Rivista Italiana di Logopedia

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Rivista Italiana
di Logopedia
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Numero 538 del 19-7-2004
Si ringrazia
Periodico Semestrale
Anno 8° - N. 1
Gennaio – Giugno 2010
per la preziosa collaborazione
1
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della rivista.
2
INDICE
Comunicazione
pag.
4
Dal falsettista al sopranista: la virtuosa funzione laringea
Francesca Sciortino – Sabrina Petyx
pag.
5
Sistema Specchio e linguaggio: stato dell’arte e prospettive
in neuroriabilitazione
Paola Fiorani
pag.
25
Riabilitazione nella sindrome di Alzheimer: una realtà del XXI secolo
Concetta Manuela Costanzo
pag.
47
Recensioni
pag.
63
Corsi e Congressi
pag.
64
3
CENTRO RICERCHE E STUDI AMPLIFON
BORSA DI STUDIO 2010
PER LOGOPEDISTI
Il Centro Ricerche e Studi Amplifon (CRS), con il patrocinio della Federazione Logopedisti Italiani e della Società Scientifica Logopedisti Italiani, bandisce una Borsa di Studio per neolaureati in Logopedia. Tutti
coloro che si laureano presso un’Università italiana nell’anno solare
2010 possono concorrere alla Borsa di Studio.
Sono in palio 3 Borse di studio
da 1.000 Euro ciascuna.
Le tesi, potranno pervenire su CD (a mezzo raccomandata) o allegati
di posta elettronica e dovranno, pena automatica esclusione, rispettare queste caratteristiche: formato WORD, carattere ARIAL, dimensione 12, interlinea 1,15.
I lavori dovranno essere inviati entro il 30 - 04 - 2011.
Le tesi verranno sottoposte in forma anonima, senza indicazione dell’Autore e dell’Università di provenienza, ad una Commissione esaminatrice indipendente che entro fine luglio 2011 selezionerà le tre
giudicate più meritevoli.
Le tesi dovranno essere inviate come allegato a: [email protected] o per posta ordinaria: ANTONIO DE CARIA c/o Amplifon
SpA, via Ripamonti 133 - 20141 Milano.
Gli Autori delle tre tesi vincenti saranno immediatamente informati dell’esito
della selezione e i premi verranno assegnati entro dicembre 2011. Confidiamo in una attiva collaborazione, da parte di tutti i professionisti del settore, nel rafforzare questa iniziativa che speriamo essere di buon auspicio
per il futuro dei nuovi professionisti.
La Direzione
Per ulteriori informazioni contattare il Centro Ricerche e Studi Amplifon,
Via Ripamonti 133 - Milano - Tel: 02 57472361, Fax: 0257472335,
e-mail: [email protected]
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LOGOPaeDIA 2010; vol.1
Ricerche e studi
Dal falsettista al sopranista: la virtuosa funzione laringea
Francesca Sciortino – Sabrina Petyx
Abstract
Con il termine “falsettista” è possibile smarrirsi in un viaggio diacronico che trova origine
nelle più antiche civiltà della storia sino ai giorni nostri. L’ascolto della voce lascia sospesi
in una dimensione senza tempo, una voce inconfondibile, androgina, ieratica, prestigiosa
emessa dal falsettista naturale prima, sopranista o contraltista oggi; sfaccettature terminologiche che delineano differenze di tessitura e di timbro del falsettista artificiale.
Tutto ciò grazie al registro di falsetto, una specifica postura laringea risolta in un accurato equilibrio muscolare. Le eventualità patologiche, però, non sono insolite all’interno
del soft mechanism che, se da un lato consente di accedere agli acuti con minore dispendio energetico, minore fatica, ottenendo vantaggio nell’estensione, dall’altro espone
il cantante ad un rischio patologico per la peculiare struttura che tale registro richiede.
Le possibili alterazioni posturali, molto spesso inadeguate, la carenza di conoscenze tecniche appropriate che accompagnano l’interprete nella performance vocale incrementano
le circostanze di disodie funzionali con possibili alterazioni morfologiche del piano glottico.
È per questo che necessita una sinergia tra la logopedia e la didattica del canto, le quali,
all’interno di una equipe interdisciplinare, aiutino il cantante in una pratica artistica salva
da equivoci volta a restituire, senza rischi, la piena magia del canto.
Parole chiave: Il falsettista: le prodezze vocali di oggi e di ieri, il rischio patologico e la
riabilitazione logopedica
1. Introduzione
Sono ugole e suoni di voci da usignoli,
sono fiati che fanno mancare la terra sotto i piedi
e che quasi tolgono il respiro.
È una delle frasi più esemplificative ed esplicative che fa rivivere e godere appieno della
voce superpartes degli evirati musici, catapultandoci nell’Italia del Seicento e oltre, tra lo
sfarzo ridondante delle corti regali e l’eco dei Kyrie diffuso tra le navate delle Cattedrali.
È la stessa che può vestire coloro che, indenni nel loro assetto anatomico e forti di un repertorio glorioso, ereditano i ruoli dei castrati: i contraltisti e i sopranisti.
Entrambi, attraverso l’uso del registro di falsetto, riescono a calarsi in maniera eccelsa
nei personaggi dell’opera barocca.
Non a caso, questa tesi di laurea dal titolo Dal falsettista al sopranista: la virtuosa funzione della laringe designa la capacità estrema e acrobatica della laringe, la possibilità,
attraverso un gioco di equilibri muscolari, di poter consegnare dei preziosismi sonori.
L’Ars canendi, però, non si basa semplicemente sul talento e sulla predisposizione innata
dell’interprete; essa affonda le sue radici nella didattica del canto, attraverso la quale si
diventa consapevoli conducenti di questo nobilissimo organo.
5
INTRODUZIONE AL FALSETTO: DAL DIRE AL FARE
Una voce che vi dà l’idea immediata
del sentimento fatto suono e
dell’ascensione di un’anima verso
l’infinito sull’ali di questo sentimento1.
Il falsetto
Il falsetto, nel gergo comune, viene spesso riduttivamente usato per indicare quel tipo di fonazione emessa dall’uomo quando “falsa” la propria voce per imitare il timbro femminile,
anche, a fini caricaturali. Il falsetto è uno degli usi più frequenti e stravaganti della voce riconosciuta e approvata anche nel mondo del teatro d’opera in ruoli tipicamente farseschi, dunque una “falsa” donna che riveste il personaggio di grottesco e la rappresentazione scenica
di un alone di faceto ed estrosità. Tuttavia, l’utilizzo del falsetto nel teatro va al di là del mero
fine parodistico ma ricerca un ruolo espressivo anche nell’uso artistico di tale registro.
Esso presuppone una posizione laringea specifica, caratterizzata dalla contrazione del m. cricotiroideo, quindi un aumento della tensione longitudinale delle cvv. con loro totale distensione. La diminuzione del tempo di contatto glottico e la riduzione dell’onda mucosa al solo
bordo libero spoglia il suono di mordente timbrico e di ampiezza, con conseguente sensazione di “fissità del suono”. Il falsetto, inoltre, se ben fatto è un registro che aiuta a salvaguardare le corde vocali, nelle emissioni di tonalità acute, grazie al minor sforzo che il
meccanismo leggero richiede.
Nel mondo della lirica, il falsetto professionale consente alla voce maschile, molto spesso di
basso o baritono, di sostenere frequenze che appartengono alla gamma tonale femminile (ottenute con registro pieno) e che non potrebbero essere emesse altrimenti. Il falsetto può
anche essere frutto di alterazioni ormonali, che impediscono una naturale maturazione laringea oppure essere generato appositamente da quel caratteristico movimento laringeo
sopra descritto.
È certo che i falsettisti artificiali, così come sono definiti coloro che realizzano il falsetto intenzionalmente, nell’opera odierna, sono discendenti diretti degli antichi castrati. Detentori di
una eredità onerosa e onorevole. Ad essi è reclutato un repertorio tipico, affrontato, nel glorioso periodo barocco, dagli evirati cantori; la letteratura musicale ha conservato pagine e pagine di partiture scritte appositamente per il ruolo “en travestì”, oggi adeguate ai falsettisti
artificiali, per le loro inconfondibili caratteristiche vocali.
L’utilità dell’empiria accostata alla scienza
Previa performance vocale canora, i cantanti dovrebbero andare al di là delle semplici rappresentazioni metaforiche vaghe e ambigue che, nei secoli, hanno dominato nella didattica
del canto e comprendere con maggiore consapevolezza anatomo-fisiologica ciò che accade
all’interno del proprio apparato pneumo-fono-articolatorio. Nonostante le immagini empiriche vengano oggi utilizzate con maggiore cautela dai maestri di canto, esse sono state un
elemento importante all’interno della didattica vocale e lo sono tuttora se associate ad una
coscienza consolidata della funzione. Infatti, soltanto dopo aver appreso la coordinazione
respiratoria, lo stato tensorio delle corde vocali, l’attività resonanziale (in base allo stile e alla
categoria vocale), è possibile aiutare l’unione di tali funzioni attraverso un’immagine.
1
S. Warburg, The Castrati in opera, London 1956, p. 52.
6
Collocare il suono in fronte, in maschera, in fondo alla gola, tra gli occhi, dietro la nuca non
sono realtà concretamente eseguibili. Per questo motivo, uniti ad una conoscenza dei concetti tecnici di base del canto, sono suggerimenti utili a realizzare movimenti fisiologici e comportamenti vocali corretti. L’immagine, quindi, aiuta a superare i limiti tecnici della didattica,
l’affianca nel rinforzare i principi fisiologici.
I registri vocali
Tra il ‘700 e il secolo successivo, in un contesto di curiosità medico-scientifica in cui le cognizioni fisiologiche andavano crescendo e di contemporanea confusione terminologica e
linguaggio “esoterico”, colui che diede una prima definizione di registro fu proprio Manuel
Garçia, il quale nel suo trattato sul canto intuì che Colla parola registro noi intendiamo una
serie di suoni consecutivi e omogenei che vanno dal grave all’acuto, prodotti dallo sviluppo
di uno stesso principio meccanico, e la cui natura differenzia essenzialmente da un’altra serie
di suoni ugualmente consecutivi ed omogenei prodotti da un altro principio meccanico. Tutti
i suoni appartenenti allo stesso registro sono per conseguenza della stessa natura, qualunque sieno d’altronde le modificazioni di colore e di forza cui si assoggettano.
Nonostante le conoscenze anatomiche abbiano raggiunto livelli sofisticati, ad oggi le scuole
di canto non condividono una classificazione univoca dei registri vocali.
La descrizione più comune del termine registro, data dalla moderna fisica acustica e dalla foniatria, identifica i registri vocali come eventi di tipo esclusivamente laringeo consistenti in una
serie o ambito di frequenze consecutive prodotte con qualità fonatorie identiche, identificabili attraverso rilievi percettivi, acustici, fisiologici ed aerodinamici.
Nonostante l’assenza di una identità di vedute sul numero di registri esistenti, molti autori
semplificano la classificazione della voce a due registri principali conosciuti come registro
pieno o modale e registro di falsetto (identificabili rispettivamente nell’”heavy” e nel “light
mechanism” secondo la letteratura anglosassone).
Elemento distintivo di quest’ultimo registro è la vibrazione dell’esclusivo bordo libero della
corda vocale, con un tempo di contatto inferiore al 40% dell’intero ciclo vibratorio; non si ottiene una chiusura completa della glottide la cui area aumenta e diminuisce senza mai raggiungere lo zero.
Dal punto di vista resonanziale ne deriva un timbro vocale povero di armoniche (anche per
una riduzione dell’ampiezza e dello spazio del vocal tract) e di intensità labile. Il falsetto, infatti, presenta spettrograficamente armoniche fino verso i 2000 Hz, l’emissione vocale in registro pieno, invece, arriva almeno fino ai 4000 Hz di componente armonica.
Tipi di falsetto
Un tentativo di sopperire alla più scarna sonorità del falsetto è l’utilizzo del falsetto “rinforzato”.
Pur mantenendo le caratteristiche del falsetto il suono acquista rotondità e frequenze multiple risultando acusticamente più gradevole. Al meccanismo specifico del falsetto si aggiunge
un abbassamento della scatola laringea; grazie alla modifica del vocal tract gli elementi armonici si arricchiscono valorizzando l’emissione vocale.
Così come il falsetto “rinforzato”, anche lo stop-closure falsetto, elaborato da Mackenzie,
è un’ulteriore modalità tecnica possibile del falsetto professionale. Infatti studi spettrografici
hanno dimostrato come gli esperti più accademici sull’arte del canto, possano far uso di molteplici atteggiamenti tecnici che, tuttavia, non rientrano nell’ambito del falsetto puro. Non a
caso, lo stop-closure falsetto, percettivamente risulta alquanto similare al registro medio degli
acuti dei soprani lirico-leggeri.
L’espediente sonoro è raggiunto grazie ad un atteggiamento di iperadduzione glottica.
7
Nello specifico il coinvolgimento intensivo del m. interaritenoideo insieme al m. cricoaritenoideo laterale comporta una compressione mediale notevole tanto da impedire la vibrazione in toto della cvv. L’oscillazione dell’esclusiva porzione anteriore della glottide, in
concomitanza alla tensione longitudinale, anche grazie all’abbassamento laringeo al salire
della gamma tonale, prorompe in un suono che raggiunge frequenze sovracute. L’iperpressione aritenoidea posteriore, la riduzione della parte vibrante alla porzione anteriore delle
cvv, il buon contatto glottico, l’aumento della pressione sottoglottica, consentono di trarre
vantaggio in volume e struttura armonica rispetto al falsetto puro. Anche da un’analisi spettrografica, talvolta, lo stop-closure falsetto, a causa della prevalenza del sistema aritenoideo,
non è più configurabile nel vero e proprio falsetto bensì nel registro medio della voce femminile nell’ambito del settore acuto.
Di controversa discussione appare invece il definire un’altra sfumatura del falsetto: il falsettone. Di uso frequente all’interno del genere musicale metal e rock e spesso utilizzato da voci
maschili di timbratura piuttosto scura, descrive la modalità attraverso la quale venivano
emesse frequenza acutissime dai tenori dell’Ottocento. Secondo molti non è altro che un falsetto la cui potenza sonora risulta più dominante. La capacità di controllo muscolare e la
competenza nel ricercare l’apertura interna delle cavità di risonanza consente di amplificare
il suono bianco tipico del falsetto. Il “corpo” timbrico si fa più ricco e voluminoso. In sintesi,
un falsettone alleggerito è un falsetto, un falsetto rinvigorito è un falsettone. Ciò che li accomuna è l’origine della vocalità che non trova diversificazione: la vibrazione dell’esclusivo margine libero delle cvv.
Di contro, esistono altre correnti teoriche che leggono nel termine “falsettone” una cattiva
traduzione dell’espressione tedesca falsett-tone ovvero tono di falsetto. Interpretato come
un semplice rafforzativo, sembra, invece, che il vocabolo indichi una sorta di tono falsato ma
non in falsetto, una emissione caratterizzata da una componente armonica povera e, quindi,
incompleta.
All’interno del registro di falsetto c’è chi tenta di scovare molteplici strategie di emissione vocale modificando impercettibilmente posture e tensioni muscolari al fine di scoprire espressioni sempre nuove ed originali. Ne sono esempi il cosiddetto falsetto graffiato, falsetto
costruito, falsetto basso, modalità ipercinetiche che vengono spesso sfruttate come scelte
stilistiche nella musica pop e rock.
Ancora una volta le modalità di produzione non sono chiare ed immediate e le esposizioni,
molto spesso, sono farcite di ignoranza per ciò che concerne l’aspetto anatomo-fisiologico.
E ancora si rintraccia il falsetto accomodato, esso è definito come una tecnica estrema del
falsetto che sfrutta le cavità di risonanza della sola scatola cranica, e attraverso la quale, è
possibile produrre note molto acute, finissime e taglienti; proprio per questo motivo adottato
dal genere musicale metal. Non tutti concordano sull’idea di utilizzo del registro di falsetto nell’emissione del falsetto accomodato. Nonostante l’“etichetta”, esso è un falsetto metaforico,
un “quasi falsetto” così acuto e leggero da simulare il vero e proprio registro.
Il passaggio
Se l’unione dei registri non è perfetta, la voce sarà di più registri e conseguentemente perderà la sua bellezza”, scrive P.F. Tosi nelle sue Opinioni e in seguito asserisce: “il Maestro
deve insegnar quel moto leggerissimo della voce in cui le note che lo compongono siano
tutte articolate con ugual proporzione e moderato distaccamento, affinché il Passaggio non
sia né troppo attaccato, né battuto soverchio /…/ tutta la bellezza del Passaggio consiste
nell’esser perfettamente intonato; battuto, granito, eguale, rotto e veloce /…/ chi ha un bellissimo Trillo gode sempre il vantaggio di condursi senza disgusto alle Cadenze” 2.
2
P.F. Tosi, Opinioni dÈ Cantori Antichi e Moderni, 1723.
8
Nell’ambito della didattica vocale ciò che contraddistingue un medio esecutore da un ottimo
cantante è l’omogeneità timbrica della voce su tutta l’estensione. Parametro valutativo di una
buona tecnica vocale diventa la capacità di mantenere un timbro identico su tutte le note
della scala musicale.
Nelle voci incolte, la qualità raramente è omogenea lungo tutta l’estensione. Dunque, se il
meccanismo della voce piena viene proseguito salendo sulla gamma tonale, le tensioni muscolari in gioco giungono ad un livello di contrattura contemporanea afisiologica e insostenibile che si risolve attraverso un atteggiamento compensatorio degli equilibri laringei. È ciò che
nella didattica del canto prende il nome di “passaggio di registro” all’interno del quale sovente si avverte un break vocale, una rottura della voce che separa bruscamente due qualità timbriche diverse; tutto questo è una dimostrazione tangibile degli atteggiamenti
anatomofunzionali diversi messi in atto come modalità risolutiva.
Volendo citare Lilli Lehamann, essa afferma che, poiché ogni nota richiede una posizione
particolare della laringe e degli altri organi addetti alla fonazione, esistono tanti registri e dunque tanti passaggi quante sono le note. Quest’affermazione, tanto eretica quanto veritiera
sfiora appena quella che è la controversia tra il continuo e il discreto, tra il suono vocale e
l’anatomia ad esso corrispondente.
Il passaggio non è qualcosa che si dovrebbe inseguire ed amministrare come chiave di accesso alle note più acute, bensì, avvertire, raffinando l’orecchio corporeo, ciò che A. Tomatis definisce “sensibilità propriocettiva”. La sensazione di quel gruppo di note all’interno di
un’area resonanziale rivela la natura del suono più di quanto possa fare qualsiasi concetto
o nozione di passaggio. Ciò permetterà di vivere il passaggio rendendolo un momento fisiologico-organico prima ancora che dialettico, al fine di lenire la percezione dello stacco di tipo
laringeo e di gestire i mutamenti resonanziali conferendo al suono organicità acustica ed una
certa copertura.
La classificazione della voce
La preoccupazione di identificare delle classi vocali non affonda le sue radici in un passato
remoto, anzi, intorno al XVI secolo, periodo d’oro per l’arte polifonica, era possibile distinguere
soltanto le voci alte o elevate e le voci gravi o bassi. Bisogna aspettare la seconda metà del
XVII secolo, probabilmente con Mozart, che fu il primo a tipizzare vocalmente i suoi personaggi, per poter assistere ad un principio di suddivisione vocale. Durante la seconda metà
del XIX secolo le prestazioni dei cantanti si fecero sempre più pesanti ed impegnative, tanto
che una specializzazione vocale spontanea cominciò a prendere campo: le opere di Wagner
e Verdi, sebbene contemporanee, raramente furono rappresentati dagli stessi interpreti.
Come qualsiasi tema inerente alla voce, anche le categorie vocali trovano ampio spazio speculativo distaccandosi dalla teoria, dalle norme e dalle abitudini prestabilite, dando vita praticamente ad ulteriori suddivisioni e variando al variare delle scuole, dei pedagogisti, degli
storici e, molto spesso, dei cantori stessi. Resta, quindi, impresa estremamente ardua proporre classificazioni della voce, esse si moltiplicano a piacere ed in maniera esponenziale.
Husson, per esempio, distingue non meno di 36 tessiture.
I criteri di ripartizione sono assai bizzarri e disparati: si è arrivati a proporre metodiche quali
la valutazione secondo la tosse sonora, la misura della cronassia, il volume delle cavità di risonanza, la morfologia del soggetto, la lunghezza delle corde vocali. È evidente che oggi tali
criteri sono rifiutati dagli esperti di musica.
Poiché rimane indispensabile e impossibile non identificare delle classi che ricoprono la totalità della pratica lirica, nell’epoca odierna ci si serve della tecnologia strumentale (stroboscopia, fonetografia, esami elettroacustici) capace di chiarire eventuali dubbi in materia.
Sulla base della tessitura, le voci vengono classificate in sei classi:
9
- per gli uomini:
basso (mi1 a mi3)
baritono (la1 a sol#3)
tenore (do2 a do4)
- per le donne
contralto (sol#2 a fa4)
mezzosoprano (la#2 a la#4)
soprano (do3 a do5)
Esistono tuttavia ulteriori sottoclassi che definiscono la potenza e il timbro della voce.
DIDATTICA VOCALE
Metodologia: tra intuizione e scienza
Se è vero che il canto è l’uso della voce umana come strumento musicale, è altrettanto vero
che imparare a “suonarla” non è cosa semplice, in quanto priva di un immediato riscontro empirico. Come tanti altri strumenti a corda, essa richiede tanto insegnamento ed esercitazione
ma, soprattutto, esige una elevata propriocezione corporea per saperla maneggiare con dimestichezza. D’altronde, “la voce è qualcosa che facciamo e non qualcosa che abbiamo”1,
è qualcosa che non si limita ad un suono accidentale, parassita, quale poteva essere nelle
sue origini più ancestrali, bensì una funzione agente complessa, voluta, attiva.
“La voce è un mistero […] è un suono, non è tangibile, non ha nessuna materialità […] non
la possiamo né toccare né vedere. Un pianoforte può essere visto, la voce no: può essere
ascoltata, ed è questo il suo mistero. È lo strumento più affascinante che esista, perché noi
siamo lo strumento e noi lo maneggiamo per mezzo di esecuzioni interne” (A. Kraus).
Eppure, la didattica sul canto è di origine recente. Durante il periodo creativo del Barocco e
nel corso dei secoli successivi, l’insegnamento di questa forma di arte astratta e intangibile
si basava soprattutto sull’imitazione, ovvero sulla trasmissione esemplare del maestro e,
dunque, sull’emulazione da parte dell’allievo. L’artificio più degno d’un Professore deve imitarsi e non copiarsi; A condizione ancora che non somigli né men per ombra all’originale, altramente invece d’una bella imitazione diventa una copiaccia2.
Nel corso della storia si è avvertita l’esigenza di teorizzare quello che sino ad allora esisteva
soltanto nella pratica; la necessità di creare una terminologia univoca, un vocabolario specifico, al fine di incrementare la comunicazione tra insegnante e allievo e sancire la dialettica
tra i vari esperti. L’evoluzione è stata progressiva: inizialmente ci si basò su insegnamenti che
trovavano fondamento su istituzioni sensoriali, fisiche e su un gergo del tutto arbitrario e mutevole sia sull’asse sincronico (ovvero volubile, con accezioni ed interpretazioni differenti da
soggetto in soggetto) sia sull’asse diacronico. Tutt’oggi si è eredi di un vocabolario vago e
vario, risultato finale di sovrapposizioni terminologiche di natura empirica su quelle più recenti
di natura scientifica. A complicare la situazione contribuisce l’uso delle non rare espressioni
metaforiche basate sulla percezione delle sensazioni interne, accrescendo la quantità di interpretazioni approssimate e indefinite.
Fin dai tempi più antichi si danno descrizioni di vari tipi di voce che vogliono essere dei primi
tentativi di classificazione; si parla di voci sottili, robuste, acute, dure, aspre, rauche, cieche,
agili, voci “buone” e voci “comuni” ecc.
Intorno al ‘600 ritroviamo la didattica di Caccini e nel 1723 Opinioni dei cantori antichi e moderni di Pier Francesco Tosi. È evidente il cambiamento di gusto da un secolo all’altro, poiché scema l’attenzione sulla parola in favore di una maggiore diligenza sull’aria. In realtà, il
trattato di Tosi, seppur considerato il primo vero trattato di canto che consegna grande saggezza ed esperienza del mondo musicale di allora dedicando ampio spazio ai precetti e al1
2
F. Fussi, Una sottile linea d’ombra, in “L’opera”, 2000.
P. F. Tosi, Opinioni…, 1723.
10
l’etica dell’insegnante, tuttavia tratta in maniera blanda e superficiale le argomentazioni specifiche sulle tecniche vocali. In effetti, si dovrà aspettare l’Ottocento per poter parlare di trattato di tecnica della voce in senso stretto: G.B. Mancini nelle sue Riflessioni si spinge più in
profondità rispetto ai temi trattati dal Tosi, affrontando argomenti quali la respirazione, la posizione della bocca durante il canto e la dibattuta tematica dei registri. J.A. Berard, seppur con
grossolana ed imprecisa descrizione fisiologica, ne “L’art du chant”, riesce ad intuire l’importanza del basculamento della cartilagine tiroidea durante le differenti emissioni canore.
