Fate nordiche - Ultimate Wiccan

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Fate nordiche - Ultimate Wiccan
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Fate nordiche,
francesi e
medioevali
mito e leggende
Thomas Keightley
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Indice
Le Fate Scandinave
pag.
5
Gli Elfi – Sir Olof nella danza degli Elfi – La donna Elfo e Sir Olof –
Il giovane contadino e gli Elfi – Svend Faelling e la fanciulla Elfo – Le
fanciulle Elle – La fanciulla Vae – La fanciulla Elle vicino a Ebeltoft –
Hans Puntedler
I Dwarfs (Nani) o Trolls – La moglie Troll – La coppa dell‟altare
ad Aagerup – L‟origine del lago di Tiis – Un contadino gioca un Troll
– Skotte nel fuoco – La leggenda di Bodedys – La chiesa di
Kallundborg – L‟Uomo delle Colline invitato al battesimo – Il Troll
trasformato in gatto – Kirsten‟s Hill – La Troll partoriente – Il fabbro
della collina – La fanciulla alla danza dei Troll – Il Changeling – La
stufa piastrellata che saltò oltre il ruscello – La partenza dei Troll da
Vendyssel – Svend Faelling
I Nisses – Il trasloco del Nis – Il Nis pentito – Il Nis ed il ragazzo –
Il Nis ladro di cereali – Il Nis e la cavalla – La cvalcata del Nis – I
Nisses a Vosborg - Necks, Tritoni e Sirene
Le Fate Nordiche
pag. 66
Le Fate Francesi
pag. 84
Gli Alfar – I Duergar – Loki ed il Dwarf – Thorston ed il Dwarf – La
spada Dwarf Tirfing
La leggenda di Melusina
Le Fate Medioevali
La Terra delle Fate – Il Faerie Queen di Spenser
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pag. 109
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Le Fate Scandinave
Du vare syv og hundrede Trolde,
De vera bade grumme og lede,
De vilde gjöre Bonden et Gjaesterle,
Med hannem baade drikke og aede.
Eline Af Villenskov.
C‟erano settecento Trolls,
erano brutti e foschi;
vollero fare una visita al fattore,
mangiare e bere con lui.
Sotto il nome di Scandinavia sono compresi i regni di Svezia,
Danimarca e Norvegia, che un tempo avevano una religione
comune ed una lingua comune. La loro religione è tuttora una
e le loro lingue differiscono di poco: pensiamo dunque di
potere trattare la loro mitologia sulle Fate assieme.
Le nostre principali autorità sono la collezione delle tradizioni
popolari danesi pubblicata da Mr. Thiele (a), le ballate scelte di
Nyerup e Rahbek (b) e le ballate svedesi di Geiger e Afzelius.
(c) Siccome la maggior parte delle ballate danesi principale che
trattano di Elfi, ecc. sono già state tradotte dal Dr. Jamieson,
non le inseriremo qui, mentre tradurremo invece le
corrispondenti svedesi, che sono in generale più semplici e
spesso contengono tratti aggiuntivi di credenza popolare.
Siccome preferiamo la fedeltà alla ripulitura, il lettore non
deve offendersi per alcune espressioni antiche o per le rime
imperfette. Possiamo tuttavia dire che le nostre rime saranno
almeno perfette quanto quelle originali (questo nelle versione
inglese, n.d.t.).
Queste ballate, nessuna delle quali è posteriore al XV secolo,
sono scritte in uno stile estremamente semplice e non si nota
in loro il minimo tentativo di ornamento; ricorrono
continuamente le stesse idee ed espressioni e le rime sono le
più noncuranti che si possano immaginare, spesso una mera
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assonanza di vocali o consonanti; talvolta non possiedono
nemmeno questa lieve somiglianza di suono. Anche la Visa o
ballata ha il suo Omquaed (d) o carico singolo o doppio che,
come un accompagnamento musicale, spesso cade con l‟effetto
più felice; talvolta ricorda passate gioie o dolori; talvolta, per la
continua menzione di alcuni attributi di una delle stagioni,
particolarmente l‟estate, tengono la mente del lettore o degli
ascoltatori alle forme della natura esterna.
E‟ singolare osservare la forte rassomiglianza tra le ballate
scandinave e quelle inglesi e scozzesi, non solamente nella
foggia ma nel soggetto. La prima ballata scozzese che citiamo
qua per prima ne è un esempio; si incontra in Inghilterra, nelle
Faroes, in Danimarca ed in Svezia con differenze molto lievi.
Geijger osserva che le due ultime stanze di “William and
Margaret” in “Percy‟s Reliques” sono quasi parola per parola
uguale alle due della ballata svedese di “Rosa Lilla” (e) ed alla
corrispondente danese. Questo potrebbe forse portare alla
supposizione che molte di queste ballate siano giunte a noi dal
tempo in cui tra questo paese e la Scandinavia vi era una
connessione molto stretta.
Divideremo gli oggetti di credenza popolare scandinava in
quattro classi: 1) gli Elfi; 2) i Dwarfs (Nani) o Trolls, come
vengono solitamente chiamati; 2) i Nisses e 4) i Necks, Tritoni
e Sirene. (f)
NOTE
(a) Danske Folkesagn, 4 vols. I2mo. Copenh. 1818-22.
(b) Udvalgde Danske Viser fra Middelaldaren, 5 vols. l2mo.
Copenh. 1812.
(c) Svenska Folk-Visor fran Forntiden, 3 vols. 8vo, Stockholm,
1814-16. Non abbiamo visto l‟ultima collezione di Arvideson
chiamata Svenska Fornsangur, in 3 vols. 8vo.
(d) Il lettore troverà un bellissimo esempio di un doppio
Omquaed nella ballata scozzese della Cruel Sister (la Sorella
Crudele):
C’erano due sorelle sedute in un pergolato,
Binnörie o Binnörie,
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venne un cavaliere per corteggiarle
presso i graziosi mulini di Binnörie,
e venne il fratello crudele;
tre dame giocavano a palla
con un ahimè e candida gioia;
venne un cavaliere e le giocò tutte
mentre la primula fiorisce dolcemente.
La seconda e la quarta linea si ripetono in ogni stanza.
(e) Questi sono i versi svedesi:
Det växte upp Liljor på begge deres graf,
Med äran och med dygd-De växte tilsamman med alla sina blad.
J vinnen väl, J vinnen väl både rosor och liljor.
Det växte upp Roser ur bäda deras mun,
De växte tilsammans i fagreste lund.
J vinnen väl, J vinnen väl både rosor och liljor.
(f) Alcuni lettori potrebbero volere sapere la corretta
pronuncia delle parole danesi e svedesi delle leggende che
seguono. Per loro soddisfazione, diamo la seguente
informazione. J si pronuncia come la nostra Y; quando giunge
tra una consonante ed una vocale, è molto breve, come la y che
si esprime ma non si scrive in molte parole inglesi dopo la c e
la g; così kjaer si pronuncia molto simile a care: i suoni ö
suonano come il tedesco ö o il francese eu; d dopo un‟altra
consonante si pronuncia raramente, Trold si pronuncia Troll;
aa, che gli Svedesi scrivono å, come in more, tore. Aarhuus si
pronuncia Ore-hoos.
Gli Elfi
Säg, kännar du Elfvornas glada slägt?
De bygga ved fiodernas rand;
De spinna af månsken sin högtidsdrägt,
Med liljehvit spelande hand.
Stagnelius.
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Dimmi, conosci tu la razza felice e gioiosa degli Elfi?
Le rive dei fiumi sono la loro casa;
essi tessono il loro abito delle feste con raggi di Luna,
con le loro candide e vivaci mani di giglio.
Gli Alfar vivono nel ricordo e nelle tradizioni dei contadini
scandinavi. In un certo senso, anch‟essi mantengono la loro
distinzione tra Bianchi e Neri. I primi, o Buoni Elfi, dimorano
in aria, danzano sull‟erba o siedono sulle foglie degli alberi; i
secondi, o Elfi Maligni, vengono considerati il popolo
sotterraneo, che spesso infligge malattie o danni all‟umanità;
per questi vi è un particolare tipo di dottore chiamato Kloka
män, (a) che si incontra in tutte le zone del paese. Si crede che
gli Elfi abbiano i loro re e celebrino matrimoni e banchetti
proprio come gli abitatori sopra la terra. Secondo la tradizione,
vi è tra loro una interessante classe intermedia chiamata il
Popolo delle Colline (Högfolk), che si crede dimori nelle
caverne e nelle piccole colline: quando si mostrano hanno una
forma umana bella. La gente comune sembra collegarli ad una
profonda sensazione di malinconia, come se deplorassero una
speranza di redenzione mezza estinta. (b)
Vi sono ora solo pochi anziani che possono dire al loro
riguardo qualcosa di diverso dal dolce canto che talvolta si ode
nelle notti estive provenire dalle colline, quando si rimane ad
ascoltare o, come detto nelle ballate, “si porge l‟orecchio alla
Collina degli Elfi” (lägger sit öra till Elfvehögg): ma nessuno
deve essere così crudele da distruggere, anche solo con una
parola, le loro speranza dei salvezza, perché la loro musica
spiritica si muterebbe in pianto e lamento. (c)
I Norvegesi chiamano gli Elfi Huldrafolk e la loro musica
Huldraslaat: è in chiave minore ed ha un suono tenue e
lamentoso. I montanari talvolta la suonano e sostengono di
averla imparata ascoltandola dal popolo sotterraneo tra le
rocce e le colline. Vi è anche una melodia chiamata melodia del
Re Elfo, che molti buoni suonatori di violino conoscono assai
bene ma non si azzardano mai a suonare, perché non appena
quella musica inizia i vecchi come i giovani ed anche
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gli oggetti inanimati sono costretti a danzare ed il suonatore
non riesce a smettere di suonare fin quando non riesce ad
eseguire l‟aria al contrario o finchè qualcuno non gli taglia le
corde del violino. (d)
I piccoli Elfi sotterranei, che si crede dimorino nelle case
umane, sono descritti come gioviali e dispettosi ed imitano le
azioni degli umani. Si dice che amino la pulizia nella casa e nel
luogo e che ricompensino i servitori puliti e onesti.
Si dice che un tempo una serva, che aveva abitudini personali
di onestà e pulizia, fosse molto amata dagli Elfi, in particolare
perché ella aveva cura di portare tutto lo sporco e l‟acqua
sporca lontano dalla casa, ed un giorno la invitarono ad un
matrimonio. Tutto era condotto nel massimo ordine ed essi le
donarono alcune schegge di legno, che ella prese di buon
umore e mise in tasca. Ma quando la coppia di sposi giunse,
sfortunatamente trovò della paglia sulla propria strada; lo
sposo la oltrepassò agilmente, ma la povera sposa cadde faccia
a terra. Vedendo ciò, la ragazza non potè trattenersi e scoppiò
a ridere e nello stesso istante tutto svanì. Il giorno seguente,
con suo grande stupore, ella scoprì che ciò che aveva preso per
null‟altro che schegge di legno erano invece molti pezzi di oro
puro. (e)
Una mungitrice di un posto chiamato Skibshuset (la Casa della
Pecora) non fu così fortunata. Una colonia di Elfi aveva preso
dimora sotto il pavimento della stalla delle mucche o, più
probabilmente, era già lì prima che venisse costruita la stalla.
Comunque fosse, lo sporco ed il sudiciume che facevano quegli
animali li disturbarono oltre misura ed essi fecero in modo di
fare capire alla mungitrice che se non avesse spostato le
mucche avrebbe avuto di che pentirsene. Lei diede poco peso
alle loro rimostranze e non passò molto tempo che essi la
posero sulla cima del covone di fieno ed uccisero tutte le
mucche. Si dice che furono visti la stessa notte fuggire in tutta
fretta dalla stalla fino al prato e che erano in piccole carrozze; il
loro re era nella prima carrozza, che era più maestosa e
magnifica delle altre. Da allora hanno sempre vissuto nel
prato. (f)
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Gli Elfi adorano danzare nei prati, dove formano quei cerchi di
un verde più vivace che da loro vengono chiamati Danze
elfiche (Elfdans). Quando i contadini vedono al mattino delle
strisce nell‟erba rugiadosa nei boschi e nei prati, dicono che gli
Elfi sono stati lì a danzare. Se qualcuno dovesse entrare a
mezzanotte dentro al loro cerchio, essi diverrebbero a lui
visibili e potrebbero quindi ingannarlo. Non tutti possono
vedere gli Elfi ed una persona potrebbe vederli danzare mentre
un‟altra potrebbe non percepire nulla. I figli della domenica,
come sono chiamati quelli nati in quel giorno, sono noti per
possedere la proprietà di vedere gli Elfi e simili creature. Gli
Elfi, tuttavia, hanno il potere di concedere questo dono a
chiunque vogliano. La gente era solita parlare di libri degli Elfi,
che essi donavano a coloro che amavano e che rendeva in
grado di prevedere gli eventi futuri.
Gli Elfi spesso siedono su piccole pietre di forma circolare
chiamate “mulini degli Elfi” (Elf-quärnor); il suono della loro
voce si dice sia dolce e morbido come l‟aria. (g)
I contadini danesi danno il seguente resoconto del loro EllefoIk
o Popolo degli Elle: essi vivono nelle brughiere degli Elle.
L‟aspetto del maschio è quello di un uomo anziano con un
cappello a bassa corona sul capo; la donna è giovane e
l‟espressione del loro volto è graziosa ed attraente, ma dietro è
cava come una tinozza. I giovani uomini, in particolare,
dovrebbero guardarsi da lei, perché è molto difficile resisterle
ed ella ha, in più, uno strumento a corde che, quando lo suona,
quasi rapisce il loro cuore. Gli uomini della specie si possono
vedere spesso vicino alle brughiere degli Elle mentre si
bagnano nei raggi del Sole, ma se qualcuno si avvicina ad uno
di loro, lui apre la bocca del tutto e soffia su di loro ed il suo
fiato produce malattia e pestilenza. Ma le donne si vedono più
frequentemente alla luce lunare; allora esse danzano nei loro
cerchi nell‟erba alta con tanta leggerezza e grazia che
raramente incontrano un rifiuto quando offrono la mano ad un
giovane temerario. E‟ necessario anche sorvegliare il bestiame
affinché non pascolino nei luoghi dov‟è stato il popolo di Elle,
perché se un animale giunge in un posto dove essi hanno
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sputato o fatto qualcosa di peggio verrà attaccato da una grave
malattia che potrà essere curata unicamente dandogli da
mangiare una manciata di iberico colto a mezzanotte in punto
la notte di san Giovanni. Potrebbe anche accadere che essi
vengano danneggiati dal mescolarsi con il bestiame del popolo
di Elle, che è molto grande e di colore blu e talvolta si vede
leccare la rugiada nei campi su cui vivono. Ma il contadino ha
un rimedio semplice contro questo male: deve andare al colle
degli Elle quando conduce fuori il suo bestiame e dire: “Voi,
piccoli Troll! Posso fare pascolare le mie mucche sulla vostra
collina?” E se non gli viene proibito egli può mettersi il cuore
in pace. (h)
Le ballate e storie che seguono giustificheranno pienamente
quanto detto riguardo al tono malinconico collegato con gli
Elfi. (i)
NOTE
(a) Il Popolo Saggio o gli Evocatori. Essi rispondono alle donne
fatate irlandesi.
(b) Afzelius è del parere che questa nozione in merito al Popolo
delle Colline derivi dal tempo dell‟introduzione del
cristianesimo nel Nord ed esprime la compassione dei primi
convertiti con i propri antenati, che erano morti senza la
conoscenza del Redentore e giacevano sepolti in terra pagana
ed i cui spiriti infelici erano destinati a vagare per queste
regioni inferiori o a lamentarsi all‟interno dei loro tumuli fino
al grande giorno della redenzione.
(c) “Circa 15 anni or sono”, dice Odman (Bahuslän, pag. 80),
“la gente era solita udire fuoriuscire dalla collina sotto Gärun,
nei dintorni di Tanum, il suono – perché questo era – dei
migliori musici. A chiunque possedesse un volino e desiderasse
suonare veniva insegnato in un istante, a patto che
promettesse loro la salvezza; ma chiunque non lo faceva poteva
udirli dall‟interno della collina fare a pezzi I loro violini,
piangendo amaramente.” Vedere Grimm, Deut. Myth. 461.
(e) Svenska Folk-Visor, vol. iii. pag. 159. Vi è una leggenda
simile in Germania. Un giorno una serva, vedendo uno dei
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piccoli molto affaticato nel portare un singolo chicco di grano,
scoppiò a ridere. In collera, lui lo buttò a terra e si rivelò essere
di oro purissimo. Ma lui ed i suoi camerati lasciarono la casa,
che in breve tempo andò in rovina. - Strack. Beschr. v. Eilsen,
pag. 124, ap. Grimm, Introd., etc., pag. 90.
(f) Thiele, vol. iv. pag. 22. Vengono chiamati Trolls
nell‟originale. Siccome avevano un re, pensiamo debbano
essere stati Elfi. I Dwarfs hanno abolito la monarchia da molto
tempo.
(g) La parte più corposa che precede è stata presa da Afzelius
nello Svenska Visor, vol. iii.
(h) Thiele, iv. 26.
(i) Nella distinzione che abbiamo fatto tra gli Elfi ed i Dwarfs
troviamo di essere giustificati dal credo popolare dei Norvegesi
- Faye, pag. 49, ap. Grimm, Deutsche Mythologie, pag. 412.
Sir Olof nella danza degli Elfi
Sir Olof esce a cavallo la mattina presto e giunge così ad una
gioiosa danza elica.
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
Il padre Elfo raggiunse la sua bianca mano: “Venite, venite, Sir
Olof, procedete nella danza con me.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
“Oh, io né voglio né potrei, domani sarà il giorno del mio
matrimonio.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
E la madre Elfo raggiunse la sua mano: “Venite, venite, Sir
Olof, procedete nella danza con me.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
“Oh, io né voglio né potrei, domani sarà il giorno del mio
matrimonio.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
E la sorella Elfo raggiunse la sua mano: “Venite, venite, Sir
Olof, procedete nella danza con me.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
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“Oh, io né voglio né potrei, domani sarà il giorno del mio
matrimonio.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
E la sposa parlò ed anche le sue damigelle: “Cosa può
significare che le campane suonino in tal modo?”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
“E‟ usanza della nostra isola”, essi risposero; “ogni giovane
contadino richiama a casa la sua sposa.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
“E la verità io temo di nasconderti, Sir Olof è morto e giace
nella sua bara.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
E l‟indomani luminoso era il giorno, nella casa di Sir Olof
giacevano tre corpi.
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
Erano Sir Olof, la sua dolce sposa ed anche la madre di lui,
morta di dolore.
La danza procede bene, molto bene nel boschetto. (a)
NOTE
(a) Svenska Visor, iii. 158, come cantata in Upland e nella
Terra dei Goti dell‟Est.
La donna Elfo e Sir Olof
Sir Olof cavalcava all‟alba, sul cominciare del giorno; il giorno
luminoso arrivò, cade la rima.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
Sir Olof cavalca presso Borgya, irrompe il giorno, cade la rima.
Incontra una danza di Elfi gioiosa.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
Là danzano un Elfo ed una fanciulla Elfo; irrompe il giorno,
cade la rima. La figlia del re degli Elfi, con i suoi capelli
fluttuanti.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
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La figlia del re degli Elfi gli porse la mano; irrompe il giorno,
cade la rima. “Venite qui, Sir Olof, unitevi alla danza con me.”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Non mi unirò alla danza con voi”; irrompe il giorno, cade la
rima. “La mia sposa me lo ha proibito.”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Né lo vorrei né lo potrei”; irrompe il giorno, cade la rima.
“Domani è il giorno delle mie nozze.”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Non vi unirete a me nella danza?” Irrompe il giorno, cade la
rima; “Un male io fisserò su di voi.”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
Sir Olof voltò il cavallo; irrompe il giorno, cade la rima.
Malanno e tormento lo seguirono a casa.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
Sir Olof cavalcò verso sua madre; irrompe il giorno, cade la
rima. Sua madre era fuori davanti a lui.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Benvenuto, benvenuto, mio caro figlio”; irrompe il giorno,
cade la rima. “Perché la tua rosea guancia è così pallida?”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Il mio puledro è stato veloce ed io lento”; irrompe il giorno,
cade la rima. “Ho sbattuto contro una quercia verde”.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Mia cara sorella, preparate il mio letto”; irrompe il giorno,
cade la rima. “Mio caro fratello, portate il mio cavallo al prato”.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Mia cara madre, pettinate i miei capelli”; irrompe il giorno,
cade la rima. “Mio caro padre, fatemi una bara”.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Mio caro figlio, non dire questo”; irrompe il giorno, cade la
rima. “Domani è il giorno del tuo matrimonio.”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Sia quando accadrà”; irrompe il giorno, cade la rima. “Io non
andrò mai dalla mia sposa”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie. (a)
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NOTE
(a) Svenska Visor, iii. 165, da un manoscritto nella Royal
Library. Questa e la precedente sono variazioni della ballata
danese di Elveskud, che è stata tradotta dal Dr. Jamieson
(Popular Ballads, 1. 219) e da Lewis in Tales of Wonder. Gli
editori svedesi hanno fornito una terza variante dalla Terra dei
Goti dell‟Est. Una comparazione tra le due ballate e con quella
danese metterà in grado il lettore di giudicare in merito alle
modifiche che un soggetto subisce in diverse parti di un paese.
Il giovane contadino e gli Elfi
Ero un bel giovane contadino ed alla corte dovevo andare.
Uscii a cavallo nell‟ora della sera; nel boschetto profumato di
rose mi stesi a dormire.
Fin da quando la vidi per la prima volta.
Mi ero disteso sotto un verde tiglio, i miei occhi cadevano dal
sonno; giunsero allora due fanciulle che mi parlarono
volentieri.
Fin da quando la vidi per la prima volta.
Una mi diede un colpetto sulla guancia, l‟altra mi sussurrò
all‟orecchio: “Alzati, bel giovane contadino, se vuoi udire
parlare d‟amore.”
Fin da quando la vidi per la prima volta.
Portarono quindi una fanciulla i cui capelli come oro
splendevano: “Alzati, bel giovane contadino, se sei incline alla
gioia.”
Fin da quando la vidi per la prima volta.
La terza cominciò a cantare un canto, con buona volontà lo
fece; accanto vi era il rapido fiume, che prima era solito fluire.
Fin da quando la vidi per la prima volta.
Accanto vi era il rapido fiume, che prima era solito fluire, e
dietro era coperta dai suoi capelli così marroni ed aveva
scordato dove doveva andare.
Fin da quando la vidi per la prima volta.
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Mi alzai dal terreno e posai la mano sulla spada; le donne Elfo
danzarono in dentro ed in fuori, tutte avevano il modo elfico.
Fin da quando la vidi per la prima volta.
Se la fortuna non fosse stata così buona con me da far sì che le
ali del gallo sbattessero in quel momento, avrei dormito
all‟interno della collina quella notte con le donne Elfo.
Fin da quando la vidi per la prima volta.
NOTE
(a) Svenska Visor, iii. pag. 170. Questa è la Elvesböj delle
ballate danesi, tradotta da Jamieson (i. 225) e da Lewis. Nella
diversa variante svedese, esse sono Hafsfruen, cioè Sirene, che
tentano di sedurre giovani uomini al loro amore con l‟offerta di
doni preziosi.
Una leggenda danese (Thiele, i. 22) riferisce che un
pover‟uomo che lavorava vicino a Gillesbjerg, una collina
incantata, vi si sdraiò sopra per riposare a metà giornata.
Improvvisamente apparve davanti a lui una bella fanciulla con
una coppa d‟oro in mano. Gli fece cenno di avvicinarsi ma
quando l‟uomo, spaventato, si fece il segno della croce, ella fu
costretta a voltarsi e lui vide la sua schiena, che era cava.
Svend Faelling e la fanciulla Elfo
Quand‟era un ragazzino, Svend Faelling era a servizio nella
legnaia di Sjeller a Framley; accadde una volta che dovette
portare un messaggio a Ristrup. Era sera prima che giungesse
nei pressi di casa e lui arrivò vicino alla collina di Borum Es,
dove vide le fanciulle Elle che danzavano senza posa intorno al
suo cavallo. Una delle fanciulle gli porse una coppa da bere,
ordinandogli allo stesso tempo di bere. Svend prese la coppa
ma aveva dei dubbi sulla natura del contenuto e la svuotò oltre
la spalla, dove cadde sulla groppa del cavallo e gli bruciò tutti i
peli. Con il corno saldo in mano, diede di sprone al cavallo e
fuggì a tutta velocità.
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La fanciulla Elle lo inseguì fin quando giunse al mulino di
Trigebrand ed attraversò l‟acqua corrente, oltre la quale lei non
poteva seguirlo. Allora lei scongiurò seriamente Svend di
ridarle il corno, promettendogli in cambio la forza di dodici
uomini. A questa condizione Svend glielo ridiede ed ottenne
quanto promesso; ma questo gli creò spesso grandi problemi,
perché scoprì che insieme alla forza aveva anche l‟appetito di
dodici uomini. (a)
NOTE
(a) Thiele, ii. 67. Framley è nello Jutlant. Svend (i.e. Swain)
Faelling è una figura famosa nella tradizione danese; viene
considerato un secondo Holger Danake ed è l‟eroe di due delle
Kjempe Viser. In Svezia viene chiamato Sven Färling o Fotling.
Grimm ha dimostrato che lui e Sigurd sono la stessa persona,
Deutsche Mythologie, pag. 345. Nella Nibelungen Lied (st.
345) Sifret (Sigurd) ottiene la forza di dodici uomini
indossando la tarnkappe del Nano Albrich. Un‟altra tradizione
dice che egli ottenne la sua forza da un Dwarf (Nano) per
averlo aiutato in una battaglia contro un altro Dwarf. Si
aggiunge che quando Svend giunse a casa alla sera, dopo la sua
avventura con le fanciulle Elle, la gente stava bevendo la
propria birra di Yule e lui venne inviato a prenderne della
fresca. Svend ci andò senza dire nulla e ritornò con un barile in
ogni mano ed uno sopra ogni braccio.
Le fanciulle Elle
Ad Aasum, vicino ad Odense, viveva un uomo che una notte,
mentre stava tornando a casa da Seden, passò vicino ad una
collina che si reggeva su pilastri rossi e sotto vi erano danze e
grande festa. L‟uomo si affrettò ad oltrepassare la collina il più
velocemente possibile, non azzardandosi mai a gettare lo
sguardo da quella parte. Ma quando giunge presso il colle due
graziose fanciulle gli andarono incontro, i bellissimi capelli
fluenti sulle spalle, ed una di esse aveva una coppa in mano,
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che gli porse affinché lui ne bevesse. L‟altra chiese quindi
all‟uomo se volesse ritornare nuovamente; egli allora rise e
rispose “Sì”. Ma quando arrivò a casa divenne stranamente
malato nella mente, non si dava mai pace e diceva
continuamente che aveva promesso di ritornare. E quando lo
stavano sorvegliando da presso per evitare che lo facesse, egli
perse i sensi e morì poco tempo dopo. (a)
NOTE
(a) Thiele, iii. 43. Odense è a Funen.
La fanciulla Vae
Vi fu un tempo uno sposalizio e grande festa a Oesterhaesinge.
La festa continuò fino al mattino e gli ospiti si congedarono
con molto rumore e scompiglio. Mentre stavano aggiogando i
cavalli alle loro carrozze, prima di andare a casa, si fermarono
a parlare dei rispettivi doni nuziali. E mentre parlavano ad alta
voce e con la massima noncuranza, arrivò da una brughiera
vicina una fanciulla vestita di verde con giunchi intrecciati nei
capelli; andò dall‟uomo che parlava più ad alta voce e che si
vantava più di tutti del suo dono e gli disse: “Cosa darete alla
fanciulla Vae?” L‟uomo, che era alticcio per tutta la birra ed il
brandy che aveva bevuto, raccolse velocemente un frustino e
rispose: “Dieci colpi del mio frustino”; e nello stesso istante
cadde a terra morto. (a)
NOTE
(a) Thiele, 1. 109. (comunicata). Leggende del genere, come
Mr. Thiele ha saputo direttamente dalla bocca dei contadini,
vengono da lui chiamate orali; quelle che si è procurato dai
suoi amici comunicate. Oesterhaesinge, teatro di questa
leggenda, è nell‟isola di Funen.
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La fanciulla Elle vicino ad Ebeltoft
Il ragazzo di un contadino stava tenendo delle mucche non
lontano da Ebeltoft. Venne da lui una fanciulla molto graziosa
e gli chiese se avesse fame o sete. Ma, quando lui comprese che
ella faceva molta attenzione a che lui non le vedesse la schiena,
immediatamente sospettò che ella fosse una fanciulla degli
Elle, perché il popolo degli Elle è cavo dietro. Non volendo per
questo prestarle attenzione, tentò di andarsene; quando ella lo
capì, gli offrì il seno da succhiare. E così grande fu l‟incanto che
accompagnava questa azione che lui non fu in grado di
resistere. Ma quando ebbe fatto ciò che lei desiderava, lui non
ebbe più alcun potere su se stesso ed ella non ebbe così
difficoltà a sedurlo.
Il ragazzo stette via per tre giorni, durante i quali suo padre e
sua madre tornarono a casa. Si preoccuparono molto, perché
erano certi che fosse stato sedotto e portato via. Ma il quarto
giorno suo padre lo vide arrivare a casa da lontano e disse alla
moglie di mettere sul fuoco una padella di carne al più presto
possibile. Il figlio venne quindi alla porta e sedette a tavola
senza dire una parola. Anche il padre rimase in silenzio, come
se ogni cosa fosse stata come doveva essere. Sua madre pose
quindi la carne davanti a lui e suo padre gli disse di mangiare,
ma il ragazzo non toccò cibo e disse che sapeva ora dove
avrebbe potuto trovare del cibo molto migliore.
Il padre montò allora in grande collera, prese una grossa frusta
ed ancora una volta gli ordinò di mangiare il suo cibo. Il
ragazzo fu quindi obbligato a mangiare e non appena ebbe
sentito il sapore della carne la mangiò avidamente; subito
cadde in un sonno profondo. Dormì per altrettanti giorni
quanti era durato l‟incantesimo, ma in seguito non recuperò
mai l‟uso della ragione. (a)
NOTE
(a) Thiele. i. 118. (comunicata). Ebeltoft è un villaggio nel nord
dello Jutland.
19
Hans Puntleder
Sulle terre di Bubbelgaard a Funen vi sono tre colline che
vengono oggi chiamate Colline della Danza dal seguente
accaduto. Un ragazzo di nome Hans era a servizio a
Bubblegaard ed una sera stava tornando a casa oltre le colline
quando vide una di esse innalzata su colonne rosse e sotto
grandi danze e molto divertimento. Egli rimase così incantato
dalla bellezza e dalla magnificenza di quello che vedeva che
non poteva trattenere la curiosità ma era attirato in maniera
strana e meravigliosa ad avvicinarsi sempre più, fin quando la
più bella tra tutte le belle fanciulle presenti venne fuori e gli
diede un bacio. Da quel momento egli perse ogni autocontrollo
e divenne così violento da essere solito fare a pezzi tutti gli
abiti che gli venivano fatti indossare, tanto che alla fine furono
costretti a vestirlo con un abito di puro cuoio, che lui non
riusciva a strapparsi di dosso; e da allora venne sempre
conosciuto con il nome di Hans Puntedler, cioè “puro cuoio”.
(a)
Secondo la tradizione danese, i re Elle, sotto la denominazione
di “re del promontorio” (Klintekonger), sorvegliano e
proteggono tutto il paese. Quando guerra o qualche altra
sfortuna minacciano di arrivare nel paese, sul promontorio si
possono vedere eserciti completi allineati fermi a difesa del
paese.
Uno di questi re risiede a Möen, sulla macchia che porta
tuttora il nome di Collina del Re (Kongsbjerg). La sua regina è
la più bella tra le creature e dimora al Seggio della Regina
(Dronningstolen). Quel re è un grande amico del re di Stevns
ed entrambi sono nemici di Grap, il re del promontorio di
Rűgen, che deve tenersi alla larga e scrutare oltre il mare per
vedere se si avvicinano.
Un‟altra tradizione, tuttavia, dice che vi è un solo re che
governa sulle terre dei promontori di Möen, Stevns e Rűgen.
Egli possiede una magnifica carrozza tirata da quattro cavalli
neri. Su di essa egli attraversa il mare, da un promontorio
20
all‟altro. In quelle occasioni il mare diventa nero ed è molto
agitato e si possono udire distintamente lo sbuffare e nitrire
dei suoi cavalli. (b)
Un tempo si credeva che nessun monarca mortale osasso
andare a Stevns, perché il re Elle non gli avrebbe permesso di
attraversare il fiume che lo circonda, ma Christian IV lo passò
senza opposizione e da allora diversi monarchi danesi sono
stati là.
A Skjelskör, in Zelanda, regna un altro di questi gelosi sovrani
di promontorio di nome Toly (Twelve – Dodicesimo). Egli non
tollera che un principe mortale passi il ponte di Kjelskör. Egli
avverte anche la sentinella che se si dovesse avventurare in
zona deve gridare “dodici in punto al villaggio” e potrebbe
accadergli di trovarsi trasportato al villaggio di Borre o presso i
mulini a vento.
Gli anziani che hanno occhio per queste cose dichiarano che
spesso vedono il re Toly rotolarsi sull‟erba alla luce del Sole. La
notte di capodanno egli prende dalla forgia di un fabbro o
dell‟altro nove nuovi ferri per i suoi cavalli; devono essere
sempre lasciati lì pronti per lui e con essi i chiodi necessari a
complemento.
Il re Elle di Bornholm (c) si lascia occasionalmente sentire
mentre suona il piffero e il tamburo, in particolare quando la
guerra è vicina; lo si può vedere nei campi con i suoi soldati.
Questo re non tollera che un monarca terreno passi più di tre
notti sulla sua isola.
Nel credo popolare vi è una qualche strana connessione tra gli
Elfi e gli alberi. Non solo essi li frequentano, ma hanno un
interscambio di forma con loro. Nel cimitero di Store
Heddinge (d), in Zelanda, vi sono i resti di un bosco di querce.
Questi, dice la gente comune, sono i soldati del re Elle; di
giorno sono alberi, di notte valenti guerrieri. Nel bosco di
Rugaard, nella stessa isola, vi è un albero che di notte diventa
completamente uno del popolo Elle e va in giro tutto vivo. Non
vi sono foglie su di esso, tuttavia sarebbe estremamente
pericoloso cercare di romperlo o abbatterlo, perché il popolo
sotterraneo tiene frequentemente i propri incontri sotto i suoi
21
rami. In un altro luogo vi è un sambuco cresciuto in un‟aia che
spesso si fa una camminata per il cortile al crepuscolo e sbircia
attraverso la finestra i bambini quando sono soli.
Furono forse questi sambuchi a dare origine alla nozione. In
Danese Hyld o Hyl – una parola non molto lontana da Elle – si
dice Elder ed i contadini credono che dentro o sotto il sambuco
dimori un essere chiamato Hyldemoer (Elder-mother – Madre
Sambuco), o Hyldequinde (Elder-woman – Donna Sambuco)
con i suoi spiriti officianti. (e)
Se un contadino danese voleva prendere una qualunque parte
di un sambuco era solito dire precedentemente per tre volte:
“O, Hyldemoer, Hyldemoer! Lasciami prendere un poco del
tuo sambuco ed io ti lascerò prendere qualcosa di mio in
cambio.” Se non si faceva questo si veniva puniti severamente.
