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Banditi e fuorilegge: l’epica popolare in Walter Scott
Tiziana Ingravallo
Ancora una volta conviene soffermarsi sul celebre incipit di Ivanhoe
(1820), non per il suo statuto descrittivo, ma per la mitologia identitaria che
il narratore crea della “felice Inghilterra”. Come in tutte le storie epiche,
unico è lo scenario di un ininterrotto racconto di storie e leggende e pochi
gli episodi da menzionare, quelli più significativi per il patrimonio di
memorie nazionali. Quali, allora, gli eroi autoctoni della vasta foresta?
In that pleasant district of merry England which is watered by the river Don,
there extended in ancient times a large forest, covering the greater part of
the beautiful hills and valleys which lie between Sheffield and the pleasant
town of Doncaster. The remains of this extensive wood are still to be seen at
the noble seats of Wentworth, of Warncliffe Park, and around Rotherham.
Here haunted of yore the fabulous Dragon of Wantley; here were fought
many of the most desperate battles during the Civil Wars of the Roses; and
here also flourished in ancient times those bands of gallant outlaws, whose
deeds have been rendered so popular in English song1.
L’antica civiltà dei cantori ha immortalato le gesta eroiche di chi per
giubba e calzamaglia si mimetizza col verde della mitica foresta, i valorosi
fuorilegge. Uomini senza nome, la cui quotidiana realtà dell’esistenza si
cancella nella prodezza delle imprese. Sono i protagonisti della storia
‘ricordata’, tramandata oralmente dalle antiche canzoni popolari e, a buon
diritto, occupano lo spazio narrativo degli ‘inizi’. Sì, perché, la storia che si
sta per raccontare, come nell’epica antica, narra la preistoria mitica, il
lontano atto di nascita della nazione.
La presenza di quelle figure umane, però, si arresta ai primi giri di frase.
Il romanzo di Walter Scott non evolve come un Räuberromane, un bandit
novel. La storia ufficiale attribuisce il ruolo di padri fondatori di una nuova
identità nazionale ai soli protagonisti della ‘Storia’, quella documentaria e
quella romanzesca, vale a dire, Riccardo Cuor di Leone e Ivanhoe.
Al mondo e al tempo leggendario subentra il tempo della storia, date ed
eventi certi: “Such being our chief scene, the date of our story refers to a
period towards the end of the reign of Richard I […]2”. La parentesi storica
che segue è un’asciutta sintesi dei travagli che presiedono alla fondazione e
formazione di uno Stato-nazione, qui trasposti in un feudalesimo medievale.
È una storia di conquista narrata dal punto di vista del popolo conquistato,
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di chi non può più possedere terre nel paese dei propri padri. L’‘esproprio’
del popolo sassone da parte dei normanni è il vero contrappunto tematico
dell’antico mito dell’autoctonia, quel legame di terra e sangue celebrato in
apertura.
È vero, gli eroi della foresta non sono più nominati, o almeno non per il
momento. Gli antefatti storici, però, che preparano l’avvio della narrazione
sono la storia politica delle condizioni in cui si radica per necessità la figura
del bandito3. Il risentimento sociale per l’obbedienza coercitiva, le
prevaricazioni e le vessazioni di un’oppressione aggressiva, la violazione
delle leggi del paese, l’estromissione della lingua del popolo esprimono con
tensione realistica il giogo dei conquistatori stranieri normanni sotto cui
geme il popolo sassone:
A circumstance which greatly tended to enhance the tyranny of the nobility,
and the sufferings of the inferior classes, arose from the consequences of the
Conquest by Duke William of Normandy. Four generations had not sufficed
to blend the hostile blood of the Normans and Anglo-Saxons, or to unite, by
common language and mutual interests, two hostile races, one of which still
felt the elation of triumph, while the other groaned under all the
consequences of defeat. The power had been completely placed in the hands
of the Norman nobility, by the event of the battle of Hastings, and it had
been used, as our histories assure us, with no moderate hand4.
Le forme di resistenza e di ribellione giungeranno dal cuore della foresta,
da chi difende la legge del popolo e esercita in quel luogo una sovranità
indipendente. Sarà il mito e le sue figure eroiche a rimettere ordine nella
realtà della storia. Come nei national tales, dal luogo ‘marginale’ e decentrato
del romanzo, Scott porta in primo piano una figura mitica nazionale del
passato, quella del leggendario fuorilegge Robin Hood che incarna la
quintessenza della nazione inglese: lo spirito di indipendenza scritto e
rivendicato nella legge e nella costituzione. Per esso egli sfida la legge dei
nemici, la tirannide feudale che schiaccia il diritto dei sassoni a mantenersi
indipendenti.
Come nel modello epico, due universi alternativi e contrapposti si
fronteggiano. Su tale dualismo ruota, infatti, l’azione eroica.