Sarà E. Garçia il primo ad accedere, attraverso il laringoscopio, all’inscrutabile strumento canoro sorgente di voce: la laringe. Nel trattato completo sull’arte del canto Garçia si imbatte
in uno dei tanti equivoci e giochi di sinonimia che tutt’ora avvolge il mondo della musica: l’interpretazione del termine “falsetto”, intesa dall’autore come equivalente di “registro di mezzo”;
nello stesso periodo il vocabolo è usato da altri studiosi contemporanei come corrispondente
al “registro di testa”. La storia del canto trattiene una serie di malintesi che alimentano il caos
dialettico e l’ambiguità nella didattica.
Le origini del “registro”
Alla fine dell’Ottocento la crisi del canto in Italia diventa pretesto e incoraggiamento per una
ricerca più approfondita, capace di dare risposta alle lacune conoscitive sull’argomento. Ecco,
dunque, una serie di trattati che tentarono di conferire una certa scientificità a questa forma
di arte. Epigoni di termini medievali quali “voce di petto” o “voce di testa” basati sulle sensazioni di vibrazioni corporee, gli esperti in materia iniziano ad utilizzare il termine “registro”, proveniente dalla disciplina organologica, adattandolo all’ambito vocale.
Adriano Banchieri nella sua “Cartella Musicale nel canto figurato” distingue una voce di testa,
voce di petto e voce obtusa; quello che dalla natura viene dotato della prima, è Cantore perfettissimo; quello che ha voce di petto è Cantore perfetto, e chi tiene in se voce obtusa, è Cantore imperfetto3.
Già Mancini e Tosi sviluppano il concetto di registro, distinguendone due, il registro di petto
e il falsetto, quest’ultimo inteso come sinonimo di registro di testa. Nel tempo si preferirà utilizzare quest’ultima nomenclatura, attribuendo di volta in volta al “falsetto” significati difformi.
Nel 1861 Garçia, per esempio, apporta una ulteriore tassonomia delle voci sia maschili che
femminili introducendo un “registro di mezzo”, una voce mista a cui viene attribuito il nome
di “falsetto”. La stessa classificazione in tre registri è condivisa da F. Lamperti: il registro di
petto che è il più grave, quello di falsetto o di mezzo che è nel centro della voce, e quello di
testa che è il più acuto e il più brillante, aggiungendo però che essa vale soltanto per le
donne. La voce maschile, invece, si suddivide in due soli registri, cioè quello di petto e quello
di falsetto, detto volgarmente voce mista4.
La mancanza di idonei strumenti di indagine ha fatto sì che il lessico del cantante fosse basato soprattutto su propriocezioni soggettive e sulla capacità acustica dell’ascoltatore nel rilevare la qualità timbrica corrispondente ad un meccanismo vocale specifico, creando un
linguaggio parallelo difficilmente intersecabile e condivisibile.
Addirittura è possibile rinvenire testi che definiscono il registro di petto come un suono che
trova origine nelle corde vocali “inferiori” ovvero le cvv e il falsetto come un suono generato
dalle corde vocali “superiori” cioè le false corde: e poiché la laringe umana possiede una glottide vera e una glottide falsa, se ne inferisce che, quel complesso di suoni che sono una conseguenza dell’azione diretta della glottide vera e, conseguentemente delle corde vocali vere,
dicesi registro vero; quel complesso di suoni derivanti dalla glottide falsa, dicesi registro falso5.
3
4
5
A. Banchieri, Cartella musicale nel canto figurato..., 3° ed.,Venezia, Vincenti 1614, p. 146.
F. Lamperti, Guida teorico pratica elementare per lo studio del canto, Milano 1864.
A.G. Labanchi, Gli artisti lirici e la scuola del canto in Italia: studio critico-tecnico, 2° ed., Napoli 1902, p. 58.
11
Ad oggi questa affermazione aiuta a comprendere il clima di anarchia assoluta nella didattica del canto.
Con il passare del tempo ci si avvale sempre di più del contributo della medicina la quale, attraverso laringoscopia indiretta, – esame obiettivo collaudato da Garçia – osserva le diverse
escursioni laringee. Piuttosto che fare chiarezza, la scienza medica contribuisce ad evidenziare l’imprecisione terminologica: in effetti parole quali “di petto” e “di testa” non si riferiscono
a momenti determinati di tipo laringeo, bensì alla componente timbrica prevalente, alla proiezione del suono nelle diverse insenature del vocal tract.
Il disordine del gergo musicale che affligge la materia, non concerne esclusivamente la classificazione della voce con la corrispettiva appartenenza ed etichettatura in termini di registri
o l’uso di vocaboli tra loro in relazione di sinonimia e polisemia che consegnano una visione
caleidoscopica della voce ma anche il referente extralinguistico, vale a dire l’origine reale del
suono, la natura di un prodotto vocale.
Il risultato che ne consegue è un vero e proprio zibaldone lessicale: “registro di contro-basso”,
“primo registro”, “voce naturale”, “a toni reali”, “registro inferiore”, “registro di petto”, “registro
di corda lunga”, “registro spesso”, “vox pectoris”; diametralmente opposti sono termini quali
“secondo registro”, “registro superiore”, “registro acuto”, “dei toni falsi”, “di testa”, “di falsetto”,
“di falsetto testa”, “di corda breve”, “voce mista”, “voce faringea”, “voce velata”, “vox capitis”;
ad un terzo registro intermedio, sebbene non da tutti condiviso, corrispondono lemmi quali
“registro dÈ suoni di mezzo”, “registro medio”, “intermedio”, “di mezzo petto”, “di voce mista”,
“di transizione”, “registro sottile”, “voce di mezzo”, “di falsetto”, “falso registro”, “suoni di gola”,
“vox gutturis”.
È evidente come alcuni di questi termini tradizionali non sono stati totalmente respinti dalla
trattatistica moderna che ha voluto in un certo senso giustificarli e adattarli alle conoscenze
attuali. Molte ambiguità nascono dal fatto che sensazioni kinestetiche soggettive percepite
(a livello sternale, faringeo, buccale, nasale, frontale, ecc.) hanno dato vita a numerosi termini poi identificati come registri. Dunque l’errore sta proprio nell’aver assimilato i registri a
variazioni dell’apparato di risonanza e alle modificazioni armoniche che ne derivano.
Soulairac elaborerà in seguito il concetto di schema corporeo vocale, pensiero basato sulla
cinestesia fonatoria6.
Valendoci della definizione sintetica che ne dà R. Husson, autore dell’ambiziosa quanto imprudente teoria neurocronassica, diremo che «quando un soggetto parla o canta, ma soprattutto quando emette vocali a grande intensità, egli percepisce ad ogni momento un
insieme complesso di sensazioni interne che provengono da tutte le zone e regioni attivate
dal suo sforzo di emissione. Fra queste alcune sono percepite con un'intensità particolare:
esse provengono dalla regione palato-naso-facciale e dalla cintura addominale. È la loro percezione simultanea che costituisce propriamente lo schema corporeo vocale del soggetto,
che dipende principalmente dalla vocale emessa, dalla sua intensità e dalla sua frequenza»7.
Ad oggi, infatti, i termini “di petto” e “di testa” vengono mantenuti e comunemente adoperati
per indicare, appunto, quei fenomeni di percezione muscolo-scheletrica, che vanno sotto il
nome di “fenomeni di consonanza”.
L’attenzione alla vibrazione delle cavità resonanziali più che ai singoli movimenti della laringe,
alle suggestioni soggettive del “rimbombo” più che ai differenti stati tensori del muscolo vocale, ecco il grande equivoco che ha vincolato la didattica del canto. Ad oggi, successori di
molteplici ambiguità, sono stati definiti alcuni concetti, sono state elargite alcune nozioni su
chiara base scientifica che hanno ridotto il campo dell’opinabilità di questa disciplina.
6
A. Soulairac, Sensibilités internes et phonation: centres, voies, mécanisme, in «Revue de Laryngologie Portmann»,
suppl. novembre 1955, pp. 666-674.
7
R. Husson, Physiologie de la phonation, Paris, Masson, 1962, p. 261.
12
L’anatomia, la fisiologia e la fonetica sono i tre fondamenti senza i quali oggi è impossibile
ipotizzare un approccio pedagogico su qualsivoglia genere musicale o un trattamento rieducativo vocale.
L’INIZIO DI UN MONDO VOCALE
Il contesto socio-culturale
Sono ugole e suoni di voci da usignoli, sono fiati che fanno mancare la terra sotto i piedi e
che quasi tolgono il respiro, così l’abate François Raguenet (1660-1742) descrive l’armonia
canora del falsetto, tecnica vocale che, in quel periodo, echeggiava tra le cupole delle cappelle ecclesiastiche, inneggiando il Divino Amore, per poi diffondersi nei teatri pubblici italiani
e di gran parte d’Europa. La vocalità leggiadra e lasciva del falsetto si inserì perfettamente
nella retorica barocca dell’artificio e della meraviglia, nell’abbandono estatico pregno di eterea Grazia Divina e mistica sensualità.
È il periodo in cui il canto segue un andamento di melopea, si svincola progressivamente dalla
polifonia in favore dell’“individuo” solista che tenta di interpretare il testo cantato. In questo
sfondo legato all’estrosità, alla fastosità e al virtuosismo, la musica ricerca il gusto del decoro
gorgheggiando non soltanto le frasi più pregne di significato, ma anche articoli, avverbi e
congiunzioni, rendendo la melodia ricca di artefatti e di prodezze tecniche.
È il melos che primeggia su un contenuto semantico; crolla la concezione secondo cui la
perfezione della moderna musica consiste nel seguire l’oratione8; è la voce, nelle sue infinite
ambiguità a guidare la coerenza del logos.
Dunque, la musica ha un suo costrutto, una sua morfologia che non asseconda più il significato, piuttosto, scavalcando l’intelletto, abbraccia l’ascoltatore in un godimento atavico per effondere un piacere sonoro per le orecchie. Esse non sono un tramite fisiologico che veicola il
significato alla mente, né condotti anatomici che collegano gli intelletti, bensì porta di accesso
acustico che gode di vibrazioni e risonanze, le quali “impressionano” il corpo, i sensi e il cuore.
Il melodramma barocco fu spettatore delle meraviglie della vocalità di falsetto che, da San
Pietroburgo a Madrid, da Londra a Roma, risuonò nei teatri, nei saloni delle grandi corti, nei
palazzi nobiliari, acclamata da re, principi e alti prelati. Furono utilizzati grandi professionisti
del falsetto artificiale, italiani, fiamminghi, francesi e soprattutto provenienti dalla Spagna.
Purtroppo, però, l’uso di un registro così impegnativo, che comporta un grande onere per le
corde vocali, sfociava inevitabilmente in disodie irreversibili da sforzo vocale. D’altro canto, i
cori polifonici di voci bianche che aggraziavano l’udito della più alta ecclesia, non erano affidabili nel tempo e non ci si poteva consegnare alla loro professionalità a causa di un fisiologico cambiamento: la muta vocale. Di conseguenza, pur di garantire i capricci edonistici
dell’arte, si passò gradualmente dal falsetto artificiale al falsetto naturale, termine che, con
un retrogusto beffardo, sembra prendersi gioco delle leggi di madre natura. La castrazione
fu, quindi, un sistema praticato per evitare la muta vocale la quale avrebbe convertito una
voce educata alla musica, leggiadra e timbricamente perfetta, in una voce virile, matura e
sgraziata tipica dell’età adulta. Il puer cantore, dopo anni di insegnamento musicale, intorno
ai 13 anni, sarebbe stato oggetto di un’evitabile cambiamento di voce a causa della maturazione ormonale.
Il principio base fu quello di perpetuare caratteristiche tipiche del bambino che, nella gamma
naturale, detta in gergo “di petto”, abbraccia circa il doppio delle note di un soprano donna.
È evidente, quindi, l’enorme vantaggio derivato da una voce naturale che riesce a raggiungere pienezza e mordente timbrico.
8
Monteverdi, Madrigali, V libro, 1607
13
La castrazione
L’orchietomia, intervento sui testicoli che consiste nell’asportazione o nella legatura del foruncolo testicolare, provoca l’interruzione della secrezione dell’ormone testosterone direttamente coinvolto nella crescita laringea durante la muta vocale. La discesa della laringe e
l’ispessimento della struttura cartilaginea comporta l’aggravamento dei suoni (di un’ottava
negli uomini, di 2-3 toni nelle donne); l’esito di questo processo fisiologico è l’ottenimento di
una voce maschile coerente con la maturazione dei tratti distintivi del soma. La castrazione,
dal sanscrito çastram cioè “coltello”, attuata nei secoli passati con attenta selezione, oltre a
comportare un cambiamento vocale, stravolgeva l’assetto corporeo (sebbene questo non
costituisse regola fissa) proprio per la predominanza dell’ormone della crescita e per l’assenza del testosterone, con l’esito finale di un uomo con tratti somatici caratteristici di una
donna: glabro, altezza più elevata rispetto alla media del tempo, cenni di presenza del seno,
pannicoli di tessuto adiposo sui fianchi e sui glutei.
Nei cori ecclesiali di voci bianche, l’uso di questa prassi si avvertì indispensabile al fine di garantire una qualità eufonica di morbidezza e pienezza da elargire al Cristo. All’esigenza del
rito liturgico, del culto, si associa il divieto, da parte della Chiesa, di performance vocale femminili. Il passo di S. Paolo (Lettera ai Corinzi 14,33-35) spiega il motivo per cui la chiesa optò
per le voci infantili e per gli eunuchi.
La sinergia tra la mancata discesa della laringe, la vicinanza delle corde vocali con le cavità
di risonanza e l’utilizzo di un mantice polmonare ampio e adulto, offre una voce più potente
di quella di una donna e più virtuosa di quella di un bambino, nitida, espressiva e forte e con
un timbro chiaro e penetrante,
Scrive Hesse: in ogni figura era intero, perché era una coppia, aveva la luna e sole, aveva
uomo e donna dentro, scorreva per le terre come fiume gemello, brillava in cielo come
stella doppia9.
I parametri vocali ottenuti dopo l’intervento dipendevano fondamentalmente dall’età in cui
esso veniva effettuato; prima veniva praticata l’evirazione (che tuttavia non era posticipata
oltre i 12-13 anni di età), maggiori erano le possibilità di ottenere i registri di soprano. Viceversa, temporeggiando si aveva più la possibilità di ottenere un registro contralto.
La chiesa non autorizzò mai ufficialmente la prassi della castrazione, condannandola pubblicamente durante il Concilio di Trento.
Non stupisce, quindi, che l’intervento chirurgico fosse svolto in totale clandestinità, con strumenti quanto più improvvisati, in condizioni igienico-sanitarie carenti. A buon motivo si può
immaginare l’alto rischio di mortalità che si associò all’operazione. Questo spiega la testimonianza del musicologo Charles Burney: Indagai attraverso l’Italia in quale posto prevalentemente i ragazzi erano scelti per cantare tramite castrazione, ma non ne potei avere
un’informazione sicura. Mi venne detto a Milano che era a Venezia; a Venezia che era a Bologna; ma a Bologna negarono, e venni indirizzato a Firenze; da Firenze a Roma, e da Roma
venni Mandato a Napoli… si dice che vi siano botteghe a Napoli con questa insegna: QUI SI
CASTRANO RAGAZZI; ma io non fui in grado di vedere o di sentir parlare di alcuna di queste botteghe durante la mia permanenza in quella città10.
E ancora scrive Voltaire: Sono nato a Napoli – mi disse – dove ogni anno capponano due o
tre mila bambini; alcuni muoiono, gli altri acquistano una voce più bella di quella delle donne,
altri vanno a governare qualche stato. Mi fecero quell’operazione con grande successo, e
sono stato musico nella cappella della signora principessa di Palestrina11.
H. Hesse, Metamorfosi di un pittore, in Sull’amore, 1988.
Dr Bruney’s Musical Tours in Europe, P. Scholes (a cura di), vol. I, Londra 1959, p. 247.
11
Voltaire, Candido o l’ottimismo, trad. P. Bianconi, Milano 1987.
9
10
14
I primi falsettisti naturali giunsero dalla Spagna intorno al 1562 per arricchire le voci
della Cappella Sistina a Roma, di lì a poco il numero dei falsettisti naturali aumentò in
maniera esponenziale. È opportuno citare alcuni nomi, tra cui Pier Francesco Tosi
(1657-1732), seguirono personaggi illustri quali Francesco Soto de Langa (1534-1619),
Giovanni Figueroa, Pietro Folignani, Girolamo Rosini (1581-1644), ecc.
Il primo soprano italiano, di probabili origini spagnole, fu Giacomo Spagnoletto, il quale
nel 1588 riuscì a cavalcare le scene dell’Urbe con l’appellativo di “eunuco”.
Nello stesso anno entrò in vigore un’ordinanza del Papa Sisto V (revocata nel 1798)
che vietava alle donne di esibirsi negli spettacoli teatrali; esse, infatti, come asserì il
Cardinale Ruzzi, portavano un “deterioramento grande al costume”.
Questo provvedimento, insieme alla proibizione di prestazioni vocali liturgiche, indusse
molti uomini alla castrazione, per sostituire le figure femminili nelle rappresentazioni
teatrali. Nonostante le voci non sempre venissero apprezzate, i castrati furono acclamati
sui palcoscenici (anche quando interpretavano ruoli “en travestì” di ballerine aggraziate
con modalità e gesti non proprio femminili, risultando ridicoli), divenendo protagonisti assoluti del melodramma.
Il Seicento, infatti, coltivò l’estetica della meraviglia. Lo scopo finale non era la verosimiglianza, bensì l’aspetto e il culto del bello. Incantare, sbalordire, sorprendere erano
le parole d’ordine e il supremo obiettivo da raggiungere sia con le orecchie che con gli
occhi. In scenografie fatte di marmi, stucchi dorati e sfarzo, il canto doveva diventare incanto e la voce primeggiare nell’ornamentazione agile, nel fraseggio fluido, nell’armonia timbrica, con ogni orpello tecnico.
Non a caso questa modalità canora fu definita “belcantistica”.
I primi evirati cantori che varcarono i palcoscenici teatrali in ruoli femminili furono Giovan Gualberto Magli, Girolamo Bacchini, Si diede inizio così a circa tre secoli di uomini
“manomessi” al servizio dell’arte della musica, un explois di falsettisti naturali, di “macchine canore” costruite durante tutto l’arco del Seicento.
Contemporaneamente a Roma circolavano anonimi sonetti ammonitori:
Sarà dunque permesso alli villani
nello Stato Papale, impunemente
di castrar i loro figli empiamente
acciò strillin cantando in modo strano?
Che si castrino i gatti oppure i cani,
un cavallo, un somar, non dico niente,
ma i figlioli, per Cristo Onnipotente,
ah! son padri assai crudi e inumani!
E Roma soffrirà che nei suoi Stati
un mutilato attor dei più bricconi
funga la donna a spasso dei Prelati?
Ma se i Prelati vogliono esser buoni
castrin piuttosto gli altri Porporati
chè il Collegio sarà senza ciglioni!
Poiché l’evirazione non era moralmente concepibile e per di più, secondo il diritto canonico,
illegale (tanto da poter apportare anche la scomunica), si tentò di legittimare l’evento rilasciando certificati compiacenti di criptorchidismo o adducendo una serie di giustificazioni
quanto mai bizzarre. Per rendere l’atto illecito più “perbene”, nel grande marchingegno della
finzione, era proprio il bambino a fare richiesta di voler diventare un eunuco (con tanto di fal-
15
sificazione di documento!): Rinaldo Gherardini di anni tredici arrivato a segno di essere
sicurissimo nel canto al pari degli altri, temendo della mutazione della voce […] ha proposto e risolto di farsi, per Vostra Altezza, castrare, per havere a tirare innanzi in tale
professione al fine di servire molto meglio con essa et al Signore Dio […]12. All’eventuale
puer chorales, stordito dall’oppio e “anestetizzato” semplicemente da acqua bollente, veniva effettuata l’ablazione chirurgica degli organi riproduttivi, il ragazzo “dopo essersi
imbattuto in qualche ghiotto animale”, si risvegliava privo di gonadi.
Non mancano tristi testimonianze di giovani infelici sacrificati sull’altare della voce, e rivelatisi falsi positivi. Delusi dalle erronee aspettative si ritrovarono deludenti dalla vita
musicale e irrimediabilmente mutilati. Ecco le affermazioni di Filippo Baratri, falsettista
non baciato dalla fortuna che, con un ombra di malinconia asserisce: Ma come c’entro
io in quest’ istoria/ che non ho la volontà d’essere soldato?/ Son giovin italiano e son castrato/ Né cerco che dal canto la mia gloria.
Tuttavia, coloro che riuscirono ad ottenere una voce qualitativamente ricercata e perfetta
varcarono la soglia del successo e da lì, spiccarono il volo verso la popolarità.
Nelle più importanti corti europee i celebri nomi passavano di bocca in bocca, in un turbinio di adorazione isterica, acclamati ed osannati da un pubblico, in parte, solleticato
da una curiosità morbosa. Nonostante questo e malgrado le aperte critiche nei confronti
dell’atto barbarico, la voce ammaliante dei cantori evirati conquistò l’intera Europa e
nella Francia Illuminista di Diderot e D’Alambert, Napoleone Bonaparte depennò una
legge che bandiva i castrati.
La stragrande maggioranza dei sacrificati all’Arte proveniva dall’Italia, tra i più celebri ricordiamo Francesco Bernardi detto il Senesino (1680-1759), Nicolò Grimaldi, il Nicolino
(1673-1732), Giovanni Carestini detto il Cusanino (1705-1750), Antonio Uberti (17191783) soprannominato il Porporino, Gaetano Guadagni (1725-1792), Gasparo Pacchierotti (1740-1821), Girolamo Crescentini (1762-1848), Giovanni Battista Velluti
(1781-1867), questi ultimi protagonisti e spettatori del crepuscolo degli “angeli”.
Tra tutte queste voci di spicco, vale la pena ricordare uno degli artisti più acclamati:
Carlo Broschi detto il Farinelli o Farinello (1705-1782).
La sua biografia, riassume le peculiarità di una vita donata alla musica. Insieme al fratello Riccardo, riuscì ad ottenere le ovazioni di un pubblico internazionale, grazie alla sua
autorevolezza vocale, la cui estensione e potenza di fiato non trovava eguali nel tempo.
Farinelli conobbe il grande genio della musica George Friederic Händel (1685-1759),
di cui interpretò l’oratorio Israele in Egitto e la celebre aria dell’opera “Rinaldo” Lascia
ch’io pianga.
La vita dei Broschi è illustrata nel film Farinelli Voce regina del 1994 del belga Gérard
Corbiau, il quale, pur con qualche “licenza poetica”, è riuscito a dipingere la mirabilia del
mondo dei castrati, intrecciato di musica meravigliosa, di eccessi, di miserie, di invidie,
di politica di passione e scandalo che prendono colore nell’elegante cornice del barocco.
Durante tutto il ‘700 circolarono pamphlet pungenti e anonimi sonetti satirici contro un
genere musicale che aveva perso ormai la sua credibilità.
Eccone alcuni dedicati proprio al celebre cantore:
12
S. Cappelletto, La voce perduta: vita di Farinelli evirato cantore, Torino 1995, p. 4.
16
Farinelo musico
Star dritto come un palo, e disatento,
parole masticar; gestir à caso;
un piede all’oriente, uno all’occaso,
una mano pendolon, e l’altra al mento.
Farinelo musico venuto in Venetia
con somma aspettatione
Pendegran core [?], e contenziosa tanto
Se sia merto, o fortuna in Farinello
Qual va obligando a gara e questo e quello
Ad udir la maniera del suo canto.
Un falsetto cantar, ma con gran stento,
con scalette continue entrar nel vaso,
e doppo el suo cantar dentro nel naso,
due gran salti ostentar per un portento.
Chè per voler ben giudicare, oh quanto
ogni persona empiendo va ‘l cervello
e più pensando a quel cantor novello
non sa se dar si debba o biasmo, o vanto.
Con asmatica pena prender fiato,
li passi mascherar di questo, e quello,
cantar cinq’arie e poi restar sfiatato.
E con la varietà delle ragioni
Lascia dubbiosa e incerta ciascheduna
Irresoluto il punto, e l’obiezioni.