Si narra di un uomo che abbattè un sambuco e morì
improvvisamente poco tempo dopo. E‟ inoltre imprudente
avere una qualunque parte dell‟arredamento fatta di legno di
sambuco. Una volta venne messo un bambino in una culla
fatta con questo legno, ma arrivò Hyldemoer e lo tirò per le
gambe, non dandogli requie fin quando non venne messo a
dormire da qualche altra parte. Il vecchio David Monrad
riferisce di un pastore che una notte udì tre bambini piangere
e, quando indagò sulla causa, gli dissero che qualcuno li aveva
succhiati. Avevano trovato i loro capezzoli rigonfi e vennero
spostati in un‟altra stanza, dove rimasero tranquilli. Si dice che
il motivo fosse stato che quella stanza era stata pavimentata
con legno di sambuco.
Il tiglio è particolarmente prediletto dagli Elfi e dai loro simili e
non è sicuro rimanervi vicino dopo il tramonto. (f)
NOTE
(a) Thiele, iv. 32. Dalle circostanze parrebbe che questi fossero
Elfi e non Dwarfs, ma in queste cose non si può essere mai
certi.
(b) Möen e Stevns sono in Zealand. Siccome Rügen non
appartiene alla monarchia danese, la tradizione precedente è
22
probabilmente la più corretta. Tuttavia, l‟ultima potrebbe
essere quella originale.
(c) Bornbolm è una holm, o piccola isola, adiacente a Zealand.
(d) Il re Elle di Stevns ha la propria camera da letto nel muro
di questa chiesa.
(e) Si tratta evidentemente della Frau Holle dei Germani.
(f) I particolari precedenti sono tutti tratti dall‟opera di Mr.
Thiele.
I Dwarfs (Nani) o Trolls
Ther bygde folk i the bärg,
Quinnor och män, för mycken duerf.
Hist. Alex. Mag,. Suedice.
Entro le colline dimorava della gente,
donne e uomini, molti nani.
L‟appellativo più comune dei Nani è Troll o Trold (a), parola
che in origine significava uno spirito maligno (b), un mostro
gigante, un mago (c) o una persona malvagia ma che ora è
stata in buona misura spogliata dei suoi significati negativi,
perché i Trolls non vengono considerati generalmente esseri
malvagi o nocivi.
I Trolls vengono rappresentati come dimoranti all‟interno di
colline, terrapieni e collinette e per questo vengono chiamati
anche Gente delle Colline (Bjergfolk); talvolta vivono in
famiglie singole e talvolta in società. Nelle ballate si dice
abbiano dei re, ma questo non appare mai nelle leggende
popolari. La loro figura appare essere gradualmente decaduta
a livello di contadini in proporzione al numero dei contadini
che aveva fede in loro. Vengono considerati estremamente
ricchi perché, in occasione delle grandi feste, sulle loro colline
innalzano dei pilastri rossi e gente che è per caso passata di lì li
ha visti portare avanti e indietro larghe ceste piene di denaro,
aprirne i coperchi e gettarli a terra. Le loro dimore nelle colline
sono davvero magnifiche, all‟interno. “Essi vivono” disse una
23
delle guide di Mr. Arndt “in belle case d‟oro e di cristallo. Mio
padre li vide una volta, una notte in cui era aperta la collina
durante la notte di San Giovanni. Stavano danzando e bevendo
e gli parve che gli facessero segno di andare da loro, ma il suo
cavallo sbuffò e lo portò via, che lui volesse o meno. Ve ne è un
gran numero nel Guldberg (Collina d’Oro) e vi hanno portato
dentro tutto l‟oro e l‟argento che la gente aveva sepolto nella
grande guerra russa.” (d)
Essi sono cortesi e socievoli; prendono in prestito e prestano
liberamente e mantengono comunque una relazione
amichevole con l‟umanità. Ma hanno una triste propensione al
furto e non solo al furto di provviste, ma anche di donne e
bambini.
Essi si sposano, hanno figli, cucinano ed allevano proprio come
fanno i contadini. Un giorno un contadino ne incontrò nei suoi
campi uno con la moglie ed una intera squadra di bambinetti
(e); e spesso la gente vedeva i figli dell‟uomo che viveva nella
collina di Kund, nello Jutland, che scalavano il colle e si
facevano rotolare giù uno dopo l‟altro con scoppi di risa.
I Trolls odiano il rumore, probabilmente in ricordo dei tempi
in cui Thor era solito lanciare loro dietro il suo martello; così, il
suono delle campane delle chiese li ha scacciati da pressoché
tutto il paese. La gente di Ebeltoft venne una volta tormentata
da loro, che saccheggiarono le loro dispense in maniera
inconcepibile; così essi consultarono un uomo molto saggio e
pio ed il suo consiglio fu di appendere una campana nel
campanile della chiesa. Essi lo fecero e vennero in breve
liberati dai Trolls (f).
Questi esseri hanno delle capacità davvero straordinarie ed
utili; possono, per esempio, diventare invisibili (g) o mutarsi in
qualunque forma; possono predire eventi futuri; possono
conferire prosperità o il contrario ad una famiglia; possono
concedere la forza fisica a qualcuno e, in breve, fare molte cose
che sono oltre il potere dell‟uomo.
Riguardo alla bellezza personale non ne hanno molta da
vantare: i Nani di Ebeltoft sopra citati vennero visti spesso ed
avevano delle enormi gobbe sulla schiena e lunghi nasi ad
24
uncino. Erano abbigliati con delle giacchette grigie (h) e
portavano cappelli rossi a punta. I vecchi della Zelanda dicono
che, quando i Trolls erano nel loro paese, erano soliti andare
dalla loro collina fino al villaggio di Gudmandstrup attraverso
il Prato di Pietra e che la gente che passava di lì era solita
incontrare uomini grandi e altri con lunghi abiti neri. Alcuni
hanno scioccamente parlato loro e gli hanno augurato la
buonasera ma non hanno mai ottenuto altra risposta se non
che i Trolls li hanno inseguiti di corsa dicendo Mi! mi! mi! mi!
Grazie agli sforzi di Mr. Thiele, che è stato infaticabile nel
raccogliere le tradizioni del suo paese nativo, abbiamo ampi
resoconti sui Trolls e le leggende che seguono illustreranno
pienamente ciò che abbiamo scritto in merito a loro (i).
Cominciamo con le ballate svedesi dei Re delle Colline, in
quanto hanno la precedenza sulle leggende per dignità ed
antichità.
NOTE
(a) Non vi è etimo di questa parola. Si ritrova sia nella lingua
islandese che in quella finlandese; è incerto se questa ultima
l‟abbia presa a prestito dalla precedente o ve l‟abbia
comunicata. Ihre fa derivare il nome della famosa cascata di
Trollhaeta, vicino a Gotenburg, da Troll e da Haute Lapponice,
un abisso. Esso risponderebbe anche all‟Irlandese Poul-aPhooka. Vedere Irlanda (in altro volume, n.d.t.).
(b) Nelle righe che seguono, citate nel Heimskringla, parrebbe
significare i Dii Manes.
Tha gaf hann Trescegg Tröllum,
Torf-Einarr drap Scurfo.
(Quindi egli diede Trescegg ai Trolls,
Turf-Einarr uccise Scurfo.)
(c) L‟antica nazione gotica venne chiamata Troll dai loro vicini
Vandali (Junii Batavia, c. 27); secondo Sir J. Malcolm, i Tartari
chiamano i Cinesi Deevs. Si credeva precedentemente, dice
Ihre, che la nobile famiglia dei Troll, in Svezia, derivasse il
proprio nome dall‟aver ucciso un Troll, che è probabilmente un
Nano.
25
(d) Arndt, Reise nach Schweden, vol. III. pag. 8.
(e) Come le nostre Fate, I Troll sono talvolta di dimensioni
meravigliosamente piccolo: nella ballata danese di Eline af
Villenskov leggiamo:
Det da meldte den mindste Trold,
Han var ikke större end en myre,
Her er kommet en Christen mand,
Den maa jag visseligen styre.
(Venne quindi fuori il Troll più piccolo,
non era più grande di un ditale,
qui è giunto un cristiano
ed io certamente lo saprò trattare.)
(f) Thiele, i, 36.
(g) Per questo essi devono essere grati al loro cappello. Eske
Brok, essendo un giorno nei campi, si imbattè senza saperlo
nel cappello di un Nano, che divenne immediatamente visibile
e, per recuperarlo, dovette accordargli tutto ciò che chiese.
(Thiele iii, 49) Questo cappello risponde al Tarnkappe o Helkaplein dei Nani tedeschi, i quali diventando anch‟essi visibili
quando viene loro tolto il cappello.
(h) Nella ballata danese di Eline af Villenskov l‟eroe viene
chiamato Trolden graae, il Trold Grigio, probabilmente a
causa del colore del suo abbigliamento.
(i) Pensiamo non vi sia bisogno in futuro di fare riferimento al
volume ed alla pagina dell‟opera di Mr. Thiele. Coloro che
conoscono l‟originale troveranno facilmente queste leggende.
La moglie Troll
Il nonno di Reor, che viveva a Fuglekärr (Palude degli Uccelli),
nei dintorni di Svartsborg (Castello Nero), viveva vicino ad una
collina ed una volta, in piena luce, vide seduta là sopra ad una
pietra una graziosa fanciulla. Egli desiderò incontrarla ed a tal
scopo buttò dell‟acciaio tra lei ed il colle; al che il padre di lei,
da dentro la collina, rise e, aprendo la porta della collina, gli
chiese se avrebbe voluto sua figlia. Egli rispose
26
affermativamente e, siccome ella era completamente nuda,
prese alcuni suoi abiti e la coprì con essi ed in seguito la fece
battezzare. Mentre stava andando via, il padre gli disse:
“Quando vi sposerete (bröllup) dovrai preparare dodici barili
di birra e cuocere moltissimo pane e la carne di quattro buoi e
portare tutto al tumulo o colle dove io sarò e, quando verranno
concessi i doni sponsali, in base ad essi io darò i miei.” Ed
anche questo accadde, perché quando gli altri gli portarono i
dono egli sollevò la copertura del carro e vi gettò dentro una
borsa di denaro tale che il carro quasi si ruppe, dicendo nel
contempo: “Questo è il mio dono!” E disse anche: “Quando
vorrai avere la parte di tua moglie (hemmagifta) (a) dovrai
venire alla collina con quattro cavalli e prenderla.” Quando, in
seguito, egli giunse là a suo piacimento ebbe delle pentole di
rame, una più grande dell‟altra in modo che la pentola più
larga venne riempita con quelle più piccole. Egli gli diede
anche altre cose (b): elmi di quel colore e di una forma larga e
spessa che permane tuttora nel paese ed è stata conservata dal
personaggio di Tanum. Quest‟uomo, padre di Reor, venne
soprannominato I Foglekärsten ed ebbe molti figli con la
propria moglie che trasse dalla collina, tra cui il già citato Reor.
Anche Olaf Stenson di Stora Rijk, che morì lo scorso anno, era
figlio della sorella di Reor. (c)
NOTE
(a) Questo supponiamo essere il significato di hemmagifta, in
quanto hemgift è l‟unica parola che si avvicini ad essa che
abbiamo trovato nel nostro dizionario.
(b) Brandcreatur, una parola del cui esatto significato non
siamo certi. Dubitiamo fortemente che il seguente hielmeta
significhi elmi.
(c) Grimm (Deut.Mythol. pag. 435) ha tratto questa leggenda
dal Bahuslän di Odman che, com‟egli osserva e noi possiamo
vedere, la riferisce piuttosto seriamente e con i veri nomi delle
persone. Crediamo sia l‟unica leggenda riguardante l‟unione di
un uomo con un membro del popolo delle colline.
27
La coppa dell’altare ad Aagerup
Tra i villaggi di Marup e di Aagerup in Zelansi si dice vi fosse
un tempo un grande castello, le cui rovine si possono tuttora
vedere vicino alla spiaggia. La tradizione riferisce che tra di
esse è celato un vasto tesoro e che là un drago veglia sui tesori
di tre re (a). Anche qui capita spesso che la gente vede il popolo
sotterraneo, in particolare nei periodi di festa, perché in quei
periodi essi danzano e festeggiano con gioia sulla spiaggia.
La vigilia di Natale, il servo di un contadino del villaggio di
Aagerup andò dal suo padrone a chiedergli di potere prendere
il cavallo per andare a vedere l‟incontro dei Trolls. Non solo il
contadino gli diede il permesso, ma volle che prendesse il
cavallo migliore della stalla; così egli vi montò e cavalcò verso
la spiaggia. Quando vi giunse fermò il cavallo e rimase per un
poco a guardare la compagnia che era radunata in grande
numero. E, mentre cercava di vedere quanto gioiosamente i
piccoli nani danzavano, venne a lui un Troll che lo invitò a
smontare ed a prendere parte alla loro danza ed al loro
divertimento. Arrivò un altro Troll saltellando, prese il suo
cavallo per la briglia e lo condusse, mentre l‟uomo ne discese
ed andò a danzare gaiamente con loro per l‟intera notte.
All‟avvicinarsi del giorno egli li ringraziò di cuore per il
divertimento e montò sul suo cavallo per ritornare ad Aagerup.
Essi lo invitarono a ritornare la notte di Capodanno, quando
avrebbero tenuto una grande festa, ed una fanciulla che aveva
una coppa d‟oro in mano lo invitò a bere il bicchiere della
staffa. Egli prese la coppa ma, avendo qualche sospetto in
merito, fece apparire come se portasse la coppa alla bocca
mentre il liquido si versò invece sulla sua spalla, cadendo sulla
groppa del cavallo , che perse immediatamente tutto il pelo.
Egli diede quindi una pacca ai fianchi del cavallo e fuggì via
con la coppa in mano oltre un campo arato.
I Troll tutti insieme gli diedero immediatamente la caccia ma,
trovando molto difficoltoso oltrepassare i profondi solchi,
gridarono senza posa:
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“Cavalca sulla terra
e non sull’argilla (b).”
Egli, tuttavia, non li ascoltò ma continuò ad andare per il
campo arato. Quando però giunse vicino al villaggio fu
costretto a viaggiare sulla strada ed i Trolls guadagnavano
terreno ad ogni istante. Nella sua ansia pregò Dio e fece il voto
che se fosse sfuggito avrebbe donato la coppa alla chiesa.
Stava cavalcando proprio vicino al muro del cortile della chiesa
ed in tutta fretta fece volare la coppa oltre ad esso affinchè
fosse al sicuro. Quindi spinse il cavallo alla massima velocità
ed infine giunse al villaggio; e proprio quando erano sul punto
di prendere il cavallo egli oltrepassò la porta del contadino e
l‟uomo la richiuse sui malvagi dietro di lui. Ora era in salvo, ma
i Trolls erano così incolleriti che, prendendo una grossa e
pesante pietra, la fecero volare con tale forza contro la porta
che ne buttarono giù quattro assi.
Ora non rimane traccia di quella casa, ma la pietra giace
ancora al centro del villaggio di Aagerup. La coppa venne data
alla chiesa ed in cambio l‟uomo ebbe la migliore fattoria delle
terre di Eriksholm (c).
NOTE
(a) “I tesori di tre re” è un modo di dire comune dei contadini
danesi quando parlano di tesori.
(b) “Rid paa det Bolde,
Og ikke paa dot Knolde.”
(c) Orale. Questa è una storia comune a molti paesi. La chiesa
di Vigersted in Zelanda possiede una coppa ottenuta nella
stessa maniera. L‟uomo, in questo caso, prese rifugio nella
chiesa e qui venne assediato dai Trolls fino al mattino. Il ponte
di Hagbro nello Jutland ha tratto il suo nome da un evento
simile. Quando l‟uomo fuggì via con boccale d‟argento che le
aveva presentato la bella fanciulla, una vecchia lo inseguì a
velocità tale che l‟avrebbe sicuramente preso ma
fortunatamente egli giunse ad un corso d‟acqua. L‟inseguitrice,
tuttavia, come Nannie con Tam o‟Shanter, prese la zampa
29
dietro del cavallo ma riuscì a prendere solo una delle falde
della sua scarpa; da questo fatto il ponte venne chiamato
Hagbro, cioè da Cock Bridge (Ponte della Falda).
L’origine del lago di Tiis
Un Troll aveva un tempo preso dimora vicino al villaggio di
Kund, sulla cui altura ora sorge la chiesa; ma, quando la gente
dei dintorni divenne pia e cominciò ad andare costantemente
in chiesa, il Troll venne disturbato moltissimo dal quasi
incessante suono delle campane del campanile. Di
conseguenza, fu costretto infine ad andarsene, perché nulla ha
mai contribuito tanto all‟emigrazione del popolo dei Trolls dal
paese della crescente pietà della gente e del loro scampanio. E
così anche il Troll di Kund lasciò il paese ed andò a Funen,
dove visse per qualche tempo in pace e quiete.
Accadde ora che un uomo che si era stabilito più tardi nella
città di Kund, giungendo a Funen per affari incontrò per strada
questo stesso Troll. “Dove vivi?” gli chiese il Troll. Ora, nel
Troll non vi era nulla di diverso da un uomo, così egli gli
rispose, ed era vero: “Sono della città di Kund.” “Così?” disse il
Troll. “Allora non ti conosco; e tuttavia pensavo di conoscere
ogni uomo di Kund. Saresti così gentile, comunque,” continuò
“da riportare indietro con te una mia lettera a Kund?” L‟uomo
disse, naturalmente, che non aveva alcuna obiezione. Il Troll
quindi mise la lettera nella sua tasca e gli ordinò di non
prenderla fuori assolutamente fino a che non sarebbe giunto
nella chiesa di Kund e quindi di buttarla oltre il muro del
cortile della chiesa e la persona cui era destinata l‟avrebbe
trovata.
Il Troll andò quindi via in tutta fretta e con lui anche la lettera
uscì completamente dalla mente dell‟uomo. Ma, quando tornò
in Zelanda, sedette presso il prato dov‟è oggi il lago di Tiis ed
improvvisamente si ricordò della lettera del Troll. Sentì infine
un grande desiderio di vederla, così la trasse dalla tasca ed era
seduto con la lettera in mano quando improvvisamente
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cominciò a fuoriuscire dal sigillo dell‟acqua. La lettera si aprì
da sola e l‟acqua continuò ad uscirne sempre più velocemente;
solo con molta difficoltà il poveretto potè salvarsi la vita,
perché il maligno Troll aveva rinchiuso un lago intero nella
lettera. Il Troll, è chiaro, aveva pensato di vendicarsi della
chiesa di Kund distruggendola in questo modo, ma Dio fece in
modo che il lago fuoriuscisse nel grande prato dov‟è ora (a).
NOTE
(a) Orale. Il lago di Tiis è in Zelanda. E‟ credenza generale dei
contadini che ora vi siano molti pochi Trolls nel paese, perchè
il suono delle campane li ha fatti fuggire tutti, loro che, come il
Popolo Silenzioso (Stille Folk) dei Germanici, amano la quiete
ed il silenzio. Si dice che un allevatore che aveva trovato un
Troll seduto sconsolato su una pietra vicino al lago di Tiis,
scambiandolo per un onesto cristiano gli si accostò dicendo:
“Beh, dove stai andando, amico?” “Ah!” disse lui in tono triste
“Sto andando via dal paese. Non posso più vivere qui,
continuano sempre quell‟eterno suonare e risuonare!”
“C‟è un‟alta collina” dice Kalm (Resa, &c. pag. 136) “vicino a
Borna, in Svezia, in cui un tempo dimorava un Troll. Quando
misero su le campane nella chiesa di Botna ed egli le sentì
suonare, si dice abbia detto:
“Det är så godt i det Botnaberg at bo,
Vore ikke den leda Bjälleko.“
“Piacevole sarebbe il dimorare nella collina di Botna,
se non fosse per il suono di quella maledetta campana.”
Un contadino gioca un Troll
Un contadino sul cui terreno vi era una collinetta decise di non
lasciarla senza scopo, così cominciò ad ararla. L‟uomo delle
colline che viveva in essa andò da lui e gli chiese come osasse
arare sopra al tetto della sua casa. Il contadino gli assicurò che
non sapeva che quello fosse il tetto della sua casa ma allo
stesso tempo gli fece capire che era ugualmente inutile per
31
entrambi lasciare senza utilizzazione quel pezzo di terra. Colse
quindi l‟opportunità di fargli una proposta: egli avrebbe arato,
seminato e mietuto ogni anno a queste condizioni – che, un
anno a testa, l‟uomo della collina avrebbe avuto ciò che
cresceva sopra il terreno ed il contadino ciò che cresceva
sottoterra, mentre l‟anno seguente il contadino avrebbe avuto
ciò che vi era sopra e l‟uomo della collina ciò che vi era sotto.
Si accordarono quindi in tal modo, ma l‟abile contadino ebbe
cura di piantare carote e mais alternativamente e diede
all‟uomo della collina le cime delle carote e le radici del mais
quale sua parte, cosa di cui lui fu ben contento. Vissero in tal
modo per molto tempo in grande cordialità (a).
NOTE
(a) Questa storia viene raccontata da Rabelais con il suo
caratteristico umore e la sua caratteristica stravaganza.
Siccome non vi sono Trolls in Francia, è il diavolo che viene
gabbato nella versione francese. Una leggenda simile a questa
viene raccontata nel distretto di Lujhman, in Afghanistan
(Masson, Narrative, etc., iii, 297), ma là è lo Shaitan (Satana)
che gioca i contadini. Queste leggende sono certamente
indipendenti tra loro.
Skotte nel fuoco
Vicino a Gudmanstrup, nel distretto di Odd, vi è un colle
chiamato Hjulehöi (Colle Cavo). Il popolo delle colline che vi
dimora è ben conosciuto in tutti i villaggi dei dintorni e
nessuno scorderebbe mai di fare il segno della croce sui suoi
barili di birra, perché i Trolls hanno l‟abitudine di scivolare giù
da Hjulehöi per rubare la birra.
Una sera tardi un contadino stava passando accanto al colle
quando vide che veniva sollevato su dei pilastri rossi e che al di
sotto vi erano musica, danze ed uno splendido banchetto dei
Trolls. L‟uomo rimase per molto tempo a guardare la festa ma,
mentre era lì, profondamente assorto nella contemplazione di
32
ciò che vedeva, improvvisamente la danza si fermò e la musica
cessò ed egli udì un Troll gridare con un tono grandemente
angosciato: “Skotte è caduto nel fuoco! Venite ad aiutarlo!” La
collina quindi si richiuse e tutto il divertimento finì.
Nel frattempo, la moglie del contadino era a casa da sola e,
mentre era seduta e stava facendo girare la stoppa, non notò
un Troll che era entrato dalla finestra nella stanza accanto e
stava spillando la birra dal barile nel suo boccale di rame. La
porta della stanza era aperta ed il Troll continuava a lanciare
occhiate alla donna. Il marito entrò in casa pieno di meraviglia
per quanto aveva visto e udito. “Presto, signora” cominciò
“ascoltami, ti dirò cosa mi è appena accaduto!” Il Troll
raddoppiò la sua attenzione. “Stavo tornando proprio ora da
Hjulehöi” continuo “quando vidi là un grande banchetto Troll
ma mentre erano tutti nel bel mezzo della loro festa gridarono
verso l‟interno del colle: „Skotte è caduto nel fuoco, venite ad
aiutarlo!‟”
Nell‟udir questo il Troll, che era in piedi vicino al barile di
birra, si spaventò tanto che lasciò aperto il rubinetto ed il
boccale di birra cadde sul pavimento, quindi si lanciò fuori
dalla finestra più veloce che potè. La gente della casa,
nell‟udire tutto questo rumore, intuì immediatamente cose‟era
accaduto e, quando entrarono, videro la birra che scorreva
dappertutto e trovarono il boccale di rame sul pavimento. Lo
presero e lo conservarono al posto della birra che era stata
spillata; e si dice che lo stesso boccale sia stato visto per molto
tempo nei villaggi dei dintorni (a).
NOTE
(a) Orale. Gudmanstrup è in Zelanda. Ad Ouröe, un‟isoletta
vicino alla Zelanda, vi è una collina da cui i Trolls erano soliti
scendere per rifornirsi di provviste prese dalle dispense dei
contadini. Niel Jensen, che viveva vicino alla collina, scopertili
mentre si stavano, pensava, servendo liberamente delle sue
provviste, si prese la libertà di chiudere a chiave la porta
attraverso cui erano entrati. Ma avrebbe fatto meglio a lasciar
perdere, perchè sua figlia divenne cieca e non recuperò la vista
33
fino a quando la serratura non venne rimossa. (Resenii Atlas, i,
10) Vi è una storia simile nel Deutsche Sagen di Grimm, i, pag.
55.
La leggenda di Bodedys
Vi è una collina chiamata Bodedys vicino alla strada nei
dintorni di Lynge, che è vicino a Soröe. Non lontano da lì
viveva un vecchio contadino, il cui unico figlio era solito fare
lunghi viaggi per lavoro. Suo padre non ebbe sue notizie per
lungo tempo e si convinse che il figlio era molto. Questo gli
causò molto dolore, com‟era naturale per un vecchio come lui,
e così passò del tempo.
Una sera, mentre stava andando con un carretto pieno vicino a
Bodedys, la collina si aprì ed il Troll che ne uscì volle portarvi
dentro il suo carretto. Il pover‟uomo fu di certo grandemente
stupito da questo ma, ben sapendo a quanto poco gli sarebbe
valso il rifiutare di assecondare la richiesta del Troll, voltò i
cavalli e guidò il suo carretto dritto all‟interno della collina. Il
Troll cominciò a guardare la sua merce ed infine comprò e
pagò onestamente l‟intero carico. Quando ebbe finito di
scaricare il suo mezzo e stava per uscire dalla collina, il Troll gli
disse: “Se solo manterrai il silenzio su ciò che ti è accaduto, da
questo momento baserò ai tuoi interessi; e, se ritornerai qui
domani mattina, potrebbe essere che tu trovi tuo figlio.” Il
contadino, da principio, non sapeva bene cosa dire di tutto ciò
ma, siccome era tuttavia del parere che il Troll fosse in grado di
mantenere ciò che aveva promesso, ne fu molto contento e non
mancò di andare a Bodedys all‟ora fissata.
Sedette là in attesa per molto tempo ed infine si addormentò;
svegliandosi dal torpore, meraviglia! Suo figlio giaceva al suo
fianco. Padre e figlio trovarono difficile spiegare com‟era
accaduto. Il figlio riferì in che modo era stato gettato in
prigione ed aveva sofferto grande dolore ed ansia; ma disse che
una notte, mentre giaceva sveglio nella sua cella, era giunto a
lui un uomo che gli aveva detto: “Ami ancora tuo padre?” E,
34
quando ebbe risposto che certamente lo amava, le sue catene
caddero ed il muro si aprì. Mentre raccontava questo, mise la
mano sul collo e scoprì di avere portato via con sé un pezzo di
catena di ferro. Entrambi rimasero muti per qualche tempo, da
tanto erano meravigliati; quindi si alzarono ed andarono dritti
a Lynge, dove appesero il pezzo di catena dentro alla chiesa in
ricordo del magnifico evento che era accaduto. (a)
NOTE
(a) Questa leggenda è orale.
La chiesa di Kallundborg
Quando Esbern Snare era in procinto di costruire una chiesa a
Kallundborg, vide chiaramente che i suoi mezzi non erano
completamente sufficienti allo scopo. Ma venne da lui un Troll
ad offrirgli i propri servigi ed Esbern Snare fece con lui un
accordo a queste condizioni: quando la chiesa fosse stata finita,
egli sarebbe stato in grado di dire il nome del Troll o, in caso
non fosse riuscito, avrebbe dovuto dargli il suo cuore ed i suoi
occhi.
Il lavoro procedeva speditamente ed il Troll pose la chiesa su
pilastri di pietra; ma quando era quasi tutto finito ed alla
chiesa mancava solo mezza colonna, Esbern cominciò ad avere
paura, perché non conosceva ancora il nome del Troll.
Un giorno stava passeggiando tutto solo per i campi, in grande
ansietà per il pericolo che stava correndo, quando, stanco e
depresso a causa del suo immenso dolore e preoccupazione, si
sdraiò sulla rive dell‟Ulshöi per riposarsi un poco. Mentre
giaceva lì, udì una donna Troll che, dall‟interno della collina,
diceva queste parole:
“Riposa, bambino mio! Domani arriva Fin, tuo padre, e ti darà
gli occhi ed il cuore di Esbern Snare con cui giocare.” (a)
Quando Esbern udì così, recuperò il vigore e tornò alla chiesa.
Il Troll stava giungendo proprio in quel momento con la mezza
colonna che mancava alla chiesa ma, quando Esbern lo vide, lo
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salutò con il suo nome e lo chiamò “Fin”. Il Troll ne fu così in
collera che andò via con la colonna attraverso l‟aria e questo è
il motivo per cui quella chiesa ha solo tre colonne e mezza. (b)
NOTE
(a) Tie stille, barn min!Imorgen kommer Fin, Fa'er din, Og
gi'er Esbern Snares öine og hjerte at lege med.
(b) Orale. Kallundborg è in Zealand. Mr. Thiele dice di avere
visto Quattro colonne nella chiesa. La stessa storia viene
narrate in merito alla cattedrale di Lund a Funen, che venne
costruita dal Troll Finn su desiderio di san Laurenzio.
Di Esbern Snare Holberg dice: “La gente comune racconta
storie meravigliose su di lui e su come vinse il diavolo, cosa
che, con altre cose, prova che si trattava di un uomo abile.”
La storia tedesca di Rumpelstilzchen (Kinder and HausMärchen, No. 55) è simile a questa leggenda. MM. Grimm,
nella loro nota su questa storia, notano la maniera insolita in
cui nelle Mille e Una Notte – o Storie Persiane – la principessa
Turandot impara il nome del califfo.
L’Uomo delle Colline invitato al battesimo
Il Popolo delle Colline si spaventa molto quando ci sono i
tuoni. Per questo, quando vedono avvicinarsi il brutto tempo
non perdono tempo e si rifugiano subito al riparo nelle loro
colline. Questo terrore è anche la causa del fatto che loro non
sono in grado di sopportare il suono di un tamburo, che
scambiano per il rombo del tuono. E‟ perciò buona ricetta per
scacciarli il battere ogni giorno un tamburo nei pressi delle
loro colline: essi faranno immediatamente i bagagli e se ne
andranno verso una residenza più tranquilla.
Un tempo vi era un contadino che viveva in grande amicizia e
unanimità con un Uomo delle Colline la cui collina era sulle
sue terre. Un giorno in cui sua moglie stava partorendo, egli
pensò con perplessità che non avrebbe potuto evitare di
invitare l‟Uomo delle Colline al battesimo, cosa che però gli
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avrebbe però causato una cattiva reputazione presso il prete e
l‟altra gente del villaggio. Stava meditando intensamente ma
invano su come trarsi d‟impaccio quando gli venne in mente di
chiedere consiglio al ragazzo che gli teneva i maiali, che era
molto intelligente e lo aveva aiutato spesso in precedenza. Il
ragazzo promise di arrangiare la questione con l‟Uomo delle
Colline in maniera tale che egli non solo sarebbe rimasto alla
larga senza offendersi, ma avrebbe anche fatto un bel dono di
battesimo.
Quando fu notte, quindi, prese un sacco sulla spalla, andò
dall‟Uomo delle Colline, bussò e venne fatto entrare. Consegnò
il suo messaggio facendo i complimenti da parte del padrone e
chiedendo l‟onore della sua compagnia al battesimo. L‟Uomo
delle Colline lo ringraziò e disse: “Penso che sia giusto che io vi
dia un dono di battesimo.” A queste parole aprì le sue ceste di
denaro, ordinando al ragazzo di tenere il suo sacco mentre
l‟Uomo vi versava dentro delle monete. “E‟ abbastanza, ora?”
disse quando ne ebbe versate una bella quantità. “Molti danno
di più, pochi danno di meno”, rispose il ragazzo.
L‟Uomo delle Colline allora ricominciò a riempire il sacco e di
nuovo chiese: “E‟ abbastanza, ora?” Il ragazzo sollevò un poco
il sacco dal pavimento per capire se sarebbe riuscito a portarne
un altro poco, quindi rispose: “E‟ pressapoco quanto dona la
maggior parte della gente.” Nell‟udir questo l‟Uomo delle
Colline svuotò l‟intera cesta nel sacco e chiese ancora una
volta: “E‟ abbastanza, ora?” Il guardiano dei maiali vide che nel
sacco vi era ora tanto quanto avrebbe potuto portare al
massimo, così rispose: “Nessuno dona di più, la maggior parte
della gente dona di meno.”
“Vieni, ora,” disse l‟Uomo delle Colline “sentiamo chi altri sarà
al battesimo.” “Ah,” disse il ragazzo “avremo molti stranieri e
persone importanti. Primi tra tutti avremo tre preti ed un
vescovo!”
“Hem!” mormorò l‟Uomo delle Colline; “Tuttavia, questi
gentiluomini di solito pensano solo al cibo ed alle bevande;
non mi noteranno mai. Bene, chi altri?” “Poi abbiamo
chiamato san Pietro e san Paolo.” “Hem! Hem! Tuttavia, vi
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sarà un angolino per me accanto alla stufa. Bene, e poi?” “Poi
verrà Nostra Signora!” “Hem! Hem! Hem! Tuttavia, ospiti di
rango così elevato arrivano tardi e vanno via presto. Ma
dimmi, ragazzo mio, che genere di musica avrete?” “Musica!”
disse il ragazzo. “Perchè? Avremo dei tamburi.” “Tamburi!”
ripetè lui, terrificato. “No, no, grazie, in tal caso rimarrò a casa.
Porgi I miei migliori rispetti al tuo padrone ed io lo ringrazio
per l‟invito, ma non posso venire. Una volta stavo facendo una
passeggiata e della gente ha cominciato a battere un tamburo.
Sono scappato a casa ed ero appena arrivato alla porta quando
quella gente mi ha lanciato dietro la bacchetta del tamburo e
mi ha rotto uno stinco. Sono rimasto zoppo da quella gamba da
allora ed in futuro farò bene attenzione ad evitare quel genere
di musica.” Così dicendo, aiutò il ragazzo a mettere la sacca
sulla schiena, incaricandolo nuovamente di porgere i suoi
migliori rispetti al contadino. (a)
NOTE
(a) Questo fatto è accaduto nello Jutland. La paura del tuono
da parte dei Troll pare basarsi sulle storie mitologiche
dell‟inimicizia di Thor nei confronti dei Troll.
Il Troll trasformato in gatto
A circa un quarto di miglio da Soröe vi è Pedersborg e poco più
oltre vi è la città di Lyng. Proprio in mezzo a queste città vi è la
collina chiamata Bröndhöi (Collina della Primavera), che si
dice sia abitata dal popolo dei Troll.
Si dice che un tempo tra questi Troll di Bröndhöi vi fosse un
vecchio Troll intrattabile e bisbetico che gli altri
soprannominavano Knurremurre (Brontolone) perché era
sempre causa di fastidio e trambusto all‟interno della collina.
Avendo questo Knurremurre scoperto quello che pensava
essere un grado di intimità troppo grande tra la sua giovane
moglie ed un giovane Troll della società, prese questo tanto in
strino da giurargli vendetta, giurando che avrebbe avuto la vita
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del giovane. Quest‟ultimo pensò quindi che sarebbe stato
meglio per lui andarsene dalla collina in attesa di tempi
migliori; così si mutò in un nobile gatto maschio color
tartarugato ed una mattina se ne andò dalla sua vecchia
residenza e giunse alla vicina città di Lyng, dove si stabilì in
casa di un onesto pover‟uomo di nome Plat.
Qui visse a lungo felice e tranquillo senza nulla che lo
disturbasse ed era felice come qualunque micione o Troll
amato e che riamava poteva essere. Ogni giorno aveva latte in
abbondanza e del buon cibo (groute) (a) da mangiare e passava
tutta la giornata a suo piacimento su una calda sedia con i
braccioli accanto alla stufa.
Una sera Plat venen a casa piuttosto tardi e, quando entrò
nella stanza, il gatto era seduto al suo solito posto, mentre con
la zampina raschiava il cibo fuori dalla ciotola e leccava con
cura la ciotola. “Ascolta, signora,” disse Plat quando entrò dalla
porta “ti dirò quello che mi è accaduto per strada. Avevo
appena oltrepassato Bröndhöi quando venne fuori un Troll, mi
chiamò e disse:
„Ascolta, Plat, dì al tuo gatto che Knurremurre è morto.‟” (b)
Nell‟istante in cui il gatto udì quelle parole, rovesciò la ciotola
per terra, saltò via dalla sedia e si alzò sulle zampe posteriori.
