh, è tesa alla corretta comprensione della volontà di
Dio. La fonte principale dalla quale gli esperti di diritto traggono le norme
della legge sacra e le qualificazioni morali degli atti umani è il Corano, il
Libro sacro dell’islam. Esso contiene la parola di Dio trasmessa agli uomini
dal profeta Maometto attraverso la mediazione dell’arcangelo Gabriele.
La comprensione della parola di Dio è illuminata dal ricorso alla sunna,
ovvero la raccolta dei detti e dei fatti del Profeta Maometto. A queste due
fonti di natura testuale, si aggiungono l’igmà‘, ossia il consenso della
comunità, che è garanzia di verità246, e il ragionamento per analogia,
qiyàs, che fissa il limite al ragionamento dell’interprete247.
La ricerca delle norme di diritto musulmano è condotta sulle opere degli
esperti di diritto, la scienza giuridica musulmana non è monolitica: con
riferimento alle figure di grandi capi-scuola si sviluppano quattro grandi
sub-tradizioni giuridiche (malikita, hanafita, sciafiita e hanbalita). Le
dottrina delle diverse scuole possono trovarsi a confliggere anche su punti
non marginali: ciò tuttavia non è in contrasto con il principio del consenso,
che si ritiene coprire allo stesso tempo tutte le scuole. Esse sono parimenti
legittime e si riconoscono a vicenda248.
E’ utile distinguere il diritto musulmano, quale definito sopra, dal diritto dei
paesi musulmani. Durante tutta la storia, il diritto musulmano ha sempre
rappresentato la tradizione giuridica colta del mondo musulmano,
H. Ahmad Amin, Dibattito sull’applicazione della Sharì’a, Dossier Mondo
Islamico 1, Edizione della Fondazione Giovanni Agnelli, 1995, Torino, cit. p. 57
246 la mia comunità non si accorderà mai su un errore : Maometto.
247 H. Ahmad Amin, op. cit. p. 58-67
248 Sito Ufficiale del Consiglio Supremo della Magistratura, http://www.csm.it/
245
131
incontrastata per autorità e prestigio. La sua applicazione, però, non fu
sempre completa ed esclusiva; i concorrenti dell diritto musulmano furono
la consuetudine locale e la volontà del principe. La dottrina giuridica
musulmana riconosceva certamente un ruolo alla consuetudine e
all’ordine del detentore del potere politico: alla prima molte norme
sciaraitiche rinviavano, garantendo così l’acclimatamento dell’islam in
contesti sociali diversissimi.249 La consuetudine andava combattuta,
soltanto se in palese contrasto con i principi islamici. D’altra parte, il
detentore del potere politico, se non era titolare del potere divino di porre
il diritto, disponeva però di un potere normativo subordinato, diretto a
realizzare una più completa e fedele applicazione della sharì‘a.
Nella storia, sia la consuetudine che l’ordine del principe hanno occupato
spazi ben maggiori di quelli riconosciuti loro dalla dottrina, e il diritto vissuto
si è spesso allontano dal diritto contenuto nei libri di fiqh250.
Nel XIX secolo il mondo musulmano deve confrontarsi con la cultura, la
tecnica e le istituzioni sviluppatesi sul continente europeo. Nell’ambito
giuridico ciò significa che la tradizione colta musulmana deve accettare la
sfida lanciata da un avversario dotato di prestigio e autorità confrontabili
ai suoi: una dottrina giuridica secolare i cui risultati hanno di recente
acquisito la nuova forma del codice, al tempo stesso frutto e strumento del
potenziamento dello stato moderno251.
Al giurista tradizionale, si affianca il giurista moderno; gli antichi centri di
formazione giuridica islamici assistono alla nascita di università di modello
europeo. Lo Stato si dota di un sistema di codici: a seconda del settore si
tratterà di recepire il modello europeo o di presentare, nella nuova forma,
la tradizionale dottrina giuridica islamica252.
Il diritto musulmano perde quindi il suo nominale monopolio: può tuttavia
accadere che, nei settori lasciati al suo controllo, esso venga rafforzato dal
Ibidem.
Ibidem.
251 Ibidem.
252 Ibidem.
249
250
132
suo essere collegato allo Stato. Le norme della sharì‘a, in materia di
matrimonio e famiglia, hanno sempre goduto di un alto grado di effettività
e, al momento di codificarle, è raro che il legislatore le abbandoni: ciò
avviene soltanto quando lo Stato abbraccia una ideologia di radicale
laicismo come in Turchia, o di avversione per il fenomeno religioso come
accadde negli stati socialisti europei. Concentrando l’attenzione sul
mondo arabo, si osserva che alcuni paesi, come l’Arabia Saudita,
continuano ad applicare il diritto musulmano nella sua forma classica. Gli
altri paesi si sono dotati nel corso di questo secolo di leggi che regolano la
materia del diritto di famiglia o dello statuto personale.253 Le norme si
trovano dunque separate e distinte da quelle contenute nei codici civili.
Ciò indica l’origine eterogenea dei due gruppi di norme e lascia intuire la
diversità dei percorsi seguiti nella codificazione del diritto civile e di quello
di famiglia. Mentre la codificazione civile è stata realizzata sotto l’influenza
determinante dei modelli europei, il diritto di famiglia e dello statuto
personale affonda le sue radici nella tradizione giuridica islamica.
L’unicità dell’origine delle leggi di famiglia, tutte saldamente radicate nella
sharì‘a, non deve indurre tuttavia a sottovalutare la loro marcata
varietà254 . Le soluzioni adottate dai vari legislatori sono sensibilmente
diverse, a volte radicalmente opposte.