Un trillo tastieggiar da Napoliello,
passaggio non battuto e trascinato,
ditemi: non è questo Farinello?
La decid’io e senza lite alcuna:
farsi tagliare a Napoli i ciglioni,
e trovarli a Venetia è gran fortuna.
Differenti fattori hanno influito sulla riduzione progressiva del ricorso alla castrazione; certamente va ricordato che il Settecento fu un secolo di lenta ripresa economica, in cui le famiglie potevano sperare in un futuro abbiente per i loro figli senza però renderli eternamente
sterili. Si optava per altri mestieri che pur potevano garantire una sicurezza economica agiata.
L’età dei Lumi tenta di svincolare l’uomo dall’oppressione religiosa rendendolo emancipato.
Come “meteore”1, i castrati lasciarono una scia lungo il grande cielo della musica, furono privati della loro, prima indiscutibile, egemonia. Il tramonto dell’Ancien règime non poteva non
interessare la voce dei castrati, all’interno di uno sfondo storico che sempre più si affidava
alla ratio dei diligenti illuministi. La sobrietà, la ragione, la verità furono i capisaldi di un nuovo
modo di fare opera; essa rifiutava l’assurdità di scene che rappresentavano giovani in fin di
vita, che a pieni polmoni cantavano lamenti per tempi smisurati.
Anche il poeta italiano Giuseppe Parini non potè esimersi da un giudizio su questa sorta di
ingegneria chirurgica tutta all’italiana. Inoltre nella sua ode Evirazione esplicita il suo pensiero in versi:
Aborro in su la scena
un canoro elefante
che si trascina a pena
su le adipose piante,
e manda per gran foce
di bocca un fil di voce.
Ahi, pera lo spietato
genitor che primiero
tentò di ferro armato
l’esecrabile e fiero
misfatto onde si duole
la mutilata prole!
1
S. Cappelletto, La voce perduta…, 1995.
17
Necessita aspettare il 1870 quando il neonato stato italiano, attingendo alle leggi francesi,
vieta definitivamente l’atto della castrazione, rendendolo illegale. La chiesa, tuttavia, continua
a circondarsi del connubio del mostro angelico. Dopo l’impegno di papa Leone XIII, che con
il decreto Ex audientia sanctissima impedì l’assunzione di castrati nel coro Romano, e di don
Lorenzo Perosi, Direttore Perpetuo della Cappella Sistina, il 22 novembre del 1903 si pose
fine ufficialmente alla presenza dei cantori evirati nella Chiesa Cattolica.
È Alessandro Moreschi (1858-1922) l’ultima testimonianza di un passato glorioso ormai tramontato. L’“Angelo di Roma” così soprannominato, fu l’ultimo solista della Cappella Sistina
ed erede di un costume vocale superbo e magico ormai decaduto.
Scompare così la linea di demarcazione che separava il “vero” e il “falso”, il “naturale” e l’“artificiale”, sillogismi di una dialettica perversa tanto cara ai segreti istinti di onnipotenza della
chiesa cattolica.
“Soltanto l’Italia (…) ha ritenuto che questo tipo di vocalità generata da un primitivo intervento di manipolazione “genetica”, potesse consentire l’immaginazione e l’ascolto di una bellezza senza confronti, simulacro di un’idea di purezza e di perversione, capace di restituire
almeno i contorni, l’ombra di quella originaria unità di sessi, di quella perfezione che racconta
il mito senza tempo dell’ermafrodito”2.
La fisiologia umana riconquista la sua dignità. Spazza via l’ambiguità vocale, l’unisessualità sonora, in favore di connotazioni e parametri distintivi di una voce maschio e una voce
femmina.
Le voci e le personalità dei cantanti, che furono “quasi” come altri, hanno lasciato il segno indelebile nella storia del teatro e della musica religiosa.
L’EPOCA CONTEMPORANEA
Controtenori, sopranisti, contraltisti
Chiamateli controtenori, sopranisti, contraltisti, o più semplicemente falsettisti: presunti eredi
degli antichi castrati, sono fra i più tangibili esempi del postmoderno musicale, figli di quell'androginia oggidì straripante in ogni campo3.
È con questo incipit che Marco Beghelli prorompe su un articolo di giornale non dispensato
da successive critiche e disapprovazioni terminologiche utilizzate dall’esperto di canto.
In effetti in poche righe è possibile sintetizzare le differenti tipologie vocali che sono insorte
all’interno del grande “calderone” del falsetto; ciascuna con l’orgoglio del proprio repertorio
e con la caratteristica di una peculiare tecnica vocale.
La nascita di molteplici abitudini linguistiche deriva, probabilmente, da un percorso storico differente, da radici etimologiche distinte, da abitudini interindividuali e geografiche dissimili.
Non a caso, nel mondo anglosassone si può preferire la nomenclatura di “controtenore” piuttosto che “sopranista”; taluni preferiscono parlare di “falsettisti”, altri, all’interno dello stesso
confine geografico, prediligono la terminologia di “contraltista”. Nonostante il dibattito dialettico, il referente extralinguistico rimane sostanzialmente invariato.
Indubbiamente tutti incorrono nello stesso atteggiamento laringeo del “soft mechanism”, motivo per cui, su basi fonetiche, si può utilizzare la più comune dicitura di “falsetto”. È pur vero
però che esistono differenze di coloritura timbrica (in base alle modifiche oro-bucco-facciali e
alla percezione della risonanza nei differenti punti dei seni paranasali) e di estensione vocale.
Gli studi foniatrici, infatti, hanno concesso di accedere a nuove informazioni, arrivando a distinguere un falsetto propriamente detto spento e sbiancato da altre possibilità qualificate da
un rinforzo timbrico in sede faringea sino alla singolare caratteristica dello stop - closure falsetto.
2
3
S. Cappelletto, La voce perduta…, 1995, p. XI.
M. Beghelli, "Il Giornale della Musica", dicembre 2000, p. 12.
18
Nella consuetudine terminologica, molto spesso un falsettista può essere menzionato come
“controtenore” ovvero come colui il quale, con registro di falsetto, raggiunge tessiture di contralto o soprano. Nello specifico l’interprete che sostiene un intervallo vocale proprio del soprano è definito come “sopranista”. È un controtenore il cui falsetto è indubbiamente più
esteso e ben svolto rispetto ad altri colleghi controtenori.
E ancora, alcuni di loro possono “specializzarsi” in prestazioni di contralto, sempre utilizzando la voce di falsetto, assumendo così la dicitura di “contraltista”. È certo che l’estensione
vocale del contraltista, in linea con la dicitura dei registri della voce femminile, raggiunge frequenze più basse rispetto al sopranista.
Entrando più nel dettaglio, i sopranisti sintonizzano le loro frequenze tra la fondamentale e
la prima formante, non aggiungendo ulteriore amplificazione armonica. È presente una enfatizzazione armonica soltanto degli acuti, abbandonata sui toni gravi che subiscono un inviluppo formantico. Si presentano due concentrazioni distinte di energia: la prima, di bassa
frequenza, non più sintonizzata sulla frequenza fondamentale e la seconda di alta frequenza
situata nella zona tra 2800 e i 4000 Hz.
Nei contraltisti, invece, pur disponendosi tra la frequenza fondamentale e la prima formante,
si evidenza una esaltazione armonica tra 2800 e 3400 Hz, zona nella quale si pone la formante del cantante.
Attenzione, però, a specificare con l’interlocutore ciò di cui si sta parlando. Secondo altre
fonti, infatti, il controtenore non rientra nella cerchia dei falsettisti. È soltanto un tenore che,
pur non cantando con voce femminile, possiede un’estensione più vasta.
PATOLOGIA, VALUTAZIONE E RIEDUCAZIONE LOGOPEDICA
La disodia
La disodia è definita come un disturbo della voce cantata la quale si presenta alterata nei parametri vocali di frequenza, intensità e timbro. Così come le disfonie, a cui sono nosograficamente assimilabili, anche le disodie possono essere provocate da cause congenite o
acquisite e queste ultime, a loro volta, distinte in organiche e funzionali.
Le cause congenite, sulcus, vergeture, cisti epidermoidi, microdiaframmi, in genere, presentandosi sin dalla nascita, escludono la possibilità di formare una voce artistica confacente; la disfonia si presenta già nella voce parlata.
È possibile, inoltre, riscontrare le disodie acquisite di origine disfunzionale dove l’alterazione
si riscontra non nella specifica funzione bensì nel management di essa. Il mancato o ridotto
controllo riguarda l’intero apparato pneumo-fono-articolatorio.
Rischi patologici nel falsettista
Un uso appropriato del falsetto ed una buona tecnica di emissione, certamente, riducono lo
sforzo muscolare nella produzione delle frequenze più acute. Piuttosto che coinvolgere l’intero corpo cordale, il registro di falsetto consente di accedere agli acuti con minore dispendio energetico e minore fatica, attraverso la vibrazione del margine libero delle cvv. Tuttavia,
se da un lato si ricava un vantaggio nell’estensione, dall’altro il falsetto, espone il cantante
comunque ad un rischio patologico. Infatti proprio per la caratteristica di tale registro, che
prevede l’allungamento passivo e la vibrazione esclusiva dell’onda mucosa, esiste pur sempre una probabilità di traumatismo vocale a causa della esilità cordale costretta a ricevere,
in una superficie ridotta, un numero elevato di cicli glottici.
Il falsettista, quindi, se non sorretto da una reale e consapevole capacità tecnica, ha una elevata possibilità di incorrere in disodie disfunzionali con modifiche organiche laringee.
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Gli obblighi professionali e il carico di lavoro distribuito nel tempo, una insufficiente tecnica
vocale, l’affronto di un repertorio non idoneo alle conoscenze tecniche del cantante, un carente allenamento ed esercizio metodologico sono le più comuni defaillance del professionista della voce.
Esistono delle caratteristiche assimilabili come surmenage e malmenage vocale che sono rilevabili nella vocalità lirica: un atteggiamento posturale errato, rapporto tra appoggio e sostegno diaframmatico disequilibrato, un frequente ricorrere a tecniche estreme di “affondo”
e “sorriso”, elevata tensione (colpi di glottide, ipertono delle false corde, ipercinesia extralaringea da imperizia tecnica), improprio livello di altezza tonale (tessiture inadeguate al proprio range di estensione), intensità elevate e persistenti, abuso vocale anche in presenza di
affezioni flogistiche laringee, tosse insistente, raclage, inosservanza delle norme di igiene
vocale (abitudini voluttuarie quali fumo o alcool specie prima di una esibizione canora). Se a
questo si associa una elevata incidenza nei cantanti dei sintomi del reflusso gastroesofageo
(RGE), ancor più necessita un costante monitoraggio dell’organo vocale.
Studi più recenti hanno constatato la dominanza del polipo laringeo nei cantanti falsettisti. Il
polipo, sessile o peduncolato e frequntemente unilaterale, si localizza in genere sul terzo anteriore delle cvv. Esso, infatti, è la zona in cui la corda subisce i maggiori danni da contatto
durante la fonazione.
La voce perde brillantezza, si fa aspra, talvolta diplofonica e perde le frequenze più acute
della gamma tonale. Di conseguenza il falsetto viene pregiudicato nei suoi punti forza facendosi spoglio e sgraziato. La terapia è chirurgica, in microlaringoscopia, a cui segue training logopedico per ripristinare le qualità vocali eufoniche e impedire l’insorgenza di recidive.
Valutazione e riabilitazione logopedica
Il percorso riabilitativo del cantante, così come di qualsiasi individuo che ricorre alla logopedia, non può prescindere da un’attenta analisi valutativa al fine di evidenziare gli eventuali
comportamenti devianti che interferiscono nel gesto vocale professionale.
L’atto logopedico della valutazione consta di due momenti differenti: uno costituito da una osservazione globale e da un ascolto percettivo uditivo della prestazione vocale cantata e non,
e l’altro che usufruisce dell’ausilio della semeiotica foniatrica attraverso strumentazioni quali
lo specchietto di Clar, per la laringoscopia indiretta, la videolaringostroboscopia a fibre ottiche, la spettrografia, la vocaligrafia, la partiturografia, la fonetografia, il MDVP (Multidimensional Voice Program). II risultati ottenuti dalle due valutazioni saranno integrati e analizzati
e concorreranno alla programmazione di un percorso riabilitativo quanto più soggettivo e
adatto alle esigenze del cantante.
Durante un primo colloquio, necessita vagliare sullo stato di salute generale del pz., la competenza tecnica, la tipologia della fonazione professionale (in base al genere vocale, agli stili,
alla didattica seguita, al sottotipo classificatorio, ecc.), il contesto ambientale (condizioni climatiche, esibizioni sul palcoscenico), i livelli di intensità vocale (legati al rapporto spaziale performativo e alla prossemica), le modalità comunicative attuate dal pz. (oppositive, informali,
strutturata, ecc.). Rientra nelle competenze logopediche anche la consulenza di palcoscenico, ovvero la possibilità di seguire il cantante sul luogo previsto per l’esibizione vocale, in
modo tale da rendere meno fittizio l’intervento logopedico contestualizzandolo alle necessità contingenti.
Nello specifico è importante attenzionare:
- l’assetto posturale testa-collo-spalle e i movimenti del corpo: che possono limitare la gestione della laringe e quindi il passaggio di registro, il colore vocale, la sinergia tra appoggio
e sostegno; è importante osservare i movimenti dell’ATM, ma anche la simmetria del corpo,
l’appoggio podalico, ecc.
20
- la respirazione a riposo, le dinamiche di rifornimento di aria e di respirazione durante l’emissione vocale: sia durante l’eloquio spontaneo sia durante la prestazione canora; si osserva
il fisiologico rifornimento aereo, l’affanno, la respirazione sterno-costale, toracica-superiore,
costo-addominale, dinamiche respiratorie che vertono eccessivamente sull’appoggio o sul sostegno, ecc.
- Ascolto della qualità vocale (con l’ausilio di griglie di valutazione soggettiva): intensità, frequenza, componente armonica, attacco vocale, articolazione, andamento temporale, intrusione di componenti di rumore (data da una perturbazione armonica dell’onda mucosa), una
voce ingolata (esasperazione della voce affondata).
Il programma riabilitativo logopedico dovrebbe far parte di un progetto più ampio, pianificato
da una equipe intersciplinare che vede coinvolti una serie di professionisti quali il maestro di
canto, il logopedista, il foniatra e il fonochirurgo, con il fine di perseguire l’obiettivo comune:
la salute del paziente.
L’obiettivo del training logopedico non si limita ad impartire una serie di esercizi da svolgere,
bensì ad inquadrare quelle che sono le reali problematiche con cui il cantante si misura e che
sono causa delle sue disfunzionalità vocali.
In ambito dei falsettisti, è frequente la circostanza di giovani cantanti che si muovono su
classi vocali ancora non ben definite e che, avendo una tessitura particolarmente estesa,
vengono spesso mal indirizzati a cantare da falsettisti pur non avendo strumenti idonei, né
tecnici, né strutturali.
Tale circostanza, non infrequente, comporta per il logopedista un lavoro di valutazione molto
attento e paziente, oltre che un'attività di raccordo fra le varie figure che possono, ciascuna
con il proprio contributo, dare un confine alla classe di utilizzo della voce per quello specifico
cantante. È fondamentale, infatti, chiarire i numerosi equivoci su cui il cantante costruisce
spesso un tessuto di vizi e abitudini la cui conseguenza è quella di non fornirgli certezze tecniche e strumenti di training appropriato.
Altro incipit terapeutico comune alla quasi maggioranza delle terapie logopediche in ambito
di disodia (che riguardi falsettisti e non), è l'evidente scollamento che il cantante vive fra la
tecnica della sua voce cantata e l'approssimazione di utilizzo della sua voce parlata. Un buon
cantante non può e non deve essere un cattivo "parlante" e questa elementare constatazione, finisce per essere, frequentemente, il punto di partenza di ogni terapia logopedica che
riguardi la voce cantata ma non solo.
È, dunque, fondamentale che il logopedista, facendo un bilancio fra quanto raccolto in
anamnesi e riferito dal paziente e i dati emersi dalla sua osservazione, imposti un piano di
trattamento dove sia possibile integrare urgenze fisiologiche con urgenze artistiche, dinamiche di voce cantata con dinamiche e tecniche di voce parlata, richieste impossibili con
pratiche possibili.
Ciò che frequentemente si riscontra, soprattutto nei falsettisti non "puri", è una elevata presenza di sforzo nella produzione vocale cantata, non compatibile con la leggerezza propria del
registro di falsetto, oltre che la facile tendenza ad assumere atteggiamenti posturali errati che
portano ad un eccessivo abbassamento del mento con compressione laringea, perenne ovalizzazione dell'articolazione, contrazione della base linguale e della muscolatura sovraioidea.
Tali atteggiamenti, quando attuati in un repertorio classico, dove alla leggerezza del falsetti
si aggiunge la maggiore necessità di dare corpo alla voce (con i sopranisti e soprattuto con
contraltisti), può essere causa di patologie disfunzionali in merito alle quali il cantante deve
essere allertato pro tempore.
L'aspetto posturale è, dunque, per questi cantanti, un punto di partenza obbligato in un percorso terapeutico. Di non secondaria importanza è anche tutto ciò che riguarda la "forma articolatoria" più idonea su cui indirizzare il paziente, tenendo conto delle sue già presenti
abitudini, della sua morfologia, dell'equilibrio fisiologico oggettivo e soggettivo, che consenta
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di dare ad ogni suono quella miglior forma grazie alla quale esso possa essere eseguito con
il più basso costo di esecuzione.
La corretta gestione della muscolatura orale e facciale consente, infatti, una proprietà d'uso
delle cavità di risonanza e della sezione oro-faringea del vocal tract, abilità fondamentale per
il cantante classico e per il falsettista in modo particolare.
A tal fine, sarà necessario individuare quegli atteggiamenti muscolari che risultino facilitanti
e la cui applicazione ottimizzi l'emissione cantata. Sarà, dunque, necessario che il cantante
acquisisca un'abilità propriocettiva che gli consenta una gestione consapevole e funzionale
del proprio "strumentario", consapevolezza questa che, ovviamente, non si limiterà alla gestione del tratto vocale alto ma che dovrà essere estesa al controllo del tono di parete delle
cavità sovraglottiche e delle dinamiche e dei meccanismi di uso laringei, in uno stretto rapporto con una pratica equilibrata di sostegno e appoggio.
L’obiettivo, anche e soprattutto nella disodia, è quello di invertire ciò che Le Huche definisce
“circolo vizioso dello sforzo vocale”, in cui il bilanciamento fra la gestione della pressione sottoglottica, della dinamica di adduzione cordale, di affondo e di basculamento laringeo e di utilizzo del vocal tract, metta il cantante nella condizione, tanto di cantare con un notevole
abbassamento dei rischi disfunzionali, quanto di individuare con maggiore certezza il proprio
registro di comodità pur con incremento dell'estensione.
Conclusioni
Imparare a conoscere dove la natura ci guidi… è il principio ispiratore che accompagnò G.B.
Mancini nelle sue Riflessioni pratiche sul canto figurato e che dovrebbe condurre tutti coloro
che, per professione o per diletto, si accostano alla voce cantata.
Frammentare il corpo, sviscerare le sue singole funzioni, sezionarlo in zone di privilegiato intervento porta, molto spesso, alla nascita di un suono distorto, di mutilata risonanza, sforzato
e quasi caricaturale.
(…) la nostra formazione di logopedisti e medici dovrebbe cessare di essere asservita a
un’ottica positivistica che ne settorializza l’operato e dovrebbe riappropriarsi di uno sguardo
globale al sintoma poiché, (…) il sintoma è ciò che si affaccia all’inconscio, cognitivo ed emotivo (…)4. La logopedia, quindi, non è estranea alla voce cantata, ma mettendosi al servizio
dell’arte vocale, non può rimanere spettatrice in disparte di un mondo che le appartiene. Il fine
ultimo è quello di rendere l’arte anima della medicina, e la medicina anima dell’arte; arte qui
intesa come potenzialità vocale di andare oltre i limiti imposti dal soma, di ricercare una dimensione altra raggiungibile grazie al camaleontico virtuosismo laringeo; arte ancora qui
concepita come raffinatezza uditiva, eleganza sonora e ricercatezza musicale propria del registro di falsetto.
Bibliografia a richiesta.
4
A.G. Gucciardo, Voce e sessualità. L’incantesimo dei sensi, Torino 2007.
22
M E TO D O LO G I E R I A B I L I TAT I V E I N LO G O P E D I A
•
VOL.
16
Elena Aimar
Antonio Schindler
Irene Vernero
Allenamento della
percezione uditiva
nei bambini
con impianto cocleare
con CD-Rom
123
FONDAZIONE SANTA LUCIA
IRCCS
LOGOPaeDIA 2010; vol.1
Ricerche e studi
Sistema Specchio e linguaggio:
stato dell’arte e prospettive in neuroriabilitazione
Paola Fiorani
Abstract
La scoperta tutta italiana dei Neuroni Specchio, nella corteccia della scimmia prima, e successivamente nell’uomo, ha risvegliato l’interesse di numerose discipline, divenendo oggetto di esperimenti che varcano i confini della stessa neurofisiologia. Chissà se lo
scienziato indiano Vilayanur Ramachandran aveva ragione nell’affermare “I neuroni specchio saranno per le neuroscienze ciò che il DNA è stato per la biologia”. Questa scoperta
sembra destinata a rivoluzionare la neurofisiologia e ciò non può non avere ricadute sul versante della riabilitazione, motoria come cognitiva. Senza pretendere di fornire una trattazione esaustiva, vista la vastità dell’argomento, l’Autrice propone un itinerario tra le
scoperte più attuali sul sistema specchio e i sui suoi innegabili legami con il sistema cognitivo linguistico.
Parole chiave: neuroni canonici, neuroni specchio, affordances, neuroni specchio comunicativi, linguaggio.
Introduzione
Negli ultimi vent’anni, numerosi dati sperimentali hanno rivoluzionato la concezione del sistema motorio che ha dominato per molto tempo incontrastata, nel campo della fisiologia
e delle neuroscienze.
L’assunto per cui informazioni sensoriali, percettive e motorie rimarrebbero segregate in
aree tra loro distinte, come in compartimenti stagni, appare sempre più inadeguato, così
come l’idea di un sistema motorio passivo, isolato, mero esecutore di comandi che sono
frutto della funzionalità di altre strutture.
Ad ulteriore sostegno di quanto appena detto c’è la scoperta, nelle aree parietali posteriori,
classificate a lungo come associative, di attività neurale in connessione ad atti motori.
Queste aree, ricevono ricche afferenze dalle regioni sensoriali ma esistono evidenze che
attribuiscono loro anche proprietà motorie analoghe a quelle delle aree che costituiscono
la corteccia frontale agranulare.
Le connessioni parieto-frontali, formano circuiti intracorticali altamente specializzati: ciascuno di essi sembra essere coinvolto in una particolare trasformazione sensori-motoria.
Se l’informazione sensoriale e quella motoria, sono codificati comunemente, da circuiti
parieto-frontali specifici, nulla sembra negare che anche processi di ordine superiore,
solitamente attribuiti a sistemi di tipo cognitivo possano trovare nel sistema motorio il
loro substrato anatomico. Tra essi anche l’imitazione, le forme di comunicazione gestuali o vocali.
25
Un nuovo sistema motorio
La corteccia motoria si trova nell’area precentrale (area 4 di Brodmann), anteriormente al
solco centrale. Dall’area 4 partono i comandi motori per i motoneuroni del tronco dell’encefalo e del midollo. Questa porzione di corteccia possiede un’organizzazione somatotopica, ovvero zone diverse del corpo trovano la loro rappresentazione-proiezione in zone
diverse della corteccia. Così, se andiamo a ricostruire l’immagine corporea sulla base della
mappa corticale, ciò che otteniamo è una deformazione marcata dell’aspetto corporeo, il
così detto Homunculus motorio di Wilder Penfield.
Analogo simiunculus è stato individuato attorno alla metà del novecento da Clinton Woolsey anche nel cervello della scimmia, tramite stimolazione elettrica della corteccia motoria. La corteccia agranulare frontale è stata tradizionalmente divisa in una parte caudale,
caratterizzata dalla presenza delle cellule piramidali e solitamente indicata come area 4 di
Brodmann, e in una parte rostrale, priva di cellule piramidali, indicata come area 6 di Brodmann. Si distinguevano così due aree motorie: l’area motoria primaria (MI) che includeva
l’intera area 4 e gran parte dell’area 6, sulla faccia laterale dell’emisfero; l’area motoria
supplementare (SMA), coincidente con la porzione dell’area 6, sulla faccia mesiale. L’area
6 è stata per molto tempo oggetto di dibattito tra gli autori che si occupano della definizione funzionale e citoarchitettonica delle aree corticali, relativamente alla suddivisione in
zone funzionalmente differenti.
