domenica 11 dicembre 2016

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domenica 11 dicembre 2016
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L’OSSERVATORE ROMANO
GIORNALE QUOTIDIANO
Unicuique suum
Anno CLVI n. 284 (47.419)
POLITICO RELIGIOSO
Non praevalebunt
Città del Vaticano
domenica 11 dicembre 2016
.
Ai seminaristi pugliesi il Papa parla della vita sacerdotale
Due ragazze si fanno esplodere tra la folla di un mercato
I quattro pilastri del prete
Boko Haram
semina morte in Nigeria
E incontrando un gruppo di agricoltori cattolici difende la biodiversità
Vicino alla gente così come Gesù è
stato vicino agli uomini: non c’è altra strada per un sacerdote, se non
quella dell’incarnazione. Con un discorso pronunciato a braccio, il Papa
ha indicato come dovrebbe essere la
vita di ogni prete. Ricevendo sabato
mattina, 10 dicembre, la comunità
del Pontificio seminario regionale
pugliese Pio XI di Molfetta, Francesco ha richiamato quattro pilastri: la
vita spirituale, la vita comunitaria, la
vita di studio e la vita apostolica.
Con una serie di esempi tratti anche dall’esperienza personale, il Papa ha risposto alle parole del rettore,
don Gianni Caliandro. Il quale — oltre ad avergli portato il saluto del
patriarca Bartolomeo, nei giorni
scorsi in visita in Puglia — ha espresso i sentimenti dei presenti citando
una vignetta diffusa al termine del
giubileo a commento dell’invito a
non chiudere le porte della misericordia. Nel disegno si vedeva il Papa
che non riusciva a chiudere la porta
santa perché un piede, il piede trafitto di Cristo, si frapponeva sulla
soglia. «Noi — ha detto il rettore —
vogliamo essere sacramento dei piedi
del Signore che impediscono alle
porte di chiudersi». Da parte sua
Francesco ha reso omaggio alla città
di Molfetta, di cui era originaria
suor Bernadetta, la religiosa che per
tanti anni è stata suo prezioso aiuto
in Argentina: quando aveva bisogno
di supporto nella formazione di
qualche giovane, Bergoglio si rivolgeva a lei che «con la saggezza delle
mamme» sapeva sempre dare il consiglio giusto. Quindi, il Pontefice,
con il suo stile semplice e colloquiale, ha tracciato l’identikit ideale di
chi è chiamato a servire la Chiesa
nel sacerdozio: un prete che arriva la
sera stanco, che sa bruciare la vita
per gli altri e non teme la povertà.
Ma per essere vicini alla gente così come fece Gesù, ha affermato il
Pontefice, è necessario conoscerlo.
Per questo ha con insistenza invitato
i futuri preti alla preghiera davanti
al tabernacolo. E se la stanchezza
prende il sopravvento, ha aggiunto,
il sacerdote non si vergogni neanche
di addormentarsi pregando, ma non
tralasci mai il rapporto personale col
Signore. Davanti al tabernacolo il
prete imparerà anche un altro elemento fondamentale per portare
avanti bene la pastorale: la docilità
all’azione dello Spirito santo. Solo
con questa, ha sottolineato il Papa,
si potrà vivere appieno il proprio ze-
lo apostolico e abbracciare la gioia
del servizio al Signore. Prima della
foto di gruppo con i seminaristi, il
Pontefice ha lasciato un’ultima immagine utile per comprendere lo stile del loro servizio. Quella del telefono che sta sul comodino del parroco, acceso a qualsiasi ora, perché il
prete deve essere sempre pronto ad
alzarsi per andare dalla gente che ha
bisogno di lui.
In precedenza Papa Francesco
aveva incontrato i partecipanti alla
riunione europea dell’Associazione
internazionale rurale cattolica (Icra).
Nel discorso rivolto loro, ha evidenziato come nei progetti di formazione l’organismo sia giustamente critico «sul modello orientato all’agribusiness» preferendo porre l’accento
«sui bisogni reali, secondo le condizioni delle persone e dei luoghi.
Questo — ha osservato — permette
di evitare non solo perdite e sprechi
nella produzione, ma anche l’incauto
ricorso a tecniche che, in nome di
un abbondante raccolto, possono
eliminare la ricchezza della biodiversità». Del resto — ha aggiunto al testo preparato — «non si conoscono
le conseguenze sulla salute umana».
E questo dovrebbe far riflettere soprattutto «quando vediamo tante cosiddette “malattie rare” che non si sa
da dove vengono».
PAGINA 8
Riunioni a Ginevra e a Parigi per arrivare a una tregua
Riparte il dialogo sulla crisi siriana
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DAMASCO, 10. Occhi puntati su Ginevra, dove oggi è previsto un nuovo incontro tra rappresentanti statunitensi e russi, per rilanciare il dialogo sulla Siria. «Continuo a lavorare
— ha dichiarato ieri il segretario di
stato americano, John Kerry — sulla
maniera di salvare Aleppo da una
distruzione assolutamente totale,
completa. Una delegazione giunta
apposta dagli Stati Uniti, sotto la
supervisione del presidente Obama,
sarà a Ginevra con i russi. In tale sede, dovremmo arrivare a una forma
di accordo per vedere come proteggere i civili e ciò che può accadere
con l’opposizione armata».
In contemporanea all’incontro di
Ginevra si terrà a Parigi un altro vertice a livello ministeriale, sempre sul-
la Siria. Tra i presenti, oltre Kerry, il
ministro degli Esteri tedesco, FrankWalter Steinmeier, il collega britannico Boris Johnson e il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu.
Questo mentre alle Nazioni Unite
si continua a discutere. L’assemblea
generale ha votato ieri a stragrande
maggioranza (122 sì contro 13 no e
36 astenuti) una risoluzione, presentata dal Canada, che chiede l’immediato cessate il fuoco e l’invio urgente di aiuti nelle zone più colpite, a
partire da Aleppo. L’avvio di un cessate il fuoco generalizzato è considerato una condizione essenziale per
far partire le procedure di assistenza
umanitaria. Le Nazioni Unite stimano che siano ancora 100.000 i civili
intrappolati nei combattimenti ad
Aleppo est, tra i quali 500 bisognosi
di cure immediate.
In una recente analisi, il «Financial Times» sottolineava come, se
anche gli Stati Uniti e la Russia dovessero raggiungere un accordo sulla
Siria, sarebbe molto difficile metterlo in pratica a causa della complessità della situazione.
Sul piano militare, continua l’offensiva dei miliziani del cosiddetto
stato islamico (Is) lanciata ieri, nella
regione di Palmira, la città sede del
sito archeologico romano riconquistata dalle forze di Damasco nel
marzo scorso dopo dieci mesi di occupazione jihadista. Secondo fonti
siriane, sono saliti a 49 i soldati uccisi negli ultimi due giorni. E ieri, nella regione di Raqqa, un importante
leader dell’Is, ritenuto la mente
dell’attacco al giornale satirico francese «Charlie Hebdo» (a Parigi nel
gennaio 2015), è stato ucciso in un
raid aereo americano. Lo hanno reso
noto ieri sera fonti militari statunitensi, precisando che Boubaker El
Hakim è morto lo scorso 26 novem-
bre. Franco-tunisino, 33 anni, El Hakim è considerato il mentore dei fratelli Said e Sherif Kouachi che fecero strage di giornalisti e disegnatori
di «Charlie Hebdo».
Nel frattempo, l’Unione europea
ha ribadito ieri «forte condanna» nei
confronti del regime siriano e dei
suoi alleati, in particolare la Russia,
ritenendo che «per i crimini contro
l’umanità e internazionali in atto a
Aleppo est l’impunità non possa essere tollerata». Lo ha dichiarato, in
una nota diffusa ieri sera, l’alto rappresentante europeo per la politica
estera e di sicurezza comune, Federica Mogherini. L’Unione minaccia
«ulteriori misure restrittive per il re-
gime siriano e le entità che lo sostengono».
D all’inizio dell’offensiva del regime siriano e dei suoi alleati, si legge
nella nota, «l’intensità e la scala dei
bombardamenti aerei su Aleppo est
hanno provocato ampie perdite civili
e devastato grandi zone della città,
provocando uno spaventoso peggioramento della situazione» e quindi
«l’Unione ribadisce la sua forte condanna per gli eccessivi, sproporzionati, attacchi», mentre ritiene «il regime siriano primo responsabile della protezione dei suoi cittadini» e
«condanna le sistematiche, diffuse e
madornali violazioni e abusi dei diritti umani».
Le credenziali del nuovo ambasciatore
del Benin
LUCETTA SCARAFFIA
A PAGINA
5
ABUJA, 10. Sono state due ragazze
a provocare le esplosioni che hanno causato almeno 30 morti e 67
feriti in un affollato mercato di
Madagali, città della Nigeria nordorientale. Le due giovani si sono
fatte saltare in aria simultaneamente, provocando le deflagrazioni ai
lati opposti del mercato ortofrutticolo. E sembra evidente la firma di
Boko Haram.
Il rappresentante della municipalità di Magadali, Yusuf Muhammad, ha dichiarato che «le due attentatrici hanno fatto detonare le
loro cinture esplosive, l’una in una
parte del mercato dove si vendono
cibi, l’altra in quella dove si vende
abbigliamento».
Il duplice attentato non è stato
subito rivendicato, ma le modalità
operative utilizzate sono tipiche
dell’organizzazione Boko Haram,
che semina il terrore in particolare
nella regione del Lago Ciad dal
2009. E l’area sta soffrendo una recrudescenza di attacchi jihadisti da
molte settimane.
I terroristi di Boko Haram sono
stati costretti dall’esercito regolare
ad abbandonare Madagali, nello
stato di Adamawa, l’anno scorso
ma da allora non si è fermata la
violenza. Si continuano a registrare
attentati. Non è la prima volta da
parte di donne. A dicembre 2015
altre due giovani si sono fatte
esplodere nella stazione degli autobus situata proprio vicino al mercato colpito oggi. Anche allora i
morti sono stati una trentina.
Guardando alle ultime settimane, uomini di Boko Haram hanno
Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza Sua Eccellenza la Signora Agnès Avognon Adjaho, Ambasciatore del
Benin, per la presentazione delle Lettere Credenziali.
Il Santo Padre ha ricevuto
questa mattina in udienza Sua
Eminenza il Metropolita Hilarion, Arcivescovo di Volokolamsk, Presidente del Dipartimento per le Relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di
Mosca.
Nella mattina di sabato 10 dicembre, Papa Francesco ha ricevuto in udienza Sua Eccellenza
la signora Agnès Avognon Adjaho, nuovo ambasciatore del Benin, per la presentazione delle lettere
con cui viene accreditata presso la Santa Sede.
attaccato e bruciato villaggi, costringendo la popolazione civile a
fuggire, in particolare nei dintorni
di Chibok, la città del nord-est nigeriano dove nel 2014 Boko Haram
ha rapito 276 studentesse. Molte di
loro sono state ritrovate di recente
e il governo sta trattando con i terroristi il rilascio delle ultime 21. Il
presidente dell’area metropolitana
di Chibok, Yaga Yarkawa, ha dichiarato che «il distretto è di fatto
sotto assedio da parte di Boko Haram». «Nove villaggi sono stati già
rasi al suolo» ha affermato, spiegando che «i terroristi, presentandosi come pastori, continuano a
depredare il bestiame e i raccolti
agricoli, dando poi fuoco alle
case».
Il ripetersi di episodi di violenza, oltre agli attentati, mettono
purtroppo in dubbio la certezza
espressa dal governo e dai militari
di aver sconfitto la setta terroristica
dopo 7 anni di feroce guerra civile.
Proprio all’inizio di questa settimana si è aperta a Dakar, in Senegal, la terza edizione del Forum internazionale sulla pace e la sicurezza in Africa, un appuntamento di
confronto e di riflessione tra alcuni
dirigenti e alcuni specialisti della
sicurezza
sulle
sfide
vissute
dall’Africa, in particolare il terrorismo, l’estremismo violento e la criminalità organizzata transnazionale. E proprio in questo contesto il
capo di stato nigeriano, Muhammadu Buhari, ha dichiarato che «la
situazione del terrorismo in Nigeria
è sotto controllo».
NOSTRE INFORMAZIONI
Il Santo Padre ha ricevuto
questa mattina in udienza
l’Onorevole Michele Emiliano,
Presidente della Regione Puglia.
Nell’ultimo libro di Tom Wolfe
Distruggere (con ironia)
l’evoluzionismo
Soccorsi sul luogo di un attentato in Nigeria (Afp)
In data 9 dicembre, il Santo
Padre ha accettato la rinuncia al
governo pastorale dell’Arcidiocesi di Khartoum (Sudan) pre-
sentata dall’Eminentissimo Cardinale Gabriel Zubeir Wako.
Gli succede Sua Eccellenza
Monsignor Michael Didi Adgum Mangoria, Coadiutore della medesima Arcidiocesi.
Provvista di Chiesa
Il Santo Padre ha nominato
Vescovo della Diocesi di Doba
(Ciad) il Reverendo Martin
Waïngue Bani, Vicario Generale
della Diocesi di Laï.
Nomina
di Vescovo Coadiutore
Il Santo Padre ha nominato
Vescovo Coadiutore della Diocesi di Bambari (Repubblica
Centrafricana) il Reverendo Padre Richard Appora, O.P., Superiore della Comunità dei Padri
Domenicani a Bangui e Presidente della Conferenza dei Superiori Maggiori del Centrafrica.
L’OSSERVATORE ROMANO
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domenica 11 dicembre 2016
Il nuovo presidente del Ghana
Nana Akufo-Addo (Ansa)
A 25 anni da Maastricht
Ripensare l’Europa unita
BRUXELLES, 10. «Quelli che hanno
pensato di fare a pezzi l’Unione sbagliano, perché senza Unione non
esisteremmo come nazioni singole».
Sono parole del presidente della
commissione europea, Jean-Claude
Juncker, pronunciate ieri, a 25 anni
dalla firma del trattato di Maastricht
che ha trasformato la comunità europea (Ce) in Unione europea e che
ha dato vita all’euro.
Il 9 dicembre 1991 erano dodici i
paesi che scommettevano in prima
persona sull’integrazione che ha portato all’unione a 28, fino alla decisione della Brexit, presa con il referendum nel Regno Unito il 23 giugno scorso, che riporta a 27 gli stati
membri.