Nell’opposizione tra eroe e antagonista (siano essi espressione di identità
individuali o collettive) si misura la distanza etnica, antropologica e
ideologica tra carattere nazionale e antagonismo dell’altra cultura. L’epica
costruisce per il ‘racconto della nazione’ un universo umano marcatamente
dicotomico.
L’urto tra razze o lo scontro tra mondo della cavalleria e ordine dei
templari non esaurisce nel romanzo di Scott l’impianto strutturale desunto
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dall’epica. Sono episodici, e non risolutivi ai fini della ‘Storia’, i due
combattimenti tra l’eroe eponimo e il suo nemico, Brian de Bois-Guilbert. Il
conflitto decisivo da un punto di vista storico e narrativo è tra briganti. Da
quella figura, come ad incarnare lo spirito dell’epoca che si vuole
rappresentare, si genera, in una lotta tutta medievale tra il Male e il Bene, il
nemico e l’eroe, l’uno col volto brutale della violenza, l’altro con quello
generoso e coraggioso della solidarietà sociale. Da una parte i ladri nobili,
Robin Hood e la sua banda di fuorilegge -“banditi sociali” nella definizione
di Hobsbawm -, dall’altra i nobili normanni, veri banditi criminali che
mancano delle radici locali e praticano l’esercizio del potere con la ruberia, il
saccheggio e con l’usurpazione, estorcendo potere e proprietà. Non ai
fuorilegge, ma al solo principe Giovanni, capo e fomentatore della fazione
dei nobili spietati e usurpatore del regno del fratello Riccardo I, spetta in
tutto il romanzo il gesto metaforico e rappresentativo dell’attività del
brigante, quello di strappare la borsa: “the Prince stooped from his jennet
and settled Isaac’s doubts by snatching the pouch itself from his side”5.
L’eroe deve, dunque, smascherare la copia errata di sé. Il dualismo epico,
ormai oltre che etnico anche etico, si complica per il lettore nella necessità
di un riconoscimento almeno iniziale del brigante ‘buono’ e di quello
‘cattivo’. Un binomio, “outlaws and feudal enemies”, che nei primi capitoli è
sintatticamente e tematicamente inscindibile:
There were as yet no tidings of Gurth and his charge, which should long
since have been driven home from the forest; and such was the insecurity of
the period, as to render it probable that the delay might be explained by
some depredation of the outlaws, with whom the adjacent forest abounded,
or by the violence of some neighbouring baron, whose consciousness of
strength made him equally negligent of the laws of property. The matter was
of consequence, for great part of the domestic wealth of the Saxon
proprietors consisted in numerous herds of swine, especially in forest-land,
where those animals easily found their food6.
Persino le celebrate imprese (“deeds”) degli eroici fuorilegge possono
realizzarsi nell’esatto rovescio del disvalore e tali sono, infatti, definiti i
miserevoli atti di violenza e depredazione di cui si macchiano i normanni.
ay, the curfew, which compels true men to extinguish their lights, that
thieves and robbers may work their deeds in darkness! Ay, the curfew;
Reginald Front-de-Bœuf and Philip de Malvoisin know the use of the curfew
as well as William the Bastard himself, or e'er a Norman adventurer that
fought at Hastings. I shall hear, I guess, that my property has been swept off
to save from starving the hungry banditti whom they cannot support but by
theft and robbery7.
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È l’orgoglioso sassone Cedric a lamentare l’incontrollata reversibilità
linguistica e assiologica che, dal suo punto di vista, adombra la minaccia di
una mescolanza di razze. Nella radicale prospettiva nazionalista, l’anziano
sassone, che ha vissuto ed è stato attore e spettatore di una passata ‘età degli
eroi’, rivendica nostalgicamente il carattere esclusivamente etnocentrico
dell’antica poesia nazionale cantata dai bardi, la cui esistenza aveva la sua
ragion d’essere nella celebrazione delle meritorie imprese di capi illustri:
“‘[…] But our bards are no more,’ he said; ‘our deeds are lost in those of
another race; our language – our very name – is hastening to decay, and
none mourns for it save one solitary old man”8.