Una serie di studi anatomici e funzionali, hanno recentemente mostrato come questa descrizione della corteccia frontale sia troppo semplicistica.
L’area 4 di Brodmann è funzionalmente distinta dall’area 6: ciò rende insostenibile l’ipotesi
di un’area motoria primaria (M1) che le comprenda entrambe. L’area 6 risulta formata da
una molteplicità di aree anatomiche, ognuna con connessioni afferenti ed efferenti specifiche e ognuna con specifiche proprietà funzionali.
Nelle più recenti suddivisioni anatomofunzionali della corteccia agranulare, la nomenclatura adottata prima da Economo e poi da Matelli, utilizza la lettera F e i numeri arabi per
fare riferimento alle diverse aree della corteccia frontale. La corteccia motoria primaria F1
coincide con l’area 4 di Brodmann. L’area 6 appare distinta in tre regioni principali: mesiale, formata dalle aree F3 (SManteriore) e F6 (preSMA); dorsale, comprendente le aree
F2 e F7; ventrale, aree F4 e F5. L’area F3 contiene una rappresentazione completa dei movimenti del corpo, mentre le risposte evocate dalla stimolazione elettrica dell’area F6 consistono di movimenti complessi, limitati al braccio. L’area F2 presenta un’organizzazione
sommaria, mentre le proprietà funzionali dell’area F7 sono tuttora poco note.
Per quanto concerne le aree F4 e F5, le rappresentazioni motorie della prima riguardano braccio, collo e movimenti della faccia, quelle della seconda investono soprattutto mano e bocca.
Sappiamo che individuare i tasselli che compongono il mosaico delle aree anatomicamente
e funzionalmente distinte della corteccia agranulare non basta a comprendere appieno la
natura del sistema motorio corticale. Se vogliamo spingerci oltre i confini di suddetto mosaico, dobbiamo allora andare ad analizzare le connessioni intrinseche, estrinseche e discendenti di queste stesse aree. Esiste, in primis, una differenza tra le aree situate nella
parte posteriore della corteccia frontale (F2-F5) e quelle anteriori (F6-F7). Le prime sono direttamente connesse a F1 e legate tra loro in maniera somatotopicamente precisa. Le altre,
non proiettano a F1 ma instaurano connessioni con altre aree motorie (Rizzolatti, 2006).
Dalle aree F1, F2, F3 e F4 partono fibre discendenti che danno origine al tratto cortico-spinale
mentre F6 e F7 non sono connesse al midollo spinale e controllano il movimento solo indirettamente. Le proiezioni di F2, F3, F4 e F5 giungono al midollo per attivare circuiti spinali
preformati e determinare il quadro globale del movimento. Diversamente, quelle di F1 si portano direttamente ai motoneuroni spinali provvedendo alla morfologia fine del movimento.
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Alle aree della corteccia frontale arrivano afferenze corticali da tre regioni in particolare:
- il lobo prefrontale, che gioca un ruolo fondamentale nelle funzioni di ordine superiore
(memoria di lavoro, pianificazione temporale delle azioni, coerenza delle intenzioni), ed
è per questo considerato il substrato alla base della formazione delle intenzioni che orientano l’agire;
- la corteccia del cingolo, le cui proprietà funzionali sono ancora poco note, ma che sembra comunque contribuire alla genesi delle intenzioni tramite l’elaborazione di informazioni affettive e motivazionali;
- il lobo parietale posteriore, formato anch’esso da una molteplicità di aree, ciascuna apparentemente deputata a elaborare aspetti specifici dell’informazione sensoriale.
Non solo singoli movimenti
L’area F5 contiene rappresentazioni motorie, in parte sovrapposte, della mano e della
bocca. Ma quest’area possiede anche un’altra proprietà, ben più sorprendente: gran
parte dei neuroni che la costituiscono codificano movimenti coordinati da un fine specifico, atti motori veri e propri e ben diversi da singoli movimenti.
L’attività neurale in queste aree codifica una complessità maggiore e riflette un cervello
in grado di rapportarsi con il mondo, in modo molto più “olistico” di quanto si ritenesse in
precedenza.
Esperimenti condotti sulla scimmia, hanno mostrato che durante l’esecuzione di un atto
motorio, numerosi neuroni di F5 si attivano, indipendentemente dal fatto che esso sia
eseguito con la mano destra, sinistra o con la bocca. Inoltre, essi risultano specifici per
un determinato atto motorio, non attivandosi durante l’esecuzione di azioni mosse da un
fine totalmente diverso. La maggioranza dei neuroni in F5 risultano “grasping neurons”,
neuroni-afferrare, ed è stato possibile raggruppare questi neuroni in classi specifiche tra
cui “neuroni-afferrare-con-la-mano e con-la-bocca”, “neuroni-afferrare-con-la-mano”,
“neuroni-tenere”, “neuroni-strappare” etc. (Rizzolatti, 2006).
Un neurone della classe “afferrare-con-la-mano-e-con-la-bocca” scarica se l’animale afferra un pezzo di cibo con la bocca, con la mano controlaterale alla corteccia dalla quale
l’attività è registrata, e con la mano ipsilaterale ad essa. Non si rileva alcuna attività dello
stesso, durante movimenti della bocca e della mano che vedono impiegati gli stessi muscoli ma per attività finalizzate a scopi diversi dall’afferrare. Il neurone scarica durante
l’esecuzione di movimenti anche diversi, purchè eseguiti dalla scimmia per ottenere lo
stesso obiettivo che in questo caso è afferrare il pezzo di cibo.
C’è dell’altro: gran parte dei neuroni contenuti in F5 codificano anche per il tipo di conformazione che la mano deve adottare per eseguire in maniera ottimale un determinato
atto, e mostrano una certa selettività anche per le diverse posizioni delle dita all’interno
di uno stesso tipo di presa. Alcuni di essi si attivano quando la scimmia utilizza la “presa
di precisione”, altri quando afferra oggetti con tutte le dita, altri ancora durante la “presa
di forza”, a mano piena. Ulteriore sostegno all’assunto per cui i neuroni di F5 rispondono
ad atti motori e non a singoli movimenti, deriva dall’analisi dell’attivazione di questi neuroni nelle diverse fasi dell’atto motorio. Un terzo dei neuroni scaricano soltanto nella fase
finale dell’atto di afferramento, durante la flessione delle dita, ma i restanti due terzi, circa
il 70 % di essi, iniziano a sparare ancor prima della flessione, fino al momento conclusivo. La loro attivazione non può essere quindi attribuita all’esecuzione di un singolo movimento, in questo caso estensione (nella fase iniziale), o flessione delle dita (Rizzolatti,
2006). Dalle registrazioni dei singoli neuroni di F5, ciò che di sorprendente emerge è
quindi la loro selettività per un tipo specifico di atto, per determinate modalità di esecuzione dello stesso, e per determinati tempi di attivazione.
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Neuroni motori ma anche neuroni visivi: la percezione immersa nella dinamica
dell’azione
Una porzione di neuroni di F5 risponde selettivamente a stimoli visivi.
Lo studioso Akira Murata, e i suoi collaboratori hanno elaborato un paradigma sperimentale che permetteva di dissociare le eventuali risposte visive di queste cellule da
quelle motorie (Rizzolatti et Al., 2000). I risultati dell’esperimento hanno dimostrato che
la metà dei neuroni scarica unicamente durante i movimenti relativi all’afferramento -neuroni motori-, ma l’altra metà risponde in maniera significativa alla presentazione degli oggetti, quando questa è seguita da presa ma anche quando ciò non avviene. I neuroni di
quest’ultimo gruppo sono stati definiti neuroni visuo-motori, o anche neuroni canonici
(già dagli anni Trenta del Novecento, si ipotizzava infatti che la corteccia premotoria potesse essere coinvolta in trasformazioni visuo-motorie). Queste cellule, oltre a mostrare
un certo grado di selettività motoria (relativa ad una determinata modalità di presa), si
comportano in maniera selettiva anche dal punto di vista visivo: la scarica cambia in base
all’oggetto di fissazione, anche nelle situazioni sperimentali in cui la forma dell’oggetto
appare irrilevante ai fini del compito che l’animale è tenuto a svolgere. C’è inoltre una
chiara congruenza tra la selettività motoria per un certo tipo di prensione e quella visiva
per oggetti che sono accomunati dalla medesima presa, codificata a livello motorio (Rizzolatti, 2006).
Anche nell’uomo, studi di risonanza magnetica funzionale hanno mostrato come la presentazione di strumenti o oggetti afferrabili, induce un’attivazione della corteccia premotoria - omologo umano di F5 - sia nei casi in cui è prevista una presa che in quelli in cui
non si richiede una risposta motoria.
Questi dati contribuiscono a mettere in discussione il modo in cui classicamente sono
state trattate, nell’ambito della neurofisiologia e delle neuroscienze, le nozioni di percezione e movimento. Percezione e azione appaiono sempre più chiaramente come un
processo unitario, quasi come due facce della stessa medaglia, indissolubilmente legate
l’una all’altra. Ricordiamo che l’area F5 possiede strette connessioni anatomo-funzionali
con l’area intraparietale anteriore (AIP).
Studi successivi hanno permesso di suddividere i neuroni di quest’area in tre classi distinte: neuroni a dominanza motoria e neuroni visuo-motori, che rivelano entrambi proprietà simili a quelle dei neuroni motori e visuo-motori di F5, e infine neuroni a dominanza
visiva, non presenti in F5 (Sakata et Al.,1995).
Il coinvolgimento del circuito AIP-F5, nelle trasformazioni sensori-motorie, è sostenuto
non solo dalle proprietà funzionali di questi neuroni, ma anche da ricerche in pazienti
umani con forti deficit nella prefigurazione della mano, insorti dopo lesioni localizzate in
quelle aree che negli individui normali si attivano durante la prensione o la manipolazione di oggetti. I neuroni a dominanza visiva e i neuroni visuo-motori di AIP possiedono
un’altra importante proprietà: rispondono, ancora una volta in maniera selettiva, a specifici stimoli tridimensionali, oggetti sferici, cubici, piatti etc. Pertanto essi sembrerebbero
giocare un ruolo non di poco rilievo nel processo di estrazione di quelle che anni fa James
J.Gibson aveva denominato affordances: informazioni ricavate dall’oggetto, che incarnano le opportunità pratiche che l’oggetto offre all’organismo che le percepisce, bypassandone le proprietà fisiche o geometriche astratte (Rizzolatti G., 2006).
Se le affordances di un determinato oggetto vanno ad attivare selettivamente gruppi di
neuroni in AIP, l’informazione visiva così parcellizzata viene trasmessa ai neuroni visuomotori in F5 dove si innescano veri e propri atti motori potenziali. In questo modo l’informazione visiva risulta tradotta in informazione motoria. Sembrerebbe che il legame
associativo tra le affordances degli oggetti e gli atti motori maggiormente efficaci per in-
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teragire con essi, si crei in ciascuno di noi nei primi anni di vita e che proprio grazie alla
capacità di coniugare la affordances con le relative tipologie d’atto, il sistema motorio si
faccia sempre più abile a compiere le trasformazioni indispensabili per la realizzazione
di qualsiasi azione. Quello che è importante è la continua interazione tra percezione e
azione, di cui l’atto dell’afferrare è solo uno dei possibili esempi esplicativi.
Alla luce di questo brevissimo excursus tra le evidenze sperimentali più recenti e più significative, appare chiara l’importanza di tale interazione non solo ai fini dell’elaborazione di determinate ipotesi d’azione, modellate sulla scorta delle opportunità
visuo-motorie che gli oggetti con cui interagiamo ci offrono, ma anche per la “valenza significativa” che questo modus operandi permette di attribuire all’oggetto visto, o più in generale allo stimolo. Se i neuroni di F5 e di AIP rispondono al significato che lo stimolo
riveste per il soggetto, avviene a questo livello anche una “comprensione”, che seppur
unicamente “pragmatica” e non semantica, riveste un ruolo di primaria importanza nella
costituzione dei significati degli oggetti, senza la quale molte funzioni cognitive di “ordine superiore” non potrebbero avere luogo.
Quella nocciolina rubata
La scoperta dei neuroni specchio è tutta italiana.
Quindici anni fa, il team di studiosi e ricercatori del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma, diretti da Giacomo Rizzolatti, lavoravano con il macaco nemestrino
(Macaca Nemestrina), una specie di scimmia comunemente impiegata nei laboratori di
tutto il mondo. Sappiamo che il significato della ricerca sulle scimmie è nelle sue potenzialità inferenziali per la comprensione del cervello umano. La neurocorteccia è la struttura di più recente evoluzione tra quelle del nostro cervello; il cervello del macaco è
appena un quarto del nostro per dimensione, e la neurocorteccia umana è molto più
estesa di quella del macaco; eppure i neuroanatomisti concordano sul fatto che le due
strutture corrispondano relativamente bene (Iacoboni, 2008). Allora, l’èquipe di Giacomo
Rizzolatti si dedicava proprio allo studio di quell’area della corteccia premotoria contrassegnata come F5; area che, come abbiamo già accennato, contiene neuroni specializzati nella codifica di uno specifico comportamento motorio, tra cui afferrare, tenere,
strappare, portare alla bocca. Comportamenti che per i primati sono essenziali e basilari,
ma che nondimeno impregnano la nostra quotidianità. Tra i fini che muovevano queste
ricerche, era anche la speranza di poter utilizzare le conoscenze ricavate sui meccanismi neurofisiologici del controllo motorio della mano del macaco, nelle procedure previste per il ripristino della funzionalità manuale in pazienti neurologici. Impiegando la
metodologia classica della neurofisiologia della singola cellula, i ricercatori parmensi
hanno impiantato elettrodi nell’area F5 dei macachi, e registrato tutte le variazioni elettriche sulla superficie di singoli neuroni, mentre le scimmie eseguivano determinati “esercizi di afferramento”. La storia narra che, un giorno, uno dei neurofisiologi che si
trovavano nel laboratorio, fu colto alla sprovvista da una scarica di attività segnalata dal
computer, nel momento in cui egli stesso, e non la scimmia, allungò una mano verso una
nocciolina. Una cellula dell’area F5, connessa all’azione di afferramento, aveva scaricato anche se in quel momento la scimmia era tranquillamente seduta, senza l’intenzione di afferrare nulla. Tutti pensarono fin da subito che doveva trattarsi di una reazione
strana e ben presto si iniziò a parlare di “riposte visive complesse”, a carico di cellule motorie situate nell’area F5 della scimmia. Nessuno avrebbe potuto sospettare che le cellule motorie potessero attivarsi puramente nel percepire le azioni di qualcun altro, in
assenza di qualunque risposta motoria. La scoperta dei neuroni specchio è da considerare
distribuita in un lungo arco di anni; anni in cui i ricercatori del gruppo si cimentarono con ciò
29
Figura 1: Risposte visive e motorie di un “neurone-specchio-afferrare”
che avevano riscontrato nel loro laboratorio, per arrivare progressivamente a evidenze sperimentali sempre più forti e acclarate dagli scienziati di tutto il mondo. Il fenomeno osservato per
la prima volta nei laboratori di Parma, ha aperto la strada ad una cascata di esperimenti ben
controllati con scimmie e in seguito con esseri umani, che hanno confermato l’esistenza di una
peculiare classe di cellule nervose nel cervello. A differenza dei neuroni canonici, queste cellule non rispondono alla semplice presentazione di cibo o di generici oggetti tridimensionali.
La loro attivazione è legata all’osservazione di determinati atti che comportano un’interazione
effettore (mano o bocca) - oggetto. Così, nella scimmia, i neuroni che si attivano per l’esecuzione di semplici azioni motorie dirette ad uno scopo, sono gli stessi che scaricano se l’animale osserva un suo simile compiere la stessa azione. Le azioni osservate quindi, vanno ad
attivare nel cervello di chi osserva, i circuiti motori responsabili dell’esecuzione di quelle stesse
azioni: il cervello dell’osservatore riflette fedelmente le azioni dei suoi simili grazie a questo
gruppo di cellule, per questo chiamate “neuroni specchio”.
Da questo momento, ci troviamo di fronte a neuroni che codificano contemporaneamente un
evento sensoriale e un atto motorio, andando ad intaccare irreversibilmente la barriera tra
percezione e azione.
Il sistema specchio nella scimmia
I neuroni specchio nell’area F5 della scimmia, non rispondono significativamente a movimenti
della mano che si limitano a mimare la presa in assenza dell’oggetto, così come a gesti intransitivi in cui viene meno l’interazione tra effettore biologico e oggetto (ad eccezione di una
piccola percentuale di essi localizzati nella porzione laterale di F5, che analizzeremo in
seguito). La loro scarica è indipendente dalla distanza e dalla localizzazione spaziale dell’atto
osservato (Rizzolatti, 2006). La maggior parte dei neuroni specchio di F5 risponde all’osservazione di un solo determinato tipo di atto mentre un gruppo di essi scarica allo stesso modo
alla vista di due o tre atti motori anche differenti. Alla luce di questa differente modalità di agire,
i neuroni specchio sono stati suddivisi in neuroni specchio “congruenti in senso stretto” e neuroni specchio “congruenti in senso lato”. I primi si attivano per azioni identiche, che siano eseguite oppure semplicemente osservate. Quindi, un neurone specchio congruente in senso
stretto, scarica quando la scimmia afferra con una presa di precisione e quando vede qualcun altro afferrare con un’analoga presa di precisione (Iacoboni, 2008).
I neuroni specchio congruenti in senso lato mostrano una relazione meno stretta fra azione
eseguita e azione osservata e si attivano allo stesso modo durante l’esecuzione e l’osservazione di atti motori, anche non identici, purchè diretti ad uno scopo simile. Allora neuroni di questo tipo scaricheranno quando la scimmia prende del cibo con la mano come quando vede un
suo simile prendere del cibo con la bocca. I neuroni di quest’ultimo gruppo rappresentano
nella scimmia circa il 70 % del totale dei neuroni a specchio. L’identità dell’oggetto afferrato
non sembra rivestire alcuna importanza nella modulazione dell’attività di queste peculiari cel-
30
lule nervose:ciò che conta ai fini motori è solamente la taglia dell’oggetto, utile a stabilire la
presa ad esso più congeniale. Ulteriore caratteristica importante dei neuroni specchio dei macachi è che essi non si attivano alla vista di un’azione mimata: di fronte alla simulazione di un
atto di prensione in assenza dell’oggetto, non si registra alcuna scarica. Va infine sottolineato
che il sistema specchio rilevato nel cervello della scimmia sembra tutt’altro che confinato alla
sola corteccia premotoria. Già nella seconda metà del Novecento, alcuni studiosi avevano focalizzato l’attenzione su alcune cellule nervose della porzione rostrale del lobo parietale inferiore, che non si limitavano a rispondere a stimoli sensoriali, ma si attivavano anche durante
movimenti volontari della mano e della bocca (Hyvarinen, 1981). Risultati di studi più recenti
hanno portato queste cellule a guadagnarsi l’appellativo di neuroni specchio parietali, per il
fatto di attivarsi - allo stesso modo dei neuroni contenuti in F5 - quando la scimmia esegue
azioni con la mano, con la bocca o con entrambe. C’è dell’altro: uno studio di Kohler, Keysers
e altri del 2003 ha permesso di individuare tra i neuroni specchio di F5 un ulteriore tipo di neuroni con peculiari proprietà. Si tratta questa volta, di cellule attive sia nel momento in cui la
scimmia osserva l’osservatore compiere un’azione che produce rumore, sia quando ascolta
il rumore prodotto dall’azione, senza vederla (Rizzolatti, 2006). Sono stati chiamati “neuroni
specchio audio-visivi”, anch’essi specializzati nel “riconoscimento” del suono di una specifica
azione diretta ad un oggetto, generalmente la stessa azione per cui mostrano la loro selettività visiva. Diviene sempre più comprensibile quanto la coesistenza di proprietà motorie, visive e uditive all’interno dello stesso gruppo di cellule nervose ci porti inevitabilmente ad
ipotizzare che i neuroni specchio siano parte di un sistema più ampio e più sofisticato. Essi
sembrano incarnare un livello astratto di rappresentazione delle azioni finalistiche. La codifica
delle azioni avviene in maniera complessa, multimodale e astratta. Alla luce di ciò,ci si interroga su quale sia il significato funzionale del comportamento a specchio di questi neuroni.
Cellule che colgono le intenzioni. Cellule sociali?
I risultati dei molteplici esperimenti riportati, contribuiscono a fare ipotizzare un ruolo non di
poco rilievo, dei neuroni specchio, nel riconoscimento e nella comprensione degli atti motori.
Quando è possibile operare un certo grado di riconoscimento dell’azione solo da segnali non
visivi, come una rappresentazione sonora o mentale, i neuroni specchio si attivano comunque
a segnalare il significato dell’atto. Questa rappresentazione mentale è sufficiente a fornire una
comprensione dell’azione? Esperimenti condotti con l’intento di scoprirlo forniscono una risposta affermativa a questa domanda. È stato dimostrato che gran parte dei neuroni specchio
risponde all’osservazione di azioni compiute dallo sperimentatore, anche se nella fase finale,
che è anche la fase cruciale dell’atto motorio (fase dell’interazione effettore-oggetto) esse
sono precluse alla vista della scimmia [scheda A]. Mediante la simulazione dell’azione nel cervello dell’osservatore, la parte non vista dell’azione può essere ricostruita e quindi il suo scopo
può essere implicitamente compreso. Allo stesso modo, altre situazioni sperimentali hanno
messo in evidenza come l’attività di scarica delle cellule specchio cambi al cambiare della finalità dell’azione di presa che la scimmia sta osservando. I neuroni specchio codificano differentemente l’afferrare-per-mangiare rispetto all’afferrare-per-spostare quando è la scimmia
stessa a eseguire queste azioni; ora, anche l’intenzione dello sperimentatore sembra generare un diverso schema di attivazione neurale in quegli stessi circuiti, quando la scimmia è nel
ruolo di osservatore. La codifica delle azioni altrui prodotta dai neuroni specchio è allora molto
più sofisticata di quanto si è inizialmente creduto (Iacoboni, 2008). Nel momento in cui i neuroni specchio scaricano, ciò che si genera è una rappresentazione interna dell’atto osservato,
mappata sulle stesse reti neurali motorie coinvolte durante l’esecuzione in prima persona di
quell’azione. L’esperienza che se ne ricava è quella di un riconoscimento e di una comprensione preverbale, non riflessiva, dell’azione e dello scopo che la muove.
31
La prova
che conta
6 tappe
La soluzione Amplifon in 6 tappe
è un percorso costituito
da fasi in sequenza, ciascuna
strettamente correlata
all’altra.
1. INTERVISTA
2. AUDIOMETRIA
L’obiettivo è la completa
soddisfazione della persona
con problemi uditivi.
4. FITTING
800-44 44 44
www.amplifon.it
1
1 intervista
È il primo colloquio con il paziente, durante il quale
5
5 la prova che conta
Il processo di adattamento non è immediato:
l’audioprotesista ricerca le reali aspettative
l’amplificazione deve essere “accettata” dal
relazionali e comunicative avvalendosi di specifici
paziente e dal suo sistema uditivo.
questionari.
Durante la “Prova che Conta” alla persona viene
suggerito di annotare i momenti significativi del
2
2 audiometria protesica
percorso, sui quali lavorare durante le sedute
successive svolte insieme all’audioprotesista.
Una volta individuate le necessità di
comunicazione del paziente, l’audioprotesista
valuta le capacità quantitative e qualitative del
suo udito.
3
3 scelta della soluzione
È importante definire con precisione le
caratteristiche essenziali delle frequenze da
amplificare, del guadagno da erogare, al fine di
creare un comfort di ascolto, essenziale
all’ottimizzazione del risultato.
4
4 fitting
È la fase di adattamento delle caratteristiche
elettroacustiche degli apparecchi alle esigenze
audiologiche del paziente effettuate attraverso
specifici software di regolazione.
6
6 verifica
La “Prova che Conta” analizza continuamente gli
obiettivi del percorso, sia in termini quantitativi sia
qualitativi. In questo modo è possibile rivedere
tempestivamente gli aspetti tecnico-applicativi da
ottimizzare (fine tuning) ed eventualmente
reimpostare il programma di adattamento.
I neuroni specchio sembrano porsi come principali responsabili della codifica dell’atto motorio visto, nei termini di un atto motorio vero e proprio. L’osservatore simula, incarna implicitamente ciò che vede e in questo modo può assegnargli un significato e anticiparne talvolta
l’esito. È d’obbligo sottolineare quanto le azioni compiute dagli altri individui, rientrino in una
categoria di stimoli d’importanza davvero notevole per i primati così come per l’uomo.