Ciò è peraltro facile da spiegare. Va innanzi tutto tenuto conto del fatto,
già ricordato, che la dottrina islamica non è monolitica, ma si articola in
L’espressione statuto personale nasce dall’evoluzione recente dei sistemi
giuridici arabi. Non appartiene al vocabolario giuridico tradizionale, ma è creata
come calco nel 1875 dal giurista egiziano Muhammad Qadri Basha. Il carattere
personale dello statuto può dar luogo a equivoci. Esso non si riferisce in origine
all’oggetto delle norme, e in particolare non va inteso nel senso che
all’espressione dà il diritto internazionale privato: accanto alle questioni di stato e
di capacità della persona, vi si ricomprendono infatti il matrimonio, i rapporti
personali e patrimoniali tra coniugi, la tutela e la curatela, le donazioni, le
successioni, gli atti di ultima volontà e in genere gli atti efficaci dopo la morte, e le
fondazioni pie (waqf).
Lo statuto personale è dunque una partizione
caratteristica dei sistemi giuridici arabi, che si è definita storicamente come
l’ambito di massima resistenza opposta dal diritto musulmano ai progetti di
occidentalizzazione giuridica.
254 http://www.diritto.it/
253
133
diverse sub-tradizioni: i materiali di partenza di cui si servono i legislatori
sono dunque eterogenei. Ma la diversità tra le leggi oggi in vigore
dipendono
principalmente
dall’atteggiamento
assunto
dal
singolo
legislatore nel codificare le norme della shar’ìa: la legge può essere
concepita di volta in volta come baluardo dell’ordine tradizionale contro il
mutamento, che si vuole soffocare o imbrigliare255; oppure come sanzione
dei cambiamenti avvenuti nella società, considerati meritevoli di pieno
riconoscimento giuridico; oppure ancora come strumento di ingegneria
sociale: il legislatore disegna la famiglia desiderata, ideale, e così intende
indurre o agevolare il cambiamento nella famiglia reale.
Alla tradizionale varietà del diritto musulmano, derivante dell’articolarsi in
scuole della dottrina giuridica, si è dunque oggi sostituita una varietà su
base nazionale, determinata dalla codificazione da parte dello stato della
sharì‘a.256
4.3 Lo statuto giuridico della donna in Marocco.
Si capisce ora il perché le donne, vivono in Marocco una doppia
situazione davanti al diritto: sono soggetti autonomi e “maggiorenni” nello
spazio pubblico, ma dipendenti e “minorenni“ in quello privato. Questo
accade come abbiamo detto, a causa del
fatto per cui lo spazio
pubblico si ispira ai principi della democrazia e della modernità per i quali
le donne sono responsabili e uguali agli uomini. Al contrario, i rapporti
privati si inscrivono in una concezione di ispirazione religiosa, che consacra
l’ineguaglianza reale delle donne nella società e nel suo nucleo di base, la
famiglia. Questo stato giuridico si è oggi ridotto grazie all’introduzione del
nuovo Codice di Famiglia, ma non è completamente risolto257.
L’uguaglianza di principio e la non discriminazione tra uomini e donne è
Ibidem.
Ibidem.
257 Pianeta possibile, dossier dell’ONG CICSENE, http://ww.pianetapossibile.it
255
256
134
sancita dalla Costituzione marocchina, in particolare per quanto riguarda i
diritti civili e politici e il diritto al lavoro, nel quadro delle Convenzioni
internazionali sottoscritte dal Marocco. Tra queste, la Convenzione per
l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne
del 1979 (Convenzione di Copenaghen o CEDAW), alla quale il Marocco
ha aderito nel 1993.
La Costituzione marocchina afferma l’uguaglianza di tutti i cittadini, senza
distinzioni di genere, per quanto riguarda la cittadinanza, i diritti politici
(voto attivo e passivo) e le libertà di espressione, riunione e associazione.
L’uguaglianza di diritto, proclamata dalla Costituzione marocchina e dai
trattati internazionali ratificati dal Marocco, è confermata da diversi testi di
legge, tra i quali quelli che riguardano l’elezione e la composizione del
Parlamento e le leggi riguardanti le riunioni pubbliche, la stampa, le
associazioni, i sindacati. Ciò non esclude, però, che nei fatti la
partecipazione politica femminile, resti estremamente scarsa, rendendo
l’uguaglianza proclamata dai testi giuridici un’utopia anche nello spazio
pubblico.258
Per quanto riguarda il diritto al lavoro, la Costituzione marocchina sancisce
agli articoli 12 e 13 il principio di eguaglianza tra l’uomo e la donna nel
diritto a esercitare funzioni pubbliche, nel diritto al lavoro più in generale,
nel diritto di adesione ai sindacati e di sciopero259.
Ciò nonostante, fino all’entrata in vigore del nuovo Codice di Famiglia, le
leggi riguardanti il lavoro e la prestazione di servizi distinguevano tra donna
nubile
e
sposata,
rendendo
necessaria
per
le
donne
sposate
l’autorizzazione del marito a svolgere ogni tipo di attività commerciale.
Il diritto del lavoro, garantisce gli stessi diritti a tutti i lavoratori, ma introduce
alcune discriminazioni positive nei confronti della donna (congedo di
maternità, tempo quotidiano per l’allattamento). Inoltre sussistono alcune
“misure protettrici” per il lavoro femminile, relative alla salute e al buon
258
259
Ibidem.
Ibidem.
135
costume (es. divieto del lavoro notturno o dei lavori pericolosi).