Nell’epica scottiana, costruita su un mutato statuto di eroismo,
naturalmente non mancano le ‘imprese’ o i racconti di imprese. È parola
insistente e variamente formulata (“deed”, “exploit”, “enterprise”, “feat”),
evocata quasi in ogni capitolo perché tutti se ne appropriano in un uso e
abuso di assoluta instabilità semantica. Se nell’epos gli eroi erano chiamati a
esprimere tutta la loro virtù nelle imprese belliche, in Ivanhoe il primo evento
in cui i cavalieri danno prova del proprio valore è il torneo di Ashby. Ha
inizio, così, il fondamentale capitolo VII. La presenza dei cavalieri e la
descrizione della fervida preparazione della giostra resta, però, pura
citazione, relegata nell’epigrafe incipitaria: “Knights, with a long retinue of
their squires, / In gaudy liveries march and quaint attires; / One laced the
helm, another held the lance, / A third the shining buckler did advance”9. Si
ritorna, invece, alla storia, o meglio, alla narrazione delle avversità dei tempi
e alle personalità legate a quella particolare contingenza storica. Come
notava Lukács, Scott “fa apparire sulla scena del romanzo il grande eroe
storico” o il personaggio protagonista “storico solo a metà”, dopo aver
mostrato le ragioni della crisi storica (“per quali ragioni essa è nata, per quali
ragioni la nazione si è divisa in due campi”10). L’inizio del capitolo si
sofferma in successione sulle figure di Re Riccardo, il principe Giovanni, i
fuorilegge e il popolo inglese.
The condition of the English nation was at this time sufficiently miserable.
King Richard was absent a prisoner, and in the power of the perfidious and
cruel Duke of Austria. Even the very place of his captivity was uncertain,
and his fate but very imperfectly known to the generality of his subjects,
who were, in the meantime, a prey to every species of subaltern oppression.
Prince John, in league with Philip of France, Coeur-de-Lion’s mortal enemy,
was using every species of influence with the Duke of Austria to prolong the
captivity of his brother Richard, to whom he stood indebted for so many
favours. In the meantime, he was strengthening his own faction in the
kingdom, of which he proposed to dispute the succession, in case of the
King’s death, with the legitimate heir, Arthur Duke of Brittany, son of
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Geoffrey Plantagenet, the elder brother of John. This usurpation, it is well
known, he afterwards effected11.
Regni, domini, successioni illegali, spietate lotte di potere, ostilità,
privilegi, sovranità usurpata, violenza e oppressione. Grandi temi, peraltro,
dei drammi storici shakespeariani. Queste, comunque, le ragioni di conflitti,
tensioni, contese e controversie che di riverbero animano, non la lizza
ancora vuota, ma gli astanti tra gli spalti che attendono l’inizio dei
combattimenti veri. La folla che affluisce è davvero eterogenea, spettatori di
ogni rango, di diverse razze e religioni. Su tutti domina la figura del
‘nemico’, vera causa della deriva politica e morale della nazione, e che ben
incarna quello scenario di attriti e dissidi. Parole, quali “enemy” e “foe”,
poste all’inizio e alla fine del capitolo, fanno da cornice al profilo
psicologico, caratteriale e comportamentale del dispotico principe Giovanni,
ma anche del suo seguito, cortigiani ambiziosi, avventurieri, uomini senza
scrupolo.
His own character being light, profligate, and perfidious, John easily attached
to his person and faction not only all who had reason to dread the
resentment of Richard for criminal proceedings during his absence, but also
the numerous class of ‘lawless resolute’ whom the crusades had turned back
on their country, accomplished in the vices of the East, impoverished in
substance, and hardened in character, and who placed their hopes of harvest
in civil commotion12.
With the same policy which had dictated the conduct of their brethren in the
Holy Land, the Templars and Hospitallers in England and Normandy
attached themselves to the faction of Prince John, having little reason to
desire the return of Richard to England, or the succession of Arthur, his
legitimate heir. For the opposite reason, Prince John hated and condemned
the few Saxon families of consequence which subsisted in England, and
omitted no opportunity of mortifying and affronting them; being conscious
that his person and pretensions were disliked by them, as well as by the
greater part of the English commons, who feared farther innovation upon
their rights and liberties, from a sovereign of John’s licentious and tyrannical
disposition13.
Non manca, allora, nel capitolo la presenza dell’eroe, con le sue qualità
necessariamente elative rispetto al villain appena descritto, secondo la tipica
modalità della narrativa del periodo romantico di presentare per la prima
volta i personaggi principali con una tecnica che pone in contrasto il
character. Non è certamente Athelstane di Coningsburgh. Cedric lo vorrebbe
eroe, ma ne resta parodisticamente una sbiadita controfigura. Per la sua
discendenza dagli ultimi sovrani sassoni di Inghilterra potrebbe porsi a capo
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della causa nazionale per la riconquista dell’indipendenza del suo popolo.
Non sa, però, tradurre in azione le aspirazioni rivoluzionarie e i sentimenti
di vendetta e risentimento di Cedric che ha sacrificato per essi anche gli
affetti privati. Il temperamento indolente ottunde in lui le necessarie qualità
di un capo carismatico, prime fra tutte, la capacità di decisione. Incapace di
dare direzione a un movimento popolare già presente nelle coscienze e che
si impone per necessità storica, Athelstane è pubblicamente riconosciuto
con l’appellativo di “the Unready”, il tardo.