Quando Juncker ha iniziato il suo
mandato di capo dell’esecutivo europeo, il primo novembre 2014, ha
parlato di «commissione dell’ultima
chance». E ieri ha ammesso che «si
deve inventare un’orbita differente
per tutti quelli che non si sentono a
loro agio» in questa Ue. Ma ha poi
ribadito che «sono la geografia e la
demografia a costringere gli europei
a stare insieme». L’Europa è «il continente più piccolo, con appena 5,5
milioni di chilometri quadrati, mentre la Russia ne ha 7,5». E secondo
Juncker, il punto è che ora l’Ue conta per il 25 per cento del prodotto
interno lordo globale ma tra 20 anni, per come va l’economia globale,
potrebbe essere tutto molto diverso.
Ci sono state, da parte di Juncker,
anche parole che hanno lasciato trasparire disillusione: «Quello che mi
ricordo più di tutto era la sensazione
attorno al tavolo che stavamo aprendo un nuovo capitolo della Storia,
non da vittime ma da attori». Juncker all’epoca era il giovane ministro
delle finanze del Lussemburgo, poi è
stato anche presidente dell’Eurogruppo.
Il suo successore alla guida del
gruppo di paesi dell’area euro, Jeroen Dijsselbloem, nella stessa cerimonia di ricordo della firma nella
città olandese di Maastricht, ha ri-
cordato come «i problemi e i dubbi
di 25 anni fa sono ancora tutti qui».
Molto concrete le sue considerazioni
sulle prospettive: «Il tempo dei
grandi salti nell’integrazione europea
è finito, l’Europa non è la risposta a
tutto, dobbiamo essere molto più
critici sulla sua espansione, approfondimento o ampliamento, geografico o politico». Per Dijsselbloem,
«il progetto europeo è stato molto
ambizioso e di successo, ha riunito
un continente diviso e ha creato la
pace», ma ora l’era post-bellica è finita e «si deve rivedere il modo in
cui è stata pensata l’Europa». Molto
chiaro il suo messaggio a tutti i paesi partner dell’Ue: «Stabilità significa rafforzare quello che è stato costruito finora per renderlo meno vulnerabile». Ma Dijsselbloem ha sottolineato che tra i tanti mali europei
non va messa la moneta, ma semmai
il fatto che «sono stati avviati progetti ambiziosi, senza mai portarli
davvero a termine» con adeguate
politiche monetarie, lasciando così
«vulnerabilità» che hanno permesso
alla crisi di colpire con più forza.
Jean-Claude Juncker presidente della commissione europea (Epa)
Mosca respinge le accuse dell’agenzia internazionale di controllo
La guerra del doping
LONDRA, 10. Mosca reagisce alle accuse di doping per
oltre mille suoi atleti affermando di non avere programmi di stato che sostengono pratiche scorrette e
mettendosi a disposizione per ulteriori controlli, ma
anche chiedendo che siano esaminati atleti di altri paesi. Le accuse sono contenute nella seconda parte del
rapporto della commissione indipendente della World
Anti-Doping Agency (Wada), guidata da Richard
McLaren. La prima parte era stata pubblicata a luglio.
Secondo il rapporto presentato ieri a Londra, sono
oltre mille gli atleti russi che risultano coinvolti nello
scandalo del doping, e sono una trentina gli sport in-
quinati da quella che la Wada definisce «una cospirazione istituzionale».
Mosca ha promesso attenti esami da parte del ministero dello sport della Federazione russa, ma ha anche
ribadito che «la Russia non ha programmi statali di
sostegno al doping nello sport» e «continuerà la lotta
al doping da una posizione di tolleranza zero». Ci sono poi le parole del presidente della commissione
sport della Duma, Mikhail Degtiariov, che ha lamentato «mancanza di obiettività in alcune parti del rapporto» e ha chiesto di «controllare le squadre di Usa,
Gran Bretagna e Canada».
Si fa più
delicato il caso
del Monte
dei Paschi di Siena
ROMA, 10. Con la crisi di governo
ancora aperta, in Italia si stringe il
nodo della situazione finanziaria del
Monte dei Paschi di Siena (Mps).
Sembra del tutto improbabile che
l’istituto in difficoltà possa ottenere
una proroga sui tempi per la presentazione del piano di risanamento.
Dopo le perdite ieri in Borsa, ora
prova a rilanciare con nuove soluzioni di cui discuteranno i vertici domenica pomeriggio.
Monte dei Paschi ha chiesto alla
Banca centrale europea (Bce) una
proroga di venti giorni per la presentazione del piano di aumento di
capitale, mossa necessaria per il risanamento. Non è ancora arrivata da
Francoforte nessuna comunicazione
ufficiale, ma secondo indiscrezioni
l’istituto non otterrà altro tempo. E
sono bastate le indiscrezioni a far
crollare il titolo Mps in Borsa del
10,55 per cento.
Monte dei Paschi ha confermato,
in una nota, di impegnarsi al completamento dell’aumento di capitale
con «una soluzione di mercato». Significa che conta di trovare capitali
senza l’intervento dello stato, che
peraltro — dicono gli analisti — sembra particolarmente difficile da ipotizzare in questa fase. In ogni caso,
«il consiglio di amministrazione di
Mps è stato aggiornato a domenica
alle 16».
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Campione di sangue in una provetta per controlli antidoping (Reuters)
Romania al voto
per le politiche
BUCAREST, 10. La lotta alla corruzione, il rafforzamento della democrazia e l’ulteriore integrazione
europea, con l’auspicata adesione
all’area Schengen di libera circolazione, hanno caratterizzato in Romania la campagna elettorale per
le elezioni politiche di domenica.
Il voto per il rinnovo del parlamento di Bucarest vede favoriti i
socialdemocratici del Psd, guidato
da Liviu Dragnea, rispetto a una
alleanza fra liberali e centrodestra.
Le politiche si tengono a un anno
dall’uscita di scena dell’ex premier
GIOVANNI MARIA VIAN
direttore responsabile
Giuseppe Fiorentino
vicedirettore
Piero Di Domenicantonio
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caporedattore
Gaetano Vallini
segretario di redazione
Servizio fotografico: telefono 06 698 84797, fax 06 698 84998
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Svolta
per il Ghana
ACCRA, 10. Il leader dell’opposizione del Ghana, Nana Akufo-Addo,
è stato eletto presidente del paese
africano. Il capo di stato uscente,
John Mahama, ha riconosciuto la
sconfitta elettorale, sia parlando in
televisione che con una telefonata
al suo rivale. Nelle elezioni presidenziali di domenica scorsa, Akufo-Addo ha ottenuto il 53,8 per
cento dei voti, mentre Mahama si è
fermato al 44,4 per cento.
SKOPJE, 10. I macedoni si recano
domani alle urne per le legislative
anticipate, ritenute dagli analisti un
punto di svolta per porre fine alla
lunga crisi che paralizza la Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia,
ferma da due anni sia sul fronte
delle riforme che nel suo cammino
verso l’integrazione europea.
Crisi generata dallo scandalo delle intercettazioni del gennaio 2015,
quando il leader dell’opposizione,
Zoran Zaev, accusò il governo di
avere tenuto sotto controllo le conversazioni telefoniche di oltre venti-
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Tipografia Vaticana
Editrice L’Osservatore Romano
don Sergio Pellini S.D.B.
direttore generale
Secondo gli analisti politici, l’esito delle elezioni costituisce un segnale di protesta nei confronti dei
politici in carica negli ultimi 12 anni che, nonostante una modesta
crescita economica, non sono riusciti a impedire l’aumento della disoccupazione. Le elezioni in Ghana si sono sempre svolte in modo
pacifico da quando, nel 1992, ci fu
la transizione dal potere militare
alla democrazia.
Sei agenti
uccisi
al Cairo
IL CAIRO, 10. Un gruppo islamico
chiamato Hasm, sospettato dal
governo egiziano di essere legato
alla fratellanza musulmana (partito considerato fuorilegge), ha rivendicato la responsabilità per
l’attentato dinamitardo di ieri al
Cairo, in cui sei agenti di polizia
sono morti.
L’attentato è stata perpetrato
contro un posto di blocco della
polizia lungo la via Al Haram, nel
quartiere Talibiya, la strada del
quartiere di Giza che conduce alle
piramidi. Altre cinque persone sono rimaste ferite. Lo scrive l’agenzia di stampa locale Mena, citando fonti delle forze dell’ordine e
sanitarie. Il sito del quotidiano
governativo «Al Ahram» ha indicato che la bomba era stata collocata in un bidone della spazzatura
vicino al posto di blocco.
Già in passato, ricordano gli
analisti politici, Hasm — gruppo
armato islamista anti-governativo,
relativamente nuovo sulla scena
egiziana — aveva rivendicato attacchi messi a segno nel paese. Nei
mesi scorsi, il gruppo armato,
considerato in antitesi con il cosiddetto stato islamico (Is), si è
assunto la paternità dell’uccisione
di un agente del servizio di sicurezza del ministero dell’interno
nella
provincia
settentrionale
Beheira, e dell’attentato con
un’autobomba contro il vice capo
procuratore, rimasto illeso.
Elezioni legislative
macedoni
socialdemocratico Victor Ponta,
costretto alle dimissioni nel novembre 2015 dopo una lunga serie
di manifestazioni popolari.
Il Paese balcanico soffre di una
persistente instabilità a causa di
un sistema politico semi-presidenziale che ha dovuto sopportare più
di una volta una scomoda “coabitazione” con presidente e primo
ministro appartenenti a due schieramenti politici diversi.
Gli elettori dovranno scegliere
fra 6000 candidati di 11 partiti.
Servizio vaticano: [email protected]
Nana Akufo-Addo eletto presidente
mila persone. Ne è seguito un interminabile braccio di ferro, con pesanti accuse incrociate di corruzione
e autoritarismo.
Al voto partecipano cinque coalizioni e sei partiti, ma i protagonisti
principali restano il conservatore
Vmro-Dpmne,
dell’ex
premier,
Nikola Gruevski, e il partito socialdemocratico Sdsm, di Zaev. Gli ultimi sondaggi danno in lieve vantaggio i conservatori, anche se con
margini molto inferiori a quelli fatti
registrare in passato.
Tariffe di abbonamento
Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198
Europa: € 410; $ 605
Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665
America Nord, Oceania: € 500; $ 740
Abbonamenti e diffusione (dalle 8 alle 15.30):
telefono 06 698 99480, 06 698 99483
fax 06 69885164, 06 698 82818,
[email protected] [email protected]
Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675
Il nuovo
ambasciatore
del Benin
Sua Eccellenza la signora Agnès
Avognon Adjaho, nuovo ambasciatore del Benin presso la Santa
Sede, è nata il 21 gennaio 1949, è
sposata e ha tre figli.
Laureata in geografia (Université Paris X-Nanterre, 1973), ha poi
ottenuto un diploma di Maîtrise
d’Ouvrage d’Urbanisme et Habitat (SMUH-ACA Paris, 1979). Ha ricoperto i seguenti incarichi: segretario generale (1974-1978) poi presidente (1978-1982) del Movimento Internazionale di Apostolato
dei Bambini, Parigi (Midade);
membro del Pontificio Consiglio
per i Laici (1977-1984); direttrice
della Libreria Notre Dame di Cotonou (1986-2009); membro della
delegazione della Santa Sede presso la Conferenza delle Nazioni
Unite per la Popolazione e lo Sviluppo al Cairo (1994); membro
del Pontificio Consiglio per i Laici (1996-2001); membro del consiglio amministrativo del progetto
Songhaï, Benin (2001-2010), consultore presso il Pontificio Consiglio della Cultura (2004-2008);
presidente dell’Associazione internazionale dei librai francofoni Ailf
- (2005-2008); direttrice di Afrilivres (2012-2013); amministratrice
del centro regionale Songhaï a
Porto-Novo (dal 2014).
A Sua Eccellenza la signora
Agnès Avognon Adjaho, nuovo
ambasciatore del Benin presso la
Santa Sede, nel momento in cui si
accinge a ricoprire il suo alto incarico, giungano le felicitazioni del
nostro giornale.
Concessionaria di pubblicità
Aziende promotrici della diffusione
Il Sole 24 Ore S.p.A.
System Comunicazione Pubblicitaria
Ivan Ranza, direttore generale
Sede legale
Via Monte Rosa 91, 20149 Milano
telefono 02 30221/3003, fax 02 30223214
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Ospedale Pediatrico Bambino Gesù
Società Cattolica di Assicurazione
Credito Valtellinese
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domenica 11 dicembre 2016
pagina 3
Il premier sudcoreano
Hwang Kyo-ahn (Afp)
Decine di militari iracheni uccisi nell’attacco a un ospedale
Controffensiva dell’Is a Mosul
Dopo l’impeachment
Appello all’unità
sudcoreana
SEOUL, 10. Il premier sudcoreano
Hwang Kyo-ahn, nominato ieri presidente ad interim dopo il voto del
parlamento che ha approvato la mozione di impeachment del capo dello stato, Park Geun-hye, ha rivolto
un appello all’unità del paese.
Al termine di una riunione d’urgenza dell’esecutivo, Hwang ha tenuto un breve discorso alla nazione,
in cui ha assicurato che «sotto tutte
le circostanze, manterremo la stabilità del paese» chiamando all’unità e
alla coesione nazionale. «Tutti i servitori dello stato — ha aggiunto —
devono fare il massimo per evitare
vuoti nelle aree della diplomazia,
della sicurezza e dell’economia».
In una nota ufficiale dal Palazzo
di vetro di New York, il segretario
generale dell’Onu, il sudcoreano
Ban Ki-moon, ha fatto sapere di
«seguire con preoccupazione» gli
sviluppi politico-istituzionali nel suo
paese. Ban ha dichiarato di «continuare a credere nella maturità e nella forza delle istituzioni di Seoul»,
dicendosi «fiducioso che il popolo
sudcoreano saprà superare le attuali
difficoltà attraverso l’unità e l’impegno per la democrazia».
Il segretario generale è al termine
del suo mandato alla guida delle
Nazioni Unite, che scade il 31 dicembre. Secondo molti esperti. Ban
Ki-moon si candiderà per la prossima presidenza sudcoreana.
Dopo due mesi di aspro scontro
istituzionale e di proteste di massa,
il parlamento sudcoreano ha dunque
approvato il via libera all’impeachment per corruzione di Park, la
cui sorte è nelle mani della corte costituzionale, che dovrebbe pronunciarsi entro marzo. Park — rilevano
gli osservatori internazionali — ha
pagato il conto dello scandalo che
ha travolto l’amica e confidente
Choi Soon-sil, arrestata e incriminata il 20 novembre per avere approfittato della sua posizione per ottenere
benefici economici da diverse società
sudcoreane e accesso a documenti di
stato riservati.