La capacità di comprendere le azioni degli altri è alla base dell’apprendimento per imitazione,
ci garantisce la sopravvivenza e ci permette il vivere sociale. La scarica dei neuroni specchio
non varia al variare della distanza tra osservatore e scena dell’azione che si sta osservando,
né tantomeno se a compiere l’azione è una scimmia o un uomo. Da questi assunti basilari si
assiste ad un fiorire di studi e esperimenti che indagano sempre più a fondo sul ruolo del sistema specchio nella costruzione di quel ponte immaginario tra il sé e l’altro, che è struttura
portante dell’intersoggettività. Quella dei neuroni specchio è una scoperta che potrebbe ampliare la comprensione di fenomeni come l’empatia, lo sviluppo infantile, l’identificazione, l’autismo. Il meccanismo funzionale che è alla base del doppio pattern di attivazione dei neuroni
specchio è una “simulazione incarnata”, che a sua volta produce una “sintonia intenzionale”
interpersonale, con probabili implicazioni anche nella comprensione linguistica. Queste cellule
sembrano porsi come substrato neurale della nostra capacità innata di internalizzare, incorporare, assimilare, imitare (Gallese, 2006). Le simulazioni di azioni messe in atto dall’integrazione multimodale sensori-motoria, conseguita dai neuroni specchio contenuti nel circuito
parieto-premotorio, vengono utilizzate non solo per l’esecuzione di azioni, ma anche per la loro
comprensione implicita, quando sono eseguite da altri. Se davvero si è vicini all’identificazione
della base neurale dell’intersoggettività umana, non si può prescindere dall’affrontare il tema
del linguaggio. La storia del linguaggio umano è per lo più la storia di un linguaggio parlato che
sembra essersi evoluto per fornire agli individui uno strumento cognitivo potente e flessibile
per condividere, comunicare e scambiare conoscenze (Gallese, 2006).
Neuroni specchio “mouth” e neuroni specchio comunicativi: oltre gli atti object-related
Nella regione dorsale di F5 sono contenute rappresentazioni inerenti i movimenti della mano,
ma ricordiamo che esiste una porzione ventrale di questa area, che risulta deputata al controllo dei movimenti della bocca.
Da uno studio del 2003 condotto da Pier Francesco Ferrari e colleghi, è emerso che un terzo
dei neuroni che occupano questa zona possiede proprietà visuo-motorie analoghe a quelle dei
neuroni specchio. Essi rispondono infatti ad atti motori eseguiti con la bocca e all’osservazione di atti uguali o simili realizzati da altri. L’85 % delle cellule specchio di questa area rientra nella categoria che va sotto il nome di “neuroni ingestivi”, rispondendo alla vista di azioni
come afferrare il cibo con la bocca, masticarlo, succhiarlo. Sono neuroni specchio che al pari
di quelli collegati alla mano scaricano solo se si verifica un’interazione tra l’effettore biologico
e l’oggetto; la loro risposta è quindi selettiva e specifica per movimenti transitivi, nessuna risposta alla presentazione di un oggetto o all’esecuzione di un movimento intransitivo. Rimane
da considerare ancora un altro gruppo di neuroni presenti in quest’area il cui comportamento
è apparso decisamente interessante. L’ultima parte dell’esperimento condotto da Ferrari e dai
suoi collaboratori prevedeva l’esecuzione di fronte alla scimmia di movimenti eseguiti ancora
una volta con la bocca ma diversi da atti ingestivi. Cosi il comportamento dei neuroni di questa ultima classe è stato testato tramite la presentazione di una serie diversa di azioni, attinte
dal repertorio comportamentale comunicativo proprio del macaco. Tra queste azioni c’erano
lo schioccare delle labbra (il famigerato lipsmaking) evolutosi da movimenti originariamente associati all’ingerire e correlati all’atto del grooming che rappresenta per queste specie una tra
le modalità principali di affiliazione e di coesione sociale. Dietro il grooming, atto di pulizia, di
spulciamento reciproco della pelliccia, si cela una forma di comunicazione vera e propria, che
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consente la creazione di gruppi e di vere e proprie coalizioni finalizzate alla difesa degli individui-membri dagli altri animali. I movimenti che la scimmia compie per afferrare e poi rimuovere i parassiti presenti sulla pelliccia di un’altra sono inoltre preceduti da un marcato
schioccare delle labbra, che si differenzia notevolmente da tutti quei suoni che possono accompagnare i comportamenti ingestivi dell’animale.
I neuroni specchio della scimmia che hanno mostrato un certo grado di attivazione anche all’osservazione di quest’ultima tipologia di atti intransitivi, non rivolti ad un oggetto, si sono guadagnati l’appellativo di neuroni specchio comunicativi. È ancora una volta evidente la chiara
risposta di questi neuroni associata, ora, al gesto comunicativo. Indubbiamente, la presenza
di neuroni specchio comunicativi in un’area come F5 ci porta già ingenuamente ad ipotizzare
di trovarci di fronte ad un iniziale processo di corticalizzazione di funzioni comunicative, probabilmente ancora non del tutto svincolate da quella che potrebbe essere stata la loro origine
evolutiva, legata ad azioni come portare alla bocca o ingerire (Rizzolatti, 2008).
Specchi nell’uomo
Gli esperimenti condotti in laboratorio con i macachi, scrutando ciò che succede a livello
infinitesimale, nulla singola cellula, sono chiaramente invasivi: la chirurgia cerebrale è inevitabile al fine dell’impianto degli elettrodi che permettono poi di rilevare l’attività di ogni
singolo neurone. Altrettanto chiaramente, le istanze etiche ci allontanano dall’idea di poter
condurre esperimenti di questo tipo sugli esseri umani come sulle grandi scimmie antropomorfe quali gorilla, scimpanzé, oranghi e bonobo. Tuttavia la scoperta dei neuroni specchio
nella scimmia, ha portato fin da subito i ricercatori a chiedersi se un simile sistema di risonanza esistesse anche nel cervello dell’uomo. Le opportunità che si offrono agli studiosi di trovare delle risposte affidabili e convincenti agli interrogativi che continuamente si pongono,
sono allora da ricercare nelle tecniche di indagine non invasive che, proprio in virtù della loro
innocuità, consentono di portare avanti studi anche sugli esseri umani, seppur non a livello di
singolo neurone. Tra queste metodiche di indagine va sicuramente citata la stimolazione magnetica transcranica (TMS transcranial magnetic stimolation) che rientra nelle tecniche elettrofisiologiche al pari dell’elettroencefalografia (EEG) e della magnetoencefalografia (MEG),
e le nuove metodologie di brain immaging come la PET (Positron Emission Tomography) e la
risonanza magnetica funzionale (FMRI Functional Magnetic Resonance Imaging), poichè da
queste derivano le conferme dell’esistenza di un sistema di rispecchiamento nell’uomo, che
presenta analogie e differenze con quello scoperto nella scimmia.
La prima prova a sostegno dell’ipotizzata esistenza di un sistema a specchio nell’uomo è ricavabile dai risultati di un esperimento condotto con questa metodica dallo studioso Luciano
Fadiga (Fadiga et Al., 1995). Il razionale dell’esperimento era il seguente: se l’osservazione
di un’azione attiva la corteccia premotoria nell’uomo al pari di ciò che avviene nel cervello
della scimmia, la stimolazione magnetica transcranica dovrebbe indurre, nel momento in cui
il soggetto in esame guarda lo svolgersi dell’azione, un incremento dei potenziali motori evocati e registrati in quegli stessi muscoli che si attivano nel momento in cui quell’atto viene eseguito. I risultati di questo primo esperimento, hanno confermato l’ipotesi: alla vista di diverse
azioni, si rileva un incremento selettivo dei potenziali motori evocati, nei muscoli che generalmente sono coinvolti nell’esecuzione di quel determinato comportamento motorio.
Se un individuo osserva un altro afferrare un oggetto, si verifica un aumento dei potenziali
motori, confinato a quei gruppi muscolari che sarebbero stati reclutati per lo svolgimento attivo del medesimo atto di afferramento. Ciò è già sufficiente a supporre che anche nell’uomo,
il processo di “riconoscimento dell’azione”, passi per una sorta di imitazione interna delle azioni
osservate. Possiamo allora affermare che esiste anche nel cervello dell’uomo un sistema in
grado di connettere le azioni osservate con le azioni eseguite personalmente? Dallo studio di
35
Fadiga e dei suoi colleghi, l’incremento dei MEP durante l’osservazione di atti transitivi è coerente con i risultati ottenuti sulle scimmie. Ma la cosa davvero entusiasmante è che l’esperimento ha permesso di scorgere risultati ancor più inattesi e sorprendenti: l’aumento dei MEP
si verifica, anche alla vista di azioni intransitive. Ciò si pone come una prima differenza rispetto
al comportamento dei neuroni specchio della scimmia che, per lo meno in F5 rispondono unicamente all’osservazione di azioni transitive, dirette all’oggetto. Inoltre dai MEP registrati è stato
possibile inferire una modalità di attivazione della corteccia motoria, ed essa appare fedele al decorso temporale dei movimenti osservati (Rizzolatti G., 2008). Sembra allora che i neuroni specchio dell’ uomo, siano in grado di codificare non solo lo scopo dell’atto motorio, ma anche gli
aspetti temporali dei singoli movimenti che lo compongono. Ulteriori conferme di cui disponiamo
riguardo all’esistenza di un sistema a specchio nell’uomo derivano dagli studi di neuroimmagine, PET e risonanza magnetica funzionale. Le tecniche elettrofisiologiche non consentono la
visualizzazione e la conseguente localizzazione delle aree cerebrali e dei circuiti neurali che
si trovano ad essere coinvolti nel compito previsto dall’esperimento. Senza un’idea di quali
sono le aree attivate, ricostruire l’architettura complessiva del sistema specchio diviene impossibile. Per questo gli studiosi sono ricorsi alle metodologie di brain imaging, che consentono di visualizzare le variazioni del flusso sanguigno che si verificano a livello di diverse
regioni corticali durante lo svolgimento o l’osservazione di determinate azioni. Sono stati effettuati diversi studi e i dati ultimi della PET sono risultati concordi a quelli ottenuti tramite stimolazione magnetica transcranica andando a confermare ulteriormente quanto era emerso
dall’analisi dei neuroni specchio della scimmia: alcune aree frontali nell’uomo si attivano all’osservazione di azioni compiute con la mano (Rizzolatti et Al., 1996). Anche la risonanza
magnetica funzionale è stata utile ai fini di effettuare una localizzazione precisa delle aree
coinvolte nel sistema dei neuroni specchio; ci sono delle aree che si attivano costantemente
durante l’osservazione delle azioni altrui: la porzione anteriore del lobo parietale inferiore, il settore inferiore del giro precentrale e quello posteriore del giro frontale anteriore. Quest’ultimo
corrisponde all’area 44 di Brodmann, ossia alla parte posteriore dell’area di Broca, la regione
tradizionalmente nota per il suo ruolo di rilievo nel controllo dei movimenti della bocca indispensabili ai fini dell’espressione verbale.
Nell’area di Broca, l’umana F5
La conclusione per cui nelle aree premotorie della corteccia umana esistano cellule con proprietà “specchio” è unicamente indiretta e di tipo inferenziale. Essa ha alla base l’assunto che
elegge l’area di Broca nell’uomo ad area omologa di F5 nella scimmia. Lo sviluppo della regione cerebrale umana dedicata alla produzione linguistica è infatti collocabile all’interno del
lungo processo evolutivo della corteccia frontale cominciato nei primati non umani (Brandi e
Bigagli, 2004). Ci sono dei motivi precisi che hanno spinto gli studiosi a tracciare questa analogia: entrambe, l’area F5 nella scimmia e l’area di Broca nell’uomo sono localizzate nella
parte inferiore dell’area 6 e occupano grossolanamente la stessa zona della corteccia motoria agranulare. Grandi similarità tra le due erano state riscontrate anche dal punto di vista citoarchitettonico; l’unica differenza vigente sembrava essere di ordine funzionale.
L’area di Broca, infatti, è da sempre comunemente considerata come deputata al linguaggio,
mentre la regione F5 nella scimmia esercita il suo controllo sui movimenti della mano (Rizzolatti, Arbib, 1998). L’area F5 è inoltre somatotopicamente organizzata: nella parte dorsale sono
contenute le rappresentazioni dei movimenti della mano e nell’ampia porzione ventrale quelle
dei movimenti inerenti bocca e laringe. In realtà recenti dati ricavati da studi PET hanno provato che l’attivazione dell’area di Broca non è legata unicamente ad aspetti del linguaggio: le
cellule di questa zona rispondono durante l’esecuzione di movimenti compiuti con la mano o
con il braccio, durante esercizi di immaginazione di atti motori (come ad esempio l’afferrare)
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e infine anche in pazienti ricoverati per infarto sottocorticale quando viene chiesto loro di utilizzare il braccio paralizzato (Rizzolatti, Arbib, 1998). Si è obiettato subito che questa attivazione potesse riflettere una possibile “rappresentazione verbale interna”, come se ci
descrivessimo internamente l’azione in termini verbali mentre la osserviamo.
Giovanni Buccino e altri collaboratori hanno allora messo appunto un paradigma sperimentale che avrebbe permesso di rispondere, alla luce delle evidenze sperimentali, a questo tipo
di obiezioni. Veniva chiesto ai soggetti selezionati di guardare dei video in cui un attore compiva azioni transitive o in cui le stesse venivano solamente mimate. Le azioni venivano eseguite con la bocca, con la mano e con il piede, e le attivazioni cerebrali erano registrate tramite
risonanza magnetica funzionale. L’osservazione dei movimenti transitivi fatti con la bocca attivava due foci nel lobo frontale: la parte posteriore del giro frontale inferiore e la parte inferiore
del giro precentrale. Il pattern di attivazione era simile quando il soggetto si trovava di fronte
a movimenti eseguiti con la mano ma l’attivazione della parte inferiore del giro precentrale era
posta più dorsalmente. All’osservazione di azioni transitive eseguite con il piede, si rilevava una
sola attivazione frontale. Il sistema dei neuroni specchio si mostra così chiaramente somatotopicamente organizzato, con foci corticali precisi che si attivano selettivamente per azioni
che interessano bocca, mano e piede (Rizzolatti, 2008). Le localizzazioni delle aree corticali
attive ottenute, smentivano da subito l’ipotesi di una mediazione verbale: se così fosse stato
perché l’area di Broca non risultava attiva durante l’osservazione di azioni eseguite con un effettore diverso dalla bocca e dalla mano, come il piede?
Inoltre l’attivazione della corteccia premotoria era comunque inattesa. L’area di Broca sembra
vantare il comportamento tipico dei neuroni a specchio. Il circuito a specchio dell’uomo però
appare rispondere anche alle azioni mimate e comprendere oltre all’area di Broca, ampie parti
della corteccia premotoria e del lobo parietale inferiore.
È davvero interessante vedere come l’area che nelle scimmie contiene un sistema in grado
di legare il riconoscimento di una determinata azione alla sua esecuzione, è proprio la regione che per motivi del tutto diversi è da tempo proposta come corrispettivo dell’area di
Broca nell’uomo. Molti studiosi si sono chiesti se si trattasse di una semplice coincidenza o
se invece il sistema a specchio ricoprisse un ruolo di un certo rilievo nello sviluppo del linguaggio e di altre forme di comunicazione intenzionale, prima del linguaggio.
Specchi, parole, azioni, significati. Perché dai neuroni specchio al linguaggio
Lo studio comparato dei neuroni specchio nella scimmia e nell’uomo getta luce sulle basi neurofisiologiche dei vari tipi di imitazione, di interazione, ma anche delle differenti modalità di comunicazione, portando ad ipotizzare possibili scenari sul’evoluzione del linguaggio umano
(Rizzolatti, 2006). Una lunga tradizione di speculazioni sull’origine del linguaggio propone che
esse siano sia manuali che gestuali. La scoperta dei neuroni specchio è andata da subito a
schierarsi con questa concezione. Le ragioni sono semplici da individuare:l’analogia anatomica
tra l’area F5 del cervello del macaco, dove i neuroni specchio furono scoperti e l’area di Broca,
importante centro del linguaggio del cervello umano: ciò suggerisce una comune base neurale per la percezione e la produzione dei movimenti linguistici e gestuali; il fatto che queste
particolari cellule rendono i gesti manuali degli altri facilmente comprensibili a chi li osserva,
consentendo un’efficace ed immediata forma di comunicazione a livello gestuale.
Sarebbe azzardato sostenere che la presenza di circuiti specchio nel cervello dell’uomo basti
a spiegare l’emergere di un comportamento comunicativo intenzionale o linguistico. Tuttavia
è anche vero che per qualunque forma naturale di comunicazione c’è da soddisfare quel “requisito di parità” per cui “mittente e destinatario devono essere legati da una comune comprensione di ciò che conta”. I processi di percezione e produzione devono essere connessi e
ciò non si verificherebbe se l’uomo non disponesse di un meccanismo in grado di codificare in
37
un formato neurale comune, l’informazione sensoriale e quella motoria (Rizzolatti, 2006). Abbiamo detto più volte che è proprio il sistema specchio a creare uno spazio d’azione condiviso,
in cui comprendere lo scopo ultimo di un’azione che osserviamo equivale a comprendere un significato, che ci è comunicato per mezzo di un atto. La comunicazione non è altro che un ‘azione
di tipo relazionale, e in quanto tale non può prescindere dal destinatario e tanto meno dal suo
scopo, la comprensione. Se la comprensione è possibile perché lo schema motorio che caratterizza l’azione è evocato anche in chi l’azione l’osserva, i neuroni specchio, attivati sia per imitare
azioni che per comprenderle, non possono non essere partecipi alla reciprocità nella comunicazione. Inoltre il fatto che la principale area del linguaggio del cervello umano sia anche cruciale
per l’imitazione e contenga neuroni specchio, offre una visione del tutto nuova del linguaggio
come della cognizione in generale (Iacoboni, 2008). Le operazioni mentali alla base delle funzioni
cognitive superiori, non possono più essere considerate totalmente svincolate dalle attività del
corpo, così come il corpo non è un mero dispositivo di output per comandi generati dalla mente.
Sempre più i processi mentali appaiono essere modellati dal corpo e dal tipo di esperienze percettive e motorie tra esso e il mondo circostante. Cognizione e linguaggio sono “incorporati”.
Se l’ontogenesi riassume la filogenesi: origine gestuale del parlato?
Secondo un famoso detto della scienza, lo sviluppo embrionale di un individuo appartenente ad
una data specie, oggi, ci consente di cogliere ciò che è accaduto milioni di anni fa nel corso dell’evoluzione di quella specie. Lo sviluppo umano mostra forti legami tra la mano e la bocca e
Marco Iacoboni ha rivolto l’attenzione proprio a queste forme precoci di comportamento. Per citarne alcune, pensiamo al riflesso di Babkin per cui se si esercita una pressione sul palmo della
mano di un neonato esso apre la bocca, a suggerire l’esistenza di un sistema funzionale comune
tra queste due parti del corpo; pensiamo alle relazioni sistematiche tra i movimenti della mano e
della bocca, a quelle tra l’apertura della bocca e le estensioni del dito indice durante l’emissione
di vocalizzi, oppure al portare alla bocca a scopo conoscitivo (Iacoboni, 2008). I bambini usano i
gesti comunicativi prima di pronunciare le prime parole, pertanto la fase di transizione dal preverbale al verbale torna a far luce sull’intima connessione fra gesto e linguaggio. Inizialmente si
tratta di gesti di raggiungimento e di afferramento, o atti a indicare qualcosa, o ancora di gesti iconici, ovvero che riflettono il contenuto dell’atto comunicativo. Il gesto precede la parola ed è generalmente predittivo dello sviluppo di quest’ultima (basti pensare ai parlatori tardivi, late bloomers,
la cui evoluzione verso la regressione del disturbo o nel disturbo conclamato può essere predetta sulla base dell’utilizzo che del gesto viene fatto). L’area di Broca possiede proprietà motorie non elusivamente legate a funzioni verbali e come F5 nella scimmia è coinvolta in un sistema
specchio la cui funzione primaria è quella di legare il riconoscimento alla produzione di un’azione.
La gestualità precede la vocalità, pertanto l’origine del linguaggio andrebbe forse ricercato nell’evoluzione di primitive forme di comunicazione gestuale. In realtà questo è stato fatto e l’idea del
linguaggio sviluppatasi dal gesto non è nuova. È vero anche, tuttavia, che negli ultimi decenni i
sostenitori della continuità gesto-linguaggio sono aumentati vorticosamente anche e soprattutto
nell’ambito delle teorie sensori-motorie della produzione e della percezione del linguaggio (Rizzolatti, 2006). Secondo Peter McNeilage, scienziato dell’università del Texas, dalla continua alternanza tra chiusura e apertura della bocca si sarebbe evoluto il sistema articolatorio, originatasi
quindi dal ciclo mandibolare della masticazione e ingestione del cibo. L’area di Broca è deputata
al controllo della masticazione e lì avrebbero avuto luogo i cambiamenti necessari allo sviluppo
del linguaggio. L’area di Broca è però caratterizzata dalla presenza di rappresentazioni motorie
diverse e ciò porta a supporre che la comunicazione interindividuale sia evoluta non da una sola
modalità motoria, quanto dalla progressiva interazione di diverse modalità. Se a sostegno del sistema orofacciale non ci fosse stato l’intervento di quello brachiomanuale, le potenzialità comunicative sarebbero state ridotte. Le parole infatti non sono tutto: se la lingua mi permette di dire
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“prendi questo”, ”spostalo là”, ”mettilo così”, significa che è la sua stessa struttura a prevedere degli
elementi la cui funzione è quella di dirigere l’attenzione sulle mani (Nicolai). La mano consente di
includere altro in una relazione a due ed è probabilmente dall’uso della mano che si è andata potenziando la capacità di articolare i gesti in modo da creare un sistema comunicativo aperto in
grado di esprimere nuovi significati da combinazioni diverse di singoli movimenti (Rizzolatti, 2008).
Lo scienziato inglese Michael Arbib, al quale dobbiamo l’ipotesi dello scenario evoluzionistico più
suggestivo al riguardo, sottolinea a differenza di altri il ruolo cruciale dell’imitazione e della pantomima nei primi stadi della transizione da gesto a linguaggio. Gettando uno sguardo indietro
nella filogenesi e sui nostri antenati, egli sostiene che il progressivo sviluppo delle regioni frontali
e temporoparietali (che distingue l’homo habilis dai generi precedenti) si sia accompagnato ad un
progressivo sviluppo e affinamento dei circuiti a specchio, che già consentivano il riconoscimento
di alcuni atti motori (afferrare, tenere, etc.) e che hanno permesso via via forme sempre più raffinate di imitazione.
Dai comportamenti imitativi, gli ominidi sono divenuti in grado di ricorrere a pantomime di atti e
infine a veri e propri proto-segni brachio-manuali. Quest’ultimi erano spesso accompagnati da vocalizzazioni di valenza soprattutto emotiva, che andavano a rafforzare, enfatizzare il messaggio
trasmesso. Nel momento in cui questi stessi suoni iniziarono ad essere utilizzati insieme alle pantomime e ai proto-segni manuali in comunicazioni di tipo intenzionale, sarebbe divenuto necessario e indispensabile un maggior controllo degli stessi per facilitarne il riconoscimento e garantire
un certo grado di affidabilità espressiva.
Per rendere possibile questa evoluzione il controllo delle vocalizzazioni sarebbe passato dai centri cerebrali sottocorticali (com’è ancora ancora oggi nei primati), a nuove aree corticali deputate
a questa funzione. L’emergenza dell’area di Broca da un’area simile a F5 in stretta connessione
con la corteccia motoria primaria, dotata di proprietà specchio e di rappresentazioni dei movimenti orolaringei, potrebbe essere motivata da ciò (Rizzolatti, 2006). Altri contributi all’argomento
sono stato offerti da alcune ricerche effettuate attorno agli anni ’30 dallo statunitense Richard
Paget. Egli analizzò le radici di molte parole provenienti da lingue lontane tra loro, riscontrando
un certo parallelismo tra suoni e significati.
Paget sosteneva che questa congruenza era dovuta al fatto che i movimenti delle bocca, delle
labbra e della lingua non facevano altro che riprodurre le pantomime eseguite con la mani: è
stata questa connessione tra gesti e suoni tra proto-segni via via accompagnati da un proto-linguaggio verbale (sistema formato da un vocabolario alquanto primitivo e da una sintassi estremamente elementare) che ha permesso la comparsa del linguaggio parlato. Secondo Paget,
anche nei fonemi era rilevabile un chiaro collegamento con la qualità degli oggetti e le modalità
di afferramento che essi offrono all’individuo.