Quindi, mentre fuggiva fuori dalla porta, urlò esultante: “Cosa!
Knurremurre è morto? Allora posso andare a casa più veloce
che posso!” E così dicendo zampettò verso la collina, con
meraviglia dell‟onesto Plat; e non perse tempo nel fare le sue
avance alla giovane vedova. (c)
NOTE
(a) Groute, danese Gröd, è un tipo di cibo simile a frumento
cotto nel latte fatto di avena decorticata o orzo. Viene bollito e
mangiato con latte o burro.
(b) Hör du Plat, Siig til din Kat, At Knurremurre er död.
(c) La scena di questa storia è la Zealand. Si dice lo stesso di
una collina chiamata Onrehöi nella stessa isola. Lo scrittore
l‟ha udita in Irlanda, ma si trattava di gatti che si erano rivolti
all‟uomo mentre passava nel cimitero dov‟erano radunati.
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Kirsten's Hill
Sulle terre di Skjelverod, vicino a Ringsted, vi è una collina
chiamata Kirsten‟s Hill (Kirstens Bjerg). In essa viveva un
Troll delle colline il cui nome era Skynd e che aveva nel corso
del tempo rapito non meno di tre mogli ad un uomo del
villaggio di Englerup.
Una sera tardi quest‟uomo stava cavalcando verso casa da
Ringsted e la sua strada passava vicino alla collina. Quando vi
giunse, vide una grande folla di Gente delle colline che vi
danzava intorno e tra loro vi era molto divertimento. Ma,
guardando un poco più da vicino, chi riconobbe in mezzo a
loro se non tutte e tre le sue mogli! Ora, siccome Kirsten, la
seconda di loro, era la sua preferita e gli era più cara delle
altre, la chiamò per nome. Il Troll Skynd allora andò dall‟uomo
e gli chiese perché osasse chiamare Kirsten. L‟uomo gli
raccontò brevemente com‟ella fosse stata la sua moglie
preferita ed amata e lo supplicò con molte lacrime e molti
lamenti di lasciare che lui la riportasse a casa con sé. Il Troll
acconsentì a condizione, tuttavia, che lui non le avrebbe mai
messo fretta (skynde).
Per lungo tempo il marito si attenne strettamente a questa
condizione ma un giorno in cui la donna era in soffitta a
prendere qualcosa e vi era da molto tempo, egli la chiamò:
“Sbrigati, Kirsten, sbrigati (Skynde dig Kirsten)”. Aveva
appena pronunciato queste parole che la donna era andata via,
costretta a ritornare alla collina che, da allora, fu sempre
chiamata Kirsten's Bjerg. (a)
NOTE
(a) Questa leggenda è stata riferita a voce a Mr. Thiele.
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La Troll partoriente
“Nell‟anno 1660, quando io e mia moglie eravamo nella mia
fattoria (faboderne), che è ad un quarto di miglio dalla
parrocchia di Ragunda, seduti a parlare un poco nel primo
pomeriggio, venne alla porta un piccolo uomo che chiese a mia
moglie di andare ad aiutare sua moglie, che proprio in quel
momento stava partorendo. Il ragazzo era di piccole
dimensioni, di carnagione scura e vestito con vecchi abiti grigi.
Mia moglie ed io sedemmo per un istante a chiederci di
quell‟uomo; perché eravamo consapevoli che si trattava di un
Troll ed avevamo sentito dire che costoro, chiamati dai
contadini Vettar (Spiriti), erano soliti abitare nelle fattorie
quando la gente le lasciava al tempo del raccolto. Ma, quando
egli ebbe ripetuto la sua richiesta quattro o cinque volte e noi
avemmo pensato a quale male la gente di campagna dice di
avere sofferto a volte a causa dei Verra quando è capitato loro
di imprecare contro di loro o di mandarli all‟inferno con parole
incivili, presi la risoluzione di leggere alcune preghiere su mia
moglie e di benedirla, dicendole di andare con lui in nome di
Dio. Lei prese con sé in tutta fretta alcuni vecchi panni di lino
ed andò con lui, mentre io rimasi seduto là. Quando ritornò,
mi disse che quando uscì dalla porta con l‟uomo le parve come
se per lungo tempo l‟avessero trasportata nel vento ed era così
giunta ad una stanza, ad un lato della quale vi era una piccola
stanza oscura in cui la moglie giaceva a letto molto addolorata.
Mia moglie andò da lei e, dopo un poco, la aiutò fin quando
non mise alla luce il bambino nello stesso modo degli altri
esseri umani. L‟uomo allora le offrì del cibo e, quand‟ella
rifiutò, la ringraziò e la accompagnò fuori. Venne quindi
riportata qui allo stesso modo nel vento e dopo poco era di
nuovo alla porta, giusto alle dieci in punto. Nel frattempo, una
quantità di pezzi vecchi e ritagli d‟argento vennero posati su
uno scaffale del salotto e mia moglie li trovò il giorno seguente
quando andò a rigovernare la stanza. Si suppone che siano
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stati lasciati là dai Vettr. Questo è in verità accaduto ed io ne
sono testimone scrivendo il mio nome.
Ragunda, 12 aprile 1671
Pet. Rahm.”
Hülpher, Samlingen om Jämtland. Westeras, 1775. pag. 210
ap. Grimm, Deut. Mythol., pag. 425.
Il fabbro della collina
Biörn Martinsson uscì un giorno a caccia con un guardacaccia
sulle colline boscose di Ormkulla. Là i due trovarono un fabbro
delle colline (bergsmed) addormentato. Biörn disse al
guardacaccia di imprigionarlo ma egli rifiutò dicendo: “Prego
Iddio di proteggervi! Il fabbro delle colline vi scaglierà già alla
base del colle!” Egli era, tuttavia, coraggioso e determinato ed
andò per impadronirsi del fabbro dormiente, che emise un
grido e lo implorò di lasciarlo andare perché aveva una moglie
e sette figli. Disse anche che avrebbe fatto qualunque lavoro
metallico che egli avrebbe richiesto; avrebbe solo dovuto
lasciare ferro ed acciaio al lato della collina ed avrebbe trovato
il lavoro finito nello stesso posto. Biörn gli chiese per chi
lavorasse ed egli rispose: “Per i miei compagni.” Quando Biörn
non volle lasciarlo andare, egli disse: “Se avessi il mio cappello
di nebbia (uddehat) tu non mi porteresti via. Ma se non mi
lascerai andare nessuno dei tuoi discendenti otterrà
l‟importanza che hai tu, bensì declinerà continuamente”, cosa
che certamente accadde. Biörn, tuttavia, non volle lasciarlo
andare ma lo portò prigioniero a Bahus. Il terzo giorno, però,
egli fuggì dal luogo in cui era rinchiuso. (a)
La leggenda che segue si riferisce alla Danimarca.
Sulle terre di Nyegaard vi sono tre grandi colline, una delle
quali è la dimora di un Troll molto abile come fabbro. Se
qualcuno passa su quella collina di notte vedrà il fuoco che
esce dalla cime e rientra di lato. Se voleste avere qualche opera
eseguita in maniera magistrale, dovreste solo andare alla
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colina e dire ad alta voce cosa volete sia fatto, lasciare là il ferro
ed uno scellino d‟argento. Quando ritornerete alla collina la
mattina seguente troverete che lo scellino è scomparso ed il
pezzo richiesto giace lì finito e pronto all‟uso. (b)
NOTE
(a) Odmane Bahuslän, ap. Grimm. Deut. Mythol. pag. 426.
Odman narra anche di un uomo che un giorno, mentre
passeggiava con il suo cane, giunse presso un fabbro delle
colline all‟opera che usava una pietra come incudine. Aveva su
di sé un cappotto grigio chiaro ed un copricapo di lana nera. Il
cane cominciò ad abbaiargli ma egli prese un atteggiamento
così minaccioso che entrambi giudicarono consigliabile
andarsene.
(b) Thiele, iv. 120. In entrambe queste leggende troviamo la
tradizione dell‟abilità artistica del Duergar e del Völundr
conservata dai contadini; vedi Tales and Popular Fictions, pag.
270.
La fanciulla alla danza dei Troll
Una fanciulla appartenente ad un villaggio nell‟isola di Funen
uscì una sera nei campi e, mentre stava passando accanto ad
una piccola collina, vide che era sollevata su delle colonne
rosse e sotto di essa si stava svolgendo un banchetto di Troll.
Ella venne invitata ad entrare e tale era la gaiezza e la festività
presenti che lei non sentì il passare del tempo. Alla fine,
tuttavia, ella partì dopo avere passato, pensava, alcune ore in
mezzo al gioioso Popolo delle Colline. Ma quando giunse al
villaggio non trovò più il posto che aveva lasciato. Tutto era
cambiato e, quando entrò nella casa dove aveva vissuto con la
sua famiglia, venne a sapere che suo padre e sua madre erano
morti da molto tempo e che la casa era nelle mani di estranei.
Ora comprese che per ogni ora che aveva passato tra i Trolls
nel mondo esterno era passato un anno. L‟effetto nella sua
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mente fu tale che ella perse la ragione, che non recuperò mai
più. (a)
NOTE
(a) Thiele, iv. 21. Nelle Volksagen di Otmar vi è la leggenda
tedesca di Peter Klaus che dormì per ventuno anni nel prato
dove si gioca a bocce delle Kyffhäuser, da cui Washington
Irving fece il suo Ripp van Winkle. La troviamo anche nelle
Highlands scozzesi. E‟ la leggenda irlandese di Clough na
Cuddy, così ben narrate da Mr. C. Croker (cui, a proposito,
abbiamo contribuito con una canzone latina), nelle note della
quale si trovano ulteriori informazioni. I Sette Dormienti
appare essere l‟originale.
Il Changeling
Vivevano un tempo, vicino al lago di Tiis, due persone sole che
erano tristemente tormentate da un changeling dato loro dal
popolo sotterraneo al posto del loro vero figlio, che non era
stato battezzato in tempo. Questo changeling si comportava in
maniera molto strana e insolita, perché quando non c‟era
nessuno in giro era molto vigoroso, saltava sui muri come un
gatto, sedeva sotto il tetto e urlava e gridava con forza; ma
quando qualcuno era nella stanza con lui sedeva
sonnecchiando alla fine della tavola. Era capace di mangiare
per quattro e non gli importava di ciò che gli veniva messo
davanti da mangiare; ma, pur non importandogli la qualità del
suo cibo, come quantità non era mai soddisfatto e dava
eccessivo disturbo a tutti in casa.
Quando per lungo tempo avevano cercato invano la maniera
migliore per sbarazzarsi di lui, visto che con lui in casa non si
viveva, una furba fanciulla disse che lo avrebbe scacciato dalla
casa. Mentre dunque lui era fuori nei campi, lei prese un
maiale e lo uccise e ne mise la pelle, i peli e tutto in un budino
nero, quindi glielo mise davanti quando tornò a casa. Egli
cominciò, come suo uso, a trangugiarlo ma, quando ne ebbe
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mangiato per un po‟, cominciò a rallentare gli sforzi ed infine
divenne calmo, con il coltello in mano, e si mise a guardare il
budino.
Alla fine, dopo essere rimasto così per un po‟, cominciò: “Un
budino con della pelle! Ed un budino con dei peli! Un budino
con degli occhi! Ed un budino con delle zampe dentro! Bene,
tre volte ho visto un giovane bosco presso il lago di Tiis, ma
non ho mai visto un budino del genere! Il diavolo stesso
potrebbe stare qui ora al mio posto!” Dicendo ciò fuggì e non
tornò mai più indietro. (a)
Di un altro changeling se ne sbarazzarono nel modo che segue.
La madre, sospettando che fosse tale perché rifiutava il cibo e
cresceva così male, riscaldò il forno al massimo. La domestica,
come da istruzioni, le chiese perché lo facesse. “Per bruciare
mio figlio in esso fino alla morte,” fu la risposta. Quando la
domanda e la risposta furono pronunciate per tre volte, ella
mise il bambino sulla pala da fornaio e lo stava mettendo
dentro al forno quando una donna Troll entrò spaventatissima
con il vero bambino e prese via il proprio dicendo: “Eccoti il
tuo bambino. L‟ho trattato meglio di quanto tu abbia trattato il
mio.” Ed invero era grasso e gioioso.
NOTE
(a) Orale. Vedi The Young Piper e The Brewery of Egg-shells
nelle leggende di Fate irlandesi, con le note La stessa storia si
trova anche in Germania, dove l‟obiettivo è fare ridere il
changeling. La madre rompe un uovo in due e mette a bollire
dell‟acqua in ognuna delle metà d‟uovo. Il furfante allora urla:
“Beh! Io sono vecchio come il Westerwald, ma non ho mai
visto prima qualcuno cucinare nei gusci d‟uovo!” e scoppia a
ridere. Nello stesso istante il vero bambino viene restituito. Kinder and Haus, Märchen, iii. 39. Anche Grose narra la storia
nel suo Provincial Glossary. La madre lì rompe una dozzina di
uova e pone I gusci davanti al bambino, che dice: “Quando
venni a balia avevo sette anni e da allora ne ho vissuti quattro,
tuttavia non ho mai visto così tante pentole per il latte.” Vedi
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anche Minstrelsy of the Scottish Border e, sotto, Galles,
Bretagna e Francia.
La stufa piastrellata che saltò oltre il ruscello
Vicino ad Hellested in Zealand viveva un uomo che ogni tanto
si lamentava che veniva continuamente derubato. Tutti i suoi
sospetti cadevano sul popolo dei Troll che viveva nella vicina
collina di lldshöi (Collina di Fuoco) ed una volta si nascose per
cercare di vedere il ladro. Non era molto che aspettava quando
vide, come pensava, la sua stufa piastrellata saltare oltre il
ruscello. Il buon fattore rimase meravigliato a quella strana
vista e gridò: “Hurrà! C‟è un salto per una stufa a piastrelle!” A
questa esclamazione il Troll, che stava guadando nell‟acqua
con la stufa sulla testa, si spaventò tanto che la gettò giù e
scappò via più veloce che potè verso lldshöi. Ma nel luogo dove
cadde la stufa il terreno ne prese la forza ed il luogo viene
chiamato Krogbek (Ruscello della Trappola) e fu questo che
originò il detto comune “Era un salto per una stufa a
piastrelle”., “Det var et Spring af em Leerovn!” (a)
NOTE
(a) Questa leggenda è stata presa da Resenii Atlas, i. 36.
La partenza dei Troll da Vendsyssel
Una sera, dopo il tramonto, arrivò al traghetto di Sund uno
strano uomo, che impegnò tutti i traghetti presenti epr andare
avanti e indietro per tutta la notte tra quel posto e Vendyssel,
senza che i conducenti sapessero cosa fosse il loro carico.
L‟uomo aveva detto loro che avrebbero dovuto prendere a
bordo il loro carico a circa un miglio ad est di Sund, vicino alla
taverna al ponte di Lange.
All‟ora designata l‟uomo era sul luogo ed i barcaioli, pur non
vedendo nulla, percepirono molto chiaramente che le loro
imbarcazioni affondavano sempre di più, tanto che vennero
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alla facile conclusione di avere imbarcato un carico molto
pesante. I traghetti passarono in questa maniera avanti e
indietro per l‟intera notte e, pur facendo ogni viaggio con un
carico nuovo, lo strano uomo non li lasciava mai ma rimaneva
con loro affinché tutto venisse eseguito secondo le sue
direttive.
Al sopraggiungere del mattino essi ricevettero il pagamento
che avevano concordato, quindi si azzardarono a chiedere cosa
avessero trasportato, ma su questo il loro datore di lavoro non
diede loro soddisfazione.
Accadde però che tra i traghettatori ve ne fosse uno furbo che
ne sapeva più degli altri in merito. Saltò a riva, prese
dell‟argilla da sotto il suo piede destro e se la mise nel capello;
quando lo ebbe messo in testa seppe che tutte le colline di
sabbia ad est di Aalborg erano completamente coperte di
piccoli Troll, che avevano tutti il loro bel cappello a punta rosso
in testa. Da allora non si sono più visti Dwarfs a Vendyssel. (a)
NOTE
(a) Vendsyssel ed Aalborg sono entrambe nello Jutland del
Nord. Questa storia è stata narrata da un traghettatore ai
viaggiatori; vedi Mythology of Greece and Italy, pag. 68.
Svend Faelling
Svend Faelling era un valoroso campione. Era nato a Faelling e
da molto tempo era a servizio nella casa di Aakjaer, Aarhuus, e
siccome le strade erano a quel tempo grandemente infestate da
Trolls e gente sotterranea, che erano grandi nemici dei
cristiani, Svend intraprese l‟incombenza di portalettere.
Una volta stava andando per strada quando vide avvicinarglisi
il Troll della collina di Jels, nelle terre di Holm. Il Troll andò da
lui e gli chiese di essergli amico in una lotta contro il Troll della
collina di Borum-es. Quando Svend Faelling ebbe promesso,
affermando di sentirli abbastanza forte ed attivo per l‟incontro,
il Troll gli diede una pesante sbarra di ferro e gli disse di
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dimostrare la sua forza su quella. Ma tutti gli sforzi di Svend
non valsero a sollevarla; allora il Troll gli porse un corno,
dicendogli di bere da esso. Non appena egli ebbe bevuto un
poco, la sua forza crebbe. Era ora in grado di sollevare la
sbarra che, quando ebbe bevuto ancora, divenne ancora più
leggera. Ma quando rinnovò la bevuta svuotando il corno
divenne in grado di incurvare la sbarra con facilità e seppe
allora dal Troll che aveva ora ottenuto la forza di dodici
uomini. Promse quindi di prepararsi al combattimento con il
Troll di Bergmond. Come segno gli venne detto che avrebbe
dovuto incontrare sulla strada un bue nero ed un bue rosso e
che sarebbe dovuto piombare con tutta la sua forza sul bue
nero ed allontanarlo da quello rosso.
Accadde tutto come predetto ed egli, appena il suo lavoro fu
finito, scoprì che il bue nero era il Troll della collina di Borumes ed il bue rosso era lo stesso troll della collina di Jels che,
come ricompensa per l‟aiuto da lui fornitogli, gli permise di
conservare per suo uso la forza di dodici uomini di cui lo aveva
dotato. Questo, tuttavia, a condizione che se mai avesse
rivelato il segreto della sua forza sarebbe stato punito con il
possesso anche della fame per dodici.
La fama della prodigiosa forza di Svend si sparse ben presto
nel paese, perch‟egli si distinse in varie situazioni come, per
esempio, nel lancio di una fanciulla mungitrice che lo aveva
offeso sopra il frontone della casa e simili prodezze. Così,
qundo la voce giunse all‟orecchio del suo padrone, chiamò
Svend e gli chiese da dove derivasse la sua forza. Svend
ricordava le parole del Troll, così gli disse che se gli avesse
promesso cibo bastante a soddisfare dodici uomini glielo
avrebbe rivelato. Il padrone promise e Svend raccontò la
storia; ma le parole del Troll si avverarono, perché da quel
giorno in poi Svend mangiò e bevve come dodici uomini. (a)
NOTE
(a) Secondo quanto venne detto nello Zealand a Mr. Thiele,
Svend Faelling deve essere stato di grandezza prodigiosa,
perché c‟è una collina vicino a Steenstrup su cui era solito
48
sedersi mentre si lavava i piedi e le mani nel mare, a circa un
quarto di miglio di distanza. La gente di Holmstrup gli
ammannì un pranzo e gli portò grandi contenitori di birra, un
po‟ come il buon popolo di Lilliput fece con Gulliver. Questo ci
ricorda Holger Danske, che un tempo voleva un nuovo set di
abiti. Vennero impiegati dodici sarti: essi posero delle scale
sulla sua schiena e sulle spalle, come venne fatto per Gulliver, e
gli presero le misure; ma all‟uomo che era più in alto sulla
scala di destra capitò di tagliare l‟orecchio di Holger mentre
stava tagliando un segno di misura. Holger, dimenticando ciò
che era, mise velocemente la mano sulla testa, prese il povero
sarto e lo stritolò a morte tra le dita.
I Nisses (a)
Og Trolde, Hexer; Nisser i hver Vrase.
Finn Magnussen.
E streghe, Trolls e Nisses in ogni angolo.
Il Nis è lo stesso essere che viene chiamato Kobold (Coboldo)
in Germania, Brownie (Brunetto) in Scozia e che incontriamo
in vari altri luoghi sotto diversi appellativi. In Danimarca e
Sorveglia viene chiamato anche Nisse god-dreng (il buon
ragazzo Nissè) ed in Svezia Tomtgubbe (il Vecchio Uomo della
Casa) o brevemente Tomte.
E‟ evidentemente della famiglia dei Dwarf (Nani), in quanto gli
assomiglia come aspetto e, come loro, ha la padronanza del
denaro e la stessa antipatia per il rumore e l‟agitazione. E‟ della
grandezza di un bambino di un anno ma ha il volto di un
vecchio. Il suo abituale vestito è grigio, con un cappello rosso a
punta; ma il giorno di san Michele (29 settembre) porta un
cappello rotondo come quello dei contadini.
Nessuna fattoria va bene senza che vi sia dentro un Nis e per le
fanciulle e gli uomini è bene essere nelle sue grazie: possono
andare a letto senza pensieri riguardo al proprio lavoro ed al
49
mattino le fanciulle troveranno la cucina spazzata e l‟acqua
portata in casa e gli uomini troveranno i cavalli nella stalla ben
puliti e strigliati e forse una fornitura di cereali rubacchiata per
loro dai granai dei vicini. Ma egli li punisce per ogni
irregolarità che dovesse verificarsi.
I Nisses della Norvegia si dice adorino la luce lunare e
d‟inverno si possono vedere saltare per il cortile o guidare
slitte. Sono anche abili nella musica e nella danza e si dice che
diano istruzioni al violino per un grey sheep, come lo svedese
Strömkarl. (b)
Anche in ogni chiesa vi è un Nis che bada all‟ordine e punisce
coloro che si comportano male. Viene chiamato il Kirkegrim.
NOTE
(a) Grimm pensa che il Nisse (Deut. Mythol. pag. 472) sia
Nicls, Niclsen, cioè Nicolaus, Niclas, un nome comune in
Germania e nel Nord che viene contratto anche in Klas, Claas.
(b) Wilse ap Grimm, Deut. Mythol., pag. 479, che pensa possa
avere confuso il Nis con il Nöck.
Il trasloco del Nis (a)
Si dice sia molto difficile sbarazzarsi di un Nis quando lo si
desidera. Un uomo che viveva in una casa in cui un Nis tirava
troppo in lungo con i suoi dispetti decise di lasciare la tenuta e
lasciare là da solo il Nis. Diversi carri pieni di arredamento ed
altri oggetti erano già andati via e l‟uomo stava per prendere
via le ultime cose, che consistevano principalmente in mastelle
vuote, botti e cose di quel genere. Il carico era completato e
l‟uomo aveva appena detto addio alla sua casa ed al Nis,
sperando di stare bene nella propria nuova abitazione, quando
– per un qualche motivo – salì sul retro del carro e là vide il
Nis seduto in una delle mastelle, chiaramente intenzionato a
traslocare con lui dovunque egli fosse andato. Il buon uomo
rimase sorpreso e sconcertato oltre misura nel vedere che tutto
il suo lavoro era stato inutile; ma il Nis cominciò a ridere di
cuore, fece spuntare velocemente la testa fuori dalla mastella
50
ed urlò al contadino sconvolto: “Ha! Stiamo traslocando, vedi!”
(b)
NOTE
(a) I posti citati nelle storie che seguono sono tutti nello
Jutland. Da notare che pare vi siano poche storie di Nis dalla
Svezia.
(b) Questa storia è attuale in Germania, Inghilterra ed Irlanda.
Nella storia tedesca il contadino dà fuoco al suo granaio per
bruciarvi dentro il Coboldo. Mentre se ne stava andando, si
voltò per vedere le fiamme e, con sua grande mortificazione,
vide il Coboldo dietro di lui sul carro che urlava: “Era tempo
che ce ne andassimo – era tempo che ce ne andassimo!”
Il Nis pentito
Di un Nis che si era stabilito in una casa nello Jutland si dice
che ogni sera, dopo che la domestica era andata a letto, fosse
solito andare in cucina a prendere il groute che veniva lasciato
per lui in una ciotola di legno.
Una sera si sedette come al solito a mangiare la sua cena con
grande appetito, avvicinò a sé la ciotola e stava appena
cominciando – pensava – un delizioso pasto quando scoprì che
la domestica aveva dimenticato di mettervi dentro del burro.
Andò in collera furiosamente e, preso dall‟entità della sua
rabbia, andò nella stalla e spezzò il collo della mucca migliore
che vi era dentro. Ma siccome era ancora molto affamato,
tornò in cucina per prendere del groute e, quando ne ebbe
mangiato un poco, sentì che il burro c‟era, ma che era colato
sotto il groute. A quel punto fu così mortificato per l‟ingiustizia
che aveva compiuto nei confronti della fanciulla che, per
riparare al danno fatto, tornò nella stalla e mise una cesta
piena di denaro accanto alla mucca morta, dove la famiglia la
trovò la mattina seguente e grazie alla quale divenne ricca.
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Il Nis ed il ragazzo
In una casa dello Jutland vi era un Nis; ogni sera prendeva il
suo groute ad una ora specifica ed in cambio era solito aiutare
sia gli uomini che le domestiche e guardava agli interessi del
padrone di casa sotto ogni aspetto.
Un giorno venne a vivere a servizio di quella casa un ragazzo
malvagio e malizioso e suo grande piacere, quando ne aveva
l‟opportunità, era dare al Nis tutto il fastidio che poteva. Una
sera tardi, quando tutto era silenzioso, il Nis prese il suo
piccolo piatto di legno e stava giusto per mangiare la sua cena
quando percepì che il ragazzo aveva messo il burro alla base e
lo aveva nascosto nella speranza che egli mangiasse prima il
groute e trovasse il burro solo quando lo avesse finito.
Cominciò quindi a pensare a come ripagare la “gentilezza” del
ragazzo; così, dopo avere ponderato un poco, andò in soffitta,
dove l‟uomo ed il ragazzo dormivano assieme nello stesso letto.
Quando ebbe tirato via le loro lenzuola ed ebbe visto il
ragazzino a fianco dell‟uomo alto, disse: “Corto e lungo non
stanno bene assieme;” e con queste parole prese il ragazzo per
le gambe e lo trascinò giù fino a dove arrivavano le gambe
dell‟uomo. Andò quindi dalla testata del letto e disse di nuovo:
“Corto e lungo non stanno bene assieme;” e tirò nuovamente il
ragazzo verso l‟alto. Quando, facendo questo, non ebbe
successo nel fare il ragazzo alto come l‟uomo, continuò a
trascinarlo su e giù per il letto per tutta la notte, fino alla luce
piena.
Per quel momento egli era stanco, così si sedette sul davanzale
della finestra con le gambe penzolanti nel cortile. Ma il cane di
casa – perché tutti i cani sono grandi nemici dei Nis –, non
appena lo vide, cominciò ad abbaiargli e questo divertì molto il
Nis, perché il cane non riusciva a raggiungerlo e lui metteva
fuori prima una gamba e poi l‟altra per stuzzicarlo e
continuava a dire: “Guarda la mia piccola gamba! Guarda la
mia piccola gamba!” Nel frattempo il ragazzo si era svegliato e,
silenziosamente, era andato dietro di lui; mentre il Nis non ci
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stava pensando e continuava con il suo “Guarda la mia piccola
gamba!”, il ragazzo lo spinse giù dalla finestra verso il cortile
ed il cane, gridando allo stesso tempo: “Guardalo tutto, ora!”
Il Nis ladro di cereali
A Thyrsting, nello Jutland, viveva un uomo che aveva un Nis
nel granaio. Questo Nis era solito accudire il bestiame e di
notte rubava il foraggio per loro dai vicini, così che questo
contadino aveva il bestiame meglio nutrito e più prospero del
paese.
Un giorno il ragazzo andò con il Nis a Fugleriis per rubare dei
cereali. Il Nis prese quanto pensava di potere portare, ma il
ragazzo era più avido e disse: “Oh, prendine ancora; di certo
possiamo riposare sia ora che dopo.” “Riposare!” disse il Nis.
“Riposo! E cos‟è il riposo?” “Fai come ti dico”, rispose il
ragazzo; “prendine ancora e ci riposeremo quando usciremo da
qua.” Il Nis allora ne prese ancora ed andarono via. Ma,
quando stavano giungendo alle terre di Thyrsting, il Nis fu
stanco ed il ragazzo gli disse: “Ora riposiamo qui” ed entrambi
sedettero a fianco di una collinetta. “Se avessi saputo” disse il
Nis mentre erano seduti “se avessi saputo che il riposo era così
bello avrei portato via tutto quello che c‟era nel granaio.”
Poco tempo dopo accadde che il ragazzo ed il Nis non furono
più amici ed un giorno il Nis era seduto sulla finestra del
granaio con le gambe penzolanti nel cortile; il ragazzo corse
verso di lui e lo fece cadere all‟indietro nel granaio. Ma il Nis si
vendicò la notte stessa perché, quando il ragazzo andò a letto,
lui lo portò via da dove dormiva e lo trascinò nudo com‟era in
cortile, quindi pose due pezzi di legno di traverso sulla fonte e
ve lo mise a giacere sopra aspettandosi che, quando il ragazzo
si fosse risvegliato, sarebbe caduto giù per la paura e sarebbe
annegato. Rimase però deluso, perché il ragazzo scese senza
danni.
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Il Nis e la cavalla
Nella città di Tirup viveva un uomo che aveva una bellissima
cavalla bianca. Questa cavalla era stata ereditata per molti anni
di padre in figlio come eredità di famiglia, perché attaccato ad
essa vi era un Nis che portava fortuna al luogo.
Questo Nis amava così tanto la cavalla da sopportare a fatica
persino che venisse messa a fare un qualunque tipo di lavoro
ed era solito andare lui stesso ogni notte a sfamarla con quanto
c‟era di meglio; a questo scopo egli solitamente portava cereali
in sovrabbondanza, sia battuto che nella paglia, preso dai
granai dei vicini. Anche il resto degli animali ne traeva
vantaggio ed erano tutti tenuti in condizioni eccellenti.
Accadde infine che la fattoria passò nelle mani di un nuovo
proprietario, che rifiutò di prestare fede a quello che gli veniva
detto sulla cavalla, così la fortuna lasciò velocemente quel
luogo ed andò con la cavalla dal suo povero vicino, che l‟aveva
comperata. Entro cinque giorni dal suo acquisto, il povero
contadino che aveva comprato la cavalla cominciò a scoprire
che la sua situazione migliorava gradualmente, mentre le
entrate dell‟altro diminuivano ogni giorno a tale velocità da
rendere difficile fare incontrare le cime (in italiano “mettere
assieme il pranzo con la cena”, n.d.t.).
Ora, se l‟uomo che aveva preso la cavalla fosse solo riuscito a
stare zitto e si fosse goduto i momenti felici che stavano
arrivando per lui ed i suoi figli ed i figli dei suoi figli dopo di
lui, sarebbe prosperato sempre più fino ad oggi. Ma, quando
egli vide la quantità di cereali che ogni giorno arrivava al suo
granaio, non seppe resistere al desiderio di dare un‟occhiata al
Nis. Una sera, dunque, si nascose nella stalla al crepuscolo e,
non appena venne la mezzanotte, vide come il Nis arrivava dal
granaio del vicino portando con sé un sacco pieno di cereali.
Fu inevitabile che il Nis vedesse l‟uomo che lo stava
guardando; così, con segni evidenti di sofferenza, diede alla
cavalla il suo cibo per l‟ultima volta, la pulì e la strigliò come
54
meglio potè e, quando ebbe finito, si voltò verso il luogo in cui
giaceva l‟uomo e gli disse addio.
Da quel giorno in avanti le finanze di entrambi i vicini furono
uguali, perché ognuno ora si teneva il suo.
La cavalcata del Nis
In una fattoria c‟era un Nis che tormentava sempre le
domestiche e giocava loro ogni sorta di scherzo ed esse in
cambio progettavano sempre come vendicarsi. Una volta
venne alla fattoria un mercante di bestiame dello Jutland e vi
rimase per la notte. Tra i suoi animali vi era un bue dello
Jutland molto grosso e, quando il Nis lo vide nella stalla, gli
venne una enorme voglia di saltargli sopra e cavalcarlo. Montò
quindi sul bue ed immediatamente cominciò a tormentarlo in
maniera tale che egli fuggì dal recinto e scappò nel cortile con
il Nis sulla schiena. Il povero Nis era davvero terrorizzato e
cominciò ad urlare disperatamente. Le sue urla svegliarono le
domestiche ma, invece di andare in suo aiuto, gli risero in
faccia fin quando sembrava che si spezzasse loro il cuore. E
quando il bue corse contro un pezzo di legno, tanto che lo
sfortunato Nis ne ebbe tutto il cappuccio strappato, le
domestiche gridarono e lo chiamarono: “Gamba zoppa, gamba
zoppa” e lui se la diede a gambe in condizioni miserevoli. Ma il
Nis non se ne dimenticò: la domenica seguente, quando le
domestiche stavano andando ad un ballo, egli fece in modo,
senza che loro lo sapessero, di annerire completamente i loro
volti con la fuliggine, così che quando giunsero al ballo tutti
scoppiarono a ridere alla loro vista.
I Nisses a Vosborg
Un tempo vi era un numero enorme di Nisses nello Jutland.
Quello a Vosborg, in particolare, venivano trattati con tanta
generosità che erano attenti e solleciti oltre misura riguardo
agli interessi dei loro “padroni”. Ogni mattina trovavano nel
55
loro groute dolce una grossa porzione di burro e, in cambio,
essi mostravano grande zelo e gratitudine.
Durante un inverno particolarmente rigido, una casa in cui vi
erano sei vitelli venne ricoperta di neve così tanto che per lo
spazio di quattordici giorni nessuno potè entrarvi. Quando la
neve se ne andò, la gente pensò naturalmente che i vitelli
fossero tutti morti di fame; invece li trovarono in condizioni
eccellenti, il posto pulito e le greppie piene di eccellenti cereali,
tanto che era chiaro che i Nisses si erano occupati di loro.
Ma il Nis, per quanto sia grato quando viene trattato bene, è
certo che si vendica quando qualcuno fa qualcosa che lo
disturbi e lo danneggi. Un giorno un Nis si stava divertendo
correndo sul tetto della stalla delle mucche quando una delle
assi cedette e la sua gamba ne fu imprigionata. Quando questo
accadde, nella stalla vi era un ragazzo che, quando vide la
gamba del Nis penzolare, prese una forca per letame e con essa
diede un colpo sulla gamba. Alla sera, quando la gente della
casa era seduta intorno alla tavola nella sala, il ragazzo
continuava a ridere. Il fattore gli chiese perché ridesse ed il
ragazzo rispose: “Oh! Ho dato un colpo tale al Nis, oggi, e gli
ho dato una tale graffiata con la mia forca quando ha messo la
gamba attraverso il soffitto!” “No,” urlò il Nis da fuori della
finestra, “non mi hai dato un colpo ma tre, perché vi erano tre
punte nella forca; ma te la farò pagare, ragazzo mio.”
La notte seguente, mentre il ragazzo dormiva sodo, arrivò il
Nis, lo prese e lo portò fuori in cortile, quindi lo fece volare
sopra la casa e fu così veloce ad andare dall‟altra parte
dell‟edificio che lo prese prima che cadesse a terra;
immediatamente lo scagliò di nuovo e continuò così fin
quando il ragazzo non ebbe fatto otto volte avanti e indietro
sopra il tetto e la nona volta lo lasciò cadere in una grande
pozza d‟acqua, quindi si mise a ridere così forte che tutte le
persone del luogo si svegliarono.