Alla presenza del popolo che si assiepa nelle tribune e accorre al “grand
spectacle of that age”, nonostante le avversità, i gravami e le sofferenze dei
tempi, fa la sua comparsa Robin Hood. E poiché, come nota Cedric,
insieme alle imprese si sono persi anche i nomi propri di chi può compierle,
l’identità del valoroso fuorilegge verrà rivelato solo alla fine del romanzo.
Per ora è uno yeoman, prim’ancora di identificarsi con la sua impareggiabile
abilità e con il suo luogo natale, e quindi come l’arciere Locksley. Quindi,
prima lo stato sociale, che è in realtà poco definibile. Né cavaliere, né
contadino. Uno yeoman, appunto. Termine che ha visto nel tempo diverse
attribuzioni di significato, così come mutevole è la stessa fisionomia di
Robin Hood. Allude, comunque, ai possedimenti che dovrebbe avere, ma
che in realtà gli sono stati ingiustamente sottratti. Vanta, infatti, un’origine
nobile ed è, quindi, un omologo tutto simbolico della nobiltà sassone
privata del patrimonio e del titolo per il malgoverno del principe Giovanni.
Come i suoi compagni, vittime dell’ingiustizia, lo stato di fuorilegge lo ha
acquisito per necessità, trovando ricovero nella foresta e eleggendo quel
luogo selvaggio a proprio dominio. Ecco, dunque, la ricostruzione storica
all’inizio del capitolo della genealogia del banditismo e della formazione e
aggregazione di bande che anticipa il profilo umano dell’eroe della foresta
più leggendario di tutti i tempi:
To these causes of public distress and apprehension must be added, the
multitude of outlaws who, driven to despair by the oppression of the feudal
nobility and the severe exercise of the forest laws, banded together in large
gangs, and, keeping possession of the forests and the wastes, set at defiance
the justice and magistracy of the country. The nobles themselves, each
fortified within his own castle, and playing the petty sovereign over his own
dominions, were the leaders of bands scarce less lawless and oppressive than
those of the avowed depredators.
Under the various burdens imposed by this unhappy state of affairs, the
people of England suffered deeply for the present, and had yet more
dreadful cause to fear for the future14.
La comune esperienza dei travagli patiti dai briganti, che condividono a
loro volta col popolo sassone la dispossession, si può raccontare con
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l’eccezionalità esemplare di un singolo individuo. Alla figura di Robin Hood
ben si adatta la struttura caratteriale dei personaggi dell’epica antica. Il
brigante gentiluomo è espressione del tratto comune della collettività cui
appartiene. Il suo character non è emanazione soggettiva, ma oggettivazione
storico-mitica dell’indole in cui quell’aggregazione di uomini si è
riconosciuta avendo, per un comune sentire e una storia condivisa, fondato
una comunità. Così come Achille rappresentava la forza e Ulisse, l’ingegno e
la prudenza, Robin Hood è il ritratto ideale di un ‘carattere’ espresso in
forma assolutamente positiva e superlativa, tanto da poter attribuire alla sua
persona la fisionomia di una figura eroica. La virtus eroica, difesa dall’arco
alto sei piedi e custodita nella robusta corporatura rivestita di panno verde
di Lincol, è l’indignazione e la collera verso soprusi, prevaricazioni e
ingiustizie. È la reazione emotiva che introduce per la prima volta la figura
dell’arciere che, con voce ferma e severa, interviene e ammonisce per
correggere un torto, avendo assistito al gesto di tracotanza dell’ebreo Isaac
ai danni di un normanno cristiano. Plaude, invece, subito dopo, sempre
durante le risse e i combattimenti che si svolgono sulle tribune, al gesto
coraggioso di Cedric che reagisce con un colpo di spada alle vessazioni e alle
ingiuriose parole del principe Giovanni che detesta le poche famiglie sassoni
ancora influenti in Inghilterra, possibili sobillatrici di una ostilità già radicata
nella gente comune verso un sovrano dispotico e licenzioso. Ai già precari
legami di governo fa eco la generale ovazione della folla che approva l’atto
di rivalsa.
L’alterco nasce da un’esitazione di Athelstane, riluttante a ubbidire a un
ordine del principe, ma indeciso su come resistere. Al cospetto della
sovranità, o si ubbidisce o si resiste. E di Robin Hood è proverbiale la sua
resistenza all’autorità ingiusta e oppressiva e, perciò, indugia nell’applauso
attirando su di sé l’ira di Giovanni.
The blood rushed into the countenance of Prince John. He swore one of his
deepest oaths, and was about to utter some threat corresponding in violence,
when he was diverted from his purpose, partly by his own attendants, who
gathered around him conjuring him to be patient, partly by a general
exclamation of the crowd, uttered in loud applause of the spirited conduct
of Cedric. The Prince rolled his eyes in indignation, as if to collect some safe
and easy victim; and chancing to encounter the firm glance of the same
archer whom we have already noticed, and who seemed to persist in his
gesture of applause, in spite of the frowning aspect which the Prince bent
upon him, he demanded his reason for clamouring thus.