Così, dietro il fonema “A” si celerebbe il riferimento a qualcosa di ampio e largo, visto e considerato che tale è la gestualità quando si afferra qualcosa di grande e tale la forma della bocca nell’emettere quel suono. Al pari della “A”, simili relazioni significative possono essere rintracciate
negli altri suoni, la “I”, ma anche la “M” o la “R” (Rizzolatti, 2006). Ma quando esattamente il linguaggio ha acquisito piena autonomia da svincolarsi e dal gesto relegandolo a fattore accessorio ai fini della comunicazione? Non si è ancora giunti ad una risposta certa e definitiva.
Sicuramente un simile cambiamento è andato di pari passo con profonde trasformazioni corticali
a livello dei centri motori riguardanti produzione e ricezione di materiale verbale (Rizzolatti, 2006),
oltre che alla comparsa del tratto vocale tipico dell’uomo moderno con la discesa della lingua e
della laringe. Molto spesso ci si trova di fronte ad ipotesi sostanzialmente speculative, ma esse
sono importanti poiché tentano di spiegare come un sistema come quello dei gesti oro-laringei
abbia prima affiancato ma poi soppiantato quello dei gesti manuali, indubbiamente dotato di maggiore trasparenza (nei sistemi trasparenti i significati sono immediatamente comprensibili); inoltre tutto porta a pensare che questi sistemi siano in qualche modo relati a livello corticale. Gli
ultimi studi, non fanno altro che confermare questo stato di cose.
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Alcune evidenze sperimentali
Nel 2003 Maurizio Gentilucci, professore di Fisiologia Umana a Parma, ha elaborato un paradigma sperimentale dal quale è emerso che l’apertura massima delle dita è maggiore nel
momento in cui si apre la bocca per afferrare un oggetto di grandi dimensioni.
In un esperimento successivo, condotto ancora da Gentilucci, ai soggetti volontari erano presentati due oggetti, uno grande e uno piccolo, sulla cui superficie erano visibili due simboli o
due macchie nella stessa area occupata dai simboli. Ai soggetti veniva richiesto di afferrare
gli oggetti e in presenza dei simboli, unire l’apertura della bocca. Tra le istruzioni date loro
c’era quella di aprire la bocca ogni volta allo stesso modo. Ciò nonostante, i dati ricavati dalla
registrazione della cinematica di mano, braccio e bocca, hanno reso evidente che la velocità
e il grado di apertura di quest’ultima crescevano nel momento in cui il movimento della mano
era rivolto all’oggetto più grande.
L’effetto era specifico per i movimenti di mano e bocca controlaterali. In un altro studio ancora, ai
partecipanti veniva richiesto non più di aprire la bocca ma di pronunciare una sillaba: sillaba che
era scritta sugli oggetti tridimensionali che venivano loro presentati nello stesso punto che nell’esperimento precedentemente citato, era ricoperto dai simboli.
Figura 4.1 L’apparato sperimentale
di Maurizio Gentilucci.
Nelle tabelle sono riportati i valori
corrispondenti ai parametri di apertura
della bocca,di intensità e frequenza vocale
durante l’emissione delle sillabe.
“S”-(small) oggetto di piccola taglia
“L”.(large) oggetto di dimensioni maggiori.
(Gentilucci,2003).
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Quando i soggetti afferravano l’oggetto più grande, il grado di apertura delle labbra aumentava,
insieme alla massima potenza vocale registrata durante l’emissione delle sillabe. C’è di più, atti
come l’afferrare con la mano influenzano la sillabazione anche quando un individuo si limita ad
osservarli. Alcuni volontari sono infatti stati istruiti a pronunciare sillabe come BA o GA osservando un altro individuo afferrare oggetti di diverse dimensioni. Ancora una volta, la velocità di
apertura della bocca e il picco delle frequenze della voce subivano un forte incremento se l’atto
osservato era diretto a oggetti di taglia maggiore. Esiste un’organizzazione neurale comune alla
base di atti che implicano un ampio grado di apertura della mano e quelli che richiedono un ampio
movimento della bocca (Rizzolatti, 2006). Questi risultati vanno a confermare l’esistenza di un legame tra il sistema vocale e quello gestuale: i movimenti della bocca ma anche le sinergie orolaringee impegnate nella sillabazione, sono legate ai gesti.
Neuroni specchio “ECO”
Affinchè da gesti, pantomime e proto-segni si affermasse un sistema vocale autonomo, i neuroni
motori responsabili del controllo dei gesti avrebbero dovuto sviluppare l’abilità di attivarsi anche
in presenza di suoni simili prodotti da altri. Ciò avrebbe garantito la possibilità di trasformare i
suoni verbali nella rappresentazione motoria dei gesti corrispondenti, necessari ad emetterli. L’esistenza dei neuroni specchio “eco”, suffragata da alcuni esperimenti, sembra testimoniare questa
trasformazione e questo riassetto neurale avvenuti nel corso dell’evoluzione. Luciano Fadiga e
alcuni dei suoi collaboratori hanno testato se l’ascolto passivo di materiale verbale induce nell’ascoltatore l’attivazione automatica dei centri corticali coinvolti nella produzione linguistica, con
un esperimento del 2002 (Fadiga, 2002). Ad alcuni soggetti veniva chiesto di ascoltare attentamente stimoli acustici verbali e non verbali, mentre tramite MEP (motor evoked potentials) venivano registrati i potenziali motori evocati a livello dei muscoli della lingua. Gli stimoli somministrati
comprendevano parole, non-parole regolari e suoni bitonali. In mezzo alle parole e alle non parole comparivano una doppia “R” o una doppia “F”. Sappiamo che l’articolazione di questi due foni
è molto diversa: quella della “R” implica un marcato coinvolgimento della lingua, mentre la pronuncia della “F” comporta solo lievi movimenti della muscolatura linguale. Dai risultati si è evinto
chiaramente che l’ascolto di parole e non-parole contenenti la doppia “R” correla con l’aumento
in ampiezza dei MEP rilevati dai muscoli della lingua, rispetto ai suoni bitonali ma anche alle parole contenenti la doppia “F”. L’ascolto passivo di parole che implicano una certa mobilizzazione
della lingua, induce una facilitazione nei circuiti motori dell’ascoltatore: siamo di fronte ad un meccanismo di risonanza acustico/motoria. I dati neurofisiologici spingono allora a pensare che ad
ogni tappa dell’evoluzione corrisponda una maturazione anche del sistema specchio, la cui funzione primaria è quella di rendere possibile o quanto meno facilitare il riconoscimento delle azioni
altrui. Si potrebbe dunque ipotizzare che, al pari del sistema specchio che abbiamo visto coinvolto
nel riconoscimento delle azioni, questa forma di rispecchiamento possa svolgere un ruolo nella
percezione e nel riconoscimento del materiale verbale prodotto da chi ascoltiamo? Se così fosse,
i fonemi sarebbero decodificati e compresi perché il parlante e l’ascoltatore condividono in parte
lo stesso repertorio motorio-articolatorio: ipotesi che si avvicina agli assunti proposti dai sostenitori della teoria motoria della percezione linguistica elaborata da Alvin Liberman. Ciò che questa
teoria postula è che il processo di decodifica del linguaggio richiede che il segnale acustico venga
trasformato negli elementi articolatori che hanno generato la struttura di ogni realizzazione fonetica, così che il nostro cervello percepisce il parlato degli altri individui tramite una simulazione,
come se fossimo noi stessi a parlare. L’elaborazione uditiva dei suoni linguistici non sembrerebbe
basarsi sull’estrazione di parametri acustici fondamentali del segnale, ma parrebbe fondata sulla
capacità di prevedere quali movimenti orofacciali hanno prodotto quella serie determinata di suoni.
A lasciar supporre l’esistenza di una qualche forma di rispecchiamento neurale in questo campo,
è anche un famoso effetto comportamentale relativo alla percezione del parlato: l’”effetto McGurk”.
41
Esso dimostra che osservare il movimento delle labbra di chi parla, basta ad evocare nei circuiti
corticali di chi ascolta, i suoni che dovrebbero essere pronunciati dal parlante. Se simultaneamente ascoltiamo un suono diverso, esso si fonde con quello che ci aspettavamo di sentire, a formarne un terzo che in realtà non abbiamo percepito affatto. Ai soggetti presi in esame, infatti,
venivano fatte ascoltare alcune sillabe emesse da un altoparlante (esempio “ba-ba”), mentre un
video mostrava loro un individuo che muoveva le labbra come se ne stesse pronunciando altre
(“ga-ga”): ciò che i volontari riferivano era di aver sentito un’altra sillaba, che in realtà non gli era
stata presentata (“da”). La percezione del suono linguistico coinvolge il riferimento ai gesti articolatori sottesi alla produzione dello stesso. Il fatto che il linguaggio possa essere percepito attraverso l’articolazione, segnala che la percezione del linguaggio vocale può comprendere la
percezione degli eventi articolatori. Anche la sua facilità e precocità ne è conferma. Il dato ontogenetico, segnalando la sensibilità dei neonati ad input acustici difformi dall’input visivo, denuncia la multisensorialità del contesto di sviluppo e l’intrinseca sinergia delle due modalità di
percezione fin dalle prime fasi ontogenetiche (Nicolai).
Specchi per le parole
Esistono prove empiriche del fatto che i neuroni specchio della scimmia scaricano quando questa ascolta determinati suoni che sono tipicamente associati a certe azioni (schiacciare una nocciolina, strappare la carta etc.). Studi condotti con l’utilizzo della stimolazione magnetica
transcranica hanno dimostrato che anche nell’uomo, esiste un circuito a specchio comprendente
cellule motorie che scaricano quando un individuo (immobile), ascolta un suono riferibile ad
un’azione precisa. Già queste evidenze da sole, suggeriscono l’esistenza di un meccanismo in
grado di estrapolare informazioni ad un livello astratto, a livello di contenuti concettuali.
Nell’uomo, studiosi e ricercatori si sono spinti oltre chiedendosi cosa avviene nel cervello nel momento in cui un individuo percepisce, decodifica, riconosce materiale verbale. Se esistono circuiti
che consentono il riconoscimento dell’azione unicamente in modalità uditiva, cosa succede se
questa stessa azione viene descritta verbalmente al soggetto?
Che ruolo ricopre il sistema specchio nel riconoscimento delle azioni in questa modalità e, più in
generale, nella percezione linguistica?
Esperimenti di stimolazione magnetica transcranica e di risonanza magnetica funzionale dimostrano che le regioni frontali, comprendenti anche il circuito dei neuroni specchio, rivestono un
ruolo di significativa importanza non solo nella produzione di materiale verbale, bensì anche nella
sua percezione. L’ipofunzionalità transitoria indotta a livello della corteccia premotoria dalla stimolazione magnetica, comporta un peggioramento delle prestazioni dei soggetti studiati, in compiti linguistici, o più in particolare in compiti di discriminazione sillabica (Iacoboni, 2007).
Tutti dati che suggeriscono l’importanza di un’attività adeguata del sistema motorio, ai fini della
discriminazione fonetica, che non dipende quindi unicamente dalla funzionalità delle regioni
perisilviane posteriori. La corteccia premotoria, costituisce la parte più anteriore di un circuito che
consente un mappaggio uditivo-motorio. Questo circuito sembra coinvolto anche nella discriminazione fonetica proprio facilitando il mappaggio dei suoni del parlato percepito, in reti neurali
che formano una rappresentazione motoria interna dei gesti articolatori. Anche l’area di Broca,
seppur localizzata nella zona più ventrale, è in stretta connessione funzionale con l’area premotoria, e potrebbe essere coinvolta in questo processo. Anche perché, sappiamo che i fonemi sono
primariamente classificati in base alle loro proprietà articolatorie e se quindi il codice fonetico
stesso possiede proprietà in qualche modo motorie, i circuiti motori frontali devono essere coinvolti nella percezione fonemica e in quelle trasformazioni che permettono il passaggio da un segnale acustico ad una rappresentazione fonetico-articolatoria. Tuttavia, ciò che realmente conta
e che realmente questi risultati dimostrano è che le regioni da sempre considerate sensoriali, non
bastano di per sé a spiegare la percezione, del parlato e non.
42
L’agito, l’esperienza motoria del nostro corpo è un vero e proprio modo di accedere al mondo: è
prassognosia. Uno studio successivo, del 2004, coordinato da Iacoboni, ha reso possibile mediante l’utilizzo di risonanza magnetica funzionale, la visualizzazione delle aree corticali attive durante l’ascolto passivo di materiale verbale. In questo caso, i soggetti erano tenuti ad ascoltare
alcuni monosillabi privi di significato. In tutti i volontari si è rilevata un’attivazione bilaterale e consistente della regione del giro precentrale e della parte superiore della corteccia premotoria ventrale. A questo punto comparando le attivazioni cerebrali ottenute durante l’ascolto passivo, con
quelle ricavate durante la produzione di quello stesso materiale verbale, si sono potute osservare
significative congruenze ed analogie. Un analogo grado di sovrapponibilità si è riscontrato anche
tra le attivazioni corticali registrate durante l’osservazione di determinate azioni e quelle conseguenti l’ascolto di frasi descriventi azioni. Il sistema specchio si attiva anche durante l’ascolto di
frasi object-related. I partecipanti a questo paradigma sperimentale condotto da Marco Tettamani
(Tettamani, 2005), erano sottoposti all’ascolto di alcune frasi descriventi azioni eseguite con la
bocca, con la mano o con la gamba. Lo stimolo di controllo era costituito da una serie di frase
astratte, non object-related. I risultati mostrano che l’ascolto di frasi riferite ad azioni compiute con
un effettore biologico, attivano il circuito fronto-parieto-temporale dell’emisfero sinistro, includente
la parte opercolare del giro frontale inferiore (area di Broca). In questo settore della corteccia frontale le azioni descritte e ascoltate sono codificate in termini motori. L’attivazione inoltre, rispetta
fedelmente la mappa somatotopica corticale, presente in quest’area: le frasi che hanno come effettore la bocca attivano selettivamente la porzione più rostrale, dorsale e ventrale della parte
opercolare, così come quelle inerenti azioni della mano attivano le regioni implicate nel controllo
dei movimenti della mano. L’ascolto di frasi che descrivono un’azione, attiva quindi aree specifiche, relativamente all’effettore di cui la frase parla, a livello della corteccia premotoria e del lobulo
parietale inferiore sinistro. Ciò non avviene quando il contenuto delle frasi ascoltate è astratto.
Anche durante compiti di lettura di frasi riguardanti azioni generalmente compiute con mani e
bocca, le aree del cervello attivate risultano essere quelle coinvolte nel movimento rispettivamente di mano e bocca (Iacoboni, 2008): le aree umane dei neuroni specchio per i movimenti di
mano e bocca. Sembra pertanto che i neuroni specchio ci aiutino a capire non solo un’azione che
vediamo compiere da altri, bensì anche ciò che ascoltiamo o leggiamo. Le azioni che ci vengono
descritte o che leggiamo, sono simulate nel nostro cervello a livello dei circuiti neurali specchio,
proprio come se fossimo noi a compierle. I primi a proporre l’ipotesi per cui i neuroni specchio contribuiscono ad ancorare al proprio corpo e alle proprie azioni la comprensione del materiale linguistico, sono stati Vittorio Gallese e lo scienziato cognitivo George Lakoff (Iacoboni, 2008). Si
tratta di un’ipotesi che rientra nella più vasta teoria della semantica incorporata della la quale sostiene che i concetti si costruiscano utilizzando le rappresentazioni sensori-motorie necessarie a
formularli. È abitudine comunemente diffusa, quella di parlare facendo riferimento a diverse parti
del corpo, (“dare un calcio al passato”, ”afferrare un concetto”, etc.): secondo i sostenitori della semantica incorporata, quando pronunciamo, leggiamo o ascoltiamo queste espressioni attiviamo
le aree del nostro cervello, implicate nelle azioni motorie eseguite con le parti del corpo citate. Il
linguaggio appare così, sempre più profondamente radicato nell’anatomia umana.
Quando gli specchi si rompono
Che succede se e quando i circuiti neurali comprendenti i neuroni a specchio non funzionano
come dovrebbero?
Se i neuroni specchio ci consentono di comprendere le azioni altrui in maniera immediata, innata,
preverbale e preconcettuale, è lecito pensare che essi costituiscano la base neurale dell’intersoggettività. È nello spazio condiviso, e “noi-centrico” che ne deriva, che ogni individuo apprende
a relazionarsi con l’altro, rappresentandosi in maniera quasi immediata il suo stato mentale, comprendendone i comportamenti, prevedendone i risultati, imitando, scambiando conoscenze.
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Anche per quanto riguarda la comunicazione, sembra che ciascuno di noi debba essere simultaneamente sé e l’altro da sé per acquisire quelle conoscenze che rendono possibile lo scambio
comunicativo. Il legame tra emittente e ricevente diviene, dunque, centrale, nel senso che la
stessa formazione di conoscenze si basa sulla capacità posseduta dal nostro cervello di “riprodurre” un’ comportamento anche quando questo è unicamente osservato e non eseguito. Lo studio dell’intersoggettività, della nostra capacità di relazionarci,dell’abilità di comprendere le azioni,
le emozioni, lo stato d’animo altrui ha sempre destato grande interesse. Ora, con la scoperta dei
neuroni specchio e con essi di un meccanismo potenzialmente candidato a rendere possibile
tutto ciò, l’attenzione può essere rivolta alla patologia. Ecco allora che ricercatori, studiosi e clinici
si sono addentrati in un percorso tumultuoso verso l’empatia e con essa verso disturbi quali ad
esempio l’autismo. Le evidenze empiriche hanno da subito fatto pensare ad un ruolo dei neuroni
specchio nell’apprendimento e nel comportamento sociale; anche per questo il sogno primo di
tutti gli studiosi impegnati in questo ambito di ricerca è stato sicuramente quello di poter arrivare
a capire qualcosa in più su certi disordini sociali, come quelli rientranti nello spettro autistico, e di
far luce sui nuovi trattamenti da poter applicare a questi pazienti. L’autismo rientra fra i disturbi
pervasivi dello sviluppo, e affligge un bambino su mille; chi ne soffre mostra fin dai primi anni di
vita gravi deficit nelle relazioni sociali. In molti laboratori si sta lavorando per capire se una disfunzione a livello del sistema dei neuroni specchio possa essere una delle cause del disturbo.
La difficoltà di “risuonare emotivamente”con gli altri,è nucleo fondante del disturbo ed ha una ricaduta notevole non solo nello sviluppo socio-emotivo bensì anche sulle possibilità di apprendimento,anche tramite imitazione,e sull’acquisizione del linguaggio, facoltà che affonda le sue radici
nella relazione intersoggettiva. La trattazione non ha come obiettivo l’analisi dei meccanismi dell’empatia, del rispecchiamento emotivo, e delle patologie correlate a una qualche inadeguatezza
a livello di questi meccanismi, perché l’argomento si presta a vasti approfondimenti, ha aperto le
porte ad un fiorire di studi di grande interesse, e necessiterebbe per questo di uno spazio a più
ampio respiro. Tuttavia questo aspetto, allo stato attuale, è quello che sta offrendo le migliori evidenze scientifiche. D’altro canto è impensabile parlare di intersoggettività e di condivisione senza
citare il linguaggio, la più sofisticata facoltà umana che si sviluppa come abbiamo già detto proprio nella relazione e per la relazione. I dati ricavati dagli esperimenti sul sistema specchio suggeriscono una chiara implicazione di questi circuiti nel linguaggio. Altri dati provenienti dalla clinica
contribuiscono a far supporre uno stretto legame tra gesto e linguaggio, tra motricità e agito, cognizione e astrazione. Vari esperimenti in cui sono confrontate le produzioni linguistiche di soggetti con testa, braccia, gambe e piedi immobilizzati, con quelle di soggetti totalmente liberi di
muoversi, segnalano una notevole penalizzazione linguistica- fluenza ridotta e pause aumentate-, e addirittura, una differenziazione che interessa perfino il contenuto delle produzioni linguistiche. È stato dimostrato che in pazienti afasici con produzione significativamente compromessa,
i gesti manuali facilitano il recupero dei gesti linguistici così come i gesti linguistici facilitano i gesti
della mano (Nicolai). Inoltre si è visto che negli afasici di Broca - soggetti con compromissione del
linguaggio soprattutto a livello morfosintattico -, risulta prioritariamente compromessa la produzione di gesti batonici, legati alla struttura linguistica e deputati a scandire la struttura formale e
sintattica dell’enunciato. Al pari di ciò, negli afasici di Wernicke, coerentemente con il disturbo linguistico risultano compromessi soprattutto i gesti iconici (Nicolai, 2000).
Altro campo di indagine di grande interesse e attualità, è quello rappresentato dai soggetti affetti
da sindrome di Williams. Il quadro patologico, rappresenta un raro disturbo neurogenetico dovuto
alla delezione di un cromosoma, e si caratterizza dal punto di vista cognitivo da ritardo mentale
(medio-lieve), e dal punto di vista somatico da dismorfismo (tipica facies ad elfo). Il profilo di questi soggetti è generalmente complesso e l’architettura mentale frastagliata, con “picchi e valli” in
diversi domini cognitivi. Le abilità percettive e progettuali visivo-spaziali sono gravemente compromesse, sono evidenti serie difficoltà di calcolo, in soggetti dalla personalità generalmente socievole ed estroversa. Studi recenti hanno fatto crollare quello che era il mito del linguaggio integro,
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o per lo meno relativamente preservato nei soggetti Williams, da sempre considerati language savants: in realtà l’abilità linguistica non risulta intatta, e, tanto meno, superiore alla norma. Resta il
fatto, comunque, che il linguaggio in questi soggetti è sostanzialmente fluente e fortemente
espressivo. Alcune ricerche hanno mostrato che questa qualità è dovuta anche all’utilizzo dei
gesti: essi costituirebbero uno strumento di vicariamento comunicativo in grado di conferire al
parlato uno stile notevolmente espressivo ed affettivo, grazie al quale il soggetto aggancia l’attenzione dell’interlocutore creando l’impressione di una competenza superiore a quella reale.
Sempre nei soggetti Williams è stato evidenziato che in compiti di denominazione a partire da
input visivi, il loro tempo di latenza era maggiore rispetto al controllo e maggiori erano anche le
difficoltà nella selezione degli items (Taddei). Questi soggetti producevano, nel tempo di latenza,
più riempitivi vocali uniti ad un numero significativamente superiore di gesti, perlopiù iconici.
Questi dati suggeriscono che la produzione gestuale è intrinsecamente legata alla pianificazione
concettuale: il ricorso ai gesti iconici, che aumenta nel caso di una temporanea difficoltà nella selezione di una parola, potrebbe essere il riflesso dell’attivazione di uno spazio concettuale condiviso da produzione vocale e produzione gestuale. Gesto e parola co-occorrono durante la
produzione perché interrelati, ma anche perché legati agli stessi processi di pensiero sottostante.
Si è pertanto in possesso di numerosi dati che evidenziano una relazione profonda tra gesto e
linguaggio e un interessante legame tra recupero lessicale e produzione gestuale. Tutto riporta
all’ipotesi che vede un legame neurofisiologico tra linguaggio e gesto, anche sulla base dei neuroni specchio. Essi scaricano infatti in termini piuttosto astratti se consideriamo che ciò che codificano è la relazione tra agente e oggetto dell’azione e non un parametro quale direzione, velocità,
e via dicendo (Gallese, 1996). La localizzazione di una quota di questi neuroni nell’area di Broca,
costituisce un dato di indubbio interesse per la possibilità di tracciare un legame tra gesto e linguaggio. Ora, ciò che si auspica è che lo studio di questi fini meccanismi, e dell’alterazione degli
stessi nella patologia, apra la porta a novità operative anche nel settore riabilitativo. Molte ipotesi
sono in corso di elaborazione, altre stanno già per essere verificate, e vista la vivacità della ricerca
a riguardo, dati certi non tarderanno ad arrivare.
Conclusioni
Si conclude qui l’excursus sulle più recenti scoperte nel campo della neurofisiologia, e le implicazioni ad esse correlate. La ricerca nell’ambito dei neuroni specchio, tuttavia, non può dirsi affatto conclusa. Essa sta trovando fecondità di applicazione quasi ad ogni parte del sapere,
aprendo lo sguardo su orizzonti finora inesplorati. I neuroni specchio hanno portato scienziati,
linguisti, fisiologi, ma anche sociologi e filosofi a guardarsi indietro verso quelli che sono stati a
lungo i capisaldi della conoscenza sull’uomo, con una ricchezza problematica nuova, pronti anche
a mettere in discussione quanto fino ad allora era ritenuto certo. La scoperta dei neuroni specchio anche nei circuiti che da tempo sono stati considerati unicamente preposti alla funzione linguistica, è andata a schierarsi con le tesi di chi da tempo vedeva nel gesto “il fratello a lungo
dimenticato del linguaggio” (McNeill, 1998). Se davvero il legame gesto-linguaggio è così stretto
-cosa che i dati sperimentali confermano e riaffermano- chiunque si avvicini al linguaggio non
dovrà più muoversi unicamente ad un livello astratto e rappresentativo. Il linguaggio è legato al
corpo, all’interazione tra esso, le cose e gli individui che lo circondano, il linguaggio è almeno in
parte “incarnato”. Di fronte ai neuroni specchio, tutti sono accomunati dalla sensazione di trovarsi
di fronte ad una grande scoperta, destinata a rivoluzionare le scienze. Allo stato attuale, c’è ancora tanto lavoro e tanta ricerca da portare avanti prima di arrivare alla padronanza reale del funzionamento di questi sistemi. Solo così, consapevoli dei limiti che la ricerca sull’uomo mostra, si
potrà andare verso l’applicazione effettiva e efficace del nuovo sapere alle diverse discipline.