Per quanto riguarda la sfera privata e lo statuto della donna nella famiglia,
il codice dello Statuto Personale o Mudawwana, approvato nel 1957, è
rimasto in vigore senza modificazioni di rilievo fino al 2004. Il testo, di
ispirazione
shariatica,
poneva
la
donna
in
una
condizione
di
subordinazione rispetto all’uomo, che poteva esercitare su di lei un’autorità
quasi assoluta, in tutte le fasi della sua vita. La donna era in pratica
considerata in perpetuo come un minorenne.
Le contraddizioni tra la Mudawwana, gli altri testi giuridici marocchini, in
particolare la Costituzione e gli impegni internazionali del Marocco, insieme
con i mutamenti sociali che il Marocco ha conosciuto e che hanno reso
desuete molte norme previste dal Codice dello Statuto personale, hanno
condotto a una sempre maggiore mobilitazione per la riforma di questo
testo, che ha dato i suoi frutti con l’entrata in vigore del nuovo Codice di
Famiglia nel febbraio 2004260.
4.4 Le donne e le mutazioni della famiglia nel Marocco contemporaneo.
Il Marocco ha conosciuto nel corso degli anni importanti trasformazioni
riguardanti la famiglia, e quindi il ruolo della donna al suo interno, che
hanno subito una netta accelerazione negli anni Novanta.
Un dato è
particolarmente significativo: nel 1960, l’indice di fecondità in Marocco era
di 7,2 figli per donna; secondo il censimento del 1994, si era ridotto a 3,3,
per scendere ulteriormente a 2,7 nel 1998.261 Diverse le ragioni alla base di
tale mutamento: l’incremento del tasso di scolarizzazione femminile, la
Ibidem.
Indagine di Tel Quel, La donna marocchina tra pregiudizi e tradizione, 5
dicembre 2008, http://www.telquel-online.com
260
261
136
volontà sempre più diffusa tra le ragazze di proseguire gli studi, l’ingresso
delle donne nel mondo del lavoro, l’urbanizzazione, il superamento del
modello della famiglia tradizionale patriarcale e allargata a favore del
modello di famiglia mononucleare, le difficoltà economiche, in particolare
la disoccupazione. Questi fattori sono all’origine di alcuni fenomeni che si
stanno affermando nella società marocchina: le donne si sposano sempre
più tardi (oggi l’età media è 27 anni), scelgono sempre più spesso il
celibato (36,7% è la percentuale di donne adulte non sposate) e ricorrono
in più larga misura alla contraccezione (il 55,3% delle donne ricorre oggi a
un qualche metodo contraccettivo, mentre solo il 19,4% vi ricorreva
all’inizio degli anni Ottanta). La poligamia è oggi un fenomeno
assolutamente residuale: la percentuale di poligami non supera l’1,5%262.
4.5 Codice di famiglia Marocchino.
Per poter al meglio apprezzare i risultati raggiunti,attraverso il nuovo codice
del 2004, si ritiene necessaria un introduzione al codice di famiglia
approvato in Marocco in seguito all’ottenimento dell’indipendenza, in cui
si evince chiaramente uno stretto collegamento con la tradizione islamica.
L’apprezzamento di un mutamento è subordinato all’analisi del contesto in
cui nasce, non si può giudicare un elemento solo fine a se stesso; per poter
riconoscere i passi da gigante fatti dal Marocco in tema di diritto di
famiglia, bisogna prima conoscere il contenuto della sharìa, e allo stesso
modo per potere apprezzare la sharì’a non si può non analizzare il contesto
pre-islamico. Nella famiglia dell’epoca jahiliya (del’’ignoranza preislamica) la donna era un oggetto venduto al marito dal padre. Le donne
262
Ibidem.
137
potevano essere uccise. Vi era poligamia senza limiti e prostituzione
coatta. In caso di morte del marito, la moglie veniva ereditata dai figli.
Questo è stato quando la gente non avevano alcun messaggero tra di
loro ed erano privi di qualsiasi guida. Come è indicato nel hadith, Allah
guardò loro – sia gli arabi che i non arabi - e li odiò tutti, eccetto alcuni
dalla gente della Scrittura263 (che erano rimasti al vero messaggio). Nella
maggior parte dei casi, la donna di questo periodo viveva in condizioni
critiche - in particolare quelle relative a società arabe,
odiavano la
nascita di una femmina. Quindi, tra gli arab,i c’erano coloro che
seppellivano le loro figlie, mentre era ancora viva fino a che non morisse
sotto la terra. E tra loro, ci sono stati coloro che le lasciavano vivere solo
per trovare una vita di umiliazione e degradazione.264
Il Corano rappresenta pertanto una vera rivoluzione: critica l'uccisione
delle donne (6,58; 17,31-33), le rivaluta sul piano religioso (16,97; 33,32),
conferisce loro diritti sotto tutti i profili, sostanzialmente pari dignità rispetto
all'uomo265.
Nella shari'a il matrimonio diventa contrattuale con il consenso delle parti.
La donna manifesta il suo consenso, attraverso un tutore matrimoniale
musulmano che può essere il padre, un parente prossimo maschio o un
wali (giudice). Esiste tuttavia il jabr , il matrimonio imposto: il padre cioè può
decidere del matrimonio della figlia a sua discrezione. Questo potere
inizialmente era senza limiti, nel corso del tempo però i giuristi introdussero
tutta una serie di limitazioni. Il principio del jabr è stato abolito nel codice
marocchino, dove tuttavia si prevede la possibilità per cui il padre possa
costringere la figlia al matrimonio, quando si tema una cattiva condotta
da parte della ragazza. Il Mahr (la dote) nel mondo pre-islamico era il
prezzo che il marito pagava al padre. Nella shari'a la dote è una somma
In arabo Ahl ad-dimma, viene utilizzato nel Corano per identificare la gente del
libro, ovvero i Cristiani e gli Ebrei.