“I always add my hollo,” said the yeoman, “when I see a good shot or a
gallant blow.”
“Sayst thou?” answered the Prince; “then thou canst hit the white thyself, I’ll
warrant.”
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“A woodsman’s mark, and at woodsman’s distance, I can hit,” answered the
yeoman.
“And Wat Tyrrel’s mark, at a hundred yards,” said a voice from behind, but
by whom uttered could not be discerned.
This allusion to the fate of William Rufus, his grandfather (predecessor), at
once incensed and alarmed Prince John. He satisfied himself, however, with
commanding the men-at-arms, who surrounded the lists, to keep an eye on
the braggart, pointing to the yeoman.
‘By St Grizzel,’ he added, ‘we will try his own skill, who is so ready to give
his voice to the feats of others!’
‘I shall not fly the trial,’ said the yeoman, with the composure which marked
his whole deportement15.
Alle passioni incontrollate si risponde con la compostezza, alla forza e
alla violenza con l’abilità. Naturalmente è il principe Giovanni a riconoscere
in quella presenza una possibile minaccia e, infatti, ordina agli armigeri di
campo di tenere d’occhio lo “spaccone”. Le parole calibrate quanto il lancio
delle sue frecce, il comportamento controllato, l’atteggiamento di resistenza,
la coraggiosa promessa di non sottrarsi a prove, fanno dell’arciere
l’interprete di un nuovo codice eroico. Benché fiero dei suoi ideali – ha
dimostrato d’essere un portatore di giustizia tra gli uomini – non ha l’impeto
degli antichi eroi classici, armati e pronti alla battaglia, cui si può, invece,
assimilare l’energia eroica di Cedric.
In realtà, l’elaborazione scottiana di Robin Hood come eroe positivo,
ingentilito dagli ideali cavallereschi diffusi dai cicli arturiani, prosegue una
tradizione già riformata nel 1795 da Joseph Ritson che, sulla scia dell’Ossian
di Macpherson, raccolse tutte le antiche ballate e gli sparsi frammenti poetici
del più celebre fuorilegge, anteponendo all’influente antologia gli aneddoti
storici della vita. Ritson consegna un modello di biografia mitica che si
impone nell’Ottocento e che Scott plasma nella sua narrazione romanzesca.
La prefazione Historical Anecdotes of his Life mette insieme testi e dati, mescola
fatti e finzione che nobilitano la vita del bandito sociale. La revisione di
Ritson è volta a creare il mito e l’eroe con l’esaltazione dei valori di cui è
portatore, tanto che le descrizioni delle ‘audaci imprese’ sono veri e propri
omaggi alle sue virtù.
Eroe, dunque, dell’abilità, non della forza. Nel torneo di Ashby, infatti, si
esibiscono due tipi di eroismo, l’uno nei giochi cavallereschi, l’altro nelle
gare di tiro all’arco, intrattenimento più popolare, dei contadini e della gente
comune, voluto dal principe Giovanni per tentare di porre le fondamenta di
una popolarità continuamente vacillante. La giostra, è, comunque, occasione
per raccontare, come nella letteratura epica e cavalleresca, ‘i fatti d’arme’. Da
una parte l’irruenza e la violenza dei duelli, le armature erculee imbrattate di
polvere e sangue, i colpi e i clangori di lance, scudi e spade negl’impeti
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rabbiosi frementi di collera. Dall’altra la “skill in archery”, e secondo quanto
Ritson ricostruisce dalle sue fonti, “which our hero and his companions
appear to have carried to a state of perfection”16. I migliori arcieri di
Leicester e dello Staffordshire affluiscono ordinatamente, sorteggiano
l’ordine di precedenza e si appostano a turno sul luogo della competizione. I
più hanno già abbandonato l’idea di una contesa. Sarebbe sconfitta certa
confrontarsi con l’arciere noto ai guardaboschi e ai sorveglianti delle foreste.
Nei panni di Locksley, Robin Hood si sottopone alla prova costretto dal
principe Giovanni che minaccia altrimenti di tagliare la corda dell’arco e
spezzare arco e frecce. Conquista, così, la gloria sotto gli occhi del popolo e
la sua ‘impresa’ lascia una traccia indelebile tra tutti gli astanti, compreso il
principe che ora vorrebbe porgli indosso la livrea reale e prenderlo al suo
servizio.
[…] letting fly his arrow with a little more precaution than before, it lighted
right upon that of his competitor, which it split to shivers. The people who
stood around were so astonished at his wonderful dexterity that they could
not even give vent to their surprise in their usual clamour. ‘This must be the
devil, and no man of flesh and blood,’ whispered the yeomen to each other;
‘such archery was never seen since a bow was first bent in Britain’17.