In Svezia nelle sere d‟estate talvolta si vede il Tomte che
trascina lentamente e furtivamente una paglia o una
pannocchia di mais. Un contadino, nel vederlo così impegnato,
rise e disse: “Che differenza fa per te se porti via questo o
56
nulla?” Il Tomte, seccato, lasciò la sua fattoria ed andò pressoil
suo vicino; e con lui se ne andò tutta la prosperità da chi lo
aveva preso in giro e si trasferì all‟altro contadino. Chiunque
tratti l‟industrioso Tomte con rispetto e metteva da parte
anche la più piccola paglia diveniva ricco e l‟ordine e la
regolarità erano prevalenti nella sua casa. (a)
NOTE
(a) Afzelius, Sago Häfdar., ii. 169. La mattina di Natale, egli
dice, i contadini danno al Tomte il suo salario, cioè un pezzo di
panno grigio, tabacco ed una palata di argilla.
Necks, Tritoni e Sirene
El Necken mer i flodens vågor quäder,
Och ingen Hafsfru bleker sina kläder
Pas böljans rygg i milda solars glans.
Stagnelius.
Il Neck non canta più sulle rive,
e la Sirena non sbianca i suoi panni di lino
sulle onde del mite raggio solare.
E‟ opinione comune nel Nord che tutti i vari esseri del credo
popolare furono un tempo vinti in un conflitto con poteri
superiori e condannati a rimanere fino al giorno del Giudizio in
certe dimore loro assegnate. I Dwarfs, o Troll delle Colline
(Berg), vennero designati alle colline; gli Elfi ai boschi ed agli
alberi fogliosi; il Popolo delle Colline (Högfolk (a)) a incavi e
caverne; Tritoni, Sirene e Necks a mari, laghi e fiumi; l‟Uomo
del Fiume (Strömkarl) alle piccole cascate. Sia i preti cattolici
che quelli protestanti si sono sforzati di indurre avversione
contro questi esseri, ma invano. Si pensa che essi possiedano
grandi poteri sull‟uomo e sulla Natura e si crede che, per
quanto ora siano infelici, saranno infine salvati o faa
förlossning (otterranno la salvezza), come è detto.
57
Il Neck (in Danese Nökke (b)) è lo spirito del fiume. Le idee
che lo riguardano sono varie. Talvolta viene rappresentato
come seduto nelle notti estive sulla superficie dell‟acqua, come
un grazioso bambinetto con capelli dorati inanellati ed un
cappello rosso in testa; talvolta come sovrastante l‟acqua sotto
forma di un bel giovane uomo, ma con la parte inferiore del
corpo come quella di un cavallo (c); altre volte come un
vecchio con una barba lunga, dalla quale egli strizza fuori
l‟acqua quando siede sulla scogliera. In quest‟ultima forma,
secondo le saghe islandesi, si è talvolta rivelato Odino.
Il Neck è molto severo nei confronti di qualunque domestica
altezzosa che risponde in malo modo all‟amore del suo
innamorato ma, se dovesse lui stesso innamorarsi di una
fanciulla della razza umana, è il corteggiatore più gentile e
sollecito.
Nonostante egli sia così severo solo con coloro che lo meritano,
tuttavia quando la gente del contado si trova sull‟acqua usa
certe precauzioni contro il suo potere. I metalli, in particolare
l‟acciaio, si crede che “leghino il Neck” (binda Necken); e
quando vanno in mare aperto sono soliti mettere un coltello
sul fondo della imbarcazione o piantare un chiodo in un
giunco. In Sorveglia l‟incantesimo che segue viene considerato
efficace contro il Neck:
Nyk, nyk, naal i vatn!
Jomfru Maria kastet staal i vatn
Du sök, äk flyt!
Neck, Neck, chiodo in acqua!
La Vergine Maria getta acciaio nell‟acqua!
Tu affondi, io galleggio!
Il Neck è un bravo musicista. Siede sull‟acqua e suona la sua
arpa dorata, la cui armonia opera su tutta la Natura. Per
imparare da lui la musica una persona deve portargli un
agnello nero e promettergli anche la resurrezione e la
redenzione.
58
La storia che segue viene raccontata in tutte le parti della
Svezia.
“Due ragazzi stavano giocando vicino ad un fiume che scorreva
accanto alla casa del loro padre. Il Neck sorse, sedette sulla
superficie dell‟acqua e suonò la sua arpa ma uno dei bambini
gli disse: „A cosa serve, Neck, che tu ti sieda qui e suoni? Non
verrai mai salvato.‟ Il Neck cominciò allora a piangere
amaramente, gettò via l‟arpa e si tuffò sul fondo del fiume. I
bambini andarono a casa e raccontarono tutta la storia al loro
padre, che era il prete della zona. Egli disse che era sbagliato
dire così al Neck e volle che ritornassero immediatamente al
fiume per consolarlo con la promessa della salvezza. Così
fecero e, quando giunsero al fiume dove il Neck era seduto
sull‟acqua piangendo e lamentandosi, gli dissero: „Neck, non
soffrire così; nostro padre dice che anche il tuo Redentore
vive.‟ Il Neck prese allora la sua arpa e suonò molto
dolcemente fino a quando il Sole non fu tramontato.”
Questa leggenda si ritrova anche in Danimarca ma in una
forma meno condivisibile. Si dice che un prete stava
viaggiando una notte verso Roeskilde, in Zealand. La sua
strada lo condusse presso una collina in cui vi erano musica,
danze e grande allegria. Alcuni Nani ne fuoriuscirono
improvvisamente, fermarono il carro e gli chiesero dove stesse
andando. Egli rispose che andava al sinodo della chiesa. Gli
chiesero se pensava che essi avrebbero potuto essere salvati ed
a questo egli rispose che non poteva dare una risposta
immediata. Allora lo pregarono di dare loro una risposta l‟anno
seguente. Quando l‟anno seguente il prete ripasso e gli posero
la stessa domanda, egli rispose: “No, siete tutti dannati.” Non
appena ebbe finito di dire queste parole, l‟intera collina
apparve in fiamme.
In un‟altra forma di questa leggenda un prete dice al Neck:
“Questo giunco che tengo in mano farà crescere dei fiori verdi
prima che tu ottenga la salvezza.” Il Neck, addolorato, gettò via
la sua arpa e pianse ed il prete continuò a viaggiare. Ma ben
presto il suo giunco mise fuori foglie e boccioli e lui tornò a
59
comunicare la lieta nuova al Neck, che suonò allora
gioiosamente la sua arpa per l‟intera notte. (d)
NOTE
(a) Berg indica una grande altura, una montagna, una collina;
Hög un‟altura, una collinetta. I Hög-folk sono Elfi e musici.
(b) I contadini danesi del tempo di Wormius descrivevano il
Nökke (Nikke) come un mostro con la testa umana che dimora
sia nell‟acqua dolce che in quella salata. Quando qualcuno
annegava si diceva che Nökken tog ham bort (il Nökke lo aveva
portato via) e quando un annegato veniva trovato con il naso
rosso si diceva che il Nikke lo aveva succhiato - Nikken har
suet ham. - Magnusen, Eddalaere. La Danimarca è un paese
senza corsi d‟acqua particolarmente grandi, pertanto nelle
Danske Folkesagn non incontriamo leggende sui Nökke e nelle
ballate, come The Power of the Harp, quello che in Svezia
viene ascritto al Neck in Danimarca viene imputato al
Havmand o Tritone.
(c) Si crede che il Neck appaia anche sotto forma di un cavallo
completo e possa essere fatto lavorare all‟aratro se si usa una
particolare briglia. - Kalm's Vestgötha Resa.
(d) Afzelius, Sago.bäfdar, ii. 156.
Il potere dell’arpa
La piccola Kerstin piange nel pergolato tutto il giorno;
Sir Peter nel suo cortile gioca felice.
Amore del mio cuore!
Dimmi perché soffri?
“Soffri per la sella o soffri per la cavalcatura?
O soffri perché ti sposo?”
Amore del mio cuore, ecc.
“Ed io non soffro per la sella o il cavallo;
ed io non soffro perché ti sposo.”
Amore del mio cuore, ecc.
“Molto di più io soffro per i miei bei capelli biondi,
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che nelle onde blu dovranno essere macchiati oggi.”
Amore del mio cuore, ecc.
“Molto di più io soffro per l‟inondazione del Ringfalla,
in cui sono annegate le mie due fiere sorelle.”
Amore del mio cuore, ecc.
“Mi venne predetto nell‟infanzia
che il giorno delle mie nozze sarebbe stato per me pesante.”
Amore del mio cuore, ecc.
“Ed io farò loro lo zoccolo tondo al cavallo,
egli non inciamperà nei suoi quattro ferri d‟oro.”
Amore del mio cuore, ecc.
“Dodici dei miei cortigiani cavalcheranno davanti a te,
dodici dei miei cortigiani ad ogni lato.”
Amore del mio cuore, ecc.
Ma quando furono giunti al bosco di Ringfalla
videro furtivo un cervo maschio con le corna dorate.
Amore del mio cuore, ecc.
E tutti i cortigiani sono andati dietro al cervo;
la piccola Kerstin deve procedere sola.
Amore del mio cuore, ecc.
E quando sul ponte di Ringfalla ella giunge
il suo cavallo inciampa nei suoi quattro ferri d‟oro.
Amore del mio cuore, ecc.
Quattro ferri d‟oro e trenta chiodi d‟oro
E la fanciulla cade nel rapido fiume.
Amore del mio cuore, ecc.
Sir Peter parlò al suo paggio così:
“Devi andare subito a prendere la mia arpa d‟oro.”
Amore del mio cuore, ecc.
Il primo colpo sulla sua arpa d‟oro egli diede,
l‟orribile Neck sedette a ridere sull‟onda.
Amore del mio cuore, ecc.
La seconda volta egli sfiorò l‟arpa d‟oro,
l‟orribile Neck sedette sull‟onda e pianse.
Il terzo colpo sull‟arpa d‟oro risuonò,
la piccola Kerstin stese il suo candido braccio verso l‟alto.
Amore del mio cuore, ecc.
61
Egli tolse la corteccia dagli alti alberi;
egli prese la piccola Kerstin sulle sue ginocchia.
Amore del mio cuore, ecc.
Ed il Neck uscì dalle onde ed andò là
Ed una fiera fanciulla in ogni braccio portava.
Amore del mio cuore, ecc.
Dimmi perché soffri? (a)
Lo Strömkarl, chiamato in Norvegia Grim o Fosse-Grim (b)
(Grim della Cascata) è un genio musicale simile al Neck e,
come lui, quando viene propiziato adeguatamente comunica la
sua arte. Il sacrificio consiste in un agnello nero (c) che
l‟offerente deve presentare con la testa voltata da una parte ed
il giovedì sera. Se l‟allievo è povero non arriva oltre all‟accordo
degli strumenti; se è grasso lo Strömkarl afferra il seguace per
la mano destra e lo fa oscillare avanti e indietro fin quando il
sangue scorre dalle punte delle dita. L‟aspirante è allora in
grado di suonare in una maniera così prodigiosa che gli alberi
danzano e le cascate si fermano alla sua musica. (d)
L‟Havmand, o Tritone, viene descritto di forma attraente, con
capelli e barba verdi o neri. Dimora o sul fondo del mare o
nelle scogliere e nelle colline vicino alla riva del mare e viene
considerato un tipo di creatura piuttosto buono e benevolo. (e)
La Havfrue, o Sirena, viene rappresentata nella tradizione
popolare come talvolta buona ed altre volte come una creatura
maligna e traditrice. Il suo aspetto è bello.
Talvolta i pescatori la vedono nel luminoso Sole estivo, quando
una sottile nebbia aleggia sul mare, seduta sulla superficie
dell‟acqua mentre pettina i suoi lunghi capelli dorati con un
pettine d‟oro o mentre guida il suo bestiame candido al pascolo
sulle rive delle piccole isole. Altre volte ella appare come una
bella fanciulla, gelata e tremante per il freddo della notte,
accanto ai fuochi che i pescatori hanno acceso nella speranza
di adescarli. (f) La sua apparizione presagisce tempesta e
sfortuna nella pesca. La gente che è annegata i cui corpi non
sono stati ritrovati si crede sia stata portata nelle dimore delle
Sirene. Si suppone anche che questi esseri abbiano il potere di
62
predire gli eventi futuri. Si dice che una Sirena profetizzò la
nascita di Christian IV di Danimarca e
En Havfrue op af Vandet steg,
Og spaade Herr Sinklar ilde.
Sinclar's Visa.
Una Sirena emerse dall‟acqua
E predisse il male a Sir Sinclair.
In tutti i paesi la predizione della sorte è sempre stata
considerata un dono della gente del mare. Non c‟è bisogno di
citare le profezie di Nereo e Proteo.
Una volta una ragazza cadde in potere di una Havfrue e passò
quindici anni nella sua dimora sottomarina senza mai vedere il
Sole. Alla fine suo fratello andò giù a cercarla ed ebbe successo
nel riportarla nel mondo di superficie. La Havfrue attese sette
anni il suo ritorno ma quando ella non ritornò lei colpì l‟acqua
con il suo bastone, la fece diventare bollente e urlò:
Hade jag trott att du varit så falsk,
Så skulle jag kreckt dig din tiufvehals!
Se solo avessi saputo che saresti stata così falsa,
avrei spezzato il tuo collo da ladra. (g)
NOTE
(a) Come viene cantato in Gothland Ovest e Vermland.
(b) Fosse è l‟Inglese del Nord force.
(c) O un bambino bianco, Faye, vedi Grimm, Deut. Mythol.,
pag. 461.
(d) Lo Strömkarl ha undici diversi ritmi, solo dieci dei quali
possono essere ballati dalla gente; l‟undicesimo appartiene allo
spirito della notte, suo ospite. Se qualcuno lo suonasse i tavoli
e le sedie, i contenitori e le coppe, i vecchi uomini e le vecchie
donne, i ciechi e gli zoppi ed anche i bambini in culla
comincerebbero a danzare. - Arndt. ut sup.,
63
(e) In Danske Viser and Folkesagn vi sono alcune storie di
Tritoni, come Rosmer Havmand e Marstig's Daughter,
entrambe tradotte dal Dr. Jamieson, e Agnete and the
Merman, che somiglia a Proud Margaret. Era naturale, dice
Afzelius, che quello che in Svezia veniva posto in relazione ad
un Re delle Colline in Danimarca fosse ascritto ad un Tritone.
(f) L‟apparizione della Donna dei Boschio (Skogsfru) o Donna
Elfo è ugualmente sfortunata per i cacciatori. Anch‟ella si
avvicina al fuoco e cerca di sedurre i giovani uomini.
(g) Arvidsson, ii. 320, vedi Grimm, pag. 463.
Il Duca Magnus e la Sirena
Il Duca Magnus guardò fuori dalla finestra del castello
come il fiume scorreva rapidamente
e là vide come sull‟acqua sedeva
una donna splendida e adorabile;
Duca Magnus, Duca Magnus, promettiti a me,
io ti prego ancora liberamente,
non dirmi no ma sì, sì!
“O, a te darò una nave viaggiante,
la migliore che un cavaliere guiderebbe;
essa va sull‟acqua come sulla terraferma
e attraverso gli ampi campi.”
Duca Magnus, ecc.
“O, a te darò un grigio destriero,
il migliore che un cavaliere cavalcherebbe;
essa va sull‟acqua come sulla terraferma
e attraverso i vasti boschi.”
Duca Magnus, ecc.
“O, come potrei promettermi a te?
Io non ho mai requie;
servo il re e la mia terra natia
ma con donna mai mi sono ancora unito.”
Duca Magnus, ecc.
“A te darò tanto oro
64
che durerà più della tua vita;
e di perle e pietre preziose manciate,
e tutto sarà puro.”
Duca Magnus, ecc.
“Se tu fossi stata della razza dei cristiani;
ma ora sei un vile Troll marino,
il mio amore mai potrai conquistare.”
Duca Magnus, ecc.
“Duca Magnus, Duca Magnus, rifletti bene
e non rispondere così altezzoso;
perché se non ti prometterai a me
sarai per sempre pazzo.”
Duca Magnus, ecc.
“Io sono il figlio prediletto del re,
come potresti conquistarmi?
Tu non dimori sulla terra ma nelle acque,
che non andranno mai d‟accordo con me.”
Duca Magnus, Duca Magnus, promettiti a me,
io ti prego ancora liberamente,
non dirmi no ma sì, sì! (a)
NOTE
(a) Questa ballata è dello Småland. Magnus era il figlio più
giovane di Gustavus Vass. Morì pazzo ed è noto che la pazzia
pervase la famiglia Vass per secoli.
65
Le Fate Nordiche
En sång om strålende Valhalla,
Om Gudar och Gudinnar alla.
Tregner.
Un canto sulle luminose dimore del Valhall,
(le dimore) delle Dee e degli Dei.
L‟antica religione della Scandinavia e probabilmente dell‟intera
razza Goto-Germanica consisteva, come tutti gli altri sistemi
inventati dall‟uomo (opinione dell‟autore, n.d.t.), in
personificazioni dei vari poteri della Natura e delle facoltà
mentali. Di questo sistema nella sua pienezza e perfezione non
possediamo documentazione. E‟ solo dai poemi dell‟Edda
antica o poetica (a), dalle narrazioni dell‟Edda posteriore o in
prosa e dalle varie saghe o storie scritte in lingua islandese (b)
che possiamo ottenerne una conoscenza. L‟Edda poetica o
Edda di Saemund fu, si crede generalmente, raccolta verso la
fine dell‟XI o l‟inizio del XII secolo da un Islandese di nome
Seamund Hinns Fròda, Il Saggio. Consiste in diversi canti
mitologici e storici prodotti dagli antichi Skaldi, o poeti, tutti o
in gran parte composti prima dell‟introduzione del
cristianesimo nel Nord. Il ritmo di questi venerabili canti è la
rima allitterata e spesso presentano bellezze poetiche di alto
carattere che colpiscono. (c)
L‟Edda in prosa si crede essere stata compilata nel XIII secolo
da Snorri Sturleson, il famoso storico norvegese. Si tratta di
una storia degli Dei e delle loro gesta che forma i canti
dell‟Edda poetica e di altri antichi poemi, di cui diverse stanze
sono incorporato in essa. Al di là alla prefazione ed alla
conclusione, essa consiste di due parti principali,: la prima è il
Gylfaginning (L’Inganno di Gylfa) o Hárs Lygi (Har cioè
Odino, La Narrazione di Odino) e la Braga-raedur (La
Narrazione di Braga), ognuna delle quali si divide in diverse
66
semi-saghe o Storie Illustranti; la seconda viene chiamata
Kenningar o lista dei nomi poetici e delle perifrasi. (d)
Il Gyfla-ginning narra che Gyfla, re di Svezia, colpito dalla
saggezza e dal potere degli Aeser (e), come venivano chiamati
Odino ed il suo seguito, viaggiò sotto le spoglie di un vecchio e
sotto il nome fittizio di Ganglar fino ad Asgard, residenza
principale degli Dei, per indagare sulla profondità della loro
saggezza. Consapevoli del suo progetto, gli Aeser con la loro
arte magica fecero sorgere davanti a lui uno splendido ed
elevato palazzo il cui tetto era formato da scudi d‟oro.
All‟entrata egli trovò un uomo che stava lanciando e
riprendendo delle spade, sette delle quali erano in aria nel
medesimo istante. Quest‟uomo chiede allo straniero il suo
nome e lo conduce nel palazzo, dove Ganglar vede molte
persone bere e scherzare e tre troni, ognuno posto più in alto
dell‟altro. Sui troni sedevano Har (Alto), Jafnar (Ad eguale
altezza) e Thridi (Terzo). Ganglar chiede se sia presente
qualcuno dotto e saggio. Har risponde che lui non se ne
andrebbe sano e salvo se avesse una conoscenza maggiore
della loro. (f) Ganglar comincia allora le sue interrogazioni, che
comprendono una varietà di soggetti astrusi e si estendono
dalla creazione alla fine di tutte le cose. Ad ognuna riceve una
risposta soddisfacente. All‟ultima risposta Ganglar ode un forte
suono come di sfregamento: l‟illusione magica svanisce
improvvisamente ed egli si ritrova da solo in una vasta
pianura.
Il Braga-raedur è il discorso di Braga ad Aegir, il Dio del Mare,
al banchetto degli Immortali. Questa parte contiene molte
storie di Dei ed antichi eroi, le cui avventure sono state cantate
dagli Skaldi, di alta fama ed elevato genio.
Nonostante entrambe le Edda siano state compilate da
cristiani, pare non esserci motivo di sospettare che i
compilatori abbiano falsificato o interpolato la mitologia dei
loro antenati (questo credeva all‟epoca il cristianissimo autore
di questo libro, mentre nella realtà si sa bene oggi che l‟Edda in
prosa è stata pesantemente interpolata con nozioni cristiane
ben lontane da quelle originali pagane e dovute unicamente al
67
compilatore, Sturluson; n.d.t.) L‟Edda di Seamund può essere
considerata come un‟antologia dell‟antica poesia scandinava e
l‟autore dell‟Edda in prosa (che è chiaro non abbia sempre
compreso il vero significato delle storie che riferiva) la scrisse
come un pantheon nordico ed un Gradus ad Parnassum per
fornire ai poeti avvenimenti, abbellimenti ed epiteti.
Fortunatamente fecero così, altrimenti l‟antica religione dei
Goti sarebbe ora avvolta nelle tenebre più impenetrabili.
Oltre all‟Edda, molte informazioni ci giungono dalle varie
saghe o storie nordiche. Queste saghe talvolta trasmettono
reali eventi storici ed altre volte contengono narrazioni
romantiche e conservano molto della preziosa tradizione
mitica; Ynglinga, Volsunga, Hervarar ed altre saghe forniscono
molti tratti importanti della mitologia nordica.
Non intendiamo qui cercare di sondare le profondità della
mitologia eddica, una materia così oscura e riguardo a cui vi
sono molte diverse opinioni nelle opere di coloro che se ne
sono occupati. E‟ sufficiente osservare che essa parla delle
epoche più remote e che le sue due parti essenziali sono gli
Alfar (Alfs o Elfi) ed i Duergar (Dwarfs o Nani), due classi di
esseri i cui nomi permangono al giorno d‟oggi in tutte le lingue
delle nazioni discese dalla razza Goto-Germanica.
“I nostri antenati pagani” dice Thorlacius (g) “credevano, come
i Pitagorici, e più si va nell‟antichità e più la credenza era
ferma, che l‟intero mondo fosse pieno di spiriti di vario genere
cui essi ascrivevano in generale la stessa natura e le stesse
proprietà che i Greci davano ai loro Demoni. Si dividevano nei
Celesti e nei Terrestri a seconda del luogo in cui dimoravano. I
primi erano, secondo le concezioni di quei tempi, di natura
buona ed elevata ed erano ben disposti nei confronti degli
umani, per cui ricevevano il nome di Alfs o Spiriti Bianchi o
Luminosi. I secondi, al contrario, che non venivano classificato
per le loro dimore in aria, nel mare e nella terra, non venivano
considerati in una luce così favorevole. Si credeva che essi, in
particolare quelli della terra, i δαίμονες έπιχθόνιοι dei Greci,
cercassero costantemente ed in ogni occasione di tormentare o
fare del male all‟umanità e che dimorassero parzialmente sulla
68
terra in grandi e fitti boschi, per cui venivano chiamati
Skovtrolde (Trolls dei Boschi), o in altri luoghi deserti e
solitari, ed in parte dentro e sotto il terreno o nelle rocce e
nelle colline; questi ultimi venivano chiamati Bjerg-Trolde
(Trolls delle Colline). Ai primi, a causa della loro diversa
natura, veniva dato il nome di Dverge (Dwarfs) ed Alve, da cui
la parola Ellefolk che esiste ancora in lingua danese. Questi
Demoni, particolarmente quelli sotterranei, venivano chiamati
Svartálfar, cioè Spiriti Neri e, siccome facevano dei danni,
Trolls.”
Questo coincide con quanto si trova nella Edda, eccetto che in
essa pare esservi qualche base per una distinzione tra i Dwarfs
e gli Elfi Oscuri. (i)
NOTE
(a) Edda significa “nonna”. Alcuni la considerano il femminile
di othr, o odr, saggezza.
(b) Questa lingua viene chiamata così perchè viene tuttora
parlata in Islanda. Il nome corretto sarebbe Norraena Tunga
(lingua norrena). Era la lingua comune di tutto il Nord.
(c) Vedi Tales and Popular Fictions, cap. ix.
(d) Venne pubblicata per la prima volta da Resenius nel 1665.
(e) Per Aeser alcuni interndono gli Asiatici, che con Odino
portarono le loro arti e la loro religione in Scandinavia, Questa
derivazione della parole è tuttavia piuttosto dubbiosa. Pur
essendo possibile che la popolazione e la religione della
Scandinavia siano venuti in origine dall‟Asia, pare non esserci
alcuna ragione per collegarla alla leggenda di Odino. Non è
impossibile che il nome dei loro Dei, Aeser, abbia dato origine
all‟intera teoria. Da notare che anche gli antichi Etruschi
hanno chiamato gli Dei Aesar.
(f) Così il lötunn, o Gigante Vafthrudnir a Odino nel
Vafthrudninual, strofa vii.
(g) Thorlacius, Noget om Thor og hans Hammer, nello
Skandinavisk Museum per il 1803.
(h) Thorlacius, ut supra, dice che Thor il Tonante veniva
considerato particolarmente nemico degli Skovtrolda, contro
69
cui usava sempre la sua possente arma. Egli pensa che il
Bidental dei Romani ed i riti ad esso connessi paiono supporre
una credenza simile e che in quel notissimo passaggio di
Orazio
Tu parum castis inimica mittes Fulmina lucis
le parole parum castis lucis possano significare boschetti o
parti di boschi, rifugio di spiriti impuri o Skovtrolds, satyri
lascivi et salaces. La parola Trold verrà spiegata più sotto.
(i) Gli Alfs Oscuri erano probabilmente diversi dai Duergar,
tutta via la lingua dell‟Edda in prosa in alcuni punti porta ad
una confusione tra loro. Il seguente passaggio, tuttavia, pare
essere decisivo:
Náir, Dvergar
Ok Döck-A'lfar.
Hrafna-Galdr Othins, xxiv. 7.
Fantasmi, Dwarfs
E Alfs Oscuri.
La letteratura scandinava appare unanime nel considerarli la
stessa cosa. Grimm, tuttavia, concorda con noi nel vedere il
Döck-Alfar distinto dal Duergar. La dimora di quest‟ultimo
viene chiamata Svartálfaheimr, il che fa pensare che lo
Svartálfar ed il Duergar fossero la stessa cosa. - Deutsche
Mythologie, pag. 413, seq.
Gli Alfar
Ther ro meth Alfum.
Brynhildar Quida.
Loro sono con gli Alfs.
Nell‟Edda in prosa Ganglar chiede se la città dove dimorano le
Nornir (Norne) sia presso la fonte di Urdar sotto il Frassino
Yggdrasil (a). Hàr risponde:
“Vi sono molte belle città, qui. Là vi è la città chiamata Alfheim, dove dimora la gente che viene chiamata Liosàlfar (Elfi
70
della Luce). Ma i Döckálfar (Elfi Oscuri) dimorano sottoterra e
sono diversi da loro come aspetto e sono ancora più diversi
nelle azioni. I Liosálfar hanno un aspetto candido più del Sole,
mentre i Döckálfar sono più neri della pece.” (b)
Le Nornir, le Parcae o Destini della mitologia scandinava sono
strettamente collegate agli Alfar.
“Molte belle città vi sono nei Cieli” dice Hàr “e la protezione
divina è su tutte. Vi è una città sotto il frassino accanto alla
fonte e dalle sue sale escono tre fanciulle che sono così
chiamate: Urd, Verthandi, Skulld (Passato, Presente, Futuro).
Queste fanciulle plasmano la vita dell‟uomo. Noi le chiamiamo
Nornir. Ma vi sono molte Nornir; quelle che vanno da ogni
bambino che nasce per plasmare la sua vita sono della razza
degli Dei; ma altre sono della razza degli Alfs e le terze della
razza dei Dwarfs. Come è qui espresso
Figli sani io prego
le Nornir che diano – la stessa
razza esse non hanno,
alcune sono della stirpe degli Aeser,
alcune sono della stirpe degli Alf,
alcune sono figlie di Dualin” (cioè dei Dwarfs).
“Allora”, disse Ganglar “se le Nornir dirigono il destino futuro
degli uomini lo formano in maniera molto ineguale. Alcuni
hanno una vita bella e ricca, ma altri hanno poca ricchezza e
poca gloria, alcuni hanno una vita lunga ed altri corta.” “Le
buone Nornir di buona discendenza” disse Hàr “formano una
bella vita; ma coloro che incontrano la sfortuna è causata dalle
Nornir maligne.”
Queste Nornir somigliano notevolmente alle classiche Parcae
(Parche) ed alle Fate del medioevo. Vengono rappresentate
come assistenti alla nascita di personaggi eminenti, che
elargiscono doni per il bene o per il male e che predicono il
destino futuro di qualcuno che è appena entrato nell‟esistenza.
(c) Questo attributo delle Fate potrebbe derivare dal Nord o
71
dal Sud, ma certamente queste due zone non hanno prestato
l‟una all‟altra questo principio.
In merito all‟origine della parola Alf non si trova nulla di
soddisfacente. Alcuni pensano che sia affine al latino albus,
bianco; altri ad alpes, le Alpi, montagne. Si suppone anche una
connessione misteriosa tra essa e la parola Elf o Elv, che nelle
lingue nordiche significa acqua, un‟analogia che si pensa
corrispondesse a quella tra il latino Nympha e Lympha.
Entrambe le relazioni, tuttavia, sono forse più fantasiose che
corrette. In merito alla derivazione di Alf, come abbiamo
appena osservato, non si sa nulla di certo (d) ed il significato
originale di Nympha appare essere quello di una donna appena
sposata (e) e quindi di una giovane sposabile. Veniva applicato
ai supposti abitanti delle montagne, dei mari e dei corsi
d‟acqua in base allo stesso principio per cui le nazioni nordiche
davano loro l‟appellativo di uomini e donne, in quanto
immaginavano che la loro forma somigliasse a quella umana.
Qualunque sia la sua origine, la parola Alf è continuata fino ad
oggi in tutte le lingue teutoniche. I Danesi hanno Elv, pl. Elve;
gli Svedesi Elf, pl. Elfvar m., Elfvor f; e le parole Elf-dans ed
Elf-blaest, insieme ad Olof ed altri nomi propri, derivano da
esse. I Tedeschi chiamano l‟incubo Alp e nei loro antichi poemi
incontriamo Elbe ed Elbinne, ed Elbisch vi appare nel senso
negativo dell‟elvish (elfico) di Chaucer e dei nostri antichi
romanzieri; e diversi nomi propri, come as Alprecht, Alphart,
Alpinc, Alpwin (f) sono stati formati a partire da quel termine
indubitabilmente prima che esso assumesse l‟attuale senso
negativo. (g) Tra gli Anglosassoni appare spesso Aelp o Aelpen,
con il suo femminile e plurale. Le Oreadi, Naiadi ed Amadriadi
dei Greci e dei Romani vengono rese, nel glossario
anglosassone, come Munt-alpen, rae-aelpen, e pelb-alpen (h).
Aelp è una componente dei nomi propri Aelfred e Aelfric e
l‟autore del poema di Judith dice che la sua eroina era Aelprcine (Elf-sheen), cioè luminosa o bella come un Elfo. Ma sul
carattere e sulle azioni degli Elfi non è stata preservata alcuna
tradizione nella letteratura anglosassone. Nella lingua inglese
72
Elf, Elves e i loro derivati si ritrovano in ogni periodo, dalla
loro prima formazioni fino ad oggi.
NOTE
(a) Il frassino Yggdrasil è il simbolo dell‟universo, la fonte
Urdar è la fonte della luce e del calore che lo rinvigorisce e lo
alimenta. Una buona rappresentazione di questo mito viene
data nell‟edizione di Mr. Bohn del “Northern Antiquities” di
Malet, che raccomando al lettore di consultare.
(b) Questo Grimm (ut sup.) lo considera un errore dello
scrittore, che ha confuso il Döck e lo Svartálfar.
(c) Vedi Tales and Popular Fictions, pag. 274
(d) La analogia tra il Deev ed altre parole simili può portare a
supporre che Spirito fosse il significato primario di Alf.
(e) Vedi Mythology of Greece and Italy, pag. 248, seconda
edizione.
(f) Dopo l‟introduzione del cristianesimo Engel, angelo, venne
impiegato al posto di Alp in molti nomi propri, come
Engelrich, Engelhart, ecc.
(g) Vedi la dotta introduzione dei signori Grimm alla loro
traduzione di Irish Fairy Legenda e la Deutsche Mythologie di
J. Grimm.
(h) I signori Grimm suppongono che molto probabilmente
queste siano combinazioni formate per tradurre i termini greci
e non siano espressione di una credenza in analoghe classi di
spiriti.
I Duergar
By ek fur jőrth nethan,
A ek, undir stein, stath.
Alvis-Mal.
Io dimoro sotto la terra,
io possiedo sotto la pietra il mio sedile.
73
Questi esseri minuti che dimorano in rocce e colline e si
distinguono per la propria abilità nella metallurgia sembrano
essere caratteristici della mitologia Goto-Germanica (a). Forse
il più probabile racconto su di essi è che si tratti di
personificazioni delle potenze sotterranee della Natura in
quanto, si potrebbe ancora osservare, tutte le parti dell‟antica
mitologia non sono altro che forze personificate, attributi e
qualità morali. L‟Edda descrive così la loro origine:
“Allora gli Dei sedettero sui loro scranni e tennero consiglio e
richiamarono alla mente come il Duergar fosse divenuto
animato nell‟argilla sotto la terra, come vermi nella carne. Il
Duergar è stato prima creato ed ha preso vita nella carne di
Ymir (b) ed in essa vi erano dei vermi; per volontà degli Dei
essi divennero partecipanti alla conoscenza umana ed ebbero
le sembianze di uomini, e tuttavia dimorano nel terreno e nelle
pietre. Modsogner fu il primo di essi, quindi Dyrin.”
I Duergar vengono descritti di bassa statura, con gambe corte e
braccia lunghe che raggiungono quasi il terreno quando stanno
eretti. (c) Sono abili ed esperti artigiani dell‟oro, argento, ferro
e degli altri metalli. Formano molte cose splendide e
straordinarie per gli Aeser e per gli eroi mortali e le armi e le
armature che provengono dalle loro forge non hanno eguali.
Tuttavia i loro doni devono provenire spontaneamente, perché
la sfortuna accompagna quelli estorti loro con la violenza. (d)
Un‟illustrazione del loro carattere si ritrova nei seguenti
racconti tratti dall‟Edda e dalle saghe. La veste famigliare in
cui vengono dipinti si spera non dispiacerà ai lettori di buon
gusto. Noi forniamo la copia più esatta che possiamo degli
originali in tutta la sua rozzezza. Le storie sono antiche, la loro
data è sconosciuta e pertanto richiedono rispetto. E‟ tuttavia
difficile trattenere un sorriso nel ritrovare termini familiari,
quando non quasi comuni, (e) applicati ai grandi poteri
superni della Natura, come si vede nella storia dall‟Edda che
segue.
74
NOTE
(a) Alcuni pensano senza motivo che fossero originariamente
parte della mitologia finlandese e vennero adottati nel sistema
gotico.
(b) Il gigante Ysnir è una personificazione del Caos, la materia
primaria indigerita. I figli di Börr (altre personificazioni) lo
smembrarono. Con le sue membra formarono il mondo: il suo
sangue formò il mare; la sua carne la terra; le sue ossa le
montagne; rocce e scogliere erano i suoi denti, le mascelle e
pezzi rotti di ossa; il suo cranio formò i cieli.
(c) Gudmund Andreas in Notis ad Völsupá.