Per la seconda volta nella giovane
storia della democrazia sudcoreana il
parlamento ha, dunque, messo in
stato d’accusa un presidente. Nel
2004 — ricordano gli analisti politici
— la stessa sorte toccò a Roh Moohyun, nel mirino per incompetenza e
violazioni della legge elettorale.
Fu reintegrato due mesi dopo nelle funzioni dalla decisione della corte costituzionale con le proteste di
massa a suo favore. Roh, continuatore della cosiddetta politica della
"sunshine policy" verso la Corea del
Nord, completò il mandato a inizio
2008, suicidandosi l’anno successivo
a causa di una indagine di corruzione che coinvolse la sua famiglia.
BAGHDAD, 10. Non conoscono tregua le violenze a Mosul. Decine di
soldati iracheni sono rimasti uccisi
quando i miliziani del cosiddetto
stato islamico (Is) hanno lanciato
un contrattacco, respingendo le
truppe lealiste da un ospedale che
avevano precedentemente conquistato. L’agenzia Aamaq dell’Is ha
postato ieri su internet un video
dell’ospedale appena riconquistato,
quello di Al Salam, nel quartiere di
Wahda, e un altro con le dichiarazioni di un caporale iracheno fatto
prigioniero. «Abbiamo perso metà
delle nostre forze che avevano occupato l’ospedale, e diversi ufficiali»
dice il militare nel video.
Un colonnello delle forze antiterrorismo, che ha voluto mantenere
l’anonimato, ha detto che nel contrattacco i jihadisti dell’Is hanno
usato dodici autobombe, mentre
cinque attentatori suicidi si sono
fatti esplodere. Secondo la stessa
fonte, i morti sono 67. Anche il caporale mostrato nel video ha detto
che i miliziani dell’Is hanno impiegato diverse autobombe e hanno
bersagliato con razzi le truppe che
si erano impadronite martedì
dell’ospedale. Nel video postato, si
vedono i locali vuoti e devastati.
Dagli Stati Uniti arriva un nuovo allarme
Bomba atomica
alla portata di Pyongyang
PYONGYANG, 10. Il regime comunista nordcoreano avrebbe raggiunto
le capacità di miniaturizzare una
bomba atomica, tanto da inserirla
nella testata di un missile balistico,
ma non avrebbe ancora sviluppato
la tecnologia per centrare con accuratezza un obiettivo. Lo riferiscono fonti ufficiali statunitensi.
«Al momento hanno la capacità
di lanciare una testata nucleare, ma
non sono in grado di gestire il
rientro per un attacco strategico,
per questo i nordcoreani stanno
continuano a effettuare test per
tentare di superare questo problema», ha riferito la fonte citata
dall’agenzia di stampa Afp.
La Corea del Nord è sotto sanzioni internazionali sia per gli ordigni nucleari che ha fatto esplodere sia per i numerosi missili balistici lanciati nel corso degli anni.
L’essere riusciti a montare una
testata su un missile rappresenta,
dunque, un ulteriore e preoccupante sviluppo per Seoul.
Il primo ordigno atomico venne
fatto esplodere il 9 ottobre del
2006 e il secondo il 25 maggio
2009, quando al potere c’era Kim
Jong-il, il padre dell’attuale leader
Kim Jong-un.
Da allora — ricordano gli analisti — ne sono stati fatti esplodere
altri tre, sempre di maggior potenza, l’ultimo il 9 settembre scorso.
Innumerevoli, invece, i test di
missili balistici (la Corea del Nord
esporta all’estero la sua tecnologia)
tra cui l’ultimo ad agosto con un
missile apparentemente lanciato da
un sottomarino (la forma più evoluta di vettori), il Pukguksong, che
per il regime di Pyongyang sarebbe in grado di colpire anche gli
Stati Uniti.
Sfollati iracheni in un campo a est di Mosul (Ap)
L’ospedale Al Salam rappresenta
il punto più avanzato fino al quale
si erano spinti finora i soldati governativi iracheni nell’offensiva lanciata il 17 ottobre scorso per riconquistare Mosul. L’edificio si trova a
meno di due chilometri dalla sponda orientale del fiume Tigri. Il centro della città è situato sulla sponda
occidentale, ancora a diversi chilometri di distanza.
Intanto, il vice presidente iracheno Ayad Allawi ha proposto la formazione di un «governo politico di
transizione» per amministrare la città di Mosul. A margine di un incontro con l’ambasciatore americano in Iraq, Douglas A. Silliman,
Allawi ha spiegato che il governo
transitorio dovrà restare in carica fino a quando non si terranno elezioni provinciali per Mosul. Parlando
dell’offensiva militare lanciata da
Baghdad per liberare la città dall’Is,
Allawi ha detto che le operazioni
devono essere «condotte in modo
che i civili siano protetti e in modo
da poter fornire assistenza umanitaria di base e permettere agli sfollati
di tornare nelle loro case». Il vice
presidente ha anche sottolineato la
necessità «di accelerare la riconcilia-
spinte quest’anno, ha sottolineato il
regolatore, aggiungendo che altre sei
società sono in attesa della decisione
sulla eventuale autorizzazione la
prossima settimana.
Secondo gli economisti e gli esperti intervenuti alla sesta conferenza sui
mercati dei capitali cinesi che si è appena tenuta a New York, l’economia
cinese vanta molte opportunità di
miglioramento, nonostante le preoccupazioni di un rallentamento. «Vediamo l’enorme crescita della classe
media. Siamo abbastanza ottimisti
sul fatto che continueremo a investire
in questo motore economico nei
prossimi 10 o 20 anni», ha sottolineato Matthew Nimitz, advisory director
di General Atlantic Llc.
Secondo Nimitz le aziende cinesi
stanno diventando sempre più competitive col passare del tempo: «Questo fenomeno dimostra la loro creatività».
Trump nega
ingerenze russe
WASHINGTON, 10. Possibili ingerenze russe nelle elezioni statunitensi. È quanto avrebbe concluso,
secondo il «Washington Post»,
una valutazione segreta della Cia.
Un’ipotesi smentita dal team del
presidente eletto, Donald Trump.
Secondo quanto reso noto dal
«Washington Post», i servizi se-
Migliaia di sfollati in Indonesia
JAKARTA, 10. Quasi 50.000 persone
sono state sfollate in Indonesia dopo il tremendo terremoto di magnitudo 6,5 sulla scala Richter che
mercoledì scorso ha colpito la provincia di Aceh, nell’isola di Sumatra. Lo hanno reso noto oggi le autorità del paese asiatico, mentre il
governo e le agenzie di soccorso
stanno moltiplicano i loro sforzi
per fare fronte alle necessità di base delle comunità colpite.
Le stime sul numero dei senzatetto continuano a salire a dismisura, anche perché, con enorme fatica, le squadre di soccorso stanno
raggiungendo i punti più remoti
dei tre distretti epicentro del sisma.
Soccorritori in azione per cercare possibili dispersi tra le macerie del sisma (Ansa)
tros Mouche, ha lanciato un nuovo
allarme sulla condizione dei cristiani: «Temiamo di dover continuare a
vivere in questa città. Attendevamo
la liberazione, e molti volevano tornare immediatamente, ma ora la
prima necessità è la garanzia della
nostra incolumità».
Sul voto presidenziale statunitense
Conseguenza del terremoto sull’isola di Sumatra
Quotate in borsa
altre quattordici aziende cinesi
PECHINO, 10. La Commissione cinese
regolatoria per la sicurezza dei titoli
di Borsa, ha dato il via libera a quattordici nuove domande di offerta
pubblica iniziale (Ipo) per altrettante
aziende. Tra le quattordici attività,
sette saranno quotate alla borsa di
Shanghai, tre piccole e medie imprese saranno invece quotate alla borsa
di Shenzhen, mentre il resto sarà
quotata al ChiNext, in stile Nasdaq.
Le quattordici Ipo dovranno raccogliere fino a 5,4 miliardi di yuan (circa 782 milioni di dollari statunitensi).
È un passo importante, che fa capire le trasformazioni in atto nell’economia cinese e la volontà di una
sempre maggior integrazione con la
finanza mondiale. Complessivamente
sono 242 le aziende a cui è stato dato il via libera per reperire risorse sul
mercato azionario quest’anno, per
circa 169,5 miliardi di yuan. Sedici richieste di Ipo sono state invece re-
zione nazionale tra gli iracheni»,
evitando l’emergere di nuovi «incubatori di terrorismo ed estremismo», garantendo una sicurezza
adeguata ai cittadini che hanno subito la guerra.
E nel frattempo, l’arcivescovo siro-cattolico di Mosul, Yohanna Pe-
Lo ha confermato alla stampa il
portavoce dell’agenzia indonesiana
per i disastri naturali, Sutopo Nugroho. Il sisma — il cui epicentro è
stato localizzato circa 18 chilometri
a nord est del distretto di Pidie Jaya, a una profondità di 10 chilometri — ha fatto crollare decine di abitazioni, edifici commerciali, strutture sanitarie e moschee.
Finora i morti accertati sono 106,
ma molti delle migliaia di feriti sono ricoverati in gravi condizioni. E
oltre un quarto delle vittime sono
bambini e giovani sotto i 18 anni,
compresi 17 bambini con meno di 5
anni. Lo riferisce in una nota
l’Unicef, il Fondo delle Nazioni
Unite per l’infanzia.
Secondo i dati del Regional Developmnet Planning Agency Bappeda, circa 46.000 bambini sotto i
18 anni vivono nelle 5 aree più duramente colpite. L’Unicef sta attualmente supportando il segretariato nazionale per le scuole sicure
del ministero dell’istruzione di Jakarta per una rapida valutazione
dei danni alle strutture scolastiche.
Sulla base della valutazione, il governo fornirà strutture alternative
per consentire ai bambini di ritornare a studiare il più presto possibile, in ambienti sicuri.
Nel 2016, l’isola di Sumatra è
stata colpita da diversi altri terremoti. La scossa tellurica di mercoledì, in termini di sistema di placche, è stata associata dagli esperti a
quella, terrificante, di magnitudo
9,1 del 26 dicembre del 2004, che
provocò oltre 160.000 morti in tutto il paese, a causa del gigantesco
maremoto che seguì, e agli altri
due avvenuti nella stessa regione
(nel 2005, di magnitudo 8,6, e nel
2007, di magnitudo 8,5 sulla scala
Richter).
greti avrebbero identificato persone con collegamenti con il governo russo che, per danneggiare il
partito democratico, avrebbero
fornito a wikileaks migliaia di
email ottenute illegalmente. Questi individui, aggiungono le fonti
citate dal quotidiano, sono noti alla comunità di intelligence e farebbero parte di una più ampia operazione russa per favorire Trump e
minare le possibilità della sua rivale Hillary Clinton.
Proprio ieri il presidente americano uscente, Barack Obama, ha
disposto una «completa revisione»
degli episodi assimilabili a pirateria informatica volti a perturbare
lo svolgimento delle elezioni presidenziali dello scorso mese e si
aspetta che le conclusioni di questo riesame gli vengano consegnate prima della fine del suo mandato il 20 gennaio prossimo.
Nel frattempo il presidente eletto Donald Trump ha nominato
Andrew Liveris, presidente e amministratore delegato dell’azienda
chimica Dow, a capo del consiglio
americano per l’industria manifatturiera, un organismo interno al
dipartimento del commercio. Il
gruppo, ha detto Trump in un comizio in Michigan avrà «il compito di trovare il modo di riportare
l’industria in America».
Obama
a difesa
dell’Artico
WASHINGTON, 10. Il presidente
uscente degli Stati Uniti Barack
Obama ha usato un ordine esecutivo per proteggere i villaggi dei
nativi nel mare di Bering, in Alaska, creando un’area climatica di
resilienza di 112.300 miglia quadrate per proteggere localmente le risorse marine da cui dipendono.
Il provvedimento, che stanzia 30
milioni di dollari, vieta permanentemente l’esplorazione petrolifera
per 40.300 miglia quadrate in due
aree già riconosciute come importanti aree di caccia.
Le comunità locali avranno
inoltre più voce in capitolo nelle
consultazioni sulla gestione delle
attività federali in loco, compresa
la navigazione, accresciuta dallo
scioglimento dei ghiacci.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
domenica 11 dicembre 2016
«Silly Symphonies» (1929-1938)
A cinquant’anni dalla morte di Walt Disney
Visionario
attento al mondo reale
musica, facendo delle sue storie principali) metteranno a punto in
un’unica ininterrotta coreografia, particolar modo il ritmo dell’anie anticipando fra l’altro in questo mazione, la sua straordinaria simi veri musical, che quasi sempre biosi con la musica, ma, a partire
relegano ancora musiche e balli ai dal 1932, anche l’uso del colore, e,
momenti in cui i protagonisti sal- poco più tardi, la tecnica multigono su un palcoscenico, e che plane, che consente di stratificare
arriveranno con regolarità a quella più tavole disegnate per creare un
magica miscela solo molti anni effetto di profondità realistico e
più tardi.
suggestivo. Andando così a comFondamentali,
pletare già tutte quelle caratteristiper testare tutte
che che renderanno unica l’immaqueste innovazioni,
Per capirne il segreto
nonché alcuni per- gine Disney, e che il pubblico ribisogna analizzarne le origini
sonaggi che compa- troverà, al loro meglio, nel primo
Disney ha iniziato da poco a creare
riranno in seguito, lungometraggio, che sarà anche il
Silly primo lungometraggio d’anima- tere allo spettatore un’emozione fuori i teatri di posa. Dare tangisaranno
le
quando si verificano due eventi cruciali
symphonies, una se- zione della storia, Biancaneve e i quasi sensoriale.
bile concretezza alle proprie creaIl crollo di Wall Street
rie di settantacin- sette nani (1937).
A differenza di tanti altri perso- ture, inoltre, era probabilmente
Ciò che mancava alle Silly sym- naggi animati, quelli di Disney si
que cortometraggi,
e l’avvento del sonoro nel cinema
un’esigenza, per chi come lui era
più volte premiati phonies, impregnate di un’atmosfe- muovono in modo lento e prati- abituato a vederle relegate al focon l’Oscar, pro- ra gioiosa vagamente pagana, è il camente perenne, imitando in
glio di carta.
dotta dal 1929 al calore umanista, la poetica sensi- modo fedele gli esseri viventi.