Non può più essere “un uomo in carne e ossa”. Per la destrezza esibita si
consacra come mito nazionale sopravanzando nella memoria collettiva gli
altri eroi positivi del torneo e della storia, l’intrepido Riccardo e il valoroso
Ivanhoe. Sono i racconti orali, come fa notare Hobsbawm, maturati
nell’opinione generale, che avvalorano il bandito sociale di attributi eroici e
invulnerabilità.
The long feast had at lenght its end; and, while the goblet circulated freely,
men talked of the feats of the preceding tournament, – of the unknown
victor in the archery games, of the Black Knight, whose self-denial had
induced him to withdraw from the honours he had won, and of the gallant
Ivanhoe, who had so dearly bought the honours of the day18.
Un eroe nuovo prende il posto del guerriero, del cavaliere errante, del
fondatore di imperi e del colonizzatore di nuove terre, tutti, comunque,
rappresentati come in una rassegna del genere eroico – omerico, virgiliano,
ariosteo, tassiano, miltoniano. In Scott la tradizione eroica si rinnova con la
decantazione delle passioni veementi che nell’epica convenzionale
assecondano la forza e generano violenza e morte con combattimenti e
guerre. Nel ritratto di Riccardo Cuor di Leone, il sovrano conciliatore di
razze, si intravede tra la visiera sollevata la fisionomia dell’eroe classico che
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esprime nella guerra tutta la sua virtù (nonostante in più punti del romanzo
questa figura storica divaghi nei toni burleschi di un’epopea eroicomica). La
descrizione del Cavaliere Nero prelude al definitivo disvelamento del re,
rientrato in patria dopo la Crociata in Terra Santa.
You are then to imagine this Knight, such as we have already described him,
strong of person, tall, broad-shouldered, and large of bone, mounted on his
mighty black charger, which seemed made on purpose to bear his weight, so
easily he paced forward under it […]. […] his ruddy, embrowned cheekbones could be plainly seen, and the large and bright blue eyes, that flashed
from under the dark shade of the raised visor; and the whole gesture and
look of the champion expressed careless gaiety and fearless confidence – a
mind which was unapt to apprehend danger, and prompt to defy it when
most imminent, yet with whom danger was a familiar thought, as with one
whose trade was war and adventure19.
La revisione scottiana dell’eroe muove, invece, in senso psicologico e
morale. Contro le violenze e i soprusi, contro la deriva dei valorosi atti di
forza, contro le insane passioni che prevaricano le ragioni della storia e delle
nazioni, la vera difesa è l’eroe della compostezza e del controllo di sé: “[…]
[Prince John] looked for the object of his resentment, whom he observed
standing on the same spot, and with the same composed countenance
which he had exhibited upon the preceding day”20. Già la sua arma esclude
l’irruenza fisica e il rischio di un coinvolgimento emotivo tutto personale. È
simbolo, invece, della chiarezza morale del bersaglio da colpire: il nemico
che attenta alla sicurezza politica e morale della nazione. L’arco e le frecce
del valoroso Robin Hood raccontano un’epica del conflitto morale che
sembra più eroica delle guerre celebrate nell’epos antico. Mosso da un ideale
di buona ed equa società senza male e oppressione, il leggendario fuorilegge,
figura esemplare dei valori morali che formano una nazione, incarna il vero
‘carattere nazionale’.
Per conoscere, invece, la natura delle imprese dell’invitto eroe è
necessario inoltrarsi nel luogo dove non c’è violenza e dove non vige la
legge degli uomini, bensì la legge di natura. Il buio della foresta fa da sfondo
al capitolo XI e crea il locus classico per far entrare in scena per la prima
volta una banda di briganti. I topoi dell’imboscata e dell’aggressione dei
briganti desunti dalla tradizione narrativa gotica e dall’iconografia di Salvator
Rosa, ci sono tutti, rivisitati nei toni parodistici della commedia. Basta
l’epigrafe a rimarcare il carattere reversibile della figura del brigante che
domina oltre che il capitolo, l’intero romanzo. La citazione dal dramma
shakespeariano, The Two Gentlemen of Verona, in cui il generoso Valentino è
eletto capitano di una banda di masnadieri, preannuncia un rovesciamento
delle parti tipico della commedia. L’agguato è dei banditi ‘buoni’ e del loro
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capo: “we are the deliverers of the commonwealth, who ease every man of
his burden”21. La borsa piena di zecchini viene, infatti, restituita e le
presunte vessazioni sono indagini sulla natura umana di chi ha osato
attraversare quel luogo. Il brigante che sembra avere una certa autorità sugli
altri riconosce subito nel fedele Gurth le qualità di un “honest fellow” e
decide che può transitare senza pagare il pedaggio, perché dal racconto di
costui ha anche appreso che il cavaliere, suo padrone, è troppo simile a loro
per essere depredato. Povero e diseredato, conquista le sue sostanze con la
punta della spada e, per di più, combatte i malvagi normanni. Un uomo
della banda, però, si ribella a quel codice cavalleresco, non sopportando che
Gurth vada via impunito, e ricorda di quando faceva parte della banda del
vecchio e intrepido Gandelyn e non vi era simili scrupoli di coscienza. Il
capo, allora, decide che il mugnaio e il guardiano dei porci si debbano
contendere il riscatto, avendo compreso l’ardimento e la fiera resistenza di
Gurth. Inizia così un combattimento a colpi di randelli:
So saying, the two champions closed together, and for a few minutes they
displayed great equality in strength, courage, and skill, intercepting and
returning the blows of their adversary with the most rapid dexterity, while,
from the continued clatter of their weapons, a person at a distance might
have supposed that there were at least six persons engaged on each side.