(d) Che essi non siano insensibili alla gentilezza verrà mostrato
in una delle storie che seguono.
(e) Il lettore abituale degli scrittori nordici e tedeschi o anche
dei nostri antichi inglesi osserveranno con sorpresa la
diminuzione graduale di interesse per molte espressioni ora
divenute comuni. Egli si ritrova impercettibilmente a cadere
nell‟abitudine di considerare le spine alla luce della loro
dignità premeva.
Loki ed il Dwarf
Loki figlio di Laufeiar aveva per scherzo tagliato tutti i capelli a
Sif. Quando Thor lo scoprì afferrò Loki ed avrebbe spezzato
ogni osso del suo corpo ma lui giurò di fare fare agli Svartàlfar
dei capelli d‟oro per Sif, che sarebbero cresciuti come i capelli
normali.
Loki andò quindi da quei Dwarfs che vengono chiamati figli di
Ivallda. Essi prima fecero i capelli, che non appena vennero
messi sulla testa crebbero come capelli naturali; quindi la nave
Skidbladni (a), che aveva sempre con sé il vento dovunque
navigasse; e, terzo, la lancia Gugner, che colpisce sempre in
battaglia.
Allora Loki scommise la propria testa con il Dwarf Brock che
suo fratello Eitri non sarebbe stato in grado di forgiare tre cose
di valore come quelle. Essi andarono alla forgia, Eitri pose la
75
pelle di maiale (mantice) sul fuoco e disse a suo fratello Brock
di soffiare e di non spegnere il fuoco fin quando lui non avesse
tirato via le cose che vi aveva messo dentro.
E quando fu andato fuori dalla forgia, mentre Brock stava
soffiando, arrivò una mosca che si posò sulla sua mano e lo
morse; ma lui soffiò senza fermarsi fin quando il fabbro non
prese via l‟opera dal fuoco; ed era un verro e le sue setole erano
d‟oro. Mise quindi dell‟oro nel fuoco e lo avvertì di non
smettere di soffiare fin quando lui non sarebbe tornato. Andò
via, quindi arrivò la mosca che si posò sul suo collo e lo morse
più forte di prima; ma lui continuò a soffiare fin quando il
fabbro tornò e e prese fuori dal fuoco l‟anello d‟oro chiamato
Drupner (b).
Allora mise nel fuoco del ferro e gli disse di soffiare e disse che
se avesse smesso di soffiare l‟intero lavoro sarebbe stato
perduto. La mosca si posò ora tra i suoi occhi e morse così
forte che il sangue gli colò negli occhi, così che lui non poteva
76
vedere; così posò il mantice e prese la mosca in tutta fretta e le
strappò via le ali; ma giunse allora il fabbro e disse che tutto
quello che era nel fuoco era stato quasi rovinato. Prese quindi
fuori dal fuoco il martello Mjölner (c), diede tutti gli oggetti a
suo fratello Brock e gli ordinò di andare con loro ad Asgard e di
arbitrare la contesa.
Anche Loki produsse i suoi gioielli e presero Odino, Thor E
Frey come giudici. Allora Loki diede ad Odino la lancia Gugner
ed a Thor i capelli che Sif doveva avere ed a Frey Skidbladni, e
narrò le loro virtù come gli erano state raccontate. Brock prese
fuori i suoi gioielli e diede ad Odino l‟anello e disse che ogni
nona notte esso avrebbe fatto colare da se stesso altri otto
anelli del suo stesso valore. A Frey diede il verro e disse che
avrebbe corso attraverso l‟aria e l‟acqua, di notte e di giorno,
meglio di qualsiasi cavallo e che non vi sarebbe mai stata notte
così oscura che la strada da lui percorsa non fosse stata
illuminata dal suo fianco. Diede a Thor il martello e disse che
non avrebbe mai fallito nel colpire un Troll e che non avrebbe
mai mancato alcun bersaglio contro cui lui lo avesse lanciato; e
non avrebbe mai potuto volare così lontano da non ritornare
da solo alla sua mano; e, quando lui avesse voluto, sarebbe
diventato così piccolo da poterselo mettere in tasca. Ma il
difetto del martello era il manico troppo corto.
Il loro giudizio fu che il martello era il migliore e che il Dwarf
aveva vinto la sfida. Allora Loki scongiurò di non perdere la
sua testa, ma il Dwarf disse che non poteva essere. “Prendimi,
allora” disse Loki; e quando egli andò per prenderlo lui era già
lontano, perché Loki possedeva delle scarpe con cui poteva
correre attraverso l‟aria e l‟acqua. Il Dwarf pregò perciò Thor di
prenderlo e Thor lo fece. Il Dwarf andò quindi per tagliargli la
testa, ma Loki disse che avrebbe dovuto prendere solo la testa
e non il collo. Il Dwarf prese allora un coltello ed una sferza ed
andò per sigillare la sua bocca; ma il coltello non era buono ed
il Dwarf desiderò di avere lì il punteruolo del fratello. Non
appena lo desiderò, esso apparve e lui cucì assieme le labbra di
Loki. (d)
77
Gli studiosi di miti nordici spiegano così questa antichissima
storia: Sif è la terra e la moglie di Thor, il cielo o l‟atmosfera; i
suoi capelli sono gli alberi, i cespugli e le piante che ornano la
superficie della terra. Loki è il Dio del Fuoco che si diletta nel
fare danni, bene servit, male imperat. Quando, a causa del
troppo calore, bruciò i capelli di Sif, il marito lo obbligò ad un
calore così temperato da riscaldare lil fango della terra in modo
che i prodotti premevi potessero spuntare più belli che mai. Il
verro viene dato a Frey, che con la sorella Freya è Dio della
fecondità vegetale ed animale, ed il popolo nordico offriva
quell‟animale – così come facevano gli Italiani – alla terra. Il
fatto che Loki portasse doni fatti dal popolo sotterraneo indica
la credenza che i metalli fossero preparati dal fuoco
sotterraneo e forse la forgiatura del martello di Thor, il mitico
simbolo del tuono, da parte di un demone terrestre su
un‟incudine sotterranea può suggerire che la causa naturale del
tuono va ricercata nella terra.
NOTE
(a) Skidbladni, come la tenda di Pari Banou, può espandersi e
contrarsi a piacere. Può portare tutti gli Aeser e le loro armi e,
quando non è in uso, può disgiungere i suoi pezzi ed essere
messa in una borsa. “Una buona nave” dice Ganglar “è
Skidblani, ma grande arte deve essere stata usata nel farla.” Gli
studiosi del mito dicono che rappresenti le nuvole.
(b) i. e. il Dripper.
(c) i. e. il Frantumatore o l‟Annientatore, da Myla, frantumare
o annientare.
(d) Edda Resenii, Daemisaga 59.
Thorston ed il Dwarf
Quando venne la primavera, Thorston approntò la su nave e vi
mise a bordo ventiquattro uomini. Quando arrivarono a
Vinland la trascinarono nella selva ed ogni giorno lui andava
sulla riva per divertirsi.
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Un giorno giunse ad una parte aperta del bosco, dove vide una
grande roccia ed a poca distanza da essa un Dwarf
orribilmente brutto che stava guardando sopra la sua testa con
la bocca spalancata; e parve a Thorston che la sua bocca fosse
grande da orecchio ad orecchio e che la mascella inferiore
arrivasse fino alle sue ginocchia. Thorston gli chiese perché
stesse agendo così scioccamente. “Non essere sorpreso, mio
buon ragazzo” rispose il Dwarf; “non vedi il grande drago che
sta volando lassù? Ha rapito mio figlio ed io credo che Odino
stesso abbia mandato quel mostro a quello scopo. Ma io
morirò se perderò mio figlio.” Allora Thorston tirò al drago e lo
colpì sotto un‟ala, così che cadde morto a terra. Thorston prese
il figlio del Dwarf in aria e lo portò a suo padre.
Il Dwarf era molto felice, più di quanto si possa dire, e disse:
“Io devo ripagarti di un grosso bene, perché tu mi porti mio
figlio; ed ora scegli la tua ricompensa in oro ed argento.”
“Pensa a tuo figlio”, disse Thorston “io non sono solito
prendere ricompense per i miei servigi.” “Non sarebbe giusto
che io non ti ricompensassi” disse il Dwarf; “la mia camicia di
lana di pecora, che ti darò, pare un dono disprezzabile, ma non
sarai mai stanco quando nuoterai né sarai ferito se la
indosserai vicino alla tua pelle.”
Thorston prese la camicia e se la mise ed era di taglia perfetta,
anche se appariva troppo corta per il Dwarf. Il Dwarf allora
prese un anello d‟oro dal suo borsello e lo diede a Thorston,
dicendogli di averne molta cura e che fin quando avesse avuto
quell‟anello non gli sarebbe mai mancato il denaro. Prese
quindi una pietra nera e la diede a Thorston dicendo: “Se
nasconderai questa pietra nel palmo della mano nessuno ti
vedrà. Non ho molte altre cose da offrirti o che possano essere
preziose per te; tuttavia, ti darò una pietra del fuoco per il tuo
divertimento.”
Prese quindi la pietra fuori dal borsello con una punta
d‟acciaio. La pietra era triangolare, bianca su un lato e rossa
sull‟altro ed intorno aveva un bordo giallo. Il Dwarf disse
allora: “Se pungi la pietra con la punta dal lato bianco verrà
una tempesta di grandine tale che nessuno sarà in grado di
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guardarla; ma se vuoi fermarla, devi solo pungere la zona gialla
e verrà così tanto Sole che tutta la grandine si scioglierà. Ma se
dovessi pungere il lato rosso, allora arriverà tanto fuoco, con
scintille e crepitio, che nessuno sarà in grado di guardarlo.
Grazie a questa punta ed a questa pietra potrai anche ottenere
tutto ciò che vuoi, che arriverà da solo quando lo chiamerai.
Non posso darti altri regali del genere. “
Thorston allora ringraziò il Dwarf per i doni e ritornò dai suoi
uomini; e fu meglio per lui avere fatto quel viaggio che essere
rimasto a casa.
Thorston's Saga, c. 3, in Kampa Däter.
La spada Dwarf Tirfing
Suaforlami, il secondo in successione da Odino, era
imparentato con Gardarike (Russia). Un giorno uscì per
cacciare e cercò a lungo un cervo ma per tutto il giorno non
riuscì a trovarne. Quando il Sole stava tramontando, si trovò
immerso così profondamente nella foresta da non sapere dove
fosse. Alla sua destra vi era una collina e davanti ad essa vide
due Dwarfs; estrasse la spada contro di loro e gli impedì la
ritirata mettendosi tra loro e la roccia. Essi gli offrirono un
riscatto per le loro vite e lui chiese i loro nomi; uno di loro si
chiamava Dyren e l‟altro Dualin. Egli seppe allora che si
trattava dei due più abili ed esperti tra tutti i Dwarfs ed impose
perciò loro di forgiargli una spada, la migliore che potessero
fabbricare; l‟elsa sarebbe stata d‟oro e la cinghia dello stesso
metallo. Aggiunse che la spada non avrebbe mai dovuto
mancare un colpo e non avrebbe dovuto mai arrugginire;
avrebbe dovuto tagliare ferro e pietra, così come una veste; ed
in guerra e nel combattimento singolo avrebbe dovuto sempre
risultare vittorioso chi l‟avesse sfoderata. Queste erano le
condizioni alle quali egli avrebbe risparmiato le loro vite.
Il giorno fissato egli tornò ed i Dwarf uscirono a portargli la
spada; quando Dualin fu alla porta disse: “Questa spada sarà la
rovina per un uomo ogni volta che verrà estratta; e con essa
80
verranno commesse tre delle più grandi atrocità. Sarà anche la
tua rovina.” Allora Suaforlami colpì il Dwarf così forte che la
lama della spada penetrò nella solida roccia. Entrò così in
possesso di questa spada, che chiamò Tirfing, e la sguainò in
guerra ed in combattimento singolo e con essa fece a pezzi il
Gigante Thiasse e prese sua figlia Fridur.
Suaforlami venne ucciso poco tempo dopo dal Berserker (a)
Andgrim, che divenne quindi padrone della spada. Quando i
dodici figli di Andgrim combatterono con Hialmar e Oddur per
Ingaborg, la bella figlia di re Inges, Angantyr recava la
pericolosa Tirfing; ma tutti i fratelli vennero uccisi nel
combattimento e vennero sepolti con le loro armi.
Angantyr lasciava un‟unica figlia, Hervor, che quando crebbe si
vestì con panni da uomo e prese il nome di Hervardar,
unendosi ad una banda di Vikinger, pirati. Sapendo che Tirfing
giaceva sepolta con suo padre, ella decise di risvegliare il morto
ed ottenne la spada fatata; forse nulla nella poesia nordica
eguaglia in interesse e sublimità la descrizione del suo sbarco
solitario di sera nell‟isola di Sams, dove suo padre ed i suoi zii
giacevano nei tumuli sepolcrali e la sua ascesa notturna alle
tombe avvolte dalle fiamme (b) ed il suo ingresso con la forza e
l‟ottenimento dal riluttante Angantyr della formidabile Tirfing.
Hervor andò quindi alla corte di re Gudmund ed un giorno,
mentre stava giocando a tavolette con il re, ad uno dei servi
accadde di prendere ed estrarre Tirfing, che splendeva come
un raggio di Sole. Ma Tirfing non avrebbe mai dovuto vedere la
luce senza essere la rovina di un uomo ed Hervor, per un
impulso improvviso, balzò dalla sua sedia, gli strappò di mano
la spada e decapitò lo sfortunato uomo. Dopo questo, Hervor
ritornò a casa di suo nonno, Jarl Biartmar, dove riprese i panni
femminili e si sposò con Haufud, figlio di re Gudmund. Gli
diede due figli, Angantyr ed Heidreker, il primo di animo dolce
e gentile, il secondo violento e fiero.
Haufud non permise ad Heidreker di rimanere alla sua corte e
quando se ne andò sua madre, insieme ad altri doni, gli diede
Tirfing. Suo fratello lo accompagnò fuori dal castello. Prima
che partissero, Heidreker sguainò la sua spada per guardarla
81
ed ammirarla ma, non appena i raggi del Sole caddero sulla
lama magica, la furia Berserker prese il suo proprietario, che
uccise il suo gentile fratello.
Dopo questo avvenimento, egli si unì ad un gruppo di Vikinger
e divenne così famoso che re Harold, per l‟aiuto prestatogli, gli
diede in sposa sua figlia Helga. Ma era destino di Tirfing il
commettere crimini ed Harold cadde per mano del genero.
Heidreker andò quindi in Russia ed il figlio del re era suo figlio
adottivo. Un giorno in cui erano fuori a caccia, Heidreker e suo
figlio adottivo rimasero separati dal resto del gruppo ed
apparve loro davanti un cinghiale; Heidreker si lanciò contro
di lui con la sua lancia ma l‟animale la morse e la spezzò. Allora
estrasse Tirfing ed uccise il cinghiale ma, guardandosi intorno,
non riuscì a vedere altri che il figlio adottivo e Tirfing poteva
dunque essere lorda solo di sangue umano, avendo lui ucciso
lo sfortunato giovane. Infine, re Heidreker venne ucciso nel
suo letto dai suoi schiavi scozzesi, che gli rubarono Tirfing; ma
suo figlio Angantyr, che gli successe, li scoprì e li mise a morte
e recuperò la lama magica. In battaglia contro gli Unni fece poi
una grande mattanza, ma tra gli uccisi venne trovato suo
fratello Laudur. E così termina la storia della spada Dwarf
Tirfing. (c)
Come Alf, la parola Duergr ha mantenuto un posto nelle lingue
teutoniche. Dverg (d) è il termine che si usa ancora nel Nord; i
Germani hanno Zwerg e noi Dwarf (e) che non è tuttavia
sinonimo di Fata, com‟è Elf. Ihre rifiuta tutti gli etimi proposti
per essa come, per esempio, quello di Gudmund Andreae, θέοη
έργον, e con grande ragione.
Alcuni hanno pensato che per Dwarfs si dovessero intendere i
Finnici, gli abitanti originali del paese, che vennero fatto
sloggiare verso le montagne dagli Scandinavi e che
probabilmente eccellevano nell‟arte di lavorare le miniere e
produrre i loro oggetti metallici. Thorlacius, al contrario, pensa
che furono Odino ed il suo seguito, che vennero dal paese dei
Chalybes, a portare le arti della metallurgia in Scandinavia.
Forse il racconto più semplice sull‟origine dei Dwarfs è che,
nello spirito delle religioni antiche, i poteri sotterranei della
82
Natura dovevano essere personificati; gli autori del sistema,
osservando che le persone di bassa statura solitamente
eccellevano nelle arti e nell‟ingenuità, colsero l‟occasione di
rappresentare le creature che formavano i cristalli e
purificavano i metalli entro le viscere della terra di dimensioni
minute, cosa che corrispondeva meglio ai poteri ascritti loro di
scivolare attraverso le fessure e gli interstizi delle rocce e delle
pietre.
Osservazioni simili condussero alla rappresentazione dei
poteri terribili e selvaggi della Natura bruta sotto la forma di
enormi Giganti.
NOTE
(a) I Berserkers erano guerrieri che erano soliti infiammarsi di
tale collera e furia al pensiero del combattimento da mordere i
propri scudi, correre attraverso il fuoco, inghiottire carboni
ardenti e pazzie del genere. “Se fosse l‟avidità di lotta o la
ferocia della loro natura” dice Saxo “a portare loro questa
pazzia non è certo.”
(b) Le nazioni nordiche credevano che le tombe dei loro eroi
emettessero una sorta di fiamma scintillante che era sempre
visibile di notte e serviva a proteggere le ceneri dei morti; la
chiamavano Hauga Elldr, Fuoco Sepolcrale. Si credeva che
circondasse particolarmente quelle tombe che contenevano
tesori nascosti. - Bartholin, Contempt. a Dan. Morte, pag. 275.
(c) Hervarar Saga, passim. Tirfing Saga sarebbe il nome più
appropriato. Nell‟interesse poetico e romantico essa eccelle in
tutte le saghe nordiche.
(d) In Svedese Dverg contrassegna anche un ragno.
(e) Nell‟antica storia metrica svedese di Alexander appare la
parola Duerf. Il progeresso nella parola inglese è il seguente:
Anglosassone – da cui Dwerke:
A maid that is a messingere
And a Dwerke me brought here,
Her to do socoúr.
Lybeaus Disconus
infine Dwarf, come nell‟antico Svedese.
83
Le Fate Francesi
Porque faut-il s'd mer veiller
Que la raison la miteux sensée,
Lasse souvent do veiller,
Par des contes d'ogre et de fée
Ingénieusement bercée,
Prenne plaisir à sommelier?
Perrault.
La mitologia fatata francese si potrebbe dividere, rispetto alla
località, in due parti: quella del nord e quella del sud del paese,
la Langue d‟Oil e la Langue d‟Oc. Cominceremo con
quest‟ultima. In merito alla sua mitologia Gervase di Tilbury,
che risiedeva nel regno di Arles, ci ha lasciato alcuni particolari
interessanti ed altre autorità ci rendono in grado di seguirne le
84
tracce fino ad oggi. Parlando degli abitanti di Arles, Gervase si
esprime così:
“Essi affermano comunemente che i Drac assumono forma
umana e vanno presto al mercato pubblico senza disturbare
alcuno. Costoro, dicono, hanno la loro dimora nelle caverne
dei fiumi ed occasionalmente galleggiano lungo i corsi d‟acqua
sotto forma di anelli o coppe d‟oro, seducono donne o ragazzi
che si bagnano sulle rive del fiume: mentre essi si sforzano di
afferrare ciò che vedono, vengono improvvisamente attirati e
trascinati verso il basso; e questo accade soprattutto alle donne
in allattamento, che vengono rapite dai Drac per nutrire la loro
sfortunata prole. Talvolta, dopo che hanno passato sette anni
là, esse ritornano al nostro emisfero. Queste donne dicono di
avere vissuto con i Drac e le loro mogli in ampi palazzi, nelle
caverne e nelle rive dei fiumi. Noi stessi abbiamo visto una di
queste donne che venne rapita mentre stava lavando i panni
sulle rive del Rhone. Una coppa di legno le galleggiò accanto e
lei, essendo caduta nell‟acqua profonda nello sforzo di
afferrarla, venne trascinata giù da un Drac e divenne balia di
suo figlio sotto l‟acqua. Ritornò senza danni e venne
riconosciuta a malapena da suo marito e dai suoi amici dopo
un‟assenza durata sette anni.
Dopo il suo ritorno ella riferì cose meravigliose, come che i
Drac vivevano della gente che trascinavano con sé e si
mutavano in forme umane; ed ella disse che un giorno, quando
i Drac le diedero da mangiare un pasticcio d‟anguilla, le capitò
di posare le dita – che erano unte di grasso – su uno dei suoi
occhi e su un lato del volto ed immediatamente venne dotata
della vista migliore e più chiara sotto l‟acqua. Quando terminò
il terzo anno da quando era tornata alla sua famiglia, un
mattino molto presto incontrò il Drac al mercato di Beaucaire.
Lo riconobbe e, salutandolo, gli chiese della salute della sua
signora e del bambino. A questo il Drac rispose: „Harkye,‟ disse
„con quale occhio mi vedete?‟ Ella indicò l‟occhio che aveva
toccato con il grasso ed il Drac vi ficcò immediatamente dentro
un dito e così non fu più visibile a nessuno.”(a)
Riguardo ai Drac Gervase aggiunge inoltre:
85
“Vi è anche sulle rive del Rhone, sotto una casa al cancello
nord della città di Arles, un grande tonfano del fiume (punto
dove un fiume è profondo, n.d.t.)… In questi luoghi profondi,
si dice che spesso nelle notti chiare si vedano i Drac sotto
forma umana. Alcuni anni or sono, per tre giorni di seguito,
furono udite apertamente le seguenti parole nel luogo che ho
citato al di fuori dell‟entrata della città, mentre una figura
come di un uomo correva lungo la riva: „L‟ora è passata e
l‟uomo non arriva.‟ Il terzo giorno, circa alla nona ora, mentre
quella figura d‟uomo alzava la voce più del solito un giovane
corse semplicemente verso la riva, si tuffò e venne inghiottito
dalle acque; e la voce non venne più udita.”
La parola Drac deriva apparentemente da Draco, ma siamo
propensi a vederne l‟origine nel Nordico Duerg. Dobbiamo
ricordare che I Visigoti occuparono a lungo la Provenza e la
Langue d‟Oc. Apprendiamo che è tuttora in uso. Fa le Drac in
Provenzale significa Fairre le diable (b). Goudelin, un poeta
provenzale del XVII secolo, comincia il suo Castel en l’Ayre
con queste righe:
Belomen qu' yeu faré le Drac
Se jamay trobi dins un sac
Cinc o siés milante pistolos
Espessos como de redolos.
Anche il curioso racconto che segue appare nell‟opera di
Gervase e si potrebbe considerare appartenente alla Provenza:
“I marinai dicono che una volta, mentre una nave stava
viaggiando nel Mare Mediterraneo, che noi chiamiamo il
nostro mare, venne circondata da un numero immenso di
focene (delfini) e quando un giovane energico, uno
dell‟equipaggio, ne colpì una con un‟arma ed il resto di esse si
fu immerso rapidamente, una tempesta improvvisa e terribile
avvolse la nave. Mentre i marinai temevano per le proprie vite,
meraviglia! Un essere sotto forma di cavaliere sorse dal mare
su un destriero e chiese che, per salvare gli altri, gli venisse
consegnata la persona che aveva colpito la focena. I marinai
86
erano divisi tra il pericolo che stavano correndo e la loro
avversione ad esporre il loro compagno alla morte, cosa che
pareva loro molto crudele, e pensarono indegno il pensare alla
propria salvezza a spese della vita di un altro. Infine l‟uomo
stesso, giudicando meglio che si salvassero tutti al prezzo di
uno, siccome essi erano innocenti, e che così tanta gente stava
correndo il rischio di essere distrutta a causa della sua follia
difendendo lui e diventando così colpevoli, si offrì alla morte
che meritava e montò volontariamente sul cavallo dietro al
cavaliere, che si mosse sull‟acqua andando per la sua strada
come se fosse stata terraferma. In breve raggiunse una lontana
regione, dove trovò giacente in un magnifico letto il cavaliere
che egli aveva colpito il giorno prima sotto forma di focena.
Venne diretto dalla sua guida ad estrarre l‟arma che penzolava
dal suo fianco e, quando l‟ebbe fatto, la destra colpevole ebbe
aiutato il ferito. Fatto questo, il marinaio venne riportato
velocemente alla nave e restituito ai suoi compagni. Da allora i
marinai cessarono di cacciare le focene.” (c)
Gervase descrive anche il Coboldo, o Spirito della Casa, l‟Esprit
Follet o Goblin del Nord della Francia.
“Vi sono” egli dice “altri demoni, chiamati comunemente
Folletti, che abitano le case della semplice gente contadina e
non possono essere tenuti lontani né dall‟acqua né dagli
esorcismi; e, siccome non possono essere visti, essi colpiscono
la gente che entra dalla porta con pietre, rametti ed utensili
domestici. Le loro parole si odono come quelle degli uomini,
ma la loro forma non appare. Ricordo di avere incontrato
diverse storie meravigliose al loro riguardo nella Vita
abbreviata et miraculis beatissimi Antoninii.” (d)
Altrove (e) egli parla degli esseri che dice vengono chiamati
Lamie le quali, riferisce, sono solite entrare nelle case
improvvisamente, depredare il contenuto di brocche e mastelli,
pentole ed anfore, prendere fuori dalle culle i bambini,
accendere lampade o candele e talvolta opprimere coloro che
stanno dormendo.
O si è sbagliato Gervase o le Fadas del Sud della Francia
venivano considerate come esseri diversi dagli umani. La
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prima è probabilmente la supposizione più veritiera. Egli parla
di loro così:
“Questo, invero, sappiamo essere provato ogni giorno da
uomini oltre ogni sospetto: che abbiamo udito di alcuni che
sono stati amanti di fantasmi di questo genere che chiamano
Fadas; (f) e quando sposavano altre donne morivano prima di
consumare il matrimonio. Abbiamo visto che molti di loro, che
vivevano in grande felicità temporale, quando si allontanavano
dagli abbracci di queste Fadas o scoprivano il segreto non solo
perdevano la loro prosperità temporale ma anche il conforto di
una vita spregevole.” (g)
“Nella leggenda di San Armentaire, composta circa nel 1800 da
Raymond, un gentiluomo di Provenza, leggiamo della Feé
Esterelle e delle offerte a lei tributate perché era solita dare da
bere a donne sterili delle bevande per renderle fertili e di una
pietra chiamata La Lauza de la Fuda, che è la pietra fatata su
cui erano solite farle offerte.” (h)
Anche al giorno d‟oggi in Provenza e nei distretti adiacenti
pare perdurare la credenza nelle Fadas.
“La notte del 31 dicembre” dice Du Mege (i) “le Fées (Hadas)
entrano nelle dimore dei loro adoratori. Esse portano buona
sorte nella loro mano destra e cattiva sorte nella sinistra. E‟
stata posta cura nel preparare per loro un pasto a loro adatto in
una stanza pulita e tranquilla. Porte e finestre vengono lasciate
aperte; su una tavola viene messa una tovaglia bianca con una
pagnotta, un coltello, un bicchiere pieno d‟acqua o vino ed una
tazza. Al centro della tavola vi è un lumicino o una candela
accesa. E‟ credenza generale che coloro che presentano loro il
cibo migliore possano aspettarsi ogni sorta di prosperità per la
loro proprietà e la loro famiglia, mentre coloro che si mostrano
avari nel loro dovere verso le Fée o che trascurano di fare
preparazioni degne di queste divinità possono aspettarsi le più
grandi sfortune.”
Dal passaggio seguente del Roman de Guillaume au Cout-Nez
appare che il numero delle Hadas era tre:
Costume avoient le gens, par vérités,
Et en Provence et en autres régnez.
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Tables métoient et siéges ordenez,
Et sur la table iij blans pains bulétez,
Iij poz do vine et iij hé nez de lès
Et par encoste iert li enfès posez. (j)
Alcuni anni or sono una signora di nome Marie Aycard
pubblicò un libro intitolato “Ballades et Chants populaires de
la Provence”, due delle quali sembrano basate su leggende
popolari. Ella chiama una La Fée aux Cheveux Verts ed in essa
narra la storia di un giovane marinaio di Marsiglia che aveva
l‟abitudine di remare in mare da solo ogni sera. In una di
queste occasioni egli si sentì attratto verso il basso da una forza
invisibile e, raggiunto che ebbe il fondo marino, si trovò
all‟entrata di uno splendido palazzo, dove venne ricevuto da
una fata bellissima con i capelli verdi. Improvvisamente ella gli
confessò il suo amore, cui egli rispose come ella desiderava e,
dopo avere passato un poco di tempo assieme, ella lo congedò
dandogli due pesci, in modo che potesse giustificare la propria
assenza dicendo di essere andato a pescare. La stessa forza
invisibile lo riportò alla sua barca ed egli raggiunse la sua casa
all‟alba. Le dimensioni e la forma di questi pesci, tali che non si
erano mai visti, destarono la meraviglia generale, ma egli
temeva troppo la fata per rivelare il suo segreto. Un‟attrazione
invincibile continuava ad attirarlo al palazzo sottomarino, ma
infine egli vide una fanciulla il cui fascino dei suoi occhi
eclissava quello della fata. Egli abbandonò la riva del mare ma
ogni volta che si avvicinava alla sua signora riceveva un colpo
invisibile e veniva continuamente perseguitato da voci
minacciose. Alla fine sentì un irresistibile desiderio di andare
nuovamente per mare. Quando fu là venne attirato come in
precedenza verso il palazzo, ma ora la fata era cambiata e
dicendo: “Mi hai tradita – morirai” ella lo fece divorare dai
mostri marini. Altri racconti dicono però che ella lo tenne con
sé fin quando l‟età non ebbe solcato la sua fronte con le rughe e
quindi lo rimandò alla povertà sulla terra.
L‟altra leggenda, chiamata Le Lutin, racconta di come sette
ragazzini, a dispetto degli avvertimenti della loro vecchia
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nonna, andarono fuori di notte per varie occupazioni. Quando
uscirono, un grazioso cavallino nero gli si avvicinò ed essi
furono tutti indotti a montare sulla sua schiena. Quando
incontrarono qualcuno dei loro compagni di giochi, invitavano
anche loro a salire e la schiena del cavallino si allungò tanto
che alla fine ebbe su di lui non meno di trenta ragazzi. Corse
quindi fino al mare e, immergendosi, li fece tutti annegare. (k)
Passando ad Auvergne troviamo nel VI secolo Gregory di
Tours, che ci riferisce un evento accaduto durante la sua
giovinezza. Un mattino un uomo stava camminando nella
foresta, avendo preso tutte le precauzione per fare sì che la
colazione che portava con sé fosse stata benedetta prima che
uscisse. Giunto al fiume prima che fosse giorno, guidò il suo
carretto trainato da buoi nel traghetto (in ponte qui super
navem est) e, quando fu quasi a metà strada udì una voce dire:
“Giù con lui! Giù con lui! Veloce!” (Merge, merge, ne
moreris!), cui un‟altra rispose: “L‟avrei fatto senza che me lo
dicessi tu, se qualcosa di santo non me lo avesse impedito; devi
sapere che lui è rafforzato dalla benedizione del prete, perciò
non posso fargli del male.” (l)
Miss Costello (m) udì ad Auvergne la storia di un changeling
che la madre, sotto la direzione del Curé, portò al mercato,
dove lo frustò per bene fino a quando sua madre, La Fée du
Grand Cascade, le riportò il suo vero figlio. Ella riferisce anche
a grandi linee una leggenda che chiama La Blonde de la Roche,
in cui una giovane signora, istruita dalla sua balia, impara a
cambiare forma e così diviene compagna delle Fées, che sono
esseri di piccole dimensioni. In seguito, quando si sposa, esse
le portano via i suoi figli ma lei si industria per recuperarli.
“La Tioul de las Fadas è entro 5 leghe e mezzo da St. Flour, a
Pirols, un villaggio dell‟Haute Auvergne. E‟ composto da 6
grandi pietre grezze coperte da una settima, più larga e
massiccia delle altre; è lunga 12 piedi e larga 8 piedi e mezzo.
La tradizione riferisce che una Fée che amava fare pascolare le
sue pecore nel luogo occupato da questo monumento decise di
ripararsi dal vento e dalla pioggia. A questo scopo andò
lontano, molto lontano (bien loin, bien loin) in cerca di massi
90
di granito tali che sei mandrie di buoi non potessero spostarli e
diede loro la forma di una piccola casa. Si dice che portò il più
grande e pesante di essi sulla cima del suo perno e che il peso
la disturbava così poco che continuò a farlo rotolare in tal
modo per tutta la strada.” (n)
La leggenda che segue è tradizionale nel Périgord:
Circondato dalla foresta della regione di La Double, vicino alla
strada che porta da Périgueux a Ribérac, vi è un monumento
chiamato Roque Brun. Esso consta di quattro enormi rocce
poste a due a due in modo da formare un vicolo lungo 10 piedi
e largo6. Una quinta roccia, più alta e sottile delle altre, chiude
questo spazio ad ovest. Il tutto è coperto da un pesante masso
di roccia di almeno 12 piedi per 7 e spesso dai 3 ai 4 piedi. Non
può esservi dubbio sul fatto che sia opera dell‟uomo ed è
notevole il fatto che la pietra da cui è composto è diversa dal
suolo sopra cui sta. (o) La tradizione della regione, tuttavia,
dice che molte migliaia di anni fa vi era una Fée che regnava
sull‟intero paese ed avendo essa perso il proprio marito in una
battaglia combattuta in questo stesso luogo essa decise di
seppellirlo lì. Chiamò dunque sei dei suoi paggi e ordinò loro di
andare a prendere ognuna di queste pietre e di porle
nell‟ordine che tuttora mantengono.
Essi obbedirono all‟istante e portarono e sistemarono i grossi
massi con la stessa facilità che se fossero stati petali di rosa.
Quando la tomba fu completata, la Fata vi salì sopra e,
voltatasi verso est, con voce di tuono maledisse per tre volte
chiunque da quel momento avesse osato toccare il monumento
al suo sposo regale. I contadini ricordano tuttora molti esempi
di gente che osò farlo e venne punita. (p)
La tradizione fatata del Nord della Francia, o almeno della
Normandia, è, come è logico aspettarsi, simile a quella delle
altre parti della razza Goto-Germanica. Vi incontriamo le fées o
fate ed i lutin, o goblin, che corrispondono ai Coboldi, ai Nisse
ed altri simili di quelle nazioni. (q)
Le Fée sono fisicamente piccole e graziose; amano danzare di
notte e durante le loro danze, che sono effettuate in cerchio,
formano i Cercles del Fées, gli anelli fatati. Se qualcuno si
91
avvicina alla loro danza, viene irresistibilmente costretto a
prendervi parte. Viene ammesso con la più grande cortesia ma,
quando il movimento rotatorio aumenta e diventa sempre più
veloce, la sua testa viene presa da vertigini ed egli cade a terra
esausto. Talvolta le fées si divertono a farlo volare in aria ad
una grande altezza e, se non viene ucciso dalla caduta, egli
viene ritrovato la mattina seguente pieno di ferite. Queste
piccole creature si dice anche infestino le sorgenti solitarie,
dove lavano i loro panni che asciugano preferibilmente sulle
pietre druidiche, se a portata di mano, e stendono negli incavi
di rocce o tumuli, da ciò chiamati Chambres o Grottes del
Fées. Ma si dice anche che, come i Lutin, esse scelgano una
particolare fattoria che visitano durante la notte e qui, usando i
cavalli, le briglie ed utensili di vario genere, si impegnano in
vari tipi di lavori di cui, tuttavia, non rimangono tracce al
mattino. Essi amano montare e far galoppare i cavalli; si
siedono sul loro collo e prendono in mano parti della criniera a
formare le briglie. La loro presenza, tuttavia, porta sempre
fortuna: il bestiame prospera dove vi sono loro, gli utensili di
cui hanno fatto uso se rotti vengono riparati e resi come nuovi.