264 S. S. Al-Fawzan, Lo status della donna prima e dopo l'Islam, Tanbihat ‘ala
Ahkam takhtassu bil-Mu’minat, http://lucechiarasulli.it
265 http://www.cestim.it
263
138
che viene versata dal marito alla donna. È elemento essenziale perché
costituisce il patrimonio di cui la donna può liberamente godere nel corso
del matrimonio. Senza dote il matrimonio non è considerato valido.
Il contratto, viene talvolta accompagnato da un rito religioso nella
moschea, il matrimonio è una pubblica dichiarazione preparata da due
notai (‘adul) e firmata dai due sposi in presenza di due testimoni, in forza
della quale l’uomo si impegna a corrispondere una dote alla donna e a
provvedere al suo mantenimento, con la contropartita di poter avere con
lei, lecitamente, rapporti intimi. Nel contratto gli sposi possono inserire le
clausole che desiderano applicare (monogamia, paese di residenza,
rispetto religioso)266
Gli impedimenti al matrimonio sono:
- in caso di malattia che impedisca la vita matrimoniale;
- con una donna che l'uomo aveva già precedentemente
ripudiata;
- se nel contratto matrimoniale si parla di matrimonio a
tempo;
- disparità di religione: è nullo il matrimonio fra una donna
musulmana ed un non musulmano (ebreo o cristiano). E'
invece possibile l'opposto. Il matrimonio con pagani è
comunque non ammesso.
All'interno del matrimonio la donna è soggetta alla direzione del marito.
Ossia il marito ha potere correzionale, ha diritto di decidere se e quali
persone la moglie frequenterà al di fuori dei parenti stretti (Corano 4,34;
2,228; 2,223). L'unica vera autonomia della donna è quella patrimoniale.
Ossia la donna può gestire il suo patrimonio personale.
Il Codice marocchino recita: I diritti della sposa nei confronti del marito
sono: il mantenimento (anche se è personalmente ricca), il diritto
all'uguaglianza di trattamento con le altre spose, il diritto ad essere
autorizzata a rendere visita ai suoi genitori e riceverla, la libertà di disporre
266
Ibidem.
139
dei propri beni267 .
I doveri del marito sono: mantenere la moglie, consumare il matrimonio
(Corano, 24,32;30,21), (nel caso di poligamia i giuristi classici spiegano in
modo molto dettagliato come il marito debba adempiere a questo suo
obbligo senza fare ingiustizie), coabitazione268.
Per la poligamia viene imposto il limite delle 4 mogli (Corano: 4,3). La
poligamia coranica è un rimedio alla poligamia selvaggia pre-islamica. La
limita a 4 mogli che devono essere trattate in modo uguale. La prima
moglie può stabilire nel contratto matrimoniale che non accetta altre
mogli. Il talaq (ripudio) è la facoltà di sciogliere il matrimonio concessa al
marito. Nel mondo pre-islamico il ripudio era semplicemente una
dichiarazione del marito che diceva alla moglie: da questo momento non
sei più mia moglie.
Nel Corano si pongono due limiti:
- Dopo tre mesi dal ripudio, il marito o non fa nulla ed allora il
ripudio diventa definitivo, o può ripensarci e richiamare la
moglie o può fare un altro ripudio dal quale riparte un periodo
di altri tre mesi, dopo di che ha ancora la possibilità di
richiamarla o di ripudiarla una terza volta in modo definitivo.
- Una donna ripudiata non può risposare il marito che l'ha
ripudiata se non dopo un altro matrimonio.
I giuristi, per semplificare comunque la prassi, hanno pensato al ripudio
triplo fatto con un solo atto. Dal punto di vista formale non è incompatibile
con il Corano.
- La donna ripudiata ha diritto unicamente al dono di
consolazione (somma molto piccola). Essa può vivere da sola
e può risposarsi senza chiedere il consenso della propria
famiglia.
- La donna ha la possibilità di introdurre nel contratto
267
268
Ibidem.
Ibidem.
140
matrimoniale una clausola che le dà la facoltà di richiedere al
marito il ripudio.
Nel codice marocchino, viene introdotta la possibilità per la donna di
richiedere il divorzio giudiziale per i seguenti motivi:
- mancato mantenimento;
- malattie non dichiarate;
- sevizie fisiche, solo se provate e dopo un tentativo di
conciliazione;
- abbandono del tetto coniugale.
Un'altra possibilità di dissoluzione è il caso di apostasia. Nel codice
marocchino nel caso in cui uno dei due coniugi abbandoni la religione
islamica, il matrimonio diventa nullo. L'apostasia determina infatti la perdita
di tutti i diritti civili e in alcuni paesi implica anche sanzioni penali.
I figli nati entro un anno dopo la risoluzione del matrimonio si presumono
del marito.
Rapporti genitori-figli269:
Il capo e responsabile ultimo dell'educazione dei figli è il padre. Esiste una
ripartizione dei compiti educativi: alla madre spetta la cura del bambino
fino ai cinque / sei anni. Tale custodia è esclusivamente domestica. La
madre non è padrona di istruirlo come vuole, di farlo viaggiare
liberamente e non può portarlo lontano dal padre. Al padre, o in sua
mancanza agli uomini della famiglia paterna, spetta la tutela che consiste
nel sorvegliare l'istruzione del bambino. La tutela finisce con la pubertà. Ma
per le ragazze dura fino al matrimonio consumato. Il tutore deve
comunque essere musulmano. Nel diritto musulmano classico la posizione
269
Ibidem.