Ma un impero economico diffinon sembra venire scalfito dal 1938. Si tratta di un vero e pro- bilità che invece informerà i lun- Questo visionario, questo creatore
cilmente può andare avanti per
tempo. Sicuramente grazie alla prio laboratorio con cui Disney e gometraggi, e che si fonde alla di dimensioni immaginarie, dunsolidità della struttura industriale i suoi collaboratori (Ub Iwerks, perfezione con la morbidezza di que, era più attento di quanto si quasi un secolo se alla base non
cui ha dato vita, la Walt Disney Burt Gillett, Wilfred Jackson, i un’animazione capace di trasmet- possa credere al mondo reale e ai c’è un’idea straordinaria. E quella
di Disney è stata creare una realtà
Company, che ha saputo sopravritmi della vita vera. Come nessun alternativa che avesse però la fivivergli superando anche il delicaaltro nel suo campo in quegli siologia di quella quotidiana. Non
to passaggio all’animazione digianni.
a caso vari episodi delle Silly symtale. Ma altrettanto certamente in
Certo poi Disney è stato un viphonies sono dedicati all’avvicenvirtù del mito che avvolge ancora
sionario anche sul piano indudarsi delle stagioni, o al passaggio
oggi i capolavori realizzati in pristriale, in particolare nel concepire
dal giorno alla notte. I capolavori
ma persona, le sue versioni di
un merchandising dalle proporziodel lungometraggio aggiungeranfavole della tradizione che da
ni gigantesche e arrivando a imquel momento, però, tutti
maginare i primi parchi a tema no un filo narrativo che — come
associano istintivamente ai
del mondo, vere e proprie cittadi- però quasi tutte le favole, ben prisuoi disegni.
ne del sogno. Quest’ultimo è però ma di Disney — implica per i proCome ogni grande fenoun aspetto sopravvalutato della tagonisti un viaggio iniziatico,
meno, per capire il segreto del
sua personalità. Questo senso di una prova del fuoco attraverso
suo successo bisogna analizzargrandezza, un po’ megalomane, paure ancestrali. Da superare grane le origini. Disney ha iniappartiene a tante, se non a tutte, zie a una maggior coscienza di sé
ziato da poco a creare i
le personalità americane di suc- e del mondo.
suoi personaggi di carta,
Se in Disney questo tipo di avcesso di quell’epoca, e in particoquando si verificano
lare a quelle del cinema. Disney ventura è più potente che in tanti
due eventi cruciali, il
costruiva città da fiaba così come altri, è perché lo spettatore vi troprimo su larga scaPaperino e Topolino
David O. Selznick, Darryl F. Za- va una maggior immedesimaziola, il secondo nel cinuck o Louis B. Mayer costruiva- ne, anche se camuffata da fuga
nema: la borsa ameno mondi di fantasia dentro e dalla realtà.
ricana crolla dando
origine alla Grande
Depressione e il
mondo del grande schermo si
riorganizza, non senza traumi, per
creare spettacoli provvisti di
sonoro.
Iconografia dell’emorroissa nell’arte paleocristiana
Pur con tutti i suoi meriti,
Disney ha dunque anche la fortuna di inserirsi in questa epocale
fase di transizione cinematografica e nazionale, dimostrando di
avere le carte vincenti sia sul
piano ideologico che su quello
tecnico.
ché dovrei scolpire un simulacro di Dio, lorquando si rappresenta il sacro, simildi FABRIZIO BISCONTI
Sotto il primo profilo, è stato
quando, se ben rifletti, l’uomo stesso è il mente sottolinea enfaticamente la rapprenotato più volte come i suoi perUna vena aniconica (che non ammette simulacro di Dio? Perché dovrei erigergli sentazione di scene cristiane commissiosonaggi, e Topolino in particolare,
immagini) attraversa i primi secoli del un tempio, quando tutto il mondo creato nate direttamente dall’imperatore.
concretizzino lo spirito roosevelcristianesimo, forse per aderire all’atteg- da lui non riesce a contenerlo?» (Octavius
Nella Vita Constantini, infatti, Eusebio
tiano, per il coraggio, l’ottimismo
giamento antidolatrico, fissato in una leg- 32). In oriente si esprimono negli stessi descrive alcune fontane e piazze di Coe la generosità con cui superano
ge celebre del Decalogo (Esodo 20, 4-5) termini Clemente Alessandrino (Protrepti- stantinopoli che — su commissione
le difficoltà. Dal punto di vista
che fa divieto di creare simulacri sacri, e co 4, 45-46) e Origene (Contra Celsum 8, dell’imperatore — erano state decorate
tecnico, invece, il disegnatore inche conobbe uno sviluppo esegetico nel 17, 20).
con le immagini di Daniele tra i leoni e
tuisce che quella forma artistica
L’atteggiamento antidolatrico, e non del Buon Pastore, né sembra biasimare
Deuteronomio (4, 14-19). Tale atteggiamenche finora era stata confinata quato fluisce, in tutti i suoi termini, nel com- anticonico, come si è ritenuto in passato, l’intenzione di chi fece rappresentare il
si esclusivamente a primordiali efportamento paleocristiano, come ben si affaccia nel IV secolo, quando Epifanio miracolo della guarigione dell’emorroissa,
fetti speciali, o all’uso strumentale
chiarisce un dossier patristico, dal quale di Salamina, in una lettera conosciuta an- pur puntualizzando che l’operazione riche ne avevano fatto le avanguaremerge per forza e lucidità un brano che attraverso la traduzione di Girolamo sentiva di una «usanza pagana» (Vita
die degli anni Venti, può invece
dell’Octavius di Minucio Felice: «E per- (Epistula 51), racconta, con dovizia di Constantini 7, 18).
competere con il cinema dal vero
particolari, di una sua
Fermiamoci su quest’ultima testimosul suo stesso terreno, ovvero racescursione in un villagnianza che fa riferimento al gruppo sculcontando storie e creando persogio palestinese, dove
toreo fatto costruire a Paneas, nota come
naggi con una loro psicologia e
aveva visto una tela
Cesarea di Filippi, dalla donna affetta da
una loro coerenza.
con le immagini di
emorragia e guarita per aver toccato un
Mentre i set popolati da attori
Cristo e degli altri sanlembo del manto di Gesù (Matteo 9, 18in carne e ossa si ritrovano con
ti.
nuove ingombranti cineprese, poEusebio di Cesarea 22; Marco 5, 21-23; Luca 8, 40-48).
In un frammento del Commentario sul
co adatte ai movimenti nonché alentra pienamente nei
le riprese in esterni, dato che hantermini della questio- vangelo di Luca si ricorda che in un mono anche problemi di messa a
ne: Costanza, sorella numento bronzeo, sistemato su una piefuoco sulle grandi distanze,
dell’imperatore
Co- tra innalzata davanti alle porte della sua
Disney offre uno spettacolo in cui
stantino e vedova di casa, si riconosceva la donna in ginoclo spazio non ha altri limiti se
Licinio, aveva richiesto chio, con le mani levate. Dinanzi a lei un
non quelli dell’immaginazione.
proprio al padre della uomo stante in tunica e pallio tende una
Mentre il technicolor dei film
Chiesa di corte l’im- mano destra nel gesto della parola. Ai
“normali” è ancora acerbo e in
magine di Cristo, rice- suoi piedi cresce una strana pianta, consipratica inutilizzabile, quello nevendo un netto rifiuto, derata un medicamento per qualsiasi macessario a illuminare i disegni anipoiché, secondo quan- lattia. La gente dice che la statua rappremati ha già a disposizione tonalito specifica il biografo senta proprio il Cristo, e che il complesso
tà sgargianti e ipnotiche.
di Costantino, non è di bronzo fu distrutto dall’imperatore
Infine, laddove Hollywood, in
possibile rappresentare Massimino.
Eusebio dichiara di aver visto personalquesta fase, tende inevitabilmente
l’invisibile.
a sfruttare sin troppo la nuova riMa la posizione di mente il monumento riferito proprio alla
sorsa dei dialoghi, rendendo anEusebio sembra oscil- committenza dell’emorroissa durante una
cora più teatrale la messa in scelante, al proposito, se, visita a Cesarea di Filippi e la sua accuraPannello musivo con scena di guarigione dell’emorroissa
na, Disney opta spesso per una
mentre dimostra una ta descrizione anche nell’Historia Eccle(Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna, VI secolo)
felice commistione fra dialogo e
posizione rigorista al- siastica sembra confermarlo (VII, 18).
di EMILIO RANZATO
passato mezzo secolo
dalla scomparsa di
Walt Disney (nato a
Chicago il 5 dicembre
1901 e morto a Burbank, vicino Los Angeles, il 15 dicembre 1966), eppure il suo nome
È
Giacobbe
ai Musei vaticani
«La lotta di Giacobbe come
paradigma della creazione artistica»
è il tema del convegno che si terrà
nella sala delle conferenze dei
Musei vaticani giovedì 16 dicembre.
I lavori saranno introdotti da Micol
Forti, direttrice della Collezione
d’Arte contemporanea dei Musei
vaticani. Interverranno Yvonne
Dohna Schlobitten della Pontificia
Università Gregoriana, Guido
Schlimbach della Kunst-Station
Sankt Peter a Colonia, e Timothy
Verdon del museo dell’Opera del
Duomo a Firenze.
Il mantello che guarisce
Alexander Louis Letoir
«Giacobbe e l’Angelo» (XIX secolo)
D’altra parte l’iconografia dell’emorroissa guarita dal Cristo appare nell’arte
paleocristiana, proprio secondo lo schema
iconografico descritto dal vescovo di Cesarea, a cominciare dal III secolo, in un
affresco del cubicolo della coronatio nel
complesso catacombale di Pretestato e
continuando con altre scene, già del secolo IV, nelle catacombe dei santissimi Marcellino e Pietro e di Domitilla.
Anche gli artifices che scolpirono i sarcofagi scelgono lo schema canonico e lo
ripetono, tra il IV e il V secolo, a Roma, a
Milano, in Gallia e in Spagna, per sfociare, in un mosaico di Sant’Apollinare
Nuovo a Ravenna, oramai del tempo bizantino.
All’episodio fanno riferimento i più noti padri della Chiesa: da Giustino ad Ireneo, da Ippolito ad Origene, da Gregorio Nazianzeno ad Epifanio, da San Pier
Crisologo ad Ambrogio che in un rapido
passaggio del De Poenitentia (1, 7) vede
nella miracolata la Chiesa, che mette a
nudo le sue piaghe, chiedendo che vengano curate e del tutto sanate.
L’OSSERVATORE ROMANO
domenica 11 dicembre 2016
Hendrik
III
pagina 5
van Cleve, «Torre di Babele» (1550)
Nell’ultimo libro di Tom Wolfe
Come distruggere (con ironia)
l’evoluzionismo
di LUCETTA SCARAFFIA
el 2014 quelli che Tom
Wolfe definisce «otto pesi
massimi
dell’evoluzionismo» — fra i quali si poteva
annoverare perfino il più
celebre studioso di linguistica strutturale
al mondo, Noam Chomsky — hanno ammesso, in un articolo scientifico, che
«l’evoluzione del linguaggio rimaneva un
mistero». Un’affermazione di grande peso, anche se quasi del tutto ignorata, perché proprio l’esistenza del linguaggio di
fatto annullava la pretesa darwiniana di
dimostrare scientificamente che l’essere
umano non era altro che un animale più
evoluto.
Quando legge la notizia, lo scrittore
statunitense pensa: «Centocinquant’anni
dall’avvento della teoria dell’evoluzione e
non hanno ancora scoperto nulla». E,
con acuta ironia, ripercorre il cammino
che ha portato gli evoluzionisti ad ammettere un ostacolo insormontabile — e
cioè la difficoltà di spiegare in termini
evoluzionistici il linguaggio umano —
nella loro teoria scientifica, da Wolfe giustamente definita come cosmogonia, cioè
un tentativo di spiegare compiutamente
l’origine del mondo.
Lo sguardo acuto dello scrittore non
solo esplora le teorie scientifiche, ma ci
mette di fronte a uomini in carne e ossa,
ritratti nel loro ruolo sociale, nel loro carattere e nelle loro meschinerie. Meschinerie che — Wolfe lo spiega con leggerezza nel libro Il regno della parola (Firenze,
Giunti, 2016, pagine 192, euro 18) — sono
parte inevitabile nel definire quello che
poi viene chiamato il progresso della
scienza.
Così racconta la vicenda che ha reso
credibile l’evoluzionismo, cioè la scoperta
del meccanismo che farebbe scattare
l’evoluzione — la sopravvivenza del più
forte — sia in Darwin che in Wallace: in
entrambi l’idea nasce dalla lettura di
Malthus, che non era uno scienziato, e
viene poi trasferita in ambito scientifico.
Ma mentre Wallace, simpatico avventuriero di umili origini e autodidatta, scrive
N
Gli attacchi che fecero scricchiolare il darwinismo non arrivarono dal clero, intimidito dalla
sua rispettabilità scientifica, ma
da altri due scienziati: il solito
vivace autodidatta Wallace che,
dopo avere militato nelle fila del
darwinismo, scrisse un’opera nella quale ne denunciava i punti
deboli. Fra questi, in particolare,
il fatto che l’evoluzione non
spiega come mai l’uomo avesse
fin dalle origini un organo specificamente sviluppato con capacità assai superiori a quelle che gli
servivano per sopravvivere, un
organo che sembra preparato in
anticipo per uno sviluppo quasi
illimitato, e che spiega il linguaggio: il cervello. In sostanza
Wallace scrive che «il potere del
cervello umano si estendeva talmente al di là dei confini della
selezione naturale che il termine diventava insignificante nel dar conto delle origini dell’uomo».
Nello stesso periodo, Max Muller, il
più noto e stimato linguista britannico,
affermò coraggiosamente
che «il linguaggio è il nostro Rubicone, né alcun
«Dire che gli animali
bruto ardirebbe varcarlo».
Lo studioso andava cioè
si sono evoluti nell’uomo
dicendo che l’uomo aveva
è come dire che il marmo di Carrara
un superpotere difficilmente spiegabile con l’evolusi è evoluto nel David di Michelangelo
zione: il linguaggio. NonoIl linguaggio è ciò a cui l’uomo
stante tutti i tentativi messi
in atto da Darwin per surende omaggio in ogni istante»
perare questo ostacolo, eschiosa lo scrittore
so rimase tale, e per circa
settant’anni nessuno affrontò più il problema fintando l’unica spiegazione accettabile per ché, con Noam Chomsky, si ripresentò la
qualsiasi fenomeno. Fondamentale poi fu questione con modalità che somigliavano
il fatto che Darwin, il quale si dichiarava molto al confronto fra Darwin e Wallace.