Bibliografia a richiesta.
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PRESENTAZIONE DELLA NUOVA COLLANA
La nuova collana CENTO E UN BAMBINO, curata da Emanuela Quagliata, psicologa e psicoterapeuta
dell’età evolutiva, è dedicata ai genitori. Pur essendo di ispirazione psicoanalitica ha l’obiettivo di
aiutare padri e madri a sostenere la crescita dei propri figli, con particolare attenzione alle aree
critiche nelle quali i genitori possono maggiormente trovarsi in difficoltà nel corso dello sviluppo
del bambino.
La collana segue nei primi cinque volumi un percorso cronologico che va dalla gravidanza alla
nascita, per poi trattare il rapporto tra fratelli, l’esperienza dell’adozione e il rapporto con la
scuola. I volumi successivi affrontano aree più specifiche, come le malattie, i disturbi del
comportamento, la scelta dello specialista.
Ogni volume è composto da cinque capitoli: il primo si presenta come un’introduzione al tema
trattato e gli altri ne affrontano le singole problematiche.
Gli autori, italiani e stranieri, sono scelti per ogni volume monotematico tra i maggiori esperti
dell’argomento affrontato, che approfondiscono con un linguaggio accessibile anche a coloro che
non ne hanno una conoscenza scientifica.
Uscita prevista: aprile 2010
Primi volumi:
1. DIVENTARE GENITORI
2. ESSERE GENITORI
3. FRATELLI E GEMELLI
4. GENITORI ADOTTIVI
5. GENITORI E SCUOLA
6. LA SCELTA DELLO SPECIALISTA
7. BAMBINI IN OSPEDALE
8. AFFRONTARE LA PERDITA E LA MALATTIA
CAS A E DI TRICE ASTR OL ABIO
– U B AL DI NI E DIT ORE
LOGOPaeDIA 2010; vol.1
Ricerche e studi
Riabilitazione nella sindrome di Alzheimer:
una realtà del XXI secolo
Concetta Manuela Costanzo
Abstract
La malattia d’Alzheimer è la causa più comune di demenza nella popolazione anziana dei
paesi occidentali, ha un decorso caratterizzato da un prevalente ed iniziale deficit di memoria che si accompagna al progressivo impoverimento di altre funzioni cognitive quali il
linguaggio, l’orientamento, le abilità visuo-spaziali, la capacità di astrazione e problem solving e la prassia. Allo stato attuale la demenza di Alzheimer in particolare, non è guaribile
e deve quindi essere affrontata con un approccio globale, che comprenda il paziente e la
sua famiglia. Questo lavoro affronta approcci terapeutici riabilitativi che rappresentano attualmente le uniche possibilità per assicurare al paziente ed alla famiglia una qualità di vita
accettabile e dignitosa, anche mediante una funzione di accompagnamento della persona
nella progressiva perdita della sua identità.
Parole chiave: Malattia di Alzheimer, demenza
Introduzione
Quando alla fine degli anni Ottanta, si è iniziato ad agitare la tematica delle demenze
come malattia che avrebbe coinvolto un numero sempre maggiore di persone, e che
quindi sarebbe divenuto un problema rilevante sul piano clinico ed assistenziale, pochi
erano in grado di capire fino in fondo le motivazioni, che potevano sembrare marginali o
dettate da interessi di potere.
Negli anni Novanta l’attenzione per le demenze ha avuto un crescendo continuo in tutti
i paesi avanzati, sia sul piano della ricerca sperimentale e clinica sia su quello dell’organizzazione dei servizi. È superfluo fare un riassunto dei momenti forti di questo cambiamento di prospettiva e dei progressi compiuti; basti pensare all’attenzione
epidemiologica, grazie alla quale si conoscono finalmente i “numeri” dell’“epidemia silente”, alle ricerche in ambito neurobiologico, che hanno permesso l’adozione dei primi
farmaci efficaci nel rallentare la storia naturale della malattia ed aperto la porta a future,
più importanti conquiste, all’attenzione alle fasi iniziali della malattia e ai fattori di rischio
ed alla diffusione di sistemi originali di assistenza ai pazienti, talvolta organizzati in rete
organica di servizi.
In questa prospettiva ogni medico che voglia veramente “curare” non può trascurare
quanto si sta muovendo nel campo; nelle note che seguono sono indicate alcune linee
di attenzione perché i pazienti affetti da demenza ricevano il massimo possibile delle
cure disponibili, per quanto riguarda sia specifici interventi, sia - in generale - le modalità più adeguate per offrire assistenza.
Il mondo moderno è caratterizzato dalla complessità degli eventi; la demenza è un tipico
esempio di malattia che nella sua espressione clinica presenta molte caratteristiche della
complessità. È quindi necessario adottare - per affrontarla adeguatamente - una moda-
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lità di lavoro non riduzionista, abbandonando il modello lineare e accettando la non predicibilità dei fenomeni, rispettando e utilizzando le mille diverse potenzialità o difficoltà
che una malattia cronica pone a chi ha il dovere di curare.
Il vecchio demente rappresenta il modello estremo di una condizione critica, quella di chi
è già per età in una parabola decrescente e per di più perde la capacità di autogestirsi
sia sul piano dei rapporti con le altre persone sia su quello somatico.
Il paziente demente e la sua famiglia hanno bisogno di terapeuti in grado di assumere la gestione complessiva della malattia. Non si vuole svilire il compito di singoli specialisti, però nelle
malattie croniche è sempre più chiaro ed importante il ruolo di chi sa porsi come accompagnatore attento e tecnicamente preparato del paziente e del suo caregiver nei lunghi anni
della malattia. Non è compito marginale, perché, anche dopo la prima diagnosi, i bisogni di staging si accompagnano alle decisioni in ambito terapeutico-riabilitativo, alla fine di delineare una
prognosi, di indicare la probabile evoluzione dei sintomi e dei comportamenti del paziente, e
di valutare l’efficacia dei singoli interventi farmacologici e non.
L’abituale distinzione tra momento diagnostico-valutativo e terapeutico, se mai ha ragione di esistere in alcune condizioni cliniche, certamente è inapplicabile nel paziente demente.
Le sindromi demenziali sono state descritte da diversi Autori anche agli albori della medicina moderna. Tra le malattie dementigene, la forma scritta da Alois Alzheimer nel 1907
è quella prevalente. In Europa si stima, infatti, che la malattia Alzheimer raggiunga il 54%
di tutte le demenze.
Chi può pensare che un malato di Alzheimer ricominci? Chi può pensare che un malato
di Alzheimer cominci di nuovo a dipingere, scrivere, leggere, cantare o cucire?
All’inizio il progetto terapeutico nel rieducare e ristabilire capacità perdute e dimenticate
fu del tutto sperimentale e poco credibile. Oggi è una realtà indiscutibile. Accanto al proliferare di diversi strumenti di valutazione per la demenza, è cresciuto enormemente l’interesse verso le metodiche riabilitative in grado di rallentare e di alleviare il decadimento
cognitivo. L’obiettivo di queste strategie riabilitative è quello di migliorare l’autonomia del
demente; si tratta di programmi di riabilitazione che mirano ad instaurare un nuovo equilibrio personale, familiare e sociale. In questo modo oltre ad aumentare e preservare il
più a lungo possibile l’autonomia del paziente si ottiene anche un alleggerimento del carico di lavoro e dello stress per il cargiver. L’impostazione che ho voluto dare al lavoro è
decisamente di tipo pratico; nella sezione teorica, dopo una breve trattazione delle generalità e delle caratteristiche neuropsicologiche della malattia, vengono illustrate le metodiche più diffuse di intervento riabilitativo nei pazienti di Alzheimer. Segue una sezione
pratica nella quale viene illustrato il metodo di stimolazione cognitivo comportamentale.
La demenza della malattia d’Alzheimer
La malattia d’Alzheimer è la causa più comune di demenza nella popolazione anziana dei
paesi occidentali rappresentando il 50-60% dei casi di deterioramento mentale ad esordio tardivo. Così chiamata dal nome del medico tedesco che descrisse per la prima volta
nel 1907, gli aspetti clinici e le alterazioni anatomo-patologiche della malattia in una
donna di 51 anni. La malattia ha un decorso caratterizzato da un prevalente ed iniziale
deficit di memoria che si accompagna al progressivo impoverimento di altre funzioni cognitive quali il linguaggio, l’orientamento, le abilità visuo-spaziali, la capacità di astrazione e problem solving, e la prassia.
La graduale riduzione delle abilità cognitive interferisce con il normale svolgimento delle
attività lavorative e\o sociali e può associarsi ad alterazioni comportamentali. Nelle fasi
più avanzate vengono perdute le abilità di lettura, scrittura e denominazione e si deter-
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mina una progressiva, gerarchica compromissione della capacità di svolgere le attività
della vita quotidiana, con le più complesse perse più precocemente e quelle di base conservate fino alla fase intermedia della malattia. Le alterazioni comportamentali - allucinazioni, deliri di gelosia, agitazione, aggressività, misidentificazione e depressione ricevono sempre maggiore attenzione dal momento che rappresentano la principale fonte
di carico per i caregiver ed una importante causa di istituzionalizzazione. Questi sintomi,
si verificano in una percentuale altamente variabile di soggetti. Tale variabilità dipende in
larga parte dal fatto che la ricerca è condotta su serie cliniche e dalle difficoltà di rilevazione e quantificazione dei sintomi. Studi recenti hanno dimostrato che alterazioni comportamentali possono essere presenti dalle fasi iniziali della malattia a quelle terminali,
con un picco di frequenza nelle fasi intermedie.
Nelle fasi terminali insorgono infine disturbi dell’attività motoria - come difficoltà a sostenere la testa e a mantenere la stazione eretta o la posizione seduta - e difficoltà nella masticazione e deglutizione. L’esordio insidioso ed il progressivo peggioramento della
sintomatologia sono considerati aspetti tipici della malattia. I risultati di studi trasversali
condotti su pazienti a vari livelli di gravità hanno consentito di formulare l’ipotesi di una
progressione per stadi caratterizzati da specifici cluster di sintomi e segni cognitivi e funzionali.
Progressione gerarchica della sintomatologia nella AD
FASE INIZIALE
- minimo disorientamento temporale
- difficoltà nel ricordare eventi recenti
- difficoltà a trovare le parole con relativa conservazione della capacità di comprensione
- aprassia costruttiva per disegni tridimensionali
- ansia\depressione\negazione di malattia
- difficoltà sul lavoro
- assenza di alterazioni motorie
FASE INTERMEDIA
- disorientamento spazio-temporale
- deficit di memoria di entità moderato\grave interferente con le attività quotidiane
- chiaro disturbo del linguaggio (parafasie, anomie, circumlocuzioni, deficit di comprensione)
- aprassia costruttiva
- aprassia ideativa e ideo-motoria, aprassia dell’abbigliamento
- agnosia
- alterazioni comportamentali (deliri, allucinazioni, wandering)
- bradicinesia, segni extrapiramidali
- necessità di essere stimolato alla cura della propria persona
STADI TERMINALI
- completa perdita delle abilità cognitive con difficoltà nel riconoscere volti o luoghi familiari
- perdita del linguaggio fino a gergo semantico o mutismo
- rigidità, bradicinesia, crisi epilettiche, mioclono
- aggressività, wadering
- completa perdita dell’auto sufficienza per lavarsi, vestirsi e alimentarsi
- incontinenza sfinterica
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La demenza di Alzheimer si distingue, rispetto alle altre forme di deterioramento demenziale,
per un esordio della malattia particolarmente insidioso ed al quale è difficile stabilire una data,
per quanto in modo approssimativo ed ampio; le evidenze neuropatologiche appaiono costantemente aspecifiche, eterogenee nelle manifestazioni e caratterizzate da elementi che sono
spesso comuni con il normale processo di invecchiamento cerebrale. Nelle valutazioni neuroradiologiche il quadro della demenza di Alzheimer fornito dalla Tomografia Computerizzata (TC)
e dalla Risonanza Magnetica (RM), rispetto a quello di soggetti normali, può variare da negativo ad atrofico. Di grande importanza si rileva quindi la possibilità di individuare i sintomi di ordine neuropsicologico per fornire una definizione “ funzionale” del quadro degenerativo.
Caratteristiche neuropsicologiche della demenza di Alzheimer
1. DISTURBI COGNITIVI NELLA DEMENZA DI ALZHEIMER
Il deterioramento cognitivo dovuto alla demenza di tipo Alzheimer comporta la perdita progressiva delle diverse capacità che, dapprima in modo non evidente, rende a poco a poco l’individuo incapace di badare a se stesso e di provvedere in modo autonomo alle necessità della
vita quotidiana.
La presenza della demenza di tipo Alzheimer può essere confermata solo dall’esame microscopico del tessuto cerebrale. La diagnosi di probabile demenza di Alzheimer si basa quindi
da un lato sulla presenza dei deficit cognitivi, e dall’altro sulla assenza di patologie vascolari,
metaboliche, internistiche o traumatiche che ne spieghino l’eziologia. Ogni qualvolta un soggetto di età superiore ai 40\45 anni presenti sintomi quali:
- disturbi della memoria ad esordio insidioso ed evoluzione cronicamente ingravescente,
accompagnati o seguiti a distanza di breve tempo da:
- disturbi delle funzioni strumentali;
- disturbi delle funzioni di controllo;
- disturbi del linguaggio;
- disturbi di ordine psichiatrico;
in assenza di referti neuroradiologici, anatomopatologici o clinici positivi, è ragionevole il sospetto di demenza di Alzheimer. La valutazione progressiva del danno cognitivo viene eseguita
attraverso l’applicazione di batterie di test neuropsicologici. L’utilizzo di queste batterie neuropsicologiche consente di ottenere una valutazione dello stato intellettivo ed una analisi particolareggiata delle modificazioni cognitive, che unite alla valutazione del comportamento del
soggetto fornisce quindi la misurazione del progredire delle variazioni deficitarie.
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2. DISTURBI DELLA MEMORIA
La sintomatologia d’esordio che si verifica con maggiore frequenza comprende disturbi della
memoria e del linguaggio. L’anamnesi del paziente evidenza solitamente un disturbo che inizialmente riguarda la difficoltà di ricordare piccoli avvenimenti quotidiani (messaggi telefonici,
richieste ripetute, commissioni da svolgere) accompagnate spesso dalla difficoltà di utilizzare
nel linguaggio spontaneo, i nomi appropriati in riferimento a oggetti noti, con un incremento dell’uso di termini “indefiniti” o “passepartout” (questo, quello, la cosa).
I disturbi della memoria appaiono essere il sintomo essenziale della demenza di Alzheimer,
anche se non sono appannaggio esclusivo di questa malattia, in quanto caratterizzano non soltanto ogni normale processo di invecchiamento ma anche buona parte delle altre entità nosografiche demenziali. Nei pazienti con demenza di Alzheimer la memoria a breve termine
sembra compromessa ad un livello medio di progressione della malattia sia per quanto riguarda l’aspetto fonologico che quello visuo-spaziale. Anche la memoria a lungo termine nei
pazienti con demenza di Alzheimer risulta compromessa. La memoria a lungo termine può
essere suddivisa in sottosistemi distinti in base alla capacità di questi di permettere un ricordo
consapevole o non consapevole, e vengono adottati i termini “esplicita/implicita” o “dichiarativa/non dichiarativa” per indicare tali sottosistemi. La componente di memoria che appare più
compromessa (sia in termini di gravità che di precocità) è quella che contiene informazioni di
eventi e le loro relazioni spazio-temporali, indicata come “memoria episodica”. Questa sembra
essere quella maggiormente colpita nei pazienti con demenza di Alzheimer rispetto a soggetti
normali della stessa età e risulta affetta precocemente rispetto alla comparsa degli altri disturbi.
Un dato clinico che emerge dall’esperienza con pazienti affetti da demenza di Alzheimer è la
presenza di un comportamento che Spinnler definisce “titubanza cognitiva”. Si possono rilevare nel demente di Alzheimer incertezza e dipendenza dall’aiuto dei congiunti, anche nelle
prestazioni e nelle condotte più semplici e conosciute, riuscendo a mantenere una certa indipendenza solamente per quelle condotte altamente automatizzate, sia pur se complicate. Il
paziente mostra inoltre l’assenza di elementi mnestici su cui contare e ai quali fare riferimento
per svolgere anche le attività della vita di tutti i giorni. Questo comportamento è stato attribuito
alla perdita della memoria semantica. La memoria semantica è l’altra grande componente
della memoria dichiarativa insieme alla memoria episodica, e consiste in un corpo organizzato
di conoscenze comprendente parole, concetti e loro significati ed associazioni, e le regole per
manipolare questi simboli e concetti, la cui organizzazione e codificazione prescindono da
elementi spazio-temporali. I risultati hanno mostrato che la struttura della memoria semantica
si deteriorano sistematicamente lungo il corso della malattia. Anche la memoria autobiografica, definita memoria semantica personale e che comprende quella forma di conoscenza personale costituita dai ricordi della propria vita trascorsa risulta compromessa precocemente e
si aggrava con il progredire della malattia, sia per la perdita delle tracce mestiche sia a causa
di un difettoso richiamo di queste. In conclusione, nel paziente Alzheimer sono presenti deficit che riguardano diversi aspetti della memoria.
3. DISTURBI DEL LINGUAGGIO
Il linguaggio nella demenza di tipo Alzheimer è caratterizzato da deficit che, all’esordio della
malattia, possono essere poco evidenti, se non indagati con test adatti, ed avere caratteristiche non omogenee, ma che con il progredire del processo degenerativo divengono via via più
manifesti; gli studi hanno identificato nel deficit linguistico dei pazienti Alzheimer sia disturbi di
natura afasica legati a lesioni focali nelle aree del linguaggio dell’emisfero sinistro, sia difetti
legati a disturbi dell’attenzione e a disturbi mnesici. La progressione del deficit linguistico segue
un iter degenerativo che all’esordio presenta anomie ed incertezze che tuttavia il paziente
sembra ancora in grado di correggere, ed in seguito provoca una riduzione del vocabolario disponibile cui il paziente supplisce con un uso crescente delle parole “passepartout” e di “frasi
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fatte”, fino a provocare nel paziente una grave alterazione della comunicazione caratterizzata
dalla scarsa comunicatività del discorso, il cosiddetto empy-speech, e dalla presenza massiccia di circonlocuzioni e anomie, che sfocia in una situazione in cui la produzione spontanea
si annulla o si riduce alla ripetizione di stereotipie e ad ecolalie. Nella fase avanzata della demenza di Alzheimer compare un ulteriore deficit di agrammatismo, caratterizzato da un linguaggio ricco di errori di concordanza, omissioni delle particelle fino alla mancata coniugazione
dei verbi, che contrasta con la verbosità iniziale del paziente Alzheimer presente nella fase precoce della malattia. La delineazione della degenerazione linguistica non si rivela semplice a
causa dell’estrema variabilità presentata dai diversi disturbi sia rispetto alla gravità sia per
quanto riguarda il momento di esordio.
La presenza di disturbi del linguaggio nella demenza di tipo Alzheimer è stata studiata ed osservata in molte ricerche. La variabilità dei diversi disturbi è stata analizzata utilizzando prove
differenti ed è stata dimostrata la presenza di deficit la cui natura non è omogenea e che possono riguardare vari aspetti della produzione linguistica, legati ad altri elementi di ordine cognitivo quali la percezione visiva degli stimoli e l’attenzione.
DISTURBI LESSICALI E SEMANTICI
Come già detto, il deficit del linguaggio osservato con maggiore frequenza nei dementi è il deficit di denominazione, cioè la difficoltà da parte dei pazienti di denominare gli oggetti e di produrre parole, difficoltà che compaiono spesso anche nel discorso spontaneo. Questo deficit
è stato studiato attraverso prove diverse atte a verificare la capacità del paziente di cercare
intenzionalmente nel lessico il referente richiesto, quali i test di fluenza verbale, denominazione
di oggetti. Nella demenza di Alzheimer il discorso spontaneo del paziente tende ad essere
vago, ripetitivo e piuttosto privo di contenuto il cosiddetto empty speech e per conto compaiono frasi prive di senso compiuto, termini indefiniti come “roba” e “ cosa”, parafasie semantiche e circonlocuzioni. Un altro aspetto molto interessante che si evidenzia negli studi sul
deterioramento del linguaggio negli Alzheimer, è la dissociazione tra prestazioni semanticolessicali fondamentalmente deficitarie e prestazioni sintattiche risparmiate. Anche nell’ambito
dello studio delle funzioni del linguaggio scritto nella demenza di Alzheimer i risultati mostrano
che l’uso del linguaggio scritto rimane piuttosto conservato nel tempo e che viene compromesso solo nelle fasi avanzate della malattia. Nella lettura il pattern di compromissione che è
stato riscontrato riguarda la dissociazione tra compromissione della comprensione e mantenimento della capacità di lettura ad alta voce, per cui le prove di lettura ad alta voce correlano
scarsamente con la gravità della malattia, mentre le prove di comprensione mostrano una
correlazione più elevata. Questo pattern di compromissione è stato riscontrato anche per le
prove di scrittura sotto dettato e descrizione scritta di una figura complessa o di scrittura spontanea di una frase, anche se in queste ultime prove intervengono fattori diversi da quella prettamente semantico, quali i deficit della percezione visuo-spaziale o di tipo perseverativo. La
tendenza generale dei deficit del linguaggio scritto nella demenza di Alzheimer rispetto a quelli
prevalentemente di lettura soprattutto per prove di descrizione di figure complesse o produzione spontanea di frasi, e prove di lettura ad alta voce e di dettato sono scarsamente correlate con la gravità della malattia, con prevalenza di dislessia fonologica.
In una fase assai precoce sono generalmente descritti i deficit come un sintomo solo soggettivo e vengono riferiti dal paziente come una difficoltà a concentrarsi sul filo del discorso o nell’evocare nomi di uso non frequente. Caratteristiche che si possono riscontrare nel linguaggio
di un soggetto anziano normale, cioè un lieve impoverimento del contenuto informativo e un
incremento nell’uso di forme prenominalizzate. Le modificazioni sono però più accentuate di
quanto giustificato dall’età anagrafica del paziente. Le rare anomie, le latenze, le incertezze
nella costruzione sintattica del periodo sono d’altra parte adeguatamente compensate e spontaneamente corrette, così da non risultare di impedimento nella comunicazione.
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In una fase leggermente più avanzata il linguaggio spontaneo risulta impoverito; il vocabolario è ridotto, specie per le parole d’uso frequente; più numerose sono le frasi fatte, le anomie
e le parole “passepartout”. I concetti sono talvolta espressi in modo confuso, come in assenza
di un piano generale del periodo. In una fase intermedia il linguaggio è chiaramente compromesso, spesso per una vistosa inerzia dell’iniziativa verbale. La comunicazione è gravemente
ridotta per la presenza di stereotipe, automatismi e frasi passe-partout e per la povertà di parole a contenuto informativo. I pazienti non sono più in grado di fare uso di una conversazione
alternata e si esprimono spesso con un linguaggio egocentrico tornando in modo ricorrente
sui propri problemi e bisogni. La ripetizione e la lettura ad alta voce sono in generale ancora
discretamente conservate anche per frasi relativamente complesse.
Nella fase finale (grosso modo oltre il V-VI anno di malattia) la comunicazione risulta in genere
del tutto impossibile per il grave deficit di comprensione, l’espressione spontanea è nulla (mutacismo demenziale) o ridotta ad alcuni frammenti ecolalici, automatismi e sterotipie; un fenomeno non raro è la logoclonia, un flusso incontrollato di sillabe o brevi elementi verbali che
vengono ripetuti dal paziente in modo clonico e talvolta inesauribile.