Essi sono inoltre molto gentili e cortesi e si sa che hanno
donato dei dolci a coloro che gli sono simpatici.
Le Fées della Normandia sono, come le altre, responsabili dello
scambio di bambini. Un giorno, mentre una contadina stava
portando il suo bambino in braccio incontrò una Fée che stava
facendo la stessa cosa e che le propose uno scambio. Ella non
accettò, nonostante pensasse che il bambino della Fée fosse
nove volte più bello del suo. Alcuni giorni dopo lasciò il
bambino in casa per andare a lavorare nei campi; al suo
ritorno le parve che fosse cambiato. Consultò immediatamente
una vicina la quale, per averne la prova, ruppe una dozzina di
uova e ne dispose i gusci davanti al bambino, che
immediatamente cominciò a gridare: “Oh! Quanti bei
contenitori di crema! Oh! Quanti bei contenitori di crema!”
Ora non vi erano più dubbi e la vicina le consigliò di farlo
piangere disperatamente allo scopo di attirare la sua vera
92
madre. Ed anche questo avvenne; la Fée arrivò implorando
loro di darle il bambino e rese quello vero.
Vi è un altro tipo di Fée conosciuto in Normandia con il nome
di Dames Blanches, le Signore Bianche, che hanno un
carattere meno benevolo. Esse si nascondono in luoghi
angusti, come burroni, guadi e ponti, dove i passanti non
possono evitarle, e qui cercano di attirare la loro attenzione.
La Dame Blanche talvolta chiede a colui che incontra in tal
modo di unirsi a lei in una danza o di sollevarla sopra ad una
tavola. Se egli lo fa, lei gli rende molte cortesie e quindi
svanisce. Una di queste signore, chiamata La Dame d‟Aprigny,
era solita apparire in un angusto e ventoso burrone che
occupava il luogo dell‟attuale Rue Saint Quentin a Bayeaux,
dove, con le sue danze, impediva a chiunque di passare. Nel
frattempo ella tendeva la mano, invitando il passante ad unirsi
a lei, e se egli lo faceva lei lo lasciava dopo uno o due giri; ma
se si sottraeva, ella lo afferrava e lo faceva volare in un fosso
pieno di spine e di rovi. Un‟altra Dame Blanche stazionava su
uno stretto ponte di legno sul Dive, nel distretto di Falaise,
chiamato il Pont d‟Angot. Sedeva su di esso e non permetteva a
nessuno di passare a meno che non andasse verso di lei in
ginocchio; se egli rifiutava, la Fée liberava i lutins, gatti, civette
ed altri esseri che, sotto il suo comando, infestavano il luogo e
faceva loro tormentare crudelmente il passante.
Vicino al villaggio di Puys, mezza lega a nord-est di Dieppe, vi è
un altopiano circondato da tutti i lati da grandi trincee, eccetto
che sopra il mare, dove le scogliere lo rendono inaccessibile.
Viene chiamato La Cité de Limes o La Camp de César o
semplicemente Le Catel o Castel.Narra la tradizione che le
Fées fossero solite tenere in questo luogo una fiera dove
venivano offerti in vendita ogni sorta di articoli magici dalle
loro botteghe segrete e, per indurre coloro che la
frequentavano a diventare acquirenti impiegavano le maniere
e le blandizie più cortesi. Ma nell‟istante in cui qualcuno
desiderava acquistare qualcosa ed allungava la mano per
prenderla, la perfida Fée lo afferrava e lo gettava giù dal
precipizio.
93
Questi sono i racconti sulle Fée che esistono tuttora in
Normandia. Ad essi potremmo aggiungere che la Dame
Abonde o Itabonde, attuale nel Medioevo. William di
Auvergne, vescovo di Parigi, che morì nell‟anno 1248, scrive
così:
“Sunt et aliae ludificationes malignorum spiritorum quas
faciunt interdum in nemoribus et locis amoenis, et frondosis
arboribus, ubi apparent in similtudine puellarum aut
matronarum ornatu muliebri et candido; interdum etiam in
stabulis, cum luminaribus cereis, ex quibus apparent
distillationes in comis et collis equorum et comae ipsorum
diligenter tricatae; et audies eos, qui talia se vidisse fatentur,
dicentes veram ceram esse quae de luminaribus hujusmodi
stillaverat. De illis vero substantiis quae apparent in domibus
quas dominas nocturnas et principem earum vocant
Dominam Abundiam pro eo quod domibus, quas frequentant,
abundantiam bonorum temporalium praestare putantur non
aliter tibi sentiendum est neque aliter quam quemadmodum
de illis audivisti. Quapropter eo usque invaluit stultitia
hominum et insania vetularum ut vasa vini et receptacula
ciborum discooperta relinquant, et omnino nec obstruent
neque claudant eis noctibus quibus ad domos suos eas credunt
adventuras; ea de causa videlicet ut cibos et potus quasi
paratos inveniant, et eos absque difilcultate apparitionis pro
beneplacito sumant. (r)
Dame Abonde viene menzionata nello stesso secolo anche nel
famoso Roman de la Rose come segue:
Qui les cinc sens ainsine decoit
Par les fantosmes qu'il recoit,
Dont maintes gens par br folie
Cuident estre par nuit estries (allés)
Errans avecques Dame Habonde.
Et dient que par tout le monde
Si tiers enfant de nacion (naisaance)
Sunt de ceste condicion,
Qu'ils vont trois fois en la semaine,
94
Li cum destinée lea maine (mène),
Et par tous ces ostex (hotels) se boutent,
Ne cles ne barres ne redoutent.
Ains sen entrent par lea fendaces (fentes)
Par châtierez et par crevaces.
Et se partent des cors les ames
Et vont avec lea bonnes dames
Par leur forains et par maisons.
Et le cuvent par tiex (ces) raisons:
Que les diversités veues
Ne sont pas en lor liz (lits) venues,
Ains (anzi It.) sunt lor ames que laborent
Et par le monde ainsinc sen corent. (s)
In questi luoghi scopriamo che Habundia è una regina o
governatrice di un gruppo di ciò che potremmo chiamare fate
che entra nelle case di notte, ivi festeggia, intreccia le criniere
dei cavalli, eccetera. Questo ci ricorda della Regina Mab di
Shakespeare la quale, nonostante venga paragonata ad
Habundia solo da un passaggio in Heywood (t), pensiamo
abbia derivato il proprio nome da quello di questa dama
francese (u). Chaucer, a questo proposito, compita sempre
habundance (abbondanza, n.d.t.) con una h, che potrebbe
essere diventata m come fa la n in Nimfe di Humphrey.
Il Lutin o Goblin (v) della Normandia differisce poco sotto
qualunque aspetto dallo spirito domestico della Scandinavia e
della Germania. Egli ama i bambini ed i cavalli e se il proverbio
Ou il y a belle fille et bon yin
Là aussi hante le lutin
non mente, anche le giovani fanciulle. Egli accarezza i bambini
e dà loro cose buone da mangiare ma li picchia e li pizzica se
sono dispettosi. (w) Si prende grande cura dei cavalli, talvolta
li fa galoppare e lutina le loro criniere, intrecciandole in
maniera inesplicabile. Invero, egli ama tanto il divertimento
che si dice che, quando una volta due giovani ragazze si
addormentarono in una stalla, egli glutinò i loro capelli in
95
maniera tale che dovettero tagliarli tutti. Talvolta il Lutin
prende la forma di un giovane del villaggio e se ne va in giro
impettito con grande autocompiacimento. In tali occasioni è
necessario chiamarlo Bon Garçon, una cosa che i contadini
della Normandia non dimenticano mai di fare. Altre volte
appare sotto forma di un cavallo già sellato ed imbrigliato. Se
un contadino, stanco del lavoro quotidiano, viene indotto a
montarlo per tornare a casa, egli comincia a calciare, a
sgroppare, ad impennarsi ed a saltare, gettandolo infine in un
acquitrino o in un fosso pieno d‟acqua. Quando assume questa
forma viene chiamato Le Cheval Bayard, probabilmente dal
famoso destriero del Paladino Rinaldo.
La tradizione seguente di “Le Lutin, ou le Fé amoureux” è
collegata ai dintorni di Argentan:
Un Fé amava una graziosa giovane paysanne ed era solito
andare a sedersi ogni sera, mentre lei filava accanto al fuoco,
su una sedia di fronte a lei e fissarla in volto. L‟ingrato oggetto
di questa rispettosa attenzione, tuttavia, disse tutto a suo
marito ed egli, nella sua gelosia, decise di vendicarsi
dell‟amoroso Lutin. Riscaldò quindi una cinta di metallo fino a
farla diventare bollente e la pose sul sedile che egli era solito
occupare, quindi, vestitosi con i panni di sua moglie e sedutosi
al suo posto, cominciò a filare come poteva. Il Fé giunse come
al solito ed immediatamente percepì il cambiamento. “Dov‟è”
disse “La-belle belle di ieri mattina che tende, tende e continua
sempre a girare mentre tu giri, giri e non tendi mai?” Egli,
tuttavia, andò a sedersi nel suo solito posto ma
immediatamente fece un balzo, urlando dal dolore. I suoi
compagni, che erano lì vicino, ne chiesero la causa. “Sono
bruciato” gridò lui. “Chi ti ha bruciato?” gli gridarono quelli.
“Io” rispose, perché questo era il nome che la donna gli aveva
detto essere del marito. Allora i suoi compagni lo derisero e se
ne andarono. (x)
Si dice che il modo migliore per scacciare un Lutin che infesta
una casa sia di sparger dei semi di lino nella stanza che
frequenta maggiormente. Il suo amore per la pulizia e l‟ordine
96
non gli permetterà di lasciarli lì ed in breve si stancherà di
raccoglierli e se ne andrà.
Un Lutin chiamato il Nain Rouge infesta la costa della
Normandia. E‟ a suo modo gentile con i pescatori e spesso dà
loro un notevole aiuto, ma punisce coloro che non lo trattano
con il debito rispetto. Due pescatori che vivevano vicino a
Dieppe stavano andando un giorno a Pollet. Lungo la strada
trovarono un ragazzino che sedeva a lato e gli chiesero cosa
facesse lì. “Mi sto riposando” rispose lui “perché sto andando a
Berneville (un villaggio ad una lega da Pollet). Essi lo
invitarono ad unirsi alla compagnia; egli accettò e li divertì
molto con i suoi trucchi. Infine, quando giunsero ad un
laghetto vicino a Berneville, il dispettoso folletto afferrò uno di
loro e lo fece volare come una pallina da volano in aria sopra di
esso; ma, con sua grande disdetta, lo vide atterrare sano e
salvo dall‟altra parte. “Ringrazia il tuo Santo protettore” gridò
con la sua voce incrinata “che ti ha messo in testa di prendere
dell‟acqua santa quando questa mattina ti sei alzato. Se non
fosse stato per questo, avresti fatto un bel tuffo.”
Un gruppo di bambini stava giocando sulla sabbia a Pollet
quando il Petit Homme Rouge arrivò. Essi cominciarono a
prendersi gioco di lui ed egli cominciò immediatamente a
colpirli con delle pietre al punto tale che essi dovettero cercare
rifugio in un peschereccio dove, per lo spazio di un‟ora, mentre
erano rannicchiati sotto coperta, udirono il fragore delle pietre
che cadevano, tanto da pensare che di certo la barca ne sarebbe
stata sepolta. Infine il rumore cessò e, quando si
avventurarono a sbirciare fuori, non videro nemmeno una
pietra.
In Normandia vi sono anche degli spiriti chiamati Lubins, che
prendono la forma di lupi ed entrano nelle chiese sotto la guida
di un capo quasi nero. Sono molto timidi ed al minimo rumore
fuggono, gridando “Robert est mort! Robert est mort!” La
gente dice di un uomo timoroso “Il a peur de Lubin”. (y)
Una credenza in Fées simili a quelle che abbiamo chiamato
Fate da Romanzo pare avere avuto molta fama in tutta la
Francia del Medioevo.
97
Il grande Bertrand Duguesclin sposò una signora chiamata
Tiphaine, “extraite do noble lignée”, dice il suo antico biografo,
“la quille avoit environ vingt-quatre ans, ne onques n'avoit été
mariée et éstoit bonne et sage, et moult experte aux arts
d'astronomie; aucuns dis oient qu'elle éstoit faée mais non
éstoit, mais éstoit sinsi inspirée et de la Grâce de Dieu.”
Uno dei principali articoli dell‟accusa contro l‟eroica e
sfortunata Fanciulla di Orlean fu “que souvent alloit à une
belle fontaine au pais de Lorraine, laquelle elle nommoit bonne
fontaine aux Fées nostre Seigneur, et en icelui lieu tous ceulx
de pays quand ils avoient fiebvre ils alloient pour recouvrer
garison, et Ia alloit souvent la dite Jehanne la Pucelle, sous un
grand arbre qui la fontaine ombroit, et s'apparurent à elle St.
Katerine et St. Marguerite.” (z) Le venne anche chiesto “si elle
sçait rien de ceux qui vont avec les Fées? ”
Di questa Fée la più conosciuta é Melusina, che era sposata al
Conte di Lusignan. Verso la fine del XIV secolo, Jean d‟Arras
raccolse le tradizioni che la riguardavano e compose ciò che
chiamò la sua “Cronaca”. Stephen, un Domenicano della casa
di Lusignan, riprese la storia scritta da Jean d‟Arras, diede a
questa eroina una consistenza ed uno splendore tali che
diverse case nobiliari fecero a gara per dimostrare di
discendere da lei. Quelle dei Luxembourg e dei Rohan
falsificarono addirittura le loro genealogie a tale scopo e la casa
dei Sassenage, nonostante si dichiarasse discendente da un
monarca, preferì Melusina e per compiacerli venne inventato
che quando ella lasciò Lusignan si ritirò nella grotta dei
Sassenage, nel Dauphiny.
Quella che segue è una breve sequenza della storia della bella
Melusina. (aa)
Ange par la figure, et serpent par le reste. De Lille
98
La leggenda di Melusina
Elinas, re dell‟Albania, per distrarsi dal dolore per la morte di
sua moglie si divertiva cacciando. Un giorno, alla caccia, giunse
ad una fonte per spegnere la propria sete; non appena le si
avvicinò udì la voce di una donna cantare e, giuntovi, trovò là
la bella Fata Pressina.
Dopo un po‟ di tempo la Fata gli concesse la propria mano a
condizione che egli non l‟avrebbe dovuta guardare al tempo del
parto. Ella ebbe tre figlie gemelle: Melusina, Melior e Palatina.
Nathas, figlio del re avuto da una moglie precedente, si affrettò
a comunicare la bella notizia al padre il quale, senza riflettere,
corse verso la stanza della regina ed entrò mentre ella stava
lavando le figlie. Pressina, vedendolo, gridò che non aveva
mantenuto la parola e che ella sarebbe dovuta andare via; e,
prendendo le sue tre figlie, scomparve.
Si ritirò nell‟Isola Sperduta (1), così chiamata perché solo per
caso anche coloro che l‟avevano visitata più volte l‟avevano
trovata. Qui allevò le sue figlie, portandole ogni mattina ad
un‟alta montagna da cui si poteva vedere l‟Albania e dicendo
loro che se non fosse stato perché il loro padre aveva mancato
alla sua parola esse sarebbero vissute felicemente in quella
terra lontana che vedevano. Quando ebbero 15 anni, Melusina
chiese alla madre di cosa in particolare si fosse reso colpevole il
loro padre. Informata del fatto, ella concepì l‟idea di
vendicarsi. Insieme alle sorelle andò in Albania; là giunte,
presero il re e tutte le sue ricchezze e, grazie ad un
incantesimo, li rinchiusero all‟interno di un alto monte,
chiamato Brandelois. Quando dissero alla madre ciò che
avevano fatto ella, per punirle di questa loro azione innaturale,
condannò Melusina a divenire ogni sabato un serpente dalla
vita in giù fino a quando non avrebbe incontrato un uomo che
l‟avrebbe sposata a condizione di non vederla mai il sabato ed
avesse mantenuto la sua promessa. Inflisse alle sue due sorelle
altre punizioni meno severe, in proporzione alla loro colpa.
Melusina andò vagando per il mondo in cerca dell‟uomo che
99
l‟avrebbe salvata. Attraversò la Foresta Nera e quella delle
Ardenne ed infine giunse alla foresta di Colombiers, nel
Poitou, dove tutte le Fate dei dintorni erano giunte prima di lei
e le dissero che la stavano attendendo affinché regnasse in quel
luogo.
Avendo Raymond accidentalmente ucciso il Conte suo zio,
scagliando erroneamente la sua lancia, stava girando di notte
nella foresta di Colombiers. Arrivò ad una fonte che nasceva ai
piedi di un‟alta roccia; questa fonte veniva chiamata dalla
gente la Fonte della Sete o la Fonte delle Fate (2) a causa delle
molte cose meravigliose che vi erano accadute nei pressi.
Quando Raymond giunse alla fonte, vide tre Fate che si
stavano divertendo là alla luce della Luna, la principale delle
quali era Melusina. La sua bellezza ed i suoi modi amabili
conquistarono ben presto il suo amore: ella lo adulò, celò ciò
che lui aveva fatto e lo sposò, promettendo lui e giurando che
non avrebbe mai desiderato di vederla di sabato. Ella lo avvertì
che la rottura del suo giuramento l‟avrebbe privata di lei che
amava tanto e sarebbe stato seguito dall‟infelicità di entrambi
per tutta la vita. Grazie alla sua grande ricchezza, ella costruì
per lui nei dintorni della Fonte della Sete, dove per la prima
volta egli l‟aveva vista, il castello di Lusignan. Costruì anche La
Rochelle, Cloitre Malliers, Mersent ed altri luoghi.
Ma il destino, che voleva Melusina rimanesse sola, era contro
di lei. Il matrimonio venne reso infelice dalla deformità dei
figli nati da una donna incantata; tuttavia, l‟amore di Raymond
per quella bellezza che incantava il cuore e gli occhi non ne
rimase scosso. Il destino rinnovò quindi i suoi attacchi. Il
cugino di Raymond gli mise il tarlo della gelosia e del sospetto
insinuando cattiverie sul motivo del ritiro del sabato della
Contessa. Egli si nascose e quindi vide che l‟amabile forma di
Melusina terminava nella parte inferiore in un serpente grigio
e blu cielo, mescolato al bianco. Ma non fu preso da orrore a
quella vista, bensì da infinita angoscia al pensiero che aveva
infranto il suo giuramento ed avrebbe così potuto perdere per
sempre la sua amata sposa. Questa sfortuna, tuttavia, non
sarebbe giunta tanto presto se suo figlio, Geoffroy con il dente
100
(3) non avesse bruciato il fratello Freimund, che dimorava
nell‟abbazia di Malliers, insieme all‟abate e ad un centinaio di
monaci. Il suo afflitto padre, il Conte Raymond, quando la
moglie Melusina entrò nella stanza per confortarlo proruppe in
parole contro di lei davanti a tutti i cortigiani che la seguivano:
“Vai fuori dalla mia vista, tu, pernicioso e odioso serpente! Tu,
contaminatrice della mia razza!”
La paura di Melusina si era ora avverata ed il male che aveva
temuto così a lungo si era ora abbattuto impavidamente su di
loro. A questi rimproveri ella si sentì mancare; quando infine si
riprese, piena del più profondo dolore, gli disse che ora se ne
sarebbe dovuta andare via e, obbedendo al decreto del destino,
scomparve dalla terra piena di dolore e sofferenza, come uno
spettro, fino al giorno del giudizio; e da allora solo quando
qualcuno della sua razza stava per morire a Lusignan ella
diveniva visibile.
Nell‟andarsene, queste furono le sue parole:
“Ma una cosa vi dirò prima di andarmene, che voi e coloro che
per più di cento anni vi succederanno saprete che ogni volta
che verrò vista sul castello fatato di Lusignan in quello stesso
anno il castello avrà un nuovo signore; e, nonostante si possa
non percepirmi nell‟aria, tuttavia mi si vedrà presso la Fonte
della Sete e così sarà fino a quando il castello rimarrà onorato
ed in prosperità – particolarmente il venerdì prima che il
signore del castello muoia.”
Immediatamente, con pianti ed alti lamenti, ella lasciò il
castello di Lusignan (4) e da allora esistette come spettro della
notte. Raymond morì da eremita a Monserrat.
Il sindaco di Boissieu dice (5) che ella scelse come suo ritiro
una delle montagne di Sassenage, vicino a Grenoble, a causa di
certi ruscelli che vi erano là ed a cui ella comunicò una virtù
che li rese a tutt‟oggi una delle sette meraviglie di Dauphiné.
Essi sono due, di grande bellezza, e sono scavati così
ammirevolmente nella roccia che è facile comprendere come
non siano opera della semplice natura. La virtù che Melusina
comunicò loro fu quella di annunciare per mezzo dell‟acqua
che contengono l‟abbondanza o la scarsità del raccolto.
101
Quando vi dovrà essere un raccolto abbondante, essa cresce
oltre gli argini e straripa; in anni medi i ruscelli sono pieni a
metà e quando vi saranno raccolti scarsi essi saranno
pressoché asciutti. Uno di questi ruscelli è consacrato al grano
e l‟altro al vino.
In Francia era grande la credenza popolare che ella fosse solita
apparire in quella che veniva chiamata la torre di Melusina
ogni volta che uno dei signori della razza di Lusignan stava per
morire; e, da quando la famiglia si estinse ed il castello passò
alla corona, ella venne vista ogni volta che un re di Francia
stava per lasciare questa vita. Mézeray ci informa di essere
stato rassicurato sulla realtà delle apparizioni di Melusina su
questa torre prima della morte di un Lusignan o di un re di
Francia da gente di buona reputazione e che non era in alcun
modo credulona. Ella appariva in abiti da lutto e continuava
per lungo tempo ad emettere i lamenti più strazianti.
Il passaggio che segue appare nel Brantôme's Eloge del Duca
di Montpensier, che nel 1574 distrusse Lusignan e diverse altre
fortezze degli Ugonotti:
“Udii, più di quarant‟anni or sono, un vecchio veterano dire
che quando l‟Imperatore Carlo V giunse in Francia lo
portarono vicino a Lusignan a cacciare cervi, siccome ve ne era
grande abbondanza nei bellissimi parchi antichi della Francia;
egli non si stancava mai di ammirare e lodare la bellezza, le
dimensioni ed il chef d'ceuvre di quella casa costruita, per di
più, da una signora di cui si fece narrare diverse storie favolose
che sono piuttosto comuni anche tra le buone vecchie che
lavavano i panni alla fonte e di cui anche la regina Caterina de‟
Medici, madre del re, chiese ed ascoltò. Alcuni le dissero che
talvolta erano soliti vederla arrivare presso la fonte per farvi il
bagno sotto forma di una bellissima donna ed in vesti da
vedova. Altri dissero che erano soliti vederla, ma molto
raramente, il sabato sera (poiché in quello stato ella non
permetteva che la vedessero) mentre faceva il bagno, con metà
del corpo di una bellissima donna e l‟altra metà terminante in
un serpente; altri che ella era solita apparire sulla cima della
grande torre in una forma molto bella e come serpente. Alcuni
102
dissero che quando stava per abbattersi un grande disastro sul
regno o un cambiamento di regnanti o una morte o una
sfortuna tra i suoi parenti (di Melusina), che erano le persone
più importanti della Francia ed erano re, tre giorni prima ella
veniva udita gridare con un grido terribile e spaventoso per tre
volte.
“Questo viene considerato assolutamente vero. Diverse
persone del luogo, che lo hanno udito, ne danno testimonianza
e ne tramandano il ricordo di padre in figlio; e dicono che,
anche quando vi fu un assedio, molti soldati e uomini d‟onore
che erano là lo udirono. Ma fu quando venne dato l‟ordine di
buttare giù e distruggere i suoi castelli che ella emise le sue
grida ed i suoi lamenti più alti. Questo è assolutamente vero,
secondo quanto dicono persone degne d‟onore. Da allora ella
non è più stata udita. Alcune vecchie mogli, tuttavia, dicono
che ella è apparsa loro ma molto raramente.”
Jean d‟Arras dichiara che Serville, che difese il castello di
Lusignan per gli Inglesi contro il Duca di Bern, giurò sul uso
onore a quel principe “che tre giorni prima della resa della
fortezza entrò nella sua stanza, nonostante le porte fossero
chiuse, un grosso serpente inanellato di bianco e blu che venne
a sbattere la cosa diverse volte contro i piedi del letto dov‟egli
stava giacendo con la moglie, che non se ne spaventò punto
nonostante il marito se ne spaventasse invece grandemente; e
che quand‟egli estrasse la spada il serpente mutò in una donna
e gli disse: Come, Serville, voi che avete partecipato a così
tanti assedi e battaglie avete paura! Sappiate che io sono la
signora di questo castello, che ho costruito, e che dovrete
arrendervi molto presto.” Quando ebbe terminato queste
parole riassunse la forma di serpente e strisciò via così
velocemente che egli non riuscì a percepirlo.” L‟autore
aggiunge che il principe gli disse che altra gente degna di fede
gli aveva giurato di averla anch‟essi vista nello stesso momento
in altri luoghi dei paraggi e nella stessa forma.
L‟antico castello di Pirou, sulla costa del Cotentin, nella Bassa
Normandia, similmente deve la sua origine alle Fées (6).
103
Queste erano figlie di un grande signore della zona, il quale era
un famoso mago. Esse costruirono il castello molto tempo
prima delle invasioni degli Uomini del Nord e dimorarono lì in
pace ed unità. Ma, quando questi pirati cominciarono a fare le
loro scorrerie sulla costa, le Fées, temendo la loro violenza, si
mutarono in oche selvatiche e così trovarono scampo. Tuttavia,
non abbandonarono completamente il loro castello, in quanto
gli anziani del luogo affermano che ogni anno, il primo di
marzo, uno stormo di oche selvatiche ritorna a prendere
possesso dei nidi che avevano costruito per se stesse nei muri.
Si dice anche che quando un figlio maschio nasceva
nell‟illustre casa dei Pirou, i maschi di queste ogni, mostrando
il loro migliore piumaggio grigio, camminavano impettiti in
giro per i pavimenti delle corti del castello mentre, se era una
bambina, le femmine, con piume più bianche della neve,
precedevano i maschi. Se la nuova nata sarebbe divenuta
suora, si notava che una di loro non si univa alle altre ma si
manteneva da sola in un angolo, mangiando poco e sospirando
profondamente.
Le tradizioni che seguono sono collegate ai castelli di Argouges
e Rânes, in Normandia (7):
uno dei signori di Argouges, un giorno in cui era fuori a caccia
incontrò un gruppo di venti signore di rara bellezza, tutte
sopra a palafreni bianchi come neve. Una di esse pareva essere
la regina ed il signore di Argouges se ne innamorò così
profondamente e repentinamente da offrirsi subito di sposarla.
Questa signora era una fée che in passato aveva protetto
segretamente per lungo tempo il Sire d‟Argouges ed aveva
anche fatto in modo che egli riportasse la vittoria in un
combattimento con un terribile gigante. Siccome amava
l‟oggetto delle sue attenzioni, ella accettò volentieri la sua
offerta ma con la specifica condizione che egli non avrebbe mai
pronunciato in sua presenza il nome della morte. Una
condizione così lieve non causò difficoltà; il matrimonio ebbe
luogo sotto i più felici auspici e degli amabili bambini
coronarono la loro unione. Accadde tuttavia, con il tempo, che
un giorno la coppia si stesse preparando a presenziare un
104
torneo. La signora ci stava mettendo molto ad effettuare la sua
toilette ed il marito la attendeva con impazienza. Alla fine ella
fece la sua comparsa. “Bella signora,” disse lui quando la vide
“sareste una persona adatta ad essere inviata alla morte per
prendersi gioco di lei, perché ci mettete molto a mostrarvi.” (8)
Ebbe appena pronunciato la parola fatale quando, emettendo
un grido straziante come se fosse stata realmente colpita dalla
morte, la fée scomparve, lasciando l‟impronta della sua mano
sulla porta. Ella arriva ogni notte vestita di bianco e vaga per il
castello emettendo sospiri profondi e continui, tra cui si può
udire in tono funereo Morte! Morte!
La medesima leggenda, come abbiamo detto, è collegata al
castello di Rànes dove, tuttavia, fu sulla cima di una torre che
la fèe svanì lasciando, come Melusina, l‟impronta del suo piede
sui bastioni, dove può essere ancora vista.
Come spiegazione della leggenda precedente M. Pluque
osserva che durante l‟assedio di Bayeux da parte di Enrico I,
nel 1106, Robert d‟Argouges vinse in singolar tenzone un
Germanico di alta statura e che la corona della casa degli
Argouges è la Fede, sotto forma di una donna nuda fino alla
cintola seduta su una corteccia con il motto, o grido di guerra,
A la Fé! ( à la foi!), che la gente pronuncia A la Fée!
Queste sono le genuine Fate francesi. Sull‟onda del revival
della cultura esse appaiono essere cadute nel dimenticatoio,
finchè il loro ricordo viene svegliato dall‟apparizione della
traduzione della storie italiane di Straparola, molte delle quali
appaiono essere divenute famose tra la gente; ed alla fine del
XVII secolo il Contes del Fées di Perrault, Madame d‟Aulnoy
ed i loro imitatori e successori hanno dato loro fama in tutta
Europa. Queste storie sono troppo ben conosciute ai nostri
lettori perché noi facciamo alcuna osservazione in merito.
NOTE
(a) Otia Imperialia, pag. 987.
(b) Come l‟Irlandese Play me Puck.
(c) Otia limper. pag. 981; non sembra che la dimora di questi
cavalieri-focene fosse sotto l‟acqua.
105
(d) Otia Imper. pag. 897. Orthone, lo spirito della casa che
secondo Froissart si prendeva cura del Signore di Corasse, in
Guascogna, ricorda Hinzelmann in molti punti.
(e) Ibid.
(f) Hujusmodi larvarum. Egli pone i Fadas con i Silvani e Pan.
(g) Pag.989. Parlando del meraviglioso cavallo di Giraldus de
Cambreriis, Gervase disse: Si Fadus e'rat e dice Leibnitz,
incantatus, ut Fadae, Fatae, Fées.
(h) Cambry, Monumens Celtique, pag.342. L‟autore dice che
Esterelle, come tutte le Fate, era la Luna. Di questo dubitiamo
molto. Egli deriva il suo nome dal Bretone Escler, luminosità,
Lauza da Lac’h (l‟Irlandese Orologio), una pietra piatta.
(i) Monuments religieux des Voices Tectosages, ap. Mile,
Bosquet, Normandie, etc., pag.92.
(j) Vedere Leroux de Lincy, ap. Mile, Bosquet, pag.93, che
aggiungono “nella Bassa Normandia, nei dintorni di Bayeux,
non dimenticano mai di lasciare una tavola per il genio
protettore del bambino che sta per nascere.” Vedere la nostra
nota su Virg. Buc. IV, 63. In una raccolta di decreti dei Concili
fatta da Burchard di Worms, che morì nel 1024, leggiamo
quanto segue: “Fecisti, ut quaedam mulieres in quibusdam
temporibus anni facere solent, ut in domo tua rnensam
praepares et tuos cibos et potum cum tribus cultelluis supra
mensam poneres, ut si venissent tres illae sorores quas
antiqua posteritas et antiqua stultitia. Parcas nominavit, ibi
reficirentur... ut credens illas quas tu dicis esse sorores tibi
posse aut hic aut in futuro prodesse? ” Grimm, Deut. Mythol.
Anhang, pag. xxxviii, dove viene detto anche che queste Pares
possono dare ad un uomo al momento della sua nascita il
potere di divenire un lupo mannaro. Tutto ciò non prova
tuttavia che essi fossero origine delle Fées.
(k) Questo ci ricorda il Neck o il Kelpie più sopra. Pare
confermare la nostra teoria sui Visigoti.
(l) Greg. Tur. De Glor. Confess. ch. xxxi., ap. Grimm, pag.466.
(m) Pilgrimage to Auvergne, ii. pag.294, seq.
(n) Cambry, Monuments Celtiques, pag.232.
106
(o) Si tratta evidentemente di un cromleach.Ciò che viene
detto sulla natura delle pietre è valido anche per Stonehenge.
(p) Lettres de Madame S. à sa Fille, Périgueux, 1830, di M.
Jouannet of Bordeaux.
(q) Vedere Mile, Bosquet, La Normandie Romanesque et
Merveilleuse, e le opera citate da questa erudite ed ingegnosa
signora. Ciò che segue è così estremamente simile a ciò che
abbiamo visto in precedenza della Korrigan dell‟adiacente
Britannia (in altro volume, n.d.t.) che speriamo essa abbia
avuto cura di non trasferire alcuna delle sue caratteristiche alle
sue Fées.
(r) Opera i. 1036; Paris, 1674, ap. Grimm, Deut. Mythol. p.
263.
(s) Ap. Grimm, ut sup. Douce (Ill, di Shak. i. 382) fu, crediamo,
il primo a dirigere l‟attenzione verso Abundia. Egli cita da
un‟antica fabliau:
Ceste richesse nus abonde,
Nos l'avons de par Dame Abonde.
(t) Un tipo di quelle che gli Italiani chiamano Fate
Fée i Francesi; noi Sybils e le stesse
Altre Ninfe Bianche;
e coloro che le hanno viste
alcune Signore della Notte, di cui Habundia è regina.
Hierarchie, viii. pag.507.
(u) Mr. Thoms preferisce una derivazione dal Cimrico Mab,
ragazzo, bambino.
(v) Non vi sono derivazioni soddisfacenti di Lutin, perché non
possiamo considerare come fa Grimm che à luct,. Gobelin,
Goblin, o Goubelin siano evidentemente la stessa cosa del
Folletto Coboldo (da fol, fou) e Farfadet, bensì altri nomi. Sia
Gobelin che Lutin erano in uso nell‟XI secolo. Orderic Vitalis,
parlando del demone che San Taurino scacciò dal tempio di
Diana, dice Hunc vulgus Gobelinum appellat e Wace (Roman
de Rou, v. 9715) dice del familiare del vescovo Manger, che
scomunicò il Conquistatore, Ne sei s'esteit lutin ou non.
107
(w) Le madri minacciano insieme a lui anche i propri bambini.
Le gobelin vous mangera, le gobelin vous emportera. Père~
L'ABBE, Etymologie, i. pag. 262.
(x) In un‟altra storia francese un uomo, per sconfiggere una
Fée, si mise i vestiti della propria moglie e stava cullando il
bambino ma, quando entrò, ella disse: “Non, tu ne point la
belle d'hier au soir, tu ne files, ni ne vogues, ni ton fuseau ne
t'enveloppes” e, per punirlo, mutò alcune mele che stavano
arrostendo sul focolare in piselli. Schreiber ap. Grimm,
pag.385.
(y) Lubin potrebbe essere un‟altra forma di Lutin ed essere
collegato con l‟Inglese Lob. E‟ simile che il loup possa avere
fornito l‟occasione all‟immaginazione per prendere la forma
lupina.
(z) Chattier.
(aa) Histoire de Mélusine, tirée des Chroniques do Poftou,
Paris, l698; Dobenek, Des Deutschen Mittelalter und
Volksglauben.
(1) i. e. Cephalonia.
(2) Viene oggigiorno (1698) chiamata in maniera corrotta La
Font de Sée ed ogni anno, nel mese di maggio, nel prato vicino
si tiene una fiera in cui i pasticcieri vendono figure di donne
bien coiffées chiamate Merlusines.
(3) Una zanna di verro proiettata fuori dalla sua bocca.
Secondo Brantôme una sua immagine intagliata nella pietra
era nel portale della torre di Melusina, che venne distrutta nel
1574.
(4) Alla sua partenza ella lasciò l‟impronta del piede sulla
roccia di una delle finestre, dove rimase fino a quando il
castello venne distrutto.