Less obstinate, and even less dangerous combats, have been described in
good heroic verse; but that of Gurth and the Miller must remain unsung, for
want of a sacred poet to do justice to its eventful progress. Yet, though
quarter-staff play be out of date, what we can in prose we will do for these
bold champions22.
Il più noto romanzo storico della tradizione letteraria inglese investe di
statura epica gli eroi ‘invisibili’ della foresta. Il narratore, trasformatosi da
bardo in storyteller, si propone, in mancanza di un degno poeta, di volgere in
prosa le imprese destinate a rimanere ingiustamente ignote, più meritevoli,
talvolta, di essere citate rispetto a quelle celebrate nei versi eroici.
Assumeranno, infatti, i connotati di una ulissiade le gesta dei difensori della
‘legge’ del popolo. Il capo indiscusso, Robin Hood, vero discendente
dell’antica Inghilterra eroica, agirà sotto mentite spoglie per accelerare i
tempi di una soluzione politica del conflitto tra sassoni e normanni e la sua
azione storica e narrativa sostituirà quella dell’ormai ‘eroe passivo’ Ivanhoe,
ferito durante il torneo. La presenza di Robin Hood e della sua banda
diventa narrativamente sempre più pervasiva. Ad un registro ironicoparodico che incrina l’eroicità dei capi sassoni, ma anche di re Riccardo, fa
da contrappunto un sub-plot epico che riproduce e ‘riscrive’ in tono eroico e
serio gli avvenimenti dei protagonisti ‘ufficiali’ della storia.
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Il tema dell’incognito, dunque, dal capitolo XI si propaga in tutto il
romanzo e si risolve in agnizione solo alla fine, quando le forze del Male
sono sconfitte e l’Inghilterra può nascere nel mito dell’unità nazionale. A
Robin Hood non spetta l’esibizione carismatica dei guerrieri o della
auctoritas, ma la capacità di dissimulazione. Oltre ad essere invincibile, è
anche invisibile con i suoi travestimenti. Un inganno indispensabile per
sopravvivere nell’ostilità dell’oppressione e per operare nel sogno di una
nazione senza male. Per di più, è un giuramento tra cavalieri quello che li
vincola a mantenere l’incognito fino al compimento di un’impresa. Anche
Ritson ricorda il disguise come peculiarità del fuorilegge che, oltretutto, fa
notare, è insito nel nome: “if the name were a matter of conjecture, it might
be probably enough referred to some particular sort of hood our hero wore
by way of distinction or disguise”23. Come una emanazione dell’attitudine di
Robin Hood, le innumerevoli descrizioni di vestiario si espandono sulla
pagina. Quei rivestimenti, talvolta, sembrano diventare protagonisti
inanimati. Abiti di tutte le fogge, ma anche maschere, cappucci, elmi,
armature, tutto ciò che può celare nomi, identità, caratteri. Come Ulisse,
anche Ivanhoe e Riccardo I, gli eroi del nostos, per ritornare in patria, non
possono sottrarsi al camuffamento, e indossano i panni l’uno del Cavaliere
Diseredato, l’altro del Cavaliere nero. La dissimulazione, però, nelle spoglie
del falso genera disordine quando è il nemico ad usurpare la maschera
dell’eroe. In un pericoloso tentativo di appropriazione di ruoli, che Scott
mette in scena con teatrali ‘cambi d’abito’ e vestizioni, l’aggressività del
potere normanno si traveste con i panni dei patriottici briganti della foresta.
[…] De Bracy […] had exchanged his banqueting garments for a short green
kittle, with hose of the same cloth and colour, a leathern cap or head-piece, a
short sword, a horn slung over his shoulder, a long-bow in his hand, and a
bundle of arrows stuck in his belt. Had Fitzurse met this figure in an outer
apartment, he would have passed him without notice, as one of the yeomen
of the guard; but finding him in the inner hall, he looked at him with more
attention, and recognized the Norman knight in the dress of an English
yeoman.