Programma di riabilitazione logopedica nei distinti livelli di deterioramento
Il processo di valutazione del paziente demente è essenziale in qualsiasi setting clinico anche
se le finalità possono essere differenti. Oltre allo scopo specifico, la gravità della demenza è
l’altro elemento che condiziona la scelta degli strumenti di valutazione. Non è infatti possibile
utilizzare un set di strumenti uguali in ambiti diversi e con pazienti con livelli di severità di malattia differenti. Il programma ha l’obiettivo di supportare le autonomie quotidiane e le funzionalità intellettive in modo ampio, applicando un approccio di tipo globale: la metodologia
operativa di base del programma consiste nel predisporre e somministrare prove e compiti di
difficoltà di risoluzione diversa che siano in grado di coinvolgere e quindi stimolare integralmente, le diverse abilità coinvolte nel processo intellettivo richiesto dal compito e/o dalla situazione viene esposto.
Aree di intervento
a) Attività della vita quotidiana, gli ambiti coinvolti in quest’area sono: l’orientamento, le attività domestiche e le attività ricreative.
b) Abilità cognitive, quali l’attenzione sostenuta e diffusa, la discriminazione percettiva, la
memoria semantica ed autobiografica, ed il linguaggio (in termini di comprensione e di
fluenza verbale); compiti di stimolazione globale.
c) Riconoscimento/controllo emotivo, il protocollo di stimolazione cognitivo-comportamentale di rafforzare e mantenere la capacità di riconoscere le emozioni altrui e contestuale adeguamento del proprio comportamento modulandosi con gli altri, alla situazione
de al contesto.
Materiali
L’esecuzione dell’intervento richiede l’utilizzo di materiali di vario genere: sono necessari materiali di cancelleria per le sedute mirate alla stimolazione delle abilità cognitive, cui si affiancano
materiali presenti nella vita quotidiana. Il materiale da cancelleria necessario è costituito da fogli
di carta bianca e colorati, matite, penne, colori a pastello, lavagna bianca per colori a spirito, regoli e blocchi logici matematici. A questi vanno affiancati vari giochi quali le carte da gioco, puzzle di forma e dimensioni varie, semplici giochi da tavolo. Si aggiunge materiale per bricolage
come colla per legno, chiodi, martello, righe e squadre, stampini, nastri di vario colore, pennelli.
Nelle sedute incentrate sulle attività domestiche è richiesto il necessario per la cucina, come i
componenti fondamentali per la preparazione del pranzo ed il consumo dello stesso.
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Tempi
I tempi di somministrazione del trattamento sono soggetti alla variabilità dei casi che si presentano, tuttavia è possibile strutturare un piano di intervento della durata media di due anni
circa, in dipendenza dalle capacità residue del paziente: più livello di compromissione è elevato, minore è la durata dell’intervento; in sostanza l’intensità dell’intervento è inversamente
proporzionale al grado di compromissione cognitivo del paziente. L’intensità e la frequenza del
trattamento vanno ripartiti in cicli di trattamento, della durata variabile da tre a sei mesi; tra un
ciclo e l’altro soprattutto all’inizio può intercorrere un periodo di sospensione di circa un mese;
al termine di un ciclo e l’inizio del successivo è necessario eseguire una valutazione del paziente per avere costantemente il quadro della efficacia del trattamento nonché delle capacità
e delle competenze intellettive inalterate, di quelle potenziate e (purtroppo) di quelle decadute
e/o inaccessibili al malato.
Tipi d’intervento
Gli interventi rieducativi previsti si distinguono in individuali e di gruppo.
Intervento individuale
Gli interventi individuali sono rivolte alla stimolazione delle capacità cognitive del soggetto. In
particolare l’operatore fornisce al paziente le strategie per facilitare la comprensione e la risoluzione dei compiti quotidiani e quelli inerenti la competenza comunicativa. L’utilità degli interventi individuali è data dalla possibilità di far sperimentare al paziente le proprie abilità
tentando di far apprendere comportamenti nella forma facilitata e di riattivare modalità e prestazioni acquisite già da tempo e al momento non di facile accesso o coscienza da parte del
paziente.
Intervento di gruppo
Gli interventi di gruppo sono strutturati prevalentemente per la stimolazione delle competenze
comportamentali, comunicative e sociali del soggetto. Nel protocollo di stimolazione cognitivo-comportamentale viene attribuita notevole importanza a questo ambito d’intervento poiché è nelle attività condivise con gli altri pazienti che i singoli soggetti vengano favoriti nella
risoluzione del compito proposto attraverso l’utilizzo delle loro capacità residue; attraverso
questa metodica d’intervento il soggetto viene rassicurato e viene sostenuto nelle interazioni
con gli altri.
Ambienti
Per poter effettuare i trattamenti descritti è opportuno avere ambienti di tipologia diversa, che,
sia per gli interventi individuali che per quelli di gruppo, abbiano una conformazione di quotidianità e di famigliarità rispetto alla vita dell’individuo. Tutte le attività dovrebbero svolgersi all’interno di locali appositi, strutturati in maniera tale da sembrare un piccolo appartamento.
La posta in pratica dei differenti compiti del programma deve essere veicolata nella relazione
malato-educatore-famiglia, attraverso la comunicazione con il paziente, l’accettazione dei suoi
deficit e delle sue realtà, esaltando sempre gli esiti, non esponendo a fallimenti e favorendo
situazioni di complicità. I compiti si modificheranno per adeguarli alla capacità realizzativi dei
malati e alla velocità di avanzamento della malattia. Si utilizzeranno tecniche come la validazione per facilitare la comunicazione, rinforzare l’autostima e motivare la partecipazione.
1. Malati con deterioramento cognitivo moderato o demenza lieve
La stimolazione cognitiva si dirige specificatamente in questo livello di deterioramento verso
le capacità mentali più elaborate e complesse, come la scrittura, la lettura il calcolo e il ragionamento astratto. Tipicamente, le persone dementi conservano in questo stadio la tecnica
della scrittura e della lettura, ed egualmente si riscontrano preservate le conoscenze generali
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sul mondo. Le capacità conservate dei soggetti che si utilizzeranno come base per facilitare
gli esercizi saranno le capacità di lettura e di scrittura.
Focalizzeremo il nostro lavoro nei seguenti punti:
• l’attenzione
• l’orientamento temporale
• la memoria
• il concetto numerico e il calcolo
• il ragionamento
• il linguaggio scritto
• il disegno libero o guidato (copia)
2. Malati con deterioramento moderatamente grave o demenza moderata
In questa fase, la stimolazione cognitiva persegue gli aspetti di base della conoscenza: l’attenzione, l’orientamento temporale e spaziale più semplice -giorno della settimana- e della
persona, la memoria, soprattutto la memoria remota, senza abbandonare gli aspetti cognitivi
più strumentali come il linguaggio, la percezione visiva e le capacità pratiche. In questa fase
si utilizzano stimoli più semplici che nella fase precedente. La lettura continua, essendo una
delle capacità residue del malato al quale si appoggia la psicostimolazione per facilitare i compiti, allo stesso modo, la realizzazione degli esercizi quotidiani in un maniera ripetitiva e rutinaria costituiscono un aiuto alla permanenza di una memoria recente molto ridotta.
Focalizzeremo il nostro lavoro nei seguenti punti:
• Orientamento temporale, spaziale e della persona
• Memoria remota
• Scrittura
• Il riconoscimento numerico e il calcolo
• La percezione visiva e il riconoscimento degli oggetti quotidiani
• Ragionamento a partire da esercizi di classificazione di parole utilizzando differenti campi
semantici (strumenti, utensili da cucina, mobili).
3. Malati con deterioramento grave o demenza moderatamente grave
La stimolazione cognitiva in questo stadio si trova molto più limitata e deve adattarsi al modello involutivo corrispondente alla perdita delle operazioni concrete, utilizzando esercizi di
simulazione con oggetti reali e di base della vita quotidiana.
Focalizzeremo il nostro lavoro nei seguenti punti:
• La pre-scrittura
• Il riconoscimento visivo
• Il riconoscimento delle caratteristiche fisiche degli oggetti
• Il riconoscimento spaziale di base
• La manipolazione degli oggetti
SEZIONE PRATICA
Orientamento
Riabilitazione cognitiva dell’orientamento spazio-temporale e della persona come
prioritaria.
OBIETTIVI SPECIFICI
- favorisce e attiva l’orientamento spaziale e temporale per mantenerlo il maggior tempo
possibile
- mantiene l’orientamento della persona
- attiva la memoria personale autobiografica
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SECONDARI
- esercita il linguaggio automatico
- ottimizza il livello di attenzione
- favorisce l’incoraggiamento a parlare e alla fluidità verbale
ESPEDIENTI E STRATEGIE
- terapia d’orientamento alla realtà
- uso del calendario e aiuti esterni
- facilitazioni nei compiti di orientamento mediante espedienti verbali
- utilizzazione delle tecniche di osservazione e valutazione
- orientamento temporale: aspetti più recenti come giorno, mese, anno e stagione e
aspetti più immediati come ora del giorno, data del mese
- festività importanti e feste popolari, come facilitazioni nell’orientamento temporale
- orientamento spaziale (aspetti più immediati come il luogo dove ci si incontra e aspetti
più recenti come città, provincia, paese)
RACCOMANDAZIONI
- adeguare il livello di difficoltà degli esercizi allo stadio della demenza e al tipo di capacità residuali conservate dal malato, semplificando i compiti via via che avanza la
malattia
- utilizzare espedienti di facilitazione: per esempio fornire gli aiuti di carattere grafico al
paziente, come calendari, mappe, orologi, al fine di ottimizzare l’orientamento mediante
la creazione di abitudini che favoriscano i suoi livelli di attenzione
- potenziare le abitudini di utilizzazione di aiuti per la memoria come agende, pianificazione dei programmi di attività quotidiane, calendari, promemoria, note
- favorire l’orientamento alla realtà potenziando la conoscenza delle festività tradizionali
(per esempio celebrazioni delle feste natalizie in relazione con il mese dell’anno, con
la stagione)
- personalizzare e rinforzare sempre l’esecuzione delle attività con l’applauso del gruppo
terapeuti
LINGUAGGIO
Alterazioni del linguaggio: Afasia, Agrafia e Alessia
Riabilitazione cognitiva nell’area del linguaggio come prioritaria
OBBIETTIVI SPECIFICI
- massimizza le capacità linguistiche conservate
- esercita il linguaggio automatico
- ottimizza l’espressione verbale
- mantiene e stimola la comprensione verbale
- potenzia la capacità di ripetizione
- favorisce e incoraggia la fluidità verbale
- esercita la meccanica della lettura e della scrittura
ESPEDIENTI E STRATEGIE
- facilitare l’accesso al lessico e al significato mediante l’utilizzazione di differenti regole
(SCRITTI: lettura, scrittura; ORALI: audizione)
- compiti di confronto e associazione immagine - parola
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RACCOMANDAZIONI
- utilizzare tutti i compiti quotidiani per esercitare le capacità linguistiche, programmando
gli aiuti semantici e fonetici necessari (per esempio nomi degli alimenti che sta mangiando il paziente, degli utensili del bagno, nome dei suoi familiari più vicini)
- facilitare l’ingresso di informazioni attraverso distinti registi: udito vista (materiale audiovisivo, fotografie, cartoline postali)
- realizzare compiti di lettura e scrittura per il mantenimento della loro automaticità (per
esempio lettura quotidiana di giornali)
- semplificare i compiti di linguistica in relazione al grado di deterioramento del paziente
utilizzando tecniche di ripetizione degli stadi avanzati della malattia
1. LINGUAGGIO AUTOMATICO
Compiti di produzione verbale automatica (evocazione dei mesi dell’anno, giorni della
settimana, serie numeriche)
2. LINGUAGGIO SPONTANEO
Esercizi di descrizione di immagini, illustrazioni, situazioni e fatti
DENOMINAZIONE
Denominazione visuo-vebale (oggetti parti di oggetti, parti del corpo umano, immagini)
Denominazione verbo-verbale
EVOCAZIONE CATEGORIALE
Esercizi di fluidità verbale nei quali si considera il numero delle parole per minuto
Esercizi di evocazione delle situazioni
RIPETIZIONE VERBALE
Esercizi di ripetizione (lettere, parole, frasi e numeri)
LETTURA E SCRITTURA
Esercizi di lettura (frasi, parole, sillabe e lettere)
Esercizi di scrittura: redazione (in sequenza temporale), descrizione, dettato, copia
Mancanza di lettere: completare le parole
RAGIONAMENTO, ASTRAZIONE E ALTRE FUNZIONI VERBALI
Astrazioni
Associazioni di parole
Completare famiglie di parole
Riassumere le opinioni personali su notizie della stampa o di determinati fatti
Esercizi per lavorare nell’area del linguaggio in modo prioritario
IL LINGUAGGIO AUTOMATICO
Sono esercizi che si effettuano oralmente. Si possono utilizzare strategie di facilitazione
orale come per esempio cominciare la serie automatica delle parole
PRASSIE
Nelle demenze lievi, le capacità prassiche costruttive si alterano, per tale motivo è consigliabile la semplificazione dei compiti completi. Le alterazioni prassiche gestuali compaiono nelle fasi più moderate e si manifestano con la difficoltà di imitare gesti simbolici
e maneggiare oggetti comuni, così come realizzare attività quotidiane. Negli stadi moderatamente gravi e gravi, il malato non sa come mangiare, bere o vestirsi perché ha perduto la sequenza nell’uso degli oggetti e il loro uso, il significato di questi e non può
riconoscerli.
Riabilitazione cognitiva delle capacità prassiche come prioritarie
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OBBIETTIVI
- ottimizzare la motricità fine come requisito primario per la motricità intenzionale
- favorire la produzione di atti di motricità volontaria
- mantenere la meccanica della scrittura come esercizio per le prassie grafiche
RACCOMANDAZIONI
- esercitare le capacità prassiche adeguando gli esercizi alle capacità residue dei
malati
- utilizzare le inclinazioni e i gusti personali del paziente per esercitare le capacità prassiche
- cercare compiti applicabili ad attività della vita di ogni giorno del paziente
UTILIZZAZIONE DEGLI OGGETTI QUOTIDIANI (PRASSIE IDEATORIE)
Con il supporto fisico di un oggetto
Senza il supporto fisico
ESERCIZI DI MOTRICITA’ FINE
Scrittura
Pre-scrittura
Esercizi di coordinazione visiva e lineare
PRASSIA COSTRUTTIVA
Disegni liberi e copiati
Costruzione di parti di disegni simmetrici
GNOSIE
Tipicamente nelle demenze lievi una delle prime manifestazioni delle agnosie visive si osserva nella difficoltà a riconoscere stimoli visivi e complessi e l’organizzazione spaziale
di questi. Durante la progressione della malattia, compaiono disturbi nel riconoscimento
di aspetti familiari poco frequenti, oggetti, della organizzazione dello spazio, disturbi nel
riconoscimento tattile del proprio corpo.
Riabilitazione cognitiva delle capacità gnosiche come prioritarie
OBIETTIVI
- ottimizzare i livelli di attenzione sul materiale visivo, uditivo e corporeo
- esercitare la percezione mediante stimoli visivi e uditivi
- lavorare per il riconoscimento dei suoni
- potenziare le capacità linguistiche
RISORSE
- utilizzazione di stimoli visivi
- discriminazione delle immagini fino ad avere differenti prospettive
- utilizzazione delle strategie di incorniciamento delle immagini
RACCOMANDAZIONI
- semplificare i compiti di riconoscimento aggiustandoli con il grado di deterioramento del
paziente, diminuendo il numero degli stimoli visivi presentati
- applicare tecniche di indagine spaziale per favorire la conoscenza e l’organizzazione
dello spazio
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GNOSIE VISIVE
Riconoscimento delle immagini grafiche
- associazione di immagini
- inquadramento di immagini in un contesto
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- discriminazione figura-fondo
- riconoscimento di numeri
- associazione immagine-parola
- fotografie
- oggetti quotidiani
GNOSIE TATTILI
Riconoscimento al tatto degli oggetti quotidiani
Riconoscimento di lettere e numeri a rilievi
GNOSIE VISIVE
Riconoscimento dei suoni
Evocazione di suoni
Imitazione di suoni
LA MEMORIA
Riabilitazione delle capacità mnesiche come prioritarie
OBIETTIVI
- esercitare la memoria immediata mediante la prestazione di stimoli visivi e uditivi
- ottimizzare la memoria recente mediante la prestazione di stimoli verbali e visivi
- offrire elementi emotivi che favoriscono la permanenza dei ricordi lontani
- potenziare l’orientamento della persona
RACCOMANDAZIONI
- adeguare la complessità degli esercizi al grado di deterioramento del paziente
- offrire materiali reali audiovisivi
- utilizzare protesi mnestiche per mantenere la memoria allo stadio iniziale della malattia
- approfittare di situazioni reali della vita del paziente per stimolare le capacità mnesiche
MEMORIA RECENTE E PROCESSO DI EVOCAZIONE IMMEDIATA E DIFFERITA
DELLE IMMAGINI CON MATERIALE VISIVO
Evocazione dei nomi dei familiari, di luoghi.
Memorizzazione di oggetti, memory, tabelle di immagini differenti (animali, oggetti, della
vita di ogni giorno).
MEMORIA RECENTE E PROCESSO DI EVOCAZIONE IMMEDIATA E DIFFERITA CON
MATERIALE VERBALE
Giochi, memory, tabelle di immagini.
Memorizzazione di parole, gruppi di parole e frasi.
Ricordare un informazione ed evocarla in un periodo di tempo determinato.
MEMORIA REMOTA
Esercizi relativi ai dati personali.
Esercizi di memoria biografica.
Esercizi mnesici con materiale visivo.
MEMORIA IMMEDIATA
Ripetizioni di liste numeriche.
Esercizi di ripetizione di parole.
Conclusione
Allo stato attuale la demenza di Alzheimer, non è guaribile e deve quindi essere affrontata con un approccio globale, che comprenda il paziente e la sua famiglia. Nonostante
i notevoli investimenti, i farmaci utilizzati nella demenza di Alzheimer hanno un valore
terapeutico molto limitato. Progettare ed approntare servizi di assistenza per il malato e
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la famiglia e intervenire con approcci terapeutici non solo farmacologici, rappresentano
attualmente le uniche possibilità per assicurare al paziente ed alla famiglia una qualità
di vita accettabile e dignitosa, anche mediante una funzione di accompagnamento della
persona nella progressiva perdita della sua identità. Il trattamento riabilitativo non è risolutivo, né un intervento restauratore. È però in grado, forse più di altri, di contrastare
gli effetti del decadimento dei pazienti, sulle loro capacità di comunicazione e quindi di
integrazione e interazione con l’ambiente ed i caregiver. È inoltre efficace, viste le modalità, nel migliorare lo stato emotivo del paziente e la “confidenza” nelle proprie capacità residue. Come tutta la letteratura sulla riabilitazione in generale e sull’intervento nella
malattia di Alzheimer sostiene, anche la stimolazione cognitivo-comportamentale si dimostra tanto più efficace quanto più precocemente trae inizio. Nell’attesa di un intervento
di tipo biologico che sia in grado di contrastare efficacemente la degenerazione neuronale bloccandola e facendola regredire, gli interventi riabilitativi e di stimolazione sono la
sola possibilità di aumentare l’efficacia dei farmaci oggi disponibili, e di “rallentare” il deterioramento cognitivo e delle capacità comportamentali; questi interventi, quindi, dovrebbero sempre essere affiancati all’intervento farmacologico. Questi malati meritano lo
sforzo investigativo e la messa in moto di innumerevoli proposte, che abbraccino dallo
studio genetico e di biologia molecolare fino all’investimento di risorse sociosanitarie, riconoscendo la dignità umana delle persone alle quali, in un determinato momento della
loro vita, la demenza ha oscurato le loro menti e gli ha rubato la capacità di conoscere,
di saper delle cose e di come si combinano.
Bibliografia a richiesta.
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UNIONE LOGOPEDISTI LIGURI
Docenti:
Prof. FRANCO FUSSI
Prof.ssa ELISA TURLA’
Dott.ssa ELISABETTA ROSA
Genova, 8-9 Ottobre 2010
Biblioteca Berio, Via del Seminario, 16
Sala dei Chierici
LOGOPaeDIA 2010; vol.1
Recensioni
Rosine Debray - Rose-Angélique Belot
IL GUSTO DELLE PAROLE
ROMANO EDITORE
Un libro a favore dei bambini sordi della Repubblica Democratica del Congo. Questo è il nuovo
progetto promosso dall’associazione “La sordità non ha colore” che ha come testimonial l’attrice Daniela Morozzi e sostenuto dalla nostra casa editrice. IL GUSTO DELLE PAROLE è una
raccolta di diciotto racconti, accompagnati da altrettante ricette, scritti da alcuni volti noti dello
spettacolo e della letteratura con lo scopo di aiutare l’associazione a combattere la sordità
minorile che, nei paesi più poveri, colpisce tantissimi bambini. “I bambini sordi, stranieri perfino nella loro famiglia, sono emarginati, poveri, senza parola, senza istruzione e senza prospettive - dice il Presidente dell’Associazione, Giuseppe Gitti nella prefazione - a loro noi
vogliamo dare la parola e la possibilità di procurarsi il cibo da soli con il loro lavoro”.
Tel. 055701361 - www.romanoeditore.com
Ass. La sordità non ha colore - www.lasorditanonhacolore.it - Numero Verde 800327078
Elena Aimar, Antonio Schindler, Irene Vernero
ALLENAMENTO ALLA PERCEZIONE UDITIVA
NEI BAMBINI CON IMPIANTO COCLEARE
ED. SPRINGER
La sordità perlinguale impedisce al bambino l’acceso al mondo sonoro e al linguaggio orale.
La tecnologia dell’impianto cocleare può fornire ottimi risultati, sia in ambito percettivo uditivo,
sia in ambito linguistico, a patto che venga iniziato il più presto possibile un intervento multiprofessionale, specifico e regolare. Dopo un’accurata valutazione, è compito del logopedista
programmare un piano di trattamento individualizzato mirato allo sviluppo delle competenze
comunicative e linguistiche. La raccolta di attività presentata è indirizzata a logopedisti e genitori. Essa è strutturata secondo i quattro livelli gerarchici di difficoltà crescente che si incontrano nel fisiologico sviluppo percettivo-uditivo, dapprima con sonorità ambientali,
successivamente con suoni linguistici, parole e frasi. Tutte le attività sono descritte dettagliatamente e la maggior parte di esse può essere svolta sia con un singolo bambino sia con piccoli gruppi. Le caratteristiche del materiale consentono di modularlo e adattarlo alle esigenze
del bambino, seguendone e stimolandone il graduale sviluppo delle abilità percettivo-uditive
e delle competenze linguistiche.
Collana: Metodologie Riabilitative in Logopedia. Vol. 16
Ed. Springer, via Decembrio 28 - 20137 Milano - www.springer.com
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LOGOPaeDIA 2010; vol.1
Corsi e Congressi
• CORSO DI FORMAZIONE OPERATORI BALBUZIE
(master biennale)
L'istituto di Psicologia Clinica Rocca-Stendoro organizza il Corso di Formazione per
Operatori della Balbuzie (Master biennale)
Per informazioni: [email protected] www.rocca-stendoro
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Firenze 22 - 25 settembre 2010
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• ADULT MIDDLE EAR IMAGING: STATE OF THE ART
Parigi (Francia) 1 - 2 ottobre 2010
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• I TUMORI RINOFARINGEI: AGGIORNAMENTO
CLINICO-DIAGNOSTICO E TERAPEUTICO
Milano 7 - 8 ottobre 2010
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Sede Auditorio Centro Ricerche e Studi Amplifon - Via Ripamonti 133 - Milano
• IPOACUSIE INFANTILI. DALLE CONOSCENZE DI BASE ALLA
GESTIONE CLINICA E SANITARIA
Roma 22 - 23 ottobre 2010
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• CLINICA, TERAPIA E RIABILITAZIONE DELLE PATOLOGIE ORL
NELL’ANZIANO
Milano 28 - 29 OTTOBRE 2010
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• CHIRURGIA ENDOSCOPICA NASO-SINUSALE: UN APPROCCIO
MULTIDISCIPLINARE
Milano 4 - 5 novembre 2010
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• LA DIAGNOSTICA ELETTROFISIOLOGICA NELLE IPOACUSIE
INFANTILI
Milano 11 - 12 novembre 2010
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Sede Auditorio Centro Ricerche e Studi Amplifon - Via Ripamonti 133 - Milano
• RIEDUCAZIONE VESTIBOLARE
Milano 18 - 19 novembre 2010
Segr. Org. MEET & WORK tel. 049.8601818 - [email protected]
Sede Auditorio Centro Ricerche e Studi Amplifon - Via Ripamonti 133 - Milano
• COMPUTER ASSISTED SURGERY (CAS) IN ORL
Milano 25 - 26 novembre 2010
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Sede Auditorio Centro Ricerche e Studi Amplifon - Via Ripamonti 133 - Milano
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