(5) Nel suo poema su Melusina dedicato a Christina di Svezia.
(6) M.lle Bosquet, ut sup. pag.100.
(7) M.lle. Bosquet, ut sup. pag.98. Il castello di Argouges è
vicino a Bayeux, quello di Rànes nei dintorni di Argentan.
(8) Questa espressione proverbiale si ritrova in varie lingue.
Vedere Grimm, Deut. Mythol., pag.802.
108
Le Fate Medioevali
Ecco quel che le carte empion di sogni,
Lancillotto, Tristano e gli altri erranti,
Onde convien che il volgo errante agogni.
Petrarca
Ci sforzeremo ora di rintracciare la fonte delle storie
romantiche e meravigliose dell‟epoca. Senza una debita
considerazione della materia, si potrebbe immaginare che le
storie di materiali e poteri combinati siano infinite; tuttavia
una riflessione, per quanto lieve, ci convincerà che anche qui vi
possa essere un plagio, che nella maggioranza dei casi ve ne
possa essere il sospetto. Incontriamo le più belle espressioni
poetiche e simili della letteratura occidentale quando volgiamo
la nostra attenzione all‟Est e colpisce l‟analogia che pervade le
storie e le leggende di ogni regione. Esiste un alto grado di
probabilità che le lussuose storie dell‟Est siano state prodotte
su base europea, giungendo attraverso la Spagna e la Siria. La
poesia ed il romanzo del Medioevo sono notoriamente più
ricche di dettagli e di inventiva degli sforzi migliori di Grecia e
Lazio; l‟isola di Calipso, per esempio, è in bellezza e varietà
molto inferiore ai rifugi delle fate del romanzo. Da dove
nascono queste differenze? Senza dubbio
quando l’antica cavalleria mostrava
la pompa dei suoi eroici giochi
e cavalieri con i cimieri e dame intessute
si radunavano al richiamo
in qualche castello fiero con la sala dall’alto arco,
grande pompa e splendore saltava all‟occhio del menestrello e
del romanziere, tale quale mai i bardi delle semplici
repubbliche dei tempi antichi avevano veduto, e questo
potrebbe essere la causa della differenza tra la poesia
dell‟Europa dell‟antichità e del Medioevo.
109
Tuttavia, scopriamo in quest‟ultima un orientalismo che ci
potrebbe indurre ad accettare l‟ipotesi che le storie e le usanze
dell‟Est siano state trasmesse anticamente all‟Ovest; ed è molto
probabile che, insieme ad usi di vita più splendidi, si sia aperta
la strada ad un uso più diffuso delle belle storie aperte ai poteri
plastici della fantasia. Le storie dell‟Arabia sono state
indubitabilmente conosciute in Europa fin dall‟antichità. La
storia di Cleomades e Claremonde, scritta nel XIII secolo (a),
non solo ricorda ma è proprio la storia del Cavallo Incantato
delle Mille e Una Notte. Un‟altra storia della stessa raccolta, le
due sorelle che invidiavano la sorella più giovane, si può
trovare in Straparola ed è una storia famosa anche in
Germania; e, nel Pentamerone ed in altre raccolte di storie
pubblicate molto prima dell‟apparizione della traduzione di M.
Galland di quelle orientali, si possono riconoscere numerose
tracce di origine orientale. Le strade principali per cui sono
giunte si possono dimostrare facilmente. La necessità del
commercio e dei pellegrinaggi alla Mecca hanno causato un
costante interscambio tra i Mori della Spagna ed i loro
correligionari dell‟Est; ed i Veneziani, che erano padroni della
Candia, perseguirono un estensivo commercio con la Siria e
l‟Egitto. E‟ degno di nota che le Notti Piacevoli di Straparola
furono pubblicate per la prima volta a Venezia e che Basile,
l‟autore del Pentamerone, visse la propria giovinezza in Candia
ed in seguito visse molto tempo a Venezia. Infine, i pellegrini
erano noti narratori di meraviglie ed ognuno di essi, dopo
avere visitato la Terra Santa, era ansioso di immagazzinare
nella propria memoria queste ricchezze, la diffusione delle
quali procurava loro attenzione ed ospitalità nelle case.
Pensiamo perciò che il romanzo europeo possa dovere, se non
il nome, alcuni degli attributi e degli atteggiamenti delle sue
Fate all‟Asia. Questo particolarmente nel caso delle storie
composte o messe in prosa nel XIV, XV e XVI secolo, perché
nei secoli precedenti la mitologia fatata è stata introdotta con
molta maggiore parsimonia.
Ma, accanto ai prototipi classici ed orientali delle sue Fate, il
romanzo potrebbe averne avuto uno aggiuntivo dalla mitologia
110
originale delle tribù celtiche, di cui una parte era formata da
esseri molto simili alle Fate del romanzo. Erano queste le
damoiselles che concessero i loro favori a Lanval e Graelent.
Questo soggetto sarà tuttavia preso in maggiore
considerazione nel capitolo trattante la Britannia (in altro
libro, n.d.t.).
I romanzi cavallereschi, come ben si sa, si possono dividere in
tre categorie principali di storie: quelle di Artù e la sua Tavola
Rotonda, quelle di Carlo Magno ed i suoi paladini e quelle di
Amadis e Palmerin e dei loro discendenti e parenti. Nella
prima categoria, con l‟eccezione di Isaie le Triste, che appare
essere un‟opera del XV secolo, le Fate appaiono raramente; la
seconda le mostra in tutto il loro splendore e potere; nella
terza, le cui storie appartengono tutte alla letteratura spagnola,
non appare nemmeno il nome ma l‟incantatrice Urganda Ia
Desconecida appare uguale come potere alla Dame du Lac del
romanzo di Lancelot du Lac (b).
Tra gli avvenimenti dell‟antico e bel romanzo cui abbiamo
appena accennato (c) viene narrata la morte di Re Ban,
provocata dal dolore alla vista del suo castello preso ed in
fiamme grazie al tradimento del suo siniscalco. La sua dolente
regina aveva lasciato suo figlio appena nato ai margini di un
lago mentre era andata ad addolcire gli ultimi momenti del
monarca morente. Al suo ritorno, trovò il bambino tra le
braccia di una bella signora. La pregò in maniera commovente
di ridarle il figlio orfano ma ella, senza badare alle sue
suppliche né pronunciare parola, si mosse verso il lago, dove si
tuffò sparendo con il bambino. La signora era la famosa Dame
du Lac; il bambino era Lancelot (Lancillotto), da allora detto
Du Lac. Il nome della signora era Vivienne ed essa dimorava
“en la marche de la petite Bretaigne.” Merlino, il nato da un
diavolo, il rinomato incantatore, si innamorò di lei e le insegnò
parte della sua arte; e l‟ingratitudine con cui lei lo ripagò è ben
conosciuta negli annali del tradimento femminile (d). In
conseguenza della conoscenza in tal modo acquisita ella
divenne una Fata; l‟autore ci informa che “la damigella che
portò Lancelot al lago era una Fata ed a quei tempi tutte le
111
donne che avevano a che fare con incantesimi e magie
venivano chiamate Fate – e ve ne erano molte, principalmente
in Gran Bretagna – ed esse conoscevano il potere e le virtù
delle parole, delle pietre e delle erbe, grazie alle quali si
mantenevano in gioventù e bellezza ed in grande ricchezza,
come dicevano.” (e)
Il lago era fatato, un‟illusione nata dall‟arte che il diavolo aveva
insegnato a Merlino e Merlino alla signora. Il romanzo dice:
“La signora che lo aveva sollevato parlava solo nella foresta e
dimorava sulla cima di un colle, che era molto più basso di
quello su cui era morto il Re Ban. In questo luogo, dove pareva
che il bosco fosse vasto e profondo, la signora possedeva molte
belle case e molte ricchezze; e nella pianura sottostante vi era
un fiumicello gentile pieno di pesci; e questo luogo era così
segreto e nascosto che era difficile da trovare, perché
l‟apparenza del lago lo nascondeva affinché non potesse essere
percepito.” (f)
Quando il suo giovane protégé ebbe terminato la sua
educazione da cavaliere, ella lo portò alla corte di Re Artù ed
ivi lo presentò; la storia che segue è ben nota.
Nel romanzo di Maugis d’Aygremont et de Vivian son Frère,
quando Tapinel e la schiava rubarono i due bambini del Duca
Bevis di Aygremont il primo vendette alla moglie di Sorgelant
il bambino che aveva rapito, il cui nome era Eselarmonde,
aveva circa 15 anni ed era “plus belle et plus blanche qu'une
fée.” La schiava, essendosi fermata a riposare sotto un
biancospino, venne divorata da un leone e da un leopardo, che
si uccisero a vicenda lottando per il bambino. “Ed il bambino
giaceva sotto il biancospino e piangeva forte quando accadde
che passò quella Oriande la Fée che dimorava a Rosefleur con
altre quattro Fate e si diresse dritta verso il biancospino;
questo perché ogni volta che passava di lì era solita riposarvisi
sotto. Ella scese e, udendo il bambino piangere, gli si avvicinò,
lo vide e disse: „Per il Dio in cui credo, questo bambino giace
qui malamente (mal gist) e questo sarà il suo nome‟ e da
allora egli venne sempre chiamato Maugis.”
112
Oriande la Fée portò il bambino a casa con sé e le sue
damigelle; ed avendolo esaminato ed avendo scoperto grazie
ad un anello prezioso che aveva all‟orecchio che era di nobile
lignaggio, “ella pregò nostro Signore di degnarsi di farle la
grazia di renderle nota la sua origine (nazione).” Quando ebbe
finito la sua preghiera inviò suo nipote Espiet, “che era un
nano e non era più alto di tre piedi (91,44 cm, n.d.t.) ed aveva i
capelli biondi come oro fino e sembrava un bambino di sette
anni, nonostante ne avesse più di cento; ed era uno dei più falsi
furfanti del mondo e conosceva ogni sorta di incantesimo.”
Espiet la informò di chi fosse figlio il bambino ed Oriande,
avendo pregato nostro Signore di conservare il bambino, lo
prese con sé nel suo castello di Rosefleur, dove lo fece
battezzare con il nome di Maugis. Lei e le sue damigelle lo
allevarono con grande tenerezza e quando fu abbastanza
grande ella lo mise sotto la protezione del proprio fratello
Baudris, “che conosceva tutte le arti della magia e della
negromanzia ed aveva un centinaio di anni di età”; ed egli
insegnò a Maugis ciò che sapeva.
Quando Maugis divenne un uomo, la Fata Oriande lo armò ed
egli divenne il suo ami; ed ella lo amava “de si grand amour
qu'elle doute fort qu'il ne se departe d'avecques elle.”
Maugis ebbe poco tempo dopo in sorte di catturare il cavallo
fatato Bayard, nell‟isola di Boucaut. Di Bayard si dice che,
quando Maugis gli parlò, “Bayard estoit feyé, si entendoit aussi
bien Maugis comme s'il (Bayard) eust parlé.” Al suo ritorno
dall‟isola, Maugis vinse ed uccise l‟ammiraglio saraceno
Anthenor, che era giunto per conquistare le terre ed il castello
di Oriande, ed ottenne la spada Flamberge (Floberge) che,
insieme a Bayard, in seguito diede al cugino Renaud.
A Perceforest Sebille, la Dame du Lac, il cui castello era
circondato da un fiume su cui sostava una nebbia così densa
che nessuno poteva vedere oltre l‟acqua, nonostante non
venisse chiamata in tal modo era evidentemente una Fata. I
quindici giorni in cui Alessandro il Grande e Floridas
dimorarono con lei per essere curati dalle loro ferite parvero
loro una notte sola. Durante quella notte, “la dame demeura
113
enceinte du roy dung fils, dont de ce lignage yssit le roi Artus.”
(g)
Nella stessa storia (h) ci viene detto che “en lysle de Zellande
jadis fut demourante une faee qui estoit appellee Morgane.”
Questa Morgane era molto intima con “un esprit (di nome
Zephir) qui repairait es lieux aquatiques, mais jamais nestoit
veux que de nuit.” Zephir aveva l‟abitudine di riportare la
giovinezza sul volto di Morgana, “car elle estoit malicieuse et
subtille et tousjours avoit moult desire a aucunement sçavoir
des enchantemens et des conjurations.”
Egli aveva affidato alle sue cure il giovane Passelyon e suo
cugino Bennuc per allevarli e Passelyon ebbe una relazione con
la giovane Morgane, figlia della Fata. Le varie avventure di
questo amabile giovane formano una delle parti più
interessanti del romanzo.
In Tristan de Leonois (i) il Re Meliadus, padre di Tristan,
viene attirato in trappola par mal engin et negromance di una
Fata che era innamorata di lui e lo portò via, e da quella
prigionia venne rilasciato solo grazie al potere del grande
incantatore Merlino.
In Parthenopex of Blois (j) la bella Fata Melior, la cui barca
magica conduce il cavaliere alla sua isola segreta, è figlia
dell‟Imperatore della Grecia.
In nessun romanzo le Fate vengono mostrate con maggior
piacere che in Sir Launfal, un romanzo metrico composto (k)
da Thomas Chestre sotto il regno di Enrico VI.
Tuttavia, prima di analizzare questo poema, che verrà seguito
da un altro e dalla nostra personale imitazione di questo tipo di
versi, ci concederemo di offrire qualche osservazione in merito
ad una materia che ci sembra in generale poco compresa e
precisamente la struttura del nostro antico verso inglese e la
sua corretta modalità di lettura.
I nostri antenati, come i loro parenti Goto-Germanici,
regolavano i loro versi tramite il numero degli accenti, non
tramite le sillabe. Il piede, tuttavia, come lo chiamiamo, poteva
consistere in una, due, tre o anche quattro sillabe, a condizione
che vi fosse un solo accento marcato fortemente. Inoltre,
114
l‟accento di una parola poteva variare, principalmente
mettendolo sull‟ultima sillaba come natúre per náture, honoúr
per hónour, eccetera. (gli Italiani, a tal proposito, lo
rimettevano indietro quando due accenti collidevano, come Il
Pástor Fido (l)); essi suonavano anche nel modo in cui i
Francesi chiamano la e femminile delle loro parole, come In
oldè dayès of the King Artoúr; e pare ben nota la pratica dei
copisti di non scrivere sempre questa e, a seconda dell‟abilità
del lettore di fornirla (m). Vi era una sola restrizione, cioè che
non doveva mai essere posta davanti ad una vocale, tranne
dove vi era una pausa. In tal modo la poesia del Medioevo era
regolare come quella attuale e Chaucer, letto in maniera
corretta, è pieno di armonia. Ma gli scrittori dei nostri antichi
poemi, ad eccezione di Tyrwhitt, pare abbiano ignorato o non
conosciuto questo principio e soltanto nelle Canterbury Tales il
verso viene approntato in maniera corretta.
Procederemo ora all‟analisi del romanzo di Sir Launfal.
Sir Launfal era uno dei cavalieri di Artù, che lo amava molto e
lo fece suo attendente. Ma quando Artù sposò la bella ma
fragile Gwennere, figlia di Ryon Re d‟Irlanda, Launfal ed altri
virtuosi cavalieri manifestarono la loro scontentezza per il suo
arrivo a corte. La Regina ne era consapevole e, al primo
ricevimento dato da Re,
la Regina diede doni a tutti,
oro ed argento, pietre preziose,
per mostrare la sua cortesia:
ad ogni cavaliere ella diede gioie o anelli
ma a Sir Launfal non diede nulla
e questo gli dolette molte volte.
Launfal, con il pretesto inventato della malattia di suo padre
prese congedo dal Re e si ritirò a Karlyoun, dove visse in
grande povertà. Avendo ottenuto in prestito un cavallo, un
giorno di festa cavalcò in una bella foresta dove, sopraffatto dal
caldo, si sedette all‟ombra di un albero a meditare sulle sue
misere condizioni. In questa situazione venne attirato
115
dall‟avvicinarsi
abbigliate.
di
due
belle
damigelle
splendidamente
I loro volti erano bianchi come neve sul colle,
la loro cavalcatura (n) era rossa, i loro occhi marroni;
non vidi mai alcuno così bello.
L’una portava d’oro un bacile,
l’altra un panno bianco e fine
di seta, che era bello e ricco;
le loro vesti erano chiare
ed avevano delle strisce di ricco oro –
Launfal cominciò a sospirare –
esse andarono a lui oltre la calura,
egli era cortese ed andò loro incontro
e le salutò rispettosamente.
Esse lo salutarono cortesemente e lo invitarono ad andare a
trovare la loro signora, il cui padiglione era vicino. Sir Launfal
accettò l‟invito ed essi andarono verso il padiglione. Nulla
poteva superarlo in magnificenza: esso era sormontato da
un‟aquila adornata di pietre preziose così ricche che il poeta
dichiara, e noi crediamo, che neppure Alessandro o Artù
possedevano “gioielli così meravigliosi”.
Egli trovò nel padiglione
la figlia del Re di Oliroun,
Sua Altezza Dama Tryamour;
suo padre era il Re delle Fate
di Occidente (o),
uomo di grande potere.
La bellezza di Dama Tryamour era oltre ogni concezione.
Dal caldo ella depose le vesti fin quasi all’ombelico,
quindi si lasciò scoperta;
era bianca come il giglio in maggio
o la neve che scende in un giorno d’inverno:
116
egli non vide mai alcuno così vivo.
La rosa rossa, quand’è in boccio,
in confronto a lei era insignificante,
oso dirlo per certo.
I suoi capelli splendevano come fili d’oro:
nessun uomo avrebbe potuto resisterle
nel proprio cuore.
Quest‟amabile dama concesse il proprio cuore a Sir Launfal a
condizione che egli le fosse fedele. Come segno del suo affetto,
gli diede una scarsella che sarebbe rimasta sempre piena e
molti altri pregevoli doni ed il mattino seguente lo congedò
assicurandogli che, ogni qual volta egli avrebbe desiderato
vederla, se si fosse ritirato in una stanza da solo ella sarebbe
stata immediatamente con lui. Questa informazione fu
accompagnata dall‟impegno di una completa segretezza sul
loro amore.
Il cavaliere tornò a corte e stupì tutti con le sue ricchezze e la
sua generosità. Continuò ad essere felice nell‟amore della bella
Tryamour fino a quando una sfortunata avventura interruppe
la sua felicità. Un giorno la Regina lo vide danzare, con altri
cavalieri, davanti alla sua torre e, ispirata da affetto
improvviso, fece delle profferte amorose al cavaliere. Queste
richieste d‟amore vennero da lui ricevute con una indignata
ripulsa, accompagnata dalla dichiarazione, più enfatica che
gentile, che il suo cuore era di una dama la cui più brutta delle
cui damigelle sorpassava la Regina in bellezza. L‟offesa così
recata ebbe la naturale conseguenza di un mutamento radicale
nei sentimenti della Regina e, quando Artù ritornò dalla caccia,
come la moglie di Potiphar ella accusò Launfal di avere
attentato al suo onore. L‟accusa venne creduta e l‟infelice
cavaliere venne condannato ad essere arso vivo a meno che
non avesse, entro una certa data, mostrato questa bellezza
senza pari. Il fatale giorno arrivò; la Regina premeva per
affrettare l‟esecuzione della sentenza quando dieci belle
damigelle, splendidamente abbigliate su palafreni bianchi,
furono viste avanzare verso il palazzo. Esse annunciarono la
117
venuta della loro signora, che ben presto apparve e con la sua
bellezza giustificò l‟affermazione del cavaliere. Sir Launfal
venne immediatamente rimesso in libertà e, montando sul
cavallo che la signora gli aveva concesso e che veniva tenuto
dal suo scudiero, la seguì fuori dalla città.
La signora viaggiò fino a Cardevile,
viaggiò fino ad una bella isola,
Sua Altezza Oliroun (p);
ogni anno in un certo giorno
si può udire il cavallo di Launfal
e vederlo con gli occhi.
Colui che là chiederà giustizia
per difendere le sue armi dai nemici
in un torneo o in una lotta,
non avrà bisogno di andare oltre
perché potrà trovare giustizia qui,
con Sir Launfal il cavaliere.
Così Launfal, senza finzione,
quel nobile cavaliere della Tavola Rotonda
venne portato nella terra delle Fate;
da allora nessun uomo lo vide in questa terra
né di lui poté più chiedere
la verità senza mentire (q).
Nessun romanzo è più importante riguardo al nostro soggetto
del bellissimo Huon de Bordeaux (r). Generalmente nota,
come dovrebbe essere questa storia, grazie al poema di
Wieland ed alla traduzione di Mr. Sotheby, confidiamo che ci si
scuserà del fatto che forniremo alcuni passaggi dall‟originale
francese, siccome Le petit Roy Oberon pare formare una sorta
di connessione tra le Fate del romanzo e gli Efli o i nani delle
nazioni teutoniche. Quando arriveremo a parlare della
Germania (in altro volume, n.d.t.) sarà nostra cura cercare di
mostrare come la parte più antica dello Huon de Bordeaux sia
stata tratta dalla storia di Otnit nell‟Heldenbich, dove il Renano Elberich esegue per Otnit pressoché gli stessi servizi che
118
Oberon fa a Huon e che, in effetti, il nome Oberon non è che
una lieve alterazione di Elberich (s).
Huon, il nostro lettore deve sapere, incontrò in Siria un
vecchio amico della sua famiglia di nome Gerasmes e, nel
consultarsi con lui sulla strada verso Babilonia, ne venne
informato che vi erano due strade per quella città, una lunga e
sicura e l‟altra breve e pericolosa, che passa attraverso un
bosco “che è lungo sedici leghe (quasi 89 km, n.d.t.) ma è così
pieno di Fate e di cose strane che poche persone passano di là
senza perdersi o venire fermate, perché ivi dimora un Re,
Oberon la Fata. Egli è alto tre piedi (91,44 cm, n.d.t.); è tutto
gobbo ma ha un volto angelico; non vi è uomo mortale che non
trarrebbe piacere dal vederlo, da quanto è bello il suo volto.
Ora, tu a stento entrerai nel bosco, se hai intenzione di passare
per quella via, che lui troverà il modo di parlarti ma se tu gli
parlerai sarai perduto per sempre, senza poter mai tornare; né
varrà a nulla andare dritto in mezzo al bosco o non seguire
sentieri: lo avrai sempre davanti a te e ti sarà impossibile
fuggire senza parlargli, perché le sue parole sono così piacevoli
a udirsi che nessun uomo può sfuggirgli. E se egli dovesse
comprendere che tu non vuoi parlargli, si infurierà con te.
Prima che tu abbia lasciato il bosco egli causerà pioggia, vento,
grandine su di te e creerà tempeste, tuoni e fulmini così
meravigliosi che penserai che il mondo stia finendo. Allora
penserai di vedere un grande fiume che scorre davanti a te,
meravigliosamente scuro e profondo; ma sappi, sire, che
facilmente sarai in grado di attraversarlo senza bagnare le
zampe del tuo cavallo, perché esso non è altro che un fantasma
ed un incantesimo che il nano ti farà perché desidera averti
con lui e, se ti manterrai fermo nel tuo proposito di non
parlargli, sarai di certo in grado di sfuggirgli.” (t)
Huon per qualche tempo seguì il saggio consiglio di Gerasmes
ed evitò Oberon la Fata. Le tempeste di pioggia e tuoni
arrivarono come predetto, il corno magico fece danzare tutto
ed infine il cavaliere decise di attendere ed avvicinare il nano.
“La Fata- nano arrivò cavalcando attraverso il bosco ed era
abbigliato con vesti così incredibilmente fini e ricche che
119
sarebbe stata una meraviglia a narrarsi da tanta e tanto
meravigliosa ricchezza vi era su di esse; perché vi erano così
tante pietre preziose che il grande splendore che emanavano
era come quello del Sole quando splende al suo massimo. E nel
suo pugno egli portava un bell‟arco, così ricco che nessuno
avrebbe potuto valutarlo da tanto era bello; e la freccia che
portava era di tale sorta che nessun animale al mondo che egli
desiderasse avere avrebbe potuto fermarla. Aveva al suo collo
un ricco corno, che pendeva da due ricche corde d‟oro fino.”
(u)
Questo corno era stato fabbricato da quattro fate, che l‟avevano
dotato delle sue meravigliose proprietà.
Oberon, per fare parlare Huon, lo informò che egli era figlio di
Giulio cesare e della signora dell‟Isola Nascosta, in seguito
chiamata Cefalonia. Il primo amore di questa signora era stato
Florimont d‟Albania, un affascinante giovane principe, ma
venne costretta a separarsi da lui, si sposò ed ebbe un figlio di
nome Neptanebus, in seguito Re d‟Egitto, che fu padre di
Alessandro il Grande, che in seguito lo mise a morte.
Settecento anni dopo Cesare, sulla strada per la Tessaglia,
venen intrattenuto a Cefalonia dalla signora dell‟isola e la amò,
perch‟ella gli disse che lui avrebbe sconfitto Pompei e sarebbe
divenuto padre di Oberon. Molti nobili principi e nobili Fate
furono presenti alla nascita ma, sfortunatamente, una fata non
venne invitata ed il dono che ella fece fu che egli non sarebbe
cresciuto oltre il terzo anno ma, pentita, gli fece il dono di
essere la più bella tra le opere della natura. Altre Fate gli
diedero il dono di penetrare i pensieri degli uomini e di
trasportare se stesso ed altri da un luogo all‟altro solo
desiderandolo; e la facoltà, con lo stesso mezzo, di far sorgere e
rimuovere castelli, palazzi, giardini, banchetti e cose simili.
Egli informò quindi il cavaliere che era Re e signore di
Mommur e che, quando avesse lasciato questo mondo, era
pronto per lui un seggio in Paradiso – perché Oberon, come il
suo simile Elberich, era un cristiano sincero.
Quando, dopo una serie di avventure, Oberon giunge a
Bordeaux in aiuto di Huon e propizia una riconciliazione tra
120
lui e Carlo Magno, gli dice che è prossimo il tempo in cui egli
dovrà lasciare questo mondo e prendere posto sul seggio
preparato per lui in Paradiso, “en faerie ne veux plus
demeurer.” Egli gli chiede di apparirgli innanzi entro quattro
anni nella sua città di Mommur, dove verrà incoronato come
suo successore.
Qui la storia vera e propria termina, ma in seguito venne fatta
da altri un‟aggiunta di ampiezza considerevole, in cui la storia
prosegue.
Molti sono i pericoli che Huon incontra prima del periodo
fissato da Oberon. Infine, tuttavia, lui e la bella Esclairmonde
(la Rezia di Wieland) vanno a Mommur. Qui, nonostante Artù
(che, con sua sorella Morgana la Fata ed un vasto seguito
arrivano alla corte e si mette in opposizione al volere del
monarca, ma viene riportato all‟ordine dalla minaccia di
Oberon di mutarlo in un Luyton de Mer (v)), Huan viene
incoronato Re di tutte le Fate “tant du pais des Luytons comme
des autres choses secretes reservées dire aux hommes.” Artù
ottiene il regno di Bouqant e quello che Sybilla ottenne da
Oberon e tutte le Fate che erano nella pianura della Tartaria. Il
buon Re Oberon diede quindi a Huon le sue ultime istruzioni,
raccomandandogli i suoi ufficiali e servitori ed incaricandolo di
costruire un‟abbazia di fronte alla città, nel prato che il nano
aveva amato, e di seppellirlo là. Quindi, addormentandosi nella
morte, un glorioso gruppo di angeli, spargendo profumi al loro
passaggio, portarono la sua anima in Paradiso.
Isaie le Triste è probabilmente uno dei romanzi più tardi,
certamente posteriore a Huon de Bordeaux perché il brillante
ma deforme nano Trone, che è un personaggio così importante
in esso, è – come abbiamo detto – Oberon, il cui destino lo ha
costretto a passare un certo periodo in quella forma. E noi
proveremo, come promesso, che Oberon è il bel Re-nano
Elberich. In Isaie le signore fatate si avvicinano alle Fate di
Perrault e di Madame d‟Aulnoy. Qui, come alla nascita di
Oberon e di Ogier le Danois, esse si interessano del neonato e
gli concedono dei doni. La descrizione contenuta in questo
romanzo della maniera in cui il vecchio eremita le vede
121
occupate intorno all‟infante Isaie è molto piacevole. Furono
molto probabilmente Fate di questo tipo e non i diminutivi Elfi
che Milton aveva in mente quando scrisse queste righe:
Buona sorte a te, figlio, perché alla tua nascita
le signore fatate hanno danzato sulla terra.
La balia assonnata ha giurato che le ha spiate
giungere viaggiando verso la stanza dove giacevi
e, cantando dolcemente intorno al tuo letto,
spargere tutte le loro benedizioni sulla tua testa dormiente.
La descrizione del Vergier des Fées in Isaie le Triste e della
bella valle in cui era situate potrebbe rivaleggiare in ricchezza e
lusso con descrizioni simili di Spenser e dei poeti italiani (x).
Confidiamo ora di avere provato abbondantemente la nostra
posizione in merito agli Esseri Fatati del romanzo, cioè che
furono almeno all‟inizio semplici “mortali umani” con dei
poteri sovraumani, nonostante si possa percepire che, con
l‟accrescimento della conoscenza orientale in materia, le Fate
siano andate sempre più assumendo il carattere di una specie
distinta. La nostra posizione acquisterà ulteriore forza quando,
nel corso della nostra ricerca, arriveremo alla Francia ed
all‟Italia (in altri volumi, n.d.t.).
Strettamente collegato con le Fate è il luogo dove dimorano, la
regione in cui portano i mortali che amano, “la riva felice della
Terra delle Fate.”
NOTE
(a) In merito ai soggetti citati in questo paragrafo vedere Tales
and Popular Fictions, cap. ii. e iii.
(b) Nell‟Amadigi di B. Tasso ella è la Fata Urganda.
(c) Lancelot viene considerato probabilmente il primo
romanzo cavalleresco in prosa. Venne stampato per la prima
volta nel 1494. La metrica del romanzo chiamato La Charrette,
di cui Lancelot è protagonista, fu cominciata Chrestien de
Troyes, che morì nel 1191, e terminata da Geoffrey de Ligny.
Potremmo osservare qui che quasi tutti i romanzi cavallereschi
122
francesi furono scritti originariamente in versi nel XII e nel
XIII secolo principalmente da Chrestien de Troyes e Huon de
Villeneuve. I romanzi in prosa furono generalmente fatti sulla
loro base nel XV secolo.
(d) For while It was in hand, by loving of an elf,
For all his wondrous skill was cozened of himself:
For walking with his Fay, her to the rock he brought,
In which he oft before his nigromancies wrought.
And going in thereat, his magics to have shown,
She stopt the cavern's mouth with an enchanted stone,
Whose cunning strongly crossed, amazed while he did stand,
She captive him conveyed unto the Fairy-land.
Drayten, Poly-Olb. Song IV.
(e) “La damoiseile qui Lancelot ports au lac estoit une fée, et
en cellui temps estolent appellées fees toutes celles qui
seutremeloient denchantements et de charmes, et moult en
estoit pour loss principallement en la Grand Bretaigne, et
savoient la force et la vertu dee parolles, des pierres, et des
herbes, parquoi eIles estoient en jeunesse, et en beaulte, et en
grandes richesses, comment elles divisoient.”
(f) “La dame qui le nourissoit ne conversoit que en forest, et
estoit au plain de ung tetre plus bas assez que celui ou le roy
Ban estoit mort: en ce lieu en ce lieu que il sembloit que le bois
fust grant et parfont (profond) avoit la dame moult de belles
maisons et moult riches; et au plain dessoubs y avoit une
gente petite riviere moult plantureuse de poissons; et estoit ce
lieu et cele et secret que bien difficille estoit a homme de le
trouver, car Ia semblance du dit lac Ie couvroit si que il ne
pouvoit estre apperceu. E più avanti “La damoiselle nestoit
mie seulle, mais y avoit grande compaignie de chevaliers et de
dames et demoiselles.”
(g) Vol. i. cap. 42.
(h) Vol. iii. cap. 31.
(i) Tristan venne scritto in versi da Chrestien de Troyes. Il
romanzo in prosa venne stampato per la prima volta nel 1489.
(j) Parthenopex venne scritto in Francia nel XII secolo,
secondo Le Grand; nel XIII secondo Roquefort.
123
(k) Composto – perchè, per dirla con Ellis, Ritson ed altri, una
traduzione sarebbe assurda. Come Ellis, che almeno aveva
letto la Fabliaux di Le Grand e Way, abbia potuto dire di
Chestre che “sembra abbia fornito una versione fedele e nello
spirito di questa storia Bretone” è sorprendente. Infatti non si
tratta di una traduzione, ma di un poema sulla avventure di Sir
Launfal basato principalmente sul Lais de Lanval e de
Graelent, in Marie de France con considerevoli aggiunte
dovute all‟inventiva di Chestre o tratte da altre fonti. Questi
Lais saranno trattati sotto la Britannia (in altro volume, n.d.t.).
(l) Perciò noi stessi diciamo the Pri'ncess Royal, éxtreme need,
eccetera. Questa è appunto la causa per cui i Greci pongono
l‟accento grave e non acuto su parole accentate nell‟ultima
sillaba, per mostrare che esso è facilmente spostabile.
(m) Siccome questa pare essere uno degli arti perduti, qui ed
altrove sottolineeremo il femminile e ed il cambio dell‟accento.
(n) Carnagione rossa.
(o) Occient- occidente o océan? I contadini del Gaston
chiamano la Baia di Biscay La Mer d' Occient, gli Spagnoli
dicono Mar Oceano.
(p) E‟ strano veder il poeta inglese che muta l‟Avalon del Lai de
Lanval nella ben conosciuta isola di Oléron. E‟ anche piuttosto
strano che Mr. Ritson, che ha fatto una nota sull‟ “Oliroun”,
non l‟abbia notato.
(q) Il Lai termina così :
Od (avec) li seat vait en Avalun,
Ceo nus recuntent. le Bretun;
En une isle que mut eat beaus,
La fut ravi Ii dameiseaus,
Nul humme nen ot plus parler,
Na jeo nan sai avant cunter.
In Graelent si dice che il cavallo del cavaliere fosse solito
ritornare annualmente al fiume dove perse il proprio padrone.
Il resto è di Thomas Chestre, tratto probabilmente dalla ben
nota storia di Gervase di Tilbury.
(r) Huon, Hue, o Hullin (perch‟egli viene chiamato con questi
tre nomi nel romanzo poetico) è, vi possono essere pochi
124
dubbi, la stessa persona di Yon Re di Bordeaux nel Quatre Filz
Aymon, un‟altra composizione di Huon de Villeneuve, e con Lo
Re Ivone, principe o Duca di Guienne in Bojardo ed Ariosto.
Vedere l‟Orlando, Inn. l i. c. iv. st. 46; I Cinque Canti, c. v. st.
42.
(s) Si pensa che l‟Otait sia stato scritto da Wolfram von
Esehembach all‟inizio del XII secolo. E‟ probabilmente molto
più antico. Huon de Bordeaux venne, si dice, scritto in versi
francesi da Huon do Villeneuve in qualche momento nello
stesso secolo. Esso non appare nella lista delle sue opere
fornita da Mons. De Roquefort. Alla fine della romanzo in
prosa ci viene detto che è stato scritto per desiderio di Charles
seigneur du Rochefort e completato il 29 gennaio 1454.