141
del padre era un potere assoluto nei confronti dei figli (come il pater
familias romano). Se si tratta di una donna non musulmana, essa può
curare l'educazione dei figli solo per i primi 5 anni. Questo perché c'è il
pericolo che non educhi all'islam il bambino. In caso di ripudio i figli sono
affidati al padre. I figli nati da un matrimonio misto devono comunque
diventare musulmani.
Obblighi dei figli270:
- Ai figli è imposto un obbligo assoluto di obbedienza ai
genitori, che hanno però l'obbligo del mantenimento.
- Nel diritto marocchino esiste il dovere per i figli in grado di
lavorare di supportare la famiglia.
Successione271:
La caratteristica fondamentale è che esistono due assi ereditari, uno
maschile e uno femminile, con privilegio della linea maschile. Ora nel diritto
marocchino esiste anche l'eredità per le donne ma con disparità rispetto
all'uomo.
Vi è un impedimento particolare che riguarda la differenza di religione. Un
cristiano o un ebreo non possono ereditare da un musulmano e
viceversa.272
Ibidem.
Ibidem.
272 Ibidem.
270
271
142
4.6 La partecipazione politica femminile.
I dati sulla partecipazione politica femminile dimostrano che l’eguaglianza
di diritto sancita dai testi giuridici marocchini riguardo ai diritti politici non si
traduce in un’eguaglianza di fatto, pur se negli ultimi anni si è registrato
qualche avanzamento.
All’interno dei partiti, il primo passo importante nella direzione del
riconoscimento del ruolo femminile, anche nelle istanze direttive, è stato
fatto nel 2001, con l’adozione delle “quote” in risposta alle rivendicazioni
sostenute dalle sezioni femminili dei partiti e dall’associazionismo femminile.
Il primo partito ad adottarle è stato l’USFP nel suo congresso del 2001,
seguito a ruota dagli altri partiti di sinistra273.
Per quanto riguarda il Parlamento, nel 1993 per la prima volta furono elette
due donne (0,66% del totale). La stessa percentuale si mantenne nel 1997,
per scendere allo 0,5% nel 2000. Grazie alla presa di posizione delle
associazioni e delle sezioni femminili dei partiti, in occasione delle elezioni
del 2002, si è introdotta una quota del 10% per le donne. Ciò è avvenuto
attraverso la creazione di 24 liste nazionali per le candidate donne dei
diversi partiti, alle quali erano riservati 30 seggi. Grazie a questo sistema, le
elette sono state 35, pari all’11% del totale.
Questi risultati non si sono però ripetuti alle elezioni comunali del 2003,
mettendo in luce la fragilità dei progressi nell’ambito della rappresentanza
femminile.274
Per quanto riguarda il governo, la prima presenza femminile si registra nel
1997, quando Hassan II nomina quattro donne Segretario di stato. Ma nel
1998, il nuovo governo di alternanza ne conta solo due. Bisogna attendere
la salita al trono di Mohammed VI per avere la prima donna Ministro,
nominata il 6 settembre 2000 a capo del Ministero degli Affari Sociali; la
presenza femminile nel Governo del paese, seppur limitata, è da allora in
273
274
Pianeta possibile, dossier dell’ONG CICSENE, ww.pianetapossibile.it
Ibidem.
143
crescita. Sempre per quanto riguarda l’esecutivo, oggi il Marocco conta
tre ambasciatrici. Non bisogna infine dimenticare che Mohammed VI ha
nominato una donna tra i suoi consiglieri personali.
In generale, si può affermare che le donne ricoprono più spesso alte
cariche a livello politico a seguito di una nomina piuttosto che di
un’elezione. Ciò dimostra che se da un lato esiste un certo volontarismo
istituzionale, particolarmente evidente nel caso del
Monarca, nel
promuovere il ruolo della donna nelle istanze decisionali, i limiti alla sua
partecipazione politica rimangono tali da impedirne un vera affermazione
nelle competizioni elettorali. 275
4.7 La ricerca di nuovi spazi di espressione: l’associazionismo femminile.
Come abbiamo visto, è scarsissima la presenza femminile nei luoghi del
potere e della decisione. Per sopperire all’assenza di spazi in cui esprimere
la loro voce e far valere le loro rivendicazioni, le donne marocchine hanno
maturato
una
partecipazione
assai
viva
nel
settore
associativo.
L’associazionismo femminile si afferma in Marocco a partire dagli anni
Ottanta, in accordo con una tendenza sociale più generale; sin dagli inizi si
presenta variegato e attivo. Molte associazioni concentrano la loro azione
sull’attività sociale, promuovendo l’integrazione economica della donna
attraverso lo sviluppo delle sue capacità professionali e culturali. Altre
associazioni hanno carattere cooperativo, altre ancora raggruppano
donne professioniste. Sulla scena culturale emergono molte voci femminili,
in particolare attraverso la fondazione di riviste femminili e case di edizione
(come ad esempio Le Fennec).276
275
276
Ibidem.
Ibidem.