Chomsky — sostenuto dal plauso geneagnostico, offrisse una versione delle origini del mondo che permetteva di fare a rale della scienza — sosteneva di avere rimeno di Dio e questo, in società che si solto finalmente il problema della comstavano rapidamente secolarizzando, co- patibilità fra linguaggio ed evoluzione:
stituiva una caratteristica decisiva per de- secondo la sua teoria, infatti, in ogni essere umano esisteva una sorta di organo
cretare il successo del libro.
subito un articolo sulla scoperta, Darwin,
agiato gentiluomo che aveva studiato a
Cambridge, tergiversa da anni. Sarà solo
la lettera di Wallace, che gli manda il
manoscritto in cui narra la scoperta, a
dargli la spinta necessaria a scrivere qualcosa delle sue elucubrazioni.
Ma l’establishment della scienza inglese è tutto dalla parte di Darwin, gli assicura il primo posto nella scoperta e lo
aiuta a raggiungere e a mantenere quella
posizione preminente che i libri scritti
successivamente — benché lunghi e farraginosi rispetto a quelli più brevi e più
chiari di Wallace — gli assicureranno.
L’agiatezza familiare grazie alla quale si
può dedicare solo allo studio e alla scrittura permetteranno a Darwin di sviluppare la sua teoria facendone una nuova
cosmogonia, da contrapporre a quella religiosa.
Wolfe sottolinea come questa cosmogonia sia in realtà solo una creazione letteraria, proprio come tutte le altre cosmogonie che vengono chiamate miti. Ma la
pretesa scientifica di Darwin, insieme alla
sua importanza sociale, vengono accettate
in un ambiente dove la scienza sta diven-
predisposto al linguaggio, che garantiva
così il veloce apprendimento della parola
nei bambini. La prova era che al di sotto
di tutte le lingue esisteva una struttura
comune, che provava quindi il funzionamento dell’organo al di là delle infinite
varianti linguistiche presenti nel mondo.
Nessuno osò mettere in discussione la
sua scoperta, basata su osservazioni teoriche, non certo su osservazioni linguistiche sul campo, fino a quando uno studioso autodidatta, Daniel Everett, dopo
trent’anni di vita in una comunità sperduta del Brasile pubblicò articoli e libri
in cui presentava una lingua che non
aveva nulla a che fare con la struttura
originaria scoperta da Chomsky: una lingua molto primitiva che corrispondeva
esattamente al livello culturale della tribù. Esperienza che portava il ricercatore
ad affermare che la lingua era un artefatto umano, e non frutto dello sviluppo di
un organo preesistente.
Everett sostenne che la lingua era uno
strumento che spiegava la supremazia
della specie umana sugli altri animali, come la sola evoluzione non potrebbe mai
fare. Il duro e coraggioso attacco al patriarca della linguistica veniva non solo
da un autodidatta, se pure eccezionalmente dotato per la ricerca, ma da un
giovane che si era recato presso quella
tribù con la famiglia, come missionario
evangelico. Chomsky cercò di ignorarlo,
lo trattò da povero ciarlatano, ma i libri
del «Davide» Everett alla fine riuscirono
a far fare marcia indietro al «Golia»
Chomsky, che cominciò a cassare dai
suoi scritti la teoria dell’organo predisposto, senza però fare mai autocritica. Fino
a giungere all’ammissione del carattere
misterioso del linguaggio, dalla quale
prende inizio il libro di Wolfe.
Lo scrittore statunitense denuncia proprio in questo mistero il fallimento di
ogni teoria evoluzionista: «Il linguaggio,
e solo il linguaggio, ci ha permesso di
conquistare ogni palmo di terra di questo
mondo, di soggiogare ogni essere abbastanza grande da rendersi visibile e di
mangiarci la metà della popolazione dei
mari». E può finalmente così concludere:
«Dire che gli animali si sono evoluti
nell’uomo è come dire che il marmo di
Carrara si è evoluto nel David di Michelangelo. Il linguaggio è ciò a cui l’uomo
rende omaggio in ogni istante che possa
immaginare».
In viaggio con Julia Kristeva alla scoperta dell’umanità e dei suoi fondamenti
Cambiare il posto delle cose
Julia Kristeva in un’immagine giovanile
di CRISTIANA D OBNER
La genesi di questo libro a due voci, Je
me voyage. Mémoires. Entretiens avec Samuel Dock (Paris, Fayard, 2016, pagine
297, euro 20), di Julia Kristeva, linguista,
psicanalista, filosofa e romanziera, è precisa, riflessa con un’eco che rimanda a
Montaigne.
Non è un’autobiografia, stesa nella solitudine del proprio studio o al tavolo
del caffè preferito, ma una pubblicazione
che raccoglie gli incontri, per molti
aspetti estemporanei e diretti, fra i due
autori in dialogo. Una presa diretta su
Julia Kristeva che afferma: «Non intendo
fare un bilancio. La clinica psichiatrica
mi ha insegnato che le autobiografie
mentono e le biografie riorganizzano.
Vorrei piuttosto che fosse un “carnet di
strada” che segnali il viaggio». Ciò avviene sotto lo sguardo attento e percettivo
del giovane Samuel Dock, psicologo clinico e scrittore, che si propone di favorire lo svelamento di una intimità che, a
lungo, Julia aveva protetto.
Se non è il divano di Samuel Dock, è
solo la sua poltrona? Nient’affatto. È
piuttosto un sapiente e non inquisitorio
stare al fianco della viaggiatrice con mosse maieutiche.
La luce di queste pagine, corredate anche da fotografie inedite, illumina tante
sfaccettature di una donna poliedrica,
sensibile, che si gettò in un’avventura
che, dalla natia Bulgaria, la sospinse a
Parigi, dove giunse in una fredda e nevosa giornata di dicembre degli anni Sessanta, con cinque dollari in tasca e con
documenti che, inizialmente, crearono
problemi.
L’atmosfera parigina, malgrado il gelo
invernale, fece sbocciare e fiorire in lei
l’intellettuale oggi conosciutissima, apprezzata e insignita di onorificenze, fra
cui spicca il Premio Holberg. Sposa dello scrittore Philippe Sollers e madre
insegnato a vivere in apertura. «Sono
un’umanista che ha letto Freud e j’investis gli umani, la gente, i loro disastri e
gioiosa di Davide, colpito da una malat- le loro riuscite mi toccano, le vedo per
tia neurologica. Donna appassionata, procura. Si trovino in Cina, in Canada,
presente alla storia, ricca di empatia, di negli Stati Uniti. Delle relazioni forti, di
curiosità insaziabile, di idee sempre fre- un adesso che perdura».
sche e inedite in un campo di ricerca vaUmanesimo centrato, pervaso da uno
stissimo, nella tensione rivolta a rifonda- sguardo olistico, sul soggetto che anela
re l’umanesimo, in una creatività in conalla speranza, non in una spiritualità, in
tinuo movimento. In Kristeva il linguagqualche modo astratta e codificata, ma
gio e l’ipermodernità, in tempi di iperconnessione, non viene minato discono- nel giocarsi tutta in sole tre parole: Je me
scendone il problema e poi rimuovendo- voyage.
Strumento di osservazione, di analisi,
lo, ma affrontandolo con uno sguardo
di scavo trepido in antropologia della
che lo renda strumento utile.
Quale la personalità che si palesa? So- psicologia e un’antropologia religiosa. Si
lare, pronta allo humor e allo slancio poe- respira aria di libertà, creatività, immagitico, in cui l’emozione e la teoria dell’in- nazione nell’essere straniera «che obbliga
conscio conducono all’intimità con se a rifarsi incessantemente, mettendosi in
stessi che, ben conosciuta e calibrata, li- discussione dal di dentro, dal di fuori e
se stessi».
bera desideri e pensieri.
Si viaggia con lei alla
scoperta della propria umanità e dei suoi fondamenti,
L’autrice non intende fare un bilancio
accompagnati da tanti volti: da Colette a Jackson
perché la clinica psichiatrica le ha insegnato
Pollock ma anche Teresa
che le autobiografie mentono
d’Avila e Benedetto XVI.
Con uno stile personale
e le biografie riorganizzano
perché «il mio modo di viIl libro deve essere un “carnet di strada”
vere è il modo di scrivere».
Pur in un contesto di angoscia, ma tenuta in mano
e fatta fruttificare come molla di un’esiLa modernità è momento cruciale nelstenza sorridente che, senza timore, af- la storia del pensiero che i suoi romanzi,
fronta il caos e lo plasma in incontri per- scritti di notte, sfidando l’oscurità della
sonali empatici.
memoria e abbattendo la vigilanza, porUna Julia tuttavia straniera e quindi tano alla luce.
fuori posto? Collocata nel luogo sbagliaL’asse del libro? Una piena ruscellante
to? Roland Barthes lo annotò chiaradel vissuto che gorgogliava in Julia e atmente: «Kristeva cambia il posto delle
tendeva di poter essere espresso, proprio
cose». Quindi non fuori posto ma...
spiazzante. Aperta e non chiusa né in questo viaggio riflessivo e attento, monell’ideologia, né nell’acquisita cultura bile ma non distratto. Ben diverso dal tuma desta a cogliere il fermento e, in rista contemporaneo “mordi e fuggi” che
molte circostanze e incontri, fermento el- scardina la persona e la depaupera. Krila stessa perché le prove, lette in termini steva è un’umanista che voleva «perdere
di liberazione, di uscita da sé, le hanno le catene».
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 6
domenica 11 dicembre 2016
Sotto processo il governatore cristiano di Jakarta
Tolleranza
alla sbarra
MANILA, 10. Nelle Filippine la
povertà e la mancata guida dei
genitori spingono ogni anno centinaia di ragazzi a unirsi all’esercito, o ai gruppi ribelli, intravedendo facili possibilità di guadagno. Denuncia il fenomeno del
reclutamento dei bambini soldato
l’arcivescovo di Ozamiz, Martin
Jumoad, il quale — riferisce AsiaNews — si è rivolto al governo
chiedendo di «raddoppiare gli
sforzi» per migliorare le condizioni di vita e l’istruzione dei minori nel Mindanao settentrionale,
regione nel sud del paese che
comprende alcune zone a maggioranza islamica, dove operano
diversi movimenti di ribelli (musulmani e comunisti). Il reclutamento di ragazzi nelle file dei miliziani non è una cosa nuova ed è
una pratica di molti gruppi, come
il Maute (movimento detto anche
«Stato islamico di Lanao»).
«Noi e i catechisti — sottolinea
monsignor Jumoad — abbiamo il
dovere di raggiungere queste periferie e condividere il loro bisogno, affinché i valori dell’O nnipotente siano conosciuti e vissuti
da tutti». Il reclutamento di minori è una violazione dei diritti
umani: «È incredibile che dei
bambini siano usati come soldati.
Mindanao non sarà mai un luogo
di pace fino a quando i più piccoli saranno esposti alla violenza.
I bambini devono andare a scuola. In questo modo tutta la regione avrà un futuro luminoso».
Il più grande gruppo armato
che opera nel Mindanao è composto dagli ex ribelli del Moro
Islamic Liberation Front (Milf),
che ha cercato per decenni l’indipendenza della regione, ricca di
risorse minerarie. La guerra che
ne è derivata è costata la vita a
migliaia di persone e ha impedito
di fatto di sfruttare le ricchezze
del sottosuolo, valutate intorno ai
trecentododici miliardi di dollari.
Il 24 gennaio 2014 il Milf e Ma-
Il fenomeno dei bambini soldato nelle Filippine
A scuola
di guerra
nila hanno sottoscritto un accordo di pace a Kuala Lumpur. Durante gli anni della guerra, ma
anche oggi, si calcola che centinaia di minori siano costretti ad
abbandonare le proprie case per
unirsi ai ribelli. Non tutti ricevono un addestramento militare, ma
vengono impiegati (a volte anche
pagati) per diverse attività.
Già nel 2008 un rapporto del
Children’s Rehabilitation Center
denunciava l’arruolamento dei
minori tra le file dell’esercito governativo e fra le milizie ribelli.
Tra le vittime, bambini malnutriti
per la mancanza di cibo o costretti a fuggire dai luoghi d’origine a causa del conflitto. Proprio per valutare le conseguenze
della guerra sui minori, Radhika
Coomaraswamy, all’epoca inviato
speciale delle Nazioni Unite per i
problemi legati all’infanzia, visitò
le Filippine per vedere di persona
gli effetti, prendendo in esame i
legami fra i bambini soldato e i
gruppi ribelli che li arruolano, le
possibili iniziative per un loro ritorno alla vita civile e i programmi di protezione dell’infanzia. Il
Children’s Rehabilitation Center
denunciava un aumento dei casi
di bambini soldato, non risparmiando critiche al governo. Secondo quel rapporto, vi erano
novecentoquarantotto casi documentati di violazione di diritti
umani su minori, mentre erano
circa due milioni quelli vittime di
“evizione forzata” a causa della
guerra.
Il problema dell’infanzia è seguito con attenzione dal Silsilah,
movimento per il dialogo islamico-cristiano con base nella regione del Mindanao, che ha avviato
una serie di programmi dedicati
ai bambini che soffrono di malnutrizione. Secondo una ricerca,
le Filippine sarebbero il quinto
paese al mondo dove è più sentito il problema della fame. Per
questo fra i progetti elaborati dal
Silsilah vi è la preparazione di
pasti altamente nutrienti (in aggiunta alle normali razioni di cibo) da somministrare due volte a
settimana per i casi più gravi.
A fine giugno la Caritas filippina, assieme a un gruppo di organizzazioni religiose e civili, si era
rivolta a Rodrigo Duterte, appena eletto presidente della Repubblica, invitandolo a «puntare sullo sviluppo» e a mettere i poveri
(fra essi tanti bambini) «al centro
dell’agenda politica», compiendo
«maggiori sforzi per migliorare la
vita degli emarginati» nell’ottica
di un reale cambiamento sulla
base della giustizia e della dignità
umana. Nella nota si esortava, fra
l’altro, a «proteggere i diritti dei
piccoli agricoltori, soprattutto i
diritti di proprietà delle terre», rivedendo il meccanismo dei sussidi in modo da sostenere la produzione locale e il commercio
equo, incentivare l’agricoltura sostenibile e biologica e la pesca,
applicando una vera riforma
agraria. E si concludeva ricordando anche «l’erosione dei diritti
dei popoli indigeni».