(t) “Qui a de long seizes lieues, mais tant est plain de faerie et
chose estrange que peu de gens y passent qui n'y soient perdus
ou arrestez, pour ce que la dedans demeure un roi, Oberon le
fayé. Il n'a que trois pieds de hauteur; il est tout bossu; mais il
a un visage angelique; il n'est homme mortel que le voye que
plaisir no prengne a le regarder tant a beau visage. Ja si tost ne
serez entrez au bois se par Is voulez passer qu'il ne trouve
maniere de parler a vous, si ainsi que a luy parliez perdu estus
a tousjours sans jamais plus revenir; ne il ne sera en vous, car
se par Ie bois passez, soit de long ou de travers, vous le
trouverez tousjours au devant de vous, et vous sera impossible
que eschappiez nullement que ne parliez a luy, car ses parolles
sont tant plaisantes a ouyr qu'il n'est homme mortel qui de luy
se puisse eschapper. Et se chose est qu'il voye que nullement
ne vueillez parler a luy, il sera moult troublé envers vous. Car
avant que du bois soyez parti vous fera pleuvoir, ventrer,
gresiller, et faire si tres-mervueilleux orages, tonnerres, et
esclairs, que advis vous sera que Ie monde doive finir. Puis
vous sera advis que par devant vous verrez une grande riviere
courante, noire et parfonde a grand merveilles; mais sachez,
sire, que bien y pourrez aller sans mouiller les pieds de vostre
cheval, car ce n'est que fantosme et enchantemens que le nain
vous fera pour vous cuider avoir avec lui, et se chose est que
125
bien tenez propos en vous de non parler a luy, bien pourrez
eschapper, etc.”
(u) “La Nain Fee s'en vint chevauchant par Ie bois, et estoit
vestu d'une robbe si tres-belle et riche, que merveilles sera ce
racompter pour la grand et merveilleuse richesse que dessus
estoit, car tant y avoit de pierres precieuses, que la grand clarté
qu'elles jettoient estoit pareille au soleil quant il luit bien clair.
Et avec ce portoit un moult bel arc en son poing, tant riche que
on ne le sauroit estimer tant estoit beau. Et la fleche qu'ii
portoit estoit do telle sorto et maniere, qu'il n'estoit beste au
monde qu'il vousist souhaiter qu'a icelle fleche elle ne
s'arrestast. II avoit a son cou un riche cor, lequel estoit pendu a
deux riches attaches de fin or.”
(v) Questo tipo di trasformazione appare essere stato una
punizione usuale nella Terra delle Fate. Potrebbe essere
arrivata da Circe ma le Mille e Una Notte è pieno di tali
trasformazioni. Per luyton o lutin vedere il capitolo sulla
Francia (in altro volume, n.d.t.)
(x) Questo romanzo ci è noto solo grazie all‟analisi di Mr.
Dunlop.
La Terra delle Fate
Là, rinnovata la primavera della vita,
di nuovo regna un potente Re
e molti paesi belli e profumati,
fioriti in rigoglio immortale,
in terre dell’Eden sempre ventilate,
possiede il grande potere del monarca.
T.Warton
In tutte le nazioni la miscela di gioia e dolore, di squisita
delizia ed intensa miseria nello stato attuale ha portato
l‟immaginazione a concepire regioni di una felicità senza
dolore destinate al riposo del buono dopo le tribolazioni di
questa vita e di regioni dove prevale la felicità, dimora di esseri
126
superiori agli umani. L‟immaginazione degli Indù dipinge il
loro Swergas come “profuso di felicità” e nel paradiso dei
musulmani vengono raccolte tutte le gioie dei sensi. I Persiani
profondevano la ricchezza della loro fantasia nella costruzione
di Città di Gioielli e d‟Ambra che adornano i regni del
Jinnestân; i romantici hanno eretto castelli e palazzi pieni di
cavalieri e dame ad Avalon e nella Terra delle Fate, mentre i
bardi ellenici, non avvezzi alla pompa ed allo splendore, hanno
riempito i Campi Elisi e l‟Isola dei Beati con tiepide brezze e
fiori brillanti. Citeremo senza apologia due bellissimi passaggi
di Omero e Pindaro in cui i nostri lettori potranno vedere la
differenza essenziale tra l‟immaginazione classica e quella
romantica. In Omero, Proteo dice a Menelao che, siccome egli
ha avuto l‟onore di essere genero di Zeus, non sarebbe morto
nella “Argo che nutre i cavalli”.
Ma te gli Dei immortali invieranno
alla piana degli Elisi e a distanti confini
della Terra, dove dimora Radamanto dai bei capelli.
Là la vita è più semplice per gli uomini; non vi è neve,
né tempesta invernale, né pioggia in alcun istante;
ma sempre l’Oceano invia
dolci brezze di Zefiro per rinfrescare
gli abitanti.
Od. iv, 563.
Questo passaggio viene imitato da Pindaro e viene collegato
con quel nobile tono di moralità così familiare al pensiero
orientale e grazie al quale il “Cigno Dirceo” si distingue da tutti
i suoi compagni.
Essi si affrettano
verso il palazzo di Crono, laddove intorno
all’Isola dei Beati i venti
dell’Oceano spirano e fiori dorati
splendono; alcuni sulla terra
da alberi splendenti ed altri tipi
127
che l’acqua nutre. Di questi
ghirlande e bracciali intorno alle braccia essi portano,
sotto il retto governo
di Radamanto.
Ol. ii, 126
Lucrezio ha trasferito questi campi fortunate alle regioni
superiori per formare la dimora dei suoi fainéans, Dei, e
Virgilio li ha posti, con ulteriore splendore poetico, al centro
della terra.
Largamente differente da queste calme e pacifiche dimore di
guerrieri morti sono le dimore fatate dei menestrelli e dei
romanzieri. Ai loro occhi ed a quelli del loro pubblico nulla era
bello o buono quanto la pompa e l‟orgoglio della cavalleria e la
cavalleria è, in accordo a questo, entrata profondamente nella
composizione delle loro immagini di quei regni ideali.
Le terre fatate del romanzo si possono dividere in tre tipi:
Avalon, posta nell‟oceano come l‟Isola dei Beati; quelle che,
come il palazzo di Pan Banou, sono all‟interno della terra; ed
infine quelle che, come i domini di Oberon, sono situate “nei
boschi tra gli alberi frondosi”.
Riguardo al castello ed all‟isola di Avalon (a), dimora di Artù
ed Oberon e di Morgue la Fata, la descrizione migliore si
ritrova nel romanzo di Ogier le Danois da cui, siccome non
conosciamo altre opere che si riferiscano alla parte collegata al
presente soggetto, prenderemo alcuni estratti (b).
Alla nascita di Ogier parteciparono diverse Fate che gli
concessero molti doni. Tra di loro vi era Morgue la Fata, che gli
fece il dono di essere suo amante ed amico. Di conseguenza,
quando Ogier si fu distinto particolarmente in amore ed in
guerra ed ebbe compiuto il suo centesimo anno, l‟affezionata
Morgue pensò fosse tempo di trarlo dalle tribolazioni e dai
pericoli della vita mortale e di trasportarlo alle gioie ed al
riposo del castello di Avalon. Per perseguire il suo disegno,
Ogier ed il Re Caraheu vennero sorpresi da una tempesta
mentre tornavano da Gerusalemme e le loro imbarcazioni
furono separate. Quella in cui era Ogier “galleggiò lungo il
128
mare fin quando giunse al castello di magnetite che viene
chiamato castello di Avalon e non è lungi da questa sponda del
paradiso terrestre, dove vennero rapiti in una fiamma di fuoco
Enoch ed Elia; e dove vi era Morgue la Fata, che alla sua
nascita gli aveva donato grandi doni, nobili e virtuosi.” (c)
L‟imbarcazione si sfracellò contro le rocce; le provviste
vennero divise tra l‟equipaggio e si accordarono che ogni
uomo, finite le sue provviste, sarebbe stato gettato in mare. Le
provviste di Ogier durarono a lungo ed egli rimase solo. Quasi
ridotto alla disperazione, udì una voce gridargli dal cielo:
“Dio ti ordina, non appena farà notte, di andare al castello che
vedrai splendere e di passare da una imbarcazione all‟altra fino
a quando arriverai ad un‟isola che troverai. E quando sarai in
quell‟isola troverai una stradina e non dovrai spaventarti per
nulla di ciò che potrai vedervi. Ed Ogier guardò ma non vide
nulla.” (d)
Quando giunse la notte, Ogier si raccomandò a Dio e, vedendo
il castello di magnetite tutto splendente di luce, passò da una
all‟altra delle imbarcazioni che erano lì naufragate e così
giunse all‟isola. All‟arrivo egli la scoprì custodita da due fieri
leoni. Egli li uccise ed entrò; e, giungendo ad una sala, trovò un
cavallo seduto ad una tavola riccamente imbandita. Il cortese
animale lo trattò con il massimo rispetto e l‟eroe affamato fece
una buona cena. Il cavallo quindi lo spinse a salirgli in groppa
e lo portò in una splendida stanza, dove Ogier dormì quella
notte. Il nome di questo cavallo era Papillon, “che era un
Luiton ed era stato un grande principe ma Re Artù lo aveva
battuto ed egli era stato quindi condannato ad essere un
cavallo per trecento anni senza proferire parola; ma, dopo i
trecento anni, avrebbe avuto la corona di gioia che veniva
portata nella Terra delle Fate.” (e)
La mattina seguente egli non riuscì a trovare Papillon ma,
aprendo la porta, vide un enorme serpente, che uccise, e seguì
una stradina che lo condusse ad un frutteto “tant bel et tant
plaisant, que cestoit ung petit paradis a veoir.” Egli colse una
mela da uno degli alberi e la mangiò ma venne
immediatamente colpito da una debolezza così violenta da
129
temere che ben presto sarebbe morto. Si preparò quindi al suo
destino, rimpiangendo “le bon pays de France, le roi
Charlemaigne... et principallement la bonne royne dangleterre,
sa bonne espouse et vraie amie, ma dame Clarice, qui tant
estoit belle et noble.” In questo stato doloroso, voltandosi
verso est percepì “une moult belle dame, toute vestue de blanc,
si bien et si richement aornee que cestoit ung grant triumphe
que de la veoir.”
Ogier, pensando fosse la Vergine Maria, cominciò a dire un
Ave, ma la signora gli disse che era Morgue la Fata, che alla sua
nascita lo aveva baciato e lo aveva conservato per il suo fedele
amore, nonostante lui l‟avesse dimenticata. Pose quindi al suo
dito un anello che rimosse ogni infermità ed Ogier, all‟età di
cent‟anni, ritornò al vigore ed alla bellezza di trenta. Ella lo
condusse quindi al castello di Avalon, dove vi erano suo
fratello il Re Artù ed Oberon e Mallonbron, “ung luiton de
mer.”
“E, quando Morgue si avvicinò al detto castello di Avalon, le
Fate uscirono per incontrare Ogier, cantando nel modo più
melodioso che egli avesse mai udito; così egli entrò nel castello
per rinfrancarsi completamente. Là vide diverse dame fatate
adornate e tutte incoronate con corone fatte con il massimo
della sontuosità e molto rocche, e dappertutto esse cantavano,
danzavano e conducevano una vite gioiosa senza pensare ad
alcun male, ma godendo dei piaceri mondani.” (f) Morgue
presentò quindi il cavaliere ad Artù e pose sul suo capo una
corona ricca e splendida oltre ogni misura, una corona
dell‟oblio che induce chi la indossa a dimenticare il suo stato
precedente , a dimenticare gioia e dolore, piacere e infelicità;
ed Ogier dimenticò all‟istante il suo paese ed i suoi amici. Non
ebbe più alcun pensiero nemmeno “ni de la dame Clarice, qui
tant estoit belle et noble” né di Guyon suo fratello, né di suo
nipote Gauthier “ne de creature vivante”. I suoi giorni da allora
passarono in un piacere incessante. “Le signore fatate gli
fecero trascorrere un periodo così gioioso che nessuna creatura
di questo mondo potrebbe immaginare o pensare, perché
udirle cantare così dolcemente gli faceva pensare di essere
130
realmente in Paradiso; così il tempo passava giorno dopo
giorno, settimana dopo settimana, in maniera tale che un anno
non durava un mese per lui.” (g)
Ma Avalon era ancora sulla terra e quindi la sua felicità non era
perfetta. Un giorno Artù prese Ogier da parte e lo informò che
Capalus, Re dei Luitons, attaccava senza posa il castello delle
Fate con il progetto di espellere Re Artù dal suo dominio ed
aveva preso l‟abitudine di penetrare nella corte inferiore e
chiamare Artù affinché uscisse ad incontrarlo in
combattimento. Ogier chiese il permesso di incontrare questo
formidabile personaggio, cosa che Artù concesse volentieri.
Tuttavia, non appena Capalus incontrò Ogier gli si arrese ed il
cavaliere ebbe la soddisfazione di condurlo nel castello e di
riconciliarlo con i suoi abitanti.
Duecento anni trascorsero in questi piaceri e non parvero ad
Ogier più di venti: Carlo Magno e la sua discendenza si erano
estinti ed anche la razza di Olgier si era estinta quando i
musulmani invasero la Francia e l‟Italia in vaste armate e
Morgue non si sentì più in diritto di trattenere Olgier dalla
difesa della fede. Di conseguenza, un giorno ella tolse la corona
dell‟oblio dal suo capo: immediatamente tutte gli antichi
ricordi percorsero la sua mente e lo infiammarono di un
ardente desiderio di rivedere il suo paese. La Fata gli diede un
tizzone che avrebbe dovuto essere tenuto lontano dal fuoco,
perché fino a quando fosse rimasto integro egli sarebbe
vissuto. Aggiunse al suo dono il cavallo Papillon ed il suo
compagno Benoist. “E, quando furono entrambi montati, tutte
le dame del castello vennero a prendere congedo da Olgier per
ordine di Re Artù e di Morgue la Fata ed esse suonavano la
musica più melodiosa mai udita; quindi, terminata che fu la
musica, cantarono con una voce così melodiosa che ad Ogier
parve di essere in Paradiso. Nuovamente, quando terminarono
esse suonarono i loro strumenti in accordo così dolce da parere
più musica divina che mortale.” (h) Il cavaliere prese quindi
congedo definitivamente ed una nuvola avvolse lui ed i suoi
compagni, innalzandoli e deponendoli quindi presso una bella
fonte vicino a Montpellier. Ogier mostrò il suo antico valore,
131
abbattè gli infedeli e, alla morte del Re, sul punto di sposarne
lui la Regina Morgue apparve e lo riportò ad Avalon. Da allora
Ogier non riapparve mai più in questo mondo.
Parleremo adesso di una terra fatata del secondo tipo, descritta
pienamente e dettagliatamente nel bellissimo romanzo di
Orfeo ed Heurodis. Vi sono invero copiosi estratti di questo
poema nell‟ Essay on the Fairies of Popular Superstition di Sir
Walter Scott e noi non abbiamo scusanti per il fatto di ripetere
ciò che si può trovare in un‟opera così universalmente diffusa
come Ministero per i Confini Scozzesi, ma è assolutamente
necessario al nostro scopo e questa romantica storia raramente
riesce sgradita.
Orfeo ed Heurodis erano il Re e la Regina di Winchester.
Accadde un giorno che la Regina si addormentò sotto un
albero dei diavoletti (i) nel frutteto del palazzo, circondata
dalle sue dame, ed ebbe un sogno che riferì al Re in tal modo:
Mentre giacevo questo pomeriggio
a dormire a fianco del frutteto
giunsero a me due cavalieri fatati
ben vestiti
e mi dissero di andare senza indugio
a parlare con il loro signore il Re;
ed io risposi con parole cortesi
che non avrei rifiutato:
veloci essi viaggiarono
e giunsero quindi dal loro Re
con mille e più cavalieri
e con cinquanta dame
a tutti viaggiavano su cavalli bianchi come neve
ed anche le briglie erano bianche.
Da quando nacqui non vidi mai
cavalieri così splendidi.
Il re aveva in capo una corona,
non era d’argento né di rosso oro;
era tutta di pietra preziosa,
splendeva invero come il Sole.
132
Giunse a me così in fretta,
mi prese
e mi fece cavalcare con sé
su un bianco palafreno al suo fianco
e mi portò al suo paese,
al di là di ogni visione.
Mi mostrò castelli e torri,
prati, fiumi, campi e fiori
e le sue foreste sempre ricche
e poi mi riportò a casa.
Il Re fatato le ordinò, sotto minaccia di una terribile punizione,
di attenderlo il mattino seguente sotto lo stesso albero. Suo
marito e mille cavalieri stettero armati intorno all‟albero per
proteggerla,
e tuttavia da in mezzo a loro
la Regina venne rapita,
presa con un potere fatato;
nessun uomo vide mai dove fu portata.
Oribo, disperato, abbandonò il suo trono e si rifugiò nel bosco,
dove traeva conforto dalla sua arpa, incantando con la sua
melodia gli animali selvatici che abitavano il luogo. Spesso,
mentre era là
poteva vedersi accanto
spesso quando vi era caldo
il Re delle Fate con il suo seguito
che giungeva per dargli la caccia
con alte urla e soffi
ed anche cani che erano con lui abbaiando.
Tuttavia né bestia né uomo
vide mai da dove arrivassero;
ed altre volte egli poté vederli
in tutta fretta. (j)
Ben vestiti mille cavalieri,
ognuno ben armato,
dai volti forti e fieri,
133
con molti vessilli in mostra
ed ognuno con la propria spada estratta
ed egli non vide mai se non uniti.
E vide altre cose,
cavalieri e dame giunti per danzare
apparivano in pittoresche vesti,
con calma e dolcemente.
Tamburi e trombe oi accompagnavano
e tutti i dignitari.
Ed un giorno egli gli fu accanto
cavalcando per sessanta leghe,
gentile e gaio come un uccello sul ramo,
né uomo tra loro vi era
ed ognuno un falco portava sulla spalla
e cavalcava.
Di selvaggina fecero buona caccia,
anatre selvatiche, aironi e cormorani,
gli uccelli che si alzano in volo
ogni falco catturava,
ogni falco la sua preda uccideva (k).
In mezzo alle dame egli riconobbe la sua regina perduta e
decise di seguirli e tentare di salvarla.
Verso una roccia la muta corse
ed egli dietro.
Quando furono alla roccia andò
avanti per tre miglia o più
finchè giunse in un paese fatato
luminoso come un giorno d’estate,
dolce e piano e tutto verde,
con una collina che nessuno aveva mai visto.
In mezzo ad essa un castello egli vide,
ricco e vero di meravigliosamente alto.
Tutti i muri esterni
erano chiari e splendevano di cristallo
e cento torri là vi erano,
baluardi per la battaglia.
Pilastri si innalzavano dal fossato,
134
ricchi di oro rosso nei loro archi.
Gli alari erano tutti dipinti
ognuno con un diverso animale.
All’interno vi erano vaste stanze
tutte di pietre preziose.
La peggior colonna a vedersi
Era tutta di oro brunito.
Tutta quella terra era sempre luminosa
perché quando avrebbero dovuto esservi l’oscurità e la notte
le ricche pietre si illuminavano
ed erano splendenti come nemmeno il Sole;
nessun uomo avrebbe potuto dire né pensare in sé
quale ricca opera era stata fatta.
Orfeo entrò in questo palazzo e chiese dunque al re ed ai suoi
ministri di rendergli sua moglie. Essi ritornarono a Winchester
e qui regnarono in pace e felicità.
Un‟altra prova di questo tipo di Terra Fatata si può trovare in
Tommaso il Rimatore, ma confinati nei nostri limiti, dovremo
ometterlo e passare all‟ultimo tipo.
Sir Thopas venne scritto per ridicolizzare i romanzieri; le sue
avventure devono perciò accordarsi alle loro e la terra fatata in
esso in effetti ricorda quella in Huon de Bordeaux. Essa
possiede però l‟innegabile merito di avere suggerito gli
avvenimenti a Spenser e forse di avergli dato l‟idea di una
regina regnante nella Terra delle Fate. Sir Thopas è casto come
Graelent.
Molte fanciulle splendenti
sospirarono per lui per amore
quando lo vedevano dormire;
ma egli era casto e non lascivo
e dolce come il succo del rovo
che porta la bacca rossa.
Era anche un oggetto adatto per l‟amore di una gentile regina
elfica. Così Sir Thopas un giorno “andò antro una foresta
135
fatata” finchè si stancò e quindi si mise a dormire sull‟erba,
dove sognò una regina elfica e si svegliò dichiarando:
Una regina elfica io amerò, certo.
Tutte le altre donne abbandonerò
e da una regina elfica andrò
per valli ed anche per colli.
Egli decise di andare in cerca di lei.
In sella egli montò
e lo spronò oltre pietre e valli
finchè non ebbe cavalcato tanto
da trovare un luogo appartato,
il paese delle Fate (m),
dove cercò a nord ed a sud
e spesso spiò con la sua cavalcatura
in molte foreste selvagge;
perché in quel paese non vi era nessuno
che con lui cavalcasse o andasse,
né sposa né bambino.
Il “grande gigante” Sire Oliphaunt, tuttavia, lo informa che
Qui è la regina delle Fate,
con arpa e flauto in sinfonia
dimora in questo luogo.
A causa della fastidiosità del “mio ospite”, non siamo in grado
di sapere come andò a Sir Thopas con la regina delle Fate ed
abbiamo probabilmente perduto una copiosa descrizione della
Terra delle Fate.
Dallo scintillio della stella mattutina della poesia inglese è
naturale la transizione al suo splendore meridiano, il regno di
Elizabeth, ed ora faremo alcuni accenni al poema di Spenser.
NOTE
(a) Avalon era forse l‟Isola dei Beati della mitologia celtica e
quindi la dimora delle Fate, tramite la Britannica Korrigan. Gli
scrittori, tuttavia sembrano essere unanimi nel considerare
136
essa e Glanstonbury lo stesso luogo, che si afferma venire
chiamata isola in quanto resa tale dall‟ “abbraccio del fiume”.
Era chiamata Avalon, ci viene detto, dalla parola britannica
Aval, mela, di cui frutteti abbondava e Ynys gwydrin; in
Sassone Glaytn-ey, Isola di Vetro; in Latino Glastonia, dalla
tonalità verde dell‟acqua che la circonda.
(b) Vedere Tales and Popular Fictions, cap.. ix, per una
ulteriore narrazione su Olgier.
(c) “Tant nagea en mer qu'il arriva pres du chastel daymant
quon nomme Ie chastean davallon, qui nest gueres deca
paradis terrestre la ou furent ravis en une raye de feu Enoc et
Helye, et la ou estoit Morgue la faye, qui a sa naisance lui avoit
donne de grands dons, nobles et vertueux.”
(d) “Dieu te mande que si tost que sera nuit que tu allies en
ung chasteau que tu verras luire, et passe de bateau en bateau
tant que tu soies en une isle que tu trouveras. Et quand tu
seras en lisle tu trouveras une petite sente, et de chose que tu
voies leans ne tesbahis de rien. Et adonc Ogier regarda mais il
ne vit rien.”
(e) “Lequel estoit luiton, et avoit este ung grant prince; mais le
roi Artus le conquist, si fust condampne a estre trois cens ans
cheval sans parler ung tout seul mot; mais apres lea trois cens
ans, il devoit avoir la couronne de joye do laquelle ils usuient
en faerie.”
(f) “Et quand Morgue approcha du dit chasteau, les Faes
vindrent an devant dogier, chantant le plus melodieusement
quon scauroit jamais ouir, si entra dedans in salle pour me
deduire totallement. Adonc vist plusieurs dames Faees
sournees
et
toutes
courrunnees
de
couronnes
tressomptueusement faictes, et moult riches, et tout jour
chantoient, dansoient, et menoient vie treajoyeuse, sans
penser a nulle quelconque meschante chose, fors prandre leurs
moudains plaisirs.”
(g) “Tant de joyeulx passetemps lui faisoient les dames Faees,
quil nest creature en ce monde quil le sceust imaginer ne
penser, car les ouir si doulcement chanter il lui sembloit
proprement quil fut en Paradis, si passoit temps de jour en
137
jour, de semaine en semaine, tellement que ung an ne lui
duroit pas ung mois.”
(h) “Et quand ils furent tous deux montes, toutes les dames du
chasteau vindrent a Ia departie dogier, par le commandement
du roi Artus et de Morgue la fae, et sonnerent une aubade
dinstrumeus, la plus melodieuse chose a ouir que on entendit
jamais; puis, l'aubade achevee, chanterent de gorge si
melodieusement que cestoit une chose si melodieuse que il
sembloit propremont a Ogier quil estoit en Paradis. De rechief,
cela fini, ils chanterent avecques les instrumens par si doulce
concordance quil sembloit mieulx chose divine que humaine.”
(i) L‟albero dei diavoletti è un innesto. Sir W.Scott si chiede se
non sia un albero consacrato ai diavoletti o ai diavoli. Un
innesto aveva probabilmente la stessa relazione con le Fate che
aveva il tiglio in Germania del Nord con i Nani.
(j) Te o tao (Dayton, Poly-Olb. xxv) significa attirare, marciare.
(k) Beattie probabilmente non sapeva nulla di Orfeo and
Heurodis e la Visione Fatata nel Menestrello (un sogno che
non sarebbe apparso a nessun menestrello) è stata tratta dal
Flower and the Leaf di Dryden e non di Chaucer, in quanto i
personaggi di quest‟ultimo non vengono chiamati fate. In
nessuno di essi sono Elfi.
(l) Günnen, Germ.
(m) Il “paese delle Fate”, situato in un “luogo appartato”
concorda chiaramente di più con le Fate di Huon de Bordeaux
che con Avalon, la regione in cui venne portata Dama
Heurodis.
Il Faerie Queene di Spenser
Una donna più coraggiosa non viaggiò mai sulla terra
eccetto l’immortale Regina delle Fate,
le cui virtù dal suo seguito vennero in tal modo scritte
che il tempo potrà ricordare la sua grande storia
nella sua meravigliosa canzone, la gloria maggiore della
Musa.
Brown
138
Durante il XVI secolo lo studio della letteratura classica, che si
apriva ad un nuovo campo dell‟immaginazione e le diede un
nuovo impulso, venne perseguita con vigore. Era diffuso
dappertutto ed in maniera estensiva un ardore classico. Le
composizioni di quell‟epoca imitano incessantemente ed
alludono alle bellezze ed agli avvenimenti degli scritti
dell‟antica Grecia e dell‟antica Roma.
Tuttavia, in mezzo alla diffusione del gusto e della conoscenza
classica, il romanzo non aveva punto perso la sua influenza. Le
pagine a lettere nere di Lancelot du Lac, Perceforest, Mort
d’Arthur e di altri romanzi cavallereschi continuavano ad
essere ascoltate con solenne attenzione quando, nelle serate
invernali, le famiglie dei buoni vecchi cavalieri o baroni “si
radunavano intorno all‟ampio fuoco” per udirle e
probabilmente veniva dato credito non piccolo alle meraviglie
che vi venivano narrate. Anche la passione per l‟allegoria
rimase uguale. Dai fragili fili dell‟Orlando Innamorato e
dell‟Orlando Furioso vennero tessuti delle fini ragnatele
139
morali ed anche Tasso fu costretto, per obbedire al gusto
imperante, ad estrarre una allegoria dal suo divino poema che
Fairfaix, quando tradusse il Jerusalem, ebbe cura di
conservare. Spenser, quindi, quando desiderò consacrare il suo
genio alla celebrazione delle glorie del regno delle fanciulle e
dei valorosi guerrieri e dei solenni uomini di stato che lo
adornavano, gli diede una palcoscenico; i cavalieri e le dame da
cui era popolato divennero attori e la sua corte, le sue maniere
ed i suoi usi un aiuto per trasferire là ciò che degli eventi reali
potesse essere utile al suo progetto.
Non è facile dire positivamente a quale romanzo il poeta debba
principalmente la sua Terra delle Fate. Potremmo forse
azzardarci a congetturare che la principale autorità da lui
seguita fosse Huon de Bordeaux, che era stato tradotto qualche
tempo prima da Lord Berners e da cui molto probabilmente
Shakespeare trasse il suo Oberon, che venne in tal modo
rimosso dai regni del romanzo e riportato tra i suoi veri pari, i
nani o gli elfi. Spenser, è evidente, conosceva questo romanzo,
perché dice di Sir Guyon:
Egli era un Elfo nato di nobile stato
e veniva venerato nella sua terra nativa;
ben poteva egli giostrare e combattere a piacimento
e prendere il cavalierato dalla mano del buon Sir Huon
quando con il Re Oberon egli giunse alla Terra delle Fate.
B. ii, cap. 1, st. vi.
E qui, se dobbiamo farvi attenzione, il poeta commette un
anacronismo nel fare di Sir Huon, che uccise il figlio di Carlo
Magno, un contemporaneo di Artù.
Dove fosse situata “questa piacevole Terra delle Fate” era vano
cercare, così come per il regno di Mommur di Oberon, l‟isola di
Calypso o il regno di Lilliput. Nonostante essa rappresenti
simbolicamente l‟Inghilterra, è distinta da essa, perché
Cleopolis supera Troynovant in grandezza e splendore ed
Eldin, il primo Re delle Fate, governò l‟India e l‟America. Al
curioso il poeta dice:
140
Se della Terra delle Fate dovesse ulteriormente chiedere,
da certi segni posti in bei luoghi
egli potrà trovarla e quindi ammirarla,
ma si guardi dall’essere troppo ottuso e statico,
perché non la troverà senza avere il fiuto fine di un cane.
L‟idea di una regina quale unica regnante della Terra delle Fate
fu l‟ovvio risultato dell‟idea di fare “la più bella principessa
sotto il cielo” come governante dei “suoi regni nella Terra delle
Fate”. Tuttavia vi potrebbero essere sagge autorità alla base di
questa impostazione del trono fatato. Alcuni vecchi romanzieri
potrebbero aver parlato solo di una regina ed il valoroso Sir
Thopas pare non comprendere di stare cercando di avere la
moglie di un altro. Il sogno di questo prode campione era
evidentemente quello originale di Artù.
Perseguendo i miei interessi discesi
dalla mia cavalcatura e mi distesi a dormire;
la verde erba mi fece da buon giaciglio
e cuscino era il mio elmo ben disposto;
mentre il dolce umore mi prendeva
mi parve essere al mio fianco una fanciulla reale,
le sue delicate membra giacevano dolcemente,
una creatura così bella non aveva ancora visto il Sole.
Grande gioia ed amabili blandizie
ella mi fece e per lei mi prese amore così caro,
perché di certo amore mi aveva piegato,
quando, terminato che fu il tempo, scomparve;
ma che fosse un illusione di sogno o fosse vera
mai cuore fu così pieno di delizia
né uomo vivente mai udì tali parole
come quelle che mi diss’ella quella notte
ed alla sua partenza disse, lei regina delle alte Fate.
Da quel dì in poi sto molto attento
a cercarla con fatica e grande impegno
e giuro che non riposerò fin quando non la troverò –
141
da nove mesi cerco invano, tuttavia non scioglierò il mio
giuramento.
B. i, cap. 9. st. xiii, xiv, xv.
I nomi dati da Spenser a questi esseri è Fays (Feés), Farys o
Fairies, Elfes ed Elfins, e queste ultime parole sono state già
usate da Chaucer ed in un passaggio è difficile dire quale classe
di esseri si intenda. Il racconto di Spenser sull‟origine delle sue
Fate è evidentemente pura invenzione, in quanto nulla che
almeno gli assomigli si ritrova in alcuno scrittore precedente.
Vi è in esso, tuttavia, una lieve e distante analogia con l‟origine
degli abitanti del Jinnestan, come narrata dagli Orientali.
Secondo il costume di Spenser, essa viene mescolata alle
antiche leggende.
Prometeo creò
un uomo da molte parti derivate da animali;
quell’uomo così fatto egli lo chiamò Elfe,
veloce (a), il primo autore di tutta la razza eflica
che, vagando per il mondo con passo stanco,
nei giardini di Adone trovò
una buona creatura, che egli giudicò nella sua mente
non essere creatura terrena ma o spirito
o angelo, l’antenato di tutta la razza delle donne;
perciò da egli ed ella,una Fata,in accordo
tutte le Fate nacquero e costruirono il loro giusto lignaggio.
Da loro un mitico popolo crebbe in breve
e potenti re, che tutto il mondo conobbe
e cui tutte le nazioni si sottomisero.
B. ii, cap. 9, st. lxx, lxxi, lxxii.
Sir Walter Scott sottolinea giustamente (nonostante la sua
memoria gli abbia giocato qualche brutto scherzo in questa
occasione) che “il furto del Cavaliere dalla Croce Rossa mentre
era un bambino è l‟unico avvenimento del poema che si
avvicini alla figura popolare della Fata.” Non è esattamente
142
l‟unico avvenimento ma il solo altro, quello di Arthegal, è un
preciso parallelo:
Egli conquistò la terra delle Fate
pur non essendo Fata di nascita né appartenendo affatto agli
Elfi, ma nato da seme terrestre
e da false Fate rapito
mentre nella culla egli infante giaceva:
né altro si sa di lui oggi
se non che da un Elfo venne mutato in Fata.
B. iii, cap.3, st xxvi.
Sir Walter è stato debitamente criticato per questo pericoloso
errore dall‟erudito Mr. Todd. Sarebbe piuttosto polemico da
parte nostra sottolineare alcun errore. Sfortunatamente, non è
privilegio della nostra natura l‟essere liberi da errori ed errate
concezioni.
Dobbiamo osservare qui che Spenser è stato estremamente
poco assennato nella sua scelta delle circostanze grazie alla
quali ha cercato di confondere le due classi di Fate. E‟ stato
piuttosto incoerente porre la progenie dei soggetti di Gloriane
come “un lignaggio di base elfica” o chiamarla “false Fate”, in
particolare quando ricordiamo un essere come Belphoebe, la
cui
intera creazione la mostrò
pura e senza macchia da alcun crimine detestabile
che è procreato nella melma della carne,
nata da una Fata.
Il nostro poeta pare avere dimenticato se stesso anche nella
Leggenda di Sir Calidore perché, nonostante il cavaliere sia egli
stesso una Fata e così dobbiamo supporre fossero tutti gli
abitanti originari della Terra degli Elfi, tuttavia al “flusso
gentile” che scorreva giù dal Mount Acidule
non potè il più rude villico
143
avvicinarvisi senza annegare;
ma Ninfe e Fate sedevano sulle rive
all’ombra dei boschi che coronavano le acque.
B. vi, cap. 10, st vii.
E un poco oltre, quando Calidore vede le “cento fanciulle nude
bianche come il giglio” che danzavano intorno alle Grazie, egli
non sa
se erano il seguito della regina della bellezza
o Ninfe o Fate o uno spettacolo incantato
che con i suoi occhi avrebbe potuto immaginare.
St xvii.
Qui, evidentemente, erano nella mente di Spenser (b) i
popolari Elfi che danzano in cerchio sull‟erba.
Pensiamo, se non certo almeno molto probabile, che la Terra
delle Fate e le Fate di Spenser siano quelle del romanzo, cui il
termine Fata appartiene propriamente, e che sia senza giusta
ragione che il titolo di questo poema sia stato sbagliato (c).
Dopo l‟apparizione del suo Faerie Queene, tutte le distinzioni
tra le diverse specie scomparvero rapidamente e Fate divenne
il nome stabilito per i popolai Elfi.
Qui, allora, ci prenderemo la libertà di lasciare le potenti
signore del romanzo e di unirci agli Elfi del credo popolare,
rintracciando il loro lignaggio in Duergar, nella mitologia
nordica, fino ad incontrarli nel cottage accanto al fuoco con le
storie dei loro scherzi e delle loro capriole.
NOTE
(a) Che significa che Elfe è vivo.
(b) Queste Fate così accoppiate alle Ninfe ci ricordano le Fate
dei traduttori antichi. Spenser, nello Shepherd's Calendar,
tuttavia, le ha unite come
nè fantasmi elfici nè civette spaventose volano,
ma amichevoli Fate si incontrano con molte Grazie
e Ninfe dai piedi leggeri.
144
Aeg. 6.
(c) “La “Spenser‟s Fairy Queen”, che è uno dei più clamorosi
errori di nomi del romanzo o della storia, non ha alcuna
caratteristica della nazione fatata.” Gifforf, nota su B.Johnson,
vol. ii, pag. 202
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© Elfi Edizioni
Estratto dal libro dal titolo originale The Fairy Mythology di Thomas Keightley
(1870)
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appropriata terapia medica. E’ vivamente sconsigliato l’uso di incantesimi che
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Traduzione, impostazione grafica interna ed impaginazione: L.Milani Venturi
Copertina: G.Venturi
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