144
Sono soprattutto le associazioni femminili a vocazione politica a farsi più
esplicitamente portatrici dell’istanza di rinnovamento della condizione
femminile. Esse costituiscono la struttura portante del movimento femminile
marocchino. Già dalla fine degli anni Settanta un movimento femminile si
era strutturato intorno alle sezioni femminili dei partiti di sinistra, ma l’azione
nei partiti aveva mostrato presto i suoi limiti: scarsissimo era il margine di
manovra lasciato alle donne. Per le donne divenne necessario rendersi
autonome dando vita ad associazioni proprie. Queste si affermano proprio
all’inizio degli anni Ottanta, al fine di occuparsi specificamente di difesa
dei diritti delle donne e di promozione del loro statuto nella società, nella
politica e nel diritto. Pur rimanendo strettamente legate ai partiti, le
associazioni permettono maggiore autonomia d’azione.277
La Conferenza ONU di Nairobi sulla Donna del 1985 gioca un ruolo
importante nell’affermazione del movimento associativo marocchino. Essa
ha un carattere propulsivo: a partire da questa data, infatti, appaiono in
Marocco molte associazioni che si danno come obiettivo la promozione
dello statuto giuridico della donna.
La prima a vedere la luce è l’ADFM: (Association démocratique des
femmes du Maroc): creata nel 1985 da donne appartenenti alla sezione
femminile del PPS, si mobilita intorno ai temi della riforma della
Mudawwana, dell’accesso delle donne alla politica e ai posti di
responsabilità, delle rivendicazioni sociali quali l’alfabetizzazione e la
scolarizzazione, del lavoro femminile.
Poco tempo dopo (1987) nascono la UAF (Union de l’action féminine),
strettamente legata all’estrema sinistra, e l’OFI (Organisation de la Femme
Istiqlalienne), creata dal partito nazionalista marocchino su posizioni di un
riformismo salafita.
Una nuova fase nella strutturazione del movimento associativo femminile si
apre in Marocco all’inizio degli anni Novanta. Nel clima di riforme
costituzionali, apertura politica e nuova sensibilità democratica di quegli
277
Ibidem.
145
anni, il movimento femminile decide di puntare su due temi fondamentali
e strettamente interconnessi: la partecipazione politica delle donne e la
riforma della Mudawwana. Secondo il movimento femminile marocchino,
la
riforma
della
Mudawwana
costituisce
uno
dei
nodi
della
modernizzazione del paese, del suo processo di democratizzazione e del
suo sviluppo economico. Le rivendicazioni delle associazioni femminili si
concentrano sulla necessità di trasformare i rapporti uomo-donna
all’interno della sfera privata per poter realmente democratizzare la sfera
pubblica e sostengono che lo sviluppo economico del paese risenta di
un’istituzione familiare non stabile, che non garantisce i diritti economici
alle donne e ai bambini. 278
La nuova situazione interna, caratterizzata da una prima apertura politica
condotta dal re Hassan II, e il contesto internazionale nel quale la
questione femminile emerge come uno dei temi principali all’ordine del
giorno delle organizzazioni internazionali (in particolare in vista della IV
Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sulla Donna, a Pechino nel 1995)
spingono il movimento femminile marocchino a un’ulteriore affermazione e
alla maturazione279 . Vedono la luce nuove associazioni a vocazione
economica e sociale, in particolare volte alla promozione dello statuto
della donna. Tra queste l’AMDF (Association marocaine des droits des
femmes), la LDDF (Ligue des droits des femmes) e Joussour costituiranno,
insieme alla UAF, alla ADFM e all’OFI i pilastri del movimento che porterà
alla riforma della Mudawwana nel 2004.
Diverse reti e coordinamenti delle associazioni femminili vedranno la luce
negli anni Novanta e si instaurerà anche un miglior dialogo con i partiti,
che porterà questi ultimi a superare le reticenze e ad interessarsi alla
questione femminile. Negli ultimi anni, a seguito dei successi ottenuti con
l’introduzione delle quote e della lista nazionale nelle elezioni del 2002 e
con la riforma della Mudawwana del 2004, sono emersi nuovi assi di lavoro
278
279
Ibidem.
Ibidem.
146
per le associazioni femminili. In particolare si intende promuovere la riforma
dei testi giuridici che ancora limitano l’eguaglianza uomo-donna (Codice
del Lavoro, Codice Penale, Codice della Nazionalità della donna), la lotta,
a livello sia sociale sia giuridico, contro la violenza sulle donne, e l’impegno
per l’integrazione delle donne nello sviluppo economico.
4.7 Le innovazioni della Mudawwana
Re Mohamed VI fin dal suo primo discorso, nell’agosto del 1999, promise di
riformare la condizione della donna. All’epoca dichiarò: Come si può
sperare di poter garantire la pace e la prosperità in una società mentre le
donne, che ne costituiscono la metà, si vedano i loro diritti calpestati? Il re
si è impegnato personalmente nel progetto mediante la nomina di una
commissione che ha lavorato sulla questione per oltre due anni.
Attualmente, il Marocco è dotato di uno Statuto Personale, che pur non
essendo perfetto, rappresenta una minirivoluzione in seno ad una società
marocchina molto legata ai propri costumi e alle proprie tradizioni culturali.
Gli uomini – sia di destra che di sinistra- hanno manifestato alcune
reticenze. Perderanno una parte cospicua del loro potere: la donna cessa
di appartenergli, di essere sua prigioniera o di essere sottomessa al loro
dominio280, perciò la moglie non deve più obbedire al marito, ma la
famiglia è posta sotto la responsabilità congiunta degli sposi281.