JAKARTA, 10. Sarà processato il
13 dicembre dal tribunale distrettuale il governatore cristiano di Jakarta, Basuki Tjahaja
Purnama, detto Ahok, accusato
di blasfemia perché — in un intervento pubblico del settembre
scorso nel quale annunciava la
ricandidatura alla carica — aveva citato il versetto di una sura
del Corano affermando che
ogni cittadino indonesiano ha
legittimo diritto di votare per
lui. Alcuni leader islamici hanno invece ribattuto che, secondo il Corano, solo un musulmano può guidare altri musulmani. Da qui, negli ultimi due
mesi, in Indonesia, una serie di
manifestazioni di massa di suoi
antagonisti e sostenitori.
A decidere sul caso — riferisce l’agenzia Fides — sarà un
collegio presieduto dal giudice
supremo Dwiarso Budi Santiarto, affiancato da altri quattro
magistrati. Le udienze si ter-
ranno presso il tribunale distrettuale centrale di Jakarta e,
data la grande attenzione
dell’opinione pubblica, la procura ha formato un team di tredici alti funzionari che agiranno da pubblici ministeri e saranno impegnati nelle indagini.
Il processo dovrebbe porre
fine a una vicenda che sta agitando la nazione. Una settimana fa si è tenuta una nuova
grande assemblea nella capitale
durante la quale fedeli musulmani hanno pregato e chiesto
alla magistratura di arrestare il
governatore. Dal canto loro i
cristiani indonesiani, assieme a
molti musulmani, si sono uniti
invece in preghiera per la pace,
concordando sull’urgenza di
promuovere il bene del paese,
il rispetto della democrazia e
della Pancasila, la carta di cinque principi che sta alla base
della Costituzione e della convivenza civile nell’arcipelago.
Leggendo «Amoris laetitia»
I vescovi irlandesi sul dibattito in corso nel paese
Appello dall’episcopato dopo la distruzione di una chiesa
Basta voler capire
L’aborto non è
un trattamento medico
Per la pace
in Myanmar
Pubblichiamo una breve nota del cardinale arcivescovo emerito di Pamplona y
Tudela uscita su «Vida Nueva» del 3-9
dicembre scorsi.
di FERNAND O SEBASTIÁN AGUILAR
Alcuni insigni signori soffrono perché
non arrivano a capire che cosa Francesco ha voluto dire in Amoris laetitia
e vogliono che sia lo stesso Papa a
spiegarglielo. Questi “dubbi” sono
immaginari, perché il Papa ha detto
ciò che gli è parso conveniente con
sufficiente chiarezza.
Basta leggere lentamente e voler
capire. Alcuni dicono che sono opinioni personali; altri che non cambia
nulla; e altri ancora che cambia troppo. Occorre essere più sinceri e un
po’ più aperti di mente.
Il Papa espone in modo molto bello la natura del matrimonio cristiano
come alleanza di amore irrevocabile.
E lo fa come non era mai stato fatto
nel magistero della Chiesa. E, in una
prospettiva molto realistica, dice che
nella società attuale ci possono essere
persone intrappolate in situazioni di
peccato, di cui si pentono e da cui, in
un momento determinato, non possono districarsi; e insegna che queste
persone, se sono veramente pentite,
possono ricevere l’assoluzione dai loro peccati e possono pertanto ricevere
la comunione evitando ogni scandalo.
Se quanti dubitano mettono un po’
da parte le carte e vanno a confessare,
lo capiranno meglio.
Troveranno persone che soffrono e
cercano sinceramente Dio. Dio le
ama, Dio le chiama, Dio le attende
con la sua pace. Come possiamo essere noi a cacciarle?
DUBLINO, 10. «Two Lives, One
Love» è il titolo del documento
elaborato dalla Conferenza episcopale irlandese dove viene ribadita «la sacralità della vita dal
concepimento alla morte naturale», sottolineato il «bilanciamento dei diritti» contenuto nella
Costituzione, mentre l’aborto viene definito «gravemente immorale in tutte le circostanze».
Con questo documento, dunque, i vescovi irlandesi intervengono nel dibattito pubblico
sull’abrogazione
dell’ottavo
emendamento della Costituzione
della repubblica d’Irlanda che
Più lavoro
per i giovani spagnoli
BARCELLONA, 10. «I giovani sono il futuro sia della nostra società che
della Chiesa, quindi non si può semplicemente lasciarli in balia di se
stessi». A richiamare l’attenzione sulle condizioni di grave difficoltà dei
giovani spagnoli è l’arcivescovo di Barcellona, Juan José Omella Omella. Il presule, che è presidente della commissione della pastorale sociale
dell’episcopato iberico, lancia infatti l’allarme per la persistente crisi occupazionale, in particolare quella giovanile pari a oltre il 40 per cento,
che ha forti riflessi sulla stabilità sociale. «Nel corso dei prossimi anni
— ha dichiarato al Sir — dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi per
aiutarli e sostenerli in modo che possano migliorare la loro situazione.
Dobbiamo dedicarci ai nostri ragazzi e giovani, perché fra pochi anni
saranno gli adulti della nostra società». Un appello indirizzato alle istituzioni civili, ma anche alla Chiesa, che attraverso la Caritas è impegnata nell’opera di formazione.
equipara i diritti del nascituro a
quelli della madre. Il governo ha
deciso di sottoporre la questione
a un’assemblea cittadina; per
questo l’episcopato ha elaborato
il testo da sottoporre alla stessa
assemblea.
Sostenere una «cultura della
vita — scrivono i presuli irlandesi
— è nell’interesse di ogni generazione e ci definisce come società». L’abrogazione dell’ottavo
emendamento «non servirebbe a
nulla se non a ritirare il diritto alla vita da alcune categorie di nascituri e cambierebbe radicalmente il principio, per tutti i bambini
non nati e in effetti per tutti noi,
che il diritto alla vita è un diritto
umano fondamentale».
I vescovi, inoltre — riferisce il
Sir — esprimono «preoccupazione
per il linguaggio utilizzato con
l’intenzione di spersonalizzare alcune categorie di nascituri in un
modo che tenta di normalizzare
l’aborto». Migliaia di irlandesi, si
legge ancora nel documento
“Two Lives, One Love” «sono vivi come diretta conseguenza della
promulgazione dell’ottavo emendamento. Crediamo — prosegue
la Conferenza episcopale — che
ogni bambino non ancora nato, a
prescindere dalla sua condizione
medica o dalle circostanze della
sua nascita, abbia il diritto di essere trattato allo stesso modo di
fronte alla legge. L’aborto — concludono i presuli — non è un trattamento medico».
NAYPIYDAW, 10. «È rimasto in piedi
solo il campanile. I sacerdoti, le
suore e i fedeli sono fuggiti in Cina». È quanto scrive monsignor
Philip Lasap Za Hawng, vescovo di
Lashio, in Myanmar, in seguito alla
distruzione della chiesa di San
Francesco Saverio a Mung Koe,
nello stato di Shan, durante i bombardamenti dell’esercito governativo, che nel nord-est del Paese combatte milizie di etnia Kachin e
Shan.
«Tutta la chiesa — ha scritto il
presule in un messaggio diffuso da
AsiaNews — è stata distrutta, a eccezione del campanile. Il fumo che
si è alzato era visibile da molto lontano fino a mezzogiorno. Quella
chiesa era costruita in cemento armato ed era stata consacrata nel
2006».
La chiesa di San Francesco Saverio si trova in uno dei territori teatro dello scontro fra l’esercito governativo (Tatmadaw) e le milizie
etiche ribelli degli stati Kachin e
Shan, confinanti con la Cina. Queste ultime sono due delle 135 etnie
di cui il Myanmar è composto, che
hanno sempre faticato a convivere
in maniera pacifica con il governo
centrale e la sua componente di
maggioranza birmana. Divampata
nel giugno 2011 dopo 17 anni di relativa calma, la guerra fra Tatmadaw e Kachin ha causato decine di
vittime civili e almeno 120.000 sfollati, che vivono in 167 campi profughi.
Da alcune settimane si è intensificata l’avanzata del Tatmadaw nei
territori nord-orientali. Le truppe di
Naypyidaw utilizzano attacchi aerei
e terrestri per colpire le postazioni
delle milizie etniche, causando un
numero indefinito di morti e arrestando civili in modo indiscriminato. L’arcivescovo di Yangon, cardinale Charles Maung Bo, ha più
volte fatto appello a tutto il paese
affinché si cerchi la pace.
La distruzione della parrocchia
della diocesi di Lashio, scrive monsignor Za Hawng, ha costretto «i
sacerdoti e le suore, insieme con i
parrocchiani, a trovare rifugio oltre
il confine cinese. Anche i residenti
della città sono scappati». Da settimane il governo cinese ha predisposto alcune tendopoli per ospitare i profughi che provengono dal
Myanmar (circa tremila). I sacerdoti e le suore, continua il vescovo,
«tornano ogni tanto in città per nutrire il bestiame, nei momenti di
tregua negli scontri. Le strutture
della parrocchia sono molto vicine
al confine cinese. Il luogo — spiega
il presule — è interessato dai combattimenti perché poco dopo la costruzione della chiesa è stato edificato un centro di comando
dell’esercito governativo al lato opposto della strada». Il messaggio di
monsignor Za Hawng finisce con
un appello: «Chiunque legga queste righe, per favore preghi per la
pace in Myanmar».
La diocesi di Lashio è nata
dall’opera di missionari italiani del
Pontificio istituto missioni estere.
L’OSSERVATORE ROMANO
domenica 11 dicembre 2016
pagina 7
La prima beatificazione in Laos
Accanto agli ultimi
I diciassette martiri di Vientiane
di THOMAS KLOSTERKAMP*
Tra i giovani immigrati negli Stati Uniti
Il sogno americano
di RO GER M. MAHONY*
Di recente il senato statunitense ha
ascoltato la storia commovente di
un giovane nato in Messico, Rey
Piñeda, venuto a due anni negli
Stati Uniti con la sua famiglia. Visto il suo status di immigrante senza documenti, non ha potuto ricevere un’educazione e perseguire i
suoi ideali, finché nel 2012 è stato
introdotto il programma nazionale
Deferred Action for Childhood Arrival (Daca), che ha fornito a lui e a
quasi 770.000 altri giovani una protezione contro la deportazione e
concesso loro l’autorizzazione al lavoro. Il programma Daca rischia
ora di essere cancellato.
Ordinato prete per l’arcidiocesi
di Atlanta e assegnato come vicario
parrocchiale alla cattedrale di Cristo
Re, per padre Piñeda la fine del
Daca significherebbe anche la fine
della possibilità di servire, costringendo lui e migliaia di altre persone
a ritornare nell’ombra, nella quale i
nostri fratelli e le nostre sorelle senza documenti vivono con la paura
di essere portati via, dalla loro casa,
dalla loro famiglia e dalla loro vita
attuale, la maggior parte di loro per
sempre.
Conosciuti come dreamers (“sognatori”), questi giovani, sono stati
portati negli Stati Uniti dai genitori
quando erano ancora piccoli, bambini inconsapevoli dell’esistenza di
leggi o documenti. Non solo danno
un brillante contributo a questa nazione, ma sono i nostri futuri leader, anche nella Chiesa: già oggi sono statunitensi in tutto tranne che
nella cittadinanza.
Secondo una ricerca del Centre
for Migration Studies di New York,
i dreamers sono ben inseriti nella società statunitense. L’85 per cento di
loro vive nel paese da dieci o più
anni. Il 93 per cento ha almeno un
diploma di scuola superiore, e il 43
per cento ha frequentato il college o
vi si è diplomato. L’89 per cento ha
un impiego, e quindi paga le tasse,
mentre il 91 per cento parla molto
bene l’inglese o addirittura solo inglese.
Togliere le tutele a questo gruppo
non è solo meschino, ma anche
contrario all’interesse nazionale e ai
valori che da sempre fanno grande
questo paese. Oggi, così come è
sempre stato sin dalla fondazione
degli Stati Uniti, la promessa e il
bene comune della nazione vengono serviti al meglio sostenendo giovani intelligenti, che lavorano sodo,
e dando loro i mezzi per prosperare. Seguendo tale tradizione, mantenere il Daca è l’unico modo intelligente, morale e davvero americano
di andare avanti.
Questi dreamers fanno ormai parte del nostro tessuto sociale: li vediamo ogni giorno nel nostro vicinato, sul posto di lavoro e nelle
scuole. Hanno costruito legami con
cittadini statunitensi che li conoscono come persone e non come uno
status o un pezzo di carta. Dedicano le loro energie a questo paese e
hanno combattuto per i loro diritti
donati da Dio e il loro posto al nostro tavolo nazionale. Alcuni servono nelle forze armate statunitensi,
altri nell’educazione o nell’assistenza sanitaria, ma a prescindere dalla
professione scelta, i dreamers ci dimostrano che il sogno americano
nelle loro mani è vivo e vegeto.
Aggiungo la mia voce a un numero crescente di fratelli vescovi, a
un centinaio di rettori di college e
università cattoliche della nostra na-
zione, che si sono pronunciati a sostegno di questi nostri fratelli e sorelle.
Papa Francesco coglie lo spirito e
la sostanza di ciò che cerchiamo di
dire. «Migranti e rifugiati non sono
pedine sullo scacchiere dell’umanità» ha scritto nel 2014. «Si tratta di
bambini, donne e uomini che abbandonano o sono costretti ad abbandonare le loro case per varie ragioni, che condividono lo stesso desiderio legittimo di conoscere, di
avere, ma soprattutto di essere di
più». A Philadelphia, il Santo Padre ha espresso «grande affetto»
per l’ultima generazione di nuovi
arrivati statunitensi, e li ha esortati:
«Non scoraggiatevi per le difficoltà
che dovete affrontare, quali che siano». Voi «apportate molti talenti a
questa nazione», ha detto il Papa ai
migranti che oggi sono tra noi, incoraggiandoli a non vergognarsi
delle loro tradizioni, «che sono il
contributo col quale potete arricchire la vita di questo Paese americano».
Dopo una campagna elettorale
che ha portato alla luce aspre divisioni e, purtroppo, fatto emergere
malesseri che molti consideravano
relegati al passato, sostenere politiche come il Daca e quanti ne traggono beneficio è solo una parte della sfida che come Chiesa dobbiamo
affrontare. La paura e la preoccupazione che attanagliano le nostre comunità di immigrati non solo sono
reali, ma anche profonde come mai
viste prima. Per di più, come cittadini impegnati per il bene comune
e pastori che cercano di imitare il
Signore Gesù, una delle lezioni
strazianti di questo periodo è fino a
che punto molte persone che si professano cristiane, e perfino cattoliche, hanno ceduto alla «cultura dello scarto».