‘What mummery is this, De Bracy?’ said Fitzurse […]24.
La mascherata è inscenata per capricci personali, piuttosto che per
risolvere spinose questioni politiche. La nobiltà normanna, infatti, che ormai
paventa il ritorno dalla Palestina di re Riccardo, tenta di accelerare i tempi
dell’incoronazione del principe Giovanni. L’assalto, invece, che prepara De
Bracy crea con il rapimento dell’eroina, la bella ereditiera sassone Rowena,
una situazione da romanzo gotico.
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I sassoni si inoltrano nella regione boscosa fiduciosi di poter contrastare
un possibile assalto da parte dei briganti. Se il disguise minaccia di creare
confusione tra il Bene e il Male, è indispensabile l’intervento del narratore
per definire la certa identità dei fuorilegge. Cedric e Athelstane non li
temono, perché i briganti sono contadini e agricoltori sassoni costretti dai
rigori della legge a una vita raminga e disperata e praticano il rispetto delle
persone e delle proprietà dei loro compatrioti. Spetta, invece, a Robin Hood
rivelare l’identità dei briganti mascherati. Si mescola tra loro durante
l’assalto, camuffato a sua volta, per comprendere le ragioni del rapimento
dei capi sassoni e di tutto il seguito.
È uno snodo fondamentale del romanzo che avvalora la teoria di
Hobsbawm secondo cui il banditismo anticipa movimenti sociali più grandi
come le rivoluzioni dei contadini. È il momento in cui quella forma sociale
di resistenza interviene nella storia e diventa forza storica in grado di
cambiare la società.
Robin Hood avvia, così, il reclutamento di forze che lo aiutino a liberare
i prigionieri dal castello del malvagio Front-de-Bœuf e si pone a capo di un
gruppo armato che subito lo riconosce come leader. Come fa notare Ritson,
Robin Hood non si sostituisce all’autorità del re, si pone, invece, al suo
servizio per il libero suffragio di chi desidera il bene comune.
Richard warred in remote parts of the world against nations from which
neither he nor his subjects has sustained any injury, [Robin Hood] at home
against those to whose wealth, avarice, or ambition, he might fairly attribute
not only his own misfortunes, but the misery of the oppressed and enslaved
society he had quitted25.
Il re e l’arciere si incontrano nell’anonimato e abbracciano la causa
comune che ogni vero inglese ha a cuore. Locksley riconosce nell’uomo
senza nome il cavaliere che ha deciso la vittoria degli inglesi contro gli
stranieri il secondo giorno del torneo di Ashby e all’“amico dei deboli” parla
dell’impresa in cui potrà avere una parte onorevole. A sua volta re Riccardo
riconosce nell’espressione di quell’uomo onestà e fermezza di propositi.
Il convegno dopo la vittoria di Torquilstone si svolge nella civile società
dei fuorilegge in un anfiteatro silvestre dove i servi diventano uomini liberi e
il bottino della valorosa impresa resta ammucchiato in un fondo comune a
disposizione del capo che dovrà provvede alla spartizione. Riccardo I
apprende da quel sovrano seduto su un trono di zolle una lezione di buon
governo. Con assoluta deferenza gli uomini accettano il saggio giudizio del
loro capo che distribuisce il bottino con encomiabile imparzialità secondo i
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meriti. Inoltre, valuta le colpe e decide i riscatti nel tribunale che viene
istituito e che egli presiede.
The Black Knight was not a little surprised to find that men in a state so
lawless were nevertheless among themselves so regularly and equitably
governed, and all that he observed added to his opinion of the justice and
judgment of their leader26.
Secondo la tradizione dei national tales, dai domini dei ‘margini’, dalle
comunità armoniose e riformate si apprende il modello per fondare e
formare la nazione.
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Note
1
Scott 2010: 7
Scott 2010: 7
3 Hobsbawm 2000
4 Scott 2010: 8
5 Scott 2010: 87
6 Scott 2010: 34
7 Scott 2010: 35-36
8 Scott 2010: 53
9 Scott 2010: 74
10 Lukács 1972: 36
11 Scott 2010: 74
12 Scott 2010: 74-75
13 Scott 2010: 81
14 Scott 2010: 75
15 Scott 2010: 85-86
16 Ritson 2010: XLIII
17 Scott 2010: 152
18 Scott 2010: 158-159
19 Scott 2010: 454
20 Scott 2010: 149
21 Scott 2010: 124
22 Scott 2010: 128-129
23 Ritson 2010: XXIV
24 Scott 2010: 167
25 Ritson 2010: XLVII
26 Scott 2010: 356
2
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Bibliografia
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Lukács, G., 1972 Il romanzo storico, Einaudi, Torino;
Maxwell, R., 2009 The Historical Novel in Europe, 1650-1950, Cambridge University
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