Il nuovo codice non è visto come miglioramento solo dello statuto della
donna, ma come ha detto il re: si preoccupa di eliminare l'iniquità che
T. Ben Jelloun, La mujer en Marruecos, Red Mundo Árabe, Madrid, 23/01/2004,
http://www.mundoarabe.org/la_mujer_en_marruecos.htm
281
http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Settembre2007/pagina.php?cosa=0709lm24.02.html#1
280
147
pesa sulle donne, di proteggere i diritti dei minori e di preservare la dignità
dell'uomo.
Nei paesi musulmani il diritto di famiglia è trattato in testi separati dal
codice civile, e affonda le sue origini nel testo cranico poiché i versetti
legislativi riguardano soprattutto la famiglia e l'eredità.
Il resto dei cambiamenti proposti si basano sul diritto islamico: vengono
adottate prescrizioni delle varie scuole giuridiche, in particolare la malikita
seguita in Marocco, e sull'igtihâd.
- La tutela della donna (wilaya) diviene un diritto della donna
maggiorenne, in pratica non ha più bisogno di un tutore
maschio (wali) per sposarsi.
- L'età del matrimonio è per entrambi fissata a 18 anni, può
essere abbassata su intervento del giudice.
- La custodia del figlio è portata a 15 anni equiparandolo alla
figlia, poi possono scegliere con chi vivere.
- Il ripudio è strettamente vincolato, viene abolito quello
triplice.
- La poligamia viene resa quasi impossibile, appoggiandosi al
testo coranico in cui si dice di prestare le stesse attenzioni nei
confronti delle varie mogli. In realtà come nell’attuale codice
la poligamia è limita a due mogli, il marito deve informare
della sua volontà di prenderne un’altra. La moglie nell'atto di
matrimonio può far includere una clausola che impedisce al
marito di imporle una seconda moglie o il decadimento del
matrimonio, se non viene rispettata.
- La separazione è possibile solo davanti al giudice.
- Fermo restando il principio della separazione dei beni, di
origine coranica, gli sposi possono decidere l'amministrazione
congiunta dei beni acquisiti dopo il matrimonio.
- La paternità può essere riconosciuta anche nel caso in cui
non sia stato possibile sposarsi per cause di forza maggiore.
- Per quanto riguarda l'eredità, i nipoti sono equiparati, il figlio
148
da parte di madre eredita dal nonno nella stessa percentuale
del figlio del figlio come è stabilito nel Corano.282
In base al nuovo codice, le donne, al pari degli uomini, possono chiedere il
divorzio per ragioni di discordia entro e non oltre i sei mesi - prima, l'attesa
poteva durare dai dieci a quindici anni, perché la donna doveva provare,
per esempio, di essere stata maltrattata. Non erano rari i casi in cui si
vedeva costretta ad acquistare il divorzio.283
Dal 2006, il divorzio per ragioni di discordia è divenuto molto popolare,
toccando il 73% di tutti i casi rilevati - e il 77,7% delle procedure sono
iniziativa di donne. Anche gli uomini vi ricorrono, dato il costo minore
rispetto al tradizionale ripudio (talaq); nei luoghi alla moda di Casablanca,
li si sente lamentarsi della facilità con la quale le loro spose li piantano in
asso284.
Il re ha sottolineato anche che bisogna rinforzare i meccanismi di
riconciliazione e d'intermediazione, facendo intervenire la famiglia e il
giudice. A questo proposito ha dato disposizione al ministro della Giustizia
di disporre nei tribunali, in tempi brevi, di locali riservati alle problematiche
familiari e di preparare personale qualificato affinché il nuovo codice non
rimanga lettera morta ma sia pubblicizzato e applicato.285
LA MOUDAWANA, Le Code de la Famille, Sito Ufficilae del Consiglio Nazionale
del Notariato, http://www.justice.gov.ma/MOUDAWANA/Frame.htm
283 Pianeta possibile, dossier dell’ONG CICSENE, ww.pianetapossibile.it
284
http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Settembre2007/pagina.php?cosa=0709lm24.02.html#1
285 Pianeta possibile, dossier dell’ONG CICSENE, ww.pianetapossibile.it
282
149
CONCLUSIONE
In conclusione, da questi studi è emersa l’importanza, dei soggetti esterni al
Regno marocchino, delle dinamiche di politica internazionale, delle super
potenze che sono riuscite a modellare le scelte politiche, garantendo al
Marocco, paese amico, l’intangibilità dei suoi interessi per quanto riguarde
la questione sahariana, e spingendolo verso la transizione democratica. Il
passaggio tra gli anni di piombo e la democratizzazione, è stata sì il risultato
delle forti pressioni interne, ma sembra essere una vittoria ottenuta anche
grazie alle forti pressioni internazionali.
I muri marocchini possono essere utilizzati come chiave di letture delle
barriere del globo. Si percepisce una forte similarità per quanto riguarda
l'origine dei
conflitti, del Sahara Occidentale e quello tra Palestina e
Israele, che in entrambi i casi hanno portato alla costruzione di muri. Sia nel
caso saharawi che in quello palestinese la situazione del conflitto è stata
ereditata da un passato coloniale, in cui le potenze che avevano il
controllo dei territori prima di andarsene hanno ceduto più o meno
formalmente il controllo dei territori, lasciando la situazione tragicamente
ingestibile per i popoli che vi vivevano. La Spagna con l’Accordo di Madrid
cede il Sahara occidentale al Marocco e alla Mauritania, l'Inghilterra
invece che aveva il controllo dei territori palestinesi, con la Dichiarazione di
Balfour esprime il suo appoggio alla costituzione in Palestina di una sede
per uno stato ebraico e il suo impegno a compiere ogni sforzo per facilitare
il raggiungimento di quest'obiettivo.