Per quanto abbiamo cercato di
essere testimoni profetici di Cristo e
del suo insegnamento in ogni occasione opportuna e non opportuna,
la nuova realtà politica impone un
peso particolare al nostro ministero
di pastori: esprimere in modo sempre più potente al nostro popolo,
con le parole e l’esempio, che il
mandato di servire «questi fratelli
più piccoli» non è una proposta
ideologica che si può scartare, ma,
come spesso ha detto Papa Francesco, «il protocollo» sul quale come
cristiani saremo giudicati.
Come ha scritto Martin Luther
King, «l’ingiustizia in qualunque
luogo è una minaccia alla giustizia
ovunque». La minaccia di deportare
giovani in un paese che non conoscono e la prospettiva che gli sforzi
della Chiesa per i migranti possano
essere ostacolati evocano lo spettro
di un’ingiustizia che minaccerebbe
tutti. In questi giorni, dunque, preghiamo per il coraggio, la saggezza
e la fedeltà per servire la «carne sofferente di Cristo» in mezzo a noi in
questo momento, nella salda fede
che ciò che facciamo per loro lo
avremo fatto per lui.
Ora le nostre famiglie di immigrati si riuniranno di nuovo ai piedi
della loro amata madre, mentre celebreremo la festa di Nostra Signora
di Guadalupe. Possa la Virgen morena, patrona di questa unica terra
americana, intercedere per i suoi figli e per tutta la nostra società, affinché il nostro servizio e la nostra
testimonianza per i «più piccoli»
prediletti da suo Figlio portino a un
nuovo spirito di riconciliazione, libertà e giustizia per tutti.
*Cardinale
arcivescovo emerito di Los Angeles
La Chiesa nel Laos è nata dal sangue dei martiri.
Nell’anno giubilare del 2000 Giovanni Paolo II
invitò i cristiani a onorare e riconoscere i testimoni della fede del ventesimo secolo. E rispondendo
a questo invito la Chiesa laotiana presentò il martirio di diciassette uomini: un sacerdote locale,
cinque preti francesi delle missioni estere di Parigi
(Mep), sei missionari oblati di Maria Immacolata
(Omi) dall’Italia e dalla Francia e cinque laici indigeni. Domenica 11 dicembre vengono beatificati
a Vientiane, in rappresentanza di Papa Francesco,
dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Presiede la celebrazione eucaristica per la prima beatificazione in
Laos il cardinale Orlando Quevedo, arcivescovo
di Cotabato nelle Filippine e missionario Omi.
Il martirio di queste persone rimanda alle turbolenze che ebbero luogo al termine della seconda guerra mondiale, quando diverse Nazioni
dell’est e del sudest asiatico caddero nelle mani di
regimi comunisti atei. Il conflitto che progressivamente dilaniò il Laos sconvolse non solo quella
terra, ma anche la stessa nozione di armonia, così
importante nella tradizione buddista del Paese. Il
martirio dei nuovi beati avvenne in mezzo a un
clima di violenza, di ideologia, e di insicurezza.
Rimasero nei loro luoghi di missione a dispetto
del pericolo che li minacciava. La loro scelta era
triplice: rimanere fedeli sino alla fine a Gesù Cristo, seguire le direttive della Chiesa, restare a ogni
costo accanto al popolo di Dio e ai poveri affidati
alle loro cure. Furono uccisi a causa della loro fede tra il 1954 e il 1970.
L’oblato Mario Borzaga (1932-1960), di soli 28
anni, era giunto in Laos dall’Italia da poco più di
due anni. Il 1° maggio 1960 era in viaggio per andare a prendersi cura degli ammalati in un villaggio distante. Un giovane catechista di etnia
hmong, Paul Tho Shiong (1941-1960), lo accompagnava. Scomparvero per sempre quel 1° maggio,
in una foresta vicino al Nam Lik River, nella regione di Luang Prabang. Padre Jean-Baptiste Malo (1899-1954), fu imprigionato durante la prima
guerra dell’Indocina dalle truppe vietnamite. Il 28
marzo 1954 morì di fame in un campo di prigionia
a Vinh.
Don Joseph Tiên, primo sacerdote martire nativo del Laos, fu imprigionato per quattro anni.
Quando i nuovi leader gli ordinarono di sposarsi
e di diventare così “un normale cittadino”, prese
la sua decisione senza alcuna esitazione: «Obbedisco solo alla Parola di Dio alla quale ho giurato
di rimanere fedele. Sono pronto a dare la mia vita
per i miei fratelli laotiani». Fu giustiziato il 2 giugno 1954.
A padre René Dubroux (1914-1959) i comunisti
spararono il 19 dicembre 1959 nella chiesa di Paly,
di fronte ai suoi parrocchiani. Thomas Khampheuane Inthirath (1952-1968) aveva solo sedici
anni. Il suo maestro di scuola racconta: «Un missionario mi chiese se ci fosse un volontario per accompagnarlo a visitare i catecumeni, ma nessuno
dei trenta alunni era disposto ad andare: il pericolo era ovvio. A quel punto Thomas si offrì volon-
Il segretario di Stato ordina sacerdoti 36 legionari di Cristo
Nel mondo ma non mondani
«La vostra sarà una vita non di rifiuto o
di evasione dal mondo, ma di serena incarnazione nella storia, per far vivere a
quanti incontrerete la dimensione religiosa, cioè il rapporto con Dio, che è ineliminabile dall’esistenza umana». Ecco le
coordinate del sacerdozio suggerite dal
cardinale segretario di Stato Pietro Parolin nel conferire l’ordinazione a trentasei
legionari di Cristo, sabato mattina 10 dicembre, nella basilica di San Giovanni in
Laterano. «In questa azione apostolica —
ha però subito avvertito — occorre, tuttavia, rifuggire la mentalità del mondo».
Ed è «un pericolo da cui ci mette continuamente in guardia Papa Francesco,
che parla della “mondanità spirituale”
come del “rischio più grave che corre la
Chiesa” anzi come di una “catastrofe per
la Chiesa”».
I nuovi preti provengono da Argentina, Brasile, Cile, Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Messico, Polonia, Stati
Uniti d’America e Venezuela. Ma il loro
cammino, ha fatto notare il porporato,
«ha una sola origine: il fatto di essere
cercatori di Dio, di essersi lasciati sedurre da lui, di essersi lasciati afferrare da
Gesù, di aver voluto porre il Cristo al
primo posto nella loro vita».
«Voi siete consacrati al Signore per essere missionari del Vangelo tra la gente»
ha ricordato il segretario di Stato. Ed è
«lo Spirito Santo che, per mezzo
dell’imposizione delle mani e dell’unzio-
ne, vi abilita al servizio come ministri del
Signore in mezzo al popolo di Dio, perché ogni credente possa incontrare Cristo attraverso l’annuncio della parola che
salva, la celebrazione dei sacramenti e
quella carità pastorale che deve animare
ogni istante della vostra vita».
Il vero protagonista «dell’azione che
stiamo compiendo — ha spiegato il cardinale Parolin — è lo Spirito del Signore
che vi consacrerà con un’unzione intima
e ineffabile, perché diventiate strumento
vivo dell’unico Pastore, perché possiate
essere resi partecipi, in modo singolare,
del sacerdozio di Cristo, e agire in suo
nome». È Dio «che vi manda, “a portare
il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le
piaghe dei cuori spezzati, a promulgare
l’anno di grazia del Signore”, a essere segno trasparente del suo amore fedele e
misericordioso, che mai si stanca di cercare ogni suo figlio, che mai si arrende
di fronte all’indifferenza e alla chiusura
dei cuori smarriti e confusi».
Gesù, ha affermato il segretario di
Stato, «non ha pregato per il mondo,
ma per i suoi discepoli, perché il Padre
li custodisse dal maligno ed essi fossero
liberi e diversi dal mondo, pur vivendo
nel mondo». Proprio «in quel momento,
al termine dell’ultima Cena, Gesù ha elevato al Padre la preghiera di consacrazione per gli apostoli e per tutti i sacerdoti di ogni tempo, quando ha detto:
“Consacrali nella verità. Per loro io con-
sacro me stesso, perché siano anch’essi
consacrati nella verità”».
E così, ha proseguito il cardinale
invitando all’umiltà e alla semplicità,
«diventare sacerdoti nella Chiesa significa entrare in questa auto-donazione di
Cristo, mediante il sacramento dell’ordine, ed entrarvi con tutto se stessi». Anche perché, ha concluso, «Gesù ha dato
la vita per tutti, ma in modo particolare
si è consacrato per quelli che il Padre gli
aveva dato, perché fossero consacrati
nella verità, cioè in Lui, e potessero
parlare e agire in nome suo, rappresentarlo, prolungare i suoi gesti salvifici:
spezzare il pane della vita e rimettere i
peccati».
Possesso cardinalizio
Il cardinale Dieudonné Nzapalainga,
arcivescovo di Bangui, nella Repubblica Centrafricana, prende possesso
del titolo di Sant’Andrea della Valle
domenica pomeriggio, 18 dicembre.
Ne dà notizia l’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice,
specificando che la celebrazione ha
luogo alle ore 18 nella chiesa romana
in piazza Vidoni, 6.
tario. Non voleva lasciare andare da solo il missionario». Entrambi, Thomas e il missionario, padre
Lucien Galan (1921-1968), furono uccisi dai soldati
sulla strada per Paksé il 12 maggio 1960.
Nessuno di questi servi di Dio prese mai parte
ad alcuna attività politica o a eventi di ribellione
contro i militari rivoluzionari. La causa della loro
morte fu dovuta esclusivamente al fatto che essi
erano cristiani e testimoni dei valori evangelici.
Erano tutti estremamente consapevoli del grande
pericolo che incombeva sulle loro vite. Nei momenti più terribili continuarono ad avere un forte
desiderio di vivere, fedeli sino alla fine a Cristo e
alla Chiesa. Le loro azioni e le loro parole manifestano questo desiderio, sostenuto da fede limpida,
sincera carità e ferma speranza. Nessuno di essi
ebbe paura. Tutti rimasero nelle loro missioni, a
ogni costo, per difendere i poveri e gli ammalati,
e per difendere ciò in cui credevano. Da ora in
poi il 16 dicembre sarà la memoria liturgica dei
martiri del Laos. Questi diciassette ammirevoli uomini si indentificarono con Cristo nella vita e nella morte. Essi formano, con Cristo, le fondamenta
sulle quali è edificata la Chiesa nel Laos.
*Postulatore generale
dei missionari oblati di Maria Immacolata
Nomine episcopali
Le nomine di oggi riguardano l’Africa.
Martin Waïngue Bani
vescovo di Doba (Ciad)
Nato il 12 febbraio 1963 a Laï, ha studiato filosofia e la prima parte di teologia in Camerun,
al seminario maggiore provinciale St. Augustin
di Maroua-Mokolo. Tornato in Ciad, ha concluso la teologia nel seminario maggiore nazionale St. Luc di Bakara, a N’Djaména, poi ha
proseguito la formazione a Roma, ottenendo la
licenza e il dottorato in teologia dogmatica.
Ordinato sacerdote l’8 luglio 1991 e incardinato
nella diocesi di Doba, passando alla sede di
Laï al momento della sua creazione, è stato:
parroco di Ngamongo e responsabile del centro
per la catechesi di Laï (1991-1995), rettore del
seminario medio interdiocesano St. Augustin di
Bébédja (1995-1998). Dopo gli studi romani per
la licenza in teologia alla Pontificia università
Urbaniana (1998-2000), è stato parroco della
cattedrale di Laï, vicario foraneo della regione
Doba-Est (2000-2004), vicario generale della
diocesi di Laï (2001-2004), rettore del seminario maggiore nazionale di teologia St. Luc di
Bakara a N’Djaména (2004-2010). Dopo il dottorato in teologia all’Urbaniana, dal 2013 era di
nuovo vicario generale di Laï.
Richard Appora
coadiutore di Bambari
(Repubblica Centrafricana)
Nato il 3 aprile 1972 a Bangui, ha studiato in
patria e in Costa d’Avorio, presso l’Università
cattolica dell’Africa Occidentale (Ucao), nella
Repubblica democratica del Congo, presso
l’Università cattolica del Congo (Ucc), in Camerun, presso l’Università cattolica dell’Africa
Centrale (Ucac), e nella Repubblica del Congo, presso la Libera università del Congo
(Brazzaville). Ha un diploma di studi approfonditi in diritto civile e una licenza in teologia
morale e in filosofia. Ha emesso la professione
solenne nei padri domenicani nel 2001 ed è stato ordinato sacerdote il 1° novembre 2004. Fino
al 2006 ha poi studiato per la licenza in teologia alla Ucac di Yaoundé; dal 2006 al 2008 è
stato cappellano universitario e vicario presso
la parrocchia universitaria di San Tommaso
d’Aquino a Douala e nel contempo (20062010) responsabile degli studi nel vicariato
dell’ordine dei predicatori dell’Africa Centrale
(Camerun, Repubblica del Congo e Repubblica Centrafricana) e docente di teologia morale
fondamentale presso l’Ecole Cathédrale de
Théologie di Douala (2007-2008). Dopo gli
studi di diritto civile alla Libera università del
Congo (2008-2010) essendo al contempo cappellano universitario, docente nel seminario
maggiore di Brazzaville e membro dell’équipe
dei formatori dell’inter-noviziato (2008-2012),
ha studiato diritto all’Ucao (2010-2011). Dal
2012 era superiore della comunità dei domenicani a Bangui e docente nel seminario maggiore St. Marc, dal 2013 direttore spirituale nel
medesimo seminario maggiore di Bangui e nel
seminario propedeutico della capitale, e dal
2014 presidente della Conferenza dei superiori
maggiori del Centrafrica.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 8
domenica 11 dicembre 2016
Il Papa difende la biodiversità
Solidarietà e non affari
«Voi siete giustamente critici sul modello
orientato all’agribusiness. Questo permette
di evitare non solo perdite e sprechi
nella produzione, ma anche l’incauto ricorso
a tecniche che, in nome di un abbondante
raccolto, possono eliminare la ricchezza
della biodiversità». Lo ha sottolineato Papa
Francesco nel discorso ai partecipanti
alla riunione europea dell’Associazione
internazionale rurale cattolica (Icra), ricevuti
in udienza sabato mattina, 10 dicembre,
nella Sala del Concistoro.