Cambiano gli attori ma non cambia la sceneggiatura, l’appoggio degli
USA è garantito ad entrambe le potenze detentrici,, l’unica importante
150
differenza sta nel fatto che il Polisario ha spostato il conflitto su di una linea
diplomatica, abbandonando così le armi e preferendo il dialogo.
La spiegazione, dell’appoggio americano al Marocco, è individuabile nel
timore che gli USA avevano circa la costituzione di uno stato indipendente
nel Sahara Occidentale, che avrebbe potuto costituire una minaccia per
la NATO offrendo basi militari allo schieramento socialista; e l’intenzione di
allargare, attraverso le loro relazioni con il Marocco, il controllo sul mercato
internazionale del fosfato, di cui il territorio è molto ricco. Per quanto
riguarda invece l’appoggio della Francia, è dovuto dagli interessi
particolari che la spingevano a partecipare accanto agli Stati Uniti alla
ricostruzione dell'assetto dell'Africa nord – occidentale. In seguito alla
decisione della Spagna di abbandonare il Sahara, la Francia cerca di
coinvolgere la Mauritania nella questione, al fine di assicurarle il
riconoscimento di sovranità statuale da parte di Hassan II (che tempo
prima l'aveva rivendicato). Proprio l'accordo del 14 novembre 1975,
rappresentò l'occasione per la manifestazione di questo riconoscimento,
dato che il Marocco in quel momento trattò la Mauritania come pari. La
Francia temeva le ambizioni espansionistiche del Marocco in territorio
mauritano. La Mauritania rappresentava, infatti, per la Francia una riserva
importante di ferro necessario all'industria.
Le potenze occidentali pur avendo effettivamente la possibilità di
modificare l’assetto delle zone con forti problematiche, restano spesso
impassibili dinnanzi
a queste alle realtà disastrate. La stessa Unione
Europea secondo un articolo di Lorand Bartels, considera l’assenza
dell’inclusione delle clausole dei diritti umani negli accordi di associazione
e co-operazione o nei rapporti commerciali di carattere bilaterale che l’UE
aveva concluso con i paesi terzi come la principale caratteristica dell’EMP
nella sua fase embrionale286.
L. Bartels, A legal Analisys of Human Rights Clauses in the European Union’s
Euro-Mediterranean Association Agreements, Mediterranean Politics, Vol.9, No.3
(Autmn, 2004), pp.368-395.
286
151
Solo con la quinta Conferenza euro-mediterranea dei Ministri degli Esteri,
svoltasi a Valencia il 22 e 23 aprile 2002, si é riuscito ad imprimere una
nuova e profonda svolta al Processo di Barcellona, e ciò attraverso il
rilancio del terzo pilastro della politica euro-mediterranea: il partenariato
sociale, culturale ed umano. In tale occasione, infatti, la Commissione e il
Parlamento dell’Unione Europea hanno confermato il proprio impegno ad
aumentare il sostegno a favore delle riforme democratiche e dei diritti
umani nella regione MEDA attraverso il finanziamento, a partire dal 2005, di
tutti i progetti volti alla promozione di tali condizioni politiche287 .
Un passo così importante è stato raggiunto soprattutto grazie agli attori
istituzionali e non istituzionali della politica euro-mediterranea che,
attraverso una costante pressione, sono stati in grado di ottenere dal
Consiglio e dalla Commissione Europea un uso più effettivo delle clausole
dei Diritti dell’Uomo negli Accordi di Associazione e cooperazione euromediterranei.
Grazie alla Conferenza di Valencia viene, dunque, finalmente a
consolidarsi l’idea che le azioni di supporto alle istituzioni democratiche ed
al rafforzamento della società civile e della legge di diritto, possono fornire
basi ancor più solide per la realizzazione di una positiva politica
internazionale.
La politica euro-mediterranea non può assolutamente prescindere dalla
cooperazione per il rispetto dei diritti umani e dalla difesa dei principi di
democrazia. Sulla base di tali presupposti, la Conferenza di Valencia ha
così posto particolare accento sulla situazione delle donne e sulla
necessità di attuare tutti i principi della Dichiarazione di Barcellona volti ad
una più attiva partecipazione femminile nella vita
sociale, al libero
accesso delle donne alla formazione professionale e al mercato del
lavoro, alla promozione del loro ruolo nello sviluppo e nel mondo degli
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affari. Sembra quindi, che anche la riforma della Mudawwana, adottata
solo due anni dopo la Conferenza di Valencia, sia anch’essa il risultato di
molteplici pressioni, sia
interne ma anche esterne al regno. Da questo
studio, ciò che emerge è che la transizione democratica non è stata
unicamente il frutto di un lavoro interno, assolutamente non va
sottovalutato, ma probabilmente i tempi sarebbero stato maggiori senza le
pressione dall’esterno.
Ceuta e Melilla rappresenta il classico muro tra Nord e Sud del mondo,
sono il risultato delle scelte politiche volte alla protezione della Fortezza
Europa. Come si può facilmente notare il denaro ha spesso più importanza
rispetto ai diritti umani. Gli immigrati che vengono lasciati, dalle ricche e
democratiche potenze europee, nelle mani di paese in via di sviluppo e
non proprio così democratico, che speranze si hanno sul trattamento di
queste persone? Come si può avere la speranza che vengano rispettati i
diritti, le convenzioni e le tante belle parole sottolineate dall’ONU dall’
Unione Europea stessa? Non ci si può meravigliare se le ONG denunciano
la violazione sistematica dei diritti fondamentali.
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