Cari fratelli e sorelle,
sono contento per questo incontro, al termine del vostro convegno sui problemi del
mondo rurale e soprattutto sulla realtà di
quanti lavorano nell’agricoltura con impegno quotidiano. Un lavoro a volte molto
faticoso, ma compiuto nella consapevolezza di fare qualcosa per gli altri, coltivando
con passione la terra per garantirne i frutti, seguendo i cicli delle stagioni e affrontando i disagi dovuti ai cambiamenti climatici, purtroppo aggravati dalla negligenza umana.
Con l’attenzione posta al mondo rurale
radicata nella visione dell’insegnamento
sociale della Chiesa, voi rappresentate bene quell’imperativo di «coltivare e custodire il giardino del mondo» (Enc. Laudato
si’, 67) a cui siamo chiamati se vogliamo
dare continuità all’azione creatrice di Dio
e proteggere la casa comune.
Viviamo il paradosso di un’agricoltura
non più considerata settore primario
dell’economia, ma che mantiene una evidente rilevanza nelle politiche di sviluppo,
negli squilibri della sicurezza alimentare
come pure nella vita delle comunità rurali.
In alcune aree geografiche, infatti, lo sviluppo agricolo resta la principale risposta
possibile alla povertà e alla scarsità di cibo. Questo però significa rimediare alla
carenza degli apparati istituzionali, all’iniqua acquisizione di terre la cui produzione è sottratta ai legittimi beneficiari, ad
ingiusti metodi speculativi o alla mancanza di politiche specifiche, nazionali e internazionali.
Guardando il mondo rurale oggi, emerge il primato della dimensione del mercato, che orienta azioni e decisioni. Gli affari, anzitutto! Anche a costo di sacrificare i
ritmi della vita agricola, con i suoi mo-
menti di lavoro e di tempo libero, del riposo settimanale e della cura della famiglia. Per quanti vivono la realtà rurale
questo significa constatare che lo sviluppo
non è uguale per tutti, come se la vita delle comunità dei campi avesse un valore
più basso. La stessa solidarietà, largamente invocata come rimedio, è insufficiente
se non è accompagnata dalla giustizia
nell’attribuzione delle terre, nei salari agricoli o nell’accesso al mercato. Per i piccoli
contadini la partecipazione alle decisioni
resta lontana, per l’assenza delle istituzioni locali e la mancanza di regole certe che
riconoscano come valori l’onestà, la correttezza e soprattutto la lealtà.
Per un’agricoltura sostenibile
Un’«agricoltura sostenibile» che crei
nuove possibilità di lavoro «soprattutto
per i giovani» e contribuisca «alla lotta
contro la povertà». È il programma
concreto presentato a Papa Francesco
da Vincenzo Conso, segretario generale
dell’Icra, all’inizio dell’udienza. I punti
di questa «strategia per il futuro» sono
stati elaborati nel seminario europeo di
studi svoltosi dall’8 al 10 dicembre a
Santa Marinella, vicino a Roma. Si
tratta — ha spiegato Conso — «di sviluppare una riflessione che valorizzi il
dialogo sociale perché diventi protago-
nista nella promozione di un’agricoltura sostenibile, per farci carico dei problemi legati alla disoccupazione, alla ricerca delle condizioni per la sicurezza
alimentare che implica l’accesso economico e sociale al cibo».
Al Pontefice è stato anche presentato
«il documento sulla vocazione del leader agricolo, curato insieme al Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, che serve anche da guida spirituale
nell’affermare la dignità dell’agricoltore
e di quanti, a vario titolo, lavorano la
terra» come «i braccianti».
Cosa fare? La storia dell’ICRA mostra
che è possibile coniugare l’essere cristiani
con l’agire da cristiani nella realtà del
mondo agricolo, dove il significato della
persona umana, la dimensione familiare e
sociale, il senso della solidarietà sono valori essenziali, anche nelle situazioni di
maggiore sottosviluppo e povertà. La vostra struttura mondiale, le relazioni con le
grandi Organizzazioni internazionali sono
il modo attraverso cui è possibile, per una
ONG di ispirazione cristiana come la vostra, reagire alle sfide e rispondere ai bisogni. Ma per questo è richiesto un supplemento di umanità, fatto anzitutto di scelte
coraggiose e di competenza costantemente
aggiornata, per cooperare con le istituzioni statali e internazionali nel predisporre
le tecniche e nel dare soluzione ai problemi, sempre in chiave umanizzante. Un
ruolo propositivo, dunque, che aiuti il
mondo rurale a non rimanere ai margini
delle decisioni politiche, dei piani normativi o dell’azione nei diversi settori della
vita sociale e dell’economia.
Nei vostri progetti di formazione, voi
siete giustamente critici sul modello orientato all’agribusiness, ma ponete l’accento
piuttosto sui bisogni reali, secondo le condizioni delle persone e dei luoghi. Questo
permette di evitare non solo perdite e
sprechi nella produzione, ma anche l’incauto ricorso a tecniche che, in nome di
un abbondante raccolto, possono eliminare la varietà delle specie e la ricchezza della biodiversità; e inoltre non si conoscono
le conseguenze sulla salute umana. Quando vediamo tante cosiddette “malattie ra-
Ai seminaristi pugliesi
Triplice appartenenza
Nella mattina di sabato 10 dicembre, Papa
Francesco ha ricevuto in udienza nella Sala
Clementina la comunità del Pontificio
seminario regionale pugliese Pio XI, cui ha
rivolto una lunga riflessione a braccio,
rispondendo al saluto del rettore. Il discorso
preparato per la circostanza — che
pubblichiamo di seguito — è stato invece
consegnato ai seminaristi.
Cari fratelli Vescovi e Sacerdoti,
Cari Seminaristi,
vi incontro con gioia e saluto tutti voi che
formate la comunità del Pontificio Seminario Regionale Pugliese Pio XI, accompagnati dai Vescovi della Regione. Ringrazio
il Rettore per le sue cortesi parole, e saluto
in modo speciale voi, cari seminaristi, che,
grazie a Dio, siete numerosi.
Vorrei riprendere brevemente con voi
quanto ho detto durante l’Assemblea dei
Vescovi italiani nella
primavera
scorsa
sull’identità e il ministero dei presbiteri. In
quella occasione ho
descritto il ministero di
un presbitero attraverso una triplice appartenenza: al Signore, alla
Chiesa, al Regno. Una
tale appartenenza, naturalmente, non si improvvisa, né nasce dopo l’ordinazione se
prima — appunto negli
anni del Seminario —
essa non è stata coltivata, custodita, fatta
crescere con attenzione
e senso di responsabilità. Ecco perché oggi
vorrei approfittare della vostra visita per riprendere quella riflessione, che reputo importante anche per dei
giovani seminaristi che
si stanno preparando a
diventare preti.
Innanzitutto, la parola
“appartenenza”
porta in sé l’idea di
sentirsi parte di un tutto. Solo se ci sentiamo parte di Cristo, della Chiesa e del Regno, cammineremo bene
negli anni del Seminario. Per cogliere il
tutto bisogna alzare lo sguardo, smetterla
di pensare che io sia il tutto della mia vita.
Il primo ostacolo da superare è dunque il
narcisismo. È la tentazione più pericolosa.
Non tutto inizia e finisce con me, posso e
devo guardare oltre me stesso, fino ad accorgermi della bellezza e della profondità
del mistero che mi circonda, della vita che
mi supera, della fede in Dio che sostiene
ogni cosa e ogni persona, anche me. Come
potrò accorgermi di Cristo, se guardo solo
a me stesso? Come riuscirò a gustare la
bellezza della Chiesa, se la mia unica
preoccupazione è salvarmi, risparmiarmi,
uscire indenne da ogni circostanza? Come
potrò entusiasmarmi nell’avventura della
costruzione del Regno di Dio, se ogni entusiasmo è frenato dalla paura di perdere
qualcosa di me? In questo tempo liturgico
di Avvento, che fa risuonare forte l’invito
del Signore alla vigilanza, siamo invitati a
vigilare sul rischio reale di essere narcisisti,
perché senza questa vigilanza nessun cammino vocazionale è realmente possibile.
Appartenere, poi, significa anche saper
entrare in relazione. Occorre prepararsi ad
essere anzitutto uomini di relazione. Con
Cristo, con i fratelli con cui condividiamo
il ministero e la fede, con tutte le persone
che incontriamo nella vita. E a saper vivere
bene le relazioni si inizia in seminario!
Non si può pensare di camminare verso il
sacerdozio senza avere preso questa decisione nel cuore: voglio essere un uomo di
relazione. Sia questa la prima attenzione in
questi anni, la prima meta formativa. Posso
verificare realmente, man mano che passa-
no gli anni e l’ordinazione si avvicina, se
sto progredendo su questa dimensione: se
la mia capacità relazionale sta crescendo,
sta maturando. La costruzione della comunità, che un giorno dovrete guidare come
sacerdoti, inizia nella vita di tutti i giorni
in seminario, sia tra di voi, sia con le persone che incontrate nel vostro cammino.
Non sentitevi diversi dai vostri coetanei,
non ritenete di essere migliori degli altri
giovani, imparate a stare con tutti, non abbiate paura di sporcarvi le mani. Se domani sarete preti che vivono in mezzo al popolo santo di Dio, oggi iniziate ad essere
giovani che sanno stare con tutti, che sanno imparare qualcosa da ogni persona che
incontrano, con umiltà e intelligenza. E alla base di tutte le relazioni ci sia la relazione con Cristo: man mano che lo conoscete,
che lo ascoltate, che vi legate a Lui nella
fiducia e nell’amore,
fate vostro il suo amore, mettetelo nei rapporti con gli altri, diventate “canali” del
suo amore attraverso la
vostra maturità relazionale. Il luogo in cui
cresce la relazione con
Cristo è la preghiera, e
il frutto più maturo
della preghiera è sempre la carità.
Infine, l’appartenenza va confrontata col
suo opposto, che è
l’esclusione, lo scarto.
Chi cresce nell’appartenenza a Cristo e scopre in Lui uno sguardo che si rivolge a tutti, come può nel suo
stile di vita essere un
uomo che esclude?
Iniziate dalla vita comune che fate in seminario: c’è qualcuno che
è escluso? Che rimane
ai margini? La vostra
appartenenza a Cristo
vi chiede di andargli
incontro, di portarlo al
centro, di aiutarlo a
sentirsi anche lui parte
della comunità. Man
mano che crescete nel senso di appartenenza alla Chiesa e assaporate la bellezza della
fraternità, sappiate chiedere a voi stessi di
compiere la fatica del perdono, nelle piccole come nelle grandi cose. Se nulla nella
vita ci esclude dallo sguardo misericordioso del Signore, perché mai dovrebbe allora
essere il nostro sguardo ad escludere qualcuno?
So che siete un seminario grande, visitato dalla grazia del Signore con tante vocazioni. Questa abbondanza è anche una responsabilità. Occorre stare attenti alla qualità del cammino formativo, i numeri non
bastano. Per questo, perché possiate sempre camminare in una buona qualità formativa, vi assicuro la mia preghiera, ringraziandovi per la vostra visita. E anche voi,
per favore, non dimenticatevi di pregare
per me.
Vincent van Gogh, «Il mietitore» (1889)
re” che non si sa da dove vengono, dobbiamo pensare... Che non capiti di essere
«testimoni muti di gravissime inequità»,
come quando «si pretende di ottenere importanti benefici facendo pagare al resto
dell’umanità, presente e futura, gli altissimi costi del degrado ambientale» (Enc.
Laudato si’, 36).
Nel contribuire all’azione delle istituzioni internazionali, il ruolo di una ONG saldamente ancorata alla dottrina sociale della Chiesa è anzitutto quello di costruire
ponti, partendo da una conoscenza approfondita delle proprie radici, non limitandosi a partecipare ai processi, ma operando per un cambiamento di strategie e di
progetti. Per questo è necessaria una competenza che si sostituisca all’improvvisazione, anche quella che esprime una buona volontà o un senso spiccato di altruismo. Come membri dell’ICRA siete chiamati a proporre uno stile di vita sobrio e
una cultura del lavoro agricolo che ha i
suoi fondamenti, come pure i suoi obiettivi, nella centralità della persona, nella disponibilità all’altro e nella gratuità.
Mi permetto un aneddoto personale: un
po’ più di un mese fa ho avuto un colloquio con un contadino. Mi raccontava come potava gli ulivi. Un contadino semplice, che coltivava le olive. E quando mi
raccontava il modo in cui lo faceva, vi assicuro che io ho visto lì tenerezza; aveva
quel rapporto con la natura. E potava i
suoi alberi come se fosse il papà, con tenerezza. Che non si perda questo rapporto con la natura, con il creato! Questo assicura dignità a tutti noi.
Benedico di cuore il vostro impegno, e
prego con voi il Signore di vegliare su
ogni lavoratore della terra, sulle famiglie
rurali e su quanti operano nel mondo
agricolo. E vi chiedo per favore di ricordarvi anche di me nelle vostre preghiere,
perché ne ho bisogno. Grazie.
Accesi albero e presepe in piazza San Pietro
Il pinnacolo della basilica di San Benedetto a Norcia rimarrà accanto al presepe
e all’albero di Natale allestiti in piazza
San Pietro come messaggio di solidarietà
nei confronti delle vittime del terremoto
del centro Italia. Infatti le offerte — che i
pellegrini e i turisti lasciano visitando la
rappresentazione della natività realizzata
da un artista maltese e l’abete rosso di
novant’anni proveniente dal Trentino —
vengono devolute alla ricostruzione
dell’oratorio parrocchiale della cittadina
umbra gravemente danneggiata dal sisma.
Con questa intenzione venerdì pomeriggio, 9 dicembre, sono stati inaugurati
in piazza San Pietro il presepe e l’albero
che rimarranno illuminati fino alla notte
di domenica 8 gennaio 2017, festa del
battesimo del Signore.
Alla presenza del cardinale Bertello,
presidente del Governatorato dello Stato
della Città del Vaticano, la cerimonia
dell’accensione si è aperta con l’esecuzione degli inni italiano e maltese da parte
della banda del Corpo della Gendarmeria pontificia. Sono seguiti alcuni brevi
discorsi, tra cui quelli del ministro maltese Owen Bonnici, degli arcivescovi Scicluna di Malta e Tisi di Trento, e del
presidente della provincia autonoma trentina, Ugo Rossi. Dopo il canto della
Lauda dell’Epifania da parte del coro Lagorai, ha concluso l’incontro il vescovo
Vérgez Alzaga, accompagnato da don
García de la Serrana Villalobos, rispettivamente segretario generale e direttore
dei Servizi tecnici del Governatorato.
Questi ultimi hanno curato l’allestimento
dell’albero e del presepe.